La clandestinità è il vero obiettivo delle politiche migratorie del governo Meloni – di Andrea Fumagalli

Fonte Effimera.org che ringraziamo

 

Mentre nel Mediterraneo, si continua a morire (sono oltre 920 i morti e i dispersi in tutto il Mediterraneo solo nel 2024, pari a più di 5 persone al giorno, oltre 29.800 dal 2014), il governo Meloni si diletta nel discettare sul business dei migranti, una volta entrati regolarmente in Italia. Meloni fa finta di non sapere che sono proprio le regole di accesso regolare in Italia a causare la morte, la clandestinità e il mercato nero delle braccia. Un obiettivo voluto.

 

Partiamo dai dati ufficiali. Il governo con il decreto flussi triennale 2023-2025 (Dpcm del 27 settembre 2023) ha previsto 452mila posti in tre anni. Per i 136mila posti del 2023, le domande presentate ai click day che si sono svolti a inizio dicembre sono state 609mila.

Riguardo all’anno corrente (2024), nei giorni 18, 21 e 25 marzo hanno preso avvio i tre click day del Decreto Flussi 2024: 151.000 le quote complessivamente previste dal provvedimento per l’ingresso regolare in Italia di lavoratori non comunitari.

Più in dettaglio (dati Ministero degli Interni) le procedure avviate il 18 marzo riguardano le istanze di lavoro subordinato non stagionale (articolo 6, comma 1, lettera b) del Dpcm 27 settembre 2023; quelle del 21 marzo, sono relative ad apolidi, rifugiati e assistenza familiare in ambito sociosanitario (articolo 6, comma 1, lettera b) e quelle del 25 marzo, afferiscono alle istanze di lavoro subordinato stagionale (articolo 7, comma 1, lettera b).

Ad oggi sono quasi 690mila le domande già presentate. Nello specifico, nel solo giorno del 18 marzo erano state inviate 49.734 domande. Ad oggi (giugno 2024) ne risultano trasmesse 243.883

Le domande di lavoro relative al click day del 21 marzo (lavoro di cura), al momento sono pari a 112.440 mentre per quelle relative al 25 marzo (lavoro stagionale) le richieste presentate sono state 332.724.

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L’Europa si arma

Greenpeace ha pubblicato un Report di ricerca che dimostra coi dati che le spese per il riarmo in Italia hanno avuto inizio ben prima dell’inizio della guerra in Ucraina e che il comparto militare non fa aumentare l’occupazione 

 

Il rapporto “Arming Europe” – commissionato dai tre uffici nazionali di Greenpeace in Germania, Italia e Spagna a un team di esperti – analizza la spesa militare in Europa e ne rivela il basso impatto economico e occupazionale, concentrandosi sui tre Paesi committenti, nel contesto dei Paesi NATO membri dell’Unione europea. Per scaricare il Report vai al sito di Greenpeace, clicca QUI 

Alcune riflessioni sulla strage di operai a Casteldaccia nel palermitano

Fonte Diario Prevenzione 

 

 

 

Diventa sempre più difficile scrivere delle stragi di operai che ogni mese riempiono per un paio di giorni le prime e seconde pagine dei quotidiani per scomparire qualche giorno dopo. Diventa difficile scrivere perché si ripetono le stesse analisi, si individuano le cause primarie e le concause di questi eventi tragici senza che vi siano poi i necessari interventi per avviare un cambiamento delle pratiche aziendali che sono all’origine delle tragedie. Vi è una cultura o meglio una subcultura gestionale del lavoro d’impresa, purtroppo “egemone”, che è parte costitutiva di queste tragedie . Diciamolo ancora una volta: si chiama volontà di esternalizzare le responsabilità gestionali da parte delle stazioni appaltanti per quanto riguarda il coordinamento e il controllo di ciò che avviene “a valle” della filiera.

La stazione appaltante si fa scudo del fatto che il “rischio specifico” per la lavorazione affidata in appalto è compito dell’azienda che lo svolge senza interrogarsi sulla qualità e sulle competenze delle aziende in subappalto che si trovano a lavorare nella filiera.

Il problema di fondo riguarda una legislazione sugli appalti che non si pone il tema della sicurezza del lavoro come paradigma di riferimento.

Come è possibile, sarà l’indagine della magistratura, nel caso in fattispecie a definire le modalità di accadimento e le responsabilità, che 5 operai scendano nei cunicoli o camere del sistema fognario senza l’ausilio dei respiratori, senza l’utilizzo di un rilevatore per la valutazione preventiva sulla presenza di gas e senza una strumentazione di protezione individuale come i respiratori ?   >>> segue >>>

 

Non è la prima volta che tragedie simili avvengono quando ci si trova ad operare in ambienti confinati: il primo lavoratore scende nell’ambiente saturo di gas , perde conoscenza, gli altri scendono per soccorrerlo ed è strage.

L’abbiamo visto succedere nelle cantine, nelle pulizie di reattori chimici, in impianti antincendio del passato che per un guasto hanno saturato con halon un ambiente… Pare che i lavoratori siano scesi nei cunicoli perché qualcosa non funzionava nella pompa che doveva estrarre i liquami, un evento estemporaneo che si è trasformato in tragedia …. Forse l’avevano già fatto nel passato, qualcuno era sceso, aveva sbloccato la pompa e non era successo nulla … Appunto: “l’abbiamo sempre fatto e non è mai successo nulla” , questa è la fiducia mal riposta nell’esperienza di pratiche informali maligne non basate sulla valutazione dei rischi effettivi. Non sappiamo se questa nostra ipotesi di ricostruzione sia verosimile, sappiamo tuttavia che non si può continuare con le filiere di appalti e subappalti nelle quali non vi è un coordinamento di sistema per la valutazione e gestione dei rischi.

La presenza di idrogeno solforato nei sistemi fognari e la conoscenza della sua tossicità è nota e doveva essere nota sia ai dirigenti della stazione appaltante come ai responsabili dei diversi gradi di subappalto . Cosa non ha funzionato ?

In sintesi : alla base di ogni tragedia sul lavoro vi sono errori gravi o gravi omissioni nella valutazione e gestione dei rischi . Vi è una legislazione sugli appalti e subappalti che richiede tra le altre cose una ridefinizione delle responsabilità di coordinamento e di controllo della stazione appaltante sulla qualità delle aziende che entrano a fare parte delle filiere produttive per quanto attiene la gestione della sicurezza.

Ogni strage oltre alla perdita di vite è anche una rappresentazione del degrado gestionale della organizzazione del lavoro da parte delle imprese.

C’è bisogno di chiarezza: la responsabilità primaria della valutazione e della gestione dei rischi è dell’impresa, del sistema delle imprese.

Non ci saranno mai abbastanza ispettori per “controllare” tutte le imprese.

Certo i controlli ci vogliono ma se non cambia la cultura degli imprenditori e delle loro associazioni che faccia della sicurezza del lavoro un dato di valore ed una priorità non ci saranno passi avanti.

Le richieste di una Procura nazionale che si occupi degli infortuni sul lavoro vanno nella direzione inefficace di chi ritiene di risolvere il problema della sicurezza solo con la repressione.

Il grande nemico da battere è l’empiria di chi organizza il lavoro senza un metodologia di lavoro basandosi su di una informalità maligna che si fonda sul principio : ” abbiamo sempre fatto così ed è sempre andata bene ” salvo che talvolta va malissimo .

Per uscire da questo incubo occorre un rilevante cambiamento nelle mentalità dei quadri intermedi, dei preposti , dei responsabili di produzione che debbono divenire “agenti attivi di sicurezza”, senza un salto di qualità all’interno delle imprese per quanto riguarda la gestione dei rischi non ci saranno passi avanti. Le Associazioni degli imprenditori dovrebbero promuovere una progettualità in questo ambito e orientare per davvero le imprese associate in questa direzione. Se non lo faranno saranno comunque coinvolte in una perdità di reputazione significativa.

Per quanto riguarda i lavoratori dovrebbero essere più esigenti in materia di salute e sicurezza e fare  ancora meglio quello che molti stanno  già  facendo con merito e sacrifici  come Rls e Rlst…

Gino Rubini, editor di Diario Prevenzione 

Riferimenti

  1. Cinque morti sul lavoro a Casteldaccia (PA) (articolo su Snop.it)
  2. Morire sotto terra a Casteldaccia
  3. Incidente sul lavoro: cinque morti a Casteldaccia nel palermitano. Mattarella: ennesima e inaccettabile strage
  4. Ambienti confinati: un tema sempre attuale

ITALIA SEMPRE PIÙ SIMILE ALL’UNGHERIA

Fonte Areaonline.ch  che ringraziamo 

ESTERI

ITALIA SEMPRE PIÙ SIMILE ALL’UNGHERIA

Criminalizzazione del dissenso, squilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo, tentativi di militarizzare scuole e società e di manipolare l’informazione. La destra di governo intensifica la “caccia al comunista”

“Aiuto, c’è un comunista nel mio bagno”, dice Cipputi guardandosi allo specchio. Pensavamo che la mitica matita di Altan avesse scritto la parola fine sulla presenza del comunismo in Italia. E invece non c’eravamo accorti che i comunisti sono improvvisamente risorti e come un virus stanno infettando le scuole, le università e le piazze del Belpaese. Per evitare che la malattia assuma il carattere di una pandemia la destra italiana si è messa l’elmetto lanciando l’allarme disperato e aprendo la caccia all’Araba Fenice. Per fortuna è una destra a maggioranza no vax altrimenti costringerebbe 59 milioni di persone a vaccinarsi.

 

Ma dov’è il pericolo, dove si nasconde e chi sono gli untori? Il male è ovunque, i capifila tra gli infetti sono gli studenti. Pretendono la fine dei bombardamenti sulla popolazione inerme di Gaza, chiedono di cessare i contratti di collaborazione scientifica con le università e i centri di ricerca israeliani, vogliono che i rettori escano dai comitati scientifici della fondazione Med-Or presieduta dall’ex post-comunista guerriero Minniti della società Leonardo che con Israele scambia più armi che informazioni scientifiche. Si richiamano, questi comunisti in nuce, alla Costituzione che ripudia la guerra e impone di non vendere armi ai paesi belligeranti. Con queste pretese occupano le università e nelle strade aggrediscono poliziotti e carabinieri lanciando le teste e i corpi contro gli incolpevoli manganelli. Tutti comunisti, come quelli che denunciano il #MeToo nelle scuole di cui sarebbero colpevoli tanti docenti ai danni dei loro allievi e collaboratori, borsisti e assistenti. Comunisti e, naturalmente, antisemiti perché condannano la politica del governo israeliano e del suo capo Netanyahu. Come negarlo, dal momento che usano contro “l’unica democrazia del Medioriente” parole come genocidio? Anche tanti ebrei critici con Tel Aviv vengono ormai tacciati di antisemitismo.

 

E ci si mettono anche presidi e insegnanti che in una scuola milanese in cui la metà degli allievi è musulmana si permettono di utilizzare l’autonomia degli istituti scolastici per decidere di sospendere le lezioni nell’ultimo giorno di Ramadan, quando le aule comunque si svuoterebbero. Non basta, il virus ribelle si estende anche alle aule di giustizia dove i magistrati si permettono di indagare su ministri e sottosegretari, magari con la scusa che evadono il fisco, truffano lo stato oppure prendono a pistolettate i loro stessi ospiti durante il cenone di Capodanno. Ma sono matti? Probabilmente sì, e allora perché non imporre un test psicoattitudinale a chi pretende di entrare in magistratura per giudicare gli altri? Detto fatto, uno dei due rami del Parlamento ha già detto sì al test.

 

Si potrebbe continuare nell’elenco delle guerre dichiarate all’insorgente comunismo che si insinua ovunque. L’informazione va normalizzata, si parte con la Rai imponendo amministratori, showmen, anchormen (e women) di provata fede governativa, si prosegue con il tentativo di vendere la seconda agenzia di stampa, l’Agi di proprietà dell’Eni (il gigante petrolifero controllato dal ministero del tesoro), a un senatore fratello d’Italia e di Giorgia Meloni già proprietario di 3 o 4 testate di destra e di innumerevoli cliniche private. Chi denuncia il rischio di pensiero unico e di conflitto d’interessi se non è proprio comunista come Bersani è in malafede.

Quelli che abbiamo elencati non sono casi separati ma pezzi di un unico puzzle, figlio di un disegno che sempre più avvicina l’Italia all’Ungheria, criminalizza il dissenso e il conflitto, cancella il bilanciamento tra i poteri dello stato pretendendo di riportarli sotto il controllo dell’esecutivo. Ma l’aspetto più preoccupante è il tentativo di militarizzare le scuole e il paese  ̶  sempre più contrario ai rigurgiti bellicistici del governo e di gran parte della politica, sempre più inascoltato  ̶  con una progressione di bellicismo e contestuale riarmo ai danni di ciò che resta dello stato sociale. È contro questo processo che sono ritornati in campo gli studenti che svolgono un ruolo meritorio di risveglio di un paese assopito, al di là di possibili semplificazioni che talvolta possono accompagnarne la lotta. E un altro attore sta scendendo in campo in difesa dei diritti del lavoro, della salute, della sicurezza e della Costituzione: la CGIL. Altri comunisti pericolosi. Editori e editorialisti della stampa borghese si sgolano a spiegare quotidianamente che il muro di Berlino è caduto sulla testa dei comunisti, e allora cos’è adesso tutto questo casino ribellistico?

Nella Foto Giorgia Meloni con il premier Ungherese Orbán

Uno spettro si aggira per l’Europa: non è il comunismo, ma la guerra – di Giuseppe Manenti

 

Fonte Effimera che ringraziamo 

 

Questo testo nasce da una mia proposta a Gianni Giovannelli che ha dato anche un notevole contributo di suggerimenti e di stesura. Stimolato dal suo “Tempesta e bonaccia” dove la nostra “bonaccia” mentre corrisponde a eccidi e genocidi, non ci lascia indenni, ma ci rende sempre più impotenti, impoveriti e disarmati di fronte all’avidità del potere e del capitale. Tuttavia mi ritengo insoddisfatto perché avrei voluto essere in grado di motivare ad insorgere contro la guerra, a trovare gli argomenti convincenti e cogenti, a trovare i punti, i modi, le leve per rivoltare questa “bonaccia”. Allora mi rivolgo ai compagni e spero che arrivino da loro idee, propositi, tutto quello che serve per fare la guerra alla guerra. (G.M.)

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Tutti i partiti di governo e di opposizione si dichiarano contro la guerra. Intanto continuano a vendere armi e le industrie che le producono si arricchiscono esponenzialmente, anche grazie a un trattamento fiscale favorevole.

La sola Leonardo italiana ha triplicato il valore delle proprie azioni in tre anni. Il ministro della difesa, Crosetto, nel 2021, ha ricevuto 619.000 euro da questa società, quale compenso per la funzione di advisor, svolta quale presidente dell’Aiad. Per gli azionisti continua la buona stagione.

L’impegno finanziario dell’Italia nei confronti dell’Ucraina è presumibilmente tre volte superiore a quel che ci dicono i dati ufficiali: i 2,2 miliardi di euro dichiarati come aiuti militari, stante la mancanza di trasparenza, si calcola possano essere almeno 5 miliardi complessivi reali, sottratti alla spesa sociale. E andrebbero aggiunti i danni, notevoli, provocati dal conflitto e dalle sanzioni che vanno a gravare sull’economia delle singole famiglie nel nostro paese.

In concomitanza con l’invasione russa dell’Ucraina si apre la guerra del gas, con cui l’America ha risolto il problema del suo gas liquido che secondo Einhorn (fu lui, con un anno di anticipo, a prevedere che Lehman Brothers sarebbe saltata) era una bolla che gravava per 100 miliardi di dollari di perdite su Wall Street. Le sanzioni contro il gas russo e l’offerta che non si poteva rifiutare del gas americano a 80dollari al mq, provocarono un meccanismo perverso, il prezzo di questo gas “made in USA” indicizzato alla Borsa Olandese fu usato nei contratti commerciali per rivendere il gas russo, mentre il gas russo, al prezzo stimato dai 2 ai 10 dollari, continuava a fluire nei gasdotti per i contratti in essere. Le Compagnie che ricevevano il gas russo fecero guadagni stellari alle spalle della popolazione europea, salutando questa guerra come un bengodi ed ovviamente erano poco interessate a fermarla. Anche questa guerra commerciale ha provocato sofferenze e disagi.

Il governo Meloni partecipa attivamente al conflitto ucraino , continuando a stanziare miliardi di euro in finanziamenti e ad inviare armi e istruttori assieme alla NATO.

Anche perché dopo le armi e le distruzioni, il business della guerra continua e le industrie e le banche italiane sono pronte a partecipare al grande affare della “ricostruzione dell’Ucraina”. che implica liberismo sfrenato, sfruttamento di masse ridotte alla fame.

Chi paga tutto ciò? L’85% degli Italiani che non vogliono la continuazione della guerra, ma la pace, ora e subito!

 

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Il Trumpismo globale? Intervista a Miguel Urbon

 

 

Riprendiamo da Contretemps.fr  che ringraziamo

Autore

Miguel Urbon ha appena pubblicato un libro intitolato Trumpismos (Verso). Sviluppa un’analisi dei nuovi estremi di destra – da Trump a Milei (Argentina) a Bolsonaro (Brasile) e Vox (stato spagnolo) o Chega (Portogallo) – per mettere in discussione le forme di una possibile risposta a questa ondata reazionaria globale.

 

Ci si chiede spesso se non stiamo vivendo una ristampa degli anni ’30, quando vediamo come le élite politiche ed economiche conservatrici aprono la strada all’estrema destra, nel bel mezzo della crisi dei sistemi liberali. In che misura sperimentiamo una sorta di Repubblica di Weimar?

Troviamo sempre difficile pensare al presente e al futuro e stiamo cercando analogie. Dalla crisi del 2008, c’è stata sia una crisi economica multidimensionale, con alcuni elementi simili, il crollo del 1929, sia l’ascesa dell’estrema destra. E questo solleva la questione se sia possibile una sorta di riemissione del neofascismo.

Queste domande legittime mostrano la nostra incapacità di pensare al futuro, e questo è ciò che ci porta a pensare con le categorie del passato. Ci sono, ovviamente, analogie. L’estrema destra attuale ha alcuni elementi comuni con il fascismo del periodo tra le due guerre, ma quello che sto cercando di difendere in questo libro è che non ci troviamo di fronte a una sorta di riedizione del fascismo del periodo tra le due guerre, ma piuttosto di qualcosa di nuovo.

Questo non significa che sia peggio o meglio, significa semplicemente che è nuovo. E se dobbiamo partire da ciò che il fascismo era per analizzare l’attuale estrema destra, deve essere solo un punto di partenza, non un punto di fine.

C’è stato un elemento fondante dell’estrema brutalità del fascismo, la prima guerra mondiale, che ha generato un’intera base militante di veterani, sia in Italia che in Germania e in altri paesi dove il fascismo era molto forte, come è avvenuto in Francia.

Un altro elemento fondamentale è l’ascesa del movimento operaio. Gli anni ’20 furono un tempo di rivolta, di rivoluzione. In Germania, è la rivoluzione spartachista che sarà sconfitta, e Rosa Luxemburg sarà assassinata; è anche la Repubblica dei Soviet in Ungheria o la rivoluzione russa, naturalmente, che testimoniano che lo stato liberale non può soggiogare la classe operaia semplicemente ricorrendo ai corpi coercitivi dello stato.

Questo è il cosiddetto stato capitalista eccezionale nato: l’apparato repressivo dello Stato non è più sufficiente a porre fine all’ascesa del movimento operaio, e alcuni strati popolari devono essere mobilitati per schiacciare le rialzi rivoluzionarie.

Oggi non abbiamo tali rivolte. È vero che nel 2011, con 15M [15 maggio 2011, l’inizio del movimento di indignazione, Grecia e America Latina, siamo stati in grado di farlo come un assaggio, ma questo non è paragonabile alla profondità dei cambiamenti e alle interruzioni che gli anni ’20 e ’30 hanno rappresentato per il movimento operaio in Europa.

L’altro elemento è lo scoppio della piccola borghesia, la classe media, la classe che dava una soggettività al fascismo del periodo tra le due guerre. Fu questa classe media profonda-federale che fu sovrarappresentata. Troviamo questo parallelo nell’ascesa dell’attuale estrema destra e nell’ascesa del fascismo.

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I cattivi maestri del “Corriere”

Fonte Volerelaluna  che ringraziamo

Autore :

C’è stato un tempo nel secolo scorso, ormai lontano, nel quale gli esponenti più qualificati della sinistra politica e sindacale italiana si presentavano ai convegni e agli incontri portando sottobraccio un fascio di giornali di tutte le tendenze: il primo di essi, che fungeva da cartellina contenente tutti gli altri, era immancabilmente il Corriere della Sera. C’era forse un po’ di snobismo in quell’atteggiamento, ma sicuramente c’era anche il riconoscimento che gli editorialisti di quella testata della buona borghesia meneghina sapevano rappresentare e illustrare il punto di vista del capitalismo italiano. L’autorevolezza del giornale era data, agli occhi dei leader della sinistra, dall’autorevolezza di un capitalismo nazionale che, dopo il disastro del fascismo e della guerra, era riuscito a promuovere una forte crescita economica, seppur a fronte di gravi sacrifici sociali imposti ai lavoratori.

Se ci si arma di pazienza e soprattutto di senso dello humour, può essere interessante leggere anche oggi, rigorosamente on line, gli editoriali attuali dell’eterno Corriere della Sera. I tempi sono diversi: la situazione economica e soprattutto produttiva del nostro paese non è più quella di un tempo, anche perché, come sappiamo, il quadro internazionale ed europeo è profondamente cambiato in questo nuovo secolo. Proprio in questi giorni è lo stesso Corriere a informarci che tra le 306 imprese del Paese con un fatturato superiore al miliardo di euro, le prime tre (Enel, Eni, Gse) con un giro d’affari ciascuna di oltre 100 miliardi, sono a controllo pubblico e la quarta (Edison) con solo (…) 30 miliardi di fatturato è a controllo francese. Di seguito vengono altre importanti industrie, in origine sia pubbliche sia private, che sono state cedute a capitali esteri: le poche rimaste italiane nella proprietà hanno provveduto a stabilire all’estero la loro sede legale e, soprattutto, quella fiscale. Il Corriere commenta amaramente il confronto con la Germania, altra e maggiore economia industriale europea: le prime dieci società tedesche, infatti, fatturano da sole quanto le prime 306 imprese italiane. Dunque, il capitalismo industriale privato italiano si è molto ristretto in questi ultimi decenni; gli unici imprenditori che fanno parlare di sé sono i vari Briatore, Garnero-Santanchè oppure i balneari, i taxisti, gli agricoltori con i loro trattori e così via. Forse a causa di questa carenza strutturale, gli editorialisti del Corriere appaiono incerti e incredibilmente confusi.

Un tempo, in politica interna, predicavano un “sano” centrismo; oggi, tra le righe, provano ancora, ma con meno convinzione, a consigliare moderazione (…) sia a Schlein, sia a Meloni: la prima dovrebbe abbandonare il rapporto col Movimento 5Stelle e la seconda dovrebbe contenere le intemperanze dei suoi Fratelli più nostalgici e di Salvini. Ma poi inciampano nei fatti che accadono veramente e la loro pretesa coerenza va a farsi benedire: in Sardegna la coalizione Pd-M5S vince per poche centinaia di voti le elezioni regionali e gli editorialisti del Corriere suggeriscono alla “sinistra” di apprezzare quel sistema maggioritario, drogato da un abnorme premio di maggioranza per la coalizione vincente (a fronte di un astensionismo elevatissimo) e di accettare, quindi, come buone, seppur migliorabili, le proposte presidenzialiste di modifica costituzionale della destra.

In politica estera il Corriere è sempre stato ferreamente atlantista e non poteva essere diversamente: oggi, però, la Nato appare in crisi, sia perché gli Usa sembrano dirottare il loro interesse militare prevalente sul Pacifico nel confronto con la Cina, a maggior ragione nel caso di una futura seconda presidenza Trump, sia perché gli stessi membri dell’Alleanza si muovono in ordine sparso e spesso contraddittorio di fronte alla guerra in Ucraina e a quella in Palestina. Ecco allora che gli editorialisti del Corriere fanno buon viso a cattiva sorte e supportano, sulla scia di Mario Draghi, la necessità di una forte (e costosa) difesa comune europea; intanto il Regno Unito, la Francia, la Polonia, la Germania e di seguito tutti gli altri si muovono, invece, su questo tema in ordine sparso: perciò gli articoli di fondo finiscono per accettare e per proporre più modestamente accordi bilaterali di difesa comune con l’Ucraina.

