Nuovi fogli di via agli attivisti di Extinction Rebellion (XR): “Abbiamo perso il lavoro, chi ci ripagherà?”

(Foto di Extinction Rebellion (XR) Torino)

Fonte : Pressenza.com

Notificati nuovi fogli di via da Torino agli attivisti di Extinction Rebellion

“Si tratta di misure totalmente illegittime, emanate dal Questore di Torino sapendo benissimo di non poterlo fare” dicono gli attivisti. “Molti di noi hanno perso il lavoro. Chi ci ripagherà per tutti i danni subiti quando avremo vinto tutti i ricorsi?”

Non si ferma la macchina repressiva nei confronti degli attivisti torinesi di Extinction Rebellion. Negli ultimi giorni, infatti, il Questore di Torino ha emesso nuovi fogli di via dalla città, per un periodo di un anno, nei confronti di altri attivisti del movimento. Le nuove misure si vanno a sommare ai 5 fogli di via già notificati e alle 22 denunce penali che hanno colpito le persone presenti in Piazza Castello il 25 luglio.

Quel giorno, due attiviste del nodo torinese di Extinction Rebellion erano salite con una scala sul balcone del palazzo della Regione Piemonte, per appendere uno striscione con scritto “Benvenuti nella crisi climatica. Siccità: è solo l’inizio”. Un’azione plateale ma radicalmente pacifica, volta a denunciare, ancora una volta, il gravissimo stato di crisi idrica che l’Italia intera sta affrontando ormai da mesi. Tuttavia, quella mattina, tutte le persone presenti in piazza – anche chi stava semplicemente dando dei volantini o facendo delle foto – hanno ricevuto una denuncia penale per Art. 633 e Art. 639 bis (Invasione di edifici o terreni) e Art. 18 TULPS (Manifestazione non preavvisata). “Io quel giorno sono stato tutta la mattina in Piazza Castello a fare foto. Non ho fatto altro” racconta Roberto, una delle persone denunciate. “Nonostante questo, mi hanno notificato una denuncia penale per Invasione della Regione Piemonte”. Come Roberto, altre 21 persone si trovano attualmente nella stessa identica situazione. Continua a leggere “Nuovi fogli di via agli attivisti di Extinction Rebellion (XR): “Abbiamo perso il lavoro, chi ci ripagherà?””

Da Trump a Putin: perché le persone sono attratte dai tiranni?

Fonte TheConversation

 

La testimonianza al comitato del 6 gennaio della Camera dei rappresentanti sull’insurrezione al Campidoglio degli Stati Uniti nel 2021 ci ha permesso di approfondire l’umanità dei sostenitori di Donald Trump.

Come rivelano le udienze , il presidente uscente ei suoi sostenitori sembravano essere sulla stessa lunghezza d’onda mentre esitava a fermare la violenza mentre i suoi seguaci erano decisi a eseguire i suoi ordini.

 

Data la sua influenza, sembra chiaro che Trump sappia cosa fa funzionare i suoi seguaci. Il fascino del populismo di Trump non è un fenomeno isolato, ma qualcosa legato al modo in cui le persone pensano ai loro leader.

Il populismo di Trump ora è diventato più grande dello stesso Trump . Il successo dei tiranni in tutto il mondo suggerisce che dovremmo prenderli più sul serio quando vengono elogiati come intelligenti , almeno quando si tratta di manipolare le nostre menti.

Il nuovo autoritarismo

Sebbene i movimenti populisti siano in circolazione da molto tempo, c’è stato un notevole interesse nello spiegare perché il populismo è diverso ora , perché è accoppiato con l’autoritarismo e si tinge senza scusarsi di nazionalismo e xenofobia.

Le emozioni alla base delle passioni delle masse prive di diritti civili sono radicate oggi nella paura di noi contro loro della scomparsa nazionale – che l’aumento dell’immigrazione, della liberalizzazione e della globalizzazione sono segni schiaccianti che le istituzioni un tempo affidabili non possono più proteggere il nostro benessere collettivo.

In molti paesi in cui l’autoritarismo ha preso piede – Russia, Bielorussia, Ungheria, Turchia e Polonia per citarne alcuni – questo populismo è anche accompagnato da una spinta dei leader a sopprimere la libertà di stampa o diffondere disinformazione dilagante aiutata dai social media.

Una donna con i capelli corti e scuri in una giacca bianca intreccia le mani mentre si trova di fronte a un microfono.
Maria Ressa delle Filippine fa un gesto mentre parla durante la cerimonia del Premio Nobel per la Pace al municipio di Oslo in Norvegia nel dicembre 2021. (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

In un cenno all’intelligenza di tali autocrati, il premio Nobel Maria Ressa descrive l’uso politico di tale disinformazione come “diabolicamente brillante”.

Ressa, giornalista, è stata insignita del Premio Nobel per la Pace per i suoi sforzi per salvaguardare la libertà di espressione. Continua a leggere “Da Trump a Putin: perché le persone sono attratte dai tiranni?”

Il drone dell’UE è un’altra minaccia per migranti e rifugiati

 

Fonte :  Human Rights Watch

La sorveglianza aerea di Frontex facilita il ritorno agli abusi in Libia

Mappa che mostra le rotte delle barche nel Mar Mediterraneo

Ricostruzione dell’intercettazione del 30 luglio 2021 facilitata dal drone Frontex. Oltre alla traccia del drone Frontex, la mappa mostra la traccia di Seabird (un aereo Sea-Watch) che ha assistito all’intercettazione. Mostra anche la nave della ONG Sea Watch 3 nelle vicinanze. Non ci sono dati di localizzazione della nave per la motovedetta della guardia costiera libica Ras Jadir o per la nave intercettata. Mappa per gentile concessione di Border Forensics.

“Non sapevamo che fossero i libici finché la barca non si è avvicinata abbastanza e abbiamo potuto vedere la bandiera. A quel punto abbiamo iniziato a urlare e piangere. Un uomo ha cercato di buttarsi in mare e abbiamo dovuto fermarlo. Abbiamo lottato il più possibile per non essere ripresi, ma non potevamo farci nulla”, ci ha detto Dawit. Era il 30 luglio 2021 e Dawit, dall’Eritrea, sua moglie e la giovane figlia stavano cercando rifugio in Europa.

Invece, erano tra le oltre 32.450 persone intercettate dalle forze libiche l’anno scorso e riportate a detenzioni arbitrarie e abusi in Libia .

Nonostante le prove schiaccianti della tortura e dello sfruttamento di migranti e rifugiati in Libia – crimini contro l’umanità , secondo le Nazioni Unite – negli ultimi anni l’Unione Europea ha sostenuto gli sforzi delle forze libiche per intercettare le barche. Ha ritirato le proprie navi e installato una rete di risorse aeree gestite da società private. Da maggio 2021, l’agenzia di frontiera dell’UE Frontex ha schierato un drone fuori Malta e i suoi schemi di volo mostrano il ruolo cruciale che svolge nel rilevamento delle barche vicino alle coste libiche. Frontex fornisce le informazioni del drone alle autorità costiere, inclusa la Libia. Continua a leggere “Il drone dell’UE è un’altra minaccia per migranti e rifugiati”

Con il cambiamento del capitalismo internazionale, cambiano anche le risposte dei lavoratori

30 GIUGNO 2022
Del Professore Emerito David Peetz
 traduzione tramite google translator

 

 

Nonostante il declino dei sindacati, ci sono molti segnali di resistenza dei lavoratori. Ciò è correlato alla crescente disuguaglianza, alle incursioni sindacali in occupazioni e industrie apparentemente impenetrabili, allo sviluppo da parte dei sindacati di collegamenti internazionali e strumenti digitali e all’inevitabile pressione per la riforma del lavoro.

I sindacati sono in declino da circa quattro decenni e gran parte di questo può essere attribuito ai cambiamenti nel capitalismo stesso. Aziende e governi hanno perseguito fianco a fianco pratiche e leggi antisindacali. Sotto il controllo finanziario, le società pongono maggiore enfasi sulla riduzione dei costi e i governi hanno incoraggiato le riforme del mercato intensificando tale modello. Le aziende hanno stabilito fabbriche di alimentazione nei paesi in via di sviluppo con governi anti-sindacali e hanno chiuso i luoghi di lavoro sindacalizzati nei paesi sviluppati. Ciò ha coinciso con la creazione di nuove forme di lavoro che frammentano i lavoratori e rendono difficile la sindacalizzazione, e l’espansione esponenziale di occupazioni high-tech senza una storia di sindacalismo. In tutta l’OCSE, l’adesione media ai sindacati è scesa dal 37% della forza lavoro nel 1980 al 16% nel 2019.

Eppure, nel mezzo di tutto questo, abbiamo assistito a un’ondata di organizzazioni sindacali, con i lavoratori di parti di aziende come Apple , Amazon e Starbucks che perseguono la sindacalizzazione. È questo l’ultimo sussulto del movimento sindacale o qualcos’altro? Continua a leggere “Con il cambiamento del capitalismo internazionale, cambiano anche le risposte dei lavoratori”

Il Partito della Sinistra svedese si oppone all’accordo della NATO per tradire i curdi

 

La Turchia ha accettato di consentire alla Svezia di aderire all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO). Nei negoziati con il presidente Recep Tayyip Erdoğan, il governo svedese ha fatto marcia indietro su punti cruciali. L’accordo con la Turchia riduce la capacità della Svezia di agire come voce per la pace e la giustizia.

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Nel 2019, un parlamento unito ha deciso di fermare le esportazioni di armi verso la Turchia perché la Turchia stava bombardando i curdi e altre minoranze nel nord-est della Siria. Il partito di sinistra è stato la forza trainante della decisione. Nei negoziati di ieri, il governo ha accettato di abolire tutti gli embarghi sulle armi.

L’obiettivo di Erdoğan è anche quello di mettere a tacere la voce della Svezia per i diritti dei curdi in Turchia, Iraq, Siria e Iran. Ieri il governo ha sacrificato i curdi, ma l’adesione alla NATO può anche significare che più diritti e libertà delle persone vengono negoziati.

 

 

Sappiamo che ci sono migliaia di prigionieri politici nelle carceri turche. Sappiamo che avvocati impotenti delle organizzazioni per i diritti umani vivono clandestinamente in Turchia. Sappiamo che le madri manifestano perché i loro figli sono stati rapiti dalla polizia, bambini che non rivedranno mai più. Innocenti, il loro unico crimine e’ che sono curdi. Così viene trattata la minoranza curda in Turchia.

I negoziati hanno anche portato a una più stretta cooperazione tra i servizi di intelligence delle forze armate svedesi e l’Organizzazione nazionale di intelligence turca. Ciò potrebbe significare che la Svezia dovrà estradare in Turchia i curdi che hanno bisogno di protezione.

Il Partito della Sinistra è contrario all’adesione alla NATO. La Svezia ha una lunga tradizione di non allineamento militare. L’appartenenza alla NATO è associata a grande incertezza. Rischiamo di essere costretti a guerre e conflitti a cui non vogliamo partecipare. L’appartenenza alla NATO rende inoltre più difficile condurre una politica estera indipendente con credibilità. Questo è ciò che stiamo vedendo chiaramente accadere. È un enorme tradimento consentire alla Turchia di avere così tanta influenza sulla politica estera svedese.

Saggio del venerdì: perché i soldati commettono crimini di guerra e cosa possiamo fare al riguardo

Friday essay: why soldiers commit war crimes – and what we can do about it

Mia Martin Hobbs, Deakin University

The following essay contains disturbing images and language.


In 2020, the Inspector-General of the Australian Defence Force released the Afghanistan Inquiry into Australian Defence Force Special Forces atrocities in Afghanistan. The report – commonly known as the Brereton Report – resulted in a flurry of analysis debating how and why Australian soldiers could have committed war crimes.

Some commentators focused on “high operational tempos” that increased soldiers’ dependence on their teams. Others emphasised how operational independence among “elite” forces allowed “charismatic leaders” to influence teams with a “warrior hero” culture. A common thread was that counterinsurgency warfare made it difficult to differentiate allies, civilians and enemies among the local population.

While these factors are important, analyses focusing on unit problems tend to treat culture as a static and internal problem, rather than an ongoing practice influenced by broader society. Similarly, the stress on counterinsurgency warfare negates the fact that similar crimes are also well documented in trench warfare and in occupations in conventional wars.

For policymakers, military leaders and the general public, a deeper understanding of the nature of war crimes is crucial if we want to prevent them from happening again.

War crimes reflect social prejudices. They are shaped around wartime laws and policies, and are facilitated by cultural veneration of the military. Historical comparisons between general infantry forces in Vietnam and special forces in Afghanistan show that atrocities have at least as much to do with broader social, political and cultural fabrics as they do with tempo, leadership and internal culture.

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Dichiarazione di WikiLeaks contro l’estradizione di Julian Assange

 

Fonte  ACRIMED

 

Il ministro dell’Interno  britannico approva l’estradizione dell’editore di WikiLeaks Julian Assange negli Stati Uniti, dove rischia una pena detentiva di 175 anni. Una giornata buia per la libertà di stampa e la democrazia britannica La decisione sarà impugnata  ”: traduciamo il comunicato di WikiLeaks pubblicato ieri . (Acrimato)

È un giorno buio per la libertà di stampa e la democrazia britannica. Chiunque tenga alla libertà di espressione in questo paese dovrebbe vergognarsi profondamente che il ministro dell’Interno abbia approvato l’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti, il paese che aveva pianificato di assassinarlo.

Giuliano non ha fatto niente di male. Non ha commesso alcun crimine, non è un criminale. Giornalista ed editore, viene punito per aver fatto il suo lavoro.

Priti Pratel aveva il potere di fare bene. Invece, sarà ricordata per sempre come complice degli Stati Uniti nella loro spinta a fare del giornalismo investigativo un’impresa criminale. Le leggi straniere fissano ormai i limiti della libertà di stampa in questo Paese e l’attività giornalistica che ha ricevuto i più prestigiosi riconoscimenti nella professione è stata considerata un reato meritevole di estradizione e di ergastolo.

La strada per la libertà di Julian è lunga e tortuosa. La lotta non si ferma oggi. Questo è solo l’inizio di una nuova battaglia legale. Faremo ricorso secondo la procedura in vigore, il prossimo ricorso sarà presentato all’Alta Corte. Combatteremo più duramente e protesteremo più in alto nelle strade, ci organizzeremo e faremo conoscere a tutti la storia di Julian.

Non commettere errori, questo è stato un affare politico fin dall’inizio. Julian ha pubblicato prove che il paese che cerca di estradarlo ha commesso crimini di guerra e li ha insabbiati; che ha torturato e consegnato prigionieri al di fuori del quadro giuridico; che ha corrotto funzionari stranieri; e indagini legali imperfette sugli illeciti statunitensi. La loro vendetta è cercare di farlo scomparire nei recessi più oscuri del loro sistema carcerario per il resto della sua vita, per dissuadere gli altri dal ritenere i governi responsabili.

Non permetteremo che ciò accada. La libertà di Julian va di pari passo con tutte le nostre libertà. Combatteremo per restituire Julian alla sua famiglia e riguadagnare la libertà di espressione per tutti noi.

Argentina: Milagro Sala, non c’è giustizia con un potere corrotto

Fonte: Pressenza 

Milagro Sala (Foto di Archivio Pressenza)

«Quello che stanno facendo con Milagro Sala è un’eresia» ha detto Papa Francesco quando Taty Almeida, dirigente storica delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina, gli ha fatto visita il 27 maggio.

Sono più di sei anni e quattro mesi che Milagro Sala, dirigente sociale della provincia di Jujuy in Argentina, è detenuta a causa di processi legali manipolati, accuse con testimoni pagati, vessazioni a lei e alla sua famiglia; tutto dovuto al fatto di essersi ribellata al potere e di aver organizzato le persone più umili affinché reclamassero i propri diritti.

Papa Francesco non è l’unico a chiedere giustizia. Un gruppo di deputati argentini ha presentato un disegno di legge per intervenire sul potere giudiziario della provincia di Jujuy. L’obiettivo dell’iniziativa è garantire la forma repubblicana del governo, la divisione dei poteri e il sistema democratico. Così il disegno cerca la nomina di un Commissario federale e la dichiarazione di commissione dei membri del Tribunale Superiore di giustizia e del titolare del Pubblico Ministero di Accusa della provincia di Jujuy.

In sostanza, il disegno di legge spiega che da quando Gerardo Morales ha assunto il governo della provincia di Jujuy, ha modificato il potere giudiziario provinciale per controllare e intromettersi nella giustizia. Dice pure che non è garantita la separazione dei poteri. Infatti, tra i cambiamenti del governatore Morales ci sono l’ampliamento del Tribunale Supremo da cinque a nove membri. Questo è avvenuto grazie a una riforma legislativa particolare: due dei deputati che hanno votato la modifica, Pablo Baca e Beatriz Altamirano, sono diventati membri del tribunale. Cioè hanno votato se stessi. Il terzo, Federico Otaola, che è il presidente attuale del tribunale, era stato legislatore e candidato vicegovernatore con il gruppo di Gerardo Morales nel 2011.

Attualmente il governatore Morales continua ad approfondire tale progetto premeditato di cooptazione e assoggettamento sul potere giuridico dello Stato provinciale, configurando una situazione dalla gravità istituzionale intollerabile. In questo senso, ha forzato la dimissione di tre membri del Tribunale Supremo e vuole ottenere quella di altri tre con il chiaro obiettivo di imporre la sua maggioranza.

Al Papa si uniscono voci di prestigio che denunciano questa situazione inammissibile. All’inizio di maggio, l’ex giudice della Corte Suprema della Repubblica argentina, Raúl Zaffaroni, ha denunciato il governatore perché «Jujuy sta vivendo uno scandalo giuridico».

Tra i firmatari del disegno di legge ci sono i deputati Federico Fagioli, Itai Hagman, Natalia Zaracho, Leonardo Grosso, Verónica Caliva, Natalia Souto, Eduardo Toniolli e Juan Carlos Alderete.

«Se chiediamo l’intervento non è per Milagro Sala, ma è per tutti gli strati sociali che non possono uscire a chiedere un pezzo di pane perché hanno fame o a inoltrare un’istanza di femminicidio perché incorrono in contravvenzioni. C’è una forte complicità» tra i poteri di stato a Jujuy, ha denunciato Milagro Sala lunedì in videoconferenza durante una presentazione del disegno di legge.

Da quando Morales è diventato governatore nel dicembre 2015, circa due mila persone di svariate organizzazioni sociali e politiche sono state accusate di numerosi delitti poiché avevano protestato contro il regime autoritario e conservatore della provincia. A Jujuy chiedere cibo, un lavoro dignitoso o un alloggio decente è punibile con il carcere, sentenziato in anticipo da un governatore che controlla le forze repressive e il potere giuridico.

Lo stesso governatore ambisce a diventare presidente del Paese nel prossimo futuro e propone come programma la repressione dei poveri affinché gli altri possano vivere in “pace”. Papa Francesco lo sa – il governo di Jujuy sostiene un sistema sociale, economico e politico che silenzia e violenta gli esclusi, affinché i più potenti continuino a godere delle proprie ricchezze.

Milagro Sala, donna indigena e ribelle, è il simbolo del nemico che il governatore vuole eliminare e quindi è detenuta da sei anni. Viene usata come un esempio per far sì che gli altri tacciono e abbassano la testa. Nonostante tutto, Milagro non si arrende, non nasconde la sua rabbia, non copre il suo viso scuro, non fa tacere il suo grido di battaglia. Anche da detenuta continua a organizzare e a chiedere la costruzione di un mondo giusto e solidale per tutti e tutte, a Jujuy e in qualunque altro posto dove le ingiustizie si accaniscono contro la maggioranza.

La Rete internazionale per la libertà di Milagro Sala, che include cittadini argentini, brasiliani, canadesi, spagnoli, statunitensi, finlandesi, francesi, italiani, britannici, svedesi e svizzeri, sostiene il disegno di legge per promuovere l’intervento federale del potere giuridico della provincia di Jujuy.

Non c’è giustizia con un potere giuridico corrotto e controllato da chi difende gli interessi dei potenti.

Traduzione dallo spagnolo di Mariasole Cailotto. Revisione di Thomas Schmid.

Quel effet de la gestion du président Bolsonaro sur la mortalité due au Covid-19 au Brésil ?

François Roubaud, Institut de recherche pour le développement (IRD) et Mireille Razafindrakoto, Institut de recherche pour le développement (IRD)

Le Brésil fait partie des trois pays, avec les États-Unis et l’Inde, les plus affectés par la pandémie de Covid-19, que ce soit en termes de décès ou de cas confirmés (660 000 et 30 millions respectivement). Les doutes qui subsistent quant à la fiabilité des données officielles (surtout pour les infections, mais également pour les morts) ne sont pas en mesure de remettre en question ce palmarès funeste.

Dans un article publié fin 2021, nous mettions en lumière les facteurs de risque associés à la probabilité d’y être contaminé par et de succomber au virus au cours de la première vague de la pandémie (octobre 2020). À côté des éléments de vulnérabilités socio-économiques communs avec d’autres pays et aujourd’hui bien documentés (pauvreté, informalité, résidence dans les favelas, identité ethnoraciale…), le Brésil se démarquait par le rôle néfaste joué par son président, Jair Bolsonaro, dans la diffusion de la pandémie et que nous avons qualifié d’effet Bolsonaro.

Deux vagues plus loin, qui se sont soldées par 500 000 décès et 20 millions de cas de contamination supplémentaires mais ont vu l’arrivée des vaccins, ces résultats tiennent-ils toujours ? S’il est évident que l’attitude négationniste du président a entravé la mise en place d’une stratégie efficace de lutte contre la pandémie, il est beaucoup plus ardu de montrer quelle a été sa traduction sur le terrain et d’en quantifier les effets. C’est ce que nous tentons de faire une nouvelle étude.

Comment évaluer un éventuel impact de l’action présidentielle

Pour tenter de répondre à cette question, deux approches sont en théorie envisageables, en fonction de l’unité d’analyse retenue : individuelle ou géographique.

Pour mettre en œuvre la première approche, il faudrait pouvoir disposer de données individuelles sur un échantillon représentatif de la population, qui à la fois informent sur le statut de chacun face à la maladie (décédé ou pas, contaminé ou pas), et de descripteurs sociopolitiques. Or d’une part, par définition, les enquêtes socio-économiques ne portent que sur les survivants (les morts ne parlent pas), tandis que les enquêtes et registres épidémiologiques sont en général très pauvres en information sur les caractéristiques individuelles (au mieux le sexe et âge, parfois les facteurs de co-morbidité), et n’incluent en aucun cas les préférences politiques.

La seule alternative possible consiste à mener l’analyse au niveau des localités. Si cette dernière ne permet pas de mesurer les risques individuels d’être affectés par la pandémie, elle présente de nombreux autres avantages.

Outre la possibilité de croiser un très large spectre d’indicateurs issus d’une multiplicité de bases de données indépendantes, cette approche se justifie pour trois autres raisons majeures :

  • Elle permet de couvrir de manière exhaustive l’ensemble du pays,
  • La diffusion du virus dépend largement des interactions sociales,
  • Face au déni du gouvernement Bolsonaro, les politiques ont été conduites à l’échelle locale (États, municipalités). L’analyse porte donc sur les 5 570 municipalités du pays et a mobilisé le traitement de dizaines de millions d’observations.

Le premier résultat clef est la confirmation que le Covid-19 a fait, toutes choses égales par ailleurs, plus de ravages dans les municipalités les plus favorables au président Bolsonaro (telles qu’appréciées à partir de ceux qui ont voté pour lui au premier tour de l’élection présidentielle de 2018, la dernière information disponible à ce niveau de détail).

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Ammazza-ammazza

Enrico Peyretti
fonte fondazione serenoregis

Si ammazzano, si ammazzano. Per un pezzo di terra. Ammazza-ammazza. Per un orgasmo mentale della psicopatia di potenza. Ahimé, sono esseri para-umani, simil-umani, fermi al grado primitivo dell’evoluzione umanizzatrice. Ammazzano. Si ammazzano tra loro. Come tanti altri, tante altre volte, in tanti punti del mondo, anche oggi. Uno ha cominciato, un altro, prontamente, ha continuato. Per difendersi, ammazzano chi ammazza e diventano ammazzatori come lui. Offesi, offendono. Che fantasia microscopica! Tutti usano mezzi omicidi tremendi, scientifici, studiati da scienziati pazzi, freddi omicidi, tecnici della morte, anime di ghiaccio, menti morte. Non gli basta che le armi siano macchine tecnologiche ammazza-uomini: devono anche essere tormentose, bombe a grappolo, e cose simili, che moltiplicano la morte a pezzetti, che arriva in forma di gas, arriva a chi è ammazzato e a chi passa di lì, o vi passerà. Largheggiano, nell’ammazzare: prendono tutto, senza distinzioni. I bambini, i malati? Se sono lì, o passano di lì, negli ospedali, prendono anche loro, perché no? E’ la guerra, è ammazzare.

Si possono fare differenze, sembra all’inizio, poi diventano uguali. La morte da bomba è uguale per tutti. Chi ha tirato la bomba? Non importa. Dove arriva ammazza e abbatte le case, allo stesso modo, le case dove si vive, si ama, si dorme, si passa la vita, da bimbi a vecchi. Non voglio più sapere da chi viene l’ammazzare. Vedo su chi arriva: esseri umani ammazzati, esseri non umani ammazzatori, ammazzabili anche loro. Da tutte la parti ammazzatori. Forse i morti fanno la pace tra loro. Dove si trovano ora non si spara più.

Ci sono solo grandi larghe braccia, accoglienti come Emergency di Gino Strada, l’unico che non fa differenze, e adesso è là anche lui, come un santo, ad accoglierli tutti insieme, spogliati da divise, bandiere, armi e idee di guerra: pulitamente nudi, nelle mani del chirurgo guaritore. Ci sono anche quelli che combattere non volevano, mandati all’insaputa, con inganno, e non hanno avuto il tempo (ingenui, sprovveduti, imbambolati!) di disobbedire ai criminali comandanti. E poi ci sono quelli comandati, senza scelta. Ma, ragazzi, dovevate pensarci prima, quando vi hanno messo in mano un fucile e vi hanno detto che era lo strumento di lavoro per la vostra madre-patria, una maschia di ferro, con mammelle avvelenate, con un grembo di filo spinato, che dice di avervi partorito, ma in realtà le servite o da lavoratori sottopagati, o da morti sulle lapidi e sui monumenti. Stupidi soldati! Ma poveretti, per questo vi hanno istupidito, per usarvi come pedine spara-ammazza.

Va bene, mi dite che uno ha aggredito e l’altro si è difeso. È vero, non confondiamo la sfumatura nella tragedia degli ammazzamenti. Ma quelli che temono il vicino di casa, un  po’ alterato, si preparano solo armi e ne invocano da tutti gli altri vicini. Non sapete inventare altro che guerra alla guerra! E sareste dei politici? Ma la politica è il vivere insieme, buoni e meno buoni: non è la guerra! La guerra, ogni guerra, è la morte della politica. Non avete saputo per tempo inventare altro. Adesso siete nella merda e sangue.

Ci pensino anche gli altri stati: tante armi, più che scuole e vita! Voi vi preparate la fossa. Non avete idee migliori che ammazza-più-ammazza, armi più armi. E vivere, chi se lo ricorda? Non è il divertimento ignorante, nel tornare al mare, alla vita “normale”! Vivere è sentire, ragionare, cercare, è parlare, faticare, è l’arte costruttiva di mettere insieme le parole, le storie, i pensieri, i dolori e le speranze di un popolo e dell’altro, e quindi è potersi riconoscere come esseri uguali nel soffrire, nel godere, nello sperare, nel sapere che moriremo, e sarà meglio non morire come bestie.

Perché non vi siete parlati prima? Perché non avete provato ad ammorbidire la durezza di qualche comandante malato (nessuno ha diritto di comandare!), con proposte di intesa, di accordo, col concedere qualcosa tu e qualcosa lui, che è sempre la formula del vivere senza impazzire?

Ora, mentre vi ammazzate, parlate di vittoria. Ma sapete cosa dite? La vittoria è il premio per chi ammazza di più, e contiene la prossima guerra, la vendetta. Lo capiscono i bambini, lo capisco anche’io, nel mio piccolo, e non lo capite voi? La vera vittoria è del primo che smette di ammazzare e comincia a vivere. Non è facile vivere, ma è vivere! Avete altro oltre la vita, signori ammazzatori, schiavi della morte? Prenderà anche voi, e non ghignerete più sugli schermi, come fate ora, non abbaierete e non ringhierete come cani stupidi sulle frontiere che avete inventato.

Sarete morti, avrete perso una vita vissuta male, perché l’avete odiata e uccisa negli altri, cioè in voi stessi. Mi fate un’immensa pena, come le vostre vittime, nella vostra immensa stoltezza. Non sto con voi, se non nel dirvi queste cose della saggezza antica e di sempre, per aiutarvi (spero possibile, alla fine) a ridiventare umani.  Enrico (uno di quelli che provano a vivere, cioè condannano ogni guerra, senza concedere eccezioni).

“La guerra Usa è fino all’ultimo ucraino”, dialogo tra Noam Chomsky e Bill Fletcher

Una sintesi del dialogo “Una risposta di sinistra all’invasione russa dell’Ucraina” fra l’intellettuale e attivista politico Noam Chomsky e l’attivista e scienziato politico Bill Fletcher jr. trasmessa su Real News Network.

Fletcher. Partiamo da tre assunti. Il primo: la Nato non è un’alleanza difensiva. Il secondo: alla dissoluzione del Patto di Varsavia sarebbe dovuta seguire la dissoluzione della Nato. Infine: l’espansione della Nato, in particolare durante le presidenze di Clinton e Bush jr, è stata un errore e una provocazione.

Chomsky. Penso siano punti di partenza corretti, e vorrei aggiungerne un altro. Qualunque sia la spiegazione dell’invasione russa – che è una questione cruciale – l’invasione in sé è un atto criminale di aggressione, un crimine internazionale di suprema gravità, paragonabile ad altre violazioni della legge internazionale e dei diritti umani come l’invasione statunitense in Iraq o a quella della Polonia da parte di Hitler. Ma c’è un background che risale ai primi anni Novanta, quando l’Urss collassa e il presidente Usa George Bush senior raggiunge un accordo con il presidente dell’Urss Michail Gorbaciov, un accordo ben definito. Gorbaciov acconsente all’unificazione delle due Germanie e all’ingresso del nuovo Stato nella Nato, che considerato il contesto è una concessione notevolissima, a una condizione che viene ufficializzata: che la Nato non si espanda a est nemmeno di un centimetro, Not one inch. Gli americani rispettano il patto fino al 1994, quando Bill Clinton, per ragioni di consenso interno, incoraggia Paesi come Polonia, Ungheria e Slovenia a entrare nell’Alleanza atlantica. Poi, con il pretesto di fermare le atrocità serbe in Kosovo, Clinton bombarda la Serbia senza nemmeno informare i russi che ne escono umiliati. George Bush jr. invita a entrare nella Nato praticamente tutti gli Stati satellite russi, nel 2008 anche l’Ucraina e qui interviene il veto di Francia e Germania, ma la proposta resta sul tavolo a Washington. Un approccio pericoloso e cinico, perché viola le red lines russe. Anche la rivoluzione arancione di Maidan del 2014 è istigata dagli Usa e porta quella che chiamiamo Nato, ovvero gli Stati Uniti, a integrare l’Ucraina sempre di più con l’invio di armi e addestramento. C’è un documento ufficiale firmato da Biden nel settembre 2021, ignorato dai media ma non dall’intelligence russa, in cui si finalizza lo Strategic Defence Framework con l’Ucraina, si parla di forniture militari e dell’Ucraina come Enhanced Opportunities Partner della Nato, cioè apre le porte all’ingresso di Kiev nell’Alleanza.

Fletcher. Ma invece di accusare la Nato, Putin giustifica l’invasione con toni nazionalistici ed espansionistici. Come funziona il suo regime?

Chomsky. Putin ha sempre dichiarato che la decisione di dissolvere l’Urss è stata tragica. Ma anche che chiunque pensi di ricostituire quell’impero è un pazzo. È ovvio che la Russia non ha la minima capacità di farlo: anche se ha un grosso esercito ed è una potenza nucleare, è una cleptocrazia in declino con una economia debole e della grandezza più o meno di quella italiana. Non può conquistare nessuno. L’Ucraina è sempre stato un caso a parte e su questo le richieste russe ufficiali del ministro degli Esteri Lavrov sono sempre state, oltre all’indipendenza del Donbass, la neutralità e la demilitarizzazione, cioè la rimozione delle armi che minacciano la sicurezza russa. Uno status simile a quello del Messico rispetto agli Stati Uniti, che di fatto non può aderire ad accordi militari con la Cina. La proposta Lavrov poteva funzionare? Non lo sapremo mai, perché non è stata presa in considerazione.

Fletcher. Eppure nel 1994 con il memorandum di Budapest, l’Ucraina rinuncia al suo arsenale nucleare in cambio della promessa russa di non aggressione, e non cerca di entrare nella Nato fino al 2014 quando la Russia annette la Crimea e supporta la secessione in Donbass. Sembra che Mosca non voglia garantire la propria sicurezza, ma rendere l’Ucraina uno Stato satellite.

Chomsky. Il Messico è uno Stato satellite degli Usa? Lo erano l’Austria o la Finlandia? No, erano neutrali, con l’obbligo di non aderire a una organizzazione militare ostile guidata dagli Usa che facesse esercitazioni sul loro territorio [come la Nato in Ucraina, ndr]. Una limitazione di sovranità? Sì, ma non limitava la vita di quei Paesi. Uno status che si sarebbe potuto ottenere per l’Ucraina se gli Usa lo avessero voluto.

Fletcher. Ha senso per Austria e Finlandia. Perché Kiev dovrebbe fidarsi di un accordo con la Russia dopo l’annessione della Crimea nel 2014?

Chomsky. L’Ucraina può non credere al fatto che la Russia rispetterebbe un accordo, così come non li rispettano gli Stati Uniti in tanti luoghi del mondo. In Ucraina, la Russia sta commettendo crimini da tribunale di Norimberga, ma gli Stati Uniti violano trattati internazionali con l’abuso della forza. La domanda è: se gli Usa avessero rispettato le red lines russe, come consigliato da esperti, alti consiglieri, diplomatici, anche Francia e Germania, e avessero lavorato per la neutralità dell’Ucraina, la Russia avrebbe invaso? Non lo sappiamo. Per citare uno di quegli esperti, l’ex ambasciatore Usa, Chas Freeman, gli Stati Uniti “hanno scelto di combattere fino all’ultimo ucraino”, ovvero di abbandonare ogni speranza di un accordo. Tutto questo si poteva provare a evitare e si potrebbe ancora. Quando Biden dice che Putin è un criminale di guerra e verrà processato, lo mette al muro: l’unica strada è il suicidio o l’escalation, anche nucleare.

Fletcher. Addossi tutta la responsabilità agli Usa, ma nella Nato ci sono anche Paesi come la Germania e la Francia contrari all’ingresso dell’Ucraina. E i proclami di Putin sulla necessità di denazificare l’Ucraina sono ridicoli. C’è qualcosa che mi sfugge…

Chomsky. Ti sfugge la realtà dei rapporti di potere internazionali, dove gli Stati Uniti hanno un potere spropositato. Lo sappiamo tutti, la Russia lo sa benissimo. Chi capisce qualcosa di politica internazionale sa che gli Stati Uniti sono un violento stato canaglia che fa quello che vuole. Se al Cremlino ci fosse un uomo di stato abile e lungimirante, avrebbe cercato un compromesso con Germania e Francia, avrebbe provato ad aderire a qualche forma di casa comune europea come la immaginava Gorbaciov. Ma Putin e il suo entourage non hanno questa visione e capacità di leadership e hanno preso le armi, come fanno sempre le grandi potenze, inclusi gli Stati Uniti. Ed è una decisione criminale, che danneggia la Russia. Putin ha porto agli Stati Uniti sul piatto d’oro il più grande regalo immaginabile: potenze come Germania e Francia ora sono del tutto assoggettate agli Stati Uniti.

Il neonazismo dell’oligarca ebreo

Fonte: areaonline.ch

In Ucraina le milizie armate di estrema destra, come Azov, sono state create più per scopi economici che ideologici: l’analisi dell’esperto

di
Veronica Galster
La questione dell’ultranazionalismo ucraino è stata strumentalizzata ad arte da Putin per giustificare l’invasione dell’Ucraina, ma un problema legato alla presenza di gruppi armati di estrema destra esiste, anche se non ai livelli dichiarati dal presidente russoPer capirne l’effettiva natura, l’influenza che hanno avuto e hanno nel Paese e l’ampiezza del fenomeno, area ha intervistato Matteo Zola, giornalista, direttore responsabile di East Journal ed esperto di Europa centro-orientale e area post-sovietica.

 

Matteo Zola, come leggere la presenza di gruppi ultranazionalisti di estrema destra in Ucraina senza rischiare di essere tacciati di filorussismo?

La denazificazione dell’Ucraina proclamata da Putin è chiaramente strumentale ed è puramente retorica a fini di propaganda interna. Una cosa che è difficile da capire per chi conosce meno questi Paesi, è che il richiamo alla lotta contro il nazismo è un richiamo molto forte. L’identità russa si è forgiata sulla grande guerra patriottica, cioè sullo sforzo militare della Seconda Guerra mondiale che non era solo per salvare la Russia, ma anche per salvare il mondo dal nazifascismo. Il sentimento nazionale russo è alimentato ed è saldato a questa memoria della lotta al nazifascismo. Quindi, quando Putin parla di “denazificazione” lo fa sapendo che tocca certe leve nel suo popolo, risvegliando antichi ricordi, perché il loro immaginario va immediatamente a quei racconti dei nonni e allo sforzo della liberazione dall’invasione tedesca.

In secondo luogo, è chiaro che c’è una presenza di movimenti di estrema destra in Ucraina. Ci sono movimenti che esistono da quando l’Ucraina è indipendente, quindi ben prima del 2014. Si tratta di un’estrema destra che definirei “tradizionale” e che si rifà all’ultranazionalismo come lo conosciamo anche in altri Paesi d’Europa. Queste destre estreme fanno sempre riferimento a un passato, nel caso ucraino il riferimento è legato a un’identità ucraina di tipo etnico: un’Ucraina fatta di ucraini e dalla quale quindi tutta la componente russofona è esclusa. Questa visione si concentra principalmente nelle regioni occidentali, soprattutto in Galizia, attorno a Leopoli, dove c’è lo zoccolo duro.

 

Cos’è cambiato dal 2014, dopo la rivoluzione di Maidan?

A partire dal 2014, invece, si sviluppano altri movimenti, il più conosciuto è Pravyi sektor (Settore destro), guidato da Dmytro Jaroš. Inizialmente Pravyi sektor rappresentava solo l’indicazione di dove si trovava questo gruppo all’interno della piazza durante la rivoluzione, non c’era un’ideologia ben definita tra i suoi componenti. Sì, i suoi leader ce l’avevano, ma in quel momento non era importante la politica. Dopo poche settimane invece ha preso una connotazione ideologica molto forte di estrema destra.

Pravy sektor però non è un movimento che ha una grossa influenza politica e alle elezioni parlamentari del 2014 riesce a raccogliere solo l’1,8% dei consensi e il suo leader Dmytro Jaroš, candidato alle presidenziali lo stesso anno, raccoglie solo lo 0,7%.

 

Non ricevono consenso elettorale, questo significa che il popolo in maggioranza non li sostiene, eppure non sono stati proprio marginali…

Grazie al ruolo importante che questo movimento ha avuto nelle proteste in Piazza Maidan, è comunque riuscito a sfruttare le molte crepe di un sistema democratico vacillante, condizionato dal conflitto e plagiato dalla presenza degli oligarchi. La marginalità istituzionale dell’estrema destra non è sinonimo di debolezza, Pravyi sektor è, ad esempio, all’origine del famigerato battaglione Azov. Questa estrema destra militante e militare ha rappresentato una seria minaccia per la vita politica del paese: cercando di imporre la propria agenda estremista, si è infatti resa protagonista di intimidazioni e violenze verso oppositori di sinistra, gruppi femministi, attivisti Lgbt e minoranze etniche, minando il processo di democratizzazione.

 

E allora perché questi gruppi sono stati tollerati, se non promossi, dalle autorità politiche dell’Ucraina?

Non dobbiamo dimenticare la presenza di potenti oligarchi che controllano il Paese e promuovono i politici a seconda delle loro necessità. Uno di questi, molto potente e poco conosciuto, è Ihor Kolomojskyj, il cui nome ritorna spesso: è lui che ha favorito l’ascesa di Julija Tymošenko e di Petro Porošenko, con il quale però è poi entrato in conflitto, mettendogli così di fronte un degno avversario come l’attuale presidente Zelenskyj, favorendone l’elezione. Ed è sempre Kolomojskyj che ha finanziato la creazione dei battaglioni ultranazionalisti Azov, Dnipro e Aidar.

Ora, questo potente signore, vale la pena ricordarlo, è un ebreo con cittadinanza ucraina e israeliana, quindi tutto fuorché un neonazista.

 

Perché allora ha finanziato e armato dei gruppi di stampo neonazista?

Non lo ha certamente fatto per affinità ideologiche, lo scopo era invece quello di creare delle milizie private che, nella grande confusione del 2014-2015, gli servissero per difendere i propri interessi economici e politici nelle regioni orientali, nel momento in cui altre milizie private, orientate più verso gli interessi di Mosca, venivano finanziate da Achmetov e altri oligarchi del Donbass, come il battaglione Vostok. Si capisce quindi l’importanza del ruolo degli oligarchi, più che delle ideologie ultranazionaliste in contrapposizione a quelle filo-russe, nell’apparizione di questi gruppi paramilitari. Inoltre, la presenza di stranieri simpatizzanti dell’estrema destra tra le file di uno e dell’altro schieramento dimostra una volta di più che la chiave di lettura ideologica non regge per spiegare il fenomeno.

L’estrema destra ha sì un’influenza sul paese, ma questa influenza deriva dal fatto che sia collegata al potere oligarchico e risponda quindi anche a interessi che non sono di tipo ideologico-politico, ma piuttosto economico.

 

La guerra cambierà questi equilibri?

È chiaro che la guerra cambia un po’ tutto: il battaglione Azov è diventato necessario ora per lo Stato ucraino, lo stesso Stato che prima aveva cercato di integrare questa estrema destra per sottrarla al controllo degli oligarchi. L’ex-presidente ucraino Porošenko aveva interesse a far entrare questi battaglioni nell’esercito regolare perché questo significava toglierne il controllo agli oligarchi. Si potevano sciogliere questi battaglioni? No, non si poteva perché lo Stato era ancora debole, le istituzioni democratiche erano ancora deboli e il rischio era enorme, quindi si è cercata una via di compromesso integrandoli, anche se questo significava armare Azov come tutti gli altri battaglioni dell’esercito.

Dire che lo Stato ucraino ha protetto e tollerato l’estremismo di destra è sbagliato, ma lo Stato ucraino è tante cose e ci sono rappresentanti dello Stato che sono oligarchi e che quindi fanno i propri interessi. Si tratta di un discorso complesso e che non va “tagliato con l’accetta”, soprattutto se si parla dell’estrema destra del dopo 2014.

Se quando la guerra finirà l’Ucraina esisterà ancora, io credo che si riaccenderà il sentimento nazionalista, anche radicale, è inevitabile, ma non sarà necessariamente un nazionalismo di tipo etnico.

 

….Evaluation of science advice during the COVID-19 pandemic in Sweden…. ovvero la pratica della selezione naturale ….

Questo articolo disvela le negligenze e la “logica darwiniana” delle Autorità svedesi di lasciare fare al Corona virus il compito di fare “la selezione” nella popolazione, ovvero far fuori le persone fragili e/o anziane .
” Nessun lockdown, nessun allarme per non bloccare economia e cittadini. La Svezia negli ultimi due anni ha diviso l’opinione pubblica tra coloro che vedevano nella sua strategia di mitigazione del virus un esempio da seguire e chi invece temeva la poca prudenza. Oggi un primo studio scientifico sistematico, pubblicato su Nature, emette una sentenza: l’approccio laissez-faire del Paese scandinavo si è rivelato “moralmente, eticamente e scientificamente discutibile”, provocando un tasso di mortalità che nel 2020 è stato di 10 volte superiore rispetto a quello della vicina Norvegia. Da modello discusso a fallimento conclamato, dunque…..”

Vedi gli articoli di Nature : Evaluation of science advice during the COVID-19 pandemic in Sweden

e HuffingtonPost ” Gli anziani lasciati morire, i bambini usati per diffondere il virus. Il fallimento del modello svedese sul Covid “

QUANDO L’INTELLETTUALE RINUNCIA ALLA RAGIONE. A PROPOSITO DI FLORES E DI “MICROMEGA”.

FONTE IL BLOG DI ANGELO D’ORSI  CHE RINGRAZIAMO

Il 4 aprile 2022 l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ha diffuso il seguente comunicato:
“L’ANPI condanna fermamente il massacro di Bucha, in attesa di una commissione d’inchiesta internazionale guidata dall’ONU e formata da rappresentanti di Paesi neutrali, per appurare cosa davvero è avvenuto, perché è avvenuto, chi sono i responsabili. Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”.

“Questo comunicato è osceno, e infanga i valori della Resistenza”, è l’incipit del commento di Paolo Flores d’Arcais, direttore di “MicroMega”, mentre a me è parso un comunicato di buon senso, e di civile rigore. In un editoriale sul sito della rivista, invece di sostenere la linea della ricerca della verità, Flores la dà per assodata, e chiede, dopo una profluvie di insulti ai dirigenti ANPI e di volgarità contro i russi, reclama una Norimberga per processarli (e poi? pena di morte?): un editoriale di una rozzezza e di una violenza che può fare invidia ai fogli più osceni del bellicismo italiota.

E meno male che Flores si è sempre presentato come il campione del razionalismo neoilluministico! Ma che cosa chiedeva Romain Rolland nel 1914 quando si scatenò nel mondo della cultura, in tutta Europa, la canea bellicistica? Chiedeva agli intellettualie di stare “al di sopra della mischia”, non al di fuori, ma al di sopra, cercando di non cedere alle passioni nazionali, e di non perdere il lume della ragione critica. E che cosa invocava Antonio Gramsci, negli anni di quella stessa guerra? La necessità della verità: ad ogni costo. Continua a leggere “QUANDO L’INTELLETTUALE RINUNCIA ALLA RAGIONE. A PROPOSITO DI FLORES E DI “MICROMEGA”.”

Traffico di organi tra Marocco e Turchia: banda criminale scovata grazie a annunci sui social network

 

Fonte AfricaExpress che ringraziamo 


7 aprile 2022

La polizia marocchina ha arrestato 4 persone perché sospette di far parte di una rete criminale di traffico di organi e droga, attiva tra Marocco e Turchia.

La direzione generale della Sicurezza nazionale (DGSN) di Rabat ha precisato che l’inchiesta è stata aperta dopo un annuncio pubblicato sui social network. L’inserzione offriva grosse somme di denaro in valuta, in cambio di espianto di reni, effettuate in cliniche private all’estero.

Scoperto traffico di organi tra Marocco e Turchia

Finora gli inquirenti marocchini hanno già identificate due vittime in Turchia e, secondo il quotidiano con base a Casablanca, Al Ahdat Al Maghribiya, le vittime avrebbero percepito 14.000 dollari per la cessione di un rene. Le quattro persone arrestate – 3 donne e un uomo – fungevano da intermediari in questo losco traffico, prestando il loro “aiuto” ai disgraziati, pronti vendere un loro rene per fuggire alla povertà.

La DSGN ha aggiunto che talvolta i criminali sfruttavano le vittime anche per ricezione e trasporto di stupefacenti, sia in Marocco sia in altri Paesi. Tutte queste attività sarebbero da attribuirsi a una rete che non opera direttamente nel regno ed sarebbe composta da cittadini stranieri.

Durante una perquisizione nelle abitazioni dei 4 arrestati, gli inquirenti hanno trovato grosse somme di denaro – sia in dirham marocchini che in valuta estera – ricevute di trasferimento di soldi oltrefrontiera, nonché telefoni cellulari, analisi di gruppi sanguigni di potenziali vittime e cannabis. Ovviamente si sospetta  che il contante trovato sia frutto di atti criminali.

Ora, grazie al coinvolgimento della filiale Interpol di Ankara, le indagini procedono a tutto campo anche in Turchia, per scovare tutti responsabili di questo traffico illecito.

Africa ExPress
@africexp

LETTERA DI 10 EX CORRISPONDENTI DI GUERRA CONTRO LA PROPAGANDA DEI NOSTRI MEDIA

 

“Ecco perché sull’Ucraina il giornalismo sbaglia. E spinge i lettori verso la corsa al riarmo”: lo sfogo degli ex inviati in una lettera aperta. “Basta con buoni e cattivi, in guerra i dubbi sono preziosi”

Undici storici corrispondenti di grandi media lanciano l’allarme sui rischi della narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto: “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin”. L’ex inviato del Corriere Massimo Alberizzi: “Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni”. Toni Capuozzo (ex TG5): “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori. Trattare così il tema vuol dire non conoscere cos’è la guerra”

Continua a leggere “LETTERA DI 10 EX CORRISPONDENTI DI GUERRA CONTRO LA PROPAGANDA DEI NOSTRI MEDIA”

Ucraina: socialisti democratici sfidano l’attacco di Zelensky ai lavoratori, ai partiti politici

 

FONTE GREENLEFT

Autore Federico Fuentes 

Usando il pretesto dell’invasione della Russia, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha bandito diversi partiti politici e minato i diritti sindacali e sindacali.

Il gruppo socialista ucraino Sotsyalnyi Rukh (Movimento sociale) ha criticato le azioni come antidemocratiche e ha avvertito che rischiano di minare la resistenza popolare all’invasione.

Zelensky “ha sospeso temporaneamente le attività” di 11 partiti con presunti legami con la Russia il 19 marzo. Sebbene la maggior parte dei partiti sia molto piccola, l’elenco include il secondo partito più grande in parlamento, la Piattaforma di opposizione per la vita, insieme a diverse organizzazioni che hanno le parole “sinistra” o “socialista” nel loro nome.

Giorni prima, il parlamento ha approvato un disegno di legge per deregolamentare i diritti del lavoro, la legge dell’Ucraina “Sull’organizzazione dei rapporti di lavoro nella legge marziale” (7160) , che è stata firmata da Zelensky il 23 marzo.

 

 

Nuovo diritto del lavoro

Socialisti e sindacati affermano che la legge – che limita in modo significativo i diritti dei dipendenti e aumenta il potere dei capi – è incostituzionale e potrebbe rimanere in vigore anche dopo la fine della guerra.

Il leader del movimento sociale Vitaliy Dudin ha spiegato in una  che il nuovo diritto del lavoro, che arriva “in un momento in cui i sindacati ucraini e i lavoratori in generale sono mobilitati nella resistenza popolare e nell’organizzazione del mutuo soccorso” rappresenta “uno schiaffo”. di fronte al loro coraggio e sacrificio”.

“Tali misure trasferiranno il peso della guerra dai più ricchi alla maggioranza operaia”, scrisse Dudin. “Devono essere respinte”.

George Sandul, un avvocato della Ong per i diritti dei lavoratori Labor Initiatives, ha detto a Serhiy Guz di   che i cambiamenti hanno “scioccato i sindacati e gli esperti del settore”.

“Naturalmente, il modo in cui le persone lavorano ha subito enormi cambiamenti durante la guerra provocata dall’invasione russa”, ha affermato Sandul. “Ma quei dipendenti che non hanno perso il lavoro stanno lavorando giorno e notte affinché l’esercito e il popolo ucraino ottengano la vittoria.

“È logico che qualsiasi regolamento legislativo dovrebbe servire a un obiettivo principale: rafforzare la capacità di difesa dell’Ucraina. Questo disegno di legge … chiaramente non serve a questo scopo, invece mette i bastoni tra le ruote”.

Allo stesso modo, Dudin ha scritto: “Le restrizioni imposte a tutela dell’interesse pubblico devono essere proporzionate al raggiungimento dell’obiettivo perseguito. La [legge] è concepita per rafforzare le capacità di difesa, ma stabilisce la possibilità di sfruttamento dei lavoratori nelle imprese di qualsiasi settore in tutta l’Ucraina. In altre parole, le norme emergenziali da esso previste possono essere utilizzate non per svolgere lavori nell’interesse della difesa, ma per aumentare i profitti dei proprietari».

La legge consente: ai datori di lavoro di annullare i contratti collettivi di lavoro e di aumentare la settimana lavorativa da 40 a 60 ore; il licenziamento dei lavoratori in congedo per malattia o ferie, nonché il licenziamento degli iscritti al sindacato senza il consenso del comitato sindacale; le donne da assegnare a lavori fisicamente faticosi e clandestini, attualmente proibiti dalle leggi sul lavoro ucraine; e la sospensione del contratto di lavoro “in connessione con l’aggressione militare contro l’Ucraina”, con responsabilità per il pagamento del salario dei lavoratori a carico dello “Stato che ha commesso l’aggressione militare” (Russia), non del datore di lavoro.

Guz osserva che la legge segue le orme di “proposte altrettanto radicali di modificare il diritto del lavoro a favore dei datori di lavoro e di limitare in modo significativo i diritti dei sindacati” che erano state proposte dalla commissione parlamentare per le politiche sociali e dal ministero dell’Economia mesi prima L’invasione della Russia.

Dudin ritiene che queste restrizioni ai diritti dei lavoratori non siano necessarie e che esistano “modi più equi” per garantire la difesa dell’Ucraina: “È necessario confiscare le proprietà degli oligarchi ucraini per motivi di necessità pubblica. La capitale degli oligarchi ucraini deve lavorare per l’economia.

“L’obiettivo principale della politica in questa fase è unire la società nel contrastare l’aggressione russa e preservare il più possibile i diritti delle persone colpite. L’economia ucraina sarà sicuramente rilanciata [attraverso] il sostegno statale, un’adeguata organizzazione del lavoro e salari dignitosi”.

Divieto di feste

In un  , il Movimento Sociale ha espresso la propria contrarietà al divieto di alcuni partiti: “Abbiamo già visto come il governo abbia cercato di abusare della situazione di guerra per aggredire i diritti del lavoro dei lavoratori ucraini, ora le sue azioni sono volte a limitando le libertà politiche e civili. Non possiamo supportarlo”.

Dudin ha detto a  che il decreto di Zelensky che sospende le attività di questi partiti è “preoccupante”. “Stiamo vivendo tempi molto difficili, ma le restrizioni alla libertà di parola e di associazione sono difendibili solo se rese necessarie da motivi legali impellenti”, ha affermato.

“Anche durante lo stato di emergenza, le misure devono essere proporzionate alle loro finalità. Questo decreto presidenziale, tuttavia, non soddisfa il suo principale obiettivo dichiarato: garantire la sicurezza dell’Ucraina. Perché l’Ucraina vinca questa guerra, saranno necessarie due cose: l’unità popolare e il sostegno internazionale. Questo decreto mal concepito rischia di mettere a repentaglio entrambi”.

Dudin ha aggiunto: “La motivazione alla base di questo decreto è politica, basata su accuse non specificate di anti-Ucraina da parte di questi partiti. È una restrizione irragionevole su uno dei nostri diritti più fondamentali. Questa non è la Russia, questa è l’Ucraina, e la nostra costituzione proclama un sistema pluralista e multipartitico. Non possiamo semplicemente rinunciare a questa componente essenziale della nostra democrazia con il pretesto che siamo in guerra.

“Come persone di sinistra, ovviamente, siamo particolarmente preoccupati per le restrizioni a sinistra e che il decreto creerà la percezione che tutto ciò che è connesso con la sinistra e con il socialismo fa parte di una qualche strategia russa contro l’Ucraina.

“Allo stesso tempo, mentre molti compagni stranieri in questo momento ci chiedono se il pensiero di sinistra è ormai bandito in Ucraina e se questo è l’inizio di una più ampia repressione della sinistra, non credo che sia così categorico. Piuttosto che un attacco alla sinistra in sé , il governo sembra essere stato guidato da idee abbastanza vaghe su ciò che è “filorusso” e “filo-ucraino”.

“Si potrebbe dire: nessun vero esponente di sinistra è stato danneggiato nell’elaborazione di questo decreto. Nessuno dei soggetti presi di mira si batte per la giustizia sociale o per il socialismo democratico…

“In breve, nonostante le restrizioni ora imposte a queste parti, coloro che si battono per la giustizia sociale in Ucraina continueranno a farlo. In questo senso, le cose non sono cambiate in modo così significativo”.

IVAN IL TERRIBILE

 

di Loris Campetti.che ringraziamo 

Chi decide di dichiarare guerra al “nemico”, nel nostro caso la Russia, dovrebbe prima ascoltarlo, per capire meglio chi è e dunque imbracciare l’arma giusta per combatterlo. Anche chi sostiene le ragioni di Putin, convinto che il nemico non è lui ma l’altro, quello che parla una lingua vicina all’inglese e fa guerra per interposta Ucraina, dovrebbe sapere bene chi è colui che difende. Altrimenti si combatte, di qua o di là della barricata, solo perché si ha uno spasmodico bisogno di avere un nemico.

