Stiglitz afferma che la pandemia del Covid-19 ha mostrato conseguenze del neoliberismo

Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, si è scagliato contro il neoliberismo e ha assicurato che la pandemia del Covid-19 sta attualmente mostrando le conseguenze di 40 anni di imposizioni da parte del neoliberismo.

L’eminente economista statunitense ha tenuto una conferenza principale nell’ambito delle sessioni del Future Congress 2021, il principale evento scientifico del Cile, tenutosi virtualmente e programmato per concludersi giovedì, dopo aver concentrato la sua attenzione sulla pandemia.

Stiglitz ha affermato che il neoliberismo ha denigrato per quattro anni l’importanza del ruolo dei governi e ha privilegiato l’azione incontrollata dei mercati, ecco perché molti Stati si sono trovati in una situazione povera per affrontare l’attuale crisi sanitaria.

Il professore dell’Università dell’Indiana ha considerato che le nazioni di maggior successo nell’affrontare la pandemia Covid-19 sono state quelle “che vantano governi efficaci, istituzioni forti e buona scienza”.

Ha aggiunto che la pandemia ha colpito di più quelle nazioni con profonde disuguaglianze, dove non c’è accesso universale ai sistemi sanitari e hanno una scarsa protezione sociale, e ha anche detto che ‘per questo motivo gli Stati Uniti sono stati uno dei più colpiti, con il 25% dei casi, nonostante abbia solo il 4 per cento della popolazione mondiale. ”

Si tratta di un paese “che non riconosce l’accesso al sistema sanitario come un diritto umano fondamentale” e ha assicurato che i settori poveri “hanno subito più morti, una maggiore esposizione alla malattia e una maggiore perdita di reddito sanitario”.

 

L’”istinto di classe” del virus di Marco Revelli

Fonte : Volerelaluna 

Napoli – La mensa dei poveri al Santuario del Carmine

Che il virus, come la sfortuna, non fosse cieco, anzi ci vedesse benissimo – che fosse dotato di una solida coscienza di classe alla rovescia, colpendo molto più duro in basso che in alto -, l’avevamo capito fin dalla prima ondata. Ce lo dicevano le mappe più che non le tabelle dell’Iss, quelle (poche, purtroppo, ma eloquentissime) con la distribuzione dei contagi per quartieri nelle grandi città, con le ZTL (Parioli a Roma, Crocetta e Centro a Torino, Magenta e Sempione a Milano) quasi risparmiate dal morbo e quelle periferiche (l’oltre raccordo anulare, le barriere, l’aldilà del cerchio dei viali) flagellate. Ora lo certifica anche il Censis, rivelando che ne è consapevole il 90,2% degli italiani.

L’epidemia ha scavato voragini negli strati popolari, sia sul piano del bios, nella nuda vita, considerata spesso vita di scarto, comandata al lavoro quando le fasce alte si difendevano col lockdown, costretta a elemosinare un posto sempre più raro in terapia intensiva mentre per gli altri c’era il reparto “Diamante” al San Raffaele; sia sul piano dell’oikos ovvero dell’”economia domestica” dove le misure anti-contagio (certo sacrosante) hanno operato con effetti inversamente proporzionali alla collocazione lungo la piramide sociale: tanto più duramente quanto più fragili erano le figure colpite. Gli occupati con funzioni manuali in settori esposti alla cassa integrazione e ai suoi meccanismi spesso lesionati da ritardi e decurtazioni, che se va bene si sono visti un reddito già risicato ulteriormente ridotto del 20 o 30%. O, più sotto, quelli che stan sospesi in settori industriali già in crisi prima della pandemia (e sono tanti), ora avviati a un “fine vita” lavorativa senza orizzonte. E poi giù giù, fino ai penultimi, i lavoratori marginali, le categorie deboli della manifattura e soprattutto dei servizi, quelli a tempo determinato, delle imprese piccole e piccolissime, che temono ad ogni scadenza la “discesa agli inferi della disoccupazione” (è già toccato a 400.000 di loro). E agli ultimi, i precari, quelli della “gig economy”, del lavoro a giornata (“casuale” lo chiama il Censis), del sommerso e del nero, quelli che, appunto, se non lavorano non mangiano perché non hanno cuscinetti di grasso messi da parte per i tempi difficili per la semplice ragione che non hanno mai vissuto ”tempi facili”. Se va bene ricorreranno al silver welfare offerto da nonni o genitori pensionati, altrimenti saranno soli a contendersi un reddito di cittadinanza benedetto ma avaro (da marzo a settembre 2020 582.485 individui in più vi hanno fatto ricorso, con una crescita del 22,8%, con buona pace dei non pochi oppositori di un istituto troppo spesso liquidato con la retorica “del divano”). Continua a leggere “L’”istinto di classe” del virus di Marco Revelli”

La lotta per la sopravvivenza dei riders di Città del Messico

testo Caterina Morbiato foto Stefano Morrone -tratto da Altreconomia 229

Fonte Americalatina

 

Quando indossa caschetto e borsone termico per lanciarsi nel traffico di Città del Messico, Saúl Gómez ha una parola stampata in mente: guerra. In bicicletta ha distribuito tacos, hamburger e pizze per quasi ognuna delle piattaforme digitali di food delivery che esistono nella capitale messicana. Ha anche assistito colleghi feriti e abbracciato le famiglie di quelli che invece non ce l’hanno fatta. Nel 2018, insieme a una manciata di altri riders, ha fondato Ni Un Repartidor Menos (Non un rider in meno): il primo collettivo messicano di lavoratori di applicazioni. Hanno deciso di organizzarsi dopo la morte di José Manuel Matias Flores, rider di 22 anni investito da un camion dopo aver lavorato per appena tre giorni per la  piattaforma UberEATS.

“Qui prendi la patente senza l’obbligo di fare l’esame di guida, gli automobilisti non sono sanzionati quando uccidono qualcuno e le piste ciclabili vengono fatte senza nessuna pianificazione”, dice Gómez per cui il lavoro di rider non può che coincidere con un atto belligerante: la lotta per la sopravvivenza in una metropoli governata dalle quattro ruote, attraversata da camion con rimorchio e in cui, secondo i dati della Segreteria di sicurezza cittadina, 372 persone hanno perso la vita in incidenti stradali o automobilistici durante il 2019.

In un contesto così aggressivo, una delle prime attività del collettivo è stata la pubblicazione del “Diario di Guerra”, un registro degli incidenti che coinvolgono i fattorini, e la costruzione di un database che raccoglie informazioni utili in caso di incidente: nome del fattorino, codice di registro nell’applicazione, telefono, gruppo sanguigno, allergie o malattie specifiche, contatti di emergenza. Con strumenti limitati ma radicati nel mutualismo, i membri del collettivo suppliscono all’assenza delle imprese e rivendicano il proprio diritto alla sicurezza sul lavoro.

La piattaforma digitale UberEATS è stata la prima ad approdare a Città del Messico. Era il 2016 e da allora la concorrenza non si è fatta aspettare. Nel giro di quattro anni le strade della capitale hanno cambiato volto: borsoni termici arancioni, rossi e neri si sono aggiunti a quelli verdi di UberEATS, simbolo di nuove e agguerrite piattaforme come la colombiana Rappi e la cinese Didi. Il moltiplicarsi delle applicazioni ha significato un aumento dei posti di lavoro ma anche il peggioramento delle condizioni per i riders che hanno visto diminuire sia la quantità di lavoro sia il guadagno per ogni consegna fatta.