Ai tempi della guerra fredda, che ha contrapposto la Nato e il Patto di Varsavia, il Corriere si considerava un baluardo anticomunista, pur dovendo in qualche modo fare i conti in Italia con il maggiore partito comunista occidentale: due anni fa, quando la Russia di Putin ha invaso l’Ucraina, il vecchio spirito dei bei tempi passati è felicemente risorto. Lo scontro tra la Nato e la potenza atomica russa, tra due paesi governati entrambi da oligarchie capitalistiche, nazionaliste, autoritarie e corrotte, è stato letto dal Corriere – ma in questo caso in larga e indifferenziata compagnia con molti altri anche di sponde opposte – come una riedizione delle buone vecchie battaglie di un tempo tra la democrazia liberale e il comunismo. E naturalmente, tra i lettori del prestigioso giornale, qualcuno ci è anche cascato; qualche giorno fa, infatti, in una lettera al giornale un lettore militante così si è espresso a proposito di Putin: «È stato e continua ad essere nella mentalità, negli strumenti e nella repressione della libertà un vero comunista». La risposta, tra il rassegnato e il reticente, di Aldo Cazzullo al fedele lettore è paradigmatica: «[Putin] non è fascista e non è comunista; è un frutto malato del tempo che ci è dato in sorte».

Secondo Angelo Panebianco, invece, la vera malattia di questi tempi è il torpore delle opinioni pubbliche dei paesi dell’Occidente e prova, perciò, a fare una stima: «Un sondaggio ben fatto, probabilmente, mostrerebbe che non più del cinque, massimo dieci per cento, delle opinioni pubbliche si rende conto della gravità della congiuntura storica in cui ci troviamo». E quindi la democrazia da difendere in che cosa consisterebbe?Nell’imporre in qualche modo il punto di vista di quel cinque o dieci per cento che, come il lettore militante di cui sopra, ha le idee più chiare e comunque convergenti con gli autorevoli editorialisti del Corriere? Secondo Panebianco «non possiamo ignorare il fatto che una parte dell’Europa, magari con l’Italia in testa, sarebbe pronta, se le cose si mettessero davvero male in Ucraina, a innalzare un cartello con sopra scritto “meglio putiniani che morti”». Poco oltre, non manca di sottolineare, contradditoriamente, che la minaccia nucleare della Russia non può essere sottovalutata: meglio morti che putiniani, dunque? Qualche settimana fa Ernesto Galli della Loggia l’ha detto più esplicitamente, invitando gli europei e gli italiani a fare i conti concretamente con la possibilità di entrare in guerra.

Ma i veri nemici degli autorevoli editorialisti del Corriere, più ancora che Putin, più dei terroristi di Hamas o degli enigmatici cinesi, sono i pacifisti locali: «Le minoranze politicizzate anti-occidentali: quelli che “è tutta colpa della Nato”, quelli che “le cosiddette democrazie occidentali sono in realtà dittature asservite al capitale finanziario”, quelli che disprezzano Zelensky, quelli per i quali la parola “pace” e la parola “resa” sono sinonimi. Quelli, insomma, che amplificano la propaganda anti-occidentale di Putin. Anche le ampie simpatie per Hamas si spiegano con la diffusa presenza di sentimenti anti-occidentali», secondo Panebianco.

Su questo tema della critica, in particolare, ai giovani occidentali che non si sentono fortemente orgogliosi e riconoscenti di esserlo, il vero specialista è, però, Federico Rampini, anche in forza della sua profonda autocritica di essere stato di “sinistra”: un grave peccato di gioventù, come l’ha definito lui stesso. Se nelle università americane i giovani prendono le distanze dalla politica aggressiva della Nato, se denunciano le stragi di palestinesi, messe in atto da Israele, per vendicare l’assalto di Hamas del 7 ottobre dell’anno scorso, allora per Rampini essi abdicano al ruolo egemone dell’Occidente e spianano la strada al prevalere delle dittature orientali. La delusione per lui è forse ancora più forte, proprio perché è diventato cittadino americano, magari anche per costruire un fossato invalicabile con i suoi peccati di giovane europeo e peggio ancora di italiano: anche negli Usa oggi si trova di fronte a quelle posizioni per lui rinunciatarie e ingrate verso la civiltà occidentale. Ma come sempre implacabilmente i fatti accadono e talvolta contraddicono speranze e illusioni anche dei più autorevoli commentatori: così infilando i pollici nelle sue sgargianti bretelle colorate, prendendo atto che la guerra in Ucraina sta andando male, che gli ulteriori aiuti americani sembrano non arrivare, che la proposta di Macron di intervenire direttamente nel conflitto non ha raccolto nessuna adesione né dalla Nato, né dagli altri paesi europei, Rampini “detta” le condizioni per un armistizio: concessioni territoriali alla Russia in cambio dell’avvio di un lungo e non facile – a detta sua – percorso di adesione dell’Ucraina alla Nato “europeizzata” e all’Unione europea. Ecco, dunque, si concretizza proprio il rischio evidenziato da Panebianco: «Le opinioni pubbliche, man mano che si aggrava la congiuntura internazionale, potrebbero passare repentinamente dalla incomprensione alla paura e dalla paura al desiderio di saltare sul carro del vincitore». E tuttavia questo accade all’interno dello stesso giornale….

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Sono i ricchi il vero pericolo per la democrazia

 

 

Fonte Emigrazione-Notizie  che ringraziamo

Non quello che l’ex presidente americano George W. Bush ha battezzato “l’asse del male”, non Vladimir Putin, né il terrorismo, né tantomeno le migrazioni. Non sono questi, come ci raccontano, i più grandi pericoli che incombono sulla democrazia. Ciò che sta uccidendo il sistema democratico è invece l’erosione  delle sue istituzioni messa in pratica sistematicamente da una oligarchia di super-ricchi, che ormai controllano e piegano al proprio volere l’intera infrastruttura democratica e minano alla base i pilastri su cui essa si poggia, come l’informazione libera, i corpi intermedi, la politica, lo stato sociale.

Favorita dal processo di accentramento della ricchezza e del reddito innescato dal neoliberismo, questa oligarchia sta costruendo un potere che svuota dall’interno il processo democratico e allarga a dismisura le disuguaglianze, con lo scopo di mantenere un sistema di privilegi e creare attorno ad essi un consenso ideologico.

Come spiega bene l’economista Emiliano Brancaccio nel suo Democrazia sotto assedio, “la centralizzazione capitalistica spinge verso un accentramento del potere, non solo economico ma a lungo andare anche politico, e per questo è destinato a compromettere la divisione dei poteri e il sistema dei diritti su cui reggono le democrazie liberali contemporanee”. Ad oggi, spiega ancora Brancaccio, “la proprietà delle imprese quotate a livello internazionale è concentrata nelle mani di un nucleo ristrettissimo di azionisti”. In particolare, nel 2016, l’80% del valore del mercato azionario globale era controllato solo dall’1% degli azionisti.

L’accelerazione di questa deriva, causata anche dalle crisi sempre più ravvicinate e devastanti dell’ultimo ventennio, ha già prodotto uno smantellamento sistematico dello stato sociale nei Paesi occidentali che va di pari passo con la crescita delle disuguaglianze e con l’immobilizzazione dell’ascensore sociale. Effetti ben descritti nei loro studi oltre che da Brancaccio, anche Luciano Gallino, Thomas Piketty e tantissimi altri. E tutto ciò è stato possibile anche per la mancanza di un’efficace alternativa prodotta dal sistema democratico, che si dimostra carente di valide risorse politiche e ideologiche per contrastare il fenomeno.

Anzi, secondo l’ultimo rapporto Oxfam, a livello globale le 5 persone più ricche del mondo hanno raddoppiato le proprie fortune dal 2020, mentre 4,8 miliardi di persone (ben più della metà della popolazione) sono più povere oggi rispetto al 2019.

Tra i Paesi in Ue dove questi divari si stanno ampliando con maggiore velocità c’è proprio l’Italia. Come spiegato da un recente studio di Openpolis, che ha elaborato dati di Banca d’Italia e Istat, in Italia l’1% dei super-ricchi detiene il 13,6% di tutto il reddito nazionale e, tra il 1980 e il 2022, la Penisola ha registrato il più marcato accentramento delle ricchezze in UE: +7,4%.

Non stupisce dunque che proprio in Italia ci sia ormai da tempo una fortissima spinta per diminuire le tasse ai più ricchi, non si combatta efficacemente l’evasione fiscale, che infatti dilaga, vigano enormi sacche di privilegio intoccabili e si punti allo smantellamento sistematico dello stato sociale, della sanità, dell’istruzione e dei poteri che potrebbero contrastare in qualche modo gli squilibri crescenti, come quello della magistratura e del presidente della Repubblica, sempre più nel mirino. E’ l’effetto del potere di quell’1% sulla politica e sulle istituzioni, che sta scardinando lo Stato e rendendo un guscio vuoto la nostra democrazia.

Coordinamento nazionale FILEF

Dai raccoglitori di rifiuti ai riciclatori: reinventare un settore disprezzato

 

 

fonte  Znetwork  che ringraziamo 

Marisol Mendoza esce di casa in moto alle 5:45. Percorre una strada sterrata fiancheggiata da cespugli e attraversa un ruscello fino alla discarica, dove ha lavorato per quattro anni.

Ci sono migliaia di pepenadores, o raccoglitori di rifiuti, che si guadagnano da vivere differenziando e vendendo i rifiuti delle discariche a cielo aperto del Messico. Mendoza non è uno di questi. Ha uno stipendio mensile, un orario fisso, assistenza sanitaria, ferie retribuite, pause regolari e accesso a dispositivi di protezione. San Lorenzo Cacaotepec, una cittadina di circa 13.000 abitanti nello stato meridionale di Oaxaca, impiega formalmente Mendoza e altri 16 nella discarica locale, dove vengono chiamati riciclatori, non raccoglitori di rifiuti.

San Lorenzo Cacaotepec, che ha formalizzato questo lavoro nel 2016, è probabilmente l’unico comune del Messico ad averlo fatto. Ma altri potrebbero presto seguire l’esempio. Nel 2021, le autorità statali di Oaxaca hanno sviluppato un programma per incoraggiare altri comuni a emulare il sistema di successo. “Vogliamo mostrare agli altri comuni che è possibile, che una comunità con poche risorse federali… è riuscita a generare posti di lavoro e un’attività economica interessante”, afferma Helena Iturribarría, ministro dell’Ambiente, dell’Energia e dello Sviluppo Sostenibile.

I materiali riciclabili che Mendoza e i suoi colleghi raccolgono nella discarica generano tra gli 11.000 e i 13.000 pesos messicani (543 e 643 dollari) al mese per San Lorenzo Cacaotepec. Il lavoro dei riciclatori ha inoltre prolungato la durata di vita della discarica. Si prevedeva che lo spazio avrebbe raggiunto la capacità massima nel 2016, sette anni dopo la sua costruzione. Anche se dovrà essere ampliata a breve, la discarica rimane operativa sei anni dopo.

“Se non facessero la raccolta differenziata non ci sarebbe alcun guadagno per il Comune”, dice Perla Procopio, biologa dell’Assessorato alla Salute e all’Ecologia di San Lorenzo. “Senza di loro, affogheremmo nella spazzatura”.

I miglioramenti alla discarica hanno garantito la sicurezza di Mendoza e dei suoi colleghi. “Prima che iniziassi a lavorare qui, la discarica non aveva il tetto”, racconta. “Ora, l’area in cui differenziamo i rifiuti ha un tetto… il che ci aiuta davvero”.

Il suo collega Salvador Martínez, che lavora nella discarica da un anno e mezzo, è d’accordo: “Il nostro lavoro è pericoloso, ma con i dispositivi di sicurezza che utilizziamo mi sento molto più sicuro”. Il capo delle operazioni Pedro Díaz, che ha iniziato come riciclatore, afferma che l’orario fisso, dalle 6:00 alle 14:00, gli dà “abbastanza tempo per prendersi cura degli alberi di casa mia e stare con la mia famiglia”.

L’iniziativa a San Lorenzo Cacaotepec è stata ideata da  Sikanda , pluripremiata organizzazione no-profit di Oaxaca che sviluppa progetti di inclusione sociale per i raccoglitori di rifiuti. Fondata nel 2009, Sikanda ha formato più di 200 lavoratori nelle tecniche di riciclaggio e compostaggio e ha contribuito a costruire centri di riciclaggio. Ha donato un trituratore di plastica e mezzi di trasporto a San Lorenzo Cacaotepec, dove ha anche allestito un orto comunitario, un pollaio e un contenitore per l’organico per prevenire l’inquinamento del fiume, del sottosuolo e dell’atmosfera.

“Vogliamo che il loro lavoro venga riconosciuto, che ricevano salari con orari fissi e sicurezza sociale e che le loro esigenze specifiche siano affrontate direttamente”, afferma José Carlos León, fondatore di Sikanda.

La maggior parte dei 2.471 comuni del Messico non include la raccolta differenziata nella propria strategia di gestione dei rifiuti. Le discariche sono solitamente all’aperto e il riciclaggio è informale. “In questi [luoghi] ​​si sviluppa un mercato attorno ai rifiuti”, afferma Johannes Cabannes, professore dell’Università Nazionale Autonoma del Messico e dell’Università Iberoamericana specializzato in politica municipale. “Ci sono persone che vivono fisicamente in una discarica, nutrendosi di tutto ciò che riescono a processare. Raccolgono la spazzatura che sanno di poter vendere a intermediari o aziende che riciclano determinati materiali, e poi vivono marginalmente di quelle vendite.

Un raccoglitore di rifiuti, dice, può guadagnare tra 600 e 1.200 pesos (30 e 60 dollari) a settimana.

Non ci sono dati ufficiali sul numero di raccoglitori di rifiuti in Messico, o sulla quantità di denaro generata dalle loro attività. In uno studio del 2007 commissionato dalla International Finance Corporation, un’organizzazione sorella della Banca Mondiale, il ricercatore Martin Medina ha stimato il numero di raccoglitori di rifiuti in Messico a circa 100.000, di cui il 25% minorenni. Un rapporto del 2020 del Segretariato messicano per l’ambiente e le risorse naturali afferma che ci sono raccoglitori di rifiuti in tutti i siti di smaltimento finale del Messico. “Non vengono riconosciuti per questo e non vengono compensati sotto forma di salario o diritti per il lavoro che forniscono”, afferma León.

I comuni cambiano amministrazione ogni tre anni, il che complica gli sforzi per emulare il programma di San Lorenzo Cacaotepec. “Non ha senso iniettare risorse se un progetto verrà interrotto quando si insedierà il prossimo governo”, afferma Cabannes. León aggiunge che Sikanda deve negoziare gli obiettivi del progetto con ogni nuova amministrazione. “Quando incontriamo un’amministrazione apatica”, dice, “il progetto smette di funzionare come dovrebbe”.

Nonostante ciò, Díaz e Martínez affermano che il loro lavoro alla discarica ha insegnato loro l’importanza del riciclaggio, a partire dalle proprie case. “Questo lavoro è un modo per me di fare la mia parte per prendermi cura dell’ambiente”, afferma Mendoza. “È un modo per guadagnare un reddito e socializzare con i colleghi.”

Manganelli, corpi e matite

Raramente e forse a torto ci occupiamo di elezioni locali, ma stavolta dobbiamo fare un’eccezione, perché in Sardegna sono confluiti diversi fattori che, tutti insieme, configurano un inizio di svolta, il principio della parabola discendente di Giorgia Meloni e una crepa della coalizione di centrodestra. Sebbene logicamente si tratti di due cose indipendenti, è nettissima la percezione di un nesso fra il risultato sardo (che pure ha una genealogia tutta sua) e la vergognosa vicenda delle cariche selvagge della polizia contro le manifestazioni filo-palestinesi a Napoli, Firenze e Pisa. Le matite in risposta ai manganelli – ha detto esplicitamente la vincitrice Todde (personaggio non scontato).

Specificherei forse che ai manganelli (la cieca violenza repressiva della catena di comando degennariana imposta da Meloni) si è contrapposto non solo un voto di protesta, ma in primo luogo la resistenza dei corpi degli studenti, che si sono conquistati il diritto alla parola e allo spazio pubblico senza “licenza dei superiori” (Zagrebelsky ha opportunamente ricordato che la Costituzione non prevede per le riunioni  una “autorizzazione” bensì un semplice “preavviso”), mettendo in evidenza la brutalità del potere e costringendolo a fare marcia indietro, fino all’irritata reprimenda del Presidente dalla Repubblica. Di più: Piantedosi, in un grottesco tentativo di difesa è arrivato a stimare in mille le manifestazioni pro-Palestina delle ultime settimane, per minimizzare la quota di quelle aggredite e bastonate, e Meloni si è vantata che l’Italia è uno dei pochi paesi europei a non vietare i cortei per la Palestina libera (salvo bloccarli per presunti “obiettivi sensibili”, tipo la sinagoga di Pisa). Pur nella strumentale gonfiatura ne risulta per paradosso l’ampiezza della mobilitazione giovanile che ricorda le migliori stagioni di una conflittualità interna collegata alla solidarietà internazionalistica – segno temibile di cicli crescenti e intersezionali di lotte.

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Caso Iuventa, la Procura di Trapani chiede il non luogo a procedere e la restituzione della nave. Le ong non sono criminali

Fonte Articolo21.org

 

La Procura di Trapani ha chiesto al Gup il non luogo a procedere per tutti gli imputati del caso Iuventa «perché il fatto non costituisce reato» e la restituzione della nave di soccorso sequestrata nel 2017. Lo ha scritto per primo su X il gornalista di Radio Radicale Sergio Scandura. «Siamo soddisfatti della richiesta al Gup, ma faremo comunque la nostra parte perché abbiamo argomentazioni non sovrapponibili», ha detto all’AGI Francesca Cancellaro, legale dei membri dell’equipaggio della nave. Nel processo ci sono quattro imputati, i membri dell’equipaggio della nave della ong tedesca rispondono di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il caso Iuventa è iniziato nell’estate del 2017, quando l’allora governo guidato da Paolo Gentiloni, ministro dell’Interno Marco Minniti, varò il «codice di condotta» per le ong impegnate nel soccorso in mare, descritto da Jugend Rettet (Giovani in soccorso) come «una vera e propria minaccia al loro operato in mare». La ong, insieme ad altre, rifiutò di firmare il codice prima della scadenza del 31 luglio 2017. Il 2 agosto 2017 la nave Iuventa dell’organizzazione Jugend Rettet venne sottoposta a sequestro su mandato giudiziario italiano per il sospetto di «assistenza alla migrazione illegale» e collusione con i trafficanti durante tre diverse operazioni di salvataggio svolte durante il 2016 e il 2017.
La conclusione e la relativa richiesta del pm è destinata a mettere ordine in questo procedimento e in generale sul ruolo delle Ong nel Mediterraneo.

La Grecia sta progettando un sistema di sorveglianza automatizzato da 40 milioni di euro ai confini con la Macedonia del Nord e l’Albania

 

Fonte Algorithmwatch

 

 

 

 

La Commissione europea vuole che la Grecia costruisca un muro automatizzato per impedire ad alcune persone di lasciare il Paese. La gente del posto non è entusiasta, ma la loro opinione conta poco.

Molte persone con passaporto siriano, afghano, somalo, bengalese o pakistano che cercano asilo nell’Unione europea lasciano la Grecia quando hanno la sensazione che la loro situazione amministrativa non migliorerà lì. Il percorso verso altri paesi dell’UE attraverso i Balcani inizia nel nord della Grecia, prosegue verso la Macedonia del Nord o l’Albania. La polizia greca, si dice, è piuttosto rilassata nei confronti delle persone che lasciano il paese.

“Molte persone che passano dalla nostra zona vogliono andare in Europa”, dice Konstantinos Sionidis, sindaco di Paionia, un comune operaio di 30.000 abitanti al confine settentrionale della Grecia. “Non è una situazione piacevole per noi”, aggiunge.

Una mappa della Grecia settentrionale con evidenziata la posizione del comune di Paionia.

Ma uscire da via Paionia si fa sempre più difficile. Nel maggio 2023, le guardie Frontex hanno iniziato a pattugliare il confine con la Macedonia del Nord. Vicino all’autostrada, una giovane donna della Sierra Leone ha detto che lei e la sua amica hanno tentato di andarsene quattro volte nell’ultimo mese. Una volta arrivarono fino al confine serbo. Le altre volte sono stati arrestati immediatamente di notte nella Macedonia del Nord, mentre uscivano dalla foresta, da agenti di Frontex che chiedevano “Vuoi andare in Germania?” (No.) “Non ci vogliono qui [in Grecia]”, dice. “Andiamo!”

Tuttavia, la Commissione europea ha in programma di rendere più difficile per le persone viaggiare attraverso la Macedonia del Nord (e altre parti della rotta dei Balcani occidentali). Secondo un documento di programmazione nazionale per il finanziamento UE della “gestione delle frontiere” per le autorità greche nel periodo 2021-2027, sono stanziati 47 milioni di euro per costruire un “sistema automatizzato di sorveglianza delle frontiere” ai confini della Grecia con la Macedonia del Nord e l’Albania. Il nuovo sistema sarà esplicitamente modellato su quello già implementato al confine terrestre con la Turchia, lungo il fiume Evros.

Il muro di confine virtuale

Evros è descritta come un “banco di prova” di sorveglianza. All’inizio degli anni 2000, la polizia utilizzava termocamere e binocoli per individuare le persone che tentavano di attraversare il confine. Mentre la Grecia e altri Stati membri aumentavano i loro sforzi per tenere le persone fuori dall’UE, sono arrivati ​​più finanziamenti per droni, rilevatori di battito cardiaco, più guardie di frontiera – e per un “sistema automatizzato di sorveglianza delle frontiere”.

Nel 2021, il governo greco ha inaugurato decine di torri di sorveglianza, dotate di telecamere, radar e sensori di calore. I funzionari hanno affermato che questi sarebbero in grado di allertare le stazioni di polizia regionali nel caso in cui rilevassero persone che si avvicinano al confine. All’epoca, i media erano entusiasti di questo “scudo elettronico” 24 ore su 24 che avrebbe “sigillato” Evros con telecamere in grado di vedere “fino a 15 km” in Türkiye.

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Riflettere sulla tragedia di Firenze senza l’uso di parole consumate….

 

 

 

 

 

 

 

E’ difficile, ancora una volta, trovare parole non consumate dalla retorica per scrivere dell’ultima tragedia sul lavoro avvenuta nel cantiere Esselunga di Firenze.
Solo il silenzio della riflessione e il rispetto per le persone che hanno perso la vita mentre stavano lavorando ci può consentire di ragionare senza ripetere luoghi comuni e slogan usurati e smentiti nella quotidianità come ” mai più morti sul lavoro ”
E’ necessaria l’umiltà di ripartire da parte di ciascun soggetto in campo, dalle imprese alle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori, sottoponendo ad una verifica le pratiche operative di valutazione e gestione dei rischi, quelle formali impeccabili che rimangono nelle carte degli uffici e quelle reali, permeate da una informalità maligna, che sono molte volte all’origine delle tragedie come quella di Firenze. La schizofrenia dei comportamenti per cui nella stessa azienda convivono una rappresentazione formale della organizzazione del lavoro con una documentazione a prova di ispezione delle autorità preposte ed una pratica reale che non ha alcun rapporto con le misure necessarie per gestire i rischi per la sicurezza. Questo è un male diffuso e cronico in molte, troppe realtà aziendali dal comparto delle costruzioni alla logistica. Non sappiamo cosa sia successo e le cause nel caso specifico della tragedia di Firenze, saranno le indagini delle autorità competenti a individuare le concause che hanno prodotto il disastro. Sappiamo per certo che l’allungamento delle linee di decisione e governo della organizzazione del lavoro nei cantieri, la moltiplicazione dei soggetti che operano nello stesso sito, la sovrapposizione delle lavorazioni senza adeguato coordinamento sono spesso alla base del fallimento di una corretta valutazione e gestione dei rischi. Le pratiche di moltiplicazione degli appalti e subappalti a cascata sono il male oscuro alla base della fragilità gestionale del lavoro in sicurezza. I lavoratori di oggi, siamo ben lontani dagli anni delle lotte e delle conquiste, sono soggetti ricattabili, sono ragazzi venuti da lontano che spesso non sono in grado di rifiutarsi perchè, verosimilmente, come nel caso del cantiere di Firenze sono senza il permesso di soggiorno…o col permesso scaduto. Tra i determinanti di queste tragedie vi è una legislazione disinvolta che regola la disciplina degli appalti nel settore privato. L’attuale governo è orientato alla deregulation che dovrebbe essere estesa dal settore privato a quello delle opere pubbliche. Vedremo dopo i discorsi e il cordoglio delle autorità quali saranno le decisioni per fermare questa carneficina. Vedremo pure se cambieranno gli atteggiamenti discriminatori e le narrazioni verso le condizioni  di tanti ragazzi immigrati, lavoratori che pagano, a volte, un prezzo inaccettabile, con la vita, il loro desiderio di realizzare una condizione esistenziale migliore.
Vedremo se le parole di circostanza delle autorità svaniranno nel nulla dopo i funerali di questi lavoratori. Questa tragedia non riguarda solo questi ragazzi immigrati vittime di un lavoro che uccide, è anche un segnale per tutti i lavoratori: in troppe realtà aziendali è stato superato il limite di accettazione sociale tollerabile delle condizioni di lavoro pericoloso .