Cosa dice Putin, per contestualizzare la guerra contro l’Ucraina e convincere i suoi cittadini, i suoi soldati e i suoi intellettuali che trattasi di guerra giusta? Dice che la causa di tutti i mali viene da lontano ed è attribuibile a Lenin e ai bolscevichi che scegliendo lo stato federale hanno dato dignità e autonomia a Paesi vassalli della Grande Russia, accreditando per esempio l’Ucraina come stato e gli ucraini come popolo e per di più, hanno generato una Costituzione che consentiva ai suddetti stati-non stati di decidere se restare nell’Unione sovietica o abbandonarla scegliendo l’indipendenza.

Oggi invece, l’interpretazione scelta dai media italiani, europei e anglosassoni per definire Putin è che il tiranno russo non sarebbe altro che un figlio o forse figlioccio di Stalin e dell’Urss. In questo modo si mette in campo la suggestione dell’orso sovietico, nel tentativo di stimolare paure ancestrali e ricordi, immagini antiche della guerra fredda, scomuniche papali ai comunisti, quando i manifesti davanti ai seggi elettorali ammonivano: “Dio ti vede Stalin no”, e che i comunisti mangiavano i bambini mentre ora hanno cambiato menù e si accontentano di ammazzarli con le bombe lanciate contro gli ospedali. La lettura dell’originale del Putin-pensiero andrebbe consigliata anche a chi pensa che in fondo in fondo Vladimir ha ragione e spera in una sua vittoria sul campo contro i nazisti ucraini. Parlo di una minoranza che alberga nelle fila della sinistra, di chi, e ne conosco qualcuno, è incattivito dalla nostalgia per il due blocchi, Usa contro Urss, e rimpiange l’equilibrio del terrore terminato con la fine del socialismo reale. Ma nel tentavo espansionistico di Mosca vede un film sbagliato: Putin non è il capo di uno dei due blocchi che erano anche portatori di modelli sociali, economici e culturali diversi, oggi di blocco ne è rimasto uno solo. Tralascio il fatto che la paura, più che legittima, dell’egemonismo americano non può spingere dalla parte di chi si vorrebbe che fosse ma non è Giuseppe Stalin. Ma questa è una riflessione personale di chi con lo stalinismo ha rotto ogni sia pure solo ereditato rapporto appena è stato in grado, anagraficamente, di intendere e volere. Che cosa può mai avere a che fare con qualsivoglia idea di sinistra uno che solo 4 anni fa ha messo fuori legge il sindacato metalmeccanico, complice di aderire allo stesso sindacato multinazionale di cui fanno parte Fiom, Fim e Uilm e un’altra cinquantina di organizzazioni in giro per il mondo? Il tribunale di San Pietroburgo lo accusa di aver raccolto firme per modificare l’orrenda legislazione russa sul lavoro, e tanto è bastato perché fosse messo a tacere. Putin fa semplicemente quel che da noi Confindustria e parte non secondaria della politica sognano ma non riescono a realizzare.

Putin non è figlio né figlioccio di Stalin, tampoco di Lenin. Semmai è un figliastro, o meglio un nipotastro della cultura imperiale zarista, per liberarsi della quale Lenin e i bolscevichi fecero la rivoluzione cosiddetta d’ottobre. Non c’entra niente, Putin, con l’ottobre rosso perché di rosso ha solo le mani sporche di sangue. Scriveva Ivan IV Vasil’evic detto Ivan il terribile in una lettera ad Andrej Kurbskj, il nobile russo prima amico e poi oppositore: «Tutti i sovrani russi sono autocrati e nessuno ha il diritto di criticarli, il monarca può esercitare la sua volontà sugli schiavi che Dio gli ha dato. Se non obbedite al sovrano quando egli commette un’ingiustizia, non solo vi rendete colpevoli di fellonia, ma dannate la vostra anima, perché Dio stesso vi ordina di obbedire ciecamente al vostro principe». Vi ricorda qualcuno, questo zar di tutte le Russie?

Solo partendo da un principio di realtà, solo con la cultura che dovrebbe averci vaccinato rispetto al veleno delle bugie di guerra, è lecito prendere posizione, a favore, sia pur con tutti i distinguo, o contro la guerra di Putin. Dando a Putin il suo vero nome, Ivan IV Vasil’evic e non Iosif Vissarionovic Dzugasvili, per esempio, si può comunque dire che armare gli ucraini è una follia che alimenta nuova guerra e non allunga la vita di un solo bambino che ha avuto la sfortuna di nascere e crescere sotto le bombe. E sempre chiamando per nome Putin si può, al contrario, sostenere il dovere morale di aiutare con ogni mezzo la resistenza ucraina (possibilmente senza impropri e inaccettabili paragoni con la Resistenza al nazi-fascismo), a prescindere dalle conseguenze per l’Ucraina e l’umanità.

 

Anche le bugie non sono più quelle di una volta, è come se le loro gambe si fossero allungate a dismisura. Le bugie e i non detti, i non visti. Delle stragi di Putin oggi vediamo tutto, i civili ammazzati ci vengono sbattuti in faccia ora dopo ora tra una pubblicità del farmaco contro la prostata e un varietà. I 14 mila russofoni ammazzati nel Donbass negli ultimi otto anni, invece non li abbiamo visti, come non abbiamo commentato i cinquanta morti ammazzati dentro e fuori la sede sindacale di Odessa dai nazisti del battaglione Azov, come ci ricorda il presidente di Pax Christi, il vescovo Giovanni Ricchiuti. Questo vuol dire che i crimini dell’uno pareggiano quelli dell’altro? Al contrario, i crimini dell’uno si sommano a quelli dell’altro in una spirale criminale in cui le responsabilità maggiori sono del più forte, cioè della Russia, senza però assolvere il più debole. Senza dimenticare. Dire che prima delle foibe ci sono stati i crimini dei fascisti italiani contro il popolo jugoslavo non vuol dire che le foibe siano state una risposta giusta, ma è indubbio che siano state una risposta. Così come ricordare le vittime del Donbass non significa che le bombe di Putin sull’Ucraina possano nobilitare a “guerra giusta” la sporca guerra di oggi. I bambini del Donbass valgono come quelli di Kiev e come i bambini di tutto il mondo e di tutte le guerre. Gli uni e gli altri vanno salvati e per farlo, oggi, bisogna fermare una guerra combattuta intorno, e dentro, le centrali nucleari. Anch’esse andrebbero salvate, e poi magari chiuse. Armare la resistenza ucraina contro una potenza che oltre alle centrali ha anche le bombe nucleari, avvicina o allontana la pace in Ucraina e nel mondo?
A chiamare Putin Stalin e bolscevichi i soldati russi si fa un falso storico, così come a chiamare il presidente russo Hitler, per di più banalizzando quel che è stato il peggiore dei crimini del Secolo breve: lo sterminio di ebrei, rom, antifascisti, handicappati, omosessuali. Si può ragionare – noi che il rumore delle bombe lo sentiamo solo in tv, speriamo non solo per ora – e persino litigare a partire da un principio di realtà, evitando di aumentare la quantità di bugie di guerra messe in circolazione da un’informazione embedded, al di qua e al di là del nuovo muro?

Un’ultima considerazione. La prima vittima della guerra è la verità. Ma c’è una verità almeno che andrebbe salvaguardata: la guerra rende chi combatte per la libertà sempre più simile a chi combatte per cancellarla, mina nel profondo la democrazia e le coscienze. I partigiani l’avevano capito benissimo, e per questo vollero fortissimamente l’articolo 11 nei principi fondamentali della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Articolo tratto da: ilmanifestoinrete

 

Chernobyl and Zaporizhzhia power cuts: nervous wait as Ukraine nuclear power plants could start leaking radiation

New Safe Confinement structure at Chernobyl.
OLEG PETRASYUK/EPA-EFE

Lewis Blackburn, University of Sheffield

The catastrophic disaster at the Chernobyl Nuclear Power Plant in 1986 was caused by an explosion at the Reactor 4 Unit. This expelled a sizeable quantity of radioactive material into the surroundings, alongside a partial meltdown of the reactor core. The last few decades have seen substantial international efforts to safely contain and decontaminate the site, including the recent installation of the New Safe Confinement structure.

But Russian forces have now seized the site, along with the Zaporizhzhia nuclear power plant, as part of the ongoing conflict in Ukraine. Moreover, on March 9, Ukrainian authorities reported a power loss at Chernobyl, followed by a partial one at Zaporizhzhia.

Despite reassurances by the International Atomic Energy Agency (IAEA) that there is no imminent safety threat posed by the power isolation, it is important to understand the potential impact going forward.

When nuclear fuel is removed from the core of a reactor, it is redesignated as “spent” nuclear fuel and often treated as a waste product for disposal.

But fuel will continue to dissipate heat due to radioactive decay, even after being removed from the reactor core. It is therefore of foremost importance that the spent fuel material contained at the Chernobyl site is adequately and continuously cooled to prevent a release of radioactivity.

At Chernobyl, as well as other sites, standard procedures to safely handle such material involves placing the fuel into water-filled ponds, which shield the near-field environment from radiation. They also provide a medium for heat transfer from the fuel to the water via continuous circulation of fresh, cool water.

If circulation is compromised, such as the recent power shutdowns, the fuel will continue to emit heat. This can make the surrounding coolant water evaporate – leaving nothing to soak up the radiation from the fuel. It would therefore leak out to the surroundings.

In the case of Chernobyl, the spent fuel material has been out of the reactor for an adequate period of time and does not, therefore, require intensive cooling. However, the surrounding water could nevertheless be evaporated eventually if the power is not reinstated. This could, in turn, heighten the risk for an increased radiation dose uptake by the remaining site workers and beyond.

The remaining risks are mainly posed by the severely damaged Reactor 4 Unit, which contains sizeable quantities of a lava-like material, commonly referred to as “corium” (because it comes form the core). This is highly radioactive and its eventual disposal continues to present a substantial scientific and engineering challenge. It is therefore necessary that the continued operation of radiation monitoring and ventilation systems within the New Safe Confinement structure remain online.

At Zaporizhzhia, two out of six reactors are actually operating. The damaged power connection luckily affects a reactor that is currently shut down. This is undergoing repair – but it is difficult to get spare parts in the middle of the war.

Nervous wait

Despite assurances that there exist on-site reserves of diesel fuel that could feasibly provide back-up power for approximately 48 hours at Chernobyl, we don’t know how long the site will be without power. It should be reiterated, however, that IAEA have said there is no cause for immediate alarm. That’s because there is enough water in the spent fuel pools to avoid an accident. It may be months before the water is completely gone.

This is reassuring, but then the fighting in the region is reportedly already making it difficult to fix the power connection problem.

At Zaporizhzhia, the damaged power connection is undergoing repair – but it is difficult to get spare parts in the middle of a war. The fact that the reactor is shut down means it is not an immediate safety risk. But if power is cut to one of the operating reactors, paired with substantial damage to backup generators, this could result in meltdown in the worst case.

The safe dismantling, decontamination and decommissioning of the Chernobyl site is the collective aim of the global engineering community, yet estimates of completion range into the late 2060s. Clearly, the latest events events pose a serious threat to the ongoing decommissioning efforts in Ukraine.The Conversation

Lewis Blackburn, EPSRC Doctoral Prize Fellow in Materials Science, University of Sheffield

This article is republished from The Conversation under a Creative Commons license. Read the original article.

 


Interruzioni elettriche di Chernobyl e Zaporizhzhia: attesa nervosa perché le centrali nucleari ucraine potrebbero iniziare a perdere radiazioni

traduzione robotizzata dall’inglese con google translator

Il catastrofico disastro alla centrale nucleare di Chernobyl nel 1986 è stato causato da un’esplosione presso l’unità Reactor 4. Ciò ha espulso una notevole quantità di materiale radioattivo nell’ambiente circostante, insieme a una fusione parziale del nocciolo del reattore. Gli ultimi decenni hanno visto sostanziali sforzi internazionali per contenere e decontaminare in sicurezza il sito, inclusa la recente installazione della struttura New Safe Confinement .

Ma le forze russe hanno ora sequestrato il sito, insieme alla centrale nucleare di Zaporizhzhia , come parte del conflitto in corso in Ucraina. Inoltre, il 9 marzo, le autorità ucraine hanno segnalato una perdita di potenza a Chernobyl, seguita da una parziale a Zaporizhzhia .

Nonostante le rassicurazioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) secondo cui non vi è alcuna minaccia imminente per la sicurezza rappresentata dall’isolamento dell’alimentazione, è importante comprendere il potenziale impatto in futuro.

Quando il combustibile nucleare viene rimosso dal nocciolo di un reattore, viene rinominato come combustibile nucleare “esaurito” e spesso trattato come un prodotto di scarto per lo smaltimento.

La nostra missione è condividere le conoscenze e prendere decisioni informate.

Ma il carburante continuerà a dissipare calore a causa del decadimento radioattivo, anche dopo essere stato rimosso dal nocciolo del reattore. È quindi della massima importanza che il materiale combustibile esaurito contenuto nel sito di Chernobyl sia adeguatamente e continuamente raffreddato per prevenire il rilascio di radioattività.

A Chernobyl, così come in altri siti, le procedure standard per manipolare in sicurezza tale materiale comportano il posizionamento del carburante in stagni pieni d’acqua, che proteggono l’ambiente del campo vicino dalle radiazioni. Forniscono anche un mezzo per il trasferimento di calore dal carburante all’acqua attraverso la circolazione continua di acqua fresca e fresca.

Se la circolazione è compromessa, come le recenti interruzioni di corrente, il combustibile continuerà a emettere calore. Ciò può far evaporare l’acqua di raffreddamento circostante, senza lasciare nulla per assorbire le radiazioni del carburante. Si diffonderebbe quindi nell’ambiente circostante.

Nel caso di Chernobyl, il materiale combustibile esaurito è rimasto fuori dal reattore per un periodo di tempo adeguato e, pertanto, non necessita di un raffreddamento intensivo. Tuttavia, l’acqua circostante potrebbe comunque evaporare alla fine se l’alimentazione non viene ripristinata. Ciò, a sua volta, potrebbe aumentare il rischio di un aumento dell’assorbimento della dose di radiazioni da parte dei restanti lavoratori del sito e oltre.

I restanti rischi sono principalmente posti dall’Unità Reactor 4, gravemente danneggiata, che contiene notevoli quantità di un materiale lavico , comunemente chiamato “corium” (perché proviene dal nucleo). Questo è altamente radioattivo e il suo eventuale smaltimento continua a rappresentare una sfida scientifica e ingegneristica sostanziale. È quindi necessario che il funzionamento continuato dei sistemi di monitoraggio delle radiazioni e ventilazione all’interno della struttura del Nuovo Confinamento Sicuro rimanga online.

A Zaporizhzhia, due reattori su sei sono effettivamente in funzione. Il collegamento di alimentazione danneggiato fortunatamente colpisce un reattore che è attualmente spento . Questo è in fase di riparazione, ma è difficile ottenere pezzi di ricambio nel mezzo della guerra.

Attesa nervosa

Nonostante le assicurazioni che esistono riserve in loco di carburante diesel che potrebbero fornire in modo fattibile alimentazione di riserva per circa 48 ore a Chernobyl, non sappiamo per quanto tempo il sito rimarrà senza alimentazione. Va ribadito, tuttavia, che l’AIEA ha affermato che non vi è motivo di allarme immediato. Questo perché c’è abbastanza acqua nelle piscine del combustibile esaurito per evitare un incidente. Potrebbero volerci mesi prima che l’acqua sia completamente sparita.

Questo è rassicurante, ma poi, secondo quanto riferito, i combattimenti nella regione stanno già rendendo difficile risolvere il problema della connessione elettrica.

A Zaporizhzhia, il collegamento elettrico danneggiato è in riparazione, ma è difficile ottenere pezzi di ricambio nel mezzo di una guerra. Il fatto che il reattore sia spento significa che non rappresenta un rischio immediato per la sicurezza. Ma se l’alimentazione viene interrotta a uno dei reattori in funzione, insieme a danni sostanziali ai generatori di riserva, ciò potrebbe causare una fusione nel peggiore dei casi.

Lo smantellamento, la decontaminazione e lo smantellamento in sicurezza del sito di Chernobyl è l’obiettivo collettivo della comunità ingegneristica globale, ma si stima che il completamento arrivi alla fine degli anni ’60. Chiaramente, gli eventi più recenti rappresentano una seria minaccia per gli sforzi di smantellamento in corso in Ucraina.

Patrick Zaki, l’ennesimo rinvio: udienza rimandata al 6 aprile

 

Fonte Articolo21

Autore : Riccardo Noury 

 

Nel giro di pochi minuti, tanto è durata la quarta udienza del processo che vede Patrick Zaki imputato di “diffusione di notizie false”, il giudice ha reso noto il rinvio al 6 aprile.

La notizia del rinvio inquieta e rattrista. Speravamo tutti, Patrick in primo luogo, che oggi avrebbe riacquistato la sua libertà. Purtroppo, non è stato così.

Non ci sono dettagli particolari sul motivo di questo ennesimo rinvio, se non, immagino, l’intento di prolungare ancora una volta questo limbo giudiziario che dura dal febbraio 2020.

Continueremo a stare accanto a Patrick, augurandoci che il tempo che lo separa dal 6 aprile sia un tempo tranquillo, sereno e di studio e che dopo quella data sia posta fine, nel migliore dei modi, alla sua persecuzione giudiziaria.

RITORNO A REIMS

fonte La Bottega del Barbieri 

 

di Alberto Prunetti (*)

 

Recensendo «Retour à Reims (Fragments)» Alberto Prunetti avverte il rischio che le storie working class vengano neutralizzate. Eppure queste biografie operaie aiutano a liberarsi dalle zavorre che ci portiamo dietro

 

Da un po’ di giorni ricevevo inviti a guardare il documentario francese Retour à Reims (Fragments) di Jean-Gabriel Périot. E sempre mi sottraevo. Ho un rapporto complesso, di attrazione e distanziamento, con l’opera di Didier Eribon a cui il documentario si ispira esplicitamente. Quando la lessi la prima volta mi ritrovai risucchiato in quelle pagine, assediato da flashback della mia infanzia. Quello che mi allontanava però dal memoir di Eribon era la mia traiettoria personale: per me gli studi non erano stati un elemento di mobilità sociale. Dopo la laurea non avevo fatto alcun dottorato, non ero entrato nel mondo della classe media intellettuale ma ero andato a lavorare in pizzerie e ristoranti per dieci anni. Avevo anche pulito merda di cavalli in resort di lusso in Italia. Non ero insomma un transfuga di classe e la classe media si guardava bene dall’accogliermi tra le sue braccia. Anzi, mi sfruttava alacremente.

Certo, me n’ero andato dalla mia città natale, con il suo altoforno che languiva e gli alti tassi di disoccupazione. Ma ero rimasto nella classe lavoratrice, saltando dalla padella alla brace, finendo a pulire cessi a Bristol, senza prendere nessun ascensore sociale. E quando ho provato a raccontare le mie disavventure working class in Gran Bretagna, un giornale conservatore, il Daily Mail, mi ha descritto come un «very sweary, grizzled old Italian Lefty», ossia un «volgare sinistrorso attempato», con il sottinteso che gente come me non dovrebbe scrivere libri ma stare al suo posto, a condire pizze con l’ananas e il prosciutto cotto.

Prima della visione

L’altro elemento che mi preoccupava era la ricezione da parte della classe media di opere culturali prodotte da autori con un background working class. Non è un problema solo delle opere di Eribon o Éduard Louis. Riguarda in forme diverse un po’ tutti. La narrativa working class rischia una paradossale eterogenesi dei fini. I memoir di donne proletarie abusate, che per le autrici hanno un valore terapeutico, alimentano il voyerismo middleclass di chi compatisce le vite dei poveri. Trainspotting di Irvine Welsh ha spedito nel fine settimana tour di studenti universitari ricchi a fare il poverty safari in Scozia per poi tornarsene con l’hangover nelle loro confortevoli case del sud dell’Inghilterra. E una mia inchiesta sulla malattia professionale di mio padre, Amianto, spesso mi garantisce una serie di pacche sulle spalle da persone che mi vogliono vedere come una vittima e non come uno che vorrebbe mettere a fuoco i privilegi di classe.

Stiamo insomma attraversando un periodo interessante per la letteratura working class, ma la strada è tutt’altro che in discesa. Aumenta l’impatto nell’industria culturale mainstream delle storie working class (penso a Maid di Stephanie Land e a Shuggie Bain di Douglas Stuart); si abbassa il livello di testosterone delle storie proletarie e la classe si intreccia sempre di più con altre forme di oppressione, come quelle di genere e di race. Viene meno la narrativa della rissa fuori dal pub e si mette in discussione la mascolinità tossica anche in ambiente operaio. Il rischio però è che queste storie di classe operaia passino attraverso un processo di normalizzazione che le renda accettabili agli occhi dei lettori di classe media, togliendo loro ogni elemento sovversivo. La storia di un ragazzo che soffre perché vede la propria omosessualità stigmatizzata in ambiente operaio e accettata nel passaggio verso la classe media, come accade nei memoir di Eribon e in quello di Eduard Louis, rischia di confortare il lettore middleclass sulla propria superiorità morale, demonizzando la classe operaia e presentando la borghesia come un luogo di emancipazione (Il film Pride in questo senso va nella direzione opposta, perché mostra la possibilità di cercare un’alleanza tra politiche di classe e di identità).

Il punto è che qualsiasi cosa facciamo o scriviamo, rischiamo l’eterogenesi dei fini. E certo questa non può essere una ragione per non scrivere. Ma dobbiamo riflettere sulla possibilità che la middleclass si appropri delle nostre storie e le usi per fini diversi da quelli per cui le abbiamo scritte. Ad esempio, raccontando storie working class, rischiamo di entrare nel paradigma della vittima, o del «bravo ragazzo che ce l’ha fatta» (in cui mi espongo con il mio 108 metri) o del criminale che si mette il passato alle spalle (The Young Team di Graeme Armstrong, altro libro grandissimo di questa stagione di letteratura working class). Insomma, qualsiasi mossa facciamo come autori di classe operaia, ci esponiamo alla possibilità di alimentare il mito del deserving poor vs l’underdeserving poor, del cherry picking, della ciliegia buona nel mazzo delle cattive.

Dobbiamo cominciare a combattere contro questo rischio, cercando di fissare dei paletti per evitare che le nostre opere subiscano un framing middleclass. Non è sempre possibile, ovviamente. Lo fa bene Cash Carraway, quando si rivolge al lettore di classe media del suo memoir Skint Estate accusandolo di voyerismo. Lo fa Éduard Louis riprendendo il filo della sua storia e raccontando quel padre, presentato come un perpetratore dell’ideologia reazionaria e eteronormata, in maniera completamente diversa, più umana, in un’opera successiva a quella del suo esordio: Chi ha ucciso mio padre (Qui a tué mon père). Lo fa spiegando come l’adesione del padre operaio a ideali di suprematismo bianco e di nazionalismo e di omofobia era il risultato di una pressione enorme esercitata sulla classe operaia: il tentativo di cooptare una parte della classe operaia bianca, legandola a quello che più assomigliava ai suoi sfruttatori, ossia il fatto di essere maschi. Depistando la violenza di classe verso il basso. Patriarcato, razzismo e suprematismo bianco sono forze che possono distruggere la solidarietà di classe. Come ci spiega benissimo questo adattamento cinematografico del notevole memoir di Didier Eribon.

Primo movimento

Ma cominciamo con ordine. Tutte queste cose alla prima visione non mi sono venute in mente. Anche perché il film mi ha preso assolutamente in contropiede. Invece di una narrazione solista, mi sono trovato di fronte un racconto corale, polifonico, raccontato col montaggio – suprema arte proletaria, da Eizenstejn fino all’ultimo dei saldatori – di voci di archivio, prelevate da materiale documentaristico e cinematografico francese, sorrette da un frame teorico che risente della lezione di Bourdieu. Voci che risuonano nella mia testa con timbro fin troppo familiare. Scene di famiglia. Endogamia di classe. Gli operai si sposano tra di loro perché la classe media non spreca il capitale familiare accumulato. Gli operai e le operaie si innamorano ai balli popolari. Scene di balli, interviste a giovani donne di classe operaia.

Non posso non pensare alla mia famiglia. Mio padre e mia madre si sono conosciuti proprio in un posto come questo: una sala da ballo popolare. Un’operaia bella dice che vuole sposare un operaio, ma deve essere bello anche lui. Non posso non pensare ancora alle foto di famiglia. Alla bellezza strafottente di mio padre, che a vent’anni sembrava un cowboy del metallo e che alla fine dei suoi giorni in tuta blu diventerà un rottame da cui la sanità pubblica si sbrigherà a togliersi il peso con la diagnosi di un tumore polmonare. Il corpo degli operai ci dice la verità sulle loro vite. La loro bellezza si consuma, raschiata via dalle macchine, troppo presto. Essere di classe operaia non è solo una definizione da salario e indicatori economici: vuol dire essere qualcuno a cui è stata rubata la bellezza dalla vita.

Il film continua ma ormai la mia visione segue le dinamiche di contemplazione di uno sguardo interno. Le immagini sulla pellicola rimbalzano dalla mia retina al cervello e non riesco a permettermi lo sguardo esterno, oggettivo, borghese, di chi può guardare un film del genere a titolo informativo, espositivo o militante. Detta in altro modo, per me ogni fotogramma è una ferita di classe che sanguina e la voce off, femminile, assume una forza ipnotica e fa da contrappunto alla coralità delle voci proletarie dell’archivio.

Adesso – Bourdieu docet – si continua con la riproduzione sociale e l’esclusione dei figli dei proletari dal mondo della cultura. Sono immagini di bambini francesi quelle sullo schermo ma io continuo a pensare a mia madre, ai suoi racconti sulle medie separate, al suo desiderio di studiare che si è arenato nel sapere utilitaristico di una scuola professionale in cui anche la matematica era insegnata, come recitava il titolo di un suo vecchio manuale che ho trovato in un cassetto, «per l’avviamento industriale femminile». Mentre mio padre esce dalla scuola a testa alta, da uomo fatto, per iniziava a lavorare a 14 anni. Ingiustizie, un mondo di ingiustizie. La madre di Eribon commenta un licenziamento e la voce off ci dice: «da allora provo odio per le relazioni gerarchiche e di potere». Quanta empatia c’è in quell’odio di classe.

I fotogrammi scorrono. Arriva il momento più commovente. La situazione delle donne operaie è ancora più oppressiva di quella dei loro mariti. Le donne proletarie si fanno carico del lavoro di cura domestico e non retribuito e mancano di quei momenti fondamentali di socialità operaia che permette ai lavoratori maschi di andare avanti, con qualche sollievo emotivo: il bar, il bistrot, le sigarette con gli amici parlando di calcio e politica. Il sabato pomeriggio degli operai.

Ma la depressione operaia è dietro l’angolo. La voce di un operaio, associato a un’immagine di catena di montaggio, mi fa venire in mente Lulù di La classe operaia va in paradiso. Ma è meno spaccone del personaggio di Gian Maria Volonté. Le sue parole scavano dentro la coscienza ferita: «Sei come una macchina. Le mani mi fanno male. Quando cambio la bambina, non riesco a slacciarle i bottoni. Ci hanno mangiato le mani. Faccio fatica a scrivere, è difficile esprimersi. Quando non parli per 9 ore di seguito, hai così tanto da dire che non riesci a dire nulla. Hai paura. Noi sopravviviamo. In media un operaio vive 59 anni».

59 anni. Mio padre, dopo aver lavorato una vita da saldatore, è morto a 59 anni per un tumore professionale causato dall’amianto. 59 fottuti anni. Un operaio vive in media quindici anni meno di un impiegato, anche di piccola classe media.

A 50 anni mio padre ne dimostrava 70. A 20 anni era bello come un cowboy del metallo. A 50 anni aveva la tavola di Mendeleiev tatuata sui polmoni e sembrava un vecchio devastato, con gli occhi spenti, senza più la luce piena di irriverenza verso i quattrinai degli anni della sua giovinezza.

La classe sta nel corpo, è embodied, sta sotto la pelle, under your skin, come ha scritto la femminista britannica Annette Kuhn. A chi vi dice che le classi sociali non esistono, fate vedere il corpo di un operaio, di un’operaia di sessant’anni. Le ferite di classe incistate nel corpo degli operai che invecchiano. «Il corpo di una donna operaia quando invecchia mostra tutta la verità dell’esistenza delle classi», dice la voce off di Retour a Reims. Mi infilo in una deriva di pensieri, incalzato dalla voce di un adolescente che declama parole meravigliose: penso che una società sarà giusta quando anche gli operai saranno felici. Qui finisce il primo movimento dedicato alla classe operaia, quella classe destinata ad abolire lo stato delle cose presenti nel nome del suo universalismo.

Secondo movimento

E comincia il secondo movimento. Meno emotivo. Più espositivo-argomentativo. Il tema diventa quello della rappresentanza politica del mondo operaio. Del tradimento dei partiti e dei sindacati che, nati nel movimento operaio, hanno virato verso la classe media, sulla base del presupposto che «la classe operaia non esiste più». In realtà in tanti hanno fatto il funerale alla classe operaia – come ci ricorda Richard Hoggart nella sua introduzione all’edizione del 1989 di The Road to Wigan Pier di George Orwell – ma la bara era sempre vuota. Eppure in lustri di neoliberismo si è ripetuto come una litania il mantra tatcheriano per cui le classi non esistono: la società è un sistema omogeneo, da gestire con tecniche di management, senza che ci sia un conflitto di interessi contrapposti tra gruppi sociali distinti. Smantellata la classe e atomizzati i lavoratori, la forza operaia si spegne e si scopre impotente. L’impotenza genera rabbia e frustrazione. La forza di un tempo si rivolgeva contro il padrone e l’oppressore; la rabbia e la frustrazione sono incanalate contro i deboli e gli impotenti. La forza degli operai diventa maschilismo che colpisce le donne operaie, o i deboli della propria classe: i lavoratori immigrati. Così, spinti dalle destre, si finisce per diventare traditori di classe. E quando si cerca una ricomposizione nell’astrazione generale, invece che alla classe si guarda alla nazione. Di qui le tendenze verso il suprematismo bianco di certi settori della classe operaia. La destra in fondo ha fatto il suo gioco: ha colto la disperazione della gente comune e ha provato a deviarla verso i propri obiettivi, a difesa dei ricchi. La sinistra istituzionale, gentrificata, se ne sbatte della disperazione della gente, è diventata un partito di persone istruite che fanno scelte di consumo illuminate. Alimentando sempre di più il rancore degli oppressi.

Cattivi umori attraversano il secondo movimento della pellicola. Mark Fisher parlerebbe di giustizia negativa: che capiti agli altri quel che è capitato a me. Il razzismo, soffiato sulle ceneri del rancore dalla destra, guadagna campo. Non che elementi di conservatorismo – e il film lo spiega bene – non esistessero da sempre nel mondo operaio. Ma erano sussurri che non diventavano la base per campagne di mobilitazione politica, perché i partiti e i sindacati mobilitavano le energie dal basso verso l’alto, contro le imprese e il padronato. Oggi la destra cerca di occupare lo spazio retorico della sinistra per «difendere i lavoratori», dividendo la classe operaia sul fronte della linea del colore, per mobilitarla contro gli stranieri.

Un tempo famosi per la loro generosità e solidarietà, così lontane dall’utilitarismo commerciale e dall’individualismo dei borghesi, oggi gli operai sono raccontati come gretti, ignoranti e meschini. Ma non è così: ci stanno demonizzando. Mi viene in mente una citazione di Dorothy Allison. «Ci chiamano anche ceti bassi, plebaglia, classe operaia, poveri, proletari, pezzenti, rifiuti umani o feccia. Da tutto questo so far nascere storie», scriveva Allison in Due o tre cose che so di sicuro.

Ecco, di sicuro io so che dobbiamo tornare a Reims, alle nostre dannate città operaie, e riprendercele.  Dobbiamo raccontare della classe operaia anche la luce e non solo le ombre e smettere di pensare che la borghesia possa essere un luogo di emancipazione. Dobbiamo pensare a una classe operaia che sia anche intersezionale e queer, che lotti contro il patriarcato e l’eteronormatività. Con l’immaginario, con l’attivismo, con la forza delle nostre storie. Perché siamo il fottuto sale della terra e dobbiamo avere l’ orgoglio di resistere a una sinistra di persone bennate che ci tratta con condiscendenza e a una destra che avvelena i pozzi della solidarietà operaia.

Non so se è uno spin off del film che ho visto io, ma mi immagino che le storie raccontate da Didier Eribon, da Éduard Luis, dalla stessa Annie Ernaux, invece di rassicurare il lettore middleclass sulla presunta superiorità etica della classe media, servano a spronare la classe operaia sulla necessità di liberarsi dalle zavorre del sessismo, dell’eteronormatività, del razzismo, del patriarcato. Che esistono in tutte le classi, non solo in quella operaia. Mi immagino questi autori e queste autrici francesi lottare per una classe operaia nuova che può illuminarsi dalle loro traiettorie biografiche, senza sentirsene schiacciata. Che in queste opere veda la possibilità di ricostruire un nuovo immaginario. Come diceva David Graeber, lui stesso nato in una famiglia della working class statunitense, con l’immaginario le classi popolari si prendono cura di sé stesse. Prendersi cura di sé, fare della working class una caring class, riprendere percorsi di coscienza e di solidarietà di classe, lottando contro il capitalismo, il razzismo, il patriarcato, l’eteronormatività e i ricchi di merda. Ecco due o tre cose che di sicuro dobbiamo fare, con i conflitti sociali e con i romanzi, con gli scioperi e con l’immaginario working class. Coi piedi sempre dentro la classe.

(*) Alberto Prunetti, scrittore e traduttore, è autore di Nel girone dei bestemmiatori (Laterza, 2020), 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018) e Amianto. Una storia operaia (Alegre, 2014). Per Alegre dirige la collana di narrativa Working Class.

https://jacobinitalia.it/ritorno-a-reims/

QUI il film completo, su Arte.tv, con sottotitoli in italiano

Cosa c’è di sbagliato nel capitalismo?

Fonte RedFlag.org.au che ringraziamo

di Hersha Kadkol

Il fondatore di Amazon Jeff Bezos, il fondatore del Virgin Group Richard Branson e il CEO di Tesla Elon Musk illustrano tutto ciò che non va nel capitalismo. Proprio quando pensavi che i tre miliardari non potessero essere più lontani dal contatto con l’umanità, hanno deciso di allontanarsi completamente dal pianeta, spendendo almeno 21,8 miliardi di dollari della loro ricchezza personale in progetti di voli spaziali.

Bezos è volato via per undici minuti su un razzo che, opportunamente, sembrava un cazzo gigante. La rivista Fortune riporta di aver speso almeno 5,5 miliardi di dollari per la sua compagnia spaziale, Blue Origin, che tuttavia è una goccia nell’oceano rispetto alla sua fortuna complessiva di quasi 200 miliardi di dollari.

Branson ha speso almeno 1 miliardo di dollari della sua ricchezza in Virgin Galactic. Ciò è avvenuto dopo che le società Virgin hanno ricevuto centinaia di milioni di fondi di salvataggio dai governi del Regno Unito e dell’Australia per coprire le perdite dovute alla pandemia. E Musk, un eroe di culto dei libertari, ha una partecipazione da 15,3 miliardi di dollari in SpaceX, che mira a lanciare razzi sulla luna e su Marte.

I tre miliardari spaziali hanno un patrimonio netto combinato di circa 400 miliardi di dollari. Il loro consumo cospicuo di nuovo stile arriva in un momento in cui più di 800 milioni di persone in tutto il mondo vanno a letto affamate ogni notte. Per cosa potrebbe essere utilizzata la loro ricchezza collettiva invece dei voli di gioia guidati dall’ego?

Secondo il progetto Ceres2030, una partnership di ricercatori della Cornell University, dell’International Food Policy Research Institute e dell’International Institute for Sustainable Development, i governi devono spendere 33 miliardi di dollari all’anno per sradicare la fame nel mondo entro il 2030. Bezos, Branson e Musk potrebbero farlo esso stesso e rimanere ancora con decine di miliardi di dollari di riserva.

Il costo della vaccinazione nel mondo contro il COVID-19 rappresenta un ostacolo per affrontare la peggiore pandemia che l’umanità abbia vissuto dai tempi dell’influenza spagnola. Eppure il prezzo stimato di 66 miliardi di dollari è poco più del triplo di quanto i tre miliardari hanno speso per i loro progetti hobby.

Se solo la ricchezza di questi tre potesse affrontare tali problemi, potremmo fare molto di più con la ricchezza di tutti i super ricchi del mondo. Secondo la rivista Forbes, la ricchezza complessiva dei 2.755 miliardari del mondo è di ben 13 trilioni di dollari. Aggiungi a ciò la ricchezza dei multimilionari con più soldi di quanto potrebbero ragionevolmente spendere in una vita.

I 73 trilioni di dollari necessari per finanziare una transizione globale alle energie rinnovabili fino al 2050, secondo un rapporto del 2019 pubblicato dalla Stanford University, sono piccole patate rispetto alla ricchezza che l’élite globale accumulerà nei prossimi decenni.

Ma il problema è molto più profondo dei propri fondi accumulati. I miliardari sono innegabilmente avidi, ma questo da solo non può spiegare come siano stati in grado di accumulare così tanta ricchezza individuale.

Bezos, Musk e tutti i super ricchi del mondo sostengono che le loro ricchezze sono una giusta ricompensa per investire saggiamente e innovare. Ma la loro ricchezza non riguarda solo il reddito. Appartengono a un gruppo selezionato nella società che controlla collettivamente la maggior parte delle risorse produttive.

Possiedono i terreni agricoli e rivendicano i minerali estratti dal terreno. Possiedono i veicoli e i porti necessari al trasporto delle merci e i vasti magazzini per immagazzinarle. Possiedono le raffinerie di petrolio e le fornaci di acciaio. Possiedono l’infrastruttura di telecomunicazioni e gli edifici per uffici. Queste risorse economiche sostengono la nostra società. Sono tenuti a produrre cibo ed elettricità, telefoni, frigoriferi e carta.

I ricchi decidono cosa viene prodotto, come vengono prodotte le cose, chi partecipa al processo di produzione e dove vanno i prodotti. Questo gruppo minoritario è la classe capitalista. Sono una classe sociale separata non solo per la ricchezza accumulata, ma anche per questo controllo economico.

Per questo motivo, ridistribuire gran parte della ricchezza monetaria, ad esempio introducendo tasse molto più elevate, sebbene auspicabile, non andrebbe al nocciolo del problema. Se domani prendessi la maggior parte della fortuna personale di Jeff Bezos, lui controllerebbe comunque Amazon e accumulerebbe semplicemente le sue ricchezze nel tempo.

Come fanno a trasformare i loro investimenti in sempre più soldi? Mettendo milioni di persone a lavorare senza lavorare da sole. Nel caso dell’Amazzonia di Bezos, 1,3 milioni di persone in tutto il mondo, per l’esattezza. Quei lavoratori non hanno voce in capitolo sulla direzione dell’azienda o su ciò per cui viene utilizzata la massiccia rete logistica. Al suo ritorno dall’orbita, lo stesso Bezos ha sottolineato che tutti i soldi per il suo volo spaziale provenivano dal lavoro dei lavoratori. “Voglio ringraziare ogni dipendente Amazon e ogni cliente Amazon perché voi ragazzi avete pagato per tutto questo”, ha detto.

Le famigerate condizioni e l’inflessibilità del lavoro di magazzino di Amazon rendono esplicito lo sfruttamento lì. Ma anche i lavoratori che sono pagati molto meglio e con lavori migliori guadagnano più soldi per il loro capo di quanto il capo gli restituisca come salario. Capitalisti e lavoratori non sono uguali nell’economia, perché uno controlla tutte le risorse economiche e l’altro possiede poco più della loro capacità di lavorare.

Questo sfruttamento è al centro del sistema. Sotto il controllo capitalista, le risorse della nostra società sono mobilitate per produrre affinché i mercati generino profitti per i proprietari di imprese, piuttosto che per soddisfare i bisogni umani. In questo quadro, le persone con i maggiori bisogni sono solitamente quelle con il minor accesso ai beni disponibili.

Fame e malnutrizione esistono anche nei paesi ricchi perché, per avere accesso a un bisogno come il cibo, devi essere in grado di pagarlo. L’unico modo in cui le persone possono pagare è che un capitalista offra loro un lavoro. Ma i capitalisti daranno lavoro solo se pensano di poter realizzare un profitto. E anche quando assumono persone, mantengono bassi i salari per generare quei profitti. Quindi, mentre l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura prevede un’elevata produzione di cereali quest’anno, le persone nei paesi più poveri come Yemen, Sudan e Libano stanno perdendo i prezzi di base a causa di rapidi aumenti dei costi e calo dei redditi. Anche negli Stati Uniti, oltre il 10 per cento delle famiglie è considerato “insicuro alimentare” dal Dipartimento dell’Agricoltura.

Prendi un’altra necessità. Nell’attuale pandemia, invece di fermare la diffusione virale rendendo i vaccini disponibili gratuitamente in tutto il mondo, i vaccini COVID-19 delle aziende farmaceutiche sono stati sviluppati e brevettati in modo competitivo in modo che si possa ricavare denaro dalla loro produzione. Invece della società che dirige collettivamente la produzione di massa di vaccini, il lancio è stato ostaggio dei blocchi della catena di approvvigionamento, delle aziende farmaceutiche che si rifiutano di condividere le loro ricette di vaccini e dei paesi più ricchi che acquistano più del necessario.

Quindi abbiamo lo spettacolo grottesco di Albert Boula, CEO di Pfizer, che ha guadagnato 21 milioni di dollari l’anno scorso, un aumento del 17%, mentre milioni di persone ora muoiono perché non possono accedere al vaccino.

E poiché l’investimento capitalista è calcolato solo per realizzare profitti, spesso produce spreco e distruzione. Non c’è esempio migliore dei combustibili fossili. Questi sono incorporati nell’attuale configurazione economica. Le terribili previsioni degli scienziati del clima e dell’ambiente sono sempre più riconosciute, ma non è stato permesso di informare una transizione verso un’economia verde perché costerebbe a troppi capitalisti i loro investimenti esistenti.

Per risolvere il problema del cambiamento climatico, la classe capitalista dovrebbe mettere da parte il desiderio di fare profitto, e invece spendere trilioni per rimodellare l’economia nell’interesse della società umana. È come chiedere a un branco di leoni di diventare vegetariani. Quale membro della classe capitalista comincerebbe questo processo di transizione? Farlo significherebbe rinunciare al proprio status sociale. Forse uno o due potrebbero. Ma la loro posizione sarebbe stata presa da qualcun altro.

La classe capitalista è quindi all’altezza dell’inquinamento da gas serra. La società di auto elettriche di Musk, Tesla, non fa eccezione: nel primo trimestre del 2021, la vendita di crediti di carbonio per un valore di 518 milioni di dollari a società sporche è stata l’unica ragione per cui l’impresa ha realizzato un profitto. E non importa che Bezos descriva la Terra come preziosa e degna di essere salvata mentre è in bilico sopra di essa: qui a terra, la sua classe è responsabile del degrado del pianeta.

Il capitalismo non causa solo problemi economici. Un sistema di sfruttamento di classe crea e perpetua anche l’oppressione sociale per sostenersi. Quando così pochi possiedono e controllano così tante ricchezze, mentre così tanti lottano con così poche risorse, chi sta al vertice deve tenere diviso il resto della popolazione, combattendo tra di noi. E usano un’enorme quantità di violenza per mantenere sottomessi i gruppi oppressi. Oggi, i capitalisti di tutto il mondo guadagnano denaro extra pagando a diverse sezioni della forza lavoro tariffe diverse e convincendo un gruppo che l’altro è responsabile della povertà. Le divisioni sociali lungo le linee di nazionalità, razza, genere e sessualità, imposte dall’oppressione, rompono la solidarietà degli sfruttati contro i padroni che ci governano.

Bezos, Branson e Musk sono solo la punta dell’iceberg: ad ogni angolo, il controllo delle risorse mondiali da parte di una piccola minoranza di persone è l’ostacolo principale alla creazione di una società gestita nell’interesse di tutte le persone del pianeta. Ogni anno che passa, la spinta competitiva al profitto produce effetti sempre più disastrosi. Intere fasce della popolazione mondiale sono condannate alla povertà, mentre ovunque gli oppressi subiscono discriminazioni e sofferenze. Ecco cosa c’è di sbagliato nel capitalismo.

 

I partigiani del nulla

Fonte Articolo21   che ringraziamo

Autore :Domenico Gallo

Sabato 8 gennaio si è svolta a Torino una singolare manifestazione di protesta contro le misure nazionali anticovid, promossa dalla Commissione DuPre (Dubbio e precauzione), fondata a dicembre da Ugo Mattei con Carlo Freccero, Massimo Cacciari e Giorgio Agamben. Sul palco è salito Ugo Mattei, professore di diritto civile, noto a sinistra per aver promosso con altri il referendum per l’acqua pubblica e per essere stato vicepresidente della Commissione Rodotà incaricata della riforma delle norme del codice civile sui beni comuni. Evidentemente la salute pubblica per Mattei ed i suoi seguaci non rientra più nei beni comuni, ma non ci interessa il percorso tortuoso che ha portato il professore torinese a divenire idolo e ideologo del movimento dei no vax, quello che ha suscitato scalpore è il tenore esasperato della comunicazione pubblica. Dopo la sfilata a Novara dei no vax, travestiti da deportati nei campi di sterminio, il prof. Mattei, contestando il green pass per gli autobus, aveva invocato la protesta dei negri americani contro le pratiche di apartheid  e richiamato il gesto di Rosa Parks a Montgomery in Alabama. Sabato scorso, nella prima manifestazione contro l’obbligo vaccinale per gli over 50 e il lasciapassare verde, dal palco di Piazza Castello Mattei ha annunciato la rinascita del “Comitato di liberazione nazionale”. Ha proclamato che il “CLN” vuole emulare i movimenti e i partiti che diressero e coordinarono la Resistenza contro gli occupanti tedeschi nell’ultima fase della seconda guerra mondiale. E si è paragonato proprio a quegli insegnanti che non giurarono fedeltà al regime fascista. “Probabilmente non rivedrò mai più i miei studenti perché non ho intenzione di giurare al draghismo. Quindi sarò sospeso dall’insegnamento. Farò quello che fecero i dodici professori che nel 1931 rifiutarono il giuramento imposto dal regime. Sono maestri che non piegarono la schiena. A loro dedico la rinascita del Comitato di Liberazione Nazionale”.

Contro questa sceneggiata è insorta la Federazione Italiana delle Associazioni partigiane del Piemonte con un duro comunicato in cui osserva che la pretesa dei no vax di costituire un nuovo CLN offende la storia del movimento partigiano: “Il Comitato di Liberazione Nazionale è una storia di grandezze e eroismi, di scelte coraggiose da cui è nata l’Italia democratica, ponendo fine alla ventennale dittatura fascista e attraversando una sciagurata guerra voluta dal regime mussoliniano. Per tali ragioni – prosegue il comunicato – non dimenticando anche lo scellerato parallelo affermato da persone aderenti a questi movimenti irresponsabili no vax tra la condizione di chi irragionevolmente rifiuta il vaccino, esponendo se stesso e gli altri al propagarsi del contagio e di eventi letali e intasando le strutture sanitarie  sotto stress e gli internati nei lager nazisti,  è intollerabile e inaccettabile l’utilizzo indecente che si  ritiene di poter fare di una storia così importante per il nostro Paese quale fu la Resistenza”.

E’ più che comprensibile l’indignazione dei partigiani veri contro quest’uso cialtronesco della storia, ma il problema politico è un altro. Il malessere diffuso, generato dai guasti economico sociali provocati dalla pandemia e la perdita di fiducia nel futuro hanno provocato un’onda di irrazionalità che risale dal profondo della società. Se, come ha rilevato il CENSIS nell’ultimo rapporto, il 31,4% degli italiani oggi si dice convinto che il vaccino è un farmaco sperimentale e che quindi le persone che si vaccinano fanno da cavie, se il 10,9% sostiene che il vaccino è inutile e inefficace, mentre per il 5,9% (cioè circa 3 milioni di persone) il Covid-19 semplicemente non esiste, se il 5,8% sostiene che la Terra è piatta, è evidente che un forte vento di irrazionalità ha infiltrato il tessuto sociale, sia a livello individuale, sia a livello dei movimenti collettivi di protesta.  Quando si costruisce un movimento politico sulle paranoie e sulla fuga dalla realtà, si intraprende una lotta contro i mulini a vento che si può trasformare in una formidabile arma di distrazione di massa. Così mentre, per un verso, alcuni combattono eroicamente per la libertà di non vaccinarsi e di fare ciascuno come gli pare, altri, per altro verso, più scaltramente, attribuiscono ai no vax la responsabilità dei fallimenti della politica. Invece è necessario e urgente mettere al centro del dibattito politico e della partecipazione popolare i problemi reali che riguardano le scelte che incidono sulla nostra condizione umana e pregiudicano il futuro. Se gli ospedali sono intasati, se, come ci avverte la Società italiana di chirurgia, negli ospedali sono rinviati otto interventi su dieci e la situazione delle liste d’attesa è terrificante, la responsabilità non è solo dei no vax che intasano le strutture sanitarie, ma al fondo ci sono le scelte di non rafforzare la sanità pubblica, che è rimasta la cenerentola del PNRR. Se l’occupazione cresce solo per la crescita del lavoro precario, la responsabilità è delle non scelte della politica in materia di governo del mercato del lavoro. Contestualmente al non incremento della spesa sanitaria, Governo e Parlamento hanno deciso, sotto dickat della NATO, l’incremento della spesa militare, che toccherà quest’anno il record di 26 miliardi euro, con un incremento di quasi 5 miliardi rispetto al periodo pre-pandemico, mentre le basi di Aviano e Ghedi si apprestano ad ospitare le nuove bombe nucleari americane B61-11. Ci sono molti e validi motivi per dolersi dello stato di cose e pretendere un cambiamento di rotta. L’ultima cosa da fare è inventarsi una nuova resistenza e diventare partigiani del nulla, mentre tutt’intorno la casa brucia.

Piattaforme che opprimono la ricerca di interesse pubblico: la Commissione europea risponde alla domanda dell’eurodeputato Breyer su AlgorithmWatch

Fonte AlgoritmWatch

 

 

 

Dopo che Facebook ha costretto AlgorithmWatch a chiudere il nostro progetto di monitoraggio di Instagram, l’eurodeputato Patrick Breyer ha presentato una domanda scritta alla Commissione europea chiedendo come proteggere la ricerca di interesse pubblico dall’essere oppressa dalle grandi piattaforme tecnologiche. Ora la Commissione ha risposto.

Nell’ottobre 2021, dopo che Facebook ha costretto AlgorithmWatch a chiudere il nostro progetto di donazione di dati sull’algoritmo di Instagram, l’eurodeputato Patrick Breyer ha presentato una domanda scritta alla Commissione europea sulle piattaforme che opprimono la ricerca di interesse pubblico, l’accesso ai dati e l’articolo 31 della proposta di legge sui servizi digitali ( DSA).

Tra le questioni sollevate dall’onorevole Breyer c’era la domanda sulle soluzioni proposte dalla Commissione per le organizzazioni della società civile ei giornalisti che desiderano accedere ai dati della piattaforma. L’articolo 31, paragrafo 4, del progetto di DSA prevede tale accesso solo per i “ricercatori controllati” con affiliazioni accademiche, quindi il signor Breyer ha chiesto specificamente se questo articolo debba essere modificato per estendere l’accesso ai dati per i ricercatori controllati al di fuori del mondo accademico.

Ora, il commissario UE Thierry Breton ha scritto una risposta a nome della Commissione . Quando si tratta di disinformazione, affermano che le piattaforme dovrebbero garantire un “livello sufficiente di accesso ai dati” alle parti interessate come le organizzazioni della società civile e i giornalisti investigativi. Ma quando si parla di art. 31(4), la Commissione ribadisce il linguaggio del progetto di DSA affermando che i “ricercatori controllati” che cercano di accedere ai dati della piattaforma devono avere affiliazioni accademiche.

AlgorithmWatch crede fermamente che tale definizione di “ricercatori controllati” sia troppo limitata e che la modifica dell’articolo 31 sia fondamentale per garantire una maggiore trasparenza e responsabilità per le grandi piattaforme tecnologiche. Questa convinzione è stata ripresa da dozzine di organizzazioni e ricercatori della società civile, nonché da oltre 6.000 persone che hanno firmato le nostre lettere aperte ai legislatori europei chiedendo che il DSA autorizzi la ricerca controllata di interesse pubblico a regnare sui rischi della piattaforma per la sfera pubblica.

Abbiamo già compiuto importanti passi avanti su questo fronte, poiché le nostre richieste si sono riflesse nel testo finale del DSA approvato dalla commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori (IMCO) del Parlamento europeo. A metà gennaio, la plenaria del Parlamento voterà su questo testo, auspicabilmente confermando la sua posizione sull’accesso ai dati. In linea con i progressi compiuti dall’IMCO, esortiamo vivamente la Commissione europea ad accogliere le nostre richieste nei negoziati a tre che ci attendono e ad ampliare la definizione di “ricercatori controllati” nel DSA per includere la società civile.

Per valutare in che modo le piattaforme influenzano la nostra sfera pubblica, dobbiamo proteggere e potenziare la ricerca di interesse pubblico. Solo allora possiamo avere un dibattito basato sull’evidenza sulla questione e solo allora possiamo tenere conto delle piattaforme.

E no, professor Mattei Cnl, Resistenza e Costituzione proprio non c’entrano con i no vax

Fonte Striscia Rossa che ringraziamo

 

Mi sono perso settimane fa la sfilata dei no vax di Novara, rivestiti rigorosamente in camiciotti che nelle forme e nei colori citavano le divise dei deportati nei campi di sterminio nazisti. Marciavano liberi, ben nutriti, ciarlieri, ma si sentivano ormai destinati ai vagoni bestiame in corsa verso Auschwitz. Formidabili sconnessioni da una realtà, che pure quelle signore e quei signori avrebbero dovuto, se pure in modo sommario, conoscere. In fondo se ne parla da tempo…

Mi sono perso altri cortei, guidati da capi e capetti di Forza nuova o di Casa Pound, orgogliosi delle loro lugubri bandiere e dei loro slogan minacciosi quanto idioti. Quando ad esempio, a Roma, diedero l’assalto alla sede della Cgil, il sindacato che rappresenta milioni di lavoratori.

Il comizio del professor Mattei

Mi sono perso anche il comizio dell’altro giorno in una piazza di Torino del professor Mattei, uno che insegna diritto civile all’università, che ha scritto una infinità di libri, che collabora (o collaborava) al “Fatto quotidiano”. Me ne dispiaccio perché avrei voluto registrare con precisione le sue parole, le sue espressioni, i suoi gesti. E’ vero che il professor Mattei trascorre i suoi giorni e le sue notti in televisione a divulgare il suo credo no vax e no pass. Non si capisce peraltro a che titolo… Ma un comizio all’aria aperta è una occasione d’oro, tra informazione e spettacolo: il professore alla tribuna che sprona per un’ora la folla a difendere il diritto a far quello che le pare.

Chissà se il professore crede davvero a quello che dice o se lo dice solo in ragione della notorietà che certe sciocchezze (si potrebbe definirle infamie, ma siamo sempre cauti e gentili) gli procurano nella schiera dei suoi fans, schiera non sappiamo quanto esigua. In piazza si può contare: mancava Cacciari, mancava Freccero, nessun bagno di folla, solo qualche centinaia di persone, alcune delle quali avrebbero persino manifestato qualche segno di dissenso quando sono volate dal microfono espressioni critiche (sudditanza nei confronti del governo) alla destra meloniana.

Così mi devo rifare a quanto ascoltato o letto. Ad esempio ho sentito (la fonte è Radio Popolare) che il professore si sarebbe paragonato a Giovanni Pesce, combattente in Spagna, perseguitato dal fascismo, condannato al confino a Ventotene, gappista a Torino e a Milano, medaglia d’oro al valor militare… Autore di una straordinaria testimonianza, che si può leggere nel celebre “Senza tregua”. Giustamente la figlia di Giovanni Pesce si è indignata: “Ma il professore si studi la storia”. La storia, che come raccontava Marx, si ripeterebbe sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa… Le guerre, il confino, la persecuzione, la lotta di liberazione e, da questa parte, il professor Mattei… In questo caso Marx sarebbe costretto a riconoscere che siamo molto al di sotto della farsa.

Il “regime draghista”

Ho letto Marco Imarisio sul Corriere. Citazioni. Un florilegio: “Il regime fascista era molto simile al regime draghista”, “Dedico questa piazza ai dodici professori universitari, nove dei quali piemontesi, che nel 1931 rifiutarono l’affiliazione al partito fascista. Anche io a breve non sarò più accettato in Ateneo, perché non ho intenzione di cedere al ricatto vaccinale. E come dissero quei docenti che dissero no al regime di Mussolini, non ho intenzione di mentire ai miei allievi”, “Rivendichiamo il paragone fra governo draghista e regime fascista. Serve un gruppo di persone, un cervello politico, un comitato costituente che si metta subito al lavoro e che sia pronto a creare una alternativa. E’ vero, oggi non c’è la guerra, ma la maggior parte della gente dorme e noi siamo la Resistenza”. Lui, un uomo che non teme i confronti, lontano da qualsiasi percezione del ridicolo, naturalmente sarà la guida del novello comitato di liberazione nazionale: a proposito di sottofarsa, sottofarsa dell’eversione.