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COVID-19 e la dipendenza globale dalla manodopera migrante a basso costo

Fonte Opendemocracy.net

La pandemia COVID-19 ha evidenziato la dipendenza strutturale del mondo dalla manodopera sfruttabile.

Randall Hansen
6 ottobre 2020

Nel novembre 2019, un funzionario del governo federale ha visitato la Munk School dell’Università di Toronto e ha chiesto alla sua facoltà di delineare le future minacce globali. Abbiamo parlato di disuguaglianza, fame, cambiamento climatico, servizi igienici e inquinamento da plastica, tra gli altri. Nessuno ha menzionato un microbo; una discussione sulla minaccia dell’immunità agli antibiotici è stata quanto di più vicina abbiamo avuto.

Quattro mesi dopo, tutti in quella stanza erano bloccati. COVID-19 ha colpito il mondo mentre un treno merci colpisce un’auto bloccata a un passaggio a livello. Il virus ha fatto a pezzi il ritmo della nostra vita quotidiana e riconfigurerà le nostre economie e la nostra politica.

Come esattamente lo farà non è chiaro, ma questo è certo: in tutto il mondo, gli standard di vita della classe media dipendono dal lavoro e – durante una pandemia globale – dalla morte di un esercito di lavoratori migranti a buon mercato. Il virus ha messo in luce questa dipendenza, ma non c’è nulla di nuovo al riguardo; è stata una caratteristica fondamentale del capitalismo nazionale e globale almeno dagli anni ’70. E, nonostante tutti i discorsi su un mondo nuovo e più giusto che emergerà dalle ceneri di COVID-19, la dipendenza del mondo dal lavoro a basso costo non sta andando da nessuna parte.

Il virus ha evidenziato la dipendenza strutturale del mondo da manodopera a basso costo e sfruttabile. Continua a leggere “COVID-19 e la dipendenza globale dalla manodopera migrante a basso costo”

Denuncia contro il presidente in stallo nelle mani di un pubblico ministero; l’approvazione può aumentare la pressione per andare avanti

L’Associazione brasiliana dei giuristi per la democrazia (ABJD) ha ottenuto il sostegno di 223 organizzazioni civili, partiti politici e movimenti sociali in Brasile, nella loro mozione contro il presidente Jair Bolsonaro presso la Corte penale internazionale (ICC).

Martedì scorso (11), il sostegno di queste entità è stato ufficialmente depositato presso il Tribunale, a sostegno delle accuse mosse contro il presidente, che chiedono la sua condanna per crimini contro l’umanità. Tra questi, la mozione menziona  l’esposizione di Bolsonaro di cittadini brasiliani al covid-19 , stimolando il contagio e la proliferazione del virus.

Fino ad ora, l’ICC non ha risposto ufficialmente al deposito dell’ABDJ, registrato il 3 aprile. La richiesta è in fase di stallo nelle mani del procuratore penale internazionale Fatou Bensouda, incaricato di analizzare il caso.

L’avvocato Ricardo Franco Pinto, che ha firmato il documento presentato dall’ABDJ, afferma che il sostegno di queste entità potrebbe fare pressioni sull’accusa per portare il caso in giudizio.

“Aiuta nel senso di una richiesta collettiva, in modo che i pubblici ministeri del tribunale che decidono se avviare o meno le indagini, vedano che non è  solo un’associazione a sostenere la mozione “, dice l’avvocato.

Secondo Franco, alcuni giuristi si rifiutano di ammettere che i crimini commessi da Bolsonaro saranno considerati punibili presso la Corte penale internazionale, un tribunale che per la maggior parte si occupa di crimini di guerra. Tuttavia, sottolinea che con un sostegno rafforzato, è possibile che questa nozione possa essere superata dai pubblici ministeri.

“Questo è un allarme, un grido di aiuto, è una necessità investigativa che viene  richiesta da tutta la società brasiliana , rappresentata da queste entità, che parlano a nome di una vasta schiera di brasiliani, immagino milioni di loro. Questa è la differenza principale, prima avevamo il supporto individuale, ora abbiamo il supporto collettivo ”, dice il giurista.

La mozione

La mozione presentata all’ICC elenca una serie di azioni che il presidente della Repubblica ha  intrapreso e difeso . Tra questi: i pronunciamenti che chiedono la fine dell’isolamento sociale e la riapertura dei servizi non essenziali, la campagna “Il Brasile Can’t Stop”; presenze a raduni politici e sedi commerciali, che hanno stimolato grandi assembramenti della popolazione, nonché un decreto presidenziale che ha consentito la riapertura di chiese e lotterie durante la pandemia.

Creato nel 2002 con il sostegno brasiliano, il Tribunale accusa e giudica esclusivamente individui accusati di promuovere genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e, dal 2018, crimini di aggressione. La CPI ha la giurisdizione per condannare all’interno del territorio brasiliano, visto che il Congresso nazionale ha approvato l’inclusione dello statuto della Corte nel sistema giudiziario del paese.

 

Brasile: la “grande sceneggiata”

Fonte Pressenza.com 

Con l’operazione militare Chamada de Verde Brasil 2, iniziata l’11 maggio scorso grazie a un decreto del Governo brasiliano guidato dal presidente Jair Bolsonaro,  sono stati messi sotto controllo dell’esercito l’Instituto Brasileiro de Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis(Ibama) e l’Instituto Chico Mendes de Conservação da Biodiversidade(ICMBio). Così, dopo che le agenzie ambientali brasiliane hanno subito con Bolsonaro una drastica riduzione del personale e del budget, con un forte impatto sulle loro operazioni di ispezione, ora perdono anche qualsiasi autonomia di azione nella lotta contro la deforestazione. Ma non solo! Individuato dal Governo come la via più veloce per risolvere i problemi ambientali, l’intervento dell’esercito si è dimostrato inconcludente fin dal primo mese e, nonostante ciò, il suo mandato è stato prorogato fino a fine luglio. L’obiettivo sbandierato da Bolsonaro di “tutelare con la forza” le risorse della foresta amazzonica, fino ad ora, non è stato raggiunto, anzi, al pari dell’emergenza per il Covid-19, per Greenpeace Brasil, “Dopo mesi di governo indifferente alla corrosione degli organismi di ispezione ambientale e al crimine forestale, la reazione di inviare le forze armate in Amazzonia in risposta ai più alti tassi di deforestazione negli ultimi anni sembra essere nient’altro che una grande sceneggiata”.

A metterlo nero su bianco a fine giugno è stato il documento “O desmatamento que o general não viu della ong ambientalista, che ha denunciato comeil Governo del presidente Bolsonaro e il Conselho Nacional da Amazônia, capeggiato dal vice-presidente e generale Hamilton Mourão, ignorino e tollerino sistematicamente la presenza di grandi aree deforestate. Le immagini satellitari a disposizione degli ambientalisti mostrano che tra gennaio e maggio di quest’anno sono comparse nella foresta amazzonica degli Stati di Amazonas, Mato Grosso e Pará nuove enormi radure che si estendono su aree che arrivano fino a 1.700 ettari. Per Greenpeace “Una distruzione che verrebbe facilmente interrotta se l’intelligenza e l’interesse reale del Governo fossero stati utilizzati sin dall’inizio per combattere i crimini ambientali e non per ingrassare i generali”. Con un costo mensile di 60 milioni di real, equivalente a quasi l’80% del bilancio annuale delle ispezioni dell’Ibama, queste operazioni non sono riuscite a contrastare la deforestazione dell’Amazzonia nei mesi precedenti la stagione degli incendi. Secondo Romulo Batista, coordinatore della Campanha Amazônia di Greenpeace Brasil, “con l’inizio della siccità e il fuoco che batte alle porte, il quadro che si sta disegnando non è solo catastrofico per il numero di alberi che cadranno a causa degli incendi, ma anche per il peggioramento della vulnerabilità delle popolazioni dell’Amazzonia verso il Covid -19”.