Gino Rubini, editor di Diario Prevenzione

La destra asociale consegna la propria dichiarazione di guerra: ai poveri di Alessandro Robecchi

 

La dichiarazione di guerra è stata consegnata nelle mani di alcuni milioni di italiani, quelli poveri, che si ostinano a esserlo e a rimanerlo, nonostante i proclami del clan famigliare al governo e le magnifiche sorti del Paese illustrate ogni sera dai cinegiornali Luce, un tempo detti Tg. Una sistematica opera di bonifica ai danni di una parte non esigua della popolazione, quella che fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, quella che – anche lavorando – si ritrova ai confini della soglia di povertà, o addirittura sotto. Tolto il reddito di cittadinanza a un milione di famiglie (a 400.000 via sms), dopo una campagna stampa trasversale durata anni tesa a descrivere ogni meno abbiente del Paese come un bieco truffatore, le famiglie con un sussidio sono oggi 288 mila, ma il sussidio sono due carote e un pomodoro, e per averlo bisogna avere un Isee di tipo sahariano: 6.000 euro all’anno, che in una città come Milano, per dire, non ti bastano nemmeno per andare alla Caritas in tram.

Alcuni – fortunelli – hanno ricevuto da Yo soy Giorgia una carta alimentare, una moderna carta annonaria, da 382,5 euro all’anno (1,04 euro al giorno, non scialate). Insomma, chi non ce la faceva, o ce la faceva a malapena con grande fatica, è stato prima preso a ceffoni dai giornali (i famosi fannulloni sul divano) e poi direttamente affamato dal governo. Chi ha fatto i conti stima più o meno un risparmio di 4 miliardi per i tagli al reddito e un esborso di mezzo miliardo per il caritatevole obolo di un euro al giorno, che fa un risparmio secco di 3 miliardi e mezzo: non volendo prenderli dagli extraprofitti delle banche – sacrilegio! – li si prende dagli extrasfigati, componente sociale in continuo aumento.

Naturalmente finché c’è la salute c’è tutto, e se la salute non c’è, cazzi vostri. Se ti serve un esame urgente o una cura veloce e non puoi aspettare un anno, e non puoi pagarti una sanità privata (tipo quella che possiedono i giornali che sostengono vibratamente Yo soy Giorgia) che ti devo dire, pazienza, verremo al funerale. Alla sanità sono finiti 3 miliardi, che andranno quasi tutti in contratti del personale, e undici italiani su cento rinunciano a curarsi per mancanza di soldi.

Il grande vanto e ostentazione della famiglia (sur)reale di Chigi Palace per la valanga di soldi destinati agli anziani è tragicomico. Un po’ perché si sventolano soldi che già arrivavano, e un po’ perché la platea è composta da ultraottantenni non autosufficienti, gravissimi, con un Isee inferiore a 6.000 euro: meno di trentamila persone nel 2025 e meno di ventimila nel 2026 (la strategia è puntare sulle esequie, insomma).

Però, per fortuna, si aiutano le donne. Oddio, non esageriamo. Forse era una buona idea quella della decontribuzione (fino a 3.000 euro lordi) per le donne che lavorano, poi però ecco la sorpresa: vale solo per le donne che hanno tre figli (tre!) e che siano lavoratrici assunte regolarmente a tempo indeterminato, nell’ecosistema italiano animali piuttosto rari. Se vuoi lo sconto sui contributi – ma solo per un anno – devi avere almeno due figli, se no zero. È una variante dei fannulloni sul divano: solo che qui si consiglia di stare sul divano a figliare. Tra l’altro, se hai un bambino solo, ti paghi l’asilo, perché per avere un contributo di figli devi averne almeno due, se no zero pure qui.

Questo è il contenuto della dichiarazione di guerra. Come andava di moda dire, c’è un aggressore e un aggredito, che nei cinegiornali della sera non si vede mai.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 7 febbraio 2024

La presunzione d’innocenza ai tempi di Orban: il caso Salis

 

 

 

 

Fonte : Articolo21.org

Le sue immagini con le catene a mani e piedi hanno fatto il giro del mondo e qualcuno ha dovuto rivederle più volte per rendersi conto che era tutto vero e che accadeva in Europa, sì nella patria dei diritti umani. Ma accadeva, e soprattutto accade, nell’Ungheria del Premier Orban, un Paese non nuovo a violazioni dei diritti umani internazionalmente riconosciuti. Ilaria Salis, insegnante milanese di 39 anni, era stata arrestata ormai quasi un anno fa e accusata di aver aggredito due estremisti neonazisti durante una manifestazione organizzata da nostalgici del Terzo Reich a Budapest. Lesioni lievissime, evidentemente, perché la prognosi era stata di appena cinque giorni. Ma, da quel momento, Ilaria Salis è stata inghiottita nel buco nero delle carceri ungheresi, ormai da undici mesi. La Procura di Budapest, che è di nomina governativa e da anni agisce sotto il controllo del Governo, ha contestato reati più gravi come il terrorismo e reati d’odio, secondo un copione che in Ungheria come in Russia è ricorrente per bloccare ogni forma di dissenso. Mesi di silenzio totale delle autorità italiane. Solo a seguito dell’inizio del processo, nel Tribunale di Budapest, in cui la detenuta, presunta innocente, è stata trascinata attraverso una catena legata a un cinturone, con manette e altre catene che le bloccavano i piedi, sono state presentate alcune note di protesta da parte del Ministro degli esteri Antonio Tajani che ha convocato per spiegazioni l’ambasciatore ungherese in Italia. Eppure, stando al racconto del padre, la donna è stata trasferita in ogni udienza con le stesse modalità e si può immaginare che, come farebbe ogni Stato nel caso di un cittadino in pericolo nelle famigerate carceri ungheresi e di un padre che ormai da undici mesi denuncia le gravi violazioni subite dalla figlia, qualche rappresentante dell’ambasciata italiana in Ungheria abbia seguito la vicenda e comunicato con la donna che, dalla ricostruzione giornalistica, sembra abbia scritto una lettera di denuncia sulla sua situazione carceraria alle autorità italiane. Sul fronte giudiziario l’udienza del 29 gennaio 2024 si è subito chiusa con la dichiarazione di non colpevolezza della donna e il rinvio al 24 maggio. Non sono stati disposti gli arresti domiciliari e quindi la donna è tornata in carcere.

La vicenda mostra, sotto il profilo del diritto internazionale e del diritto dell’Unione europea, diverse violazioni. In primis, l’Ungheria, Paese membro dell’Unione europea, malgrado le costanti violazioni dei diritti dell’uomo e del mancato rispetto delle regole sulla rule of law, continua a calpestare il diritto e i valori fondanti dell’Unione europea come se nulla fosse, restando sostanzialmente impunita. In questo caso, è evidente la violazione della direttiva 2016/343 sul rafforzamento della presunzione di innocenza e sul diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali adottata dal Parlamento europeo e dal Consiglio il 9 marzo 2016 (direttiva 2016:343). Questa direttiva all’articolo 5 dispone che “Gli Stati membri adottano le misure appropriate per garantire che indagati e imputati non siano presentati come colpevoli, in tribunale o in pubblico, attraverso il ricorso a misure di coercizione fisica”. Solo in casi eccezionali, in cui vi sia una minaccia alla sicurezza o al fine di impedire che gli indagati o imputati fuggano o entrino in contatto con terzi, situazioni che certo non sussistevano in questo caso, è possibile applicare misure coercitive, in via, quindi, del tutto eccezionale. Ma Ilaria Salis non costituiva alcun pericolo. Appare violata, così, la direttiva.

Sembra carta straccia, poi, per l’Ungheria la raccomandazione (UE) 2023/681 della Commissione dell’8 dicembre 2022 sui diritti procedurali di indagati e imputati sottoposti a custodia cautelare e sulle condizioni materiali di detenzione (raccomandazione) con la quale è stato affermato che la custodia cautelare deve essere considerata una misura eccezionale, da utilizzare nel rispetto della presunzione di innocenza, con la conseguenza che va adottata una presunzione a favore della liberazione. Inoltre, la raccomandazione chiede il rispetto di alcune condizioni nelle strutture detentive.

Tra le altre violazioni, proprio le condizioni di detenzione che, stando anche a quanto descritto da un’altra detenuta italiana, comportano trattamenti inumani o degradanti. D’altra parte, sullo stato delle strutture detentive in Ungheria è sufficiente considerare il rapporto dell’Hungarian Helsinki Committeesulla gravissima situazione nelle strutture detentive in Ungheria, tra sovraffollamento e condizioni igieniche terribili (https://helsinki.hu/en/hungarian-prison-population-reaches-a-33-year-high/).

Per quanto riguarda il contatto tra la detenuta e le autorità italiane, occorre verificare se sia stata effettivamente rispettata la direttiva 2013/48/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2013 relativa al diritto di avvalersi di un difensore nel procedimento penale e nel procedimento di esecuzione del mandato d’arresto europeo, al diritto di informare un terzo al momento della privazione della libertà personale e al diritto delle persone private della libertà personale di comunicare con terzi e con le autorità consolari (autorità consolari). In base all’articolo 7, infatti, gli Stati membri sono tenuti “a garantire che indagati e imputati che non sono loro cittadini e che sono privati della libertà personale abbiano il diritto di informare della privazione della libertà personale le autorità consolari del loro Stato di cittadinanza senza indebito ritardo e di comunicare con tali autorità, se lo desiderano”. Inoltre, indagati e imputati hanno altresì il diritto di ricevere visite delle loro autorità consolari, il diritto di conversare e di corrispondere con esse nonché il diritto ad una assistenza legale predisposta dalle loro autorità consolari, fatto salvo il consenso di tali autorità e se gli indagati o imputati in questione lo desiderano. Ora non è noto se Ilaria Salis abbia avuto questa possibilità: se abbia chiamato le autorità consolari o diplomatiche e se qualcuna di queste autorità abbia già in passato seguito da vicino, con una comunicazione diretta, la detenuta.

Se l’Ungheria non ha permesso questo contatto ha anche violato l’articolo 36 della Convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari, che conferisce agli Stati il diritto di avere contatti con i propri cittadini, proprio attraverso le autorità consolari.

Potrebbe essere stata violata anche la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, partendo dall’articolo 5 sul diritto alla libertà personale: la Corte europea dei diritti dell’uomo ha inflitto diverse condanne all’Ungheria proprio a causa della durata eccessiva della detenzione preventiva, anche per reati di lieve entità (tra le tante, si veda la pronuncia X.Y. contro Ungheria e Varga) e per la mancata valutazione circa la possibilità di applicare misure alternative alla custodia cautelare. Senza dimenticare le condanne per violazione dell’articolo 3 che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti proprio per il sovraffollamento carcerario, le condizioni igieniche scarse e i maltrattamenti.

Sul fronte del diritto internazionale, le violazioni potrebbero riguardare il Patto sui diritti civili e politici del 1966 (articolo 7, 9 e 14). Nell’ultimo rapporto sull’Ungheria, il Comitato per i diritti umani ha evidenziato, tra le violazioni, l’eccessiva durata della detenzione preventiva e l’utilizzo eccessivo di misure limitative della libertà personale prima della condanna definitiva, sottolineando che, inoltre, non sono fissati, nella legge, precisi limiti temporali di durata della custodia cautelare.

Resta da vedere adesso se una risposta del Governo italiano, seppure tardiva e finanche troppo mite, possa riuscire a condurre l’Ungheria al rispetto dei diritti umani. Intanto vale la pena citare la risoluzione del Parlamento europeo del 18 gennaio 2024 sulla situazione in Ungheria e sui fondi dell’UE congelati con la quale gli eurodeputati hanno ricordato, anche alla Commissione e al Consiglio, che l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana e dei diritti umani e che l’approvazione di pacchetti legislativi come quello sulla “protezione della sovranità nazionale” e le riforme del sistema giudiziario volute da Orban senza un controllo parlamentare dovrebbero portare alla piena applicazione del regolamento sulla condizionalità dello Stato di diritto e spingere il Consiglio a superare la propria incapacità verso l’attivazione delle procedure dell’articolo 7 del Trattato Ue (PE Ungheria).

L’UE sta per approvare la sorveglianza biometrica di massa

Fonte: Osservatorio Repressione

L’uso del “riconoscimento facciale” in Europa e nel mondo, è sempre più al centro di un largo dibattito perché, soprattutto quando adottato negli spazi pubblici, rappresenta una delle più grandi minacce ai diritti fondamentali e alla democrazia che abbiamo mai visto

di Natale Salvo da Pressenza

« Nonostante gli annunci dei decisori europei fatti all’epoca, la legge sull’intelligenza artificiale non vieterà la maggior parte delle pratiche pericolose di sorveglianza biometrica di massa (BMS)Al contrario, introdurrà – per la prima volta nell’UE – condizioni sulle modalità di utilizzo di questi sistemi » [1]. L’allarme è lanciato dalla coalizione “Reclaim Your Face” che sostiene da tempo che « le pratiche BMS non trovano posto in una società democratica ».

La coalizione aveva lanciato nel 2021 una petizione alla Commissione Europea (“Iniziativa Cittidini Europei” – ICE) per imporre il “il divieto delle pratiche di sorveglianza biometrica di massa”; l’iniziativa degli attivisti però aveva raggiunto appena 78.092 firme del milione necessario.

Secondo le diverse ONG che compongono la coalizione, « la polizia e le autorità pubbliche hanno già a portata di mano così tante informazioni su ciascuno di noi; non hanno bisogno di essere in grado di identificarci e profilarci in continuazione ». Sotto la pressione dei rappresentanti delle forze dell’ordine, il Parlamento è stato costretto ad accettare solo deboli limitazioni alle pratiche invasive di BMS.

Lamentano gli attivisti del diritto umano alla privacy che « l’AI Act è destinato a essere un’occasione mancata per proteggere le libertà civili » se, nella primavera del 2024, i membri del Parlamento europeo (MEP) e i ministri degli Stati membri dell’UE voteranno di accettare l’accordo finale.

Non è da escludere che, dopo l’approvazione dell’AI Act, di obbligo di sostituzione delle password dei servizi digitali con l’uso dei dati biometrici.

La democrazia, o la sua parvenza formale, sono in pericolo: « i nostri diritti di partecipare a una protesta, di accedere all’assistenza sanitaria riproduttiva o persino di sedere su una panchina potrebbero ancora essere messi a repentaglio da una sorveglianza biometrica pervasiva ». La legge sull’IA consentirà pure – avvisa la coalizione “Reclaim Your Face” – « molte forme di riconoscimento delle emozioni– come l’uso da parte della polizia di sistemi di IA per prevedere chi dice o non dice la verità – nonostante questi sistemi non abbiano alcuna base scientifica credibile ».

Come sempre sono le “emergenze”, vere e artificiali, a sostenere lo sviluppo di processi sempre meno libertari: « in vista delle Olimpiadi e delle Paraolimpiadi di Parigi di quest’anno, la Francia ha lottato per preservare o espandere i poteri dello Stato di sradicare il nostro anonimato negli spazi pubblici ».

Fonti e Note:

[1] Reclaim your face, 18 gennaio 2024, “Il regolamento UE sull’IA non vieterà il monitoraggio biometrico di massa”.

 

 

 

 

Israël-Palestine : un affrontement « apocalyptique » entre deux mémoires traumatisées

Mohamad Moustafa Alabsi, New University In Exile Consortium

Depuis le 7 octobre, l’opposition entre les partisans d’Israël et ceux de la Palestine prend parfois des allures « huntingtoniennes » – ou schmittiennes, selon le principe de la distinction basique ami/ennemi élaborée par Carl Schmitt.

Cette opposition, souvent caricaturale, se manifeste sans discontinuer dans les rues, sur les campus et sur les plateaux de télévision des grands pays occidentaux comme des pays arabes et musulmans, donnant le vertige aux observateurs et, surtout, aux décideurs.

La confrontation a de multiples dimensions – militaire, certes, mais aussi politique et hautement symbolique. Elle met en jeu deux représentations mémorielles profondément traumatisées : celle des Israéliens, hantés par la Shoah et les pogroms du début du XXe siècle, auxquels les massacres du 7 octobre ont souvent été assimilés ; et celle des Palestiniens, marqués par la Nakba, cette date originelle de 1948 qui a provoqué leur premier exode massif et à laquelle est comparable aujourd’hui la situation de la population de Gaza. Il est impératif de toujours tenir compte de ces visions quand on cherche à comprendre les motivations et les enjeux psychologiques des deux parties.

Le traumatisme de la mémoire juive n’a pas pris fin en 1948 : il venait seulement de commencer

Du côté palestinien, et du côté arabe et pro-palestinien en général, la perception de l’année 1948 demeure centrale. Cette année fut celle de la Nakba – littéralement la catastrophe, le premier grand exil, qui a jeté 700 000 Palestiniens sur les routes.

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Fascisti in maschera e fascismi in doppiopetto

FONTE OSSERVATORIOREPRESSIONE

 

Dalla spagnola Vox al polacco Pis, dall’Afd tedesca all’ungherese Fidesz, da Fratelli d’Italia al Rassemblement nationale, passando per olandesi, austriaci e scandinavi, imponenti formazioni inglobano, depurate delle forme più estreme e anacronisticamente stataliste e isolazioniste, idee, politiche e mentalità che affondano le radici nel terreno ideologico e pratico dell’interclassismo fascista

di Marco Bascetta da il manifesto

Sull’adunata spiritica che ogni anno si ripete in via Acca Larentia a Roma per ricordare l’inutile e feroce uccisione di tre giovani missini nel gennaio del 1978, non c’è in realtà molto da dire se non riscoprire, inspiegabilmente sorpresi, che i fascisti esistono.

Converrebbe aggiungere che quelli in maschera, con tutto il loro torvo repertorio simbolico e le loro coreografie, sono di gran lunga preferibili a quelli in doppiopetto che nel corso del tempo, dopo essere stati “afascisti”, hanno talvolta finito per dichiararsi, sia pure a denti stretti, antifascisti. I primi si fanno onestamente riconoscere, mettono in imbarazzo i secondi tirando in ballo la loro storia comune neanche troppo passata, e si producono in frequenti carnevalate foriere di sgraditi incidenti e baruffe in famiglia. Per seguire la truppa in camicia nera, tuttavia, servirebbe oggi, contrariamente agli anni Venti, un certo stomaco.

Ragion per cui l’appeal degli squadristi e in conseguenza il loro numero rimangono tutto sommato contenuti, anche se non sempre innocui. Molte aggressioni e attentati a sfondo razziale in diversi paesi dell’Unione europea sono riconducibili a questo tipo di raggruppamenti.

Confezionati in formato “democratico” dai postfascisti istituzionalizzati l’autoritarismo, lo strapotere dell’esecutivo, la diffidenza per la libertà di stampa, l’idea gerarchica dell’ordine sociale, il nazionalismo, l’arroganza occidentalista, la xenofobia, il militarismo, la dottrina (e la pratica) antisindacale, la purezza dei valori, la difesa dei privilegi e molti altri temi comuni al fascismo e a tutta la tradizione reazionaria risultano digeribili a un ben più grande numero di cittadini che però continueranno a indignarsi per i saluti romani e i cerimoniali in stile Ventennio.

Che dagli attivisti di via Acca Larentia possa prendere le mosse la «ricostituzione del disciolto partito fascista» (che fra l’altro, nonostante indossino le camicie nere, nemmeno molti di costoro auspicherebbero) è un’ipotesi ridicola. Ciò che ridicolo non è, è invece il fatto che in Europa siano stati fondati nel corso degli ultimi decenni una pletora di partiti fascisti, accomunati da uno stesso impianto dottrinario autoritario e xenofobo e dal fatto di non aver assunto in nessun caso il nome proibito di quelli che hanno perso la Seconda guerra mondiale.

Dalla spagnola Vox al polacco Pis, dall’Afd tedesca all’ungherese Fidesz, da Fratelli d’Italia al Rassemblement nationale, passando per olandesi, austriaci e scandinavi, imponenti formazioni inglobano, depurate delle forme più estreme e anacronisticamente stataliste e isolazioniste, idee, politiche e mentalità che affondano le radici nel terreno ideologico e pratico dell’interclassismo fascista. Per poi adattarle al contesto delle crisi che si susseguono nella contemporaneità. Manfred Weber, leader del Partito popolare europeo, da sempre sbilanciato verso la destra, può anche tuonare contro i saluti romani, per cui «non c’è posto in Europa», ma per politiche razziste e liberticide di posto ce ne è a iosa e con l’avallo del Ppe.

Un nominalismo alla rovescia, che fa delle cose la conseguenza dei nomi e dell’apologia la causa del reato affligge sempre più insistentemente la politica e l’opinione pubblica. Cosicché è il nome del fascismo (e la sua simbologia) piuttosto che la traduzione politica attuale dei suoi contenuti a suscitare le reazioni più veementi. Di un antifascismo affetto da questa sindrome e a sua volta da un carattere rituale, non si sa bene che cosa farsene.

Invece di invitare pateticamente le destre istituzionalizzate a prendere le distanze dagli umori nostalgici che le pervadono converrebbe inchiodarle al rapporto che con queste inclinazioni strutturalmente intrattengono. Per farlo servirebbe però abbandonare quell’idea della politica come leale duello governato da regole condivise, che pur essendo in tutta evidenza fuori dal mondo si conserva tenacemente nella finzione del discorso pubblico.

 

 

Acca Larentia e l’orda di squadristi da tastiera che vorrebbe silenziare i giornalisti

 

Fonte: Articolo 21 che ringraziamo

di Antonella Napoli

 

Da diversi anni alcuni giornalisti, tra cui la sottoscritta, sono sistematicamente presi di mira da “influencer” di destra e orde di profili “troll” riconducibili a quell’area (Casapound, Forza Nuova, Fratelli d’Italia). L’ultimo attacco per un commento sull’adunata fascista di Acca Larentia per il quale sono già scattate segnalazioni sia al provider del social media su cui sono state postate offese e minacce, sia alle autorità giudiziarie competenti.

Stessa sorte è toccata ad altri colleghi, dall’ex presidente della Federazione nazionale della stampa italiana e attuale coordinatore nazionale di Articolo 21Beppe Giulietti, costantemente nel mirino dei nostalgici del Duce, a Loris Mazzetti, già direttore di Rai 3.
E poi Paolo Berizzii, il giornalista più odiato dai neofascisti, che per le minacce ricevute vive sotto scorta.

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Riflessioni sulla follia e la volgarità della guerra

Fonte : Fondazione Sereno Regis 

Robert C. Koehler

Invece di inviare a Netanyahu altre bombe e armi, gli Stati Uniti, se ne avessero il coraggio, potrebbero inviargli il contrario, le parole di Martin Luther King Jr.: riflessioni sulla follia e la volgarità della guerra

Forse il valore principale della guerra – dal punto di vista dei leader nazionali e dei loro fedeli seguaci – è che attribuisce il 100% della colpa di qualsiasi cosa sbagliata all’altro: il nemico. E quindi non c’è altra alternativa che ucciderlo, il che oggi equivale a massacrare e smembrare chiunque viva nel suo settore del pianeta, compresi i bambini… anche se questa parte non viene detta ad alta voce.