No green pass Milano
Proteste anti green pass a Milano, ottobre 2021

Non basta. Secondo il resoconto di Marco Imarisio, il professor Mattei, non accontentandosi di una sola medaglia d’oro, inesausto, non avrebbe esitato a rivendicare il suo gemellaggio con Duccio Galimberti, avvocato di Cuneo, assassinato dai fascisti, medaglia d’oro al valore militare, medaglia d’oro della Resistenza.

Naturalmente grazie al regime draghista il professor Mattei si è potuto esprimere a Torino, città medaglia d’oro della Resistenza, senza che nessuno si sognasse di tappargli la bocca e di spedirlo a Porto Azzurro, come sarebbe successo durante il regime fascista. Solo una signora passando avrebbe gridato: “Ma che cazzo stai dicendo…”. Il Corriere censura e ci concede solo una “c.”. Però qualche volta la parola serve per intero. In compenso, con gran senso della democrazia e della libertà, il professor Mattei se l’è presa con i giornalisti e, nella fattispecie, con i giornalisti della Stampa. Conosciuta modalità di confronto, questa sì fascistissima, come si è potuto apprezzare fin dai primi cortei no vax: intimidazioni, minacce, violenze, insulti, contro qualsiasi collega si trovasse nei paraggi.

Francamente non me la sento di giudicare il professor Mattei e i suoi accoliti, per la semplice ragione che non li capisco. Non li capivo prima, figuriamoci se li capisco oggi, figuriamoci se posso capire adesso, al terzo anno di covid, i loro argomenti, la loro ostilità al vaccino (come milioni di connazionali, sono alla terza dose e avevo cominciato a sei o sette anni con il Sabin, la miracolosa “antipolio”), la loro negazione della scienza, i loro sospetti, il loro complottismo, la loro irresponsabilità nei confronti di una comunità di cui fanno parte e che non li abbandona, le loro rivendicazioni di presunti diritti, quando tirano in ballo la Costituzione, che non riconosce però ad alcuno la facoltà di andare dove vuole, neppure in tema di salute: c’è sempre di mezzo l’interesse della collettività e il professore dovrebbe saperlo. Non capisco il loro pervicace intento di contribuire al degrado di una società già ferita, di avversare ogni scelta possibile davanti a una pandemia che si è rivelata inattesa e ha sorpreso tutti. E’ dalla “spagnola” di inizio secolo che non capitava di assistere ad un evento del genere.

Il Corriere, nella stessa pagina, pubblicava un’intervista ad una attrice, granitica no vax. Dice l’attrice, Monica Trettel: “Non mi vaccinerò mai, piuttosto mangio l’erba del prato e le bacche del bosco”. Come convincerla a cambiare idea? Che dire? Lasciamola fare. Si dovrebbe forse allestire un pool di antropologi, psicologi, sociologi per cercare di definire tanta caparbietà.

Rinuncio proprio a capirli e non voglio ridurmi agli insulti. Però non rinuncio a difendere Giovanni Pesce, Duccio Galimberti, i professori che dissero “no”, il Comitato di Liberazione Nazionale, la Costituzione, le vittime di Auschwitz, da questi farneticanti, miserabili tentativi di approfittarsene.

ARGENTINA: REPRESSIONE E GRILLETTO FACILE

Tra il 17 e il 21 novembre 2021 la polizia ha ucciso due giovani, vittime di razzismo e pregiudizio. Il mapuche Elías Garay lottava per il diritto alla terra della sua comunità. Lucas González era un ragazzo delle periferie che sognava di fare il calciatore.

di David Lifodi (*)

In Argentina non si placa la polemica sulle forze di sicurezza dal grilletto facile. Tra il 17 e il 21 novembre scorsi, a 1.700 chilometri di distanza, la polizia ha ucciso due giovani, il mapuche Elías Garay e Lucas González.Entrambi sono rimasti vittime del gatillo facil, una pratica che in Argentina non è mai terminata e mette di nuovo al centro dell’accusa le forze dell’ordine, troppo propense ad utilizzare le armi in loro dotazione anche quando non ce ne sarebbe motivo. Vittime dell’odio e del pregiudizio, Elías Garay e Lucas González rappresentano solo gli ultimi di una serie infinita di casi in cui a prevalere, nella gran parte dei casi, è l’impunità degli agenti coinvolti, che si tratti della Federal o della Bonaerense, che spesso agiscono sull’onda delle dichiarazioni della politica all’insegna del cosiddetto manodurismo.

Elías Garay era un militante mapuche di ventinove anni che si batteva per il diritto alla terra della comunità Quemquemtrew, zona di Cuesta del Ternero ( Rio Negro). Ferito a morte dalle pallottole sparate dalla polizia, il giovane ha pagato la violenta campagna antimapuche promossa dal governo di Arabela Carrera e sostenuta dai grandi mezzi di comunicazione, tutti schierati a favore dell’oligarchia terrateniente. L’omicidio di Elías Garay, che lottava pacificamente per il diritto alla terra ancestrale, rappresenta l’ennesimo episodio di criminalizzazione ai danni dei movimenti sociali, dei popoli originari e dei giovani delle periferie urbane.

L’uccisione di Garay, provocata da due uomini armati vestiti in borghese entrati nella comunità mapuche Quemquemtrew, dove si trova un asentamiento destinato a recuperare un territorio ancestrale, è stato condannato dalla Liga Argentina por los Derechos Humanos, mentre il governo di Arabela Carrera il Cuerpo de Operaciones Especial de Rescate non avrebbe ricevuto alcun ordine di entrare in territorio mapuche, né era stata programmata un’operazione di questo tipo.

A smentire il governo sono state però le testimonianze di coloro che hanno denunciato l’isolamento e l’accerchiamento del territorio ad opera della polizia rionegrina, come riportato da Página/12. “La polizia pretende di entrare in territorio mapuche e questo provoca problemi di ordine pubblico, mentre il governo rifiuta qualsiasi forma di dialogo e continua ad uccidere chi si batte per rivendicare il diritto alla terra”, ha ribadito la comunità Quemquemtrew.

Dalla Casa Rosada, finora, non ci sono stati interventi significativi per risolvere il conflitto che vede opposto lo stato ai mapuche. Al dialogo i governi locali preferiscono rispondere con l’utilizzo della violenza, all’insegna dello slogan “los indios son todos terroristas”, come accadde nel 2017 quando a morire fu il militante mapuche Rafael Nahuel, raggiunto da un proiettile mentre fuggiva di fronte all’arrivo della polizia.

A Barracas (Buenos Aires), invece, è rimasto ucciso Lucas González, la cui auto è stata colpita dai proiettili sparati dalla polizia. Il ragazzo aveva terminato di allenarsi e si trovava all’interno della propria vettura insieme ad alcuni amici quando fu raggiunto dagli spari dell’ispettore Gabriel Isassi, dell’ufficiale maggiore Fabián López e dell’ufficiale José Nievas. Gli imputati, per discolparsi, avevano sostenuto di essersi identificati, con i loro giubbotti distintivi e la sirena, per effettuare un controllo sull’auto dei giovani.

I tre agenti sono indagati con accuse pesanti: omicidio aggravato, abuso delle loro funzioni, falso ideologico e privazione illegale della libertà. L’intervento era stato giustificato dai poliziotti nell’ambito di un’operazione antidroga.

Il filo rosso che lega l’omicidio del militante mapuche a quello del ragazzo che si allenava con il sogno di scendere in campo nella massima serie calcistica argentina sono il frutto di una società dove prevale la manipolazione dell’informazione e si giustificano violenza e razzismo.

Il paradosso dell’uccisione di Garay è che il fatto è avvenuto vicino ad una scuola intitolata a Lucinda Quintupuray, una donna uccisa a colpi di pistola perché aveva rifiutato di vendere la sua proprietà e su un terreno che era stato asseganto ai mapuche dall’Instituto Nacional de Asuntos Indígenas.
L’omicidio di Elías Garay e Lucas González è frutto del pregiudizio, quello dei “mapuche terroristi” e quello dei giovani delle periferie considerati loro malgrado dei “delinquenti” a prescindere. “Mi cara, mi ropa y mi barrio no son un delito” e la frase che è risuonata nei cortei di protesta per queste due morti assurde, insieme ad una domanda ormai fin troppo ricorrente: “chi ci protegge dalle forze di sicurezza?”

Nel solo 2020 la Coordinadora contra la Represión Policial e Institucional ha registrato oltre 400 morti provocate dalle forze dell’ordine. Per questo, a distanza di mesi, la società argentina si interroga e continua ad essere scossa dai troppi casi di gatillo facil.

All’interno dell’app “selfie” casalinga della Polonia

Fonte algorithmwatch.org

 

L’app obbligatoria del governo polacco “Home Quarantine” avrebbe dovuto sostituire le visite della polizia a domicilio. Gli utenti dicono che è uno scherzo.

 

Su un treno per la città di Breslavia durante le prime settimane caotiche in cui la Polonia era sotto blocco nell’aprile 2020, Sławomir Gadek ha scritto il suo numero di telefono su un modulo. Poco dopo, ha ricevuto una telefonata che gli diceva di mettersi in quarantena e ha prontamente scaricato la nuovissima app “Home Quarantine” del governo polacco, che era stata appena resa obbligatoria per chiunque fosse potenzialmente infetto dal coronavirus.  

Qui, Gadek avrebbe 20 minuti per fare un selfie per l’app dopo aver ricevuto un messaggio di testo. Il sistema di localizzazione utilizzerà quindi i dati sulla posizione GPS del suo smartphone per connettersi a un database nazionale per le persone in quarantena per verificare che si trovasse all’indirizzo che aveva fornito alle autorità sanitarie. Se l’app non riconosceva il suo volto o la sua posizione in tempo, avviserebbe automaticamente la polizia di andare a casa sua per controllarlo.

Quando il governo polacco ha introdotto la sua app “Home Quarantine” (la prima del suo genere in Europa) nel marzo 2020, il Ministero degli Affari Digitali si è vantato che la Polonia è stata un pioniere nello sviluppo di nuove tecnologie nella lotta contro il Covid-19. Ma da allora, l’app è diventata uno scherzo: le persone hanno condiviso suggerimenti su come ingannare l’app manipolando le impostazioni di posizione sui loro telefoni e hanno creato meme di se stessi che scattano selfie all’aperto mentre tengono ritagli di cartone delle loro stanze.

Al suo arrivo a casa nell’aprile 2020, Gadek ha utilizzato l’app per una settimana. Gli era stato promosso come, nelle sue parole, “un modo più conveniente per confermare alle autorità che sono davvero in quarantena ed evitare le visite della polizia”. Ma questa era una promessa vuota. 

Riceveva tre notifiche al giorno e ogni volta rispondeva prontamente con un selfie e i dettagli della sua posizione. Ma due agenti di polizia venivano comunque nel suo appartamento una volta al giorno. Lo chiamavano ogni volta utilizzando un numero di cellulare diverso e gli chiedevano di uscire sul balcone e salutarli. “Non so perché usano sempre numeri diversi”, ha detto Gadek. (Come membro del partito di opposizione di sinistra Razem, ha spesso contatti con gli agenti di polizia, l’ultimo quando ha contribuito a organizzare una protesta nella città occidentale di Lubin, dopo che un uomo è stato ucciso in custodia di polizia lo scorso agosto.) 

“Certo, questi erano i primi giorni”, dice Gadek.

Avanti veloce di venti mesi e gli utenti continuano a segnalare gli stessi problemi con l’app “Home Quarantine”. Gli utenti di GooglePlay e AppStore affermano ancora che l’app non funziona correttamente: delle oltre 20.000 recensioni, la stragrande maggioranza era negativa. Un utente, Pawel Fuchs, ha scritto: “È una specie di fallimento, i primi due giorni ha funzionato e poi non ha più funzionato e la polizia mi dà fastidio perché presumibilmente non svolgo i miei compiti. Non lo faccio, perché Non li capisco”.

Preoccupazioni relative alla privacy

Mentre alcuni utenti fanno meme sull’evasione dell’app, altri si lamentano con l’Ufficio polacco per la protezione dei dati personali.

“La maggior parte dei denuncianti ha espresso preoccupazione per la sicurezza dei dati elaborati nell’app, l’obbligo di installare l’app al ritorno dall’estero o le questioni relative alla fornitura del consenso per il trattamento dei dati personali”, afferma Adam Sanocki, portavoce Ufficio per la protezione dei dati personali. 

Al contrario, Sanocki ha affermato che il suo ufficio ha ricevuto solo due reclami per indicare che l’app non funzionava correttamente. Uno di loro non è stato in grado di registrarsi nell’applicazione e un altro ha ricevuto messaggi di testo che ricordavano loro di installarlo anche se la quarantena non si applicava.  

La mia esperienza di “quarantena domestica”.

Posso testimoniare io stesso i problemi dell’app: nell’aprile 2021, un anno dopo che l’app è diventata obbligatoria in Polonia, ho dovuto mettere in quarantena mentre aspettavo i risultati di un test Covid. Ho ricevuto un messaggio di testo: “Sei in quarantena. Hai l’obbligo legale di utilizzare l’app Home Quarantine” e ho scaricato l’app. Mi ha chiesto il mio numero di telefono, ha richiesto l’accesso alla fotocamera e alla posizione del mio telefono e mi ha chiesto di caricare un selfie. 

L’app mi ha informato che, durante i prossimi 10 giorni di quarantena, a qualsiasi ora del giorno e della notte, potevo aspettarmi istruzioni per fare un selfie entro 20 minuti per confermare che mi trovavo nello stesso posto. Il mancato completamento del compito, mi è stato detto, avrebbe portato una pattuglia di polizia a verificare che stessi seguendo le regole di quarantena. A differenza di Sławomir Gadek, l’app non mi ha inviato alcuna notifica durante la mia quarantena. Inoltre non ho ricevuto telefonate o visite da parte della polizia. 

I termini di servizio dell’app affermano inoltre che le foto degli utenti e le foto scattate dagli utenti e i loro dati vengono archiviati ed elaborati solo su server governativi solo mentre rimangono in quarantena.  

Tuttavia, alcuni mesi dopo la mia quarantena, quando ho reinstallato l’app per fare ricerche per questo articolo, sono stato turbato nello scoprire che potevo ancora accedervi. Ha anche mostrato la data sbagliata del mio rilascio dalla quarantena. Ai sensi dell’articolo 15 del GDPR, ho chiesto ripetutamente al responsabile della protezione dei dati del Dipartimento per gli affari digitali che tipo di dati sono ancora archiviati sulla mia quarantena. Non ho ricevuto risposta. 

Con così tanta intrusione nella privacy dei cittadini, l’app è anche efficace? Secondo i dati forniti dalla polizia, dall’inizio della pandemia la polizia ha visitato le persone in quarantena più di 82,5 milioni di volte.

Teatro della sicurezza

Quando Gadek ha scaricato l’app “Home Quarantine” nell’aprile 2020, alcuni dei suoi conoscenti erano diffidenti nei confronti del “tracciamento non necessario tramite app governative sui loro telefoni”, afferma. All’epoca, Gadek afferma: “Non mi aspettavo che il nostro governo fosse così avanzato nell’utilizzo degli strumenti di sorveglianza per rintracciare i cittadini immediatamente all’inizio della pandemia”. 

Venti mesi dopo, afferma: “Non è un’app avanzata. La mia ipotesi è che questo sia principalmente teatro, come una ricerca eccessiva all’aeroporto. Le persone sentono di essere osservate, quindi si comportano bene”. A questo punto della nostra conversazione su Skype, ha catturato lo sguardo della sua ragazza fuori campo e ha riso: “No, non avevo intenzione di dire “panopticon”.” 

Sorveglianza tramite Intelligenza Artificiale sulle prestazioni di welfare sotto processo nei Paesi Bassi

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I tribunali hanno tenuto udienze su una causa di un certo numero di gruppi interessati al sistema draconiano olandese alla fine di ottobre, con una decisione attesa a gennaio.

I Paesi Bassi sono  costantemente classificati  come una delle democrazie più forti del mondo. Potresti essere sorpreso di apprendere che ospita anche uno dei sistemi di sorveglianza più invadenti che automatizza il tracciamento e la profilazione dei poveri.

Il 29 ottobre il tribunale distrettuale dell’Aia ha  tenuto udienze  sulla legalità del  Systeem Risico Indicatie  (SyRI), il sistema automatizzato del governo olandese per rilevare le frodi assistenziali. La causa, intentata da una coalizione di gruppi e attivisti della società civile,  sostiene  che il sistema viola le leggi sulla protezione dei dati e gli standard sui diritti umani.

SyRI è un  modello di calcolo del rischio  sviluppato dal Ministero degli Affari Sociali e dell’Occupazione per prevedere la probabilità di un individuo di impegnarsi in benefici, frode fiscale e violazioni delle leggi sul lavoro. I calcoli di SyRI attingono  a  vasti pool di dati personali e sensibili raccolti da varie agenzie governative, dai registri del lavoro alle informazioni sui sussidi, dai rapporti sui debiti personali all’istruzione e alla storia abitativa.

Quando il sistema profila un individuo come un rischio di frode, lo notifica all’agenzia governativa competente, che ha  fino a due anni  per aprire un’indagine.

Il lancio selettivo del SyRI nei quartieri prevalentemente a basso reddito ha creato un regime di sorveglianza che prende di mira in modo sproporzionato i cittadini più poveri per un controllo più invadente. Finora, il ministero ha collaborato con le autorità municipali per  implementare  SyRI a Rotterdam, la seconda città più grande dei Paesi Bassi, che ha il  più alto tasso di povertà  del paese, così come Eindhoven e Haarlem. Durante l’audizione, il governo ha  ammesso  che il SyRI è stato preso di mira nei quartieri con un numero maggiore di residenti in assistenza sociale, nonostante la mancanza di prove che questi quartieri siano responsabili di tassi più elevati di frode sui benefici.

Ma SyRI non ha solo effetti discriminatori sulla privacy dei beneficiari del welfare. Potrebbe anche facilitare le violazioni del loro diritto alla sicurezza sociale. Poiché SyRI è avvolto dal segreto, i beneficiari del welfare non hanno modo significativo di sapere quando o come i calcoli del sistema vengono presi in considerazione nelle decisioni per tagliarli fuori dai benefici salvavita.

Il governo ha rifiutato di rivelare come funziona SyRI, per paura che spiegare i suoi algoritmi di calcolo del rischio consentirà ai truffatori di ingannare il sistema. Ma ha rivelato che il sistema  genera “falsi positivi”  – casi in cui il sistema segnala erroneamente le persone come rischio di frode.

Senza spiegazioni più trasparenti, è impossibile sapere se tali errori abbiano portato ad indagini improprie nei confronti dei beneficiari di welfare o all’ingiusta sospensione dei loro benefici.

Il governo afferma di utilizzare questi “falsi positivi” per correggere i difetti nel suo modello di calcolo del rischio, ma non c’è nemmeno modo di testare questa affermazione. In effetti, nessuno può indovinare se il sistema mantenga un tasso di accuratezza sufficientemente alto da giustificare valutazioni del rischio che tengono le persone sospette per un massimo di due anni.

SyRI fa parte di una  più ampia tendenza globale volta  a integrare l’Intelligenza Artificiale e altre tecnologie basate sui dati nell’amministrazione di prestazioni sociali e altri servizi essenziali. Ma queste tecnologie sono spesso implementate  senza una consultazione significativa  con i beneficiari del welfare o il pubblico in generale.

Nel caso di SyRI, il sistema è stato autorizzato dal Parlamento nell’ambito di un pacchetto di riforme del  welfare  varato nel 2014. Tuttavia, il governo ha  sperimentato  iniziative di rilevamento delle frodi ad alta tecnologia per quasi un decennio prima di cedere al controllo legislativo. I gruppi locali si sono  anche lamentati  dell’inadeguatezza dell’iter legislativo. Secondo la  causa , il Parlamento non ha affrontato in modo significativo le preoccupazioni sulla privacy e sulla protezione dei dati sollevate dal proprio consiglio consultivo legislativo e dall’organismo di controllo della protezione dei dati del governo.

Il tribunale emetterà la sua decisione a gennaio. Staremo a guardare per vedere se protegge i diritti delle persone più povere e vulnerabili dai capricci dell’automazione.

Agnoletto: in Lombardia la salute è stata trasformata in merce

Fonte Pressenza.com

Vittorio Agnoletto è stato inserito dalla rivistaSanità Informazione fra i 10 professionisti della scienza che nel 2021 hanno avuto un impatto nellalotta alla pandemia; è il portavoce italiano della campagna europea No profit on Pandemic; facciamo con lui il punto della situazione.

Come sta andando la campagna e quali sono le prospettive?

La campagna nessun profitto sulla pandemia diritto alla cura si sta ampliando continuamente ed è sostenuta dalla società civile di tutta Europa. E’ evidente che oggi ha acquisito ancora maggiore importanza che nel passato; la vicenda della variante Omicron dimostra che lì dove non arrivano i vaccini è più facile che si sviluppi una variante maggiormente aggressiva che poi circola in tutto il mondo e noi non sappiamo quanto i vaccini che stiamo utilizzando saranno in grado di bloccare quella variante. Per esempio, oggi stiamo sperimentando che i vaccini disponibili sono efficaci in misura ridotta contro Omicron; sono migliaia e migliaia le persone vaccinate che comunque si sono infettate, anche se sembra fortunatamente che Omicron sia meno aggressivo della variante Delta. Ma questa situazione ci manda un segnale per il futuro: se arriveranno altre varianti maggiormente aggressive non è detto che i vaccini riusciranno a fermarle.

L’obiettivo che noi abbiamo adesso come campagna europea è lo stesso che hanno i movimenti di tutto il mondo: chiedere che l’Organizzazione Mondiale del Commercio si riunisca; la riunione prevista per il 30 novembre è stata rinviata a causa dell’impossibilità delle delegazioni di raggiungere Ginevra per via delle limitazioni sui voli a causa di Omicron; noi siamo sicuri che la decisione di sospensione momentanea dei brevetti possa essere assunta anche in una riunione online nella quale venga accolta la proposta di India e Sudafrica per una moratoria di tre anni. Nel frattempo, bisogna fare il possibile per modificare la posizione della Commissione Europea che è tale perché è sostenuta da diversi governi europei tra i quali Germania, Francia e Italia. Quindi il nostro governo ha un’enorme responsabilità e questo è il motivo anche dell’appello che, l’ultimo dell’anno, ho rivolto al Presidente del Consiglio Draghi chiedendogli un atto formale del Governo Italiano di appoggio alla proposta di moratoria, votato in Parlamento, approvato in Consiglio dei Ministri e formalizzato all’interno delle istituzioni europee.

A proposito del governo: un tuo commento sugli ultimi provvedimenti e sulla sua strategia generale.

Spesso sembra che le decisioni assunte dal governo rispondano a meccanismi di compatibilità politica dei partiti che formano il governo e alle pressioni di Confindustria ed altri settori economici.

Per esempio, la decisione di cancellare la quarantena per chi è venuto in contatto stretto con un positivo e ha fatto tre dosi di vaccino o greenpass rafforzato da meno di 4 mesi risponde a valutazioni politiche del governo ed è comprensibile che incontri il plauso di molte persone attualmente rinchiuse in casa. Ma dal punto di vista scientifico non ha alcuna giustificazione: gli oltre 126 mila positivi identificati qualche giorno fa, in sole 24h, non sono certamente stati tutti contagiati da non vaccinati e inoltre, a differenza di quanto avviene per i ricoverati in terapia intensiva e per i deceduti, per i positivi non vengano fornite le percentuali tra vaccinati e non vaccinati.

Ad infettarsi con la variante Omicron sono anche moltissime persone vaccinate tre volte, le quali, se è vero che raramente evolvono verso le fasi avanzate della malattia è altrettanto vero che diventano potenziali involontari propagatori dell’infezione. Con Omicron il massimo dell’infettività si ha nei 2-3 giorni precedenti alla comparsa dei sintomi e nei 2-3 giorni successivi; dal punto di vista scientifico avrebbe avuto quindi più senso ridurre il tempo di isolamento per chi è risultato positivo ma asintomatico e ridurre, senza azzerarla, la quarantena per i contatti. Ma a prevalere non sono state le considerazioni sanitarie ma le ragioni dell’economia o meglio dei padroni dell’economia e il rischio di veder crescere ulteriormente positivi e di conseguenza i ricoverati e i deceduti è concreto.

Il comitato tecnico-scientifico conosce queste evidenze e avrebbe dovuto considerarle; chi governa deve compiere delle scelte e assumersene le responsabilità senza però piegare la scienza ai suoi obiettivi.

Ma soprattutto è sbagliato pensare una strategia centrata solo sui vaccini: i vaccini svolgono un ruolo fondamentalema per bloccare o limitare la diffusione del virus da soli non sono sufficienti. E’ necessario insistere sul distanziamento, sull’uso delle mascherine che avevano raggiunto prezzi esorbitanti (prima che il governo finalmente stabilisse un prezzo fisso), rendere gratuiti i tamponi (il cui costo reale è di pochi euro) in modo tale che le persone possano sapere subito se sono infette. Sono misure di sanità pubblica fondamentali. Se invece i tamponi non si trovano e bisogna andare dai privati e pagarli 100-170€ e fare sei ore di coda in piedi al freddo, è evidente che meno persone andranno a fare il tampone e quindi rischieranno di infettare altri.

Ci sono anche altre misure di sanità pubblica che avrebbero dovuto essere praticate; hanno avuto un tempo lunghissimo per aumentare il numero dei mezzi di trasporto urbani e interurbani, ma nulla è stato fatto; avrebbero dovuto: potenziare il servizio di medicina del lavoro per andare almeno a verificare l’uso dei dispositivi di protezione individuale e il rispetto del distanziamento; incentivare lo smart working anziché criminalizzarlo; sdoppiare le classi pollaio, cercare altre aule, modificare gli orari. Nulla di tutto questo.

Per non parlare del fatto che ormai da oltre un mese si è totalmente rinunciato al contact tracing, cioè si è rinunciato a inseguire il virus. Tutta l’attività di medicina territoriale è stata ridotta ai minimi termini, i medici di famiglia sono stati totalmente abbandonati a se stessi.

Si punta solo e unicamente sul vaccino, ma il vaccino moltiplicherebbe la sua utilità se fosse inserito in una complessiva strategia di sanità pubblica.

La pandemia ha messo in evidenza tutte le decadenze di un sistema sanitario privatizzato: dove chiediamo di intervenire con forza per evitare futuri disastri?

Il disastro che una regione come la Lombardia ha sperimentato nella prima fase della pandemia, ma che sta sperimentando anche adesso, non è un fatto isolato: la Lombardia è semplicemente una delle regioni in Europa dove maggiormente il liberismo è penetrato all’interno della sanità e dove la salute è stata trasformata in merce. Fino a prima della pandemia era il modello a cui guardavano alcune forze politiche non solo di destra, ma anche che si collocano nel centro-sinistra.

Perché c’è stato il fallimento del modello lombardo e si sono evidenziati enormi limiti anche a livello nazionale nelle strategie di contrasto alla pandemia? I motivi sono tanti.

Primo: la forte penetrazione delle strutture private all’interno del servizio sanitario pubblico attraverso i meccanismi di accreditamento; il privato quando interviene in sanità, come in qualunque altro settore, ha l’obiettivo di costruire i profitti e questi in sanità si costruiscono sui malati e sulle malattie non sulle persone sane e sulla salute. Ha quindi un obiettivo diverso da quello del servizio sanitario pubblico in cui più si riesce a prevenire, più si riduce il numero dei malati e delle malattie, più lo Stato, cioè noi, risparmiamo. La conseguenza di questa forte presenza del privato nel servizio sanitario pubblico è che quest’ultimo si è andato modellando sempre più a somiglianza del modello privato, scegliendo di abbandonare a se stessi i servizi di prevenzione e la medicina territoriale, ignorando l’epidemiologia, non aggiornando il piano pandemico e lasciando unicamente sulla carta, ma non nella realtà, un piano di allertche fosse in grado di attivare immediatamente le necessarie indagini sanitarie ogni volta che giungesse dai medici del territorio la segnalazione della comparsa di una nuova patologia o il moltiplicarsi, senza un’apparente ragione, di alcuni quadri clinici.

Secondo: noi abbiamo un servizio sanitario concentrato quasi unicamente sulla cura e con un approccio totalmente individualizzato; la prevenzione quasi non esiste. La medicina negli ultimi 30-40anni ha avuto come obiettivi fondamentali aumentare l’attesa di vita e il numero di giorni trascorsi senza malattia degli ultrasessantacinquenni. Si è cercato di realizzare questi obiettivi unicamente attraverso interventi personalizzati puntando sullo sviluppo della chirurgia e di nuovi farmaci. Oggi, di fronte a una pandemia si riduce il numero dei morti se si interviene il prima possibile per evitare che l’agente infettivo si diffonda, limitandone la diffusione; per fare questo è necessario un rapporto stretto tra il servizio sanitario e la popolazione, tra i professionisti della salute e le strutture sociali intermedie, perché se si devono modificare dei comportamenti dei cittadini è fondamentale un rapporto stretto con le strutture organizzate nella società. Questo riguarda la pandemia, ma anche l’impatto delle tematiche ambientali sulla salute, dei tumori ecc. E’ necessario cambiare il paradigma della medicina.

Oggi bisogna potenziare la medicina di comunità che è fondata sull’individuazione dei bisogni sanitari di ogni popolazione, l’elaborazione di un progetto sanitario, l’individuazione degli obiettivi prioritari con la conseguente capacità di andare a verificare se questi obiettivi sono raggiunti o meno. Riprendere per capirci alcune delle intuizioni di “Nemesi Medica di Ivan Illich.

Se tutto questo non ci sarà, e così sembra da come vengono individuate le priorità sanitarie con i fondi del PNRR, rischieremo, nel caso di una nuova pandemia, di trovarci una situazione molto simile a quella attuale.

E’ risultato molto controverso il tema della vaccinazione a adolescenti e bambini. Quale la tua opinione a riguardo?

Nell’ultimo mese è stata fatta una campagna a tamburo battente perché venissero vaccinati i bambini dai 5 agli 11 anni; a fronte di una posizione assolutamente decisa in questa direzione della Società Italiana di Pediatria altre società pediatriche come quelle francese, tedesca, norvegese e varie realtà scientifiche europee hanno assunto posizioni molto diverse. Qual è il punto? Di fronte ad ogni provvedimento si devono valutare i rischi e i benefici per ogni specifica popolazione: i bambini ad oggi certamente si infettano, ma è rarissimo che sviluppino dei sintomi ed è ancora più raro che possono evolvere verso malattia grave; dall’inizio della pandemia i bambini tra i 5 e gli 11 anni deceduti per Covid sono 9 e nella quasi totalità erano bambini con altre gravi precedenti patologie. L’infezione da Coronavirus-19 nei bambini si presenta in genere in modo completamente asintomatico e sono rarissime e comunque clinicamente trattabili, altre patologie infiammatorie che si potrebbero sviluppare nei bambini a causa del Covid.

D’altra parte, la sperimentazione presentata dalla Pfizer ha coinvolto un numero estremamente limitato di bambini, poco più di 2,000, ed è durato pochi mesi; infatti la stessa Pfizer in un suo documento afferma “Il numero di partecipanti all’attuale programma di sviluppo clinico è troppo piccolo per rilevare eventuali rischi potenziali di miocardite associati alla vaccinazione. La sicurezza a lungo termine del vaccino COVID-19 nei partecipanti da 5-12 anni di età sarà studiato in 5 studi sulla sicurezza dopo l’autorizzazione, compreso uno studio di follow-up di 5 anni per valutare a lungo termine sequele di miocardite/pericardite post-vaccinazione” ; queste frasi sono presenti nel documento che l’azienda farmaceutica ha consegnato a EMA e a FDA (gli enti che in Europa e negli USA approvano l’immissione sul mercato di farmaci e vaccini). Stiamo parlando di una popolazione, i bambini, il cui organismo è in una fase di grande crescita e sviluppo, con caratteristiche differenti dal corpo di un adulto; il principio di precauzione non può essere ignorato.

Non mi pare quindi che per la popolazione tra i 5 e gli 11 anni vi siano forti evidenze che i benefici superino i rischi.

Vari colleghi, pur condividendo queste mie perplessità, obiettano che si debbano vaccinare i bambini per evitare che costoro poi infettino gli adulti; ma in questo caso l’obiettivo prioritario dovrebbe essere quello di raggiungere i milioni di adulti che non si sono vaccinati e di convincerli.

La logica di vaccinare i bambini per evitare che trasmettano l’infezione ad un adulto, al di là delle possibili valutazioni etiche, perde gran parte delle sue ragioni, di fronte ai i dati di questi giorni, con migliaia di persone vaccinate che si sono infettate. Il vaccino è invece estremamente utile nel bloccare la progressione della malattia nelle persone positive; per questo l’obiettivo prioritario deve restare quello di vaccinare tutti coloro che potenzialmente potrebbero evolvere verso le fasi avanzate della malattia e come abbiamo detto, i bambini sono quelli che rischiano molto meno di tutti gli altri.

Questo non significa rifiutare a priori la vaccinazione dei bambini, ma aspettare che siano pubblicati i risultati di ricerche più vaste e più approfondite.

Ad oggi si potrebbe proporre la vaccinazione a tutti i bambini che hanno delle fragilità o delle altre gravi patologie, per i quali il Covid potrebbe rappresentare un rischio significativo.

Resto perplesso quando vedo gran parte del mondo scientifico italiano invocare, senza porsi nessun interrogativo scientifico e senza valutare i pro e i contro, la vaccinazione dei bambini come una delle soluzioni alla situazione attuale, mentre mi pare evidente che le priorità per contrastare il virus, oggi dovrebbero essere altre.

Ultima questione. Sono fermamente convinto che tutte le società scientifiche che sono chiamate a pronunciarsi, a fornire indicazioni, ad elaborare linee guida sulle terapie non dovrebbero ricevere fondi da aziende farmaceutiche che producono farmaci relativi alle patologie delle quali loro si occupano. Sarebbe un importante contributo per un dibattito più trasparente al riparo da qualunque conflitto d’interesse.

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Tagliare le spese militari, finanziare le politiche di pace

Fonte : Fondazione Regis che ringraziamo

Autore Mao Valpiana


L’appello dei Nobel, le parole del Papa, le Campagne per il disarmo: Tagliare le spese militari, finanziare le politiche di pace

Tagliare le spese militari

L’appello di 50 premi Nobel e accademici “Una semplice concreta proposta per l’umanità”, ha un grande merito: quello di aver posto al centro dell’agenda politica globale la necessità della riduzione delle spese militari. L’obiettivo è ragionevole e possibile. Un negoziato comune tra tutti gli Stati membri dell’ONU per ridurre del 2% ogni anno, per 5 anni, le spese belliche di ciascun paese; liberando così un “dividendo di pace” di 1000 miliardi di dollari entro il 2030.

Questa proposta si va ad aggiungere e rafforza altre proposte avanzate negli anni nella stessa direzione. Papa Francesco ha scritto nell’Enciclica Fratelli tutti:

“E con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri”.

E in occasione della Giornata mondiale della Pace del 1° gennaio 2022, Papa Francesco ribadisce:

“È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni; liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio”.

La Campagna mondiale GCOMS (Global Campaign on Military Spending – campagna internazionale sulla spesa militare), promossa dall’International Peace Bureau (IPB, Premio Nobel per la Pace 1910) si pone come finalità principale  la richiesta urgente di uno spostamento di fondi (almeno il 10% annuo) dai bilanci militari verso la lotta contro la pandemia da Covid-19 e il rimedio alle crisi sociali e ambientali che colpiscono vaste aree del mondo.

Dunque, la direzione da intraprendere è condivisa, ma qual è la strategia efficace per raggiungere l’obiettivo? I premi Nobel propongono un approccio multilaterale, negoziati razionali per una riduzione comune e concomitante che mantenga l’equilibrio e la deterrenza; il beneficio di questa cooperazione deriva da un fondo globale utilizzato per affrontare i problemi comuni (riscaldamento climatico, pandemia, povertà); e da una parte di risorse lasciate a disposizione dei singoli governi per reindirizzare la ricerca militare verso applicazioni pacifiche.

È una strada realistica? C’è davvero la volontà politica di tutte le nazioni di scegliere il disarmo controllato e bilanciato? La storia degli accordi bilaterali di disarmo INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) e START (Strategic arms reduction treaty) tra USA e URSS, negli anni ‘80, per il ritiro delle armi nucleari strategiche, dimostra che la strada del disarmo è possibile, praticabile e può dare risultati.

Dopo le delusioni per i continui rinvii e fallimenti degli accordi SALT (Strategic Arms Limitation Talks) degli anni ‘70, il rapporto cambiò per la disponibilità al dialogo tra Reagan e Gorbaciov, ma furono i passi unilaterali di Gorbaciov ad imporre un clima  di fiducia e dunque la fine della guerra fredda: Gorbaciov annunciò una moratoria unilaterale sui test di armi nucleari ed il 1° gennaio 1986 avanzò una proposta per la messa al bando di tutte le armi nucleari entro il 2000; nel dicembre 1988 fu ancora Gorbaciov ad annunciare alle Nazioni Unite un ritiro unilaterale di 50.000 soldati dall’Europa orientale e la smobilitazione di 500.000 truppe sovietiche. Nel 1990 Gorbaciov ricevette il premio Nobel per la Pace “per il suo ruolo di primo piano nel processo di pace”. Ci vuole sempre chi inizia facendo il primo passo.

Gandhi diceva che la dottrina della nonviolenza resta valida anche tra Stati e Stati: “prima del disarmo generale qualche nazione dovrà iniziare a disarmarsi; il grado della nonviolenza in quella nazione si sarà elevato così in alto da ispirare il rispetto di tutte le altre”.

Proprio per rafforzare e iniziare a praticare l’appello dei Nobel, del Papa, e delle Campagne disarmiste sostenute dall’opinione pubblica, ci vuole chi fa un primo passo. Passo che sarà seguito da passi altrui. L’Italia può dare un esempio virtuoso, senza mettere in discussione la sua politica di difesa e sicurezza garantita dall’articolo 52 della Costituzione; ma ottemperando al dettame di ripudio della guerra dell’articolo 11. Applicare una “moratoria” sulle spese aggiuntive dei programmi per nuovi sistemi d’arma; un taglio di 5/6 miliardi da spostare subito su capitoli di spesa per politiche di pace e cooperazione.

È quello che chiedono Rete Pace e Disarmo con Sbilanciamoci!, e che da anni sostiene la Campagna “Un’altra difesa è possibile” per il riconoscimento della Difesa civile non armata e nonviolenta (protezione civile, servizio civile, corpi civili di pace) da finanziare con fondi sottratti alle armi. Una proposta di Legge che istituisce il Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta è depositata in Parlamento; la sua discussione e approvazione in questa legislatura rappresenterebbe, insieme all’attuazione della moratoria per le spese di nuovi sistemi d’arma, quel “primo passo” nella giusta direzione della nostra nazione; che così potrebbe presentarsi al tavolo dell’Onu per sostenere con autorevolezza la “semplice concreta proposta per l’umanità” presentata dai premi Nobel.

Non c’è tempo da perdere. Bisogna fare presto a disarmare la guerra e finanziare la pace.

Podcast di Diario Prevenzione 9 dicembre 2021.Puntata n° 92

 

 

a cura di Gino Rubini

In questa puntata parliamo di

– Il DL 146/21 per la parte che tratta salute e sicurezza nel lavoro sarà convertito in legge nei prossimi giorni. Come abbiamo scritto su Diario P., come hanno testimoniato molti operatori e personalità autorevoli sottoscrivendo l’appello per modificare il DL, questo intervento normativo rischia di produrre più problemi di quelli che si propone di risolvere. Il tentativo di ridurre, in nome di una presunta efficienza, la complessità dell’intervento di prevenzione ad una semplificata vigilanza antinfortunistica rischia di occultare l’enorme problema delle vecchie e nuove patologie derivanti dalle caratteristiche delle attuali modalità organizzative del lavoro.
– Individuazione dei punti deboli che hanno consentito il successo di questa operazione di regressione culturale e scientifica rispetto alle sfide  dei rischi emergenti dalle attuali modalità di organizzazione del lavoro.
– Diario Prevenzione sarà parte diligente nell’analisi del nuovo dispositivo di legge e svolgerà un ruolo di monitoraggio nelle fasi di attuazione della norma.

ASCOLTA IL PODCAST CLICCA QUI 

Appello alle Autorità, ai Cittadini … e in particolare alle Cittadine e ai Cittadini che non intendono accedere alla vaccinazione anti-Covid

AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

AL PARLAMENTO ITALIANO

AI GRUPPI PARLAMENTARI

AI PARTITI POLITICI

AI MEZZI DI COMUNICAZIONE

ALLE CITTADINE E AI CITTADINI

Davanti al crescere e propagarsi in Italia e in Europa dei livelli di infezioni e ricoveri ospedalieri da Coronavirus ci sentiamo in dovere di appellarci alle Autorità dello Stato e, nel medesimo tempo, alle Cittadine e ai Cittadini che non intendono accedere alla vaccinazione anti-Covid richiamando alcuni dati di realtà che, vistosamente incalzanti, potrebbero riportare il nostro Paese nel pieno delle tragiche e note conseguenze socio-sanitarie.

Queste le osservazioni:

– le vaccinazioni coprono ormai oltre l’80% della popolazione italiana;

– il vaccino esenta dall’ammalarsi gravemente in misura di circa il 90% e del 98% dal ricovero in Reparti di terapia intensiva, dall’intubazione e dall’exitus;

– ad oggi il vaccino costituisce l’unica misura efficace contro infezione e malattia da Covid, insieme a distanziamenti personali, uso di mascherine certificate e di soluzioni alcoliche per le mani;

– il vaccino non è scevro da rischi, e questo vale per tutti i farmaci e le azioni diagnostico-terapeutiche, i quali sono infinitamente bassi rispetto ai gravi rischi che l’infezione virale comporta;

– il vaccino riduce gradualmente la propria efficacia dopo 6-7 mesi dalla sua completa inoculazione;

– la guarigione dall’infezione conferisce un’immunità, per efficacia e durata, simile a quella raggiunta dalla vaccinazione;

– gli oltre 7 milioni di Cittadini di non vaccinati in Italia favoriscono la diffusione del virus, la crescita di varianti e l’affollamento di Ospedali, rallentando i percorsi diagnostico-terapeutici per urgenze e malattie cronico-degenerative e neoplastiche;

– la mobilità fra Paesi europei favorisce la diffusione virale;

– la nostra Costituzione fonda il suo baricentro sul Bene comune pur prevedendo il dissenso e la libertà personale di rifiutare azioni diagnostico-terapeutiche;

– la vaccinazione rappresenta oggi l’attuazione del Bene comune, in assenza di una legge che la imponga.

Queste le proposte:

– fornire da subito a tutta la cittadinanza informazioni chiare e puntuali su rischi e vantaggi della vaccinazione;

– fornire da subito a tutta la cittadinanza informazioni chiare e puntuali sulla situazione pandemica con dati analitici su tassi d’infezione, ricoveri ospedalieri, mortalità e guarigioni in vaccinati e non vaccinati e per classi d’età;

– semplificare e accelerare a grandi passi su acquisizioni e somministrazioni delle terze dosi di vaccino;

– rilanciare le regole prudenziali di distanziamento personale, uso di mascherine certificate, anche all’aperto in luoghi di transito e affollati, disinfezione delle mani;

– controllare con meticolosità coloro che giungono sul suolo italiano;

– escludere i non vaccinati dall’ingresso in luoghi e mezzi di trasporto pubblici e privati, che costituiscano forme di aggregazione civile, e organizzare efficaci controlli in questo senso.

Grazie per l’attenzione e cordiali saluti

O.d.V.:      “SCIENZA MEDICINA ISTITUZIONI POLITICA SOCIETA’ “

sito: www.smips.org  e-mail: smips1@libero.it

Le prime firme :

Francesco Domenico Capizzi, presidente SMIPS, Bologna; Adriano Prosperi, Scuola Normale di Pisa; Vincenzo Balzani, Università di Bologna; Francesco Corcione, Università di Napoli; Giancarla Codrignani, docente, politica e giornalista, Bologna; Daniele Menozzi, Scuola Normale di Pisa; Marzia Faietti, già  direttrice degli Uffizi, ricercatrice Kunsthistorisches Institut, Firenze; Gabriella Galletti, segretaria SMIPS, Bologna; Giancarlo Gaeta, Università di Firenze; Francesca Isola, vice-presidente SMIPS, Bologna; Giuseppe Giliberti, Università di Urbino; Gianpaolo Bragagni, dirigente medico, Bologna; Marina Marini, Università di Bologna; Bruna Bocchini Camaiani, Università di Firenze; Francesco Di Matteo, giurista, Bologna; Giuseppe Cucchiara, chirurgo, Roma; Elda Guerra, storica, Bologna; Franco Favretti, chirurgo, Vicenza; Claudia Rizzi, dirigente medico, Bologna; Lucia Migliore, Università di Pisa; Adriana Destro, Università di Bologna; Gino Rubini, esperto di sicurezza sul lavoro, Bologna; Ugo Mazza, politico, Bologna; Giovanna Facilla, dirigente scolastica, Bologna; Renzo Tosi, Università di Bologna; Carlo Hanau, presidente del Tribunale della salute OdV, Bologna; Ildo Tumscitz, psicoterapeuta, Bologna; Mauro Pesce, Università di Bologna; Monica Bini, docente, Bologna; Marilia Sabatino, dirigente scolastica, Bologna; Maria Teresa Cacciari, docente,  Bologna; Davide Peretti Poggi, pittore, Bologna; Giuseppe Bartolotta, medico, Rimini; Luciano Fogli, dirigente medico, Bologna; Anne Drerup, docente, Bologna; Michele Del Gaudio, magistrato, Torre Annunziata; Graziella Di Cicca, orafa, Rimini; Amedeo Alonzo, chirurgo, Novara; Sergio Boschi, dirigente medico, Bologna; Giorgio Dragoni, Università di Bologna; Alessandra Ferretti, docente, Bologna; Daniele Capizzi, dirigente medico, Bologna; Paolo Rebaudengo, presidente di Olivettiana APS, Bologna; Vincenzo Frusci, dirigente medico, Melfi; Domenico B. Poddie, medico vaccinatore volontario, Ravenna; Enzo Lucisano, Università di Bologna; Margherita Venturi, Università di Bologna; Silvia Lolli, docente, Bologna;

Per aderire all’Appello inviate l’adesione a smips1@libero.it

Il decreto-legge 146 su salute e sicurezza sul lavoro è un passo falso.Sono necessarie modifiche al decreto. È necessario un intervento organico in materia

Lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro della Salute, al Ministro del Lavoro, al Presidente della Conferenza delle Regioni.

 

Il decreto-legge 146 su salute e sicurezza sul lavoro è un passo falso.

Sono necessarie modifiche al decreto. È necessario un intervento organico in materia

 

Con il decreto-legge 21 ottobre 2021, n. 146 il Governo intende portare alcune significative modifiche del Decreto Legislativo n. 81/2008, cosiddetto testo unico sulla sicurezza del lavoro. Un decreto emesso sulla spinta di ‘fare qualcosa’ con urgenza – spinta ben comprensibile e condivisibile – per il quale è stato verosimilmente utilizzato il ‘materiale’ sul quale gli uffici del Ministero del Lavoro stavano da tempo lavorando (1) e che a nostro avviso non convince. Non si comprende il motivo per cui il Governo abbia deciso di duplicare i soggetti che intervengono nella vigilanza anziché realizzare condizioni per permettere ai servizi di prevenzione collettiva delle aziende sanitarie di essere maggiormente operativi in termini di personale e di presenza sul territorio nazionale. La duplicazione dei soggetti che intervengono non si traduce in migliori e maggiori interventi di vigilanza, anzi, è possibile ipotizzare conflitti di competenze e/o interventi duplicati.

 

LO STATO DELLE COSE

Colpisce particolarmente che i tipi di incidenti mortali sono ancora quelle ‘antichi’, da anni 50 del secolo scorso. La stragrande maggioranza di questi incidenti erano e sono evitabili con una corretta organizzazione del lavoro, con pratiche concrete di valutazione e gestione dei rischi, con una formazione professionale mirata ai rischi specifici connessi alla mansione. La vigilanza da parte dello Stato nelle sue articolazioni è importante, ma non potrà mai sostituire il compito delle imprese nella gestione dei rischi, con il contributo di controllo e partecipazione dei lavoratori. Non vi saranno mai abbastanza ispettori per vigilare che vi sia una corretta gestione della sicurezza a livello aziendale nella miriade d’imprese e microimprese. I determinanti che spesso hanno causato l’incidente riguardano la precarietà del rapporto di lavoro, la mancata e/o inadeguata formazione alla sicurezza dei lavoratori, la debolezza contrattuale dell’impresa che fornisce prestazioni in regime di subappalto verso la stazione appaltante, l’’informalità maligna’ che regola l’organizzazione approssimativa del lavoro nelle reti dei subappalti, la sostanziale impreparazione tecnica e professionale di talune imprese pur iscritte alla Camera di Commercio.

 

Lavori instabili e scarsa regolazione nell’occupazione sono più la regola che l’eccezione. La diffusione del cosiddetto subappalto ha esploso il ventaglio delle condizioni di lavoro rendendo sovente complicata la stessa rappresentazione della condizione lavorativa. La giungla dei contratti collettivi nazionali di lavoro esistenti in Italia – ben 985 registrati a giugno dal Cnel, l’80% in più nell’arco di un decennio – riflettono un mercato del lavoro frammentato e dove proliferano accordi pirata firmati da sindacati o associazioni di impresa sconosciuti.

 

A fronte di questa ‘realtà effettuale’ il decreto-legge 146/2021 rischia di essere un passo falso perché crea una condizione di non chiarezza sul ‘chi fa che cosa’ circa l’attività di vigilanza sul rispetto delle misure di sicurezza svolte dalle istituzioni di controllo, tende a disgiungere la stessa vigilanza dalla prevenzione. Appare sostanzialmente orientato alla mera repressione ed opera uno strappo nell’ordinamento giuridico vigente. Per la prima volta dall’entrata in vigore della riforma sanitaria (legge 833/1978) si mette in crisi quella che è stata una delle innovazioni più importanti della riforma stessa, che consisteva nell’assegnare le competenze relative alla salute dei lavoratori al Servizio sanitario nazionale come una delle funzioni comprese nella promozione della salute del cittadino. La riforma sanitaria produsse in questo settore effetti positivi legati al fatto che le misure di prevenzione utili alla tutela della salute dei lavoratori potevano essere non solo individuate dai servizi pubblici, ma successivamente anche imposte con poteri dispositivi e prescrittivi (2), realizzando quindi una continuità tra prevenzione, vigilanza e repressione (vi è infatti un forte legame tra legge 833/78 che stabilisce i principi e decreto legislativo 81/2008 e D.L.vo 758/94 che forniscono gli strumenti per applicare tali principi). Certi caratteri del provvedimento DL 146 nell’attuale stesura sembrano in contrasto anche con recenti dichiarazioni del Ministro del Lavoro (3).

 

Per quanto riguarda la vigilanza, ciò che occorreva ‘con urgenza’ – insieme al certamente necessario incremento del personale dell’Ispettorato finalizzato al controllo del lavoro nero e rapporti di lavoro irregolari – era, piuttosto, porre rimedio alla situazione di abbandono nella quale i governi e le regioni hanno tenuto gli organi delle aziende sanitarie incaricati della prevenzione e della vigilanza, lasciando che gli addetti in dieci anni diminuissero del 50%, senza provvedere alle necessarie nuove assunzioni. Depauperamento che ha inciso sulla qualità delle prestazioni dei servizi territoriali di prevenzioni, con la difficoltà ad affrontare la complessità delle condizioni di lavoro e temi come quelli della salute, del disagio psicosociale, dello stress correlato al lavoro, delle malattie da lavoro. Si avverte un rischio di scivolamento burocratico verso un ruolo pressoché esclusivo di «ispettore» e non anche di «tecnico della produzione di salute», con un’attenzione orientata più alla verifica del rispetto del dettato normativo e non anche alla ricerca condivisa di soluzioni ai problemi di salute e sicurezza. Ben sappiamo che l’efficacia della prevenzione non è completamente corrispondente a quella di “numero di unità locali controllate”. Le attività di igiene ambientale (misurazione diretta degli inquinanti) sono pressoché scomparse. I tagli alle iniziative di formazione e la carenza di figure specialistiche (chimici, ingegneri, biologi, psicologi del lavoro, …) caratterizza pressoché tutte le regioni. In alcune regioni, come la Toscana, si sono intraprese anche iniziative di riorganizzazione che prevedono una separazione gestionale e programmatica (non solo dell’opportuna valorizzazione della specificità professionale) delle diverse categorie di operatori della prevenzione, invece di garantire una piena integrazione interprofessionale.

 

Nell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) non esistono oggi le competenze specifiche per esercitare le nuove funzioni che richiedono elevata e specifica professionalità, requisiti presenti negli operatori dei servizi delle ASL (Tecnici della Prevenzione, Medici del lavoro, Ingegneri, Assistenti sanitari, Chimici, Biologi, Psicologi del Lavoro,…) acquisiti attraverso specifica formazione universitaria. Nei Servizi delle ASL, inoltre, permane comunque un patrimonio scientifico e di esperienze gestionali, arricchitosi nel corso di decenni di attività, volto alla soluzione dei problemi e non solo alla ricerca dei reati. Si è adottato un provvedimento ‘con urgenza’ i cui effetti non si vedranno, ad essere ottimisti, che tra qualche anno: giusto il tempo per bandire e concludere i concorsi per le assunzioni del personale all’ispettorato (oggi drammaticamente insufficiente anche solo per i controlli sul lavoro nero o sulle violazioni del rapporto di lavoro), avviare i neoassunti alla necessaria formazione in materia di vigilanza e far acquisire loro quel minimo bagaglio di esperienza che garantisca qualche risultato sul fronte della sicurezza per i lavoratori.

 

Il ‘doppio binario’ della vigilanza crea confusione. Con l’individuazione di due organi, entrambi deputati alla vigilanza su salute e sicurezza sulla totalità dei comparti, si è anche disattesa una delle indicazioni del Senior Labour Inspectors Committee (SLIC), rappresentate nel Report on The Evaluation of The Italian Labour Inspection System (4). In un recente contributo sulla necessità di incremento numerico delle ispezioni, ma effettuate in modo più mirato, si discute, anche con confronti internazionali, l’affermazione che “è tempo di ripensare all’idea di un unico Ispettorato nazionale del lavoro, il cui fallimento era stato preannunciato” (5).

 

LE COSE NECESSARIE

La necessità di avere un coordinamento e un indirizzo nazionale del tema salute e sicurezza sul lavoro, di un controllo della coerenza tra principi e modelli organizzativi regionali, obiettivamente da molto tempo carente in sanità pubblica (6), è indubbia (ad es., risulta che dal 2018 non viene prodotta una relazione organica sull’attività svolta da questi servizi nelle diverse regioni, che, pure, hanno operato dando un contributo importante anche nel fronteggiare la pandemia).

È chiaro, inoltre, che per incidere sul fenomeno degli incidenti mortali occorre una iniziativa su diversi piani, dalla regolarità del lavoro, alle regole sugli appalti, ecc. La vigilanza in materia di sicurezza degli Enti preposti è solo uno degli strumenti, importante, ma non sufficiente.

 

Di seguito avanziamo alcune indicazioni, che potrebbero essere attivate anche a legislazione corrente, frutto di tante esperienze e ricerche, ma che finora non hanno trovato corrispondenza in decisioni politico programmatiche.

 

  • Posto che è quanto mai opportuno rafforzare il numero degli ispettori dell’INL (come effettivamente propone il decreto 146) per rafforzare la vigilanza sui rapporti di lavoro, la cui irregolarità è concausa degli infortuni e delle malattie professionali, è indispensabile rafforzare gli organici dei Servizi di Prevenzione Collettiva delle ASL stanziando apposite risorse nella Manovra di bilancio attualmente in discussione in Parlamento, controllandone (da parte del Ministero della Salute) l’effettivo utilizzo da parte delle Regioni e delle ASL (gli addetti ai Servizi di Prevenzione delle ASL sono passati da 5.060 operatori nel 2008 a 3.246 nel 2018). Necessario, inoltre, definire degli standard di personale per i Servizi delle ASL in modo da garantire omogeneità delle strutture territoriali e assicurare loro la formazione necessaria, alla luce delle importanti modifiche del tessuto produttivo.
  • È indispensabile rafforzare il ruolo del Comitato ex art. 5 D.Lgs. 81/08 dotandolo di poteri decisionali e di adeguate risorse. Nella nota una proposta di modifica dello stesso articolo (7). Il Comitato deve relazionare periodicamente e pubblicamente l’efficienza e l’efficacia dei programmi di prevenzione attuati in relazione al Piano Nazionale della Prevenzione (PNP) e ai Livelli essenziali di assistenza (LEA). Raccolta e diffusione linee guida, buone prassi e iniziative di prevenzione meritevoli di estensione ed incremento degli interventi di prevenzione nelle piccole imprese, cooperative, lavoratori autonomi, sviluppando attività di assistenza. Dare nuovo impulso (in attuazione del Piano Naz Prevenzione) alla prevenzione delle malattie da lavoro, in particolar modo per quelle di tipo cronico-degenerative, con interventi di igiene industriale mirati alla riduzione dell’esposizione ad agenti chimici, cancerogeni e mutageni. A questo stesso livello si deve effettivamente attuare un efficace coordinamento delle strategie e attività tra INL e Regioni/ASL. Analoghe considerazioni possono essere fatte per il livello regionale e provinciale, assicurando la collaborazione delle forze sociali.
  • all’interno del Ministero della Salute devono essere rafforzate/costituite le funzioni relative al governo della prevenzione nei luoghi di lavoro, con compiti di indirizzo e verifica delle attività svolte dalle varie strutture e delle risorse impegnate.
  • un sistema di registrazione nazionale di infortuni, malattie da lavoro e rischi indipendente da finalità assicurative, che costituisca strumento per l’analisi del fenomeno e la programmazione e fonte ufficiale di comunicazione periodica dei dati da parte del Ministero della Salute e degli Assessorati Regionali (anche questo punto è effettivamente trattato anche nel DL 146).
  • Rafforzamento della rete degli RLS

 

Queste proposte ed altri suggerimenti erano già stati indicati nella nota della Consulta Interassociativa Italiana per la Prevenzione inviata il 27 maggio 2021 al Presidente del Consiglio, ai Ministri della Salute e del Lavoro e al Presidente della Conferenza delle Regioni.