A quanto pare nel rivelare i risultati dell’azione delle forze armate in Amazzonia, il Governo ha gonfiato i dati dell’operazione militare Chamada de Verde Brasil e secondo un rapporto di Estadão, sono state conteggiate anche le informazioni di una mega operazione effettuata nel Pará un mese prima che i militari fossero inviati nella foresta. Una forzatura notata anche da Wwf-Brasil che denuncia come, “Le prestazioni delle forze armate in Amazzonia sono state classificate dagli ispettori Ibama come goffe, inesperte e persino malvagie”. Così, mentre all’inizio di giugno il generale Mourão aveva detto che a maggio la deforestazione era stata la più bassa degli ultimi anni, in realtà per Greenpeace oggi in Amazzonia si registra anche il livello di allerta sanitaria più alto degli ultimi anni, tanto che “il numero di bambini ricoverati in ospedale per problemi respiratori è raddoppiato nelle aree maggiormente colpite dagli incendi”. Secondo uno studio di Fundação Oswaldo Cruz (Fiocruz), a maggio e giugno 2019, ci sono stati circa 2.500 ricoveri al mese, in circa 100 comuni dell’Amazzonia: “Oggi, gli ospedali nella regione settentrionale sono già pieni. Nella prima settimana di maggio, c’è stato un aumento del 38,8% degli incendi rispetto allo stesso periodo del 2019. In altre parole, questa è un’equazione che ci mette di fronte a un quadro drammatico”, soprattutto perché gli inquinanti generati con i roghi possono percorrere grandi distanze e colpire città lontane da dove è scoppiato l’incendio.

Con queste premesse è difficile pensare che la catastrofe ambientale dovuta agli incendi vista l’anno scorso sarà minore nel 2020. A fine di giugno il Brasile ha segnato l’ennesimo record negativo con il maggior numero di incendi in Amazzonia da 13 anni a questa parte. Secondo l’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais(INPE), nel giugno 2020, in Amazzonia sono stati registrati 2.248 incendi, il numero più alto dal 2007, quando ce ne erano stati 3.517. Rispetto al giugno 2019, rappresenta un aumento del 19,57% ed è del 36% superiore alla media dei 10 anni precedenti con 1.651 incendi. Per Greenpeace “Dopotutto, il contenimento del collasso è nelle mani di un Governo che usa una falsa narrazione per inventare e migliorare le sue azioni per combattere la deforestazione ma che, in pratica, non è assolutamente in grado di combattere la distruzione del più grande bene comune di tutti i brasiliani: l’Amazzonia, e di proteggere la sua gente”. Come ben sappiamo gli incendi contribuiscono contemporaneamente alle crisi climatiche, della biodiversità e della salute che stiamo vivendo a livello mondiale e il Brasile dovrà fare molto di più se vuole fermarle, rafforzando gli organi di controllo, con piani permanenti e obiettivi chiari, e non con operazioni specifiche, costose e inefficienti.  Per Mauricio Voivodic, direttore esecutivo del Wwf-Barsil, “Il Governo può e deve prendere misure immediate, come il permesso di utilizzare il fuoco solo per gli usi tradizionali delle popolazioni autoctone, vietando invece la pratica per altri usi. L’assunzione di nuovi PrevFogo  del Sistema Nacional de Prevenção e Combate aos Incêndios Florestais è poi ancora agli inizi”. A quanto pare l’incapacità di governare della destra brasiliana non si limita alla gestione del Covid-19 e si è trasformata in una tragedia ambientale, sociale ed economica, oltre che sanitaria.

Alessandro Graziadei

Brasile, Covid-19: la nuova normalità del nuovo fascismo

foto Pressenza.com

Fonte : Pressenza.com

Autore Paolo D’Aprile

Lo sterminio deliberato di una comunità, un gruppo etnico, un popolo intero, per azione diretta od omissione di determinate azioni che potrebbero impedirlo, non fa più parte di una nefasta ipotesi, di un timore precoce determinato dalle parole proferite in comizi di piazza: lo sterminio genocida è la realtà che respiriamo ogni giorno. E adesso non più solamente attraverso le frasi mille volte usate durante la campagna elettorale come una promessa per risolvere i mali della nazione; ora quelle frasi sono divenute politica di governo, azione di Stato. L’autoritarismo fascistoide della nuova economia imposto da un mercato onnipresente, ci obbliga a leggere le statistiche e i numeri con la tipica indifferenza di chi ormai ha tutto si è abituato.

I mille morti al giorno… (in realtà 1200, 1300, 1400… ogni giorno, dai primi di maggio fino ad oggi) ormai sono una innocua nota a piè di pagina. E quando si fa menzione al termine “genocidio” non è certamente per banalizzare una parola che fa rabbrividire, ma per dire le cose come stanno veramente.

I documenti parlano chiaro: gli organi dello stesso ministero della salute, tre mesi fa avvisavano il nuovo ministro (il terzo dall’inizio della pandemia, un generale dell’esercito), sulla carenza delle sostanze necessarie alla fabbricazione dei medicinali fondamentali per il trattamento del Covid. E non solo: i documenti avvisavano la mancanza cronica di apparecchi e l’assenza di una logistica distributiva nel territorio nazionale di medicinali e materiali. I documenti arrivano alla stampa che incalza il ministro: “i responsabili della organizzazione sanitaria sono i singoli municipi e i singoli stati, non è il governo federale, né tanto meno il ministero della salute”.

I governatori di Stato implorano il governo affinché liberi quel settanta per cento di fondi destinati alla lotta contro il Covid, ancora immobilizzati nelle maglie burocratiche e che fino ad ora sono serviti per la compra e vendita dei voti parlamentari effettuata da Bolsonaro in modo da garantirsi l’appoggio del mondo politico alle sue azione governative. Niente. I governatori di Stato implorano, i sindaci implorano l’invio di fondi, apparecchi, medicine. Niente. Il ministro dice che non è compito suo. Arrangiatevi.

E così l’assenza di un piano generale, di un protocollo nazionale, di un comitato di crisi, l’insistenza a negare la pandemia, l’abbandono della popolazione alla propria sorte, si trasformano in azione/omissione con la finalità di sterminare fisicamente una popolazione indesiderabile. Se nelle periferie e nelle smisurate favelas urbane, tra la popolazione nera, il Covid ha una letalità tre volte maggiore, se questa popolazione che dipende esclusivamente dal servizio pubblico viene lasciata morire per la mancanza degli strumenti necessari alla cura, possiamo fare nostra la frase di Frei Betto: sì, in Brasile si sta consumando un genocidio. Continua a leggere “Brasile, Covid-19: la nuova normalità del nuovo fascismo”

Brasile. Nuova richiesta di impeachment nei confronti di Bolsonaro di Andrea Mencarelli – * * *

Una nuova richiesta di impeachment che accusa il Presidente Jair Bolsonaro di aver commesso reati di responsabilità è stata inviata questo martedì (14 luglio) al Presidente della Camera dei Deputati, Rodrigo Maia (DEM-RJ). Il documento di 133 pagine è supportato da nomi come il compositore Chico Buarque, lo scrittore Fernando Morais, l’ex calciatore Walter Casagrande, l’economista Bresser-Pereira e padre Júlio Lancellotti.