L’importante non è nemmeno “vincere”, perché in realtà non c’è vittoria quando si tratta di una guerra, ma solo una continua preparazione per la prossima. Il buon vecchio George W. Bush ha descritto il fenomeno con tanta chiarezza nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 2002, quando ha detto che la Corea del Nord, l’Iran e l’Iraq – tre Paesi che un tempo gli Stati Uniti controllavano – costituivano, nella loro sfida, “un asse del male, che si arma per minacciare la pace del mondo”.

 

Sappiamo tutti cosa è successo dopo. Abbiamo invaso e distrutto l’Iraq. Sono morte circa un milione di persone. Non è cambiato nulla. Di certo non si è imparato nulla.

Per esempio, queste sono le parole di George W. . . . scusate, Benjamin . . . Netanyahu, parlando più di due decenni dopo davanti alla Knesset israeliana, sulla scia dell’attacco di Hamas a Israele:

“Hamas fa parte dell’asse del male di Iran, Hezbollah e dei loro tirapiedi. Cercano di distruggere lo Stato di Israele e di ucciderci tutti. Vogliono riportare il Medio Oriente nell’abisso del fanatismo barbarico del Medioevo…”

Dal punto di vista di Netanyahu, l’attacco di Hamas è stato completamente immotivato. Non aveva nulla a che fare con l’occupazione della Palestina da parte di Israele, con la trasformazione di Gaza in un campo di concentramento per 2 milioni di persone, con la continua “falciatura del prato”, ecc. Dopo tutto, il nemico ha sempre il 100% della colpa.

E come i leader nazionali amano i loro nemici – ma non nel senso di “ama il tuo nemico come te stesso”. Un buon nemico – e una guerra contro di esso – creano unità nazionale: “Il nostro obiettivo è la vittoria”, ha dichiarato Netanyahu, “una vittoria schiacciante su Hamas, rovesciando il suo regime e rimuovendo la sua minaccia allo Stato di Israele una volta per tutte”.

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Sciopero alla Tesla in Svezia: quali saranno gli effetti più ampi?

Fonte  Globallabourcolumn che ringraziamo

 

-Martin Klepke

I sindacati svedesi potrebbero riuscire nello sciopero in corso contro Tesla in Svezia, ma forse non in un modo che renda necessariamente più facile per i lavoratori di altri paesi richiedere accordi collettivi con Tesla.

In Svezia è ormai in corso da alcune settimane lo sciopero contro il colosso automobilistico Tesla, dopo che il sindacato ha tentato per cinque anni di avviare trattative per un contratto collettivo, che Tesla si rifiuta di fornire.

Interruttori dello sciopero

Durante queste settimane di sciopero, i conflitti si sono intensificati notevolmente. Tesla ha incoraggiato attivamente lo sciopero e ha fatto entrare gli crumiri attraverso un cancello delle sue strutture mentre le guardie in sciopero stavano dall’altro.

Tesla ha anche fatto causa allo stato svedese perché la società non è stata in grado di ottenere le targhe per le sue auto appena vendute, poiché il sindacato postale Seko ha iniziato uno sciopero di solidarietà a sostegno dei lavoratori Tesla.

Tesla ha anche citato in giudizio la società postale statale PostNord perché non consente ai dipendenti non sindacalizzati di consegnare posta e targhe. Tesla chiede che lo Stato svedese intervenga e ordini alle persone di diventare crumiri, cosa che ha attirato molta attenzione. L’ultima volta che lo Stato ha ordinato alle persone di diventare crumiri è stato durante lo sciopero delle miniere nella Svezia occidentale nel 1926. [1]

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Quella scoria di troppo

Autore Alessandro Graziadei

Fonte UNIMONDO  che ringraziamo 

In barba a due referendum, un giorno Matteo Salvini dal Governo, un giorno Carlo Calenda dall’opposizione, e un giorno da Dubai i Paesi “nuclearisti” (con l’annuncio fatto durante l’ultima COP dell’impegno siglato da 22 Paesi per triplicare la capacità di generazione nucleare entro il 2050), la favola del nucleare “pulito e sicuro” di “ultima generazione” composto da “piccoli reattori modulari” (ancora tutti sulla carta) ci viene regolarmente proposta come “La” risposta per integrare il bisogno energetico europeo e italiano dei prossimi 30 anni nell’inevitabile percorso di decarbonizzazione. Se è vero che ad oggi l’energia nucleare detiene una rilevanza significativa nel mix energetico globale contribuendo alla generazione del 10% di elettricità, che sale al 25,4% in Unione Europea, la stessa Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) già nel 2021 aveva sviluppato un percorso verso le emissioni zero in cui nel 2050 il 90% della produzione globale di elettricità sarebbe potuta tranquillamente derivare dalle energie rinnovabili (attualmente al 29% includendo l’idroelettrico), di cui il 70% da solare ed eolico. Nel merito del perché c’è ancora tanto interesse verso l’idea di sviluppare l’energia nucleare si è occupato in modo puntuale il fisico, climatologo e divulgatore scientifico Roberto Barbiero sul sito dell’Agenzia di Stampa Giovanile, noi oggi vorremmo qui occuparci di un problema troppo spesso trascurato e non ancora risolto, quando si parla di nucleare nel Belpaese: le scorie. Sì perché l’utilizzo della radioattività e delle sue proprietà energetiche porta alla produzione di materiali radioattivi che, quando non possono essere più utilizzati, diventano rifiuti che, emettendo radioattività, devono essere gestiti in maniera adeguata a evitare rischi per l’uomo e per l’ambiente.

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Migliaia di argentini in piazza contro il “decreto motosega” del nuovo presidente Milei

Fonte Valigia Blu che ringraziamo

Autrice:

“La patria non è in vendita”. “Basta decreti per togliere diritti ai lavoratori”. “Milei, stai clonando la povertà”. Sono alcuni degli slogan scritti sui cartelloni dai manifestanti che il 21 dicembre sono scesi in piazza a Buenos Aires per contestare il maxi-decreto di riforma economica proposto dal neoeletto presidente argentino, Javier Milei. L’obiettivo era chiedere che il cosiddetto decretazo sia giudicato incostituzionale: il 23 dicembre alcuni gruppi civici avevano presentato una mozione proprio per farne dichiarare l’incostituzionalità. Per fare forza alla mozione, migliaia di persone, guidate dai sindacati, hanno protestato davanti al Palazzo di Giustizia argentino: nonostante la manifestazione sia stata pacifica, alla fine ci sono stati scontri con la polizia e sette arresti.

Non è che l’ultima delle proteste di piazza contro il plan motosierra, il “piano motosega” – come la motosega agitata dal nuovo presidente – per tagliare la spesa pubblica: “Abbiamo rilevato, tra leggi e altre regolamentazioni che ostacolano il funzionamento di una società libera, quasi 380 mila norme”, ha spiegato Milei. “Stiamo lavorando per smantellare questa macchina di distruzione che è diventato lo Stato argentino”. L’obiettivo? Raggiungere il pareggio di bilancio già nel 2024.

Da quando Milei è diventato presidente ha promesso di “dare una scossa” all’economia argentina: in poche settimane sono stati già introdotti decine di decreti, tra cui quello sulla svalutazione del peso del 50% rispetto al dollaro. Parallelamente il governo ha annunciato la soppressione dell’attuale sistema di autorizzazione delle importazioni e la sostituzione con un sistema aperto, basato su dati statistici. “Tutti potranno importare”, ha detto il nuovo ministro dell’Economia argentino, Luis Caputo.

In cosa consiste questo maxi-decreto tanto contestato? Pubblicato la settimana scorsa, dieci giorni dopo l’insediamento di Milei, è un decreto di necessità e urgenza (DNU), un tipo di decreto straordinario previsto dalla Costituzione argentina da usare in circostanze eccezionali, quando c’è bisogno di approvare norme molto velocemente. E infatti è stato presentato da Milei al Parlamento durante una sessione straordinaria: i suoi critici contestano che non ci fosse una situazione emergenziale tale da giustificare l’utilizzo di questo strumento.

Il DNU, racchiuso in 366 articoli per 83 pagine, prevede l’eliminazione e la modifica di oltre 300 normative: unico denominatore comune è la deregolamentazione, in un contesto in cui l’inflazione annuale supera il 160% e il tasso di povertà ha superato il 40%. La direzione è quella di un neoliberismo estremo: tra gli aspetti più critici c’è la privatizzazione di alcune aziende pubbliche, l’eliminazione del tetto agli affitti e l’allentamento dei tetti di prezzo per i servizi sanitari privati, oltre che la cancellazione delle norme che proteggono i consumatori dagli aumenti indiscriminati dei prezzi dei beni essenziali. Milei ha anche annunciato una “modernizzazione del diritto del lavoro per facilitare il processo di creazione di posti di lavoro reali”: il decreto eliminerà alcune protezioni per i lavoratori, tra cui la fine degli aumenti automatici delle pensioni, e limiterà il diritto di sciopero.

L’entrata in vigore è prevista per il 29 dicembre a meno che il Parlamento lo abroghi con la maggioranza assoluta di entrambe le Camere – maggioranza che però nessun partito politico detiene. Il partito di Milei, Libertad Avanza, è solo la terza forza del paese, anche se può contare sull’appoggio del blocco di centrodestra, il secondo più grande.

indire la manifestazione del 27 dicembre sono state la Confederazione generale del Lavoro (CGT), la Centrale dei lavoratori (CTA), l’Unità Piquetera e i partiti di sinistra, insieme ad altre organizzazioni sociali e sindacali. “Non mettiamo in dubbio la legittimità del presidente Milei, ma vogliamo che rispetti la divisione dei poteri”, ha dichiarato il leader del sindacato edile Gerardo Martinez, uno degli organizzatori. “I lavoratori devono difendere i loro diritti quando c’è un’incostituzionalità”.

Nel frattempo non si fermano le proteste: anche il sindacato che rappresenta i dipendenti pubblici argentini (l’ATE, Associazione dei lavoratori dello Stato) si prepara allo sciopero generale della categoria per protestare contro un ulteriore decreto annunciato da Milei, che porterà al licenziamento di circa 7mila lavoratori del pubblico impiego assunti a gennaio e in scadenza il 31 dicembre. “Che nessuno ci accusi di minacciare la governabilità del paese”, ha detto Rodolfo Aguiar, segretario generale di ATE. “Se c’è qualcuno che sta compromettendo la pace sociale, è il governo stesso, che sta decidendo di lasciare migliaia di famiglie per strada”. E ha concluso: “Siamo di fronte a un attacco senza precedenti. Dobbiamo rispondere di conseguenza”.

“Tutte le strade portano a Gerusalemme”Un redditizio complesso industriale di confine

Hebron, un laboratorio sia di tecnologia che di violenza, riflette l’impatto dell’occupazione israeliana sulla vita quotidiana, con strade sterilizzate, checkpoint militari e violenza dei coloni che definiscono il paesaggio. Questo viaggio svela i complessi strati di trauma, espropriazione e disumanizzazione, sfidando i preconcetti e sollevando domande sulla libertà e l’oppressione.

Un articolo da TNI  

Come contrastare la politica escludente di estrema destra con un’agenda progressista e inclusiva sull’uguaglianza

FONTE ETUI.

Ringraziamo ETUI per questo saggio

Raccomandazioni politiche

• Cooptare le agende politiche dei partiti di estrema destra non è una strategia vincente per i socialdemocratici e i sindacati perché nella maggior parte dei casi l’accomodamento probabilmente allontanerà gran parte dei loro tradizionali sostenitori di sinistra.

• Le strategie “copiatrici” che si estendono ben oltre le questioni di “proprietà” raramente hanno successo: l’accomodamento politico aumenta l’importanza della questione dell’immigrazione, correndo così il rischio di gonfiare ulteriormente il sostegno all’estrema destra.

• La percentuale di elettori del gruppo di sostenitori del centrosinistra preoccupati esclusivamente per l’immigrazione culturale è bassa nella maggior parte dei paesi. Gli elettori di centrosinistra preoccupati per l’immigrazione tendono invece ad essere guidati principalmente da considerazioni economiche. Questi sostenitori probabilmente abbandoneranno partiti e organizzazioni di sinistra se adottassero posizioni populiste di estrema destra.

• I governi e i sindacati di sinistra dovrebbero concentrarsi sull’affrontare le lamentele economiche riducendo l’insicurezza del mercato del lavoro, promuovendo la crescita economica e garantendo un’efficace protezione del welfare. Dovrebbero rivendicare la titolarità delle questioni a cui sono associati, in particolare l’uguaglianza. Le strategie di successo galvanizzano la base di sostenitori del centrosinistra e si mobilitano oltre, affrontando le lamentele (economiche) che riguardano ampie parti dell’elettorato.

Introduzione: il problema dell’estrema destra

I partiti politici di estrema destra sono in crescita in tutta Europa a partire dagli anni ’80, con un forte incremento a partire dagli anni 2000 (Figura 1). Questi partiti rappresentano una minaccia alla stabilità democratica, alla coesione sociale e al multiculturalismo, alla crescita economica e alla sicurezza, nonché agli sforzi per affrontare il cambiamento climatico.

UNIl loro successo può essere osservato attraverso tre dimensioni:

(i) Performance elettorale forte (anche se variegata): partiti come Alternativa per la Germania (AfD), Raggruppamento Nazionale (RN) in Francia, Vox in Spagna e Chega in Portogallo si sono comportati molto bene nelle recenti competizioni elettorali.

(ii) Ingresso al governo: diversi partiti di estrema destra hanno ricoperto posizioni di governo da soli o in coalizione, tra cui Fratelli d’Italia (FdI) e Lega (Lega Nord) in Italia, il Partito della Libertà (FPÖ) in Austria, il Partito Diritto e Giustizia (PiS), Fidesz in Ungheria, Partito Popolare (DF) in Danimarca e Alleanza Nazionale (NA) in Lettonia.

(iii) Rottura del “cordone sanitario”, la politica di emarginazione dei partiti estremi e la loro legittimità come opposizione credibile. In molti paesi europei, i partiti di estrema destra si sono progressivamente integrati nel sistema politico come partiti di opposizione credibili in grado di influenzare l’agenda politica di altri partiti. Il RN, il DF e il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UKIP), ad esempio, hanno tutti gareggiato con successo nei loro sistemi nazionali, permeando il mainstream e spingendo i loro concorrenti ad adottare strategie accomodanti. Il “cordone sanitario” è crollato anche nei paesi in cui è stato tradizionalmente efficace. Nel 2022, per la prima volta i partiti svedesi hanno negoziato con i Democratici svedesi (SD).

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Spiare i giornalisti: la Francia forma un blocco insieme a sei stati europei

Fonte RITIMO 

 

Francia, Italia, Finlandia, Grecia, Cipro, Malta e Svezia vogliono silurare la prima legge europea per proteggere la libertà dei media e l’indipendenza nell’UE conducendo una campagna attiva per consentire la sorveglianza dei giornalisti, in nome della “sicurezza nazionale”, documenti ottenuti da Disclose , in collaborazione con Investigate Europe e Follow the Money, rivelano.

La situazione di stallo sta giungendo al termine. Da più di un anno un disegno di legge sulla libertà dei media in Europa, lo European Media Freedom Act, è oggetto di accese discussioni a Bruxelles e Strasburgo. In questo testo che dovrebbe garantire l’indipendenza, la libertà e il pluralismo dei media, una disposizione è al centro delle tensioni tra gli Stati membri e il Parlamento europeo: l’articolo 4, che riguarda la protezione delle fonti giornalistiche, considerate come “ condizioni fondamentali per la libertà di stampa ” della Corte europea dei diritti dell’uomo< a i=4 >. Senza questa tutela, “il ruolo vitale della stampa come custode della sfera pubblica rischia di essere minato”.

Disclose, in collaborazione con il collettivo di giornalisti Investigate Europe e i media Follow the Money< /span>, è riuscito a penetrare nelle trattative chiuse. La nostra indagine rivela il lato negativo di 15 mesi di negoziati che potrebbero portare a un testo finale, questo 15 dicembre 2023, dopo un terzo ciclo di discussioni tra il Consiglio dell’UE, il Parlamento e la Commissione europea. Documento giustificativo, dimostra le finalità repressive del governo francese contro la stampa, attivamente sostenute dal governo di estrema destra italiano e dalle autorità finlandesi, cipriote, greche, maltesi e svedesi.

Sorveglianza diffusa

Per comprendere la manovra in atto dobbiamo tornare al 16 settembre 2022. All’epoca la Commissione Europea presentò un progetto di legge sulla libertà dei media. Nelarticolo 4, il testo iniziale vieta l’uso di spyware contro giornalisti e media, tranne nel contesto “  indagini su [dieci] forme gravi di criminalità ” (terrorismo, stupro, omicidio – vedere riquadro alla fine dell’articolo). Queste tecnologie, che consentono di intercettare e-mail e messaggi protetti, possono essere utilizzate anche “ caso per caso, per ragioni di sicurezza nazionale ” .

Inconcepibile per la Francia che, in un documento interno al Consiglio dell’UE, ha scritto il 21 ottobre 2022 che “ rifiuta che le questioni di sicurezza nazionale non siano trattate nell’ambito quadro di deroga ”. Il governo di Elisabeth Borne, allora rappresentato dal suo consigliere culturale, ha chiesto di aggiungere “ una clausola di esclusione esplicita ” al divieto di sorveglianza dei giornalisti. Evidentemente la Francia vuole poter ostacolare il lavoro della stampa, quando lo ritiene necessario in nome della sicurezza nazionale. Un requisito per il quale ha finito per vincere la causa con la maggior parte degli altri stati.

Il 21 giugno 2023, 25 stati membri su 27 hanno adottato una nuova versione della legge nel Consiglio dell’Unione Europea, che ha scandalizzato 80 organizzazioni e associazioni di media europee. Se il testo vieta di costringere i giornalisti a rivelare le loro fonti, a perquisirle o a spiare i loro dispositivi elettronici, aumenta lo spazio di manovra dei servizi di intelligence: gli spyware potrebbero infatti essere utilizzati nell’ambito di indagini collegate a un elenco di 22 reati punibili da tre a cinque anni di carcere. Mescolati insieme troviamo sabotaggio, contraffazione, corruzione e perfino attacchi alla proprietà privata. I giornalisti che lavorano su questi temi e che intrattengono rapporti con fonti prese di mira da questo tipo di indagini potrebbero quindi essere soggetti a sorveglianza di polizia.

Inoltre, l’ultima frase del testo introduce una deroga molto ampia: “ Il presente articolo si applica a condizione che non incida sulla responsabilità degli Stati membri in merito alla tutela della sicurezza nazionale  ”. In altre parole, la sorveglianza diventerebbe legale se uno Stato membro ritenesse minacciata la propria sicurezza nazionale. ” Qualsiasi motivo di sicurezza nazionale potrebbe essere sufficiente per perseguire o monitorare un giornalista”, spiega Christophe Bigot, un avvocato specializzato in diritto della stampa in Francia. Questo potrebbe essere il caso, ad esempio, di un articolo su un ristorante che non rispetta il confinamento e si affida a fonti anonime .

Spyware sugli smartphone

Secondo le nostre informazioni, sono stati i ministeri degli Interni e le forze armate francesi a richiedere l’esenzione. Quest’ultimo, dopo aver assicurato che non avrebbe partecipato ai negoziati, ha chiarito le sue osservazioni: la posizione francese mirerebbe ” a preservare il quadro giuridico dell’intelligence francese [che] è allo stesso tempo protettivo ed equilibrato , e prevede un regime generale di tutela rafforzata per alcune professioni cosiddette “protette”, tra cui figurano i giornalisti ”. Secondo il Ministero delle Forze Armate, le operazioni di sorveglianza dei giornalisti vengono già effettuate sotto il controllo “ sotto il controllo di un’autorità amministrativa indipendente ”. Ovvero la Commissione nazionale per il controllo delle tecniche di intelligence, composta da parlamentari e magistrati. Da parte sua, il Ministero della Cultura francese – ufficialmente incaricato dei negoziati – giura che ” questo margine di discrezionalità lasciato agli Stati membri non significa in alcun modo che essi possano liberarsi dal rispetto diritti fondamentali e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo ”.

Negli ultimi anni, le autorità di Grecia, Spagna, Bulgaria e Ungheria hanno già fatto riferimento alla loro sicurezza nazionale per giustificare l’uso degli spyware Pegasus e Predator contro i giornalisti investigativi.

Di fronte al rischio di eccessi, il Parlamento europeo ha richiamato all’ordine gli Stati. Il 3 ottobre due terzi dei deputati hanno adottato un disegno di legge che prevede un controllo molto più severo sulla sorveglianza dei giornalisti. Pertanto, in questa versione alternativa dell’articolo 4 della legge europea sulla libertà dei media, le comunicazioni dei giornalisti possono essere ascoltate o i loro telefoni infettati con spyware solo se viene soddisfatta una serie di condizioni precise. L’intrusione non deve comportare l’accesso a fonti giornalistiche; deve essere giustificato “ caso per caso ” nell’ambito di indagini su reati gravi come terrorismo, stupro o traffico di droga, armi e non essere collegati alle attività professionali dei media; infine una “ autorità giudiziaria indipendentee” deve dare la sua autorizzazione ed effettuare a posteriori “ controllo regolare ”.

” Linea rossa “

Ciò senza contare che il governo francese e i suoi sei alleati europei continuano a rottamare, come rivelato in un minuto di una riunione del Consiglio dell’UE del 22 novembre, 2023, ottenuto da Disclose e dai suoi partner. In questo documento scritto da alti funzionari tedeschi, apprendiamo che l’Italia considera il mantenimento del paragrafo sulla sicurezza nazionale (nell’articolo 4) come “ una linea rossa  ”. Vale a dire che si oppone fermamente alla sua rimozione. Francia, Finlandia e Cipro affermano di essere “ poco flessibili ” sulla questione. Quanto a Svezia, Malta e Grecia, i loro rappresentanti affermano di essere sulla stessa linea, “ con alcune sfumature ”.

Anche se questi sette Stati rappresentano solo il 34% della popolazione europea, questa minoranza può bloccare qualsiasi compromesso alleandosi con l’Ungheria di Viktor Orban, che respinge l’intero testo perché troppo liberale per i suoi gusti. Perché la legge venga approvata, è necessario che gli Stati favorevoli rappresentino il 65% della popolazione. La maggioranza degli altri governi ha quindi adottato la linea dura franco-italiana per salvare il testo. Solo il Portogallo ha osato criticare questa feroce difesa dell’eccezione in nome della sicurezza nazionale. Contattata, la rappresentanza portoghese a Bruxelles si è detta “preoccupata per l’impatto futuro che questa disposizione potrebbe avere, non solo sulla libertà di esercitare la professione di giornalista ma anche sulla < a i=2>società civile europea  ”.

Polvere negli occhi

Conoscendo l’arte del compromesso, il governo francese e i suoi alleati si dicono ora favorevoli all’aggiunta di ” guardrail richiesti dal Parlamento europeo per proteggere le fonti dei giornalisti”, possiamo si legge nel rapporto del 22 novembre 2023. Vale a dire, l’obbligo di ottenere “l’accordo di un’autorità giudiziaria ” prima di violare la protezione delle fonti, e la creazione di un meccanismo a posteriori” controllo regolare delle tecnologie di sorveglianza  ”. Una cortina di fumo, secondo l’avvocato Christophe Bigot. L’intervento di un giudice a monte sarebbe solo un “ cambiamento sulla carta, poiché sarebbe necessario avere il consenso del giudice delle libertà e della detenzione, ma è già così nel contesto di un’indagine preliminare in cui vi siano perquisizioni di giornalisti o di un editoriale ”. Una formalità il più delle volte concessa, come nel caso della perquisizione da parte della Direzione generale della Sicurezza interna (DGSI) e della custodia della giornalista di Disclose Ariane Lavrilleux il 19 settembre.

Fino ad ora, un’istituzione aveva limitato gli eccessi di sicurezza degli Stati: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE). Ha ricordato, in più occasioni, che gli Stati non possono brandire indiscriminatamente il concetto di sicurezza nazionale per violare le leggi europee. Nell’ottobre 2020, i giudici, ad esempio, hanno vietato alle autorità francesi di obbligare i fornitori di servizi Internet a conservare tutti i dati degli utenti Internet all’esterno nell’ambito di un’indagine. Motivo: la direttiva sulla privacy e sulle comunicazioni elettroniche lo vieta. Dopo questa sconfitta giuridica che ha stabilito un quadro rigido, la Francia e i suoi alleati vogliono evitare altre decisioni simili e mantenere le mani libere in termini di sorveglianza dei giornalisti.