 

Un intervento legislativo più consistente e organico di aggiornamento del d.lgs. n. 81/2008 (mancano anche circa 20 provvedimenti di attuazione del DLgs 81!) è comunque necessario. Riportiamo alcuni punti che reiteriamo fondamentali:

  • adozione di un sistema di qualificazione delle imprese (andando oltre il mero modello della patente a punti, non applicabile a tutti i settori come per l’edilizia e che interviene a posteriori dopo infortunio e/o sanzione), considerato l’aumento esponenziale del lavoro in appalto e del numero rilevante di infortuni che si verificano nello svolgimento delle mansioni svolte nell’ambito di tali contratti.
  • riforma della formazione. Non esaurendosi solo sulla revisione dei programmi (almeno riferiti alla figura dell’RSPP/ASPP, ruolo di necessaria trasformazione) e sul sistema di accreditamento degli enti erogatori sul territorio, ma in particolare sull’introduzione dell’obbligo nei riguardi dei datori di lavoro e nei programmi scolastici, fin dai primi anni dell’istruzione
  • un rafforzamento e qualificazione delle figure del Responsabile Sevizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) e del medico competente, nella loro autonomia professionale e nel loro rapporto con le strutture pubbliche.
  • un potenziamento delle funzioni svolte dell’ex Istituto Superiore di Prevenzione e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro (ISPESL), attualmente accorpate all’INAIL, con l’ipotesi di un loro inserimento nell’Istituto Superiore di Sanità (ISS).

 

MODIFICARE IL 146

Parallelamente a queste indicazioni di fondo, la fase di conversione in legge del 146 offre la possibilità di poter intervenire sul testo. A questo riguardo concordiamo sostanzialmente con le osservazioni espresse dal Coordinamento Tecnico delle Regioni – Area Prevenzione e Sanità Pubblica (Parere sullo schema di disegno di legge di conversione del decreto-legge 21 ottobre 2021, n.146. Proposta di emendamenti). In particolare, riteniamo corretta e utile la proposta di abrogazione della duplicazione della competenza ispettiva. L’ottimizzazione dell’azione di vigilanza si può realizzare con il rispetto delle competenze concorrenti di cui all’articolo 117 della Costituzione, nonché di quanto disposto dalla legge 833/78. Nella stessa nota del Coordinamento tecnico delle Regioni, infatti si osserva che “L’azione di vigilanza avrebbe potuto ricevere ulteriore (e facile) impulso rafforzando le ASL e non già affiancando l’INL, Ente che, considerati i profili professionali del personale che lo sostanzia (legali, amministrativi), possiede abilità per i soli controlli formali (e non sostanziali) che si tradurranno in un mero intervento repressivo a danno (anche economico) alle imprese, peraltro in una fase in cui – superata auspicabilmente l’emergenza pandemica – l’impegno del Paese è supportare la ripresa”. E, ancora: “la presenza di un secondo organo di vigilanza costituisce essenzialmente elemento di forte criticità dell’azione di coordinamento che il nuovo art. 13 comma 4 DLgs 81/08, per il solo livello provinciale, pone in capo sia alle ASL che all’Ispettorato (“A livello provinciale, nell’ambito della programmazione regionale realizzata ai sensi dell’articolo 7, le Aziende Sanitarie Locali e l’Ispettorato nazionale del lavoro promuove e coordina sul piano operativo l’attività di vigilanza esercitata da tutti gli organi di cui al presente articolo. …” ).

 

CONCLUSIONI

Il proposto DL 146 manca di una più approfondita valutazione della causalità sociali del fenomeno delle malattie da lavoro e degli infortuni. Risulta non considerare adeguatamente alcuni elementi strategici, di ordine culturale e politico, della legislazione fondamentale in materia, nonché di recenti raccomandazioni di derivazione europea. Nella NADEF (Nota di aggiornamento al doc di economia e finanza 2021) sono previsti una serie di impegni e riforme specifiche tra le quali quello di un ‘DDL per l’aggiornamento e il riordino della disciplina in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro’. Per le considerazioni svolte in questa nota lo stesso decreto non può certo assolvere questo impegno.

 

Sul tema salute e sicurezza del lavoro si giocano i caratteri fondanti della dignità delle persone che lavorano e, più in generale, del grado di incivilimento di un paese. I soggetti collettivi devono riaprire una discussione, un confronto con i lavoratori, i servizi pubblici, le istituzioni, per definire una nuova politica, un complesso ‘organico’ di provvedimenti, per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Alla base ci deve essere piena consapevolezza dalla ‘realtà effettuale’ dell’Italia, caratterizzata così fortemente dalla prevalenza della microimpresa, dalla massiccia estensione del subappalto e del lavoro precario e nero, che rendono più impegnativa la costruzione di veri sistemi aziendali di gestione del rischio. Questo rende particolarmente forte il bisogno di ‘assistenza’ e ‘formazione’ e la necessità di un rinnovato controllo delle insopportabili inappropriatezze mercatiste delle consulenze private in questo campo, insieme, naturalmente, alla irrinunciabile deterrenza della vigilanza e repressione dei reati. I provvedimenti parziali e contingenti dovrebbero essere coerenti con questa visione.

 

Susanna Cantoni, già direttore Dipartimento Prevenzione ATS Città Metropolitana Milano

Beniamino Deidda, già Procuratore Generale Firenze, componente comitato direttivo Scuola Superiore della Magistratura

Mauro Valiani, già direttore Dipartimento Prevenzione ASL Empoli

Massimo Bartalini, Tecnico della Prevenzione Siena

Stefano Fusi, Tecnico della Prevenzione Firenze

Giuseppe Petrioli, già direttore Dipartimento Prevenzione ASL Firenze e componente Commissione Interpelli

Gino Rubini, editor blog Diario della Prevenzione, già sindacalista CGIL

Carla Poli, Tecnico della Prevenzione ASL Toscanacentro

Stefano Silvestri, igienista del lavoro, collaboratore Università del Piemonte orientale

Fulvio Cavariani, già direttore Centro Regionale Amianto Regione Lazio

Eugenio Ariano, già Direttore Dipartimento Prevenzione ASL Lodi

Lalla Bodini, medico del lavoro Milano

Ettore Brunelli, medico del lavoro Brescia

Daniele Gamberale, già direttore Dipartimento Prevenzione ASL Roma 1

Bruno Pesenti, già Direttore Dipartimento Prevenzione ATS Bergamo

Giuliano Tagliavento, già Direttore Direzione Tecnica Prevenzione Collettiva ASUR Marche

Dusca Bartoli, medico del lavoro Empoli

Giuliano Angotzi, già Direttore Dipartimento Prevenzione ASL Viareggio

Teresa Vetrugno Medico del lavoro ex RSPP in Azienda Sanitaria

Rodolfo Amati Medico del Lavoro già Responsabile Spisll Ausl 9 Grosseto

Danilo Zuccherelli già Direttore del Dipartimento di Prevenzione USL 6 Livorno

Francesco Loi già Responsabile Dipartimento di Prevenzione ex Azienda USL 7 Siena

Andrea Innocenti già Responsabile PISSL USL Toscana centro (Pistoia)

Lucia Bramanti Responsabile Servizio di prevenzione igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro AUSL Toscana nord-ovest zona Versilia

Raffaele Faillace già Responsabile per la regione Toscana dei servizi di prevenzione e direttore generale di varie ASL

Augusto Quercia Direttore Dipartimento di prevenzione ASL VT e Direttore UOC PRESAL ASL VT

Sandro Celli Dirigente Professioni Sanitarie della Prevenzione

Tiziana Vai medico del lavoro UOC PSAL ATS Milano città Metropolitana

Donatella Talini medico del lavoro presso Azienda USL Toscana Nordovest

Giovanni Pianosi medico del lavoro

Stefania Villarini Responsabile U.O.S. PRESAL Distretto A AUSL Dott.ssa Stefania

Leopoldo Magelli , medico del lavoro, già responsabile SPSAL di Bologna e primo presidente SNOP

Fulvio Ferri medico del Lavoro Reggio Emilia

Graziano Maranelli Trento

 

 

Scarica il documento integrale da cui è tratto l’articolo:

“ Il decreto-legge 146 su salute e sicurezza sul lavoro è un passo falso”, lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro della Salute, al Ministro del Lavoro, al Presidente della Conferenza delle Regioni (formato PDF, 235 kB).

 

Scarica la normativa di riferimento:

Decreto-Legge 21 ottobre 2021, n. 146 – Misure urgenti in materia economica e fiscale, a tutela del lavoro e per esigenze indifferibili.

 

Loris Campetti: La salute nel sindacato

 

Fonte: Inchiestaonline.it

Diffondiamo da il manifesto in rete del 29 ottobre

Serve ancora il sindacato, nel secondo decennio del terzo millennio dopo Cristo? Seconda domanda: chi rappresenta il sindacato nella stagione della globalizzazione neoliberista, quali figure sociali tutela e quali sono invece abbandonate allo strapotere del turbocapitalismo? Terza domanda: cosa è diventato il sindacato? Sono tre domande difficili, le risposte non possono essere semplici né individuali. Quel che posso tentare di fare è di inquadrarle nel contesto dato, qui e ora ma con un occhio al futuro analizzando le linee di tendenza.

 

La miseria della politica

La prima cosa che mi viene da dire è che non è mai stato così difficile come oggi fare sindacato e, al tempo stesso, non è mai stato così necessario. Indispensabile, aggiungerei. La ragione prima della difficoltà rimanda alla politica, alla sua mutazione nella chiave dell’autoreferenzialità, allo sfilacciamento e allo snaturamento della democrazia e allo svuotamento della partecipazione. Non solo in Italia, certo, ma sulle dinamiche in atto nostro paese val la pena soffermarsi. Bastava dare un’occhiata alla grande manifestazione di Firenze organizzata dal collettivo e dalle Rsu Fiom della Gkn per rendersi conto dell’abisso che separa la lotta operaia, le condizioni materiali dei lavoratori, dalla Grande Politica. Nelle interviste realizzate per un libro-inchiesta – Ma come fanno gli operai – mi aveva colpito il racconto di un giovane delegato di una fabbrica aerospaziale del Varesotto: “Vedi, lì dai tempi dei tempi è appesa una gigantografia di Enrico Berlinguer. Per i vecchi operai la sinistra incarnata dal segretario del Pci rappresentava un riferimento forte, identitario. Per i giovani operai, invece, gli eredi principali del Pci sono quelli che più scientificamente hanno abbattuto i diritti dei lavoratori, a partire dall’attacco allo Statuto dei lavoratori”. La rabbia può addirittura spingere gli operai convintamente di sinistra a votare per dispetto un partito con cui non si ha nulla a che fare pur di punire chi è accusato di essere passato dall’altra parte, dalla parte dei padroni. Un operaio della Fiat diceva parole condivise da tanti suoi compagni in tuta blu: “Ho votato per Appendino sindaca di Torino anche se non mi aspetto nulla dai grillini, perché il Pd ripresentava Piero Fassino, quello che nello scontro tra la Fiom e Marchionne si era schierato con Marchionne. Non ho votato come sarebbe stato normale per Giorgio Airaudo, ottimo compagno, perché il modo più sicuro per far perdere Fassino era votare per il M5S”. I lavoratori sono ormai privi di una rappresentanza politica forte, per essere più precisi non hanno sponde nella politica (so bene che a sinistra del Pd ci sono forze come il Prc che si battono al fianco dei lavoratori, ma se vuoi trovarle devi andare nelle manifestazioni di lotta, non in Parlamento e nelle istituzioni. Ma ciò richiederebbe una riflessione a parte che esula da questo articolo). E’ stupido e ipocrita meravigliarsi a ogni elezione per la fuga fuori dalla sinistra del voto operaio. I lavoratori sono soli, il centrosinistra cerca consensi e voti nei ceti alti, nei centri storici e nei quartieri bene delle città, nei cda delle banche più che tra i bancari, in quella che una volta si chiamava borghesia. Fare sindacato senza avere sponde nella politica e nelle istituzioni, con il Pd che è il più convinto sostenitore della dittatura del mercato, è davvero dura.

 

C’era una volta l’internazionalismo

Di un altro elemento di difficoltà a fare sindacato scrivo solo il titolo, è il passaggio dall’internazionalismo proletario all’individualismo proprietario: la fine del bipolarismo con l’inevitabile e tardiva implosione del socialismo reale ha “semplificato” lo scenario mondiale e abbattuto icone e riferimenti. Ciò ha contribuito, in assenza di un progetto politico alternativo, cioè di un’altra idea di sinistra e del mondo, ad accelerare lo scatenarsi della guerra tra poveri, tra lavoratori del nord e quelli del sud e dell’est, tra uno stabilimento e l’altro. Insomma, la crisi della solidarietà è cresciuta di pari passo con le diseguaglianze. Consiglio a tutti una gita a Monfalcone, davanti ai cancelli della Fincantieri, per farsene un’idea. Il sindacato, nato con l’idea che i proletari di tutto il mondo dovessero unirsi, oggi più che in passato avrebbe bisogno come il pane di un’ottica internazionale, globale se preferite, che invece manca da tempo. Senza una strategia e un coordinamento globali si può far poco per ridimensionare la prepotenza delle multinazionali, si può salvare per un po’ una fabbrica magari a discapito di un’altra collocata in un’altra città o in un altro continente. Ma così non si fa molta strada.

A parità di prestazione parità di trattamento

Privati di ogni rappresentanza (e sponda) politica, i lavoratori rischiano di trovarsi soli di fronte all’arroganza del potere. Là dove non esiste neppure una rappresentanza sindacale, il passo è breve per arrivare alla cancellazione dell’insegnamento di Giuseppe Di Vittorio: mai più con il cappello in mano davanti al padrone. Allo svaporarsi della centralità del lavoro in sede politica e, ahimè, nell’immaginario collettivo, si accompagna la massiccia rivoluzione portata dal capitalismo nell’organizzazione del lavoro, nelle relazioni sociali, nella composizione della classe lavoratrice. La crescita esponenziale della logistica agevolata dalla pandemia, inoltre, sta scardinando il bagaglio dei diritti conquistati nel secolo breve, personalizzando il rapporto padrone-dipendente, e a occuparsi della mediazione non è certo il sindacato bensì il caporale. E non solo nella logistica ma anche nell’agricoltura, nell’edilizia, fino al cuore della produzione industriale dove le scelte politiche e dunque la legislazione hanno accompagnato e favorito la frammentazione del ciclo moltiplicando le diseguaglianze e scatenando il dumping sociale. Il vecchio adagio ‘a parità di prestazione parità di salario, orario, diritti’ è stato travolto dal sistema di appalti e subappalti e dalla possibilità concessa alle imprese di scegliere la forma contrattuale più conveniente grazie a un menù disponibile di decine di forme diverse. Spesso il sindacato è in grado di rappresentare e tutelare solo la parte alta del lavoro nella piramide in cui esso è stratificato. Ma fino a quando riuscirà a rappresentare, facciamo un esempio, i dipendenti diretti della Fincantieri? Cioè, fino a quando i lavoratori della Fincantieri riusciranno a difendere i propri diritti, sotto la grandine del dumping prodotto dal sistema degli appalti? Credo che non ci sia futuro, persino per un sindacato di classe come è ancora la Fiom, senza la capacità di andare a mettere mani e cuore nelle fasce più deboli del mondo lavoro, riconquistando proprio quell’idea che a parità di prestazione deve corrispondere parità di trattamento.

La solitudine del nuovo proletariato

La pandemia ha ulteriormente spinto verso un superamento dei corpi intermedi, detto in parole povere sta ulteriormente indebolendo il sindacato. Essendo mutato nel profondo l’impianto della produzione, della distribuzione e dei consumi anche il sistema legislativo andrebbe riscritto, e persino lo Statuto dei lavoratori – quel che ne resta dopo i colpi d’accetta degli ultimi anni – andrebbe aggiornato per includere e tutelare le nuove figure sociali, il nuovo proletariato. I sindacati confederali sono in grave ritardo nella conoscenza dei nuovi lavori; soltanto negli ultimi mesi la Cgil, che ha impiegato un paio d’anni per capire che quello dei rider è un lavoro a tutti gli effetti dipendente, ha messo a fuoco i ciclofattorini che solo grazie alla loro soggettività e le loro battaglie in bicicletta condotte in solitaria sono riusciti a imporsi all’attenzione di tutti. Nella logistica le prime lotte sono state portate avanti con il fragile appoggio dei sindacati di base e i confederali a fatica stanno cercando di mettere qualche radice tra i lavoratori. Quando un camionista travolse un facchino ai cancelli durante uno sciopero si scoprì che i camionisti sono (debolmente) rappresentati dalla Cgil e i facchini (debolmente) dai sindacati di base. Se si perde di vista il nemico vero si finisce in una guerra dei penultimi contro gli ultimi.

 

Il covid al lavoro

Tra le conseguenze più pesanti del covid sul lavoro c’è il suo uso ricattatorio da parte del sistema delle imprese: con la perdita di centinaia di migliaia di posti, tentano di imporre il peggioramento delle condizioni lavorative con annessa riduzione di salario, diritti, sicurezza e dunque dignità. Se vuoi lavorare, è la parola d’ordine, accetta le mie condizioni perché la ripresa in una competizione internazionale senza esclusione di colpi impone i suoi diktat e c’è la fila di persone disposte a prendere il tuo posto. Del milione e duecentomila posti cancellati nel primo anno di pandemia se ne sono recuperati cinquecentomila nel primo semestre del 2021, ma per la quasi totalità si tratta di lavori variamente precari, a termine e in somministrazione cioè in affitto. E parlano con altrettanta chiarezza i numeri dei morti sul lavoro che continuano a crescere paurosamente (più di mille nei primi 8 mesi dell’anno a cui si aggiungono quasi 200 tra medici e infermieri vittime del covid).

 

L’inadeguatezza del sindacato

Questo è il contesto, reso più aspro dalla debacle del sistema dei partiti che hanno commissariato a un banchiere un’Italia già cloroformizzata dal coronavirus. I sindacati sono usciti indeboliti dalla pandemia, dopo più di un anno di riunioni e assemblee da remoto: il distanziamento è un ostacolo al rapporto tra organizzazioni sindacali e lavoratori, cioè alla pratica dei valori fondanti dell’azione collettiva e della stessa democrazia. Sic stantibus rebus, non basta dire che il sindacato è fondamentale, che è uno dei pochi strumenti di autodifesa dei lavoratori. Bisogna chiedersi se il sindacato dato è all’altezza della sfida che ha di fronte. Detto che più che di sindacato bisogna parlare di sindacati, è difficile negare l’inadeguatezza delle organizzazioni dei lavoratori. Per tutte le ragioni oggettive sin qui enunciate o solo accennate (per prima la mancanza di una dimensione internazionale), ma anche per cause soggettive. Nel tempo i sindacati sono diventati una costola dello stato e, nei casi peggiori, dei governi. L’autonomia sindacale si è indebolita ed è cresciuta la burocratizzazione, quasi un’abitudine a vivere di rendita, trasformandosi da organizzazioni di lotta in strutture di servizio, caf e via dicendo. Era proprio obbligatorio tenere chiuse per un anno e mezzo le Camere del lavoro? Anche dentro la Cgil – taccio su Cisl e Uil, ma anche sul cosiddetto sindacato europeo, la Ces, per evitare querele – il corpaccione dei funzionari vede ogni cambiamento come un attentato allo status – e allo stipendio – acquisito. Anche così si spiegano le difficoltà incontrate da Maurizio Landini nel suo tentativo di rigenerazione o rifondazione che dir si voglia dell’organizzazione, riportandola in strada (il sindacato di strada è un buon esempio laddove viene sperimentato) e dentro i luoghi di lavoro. Ha sostanzialmente retto, invece, la struttura dei delegati, le Rsu che hanno, spesso in solitudine, tenuto vivo e costante il rapporto con i lavoratori.

La resistenza e il cambiamento

Che il sindacato serva lo dimostra l’esempio della Gkn: la Fiom ha lasciato liberi i suoi quadri di costituire un collettivo che insieme alle Rsu sta gestendo una difficile vertenza e ha intentato causa all’azienda per antisindacalità, vincendola. Certo, per vizi di forma, il modo (del licenziamento via mail) ancor m’offende. Ha consentito ai lavoratori di tirare una boccata d’ossigeno ma nella sostanza il problema resta immutato per l’acquiescenza della politica alle imprese e alla pratica delle multinazionali di chiudere stabilimenti per delocalizzare la produzione là dove di diritti ce ne sono ancora meno. Almeno, la Fiom si conferma un sindacato di resistenza, ne fa fede l’esperienza straordinaria degli operai napoletani della Whirlpool; non che non abbia un progetto sociale in testa, ma questo si impantana nelle stanze della politica e fatica ad avviare un percorso unitario con le altre categorie della sua stessa confederazione. Il nobile tentativo di costruire una coalizione con movimenti e forze sociali avviato qualche anno fa dall’unico sindacato che già a inizio secolo aveva scelto di stare con il movimento cosiddetto no-global, si è presto arenato, un po’ per la debolezza e la frammentazione degli interlocutori, un po’ per la diffidenza della Cgil e un po’ perché non basta mettere insieme le teste pensanti, i leader, per trascinare con sé tutto il resto. Le alleanze non possono che costruirsi dal basso. Come ai tempi della Flm e dei delegati di gruppo omogeneo, verrebbe da dire.

E forse proprio dal basso bisognerà ripartire per costruire un sindacato adeguato alle nuove sfide.

Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. Al “manifesto” fino al 2012 ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e nel 2020 è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.

Qatar, 12 mesi ai Mondiali di calcio. Ultimo anno senza progressi sui diritti dei lavoratori migranti

(Foto di Thameur Belghith, Wikimedia Commons)

 

Fonte : Pressenza.com 

 

Manca un anno all’inizio dei Mondiali di calcio: il tempo perché il Qatar mantenga gli impegni di abolire il sistema denominato “kafala” e di aumentare la protezione dei diritti dei lavoratori migranti sta scadendo.

Lo ha dichiarato oggi Amnesty International nel suo “Reality check 2021”, una nuova analisi della condizione del sistema del lavoro in Qatar. Dalla ricerca emerge come nell’ultimo anno non vi siano stati progressi e alcune vecchie prassi siano tornate in auge, con la riemersione di alcuni dei peggiori aspetti del sistema del “kafala” e la neutralizzazione delle recenti riforme.

Nonostante le riforme legislative adottate dal 2017, la realtà quotidiana per molti lavoratori migranti resta drammatica. Mentre, con l’approssimarsi dell’inizio dei Mondiali la situazione dei diritti umani in Qatar attira sempre maggiore attenzione, Amnesty International chiede alle autorità locali di prendere misure urgenti per ridare vita alle riforme prima che sia troppo tardi.

“Le lancette dell’orologio continuano ad andare avanti, ma non è ancora troppo tardi per tradurre le promesse in azioni concrete. Le autorità del Qatar devono attuare interamente il loro programma di riforme. Se non lo faranno, ogni progresso fatto finora sarà stato vano”, ha dichiarato Mark Dummett, direttore del programma Temi globali di Amnesty International. “L’atteggiamento compiacente delle autorità del Qatar sta lasciando migliaia di lavoratori migranti alla mercé dello sfruttamento da parte dei loro datori di lavoro: molti non sono in grado di cambiare impiego e rischiano di essere privati del salario. Hanno scarse possibilità di ottenere rimedi, risarcimenti e giustizia. E dopo i Mondiali, il futuro di chi resterà in Qatar sarà ancora più incerto”, ha aggiunto Dummett.

Nell’agosto 2020, il Qatar aveva adottato due leggi per porre termine ai limiti posti ai lavoratori migranti di lasciare il paese e cambiare impiego senza il permesso del datore di lavoro. La loro completa applicazione avrebbe colpito al cuore il sistema del “kafala”, che invece continua a vincolare i lavoratori ai datori di lavoro.

Pur non prevedendo ancora il diritto dei lavoratori di aderire a sindacati, il processo di riforme era iniziato già nel 2017, attraverso limitazioni all’orario di servizio per il lavoro domestico, la costituzione di tribunali del lavoro per favorire l’accesso alla giustizia, l’istituzione di un fondo per risarcire i salari non pagati, l’introduzione del salario minimo e la ratifica di due importanti trattati internazionali. La mancata attuazione delle riforme ha fatto sì che lo sfruttamento continuasse.

Sebbene il Qatar sulla carta abbia cancellato l’obbligo, per la maggior parte dei lavoratori migranti, di chiedere e ottenere il permesso di uscire dal paese e di cambiare lavoro attraverso un certificato di nulla-osta da parte dei datori di lavoro, questi ultimi riescono ancora a bloccare i trasferimenti dei lavoratori e a tenerli sotto controllo, chiedendo ad esempio somme esorbitanti – in alcuni casi, cinque volte superiori al salario mensile – per concedere il nulla-osta, che dunque di fatto, pur essendo stato abolito per legge, rimane in vigore.

Le organizzazioni che difendono i diritti dei lavoratori migranti e le ambasciate degli Stati d’origine in Qatar hanno rilevato che se non si è in possesso di qualche documento scritto da parte del datore di lavoro, le possibilità di cambiare lavoro diminuiscono. Questa situazione ha dato luogo a una sorta di commercio dei nulla-osta assai lucrativo per i datori di lavoro privi di scrupoli.

Tra le altre pratiche illegali che rendono difficile cambiare impiego si segnalano il trattenimento dei salari e dei bonus, l’annullamento del permesso di soggiorno e le denunce di “latitanza”. Nella sua analisi, Amnesty International ha anche rilevato che i ritardati o mancati pagamenti dei salari e dei bonus contrattuali rimangono una delle principali forme di sfruttamento subite dai lavoratori migranti in Qatar. A questa si aggiungono le difficoltà di accedere alla giustizia e il divieto di organizzarsi in sindacato per difendere i propri diritti.

Nell’agosto 2021 Amnesty International aveva denunciato la mancanza di indagini da parte delle autorità del Qatar sulle decine di migliaia di morti di lavoratori migranti, nonostante fossero emerse prove della relazione tra questi decessi e la mancanza di sicurezza sul lavoro. Nonostante l’introduzione di alcune misure di protezione, restano ancora grandi situazioni di rischio: ad esempio, non è previsto un periodo di riposo obbligatorio proporzionale alle condizioni climatiche o al tipo di lavoro.

“Il Qatar è uno degli stati più ricchi al mondo, ma la sua economia dipende da due milioni di lavoratori migranti. Ognuno di loro ha il diritto di essere trattato equamente e di ottenere giustizia e risarcimenti”, ha commentato Dummett. “Il Qatar potrebbe farci assistere a un torneo che tutti potremmo ricordare, se inviasse segnali chiari contro lo sfruttamento, se punisse i datori di lavoro che violano le leggi e se proteggesse i diritti dei lavoratori. Ma così ancora non è”, ha concluso Dummett.

Amnesty International si è rivolta anche alla Fifa, organizzatrice dei Mondiali di calcio del 2022, affinché adempia alle sue responsabilità di identificare, prevenire, mitigare e porre rimedio a rischi per i diritti umani collegati all’evento sportivo. Tra questi rischi vi sono quelli per i lavoratori dei settori dell’ospitalità e dei trasporti, in forte espansione in vista dell’inizio dei Mondiali. La Fifa deve chiedere in forma privata e pubblica al governo del Qatar di attuare il suo programma di riforme nel sistema del lavoro prima del calcio d’inizio dei Mondiali.

 

L’UNIVERSITÀ: UNA COMUNITÀ APERTA, CRITICA, ANTIFASCISTA

 

 

di Tomaso Montanari

Testo integrale della prolusione del Magnifico Rettore dell’Università per Stranieri di Pisa Prof. Tomaso Montanari [Fonte: Volerelaluna.it)

Autorità, colleghe e colleghi docenti e non docenti, studentesse e studenti, amiche e amici che oggi siete con noi, e caro Magnifico Rettore, caro professor Cataldi – caro Pietro. La prima cosa che voglio dire prima di varcare la soglia che oggi mi porta a continuare il tuo lavoro; la prima cosa che voglio dire, parlando a nome della nostra collettività, è: grazie, Pietro! Grazie per la misura, la grazia, l’equilibrio, la dedizione, la determinazione, e vorrei dire l’amore con cui ti sei preso cura di questa comunità, nella buona e nella cattiva sorte. Grazie per la prosperità, la crescita, l’autorevolezza che hai saputo garantire alla Stranieri. Grazie per la guida sicura nel buio della pandemia. Grazie soprattutto per una cosa, che mi colpì fin dal primo momento che ci conoscemmo: grazie perché non ti sei mai vergognato della tua umanità. Ricordo che pensai che se un rettore di una università italiana era ancora visibilmente un essere umano, allora forse c’era qualche speranza. Da allora ho imparato a conoscerti, e negli ultimi mesi sei stato per me non solo un mentore incredibilmente paziente e uno straordinario didatta, ma anche un amico vero. E, lo sai, da domani ti troverai ad avere ancora più pazienza. E questo grazie, pubblico e solenne, è anche per tutto quello che ancora ti chiederò. Hai chiuso il tuo discorso ricordandoci che «il nostro lavoro è tenere insieme lo spazio definito di questa città tanto identitaria e le quinte sconfinate del mondo, il nostro lavoro – hai detto – è la fatica e la felicità dell’attraversamento». Il nostro lavoro. Fermiamoci su queste due cose: noi, la nostra comunità accademica; e il lavoro che facciamo. Il mio impegno per i prossimi sei anni è che continuiamo ad essere, e diventiamo ancor più, un noi. «Salvarsi da soli è avarizia, salvarsi insieme è politica», diceva don Lorenzo Milani (e lo ripeterà tra poco il ministro Roberto Speranza, che ringrazio per aver voluto essere, virtualmente, con noi): e la nostra politica è quella di pensare non come una somma di egoismi, ma come una comunità. Ho provato a spiegare, nel programma di mandato, cosa questo vuol dire, in concreto e a partire dal ruolo del rettore. Primo. Un governo plurale e paritario, di prorettrici e prorettori, delegate e delegati. Perché l’unico modo di far sì che il potere diventi servizio, non solo nella retorica, è suddividerlo, assumerlo insieme, renderlo largo, trasparente, responsabile. Secondo. Una comunità di eguali fondata sulle diversità. Il che vuol dire: comportarsi ogni volta che sia possibile, e tendenzialmente sempre, come se esistesse un ruolo unico della docenza (e lottare perché esista presto), e abolire ogni odioso segno di gerarchia tra docenti, non docenti e studenti. Siamo persone: rimaniamo persone! E vuol dire anche abbandonare, progressivamente e sostenibilmente, ogni forma di precarietà, cioè di sfruttamento. Tra i docenti, tra i non docenti, tra le persone che assicurano ogni giorno la pulizia e l’accessibilità degli edifici in cui si svolge la nostra vita. E riconoscere, valorizzare, celebrare (in parole e opere) le diversità: quelle dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, quelle delle lingue e delle culture, quelle delle età e dei talenti. Perché «siamo differenti, inteso “differenza” nel senso di diversità delle identità personali» e perché «siamo disuguali, inteso “disuguaglianza” nel senso di diversità nelle condizioni di vita materiali». E l’eguaglianza – questo il punto centrale – si deve realizzare «a tutela delle differenze e in opposizione alle disuguaglianze». Siamo una comunità dalla parte dei più deboli. Delle donne, di chi è o si sente diverso, di chi è povero culturalmente e materialmente, di chi è marginale e periferico. Siamo una comunità antifascista. Ha un prezzo questo? Sì, lo ha. Nelle scorse settimane, per aver espresso un punto di vista culturale, per aver ammonito sulle conseguenze della manipolazione politica della storia, per aver denunciato la strumentalizzazione politica delle vittime delle Foibe, ho dovuto subire un accanito linciaggio mediatico. E voi con me: e ve ne domando scusa. Penso, tuttavia, che ne valga la pena. Nel programma di mandato mi sono impegnato a dedicare dodici aule ai soli dodici professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo, nel 1931: ho capito a mie spese quanto quell’idea fosse attuale. Se guardiamo a quella generazione, la resistenza che ci è richiesta, è ben poca cosa: non farla – per convenienza, viltà, malinteso amore di pace – sarebbe una vergogna imperdonabile. Del resto, da storico dell’arte credo profondamente nella forza dei luoghi, nelle storie e nei destini che nei nomi dei luoghi sono iscritti. Ebbene, la vita della nostra piccola università si muove tra due poli principali: “Rosselli” (questo plesso) e “Amendola” (il rettorato). Il nostro “noi” è piantato nel cuore della toponomastica antifascista: quelle vite, quegli ideali, quelle voci ci accolgono e vegliano su di noi. Carlo Rosselli, a cui è intitolato il piazzale che tutti abbiamo appena attraversato arrivando qua, è una figura altissima di professore, di intellettuale, di antifascista – di martire dell’antifascismo, ucciso insieme a suo fratello Nello in Francia nel 1937, per ordine di Mussolini. Tra le tante pagine che, negli articoli di Carlo Rosselli, sembrano scritte per noi ce n’è una (del 1934) che spiega a fondo cosa significhi essere antifascisti oggi (nel 2021), e cosa significhi esserlo da umanisti, e in una università per Stranieri: «Siamo antifascisti non tanto e non solo perché siamo contro quel complesso di fenomeni che chiamiamo fascismo; ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega ed offende, e violentemente impedisce di conseguire. Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. Siamo antifascisti perché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le cose, e non tolleriamo che lo si umilii a strumento di Stati, di Chiese, di Sette, fosse pure allo scopo di farlo un giorno più ricco e felice. Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi». La nostra patria è il mondo, e la nostra piccola comunità si autodetermina declinando questi valori altissimi nella gioia e nella fatica del lavoro di ogni giorno. Nel Senato accademico (che si riunirà, nella sua nuova composizione, già il prossimo 19), nel Consiglio di Amministrazione, nel Consiglio di Dipartimento decideremo insieme come attuare tutte queste cose, esposte in dettaglio nel Programma di mandato e nel discorso con cui, l’8 giugno scorso, ho chiesto la vostra fiducia. Ma, in questo giorno fausto, abbiamo qua molti ospiti e amici, e dunque nei prossimi minuti non vorrei parlare ancora di noi, bensì del nostro lavoro, continuando a riflettere sulle ultime parole del discorso di Pietro. Qual è, dunque, questo nostro lavoro? È lo stesso della scuola: perché l’università, non 3 mi stancherò di ripeterlo, è parte della scuola – è scuola. E quel lavoro è formare cittadini, e prima ancora persone: persone umane. Tutta l’università esiste per formare umani, anche Legge o Ingegneria non sfornano solo avvocati o ingegneri, ma formano o non formano esseri umani. Noi, poi, come umanisti siamo capaci solo di fare quello: se non lo facciamo più, siamo come il sale quando perde il suo sapore. Ma non possiamo farlo, questo lavoro, se non siamo umani noi stessi. Un singolare paradosso – confessiamocelo. Se passiamo la vita a studiare humanities, e non riusciamo a diventare un poco umani, a cosa davvero abbiamo dedicato la vita? Per questo non si può separare ricerca e didattica, studio e insegnamento, biblioteca e aula: perché se ci separiamo dalla sorgente, siamo fontane aride. E per questo il governo dell’università, la sua organizzazione, non può mai diventare impersonale, spersonalizzata, astratta, burocratica. Non è un’azienda, non si ciba di numeri. Siamo una comunità di persone, in cui le persone vengono prima di ogni altra cosa. Siamo come l’orco della favola a cui Marc Bloch paragona lo storico: «Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda». Solo che non vogliamo mangiarla, la nostra preda: la vogliamo far vivere più intensamente. Più umanamente. La prima cosa che dunque abita le nostre aule è il dubbio, il pensiero critico, la contestazione di ogni dogma, di ogni autorità – a partire dalla nostra. A partire da quella del rettore. La nostra deve essere un’università ribollente di letture tendenziose. È il titolo delle «parole dette [da Franco Antonicelli] per l’inaugurazione della Biblioteca dei portuali di Livorno», il 15 ottobre del 1967. Già, perché gli scaricatori di porto avevano voluto una loro biblioteca: strumento di riscatto e di liberazione. E Antonicelli, questo intellettuale singolarissimo e libero, quel giorno memorabile consigliò loro ciò che oggi vorrei consigliare alle studentesse e agli studenti della Stranieri: «Cercate sempre i libri che vi tormentano, cioè che vi conducono avanti, i libri che vi gettano lo scrupolo di coscienza: questi sono i libri, i libri non di fede accertata, ma di fede incerta. Questi sono i libri che un cittadino, un portuale che diventa, che è, che vuol essere più cittadino deve leggere». Dobbiamo costantemente ricordare che la nostra ispirazione è questa fede incerta, piena di dubbi. Consapevole che abbiamo scelto questa vita e questa via, non perché pensiamo di sapere molto. Al contrario, l’abbiamo scelta perché sappiamo di non sapere. Ha detto la poetessa polacca Wislawa Szymborska, nel discorso di accettazione del Premio Nobel, nel 1996: Ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so” … A questo punto possono sorgere dei dubbi in chi mi ascolta. Allora anche carnefici, dittatori, fanatici, demagoghi in lotta per il potere con l’aiuto di qualche slogan, purché gridato forte, amano il proprio lavoro e lo svolgono altresì con zelante inventiva. D’accordo, loro “sanno”. Sanno, e ciò che sanno gli basta una volta per tutte. Non provano curiosità per nient’altro, perché ciò potrebbe indebolire la forza dei loro argomenti. E ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. Nei casi più estremi, come ben ci insegna la storia antica e contemporanea, può addirittura essere un pericolo mortale per la società. Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”. Piccole, ma alate. Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra. Se Isaak Newton non si fosse detto “non so”, le mele nel giardino sarebbero potute cadere davanti ai suoi occhi come grandine e lui, nel migliore dei casi, si sarebbe chinato a raccoglierle, mangiandole con gusto. Se la mia connazionale Maria Sklodowska Curie non si fosse detta “non so”, sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la vita svolgendo questa attività, peraltro onesta. Ma si ripeteva “non so” e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobel le persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca. È per proclamare questo «non so», è per questa fede incerta, vedete, che ho preferito non indossare la toga: e chiedo scusa se questo gesto può aver offeso qualcuno. Perché tra quei libri di fede incerta ne ho letti due (i Pensieri di Blaise Pascal e le Tre Ghinee di Virginia Woolf) che mettono in guardia dal rischio di trovare troppo certezze nelle vesti liturgiche dei poteri maschili. Il primo ha scritto che se «i magistrati possedessero la vera giustizia non saprebbero che farsene di quelle loro toghe rosse, dei loro ermellini, di cui s’ammantano come gatti villosi […] se i medici sapessero la vera arte per guarire, non avrebbero palandrane e pantofole, e berrette a quattro pizzi». E Virginia suggeriva che le coloratissime toghe delle università inglesi servissero a suscitare «competitività e invidia». Un recente, luminoso discorso delle allieve e degli allievi della Scuola Normale Superiore di Pisa, mia amata alma mater, ci ha di recente ricordato quanto questi sentimenti siano attivi, e distruttivi, nell’università prigioniera del mito dell’eccellenza. Dunque, non rifugiamoci nelle insegne che proclamano al mondo che siamo quelli che sanno. Preferiamo l’umiltà – cioè l’amorevole, francescana vicinanza alla terra – di chi sceglie come sua insegna il «non so». Agli abiti, ai gesti, ai riti, ai pensieri che disegnano l’università come un clero separato dal mondo, preferiamo tutto ciò che ci restituisce al mondo, e al nostro lavoro per cambiarlo. Per questo accogliamo con gioia e gratitudine le bandiere delle diciassette contrade, il gonfalone della Regione Toscana e quello della Provincia: perché l’università si sente parte di una comunità civile, della sua storia, 4 del suo desiderio di futuro. Siamo profondamente legati all’amatissima città di Siena, e alle sue istituzioni: qua oggi tra noi rappresentate dalla Balzana, il gonfalone civico che salutiamo con deferenza e con affetto. E desidero inviare il saluto più rispettoso e amichevole al Sindaco di Siena, che ha scelto di non essere presente tra noi. Abitare il mondo significa – ce lo insegnano le nostre studentesse e i nostri studenti – aver voglia di cambiarlo dalle fondamenta. E la lezione inaugurale, che tra poco ascolteremo, serve a non lasciare dubbi sulla direzione in cui vogliamo cambiarlo, il mondo. Pietro ed io abbiamo chiesto a Cecilia Strada di aprire questo anno accademico, perché ci pare che Resq, «la nave degli italiani» che solca il Mediterraneo per salvare «esseri umani, leggi e diritti», della quale Cecilia è portavoce, sia tra le luci accese nell’eterna notte della Repubblica. Italiani che accolgono stranieri: e che per accoglierli li strappano al mare, perché non siano riconsegnati alle carceri libiche – a torture pagate con i soldi delle nostre tasse. Resq salva la nostra stessa identità: «Profugo … povero, ignoto, io vago fra i luoghi deserti di Libia / dall’Europa … respinto»1 : sono parole del primo canto dell’Eneide, a parlare è Enea. «Profugo … povero, ignoto, io vago fra i luoghi deserti di Libia / dall’Europa … respinto»: se questo è il mito fondativo di Roma, come potremmo essere più fedeli alla traditio, al passaggio di mano della cultura, se non con la presenza, la testimonianza, la parola di Cecilia Strada? Siamo stranieri in Italia: da sempre meticci, fusi, diversi, sangue misto, bastardi. Questa la nostra storia: questo il nostro progetto per il futuro. Questo, in una università in cui si impara a diventare stranieri, è davvero il nostro lavoro di ogni giorno. La nave Resq dice di sé, lo abbiamo sentito, che salva non solo i corpi, ma anche le leggi. Già, le leggi. Oggi vorrei ricordare che costruendo le basi culturali per aprirci agli stranieri, la nostra università è dalla parte della legge, dell’ordine. È bene ricordarlo, in un’Italia in cui legge e ordine sembrano essere diventate bandiere di chi i migranti li sequestra sulle navi, o li vorrebbe affondare sui barconi. Nadia Fusini – che oggi ci onora della sua presenza – mi ha regalato l’ancora inedita traduzione di un brano del Thomas More, questo dramma scritto nell’Inghilterra del primo Seicento da un collettivo di autori, uno dei quali fu nientemeno che William Shakespeare. E proprio in uno dei brani così evidentemente suoi, leggiamo parole che sembrano scritte per oggi. Tomaso Moro, cancelliere del regno, è chiamato a sedare il tumulto del popolo che vorrebbe cacciare gli stranieri che rubano il lavoro agli inglesi. Così si rivolge loro: Diciamo che sono espulsi, e diciamo che questa vostra protesta.

Giunga a ledere la maestosa dignità dell’Inghilterra. Immaginate di vedere gli stranieri disgraziati, Coi bambini sulle spalle, i loro miseri bagagli, Arrancare verso i porti e le coste per imbarcarsi, E voi assisi in trono, padroni ora dei vostri desideri, L’autorità soffocata dalle vostre risse, Voi, agghindati delle vostre opinioni, Che avrete ottenuto? Ve lo dico io: avrete insegnato A far prevalere l’insolenza e il pugno forte, E come si annienta l’ordine. Ma secondo questo schema Nessuno di voi arriverà alla vecchiaia: Ché altri furfanti, in balìa delle loro fantasie, Con quello stesso pugno, con le stesse ragioni, e lo stesso diritto, Come squali vi attaccheranno, e gli uomini, pesci famelici, Si ciberanno gli uni degli altri. […] Volete calpestare gli stranieri, Ucciderli, sgozzarli, impadronirvi delle loro case, Mettere il guinzaglio alla maestà della legge Per aizzarla poi come un cagnaccio. Ahimè! Diciamo che il Re, Clemente col traditore pentito, rispondesse In modo non commisurato alla vostra grande colpa, Mettendovi al bando: dove ve ne andrete? Quale paese, vista la natura del vostro errore, Vi darà asilo? Che andiate in Francia o Nelle Fiandre, in qualsiasi provincia germanica, In Spagna o in Portogallo, In qualunque luogo che non sia amico dell’Inghilterra: Ebbene, lì sareste per forza stranieri. Vi piacerebbe forse Trovare una nazione di temperamento così barbaro Che scatenandosi con violenza inaudita, Vi negasse rifugio sulla terra, anzi Affilasse detestabili coltelli per le vostre gole, Scacciandovi come cani, come se non fosse Dio 1 «Ipse ignotus, egens, Libyae deserta peragro, / Europa atque Asia pulsus (VIRGILIO, Eneide, I, 385-86). 5 Che v’ha fatto e creato, come se gli elementi naturali Non servissero anche ai vostri bisogni Ma dovessero essere riservati a loro? Cosa pensereste Di un simile trattamento? Questo è il caso degli stranieri, Questa la vostra montagnosa disumanità. Chi caccia lo straniero, chi lo perseguita, chi lo insulta distrugge la legge e l’unico ordine possibile, quello umano. Le parole di Shakespeare sono ancora più vere nell’Italia di oggi, retta da una legge fondamentale, la Costituzione del 1948, che fa del nostro comune essere persone umane il fondamento stesso di ogni legge. E, come vedete, dallo studio della storia e delle lingue, dalla filologia, dalla traduzione estraiamo continuamente, come da un tesoro, cose nuove e cose antiche. Ecco, dunque, il nostro lavoro: tenere in tensione queste cose. L’antico e il nuovo, il passato e il presente: quella tradizione umanistica che ancora può renderci umani. «La nostra patria – ci ha ricordato Carlo Rosselli – non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi». È un forte, fortissimo invito alla presenza. Ad essere presenti, contro ogni forma di indifferentismo. Oggi siamo felici anche perché finalmente possiamo essere qua in presenza – pur conservando, come è doveroso, distanziamenti, mascherine, porte aperte e prudenza. Il nostro impegno è che questa presenza fisica sia segno e annuncio di una presenza morale, culturale, umana dell’Università per Stranieri: nella città di Siena, in Italia e in un mondo che, anche per noi, coincide con la patria di tutte le donne e di tutti gli uomini liberi. Buon lavoro a tutte, e a tutti! .  Buona festa di tutti i Santi e di tutte le Sante del cielo e della terra, sperando di non smarrire mai la dimensione senza confini della «santità» che non è collo storto e mani giunte in un misticismo di maniera, ma vivere con la consapevolezza di essere non «più stranieri né ospiti, ma concittadini [syn-polîtai] dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19). Essi proprio perché hanno lo sguardo volto al cielo, hanno la loro «pòlis» nel mondo intero, come insegna lo scritto anonimo del I-II sec. a noi giunto come «Lettera a Diogneto»: «I cristiani … abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono staccati come stranieri … Obbediscono alle leggi vigenti, ma con la loro vita superano le leggi … Così eccelso è il posto loro assegnato da Dio, e non è lecito disertarlo!»2 Essere santi e sante è molto facile: basta imitare il Signore Gesù. Il resto è superfluo.

Mario Agostinelli: La necessaria transizione energetica e come realizzarla. Incontro con Mimmo Perrotta e Marino Ruzzenenti

Fonte: Inchiestaonline 

 

Energia e vita

Per cominciare, è necessario spiegare perché di questi tempi è così importante riflettere sull’energia. L’energia è una proprietà che consente a un corpo o a un sistema che la possiede di fare lavoro o di dar luogo a trasformazioni energetiche a spese delle sue caratteristiche di partenza. Quando si dispone di maggiori potenze, il lavoro o la trasformazione avvengono a maggiori rapidità. È questa una delle ragioni per cui si è concentrata sulla potenza l’applicazione prevalente e sempre più devastante dell’energia alla trasformazione della natura inerte e soltanto da poco più di un secolo la scienza tratta con sempre maggior preoccupazione del rapporto tra energia e vita, tenendo conto che i cicli naturali si riproducono raggiungendo condizioni di stabilità ed equilibrio con la minore dispersione di energia. Più ancora che di un oggetto di difficile definizione, si tratta di una lente formidabile attraverso cui si può leggere il mondo – dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande – e capire come tutto sia interconnesso in forma di scambi, di relazioni, che ordinano il vivente mentre “disordinano” l’ambiente in cui sopravvive.

Dalla rivoluzione scientifica del 1600 avevamo tratto la capacità di mettere in relazione quantitativa le grandezze fisiche presenti nel nostro universo, stabilendo leggi matematiche che ritenevamo immutabili e che trasformavano la materia a velocità sempre più elevata, nella presunzione che le risorse cui si applicava il lavoro e l’energia che ottenevamo con la combustione del carbone fossero illimitate. Si profilava e attuava un mondo artificiale sempre più complesso, che circondava le città, le fabbriche, delimitava le campagne e inquinava i fiumi, concentrando sulla produzione e il commercio di manufatti la crescita e la ricchezza delle economie e delle nazioni. È il mondo che Engels scopre nella sua valle di Wuppertal, ormai costipata di manifatture avvolte da nuvole pestifere. Ma è proprio dalla seconda metà dell’800 che nascono i primi studi sistematici e i nuovi modelli per interpretare la vita come fenomeno e valore distinto, irripetibile e fragile, che andava trattato come un insieme e non semplicemente come un “ente” scomponibile o smontabile in parti complementari, giacché il tutto era superiore alla pura somma dei costituenti. L’entrata in campo della vita e delle sue relazioni indissolubili con la natura finì col togliere alle leggi fisiche newtoniane, deterministe, indipendenti dal tempo e dal contesto in cui si applicavano, il primato nel disegnare il nostro futuro e addirittura di stabilire la gerarchia che presiedeva alla politica, consegnando a un approccio interdisciplinare e non più solo specialistico la preoccupazione per la cura, per il benessere, per una giusta sopravvivenza dell’intera biosfera.

Credo che la lettura più straordinaria che sia stata data negli ultimi anni sul rapporto tra energia e vivente sia quella articolata con suggestioni penetranti nella enciclica Laudato Si’. Con essa Francesco ha prodotto una cesura con la concezione meccanicistica e determinista dell’energia ed ha contribuito a spostare il centro della discussione dall’antropocentrismo e dalla geopolitica alla cura della Terra come complesso coerentemente inscindibile. Per la prima volta un religioso – non soltanto cattolico, ma, probabilmente, unico nelle religioni – fa marciare insieme la scienza più avanzata e la religione e non le mette in rapporto gerarchico e nemmeno dialettico tra di loro. Si tratta di una lettura della realtà che ci circonda, che io non mi sarei aspettato, soprattutto da un’esegesi religiosa, anche perché interiorizza un’idea di un tempo che va immancabilmente e colpevolmente a finire, in cui il disordine provocato dall’ultima specie comparsa sul Pianeta può diventare talmente insopprimibile da mettere in discussione la riproduzione della vita. Molta ecologia già percorreva una strada parallela, ma la diffusione del negazionismo climatico non aveva ancora incontrato un pensiero che – come afferma Peter Kammerer – “ha preso le ali”.

Un altro aspetto da prendere in considerazione nella relazione tra energia e vita è quello della giustizia sociale. Sembrerebbero nozioni assai distanti, ma basta per collegarli dare una definizione all’ordine e al disordine che si crea intorno alla vita: “entropia”. Essa è la misura del grado di ordine e di informazione che si può trarre da un corpo; in natura, fatta di tanti corpi isolati nel loroambiente, l’entropia di [vivente + ambiente] tende irreversibilmente a crescere. Poiché gli esseri viventi sono dotati di un “progetto interno” che mantiene il loro ordine il più elevato possibile, prelevano energia dall’ambiente, creando in tal modo una quantità di scarti, sprechi, rifiuti che fanno crescere il degrado e il disordine complessivo. “Ogni vivente – dice Bertand Russell – è a suo modo un imperialista che cerca di appropriarsi dell’ambiente circostante”. A meno che prevalga una cooperazione, che nel mondo animale e vegetale è assai presente e che la specie umana affronta o rifiuta dandosi regole politiche e sociali. Consumare troppa energia o troppi alimenti o troppi oggetti, e lasciarne privi altri esseri, corrisponde a ridurre potenzialità di vita in base a scelte che prevedono ingiustizia sociale, come accade nel sistema capitalista, che, oltrepassando i limiti naturali, è all’origine anche dell’ingiustizia climatica.

Da solo poco più di cinquanta anni abbiamo consapevolezza di un rapporto tra energia e vita così inquietante quando se ne infrangono i limiti, per due ragioni importanti, che purtroppo non vengono ancora insegnate nelle scuole (non le hanno insegnate neanche a me, che sono un chimico-fisico): la prima riguarda le eccessive potenze (velocità trasformative) con cui si è messa al lavoro da secoli l’energia fossile; la seconda corrisponde alla sottovalutazione dell’innalzamento della temperatura della Terra, che è indice di una crescita della sua energia interna oltre l’equilibrio.

La prima consapevolezza emerge solo negli anni ’60: prima di allora, si pensava all’energia come un magazzino infinito da cui potessimo trarre infinite risorse, impiegate nella trasformazione della natura in mondo artificiale. Solo dopo la metà del Novecento i primi attenti osservatori si accorgono che la natura si consuma e che alcune materie non sono recuperabili in cicli utili, ma vanno scartate e non c’è energia conveniente per rinnovarle. Nel 1972, il Club di Roma individuò nell’uso esasperato di materie prime la possibile fine della presenza umana sulla terra. E quindi spinse per un atteggiamento sobrio rispetto in particolare ai consumi di materia. L’energia fossile con i suoi effetti climalteranti era presa in considerazione solo per la sua esauribilità.

La seconda consapevolezza si è fatta strada quando si è estesa la convinzione che la finestra energetica in cui avvengono processi di vita “salubri” è entro i limiti di due-tre gradi al massimo. E la climatologia cominciò ad avvertire, con milioni di dati alla mano raccolti giorno dopo giorno e ad ogni latitudine e longitudine, che se la temperatura media dovesse aumentare oltre 2°C, le catastrofi sarebbero superiori alle disponibilità di prevenirle e l’estinzione della specie avrebbe un orizzonte temporale di poche generazioni. Non era possibile fino ai primi decenni del Novecento, con la relatività e la quantistica ormai affermate, individuare i meccanismi microscopici che spiegano gli scambi di energia tra raggi solari e Terra, per cui si comprende che l’esistenza della vita dipende da un fatto eccezionale: che questo pianeta è circondato da un insieme minuto e differenziato di particelle che vengono colpite dalla radiazione, che con un meccanismo quantistico ne spezza le molecole oppure, nel caso della CO2 o del metano, induce vibrazioni che trasmettono movimento alle altre molecole che stanno attorno e quindi producono calore. E si comprende, infine, che se questi meccanismi microscopici producono disordine irrecuperabile la vita stessa potrebbe estinguersi. Ad esempio, basta un eccesso di CO2 perché le piante non respirino come prima. Si è cominciato quindi a parlare di bilancio di flussi energetici in atmosfera, di assorbimenti negli oceani, di permeabilità dei suoli, di assorbimento delle foreste. Da questo punto di vista è stato decisivo l’osservatorio di Mauna Loa, alle Hawaii, che dalla fine degli anni ’50 misura costantemente la CO2 nell’atmosfera e la temperatura sulla terra.

Queste due consapevolezze sono molto recenti, storicamente datate e fortemente negate dagli interessi del mondo dell’impresa e delle grandi multinazionali, assecondate da gran parte dei governanti.

 

La transizione ineludibile

Oggi a livello globale tra le fonti di energia prevale ancora nettamente la quota di fossile: ancora molto carbone e, relativamente in crescita rispetto al carbone, petrolio in forma di benzina e diesel per la mobilità e gas per le forniture elettriche. Il futuro è però sicuramente un futuro di azzeramento delle quote fossili, anche se questa prospettiva sarà frutto di aspri conflitti e di resistenza alle pressioni lobbistiche delle multinazionali attivissime in tutte le sedi internazionali (come l’attività di Eni e Snam a Bruxelles e all’interno del governo italiano denunciate da Re:Common). Sono necessari una serie di accordi internazionali, dopo quello insufficiente di Parigi 2015, con il rispetto dei quali il mix energetico si deve drasticamente spostare dal carbonio per provenire esclusivamente da fonte solare in costante equilibrio con il pianeta terra. Questa è la indicazione “da scolpire sulla pietra” assieme ad una riduzione dei consumi energetici pro capite, allineata in ogni regione del globo.