In un ampio elenco di presunti reati di responsabilità commessi dal presidente, la richiesta di impeachment cita gli attacchi contro la stampa, la presa di mira ideologica delle risorse audiovisive, la cattiva condotta in campo ambientale e il mancato intervento del governo durante l’epidemia di Covid-19.

Le politiche sanitarie sono state gravemente influenzate dalle azioni criminali di Jair Bolsonaro. Oltre alla disarticolazione del Sistema sanitario unificato (SUS), già in fase di attuazione nel primo anno di gestione, la pandemia di Covid-19 ha aperto il disprezzo dell’attuale governo per la tutela della salute della popolazione”, si legge nel testo.

Il documento ha l’adesione delle seguenti organizzazioni politiche, sociali e sindacali: Central Única dos Trabalhadores (CUT), Movimento Negro Unificado (MNU), União Nacional dos Estudantes (UNE), Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (Apib), ISA – Instituto Socioambiental, Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST), Associação Brasileira de Lésbicas, Gays, Bissexuais, Travestis, Transexuais e Intersexos (ABGLT) e Associação Brasileira de Juristas pela Democracia (ABJD).

L’iniziativa prevede la sospensione delle funzioni presidenziali di Bolsonaro e la sua sottoposizione al processo di impeachment, per essere rimosso dall’incarico e perdere il diritto di esercitare le funzioni pubbliche. Di seguito il comunicato sottoscritto da Deborah Duprat, Iago Montalvão, João Pedro Stedile, Mauro Menezes e Sérgio Nobre, pubblicato dal Folha de Sao Paulo.

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Dal suo insediamento, il Presidente della Repubblica Jair Bolsonaro ha praticato successivi e gravi affronti al testo della Costituzione federale. Oltre a commettere trasgressioni di natura istituzionale, a mettere in pericolo la democrazia, la buona convivenza tra i poteri e l’armonia della Federazione, Bolsonaro agisce anche contro l’integrità dei diritti individuali e sociali. Il suo governo sponsorizza la demolizione della credibilità internazionale del Paese e nega le condizioni minime per garantire la sovranità nazionale.

Tutto ciò configura la sua incidenza in diversi reati di responsabilità, previsti dalla legge, che ci ha portato a presentare alla Camera dei Rappresentanti, martedì 14 luglio 2020, la richiesta popolare di impeachment presidenziale. La petizione è firmata da centinaia di organizzazioni della società civile, sindacati e movimenti popolari.

La petizione che abbiamo firmato porta la rappresentatività delle forze popolari impegnate nelle numerose lotte sociali del nostro Paese e si aggiunge ad altre già presentate dopo l’insediamento di Bolsonaro.

Il ripetersi di queste richieste coincide, non a caso, con la pandemia di Covid-19 nel Paese. Sotto la guida sbagliata e irresponsabile dell’attuale presidente, il governo federale ha disprezzato le conoscenze scientifiche e sabotato gli sforzi della società e delle autorità di altre sfere di governo per combattere la pandemia. Questo quadro di negligenza e di disorganizzazione amministrativa ha seriamente danneggiato le azioni per combattere la più grave crisi sanitaria della nostra storia.

La responsabilità personale di Jair Bolsonaro negli oltre 1,8 milioni di casi e 70.000 morti di Covid-19 registrati finora nel paese è indiscutibile. Questo da solo è motivo sufficiente perché il Congresso nazionale assuma il suo dovere costituzionale e, in nome della difesa della vita del popolo brasiliano, interrompa il mandato di Bolsonaro.

Tuttavia, il repertorio dei reati di responsabilità sta crescendo praticamente in tutti i settori del governo federale.

Le agenzie ambientali, sotto gli ordini del presidente, sono ora dirette con l’obiettivo dichiarato di indebolire le ispezioni e di sostenere la distruzione e i crimini ambientali. I programmi di sostegno alla produzione dell’agricoltura familiare e la promozione di un’equa distribuzione della terra nel paese sono stati completamente svuotati. Il governo agisce per legalizzare l’occupazione irregolare di terreni pubblici (“land grabbing”), e ha anche proposto un provvedimento provvisorio a tal fine.

La popolazione indigena e i popoli e le comunità tradizionali, che hanno fatto riconoscere i loro diritti storici nella Costituzione, sono oggetto di odiose persecuzioni e ostilità, proprio da parte degli organismi che dovrebbero garantirne la protezione. La promozione dell’uguaglianza razziale è stata sostituita dalla negazione del razzismo, accompagnata da un aumento della violenza contro la popolazione nera, praticata principalmente dalle forze di Stato.

Il prestigio laico della politica estera brasiliana, zelante per la cooperazione e la promozione della pace tra le nazioni, è stato sprecato di fronte alla vergognosa subordinazione agli interessi degli Stati Uniti e all’ingiustificabile aggressività contro le nazioni vicine e storicamente amiche. Non esiste un progetto per lo sviluppo dell’istruzione e i ministri si succedono tra incompetenza amministrativa e disordini ideologici.

La politica culturale viene assurdamente erosa e il patrimonio culturale e storico nazionale è minacciato dal taglio delle risorse e dalla sostituzione del personale tecnico con indicazioni politiche. La libertà di espressione e di stampa è vittima di attacchi quotidiani, mentre il presidente usa le risorse del governo a beneficio dei suoi alleati nella comunicazione e nei media.

Il deterioramento dei diritti dei lavoratori è sorprendente. La politica di valorizzazione del salario minimo, in vigore da circa quindici anni, è stata chiusa ed il Ministero del Lavoro è stato rimosso. L’ispezione delle condizioni degradanti e opprimenti per i lavoratori lotta per sopravvivere, di fronte ai ripetuti attacchi del governo per indebolirlo.

Questi crimini di responsabilità massimizzano la tragica condotta della politica macroeconomica brasiliana, che ha prodotto il fomento della disuguaglianza, della miseria e della contrazione dell’economia nazionale. Il Presidente della Repubblica è in gran parte responsabile della profondità della crisi sanitaria ed economica in cui il Paese è immerso.

Tutto ciò ci porta alla logica conclusione che il Brasile non troverà una via d’uscita da questa situazione con la continuità del governo di un presidente incapace di onorare il giuramento di rispetto della Costituzione. Il processo di impeachment fornisce l’indispensabile regolamento dei conti di fronte a questa dura realtà. I reati di responsabilità sono chiaramente evidenti. E la denuncia sostenuta dai movimenti sociali e popolari segnala che la pazienza del popolo brasiliano si è esaurita.