Il Parlamento accetterà l’accordo proposto dal Consiglio dell’Unione europea, sotto la pressione di sette dei suoi Stati membri? Cederà per preservare una legge che, tra l’altro, prevede progressi sull’indipendenza della televisione pubblica e delle redazioni in generale?

Sia a destra che a sinistra, i parlamentari responsabili dei negoziati ritengono che la soppressione del riferimento alla sicurezza nazionale sia un prerequisito. È il caso di Geoffroy Didier, eurodeputato (Partito popolare europeo, a destra) e correlatore del testo. Quest’ultimo “ chiede solennemente a Emmanuel Macron e al governo francese di abbandonare il loro progetto che consisterebbe nel poter spiare legalmente i giornalisti ”. Da qui al 15 dicembre, i parlamentari hanno solo tre giorni per convincere la presidenza spagnola dell’UE e i governi. Tre giorni affinché una legge sulla libertà di stampa non ne diventi la tomba.

Dieci date chiave nei negoziati sul Media Freedom Act

  • 16 settembre 2022: Presentazione della legge europea sulla libertà dei media
    La Commissione europea presenta un progetto di legge sulla libertà dei media < un i=3>. L’articolo 4 vieta l’uso di spyware contro i giornalisti, tranne “caso per caso, per motivi di sicurezza nazionale ” così come in ” il quadro per le indagini rivolte ai [media], ai loro dipendenti o ai membri delle loro famiglie su dieci gravi forme di criminalità ” (ad esempio terrorismo, traffico di esseri umani , sfruttamento sessuale dei bambini, traffico illecito di armi, omicidio intenzionale, traffico di organi, presa di ostaggi, furto organizzato, stupro e crimini sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale).
  • 21 ottobre 2022: la Francia vuole monitorare i giornalisti
    In un documento interno al Consiglio dell’UE, composto dai 27 Stati membri, le autorità francesi “ chiedono l’aggiunta di una clausola di esclusione esplicita e rifiutano di consentire che le questioni di sicurezza nazionale siano trattate nel quadro di un’esenzione ”. La Francia richiede inoltre la possibilità di detenere, monitorare o perquisire i media in caso di “ necessità imperativa di interesse pubblico ”.
  • 10 marzo 2023: La presidenza dell’UE stempera l’entusiasmo francese
    Il segretariato generale del Consiglio dell’UE, allora presieduto dalla Svezia, propone di vietare il uso di spyware salvo giustificazione ” caso per caso, per motivi di sicurezza nazionale “, come terrorismo, stupro o traffico di armi.crimini gravi ” e solo in caso di indagini per dieci tipi di ” 
  • 17 e 25 aprile 2023: la Francia insiste e fa pressione
    Il governo francese invia due lettere incorniciate agli eurodeputati francesi per difendere la sua posizione liberticida ( ” (limitata a dieci tipologie di reati) perché rientrerebbe in “  ”. La Francia vuole avere mano libera per spiare i giornalisti.autonomia procedurale degli Stati membririmuovere la definizione di “reato grave). Spiega che vuole “  e qui
  • 21 giugno 2023: la Francia vince la causa al Consiglio dell’UE
    Quasi tutti gli Stati membri del Consiglio dell’UE (25 su 27) un imperativo prevalente rispetto all’interesse pubblico, in conformità con la Carta dei diritti fondamentali< /span> .in materia di tutela della sicurezza nazionale ”. Il testo amplia addirittura la possibilità di utilizzare tecnologie di sorveglianza nell’ambito delle indagini su 32 tipologie di reati, punibili da tre a cinque anni di carcere, come sabotaggio, contraffazione o addirittura favoreggiamento dell’ingresso in un paese di proprietà privata. E come se non bastasse, la Francia è riuscita a far inserire una clausola di esclusione che lascia agli Stati membri completa libertà “  che autorizza l’impiego di spyware contro i media e i loro team in caso di ” adottano un disegno di legge
  • 3 ottobre 2023: Il Parlamento europeo pone limiti al progetto liberticida della Francia e dei suoi alleati
    Nel disegno di legge dei deputati, spionaggio i giornalisti potrebbero essere autorizzati ma sotto il controllo di un giudice, a “ indagare o prevenire un crimine grave, estraneo all’attività professionale dei media o dei suoi dipendenti< /span> ” .l’accesso alle fonti giornalistiche ” e senza che ciò consenta “ 
  • 22 novembre 2023: Il Consiglio dell’UE pronto per una micro-concessione
    Nella riunione dei rappresentanti degli Stati membri, denominata “Coreper”, la Presidenza dell’UEmonitoraggio regolare  » dell’uso delle tecnologie di sorveglianza. di una preventiva autorizzazione giudiziaria a qualsiasi azione di sorveglianza o arresto nei confronti di giornalisti e un “ invita ad aggiungere l’obbligo
  • 19 ottobre 2023 : avvio dei negoziati del “trilogo” tra la Commissione europea, il Parlamento e la presidenza spagnola del Consiglio dell’UE, che rappresenta i 27 membri Stati membri, per trovare un compromesso sullaLegge europea sulla libertà dei media.
  • 29 novembre 2023 : secondo trilogo tra il Consiglio dell’UE, il Parlamento e la Commissione europea. Il negoziato sull’articolo 4, il più controverso, è rinviato al terzo trilogo.
  • 15 dicembre 2023 : terzo (e ultimo) trilogo. La Francia, insieme ad altri sei Stati membri, intende difendere attivamente la possibilità di spiare i giornalisti che vivono e lavorano all’interno dell’Unione Europea.

Leggi l’articolo originale su Disclose.ngo

Cop28 a Dubai L’Italia all’avanguardia … del greenwashing militare

 

 

Fonte Pressenza 

 

Dubai, 11 dicembre 2023

Cop28 a Dubai.

L’Italia all’avanguardia … del greenwashing militare

Siamo stati a Dubai alla COP28 dove movimenti e organizzazioni di tutto il mondo chiedono il bando dei combustibili fossili: richiesta di cui l’Unione Europea si sta facendo paladina durante le negoziazioni.Purtroppo, con una incoerenza cui non ci vogliamo rassegnare, l’UE ha anche facilitato uno dei record di questa Cop28 con il numero più alto di sempre di lobbisti dei combustibili fossili.

Tuttavia il vero spettro che si aggira per la COP28 è quello dei conflitti armati, delle spese militari e dei profittatori delle guerre che stanno distruggendo il nostro pianeta e militarizzando la gestione della crisi climatica.

La delegazione governativa italiana, mentre ai tavoli delle negoziazioni si unisce al coro europeo, vuole lanciare un messaggio chiaro di supporto al complesso militare-industriale.

Così, al padiglione Italy è andato in scena un imbarazzante convegno di Leonardo spa sulle innovazioni tecnologiche per un mondo più verde, dove l’azienda della difesa armata italiana, ben si guarda dal menzionare i progetti dei sistemi d’arma e le emissioni e l’estrazione di risorse per la loro produzione ed export militare.

Come se non bastasse, i visitatori del padiglione Italy hanno trovato tra i gadget esposti il Report di Sostenibilità di Leonardo e i gagliardetti per i 100 anni dell’Aeronautica militare.

Il Movimento Nonviolento, presente alla COP28 con Daniele Taurino del Direttivo nazionale, per portare avanti le istanze del disarmo climatico in coordinamento con le reti antimilitariste europee ed internazionali, ritiene inaccettabile che il Governo italiano investa nel greenwashing militare proprio nel luogo in cui bisognerebbe essere uniti tutti insieme per contrastare alla radice le cause della crisi climatica.

MOVIMENTO NONVIOLENTO

azionenonviolenta.it

Perché gli Emirati Arabi Uniti sono una scelta sbagliata per un vertice globale sul clima

Fonte Znetwork

 

Gli Emirati Arabi Uniti stanno distruggendo l’ecosistema di un sito patrimonio mondiale dell’UNESCO, eppure il capo della compagnia petrolifera presiederà la COP28.

Non è uno scherzo; l’uomo che presiederà il prossimo vertice sul clima, COP28 (che si svolgerà a Dubai, Emirati Arabi Uniti (EAU), dal 30 novembre al 12 dicembre), è l’ amministratore delegato del petrolio della Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) , la terza compagnia petrolifera più grande della penisola arabica: Sultan Ahmed Al Jaber, che è anche ministro dell’Industria e delle tecnologie avanzate degli Emirati Arabi Uniti.

Organizzazioni e legislatori , tra cui un gruppo di 133 senatori statunitensi e legislatori dell’Unione Europea preoccupati per i danni ambientali, il cambiamento climatico e i difensori dei diritti umani , hanno denunciato il conflitto di interessi insito nel fatto che il capo di una compagnia petrolifera presieda il principale cambiamento climatico internazionale. vertice che mira a ridurre le emissioni di combustibili fossili. Nel frattempo, nel 2022, l’ADNOC ha annunciato piani per nuove perforazioni che, se realizzate, rappresenterebbero la seconda più grande espansione della produzione di petrolio e gas a livello globale.

L’arcipelago di Socotra

L’arcipelago di Socotra nella Repubblica dello Yemen è composto da quattro isole (Socotra, Abd al-Kuri, Darsa e Samha) e due isolotti rocciosi. Situata a 200 miglia dalla costa continentale dello Yemen, è situata strategicamente nel Mar Arabico, nella parte nordoccidentale dell’Oceano Indiano e a est del Golfo di Aden e del Mar Rosso, i due corpi d’acqua che collegano il Mar Mediterraneo al Mar Rosso. Asia meridionale ed Estremo Oriente. Pertanto, è lungo una rotta marittima cruciale che rende il commercio tra Oriente e Occidente economicamente sostenibile. Si stima che ogni anno intorno a Socotra transitino circa 20.000 navi mercantili, che trasportano il 9% della fornitura mondiale di petrolio.

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Elezioni in Argentina, l’anomalia selvaggia

Fonte DinamoPress

La travolgente vittoria dell’ultra destra in Argentina ci conduce in pieno in un film distopico. Da questo manifesto del collettivo editoriale della rivista Crisis emergono alcuni elementi per una lettura urgente delle elezioni. La resistenza è un enorme campo di apprendimento e nella disperazione si annida il germe di una inedita lucidità

Nell’anniversario dei 40 anni dal ritorno della democrazia, l’estrema destra di Javier Milei vince con il 55,69% le elezioni presidenziali, contro il peronista Sergio Massa, fermo al 44,3%. La nuova vicepresidente, Victoria Villaruel, che si ispira a Giorgia Meloni, è una negazionista dei crimini della dittatura, avvocata dei genocidi della giunta militare condannati per crimini di lesa umanità. Il neo-presidente eletto annuncia una terapia di shock economy enza gradualismi fatta di dollarizzazione, tagli “più duri di quelli richiesti dal FMI”, privatizzazioni delle imprese pubbliche e repressione, con il sostegno nel prossimo governo di Mauricio Macri e Patricia Bullrich, l’istituzione del Ministero del Capitale Umano al posto di ben quattro ministeri, quelli di Lavoro, Istruzione, Salute e Sviluppo Sociale. Tempi durissimi si attendono per un paese in crisi da anni, con l’inflazione che ha raggiunto il 149% e quasi metà della popolazione in condizione di povertà. Il voto di rabbia contro l’impoverimento e la svalutazione senza fine della moneta di un paese indebitato da Macri per cento anni con l’FMI finisce a una estrema destra che raccoglie consensi contro “la casta” promettendo la libertà di impresa, difesa della proprietà privata, liberalizzazione delle armi e lotta contro la “giustizia sociale”. Si apre da oggi una difficile e inedita transizione dal governo attuale al prossimo governo ultra neoliberista e di estrema destra che annuncia una fase durissima di orizzonti oscuri per il paese [Nota della redazione]

La sensazione di essere entrati in un film distopico è travolgente, anche per quelli che negli ultimi anni avevamo compreso la rilevanza epocale di una formazione politica di ultradestra che per la prima volta nella nostra storia si è sintonizzata con il malcontento dei settori popolari ed è riuscita a esprimere il desiderio di cambiamento di una gioventù senza orizzonti. Siamo di fronte a un cambiamento storico dalle conseguenza insospettabili.

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In questa puntata: La salute richiede la pace. Come evitare un mondo climatico distopico…..

 

 

Connessioni 5

18 novembre 2023

fatti, eventi, report di ricerca e dati per capire meglio cosa succede nel campo della prevenzione e della salute negli ambienti di vita e di lavoro.

 

In questa puntata della Rubrica vi offriamo documentazione su:

– Il diritto universale alla salute richiede la pace e rifiuta la guerra
– Per evitare un futuro climatico distopico, dobbiamo prima immaginare il mondo che vogliamo
– La violence environnementale de l’économie fossile
– Regione Emilia-Romagna. Proteggersi dai rischi, nel linguaggio dei segni.
– Convegno nazionale agricoltura 2023: Taranto, 26 ottobre 2023.

Il diritto universale alla salute richiede la pace e rifiuta la guerra
E’questo il titolo del documento promosso dalla AIE Associazione Italiana di Epidemiologia alla elaborazione del quale hanno partecipato venti società scientiche che fanno riferimento al campo della salute e della sanità. E’ un primo passo importante. Nel documento si afferma: ” In qualità di società scientifiche di area sanitaria, dati i nostri obblighi professionali incentrati sulla tutela e la promozione della salute, sentiamo urgente la necessità di esprimerci pubblicamente e congiuntamente a favore della pace e contro la guerra in tutte le aree del pianeta.


Gli scontri armati hanno continuato in questi anni a martoriare molti paesi: nel 2022 si è registrato il più alto numero di conflitti armati dalla fine della seconda guerra mondiale e ora, nel 2023, questa tendenza si conferma drammaticamente in un’ulteriore spirale di violenza che coinvolge non solo Ucraina e Medio Oriente, ma anche numerosi altri luoghi, in assenza di iniziative efficaci a favore di soluzioni diplomatiche e nonviolente.”
In connessione con le valutazioni espresse nel Documento delle Società scientifiche  riteniamo utile associare le riflessioni proposte dalla scrittrice Kwolanne Felix in un articolo apparso su Znetwork e ripreso da Diario Prevenzione: ” Per evitare un futuro climatico distopico, dobbiamo prima immaginare il mondo che vogliamo “ . Nell’articolo l’autrice afferma: ” Come attivista per il clima che lotta contro le politiche lente, le influenti compagnie petrolifere e l’apatia del pubblico, mi concentro principalmente nel fermare un futuro che non voglio. Temo un futuro in cui i combustibili fossili non verranno gradualmente eliminati in tempo, il che porterà alla distruzione ecologica e alla destabilizzazione della società a causa del cambiamento climatico.
Tuttavia, trovo che individuare il futuro che vogliamo sia spesso molto più difficile nel movimento per il clima. Immaginare questo futuro climatico pieno di speranza è una pratica essenziale perché aiuta a sostenere i nostri movimenti, informa la nostra difesa e ispira l’azione….” e più oltre ”
La narrazione che circonda il nostro clima e il futuro è prevalentemente distopica. Non cercare oltre un lungo elenco di film, spettacoli, opere d’arte e libri distopici ambientati in una terra desolata ecologica del prossimo futuro. Questi cliché mediatici sono popolari e vengono mostrati in successi al botteghino come Interstellar , Blade Runner e il film “The 100”. Molti di noi stanno sperimentando un assaggio di una terrificante distopia mentre assistiamo alla devastazione derivante dall’intensificarsi dei disastri naturali e dell’inquinamento. Molte persone credono che siamo già condannati . All’interno di questa mentalità, il movimento per il clima è sfidato a creare contronarrazioni a questa aspettativa di catastrofe.”
Questo investimento nella creazione di visioni di un futuro sostenibile non solo dà potere agli attivisti climatici; è anche per milioni di persone che spesso sono scoraggiate dall’impegnarsi nell’azione per il clima. La maggior parte delle persone crede che la crisi climatica sia un problema . Ma questa conoscenza può spesso tradursi in paura, disperazione e terrore . L’ansia climatica è ai massimi storici, soprattutto tra i giovani…..”

La costruzione della capacità di rappresentare un futuro di vita possibile con il governo da parte degli umani dei delicatissimi equilibri biologici, ambientali, economici e sociali è la grande mission di scienziati, artisti, attivisti per il cambiamento culturale, per contrastare l’ansia e la disperazione di moltitudini di ragazze e ragazzi cui viene rappresentato ogni giorno per loro un non futuro con orizzonte catastrofico.

La pace come premessa per la costruzione di una contronarrazione che ridia speranza e faccia superare la paralisi derivante dall’aspettativa della catatstrofe è l’obiettivo immediato per quanti credono ancora che un “altro mondo vivibile e vitale per gli umani sia possibile “

Concludo questa puntata di Connessioni con due notizie che danno speranza. La prima : ” Regione Emilia-Romagna. Proteggersi dai rischi, nel linguaggio dei segni. La nuova collana di video prodotti in collaborazione con ENS Emilia-Romagna” Cosa fare in caso di terremoto, alluvione, incendi di bosco, e una guida al portale Allertameteo ER, ora accessibili a tutti

La seconda: Convegno nazionale agricoltura 2023: Taranto, 26 ottobre 2023. Nella pagina sono disponibili le presentazioni delle relazioni. Un lavoro importante e utile.

Letture utili

ENERGIA: UNA GIUSTA MISURA PER LA SOPRAVVIVENZA SUL PIANETA.di Mario Agostinelli

La violence environnementale de l’économie fossile

***
a cura di Gino Rubini
…../ alla prossima /….

L’Osservatorio della Unfreedom, un progetto che documenta il crescente utilizzo del digitale nell’ascesa della governance autoritaria

, di Global Voices

The Unfreedom Monitor è un progetto che cerca di analizzare, documentare e riferire sul crescente utilizzo delle comunicazioni digitali nell’ascesa del governo autoritario in tutto il mondo.

Fonte: immagine tratta dai rapporti dell’Osservatorio Unfreedom.

I regimi autoritari e dittatoriali intrattengono da tempo rapporti complessi con le tecnologie della comunicazione e i media, utilizzandoli per promuovere i propri obiettivi. Allo stesso tempo, questi regimi limitano l’accesso a determinate tecnologie e informazioni, il che consente loro di modellare e distorcere la realtà, rendere invisibili gli abusi e rimanere al potere. Quanto più le persone utilizzano Internet e altre tecnologie digitali, tanto più forte diventa questa tendenza. Ciò implica che, nonostante i suoi lodevoli obiettivi, Internet viene talvolta utilizzata dai governi con tendenze autoritarie come strumento di menzogna, propaganda e controllo.

Nel 2010, Rebecca MacKinnon, co-fondatrice di Global Voices, ha coniato il termine “autoritarismo della rete” per definire il modo in cui la Cina manipola Internet per mantenere il potere. Questa prospettiva consente di aprire un dibattito limitato attorno ad alcune questioni, ma controlla le piattaforme e inquadra i termini del dibattito. La tecnologia facilita la sorveglianza e le modalità di controllo sociale, mentre l’informazione, il dibattito e l’attivismo che potrebbero potenzialmente mettere in discussione il potere sono proibiti.

Global Voices monitora e documenta questo fenomeno in molti paesi dal 2007, attraverso il nostro progetto Advox. Siamo stati in grado di identificare alcune tendenze. Nel corso del tempo, le minacce alla libertà di espressione online si trasformano in minacce agli individui o ai sistemi, colpendo intere popolazioni. Le modalità di controllo di Internet e di sorveglianza di massa cominciano ad essere accettate come parte delle modalità di governance. La capacità degli Stati di individuare, reprimere e prendere di mira organizzazioni, espressioni e attivisti è sempre più sofisticata. Molti stati combinano la negazione mirata dei servizi di informazione e una potente sorveglianza con la capacità di “inondare l’area” con informazioni false o distorte attraverso tecnologie automatizzate e reti di fan. Queste pratiche, tra molte altre, consolidano poteri autoritari preesistenti e mettono in pericolo la stabilità delle democrazie, da quelle più giovani a quelle di più lunga data.

Oggi, quello che è noto come autoritarismo digitale è diventato una pratica comune per tutti i tipi di governo. Internet è pieno di tecnologie pubblicitarie che tracciano e segmentano gli utenti secondo una logica commerciale. Governi, stati e partiti politici, spesso di concerto con le multinazionali, stanno sfruttando questo potere di sorveglianza. Un futuro pieno di tecnologie di machine learning, il riconoscimento facciale e l’intelligenza artificiale per scopi di analisi “predittiva” implicano probabilmente un ulteriore aumento della capacità di controllo dello Stato. Se a ciò aggiungiamo l’onnipresente videosorveglianza, il fatto che portiamo ovunque con noi i nostri dispositivi di comunicazione elettronica e la banalizzazione dell’idea che questi dispositivi possano ascoltarci, allora ci troviamo di fronte a un sistema di sorveglianza invasivo.

Ecco i motivi per cui abbiamo lanciato l’Osservatorio della Unlibertà. Cerchiamo di capire cosa motiva, modella e influenza gli autoritarismi digitali in tutto il mondo, indipendentemente dal tipo di governo o sistema politico. Partendo da 11 paesi pilota, l’obiettivo è sviluppare una metodologia per dare un nome all’autoritarismo digitale, per aiutare le persone di buona coscienza a domarlo.

Filippine : Negli ultimi sei anni, lo spazio civico filippino si è ristretto quando il governo del presidente Duterte e di Marcos Jr. ha approvato leggi che mettono in discussione le libertà conquistate a fatica. Tra queste leggi troviamo l’Anti-Terror Act (Legge contro il terrorismo), di cui alcune clausole riguardano la sorveglianza digitale, e che punisce “l’incitamento al terrorismo”. Esiste anche la legge sulla registrazione della SIM, che impone a tutti gli utenti di telefoni cellulari di registrare le proprie informazioni personali. Sono apparse altre forme di autoritarismo digitale,

Ungheria  : l’uso delle tecnologie digitali non è stato lo strumento principale utilizzato dal governo Fidesz nelle sue tendenze autoritarie; solo di recente il fenomeno ha acquisito slancio. Gli incidenti illustrano come opera l’autoritarismo digitale in Ungheria, raggruppati in tre grandi categorie: presa del controllo delle principali infrastrutture digitali; mettere a tacere le voci dissenzienti attraverso l’intimidazione; uso della legge per indebolire i diritti umani. Il rapporto mostra come questi diversi metodi si concretizzino in casi di vita reale e danneggino i diritti umani individuali e collettivi.

Venezuela  : Dal 2007, la democrazia e la libertà di espressione in Venezuela sono state severamente censurate attraverso strategie legali contro i media tradizionali e indipendenti, riducendo la separazione dei poteri, fino a scomparire completamente. In questo contesto, l’uso di strumenti digitali per resistere alla repressione è stato affiancato da un altro fenomeno: l’uso di questi stessi strumenti di comunicazione digitale per reprimere i cittadini. Questo è l’effetto dell'”  autoritarismo della rete “. “. L’uso dei media digitali per garantire l’accesso alle informazioni è stato accolto con campagne di disinformazione da parte del governo, blocchi di Internet e persecuzione giudiziaria di giornalisti e attivisti che hanno indagato sul governo di Maduro o che hanno parlato della crisi umanitaria.

El Salvador  : In appena tre anni, Bukele è riuscito a costruire un fenomeno politico complesso che alcuni hanno soprannominato “bukelismo”, che comporta un misto di immagine millenaria, promozione del Bitcoin come moneta nazionale, discorsi anti-corruzione e politiche anti-tradizionali. partiti politici e una retorica contro l’influenza degli Stati Uniti negli affari interni di El Salvador. Questo rapporto analizza due incidenti importanti: la rivelazione che lo spyware Pegasus è stato utilizzato contro giornalisti di media indipendenti e rappresentanti della società civile ; e minacce da parte del consulente legale di Bukele contro due giornaliste che si erano rifiutate di rivelare le loro fonti anonime in un articolo giornalistico. Questo secondo incidente illustra una tendenza di molestie e minacce online contro le giornaliste, una tendenza sostenuta dal presidente Bukele e replicata dai suoi sostenitori, dai centri troll e dagli influencer filogovernativi dei social media.