Le fonti fossili sono il lavoro fatto per milioni di anni dal sole e conservato all’interno della crosta terrestre o dei mari in forma altamente condensata, quindi con densità energetica (potere calorifico) rilevante. I giacimenti fossili sono il frutto del sequestro sottoterra o nelle rocce o nei mari – e comunque non in atmosfera – di notevoli quantità di anidride carbonica che, senza processi di equilibrio tra aria, rocce, mari e vegetazione, avrebbero reso la vita impossibile. Man mano che questi stati di carbonio in forma di complessi, cioè carbone, gas, petrolio, sono stati sequestrati e sottratti all’atmosfera attraverso processi geologici, è diminuita la quantità di CO2 che sopravviveva in parti per milione nell’aria, fino a raggiungere un equilibrio attorno a 300 parti per milione, che ha consentito la transizione decisiva verso l’evoluzione, in quanto permetteva all’assorbimento di CO2 da parte delle piante l’emissione di ossigeno e, di conseguenza, l’alimentazione della vita attraverso la respirazione. La presenza di una concentrazione di CO2 sostanzialmente costante ha dato origine all’effetto serra, dovuto a una riflessione in atmosfera della radiazione infrarossa, che ha consentito che la temperatura media del pianeta raggiungesse 15°C, da -18°C in assenza di effetto serra. Ora, però, man mano che emettiamo CO2 in eccesso – siamo nel 2021 a oltre 415 parti per milione – rischiamo di far crescere a tal punto l’effetto serra da avere una temperatura media sul pianeta che non è più completamente compatibile con la riproduzione della vita, a cominciare dai tropici e dai poli.

Si capisce perché occorra tenere sotto terra due terzi di tutto il materiale denso di energia che proviene dal carbonio fossile, sotterrato geologicamente in una successione di miliardi di anni e che la combustione potrebbe invece liberare all’istante. Per questo è indispensabile lo spostamento verso fonti di energia come acqua, vento, sole e in misura meno rilevante geotermia, che non liberano anidride carbonica. L’attenzione così si sposta dal modello di consumo al modello di produzione: non più consumo rapido di energia – non più combustione! un evento che in natura esiste solo come incidente – ma equilibri naturali e ciclo solare secondo tempi biologici di smaltimento delle scorie.

Un secondo fattore che indica l’ineluttabilità dell’abbandono dei fossili sono i costi, che aumentano costantemente rispetto a quelli delle fonti rinnovabili, che oggi sono più convenienti anche considerate nell’intero ciclo di vita. Certo, dal punto di vista dei costi le fonti fossili hanno – ma potremmo dire avevano – un vantaggio rispetto alle rinnovabili: possono essere trasportate e bruciate anche per un intero anno, mentre le rinnovabili sono intermittenti: dipendono dall’esposizione al sole (quindi solo durante le ore del giorno) o al vento (che tira bene per tre quarti dell’anno nel Baltico, per metà dell’anno nel Mediterraneo…). Questo fino a cinque anni fa faceva pendere la bilancia dei costi verso i fossili. Oggi c’è una novità, che è vista come una soluzione decisiva anche in prospettiva: la possibilità che, attraverso l’idrolisi, l’energia elettrica prodotta in eccesso e non consumata (quando magari c’è vento troppo forte o c’è un sole troppo battente o magari di notte quando l’idroelettrico viene usato come pompaggio) venga invece trasformata in idrogeno, che può essere trasportato o di nuovo riconvertito in energia elettrica. Potremmo dire che una soluzione alla sostituzione definitiva dei fossili è già alla portata anche economica: rinnovabili, in particolare eolico, e accanto a esse un sistema di approvvigionamento che possa essere poi ridistribuito e utilizzato nei momenti in cui non c’è dispacciamento diretto di energia elettrica (idrogeno, pompaggi, batterie).

L’UE in questo Next Generation Plan ha puntato quasi tutto in una direzione di questo tipo.

 

Energia e democrazia

Dal punto di vista delle politiche energetiche, questo spostamento verso le fonti rinnovabili è il colpo più duro che potesse subire la geopolitica mondiale, almeno per come l’abbiamo ereditata dalle due guerre mondiali. Mentre le fonti fossili sono ad alta densità e concentrate anche localmente, le energie rinnovabili sono dappertutto: in un deserto c’è molto sole ma non c’è l’acqua, in un fondovalle c’è molto vento e c’è poco sole, in cima ad un ghiacciaio c’è sia sole che vento che acqua condensata. Insomma, le fonti rinnovabili sono largamente disponibili, sebbene in misure e proporzioni diverse, in quasi tutte le parti del pianeta. Questo è il colpo più duro che potessero subire le corporation minerarie e le multinazionali energetiche che avevano dislocato in spazi territoriali circoscritti le loro licenze e proprietà di derivazione sostanzialmente coloniale, visto che ormai il petrolio o il gas si andavano a cercare con strutture e impianti imponenti perfino tra i ghiacci o in fondo al mare, con costi crescenti e sistemi di trasporto smisurati.

A fronte del loro declino, oggi è in corso una duplice forma di guerra. La prima è di sapore antico, militare: per procurarsi il petrolio e il gas, gli eserciti sono in continua crescita e si contendono i territori con forme di occupazione ad alto dispendio di automazione e controllo a distanza. Si noti che il terzo produttore di CO2 al mondo, se lo considerassimo come uno stato, è il settore delle armi: droni, portaerei, cacciabombardieri, missili puntati, ordigni nucleari sempre allerta su mezzi mobili. Questa enorme mole di energia degradata ora dopo ora, sprecata e irrecuperabile contraddice profondamente la possibilità invece di convivere con un’energia rinnovabile, cioè rigenerabile nei tempi della vita umana o nel susseguirsi di generazioni in tempi storici. Le armi, evidentemente, contraddicono qualsiasi principio di rinnovabilità: in un tempo il più breve possibile scaricano il massimo di energia distruttiva. Non è un caso se questo papa è andato in Iraq, dove c’è una guerra per il petrolio, per l’acqua, per l’accaparramento degli elementi naturali.

Il secondo tipo di guerra lo stanno conducendo le grandi multinazionali dei fossili, che hanno capito che dal punto di vista economico in un tempo di venti o trent’anni bisogna passare a un mix dove le fonti naturali saranno nettamente superiori rispetto ai fossili e non hanno alcuna intenzione di lasciare il campo senza combattere. Già nel 2019 e nel 2020 nel mondo si sono fatti più investimenti in rinnovabili che in tutti gli altri settori, compreso il nucleare. L’economia sembra prendere un corso diverso: in tal caso le multinazionali provano a ritardarne quanto possibile la trasformazione anche a spese di salute e clima, per poter reindirizzare tutte le riserve finanziarie del mondo fossile, che sono tutt’ora enormi, verso sistemi ancora centralizzati, proprietari, a dimensione non territoriale.

Il sistema delle rinnovabili, al contrario, è territoriale, decentrato, democratico, cooperativo, senza sprechi. Con le fonti idriche, solari ed eoliche si potrebbe organizzare la produzione di energia in autentiche comunità, che siano in comunicazione tra loro attraverso sistemi informatici e usare il criterio della sufficienza – e ce n’è, perché abbiamo una quantità di sole infinitamente superiore a quella che serve per dare vita alla terra e a tutte le forme che la popolano – mentre il resto dell’energia prodotta potrebbe essere distribuita per eliminare la povertà energetica.

Purtroppo, nell’attuale fase di transizione le grandi corporation elettriche o fossili puntano a costruire ancora grandi impianti, di potenza non distribuita, stoccata eventualmente in grandi bacini di gas, idrogeno e acqua di loro proprietà.

A Civitavecchia è in corso uno scontro chiarissimo e con i connotati sopra riportati. La sostituzione della centrale a carbone dell’Enel – a dispetto della cittadinanza e delle sue rappresentanze territoriali – viene prevista con la combustione di gas metano e un tracollo dell’occupazione anche in prospettiva, con un silenzio tombale finora di Governo e Regione. A questa soluzione, deprecata e contrastata anche dai piani di raggiungimento della neutralità climatica approvati dal Parlamento europeo, i movimenti ambientalisti e la mobilitazione dei lavoratori e della popolazione stanno contrapponendo un modello territoriale concretamente perseguibile, con vantaggi tangibili sul piano della salute, dell’occupazione, della cura del territorio. Un sistema eolico galleggiante a distanza nel mare e una rete alimentata da fotovoltaico sull’area del carbonile attuale, assistiti da stoccaggio con idrogeno, alimenterebbero la città e il territorio circostante, estendendo anche alla mobilità e al calore i benefici di un sistema pulito. A Civitavecchia si è palesato uno straordinario esempo di protagonismo del mondo del lavoro, che si è schierato per la transizione energetica: i dipendenti della centrale, appoggiati dalla Uil, dalla Camera del Lavoro, dall’Usb e dai due maggiori comitati contro i fossili della città, hanno già indetto più ore di sciopero contro il progetto sbandierato con una dose di arroganza da altri tempi dalla direzione Enel attraverso la pagina locale del Messaggero.

 

La difficile transizione nei grandi stabilimenti produttivi e il rischio del nucleare

La svolta in corso adesso non ha i tempi che i governanti vorrebbero imporre. Una parte larga della società, compresi gli studenti, si rende conto che può vivere utilizzando di fatto le fonti solari, sebbene nei luoghi di lavoro questa consapevolezza non sia ancora giunta a piena maturazione.

Certo, non c’è ancora oggi una ricerca avanzata e una tecnologia non solo sperimentale per alimentare con sistemi a fonti rinnovabili alcuni processi produttivi complessi, ad alta temperatura e che richiedono energia molto condensata: acciaierie, cementifici, certi processi chimici. Il caso tipico riguarda le acciaierie di Taranto (io sono di quelli che pensano che l’Ilva andrebbe chiusa al più presto, perché non c’è soluzione per un sistema che non dispone di investimenti e progetti in ricerca di alternative, poiché non si sono prese per tempo le precauzioni per affrontare la transizione). I modelli alternativi per un impianto di quella portata e in condizioni di crisi così impellente non sono ancora all’altezza della sfida. L’idrogeno dovrebbe svolgere un ruolo chiave nella futura decarbonizzazione dell’industria siderurgica e di altre industrie pesanti. Può essere utilizzato come materia prima, combustibile o vettore energetico e stoccaggio e ha molte possibili applicazioni. Di recente la Germania ha adottato il documento “Steel Action Concept” per la decarbonizzazione dell’industria siderurgica tedesca attraverso un aumento dell’utilizzo di energie rinnovabili e l’introduzione dell’idrogeno verde nei processi industriali. Le acciaierie di Lienz in Austria funzionano totalmente a idrogeno, con quattro idrolizzatori; è uno stabilimento davvero notevole e fa un acciaio specialissimo, tuttavia produce solo un quarantesimo di quello dell’Ilva.

Penso che, se consumi e trasporti si convertono a energie rinnovabili e, cosa altrettanto importante, l’agricoltura viene convertita ad agricoltura di vicinanza, senza ricorso ai concimi chimici, allora anche il problema delle grandi produzioni verrà affrontato con uno sforzo maggiore di ricerca e con lo straordinario apporto che può offrire la nuova generazione.

Temo che in questa fase torni una spinta al nucleare, per i grandi impianti. Il nucleare è non solo peggio dei fossili, ma è ben più devastante e irrimediabile in tempi storici. Basti pensare che il tempo di dimezzamento del plutonio è di 121.400 anni e noi ancora non sappiamo dove mettere le scorie in depositi sicuri. E, ancora, che a Fukushima si continua a versare bario e stronzio radioattivo nel Pacifico per tenere a bada la fusione dei tre reattori avvenuta 10 anni fa. Così come ritengo pericolosa l’affermazione avventata del nuovo ministro per la transizione Cingolani sulla disponibilità a dieci anni della fusione nucleare: un diversivo – temo – per non giocare a fondo il passaggio a multipli di potenza rinnovabile già nei prossimi tre anni.

Non ci sono soluzioni meramente tecnologiche, se le tecnologie cercano di risolvere i problemi lasciandone inalterata la causa.

 

Le prospettive dell’Italia

L’Italia tra le nazioni europee ha una particolare caratteristica: possiede una quota di carbone nel suo mix energetico inferiore in genere alla gran parte degli altri paesi, ma non tende a innescare, come accade ad esempio in Germania e Spagna, un processo di crescita di eolico e solare equivalente agli obiettivi a cui tende l’Europa. Eppure, la sua posizione geografica glielo consentirebbe. Negli ultimi anni vi è stato uno stallo: se nel 2007 avevamo il 24,2% di energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili (compreso l’idroelettrico, su cui l’Italia vanta una eredità importante, grazie ai grandi impianti alpini e appenninici), nel 2014 siamo arrivati al 38,6%, ma nel 2019 la quota era scesa al 35,9%. Una vera e propria flessione, con una responsabilità politica. Dal 2011 al 2019 abbiamo mantenuto statica la quantità di energia fornita da vento, sole e acqua, mentre abbiamo aumentato la quota di gas, soprattutto in funzione di stoccaggio nel caso di black-out, lasciando del tutto inattivi i bacini di pompaggio pronti all’occorrenza. La crescita di generazione

fotovoltaica in Italia dal 2017 al 2019 è stata un quinto di quella della Germania. Inoltre, soffriamo di un forte disavanzo commerciale riguardo alle “tecnologie verdi”, perché i pannelli fotovoltaici prima prodotti, oggi sono completamente importati.

Nel nostro piano energetico nazionale (PNIEC), per raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media al di sotto di 1,5 gradi, noi dovremmo ridurre anno dopo anno della metà le emissioni di CO2, installando almeno 17 GW di rinnovabili, cosa del tutto improbabile se non si sblocca il meccanismo delle autorizzazioni e se il PNIEC rinuncia all’obbiettivo UE del 55% rimanendo fermo al 48%. Un problema tuttora molto acuto è quello dei trasporti: impieghiamo più energia nei trasporti che nell’industria, abbiamo il carico di auto per famiglia più alto in Europa e un parco macchine che mediamente supera i 135 grammi di CO2 di emissione per km.

Naturalmente una transizione come quella in discussione è fitta di conflitti, ma anche di imbrogli. Il più imbarazzante lo sta gestendo Eni a Ravenna, con il progetto di produrre idrogeno da una centrale a metano con sequestro della CO2 da pompare sottoterra. È un progetto non solo ambientalmente dannoso, data la pericolosità di un giacimento di anidride carbonica, ma anche assurdo, perché l’idrogeno verrebbe a caricarsi dei costi della cattura e della compressione del gas climalterante nelle falde sotterranee. Senza mettere in conto le perdite inevitabili di metano nelle condutture dell’impianto, sotto osservazione per il suo pesante effetto sull’innalzamento della temperatura terrestre.

Rispetto al governo Draghi e al nuovo ministero per la transizione ecologica non sono ottimista. Lo sarei se le associazioni ambientaliste e le rappresentanze locali avessero voce e potessero partecipare alla formulazione dei PNRR (Piani nazionali di ripresa e resilienza). Ma il fatto che la validazione avvenga attraverso McKinsey significa affidarsi a una cultura che punta esclusivamente all’efficienza in termini di come la valuta l’impresa. E qui non siamo di fronte a una contabilità aziendale e nemmeno a progetti che vengano semplicemente delegati agli accordi che Eni, Enel e Cassa Depositi e Prestiti raggiungono a livello ministeriale, nel silenzio dei cittadini e dei lavoratori.

Io non credo che il ministro Cingolani possa presumere di avere da solo la cultura sufficiente per affrontare questo passaggio. Occorre svolgere un dibattito pubblico, accessibile e informato, ma di ciò finora non si ha notizia alcuna. Nemmeno a Civitavecchia, dove la transizione energetica è all’ordine del giorno. Penso che, per quanto riguarda l’ecologia integrale, la tecnologia, che spesso diventa tecnocrazia, prenda il problema per la coda anziché per la testa: è il nostro modo di produrre e consumare che va radicalmente cambiato. A Cingolani proporrei di partire da una attenta considerazione della  Laudato Si’.

«Le vostre soluzioni sono il problema»

In una Roma blindata, i potenti della Terra discuteranno la gestione della pandemia e il contrasto al riscaldamento globale, mentre i movimenti sociali, guidati dal fronte ecologista, scenderanno in strada per ribadire la necessità di un cambio di paradigma strutturale

Mentre assistiamo alle devastazioni provocate dall’uragano che si sta abbattendo sul Sud Italia, a Roma si incontrano i leader delle nazioni più ricche del mondo: l’occasione è il G20 a presidenza italiana, che si terrà alla Nuvola di Fuksas.

Nell’agenda del forum, i temi più importanti su cui i potenti della Terra saranno chiamati a discutere rappresentano le due assolute priorità del momento: la gestione della pandemia e il contrasto al riscaldamento globale, in vista dell’imminente Cop26 di Glasgow. Continua a leggere “«Le vostre soluzioni sono il problema»”

Curdi in Italia in solidarietà con Mimmo Lucano

FONTE ANFDEUTCH

La comunità curda in Italia mostra solidarietà a Mimmo Lucano. L’ex sindaco di Riace è stato condannato a oltre 13 anni di carcere per aver fornito case abbandonate ai migranti.

La comunità curda in Italia esprime vicinanza e solidarietà all’ex sindaco di Riace. Mimmo Lucano è un simbolo della cultura dell’accoglienza, della solidarietà e dell’integrazione sociale, secondo una dichiarazione pubblicata sabato dal centro di informazione curdo sulla condanna del politico. Lucano, vincitore del Premio per la pace di Dresda del 2017, è stato condannato giovedì a 13 anni e due mesi di reclusione per abuso d’ufficio, formazione di organizzazione criminale e favoreggiamento all’immigrazione clandestina, nonché per truffa, concussione e falso di documenti. Con il loro verdetto, i giudici sono andati ben oltre la richiesta dell’accusa, che aveva chiesto quasi otto anni di carcere.

Lucano è stato sindaco del piccolo comune della costa meridionale calabrese dal 2004 al 2018 e aveva fornito case abbandonate di residenti emigrati a centinaia di migranti nel remoto quartiere di Riace Borgo nell’entroterra collinare. Il Kurdish Information Center in Italia riporta: “Lucano nasce nel 1998 con un gruppo di 200 curdi che fuggivano dalla guerra dello stato turco contro il popolo curdo e dalla dura repressione del regime di Ankara sulla costa erano sbarcati. Ha aperto le case abbandonate nella città di Riace e accolto profughi curdi a cui erano stati negati i diritti e le libertà più elementari per ripristinare la loro dignità umana e avviare così la rinascita di un’area segnata dalla povertà.

È sempre stato vicino al popolo curdo e non ha mai esitato a schierarsi contro il regime autoritario della Turchia e per la libertà del nostro popolo, come è avvenuto di recente con l’attacco al modello del confederalismo democratico in Rojava. Esprimiamo la nostra solidarietà a Mimmo e siamo certi che il suo caso si risolverà positivamente e verrà riconosciuto il valore del suo progetto di integrazione e solidarietà tra i popoli».

Lucano e la sua squadra di difesa hanno parlato di un “incidente inaudito” dopo l’annuncio del verdetto e hanno annunciato che avrebbero presentato ricorso. I legali di Lucano avevano sostenuto che l’ex sindaco era “ontologicamente incapace” di arricchirsi a scapito di altri, se non altro per il proprio vantaggio politico.

 

da Left : Tutto quello che non torna nella condanna di Mimmo Lucano

 

Fonte:  la rivista LEFT che ringraziamo,   cui invitiamo i nostri lettori ad abbonarsi 

Ecco alcuni elementi giuridici che aiutano a capire come sia potuto accadere che l’ex sindaco di Riace sia stato condannato in primo grado a 13 anni e due mesi

Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e due mesi di reclusione, oltre a confische per importi elevatissimi. Una condanna che, giustamente, la maggior parte dei commentatori ha definito abnorme. In particolare questa abnormità risalta, perché tutte le violazioni che gli sono state contestate sono di modesta entità.
Passata l’onda delle prime reazioni, prevalentemente di segno politico, occorre provare ad aggiungere qualche elemento giuridico che aiuti a capire come è potuto accadere.
Occorre fare un passo indietro. Il diritto penale si forgia sul fatto fisico, istantaneo, spesso violento: la coltellata, lo scippo. Qui l’azione punita è un fatto umano, dai contorni concreti.
Nel corso degli anni, si sono aggiunti reati di secondo livello. La norma penale non punisce più un fatto fisico ben individuato, ossia la coltellata di cui si diceva, ma può riguardare anche la violazione di una norma di primo livello. Il reato consiste quindi, ad esempio, nella violazione di una norma amministrativa. Qui la spiegazione si fa necessariamente più complicata.

Continua a leggere “da Left : Tutto quello che non torna nella condanna di Mimmo Lucano”

Comunicato dei e delle docenti di discipline giuridiche degli Atenei italiani a seguito della sentenza di condanna nei confronti di Mimmo Lucano

Fonte ADIR L’altro Diritto

La sentenza di primo grado che condanna Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, a 13 anni e 2 mesi interroga il nostro senso di giustizia.

Da giuristi e giuriste, e studiosi e studiose del diritto e delle istituzioni, attendiamo, prima di ogni valutazione nel merito, di leggere le motivazioni della sentenza e con fiducia pensiamo ai successivi gradi di giudizio come a momenti in cui maggiore chiarezza potrà essere fatta.

Sin da subito, però, non possiamo esimerci dal sottolineare come il Tribunale di Locri abbia ritenuto, per i reati di associazione, truffa sulle erogazioni pubbliche e di peculato, ai cui singoli episodi è stata riconosciuta la continuazione, di applicare una pena estremamente elevata, a fronte di uno stimato danno erariale di meno di 800.000 euro di cui è stato comunque imposto il risarcimento. La sentenza irroga di conseguenza un ammontare complessivo di pena che raramente è stato disposto per reati analoghi anche in procedimenti in cui il vantaggio ingiusto era ben più consistente e rivolto a finalità ben più individualistiche di quelle attribuite a Mimmo Lucano. Basti pensare alle condanne inflitte, nell’ambito del cosiddetto processo “Mafia capitale”, poi diventato “Mondo di mezzo”, a Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, che pur relative a sedici episodi corruttivi, sette di turbativa d’asta, uno di traffico di influenze illecite e uno di trasferimento fraudolento di valori, sono state di gravità inferiore a quella stabilita per l’ex sindaco di Riace.

Questo lascia spazio a dubbi, stupore, e al timore legittimo di un accanimento verso un uomo e una vicenda divenuti simbolo di una visione dell’accoglienza in Italia mirata alla costruzione di percorsi inclusivi effettivi e non alla burocratica osservanza dei protocolli ministeriali.

Ci meraviglia in particolare il fatto che il collegio non abbia ritenuto di applicare alcuna attenuante. Dichiariamo la nostra preoccupazione per un clima di ostilità che si respira a volte anche nelle aule giudiziarie nei confronti di chi, a vario titolo e in vari contesti, appartiene al mondo che esprime fattivamente solidarietà alle persone migranti, e la volontà di monitorare con tutti gli strumenti a nostra disposizione le fasi successive del procedimento aperto nei confronti di Mimmo Lucano.

Primi firmatari:

Emilio Santoro, Università di Firenze; Alessandra Sciurba, Università di Palermo; Aldo Schiavello, Università di Palermo; Perla Allegri, Università di Torino; Salvatore Amato, Università di Catania; Adalgiso Amendola, Università di Salerno; Alberto Andronico, Università di Catania; Luca Baccelli, Università di Camerino; Adriano Ballarini, Università di Macerata; Mauro Barberis, Università di Trieste; Clelia Bartoli, Università di Palermo; Viviana Battaglia, Università di Palermo; Barbara Giovanna Bello, Università di Milano Statale; Francesco Belvisi, Università di Modena e Reggio Emilia; Maria Giulia Bernardini, Università di Ferrara; Francesco Biondo, Università di Palermo; Giovanni Bisogni, Università di Salerno; Cecilia Blengino, Università di Torino; Silvio Bologna, Università di Palermo; Silvia Borelli, Università di Ferrara; Marco Borraccetti, Università di Bologna; Carlo Botrugno, Università di Firenze; Maria Borrello, Università di Torino; Marco Brigaglia, Università di Palermo; Raffaella Brighi, Università di Bologna; Gianvito Brindisi, Università della Campania Luigi Vanvitelli; Enrico Camilleri, Università di Palermo; Roberto Cammarata, Università di Milano Statale; Giuseppe Campesi, Università di Bari Aldo Moro; Damiano Canale, Università Bocconi; Carlo Caprioglio, Università di Roma tre; Cinzia Carta, Università di Genova; Thomas Casadei, Università di Modena e Reggio Emilia; Bruno Celano, Università di Palermo; Paola Chiarella, UMG – Università Magna Graecia di Catanzaro; William Chiaromonte, Università di Firenze; Daniela Chinnici, Università di Palermo; Fabio Ciaramelli Università di Napoli Federico II; Luigi Cinquemani, Università di Palermo; Sofia Ciuffoletti, Università di Firenze; Paolo Comanducci, Università di Genova; Luigi Cominelli, Università di Milano La Statale; Elena Consiglio, Università di Palermo; Fabio Corigliano, Università di Parma; Cecilia Corsi, Università di Firenze; Lucia Corso, Università di Enna Unikore; Giovanni Cosi, Università di Siena; Marco Cossutta, Università di Trieste; Rosaria Crupi, Università di Palermo; Paolo Cuttitta, IDPS, Université Sorbonne Paris-Nord; Roberta Dameno, Università di Milano Bicocca; Teresa Degenhardt, Queen’s University Belfast; Alessandro De Giorgi, San Jose State University; Luciana De Grazia, Università di Palermo; Cinzia De Marco, Università di Palermo; Francesco De Vanna Università di Modena e Reggio Emilia; Giuseppe Di Chiara, Università di Palermo; Alberto di Martino, Università Sant’Anna di Pisa; Chiara Di Stasio, Università di Brescia; Madia D’Onghia, Università di Foggia; Giulia Fabini, Università di Bologna; Alessandra Facchi Università di Milano La Statale; Isabel Fanlo Cortès, Università di Genova; Carla Faralli, Università di Bologna; Simona Feci, Università di Palermo; Luigi Ferrajoli, Università Roma tre; Maria Rosaria Ferrarese, Università di Cagliari; Vicenzo Ferrari Università di Milano La Statale; Valeria Ferraris, Università di Torino; Giovanni Fiandaca, Università di Palermo; Nicola Fiorita, Università della Calabria; Micaela Frulli, Università di Firenze; Giovanni Galasso, Università di Palermo; Orsetta Giolo, Università di Ferrara; Valeria Giordano, Università di Salerno; Tommaso Greco, Università di Pisa; Guido Gorgoni, Università di Padova; Riccardo Guastini, Università di Genova; Paolo Heritier, Università di Torino; Giulio Itzcovich, Università di Brescia; Anna Jellamo, Università della Calabria; Giulia Maria Labriola, Università Suor Orsola Benincasa; Marina Lalatta Costerbosa, Università di Bologna; Agostino Ennio La Scala, Università di Palermo; Nicola Lettieri, Università del Sannio; Carlo Lottieri Università di Verona; Claudio Luzzati, Università di Milano Statale; Francesca Malzani, Università di Brescia; Letizia Mancini, Università di Milano Statale; Massimo Mancini, Università di Perugia; Alessio Lo Giudice, Università di Messina; Fabio Macioce, Università di Roma Tor Vergata; Francesco Mancuso, Università di Salerno; Giorgio Maniaci, Università di Palermo; Marco Manno, Università di Palermo; Elisa Marchi, Università dell’Arizona; Leonardo Marchettoni, Università di Parma; Costanza Margiotta, Università di Padova; Realino Marra Università di Genova; Federico Martelloni, Università di Bologna; Luca Masera, Università di Brescia; Silvio Mazzarese, Università di Palermo; Michelina Masia, Università di Cagliari; Fabrizio Mastromartino, Università di Roma tre; Tecla Mazzarese, Università di Brescia; Giulia Melani, Università di Firenze; Dario Mellossi Università di Bologna; Ferdinando Menga, Università della Campania Luigi Vanvitelli; Giovanni Messina, Università di Napoli Federico II; Lorenzo Milazzo, Università di Pisa; Bruno Montanari, Università di Catania; Lalage Mormile, Università di Palermo; Luca Nivarra, Università di Palermo; Valeria Nuzzo, Università della Campania Luigi Vanvitelli; Francesco Pallante, Università di Torino; Giuseppa Palmeri, Università di Palermo; Giuseppe Palmisano, Università Roma tre; Letizia Palumbo, Università Ca Foscari di Venezia; Lina Panella, Università di Messina; Luigi Pannarale, Università di Bari Aldo Moro; Baldassare Pastore, Università di Ferrara Francesco Parisi, Università di Palermo; Paola Parolari, Università di Brescia; Davide Petrini, Università di Torino; Stefano Pietropaoli, Università di Firenze; Cesare Pinelli, Università di Roma La Sapienza; Anna Pintore, Università di Cagliari; Attilio Pisanò, Università del Salento; Tamar Pitch, Università di Perugia; Valerio Pocar, Università di Milano Bicocca; Francesca Poggi, Università di Milano; Ulderico Pomarici, Università della Campania Luigi Vanvitelli; Daniel Pomier, Università di Roma La Sapienza; Andrea Porciello, UMG – Università Magna Graecia di Catanzaro; Franco Prina, Università di Torino; Alessandro Purpura, Università di Palermo; Susanna Pozzolo, Università di Brescia; Isabella Quadrelli, Università di Urbino Carlo Bo; Marco Ragusa, Università di Palermo; Maura Ranieri Università Magna Graecia di Catanzaro; Vincenzo Rapone, Università di Napoli Federico II; Adrian Renteria Diaz, Università dell’Insubria; Giovan Battista Ratti, Università di Genova; Maria Cristina Reale, Università dell’Insubria; Maria Cristina Redondo, Università di Genova; Antonio Riccio, Università di Cassino e del Lazio Meridionale; Alessandro Riccobono, Università di Palermo; Francesco Riccobono, Università di Napoli Federico II; Enrica Rigo, Università Roma tre; Matteo Rinaldini, Università di Modena e Reggio Emilia; Eugenio Ripepe, Università di Pisa; Nicola Riva, Università di Milano Statale; Graziella Romeo, Università di Milano Bocconi; Daniela Ronco, Università di Torino; Paola Ronfani, Università di Milano Statale; Annamaria Rufino, Università della Campania Luigi Vanvitelli; Vincenzo Ruggiero, Middlesex University; Filippo Ruschi, Università di Firenze; Angelo Salento, Università del Salento; Giovanna Savorani, Università di Genova; Pier Francesco Savona, Università di Napoli Federico II; Caterina Scaccianoce, Università di Palermo; Vincenzo Scalia, Università di Firenze; Francesca Scamardella, Università di Napoli Federico II; Alberto Scerbo, UMG – Università Magna Graecia di Catanzaro; Angelo Schillaci, Università di Roma La Sapienza; Laura Scudieri, Università di Genova; Iacopo Senatori, Università di Modena e Reggio Emilia; M. Ausilia Simonelli, Università del Molise; Stefano Simonetta, Università di Milano Statale; Guido Smorto, Università di Palermo; Stefania Spada, Università di Bologna; Eleonora Spaventa, Università di Milano Bocconi; Ciro Tarantino, Università della Calabria; Gianluca Urbisaglia, Università di Roma La Sapienza; Alfredo Terrasi, Università di Palermo; Persio Tincani, Università di Bergamo; Giovanni Torrente, Università di Torino; Enza Maria Tramontana, Università di Palermo; Isabel Trujillo, Università di Palermo; Vito Velluzzi, Università di Milano Statale; Maria Carmela Venuti, Università di Palermo; Valeria Verdolini Università di Milano Bicocca; Massimiliano Verga, Università di Milano Bicocca; Susanna Vezzadini, Università di Bologna; Francesca Vianello, Università di Padova; Gloria Viarengo Università di Genova; Giacomo Viggiani, Università di Brescia; Francesco Viola, Emerito, Università di Palermo; Maria Virgilio Università di Bologna; Ermanno Vitale, Università della Val D’Aosta; Massimo Vogliotti, Università del Piemonte Orientale; Giuseppe Zaccaria Università di Padova; Loriana Zanuttigh, Università di Brescia; MatiJa Zgur, Università di Roma tre; Silvia Zullo, Università di Bologna

CODICI IDENTIFICATIVI SUBITO Chiediamo misure di identificazione per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico

Condividiamo la Campagna di Amnesty 

CODICI IDENTIFICATIVI SUBITO

Chiediamo di prevedere misure di identificazione per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico.

Vent’anni dopo il G8 di Genova del 2001, molti dei responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani commesse in quell’occasione sono sfuggiti alla giustizia, restando di fatto impuniti.

In parte, il motivo è legato all’impossibilità di identificare gli esecutori materiali da parte dell’autorità giudiziaria.

Negli anni successivi, altri casi di persone che hanno subito un uso sproporzionato della forza durante manifestazioni o assemblee pubbliche, chiamano in causa la responsabilità di appartenenti alle forze di polizia.

Per porre fine alle violazioni dei diritti umani che vedono un coinvolgimento delle forze di polizia e riaffermare il ruolo centrale di queste nella protezione dei diritti umani, è essenziale che le lacune esistenti vengano al più presto colmate.

Tra queste ci sono i codici o numeri identificativi individuali, elemento importante di accountability; il fatto che i singoli agenti e funzionari siano identificabili è un messaggio importante di trasparenza che mostrerebbe la volontà delle forze di polizia di rispondere delle proprie azioni e allo stesso tempo accrescerebbe la fiducia dei cittadini.

La richiesta è quella di esporre un codice identificativo alfanumerico sulle divise e sui caschi per gli agenti e i funzionari di polizia (senza distinzione di ordine e grado) impegnati in operazioni di ordine pubblico.

Ciò avrebbe un duplice effetto di trasparenza: verso i cittadini, che saprebbero chi hanno di fronte, e a garanzia di tutti gli agenti delle forze dell’ordine che svolgono correttamente il loro servizio.

PER ADERIRE A QUESTO APPELLO VAI ALLA PAGINA DI AMNESTY 

 

La Resistenza in discarica e il neofascismo sdoganato

Fonte Volerelaluna

Libri e fascisti: un nodo antico, oggi declinato dai media nel modo più ipocrita, in un inquietante dilagare della zona grigia che consente a quella nera di allargarsi, preparandosi a governare il Paese. Perfino in Toscana si moltiplicano i segni di questa drammatica involuzione.

Leopoldo Boscherini, Ebrei a Castiglion Fiorentino. Guerra, internamenti, deportazioni 1940-1944. E ancora: Ivo Biagianti, Dal fascismo alla democrazia: Castiglion Fiorentino negli anni della Seconda Guerra mondiale. Sono solo due delle centinaia di libri che sono stati scaricati, lungo gli scorsi mesi, all’isola ecologica del comune di Castiglion Fiorentino, nella Valdichiana aretina. La notizia clamorosa è che a gettarli via non era stato un privato: era la Biblioteca Comunale. Che si spogliava, così barbaramente, di parte del suo pubblico patrimonio. Gli almeno sette viaggi del motocarro comunale Ape 50 carico di volumi mandati al macero hanno richiamato l’attenzione, e quindi l’indignazione, di alcuni cittadini e di consiglieri comunali di opposizione: ed è scoppiato lo scandalo. Si è così appreso che molti volumi provenivano dall’importante biblioteca lasciata al Comune (con precisi vincoli sulla sua destinazione) da monsignor Angelo Tafi, notissimo erudito autore di rilevanti studi storici sul territorio. In una sorta di suicidio culturale, poi, la Biblioteca ha gettato via anche interi scatoloni contenenti la collana dei suoi Quaderni, assai pregevoli pubblicazioni storiche realizzate con un (sacrosanto) investimento di denaro pubblico. Continua a leggere “La Resistenza in discarica e il neofascismo sdoganato”

Operazione “Guardiano delle Mura”, cosa sta succedendo in Palestina? Intervista a Romana Rubeo – Parte I

Fonte Pressenza.com

 

Ore critiche, specialmente nella Striscia di Gaza. L’Operazione “Guardiano delle Mura”, l’escalation militare portata avanti in questi giorni dall’esercito israeliano, sta mettendo a ferro e fuoco la Palestina. Di questo ne parliamo con Romana Rubeo, giornalista, traduttrice e redattrice di Palestine Chronicle.

Dove hanno origine questi scontri? Cosa è successo settimana scorsa?

Questa ultima escalation, in particolare, nasce dai fatti di Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme Est occupata che in questi giorni è il principale obiettivo della sistematica operazione di pulizia etnica portata avanti da Israele.

Dovendo ricostruire la mera cronaca, ventotto famiglie palestinesi che vivono in quel quartiere sono soggette a un provvedimento di sfratto in favore delle associazioni di coloni ebraici, che si sentono legittimati ad acquisire i diritti di proprietà su quelle abitazioni in virtù di un sistema di norme e provvedimenti emanati dallo Stato di Israele ma ritenuti illegittimi sotto il profilo del diritto internazionale. Gli abitanti del quartiere di Sheikh Jarrah stanno cercando in ogni modo di resistere allo sfratto, all’allontanamento forzato, a questa nakba permanente, in cui l’esproprio e il sopruso sono parte della quotidianità. Nella giornata del 2 maggio, data fissata dalla Corte Suprema per l’espulsione di almeno quattro famiglie, molti palestinesi sono accorsi nel quartiere per solidarizzare e resistere al provvedimento.

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Le spese militari in aumento anche nel 2021

Fonte Fondazione Sereno Regis che ringraziamo 
Anticipazione Mil€x: la spesa militare italiana sfiora i 25 miliardi nel 2021, +8,1% rispetto al 2020

La spesa militare italiana si attesta nel 2021 a poco meno di 25 miliardi di euro, secondo le stime anticipate oggi dall’Osservatorio Mil€x. Si tratta di valutazioni effettuate secondo la nuova metodologia elaborata dall’Osservatorio e ricavate dai dati definitivi dagli stati di Previsione finanziari dei Ministeri coinvolti e che evidenzia una crescita annua superiore all’8%.Il dato verrà ulteriormente precisato e definito nelle prossime settimane in occasione dell’uscita del nuovo Annuario  2021 di Mil€x che ingloberà ulteriori dati provenienti dalle documentazioni ufficiali attualmente ancora non disponibili (in particolare il Documento programmatico pluriennale DPP della Difesa e la ripartizione dei costi per le missioni militari all’estero). “A riguardo dei dati che diffondiamo oggi è doveroso sottolineare come non sia possibile una immediata comparazione con le precedenti stime di Mil€x – sottolinea Francesco Vignarca fondatore dell’Osservatorio – in quanto la nuova metodologia cambia radicalmente la considerazione di alcune voci. Abbiamo comunque realizzato un quadro con i riconteggi per gli ultimi tre anni, in modo da delineare le tendenze, in decisa crescita, decise con le ultime tre Leggi di Bilancio”. In particolare il totale complessivo si modifica in maniera rilevante con la nuova valutazione di costi per l’Arma dei Carabinieri: storicamente Mil€x – su indicazioni ufficiali della Difesa – includeva nella spesa militare la metà dei capitoli di bilancio ad essi assegnati, mentre attualmente viene estrapolata una quota (di molto inferiore) dalle indicazioni specifiche che il DPP rilascia sull’uso prettamente militare dei Carabinieri nelle missioni internazionali.Il totale per il 2021 così valutato è dunque pari a 24,97 miliardi di euro, provenienti in larga parte dal bilancio del Ministero della Difesa dedicato ad usi militari.

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José Mujica: “La civiltà digitale sta creando una vera malattia nella democrazia rappresentativa e non so quale sia la cura”

 

Fonte Equaltimes.org

Autore    Luis Curbelo

Traduzione automatica con Google Translator. Questa traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Equaltimes.org 

José Mujica, presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015, vive in completa isolamento nella sua casa di campagna a Rincón del Cerro (a 11 chilometri dal centro della città di Montevideo) dall’inizio della pandemia. A causa di una malattia immunologica a lungo termine, non può ricevere vaccinazioni e il suo unico modo per affrontare il coronavirus è esercitare estrema cura e precauzione.

Recentemente ha accettato di sedersi per una lunga chiacchierata con Equal Times che copriva molte aree di interesse internazionale. Ha condiviso con noi le sue opinioni sul fenomeno dei social network, i vantaggi e le insidie ​​della civiltà digitale e l’emergere di personaggi politici come Donald Trump negli Stati Uniti e Jair Bolsonaro in Brasile e le masse che li seguono.

Secondo Mujica, questa pandemia ha fatto emergere il lato peggiore dell’umanità accentuando l’egoismo dei paesi ricchi e mettendo a nudo la mancanza di solidarietà tra le persone. Dice che le classi medie, frustrate dalla concentrazione di ricchezza e potere e dalla loro incapacità di accedervi, si sono rivolte sempre più alla politica reazionaria. Sostiene che il vaccino contro il coronavirus è diventato incredibilmente politicizzato e incolpa il presidente russo Vladimir Putin per aver svolto un ruolo centrale in questo chiamando il vaccino prodotto nel suo paese Sputnik. Continua a leggere “José Mujica: “La civiltà digitale sta creando una vera malattia nella democrazia rappresentativa e non so quale sia la cura””

Enrico Fierro e il caso Locri: “E’ stata un brutta operazione politica”

Autrice : Graziella Di Mambro

Fonte : Articolo 21.org

L’odiato Mimmo Lucano e gli odiatissimi giornalisti sono stati l’ossessione compulsiva che ha portato, con buona probabilità alle intercettazioni dell’inchiesta Xenia sul modello di integrazione di Riace e sul clamore che fece negli anni 2016-2017, quando, invece, certa vulgata nazional popolare indicava negli immigrati il più importante rischio per l’ordine pubblico e la sicurezza. Il giorno seguente lo scoop sulla seconda “colata” di intercettazioni quantomeno inutili a carico di 33 giornalisti, l’autore, Enrico Fierro, racconta l’accaduto col tono pacato del cronista che non si spaventa e non si illude e che ha seguito questa storia dall’inizio, nei dettagli, alla maniera di un certo giornalismo vecchio stile, ossia leggendo migliaia di documenti e ascoltando, paziente, ogni udienza per raccogliere ogni briciolo interessante di questa vicenda.

Che ha inizio con l’indagine su Mimmo Lucano per poi dipanarsi attorno all’attenzione mediatica per quel sindaco, il quale ha voluto solo dare corpo ad un’idea di accoglienza e integrazione.
“Premetto subito che qui non si tratta di assicurare una disparità di trattamento ai giornalisti né di escluderli dalle intercettazioni nell’ambito di qualsivoglia indagine. Tuttavia ciò che è accaduto è che sono stati ascoltati dialoghi tra giornalisti e Lucano nei quali si parlava di rapporti personali, addirittura di familiari e sono stati trascritti, dunque resi pubblici, numeri di telefono, indirizzi, commenti sulla politica. Io ho fatto con Lucano delle considerazioni politiche, cosa c’entrano con l’inchiesta’”.

Cosa c’entrano?

“Nulla assolutamente. Lo posso dire con certezza e senza pregiudizio. Io mi sono letto le trascrizioni delle udienze e posso affermare che non una sola di quelle intercettazioni trascritte ha apportato alcunché all’accertamento delle contestate responsabilità penali in questa inchiesta né è stata utile eventualmente per altre”

Dunque qual era l’obiettivo? Cosa volevano da Mimmo Lucano?

“Io penso che ciò che è accaduto vada ben al di là di una violazione pur grave della libertà di informare e dell’esercizio della professione. Siamo davanti ad un’operazione politica. Questo è. Sono state utilizzate quelle intercettazioni per un’operazione politica”.

Il processo scaturito dalle indagini sta per arrivare a conclusione. Cosa è stato veramente?

“Io l’ho seguito passo passo e, ripeto, le intercettazioni ai giornalisti non hanno apportato un solo granello di utilità. Poi bisogna dire che questo processo non lo si è potuto seguire in aula. Io ho dovuto aspettare una settimana per leggere le trascrizioni d’aula di ogni udienza e capire. Ma questa è un’altra storia”.
Una storia che riguarda sempre più processi in Italia. Ora abbiamo l’alibi del covid ma in realtà, come ha dimostrato la battaglia per l’accesso al dibattimento di ” Rinascita Scott”, c’è una generale tentazione a sottrarre ai giornalisti la possibilità di seguire anche fasi che la procedura indica espressamente come tappe pubbliche. Per tornare alla vicenda Locri però è utile soffermarsi su un ulteriore passaggio sottolineato da Enrico Fierro. Questo: “E’ difficile credere che chi intercetta e poi trascrive non si renda conto che sta buttando nel calderone elementi ultronei e che, al contempo, sta facendo una violazione grave dei diritti più elementari della giustizia. nel caso dell’indagine della Procura di Locri sono stati resi noti i numeri telefono di persone che, forse, dico forse, non volevano renderli noti. E poi c’è il rispetto per la professione giornalistica. Con quelle intercettazioni è stato conosciuto il contenuto di articoli prima che gli stessi fossero pubblicati. Una roba assurda!”

A chi interessava o interessa in Italia costruire un archivio delle vite private dei giornalisti?

“Non lo so e spero che non si tratti di una schedatura. So invece che 33 giornalisti estranei all’inchiesta si sono trovati con le loro vite dentro al brogliaccio di questa inchiesta. I numeri di telefono di queste persone sono stati resi noti senza il loro consenso e senza alcun nesso con l’inchiesta. Vedo inoltre un evidente attacco ala segretezza delle fonti. anche qui: possibile che chi fa questo non si renda conto della gravità?”

Victoria non è morta, è stata uccisa dalla polizia

 

Fonte Americalatina 

Mérida, Yucatán, 31 marzo 2021.- Mentre l’intero stato di Quintana Roo attende l’inizio delle vacanze di Pasqua e le sue migliaia di turisti, lo scorso fine settimana ci sono stati omicidi di quattro donne, uno per mano di poliziotti.

Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, in Messico vengono uccise più di 10 donne al giorno. Sabato, quattro di loro sono stati uccisi a Quintana Roo, un Gender Alert dal 2017 e dove lo scorso novembre la polizia di Cancun ha represso con proiettili la manifestazione che chiedeva giustizia per la morte di Alexis, un’altra vittima di femminicidio.

A Isla Holbox, Karla M., 29 anni, originaria di Progreso, Yucatán, tassista e madre di un bambino, è stata assassinata in modo estremamente violento. L’hanno trovata legata, con il seno tagliato, all’interno del suo golf cart, un veicolo che era in mare, tra Punta Coco e Punta Ciricote. È il primo femminicidio registrato nella storia dell’isola.

A Cancun, una donna è stata portata in un luogo disabitato vicino alla suddivisione di Kusamil, dove è stata trovata morta da un colpo di pistola alla testa e due al petto. Inoltre, una giovane donna è stata uccisa dandole fuoco, sebbene la famiglia non volesse fornire ulteriori informazioni su questo caso.
A Tulum, nel pomeriggio di sabato 27, Victoria Salazar, una donna di 36 anni di origine salvadoregna, madre single di due figlie e con un permesso di soggiorno umanitario nel paese, si trovava in Faisán Avenue quando è stata arrestata e uccisa dalla polizia municipale

Alcuni testimoni affermano che chiamava un taxi e fermava tutte le macchine per portarla via e che in ogni momento guardava indietro, come se la inseguissero. In questa è arrivata la pattuglia 9276 della Polizia Municipale, da dove sono scesi gli agenti Veronica Valdivia Cabrera, di Mérida; Juan Chan Uc, di Kantunilkín; Miguel Canché Castillo e Raul López Chan di Valladolid. L’hanno afferrata, ammanettata e sottoposta a terra, come si può vedere nel video che circola sui social, mettendole un ginocchio sul collo, atto che le ha fratturato la base del cranio (tra la prima e la seconda vertebra) e ha causato la morte, anche se in un primo momento si è parlato di soffocamento senza specificarne i motivi.

La Commissione nazionale per la prevenzione e l’eliminazione della violenza contro le donne ha rilasciato una dichiarazione chiedendo che i responsabili siano puniti e la Commissione per i diritti umani di Quintana Roo ha riferito di aver aperto una denuncia d’ufficio contro agenti di pubblica sicurezza municipali a Tulum a causa della privazione della vita.

Le preoccupazioni del difensore civico Marco Antonio Toh Euán sono più che giustificate, visto che finora quest’anno ci sono state 335 denunce contro la polizia municipale, la maggior parte per detenzioni arbitrarie e trattamenti inumani.

A livello federale, secondo il Rapporto 2021 di Human Rights Watch, è normale che le vittime di crimini violenti e violazioni dei diritti umani non ottengano giustizia nel sistema criminale messicano. Da parte sua, l’organizzazione non governativa Impunidad Cero indica che solo l’1,3% dei crimini commessi in Messico è stato risolto. Ciò è dovuto a vari motivi, tra cui corruzione, mancanza di formazione e risorse sufficienti e complicità di agenti del Ministero pubblico e difensori pubblici con criminali e altri funzionari violenti.

Forse cercando di migliorare questa percentuale vergognosa, il procuratore generale dello Stato di Quintan Roo (FGE) ha dichiarato che sarà prepotente nel suo portafoglio, e di fatto la tempestività con cui hanno licenziato Nesguer Ignacio Vicencio Méndez, responsabile dell’unico comando a Tulum. In precedenza, i tre uomini e una poliziotta che hanno ucciso Victoria sono stati separati dalle loro accuse e che sono stati ammessi lunedì nel centro di detenzione di Playa del Carmen con l’accusa di omicidio e femminicidio aggravato.

Sicuramente la pressione del governo salvadoregno e le parole di López Obrador che, lunedì mattina, ha affermato che questo crimine “ci riempie di dolore, dolore e vergogna” che ha influenzato la tempestività della Procura, insieme alla rinnovata sensibilità al quale in tempi recenti i casi di violenza di genere vengono affrontati dai media nazionali e internazionali.

Inoltre, le reazioni dei cittadini che non si sono fatte attendere, a cominciare da Tulum. A poche ore dall’omicidio, centinaia di persone piene di indignazione, rabbia e coraggio sono scese in piazza chiedendo giustizia. Le manifestazioni sono iniziate in quel comune e successivamente si sono diffuse nelle principali città e paesi all’interno e all’esterno dello stato (una è prevista per venerdì 2 alle 18:30 in Plaza Grande de Mérida) con striscioni e slogan come “Polizia femminicida! “,” Non uno più ucciso! ” “Non è stata uccisa!” e “La polizia non si prende cura di me, i miei amici si prendono cura di me!” Sono gli stessi slogan con cui negli ultimi anni migliaia e migliaia di donne sono scese in piazza in Messico e nel mondo.

Perché le donne non si sentono curate dagli agenti? ma al contrario, molti tremano ogni volta che vedono una donna in uniforme.

L’incapacità, l’abuso e la violenza fisica, verbale o psicologica degli agenti di polizia messicani non sono una novità per nessuno di noi che ha avuto l’opportunità di trovare un agente per strada. Per coloro che non lo fanno, daremo alcune informazioni.

I primi provengono da Amnesty International, che ha appena pubblicato il rapporto intitolato “Messico: l’era delle donne. Stigma e violenza contro le donne che protestano ”in cui si legge che le autorità rispondono alle proteste delle donne e contro la violenza di genere con un uso eccessivo e non necessario della forza, con detenzioni illegali e arbitrarie, con abusi verbali e fisici basati sul genere contro le donne e con la violenza sessuale. E l’uso non necessario, eccessivo e sproporzionato della forza è costante come un modo per inibire il diritto di riunione pacifica, attraverso “detenzioni o assicurazioni preventive” per arrestare arbitrariamente coloro che desiderano partecipare a manifestazioni o per “sospetti” di voler trasportare un crimine “.

In questi giorni, il procuratore generale dello Stato ha affermato che “la manovra di sottomissione utilizzata è stata effettuata in maniera sproporzionata, smodata e con un alto rischio di vita”. E con lui, diversi rappresentanti del governo e dei media parlano di un “uso non necessario, eccessivo e sproporzionato” della forza e alcuni addirittura dicono semplicemente che “sono sfuggiti di mano”. Ma i dati ci parlano di una realtà diversa.

Quella manovra di sottomissione era la stessa tecnica che gli agenti di polizia americani di Minneapolis hanno usato per arrestare George Floyd e che ha causato la sua morte, così come le sue famose ultime parole che non riesco a respirare che hanno acceso la rabbia della popolazione afroamericana e del movimento BlackLiveMatters. Diverse forze di polizia hanno già posto il veto a questa manovra a causa dei suoi alti rischi per la vita del soggetto o l’hanno limitata a casi di estrema minaccia per gli agenti, situazione in cui la polizia ovviamente non si è trovata né nel caso di Floyd né nel caso di Victoria.
Eccesso di violenza quindi, come descritto dalla necropia tra le cause della morte di Victoria. Violenze inutili e immotivate, forse per l’incapacità di valutare il rischio secondo le direttive del Manuale per l’uso della Forza di SEGOB e CNS, a causa della scarsa o nulla formazione delle forze di polizia sui diritti umani, come dichiarato da un ex agente di polizia municipale di Tulum e conferma i dati.
In Quintana Roo, il 20 per cento degli agenti di polizia non ha la certificazione unica di polizia (CUP), che approva la preparazione e il profilo di ogni agente per coprire i propri compiti; anche peggio a Tulum, dove il 54 per cento non ha quel requisito obbligatorio a livello nazionale. Si parla di errori e persino di morte ingiusta, come se l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia fosse un errore, un fallimento di alcune mele marce, ma ancora una volta i dati ci danno un quadro diverso della realtà.

Perché così tante persone (il 70% della popolazione messicana secondo i dati INEGI) non si fidano della polizia? I rapporti internazionali e le cronache nazionali abbondano di casi di violenza perpetrata dalla polizia e dall’esercito. Disegnano un paese in cui la violenza è usata regolarmente e sistematicamente dallo Stato, che, secondo il sociologo Max Weber, detiene il monopolio della violenza che dovrebbe essere usata all’interno dei quadri costituzionali.
Secondo i dati del Rapporto 2021 di Human Rights Watch, la tortura è ampiamente praticata in Messico per estrarre prove o confessioni nonostante il fatto che una legge del 2017 impedisca l’uso di tali prove in tribunale. Secondo il CNDH, le indagini sui casi di tortura condotte dallo Stato erano solo 13 nel 2006 per passare a oltre 7.000 nel 2019. Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha espresso la sua preoccupazione che pochissimi di questi casi si traducono in procedimenti giudiziari o arresti, dato che dei 3.214 registrati nel 2016 solo otto hanno portato all’arresto e ai relativi procedimenti penali.

L’uso della violenza è comune anche durante l’arresto: secondo INEGI, il 64% della popolazione carceraria ha subito violenze, come percosse, scosse elettriche e altre forme di tortura al momento del loro arresto.
Sperando che l’omicidio della polizia di Victoria venga completamente chiarito, voglio porre ai lettori due domande: cosa sarebbe successo se la donna fosse stata di pelle chiara o di un paese europeo? Cosa sarebbe successo se negli ultimi anni le donne non fossero scese in piazza esprimendo quella giusta rabbia che sta mettendo al bastone chi governa, costringendoli a cercare di dare risposte rapide ed efficaci alla violenza di genere? (Illustrazione tratta dai social network)

 

Un libro. Fascismo Tropicale – Il Brasile tra estrema destra e Covid-19 di Claudiléia Lemes Dias

Fonte : la bottega del Barbieri 

Nel settembre 2018, un mese prima che Jair Bolsonaro divenisse il nuovo, scomodo, inquilino del Planalto, a Rio de Janeiro andò a fuoco il Museo nazionale del Brasile. Tra ciò che venne arso dalle fiamme vi furono la collezione delle lingue indigene, le registrazioni dei canti degli indios e dei quilombolas e la mappa etnico-storico-linguistica originale che localizzava tutti i gruppi etnici. Si trattò di un «tragico annuncio del progetto bolsonarista per il Brasile», ha scritto Claudiléia Lemes Dias nel suo libro Fascismo tropicale. Il Brasile tra estrema destra e Covid-19, che racconta nel dettaglio come la macchina di propaganda del presidente abbia preso possesso militarmente del più grande paese dell’America latina.

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Tre economiste innovatrici

Autrice- Fiorella Carollo

Fonte : Pressenza.com 

Oggi nel mondo sono in atto degli esperimenti a livello politico ed economico che avrebbero bisogno della massima attenzione e considerazione. Da una parte la ragione per cui non hanno ricevuto la dovuta attenzione è da imputarsi all’interesse di mantenere lo status quo, dall’altra mi chiedo se la ragione non sia perché hanno come protagoniste delle donne, da una parte le economiste e dall’altra le politiche. Le tre economiste in oggetto sono Esther Duflo, Julia Steinberger e Kate Rawhorth i fatti in oggetto sono: il 20 aprile 2020 la sindaca di Amsterdam stringe un accordo con l’economista Kate Raworth per conformare le nuove politiche economiche a quelle dell’economista britannica. L’altro fatto è in corso da quattro anni in Nuova Zelanda da quando nel 2016 è stata eletta la prima ministra Jacinda Ardern, la più giovane prima ministra mai nominata nel mondo, la quale ha dichiarato che le politiche e i bilanci della Nuova Zelanda non si sarebbero più uniformate al principio della crescita economica ma bensì ad assicurarsi il benessere nella qualità della vita dei suoi cittadini. Se questi due esperimenti dovessero funzionare cioè se fra qualche anno i dati raccolti dimostreranno che effettivamente le emissioni di CO2 sono diminuite in Olanda e questo non ha comportato alcuna recessione economica e che in Nuova Zelanda l’economia sia riuscita a “prosperare senza crescita” beh a quel punto i sostenitori della crescita a oltranza avrebbero dei dati su cui riflettere.