Mauro de Azevedo Menezes, avvocato, ex presidente della Commissione Etica Pubblica della Presidenza della Repubblica (2016-2018) e Master in Diritto Pubblico dell’UFPE e membro deel’Associazione brasiliana dei giuristi per la democrazia

Deborah Duprat, Vice Procuratore Generale della Repubblica in pensione

Iago Montalvão, Presidente dell’UNE (Unione Nazionale Studenti)

João Pedro Stédile, membro del coordinamento nazionale del MST (Movimento dei lavoratori rurali senza terra)

Sérgio Nobre, Presidente della CUT (Central Única dos Trabalhadores)

Ignoranze pericolose

il riposo del mimo

Per le vie di Berlino – Photostreet – foto di gierre 

 

di Franco DiGiangirolamo 

Non c’è dubbio che i decessi (di o da) Covid sono un argomento che si tratta malvolentieri. Se mi soffermo è perchè le conclusioni della Commissione Regionale Lombarda sul caso Trivulzio, il frasario che ha imperversato sui social e le tesi del capo della AfD,partito di destra con non pochi deputati nel Bundestag, hanno provocato un cortocircuito nei miei pochi neuroni funzionanti, al punto che “se non mi sfogo in qualche modo, scoppio“.
L’affermazione della Commissione secondo la quale il coronavirus avrebbe accelerato per alcuni pazienti processi degenerativi già in stato avanzato, ancorchè basata su una verità incontestabile, la classificherei tra le scoperte inutili che, tuttavia, se vengono strombazzate con la delicatezza di un rinoceronte, alludono ad una deresponsabilizzazione del virus nei confronti di una persona che era già incamminata verso “l’al di là.“. Non so se si voleva manifestare un intento “consolatorio“, ma sono convinto che l’affermazione, oltre che inutile, nella sua ridondanza si è manifestata, purtroppo, anche dannosa.Vorrei
annoverare questo caso, mettendolo da parte, nel quadro del modello comunicativo sulla crisi pandemica che i posteri avranno modo di valutare freddamente e che io trovo (ma guai a dirlo !!) uno dei punti più critici della gestione politica italiana della Pandemia.

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Viveiros De Castro: in Brasile sta avvenendo un genocidio

Mentre il Brasile sta diventando uno dei principali epicentri della pandemia Covid-19, l’antropologo Eduardo Viveiros De Castro lancia un grido d’allarme sugli effetti devastanti della politica del presidente Jair Bolsonaro. E ci parla di come la pandemia ci renda tutti “indigeni”, espropriati delle nostre terre e dei nostri corpi.

Mentre traducevamo questa importante intervista all’antropologo brasiliano Eduardo Viveiros de Castro, una nuova sorprendente notizia è arrivata dal Brasile. L’entourage del presidente Bolsonaro è coinvolto in una nuova inchiesta, con un’accusa senza precedenti : quella di aver costituito un’organizzazione finalizzata alla sistematica falsificazione delle notizie. Ci sembra che le pagine che seguono possano essere molto importanti per comprendere il contesto nel quale queste accuse emergono e lo scontro istituzionale oggi in atto in Brasile. Al di là di questo aspetto, di grande interesse è anche l’interpretazione più generale della crisi del Covid-19 proposta da Viveiros de Castro. Un paese complesso come il Brasile incarna infatti con molta facilità tendenze che sono oggi assolutamente globali, soprattutto per quello che riguarda la gestione della crisi da parte dell’estrema destra mondiale e la sua connessione con lo scenario dell’Antropocene [ndt]

 

Lei è confinato da due mesi in campagna, nei dintorni di Rio de Janeiro, dove insegna abitualmente all’Università federale. Qual è la situazione in Brasile?

Eduardo Viveiros de Castro: La situazione è catastrofica e peggiora di giorno in giorno. Toccato più tardi degli altri, il Brasile sta diventando l’epicentro della pandemia.  Ufficialmente, ci sarebbero a oggi 250.000 contagi e 17.000 decessi (al 19/5, ndt), Ma, secondo vari studi indipendenti, i contagi sarebbero da 2 a 3,5 milioni, uno dei tassi di contagio più elevati al mondo, e il numero delle vittime potrebbe elevarsi a circa 200.000 nel giro di qualche mese. Tuttavia, il Presidente della Repubblica insiste nel suo atteggiamento negazionista, opponendosi alle misure di distanziamento fisico e lockdown  decise dai sindaci e dai governatori degli Stati e incitando i suoi sostenitori a metterle in questione. Tutto ciò mentre il personale della sanità lotta eroicamente  contro l’epidemia. La situazione è davvero spaventosa.

 

Ciò che sta accadendo in Brasile – e lo dico cosciente del peso di queste parole – è un genocidio: un genocidio per negligenza o incompetenza nel caso di alcuni funzionari, un genocidio invece deliberato nel caso di altri.

 

Questo perché il governo di Bolsonaro sarebbe ben contento di potersi sbarazzare non solo degli indigeni – che resistono ai suoi progetti di sfruttamento dell’Amazzonia – ma anche di una parte della popolazione povera, quella che non avrà più accesso alle cure quando il sistema di salute sarà saturo. L’epidemia è destinata ad avere lo stesso effetto di una pulizia etnica per coloro che dipendono dell’assistenza pubblica. È terribile da dire, ma in Brasile, lo Stato è un alleato della pandemia. Senza contare la crisi economica, con la nostra moneta, il Real, in caduta libera. Ci troviamo in una perfect storm: una pandemia, una crisi economica mondiale, dei dirigenti politici mostruosi!

 

Gianluigi Gurgigno, Rio de Janerio, elezioni ottobre 2018

 

I ministri della Sanità sono stati licenziati o hanno dato le dimissioni. E il presidente Jair Bolsonaro è arrivato perfino a dire che siamo davanti a un «complotto internazionale per utilizzare la pandemia e instaurare il comunismo»…

Se almeno potessimo riderci su, ma non abbiamo nemmeno questa possibilità, tanto la situazione è tragica. Bolsonaro è un uomo sull’orlo della psicopatia, un pericolo pubblico. Basta guardare il suo mentore, l’ideologo Olavo de Carvalho, un astrologo-filosofo intriso di anticomunismo delirante che vive negli Stati Uniti, in Virginia, da dove lancia affermazioni pazzesche a milioni di followers su YouTube. Questo è il nuovo Rasputin del Brasile! Continua a leggere “Viveiros De Castro: in Brasile sta avvenendo un genocidio”

La crisi del Coronavirus e le conseguenze per le politiche europee

FONTE TRANSFORM-ITALIA.IT

Preambolo

La crisi sanitaria che il mondo sta affrontando alza il velo sui di una crisi strutturale già esistente e che il Partito della Sinistra Europea (PGE) non ha cessato di denunciare. Il Partito della Sinistra Europea si è assunto il compito di proporre un modello alternativo per questa Europa a seguito della diffusione del Covid-19. Per questo, è stata creata una piattaforma e stiamo lavorando molto attivamente per svilupparla, il più rapidamente e nel miglior modo possibile, concentrandoci non solo sulle soluzioni all’attuale crisi, ma anche in una prospettiva a lungo termine, per una trasformazione della economica in senso pubblico, sociale ed ecologico. È importante ripensare il ruolo delle istituzioni europee e globali, garantire investimenti nella direzione di un nuovo patto verde e sociale, proteggere i lavoratori e promuovere un futuro centrato sui bisogni umani e non solo sul profitto.

La situazione causata dalla pandemia di COVID-19 sta sconvolgendo tutta l’umanità. Quasi tutti i paesi hanno adottato misure drastiche per evitare la contrazione della malattia e contenere la pandemia. Tutti gli sforzi possibili devono, in effetti, essere fatti per proteggere la popolazione. Tali misure richiedono un coordinamento. Ma manca ancora un efficace coordinamento europeo da parte delle sue istituzioni, così come una risposta globale. In questo modo, i paesi più colpiti vengono lasciati a se stessi. Il rischio è quindi che il Patto di stabilità limiti la solidarietà tra i paesi di fronte alla crisi economica, portando a una dicotomia tra paesi privilegiati e paesi già colpiti dall’austerità in passato.

La diffusione del virus COVID-19 ha anche conseguenze significative per l’economia: accelera la globalizzazione neoliberista come modello egemonico della società e, quindi, il processo di ristrutturazione del capitalismo. La pandemia di coronavirus è una chiara prova del fallimento del modello economico e sociale neoliberale dominante. A causa della politica di austerità neoliberista perseguita attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici, i sistemi sanitari non sono in grado di soddisfare le esigenze della popolazione durante una pandemia.