Ecuador : I tre temi sollevati da questo rapporto, affrontati attraverso il prisma dell’autoritarismo digitale, rivelano pratiche che potrebbero avere un impatto sulla vita democratica in Ecuador. Sebbene il decennio del governo Correa (2007-2017) non sia stato esente da vessazioni e persecuzioni, limitarsi ai dati relativi all’ideologia specifica di Correa potrebbe impedire la comprensione e l’analisi del contesto ecuadoriano in modo più globale. In altre parole, analizzare l’Ecuador solo in termini di binarismo politico tra autoritarismo e democrazia potrebbe ostacolare la comprensione, nel tempo del post-correismo, delle pratiche antidemocratiche e regressive che sono ancora attuali in questo paese. L’Ecuador mostra pratiche che rientrano nella categoria dello spettro come autoritarismo digitale,

Kazakistan  : il regime al potere in Kazakistan monitora e controlla le attività delle voci dissenzienti e critiche.Il presidente Tokayey continua le politiche repressive dei suoi predecessori e controlla l’informazione e il cyberspazio applicando soluzioni tecnologiche: sorveglianza mirata, chiusura di Internet e comportamento coordinato non autentico sui social network. La stampa è inondata di propaganda filogovernativa, anche se i resoconti critici sono tollerati purché rimangano entro determinati limiti da non oltrepassare. I giornalisti e i media che alzano la voce vengono presi di mira in casi penali pretestuosi, talvolta con l’uso della violenza e dell’intimidazione. Il Kazakistan è uno dei paesi con la classifica più bassa in termini di libertà di stampa: 158esimo su 180.

Birmania  : il rapporto analizza la situazione dell’autoritarismo digitale in Birmania e valuta in modo completo il comportamento oppressivo del governo nel cyberspazio. Fa appello a cinque categorie di repressione digitale implementate dall’esercito birmano: chiusura di Internet, censura online, sorveglianza, persecuzione mirata degli utenti online e disinformazione e manipolazione dei social media. In questo contesto, sta emergendo l’era della resistenza digitale del popolo birmano per affrontare la dittatura, attraverso l’elusione, la migrazione multipiattaforma e iniziative collaborative di finanziamento della resistenza, tra le altre cose.

Camerun  : Autoritarismo digitale è un termine che descrive sempre più il Camerun. Il governo camerunese utilizza sempre più strumenti digitali per monitorare e controllare i cittadini, limitando al contempo l’accesso a Internet e ad altre tecnologie digitali. La mancanza di regolamentazione dei social network e di Internet facilita la diffusione di informazioni false e discorsi di incitamento all’odio, un ostacolo significativo a una migliore comprensione della verità e alla capacità di compiere scelte informate. Inoltre, la pervasività delle fake news e delle molestie online limita fortemente la presenza delle donne nella definizione del discorso pubblico.

Hong Kong  : al momento della stesura di questo rapporto, gli strumenti dell’autoritarismo digitale potrebbero non essere utilizzati in modo così diretto e massiccio come in Cina; tuttavia, a Hong Kong stiamo assistendo a un drammatico cambiamento nel discorso statale per quanto riguarda la libertà di stampa e di espressione. La legge sulla sicurezza nazionale (NSL), introdotta nel giugno 2020 dal governo cinese in risposta ai disordini sociali del 2019, ha cambiato le condizioni e l’ambiente per i lavoratori dei media, compresi giornalisti ed editori, in cui organizzazioni sociali e politiche come sindacati e politici i partiti si evolvono, così come i cittadini sia online che offline.

Vedi il file in inglese sul sito web di Global Voices

Argentina, un paese a fuoco

Fonte Ecor-network

di Marina Wertheimer, Soledad Fernández Bouzo

Argentina en llamas. Voces urgentes para una ecología política del fuego, Editorial El Colectivo, giugno 2023 – 270 pp.
Introduzione delle curatrici del libro, Marina Wertheimer e Soledad Fernández Bouzo.

Come comprendere la recente ondata di incendi al calore delle fiamme?
Appunti per una ecologia politica del fuoco secondo la chiave dell’ecofemminismo critico

Scriviamo questa introduzione a Buenos Aires, durante un marzo insolito, con 41 gradi di percezione termica. Concludiamo questo libro attraversando la più lunga ondata di caldo nella storia argentina, specialmente per la parte centrale e orientale del paese.
Tra una vampata di calore e l’altra, apprendiamo che questa è stata l’estate più calda dal 1906 e che, inoltre, sarà la meno calda del resto della nostra vita.
La mancanza di pioggia, inoltre, ha prodotto una siccità storica che, secondo i titoli dei principali quotidiani del paese, ha generato milioni di perdite per i produttori di soia e mais. La siccità – aggiunta a fattori come il cambiamento climatico e la multicausalità antropica del deflusso storico del fiume Paraná – ha generato la più grande successione di incendi che si ricordi. Ma non è un fenomeno esclusivo dell’Argentina. Nel 2020, Australia, California e Siberia stavano bruciando, in regioni che hanno avuto la loro peggiore stagione degli incendi in vent’anni. Nel 2019, il mondo ha rabbrividito alle immagini di incendi simultanei e coordinati in diverse parti della foresta amazzonica che avevano come comune denominatore l’estensione della frontiera agricola e zootecnica. Mentre il fumo copriva grandi città come San Paolo e Rio de Janeiro, l’hashtag #PrayforAmazonas è diventato virale, e Greta Thumberg ha sentenziato: “la nostra casa è in fiamme” 1.
Il saldo è stata la riduzione in cenere di 2,5 milioni di ettari dell’Amazzonia (Greenpeace, 2019) 2.

La deforestazione in Amazzonia ha conseguenze sui modelli di precipitazioni in altre aree. Infatti, il 19% delle precipitazioni che cadono annualmente nel bacino di La Plata è causato dall’umidità della foresta amazzonica che si disperde a sud (Maretti, 2014; FARN, 2020). Ciò influenza, a sua volta, il sistema idrologico del Gran Chaco e il sistema delle zone umide dei fiumi Paraguay e Paraná. La diminuzione dei livelli di questi fiumi dal 2020 è una delle più grandi degli ultimi 100 anni e va di pari passo con la modifica del regime degli incendi. Nel nostro paese, il fuoco ha raggiunto cifre record negli ultimi mesi. Solo nel 2022, più di 700 mila ettari (ha) sono stati colpiti dagli incendi, più del doppio rispetto al 2021 3, ma notevolmente inferiore rispetto al 2020, quando la superficie raggiunta era superiore a 1 milione di ettari (SNMF, 2023).

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Come definire i rischi sistemici delle piattaforme per la democrazia

Dare un senso alla legge sui servizi digitali

Non è chiaro come le piattaforme e i motori di ricerca più grandi dovrebbero identificare i “rischi sistemici” per conformarsi al DSA. AlgorithmWatch delinea una metodologia che servirà da punto di riferimento per il modo in cui noi, in quanto osservatori della società civile, giudicheremo le valutazioni del rischio che stiamo conducendo proprio in questo momento.

Autore Michele Loi 

Fonte Algorithm Watch

È difficile negare che i servizi Internet dominanti forniscano beni di consumo essenziali per gran parte del mondo. Dover passare una settimana, tanto meno un giorno, senza ricerche Google efficienti, o perdere la capacità di interagire con gli altri tramite una piattaforma di social media come Instagram, sconvolgerebbe sicuramente la vita personale e professionale di molte persone. Nonostante i loro vantaggi, tuttavia, questi e altri potenti servizi Internet stanno radicalmente trasformando la nostra società capitalista, potenzialmente , nella sua versione peggiore. In tal modo, l’economia delle piattaforme genera una miriade di rischi che possono avere un impatto negativo sugli individui e sulla democrazia stessa.

Valutazione dei rischi

I legislatori dell’Unione Europea sono convinti che le piattaforme possano comportare tali rischi e hanno quindi promulgato il Digital Services Act (DSA), una legge che impone alle cosiddette piattaforme online molto grandi (VLOP) e ai motori di ricerca online molto grandi (VLOSE) di “identificare, analizzare e valutare diligentemente qualsiasi rischio sistemico nell’Unione derivante dalla progettazione o dal funzionamento del loro servizio e dei relativi sistemi, inclusi i sistemi algoritmici, o dall’uso che viene fatto dei loro servizi”. Tali rischi includono, ma non sono limitati a, la diffusione di contenuti illegali attraverso i servizi di piattaforme e motori di ricerca; eventuali effetti negativi attuali o prevedibili per l’esercizio dei diritti fondamentali; sul discorso civico e sui processi elettorali e sulla pubblica sicurezza; in materia di violenza di genere, tutela della salute pubblica e minori; e gravi conseguenze negative per il benessere fisico e psichico della persona. Quando tali rischi vengono identificati,

Manca la guida

Mentre la legge fornisce un lungo elenco di possibili misure per mitigare i rischi – ad esempio “adattare il design, le caratteristiche o il funzionamento dei loro servizi, comprese le loro interfacce online” – è notevolmente  silenzioso su come VLOP e VLOSE dovrebbero condurre una valutazione del rischio e cosa i legislatori aspettarsi da loro. La legge precisa che VLOP e VLOSE devono tenere conto dei modi in cui determinati fattori possono influenzare i rischi sistemici, compresa la progettazione di sistemi di raccomandazione e qualsiasi altro sistema algoritmico pertinente, sistemi di moderazione dei contenuti, termini e condizioni applicabili e la loro applicazione, sistemi per selezionare e presentare annunci pubblicitari e pratiche relative ai dati del fornitore.

Non vi è, tuttavia, alcuna menzione di una procedura che delinei come identificare un rischio sistemico nella pratica. Inoltre, la Commissione europea non ha pubblicato alcuna guida per queste società. Ciò significa che in questo momento non è molto chiaro come VLOP e VLOSE debbano valutare i rischi per conformarsi ai requisiti del DSA . I VLOP e i VLOSE sono tenuti a consegnare le loro prime valutazioni del rischio alla Commissione europea fino all’agosto del 2023 – va detto, tuttavia, che è improbabile che rendano queste valutazioni disponibili al pubblico. Inoltre, non è chiaro cosa rilascerà la Commissione sui loro contenuti e quando.

Tracciare un percorso in avanti

Questo è il contesto del nostro articolo. Non cercheremo di fornire una valutazione olistica dei vantaggi e dei mali della società digitale modellata dai servizi Internet attualmente dominanti. Il nostro obiettivo è piuttosto più ristretto e più specifico. Lo scopo del lavoro è determinare se alcuni elementi di rischio che un servizio Internet genera per la libertà di parola e il pluralismo dei media sono identificabili. La nostra speranza è che con questo contributo, forniamo un punto di partenza tangibile per la discussione su ciò che le diverse parti interessate possono e devono aspettarsi da una valutazione del rischio, e come potrebbe essere fatto in pratica.

Michele Loi, Ph.D., è Marie Sklowdoska-Curie Individual Fellow presso il Dipartimento di Matematica del Politecnico di Milano con un progetto di ricerca su Fair Predictions in Health. È anche co-principal investigator del progetto interdisciplinare Socially Acceptable and Fair Algorithms, finanziato dal Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca Scientifica, ed è stato Principal Investigator del progetto “Algorithmic Fairness: Sviluppo di una metodologia per il controllo e la minimizzazione del bias algoritmico nei dati basati processo decisionale”, finanziato dall’Agenzia svizzera per l’innovazione.

Bufale sul climate change: cosa fa la disinformazione climatica

Fonte Unimondo che ringraziamo 

Gli incendi catastrofici del Canada? Provocati da elicotteri, droni o “armi a energia diretta” manovrati da ambientalisti o attivisti LGBTQ collusi con progetti di energia rinnovabile. A questo e a molto altro può arrivare la disinformazione (in questo caso climatica) se va a braccetto con un uso errato dei social network (in questo caso Tik Tok). Più il nemico è potente più la risposta deve essere radicata e diffusa. E se il nemico in questione è la disinformazione climatica, la risposta deve arrivare da più parti e coinvolgere in primis chi scrive e chi legge. Un esempio di attivismo è la Climate Action Against Disinformation (CAAD) un’organizzazione globale, nata nell’estate 2021 che coinvolge oltre 50 organizzazioni impegnate a contrastare i contenuti fuorvianti e falsi su ambiente e cambiamento climatico.

Come agisce la disinformazione climatica: l’esempio di Twitter dopo Musk

Ad inizio 2023 Cassa ha diffuso il rapporto che ha messo in evidenza come, dal 27 ottobre, quando Elon Musk ha assunto la guida della compagnia, su Twitter sono apparsi sempre più post fuorvianti sui cambiamenti climatici.

Il report dal titolo “Deny, Deceive, Delay. Exposing New Trends in Climate Mis- and Disinformation At COP27” rileva infatti che, durante la cop27 di Sharm-El-Sheikh in Egitto, Twitter ha diffuso il termine “climate scam” (truffa climatica) quando gli utenti cercavano la parola “clima”. Nonostante siano stati altri i termini molto più utilizzati, “climate scam” è comparso come primo risultato nelle ricerche. Un piccolo gruppo di “Culture Warriors”di Caad ha individuato i 12 profili più attivi, tra i quali spiccano Fossil Fuel, Necessity, Anti-Green Tech, Cost of Living Crisis, Culture Wars, Loss and Damage. I ‘guerrieri’ hanno poi riportato che questi “influencer della disinformazione” hanno raccolto più di 344.000 condivisioni su 388 post a tema climatico riguardanti la COP27 dello scorso novembre.

Qualche giorno dopo la fine del summit, inoltre, il risultato migliore su Twitter era “climate lockdown”, ovvero la teoria complottista del Great Reset, secondo la quale alcune élite globali starebbe pianificando di far collassare l’economia mondiale per ridurre le emissioni di carbonio. Ma il problema non ha riguardato solo i giorni della Cop27. L’analisi dell’University of London, riportata da Caad, ha infatti rilevato che nel dicembre 2022 i tweet dei negazionisti del clima hanno raggiunto il massimo storico con più di 850.000 tweet o retweet, rispetto ai 650.000 del 2021 e ai 220.000 del 2020.

E anche Youtbe è stato nel mirino della Caad. In un rapporto pubblicato il 2 maggio 2023 il gruppo ha identificato 100 video (con 18,8 milioni di visualizzazioni) contenenti annunci pubblicitari che presentano false informazioni ambientali. Questo nonostante nell’ottobre 2021 Google avesse annunciato che avrebbe “vietato la pubblicità e la monetizzazione di contenuti che contraddicono un consenso scientifico consolidato sull’esistenza e le cause del cambiamento climatico”.

Disinformazione e intelligenza artificiale

A questo quadro si somma l’intelligenza artificiale, che secondo molti potrebbe contribuire a diffondere disinformazione, anche climatica. “Nelle mani sbagliate – sostiene Michael Khoo, direttore di Friends of the Earth e membro di Caad – l’intelligenza artificiale potrebbe minare per sempre il discorso sul clima a causa della sua capacità di creare storie, argomenti e persino immagini realistiche su misura”. Secondo lui, infatti, l’intelligenza artificiale avrà il potenziale per creare miliardi di pezzi di disinformazione, personalizzarli e diffonderli, rendendo molto difficile distinguere i fatti dalla finzione.

“Ciò – continua – potrebbe non solo ostacolare l’azione climatica basata sui fatti, ma rappresenterebbe anche un serio pericolo in caso di eventi meteorologici estremi, quando informazioni chiare e accurate sono fondamentali”.

Voci per il clima, l’iniziativa di Greenpeace

Per tentare di ovviare a disinformazione e negazionismo un’iniziativa made in Italy è “Voci per il clima”, il primo network italiano di esperti ed esperte per contrastare il greenwashing e la disinformazione sui cambiamenti climatici. Una rete di più di 60 realtà (tra cui anche Unimondo.org) appartenenti al mondo della scienza, dell’imprenditoria, della comunicazione, dell’arte e dell’attivismo unite da un impegno comune. La nascita del network è stata promossa da Greenpeace Italia, ma i suoi membri operano in modo del tutto indipendente. Obiettivo del network è contrastare il greenwashing e ovviare alle carenze di giornali e tv nel raccontare la crisi climatica. Il tutto tramite “un’informazione libera, trasparente e veritiera”.

Alice Pistolesi

Giornalista, è laureata in Scienze politiche e Internazionali e in Studi Internazionali all’Università di Pisa.  Viaggia per scrivere e per documentare, concentrandosi in particolare su popolazioni oppresse e che rivendicano autonomia o autodeterminazione. È redattrice del volume Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo e del sito Atlanteguerre.it dove pubblica dossier tematici di approfondimento su temi globali, reportage. È impegnata in progetti di educazione alla mondializzazione e alla Pace nelle scuole e svolge incontri formativi. Pubblica da freelance su varie testate italiane tra le quali Unimondo.org.

La nicchia climatica umana

Fonte: la Rivista Terrestres che ringraziamo

L’emisfero settentrionale (dall’Europa al Nord Africa, passando per Cina e Stati Uniti) questa settimana vivrà un’ondata di caldo senza precedenti, con temperature comprese tra 35 e 50 °C. Se possiamo aggiungere strati per proteggerci dal freddo, quando il caldo diventa insopportabile, non ci resta che togliere la pelle. Ma fino a che punto e per chi il clima può diventare inadatto alla vita umana? Secondo uno studio, è possibile che in questo secolo più di 3 miliardi di persone saranno esposte a un clima invivibile.

Tempo di lettura: 18 minuti

Questo articolo è apparso originariamente il 17 giugno 2022.

Questa primavera, durante i mesi di aprile e maggio, un’ondata di caldo durata diverse settimane ha colpito l’India e il Pakistan . Questo periodo, che precede il monsone, è in genere il più caldo dell’anno, le piogge portano con sé un leggero raffreddamento. Con diversi giorni intorno ai 50°C, molte persone hanno dovuto lavorare durante la notte relativamente fresca. Non mancava solo l’acqua, a volte inquinata, ma anche l’energia: a diverse centinaia di migliaia di persone mancava l’elettricità per alimentare eventuali frigoriferi o condizionatori d’aria, disponibile solo per i più ricchi.Il caldo intenso è anche causa di decine di infarti al giorno, notevole mancanza di sonno, saturazione del sistema sanitario .

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IL SONNO DELLA RAGIONE di Raniero La Valle

di Raniero La Valle

Fonte : Emigrazione Notizie

 

 

Si è tenuto a Vilnius il vertice della NATO, che ha accolto la Finlandia e dato il benvenuto alla Svezia nell’Alleanza. Alla Russia sono state dettate condizioni di resa, fin sulla soglia, che si è stati però ben attenti a non oltrepassare, di una dichiarazione di guerra. All’Ucraina, cui si assegna il compito di  sconfiggere la Russia, sono stati promessi ponti d’oro per la completa integrazione nella NATO, giunta peraltro già alla  conclamata “interoperabillità” tra le relative Forze Armate, inclusa una perenne fornitura di armi, beffardamente definite “non letali”. Tutto ciò con la spensierata idea che non si rischi in tal modo la guerra mondiale.

Come interpretazione autentica di queste decisioni vale ciò  che, andando a Vilnius, il presidente Biden ha detto In un’intervista alla CNN , in cui ha fornito un quadro di come concepisca la NATO, così contraddittorio da renderla assurda.

Biden ha detto che, finché c’è la guerra, l’Ucraina non può entrare nella NATO, perché ciò significherebbe entrare tutti in guerra con la Russia, e anzi, con l’Ucraina nella NATO “se la guerra è in corso, allora siamo tutti in guerra con la Russia”.

Questa è una cosa che tutti sapevano, ma che nessuno aveva osato dire in modo così perentorio, e ora dopo un anno e mezzo di guerra dà clamorosamente ragione a Putin che proprio per questo l’ha fatta, per non trovarsi in guerra con gli Stati Uniti e tutto “l’Occidente allargato” una volta che  la NATO fosse giunta ad inglobare l’Ucraina. È chiaro infatti che una guerra di tale natura avrebbe segnato la fine della Russia, e messo a rischio l’America. Dunque Putin ha fatto un favore anche a Biden, che ricambia, come fosse anche lui un “putiniano”,  dicendo che l’Ucraina “non è pronta” a questo ingresso, “perché ci sono altri requisiti che devono essere soddisfatti inclusa la democratizzazione” (Putin più brutalmente l’ha chiamata “denazificazione”), che è l’altra ragione dell’invasione. Da qui l’ira di Zelensky, lasciato da solo ad officiare il sacrificio.

Nello stesso tempo Biden , ribadendo che, finita la guerra, le porte della NATO saranno “aperte” all’Ucraina, ha istituito la condizione per la quale questa guerra non deve finire mai, perché se la guerra venisse meno la Russia di nuovo rischierebbe la fine, e dunque finché la NATO è NATO, e l’Ucraina confina con la Russia, mai più potrà esserci pace in Europa. Se questa è la pena inflitta all’Ucraina, il fine pena non arriverà mai.

Il fatto è che Biden, mentre vuole la guerra in Ucraina senza fine, tant’è che ora le manda perfino le bombe a grappolo ed intende continuare a fornirle “armi e sicurezza come gli USA insieme agli alleati fanno per Israele” non vuole affatto entrare in guerra con la Russia perché sa benissimo che questa sarebbe la fine anche per gli Stati Uniti; e se c’è una costante della politica dell’America attraverso tutti i suoi presidenti e nel passaggio da un’epoca all’altra, dalle guerre mondiali del Novecento alla guerra fredda alla guerra “a pezzi” di oggi, è che la guerra contro la Russia in nessun  modo si deve fare, Cuba docet. E tuttavia l’attuale programmazione americana, espressa nei documenti scritti della Casa Bianca e del Pentagono dell’ottobre scorso, contempla che entro il decennio la Russia deve essere messa fuori gioco per poi passare alla sfida finale con la Cina.

Mettendo insieme tutti i postulati di questo teorema, ne viene fuori il seguente risultato: la Russia deve essere debellata ma non con la guerra a campo largo, l’Ucraina deve continuare a combattere a questo scopo in nome e per conto altrui, perché non fa problema la sua fine: sempre del resto il sacrificio della vittima è stato considerato salvifico (per gli altri); la NATO, è fatta per la guerra e a tal fine armata fino ai denti e fonte di spese militari e profitti infiniti distolti da altri necessari e nobili scopi, ma l’unica cosa che non può fare è la guerra; e se con la Russia gli Stati Uniti non possono né vogliono fare la guerra, tanto meno la faranno entro il decennio contro la Cina, nonostante la “sfida culminante” annunciata oggi a tutte lettere contro di lei . E il mondo, e noi? Noi e il mondo dovremmo stare a guardare tranne che questo meccano fatto di contraddizioni, perversità e algoritmi non imploda, per imprevedibili e perciò incontrollabili eventi, e tutto finisca nell’Armageddon.

Per questa ragione glielo dobbiamo dire all’America, che la sua politica è completamente sbagliata. Glielo dobbiamo dire se le siamo alleati, se siamo la civiltà e perfino la religione che l’abbiamo data alla luce. Possiamo anche ammettere che il suo movente non sia quello di voler dominare il mondo come un unico Impero, ma sia  l’ossessione della sua sicurezza in un mondo giudicato come pericoloso e cattivo, da dover tenere perciò sotto scacco, nella memoria storica manichea dei Padri pellegrini e del West. Ma dobbiamo dire all’America che ci sono più cose in cielo e in terra che non nell’”American heritage”, che ci sono altri modi di stare al mondo che armarsi fino ai denti e schierarsi nella lotta tra il Bene e il Male. Dobbiamo dire all’America: “no, non così”, se le siamo amici, o se siamo addirittura disposti ad accettarne la leadership, ma per fare migliore il mondo, non per distruggerlo.

Nel sito pubblichiamo un discorso di Robert Kennedy Jr., in cui ha ammonito il suo Paese che ogni Impero si dissolve se sparge il suo esercito in mezzo mondo, un’analisi sul “sonno della ragione” dell’ex ambasciatore Carnelos, e una poesia di Erri De Luca sul pasto dei pesci nel Mediterraneo.

Costituente Terra (Raniero La Valle)

Jujuy, Argentina: sollevazione popolare, durissima repressione

Fonte Dinamopress che ringraziamo

 

di Alioscia Castronovo

 

Decine di feriti, arresti e persecuzioni: una sollevazione popolare guidata da docenti e popoli indigeni contro la riforma costituzionale della provincia andina che rafforza l’estrattivismo, criminalizza la protesta sociale ed intensifica l’impoverimento

Nel pieno di una durissima crisi economica e politica, e a pochi mesi dalla elezioni presidenziali che il prossimo mese di ottobre indicheranno quale prossimo governo dovrà affrontare il pagamento del debito al Fondo Monetario Internazionale – e nel pieno delle definizioni delle prossime formule presidenziali ancora in discussione nelle due principali coalizioni – una sollevazione popolare nella provincia andina di Jujuy sta ridefinendo dal punto di vista delle lotte l’agenda politica del paese. Contro impoverimento ed estrattivismo, in difesa dei salari e dei territori, una rivolta è esplosa nel nord occidente del paese, al confine con la Bolivia.