Da quando ho pubblicato il mio libro “Extinction Rebellion e la rivoluzione ambientale”1 ne parlo con le persone e ho notato che quando affronto criticamente l’argomento “economia” le persone reagiscono come se toccassi una vacca sacra. Mi rendo conto che molti hanno paura di perdere i privilegi e il benessere economico che hanno grazie all’economia, a questa economia. Personalmente, sono d’accordo con quanti dicono che l’economia è troppo importante per lasciarla solo agli economisti. Non dobbiamo sentirci impotenti perché non siamo laureate in economia! Quello che è importante è usare il proprio buon senso e documentarsi costantemente, diventare cittadine partecipi del nostro sistema democratico.

Alla fin fine penso che molto si riduca alla necessità di educare le persone ad una nuova prospettiva sociale, di stimolare il dibattito su un’economia più giusta per tutti, sulla necessità di reclamare un sistema economico diverso che pone al centro non più gli interessi del 1% della popolazione mondiale ma bensì la salute, l’interesse di tutti. Alle persone che temono una economia diversa perché temono di perdere i loro privilegi, dico loro che un’economia che mette in primis il benessere di tutti i cittadini e la loro salute, che vuole tutelare i lavoratori nella transizione alle energie rinnovabili e che vuole rispettare l’ambiente, significherà vivere in una società dove le tensioni sociali, la violenza, la povertà, il crimine saranno alquanto ridimensionate se non scomparse e questo inevitabilmente porterà una qualità di vita migliore per tutti. Allora forse questo è uno scambio che può essere equo per quelle persone benestanti che hanno timore di guardare a un’economia diversa da quella neoliberista.

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Una crescente militarizzazione: rischi in più per la pace e anche per l’ambiente

Fonte:  Fondazione Sereno Regis 

Autrice
Elena Camino


Un interessante caso di collaborazione tra politici e studiosi

È stata pubblicata il 23 febbraio 2021 la relazione finale di una ricerca che era stata commissionata da un gruppo politico (il Left Group del Parlamento Europeo) ai ricercatori di due associazioni che da molti anni sono impegnate nel denunciare – dati alla mano – i rischi e i danni ambientali causati dalle attività militari: una crescente militarizzazione produce rischi in più per la pace e anche per l’ambiente.

Non solo durante le attività belliche (bombardamenti, distruzioni di territori, avvelenamenti di sistemi biologici…), ma anche in tutte le tappe che le precedono e le seguono: dall’estrazione di materie prime, alla produzione di armamenti, alle esercitazioni, agli spostamenti di truppe, fino allo smaltimento – spesso assai inquinante – di residui bellici. 

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Draghi, lupi, faine e sciacalli – di Marco Revelli

FONTE VOLERELALUNA .IT

Questo articolo di Marco Revelli è stato pubblicato il 29 marzo 2020, Lo riprendiamo ora, per opportuna conoscenza 

 

“Meglio tardi che mai” verrebbe da dire a proposito dell’ormai celeberrimo intervento di Mario Draghi sul “Financial Times” del 25 marzo sotto il titolo potentissimo: We face a war against coronavirus and must mobilise accordingly. Ma cosa pensare davvero, di questo neopensionato governatore della Banca centrale europea che mette in campo un linguaggio di stampo keynesiano (il Keynes delle celeberrime considerazioni su Le conseguenze economiche della pace del 1919) dopo essere stato per decenni attento “custode dei cancelli” del credo ultraliberista egemone?
E’ un Draghi che ritorna alle origini, giovane assistente del prof. Federico Caffè, uno dei padri del keynesismo italiano, dopo una brillante tesi di laurea su “Integrazione economica e variazioni dei tassi di cambio” discussa con lui relatore alla Sapienza e premiata magna cum laude? O è il Draghi della sua seconda (molto più lunga) vita, spesa nel cuore delle roccaforti finanziarie globali? Certo, il suo curriculum accademico è ragguardevole (nel 1981 ad appena 33 anni è ordinario di Economia e politica monetaria a Firenze), ma è l’altro, quello finanziario, sicuramente molto più denso, e “visibile”, a segnarne il profilo. Ed è un profilo che sicuramente con gli ideali keynesiani della giovinezza ha assai poco a che fare.

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No caro Renzi, l’Arabia Saudita non é un baluardo contro l’estremismo islamico

Fonte : articolo21.org che ringraziamo

Autrice:Tiziana Ciavardini

Mi dispiace Sig. Renzi, ma sulla politica estera sembra che Lei abbia le idee abbastanza confuse. Definire il regime saudita come un “baluardo contro l’estremismo islamico” é una delle castronerie piú pericolose che Lei potesse dire. Per difendersi dalle polemiche nate in seguito alla sua visita in Arabia Saudita l’ex Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha rilasciato alcune opinabili dichiarazioni al Corriere della Sera. Dopo aver creato una crisi di governo, in un momento di difficile gestione politica e con l’incognita del futuro di questo nostro sgangherato paese il Leader di Italia Viva, si é recato a Ryad per partecipare ad un evento organizzato dalla fondazione Future investment initiative, di cui fa parte e per il quale recepisce un gettone che arriva fino a 80mila dollari e dove ha incontrato il principe ereditario Bin Salman.

“È un’attività che viene svolta da molti ex primi ministri, almeno da chi è giudicato degno di ascolto e attenzioni in significativi consessi internazionali”  ha risposto Renzi a chi lo ha criticato in questi giorni.

Continua a leggere “No caro Renzi, l’Arabia Saudita non é un baluardo contro l’estremismo islamico”

I leader indigeni hanno denunciato Bolsonaro alla Corte dell’Aia

FONTE LA NUOVA ECOLOGIA CHE RINGRAZIAMO

 

 

 

Accusato di crimini contro l’umanità. Ecocidio, sterminio, migrazione forzata, schiavitù e persecuzione contro gli indigeni

Il Presidente Jair Bolsonaro avrebbe commesso crimini contro l’umanità, con la sua politica ambientale rovinosa e i suoi attacchi continui ai popoli indigeni. Questa l’accusa dei leader indigeni brasiliani, concretizzata venerdì scorso quando il capo Raoni Metuktire, del popolo Kayapo, e Almir Narayamoga Surui, leader della tribù Paiter Surui, hanno presentato una denuncia ufficiale alla Corte penale internazionale dell’Aia (Paesi Bassi). Nel documento, Bolsonaro è accusato, tra gli altri, di morte, sterminio, migrazione forzata, schiavitù e persecuzione contro gli indigeni. I principali capi d’accusa sono i livelli crescenti di deforestazione in Amazzonia, l’aumento delle uccisioni degli indigeni brasiliani e la rimozione delle protezioni speciali per la foresta pluviale e le terre tribali, politiche che secondo i leader mirano a “sfruttare le risorse naturali dell’Amazzonia e colpire i diritti dei popoli nativi”.

“Livelli così intensi di ecocidio devono essere considerati crimini contro l’umanità” – William Bourdon

Nel documento sono citati anche alcuni ministri del governo brasiliano: Ricardo Salles (Ambiente), Tereza Cristina (Agricoltura), Sérgio Moro (Giustizia) e Paulo Guedes (Economia). I tassi di deforestazione nell’Amazzonia brasiliana erano già in aumento quando Bolsonaro è entrato in carica nel gennaio 2019, ma sono saliti alle stelle durante l’ultimo periodo. Anche gli incendi nella regione sono arrivati a livelli record. Più di 2,7 milioni di acri dell’Amazzonia sono stati abbattuti nel solo 2020, secondo i dati del governo brasiliano, mai così tanti negli ultimi 12 anni. Raoni, 90 anni, è stato rappresentato all’Aia dall’avvocato francese William Bourdon che ha dichiarato: “Livelli così intensi di ecocidio devono essere considerati crimini contro l’umanità”.

Il Presidente Bolsonaro ha anche rimosso il Funai (la Fondazione Nazionale per gli Indigeni) dalla funzione di supervisionare e gestire i territori indigeni, affidando questo ruolo al Ministero dell’agricoltura, con il fine di aprire l’Amazzonia e le riserve tribali all’agribusiness e ad altri interessi industriali. L’allentamento dei controlli e della protezione avrebbe causato picchi drammatici di incursioni nelle terre indigene negli ultimi anni e un aumento delle violenze. Nel 2019 le invasioni sono aumentate del 135%, mentre le sanzioni per crimini ambientali sono diminuite del 40%, nonostante la deforestazione sia aumentata.

Anche il modo in cui il governo ha gestito la pandemia di Covid-19 nelle terre indigene avrebbe provocato centinaia di vittime, lasciando i nativi senza soccorso. Inoltre gli incendi e il rifiuto di Bolsonaro di delimitare nuovi territori protetti hanno costretto le persone a lasciare le loro terre, generando una nuova migrazione forzata verso le città.

Amanda Gorman, “La collina che scaliamo”

FONTE PRESSENZA.COM 

 

Amanda Gorman, 22 anni, è la più giovane poetessa intervenuta all’insediamento di un presidente degli Stati Uniti. Il team che ha organizzato la cerimonia per Joe Biden l’ha contattata alla fine del mese scorso per recitare una poesia sull’unità del paese.

La collina che scaliamo

Signor Presidente, Dott. Biden, Signora Vice Presidente, Signor Emhoff, americani e mondo, quando arriva il giorno ci chiediamo: dove possiamo trovare la luce in questa ombra infinita? La perdita che portiamo sulle spalle è un mare dobbiamo guadare. Abbiamo sfidato il ventre della bestia. Abbiamo imparato che la quiete non è sempre pace. Nelle norme e nelle nozioni di ciò che è giusto non sempre c’è giustizia. Eppure, l’alba è diventata nostra prima che ce ne rendessimo conto. In qualche modo ce l’abbiamo fatta. In qualche modo abbiamo resistito e siamo stati testimoni di una nazione che non è spezzata, ma semplicemente incompiuta. Noi, i successori di un paese e di un tempo in cui una magra ragazzina afro-americana cresciuta da una mamma single che sognava un giorno di diventare presidente oggi recita all’insediamento di un presidente.

E sì, siamo tutt’altro che ricercati, tutt’altro che puri, ma questo non significa che ci stiamo sforzando di formare un’unione perfetta. Stiamo cercando di forgiare la nostra unione con uno scopo. Per comporre un paese impegnato verso ogni cultura, colore, indole e condizione umana. E così alziamo lo sguardo non su ciò che ci separa, ma su ciò che ci sta davanti. Chiudiamo il divario perché sappiamo che per mettere il nostro futuro al primo posto, dobbiamo prima mettere da parte le nostre differenze. Abbassiamo le nostre braccia in modo da poterci tendere le braccia. Non vogliamo danneggiare nessuno e cerchiamo l’armonia per tutti. Lasciamo che il mondo, se non altro, dica che questo è vero. Anche quando abbiamo sofferto, siamo cresciuti, anche quando ci siamo feriti abbiamo sperato e quando ci siamo stancati, ci abbiamo provato e saremo per sempre legati insieme nella vittoria. Non perché non conosceremo mai più la sconfitta, ma perché non semineremo mai più la divisione.

Le Scritture ci dicono di immaginare che ognuno possa sedersi sotto la propria vite e il proprio fico e che nessuno lo spaventi. Se dobbiamo tener fede al nostro tempo la vittoria non sarà nella spada, ma nei ponti che abbiamo costruito. Questa è la promessa della radura, la collina che scaleremo se solo oseremo. Perché essere americani è più di un orgoglio che ereditiamo: è un passato in cui ci inseriamo chiedendoci come possiamo ripararlo. Abbiamo visto una forza che avrebbe frantumato la nostra nazione pur di non condividerla, l’avrebbe distrutta se solo avesse potuto con questo ostacolare la democrazia. E questo sforzo ha quasi avuto successo.

Ma se la democrazia può essere periodicamente ostacolata, essa non può mai essere permanentemente sconfitta. In questa verità, in questa fede crediamo. Perché mentre puntiamo i nostri occhi sul futuro,
la Storia punta i suoi occhi su di noi. Questa è l’era della giusta redenzione. L’abbiamo temuta al suo inizio. Non ci sentivamo pronti a essere gli eredi di un’ora così terrificante, ma al suo interno abbiamo trovato il potere di scrivere un nuovo capitolo, di offrire speranza e risate a noi stessi. Mentre una volta ci siamo chiesti: come potevamo prevalere sulla catastrofe? Ora affermiamo: come potrebbe mai la catastrofe prevalere su di noi?

Non torneremo indietro verso quello che era, ma ci muoveremo verso quello che sarà un paese ferito ma integro, benevolo ma audace, fiero e libero. Non ci faremo spingere indietro o piegare dalle intimidazioni, perché sappiamo che la nostra inazione e la nostra inerzia saranno l’eredità della prossima generazione. I nostri errori diventeranno il loro peso. Ma una cosa è certa: se uniamo la misericordia con la forza e la forza con il diritto, allora l’amore diventerà la nostra eredità e cambierà il diritto di nascita dei nostri figli.

Dunque fateci vivere un paese migliore di quello che abbiamo lasciato. Con ogni respiro dal mio petto di bronzo solleveremo questo mondo ferito trasformandolo in un mondo meraviglioso. Ci innalzeremo dalle colline d’oro dell’Ovest. Ci alzeremo dal nord-est spazzato dal vento, dove i nostri antenati fecero la rivoluzione. Risorgeremo dalle città sulle rive dei laghi negli stati del Midwest. Ci alzeremo dal Sud arso dal sole. Ricostruiremo, ci riconcilieremo e recupereremo in ogni nicchia conosciuta della nostra nazione, in ogni angolo chiamato paese. Il nostro popolo diverso e bello emergerà maltrattato eppure stupendo.

Quando verrà il giorno, usciremo dall’ombra ardenti e senza paura. La nuova alba sorgerà mentre la liberiamo. Perché ci sarà sempre luce se avremo il coraggio di vederla. Se avremo il coraggio di essere quella luce.

 

Stiglitz afferma che la pandemia del Covid-19 ha mostrato conseguenze del neoliberismo

Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, si è scagliato contro il neoliberismo e ha assicurato che la pandemia del Covid-19 sta attualmente mostrando le conseguenze di 40 anni di imposizioni da parte del neoliberismo.

L’eminente economista statunitense ha tenuto una conferenza principale nell’ambito delle sessioni del Future Congress 2021, il principale evento scientifico del Cile, tenutosi virtualmente e programmato per concludersi giovedì, dopo aver concentrato la sua attenzione sulla pandemia.

Stiglitz ha affermato che il neoliberismo ha denigrato per quattro anni l’importanza del ruolo dei governi e ha privilegiato l’azione incontrollata dei mercati, ecco perché molti Stati si sono trovati in una situazione povera per affrontare l’attuale crisi sanitaria.

Il professore dell’Università dell’Indiana ha considerato che le nazioni di maggior successo nell’affrontare la pandemia Covid-19 sono state quelle “che vantano governi efficaci, istituzioni forti e buona scienza”.

Ha aggiunto che la pandemia ha colpito di più quelle nazioni con profonde disuguaglianze, dove non c’è accesso universale ai sistemi sanitari e hanno una scarsa protezione sociale, e ha anche detto che ‘per questo motivo gli Stati Uniti sono stati uno dei più colpiti, con il 25% dei casi, nonostante abbia solo il 4 per cento della popolazione mondiale. ”

Si tratta di un paese “che non riconosce l’accesso al sistema sanitario come un diritto umano fondamentale” e ha assicurato che i settori poveri “hanno subito più morti, una maggiore esposizione alla malattia e una maggiore perdita di reddito sanitario”.

 

Milagro Sala: le organizzazioni sociali chiedono la liberazione

FONTE PRESSENZA.COM 

Organizzazioni politiche e sociali, sindacati e organizzazioni per i diritti umani si sono mobilitate nel centro di Buenos Aires, fino a Plaza Lavalle, per chiedere alla Corte Suprema di Giustizia di rilasciare Milagro Sala, leader sociale del gruppo Túpac Amaru, cinque anni dopo il suo arresto a Jujuy.

Milagro Sala è da cinque anni o in carcere o agli arresti domiciliari per una serie di accuse montate ad arte dal governatore di Jujuy Morales, suo nemico politico da sempre, portate avanti da giudici nominati dal governatore stesso al suo insediamento. Le cause in corso hanno avuto risultati controversi e hanno prodotto la paralisi di buona parte delle attività di Tupac Amaru in una delle regioni più povere del paese, dove l’organizzazione presieduta da Milagor Sala aveva realizzato, oltre alle case popolari per cui aveva ricevuto finanziamento, ospedali, scuole, ambulatori medici, parchi giochi e parchi acquatici per i bambini, in un rivoluzionario modello di riscatto sociale dei popoli originari e della gente poveraed emarginata.

“È proprio la Corte che deve risolvere l’apertura dei fascicoli e i ricorsi in appello che abbiamo presentato”, ha spiegato il coordinatore nazionale del Túpac Amaru, Alejandro Garfagnini “La Corte deve pronunciarsi sulla nullità delle cause”, ha detto chiarendo il motivo per cui ci si è rivolti alla Corte Suprema di Giustizia.

Anche a Jujuy una manifestazione analoga si è svolta con grande partecipazione popolare e si è conclusa con il discorso di Raúl Noro, compagno di Milagro Sala.

Brasile, Bolsonaro esclude il 50% degli indigeni dalle vaccinazioni anti-Covid

 

Fonte Pressenza,com

Il leader indigeno Dinaman Tuxá denuncia che il governo di ultradestra di Bolsonaro ha escluso dalla vaccinazione gli indigeni che vivono nei centri urbani.

Il coordinatore esecutivo dell’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), Dinaman Tuxá, ha infatti dichiarato alla stampa locale che l’esecutivo intende escludere dalla vaccinazione contro il Covid-19 coloro che vivono in condizioni precarie, in abitazioni di fortuna o senza fissa dimora nelle aree urbane.

Secondo Tuxá, le autorità hanno in programma di vaccinare contro il Covid-19 solo gli indigeni che vivono nei villaggi ed ha ricordato che l’ultimo censimento della popolazione effettuato in Brasile (2010) ha mostrato che a quel tempo le popolazioni originarie raggiungevano le 890.000 persone.

Citando i numeri del governo, Tuxá ha ricordato che il piano generale di vaccinazione contro il Covid-19 presentato lo scorso dicembre dal ministro della Salute, generale Eduardo Pazuello, prevede l’immunizzazione solo di 410.000 di loro, meno della metà: “Che fine faranno gli altri?”

Secondo il giovane leader del popolo indigeno le misure che l’Esecutivo ha preso nel contesto della pandemia già hanno accresciuto la violenta usurpazione delle loro terre e l’inquinamento, a ciò si aggiunge ora che cercano di escludere più di 500.000 indigeni dalla immunizzazione.

Uno studio sierologico condotto dall’Università Federale di Pelotas (stato del Rio Grande do Sul) nel luglio 2020, ha messo in guardia sulla maggiore probabilità di contaminazione del coronavirus SARS-COV-2 tra le popolazioni indigene che vivono nelle città.

Secondo la ricerca, hanno il 6,4% di probabilità in più di essere infettati rispetto alla popolazione bianca, a causa della mancanza di accesso agli alloggi e ai servizi sanitari di base, all’acqua pulita e alle fognature.

 

Fonte: https://www.telesurtv.net/news/indigenas-brasilenos-alertan-excluidos-vacunacion-20210107-0026.html

Foto: https://twitter.com/Survival/status/1194967956909936640/photo/3

Export di armi italiane, segreti e silenzi di Stato

Autore
Giorgio Beretta

Fonte : Fondazione Sereno Regis 

 

Segreto di Stato. È questo il principio che per quasi 50 anni, ha regolato le esportazioni di sistemi militari dell’Italia. Sancito nel Regio decreto n. 1161 dell’11 luglio 1941 – siamo in piena epoca fascista e guerrafondaia – firmato da Mussolini, Ciano, Teruzzi e Grandi, il principio vietava categoricamente la divulgazione di notizie su movimenti, esportazioni e trasferimenti di armi e materiali militari.

Un principio che gli apparati e l’industria militare hanno sempre apprezzato. Anche per questo la legge n. 185 che il 9 luglio del 1990 ha introdotto in Italia «Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento» è sempre risultata indigesta alle aziende militari.

Come noto, il parlamento approvò la legge, dopo due legislature di intenso confronto parlamentare, grazie alla forte mobilitazione della società civile e dell’associazionismo laico e cattolico che promosse la campagna «Contro i mercanti di morte».

La 185/1990 si caratterizza per tre aspetti. Innanzitutto, richiede che le decisioni sulle esportazioni di armamenti siano «conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia» e vengano regolamentate dallo Stato «secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». E su questo punto si dovrebbe aprire un ampio dibattito politico perché il governo non ha mai spiegato al parlamento come le esportazioni di due fregate Fremm e le trattative in corso per esportare all’Egitto 11 miliardi di euro di sistemi militari – facendo dell’Egitto il primo Paese acquirente di armamenti italiani – siano conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia.

In secondo luogo la legge ha introdotto una serie di specifici divieti e un sistema di controlli da parte del governo, prevedendo specifiche procedure di rilascio delle autorizzazioni prima della vendita e modalità di controllo sulla destinazione finale degli armamenti. Infine, richiede al governo di inviare ogni anno al parlamento una Relazione annuale predisposta dal Presidente del Consiglio dei Ministri che comprenda le relazioni dei vari ministeri a cui sono affidate diverse competenze in materia di esportazioni di armamenti.

La legge riporta numerosi divieti ed in particolare due che attengono direttamente la questione delle esportazioni di sistemi militari all’Egitto. Innanzitutto il divieto ad esportare armamenti «verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere».

Ed è proprio a questo articolo che la Rete Italiana Pace e Disarmo ha fatto riferimento per evidenziare che la fornitura delle due fregate militari Fremm all’Egitto è in chiaro contrasto con la norma vigente. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, nella sua risposta al Question Time lo scorso 10 giugno ha infatti affermato che «oltre al vaglio di natura tecnico-giuridica, il governo ha ritenuto di svolgere una valutazione politica, in corso a livello di delegazioni di governo sotto la guida della presidenza del Consiglio dei ministri».

Ai sensi della legge, questa valutazione da parte del governo può essere adottata solo «previo parere delle Camere». Ma in questi mesi – l’annuncio della possibile fornitura delle due Fremm è del febbraio scorso – non risulta alcuna consultazione né parere del parlamento.

Inoltre la legge prevede il divieto ad esportare materiali d’armamento (tutti e non solo le cosiddette «armi leggere» «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Ue o del Consiglio d’Europa».

Nei confronti dell’Egitto, c’è una duplice chiara documentazione. Il Rapporto inviato nel maggio del 2017 dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riporta che in Egitto la tortura è «praticata sistematicamente» ed è «abituale, diffusa e deliberata in un’ampia parte del Paese».

Inoltre la Risoluzione approvata lo scorso 18 dicembre dal Parlamento europeo evidenzia numerose gravi violazioni dei diritti umani in Egitto e che «gli arresti e le detenzioni in corso rientrano in una strategia più generale di intimidazione delle organizzazioni che difendono i diritti umani».

La famiglia Regeni ha annunciato un esposto contro il governo in carica per violazione delle norme delle legge 185/1990. È bene che intervenga la magistratura. Ma è innanzitutto compito del Parlamento richiedere che il governo riferisca alla Camere circa le esportazioni di sistemi militari all’Egitto. Se non vogliamo che il «segreto di Stato» si tramuti nel «silenzio di Stato».


Giorgio Beretta fa parte dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal)


Fonte: il manifesto, EDIZIONE DEL 02.01.2021

BRASILE: RAZZISMO E SFRUTTAMENTO NELLA GRANDE DISTRIBUZIONE

Ringraziamo la Fonte : la bottega del barbieri 

Lo scorso 21 novembre ha fatto scalpore l’uccisione di João Alberto Silveira de Freitas ad opera di uomini della sicurezza privata di Carrefour e della polizia militare a Porto Alegre. Nel più grande paese dell’America latina sono molte le multinazionali della grande distribuzione, degli alimenti, delle bibite e della moda ad essere responsabili di episodi simili.

di David Lifodi

Lo scorso 21 novembre hanno fatto il giro del mondo le immagini delle videocamere di sicurezza di Carrefour che hanno ripreso un uomo del servizio di vigilanza mentre picchiavano, fino ad uccidere, João Alberto Silveira de Freitas, insieme a membri della polizia militare. Il fatto è accaduto in Brasile, a Porto Alegre, a seguito di una presunta lite tra l’uomo e un commesso del supermercato.

L’episodio ha fatto scalpore per tre motivi.

In primo luogo perché situazioni di questo tipo si ripetono spesso nelle favelas e nei quartieri più poveri delle grandi città brasiliane. Gli ultimi dati evidenziano che ogni 23 minuti, in Brasile, viene uccisa una persona di colore.

In secondo luogo, ha sottolineato il giornalista Eric Nepomuceno nel suo articolo Ser negro sul quotidiano argentino Página/12, in Brasile non è la prima volta che Carrefour è coinvolta in casi del genere.

Infine, in terza istanza, la stessa Carrefour, insieme alle altre due grandi catene della grande distribuzione tra le più diffuse in Brasile, Pão de Açúcar e Big-Walmart, vendono frutta raccolta sfruttando i lavoratori più poveri del paese, secondo quanto ha denunciato Oxfam Brasil, evidenziando condizioni di lavoro molto vicine alla schiavitù e particolarmente pericolose soprattutto per via delle sostanze agrotossiche presenti nei campi di raccolta.

Marques Casara, sul quotidiano on line Brasil de Fato, nell’articolo Racismo y muerte en Carrefour son la punta de iceberg que involucra multinacionales ha ripercorso i molteplici episodi di razzismo di cui si sono resi colpevoli i grandi marchi della grande distribuzione organizzata e non solo in Brasile, a partire proprio da Carrefour. Nel 2009 due dipendenti della catena francese, nella città di Osasco (stato di San Paolo), picchiarono un nero, Januário Alves de Santana, pensando che stesse cercando di rubare un’automobile, rivelatasi poi essere di proprietà dello stesso Januário.

E ancora, il 14 agosto 2020, a Recife, sempre in un supermercato Carrefour, la morte di uomo di colore che lavorava per una ditta a cui lo stesso marchio aveva appaltato alcuni lavori fu nascosta dietro una lunga fila di ombrelli aperti affinché il negozio potesse continuare a rimanere aperto.

Se nella sede principale di Carrefour, quella francese, il razzismo non è tollerato, perché in Brasile avviene il contrario? A chiederselo è proprio Marques Casara, giornalista specializzato nell’analizzare l’attenzione dei grandi marchi globali per il rispetto dell’ambiente, dei diritti umani e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Tuttavia, Carrefour non è certo l’unica ad essere responsabile di episodi di questo tipo. L’utilizzo di lavoro schiavo e lavoro minorile, l’invasione di territori indigeni, la violazione dei diritti sindacali e la diffusione degli agrotossici accomunano tutte le grandi transnazionali presenti in Brasile, da Nestlé a Coca Cola, solo per citare alcuni dei marchi più noti.

È per questo che lo scorso 23 novembre, quando l’afrodiscendente João Alberto Silveira de Freitas, un saldatore di 40 anni, è stato ucciso da uomini della vigilanza privata di Carrefour e della polizia militare, centinaia di persone si sono radunate di fronte al supermercato di Porto Alegre per protestare al grido di “Vidas negras importam” e manifestazioni simili sono avvenute anche a Rio de Janeiro e San Paolo, ma il governo, come facilmente immaginabile, ha fatto di tutto per ridimensionare l’episodio e farlo passare sotto silenzio.

João Alberto Silveira de Freitas, bloccato da uno degli uomini della sicurezza, è stato picchiato per circa cinque minuti prima di essere immobilizzato e morire asfissiato.

Da parte sua Carrefour Brasile ha fatto sapere, tramite un comunicato, che si adopererà da ora in poi per combattere i pregiudizi e il razzismo strutturale presente nel paese e il direttore generale Alexandre Bompard, su twitter, ha definito quanto accaduto “un atto orribile” e le immagini delle videocamere di sorveglianza come “insopportabili”.

Spetta alla società civile e in particolare ai consumatori, scegliere cosa comprare e dove, ma gran parte dei grandi marchi, dalla grande distribuzione organizzata agli alimenti, dalla moda alle bibite, difficilmente deciderà di operare in maniera trasparente, equa e rispettando I diritti dei propri dipendenti e delle comunità su cui va ad impattare se l’opinione pubblica non chiamerà a fare “massa critica”.

Il pericoloso virus di autoritarismo e carrierismo nella giustizia che infligge calvari a persone innocenti di Lorenzo Diana

FONTE ARTICOLO21

Da una vita di lotta alla camorra ad indagato innocente, la storia di come un “semplice” indagine avviso di garanzia mi abbia cambiato la vita in un istante ed esposto a cinque anni e mezzo di gogna mediatica.

Solo pochi giorni fa il GIP Marco Giordano, su richiesta del pm Catello Maresca della procura di Napoli, ha archiviato l’ultima delle due indagini aperte sul mio conto.
Quella relativa ad un presunto abuso d’ufficio nella nomina di un avvocato, che, da presidente del CAAN, il Centro Agroalimentare di Napoli (il mercato), avevo dovuto nominare per la difesa nel giudizio contro la società Cesap, appartenente ad un noto camorrista tuttora detenuto.

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Il virus censorio ha attaccato MicroMega. Domani a chi tocca?

Alcuni accadimenti della realtà ti raccontano la verità dei fatti più di tanti nobili convegni di studi. Il perentorio avviso di conclusione della vita editoriale nella casa madre GEDI da parte del direttore della divisione stampa nazionale (con letterina telegrafica) a Paolo Flores d’Arcais è un monito generale. Se da gennaio il glorioso bimestrale sarà costretto ad andare avanti contando quasi esclusivamente sulle sue forze, con i rischi del caso, il messaggio si fa chiaro ed esplicito.

Nella crisi storica dell’editoria, alle prese con l’età digitale e l’immanenza dei robot in redazione, la miopia del capitalismo del settore porta a una selezione darwiniana. Chi è fuori dal coro del mercato mainstream va espulso e non un euro merita di essere investito o speso. Guai, ovviamente, ad aprire una seria riflessione autocritica sugli errori madornali di un mondo che ha supposto di vivere di rendita, senza accorgersi del movimento carsico della rete via via egemonizzata dagli Over The Top. E senza cogliere la portata del futurismo tecnologico. Tra l’altro, il decreto cosiddetto ristori in aula al Senato (con voto di fiducia) è stato inclemente proprio sui temi dell’editoria, dando un ulteriore colpo a corpi già malati. E nubi si addensano pure sugli emendamenti omologhi presentati alla proposta di legge di bilancio ora alla Camera dei deputati.

Torniamo a MicroMega. Si tratta di una testata storica (nata nel 1986), che ha animato con vivacità il dibattito politico e culturale. Lo spazio di ricerca è sempre stato largo e inclusivo, con una fertile miscela tra le culture di sinistra e quelle liberali. Una testata laica e progressista. La rivista ha un tratto distintivo chiaro, figlio e continuatore dello spirito antico e originario immaginato da Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari.

Quell’impostazione politica ed editoriale è andata avanti per tanti anni, con picchi alterni, ma pur sempre legati al ceppo costitutivo. Da quando la famiglia De Benedetti ha lasciato il campo agli Agnelli-Elkann, avendo già indebolito la tensione iniziale, le crepe si sono allargate inghiottendo identità e numerose professionalità non per caso uscite dalle redazioni.

Si è detto del capitalismo dell’informazione, ma le gradazioni e gli stili sono nel frattempo profondamente cambiati. Probabilmente, il famoso avvocato avrebbe chiamato Flores alle sei del mattino, invitandolo alla partita della Juventus per parlargli. Il risultato, magari, non sarebbe cambiato nel lungo periodo, ma la transizione sì. Ragione economica e brutalità non sono la stessa cosa.

Il caso MicroMega è la spia di una tendenza omologante e venata di autoritarismo. I principali gruppi, chi più chi meno, si chiudono secondo le convenienze immediate delle proprietà e l’eresia non è perdonata. Già, il bimestrale che rischia di chiudere è sempre stato eccentrico rispetto alle tifoserie dominanti. Non incline ad assecondare le sinistre storiche, ma severo contro le immoralità e le cialtronerie dei vecchi pentapartiti. Ferocemente polemico con il berlusconismo nelle sue varie forme e nei numerosi complici ed epigoni.

Firme prestigiose, da Camilleri a Tabucchi a Rodotà a Dario Fo e Franca Rame; da don Andrea Gallo a Gustavo Zagrebelsky a Sandra Bonsanti. Insomma, un luogo di riferimento di un rilevante movimento di opinione (il celebrato ceto medio riflessivo), i cui progenitori si possono ritrovare in vari protagonisti del glorioso Partito d’azione. C’è da sperare che vi sia un ripensamento. In ogni caso, niente deve passare nella rassegnazione. Se finisce una storia editoriale è necessario lanciare l’allarme.

Oggi a MicroMega, e domani a chi toccherà? I comitati di redazione di GEDI hanno fatto sentire qualche voce, come pure si è sentita la protesta della Federazione della stampa. Non basta, però. Ciò che accade attorno alla libertà di espressione in Italia non ha le sembianze virulente degli attacchi in corso in numerosi paesi, ma il quadro è preoccupante. Disoccupazione, precariato, ricorso massivo alle querele temerarie, minacce e intimidazioni sono lo sfondo atroce delle chiusure e delle censure. Se, poi, colleghiamo i fili alle sgradevoli sorprese normative, è bene cominciare a urlare. Il silenzio non è d’oro.

L’articolo è tratto da il manifesto del 16 dicembre

L’”istinto di classe” del virus di Marco Revelli

Fonte : Volerelaluna 

Napoli – La mensa dei poveri al Santuario del Carmine

Che il virus, come la sfortuna, non fosse cieco, anzi ci vedesse benissimo – che fosse dotato di una solida coscienza di classe alla rovescia, colpendo molto più duro in basso che in alto -, l’avevamo capito fin dalla prima ondata. Ce lo dicevano le mappe più che non le tabelle dell’Iss, quelle (poche, purtroppo, ma eloquentissime) con la distribuzione dei contagi per quartieri nelle grandi città, con le ZTL (Parioli a Roma, Crocetta e Centro a Torino, Magenta e Sempione a Milano) quasi risparmiate dal morbo e quelle periferiche (l’oltre raccordo anulare, le barriere, l’aldilà del cerchio dei viali) flagellate. Ora lo certifica anche il Censis, rivelando che ne è consapevole il 90,2% degli italiani.

L’epidemia ha scavato voragini negli strati popolari, sia sul piano del bios, nella nuda vita, considerata spesso vita di scarto, comandata al lavoro quando le fasce alte si difendevano col lockdown, costretta a elemosinare un posto sempre più raro in terapia intensiva mentre per gli altri c’era il reparto “Diamante” al San Raffaele; sia sul piano dell’oikos ovvero dell’”economia domestica” dove le misure anti-contagio (certo sacrosante) hanno operato con effetti inversamente proporzionali alla collocazione lungo la piramide sociale: tanto più duramente quanto più fragili erano le figure colpite. Gli occupati con funzioni manuali in settori esposti alla cassa integrazione e ai suoi meccanismi spesso lesionati da ritardi e decurtazioni, che se va bene si sono visti un reddito già risicato ulteriormente ridotto del 20 o 30%. O, più sotto, quelli che stan sospesi in settori industriali già in crisi prima della pandemia (e sono tanti), ora avviati a un “fine vita” lavorativa senza orizzonte. E poi giù giù, fino ai penultimi, i lavoratori marginali, le categorie deboli della manifattura e soprattutto dei servizi, quelli a tempo determinato, delle imprese piccole e piccolissime, che temono ad ogni scadenza la “discesa agli inferi della disoccupazione” (è già toccato a 400.000 di loro). E agli ultimi, i precari, quelli della “gig economy”, del lavoro a giornata (“casuale” lo chiama il Censis), del sommerso e del nero, quelli che, appunto, se non lavorano non mangiano perché non hanno cuscinetti di grasso messi da parte per i tempi difficili per la semplice ragione che non hanno mai vissuto ”tempi facili”. Se va bene ricorreranno al silver welfare offerto da nonni o genitori pensionati, altrimenti saranno soli a contendersi un reddito di cittadinanza benedetto ma avaro (da marzo a settembre 2020 582.485 individui in più vi hanno fatto ricorso, con una crescita del 22,8%, con buona pace dei non pochi oppositori di un istituto troppo spesso liquidato con la retorica “del divano”). Continua a leggere “L’”istinto di classe” del virus di Marco Revelli”

La lotta per la sopravvivenza dei riders di Città del Messico

testo Caterina Morbiato foto Stefano Morrone -tratto da Altreconomia 229

Fonte Americalatina

 

Quando indossa caschetto e borsone termico per lanciarsi nel traffico di Città del Messico, Saúl Gómez ha una parola stampata in mente: guerra. In bicicletta ha distribuito tacos, hamburger e pizze per quasi ognuna delle piattaforme digitali di food delivery che esistono nella capitale messicana. Ha anche assistito colleghi feriti e abbracciato le famiglie di quelli che invece non ce l’hanno fatta. Nel 2018, insieme a una manciata di altri riders, ha fondato Ni Un Repartidor Menos (Non un rider in meno): il primo collettivo messicano di lavoratori di applicazioni. Hanno deciso di organizzarsi dopo la morte di José Manuel Matias Flores, rider di 22 anni investito da un camion dopo aver lavorato per appena tre giorni per la  piattaforma UberEATS.

“Qui prendi la patente senza l’obbligo di fare l’esame di guida, gli automobilisti non sono sanzionati quando uccidono qualcuno e le piste ciclabili vengono fatte senza nessuna pianificazione”, dice Gómez per cui il lavoro di rider non può che coincidere con un atto belligerante: la lotta per la sopravvivenza in una metropoli governata dalle quattro ruote, attraversata da camion con rimorchio e in cui, secondo i dati della Segreteria di sicurezza cittadina, 372 persone hanno perso la vita in incidenti stradali o automobilistici durante il 2019.

In un contesto così aggressivo, una delle prime attività del collettivo è stata la pubblicazione del “Diario di Guerra”, un registro degli incidenti che coinvolgono i fattorini, e la costruzione di un database che raccoglie informazioni utili in caso di incidente: nome del fattorino, codice di registro nell’applicazione, telefono, gruppo sanguigno, allergie o malattie specifiche, contatti di emergenza. Con strumenti limitati ma radicati nel mutualismo, i membri del collettivo suppliscono all’assenza delle imprese e rivendicano il proprio diritto alla sicurezza sul lavoro.

La piattaforma digitale UberEATS è stata la prima ad approdare a Città del Messico. Era il 2016 e da allora la concorrenza non si è fatta aspettare. Nel giro di quattro anni le strade della capitale hanno cambiato volto: borsoni termici arancioni, rossi e neri si sono aggiunti a quelli verdi di UberEATS, simbolo di nuove e agguerrite piattaforme come la colombiana Rappi e la cinese Didi. Il moltiplicarsi delle applicazioni ha significato un aumento dei posti di lavoro ma anche il peggioramento delle condizioni per i riders che hanno visto diminuire sia la quantità di lavoro sia il guadagno per ogni consegna fatta.

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Iran: le autorità stanno preparando una macchina ghigliottina per amputare le dita dei prigionieri.

Le autorità iraniane stanno preparando la loro macchina di tortura per mutilare e traumatizzare ancora una volta deliberatamente le persone attraverso punizioni corporali giudiziarie indicibilmente crudeli, ha dichiarato oggi Amnesty International dopo aver ricevuto informazioni sulle autorità dell’accusa a Urumieh, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale, che si preparano a portare una ghigliottina usata per amputare le dita nella prigione di Urumieh. Fino a sei uomini condannati per rapina e detenuti in prigione corrono il rischio imminente di farsi amputare le dita, pochi giorni dopo che le autorità dell’accusa di Teheran hanno frustato 74 volte un attivista per i diritti dei lavoratori per aver organizzato una protesta pacifica che criticava il ministro del lavoro.

Data:
 3 dicembre 2020
IL TESTO DEL RAPPORTO AMNESTY 

Egitto, Zaki e gli altri: solo nel 2019 quasi 1500 arresti della Procura suprema antiterrorismo

Patrick Zaki, lo studente egiziano arrestato con accuse infondate di propaganda sovversiva di rientro dall’Italia in Egitto lo scorso 7 febbraio, dopo 304 giorni in cella resta in carcere. Dopo la scarcerazione dei tre dirigenti di Eipr, l’ng per i diritti umani con cui collaborava lo stesso Zaki, si sperava che finalmente anche per lui si aprissero le sbarre della prigione di Tora. Così non è stato. Il suo calvario prosegue come quello di migliaia di altri attivisti, oppositori o cittadini dissenzienti, 1470 accusati dalla Procura Suprema antiterrorismo del Cairo solo nel 2019. In Egitto manifestare dissenso significa repressioni. E torture. Fino alla morte.

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Macron vieta gli sguardi sulla polizia francese

Fonte Il Manifestoinrete

La legge sulla «sécurité globale» appena approvata oltralpe punisce chi riprende le violenze poliziesche. Una reazione repressiva delle pratiche dei Gilet gialli e dei giovani delle banlieue che hanno eroso il consenso per le forze dell’ordine

Le piazze francesi tornano a riempirsi mentre si approva il 24 Novembre il progetto di legge sulla «sécurité globale»: un testo fortemente voluto dal governo e dai sindacati di polizia che, tra le altre cose, punisce con una sanzione di 45mila euro e un anno di prigione la diffusione dell’«immagine del viso o di ogni altro elemento di identificazione» di un poliziotto o gendarme in servizio con lo scopo di «attentare alla sua integrità fisica o psichica».

Secondo Gerald Darmanin, Ministro dell’Interno e mandante del progetto di legge, questa limitazione del diritto di informazione è una tutela per le  forze dell’ordine, che riceverebbero costantemente  minacce e ritorsioni. Al di là del fatto che non esistono prove riconosciute e nemmeno cifre ufficiali in proposito e che da un punto di vista giuridico sono già previste sanzioni in materia, è evidente che il bersaglio del provvedimento è la possibilità per i cittadini di denunciare in tempo reale gli abusi polizieschi, una pratica che si è largamente diffusa prima nei quartieri popolari e poi con il movimento dei Gilet Gialli. L’annuncio del progetto prevedeva la necessità di accreditarsi come giornalisti presso la prefettura per poter coprire le manifestazioni. Gli articoli di legge ormai approvati all’Assemblea Nazionale non vietano espressamente di filmare (un emendamento decorativo garantisce il «diritto di informare»), ma attribuiscono agli agenti la facoltà di mettere in stato di fermo (garde à vue) chi filma, sulla base del sospetto che possa diffonderlo non per esercitare un diritto di informazione bensì per istigare a un delitto contro l’agente in questione. Certo sarà il tribunale a giudicare se questo è il caso o meno, ma intanto il fermo è effettivo e svolge una funzione «dissuasiva». Continua a leggere “Macron vieta gli sguardi sulla polizia francese”

Un’arma potenziale uccide oltre 1,5 milioni in tutto il mondo, senza che venga sparato un solo colpo

Fonte Ipsnews 

NAZIONI UNITE, 20 novembre 2020 (IPS) – Le maggiori potenze militari del mondo esercitano il loro dominio principalmente a causa dei loro enormi arsenali di armi, inclusi sofisticati aerei da combattimento, droni, missili balistici, navi da guerra, carri armati, artiglieria pesante e armi nucleari di distruzione di massa (WMD).

Ma l’improvviso aumento della pandemia di coronavirus la scorsa settimana, in particolare negli Stati Uniti e in Europa, ha fatto risorgere la domanda persistente che grida una risposta: la potenza di fuoco travolgente e le armi di distruzione di massa diventeranno obsolete se le armi biologiche, attualmente vietate da una convenzione delle Nazioni Unite, saranno utilizzato nelle guerre in un lontano futuro?

Secondo gli ultimi dati di Cable News Network (CNN), le tristi statistiche della pandemia di coronavirus includono 56,4 milioni di infezioni e 1,5 milioni di morti in tutto il mondo.

A partire dalla scorsa settimana, solo gli Stati Uniti hanno stabilito record: oltre 11,5 milioni di casi di pandemia e oltre 250.500 morti dallo scorso marzo, con più di 193.000 infezioni ogni giorno.

Il New York Times ha citato esperti anonimi che prevedono che gli Stati Uniti presto riferiranno oltre 2.000 morti al giorno e che nei prossimi mesi potrebbero morire da 100.000 a 200.000 americani in più. Una previsione prevedeva un numero di morti negli Stati Uniti di 471.000 entro marzo prossimo, in assenza di un vaccino efficace.

La pandemia ha anche destabilizzato l’economia globale con la povertà e la fame nel mondo che sono salite alle stelle a nuovi massimi. E tutto questo, senza sparare un solo colpo in una guerra di otto mesi contro un virus in diffusione.

La dott.ssa Natalie J. Goldring, ricercatrice senior e professore ordinario a contratto con il programma di studi sulla sicurezza presso la Edmund A. Walsh School of Foreign Service della Georgetown University, ha detto all’IPS che il mondo deve affrontare molteplici crisi “con il potenziale di devastare le nostre comunità, comprese la minaccia del cambiamento climatico e il rischio di una guerra nucleare ”

E il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, ha detto, ha avvertito di un’altra potenziale crisi, ovvero che i terroristi potrebbero usare armi biologiche per produrre risultati disastrosi. Ha sottolineato che questo tipo di utilizzo di armi potrebbe essere ancora più dannoso del COVID-19.

“Se un gruppo terroristico fosse in grado di svolgere i complessi compiti di creazione e utilizzo di armi biologiche, il rilascio intenzionale di un’arma biologica potrebbe essere ancora più mortale di COVID-19”, ha affermato il dottor Goldring, che è anche professore ospite della pratica nel programma Washington DC della Duke University e rappresenta l’Istituto Acronimo presso le Nazioni Unite sulle questioni relative alle armi convenzionali e al commercio di armi.

Ha detto che Guterres sottolinea il punto importante che “dobbiamo concentrarci immediatamente sulla prevenzione di questo tipo di sviluppo. Dobbiamo anche aumentare notevolmente la capacità delle nostre comunità di rispondere alle malattie infettive “.

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Colpi di Stato permanenti di Quentin Hardy

Fonte Terrestres 

Abbiamo tratto questo articolo dalla Rivista Terrestres: riteniamo che le riflessioni contenute nell’articolo ci riguardino …..editor ( traduzione automatica google )

 

Cosa ci sta succedendo politicamente? Soffia un brutto vento e giorni felici non tornano. All’orizzonte, le promesse di autogoverno, di miglioramento della vita quotidiana, di emancipazione dal dominio, di godimento del presente svaniscono nella nebbia. Dopo il tempo dell’indignazione, della rabbia, ecco quello della paura. Ma inevitabilmente tornerà il tempo della rabbia politica.

 

 

Tre eventi significativi si sono verificati recentemente in tre paesi dell’Europa orientale. La Polonia ha votato con urgenza una legge che punisce l’occupazione delle università con 3 anni e una multa di 5.000 euro, attaccando duramente le libertà accademiche. Il potere della polizia in Bielorussia reprime ferocemente una rivolta estremamente popolare nel Paese: in quattro mesi, 24 feriti, 5 mani strappate e 2.500 feriti. In Ucraina, un doppio attacco islamista ha scosso profondamente il Paese; lo shock nell’opinione pubblica è stato seguito da un’offensiva senza precedenti dei media e del governo che ha aperto la strada a misure fasciste. In questi tre paesi, tre decenni di neoliberismo hanno amplificato le disuguaglianze e brutalizzato la società.

Dove sta andando questa parte del continente, a forza di approfondimenti autoritari e misure eccezionali? La valanga di leggi liberticide, le coperture date alla polizia e la circolazione accelerata dei discorsi marziali producono una nuova normalità politica. Come qualificare questo stato sociale e questo regime di esistenza che non sappiamo ancora nominare, se non con quello del liberalismo autoritario1 – un termine che a sua volta può sembrare impotente per spiegare la specificità dell’attuale sequenza politica? L’osservatore onesto deve ammettere questa prova: con questo nuovo irrigidimento, questi paesi si stanno allontanando ulteriormente dallo stato di diritto nell’Europa occidentale e stanno senza dubbio sprofondando nelle società pre-fasciste.

In realtà, queste tre situazioni sono concentrate all’interno di un altro Paese, in forma esagonale e con il motto repubblicano libertà-uguaglianza-fraternità. I fatti riportati si sono verificati tutti nel prossimo passato sul nostro suolo repubblicano2 .

Abbiamo saputo da Montesquieu e dalle sue Lettere persiane (1721) che ciò che più fuorvia il nostro giudizio politico è la falsa familiarità con la nostra condizione e l’abitudine che indebolisce tutto. Interpretando un viaggiatore straniero a Parigi per descrivere la società francese nel XVIII secolo, il filosofo offre uno sguardo distante che porta verità politiche. Rendendo l’ordinario esotico, riuscì a un sottile attacco al sistema monarchico denunciando in particolare la concentrazione dei tre poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) nella persona del re.

VIVERE SOTTO IL TRIPLO DOMINIO

Trecento anni dopo, il regime politico è cambiato così come le principali istituzioni. Ma, sotto il nostro cielo repubblicano, le nostre esistenze rimangono poste sotto una triplice dipendenza macro-strutturale: potere della polizia di stato, potere tecnologico-digitale, potere del capitale.

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Riforme costituzionali tese relazioni governo-legislativo in Cile

Santiago del Cile, 18 nov. (Prensa Latina) La Commissione Costituzionale del Senato del Cile invierà oggi alla plenaria una riforma costituzionale per un secondo ritiro dei fondi pensione che mantiene sempre più tesi i rapporti con il governo.

Il giorno prima quella Commissione, che analizza la proposta già approvata a forte maggioranza alla Camera dei deputati, ha ascoltato il parere di rappresentanti di importanti organizzazioni dei lavoratori che chiedevano che l’iniziativa fosse approvata in tempi brevi e senza “scritte in piccolo”.

Al termine di quella seduta, il senatore socialista Alfonso de Urresti, presidente di quel gruppo, ha detto che questo mercoledì proseguirà il dibattito fino a quando la proposta non sarà completamente spedita, la cui approvazione il governo cerca di impedire con ogni mezzo. Continua a leggere “Riforme costituzionali tese relazioni governo-legislativo in Cile”

BRASILE: DEMOCRAZIA O BARBARIE

Fonte : La Bottega del Barbieri che ringraziamo 

Il 15 novembre nel più grande paese latinoamericano si vota per le municipali. Per le sinistre si tratta di una prova del fuoco: vincere significherebbe mettere un freno al fascismo bolsonarista. In molte città del paese è stato creato un fronte comune tra Partido dos Trabalhadores (Pt) Partido Socialismo e Liberdade (Psol) e partiti comunisti per arginare l’ultradestra

di David Lifodi

In Brasile il 15 novembre si terranno delle elezioni municipali che rappresentano, per le sinistre, la prima occasione per ridimensionare il bolsonarismo. È per questo motivo che intellettuali, docenti universitari, ex ministri sotto Lula e Dilma Rousseff e movimenti sociali hanno lanciato un appello a tutto l’universo progressista brasiliano invitandolo all’unità allo scopo di “cacciare l’ultradestra fascista dal governo”.

Prendendo atto della gestione irresponsabile e sconsiderata dell’emergenza sanitaria, che vede il Brasile tra i paesi più colpiti dal Covid-19, dell’impoverimento di ampi settori del paese dovuto alla crescente disoccupazione, del dilagare del paramilitarismo e dell’oscurantismo religioso (sono diverse centinaia i candidati evangelici in corsa per le municipali, in gran parte nelle file della destra bolsonarista), le forze di sinistra non possono permettersi ulteriori passi falsi: una nuova sconfitta nelle urne spalancherebbe ancora di più le porte alla pericolosa regressione già in corso sul fronte dei diritti civili, sociali e politici.

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Il neoliberismo radicale è nato e morirà in Cile 07.11.2020 – Patricio Zamorano – Pressenza IPA

FONTE PRESSENZA.COM

 

In Bolivia un’ondata di indigeni che sostenevano la candidatura presidenziale di Luis Arce e David Choquehuanca ha sconfitto il principale candidato di destra, Carlos Mesa, per 20 punti, ripristinando la democrazia nel paese, nonostante il fatto che le forze di destra fossero sostenute dagli Stati Uniti e dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Pochi giorni dopo circa l’80% degli elettori cileni ha deciso con un referendum di rifondare la propria nazione con una nuova Costituzione. Questi eventi epocali rappresentano due vittorie gemelle per l’indipendenza latinoamericana, il rifiuto del neoliberismo radicale, il desiderio di riforme socio-economiche e l’insistenza sull’autodeterminazione dal basso.

Nel caso cileno, gli indicatori storici sono ovunque. In Bolivia, un’elezione democratica ha ripristinato il protagonismo politico dei leader indigeni dopo un colpo di Stato che ha cercato di invertire il “processo di cambiamento”. Si è trattato di un evento storico. Il risultato del plebiscito in Cile significa che, per la prima volta nella storia del paese, una Costituzione sarà redatta da rappresentanti eletti direttamente con voto popolare. I 155 delegati costituzionali che saranno eletti entro l’aprile del 2021 dovranno rappresentare l’ampia diversità delle organizzazioni di base, le opinioni politiche, i diritti settoriali e gli interessi legittimi dei gruppi al di là delle élite tradizionali. Domenica 25 ottobre centinaia di migliaia di cileni provenienti da tutte le parti dello spettro politico si sono riuniti nel centro di Santiago intorno all’attuale “Plaza de la Dignidad” (Piazza della Dignità) per festeggiare pacificamente, per tutta la notte, con musica, balli e canti di speranza. Con quasi 7,6 milioni di elettori, è la più grande affluenza alle urne dai tempi del ritorno della democrazia nel 1989.

Gradualmente l’idea di elaborare una nuova Costituzione ha guadagnato terreno tra le migliaia di partecipanti alle proteste spontanee di piazza. I manifestanti hanno subito una brutale repressione da parte della polizia che, tra migliaia di violazioni dei diritti umani, ha accecato centinaia di persone sparando proiettili di gomma.

Decenni di acuto deterioramento delle condizioni di vita nel cosiddetto “miracolo neoliberista dell’America Latina” hanno frantumato il racconto dell’establishment e avviato il processo che si è concretizzato in questo storico 25 ottobre.

Poiché l’origine bolivariana-chavista di questo movimento per riscrivere la Costituzione non piaceva all’establishment politico conservatore, nella versione finale del voto hanno modificato l’espressione “Assemblea Costituente” in “Convenzione Costituzionale”. Non importa. Il Cile, uno degli ultimi baluardi del neoliberismo radicale, ha finalmente risposto a quel desiderio di riforme di vasta portata che ha portato i popoli dell’Ecuador (2007), della Bolivia (2006) e del Venezuela (1999) a riscrivere le loro Costituzioni.

La fine dell’economia neoliberista

L’effetto simbolico e concreto più importante della decisione popolare di domenica è che il neoliberismo radicale è iniziato e finito in Cile, esattamente 40 anni dopo che la Costituzione del 1980 è stata forgiata sotto una dittatura che ha imposto un coprifuoco militare e una repressione diffusa. L’ultra nazionalista Pinochet scelse, ironia della sorte, un’ideologia straniera per inquadrare il suo regno del terrore. A Santiago vennero accolti i Chicago Boys, reclutati dai leader religiosi conservatori che davano il loro sostegno ideologico alla dittatura.

Le teorie di Milton Friedman furono poi applicate in Cile in un esperimento sociale incontrollato imposto dal governo militare: decine di migliaia di cileni furono torturati, scomparvero, vennero gettati nell’Oceano Pacifico con il ventre aperto, esiliati ed espulsi dai posti di governo. In questo contesto sanguinoso, l’ideologia neoliberista dei Chicago Boys venne infusa nella Costituzione, privatizzando aspetti fondamentali della vita dei cileni. Questa Costituzione ha insinuato i principi del profitto e dell’investimento di capitale in settori chiave e sensibili come l’istruzione, la sanità, le pensioni, la regolamentazione del lavoro e altre aree socialmente vitali dell’economia. Il contratto tra lo Stato e la cittadinanza è stato completamente privatizzato.

L’esperimento sociale continuò ad avere un impatto drammatico sulla vita dei cileni anche dopo la fine della dittatura di Pinochet, soprattutto a causa della lunga ombra della Costituzione del 1980. Il suo rigido meccanismo per gli emendamenti e la trappola elettorale creata dagli avvocati di destra e dai costituzionalisti conservatori richiedevano super maggioranze per allontanare il paese dal sistema creato dai Chicago Boys e da Pinochet. Ecco perché anche le cosiddette “amministrazioni socialiste” (Lagos e due mandati della Bachelet) sono state incapaci di realizzare una riforma significativa.