Il Partito della Sinistra Europea chiede misure immediate per combattere le conseguenze della crisi e un cambiamento radicale della politica, aprendo una nuova strada per lo sviluppo della società, ponendo al centro le persone.

E’ necessario agire globalmente su cinque assi: tutto deve essere fatto per proteggere la popolazione. È urgente una trasformazione dell’economia in direzione pubblica, ambientale e sociale. Le istituzioni e i diritti democratici non devono essere messi a repentaglio dalle misure adottate per combattere la crisi: al contrario, in questi tempi difficili, la democrazia e i diritti civili devono essere difesi ed estesi. Non esiste altra risposta che la solidarietà internazionale di fronte alla dimensione globale della crisi: ora è il momento di una nuova iniziativa sul disarmo e di una politica di distensione.

Protezione della popolazione

Tutti gli sforzi possibili devono essere fatti per il miglior funzionamento dei sistemi sanitari. Abbiamo bisogno di risorse aggiuntive per i sistemi di sanità pubblica, nonché di una convergenza di standard in tutti i paesi in termini di personale, strutture e attrezzature negli ospedali pubblici e nei sistemi di prevenzione, nonché ‘un aumento della capacità produttiva degli strumenti di protezione della salute. È inoltre indispensabile disporre di servizi pubblici europei su tutto il continente che siano efficienti e coordinati con il resto del mondo. Chiediamo la creazione immediata di un fondo sanitario europeo finanziato tramite la BCE con titoli centenari non negoziabili sui mercati e la possibilità di ottenere più servizi pubblici abolendo il Patto di stabilità e crescita.

Sia socialmente che economicamente, le persone hanno bisogno di protezione. Migliaia di lavoratori e lavoratori sono a rischio di perdere il lavoro e il reddito, e molti li hanno già persi. Il virus colpisce i più deboli nel modo più brutale: le persone più colpite sono quelle che lavorano in condizioni precarie, mal pagate in particolare per il personale delle pulizie e coloro che fanno lavori di cura.

I governi di tutta Europa chiedono il telelavoro, ma questo non si applica a tutti, e in troppi casi è un privilegio. I lavoratori dei servizi essenziali o delle catene di produzione essenziali la cui presenza è richiesta sul posto di lavoro devono essere garantiti e protetti dalla diffusione del virus.

Chiediamo l’adozione di un piano di salvataggio economico per i lavoratori e le loro famiglie, compresi tutti i lavoratori precari, i disoccupati e privi di documenti, i migranti e i rifugiati o simili. In caso di perdita di reddito, è necessaria una compensazione finanziaria. Gli affitti e i mutui dovrebbero essere sospesi per coloro che non possono permetterseli a causa della perdita di reddito. Ci opponiamo a qualsiasi tentativo di peggiorare le condizioni di lavoro, come la sospensione dei contratti collettivi e la riduzione dei diritti dei lavoratori. I sistemi di protezione sociale, salari e pensioni dovrebbero essere adattati al massimo livello che abbiamo in Europa.

Le donne sono principalmente colpite da condizioni di lavoro precarie, in particolare babysitter, cassiere o governanti. La situazione delle donne migranti è particolarmente dura, nei campi o nei paesi in cui sono arrivate. Le donne non dovrebbero pagare il prezzo più alto per questa crisi: abbiamo bisogno di un piano concreto incentrato sulla protezione di tutte le donne (lavoratrici, disoccupate, migranti), specialmente quando sono vittime di violenza (in particolare di violenza domestica).

Ci opponiamo fermamente alla pressione esercitata dal mondo economico e industriale sui decisori affinché mettano fine alle misure di contenimento e riaprano le produzioni non essenziali senza garantire le condizioni di base della sicurezza dei lavoratori al fine di evitare l’aumento del contagio.

Abbiamo bisogno di un’azione urgente non solo per le grandi aziende, ma in particolare per le piccole e medie imprese e i lavoratori autonomi. Il sostegno finanziario per le imprese dovrebbe mirare a mantenere posti di lavoro, rispettando salari, orari e oneri Al fine di far fronte ai problemi di ridefinizione della produzione, va incoraggiata la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Recupero economico e trasformazione ecologica e sociale

Come misura immediata, abbiamo bisogno di maggiori investimenti nei servizi pubblici. Fin dall’inizio, dobbiamo porre fine alle politiche di austerità abbandonando l’intero Patto di stabilità e crescita. L’Europa deve abbandonare questo strumento, che è stato utilizzato per imporre l’austerità alla spesa pubblica, minando in tal modo l’assistenza sanitaria e altri servizi pubblici a danno delle persone che, di conseguenza, oggi soffrono nella crisi del coronavirus.

La Banca centrale europea (BCE) dovrebbe essere lo strumento per garantire oggi le enormi risorse necessarie per affrontare l’immensa emergenza sociale, economica e medica.

I soldi della BCE dovrebbero essere utilizzati per aiutare le persone a uscire dall’emergenza sanitaria e per combattere le conseguenze della crisi, non per mantenere il tasso di rendimento del capitale. La BCE deve assumersi la sua responsabilità per lo sviluppo economico e adottare tutte le misure necessarie per evitare speculazioni finanziarie. Questo è un prerequisito per garantire il coordinamento delle azioni nazionali e l’istituzione di un solido sistema di solidarietà per affrontare la crisi del coronavirus. La BCE e le banche nazionali dovrebbero essere utilizzate per aumentare la spesa per i servizi sociali e proteggere la popolazione. Inoltre la BCE deve finanziare un piano di investimenti europeo in grado di favorire l’occupazione e garantire un’evoluzione del modello ambientale e sociale della produzione e dell’economia. Abbiamo bisogno di un programma per ricostruire le capacità produttive, incluso la ricollocazione di industrie strategiche. Chiediamo un fondo di stimolo europeo, finanziato da obbligazioni emesse dal fondo stesso o dalla Banca europea per gli investimenti e acquisite dalla BCE. Allo stesso tempo, il meccanismo europeo di stabilità (MES), che rappresenta un modo inutile e dannoso di intervenire nei bilanci pubblici dei diversi paesi europei, dovrebbe essere abolito.

La Corte costituzionale tedesca ha messo in discussione le competenze della BCE e della Corte di giustizia dell’Unione europea e ignora i requisiti economici di cui abbiamo bisogno per lo sviluppo europeo. La sua decisione rappresenta per noi solo l’altra medaglia dell’austerità e del progetto neoliberista. La sua funzione è di scoraggiare ed evitare azioni di solidarietà e di minare la strada verso qualsiasi progetto di Europa sociale.

Proponiamo una moratoria generale sui debiti pubblici. I debiti detenuti dalla BCE dovrebbero essere cancellati. Inoltre, stiamo proponendo una conferenza europea sulla cancellazione della parte illegittima dei debiti pubblici e una discussione aperta sui criteri per la classificazione del debito.

Questa crisi COVID-19 mostra che il mercato non soddisfa affatto le esigenze dei cittadini. Non è nemmeno in grado di fornire il minimo necessario per la vita. Vogliamo rilanciare il ruolo pubblico, perso durante il periodo di privatizzazione, in tutti i settori: sistema creditizio, produzioni strategiche, sistema di ricerca e servizi. Abbiamo bisogno di un modello economico incentrato sul benessere pubblico e l’immenso accumulo di capitali da parte di pochi deve essere fermato. Per il maggior numero, non solo per pochi! (“Per molti, non solo per pochi!).