Al centro delle proteste l’operazione politica che favorisce le politiche estrattiviste e costituzionalizza la repressione contro chi reclama salari, diritti e dignità, portata avanti dal governatore Gerardo Morales, con il consenso trasversale dei radicali e del partito giustizialista.

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Verso l’economia di guerra

Fonte Sinistrainrete 

Autore  Alessandro Somma 

 

Le conseguenze della guerra non sono solo quelle visibili a occhio nudo, quelle denunciate dalle innumerevoli immagini che raccontano la tragica quotidianità di chi sopravvive e muore sotto le bombe. Non sono da meno gli effetti su chi viene apparentemente risparmiato dal conflitto perché vive in Paesi non direttamente coinvolti nei combattimenti. Semplicemente sono meno riconoscibili, sebbene coinvolgano il complessivo modo di stare insieme come società e in ultima analisi i fondamenti di quanto siamo soliti chiamare Occidente.

A mutare profondamente è l’ordine politico: la guerra richiede decisioni rapide e unanimi, a monte processi deliberativi opachi, e questo incide profondamente sulla qualità della democrazia, che vive al contrario di conflitti, di tempi scanditi dai ritmi della partecipazione e soprattutto di trasparenza. E anche l’ordine economico viene travolto: la produzione di armamenti e altri beni funzionali al conflitto deve procedere con modalità per certi aspetti incompatibili con il capitalismo, che tra i propri fondamenti vanta l’avversione verso il dirigismo e la pianificazione, utile invece a concentrare lo sforzo produttivo.

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Il raduno internazionale dell’estrema destra a Budapest: Orbán è il nuovo modello per l’Occidente

All’ingresso della “Balena” di Budapest, il luccicante centro multifunzionale adagiato sulle sponde del Danubio dove si svolge per il secondo anno consecutivo (dal 4 al 5 maggio) il convegno europeo dei conservatori americani (CPAC), un avviso su un architrave bianco e blu interdice il passaggio ai woke, i “risvegliati” della sinistra, sensibili alle ingiustizie sociali: No Woke Zone. Il divieto va subito oltre il suo senso letterale: le guardie di sicurezza respingono i giornalisti Jacob Heilbrunn di Politico e Flora Garamvolgyi del Guardian, nonostante abbiano entrambi ricevuto conferma di accredito dal Center for Fundamental Rights, il think-tank ungherese che co-organizza l’evento. Anche se i suoi oratori amano definirsi paladini della libertà d’espressione, alla CPAC hanno rapporti difficili con i media.

Sul palco Kari Lake, ex candidata trumpiana a governatrice dell’Arizona, scandisce i titoli con cui la stampa etichetta la due giorni di conferenze e li commenta con un sarcastico gioco di parole: «Noi politici di estrema destra [far-right]? Sapete che vi dico? Lo accetto. Finora [so far], abbiamo avuto ragione [we have been right] su tutto». «Abbiamo appreso che in Ungheria i giornalisti devono sottoscrivere alcune regole», dice Matt Schlapp, lobbista vicinissimo a Trump e presidente dell’American Conservative Union, che organizza le CPAC. «Devono essere onesti, devono scrivere la verità, devono essere bipartisan. E visto che siamo determinati a riscrivere le regole dei media americani, abbiamo deciso che faremo come l’Ungheria e che decideremo noi chi è un giornalista onesto e chi no».

Ciascuno degli oltre cinquanta interventi è infatti introdotto da un elogio al primo ministro Viktor Orbán e al suo governo. Non è mera piaggeria: nell’Ungheria si vede il futuro dell’Occidente e non suscita alcun imbarazzo sapere che Orbán abbia gradualmente trasformato un paese membro dell’Unione Europea in un’autocrazia elettorale dove la magistratura ha perso la propria indipendenza, i media sono direttamente o indirettamente controllati dall’esecutivo e i collegi elettorali ridisegnati perché le opposizioni perdano a tavolino. Dopo oltre mezzo secolo in cui i repubblicani americani hanno influenzato le destre europee con il proprio soft power ideologico, ora il modello di riferimento per gli Stati Uniti è l’orbanismo, la ricetta di un piccolo paese delle dimensioni del Kentucky e con la popolazione del Michigan, ma magnificato come baluardo della cristianità ed eroico avversario solitario di smisurate forze globaliste.

Come spesso accade, l’avvicinamento è cominciato sui media. Nell’estate 2021 Tucker Carlson, ex conduttore di punta di Fox News, ha condotto per una settimana il suo show da Budapest, mostrando con orgoglio l’imponente recinzione anti-migranti eretta al confine con la Serbia. Pochi mesi più tardi, in un documentario quasi di regime, Carlson ha ritratto Orbán come il difensore della civiltà dalla Grande Sostituzione, la teoria del complotto del suprematismo bianco secondo cui le élite guidate da George Soros pianificano l’importazione di milioni di illegali dal Terzo Mondo per trasfigurare la demografia europea e americana.

Il nome del finanziere ricorre minaccioso nelle parole dei conferenzieri, tra cui lo stesso primo ministro ungherese. C’è un’uniformità singolare e inquietante nella retorica dei presenti, come se appartenessero tutti allo stesso partito, a dispetto dell’eterogeneità dei Paesi di provenienza, dal Messico al Giappone passando persino per Israele, rappresentata dal giornalista Gadi Taub, ora docente proprio a Budapest, e da Matan Peleg, leader del movimento sionista Im Tirzu. La CPAC ungherese non è, in effetti, un evento isolato, ma segna una nuova accelerazione nel coordinamento fra destre radicali ed estreme.

Dopo il convegno del maggio 2022 a Budapest, il 10 dicembre il presidente del club dei giovani repubblicani di New York, Gavin Wax, ha invitato amici dal Partito della Libertà austriaco (FPÖ) e da Alternativa per la Germania (AfD), nonché l’ambasciatore ungherese Szabolcs Takács, per un elegante gala su Park Avenue insieme ai più fedeli deputati trumpiani, come Marjorie Taylor Greene, e alle figure più in vista dell’alt-right americana, come Steve Bannon, Peter Brimelow e Jack Posobiec. L’atmosfera era così amichevole che Greene si è lasciata andare a battute sull’assalto Capitol Hill: «Se l’avessimo organizzato io e Steve Bannon, avremmo vinto. Senza dimenticare che saremmo stati armati».

Dal 15 al 17 maggio, poi, un altro convegno organizzato da un think-tank americano, la National Conservatism Conference, ha fatto tappa a Londra per coinvolgere l’ala meno moderata dei Tories. Si tratta del terzo appuntamento europeo in tre anni, dopo quello di Bruxelles dello scorso anno e di Roma del 2020, aperto da Giorgia Meloni.

 

È proprio con l’etichetta di “conservatorismo nazionale” che la destra radicale, archiviata la stagione del populismo sbandierato, cercano di ribrandizzarsi. Una dichiarazione di principi, firmata tra gli altri da Francesco Giubilei (consigliere del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano ed enfant prodige dei circoli intellettuali della destra italiana), la sintetizza in dieci punti, dal rifiuto del globalismo liberale alla rivendicazione di Dio, Patria e Famiglia come cardini dello Stato nazione. Se il populismo di destra insisteva propagandisticamente sul binomio popolo-élite per mascherare un’indeterminatezza di fondo negli obiettivi politici, se non addirittura per occultare un indirizzo economico neoliberista, al centro del conservatorismo nazionale c’è il conflitto fra i valori tradizionali del popolo-nazione e la corruzione morale delle élite sovranazionali. In due parole: guerra culturale.

Alla CPAC, d’altronde, nessuno parla di economia. Per quanto il nemico sia individuato nei «globalisti marxisti e comunisti», come afferma Donald Trump nel suo videomessaggio di saluto, «questo non è un attacco economico, è un’arma biologica contro di noi», enfatizza Orbán con una metafora del complottismo pandemico. «Siamo sotto l’attacco di un virus, sviluppato nei laboratori dei progressisti liberal. Questo virus sta attaccando il punto più vulnerabile del mondo occidentale: la nazione. L’immigrazione, il gender, il wokismo sono tutte varianti dello stesso virus».

Le guerre culturali presuppongono infatti che lo scontro politico si sia esacerbato fino a rappresentare una battaglia per la sopravvivenza. Perdere un’elezione non significa più cedere temporaneamente il potere all’avversario, ma scivolare verso il baratro della cancellazione, anche fisica. Gli altri controllano ogni aspetto della vita pubblica: media, scuole, università, magistratura, sindacati, aziende. È un totalitarismo anticristiano, non diverso da quelli del ventesimo secolo. I toni sono quindi apocalittici e descrivono la sindrome di accerchiamento e il senso di persecuzione delle destre. Più ci si percepisce come vittime, più è giustificata la controffensiva su larga scala. Non è un caso che il pensatore più citato sia Antonio Gramsci. Lo menzionano esplicitamente Francesco Giubilei, Eduardo Bolsonaro, figlio dell’ex presidente brasiliano, e Janez Janša, ex primo ministro sloveno. L’idea è che la guerra politica si vinca sul piano dell’egemonia culturale: «dobbiamo imparare una lezione che la sinistra conosce bene: chi controlla la narrazione, chi controlla la cultura, chi controlla l’opinione pubblica, alla fine ne beneficerà politicamente» dice Stephen Bartulica, parlamentare croato del Movimento Patriottico.

Quello vissuto dai conferenzieri è un vero e proprio panico morale. L’ideologia woke si sarebbe ormai infiltrata nelle scuole e indottrinerebbe i bambini per separarli dai genitori e renderli così dipendenti dallo Stato. La sinistra impiegherebbe così le stesse infide tattiche dell’intellighenzia sovietica o dei predicatori fondamentalisti delle scuole coraniche. Secondo Jack Posobiec, il più famoso propugnatore del Pizzagate, «il wokismo è un virus della mente, che colpisce la possibilità di interagire con la realtà». Non servirebbe dunque una monumentale opera di convincimento per far prevalere i valori conservatori nella società, ma sarebbe sufficiente il semplice racconto della realtà e della verità, perché – come si suggerisce in un dibattito sulla famiglia – non è in corso uno scontro tra due ideologie, ma tra un’ideologia fanatica e la biologia. Il problema – sottolinea in un panel sulla libertà di espressione Eva Vlaardingerbroek, giovane commentatrice olandese ed ex corrispondente di Carlson dall’Europa – è che «qualunque tipo di opinione che sia contraria alla narrativa mainstream o sia considerata dissonante è ora bollata come disinformazione».

Eppure, per vincere la guerra culturale ogni mezzo è ritenuto lecito, persino la demonizzazione degli avversari e le teorie del complotto. Per Martin Helme, leader del Partito popolare conservatore estone, «non è per stupidità che la sinistra tenta di distruggere la famiglia, i diritti dei genitori, la salute di bambini normali. È per malvagità. C’è un intelligente disegno malvagio che lega tutto. Le forze del male hanno costruito una rete impressionante di persone e istituzioni per distruggerci e schiavizzarci». La cospirazione globalista prevederebbe sia un attacco da fuori, attraverso l’immigrazione controllata per «denazionalizzarci nei nostri stessi paesi» (Anders Vistisen, europarlamentare del Partito popolare danese), sia dall’interno, attraverso l’abbattimento scientifico dei valori millenari della civiltà occidentale.

È la teoria del complotto del cosiddetto “marxismo culturale”, che ha ispirato le stragi di terroristi di estrema destra come Anders Breivik e che aleggia terrificante nei discorsi di Janša e Bolsonaro. L’ossessione è tale che ogni proposta politica da sinistra si tramuta nell’indizio di un’imminente oppressione distopica. Così, per Hermann Tertsch, europarlamentare spagnolo di Vox, «il Green Deal è solo uno degli strumenti con cui distruggere la nazione, un grande piano leninista per intervenire nei decenni a venire in tutte le sfere della vita, un piano di ingegneria sociale». Per Andrej Babis, ex primo ministro ceco, in un futuro non lontano «le persone che spendono troppo in benzina, mangiano troppa carne, viaggiano troppo in aereo, spendono troppo in cibo potrebbero vedersi bloccati prestiti bancari, negate tariffe aeree o potrebbero persino essere escluse dai servizi pubblici».

La salvezza viene riposta nel recupero della fede cristiana, della famiglia tradizionale e, soprattutto, della sovranità nazionale. Può apparire strano che nell’equilibrio geografico degli interventi la CPAC ungherese penda sproporzionatamente verso l’Est europeo, ma lo sbilanciamento si spiega esattamente con l’esaltazione delle virtù nazionali, in quest’ottica rivalorizzate dai Paesi liberatisi dal giogo del Patto di Varsavia e invece sviliti da un Occidente che omogeneizzerebbe e appiattirebbe le specificità in nome del multiculturalismo. L’elezione di Giorgia Meloni pone l’Italia al centro di queste riflessioni, perché rappresenta il primo grande Stato europeo ad aver abbracciato i valori del conservatorismo nazionale. Significativamente, ad avere il privilegio dell’ultima parola è Vincenzo Sofo, europarlamentare di Fratelli d’Italia, nonché marito della nipote di Le Pen, Marion Maréchal.

La vera novità consiste tuttavia nel ruolo sempre più preponderante che i repubblicani, storicamente ripiegati sui problemi interni all’America, hanno assunto nel guidare l’internazionale delle destre. Come evidenzia il politologo Cas Mudde, le strette connessioni con i partiti più estremi del panorama europeo e latinoamericano sono un’eredità della radicalizzazione operata dal trumpismo, ormai ideologicamente indistinguibile dallo stesso orbanismo. Il risultato è che la polarizzazione che ha incendiato gli Stati Uniti negli ultimi anni può ora propagarsi all’Europa. Le CPAC sono insomma il combustibile irrorato nel dibattito pubblico in attesa di un innesco che permetta al fuoco di divorare ciò che resta delle nostre democrazie.

Immagine in anteprima: frame vide Euronews via YouTube

Les véhicules électriques, la bauxite et la destruction de l’écosystème en Guinée

 

Fonte  L’encontre 

Par Rachel Chason et Chloe Sharrock

KAGBANI, Guinée – L’un des pays les plus pauvres de la planète est devenu un acteur essentiel de la dite transition vers l’énergie verte.

La Guinée, pays d’Afrique de l’Ouest de plus de 13 millions d’habitants, abrite les plus grandes réserves de bauxite au monde, une roche brun-rouge qui constitue le minerai de l’aluminium. Ce métal léger est essentiel pour les véhicules électriques, car il leur permet de parcourir une plus grande distance sans être rechargés que s’ils étaient construits en acier. Au cours de la décennie actuelle, alors que les experts s’attendent à ce que les ventes mondiales de véhicules électriques soient multipliées par neuf, la demande d’aluminium augmentera de près de 40%, pour atteindre 119 millions de tonnes par an, selon les analystes de l’industrie.

La Guinée connaît déjà un boom sans précédent de ses exportations de bauxite. Elles ont presque quintuplé entre 2015 et 2020, selon les statistiques du gouvernement états-unien. Les analystes prévoient que la production continuera d’augmenter de façon spectaculaire au cours de la prochaine décennie. La région de Boké, dans le nord-ouest de la Guinée, au centre de la ruée sur la bauxite, a été transformée par un flux incessant de camions et de trains transportant le précieux minerai le long de routes et de voies ferrées nouvellement construites jusqu’aux ports côtiers.

Mais dans la région de Boké, des milliers de villageois paient un lourd tribut, selon des dizaines d’entretiens avec des habitants de six villages, des ONG de surveillance des entreprises extractives et des experts de l’industrie. Le gouvernement guinéen a indiqué que des centaines de kilomètres carrés autrefois utilisés pour l’agriculture ont été acquis par des sociétés minières pour leurs opérations d’extraction et ce qui est associé: les routes, les chemins de fer et les ports. Les villageois n’ont reçu que peu ou pas de compensation, selon les militants des droits de l’homme et les habitants de la région. Selon une étude gouvernementale, l’exploitation de la bauxite détruira, au cours des vingt prochaines années, plus de 200 000 acres de terres agricoles et 1,1 million d’acres d’habitats naturels, soit une superficie presque équivalente à celle du Delaware [soit 6450 km2].

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IL 25 APRILE CON UN PARTITO FASCISTA AL GOVERNO

di Tomaso Montanari (*)

Non è un 25 aprile come tutti gli altri che, dal 1945, lo hanno preceduto: perché è il primo in cui il governo e le massime istituzioni della Repubblica sono in mano a un partito fascista.
Per reagire, e per onorare davvero la lotta e il sacrificio dei partigiani, è doveroso avere il coraggio di dirlo senza remore: diffondendo le argomentazioni di coloro che, nei loro studi, non solo lo dicono, ma lo dimostrano testi alla mano.
Ne cito, a titolo di esempio, due di genere e taglio assai diversi: il recente saggio dello storico inglese David Broder (Mussolini’s Grandchildren. Fascism in Contemporary Italy, Pluto Press 2023), e l’inchiesta del giornalista Andrea Palladino (Meloni segreta, Ponte alle Grazie 2023). È quindi necessario chiedersi come sia stato possibile: perché «prima di agire, bisogna capire», come dicevano i fratelli Rosselli un secolo fa. E qua la risposta è necessariamente articolata, almeno in tre punti.

Primo. Ci sono ragioni storiche di lungo periodo: dopo la guerra non si sono fatti i conti fino in fondo con il fascismo e con i fascisti. Il malinteso imperativo della continuità dello Stato ha impedito la necessaria discontinuità della classe dirigente, e una troppo veloce e larga auto-assoluzione ha restituito agli italiani l’illusione di essere ‘brava gente’ (su questo si veda, da ultimo, P. Corner, Mussolini e il fascismo. Storia, memoria e amnesia, Viella 2022): un’illusione che ha permesso una ricaduta nella malattia.
Inoltre, il viscerale anticomunismo del capitalismo italiano e degli Stati Uniti ha consentito che risorgesse, in barba al veto costituzionale, un partito ovviamente fascista, che alla fine (dopo ‘svolte’ totalmente false) è stato riportato al governo (negli enti locali e nel Paese) da Silvio Berlusconi, sempre in chiave anticomunista e grazie all’involuzione (profondamente contraria allo spirito della Costituzione) di un sistema elettorale maggioritario, e dunque tendenzialmente bipolare.
Tutto questo culmina nello sbandamento di una ‘sinistra’ che – da Violante a Ciampi, dalla legge sul Giorno del Ricordo ai troppi silenzi di Sergio Mattarella – finisce con l’affondare più o meno consapevolmente l’antifascismo della Repubblica.

Secondo. Questi fatti spiegano perché i fascisti non siano spariti, non perché siano tornati alla guida del Paese. E qua la spiegazione è nel drammatico smontaggio del progetto costituzionale avvenuto soprattutto ad opera dei governi di centro-sinistra: quello era il progetto dell’antifascismo per l’Italia, quello abbiamo distrutto.
Nelle parole di Piero Calamandrei, quel progetto consisteva nel «dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità d’uomini.
Soltanto quando questo sarà raggiunto si potrà veramente affermare che la formula contenuta nell’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale» (1955).

Le democrazie puramente formali presto si ammalano e muoiono: ed è esattamente quel che è avvenuto a noi. Siamo malati, e la diagnosi non è delle più fauste. La profonda ingiustizia sociale ha allontanato i cittadini dalla democrazia: e un astensionismo enorme ha portato – con i voti del 28% degli aventi diritto al voto – al governo del Paese una coalizione di estrema destra, guidata da un partito fascista. In questa (ovvia) analisi c’è anche il rimedio: l’unico antifascismo in grado di rigettare i fascisti nelle fogne della democrazia, è una politica che ricominci a costruire giustizia sociale, e dunque partecipazione.

Terzo. Manca ancora un pezzo di risposta per spiegare come sia stato possibile che in un paese come l’Italia i fascisti siano tornati al governo. Quel pezzo si trova in una intervista di Marine Le Pen concessa a Repubblica pochi giorni fa. Qui la leader dell’estrema destra francese diceva di avere le stesse idee di Giorgia Meloni, tranne che su un punto: la guerra. Alludeva all’attuale, oltranzistica, fedeltà atlantica di Meloni: la quale, ribaltando una lunga retorica antiamericana, sposa ora senza riserve le ragioni della Nato, delle armi, della acritica sottomissione alla dottrina americana che vuole il mondo dominato da una sola potenza, in nome della superiorità della cultura occidentale.
Questa differenza, cruciale, tra Le Pen e Meloni spiega perché il Front Nationale sia pacificamente definito da tutti come un partito di estrema destra, xenofoba e razzista, mentre per Fratelli d’Italia la stampa occidentale preferisca parlare di forza ‘conservatrice’: anche se le idee sono esattamente le stesse (salvo, appunto, una: ma decisiva).
La triste verità è che, per gli Stati Uniti e per le classi dirigenti europee, lo spartiacque non è quello tra fascismo e antifascismo, ma tra fedeltà atlantica (ivi compresa un’acritica accettazione del dogma del TINA neoliberista) e multilateralismo.
Per questo si accetta di buon grado che l’Italia si trovi nella condizione della Polonia: con un governo illiberale e xenofobo che però offre assolute garanzie nella lotta contro la Russia, e quindi contro la Cina. Naturalmente questo significa concedere ai governi di estrema destra mano libera sui diritti civili, e sulle vite dei marginali (poveri, migranti, diversi di ogni sorta): un danno collaterale irrilevante nel grande scacchiere della volontà di potenza mondiale.

Del resto, Fratelli d’Italia nasce esattamente per sfruttare questa finestra di opportunità. Prendiamo i suoi tre fondatori ufficiali: Ignazio La Russa, Guido Crosetto e Giorgia Meloni. Il primo rappresenta (in modo perfino caricaturale) la fedeltà al fascismo storico, e la militanza nel torbido e sanguinario neofascismo del dopoguerra.
Il secondo rappresenta la garanzia di totale organicità ai dogmi del liberismo economico e alle esigenze del sistema militare-industriale e dunque della guerra. La terza rappresenta l’apertura all’ideologia dell’estrema destra internazionale (da Orban a Bolsonaro a Trump). Quest’ultimo punto merita qualche parola in più.
Nonostante l’affettuosa deferenza per Giorgio Almirante e alcune giovanili dichiarazioni di entusiasmo per Mussolini, Meloni è attenta a smarcarsi dal fascismo nostalgico alla La Russa. La ragione è la volontà di essere, e apparire, in sintonia con un nuovo fascismo che – pur nella sostanziale continuità ideologica con le idee di Hitler o di Evola – non ha bisogno di un apparato simbolico storico, e costruisce nuovi simboli e nuovi miti.

In questo 25 aprile, prendetevi un momento per guardare un terribile video del 2013 (in francese, con sottotitoli in inglese: https://www.youtube.com/watch?v=XA5S5Qrg6CU).
È la ‘dichiarazione di guerra’ alle democrazie lanciata da Génération Identitaire, un movimento politico nato in Francia (e lì sciolto dal governo nel 2017) che fa della ‘questione etnica’ il fulcro di una politica fondata sulla paura e sull’odio.
La linea è quella del suprematismo bianco: e in concreto quel movimento ha organizzato una serie di attacchi anche fisici contro le Ong che soccorrono i migranti nel Mediterraneo. I simboli non sono le svastiche: ma, come si spiega nell video, i ‘lambda’, cioè le lettere greche che figuravano tra gli emblemi degli Spartani (‘lambda’ è la lettera iniziale di Lacedemoni, altro nome degli Spartani).

La scelta cade sulla grande antagonista della democratica Atene: una città governata da una minoranza (gli Spartiati) che dominava attraverso la violenza e il terrore su una maggioranza (gli Iloti) etnicamente diversa. Un modello atroce, fatto proprio dall’organizzazione studentesca di Fratelli d’Italia.
Un esempio eloquente: il percorso formativo di Azione studentesca si chiama ‘agoghé’, come quello dei giovani spartiati, che in esso si formavano alla resistenza fisica, e alla violenza (anche attraverso uccisioni rituali e impunite degli Iloti).
Una ricca documentazione iconografica mostra come i ragazzi italiani che crescono all’ombra della Presidente del Consiglio non ricorrano ai fasci o alle svastiche (anche se la croce celtica rimane il simbolo ufficiale di Azione studentesca), ma ai simboli dell’antica Sparta: un mimetismo formale che mette i giovani di estrema destra italiana al riparo dalle accuse di fascismo nostalgico, e in connessione con i loro camerati di tutta Europa, consentendo una perfetta, e indisturbata, continuità con gli ‘ideali’ fascisti e nazisti.