Il voto di domenica scorsa e le massicce proteste di piazza che hanno invaso il paese per diversi anni (gli studenti avevano guidato un’ondata di ampie mobilitazioni prima del 2019) hanno finalmente liberato la nazione da queste pastoie politiche.

 

 

 

Claudia Aranda

Il rifiuto di 40 anni di crudele neoliberismo in Cile non è una sorpresa. L’andamento macroeconomico apparentemente sano del paese non nasconde la realtà di ciò che la popolazione ha sopportato durante la dittatura e fino al presente. Oggi, metà della popolazione sopravvive con meno di 500 dollari al mese. Circa il 70% guadagna meno di 700 dollari.

Come ha riferito il COHA (Council on Hemispheric Affairs) qualche mese fa, circa la metà dei 9 milioni di lavoratori cileni [1] è indebitata [2]. Uno studio del giugno 2017 ha dimostrato che il 31% dei lavoratori indebitati ha un onere finanziario superiore al 40% del suo reddito e il 22% ha un onere finanziario superiore al 50%. Inoltre, il 43% dei debitori ha un reddito mensile inferiore a 500.000 pesos, equivalente a poco meno di 700 dollari secondo i tassi di cambio attuali [3]. È semplicemente impossibile sbarcare il lunario in tutta tranquillità.

I livelli di disuguaglianza di oggi sono difficili da credere. Il Cile è oggi uno degli esempi più drammatici di disuguaglianza sociale ed economica del pianeta:

Tutto porta alla disuguaglianza. Secondo un rapporto del 2019 della CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi), l’1% più ricco dei cileni detiene il 26% della ricchezza della nazione [4] e il Cile è al settimo posto tra i paesi più disuguali del pianeta, come riportato dalla Banca Mondiale nel 2018 [5].

Ora la sfida per i movimenti sociali progressisti in Cile è di assicurarsi che la nuova Convenzione Costituzionale non venga cooptata dai politici conservatori ricchi e dai loro benefattori corporativi. I loro candidati riempiranno i programmi televisivi e le pubblicità sui giornali. L’assemblea dei rappresentanti, che rifonderà il paese scrivendo una nuova Costituzione, deve essere all’altezza delle aspettative di tante generazioni di cileni che hanno cercato di creare un paese che protegga e si prenda cura di tutti i suoi abitanti, invece che di pochi privilegiati.

Il risultato del voto del 25 ottobre avrà senza dubbio deluso le forze favorevoli al mercato nelle Americhe. La “storia di successo” neoliberista non è andata come previsto. Ci vorranno anni perché il paese e la sua popolazione si riprendano dall’esperimento dei Chicago Boys, importato da quella terra lontana, gli Stati Uniti, politiche che nemmeno la più ardente nazione capitalista ha osato applicare in patria.

Speriamo che il Cile cessi presto di essere famoso come una delle nazioni più disuguali e venga riconosciuto come terra di equità, di pari opportunità e anche di pari diritti. Forse il sogno del presidente Salvador Allende, condiviso attraverso un drammatico messaggio radio dal Palazzo della Moneda mentre veniva consumato dalle fiamme dei bombardieri dell’Aeronautica Militare quel fatidico 11 settembre 1973, si avvererà finalmente 40 anni dopo il suo sacrificio: “Hanno il potere, potranno dominarci, ma i processi sociali non possono essere fermati né dal crimine né dalla forza (…) Ho fiducia nel Cile e nel suo destino (…) Molto presto si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore”.

Domenica 25 ottobre 2020, parte di quel sogno è diventata una realtà piena di speranza.

Patricio Zamorano è analista politico, accademico e co-direttore del COHA.

Jill Clark-Gollub e Fred Mills hanno collaborato come redattori di questo articolo.

[Tutte le foto, da Pressenza News Agency, licenza aperta]

Fonti:

[1] Banca Mondiale. https://datos.bancomundial.org/indicator/SL.TLF.TOTL.IN

[2] “Raggi X SBIF del debito in Cile”, https://www.sbif.cl/sbifweb/servlet/Noticia?indice=2.1&idContenido=11889

[3] “Raggi X SBIF del debito in Cile”, https://www.sbif.cl/sbifweb/servlet/Noticia?indice=2.1&idContenido=11889

[4] “Cepal descrive il Cile come un paese disuguale: L’1% concentra il 26,5% della ricchezza”, https://www.cnnchile.com/pais/cepal-describe-a-chile-como-un -país-desigual-un-1-concentra-el-265-de-la-riqueza_20190116 /

5] “Il Cile appare: questi sono i 10 paesi più disuguali del mondo”, https://www.biobiochile.cl/noticias/nacional/chile/2018/07/04/aparece-chile-estos-son-los- 10-paises-mas-desiguales-del-mundo.shtml

Una giornata storica in foto

Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid

Revisione di Anna Polo

COVID-19 e la dipendenza globale dalla manodopera migrante a basso costo

Fonte Opendemocracy.net

La pandemia COVID-19 ha evidenziato la dipendenza strutturale del mondo dalla manodopera sfruttabile.

Randall Hansen
6 ottobre 2020

Nel novembre 2019, un funzionario del governo federale ha visitato la Munk School dell’Università di Toronto e ha chiesto alla sua facoltà di delineare le future minacce globali. Abbiamo parlato di disuguaglianza, fame, cambiamento climatico, servizi igienici e inquinamento da plastica, tra gli altri. Nessuno ha menzionato un microbo; una discussione sulla minaccia dell’immunità agli antibiotici è stata quanto di più vicina abbiamo avuto.

Quattro mesi dopo, tutti in quella stanza erano bloccati. COVID-19 ha colpito il mondo mentre un treno merci colpisce un’auto bloccata a un passaggio a livello. Il virus ha fatto a pezzi il ritmo della nostra vita quotidiana e riconfigurerà le nostre economie e la nostra politica.

Come esattamente lo farà non è chiaro, ma questo è certo: in tutto il mondo, gli standard di vita della classe media dipendono dal lavoro e – durante una pandemia globale – dalla morte di un esercito di lavoratori migranti a buon mercato. Il virus ha messo in luce questa dipendenza, ma non c’è nulla di nuovo al riguardo; è stata una caratteristica fondamentale del capitalismo nazionale e globale almeno dagli anni ’70. E, nonostante tutti i discorsi su un mondo nuovo e più giusto che emergerà dalle ceneri di COVID-19, la dipendenza del mondo dal lavoro a basso costo non sta andando da nessuna parte.

Il virus ha evidenziato la dipendenza strutturale del mondo da manodopera a basso costo e sfruttabile. Continua a leggere “COVID-19 e la dipendenza globale dalla manodopera migrante a basso costo”

Cronache da Berlino. Lo sciopero globale per il clima – 25 settembre 2020 –

Nella mattinata del 25 settembre si è svolta a Berlino la prima manifestazione/sciopero del dopo lockdown contro il cambiamento climatico e per politiche ambientali e di sistema che impediscano i disastri ambientali cui rischiamo già di abituarci.
Alla Porta del Brandeburgo migliaia di ragazzi giovanissimi, più liceali che universitari si sono schierati con ordine distanziati di un metro e mezzo con i loro cartelli , con i volti coperti con mascherine.Gli organizzatori avevano già predisposto con piccoli cerchietti bianchi disegnati sull’asfalto le postazioni di ciascun manifestante…

 

Un severo servizio d’ordine svolto da ragazzine e ragazzini hanno fatto rispettare i distanziamenti tra i partecipanti, inflessibili e determinati a mantenere le promesse alle autorità di garantire una manifestazione senza assembramenti e conforme alle norme anti contagio.Era freddo stamane a Berlino e pioveva ma questa avversità non ha scalfito la determinazione di queste ragazze e ragazzi a fare sentire propria voce,a richiamare l’attenzione rispetto al futuro, al loro futuro, alle loro speranze per una vita che non sia ritmata dal susseguirsi di eventi ambientali catastrofici. C’era anche molta ironia nelle scritte in diversi cartelli….

 

 

Al contempo molte centinaia di ciclisti hanno sfilato per le vie di Berlino su velocipedi, tricicli ad energia solare, i mezzi più fantasiosi che si possa immaginare. Una manifestazione consapevole delle grandi difficoltà per il futuro rispetto ad una battaglia che sarà durissima e al contempo leggera, elegante e gioiosa.

Foto e articolo  di Gino Rubini 

 

 

Le parole di Patrick dal carcere, tra speranza e ansia

Fonte Articolo21

“Sto bene e spero che anche voi stiate bene”. Questa frase, scritta su un foglio tirato via da quello che pare un quaderno di appunti, è stata consegnata il 5 settembre ai familiari di Patrick Zaky dalla direzione della prigione di Tora, in occasione della consegna settimanale di cibo e abiti.
Una frase lapidaria, formale, che ha messo in agitazione la famiglia di Patrick e poi gli amici e tutte le persone che dall’Italia sono mobilitate da febbraio per la sua scarcerazione. C’è da sperare che quel messaggio secco sia stato solo determinato dalla volontà di superare la censura e di continuare a far arrivare all’esterno, in qualche modo, informazioni. Nei giorni precedenti era infatti emerso che molte lettere scritte da Patrick e a Patrick non erano mai giunte a destinazione.
L’impossibilità di comunicare in modo normale e regolare rischia di aggiungere ulteriore ansia a quella che Patrick già deve provare a causa della diffusione della pandemia da Covid-19 nelle prigioni egiziane e dell’incertezza sulla sua condizione giuridica.
Non si sa neanche quando si svolgerà la prossima udienza: in teoria, essendo stati ordinati ulteriori 45 giorni di detenzione preventiva il 12 luglio, avrebbe dovuto tenersi a fine agosto. Ma il 26 luglio c’è stata una udienza non annunciata (una sorta di riesame? una nuova effettiva udienza?) in cui i 45 giorni sono stati confermati, il ché porta a immaginare, pur in una situazione totalmente arbitraria, che la prossima udienza si terrà intorno a metà settembre.
Per mantenere alta l’attenzione e rinnovare la richiesta di libertà,  sabato 12 settembre a Cervia si leverà in volo un aquilone col volto di Patrick, disegnato dall’artista-attivista Gianluca Costantini. L’iniziativa, che si terrà alle 14.30 nell’ambito di “Sprint Kite”, sarà preceduta alle 11 da una conferenza sui diritti umani in Egitto: è promossa da Amnesty International Italia, Festival dei diritti umani e Articolo 21, in collaborazione con l’associazione Cervia Volante e col patrocinio dell’Università di Bologna e del Comune di Cervia

Denuncia contro il presidente in stallo nelle mani di un pubblico ministero; l’approvazione può aumentare la pressione per andare avanti

L’Associazione brasiliana dei giuristi per la democrazia (ABJD) ha ottenuto il sostegno di 223 organizzazioni civili, partiti politici e movimenti sociali in Brasile, nella loro mozione contro il presidente Jair Bolsonaro presso la Corte penale internazionale (ICC).

Martedì scorso (11), il sostegno di queste entità è stato ufficialmente depositato presso il Tribunale, a sostegno delle accuse mosse contro il presidente, che chiedono la sua condanna per crimini contro l’umanità. Tra questi, la mozione menziona  l’esposizione di Bolsonaro di cittadini brasiliani al covid-19 , stimolando il contagio e la proliferazione del virus.

Fino ad ora, l’ICC non ha risposto ufficialmente al deposito dell’ABDJ, registrato il 3 aprile. La richiesta è in fase di stallo nelle mani del procuratore penale internazionale Fatou Bensouda, incaricato di analizzare il caso.

L’avvocato Ricardo Franco Pinto, che ha firmato il documento presentato dall’ABDJ, afferma che il sostegno di queste entità potrebbe fare pressioni sull’accusa per portare il caso in giudizio.

“Aiuta nel senso di una richiesta collettiva, in modo che i pubblici ministeri del tribunale che decidono se avviare o meno le indagini, vedano che non è  solo un’associazione a sostenere la mozione “, dice l’avvocato.

Secondo Franco, alcuni giuristi si rifiutano di ammettere che i crimini commessi da Bolsonaro saranno considerati punibili presso la Corte penale internazionale, un tribunale che per la maggior parte si occupa di crimini di guerra. Tuttavia, sottolinea che con un sostegno rafforzato, è possibile che questa nozione possa essere superata dai pubblici ministeri.

“Questo è un allarme, un grido di aiuto, è una necessità investigativa che viene  richiesta da tutta la società brasiliana , rappresentata da queste entità, che parlano a nome di una vasta schiera di brasiliani, immagino milioni di loro. Questa è la differenza principale, prima avevamo il supporto individuale, ora abbiamo il supporto collettivo ”, dice il giurista.

La mozione

La mozione presentata all’ICC elenca una serie di azioni che il presidente della Repubblica ha  intrapreso e difeso . Tra questi: i pronunciamenti che chiedono la fine dell’isolamento sociale e la riapertura dei servizi non essenziali, la campagna “Il Brasile Can’t Stop”; presenze a raduni politici e sedi commerciali, che hanno stimolato grandi assembramenti della popolazione, nonché un decreto presidenziale che ha consentito la riapertura di chiese e lotterie durante la pandemia.

Creato nel 2002 con il sostegno brasiliano, il Tribunale accusa e giudica esclusivamente individui accusati di promuovere genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e, dal 2018, crimini di aggressione. La CPI ha la giurisdizione per condannare all’interno del territorio brasiliano, visto che il Congresso nazionale ha approvato l’inclusione dello statuto della Corte nel sistema giudiziario del paese.

 

Contattati e contagiati contro volontà

Fonte Unimondo che ringraziamo

Ci sono almeno 110 popolazioni indigene volontariamente isolate in tutto il mondo. La maggior parte di loro vive nel bacino amazzonico, tra Bolivia, Brasile e Perù e da decenni devono far fronte alla deforestazione e alle violenze provocate dal land grabbing e dallo sfruttamento delle risorse presenti nei loro territori, oltre che alla minaccia rappresentata dalle malattie infettive. In particolare in Brasile, dove, come avevamo già ricordato, oltre a sottovalutare il Covid-19 aumentando in tutto lo Stato il rischio di infezione, il presidente Jair Bolsonaro (anch’esso risultato positivo lo scorso mese) ha legittimato l’esproprio dell’Amazzonia limitando notevolmente le competenze e le capacità delle agenzie brasiliane di protezione ambientaleIl risultato è che le popolazioni indigene in Brasile soffrono ancora di più che in passato a causa degli invasori illegali che estraggono l’oro, disboscano le foreste per il legname o bruciano la foresta pluviale per l’allevamento del bestiame e la coltivazione della soia. Per questo lo scorso mese su richiesta dei popoli Yanomami e Ye’kwana, la Commissione per i diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA) chiede ora al governo brasiliano che intervenga con misure adeguate. Continua a leggere “Contattati e contagiati contro volontà”

Brasile: la “grande sceneggiata”

Fonte Pressenza.com 

Con l’operazione militare Chamada de Verde Brasil 2, iniziata l’11 maggio scorso grazie a un decreto del Governo brasiliano guidato dal presidente Jair Bolsonaro,  sono stati messi sotto controllo dell’esercito l’Instituto Brasileiro de Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis(Ibama) e l’Instituto Chico Mendes de Conservação da Biodiversidade(ICMBio). Così, dopo che le agenzie ambientali brasiliane hanno subito con Bolsonaro una drastica riduzione del personale e del budget, con un forte impatto sulle loro operazioni di ispezione, ora perdono anche qualsiasi autonomia di azione nella lotta contro la deforestazione. Ma non solo! Individuato dal Governo come la via più veloce per risolvere i problemi ambientali, l’intervento dell’esercito si è dimostrato inconcludente fin dal primo mese e, nonostante ciò, il suo mandato è stato prorogato fino a fine luglio. L’obiettivo sbandierato da Bolsonaro di “tutelare con la forza” le risorse della foresta amazzonica, fino ad ora, non è stato raggiunto, anzi, al pari dell’emergenza per il Covid-19, per Greenpeace Brasil, “Dopo mesi di governo indifferente alla corrosione degli organismi di ispezione ambientale e al crimine forestale, la reazione di inviare le forze armate in Amazzonia in risposta ai più alti tassi di deforestazione negli ultimi anni sembra essere nient’altro che una grande sceneggiata”.

A metterlo nero su bianco a fine giugno è stato il documento “O desmatamento que o general não viu della ong ambientalista, che ha denunciato comeil Governo del presidente Bolsonaro e il Conselho Nacional da Amazônia, capeggiato dal vice-presidente e generale Hamilton Mourão, ignorino e tollerino sistematicamente la presenza di grandi aree deforestate. Le immagini satellitari a disposizione degli ambientalisti mostrano che tra gennaio e maggio di quest’anno sono comparse nella foresta amazzonica degli Stati di Amazonas, Mato Grosso e Pará nuove enormi radure che si estendono su aree che arrivano fino a 1.700 ettari. Per Greenpeace “Una distruzione che verrebbe facilmente interrotta se l’intelligenza e l’interesse reale del Governo fossero stati utilizzati sin dall’inizio per combattere i crimini ambientali e non per ingrassare i generali”. Con un costo mensile di 60 milioni di real, equivalente a quasi l’80% del bilancio annuale delle ispezioni dell’Ibama, queste operazioni non sono riuscite a contrastare la deforestazione dell’Amazzonia nei mesi precedenti la stagione degli incendi. Secondo Romulo Batista, coordinatore della Campanha Amazônia di Greenpeace Brasil, “con l’inizio della siccità e il fuoco che batte alle porte, il quadro che si sta disegnando non è solo catastrofico per il numero di alberi che cadranno a causa degli incendi, ma anche per il peggioramento della vulnerabilità delle popolazioni dell’Amazzonia verso il Covid -19”.

A quanto pare nel rivelare i risultati dell’azione delle forze armate in Amazzonia, il Governo ha gonfiato i dati dell’operazione militare Chamada de Verde Brasil e secondo un rapporto di Estadão, sono state conteggiate anche le informazioni di una mega operazione effettuata nel Pará un mese prima che i militari fossero inviati nella foresta. Una forzatura notata anche da Wwf-Brasil che denuncia come, “Le prestazioni delle forze armate in Amazzonia sono state classificate dagli ispettori Ibama come goffe, inesperte e persino malvagie”. Così, mentre all’inizio di giugno il generale Mourão aveva detto che a maggio la deforestazione era stata la più bassa degli ultimi anni, in realtà per Greenpeace oggi in Amazzonia si registra anche il livello di allerta sanitaria più alto degli ultimi anni, tanto che “il numero di bambini ricoverati in ospedale per problemi respiratori è raddoppiato nelle aree maggiormente colpite dagli incendi”. Secondo uno studio di Fundação Oswaldo Cruz (Fiocruz), a maggio e giugno 2019, ci sono stati circa 2.500 ricoveri al mese, in circa 100 comuni dell’Amazzonia: “Oggi, gli ospedali nella regione settentrionale sono già pieni. Nella prima settimana di maggio, c’è stato un aumento del 38,8% degli incendi rispetto allo stesso periodo del 2019. In altre parole, questa è un’equazione che ci mette di fronte a un quadro drammatico”, soprattutto perché gli inquinanti generati con i roghi possono percorrere grandi distanze e colpire città lontane da dove è scoppiato l’incendio.

Con queste premesse è difficile pensare che la catastrofe ambientale dovuta agli incendi vista l’anno scorso sarà minore nel 2020. A fine di giugno il Brasile ha segnato l’ennesimo record negativo con il maggior numero di incendi in Amazzonia da 13 anni a questa parte. Secondo l’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais(INPE), nel giugno 2020, in Amazzonia sono stati registrati 2.248 incendi, il numero più alto dal 2007, quando ce ne erano stati 3.517. Rispetto al giugno 2019, rappresenta un aumento del 19,57% ed è del 36% superiore alla media dei 10 anni precedenti con 1.651 incendi. Per Greenpeace “Dopotutto, il contenimento del collasso è nelle mani di un Governo che usa una falsa narrazione per inventare e migliorare le sue azioni per combattere la deforestazione ma che, in pratica, non è assolutamente in grado di combattere la distruzione del più grande bene comune di tutti i brasiliani: l’Amazzonia, e di proteggere la sua gente”. Come ben sappiamo gli incendi contribuiscono contemporaneamente alle crisi climatiche, della biodiversità e della salute che stiamo vivendo a livello mondiale e il Brasile dovrà fare molto di più se vuole fermarle, rafforzando gli organi di controllo, con piani permanenti e obiettivi chiari, e non con operazioni specifiche, costose e inefficienti.  Per Mauricio Voivodic, direttore esecutivo del Wwf-Barsil, “Il Governo può e deve prendere misure immediate, come il permesso di utilizzare il fuoco solo per gli usi tradizionali delle popolazioni autoctone, vietando invece la pratica per altri usi. L’assunzione di nuovi PrevFogo  del Sistema Nacional de Prevenção e Combate aos Incêndios Florestais è poi ancora agli inizi”. A quanto pare l’incapacità di governare della destra brasiliana non si limita alla gestione del Covid-19 e si è trasformata in una tragedia ambientale, sociale ed economica, oltre che sanitaria.

Alessandro Graziadei

Brasile, Covid-19: la nuova normalità del nuovo fascismo

foto Pressenza.com

Fonte : Pressenza.com

Autore Paolo D’Aprile

Lo sterminio deliberato di una comunità, un gruppo etnico, un popolo intero, per azione diretta od omissione di determinate azioni che potrebbero impedirlo, non fa più parte di una nefasta ipotesi, di un timore precoce determinato dalle parole proferite in comizi di piazza: lo sterminio genocida è la realtà che respiriamo ogni giorno. E adesso non più solamente attraverso le frasi mille volte usate durante la campagna elettorale come una promessa per risolvere i mali della nazione; ora quelle frasi sono divenute politica di governo, azione di Stato. L’autoritarismo fascistoide della nuova economia imposto da un mercato onnipresente, ci obbliga a leggere le statistiche e i numeri con la tipica indifferenza di chi ormai ha tutto si è abituato.

I mille morti al giorno… (in realtà 1200, 1300, 1400… ogni giorno, dai primi di maggio fino ad oggi) ormai sono una innocua nota a piè di pagina. E quando si fa menzione al termine “genocidio” non è certamente per banalizzare una parola che fa rabbrividire, ma per dire le cose come stanno veramente.

I documenti parlano chiaro: gli organi dello stesso ministero della salute, tre mesi fa avvisavano il nuovo ministro (il terzo dall’inizio della pandemia, un generale dell’esercito), sulla carenza delle sostanze necessarie alla fabbricazione dei medicinali fondamentali per il trattamento del Covid. E non solo: i documenti avvisavano la mancanza cronica di apparecchi e l’assenza di una logistica distributiva nel territorio nazionale di medicinali e materiali. I documenti arrivano alla stampa che incalza il ministro: “i responsabili della organizzazione sanitaria sono i singoli municipi e i singoli stati, non è il governo federale, né tanto meno il ministero della salute”.

I governatori di Stato implorano il governo affinché liberi quel settanta per cento di fondi destinati alla lotta contro il Covid, ancora immobilizzati nelle maglie burocratiche e che fino ad ora sono serviti per la compra e vendita dei voti parlamentari effettuata da Bolsonaro in modo da garantirsi l’appoggio del mondo politico alle sue azione governative. Niente. I governatori di Stato implorano, i sindaci implorano l’invio di fondi, apparecchi, medicine. Niente. Il ministro dice che non è compito suo. Arrangiatevi.

E così l’assenza di un piano generale, di un protocollo nazionale, di un comitato di crisi, l’insistenza a negare la pandemia, l’abbandono della popolazione alla propria sorte, si trasformano in azione/omissione con la finalità di sterminare fisicamente una popolazione indesiderabile. Se nelle periferie e nelle smisurate favelas urbane, tra la popolazione nera, il Covid ha una letalità tre volte maggiore, se questa popolazione che dipende esclusivamente dal servizio pubblico viene lasciata morire per la mancanza degli strumenti necessari alla cura, possiamo fare nostra la frase di Frei Betto: sì, in Brasile si sta consumando un genocidio. Continua a leggere “Brasile, Covid-19: la nuova normalità del nuovo fascismo”

Brasile. Nuova richiesta di impeachment nei confronti di Bolsonaro di Andrea Mencarelli – * * *

Una nuova richiesta di impeachment che accusa il Presidente Jair Bolsonaro di aver commesso reati di responsabilità è stata inviata questo martedì (14 luglio) al Presidente della Camera dei Deputati, Rodrigo Maia (DEM-RJ). Il documento di 133 pagine è supportato da nomi come il compositore Chico Buarque, lo scrittore Fernando Morais, l’ex calciatore Walter Casagrande, l’economista Bresser-Pereira e padre Júlio Lancellotti.

In un ampio elenco di presunti reati di responsabilità commessi dal presidente, la richiesta di impeachment cita gli attacchi contro la stampa, la presa di mira ideologica delle risorse audiovisive, la cattiva condotta in campo ambientale e il mancato intervento del governo durante l’epidemia di Covid-19.

Le politiche sanitarie sono state gravemente influenzate dalle azioni criminali di Jair Bolsonaro. Oltre alla disarticolazione del Sistema sanitario unificato (SUS), già in fase di attuazione nel primo anno di gestione, la pandemia di Covid-19 ha aperto il disprezzo dell’attuale governo per la tutela della salute della popolazione”, si legge nel testo.

Il documento ha l’adesione delle seguenti organizzazioni politiche, sociali e sindacali: Central Única dos Trabalhadores (CUT), Movimento Negro Unificado (MNU), União Nacional dos Estudantes (UNE), Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (Apib), ISA – Instituto Socioambiental, Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST), Associação Brasileira de Lésbicas, Gays, Bissexuais, Travestis, Transexuais e Intersexos (ABGLT) e Associação Brasileira de Juristas pela Democracia (ABJD).

L’iniziativa prevede la sospensione delle funzioni presidenziali di Bolsonaro e la sua sottoposizione al processo di impeachment, per essere rimosso dall’incarico e perdere il diritto di esercitare le funzioni pubbliche. Di seguito il comunicato sottoscritto da Deborah Duprat, Iago Montalvão, João Pedro Stedile, Mauro Menezes e Sérgio Nobre, pubblicato dal Folha de Sao Paulo.

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Dal suo insediamento, il Presidente della Repubblica Jair Bolsonaro ha praticato successivi e gravi affronti al testo della Costituzione federale. Oltre a commettere trasgressioni di natura istituzionale, a mettere in pericolo la democrazia, la buona convivenza tra i poteri e l’armonia della Federazione, Bolsonaro agisce anche contro l’integrità dei diritti individuali e sociali. Il suo governo sponsorizza la demolizione della credibilità internazionale del Paese e nega le condizioni minime per garantire la sovranità nazionale.

Tutto ciò configura la sua incidenza in diversi reati di responsabilità, previsti dalla legge, che ci ha portato a presentare alla Camera dei Rappresentanti, martedì 14 luglio 2020, la richiesta popolare di impeachment presidenziale. La petizione è firmata da centinaia di organizzazioni della società civile, sindacati e movimenti popolari.

La petizione che abbiamo firmato porta la rappresentatività delle forze popolari impegnate nelle numerose lotte sociali del nostro Paese e si aggiunge ad altre già presentate dopo l’insediamento di Bolsonaro.

Il ripetersi di queste richieste coincide, non a caso, con la pandemia di Covid-19 nel Paese. Sotto la guida sbagliata e irresponsabile dell’attuale presidente, il governo federale ha disprezzato le conoscenze scientifiche e sabotato gli sforzi della società e delle autorità di altre sfere di governo per combattere la pandemia. Questo quadro di negligenza e di disorganizzazione amministrativa ha seriamente danneggiato le azioni per combattere la più grave crisi sanitaria della nostra storia.

La responsabilità personale di Jair Bolsonaro negli oltre 1,8 milioni di casi e 70.000 morti di Covid-19 registrati finora nel paese è indiscutibile. Questo da solo è motivo sufficiente perché il Congresso nazionale assuma il suo dovere costituzionale e, in nome della difesa della vita del popolo brasiliano, interrompa il mandato di Bolsonaro.

Tuttavia, il repertorio dei reati di responsabilità sta crescendo praticamente in tutti i settori del governo federale.

Le agenzie ambientali, sotto gli ordini del presidente, sono ora dirette con l’obiettivo dichiarato di indebolire le ispezioni e di sostenere la distruzione e i crimini ambientali. I programmi di sostegno alla produzione dell’agricoltura familiare e la promozione di un’equa distribuzione della terra nel paese sono stati completamente svuotati. Il governo agisce per legalizzare l’occupazione irregolare di terreni pubblici (“land grabbing”), e ha anche proposto un provvedimento provvisorio a tal fine.

La popolazione indigena e i popoli e le comunità tradizionali, che hanno fatto riconoscere i loro diritti storici nella Costituzione, sono oggetto di odiose persecuzioni e ostilità, proprio da parte degli organismi che dovrebbero garantirne la protezione. La promozione dell’uguaglianza razziale è stata sostituita dalla negazione del razzismo, accompagnata da un aumento della violenza contro la popolazione nera, praticata principalmente dalle forze di Stato.

Il prestigio laico della politica estera brasiliana, zelante per la cooperazione e la promozione della pace tra le nazioni, è stato sprecato di fronte alla vergognosa subordinazione agli interessi degli Stati Uniti e all’ingiustificabile aggressività contro le nazioni vicine e storicamente amiche. Non esiste un progetto per lo sviluppo dell’istruzione e i ministri si succedono tra incompetenza amministrativa e disordini ideologici.

La politica culturale viene assurdamente erosa e il patrimonio culturale e storico nazionale è minacciato dal taglio delle risorse e dalla sostituzione del personale tecnico con indicazioni politiche. La libertà di espressione e di stampa è vittima di attacchi quotidiani, mentre il presidente usa le risorse del governo a beneficio dei suoi alleati nella comunicazione e nei media.

Il deterioramento dei diritti dei lavoratori è sorprendente. La politica di valorizzazione del salario minimo, in vigore da circa quindici anni, è stata chiusa ed il Ministero del Lavoro è stato rimosso. L’ispezione delle condizioni degradanti e opprimenti per i lavoratori lotta per sopravvivere, di fronte ai ripetuti attacchi del governo per indebolirlo.

Questi crimini di responsabilità massimizzano la tragica condotta della politica macroeconomica brasiliana, che ha prodotto il fomento della disuguaglianza, della miseria e della contrazione dell’economia nazionale. Il Presidente della Repubblica è in gran parte responsabile della profondità della crisi sanitaria ed economica in cui il Paese è immerso.

Tutto ciò ci porta alla logica conclusione che il Brasile non troverà una via d’uscita da questa situazione con la continuità del governo di un presidente incapace di onorare il giuramento di rispetto della Costituzione. Il processo di impeachment fornisce l’indispensabile regolamento dei conti di fronte a questa dura realtà. I reati di responsabilità sono chiaramente evidenti. E la denuncia sostenuta dai movimenti sociali e popolari segnala che la pazienza del popolo brasiliano si è esaurita.

Mauro de Azevedo Menezes, avvocato, ex presidente della Commissione Etica Pubblica della Presidenza della Repubblica (2016-2018) e Master in Diritto Pubblico dell’UFPE e membro deel’Associazione brasiliana dei giuristi per la democrazia

Deborah Duprat, Vice Procuratore Generale della Repubblica in pensione

Iago Montalvão, Presidente dell’UNE (Unione Nazionale Studenti)

João Pedro Stédile, membro del coordinamento nazionale del MST (Movimento dei lavoratori rurali senza terra)

Sérgio Nobre, Presidente della CUT (Central Única dos Trabalhadores)

Ignoranze pericolose

il riposo del mimo

Per le vie di Berlino – Photostreet – foto di gierre 

 

di Franco DiGiangirolamo 

Non c’è dubbio che i decessi (di o da) Covid sono un argomento che si tratta malvolentieri. Se mi soffermo è perchè le conclusioni della Commissione Regionale Lombarda sul caso Trivulzio, il frasario che ha imperversato sui social e le tesi del capo della AfD,partito di destra con non pochi deputati nel Bundestag, hanno provocato un cortocircuito nei miei pochi neuroni funzionanti, al punto che “se non mi sfogo in qualche modo, scoppio“.
L’affermazione della Commissione secondo la quale il coronavirus avrebbe accelerato per alcuni pazienti processi degenerativi già in stato avanzato, ancorchè basata su una verità incontestabile, la classificherei tra le scoperte inutili che, tuttavia, se vengono strombazzate con la delicatezza di un rinoceronte, alludono ad una deresponsabilizzazione del virus nei confronti di una persona che era già incamminata verso “l’al di là.“. Non so se si voleva manifestare un intento “consolatorio“, ma sono convinto che l’affermazione, oltre che inutile, nella sua ridondanza si è manifestata, purtroppo, anche dannosa.Vorrei
annoverare questo caso, mettendolo da parte, nel quadro del modello comunicativo sulla crisi pandemica che i posteri avranno modo di valutare freddamente e che io trovo (ma guai a dirlo !!) uno dei punti più critici della gestione politica italiana della Pandemia.

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Aria di tempesta – di Gianni Giovannelli

Autore Gianni Giovanelli che ringraziamo

Fonte Effimera

Per questo bisognerebbe anzitutto

che le masse  europee

decidessero di svegliarsi,

si scuotessero il cervello e cessassero

di giocare al gioco irresponsabile

della bella addormentata nel bosco.

Frantz Fanon, I dannati della terra

(Traduzione di Carlo Cignetti, Einaudi, 1962, p. 85)

 

Accadono strane cose, contraddittorie e difficili da ricondurre all’interno di un disegno politico unitario, di un progetto complessivo capace di riunire l’intera compagine che detiene il potere. Certamente tuttavia, e sul punto non ci possono essere dubbi, siamo alla vigilia di un mutamento. La transizione era gia iniziata, con l’ingresso impetuoso della comunicazione informatica e la profonda modifica del tradizionale rapporto di forza che caratterizzava lo scontro di classe. La sempre più rapida diffusione della condizione precaria e il susseguirsi di crisi finanziarie, già negli anni scorsi, hanno poi reso visibile l’inadeguatezza delle strutture di gestione governativa, di controllo sociale nel territorio, di organizzazione produttiva, dei movimenti migratori. Dopo il crollo della vecchia Unione Sovietica il comunismo cinese è rimasto autoritario, ma si è sviluppato in una nuova forma di capitalismo ibrido, finanziario, manageriale, con un ramificato controllo statale di ogni comunità e di ogni territorio; altri paesi di minore dimensione hanno percorso strade analoghe. Nelle democrazie liberali del cosiddetto Occidente  sono comparsi movimenti reazionari, nazionalsovranisti, non di rado apertamente razzisti, con un notevole consenso elettorale che ha consentito il loro ingresso al governo; Trump negli Stati Uniti, Orban in Ungheria e Kaczynski in Polonia hanno vinto grazie al voto popolare ottenuto mescolando i sussidi alla xenofobia prepotente. In Asia, Africa e America Latina dittature, esperimenti fragili di socialdemocrazia, guerre, neocolonialismo feroce compongono nel loro insieme un variegato mosaico, mobile e senza coerenza. Nel gran disordine mondiale i progetti di un nuovo ordine erano davvero tanti, nascevano e morivano in breve volger di tempo, senza quasi lasciar traccia del loro effimero esistere.

 

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Quando le decisioni sul lavoro vengono prese dalla macchina

FONTE CONTRETEMPS.EU

Tuttavia, nonostante l’ondata di Trump, nessun segnale viene registrato sul lato aziendale, il che mostrerebbe una diminuzione dell’outsourcing della produzione verso paesi con bassi costi del lavoro. Al contrario, l’aumento delle competenze delle aziende in questi paesi consente loro di migliorare la propria offerta di servizi verso prodotti di fascia alta. D’altra parte, l’automazione influisce su tutte le attività, ma su lavori specializzati più fortemente intermedi. Questi sono caratterizzati da un lavoro di routine che coinvolge compiti intellettuali e manuali, eseguiti secondo un insieme esplicito di regole: industria manifatturiera (dagli elettrodomestici alle automobili) e attività di servizio (contatore, consulente clienti). Questa esternalizzazione e automazione sono le due principali cause identificate come che portano alla polarizzazione dei lavori che sembra preoccupare così tanto il FMI e l’OCSE. Questi fenomeni sono stati identificati in molti paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti[3] , Germania [4] e Francia [5] .

La polarizzazione dei posti di lavoro e i crescenti fenomeni che la accompagnano, come la flessibilità e la precarietà, in particolare attraverso lo sviluppo del subappalto di attività dalle più grandi aziende alle più piccole, portano a ciò che David Weil designa con il termine di luoghi di lavoro fessurati [6]  : un luogo in cui la diversità dello status dei lavoratori, una concorrenza sfrenata organizzata tra loro o tra i subappaltatori minano i salari, le condizioni di lavoro e la solidarietà. Phoebe Moore era particolarmente interessata all’influenza della digitalizzazione ( digitalizzazione) attività come strumento che accompagna (e consente in larga misura) questa destrutturazione del lavoro umano per profitti sempre maggiori per le aziende che avviano catene di valore con in cambio attività più vincolate e meno remunerate per la maggioranza dei lavoratori [7 ] .

Questo articolo fa parte di questa logica. Usando esempi concreti tratti dagli eventi attuali degli ultimi due anni, mostra la crescente tentazione che alcune persone sentono di considerare il lavoratore come un sostituto dell’automa: che è virtuale quando è è un algoritmo o nella forma molto reale di un robot nel settore.

 

Tanto lavoro umano il cui merito va all’algoritmo

Nel frattempo i robot. Indagando sul lavoro a click [8] , Antonio Casilli ha dimostrato quanto l’apprendimento, ma anche il funzionamento quotidiano dell’intelligenza artificiale, dipenda ancora dagli umani. Spesso il lavoro ripetitivo e poco remunerato, la mancanza di protezione sociale, l’isolamento professionale, lo status di lavoratore autonomo di questi lavoratori a scatto contribuisce a minare le basi della regolamentazione dell’organizzazione del lavoro attuata dalla fine del XIX secolo grazie le lotte dei lavoratori e quelle dei sistemi di protezione sociale.

Analogamente, negli ultimi anni è stato osservato che lo sviluppo di tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) in forme sempre più avanzate può avere l’effetto di degradare significativamente le condizioni di lavoro e aumentare i rischi. professionisti, mentre l’automazione sotto controllo sociale potrebbe avere risultati opposti: riduzione delle difficoltà fisiche e intellettuali, riduzione dell’orario di lavoro, ecc.

La cosa più sorprendente in questo caso è che sembra accadere in una relativa indifferenza del corpo sociale (a parte alcune lotte dei lavoratori), come se la presenza di software, algoritmo, automa eliminasse le abitudini datore di lavoro delle sue responsabilità in termini di salute e sicurezza sul lavoro e anestetizzato la risposta della società, anche degli Stati e degli organi competenti in materia di regolamentazione e controllo del lavoro e delle sue condizioni. Certo, i sindacati organizzano la risposta, ma sembra avere meno peso (o anche meno legittimità) che se si trattasse di aziende convenzionali e non di imprese dell’economia digitale.

La situazione è tanto più impegnativa in quanto la porosità sta aumentando di giorno in giorno tra le cosiddette compagnie classiche e quelle dell’economia dei concerti , i metodi di lavoro di questi ultimi percorrono sempre più verso i primi, in un momento in cui si stanno formando alleanze. , dove vengono organizzati i buyout e vengono create filiali comuni. Cosa sta succedendo allora? Come è cambiata la situazione negli ultimi anni che giustificherebbe prestare meno attenzione alla persona umana? Continua a leggere “Quando le decisioni sul lavoro vengono prese dalla macchina”

Viveiros De Castro: in Brasile sta avvenendo un genocidio

Mentre il Brasile sta diventando uno dei principali epicentri della pandemia Covid-19, l’antropologo Eduardo Viveiros De Castro lancia un grido d’allarme sugli effetti devastanti della politica del presidente Jair Bolsonaro. E ci parla di come la pandemia ci renda tutti “indigeni”, espropriati delle nostre terre e dei nostri corpi.

Mentre traducevamo questa importante intervista all’antropologo brasiliano Eduardo Viveiros de Castro, una nuova sorprendente notizia è arrivata dal Brasile. L’entourage del presidente Bolsonaro è coinvolto in una nuova inchiesta, con un’accusa senza precedenti : quella di aver costituito un’organizzazione finalizzata alla sistematica falsificazione delle notizie. Ci sembra che le pagine che seguono possano essere molto importanti per comprendere il contesto nel quale queste accuse emergono e lo scontro istituzionale oggi in atto in Brasile. Al di là di questo aspetto, di grande interesse è anche l’interpretazione più generale della crisi del Covid-19 proposta da Viveiros de Castro. Un paese complesso come il Brasile incarna infatti con molta facilità tendenze che sono oggi assolutamente globali, soprattutto per quello che riguarda la gestione della crisi da parte dell’estrema destra mondiale e la sua connessione con lo scenario dell’Antropocene [ndt]

 

Lei è confinato da due mesi in campagna, nei dintorni di Rio de Janeiro, dove insegna abitualmente all’Università federale. Qual è la situazione in Brasile?

Eduardo Viveiros de Castro: La situazione è catastrofica e peggiora di giorno in giorno. Toccato più tardi degli altri, il Brasile sta diventando l’epicentro della pandemia.  Ufficialmente, ci sarebbero a oggi 250.000 contagi e 17.000 decessi (al 19/5, ndt), Ma, secondo vari studi indipendenti, i contagi sarebbero da 2 a 3,5 milioni, uno dei tassi di contagio più elevati al mondo, e il numero delle vittime potrebbe elevarsi a circa 200.000 nel giro di qualche mese. Tuttavia, il Presidente della Repubblica insiste nel suo atteggiamento negazionista, opponendosi alle misure di distanziamento fisico e lockdown  decise dai sindaci e dai governatori degli Stati e incitando i suoi sostenitori a metterle in questione. Tutto ciò mentre il personale della sanità lotta eroicamente  contro l’epidemia. La situazione è davvero spaventosa.

 

Ciò che sta accadendo in Brasile – e lo dico cosciente del peso di queste parole – è un genocidio: un genocidio per negligenza o incompetenza nel caso di alcuni funzionari, un genocidio invece deliberato nel caso di altri.

 

Questo perché il governo di Bolsonaro sarebbe ben contento di potersi sbarazzare non solo degli indigeni – che resistono ai suoi progetti di sfruttamento dell’Amazzonia – ma anche di una parte della popolazione povera, quella che non avrà più accesso alle cure quando il sistema di salute sarà saturo. L’epidemia è destinata ad avere lo stesso effetto di una pulizia etnica per coloro che dipendono dell’assistenza pubblica. È terribile da dire, ma in Brasile, lo Stato è un alleato della pandemia. Senza contare la crisi economica, con la nostra moneta, il Real, in caduta libera. Ci troviamo in una perfect storm: una pandemia, una crisi economica mondiale, dei dirigenti politici mostruosi!

 

Gianluigi Gurgigno, Rio de Janerio, elezioni ottobre 2018

 

I ministri della Sanità sono stati licenziati o hanno dato le dimissioni. E il presidente Jair Bolsonaro è arrivato perfino a dire che siamo davanti a un «complotto internazionale per utilizzare la pandemia e instaurare il comunismo»…

Se almeno potessimo riderci su, ma non abbiamo nemmeno questa possibilità, tanto la situazione è tragica. Bolsonaro è un uomo sull’orlo della psicopatia, un pericolo pubblico. Basta guardare il suo mentore, l’ideologo Olavo de Carvalho, un astrologo-filosofo intriso di anticomunismo delirante che vive negli Stati Uniti, in Virginia, da dove lancia affermazioni pazzesche a milioni di followers su YouTube. Questo è il nuovo Rasputin del Brasile! Continua a leggere “Viveiros De Castro: in Brasile sta avvenendo un genocidio”

Brasile da Lula a Bolsonaro: quando la paura ha superato la speranza?

FONTE : CONTRETEMPS.EU

Leggi offline:

L’attuale situazione in Brasile è sia catastrofica a livello sociopolitico sia disastrosa a livello sanitario ed epidemiologico. Dallo scorso 20 maggio, questo paese-continente di 210 milioni di abitanti ha concentrato più della metà dei decessi del Covid-19 in America Latina (con oltre 20.000 morti). Questo, mentre l’affascinante e militaristico potere di Jair Bolsonaro continua a respingere apparentemente qualsiasi piano per combattere la pandemia a livello federale, riaffermando il suo orientamento ultra-liberale a livello economico e reazionario a livello politico.

Come ci siamo arrivati ​​dopo 15 anni di governo del partito dei lavoratori? Il ricercatore Fabio Luis Barbosa dos Santos, professore all’Università Federale di San Paolo e autore di “La  paura ha superato la speranza. Il Brasile da Lula a Bolsonaro ”  (Syllepse, 2020), ci offre una lettura critica della storia recente del suo paese.

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Nel 2002, la vittoria di Lula alle elezioni presidenziali brasiliane aveva suscitato speranze di cambiamento sociale in America Latina e oltre. Nato alla fine della dittatura militare (1964-1985), il Partito dei Lavoratori (PT) si consolidò negli anni ’80 prendendo parte alla lotta per la democratizzazione e poi portando resistenza al neoliberismo durante il decennio Il prossimo. Mentre saliva al potere, il PT iniziò ad adottare un discorso e una pratica di riconciliazione di classe. Durante un decennio di forte crescita economica, il partito è riuscito a pacificare il paese e vincere altre tre elezioni presidenziali. Tuttavia, nel 2016, il secondo mandato di Rousseff è stato interrotto da un controverso processo di licenziamento e due anni dopo Lula è stata incarcerata.[1] .

Questo testo affronta questo riorientamento della politica brasiliana in relazione allo spostamento del centro di gravità della politica verso destra, che si osserva su scala internazionale. La mia ipotesi principale è che stiamo assistendo a una trasformazione del quadro alla base della riproduzione del capitale in Brasile. Questo cambiamento può essere riassunto da due idee: c’è stato uno spostamento dal “neoliberismo inclusivo” alla espropriazione sociale e dalla riconciliazione al confronto di classe.

Questo cambiamento in primo luogo minaccia le istituzioni associate alla Costituzione del 1988 (soprannominata “Costituzione dei cittadini”), considerata la pietra angolare della cosiddetta Nuova Repubblica, che è succeduta per 25 anni di dittatura. Da una prospettiva più ampia, il Brasile avanza verso quello che Christian Laval ha definito un “nuovo neoliberismo”, in cui si aggravano le contraddizioni tra capitalismo e democrazia. Il nuovo neoliberismo impone la violenza economica attraverso un impopolare programma sociale ed economico, nonché la violenza politica, perché ha abbandonato il suo contenuto democratico liberale (Laval: 2018).

Da un punto di vista politico, questo cambiamento è evidenziato dalla rotta del PT (tra il licenziamento di Roussef nel 2016 e l’arresto di Lula nel 2018) e l’elezione di Bolsonaro. Analizzerò questo processo in tre fasi: la caduta del PT; l’elezione di Bolsonaro e il progetto del nuovo governo. Concluderò evidenziando la logica perversa all’opera nella gestione della pandemia da parte del Presidente.

 

Come spiegare la caduta del Partito dei Lavoratori (PT)?

Le amministrazioni del PT hanno fatto affidamento sulla conciliazione di classe per riformare il capitalismo brasiliano. Questa strategia era ragionevole: data l’importanza delle disuguaglianze che caratterizzano il paese, si può fare molto per combatterli senza affrontare le strutture che li perpetuano. Il programma Fame Zero, la cui guida è stata affidata a un fratello cattolico, illustra questo approccio: dopo tutto, chi si opporrebbe alla fine della fame?

In questo contesto, il “modo lulista di regolare i conflitti sociali” combina due dimensioni. Da un lato, i più poveri hanno fatto progressi modesti grazie all’estensione delle politiche di trasferimento di denaro e ad una leggera variazione del salario minimo. D’altra parte, le banche e il capitale internazionale sono stati in grado di continuare a gestire il paese come una merce e di ricevere gli utili che di solito sono collegati ad esso. Questo doppio movimento ha permesso di pacificare relativamente il Paese per oltre un decennio.

Secondo Braga, l’egemonia di Lulist si basava sull’articolazione di due forme distinte ma complementari di consenso. Se il governo era soddisfatto del consenso passivo delle classi inferiori, lavorava per cooptare le burocrazie sindacali, i leader dei movimenti sociali e alcuni settori intellettuali al fine di creare le basi per il consenso attivo al lulismo. Quest’ultimo tipo di consenso era inteso a difendere la presenza della parte nell’apparato statale (Braga; Santos: 2019).

La rottura del consenso passivo al Patto di Lulist è diventata evidente dalle manifestazioni di giugno 2013 che hanno costituito il più grande ciclo di mobilitazioni popolari dalla fine della dittatura nel 1985.

Per farla breve: il PT è emerso in politica negli anni ’80 portando le persone in strada. Poi è salito al potere nei decenni successivi ponendo fine alla protesta di strada. Le dimostrazioni di giugno hanno mostrato che il partito non aveva più il potere di mobilitare la popolazione o di calmarla. Il suo ruolo è stato quindi ampiamente messo in discussione.

Giugno 2013 ha aperto una nuova congiuntura politica, segnata dall’esaurimento del modo lulista di regolare i conflitti sociali. Negli anni seguenti, gli scandali di corruzione messi in scena dai media mainstream sono stati aggiunti a una crisi economica che si è trasformata in una recessione dal 2015. Il campo di applicazione della riconciliazione di classe è stato ridotto e il la pressione per aggiornare il regime di accumulo è aumentata.

PT versione comprensivo di neoliberismo ha dato modo di deprivazione sociale, mentre nell’era della conciliazione è stato sostituito da guerra ‘s classi. Sebbene avviata dal governo Rousseff, questa inflessione fu consumata dal suo licenziamento e approfondita con la prigionia di Lula e l’elezione di Bolsonaro.

Visto attraverso questo prisma, il licenziamento di Rousseff nel 2016 fa parte della crisi nel cosiddetto modo “lulista” di regolare i conflitti sociali, così come l’arresto di Lula. Poiché la strategia della classe dominante si spostava a destra, la gestione proposta dal PT non era più utile per loro.

In sintesi, le recenti tendenze della politica brasiliana non dovrebbero essere viste come una svolta radicale di 180 gradi, ma piuttosto come una metastasi delle amministrazioni PT. Una metastasi nel senso che gli interessi anti-popolari che sembravano contenuti ma che non erano mai stati affrontati sotto il PT possono ora svilupparsi senza ostacoli: agro-industria, finanza, società mediatiche, neopentecostalismo, esercito e così via proprio adesso. Dal breve governo di Temer (il vicepresidente di Rousseff), i professionisti corrotti che hanno assicurato la governabilità del PT hanno smesso di svolgere il ruolo di comparse e hanno ripreso il controllo dello stato. In breve, l’esaurimento del lulismo ha indebolito le mediazioni tra i disegni predatori della borghesia brasiliana e i diritti e le aspirazioni dei lavoratori.

Il governo anti-popolare e impopolare di Temer (2016-2018) deve essere compreso in questo contesto, come nel caso dell’elezione di Bolsonaro. Tuttavia, al di là del lulismo e del bolsonarismo, questa tendenza verso un nuovo neoliberismo minaccia la stessa Nuova Repubblica. Ciò è stato evidente nelle elezioni presidenziali del 2018.

 

Le elezioni presidenziali del 2018

Per la classe dirigente, l’economia non è stata una questione centrale nelle ultime elezioni. Il vincitore affronterebbe i problemi del neoliberismo con più neoliberismo, sia per via utopica di un “neoliberalismo inclusivo” predicato dal PT, sia per l’ultraneoliberalismo dei Tucani (storici oppositori del PT) o di Bolsonaro.

Ciò che era in gioco per questa classe era la forma politica che avrebbe preso la gestione della crisi brasiliana. In altre parole, il volto dell’accordo istituzionale, giuridico e culturale che avrebbe sostituito la Nuova Repubblica, ora definitivamente condannato. Sono stati proposti due modi per gestire la colossale crisi brasiliana: il PT ha offerto l’ordine attraverso i negoziati, mentre Bolsonaro ha promesso l’ordine attraverso la violenza.

Dato che nessuno dei tre candidati che rappresentavano chiaramente il capitale si era qualificato per il secondo turno [2] , è emersa quindi la questione di quale percorso potesse servire al meglio i suoi interessi.

Se il PT vincesse, sarebbe difficile governare. Come convincere coloro che hanno chiesto il licenziamento e la reclusione di Lula ad accettare che tutto ciò conduca all’elezione di Haddad (il candidato che ha sostituito Lula)?

Con la vittoria di Bolsonaro, il problema sorge per i governati. La sua base tra i potenti è fragile; il suo livello di rifiuto è alto e il suo personaggio imprevedibile. Chi potrebbe domare il domatore?

Il PT e Bolsonaro furono visti come risposte provvisorie e necessariamente instabili da una classe dirigente in riorganizzazione.

Tuttavia, la classe dirigente scelse di sostenere Bolsonaro perché la fine della nuova Repubblica compromise anche i Tucani. Tuttavia, l’ideale per la classe dirigente è il bolsonarismo senza Bolsonaro. In Francia, Marine le Pen si lamenta di coloro che si sono incontrati per sconfiggerla al secondo turno, perché alla fine il funzionario eletto implementa la sua politica ma senza vantarsi. Sotto la polvere delle elezioni, la classe dirigente brasiliana sta cercando il suo Macron.

Tra il crollo del lulismo, iniziato durante la ribellione di giugno 2013, e un bolsonarismo presentabile in preparazione, la classe dirigente si riorganizzò, provocando la dispersione dei candidati. Come nel 1989, quando nacque la Nuova Repubblica, la classe dominante cercò la sua strada, ma questa volta per seppellirla [3] .

Tuttavia, il futuro sotto Bolsonaro è imprevedibile. Molti lo hanno sostenuto per sbarazzarsi del PT, ma nessuno sa chi libererà il Brasile da Bolsonaro. In Cile, i democratici cristiani hanno appoggiato il colpo di stato nel 1973 per tornare al potere. Di certo non si aspettavano di dover aspettare 17 anni perché ciò accadesse realmente.

Bolsonaro aveva le sue idee: fondare una dinastia con i suoi tre figli che entrarono in politica, sostenuti dai militari e dalla polizia. Deve quindi sostituire il supporto effimero che ha sui social network con una base che gli è letteralmente fedele. Per questo intende fare affidamento sugli evangelisti, presto più numerosi dei cattolici nel paese.

Non c’è nulla di nuovo nell’appartenenza di quelli sopra a Bolsonaro. Sebbene brutale e volgare, la violenza che incarna è soprattutto violenza di classe. Il dramma è l’adesione delle classi inferiori. In assenza del leader carismatico, il sottoproletariato che sosteneva il lulismo si rivolse a Bolsonaro, tranne che nel nord-est del paese. Tutti i brasiliani conoscono qualcuno che ha già votato per Lula ma che ha finito per votare per il capitano. Lula era in prigione, ma gli elettori no. Allora, cos’è successo?

Escludendo l’ipotesi che tutti coloro che hanno votato per lui siano fascisti o siano stati manipolati contro il PT, questo risultato suggerisce l’ipotesi scomoda che ci siano punti in comune tra bolsonarismo e lulismo. In questo senso, si sono opposti, ma non sono esattamente opposti.

È vero che l’anti-PTismo ha avvelenato il dibattito, ma diversi candidati hanno sostenuto questo striscione. Uomo di vecchia politica, Bolsonaro ha incarnato con successo il rinnovamento. Il segreto sta piuttosto nella forma che nel contenuto: il capitano usa il linguaggio della brutalità, che un popolo brutalizzato conosce e comprende. Parla in modo perverso con le persone, come fa Lula, il che gli ha permesso di distinguersi dai normali candidati. Se Lula emerse come un Messia, Bolsonaro divenne il mito (come lo chiamano i suoi sostenitori).

Sebbene in modo falso, Bolsonaro si posizionò dalla parte di coloro che, come lui, non articolano bene le idee o non capiscono molto le cose. Piuttosto che un programma, ha difeso un insieme di valori appositamente costruiti, quindi il dialogo fluido che mantiene con gli evangelisti.

La campagna PT, da parte sua, ha scommesso sulla vittimizzazione di Lula, poi sul renderlo il candidato dietro Haddad. In breve, Lula intendeva trasformare le elezioni in un plebiscito su se stesso – si potrebbe dire che sognava di diventare Mandela. In tal modo, il PT ha contribuito a depoliticizzare il conflitto e spostarlo su questioni morali.

Mentre la campagna di PT ruotava attorno al concetto di giustizia, il valore principale evocato da Bolsonaro era l’ordine, che per lui significava concludere il lavoro incompiuto della dittatura. Forse questo è, dopo tutto, il suo programma.

 

Bolsonaro al potere

Se propone lo stato di polizia, che è il quadro del nuovo neoliberismo, in realtà non ha un programma. Per dirla semplicemente, possiamo dire che subappalta la sua produzione a grande capitale.

Questo è il messaggio che voleva trasmettere con il suo comportamento ingenuo durante la campagna: ha rifiutato di rispondere a domande economiche sostenendo che sarebbero state trattate dal suo Ministro dell’Economia, un ex ragazzo di Chicago.