Il finanziamento dell’aumento della spesa sociale e gli investimenti nella riconversione del settore richiedono una politica di giustizia fiscale: chiediamo un nuovo modello di riscossione delle imposte che tassi le grandi fonti di capitale e ricchezza, sulla base criteri di progressività fiscale e che pone fine ai paradisi fiscali all’interno e all’esterno dell’UE. È necessaria una tassa su GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) e NATU (Netflix, Airbnb, Tesla, Uber).

La crisi fornisce ragioni sufficienti per mettere in discussione il nostro modello socioeconomico e cambiare radicalmente la politica. È necessario un profondo cambiamento, perché affrontiamo enormi sfide ecologiche come il cambiamento climatico, che ha gravi conseguenze sociali. Per la sinistra, il legame tra requisiti ecologici e bisogni sociali è cruciale. Abbiamo bisogno di una transizione nel settore verde. Tuttavia, abbiamo anche l’obbligo di proteggere i lavoratori e i dipendenti interessati da questo processo.

Il concetto di “giusta transizione” promosso dalla Confederazione internazionale dei sindacati ( CIS) intreccia transizione ecologica e protezione sociale. È necessaria una nuova politica industriale che includa concetti innovativi in ​​materia di energia e mobilità. Abbiamo bisogno di un piano di riconversione ambientale e sociale per l’economia che garantisca una piena e buona occupazione e protegga i diritti di tutti, a cominciare dalla parità di genere. Dal punto di vista di sinistra, una nuova politica industriale deve includere la partecipazione diretta dei lavoratori e, pertanto, andare di pari passo con la democrazia economica.

Democrazia

Il Partito della Sinistra Europea ritiene che la crisi COVID-19 possa minacciare le democrazie e il rischio che un’azione irresponsabile porti all’emergere dell’estrema destra e alla sua retorica della totale non solidarietà. Contro i tentativi di sfruttare la situazione di emergenza per limitare o sospendere i nostri diritti, Il Partito della Sinistra europea difende la democrazia e le sue istituzioni. Ad esempio, i parlamenti dovrebbero rimanere in carica e non essere sospesi, come nel caso dell’Ungheria. Sappiamo che sono necessarie misure molto severe per contenere la pandemia. Ma dobbiamo essere vigili e garantire che le restrizioni alla libertà ritenute necessarie per fermare la progressione della pandemia rimangano misure eccezionali.

Il PSE respinge anche fortemente ogni tentativo di abuso della pandemia di coronavirus per demagogia xenofoba o nazionalista.

Disarmo e pace

L’impegno incondizionato per la pace e il disarmo è uno degli elementi essenziali della politica di sinistra. Senza pace, non c’è futuro per l’umanità.

L’emergenza del coronavirus deve essere vista come un’opportunità per riportare il disarmo e la pace al centro della elaborazione politica. Le spese militari devono essere notevolmente ridotte a favore dell’assistenza sanitaria e della soddisfazione dei bisogni sociali. È tempo di prendere l’iniziativa per una nuova politica di distensione.

La manovra di guerra “Defender” fu interrotta dall’epidemia di coronavirus, ma non fu completamente cancellata. Pertanto, dobbiamo continuare e intensificare la nostra resistenza contro questi pericolosi esercizi militari. La NATO non è un’organizzazione che difende gli interessi degli europei. Con le sue attività aggressive, è un’organizzazione pericolosa. La NATO deve essere sciolta a favore di un nuovo sistema di sicurezza collettiva, che comprende anche la Russia.

Solidarietà europea e internazionale

Abbiamo bisogno di un’uscita sociale dalla crisi che vada oltre l’attuale modello di integrazione europea. Il nostro obiettivo è un’uscita sociale dalla crisi. Per fare ciò, ogni proposta deve includere diversi componenti:

– La nuova integrazione internazionale dell’Europa dovrà diversificare le sue relazioni internazionali con relazioni commerciali eque basate sul reciproco vantaggio e non sulla concorrenza a scopo di lucro.

– Sosteniamo la promozione di un processo di cooperazione paneuropea tra cui la Russia.

– Lo sviluppo di un modello di Stati socialmente avanzati caratterizzato da solidarietà e cooperazione “orizzontali”, con un programma di ricostruzione produttiva e sostenibile volto a raggiungere la sovranità alimentare attraverso un maggiore sostegno e innovazione per ‘Agricoltura.

– Sostegno all’OMS, in particolare finanziariamente, per svolgere un ruolo più efficace in tali crisi.

– La difesa delle Nazioni Unite minacciata dall’amministrazione degli Stati Uniti nell’interesse del multilateralismo.

– Non è solo un compito per l’Europa ma per il mondo intero. I paesi del sud hanno bisogno di un sostegno finanziario per proteggere le loro popolazioni e migliorare i loro sistemi sanitari.

Dobbiamo garantire che i rifugiati e i migranti siano trattati in conformità con il diritto internazionale ed europeo, che i loro diritti umani e civili siano pienamente rispettati e che la loro vita non sia minacciata dalla detenzione illegale , respingimenti, espulsioni nascoste al pubblico, o per mancanza di assistenza sanitaria, alloggio inadeguato, condizioni di vita inaccettabili, reazioni razziste e xenofobe, sfruttamenti, discorsi o atti di odio di violenza. Dobbiamo concentrarci sulla loro buona istruzione, sulle opportunità di lavoro dignitose e paritarie, sul loro sviluppo personale e sulla loro integrazione sociale.

– Avviare una risposta umanitaria alla situazione di milioni di esseri umani in tutto il mondo che devono lasciare le loro case per sfuggire alla povertà, alla fame, alle malattie e alla guerra e che ora vedranno peggiorare la loro situazione.

– Il mondo deve rimanere unito e la chiave per superare la crisi è la solidarietà internazionale. Vi è una particolare necessità di rafforzare la solidarietà con i popoli del Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina, che sono maggiormente a rischio di essere gravemente colpiti dalla pandemia di COVID-19.

– Sottolineiamo un nuovo accento da porsi sui principi culturali e fondato su valori che consentano il pieno sviluppo dell’essere umano in una società egualitaria ed ecologicamente protetta.

In questa prospettiva, il Partito della Sinistra europea invita tutte le organizzazioni delle forze progressiste, ecologiche e di sinistra, e in particolare quelle che partecipano al Forum europeo, a lavorare insieme per sviluppare una risposta progressiva comune all’attuale crisi nell’interesse delle persone.

Distopia high-tech: la ricetta che si sta sviluppando a New York per il post-coronavirus. Di Naomi Klein

Fonte La Vaca

In questo articolo rivelatore di The Interccept, la giornalista canadese Naomi Klein analizza la firma dell’ex CEO di Google Eric Schmidt a capo di una commissione per “reimmaginare la realtà post-Covid” a New York dove, dice, inizia a prendere forma un futuro dominato dall’associazione degli Stati con gli Stati Uniti. Giganti della tecnologia: “Ma le ambizioni vanno ben oltre i confini di qualsiasi stato o paese”. Klein definisce una Dottrina di Pandemic Shock, che definisce la Nuova Alleanza o New Screen Deal. Pone il chiaro e semplice rischio che questa politica aziendale minacci di distruggere il sistema educativo e sanitario. Tracciamento dei dati, commercio senza contanti, telehealth, scuola virtuale e persino palestre e carceri, parte di una proposta “senza contatto e altamente redditizia”. Quarantena come laboratorio dal vivo, uno “specchio nero” e l’accelerazione di questa distopia dal coronavirus: “Ora, in un contesto straziante di morte di massa, ci viene venduta la dubbia promessa che queste tecnologie sono l’unico modo possibile per proteggere la nostra vita da una pandemia ” Quali sono i (sempre) dubbi e come, sotto il pretesto dell’intelligenza artificiale, le corporazioni lottano di nuovo per il potere di controllare le vite.(Tradotto da Agencia Lavaca.org).

Di Naomi Klein per The Intercept

Eric Schmidt, un dirigente di Google, era stato osservato dal governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo.

Durante il briefing quotidiano sul coronavirus del Governatore di New York Andrew Mercoledì, la triste smorfia che ha riempito i nostri schermi per settimane è stata brevemente sostituita da qualcosa di simile a un sorriso.

L’ispirazione per queste vibrazioni insolitamente buone è stata un contatto video dell’ex CEO di Google Eric Schmidt, che si è unito al briefing del governatore per annunciare che sarà a capo di una commissione per reinventare la realtà post-Covid dello Stato di New York , con enfasi integrare in modo permanente la tecnologia in tutti gli aspetti della vita civile.

“Le prime priorità di ciò che stiamo cercando di fare”, ha affermato Schmidt, “sono incentrate sulla telehealth, sull’apprendimento remoto e sulla banda larga … Dobbiamo trovare soluzioni che possano essere presentate ora e accelerare l’uso della tecnologia per migliorare le cose”. Per non dubitare che gli obiettivi dell’ex CEO di Google fossero puramente benevoli, il suo background video presentava un paio di ali d’angelo d’oro incorniciate. Continua a leggere “Distopia high-tech: la ricetta che si sta sviluppando a New York per il post-coronavirus. Di Naomi Klein”

Brasile nel caos: Bolsonaro costringe alle dimissioni il ministro della salute. E’ il secondo in un mese…

FONTE RAWAIADUNA 

 

Nelson Teich, nominato ministro della salute in Brasile appena un mese fa, ha deciso di mollare. In meno di un mese è stato di fatto esautorato ogni giorno dal suo presidente della Repubblica, un Jair Bolsonaro oramai trasformatosi nel nemico numero uno al mondo di tutto ciò che è scienza e di ogni politica di serio contenimento dell’epidemia di coronavirus nel gigante sudamericano.

Gli ospedali sono al collasso, le cifre ufficiali, bugiarde visto il limitato numero di tamponi per scoprire gli infetti e il non censimento della povera gente morta a casa senza alcuna assistenza, fanno del Brasile il paese più infetto dell’area e tra poco del mondo intero. La risposta di Bolsonaro a questa immane tragedia è stata ed è di un cinismo senza limiti. Il coronavirus è una banale influenza, chiudersi in casa è da vigliacchi, usate la clorochina sempre, nonostante più ricerche abbiano attestato l’alta tossicità di questo medicinale che in ogni caso non è né cura né prevenzione.

Prima di Teich, era stato costretto alle dimissioni Luis Mandetta. Mentre l’allora ministro della salute e la gran parte dei governatori spingevano per misure di contenimento e lockdown, Bolsonaro convocava manifestazioni dei suoi sostenitori, bollava di “comunisti” chiunque volesse tenere la gente a casa, incitava i suoi “patrioti” a rivoltarsi contro le istituzioni “traditrici”. Praticamente li invitava al golpe.

Di fronte a questo caos sanitario, al collasso democratico in corso, molti paesi stanno richiamando il personale delle loro ambasciate. Nella comunità internazionale si parla oramai chiaramente di “rischio Bolsonaro”.

” Bolsonaro non vuole un medico ad aver cura della salute dei brasiliani. Vuole un fanatico, un ciarlatano. O un militare che obbedisca, senza pensare, ai suoi ordini. Due ministri della salute dimessi in piena pandemia non rappresentano solo un segnale di incompetenza. Siamo di fronte a un crimine, ad un tentativo di omicidio contro la nostra nazione”, dichiara un esponente politico di opposizione mentre tanti altri, quasi un coro, lanciano un disperato “si salvi chi può”.

Amarissime, a tal proposito, le parole di Luis Mandetta, ex ministro della salute: ” Non ci resta che sperare in Dio”.

silvestro montanaro

Edgar Morin: sull’epidemia

“Questa crisi dovrebbe aprire le nostre menti a lungo confinate sull’im­mediato”. Per il sociologo e filosofo francese, 99 anni, la corsa alla redditività e le carenze nel nostro modo di pensare sono responsabili di innumerevoli catastrofi umane causate dalla pandemia di Covid-19. Nato nel 1921, ex combattente della resistenza, sociologo e filosofo, pensatore interdisciplinare e indisciplinato, dottore honoris causa di 34 università in tutto il mondo, Edgar Morin dal 17 marzo è confinato nel suo appartamento a Montpellier con sua moglie, la sociologa Sabah Abouessalam. È da rue Jean-Jacques-Rousseau, dove risiede, che l’autore di La Voie (2011) e Terre-Patrie (1993), e che ha recentemente pubblicato Les Souvenirs viennent à ma rencontre (Fayard, 2019), un’opera di oltre 700 pagine in cui l’intellettuale ricorda in profondità le storie e gli incontri più forti della sua esistenza, ridefinisce un nuovo contratto sociale, si impegna in alcune confessioni e analizza una crisi globale che – dice – lo “stimola enormemente”.

 

A cura di Nicolas Truong

 

 

La pandemia, dovuta a questa forma di coronavirus, era prevedibile?

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Noam Chomsky e la crisi causata dal Covid-19: siamo di fronte a un altro errore colossale del capitalismo neoliberista

foto wikipedia

FONTE PRESSENZA.COM

Il filosofo e linguista statunitense ha criticato con toni molto duri la gestione della pandemia da parte di Donald Trump, asserendo che «ciò che ha fatto all’OMS è un vero crimine».

Per il filosofo e linguista Noam Chomsky, la prima grande lezione dell’attuale pandemia è che siamo di fronte a un «altro colossale errore del capitalismo neoliberista» che, nel caso degli Stati Uniti, è aggravato dall’indole dei «buffoni psicopatici che guidano il governo» capitanato da Donald Trump.

Dalla sua casa in Tucson (Arizona) e lontano dal suo ufficio nel Massachusetts Institute of Technology (MIT), in cui rivoluzionò per sempre il campo della linguistica, Chomsky esamina – in un’intervista con Efe – le conseguenze di un virus  che dimostra come i governi siano sempre stati «il problema e non la soluzione».

Quali lezioni positive possiamo ricavare dalla pandemia?

La prima lezione è che siamo di fronte a un altro errore colossale del capitalismo neoliberista. Se non capiamo questo, la prossima volta che ci succederà qualcosa di simile andrà ancora peggio. È ovvio dopo quello che successe in seguito all’epidemia della SARS nel 2003. Gli scienziati sapevano che sarebbero arrivate altre pandemie, forse del tipo del coronavirus. In quel momento sarebbe stato possibile prepararsi e trattarlo come si fa con l’influenza, ma non è stato fatto.

Le aziende farmaceutiche hanno le risorse e sono ricchissime, ma non lo fanno perché i mercati dicono che non ci sono benefici nel prepararsi a una catastrofe dietro l’angolo. Poi arriva la batosta neoliberista. I governi non possono fare nulla. Continuano a essere il problema e non la soluzione. Gli Stati Uniti sono una catastrofe per il gioco che portano avanti a Washington. Sanno come incolpare tutti eccetto se stessi, nonostante siano responsabili. Adesso siamo l’epicentro, in un paese talmente disfunzionale che non riesce nemmeno a fornire informazioni sul contagio all’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS).

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