Ciò a cui punta il grande capitale è trasformare il quadro in cui la riproduzione del capitale avviene in Brasile attraverso riforme contro i lavoratori. L’idea coltivata dai militari e presa dal PT secondo cui il Brasile potrebbe essere un potere su scala internazionale è stata abbandonata.

Lo possiamo vedere chiaramente nel cambiamento di atteggiamento dei militari. In passato, l’esercito associava il suo potere all’industrializzazione del paese, che tra l’altro iniziò e si consolidò tra due dittature: l’Estado Novo (1937-1946) e il colpo di stato ‘Stato del 1964. Di fronte alla regressione industriale e al degrado sociale, i militari hanno gettato la spugna, rinunciando a rendere il Brasile una potenza internazionale. Ora si stanno concentrando sulla gestione armata della vita sociale al fine di mantenere in piedi un paese in rovina. Scommettono quindi su una relazione privilegiata con gli Stati Uniti, in un contesto globale che può salvare.

Ecco un’illustrazione di questa tendenza. Lula aveva inviato il generale Augusto Heleno a guidare la missione delle Nazioni Unite ad Haiti, credendo che ciò avrebbe reso il Brasile un “attore globale”. Il generale è tornato in Brasile pensando a come impedire al Brasile di diventare Haiti. A Heleno è stato impedito di essere vice-presidente di Bolsonaro dal suo partito, e ora utilizza questa esperienza come direttore dell’Ufficio di sicurezza istituzionale del governo, che riferisce direttamente al presidente (Harig: 2018).

Le riforme pianificate dal capitale mirano ad andare oltre il quadro istituzionale associato alla “costituzione del cittadino”. Non è un caso che l’onnipotente Ministro dell’Economia di Bolsonaro sia un ex ragazzo di Chicago che ha lavorato nel Cile di Pinochet negli anni 80. Paulo Guedes disprezza tutte le politiche economiche attuate dalla fine del la dittatura brasiliana che considera “di sinistra” e che definisce “interventismo statale”.

Bolsonaro trae anche ispirazione dal Cile di Pinochet, un regime che riorganizzò la società in modo globale. Questa esperienza neoliberista fondamentalista e pionieristica in economia ha avuto importanti effetti sulla sfera politica e sulla soggettività in senso lato (Bocardo; Ruiz: 2015). Fino alla ribellione scoppiata nell’ottobre 2019, il paese è stato considerato un esempio del successo del neoliberismo a livello globale. Oggi, sono proprio gli effetti sociali devastanti di questa agenda che vengono combattuti in Cile con un potere notevole.

La riforma del sistema pensionistico intrapresa dal governo dimostra la sua volontà di distruggere la “costituzione dei cittadini”. L’argomento principale utilizzato è quello del deficit, che esploderà negli anni a venire. Tuttavia, si suppone che il sistema di sicurezza sociale progettato dalla Costituzione sia bilanciato dal pagamento di contributi da parte di lavoratori e datori di lavoro, cosa che non accade oggi. Lo stato brasiliano non sta adempiendo al proprio dovere, poiché sempre più risorse sono destinate al pagamento degli interessi sul debito.

Questa nuova logica implica la distruzione del sistema di sicurezza sociale per sostituirlo con un sistema in cui tutti sono liberi di scegliere se salvare o meno per proteggersi dai rischi sociali. Stiamo passando da una logica collettiva a una logica individuale, da un diritto sociale a un prodotto finanziario. Questa riforma del sistema pensionistico implica una rottura con il modello sociale su cui si basano la costituzione del cittadino e la nuova repubblica.

Ecco perché è in discussione una riforma dell’amministrazione. Ha lo scopo di sbarazzarsi dell’articolo della costituzione che obbliga ad assegnare una percentuale minima del bilancio statale all’istruzione e alla salute, ad esempio. Ciò segue il congelamento della spesa pubblica decretato per i prossimi 20 anni dal governo Temer. Dal momento che Bolsonaro non vuole sfidare questo limite, cerca di cambiare le basi del finanziamento della sicurezza sociale. Oltre a contraddire la costituzione, un tale cambiamento avrebbe profonde conseguenze sul tessuto sociale del Paese.

 

Bolsonaro testato da Coronavirus

La sfida del presidente è quella di convertire il supporto online che gli ha permesso di essere eletto in una vera mobilitazione. Trasforma gli utenti di Internet in camicie nere.

Su questa strada segue sempre la stessa sceneggiatura: designa i nemici che attacca ponendosi come vittima. Accusa non solo le persone ma anche le istituzioni e la stampa nel suo insieme di essere ostacoli al suo progetto, che genera profezie che si autoavverano. Quando il presidente accusa il Congresso di boicottarlo, trasferisce la responsabilità dei suoi fallimenti a coloro che “non glielo lasciano governare”. Allo stesso tempo mobilita il sostegno popolare per opporsi alle istituzioni che, agli occhi dei cittadini, incarnano la politica marcia e corrotta. Quando il congresso reagisce, il presidente vede la sua storia legittimata e alza la voce. Quando tace, il presidente avanza di uno spazio. In questo gioco di opposti, Bolsonaro appare sovversivo mentre la sinistra brandisce la costituzione per difendere l’ordine.

A Brasilia vengono richieste risposte semplici a problemi complessi. Questo segue la storia dell’eroe che affronta una serie di cattivi e che è lo stesso di quello prevalente sui canali di video online e nei videogiochi. In questa logica, ciò che il governo effettivamente fa conta poco. Si tratta piuttosto di eccitare i suoi sostenitori e rendere naturale ciò che era ancora intollerabile fino a poco tempo fa. Bolsonaro muove il quadro della normalità e allarga l’orizzonte delle aspirazioni della sua base.

È un movimento che non può arretrare. Al contrario, come una palla di neve accumula solo massa, velocità e violenza. In questo movimento, il presidente ha preso la sua base per strada il 15 marzo per chiedere la chiusura del congresso nazionale. Tre giorni dopo, la dimostrazione pianificata in difesa dell’educazione sembrava una contro-dimostrazione.

È in questo contesto che i Covid-19 sbarcarono in Brasile. La manifestazione del 15 marzo è stata annullata, ma alcuni irriducibili sono scesi in strada per salutare personalmente il presidente. Di fronte a questo, la dimostrazione di 18 si è trasformata in un panelaço nazionale (concerto di pan) e ha messo in evidenza il declino del sostegno a Bolsonaro tra i ricchi e la classe media, che sono stati i primi a essere colpiti da un virus che è venuto con quelli con passaporto.

Il presidente ha poi rafforzato la sua negazione dell’Olocausto e ha iniziato a raccogliere nemici. Ad ogni nuovo discorso pronunciato, i vasi tintinnavano alle finestre. Il presidente si perderebbe nel suo mondo parallelo? La strategia di sopravvivenza di questo animale politico perverso considera ogni pulsione di morte come un’opportunità politica. Dobbiamo quindi cercare la logica al lavoro dietro la follia.

Bolsonaro riconosce che la crisi ha due dimensioni: sanitaria ed economica. Sta scommettendo che le persone saranno più sensibili agli effetti del secondo. Il suo discorso contro l’isolamento orizzontale è quindi rivolto a coloro che muoiono di fame, non ai Covid. Bolsonaro presume correttamente che i lavoratori vogliano lavorare: ho sentito i venditori ambulanti criticare il governatore che sostiene il parto e difende Bolsonaro. Oltre ai commercianti e agli imprenditori, i leader evangelici sono anche contrari al confinamento che svuota le loro chiese.

Questa politica si basa anche sulla certezza che lo stato brasiliano, essendo stato fondato sulla schiavitù, non aiuterà mai i lavoratori come in Europa. Al contrario, le misure provvisorie facilitano la riduzione dei salari e i licenziamenti. Il fondamentalismo neoliberista del Ministro dell’Economia è la base per il calcolo politico di Bolsonaro.

Ovviamente questa è una scommessa rischiosa, che può portare il paese al disastro. Come ha sottolineato Pierre Salama, se la lotta contro il Covid è descritta come una guerra, allora Bolsonaro è un criminale di guerra. In questo contesto, il fatto che un presidente in stile Hitler suicida e genocida sia tollerato dalla popolazione e dal Congresso ci dà una misura dello scoraggiamento di quelli sotto e del cinismo di quelli sopra.

Questo cinismo include Lula e il Partito dei Lavoratori (PT) come membri a pieno titolo della famiglia Brasília. A marzo, la festa era contro il licenziamento di Bolsonaro. È corretto affermare che una rivolta al congresso darebbe a Bolsonaro qualcosa da masticare. Ma questo argomento rivela che i principi (vita umana) sono subordinati agli interessi (calcoli politici).

Di fronte al numero di protocolli di impeachment innescati per la maggior parte dai nuovi nemici di Bolsonaro ad aprile, il PT ha sfumato la sua posizione. Ma è uno degli elementi che impedisce a questa lotta di avanzare perché nessuno vuole intraprendere questa strada per far trionfare qualcun altro. In altre parole, il licenziamento di Bolsonaro avverrà solo quando i parlamentari ritengono che avrebbero guadagnato di più che sfruttando le debolezze del governo.

Nel frattempo, Bolsonaro ha raddoppiato la scommessa. Il suo governo, che comprende più soldati di quelli della dittatura, si è liberato dalle due figure che potrebbero metterlo in ombra. È stato innanzitutto il Ministro della Salute a non essere d’accordo con il Presidente a considerare questo virus “un po ‘di influenza”. Poi alla fine di aprile è stata la volta di Sergio Moro, ministro della giustizia responsabile della prigionia di Lula, ora sostituito da un evangelista. Il costo della defezione di un uomo visto come il paladino della lotta contro la corruzione non è ancora chiaro. Moro se ne andò facendo una dichiarazione scioccante: disse che il presidente voleva mettere la polizia federale sotto il suo controllo, il che portò a una denuncia dinanzi alla Corte suprema, un altro obiettivo del presidente.

Criticato dalla stampa, minato dalla giustizia, fischiato dalla classe dirigente e vedendo minacciata la sua popolarità, Bolsonaro si lanciò in una corsa precipitosa. Ha annunciato un aiuto di emergenza di 600 real [100 euro] per oltre 50 milioni di persone. Vale a dire quattro volte più denaro destinato a quattro volte più persone rispetto al piano Bolsa familia , il programma di punta del lulismo. Nel processo, è apparso circondato da soldati e senza Paulo Guedes ha annunciato un massiccio piano di investimenti pubblici, mettendo da parte l’ortodossia neoliberale. L’obiettivo è chiaro: rafforzare il legame diretto con quelli di seguito facendo affidamento sui militari e quindi mettendo da parte la sua solidarietà di classe con quelli di cui sopra. Il filosofo Paulo Arantes parla di “lulismo arretrato” per descrivere questa situazione.

Tuttavia, il presidente sta camminando sulle uova. Il tumulto politico che preoccupa il capitale ha già costretto Bolsonaro a ritirarsi e riaffermare i pieni poteri al Ministro dell’Economia. Contro la corrente dei “panelaços”, i fedeli del governo hanno manifestato in auto e hanno suonato il clacson di fronte agli ospedali contro il contenimento e tutto ciò che si è opposto al loro leader.

Per il momento nessuno ha il potere di prevalere e il futuro del Paese è nelle mani di questo parlamento che il presidente vorrebbe chiudere. Dal momento che non ha la forza di farlo, Bolsonaro acquista stabilità con il “centrão”, un’assemblea eterogenea di piccoli partiti veniali pronti a sostenere chiunque in cambio di budget pubblici e posizioni nell’apparato di ‘Stato. In breve, interpreta la politica come è sempre stata praticata.

A maggio, fuori Brasilia, il paese stava per diventare l’epicentro dell’epidemia nonostante la famigerata sottovalutazione del numero di casi. Gli studi mostrano una correlazione tra la popolarità del presidente, la violazione del confinamento e il crollo del sistema sanitario pubblico in varie regioni. In periferia, il contenimento è impossibile e gli operai si radunano davanti alle banche per ricevere i loro 600 reali. Nelle campagne, la copertura medica è minuscola e il virus ha iniziato a raggiungere i territori delle popolazioni native, il che può avere un effetto devastante. Il sistema sanitario pubblico è sull’orlo del collasso e le compagnie assicurative non rinunciano a nulla durante i negoziati con il governo, che vuole usare i letti nelle cliniche private. In breve, l’apartheid sociale continua.

Molti bussano alle loro pentole, ma hanno continuato a portare i loro collaboratori domestici. Altri hanno trascorso la prigionia con i loro dipendenti, che non potevano più tornare a casa. Le compagnie di consegna a domicilio hanno aumentato le loro commissioni in modo che i telelavoratori non perdano nulla e le persone che hanno effettuato la consegna hanno protestato invano su strade vuote.

Sebbene abbiamo assistito a molti episodi di solidarietà, è la dinamica autoassorbente tipica del neoliberismo che prevale. La pandemia può aprire il cibo al pensiero ma sembra incapace di provocare da solo l’emergere di nuove soggettività. In Brasile, la sinistra sembra più che mai condannata all’insignificanza.

Il crimine è calato, i cieli si sono schiariti e gli uccelli cantano alle finestre della classe media. Ma dietro la pausa si nasconde la sofferenza. La crisi economica colpisce tutti, anche se in modo diverso. Questo crea tensione in una società che si aspetta un futuro migliore del presente, ma non oltre il passato. In Brasile non ci sarà alcun reflusso keynesiano né il ristabilimento di uno stato sociale che non è mai esistito. Piuttosto, la tendenza è verso la furiosa ripresa della spogliazione sociale, mentre la popolazione spera di poter riguadagnare una certa normalità i cui standard sono sempre più bassi, con o senza Bolsonaro.

 

Riferimenti

BRAGA, Ruy; SANTOS, Fabio Luis B. “L’economia politica del lulismo e le sue conseguenze”. Prospettive latinoamericane , c. 46, p. 1, 2019.

GUEDES, Paulo. “Atolados no Pântano”. O Globo , 1/5/2017.

HARIG, Christop (2018). “Reimportazione della” svolta robusta “nel mantenimento della pace delle Nazioni Unite: missioni di pubblica sicurezza interna del mantenimento della pace internazionale militare del Brasile” DOI:  10.1080 / 13533312.2018.1554442

LAVAL, cristiano. Anatomia del nuovo neoliberismo. Testo presentato all’Universidade de São Paulo, settembre 2018.

RUIZ, Carlos; BOCCARDO, Giorgio. Los chilenos bajo el neoliberalismo . Santiago: Fundación Nodo XXI, 2015.

 

Appunti

[1] Nel bilancio dei governi progressisti dell’America Latina, vedi: F. Gaudichaud, M. Modonesi, J. Webber, Fin de partie? I governi progressisti latinoamericani nel vicolo cieco , Syllpse, 2020 e anche il file: https://www.contretemps.eu/dossier-amerique-latine/ .

[2] Geraldo Alckmin, allora governatore dello stato di San Paolo, corse di nuovo per il PSDB; Henrique Mereilles ha assunto il compito ingrato di rappresentare il partito di Temer; e João Amoedo, rappresentante di un nuovo partito di ricchi brasiliani, che adottarono giustamente questo nome: “Partito Nove”. Tuttavia, l’aggiunta dei voti di questi tre candidati non ha nemmeno raggiunto il 10% dei voti al primo turno.

[3] Nelle elezioni del 1989 c’erano 22 candidati, cinque dei quali erano considerati potenzialmente efficaci. Il collor de Mello ha sconfitto Lula con un piccolo vantaggio nel secondo turno. Nel dicembre 1992, Collor fu rimosso dall’incarico per impeachment , tra accuse di corruzione.

La crisi del Coronavirus e le conseguenze per le politiche europee

FONTE TRANSFORM-ITALIA.IT

Preambolo

La crisi sanitaria che il mondo sta affrontando alza il velo sui di una crisi strutturale già esistente e che il Partito della Sinistra Europea (PGE) non ha cessato di denunciare. Il Partito della Sinistra Europea si è assunto il compito di proporre un modello alternativo per questa Europa a seguito della diffusione del Covid-19. Per questo, è stata creata una piattaforma e stiamo lavorando molto attivamente per svilupparla, il più rapidamente e nel miglior modo possibile, concentrandoci non solo sulle soluzioni all’attuale crisi, ma anche in una prospettiva a lungo termine, per una trasformazione della economica in senso pubblico, sociale ed ecologico. È importante ripensare il ruolo delle istituzioni europee e globali, garantire investimenti nella direzione di un nuovo patto verde e sociale, proteggere i lavoratori e promuovere un futuro centrato sui bisogni umani e non solo sul profitto.

La situazione causata dalla pandemia di COVID-19 sta sconvolgendo tutta l’umanità. Quasi tutti i paesi hanno adottato misure drastiche per evitare la contrazione della malattia e contenere la pandemia. Tutti gli sforzi possibili devono, in effetti, essere fatti per proteggere la popolazione. Tali misure richiedono un coordinamento. Ma manca ancora un efficace coordinamento europeo da parte delle sue istituzioni, così come una risposta globale. In questo modo, i paesi più colpiti vengono lasciati a se stessi. Il rischio è quindi che il Patto di stabilità limiti la solidarietà tra i paesi di fronte alla crisi economica, portando a una dicotomia tra paesi privilegiati e paesi già colpiti dall’austerità in passato.

La diffusione del virus COVID-19 ha anche conseguenze significative per l’economia: accelera la globalizzazione neoliberista come modello egemonico della società e, quindi, il processo di ristrutturazione del capitalismo. La pandemia di coronavirus è una chiara prova del fallimento del modello economico e sociale neoliberale dominante. A causa della politica di austerità neoliberista perseguita attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici, i sistemi sanitari non sono in grado di soddisfare le esigenze della popolazione durante una pandemia.

Il Partito della Sinistra Europea chiede misure immediate per combattere le conseguenze della crisi e un cambiamento radicale della politica, aprendo una nuova strada per lo sviluppo della società, ponendo al centro le persone.

E’ necessario agire globalmente su cinque assi: tutto deve essere fatto per proteggere la popolazione. È urgente una trasformazione dell’economia in direzione pubblica, ambientale e sociale. Le istituzioni e i diritti democratici non devono essere messi a repentaglio dalle misure adottate per combattere la crisi: al contrario, in questi tempi difficili, la democrazia e i diritti civili devono essere difesi ed estesi. Non esiste altra risposta che la solidarietà internazionale di fronte alla dimensione globale della crisi: ora è il momento di una nuova iniziativa sul disarmo e di una politica di distensione.

Protezione della popolazione

Tutti gli sforzi possibili devono essere fatti per il miglior funzionamento dei sistemi sanitari. Abbiamo bisogno di risorse aggiuntive per i sistemi di sanità pubblica, nonché di una convergenza di standard in tutti i paesi in termini di personale, strutture e attrezzature negli ospedali pubblici e nei sistemi di prevenzione, nonché ‘un aumento della capacità produttiva degli strumenti di protezione della salute. È inoltre indispensabile disporre di servizi pubblici europei su tutto il continente che siano efficienti e coordinati con il resto del mondo. Chiediamo la creazione immediata di un fondo sanitario europeo finanziato tramite la BCE con titoli centenari non negoziabili sui mercati e la possibilità di ottenere più servizi pubblici abolendo il Patto di stabilità e crescita.

Sia socialmente che economicamente, le persone hanno bisogno di protezione. Migliaia di lavoratori e lavoratori sono a rischio di perdere il lavoro e il reddito, e molti li hanno già persi. Il virus colpisce i più deboli nel modo più brutale: le persone più colpite sono quelle che lavorano in condizioni precarie, mal pagate in particolare per il personale delle pulizie e coloro che fanno lavori di cura.

I governi di tutta Europa chiedono il telelavoro, ma questo non si applica a tutti, e in troppi casi è un privilegio. I lavoratori dei servizi essenziali o delle catene di produzione essenziali la cui presenza è richiesta sul posto di lavoro devono essere garantiti e protetti dalla diffusione del virus.

Chiediamo l’adozione di un piano di salvataggio economico per i lavoratori e le loro famiglie, compresi tutti i lavoratori precari, i disoccupati e privi di documenti, i migranti e i rifugiati o simili. In caso di perdita di reddito, è necessaria una compensazione finanziaria. Gli affitti e i mutui dovrebbero essere sospesi per coloro che non possono permetterseli a causa della perdita di reddito. Ci opponiamo a qualsiasi tentativo di peggiorare le condizioni di lavoro, come la sospensione dei contratti collettivi e la riduzione dei diritti dei lavoratori. I sistemi di protezione sociale, salari e pensioni dovrebbero essere adattati al massimo livello che abbiamo in Europa.

Le donne sono principalmente colpite da condizioni di lavoro precarie, in particolare babysitter, cassiere o governanti. La situazione delle donne migranti è particolarmente dura, nei campi o nei paesi in cui sono arrivate. Le donne non dovrebbero pagare il prezzo più alto per questa crisi: abbiamo bisogno di un piano concreto incentrato sulla protezione di tutte le donne (lavoratrici, disoccupate, migranti), specialmente quando sono vittime di violenza (in particolare di violenza domestica).

Ci opponiamo fermamente alla pressione esercitata dal mondo economico e industriale sui decisori affinché mettano fine alle misure di contenimento e riaprano le produzioni non essenziali senza garantire le condizioni di base della sicurezza dei lavoratori al fine di evitare l’aumento del contagio.

Abbiamo bisogno di un’azione urgente non solo per le grandi aziende, ma in particolare per le piccole e medie imprese e i lavoratori autonomi. Il sostegno finanziario per le imprese dovrebbe mirare a mantenere posti di lavoro, rispettando salari, orari e oneri Al fine di far fronte ai problemi di ridefinizione della produzione, va incoraggiata la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Recupero economico e trasformazione ecologica e sociale

Come misura immediata, abbiamo bisogno di maggiori investimenti nei servizi pubblici. Fin dall’inizio, dobbiamo porre fine alle politiche di austerità abbandonando l’intero Patto di stabilità e crescita. L’Europa deve abbandonare questo strumento, che è stato utilizzato per imporre l’austerità alla spesa pubblica, minando in tal modo l’assistenza sanitaria e altri servizi pubblici a danno delle persone che, di conseguenza, oggi soffrono nella crisi del coronavirus.

La Banca centrale europea (BCE) dovrebbe essere lo strumento per garantire oggi le enormi risorse necessarie per affrontare l’immensa emergenza sociale, economica e medica.

I soldi della BCE dovrebbero essere utilizzati per aiutare le persone a uscire dall’emergenza sanitaria e per combattere le conseguenze della crisi, non per mantenere il tasso di rendimento del capitale. La BCE deve assumersi la sua responsabilità per lo sviluppo economico e adottare tutte le misure necessarie per evitare speculazioni finanziarie. Questo è un prerequisito per garantire il coordinamento delle azioni nazionali e l’istituzione di un solido sistema di solidarietà per affrontare la crisi del coronavirus. La BCE e le banche nazionali dovrebbero essere utilizzate per aumentare la spesa per i servizi sociali e proteggere la popolazione. Inoltre la BCE deve finanziare un piano di investimenti europeo in grado di favorire l’occupazione e garantire un’evoluzione del modello ambientale e sociale della produzione e dell’economia. Abbiamo bisogno di un programma per ricostruire le capacità produttive, incluso la ricollocazione di industrie strategiche. Chiediamo un fondo di stimolo europeo, finanziato da obbligazioni emesse dal fondo stesso o dalla Banca europea per gli investimenti e acquisite dalla BCE. Allo stesso tempo, il meccanismo europeo di stabilità (MES), che rappresenta un modo inutile e dannoso di intervenire nei bilanci pubblici dei diversi paesi europei, dovrebbe essere abolito.

La Corte costituzionale tedesca ha messo in discussione le competenze della BCE e della Corte di giustizia dell’Unione europea e ignora i requisiti economici di cui abbiamo bisogno per lo sviluppo europeo. La sua decisione rappresenta per noi solo l’altra medaglia dell’austerità e del progetto neoliberista. La sua funzione è di scoraggiare ed evitare azioni di solidarietà e di minare la strada verso qualsiasi progetto di Europa sociale.

Proponiamo una moratoria generale sui debiti pubblici. I debiti detenuti dalla BCE dovrebbero essere cancellati. Inoltre, stiamo proponendo una conferenza europea sulla cancellazione della parte illegittima dei debiti pubblici e una discussione aperta sui criteri per la classificazione del debito.

Questa crisi COVID-19 mostra che il mercato non soddisfa affatto le esigenze dei cittadini. Non è nemmeno in grado di fornire il minimo necessario per la vita. Vogliamo rilanciare il ruolo pubblico, perso durante il periodo di privatizzazione, in tutti i settori: sistema creditizio, produzioni strategiche, sistema di ricerca e servizi. Abbiamo bisogno di un modello economico incentrato sul benessere pubblico e l’immenso accumulo di capitali da parte di pochi deve essere fermato. Per il maggior numero, non solo per pochi! (“Per molti, non solo per pochi!).

Il finanziamento dell’aumento della spesa sociale e gli investimenti nella riconversione del settore richiedono una politica di giustizia fiscale: chiediamo un nuovo modello di riscossione delle imposte che tassi le grandi fonti di capitale e ricchezza, sulla base criteri di progressività fiscale e che pone fine ai paradisi fiscali all’interno e all’esterno dell’UE. È necessaria una tassa su GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) e NATU (Netflix, Airbnb, Tesla, Uber).

La crisi fornisce ragioni sufficienti per mettere in discussione il nostro modello socioeconomico e cambiare radicalmente la politica. È necessario un profondo cambiamento, perché affrontiamo enormi sfide ecologiche come il cambiamento climatico, che ha gravi conseguenze sociali. Per la sinistra, il legame tra requisiti ecologici e bisogni sociali è cruciale. Abbiamo bisogno di una transizione nel settore verde. Tuttavia, abbiamo anche l’obbligo di proteggere i lavoratori e i dipendenti interessati da questo processo.

Il concetto di “giusta transizione” promosso dalla Confederazione internazionale dei sindacati ( CIS) intreccia transizione ecologica e protezione sociale. È necessaria una nuova politica industriale che includa concetti innovativi in ​​materia di energia e mobilità. Abbiamo bisogno di un piano di riconversione ambientale e sociale per l’economia che garantisca una piena e buona occupazione e protegga i diritti di tutti, a cominciare dalla parità di genere. Dal punto di vista di sinistra, una nuova politica industriale deve includere la partecipazione diretta dei lavoratori e, pertanto, andare di pari passo con la democrazia economica.

Democrazia

Il Partito della Sinistra Europea ritiene che la crisi COVID-19 possa minacciare le democrazie e il rischio che un’azione irresponsabile porti all’emergere dell’estrema destra e alla sua retorica della totale non solidarietà. Contro i tentativi di sfruttare la situazione di emergenza per limitare o sospendere i nostri diritti, Il Partito della Sinistra europea difende la democrazia e le sue istituzioni. Ad esempio, i parlamenti dovrebbero rimanere in carica e non essere sospesi, come nel caso dell’Ungheria. Sappiamo che sono necessarie misure molto severe per contenere la pandemia. Ma dobbiamo essere vigili e garantire che le restrizioni alla libertà ritenute necessarie per fermare la progressione della pandemia rimangano misure eccezionali.

Il PSE respinge anche fortemente ogni tentativo di abuso della pandemia di coronavirus per demagogia xenofoba o nazionalista.

Disarmo e pace

L’impegno incondizionato per la pace e il disarmo è uno degli elementi essenziali della politica di sinistra. Senza pace, non c’è futuro per l’umanità.

L’emergenza del coronavirus deve essere vista come un’opportunità per riportare il disarmo e la pace al centro della elaborazione politica. Le spese militari devono essere notevolmente ridotte a favore dell’assistenza sanitaria e della soddisfazione dei bisogni sociali. È tempo di prendere l’iniziativa per una nuova politica di distensione.

La manovra di guerra “Defender” fu interrotta dall’epidemia di coronavirus, ma non fu completamente cancellata. Pertanto, dobbiamo continuare e intensificare la nostra resistenza contro questi pericolosi esercizi militari. La NATO non è un’organizzazione che difende gli interessi degli europei. Con le sue attività aggressive, è un’organizzazione pericolosa. La NATO deve essere sciolta a favore di un nuovo sistema di sicurezza collettiva, che comprende anche la Russia.

Solidarietà europea e internazionale

Abbiamo bisogno di un’uscita sociale dalla crisi che vada oltre l’attuale modello di integrazione europea. Il nostro obiettivo è un’uscita sociale dalla crisi. Per fare ciò, ogni proposta deve includere diversi componenti:

– La nuova integrazione internazionale dell’Europa dovrà diversificare le sue relazioni internazionali con relazioni commerciali eque basate sul reciproco vantaggio e non sulla concorrenza a scopo di lucro.

– Sosteniamo la promozione di un processo di cooperazione paneuropea tra cui la Russia.

– Lo sviluppo di un modello di Stati socialmente avanzati caratterizzato da solidarietà e cooperazione “orizzontali”, con un programma di ricostruzione produttiva e sostenibile volto a raggiungere la sovranità alimentare attraverso un maggiore sostegno e innovazione per ‘Agricoltura.

– Sostegno all’OMS, in particolare finanziariamente, per svolgere un ruolo più efficace in tali crisi.

– La difesa delle Nazioni Unite minacciata dall’amministrazione degli Stati Uniti nell’interesse del multilateralismo.

– Non è solo un compito per l’Europa ma per il mondo intero. I paesi del sud hanno bisogno di un sostegno finanziario per proteggere le loro popolazioni e migliorare i loro sistemi sanitari.

Dobbiamo garantire che i rifugiati e i migranti siano trattati in conformità con il diritto internazionale ed europeo, che i loro diritti umani e civili siano pienamente rispettati e che la loro vita non sia minacciata dalla detenzione illegale , respingimenti, espulsioni nascoste al pubblico, o per mancanza di assistenza sanitaria, alloggio inadeguato, condizioni di vita inaccettabili, reazioni razziste e xenofobe, sfruttamenti, discorsi o atti di odio di violenza. Dobbiamo concentrarci sulla loro buona istruzione, sulle opportunità di lavoro dignitose e paritarie, sul loro sviluppo personale e sulla loro integrazione sociale.

– Avviare una risposta umanitaria alla situazione di milioni di esseri umani in tutto il mondo che devono lasciare le loro case per sfuggire alla povertà, alla fame, alle malattie e alla guerra e che ora vedranno peggiorare la loro situazione.

– Il mondo deve rimanere unito e la chiave per superare la crisi è la solidarietà internazionale. Vi è una particolare necessità di rafforzare la solidarietà con i popoli del Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina, che sono maggiormente a rischio di essere gravemente colpiti dalla pandemia di COVID-19.

– Sottolineiamo un nuovo accento da porsi sui principi culturali e fondato su valori che consentano il pieno sviluppo dell’essere umano in una società egualitaria ed ecologicamente protetta.

In questa prospettiva, il Partito della Sinistra europea invita tutte le organizzazioni delle forze progressiste, ecologiche e di sinistra, e in particolare quelle che partecipano al Forum europeo, a lavorare insieme per sviluppare una risposta progressiva comune all’attuale crisi nell’interesse delle persone.

Distopia high-tech: la ricetta che si sta sviluppando a New York per il post-coronavirus. Di Naomi Klein

Fonte La Vaca

In questo articolo rivelatore di The Interccept, la giornalista canadese Naomi Klein analizza la firma dell’ex CEO di Google Eric Schmidt a capo di una commissione per “reimmaginare la realtà post-Covid” a New York dove, dice, inizia a prendere forma un futuro dominato dall’associazione degli Stati con gli Stati Uniti. Giganti della tecnologia: “Ma le ambizioni vanno ben oltre i confini di qualsiasi stato o paese”. Klein definisce una Dottrina di Pandemic Shock, che definisce la Nuova Alleanza o New Screen Deal. Pone il chiaro e semplice rischio che questa politica aziendale minacci di distruggere il sistema educativo e sanitario. Tracciamento dei dati, commercio senza contanti, telehealth, scuola virtuale e persino palestre e carceri, parte di una proposta “senza contatto e altamente redditizia”. Quarantena come laboratorio dal vivo, uno “specchio nero” e l’accelerazione di questa distopia dal coronavirus: “Ora, in un contesto straziante di morte di massa, ci viene venduta la dubbia promessa che queste tecnologie sono l’unico modo possibile per proteggere la nostra vita da una pandemia ” Quali sono i (sempre) dubbi e come, sotto il pretesto dell’intelligenza artificiale, le corporazioni lottano di nuovo per il potere di controllare le vite.(Tradotto da Agencia Lavaca.org).

Di Naomi Klein per The Intercept

Eric Schmidt, un dirigente di Google, era stato osservato dal governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo.

Durante il briefing quotidiano sul coronavirus del Governatore di New York Andrew Mercoledì, la triste smorfia che ha riempito i nostri schermi per settimane è stata brevemente sostituita da qualcosa di simile a un sorriso.

L’ispirazione per queste vibrazioni insolitamente buone è stata un contatto video dell’ex CEO di Google Eric Schmidt, che si è unito al briefing del governatore per annunciare che sarà a capo di una commissione per reinventare la realtà post-Covid dello Stato di New York , con enfasi integrare in modo permanente la tecnologia in tutti gli aspetti della vita civile.

“Le prime priorità di ciò che stiamo cercando di fare”, ha affermato Schmidt, “sono incentrate sulla telehealth, sull’apprendimento remoto e sulla banda larga … Dobbiamo trovare soluzioni che possano essere presentate ora e accelerare l’uso della tecnologia per migliorare le cose”. Per non dubitare che gli obiettivi dell’ex CEO di Google fossero puramente benevoli, il suo background video presentava un paio di ali d’angelo d’oro incorniciate. Continua a leggere “Distopia high-tech: la ricetta che si sta sviluppando a New York per il post-coronavirus. Di Naomi Klein”

Desaparecidos, catturato in Brasile uno degli ufficiali della Marina che partecipò al sequestro dello scrittore argentino Walsh

FONTE:  CONTROLACRISI.ORG

 

 

Uno degli ufficiali della Marina che partecipò nel 1977 al sequestro e all’uccisione dello scrittore e giornalista argentino Rodolfo Walsh, ricordato come un mito di resistenza alla dittatura (1976-1983), è stato catturato ieri in Brasile.
Si tratta di Gonzalo ‘Chispa’ Sánchez, che polizia brasiliana ha localizzato a Paraty, sul litorale di Rio de Janeiro, in esecuzione di un ordine di arresto internazionale firmato molti anni fa, nel 2009, dal giudice argentino Sergio Torres.
Autore di ‘Operación Masacre’, considerato come il primo romanzo di genere ‘No Fiction’, sorta di sintesi fra il romanzo tradizionale e la testimonianza storiografica, Walsh mostrò fin dall’adolescenza le sue propensioni letterarie.
Dopo una stagione vicina a movimenti di destra, viaggiò a Cuba, partecipando con Gabriel Garcia Marquez alla fondazione dell’agenzia di stampa Prensa latina, e segnalandosi come precursore di Wikileaks quandò intercettò e decifrò comunicazioni della Cia con agenti in Guatemala con cui era stata preparata la fallita invasione della Baia dei Porci a Cuba.
Negli anni ’70 aderì al movimento dei Montoneros e, dopo il golpe del generale Jorge Rafael Videla, creò l’agenzia di stampa Ancla, facendo circolare oltre 200 dispacci contro la dittatura.
In pericolo, Walsh rifiutò di esiliarsi come avevano fatto altri dirigenti dei Montoneros, e continuò l’attività clandestina. E il 24 marzo 1977, primo anniversario del colpo di Stato, pubblicò l’ultima sua opera, ‘La carta abierta de un escritor a la Junta militar’, in cui denunciò i tanti desaparecidos e criticò la politica neoliberalista governativa.
Il giorno dopo un ‘Grupo de tarea’ della Scuola di meccanica della marina (Esma), guidato dall”Angelo biondo’, Alfredo Astiz, e da Jorge ‘Tigre’ Acosta, e integrato dal ‘prefetto’ Sánchez arrestato ieri, gli tese una imboscata. Walsh morì in una sparatoria, ed il suo corpo non fu mai più ritrovato.

Brasile nel caos: Bolsonaro costringe alle dimissioni il ministro della salute. E’ il secondo in un mese…

FONTE RAWAIADUNA 

 

Nelson Teich, nominato ministro della salute in Brasile appena un mese fa, ha deciso di mollare. In meno di un mese è stato di fatto esautorato ogni giorno dal suo presidente della Repubblica, un Jair Bolsonaro oramai trasformatosi nel nemico numero uno al mondo di tutto ciò che è scienza e di ogni politica di serio contenimento dell’epidemia di coronavirus nel gigante sudamericano.

Gli ospedali sono al collasso, le cifre ufficiali, bugiarde visto il limitato numero di tamponi per scoprire gli infetti e il non censimento della povera gente morta a casa senza alcuna assistenza, fanno del Brasile il paese più infetto dell’area e tra poco del mondo intero. La risposta di Bolsonaro a questa immane tragedia è stata ed è di un cinismo senza limiti. Il coronavirus è una banale influenza, chiudersi in casa è da vigliacchi, usate la clorochina sempre, nonostante più ricerche abbiano attestato l’alta tossicità di questo medicinale che in ogni caso non è né cura né prevenzione.

Prima di Teich, era stato costretto alle dimissioni Luis Mandetta. Mentre l’allora ministro della salute e la gran parte dei governatori spingevano per misure di contenimento e lockdown, Bolsonaro convocava manifestazioni dei suoi sostenitori, bollava di “comunisti” chiunque volesse tenere la gente a casa, incitava i suoi “patrioti” a rivoltarsi contro le istituzioni “traditrici”. Praticamente li invitava al golpe.

Di fronte a questo caos sanitario, al collasso democratico in corso, molti paesi stanno richiamando il personale delle loro ambasciate. Nella comunità internazionale si parla oramai chiaramente di “rischio Bolsonaro”.

” Bolsonaro non vuole un medico ad aver cura della salute dei brasiliani. Vuole un fanatico, un ciarlatano. O un militare che obbedisca, senza pensare, ai suoi ordini. Due ministri della salute dimessi in piena pandemia non rappresentano solo un segnale di incompetenza. Siamo di fronte a un crimine, ad un tentativo di omicidio contro la nostra nazione”, dichiara un esponente politico di opposizione mentre tanti altri, quasi un coro, lanciano un disperato “si salvi chi può”.

Amarissime, a tal proposito, le parole di Luis Mandetta, ex ministro della salute: ” Non ci resta che sperare in Dio”.

silvestro montanaro

Rogo di Marghera, i lavoratori avevano segnalato che c’è qualcosa che non andava negli stoccaggi e avevano anche scioperato contro le condizioni di sfruttamento

FONTE CONTROLACRISI.ORG

Rifondazione Comunista denuncia in una nota che l’incendio a Marghera di un’azienda chimica che produce additivi e detersivi, la 3V Sigma Spa, non è un incidente “ma il prodotto di un contesto già ampiamente denunciato da lavoratori”. Dalle prime notizie il bilancio è per ora di due feriti gravissimi.
I lavoratori avevano scioperato proprio per denunciare le condizioni di sfruttamento degli operai, contro l’obbligo di fare straordinari con turni di otto ore che diventavano anche di dodici e più. “Questa situazione derivante dalla volontà dell’azienda di non fare nuove assunzioni non poteva che produrre la massima insicurezza in una fabbrica chimica a due passi da un quartiere di Marghera i cui abitanti ancora una volta sono costretti a chiudersi in casa al suono delle sirene di allarme”, continua il Prc. I sindacati avevano avanzato dei dubbi sulla regolarità degli stoccaggi e chiesto incontri chiarificatori che in realtà non sono mai arrivati. Sono due anni che denunciamo quanto stava avvenendo alla 3V Sigma, che ha 47 dipendenti. Cinque giorni fa abbiamo spedito all’azienda una richiesta urgente di incontro proprio sui temi della sicurezza. Ma due mesi fa siamo andati davanti al prefetto per spiegare che la situazione era insostenibile. Secondo le informazioni in possesso dei sindacati, in passato denunciati dalla ditta per un’intervista rilasciata a una testata giornalistica locale, l’azienda produce solventi e additivi per le plastiche, sostanze tossiche e nocive.

“Ancora una volta viene fuori che il vero problema del nostro paese – conclude il Prc – è l’irresponsabilità sociale di un padronato a cui i governi – destra o PD non fa molta differenza – hanno consentito da anni con “riforme” sciagurate di cancellare il potere contrattuale dei lavoratori. Ancora una volta si manifesta come sia pericolosa la presenza di produzioni chimiche nei pressi dei centri abitati. Da sempre diciamo che questo non è accettabile e che le produzioni vanno riconvertire per la salute delle cittadine/i per tutelare l’ambiente”.

Orban si prende i pieni poteri

FONTE ARTICOLO21

 

Sapevamo sarebbe accaduto, era prevedibile, Dopo aver incassato l’approvazione della legge che gli ha assegnato pieni poteri, il premier Viktor Orban ha usato le misure ‘antiallarmismo’ per far arrestare gli oppositori e tacitare l’opinione pubblica.
E l’Europa che fa? Cosa dice di fronte a questa spirale autoritaria? Per ora si accontenta dell’annuncio del primo ministro, arrivato in serata, di aspettarsi che il governo “possa restituire al Parlamento i poteri speciali ricevuti a causa della pandemia alla fine del mese di maggio”
Si vedrà, per ora  la svolta autoritaria ungherese appare irreversibile nel silenzio colpevole di un’Unione Europea intimorita da Orban.
In queste ore, i fatti confermano i nostri timori. La cosiddetta ‘legge antiallarmismo’ fatta approvare da Orban viene usata per intimidire l’opinione pubblica qualificata, i media, l’opposizione politica e dissuaderli dal criticare l’operato del governo sulla gestione della crisi sanitaria ed economica e più in generale l’azione di Orban tout court. Persino parlamentari vengono arrestati, interrogati con l’evidente scopo di tacitare il dissenso.
Un bavaglio che soffoca ogni vice libera e critica in Ungheria.

Edgar Morin: sull’epidemia

“Questa crisi dovrebbe aprire le nostre menti a lungo confinate sull’im­mediato”. Per il sociologo e filosofo francese, 99 anni, la corsa alla redditività e le carenze nel nostro modo di pensare sono responsabili di innumerevoli catastrofi umane causate dalla pandemia di Covid-19. Nato nel 1921, ex combattente della resistenza, sociologo e filosofo, pensatore interdisciplinare e indisciplinato, dottore honoris causa di 34 università in tutto il mondo, Edgar Morin dal 17 marzo è confinato nel suo appartamento a Montpellier con sua moglie, la sociologa Sabah Abouessalam. È da rue Jean-Jacques-Rousseau, dove risiede, che l’autore di La Voie (2011) e Terre-Patrie (1993), e che ha recentemente pubblicato Les Souvenirs viennent à ma rencontre (Fayard, 2019), un’opera di oltre 700 pagine in cui l’intellettuale ricorda in profondità le storie e gli incontri più forti della sua esistenza, ridefinisce un nuovo contratto sociale, si impegna in alcune confessioni e analizza una crisi globale che – dice – lo “stimola enormemente”.

 

A cura di Nicolas Truong

 

 

La pandemia, dovuta a questa forma di coronavirus, era prevedibile?

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Noam Chomsky e la crisi causata dal Covid-19: siamo di fronte a un altro errore colossale del capitalismo neoliberista

foto wikipedia

FONTE PRESSENZA.COM

Il filosofo e linguista statunitense ha criticato con toni molto duri la gestione della pandemia da parte di Donald Trump, asserendo che «ciò che ha fatto all’OMS è un vero crimine».

Per il filosofo e linguista Noam Chomsky, la prima grande lezione dell’attuale pandemia è che siamo di fronte a un «altro colossale errore del capitalismo neoliberista» che, nel caso degli Stati Uniti, è aggravato dall’indole dei «buffoni psicopatici che guidano il governo» capitanato da Donald Trump.

Dalla sua casa in Tucson (Arizona) e lontano dal suo ufficio nel Massachusetts Institute of Technology (MIT), in cui rivoluzionò per sempre il campo della linguistica, Chomsky esamina – in un’intervista con Efe – le conseguenze di un virus  che dimostra come i governi siano sempre stati «il problema e non la soluzione».

Quali lezioni positive possiamo ricavare dalla pandemia?

La prima lezione è che siamo di fronte a un altro errore colossale del capitalismo neoliberista. Se non capiamo questo, la prossima volta che ci succederà qualcosa di simile andrà ancora peggio. È ovvio dopo quello che successe in seguito all’epidemia della SARS nel 2003. Gli scienziati sapevano che sarebbero arrivate altre pandemie, forse del tipo del coronavirus. In quel momento sarebbe stato possibile prepararsi e trattarlo come si fa con l’influenza, ma non è stato fatto.

Le aziende farmaceutiche hanno le risorse e sono ricchissime, ma non lo fanno perché i mercati dicono che non ci sono benefici nel prepararsi a una catastrofe dietro l’angolo. Poi arriva la batosta neoliberista. I governi non possono fare nulla. Continuano a essere il problema e non la soluzione. Gli Stati Uniti sono una catastrofe per il gioco che portano avanti a Washington. Sanno come incolpare tutti eccetto se stessi, nonostante siano responsabili. Adesso siamo l’epicentro, in un paese talmente disfunzionale che non riesce nemmeno a fornire informazioni sul contagio all’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS).

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In ricordo di Luis Sepulveda

Riportiamo dal sito di Amnesty Italia l’addio  a Luis Sepulveda 

Il nostro addio a Luis Sepulveda è attraverso le sue parole. Quelle che ci ha donato scrivendo la prefazione di “Non sopportiamo la tortura“, libro di Amnesty International Italia edito da Rizzoli, Milano, nel 2000.

Venti anni fa, mi sono fermato davanti alla porta di una casa ad Amburgo. Lì viveva una persona di cui conoscevo appena il nome, Ute Klemmer e, nonostante avessi ricevuto da lei una dozzina di lettere, nel risponderle non mi era mai capitato di chiederle l’età o se avesse una famiglia. Stavo per conoscerla e per questo non dovevo fare altro che suonare il campanello, però una forza poderosa mi impediva di alzare la mano. Era una forza che mi obbligava a rivedere I dettagli della mia vita che mi avevano portato fino a lì.

Nessuno è capace di precisare quale sia la cosa peggiore del carcere, dell’essere prigioniero di una dittatura, di qualunque dittatura, e nemmeno io posso indicare se il peggio di tutto ciò che ho dovuto sopportare sia stata la tortura, I lunghi mesi di isolamento in una fossa che mi appestava, il non sapere se fosse giorno oppure notte, l’ignorare da quanto tempo stessi nelle mani degli sbirri di Pinochet, I simulacri di fucilazione, I compagni morti o la denigrazione costante e sistematica. Tutto è peggio in carcere, e ricordo specialmente un momento in cui I militari quasi ottennero ciò che volevano: che accettassi volontariamente di essere annichilito e condannato all’atroce solitudine degli sconfitti.

Al termine di un processo sommario del tribunale militare in tempo di guerra, tenuto a Temuco nel febbraio 1975 e nel quale fui accusato di tradimento della patria, cospirazione sovversiva e appartenenza a gruppi armati, insieme ad altri delitti, il mio difensore d’ufficio (un tenente dell’esercito cileno) uscì dalla sala dove si celebrava il processo senza la presenza di noi accusati – che aspettavamo in una stanza vicina – e con gesti euforici mi informò che era andato tutto bene per me: ero riuscito a liberarmi della pena di morte e in cambio mi si condannava solamente a ventotto anni di prigione.

Allora io ero un uomo giovane, avevo venticinque anni e non seppi come reagire quando, dopo un calcolo elementare, scoprii che avrei recuperato la libertà a cinquantatré anni.

È anche certo che allora ero un ottimista a oltranza – ancora lo sono – e mi ripetevo che la dittatura non sarebbe durata tanto, ma alle volte, soprattutto durante le lunghe notti, la ragione si imponeva e cominciai ad accettare che forse la dittatura sarebbe stata lunga, molto lunga, e che avrei perso I migliori anni della mia vita tra i muri del carcere.

I compagni, le lettere della famiglia e di alcuni amici mi davano coraggio, anche se non smettevano di ripetermi che per disgrazia non potevano fare più niente per aiutarmi e che l’unica cosa importante era che io fossi vivo. Si. Ero vivo, però la vita cominciò ad avere un terribile sapore di solitudine di fronte all’ingiustizia fino a che, una mattina, un soldato mi consegnò una lettera. La aprii e dopo averla letta seppi che, a migliaia di chilometri di distanza, ad Amburgo, c’era una persona, Ute Klemmer, che era disposta ad aiutarmi fino a tirarmi fuori dalla prigione.

Così iniziò uno scambio epistolare che rese meno brutali I giorni della segregazione. Nelle sue lettere, Ute mi parlava degli sforzi della sezione amburghese di Amnesty International per aiutare I numerosi cileni che si trovavano in condizioni simili alla mia, e le descrizioni della sua città e delle centinaia di atti di solidarietà ai quali assisteva, portavano brezze di libertà fino al carcere di Temuco.

Un giorno nel 1977, grazie al lavoro, alla costanza dei membri di Amnesty International, ottenni che I militari cileni rivedessero il mio caso e alla fine mi cambiarono I venticinque anni di prigione con otto di esilio, che in realtà e a dimostrazione del rispetto dei militari cileni per la giustizia, si prolungarono a sedici lunghi anni senza poter calpestare la terra cilena.

Per questo, detto in maniera più semplice, devo la mia libertà ad Amnesty International, alle sigle di AI, a Ute Klemmer e a tutte e tutti coloro che in tanti paesi lavorano instancabilmente in difesa dei diritti umani, in difesa dei perseguitati in tutti gli angoli del pianeta.

Quella mattina, ad Amburgo, quando ho avuto finalmente la forza, ho alzato la mano e suonato il campanello. Dopo pochi secondi, si è aperta la porta e mi sono trovato di fronte una ragazza dall’aspetto molto fragile.

– Vive qui Ute Klemmer? –, ho chiesto.
– Si. Sono io –.

Quindi ho preso le sue mani e le ho detto “GRAZIE”.

Grazie per la mia libertà e per la libertà di tanti. Grazie per quella forza, per quella coerenza, per quella determinazione nella lotta, per quella generosità che esalta l’essere umano. E oggi, come faccio da vent’anni, ripeto quel “Grazie” nell’unico modo possibile: partecipando a tutte le azioni di Amnesty International e invitando I miei lettori e amici ad appoggiare gli sforzi di Amnesty International, l’unica istituzione che vegli per la dignità umana, per il diritto fondamentale alla giustizia e per il dovere di coscienza di opporsi alle tirannie.

Ad Amnesty International tutta la mia gratitudine, la mia ammirazione e la sempre presente disposizione a collaborare in tutto quanto sia necessario.

Un abbraccio fraterno alla sezione italiana di Amnesty International.
Luis Sepulveda

I fascisti e l’estrema destra vedono un’opportunità nella pandemia

LIBERTÀ DI STAMPA O LIBERTÀ DI MENZOGNA?

Fonte Angelodorsi

Il Coronavirus sta ottundendo le facoltà cerebrali, prima ancora che attaccare i polmoni. Navighiamo in un oceano di follia. Ho scritto più volte che la prima “emergenza” in Italia è la cosiddetta informazione, che è controllata in gran parte da due gruppi finanziari, ed è assolutamente omologata culturalmente, oltre che politicamente a senso unico, e povera, spesso poverissima sul piano della mera capacità giornalistica, non di rado anche nella padronanza della lingua italiana. Continua a leggere “LIBERTÀ DI STAMPA O LIBERTÀ DI MENZOGNA?”

Milagro Sala passa il suo quinto compleanno consecutivo in prigione

Fonte Pressenza.com

La leader sociale Milagro Sala ha compiuto 56 anni giovedì. Attualmente è agli arresti domiciliari nella sua casa di San Salvador de Jujuy. È stata arrestata nel contesto di una manifestazione all’inizio del 2015. Da allora non ha mai riavuto la libertà.

Il 16 gennaio, la referente dell’organizzazione di quartiere Tupac Amaru ha celebrato quattro anni di detenzione, prima nel carcere “Alto Comedero” e dal 2018 nella sua casa nel quartiere di Cuyaya, a San Salvador de Jujuy, dove condivide le sue giornate con il suo partner Raúl Noro e con i visitatori che provengono da diverse parti del paese – e anche da altri paesi – per incoraggiarla e sostenerla.

Di recente in un’intervista pubblicata dal quotidiano Página 12, Sala ha affermato che «farei di nuovo ciò che ho fatto, perché sono convinto che il bisogno dell’altro debba essere soddisfatto. Le persone si aspettano che i leader risolvano i loro problemi. Sfortunatamente, ci sono molti leader che non risolvono i problemi per l’altro, ma per sé stessi. Quello che mi manca di più, ora che sono rinchiusa in casa mia – e quello che mi è mancato di più in prigione – è la militanza”.

In quell’intervista, Milagro Sala ha contestato duramente al governatore Gerardo Morales di essere “perseguitata in modo permanente” dal presidente. L’obiettivo dell’organizzazione, ha affermato, “non è mai stato quello di competere con lo Stato. Tutto è stato sempre fatto in base ai bisogni delle persone, siano esse case, scuole, fabbriche o piscine. ”

“Morales prova un odio viscerale nei miei confronti; un odio che non capisco perché si comporta come se gli avessi preso qualcosa e non credo che sia neanche per rivalità politica”, ha spiegato Milagro Sala nell’intervista, aggiungendo: “Non gli ho mai preso nulla, neanche la ribalta politica. Mi ha reso virale ciò che mi ha fatto lui. E sembra non avere limiti.”

Per quanto riguarda la possibilità di ritornare in libertà, la leader di Tupac Amaru ha sottolineato di avere “molta speranza” e ha aggiunto: “Vorrei che quest’agonia finisse, la mia come anche quella dei miei compagni. Siamo ostaggi della politica di opposizione”.

Alla fine, la leader jujeña ha detto: “La cosa peggiore di questi quattro anni è che mi hanno trattato come un oggetto. E sapere che accadono cosa al di fuori che non puoi risolvere stando dentro. Chi ti ama non vuole che tu le sappia, ma tu le cose le vieni a sapere lo stesso”.

Milagro Sala è stato condannata a 13 anni di carcere per il crimine di “associazione illecita”, secondo la sentenza del Tribunale Penale n. 3 di Jujuy nel quadro del caso chiamato “Pibes Villeros”. Questa sentenza è stata impugnata dinanzi alla Corte Suprema di Giustizia e se ne sta attendendo la revisione.

Vespa. Doppio esposto. Al Comitato per il Codice etico della Rai e al Consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio

 

FONTE ARTICOLO21.ORG

È stato presentato dal Consigliere di Amministrazione della Rai eletto dai dipendenti, Riccardo Laganà, e dal Segretario dell’Usigrai, Vittorio di Trapani, nei confronti di Bruno Vespa. La richiesta è quella di valutare – ciascuno per le proprie competenze – profili disciplinari e deontologici rispetto alle accuse rivolte da Vespa nei confronti di una ong, seccamente smentite dai diretti interessati. Questo fatto ha esposto la Rai a rischi di immagine da parte di un proprio collaboratore. Inoltre, nei giorni precedenti, Vespa ha rivolto gravi accuse nei confronti del proprio datore di lavoro, accusandolo di aver sospeso la trasmissione ‘Porta a Porta’ “senza un motivo ragionevole” ipotizzando una decisione dal “sapore politico”.

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Archiviato: ONG

Rivolta in Cile: la vita contro il capitale Pierina Ferretti e Mia Dragnic 13 febbraio 2020

FONTE : VIEWPOINTMAG.COM CHE RINGRAZIAMO

“Non sono 30 pesos, sono 30 anni”

All’inizio di ottobre 2019, un aumento di $ 0,04 della tariffa della metropolitana è entrato in vigore nella città di Santiago. Pochi giorni dopo, gli studenti delle scuole superiori hanno iniziato a organizzare giorni di azione diretta, invitando le persone a sfuggire al pagamento del biglietto in segno di protesta contro le misure imposte dal governo. L’atto di saltare sui tornelli nelle stazioni della metropolitana si è diffuso rapidamente e le organizzazioni studentesche hanno richiesto un giorno di grande evasione venerdì 18 ottobre, con lo slogan “Evadi, non pagare, un’altra forma di lotta”. La popolazione ha risposto massicciamente alla chiamata e le proteste hanno avuto luogo nelle principali stazioni della metropolitana della città, che hanno incontrato una brutale repressione da parte dei Carabineros del Cile (una forza di polizia armata sotto il Ministero degli Interni) e la sospensione dei trasporti pubblici in diversi punti centrali della Santiago. Questa situazione ha portato al caos nelle ore di punta, mentre milioni di residenti stavano tornando a casa dal lavoro. Al calar della notte, la popolazione, indignata per l’azione della polizia e la reazione del governo, si riversò per le strade, sbattendo pentole e padelle. Le barricate salirono in tutta la città e nel giro di poche ore era iniziata la più grande rivolta sociale del paese, passando da una reazione all’aumento della tariffa a una sfida generale alle condizioni di vita imposte in più di quarant’anni di neoliberismo ortodosso . Continua a leggere “Rivolta in Cile: la vita contro il capitale Pierina Ferretti e Mia Dragnic 13 febbraio 2020”