Vale la pena di ricordare che è stata proprio Azione studentesca la responsabile, nel febbraio scorso, del pestaggio dei ragazzi del Liceo Michelangiolo, a Firenze: e che nello stesso palazzo fiorentino hanno sede Fratelli d’Italia, Casaggì (nome locale di Azione studentesca) e la casa editrice “Passaggio al bosco” (etichetta esplicitamente jüngeriana che allude alla ribellione contro la democrazia), il cui catalogo è ricco di testi su Sparta, e sulla sua mistica del razzismo violento. È in questo quadro che si deve leggere l’uscita sulla ‘sostituzione etnica’ del ministro Lollobrigida, cognato di Meloni.
Lungi dall’essere frutto di “ignoranza”, come penosamente asserito dall’interessato, si tratta della maldestra esibizione della parola d’ordine chiave per questa nuova-vecchia destra europea che fa della questione razziale e migratoria il centro di un intero sistema di pensiero e azione. Negli ultimi decenni si possono documentare decine e decine di uscite di Salvini, Meloni e molti altri leader della destra italiana sulla sostituzione etnica: e ora la tragedia di Cutro mostra come proprio quell’ideologia ispiri le azioni e le omissioni dell’attuale governo della Repubblica.

Un nuovo fascismo, dunque: che non ha necessariamente bisogno dei labari del Ventennio. Ma che quel progetto comunque resuscita e persegue: soprattutto in una mistica della violenza e della morte che ha nei neri, nei musulmani, nei diversi i propri eterni obiettivi.
Lo dimostra il fatto che la politica di questo governo fascista attacca frontalmente alcuni principi fondamentali della Costituzione antifascista: l’articolo 9 (perseguendo la difesa di una nazione che si darebbe per via etnica e non culturale, come invece vuole proprio quell’articolo), l’articolo 10 (negando di fatto il diritto d’asilo e blindando le frontiere contro chi non gode in patria delle nostre stesse libertà democratiche), l’articolo 11 (usando la guerra come strumento della politica internazionale, e non perseguendo affatto la pace e la giustizia attraverso la nostra partecipazione a organismi internazionali: non solo nella sudditanza alla Nato, ma per esempio anche nel rifiuto, in Unione Europea, di opporsi alle politiche omofobe ungheresi).

È questo ciò che dobbiamo saper vedere, in questo 25 aprile 2023. Il fascismo può apparire nuovo e diverso, ma alla fine il suo obiettivo è sempre e comunque quello di abbattere quel progetto di pace, giustizia, uguaglianza e democrazia che la Costituzione incarna. È un pericolo reale, e incombente: perché forse non potranno tornare in Italia i fascisti col fez e la camicia nera, ma certo potremmo veder nascere un regime violentemente razzista e autoritario, come quello polacco o quello ungherese.
E nessuno sa cosa verrebbe dopo. Per questo, oggi, non dobbiamo limitarci a celebrare le gesta dei nonni: dobbiamo impegnarci con tutti noi stessi perché i nostri figli non siano costretti a ripeterle.

(*) Da Volere la Luna.

Grecia: Dolore e rabbia nelle proteste che infiammano il Paese

 

Fonte : Pressenza.com 

Dopo l’incidente ferroviario di Tempe, le proteste infiammano la Grecia. Al dolore per i morti si unisce la rabbia contro una classe politica che ha privatizzato il Paese.

“Chiamami quando arrivi”. Questa frase – le parole che ogni genitore rivolge al figlio che si sta per mettere in viaggio – è diventata una di quelle più presenti sui cartelloni e sugli striscioni esposti nelle manifestazioni che da più di due settimane infiammano la Grecia. Le proteste fanno seguito all’incidente ferroviario avvenuto il 28 febbraio scorso nella località di Tempe, nei pressi di Larissa, dove, poco prima della mezzanotte, l’Intercity Atene-Salonicco si è scontrato con un treno merci che viaggiava sullo stesso binario, provocando la morte di 57 persone. Molti erano studenti e studentesse che tornavano a Salonicco per la ripresa delle lezioni universitarie dopo il ponte festivo per l’inizio della Quaresima ortodossa: figli e figlie che quella chiamata non l’hanno mai potuta fare.

Le proteste

Già nei giorni successivi a quello che è stato il disastro ferroviario più grave della storia della Grecia, al lutto e al dolore che pervadevano il Paese si è sommata la rabbia. Moltissimi sono scesi nelle strade, generando un’onda di manifestazioni caratterizzate da una partecipazione che non si vedeva da più di dieci anni, dai tempi delle proteste contro le misure di austerity. Già il 5 marzo, circa 10.000 persone si sono presentati in piazza Syntagma, ad Atene, e davanti al Parlamento ellenico; l’8 marzo, in concomitanza con la Giornata Internazionale della Donna, almeno in 40.000 hanno sfilato per il centro della capitale e più di 20.000 a Salonicco; migliaia di persone si sono unite alle proteste anche a Larissa (dove i manifestanti hanno sfilato sotto le finestre dell’ospedale nel quale sono ricoverati i feriti dell’incidente), a Patrasso ed in altri centri urbani in tutta la Grecia. Un’onda che non sembra avere nessuna intenzione di placarsi, visti i 50.000 che il 16 marzo sono scesi nuovamente in strada ad Atene.

Il carattere eccezionale di queste manifestazioni, tuttavia, è dato non solo dalla grande partecipazione, ma anche dal fatto che in aggiunta alle frange anarchiche e ai movimenti studenteschi – storicamente fra i due maggiori protagonisti dei movimenti di piazza ellenici – hanno partecipato alle proteste anche da moltissime persone di ogni età. Manifestazioni dal carattere intergenerazionale, dunque, ed intersettoriale: sono stati infatti dichiarati degli scioperi di 24 e 48 ore – oltre che dai lavoratori e lavoratrici del settore ferroviario, che hanno scioperato praticamente ogni giorno dal 28 febbraio – sia in un primo momento dal sindacato ADEDY, che comprende molti settori del servizio pubblico, che successivamente anche da numerosi enti privati. Le rivendicazioni sono molteplici, ma su tutte primeggia la richiesta di condizioni di sicurezza e, soprattutto, la rabbia contro un sistema politico incapace di proteggere i propri cittadini.

Un errore di sistema

All’indomani della tragedia, il premier Mitsotakis ha dichiarato che la responsabilità del disastro sarebbe da attribuire ad un errore umano: una disattenzione fatale del capostazione di Larissa, che si sarebbe dimenticato di azionare il meccanismo di spostamento dei binari. A Larissa – come in tutta la Grecia -, infatti, la gestione del traffico ferroviario è totalmente in carico al personale umano, in quanto l’infrastruttura ellenica non è provvista dell’ETCS (European Train Control System, il sistema di sicurezza automatico che regola il traffico ferroviario e, in caso di necessità, attiva la frenata di emergenza), che è stato attivo solamente dal 2003, anno di installazione, fino al 2008. Il capostazione, poi, nel momento dell’incidente, si sarebbe trovato da solo, quando invece era prevista la presenza di altri due colleghi, e sembra che avesse poca esperienza nell’ambito, in quanto precedentemente incaricato soprattutto di lavori di ufficio.

Le proteste hanno dunque puntato il dito contro un sistema che fa dipendere la sicurezza dei passeggeri unicamente dall’attenzione o dalla sbadataggine di un singolo capostazione, caratterizzato da infrastrutture obsolete, personale poco formato e da una disfunzionalità cronica dovute al progressivo disinvestimento che ha subito negli ultimi decenni. A questo riguardo, è significativo il fatto che il Ministro dello Sviluppo avrebbe dichiarato che l’ammissione delle lacune in tema della sicurezza della rete ferroviaria avrebbe significato una perdita di svariati milioni di euro per Hellenic Train, la compagnia che gestisce il traffico su rotaia in Grecia. Precedentemente conosciuta come TrainOSE, Hellenic Train è stata acquistata nel 2017 dalle Ferrovie dello Stato Italiane per 45 milioni di euro.

FMI, EU, Grecia: la svendita di un Paese

Nelle affollate piazze delle città greche, la rabbia per i 57 morti è stata spesso accompagnata da quella contro una classe dirigente che nel corso degli ultimi 30 anni si è resa protagonista di una vera e propria svendita del Paese a prezzi stracciati. Il processo di privatizzazione delle imprese statali, avvenuto principalmente per mano dei socialisti del PASOK e del partito di centro-destra Nea Dimokratia (ma anche sotto i governi guidati da Syriza) è iniziato nei primi anni ’90, subendo un’accelerata in contemporanea alla richiesta della Grecia di entrare nello spazio economico e monetario europeo, ed è continuata sia prima della crisi del 2008, che dopo, con le misure di austerity imposte al Paese dalla Troika.

La vendita delle compagnie statali a enti privati, infatti, rappresentava una delle clausole previste dagli accordi con Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale per il salvataggio del Paese. La volontà di rispettare tali accordi ha portato all’adesione ad una politica economica neoliberista ed a massicce privatizzazioni, in particolare nel settore energetico, bancario e dei trasporti, che dal 2011 hanno portato nelle casse dello Stato più di 7,6 miliardi di euro. Basti pensare che nel solo campo delle infrastrutture, oltre a quella di Hellenic Train, si è assistito alla progressiva cessione del porto del Pireo a Costco, multinazionale cinese di proprietà statale, che ad oggi ne detiene il 67%, e di 14 aeroporti – fra i più redditizi del Paese – al colosso tedesco Fraport. Il processo di privatizzazione è proseguito anche nell’ultimo biennio, in particolare nei settori chiave degli idrocarburi e del trasporto autostradale, e molto spesso ha significato un peggioramento delle condizioni di lavorospeculazione e, come nel caso di Hellenic Train, un prevalere del profitto sulla sicurezza. Un guadagno economico che è costato 57 vite umane.

Il dolore e la rabbia scaturiti dall’incidente di Tempe stanno acuendo la tensione sociale, portandola su dei livelli simili a quelli del tempo del movimento anti-austerity. Ne risentono anche le intenzioni di voto: secondo i sondaggi, dall’inizio delle proteste il premier Mitsotakis ha dimezzato il vantaggio percentuale che aveva sugli opponenti. Le elezioni, previste per la tarda primavera di quest’anno, si avvicinano; la situazione della Grecia, già delicata, rischia di diventare esplosiva.

L’articolo originale può essere letto qui

SIPRI YEARBOOK 2022 Armaments, Disarmament and International Security Sintesi in italiano

 

 

 

 

 

Il SIPRI Yearbook è una fonte autorevole e indipendente di dati e analisi su armamenti, disarmo e sicurezza internazionale. Fornisce una panoramica degli sviluppi relativi a sicurezza internazionale, armi e tecnologia, spesa militare, produzione e commercio di armi, conflitti armati e gestione del conflitto, nonché agli sforzi volti al controllo delle armi convenzionali, nucleari, chimiche e biologiche. Questa pubblicazione riassume la 53a edizione del SIPRI Yearbook che contiene informazioni su ciò che è avvenuto nel 2021 in merito a:

  • Conflitti armati e gestione del conflitto, con una panoramica su conflitti armati e processi di pace nelle Americhe, in Asia e Oceania, Europa, Medio Oriente e Nord Africa, e Africa subsahariana, nonché un approfondimento sulle tendenze globali e regionali delle operazioni di pace;
  • Spesa militare, trasferimenti internazionali di armi e sviluppi nella produzione di armi; • Forze nucleari nel mondo, con una panoramica su tutti e nove gli stati dotati di armi nucleari e sui loro programmi di modernizzazione;
  • Controllo delle armi nucleari, con un focus sugli sviluppi del dialogo strategico tra Russia e Stati Uniti, dell’accordo iraniano sul nucleare ei trattati multilaterali sul controllo delle armi e del disarmo nucleare, tra cui l’entrata in vigore del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari;
  • Minacce chimiche e biologiche alla sicurezza, comprese la pandemia di COVID-19, le indagini sul presunto uso di armi chimiche in Siria e gli sviluppi in merito agli strumenti giuridici internazionali contro le guerre chimiche e biologiche;
  • Controllo delle armi convenzionali, con particolare attenzione alle armi disumane e ad altre armi convenzionali fonte di preoccupazioni umanitarie, compresi gli sforzi per regolamentare i sistemi d’arma autonomi letali, il comportamento degli stati nel cyberspazio e gli sviluppi del Trattato sui cieli aperti;
  • Tecnologie dual-use e controllo del commercio di armi, con approfondimenti in merito al Trattato sul commercio di armi, agli embarghi multilaterali, ai regimi di controllo delle esportazioni e al processo di revisione della normativa dell’Unione Europea; nonché appendici sugli accordi di controllo delle armi e di disarmo, sugli enti internazionali di cooperazione in materia di sicurezza e sugli eventi principali del 2021.

 

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Cosa non convince dell’inchiesta giudiziaria di Bergamo su Covid 19 ?

 

Fonte : Diario Prevenzione 

Autore : Gino Rubini

In primo luogo non convince la motivazione che l’inchiesta servirà a “fare chiarezza” sugli errori avvenuti nella filiera di comando nella gestione della pandemia. Un’inchiesta giudiziaria non serve a individuare errori eventualmente avvenuti nel fare fronte ad un evento non conosciuto ma a ricercare reati. I reati non sono errori di valutazione quando ci si trova di fronte ad un evento sconosciuto ( la diffusione di un virus, Covid 19, di cui non si conoscevano le caratteristiche nosologiche) ma azioni deliberate di inosservanza di protocolli comportamentali consolidati per dolo o per negligenza, imperizia e imprudenza. Poiché è escluso che vi sia stato dolo in quelle ore drammatiche, gli errori o i dubbi che possono avere avuto i soggetti decisori in campo nell’esercitare il potere non possono essere attribuiti a negligenza, imperizia e imprudenza in quanto non esistevano protocolli certi e sperimentati per un evento sconosciuto come la pandemia Covid 19.

L’indagine giudiziaria chiesta a gran voce dai parenti delle vittime porterà a conoscenze utili ad evitare nel futuro gli errori che probabilmente vi sono stati ai vari livelli nella gestione della crisi pandemica ?

Qualora si arrivasse al dibattimento processuale è palese che la mediatizzazione dell’evento, le enfatizzazioni spettacolari e strumentali di aspetti del dibattito processuale invece di fare chiarezza porterebbero alla polarizzazione tra colpevolisti e innocentisti senza aggiungere un milligrammo in più di conoscenza sui determinanti degli eventuali errori che ci possano essere stati. Il percorso giudiziario, la ricerca e la conquista di una verità processuale, quale che essa sia, assai spesso non coincidono con la conquista di una conoscenza scientifica utile per il futuro per la elaborazione di nuovi protocolli comportamentali corretti dagli errori e dalle incertezze che possono avere caratterizzato ciò che avvenne all’inizio della pandemia.

La perizia del CTU, per quanto è dato conoscere dalla stampa, rappresenta solo un punto di vista e una “mappa” già messa in discussione nella comunità scientifica ove emergono altre rappresentazioni degli eventi. Ad esempio: la definizione all’unità del numero delle vite che potevano essere salvate derivata dall’uso di modelli matematici lascia molto perplessi. Fare riferimento a scenari derivanti da proiezioni di modelli matematici è legittimo purché si dichiari la natura e i limiti degli algoritmi utilizzati. In tutti i casi sarebbe prudente usare sempre il condizionale e la frase di rito “ è verosimile affermare che ….” . Nelle dichiarazioni pubbliche il CTU non utilizza queste prudenziali accortezze ma asserisce con certezza i numeri delle vite che potevano essere salvate con una dichiarazione di fede assoluta nei modelli matematici impiegati…. 1

Questi sono solo dettagli, ma una cosa è certa , in questo caso la perizia è il prodotto non di un gruppo pluridisciplinare di scienziati : virologi, epidemiologi, matematici, analisti dei sistemi organizzativi, ecc ma di una sola persona che, per quanto preparata, non può riassumere in sé tutte le conoscenze necessarie per elaborare una rappresentazione completa della complessità degli eventi accaduti.

Un gruppo interdisciplinare di ricerca incaricato di ricostruire con precisione scientifica un report sugli eventuali errori , sulle incongruenze organizzative, sulle pressioni esercitate da organizzazioni di rappresentanza di interessi economici senza il vincolo della ricerca dei reati ma dei determinanti che hanno generato errori e distonie avrebbe fatto un lavoro , verosimilmente, assai più utile per fare chiarezza.

Quali sono i potenziali rischi derivanti da un processo di questa natura ?

L’altra faccia della luna è rappresentata dal danno prodotto dalla trasformazione in vicenda giudiziaria di un dramma per il quale si dovrebbero trovare altri percorsi per analizzare in profondità ciò che è avvenuto, le criticità strutturali del sistema organizzativo, la mancanza di protocolli e regole adeguate cui fare riferimento nel momento della decisione.

Il paradigma della ricerca della “colpa” e della sua perseguibilità rispetto alla ricerca delle criticità che hanno messo in difficoltà il sistema altera sia la qualità della ricerca sia i risultati finali di tale percorso. Infatti quali saranno le conseguenze del percorso giudiziario ? Si incrementerà per certo un atteggiamento diffuso di rifiuto ad accettare ruoli pubblici di responsabilità ad elevato rischio di sanzioni penali per eventi catastrofici non gestibili con l’ordinaria amministrazione. Per esempio già sindaci, dal comune più piccolo alle città metropolitane vivono da tempo la sindrome dell’apporre la firma ad atti che possono portare , nel caso di eventi avversi, a sanzioni penali per lesioni e/o amministrative per danno erariale.

L’enorme mole di lavoro inquisitorio per la ricerca dei reati porterà, inoltre, all’interno del dibattito processuale una quantità di fonti, dalle chat alle mail ai documenti più disparati che riprodurranno un grande rumore fondo e rischieranno di non aiutare a fare chiarezza su quanto è accaduto.

Per studiare gli effetti delle catastrofi occorre sperimentare qualcosa di nuovo

E’ importante arrivare a comprendere che lo stato , nelle sue articolazioni, deve trovare la possibilità di indagare su eventi disastrosi complessi con strumenti d’indagine di elevata professionalità ai fini della conoscenza senza finire nella trappola del percorso giudiziario che per la sua natura rischia di alterare la rappresentazione delle dinamiche reali degli eventi. Il quesito corretto dovrebbe essere : “ perché è successa la tal cosa ? “ al posto dello stereotipato “ di chi è la responsabilità di quanto successo ? “

Occorre superare il limite dato dal fatto che per ogni evento in cui ci sono vittime e gravi danni economici sociali e ambientali l’unica ricerca legittima sia la ricerca delle responsabilità e dei reati mentre la ricerca sulle disfunzioni organizzative, sugli errori presenti nei protocolli operativi in uso con una ricognizione tesa ad eliminare le anomalie passa in secondo piano. Ci sarà molta strada ancora da percorrere per arrivare ad una Agenzia indipendente di Risk Assessment con autonomia funzionale ed operativa che sarebbe necessaria per ricostruire con competenza e precisione quanto è avvenuto e fornire indicazioni utili per correggere quei protocolli operativi che hanno fatto flop nella fase iniziale della pandemia. Seguiremo questa vicenda passo passo per capire meglio assieme ai lettori quale sarà il percorso che verrà scelto dalla magistratura e dal governo per rispondere in positivo al quesito : cosa fare dopo il Covid per non essere colti di sorpresa da una nuova zoonosi .

Gino Rubini, editor di Diario Prevenzione

 

1 Interessante in tal senso la visione della trasmissione condotta dalla giornalista Lucia Nunziata Mezz’ora in più del giorno 5 marzo 2023

Non sanno di cosa stanno parlando

 

  • Fonte : Radiopopolare che ringraziamo 
  • Autore :  Alessandro Gilioli

 

 

C’è questa cosa, venuta fuori anche ieri con Meloni, dei rischi che corrono i migranti che partono, e lei che chiede ai parenti e ai superstiti di Cutro: “Ma non sapete quanto è pericoloso?”.

Lo aveva già fatto Piantedosi, in modo perfino più grezzo e cretino, ora lo dice anche la premier.

Il problema di queste persone – Meloni Piantedosi e tanti altri – è che purtroppo parlano di cose che non conoscono, di condizioni che non conoscono, che sono quelle di partenza.

Non hanno mai viaggiato se non negli alberghi a cinque o sei stelle delle grandi città, non hanno mai visto i villaggi dove se per la siccità ti muore l’unica capra sei morto di fame anche tu, non hanno mai dormito nel fango con le bombe che ti scoppiano attorno, non hanno mai visto con i loro occhi i luoghi del mondo di pura disperazione, di schiavitù, di sedici ore al giorno al telaio in uno scantinato in cambio di una ciotola di riso, di una vita che non vale la pena di essere vissuta e quindi sì, può essere messa a rischio, perché così com’è non vale nulla.
Nessuno è obbligato a vivere un mese in un villaggio africano dove non c’è più acqua né cibo d’accordo, nessuno è obbligato a dormire almeno una notte in uno slum di Calcutta, su un marciapiedi di Addis Abeba, nel porto di Sihanoukville.

Però forse sarebbe utile, per capire almeno di che cosa stiamo parlando, di che cosa stanno parlando

Far morire, lasciar morire: la scelta tanatopolitica del governo Meloni e dei suoi ministri – di Salvatore Palidda

Fonte Effimera che ringraziamo 

67 morti annegati. Tra le vittime registrate fino a questo momento 15 minori, fra i quali bambini e neonati. Come scrive SOS Mediterranee, probabilmente non si tratta del numero definitivo anche se non tutti i corpi potranno essere ripescati[1]. È l’ennesima strage di migranti in un Mediterraneo, da anni diventato cimitero di migliaia di persone che rischiano la vita perché restare nel paese di partenza è diventato impossibile o significa aspettare una morte cruenta.

In una trasmissione tv il medico soccorritore Orlando Amodeo ha detto che è stato un “dramma voluto ed evitabile… Faccio soccorsi da 30 anni… abbiamo imbarcazioni che tranquillamente riescono ad affrontare mare forza sei e forza sette, in passato lo abbiamo fatto. Anzi, siamo andati a 40-50 miglia a sud di Crotone e li abbiamo soccorsi. Qualche anno fa abbiamo salvato 147 persone”.

In altre trasmissioni, è emersa anche la chiara denuncia del non intervento della Guardia Costiera sebbene dal giorno prima si sapeva di un’imbarcazione a rischio naufragio.

Ancora Amodeo ha aggiunto: “A prescindere da questo, che i flussi continuino, che gli sbarchi ci siano e continueranno, ormai lo sanno anche le pietre… basta con porti chiusi, porti aperti, basta con blocco navale, sblocco navale, queste persone bisogna aiutarle a venire qua con delle navi, con degli aerei. Gli scafisti li inventiamo noi. Se l’Italia e l’Europa diventassero un pochettino più umane, non ci sarebbero più scafisti e queste tragedie non esisterebbero proprio”. [2]

Le parole di Amodeo, che è anche un ex dirigente medico della Polizia di Stato – forse anche per questo – hanno suscitato l’anatema del ministro dell’Interno Piantedosi (ex vice capo della PS) che ha detto che “queste tragedie sono colpa di genitori irresponsabili che portano i figli a morire”.[3]

A questo Amodeo ha replicato: “Basta con questa storia che i genitori sono pazzi, che portano i figli in mare e li fanno morire. Chi vi parla ha visitato ragazzi curdi che si erano venduti un rene per arrivare in Germania. Smettiamola con questa ipocrisia”.

Il ministro ha poi ordinato al Viminale di comunicare che “sottoporrà all’Avvocatura dello Stato le gravissime false affermazioni diffuse da alcuni ospiti in occasione della trasmissione di La7 al fine di promuovere in tutte le sedi la difesa dell’onorabilità del Governo, del ministro Piantedosi, di tutte le influenze ministeriali e di tutte le istituzioni che sono da sempre impegnate nel sistema dei soccorsi in mare”.

Replicando al comunicato del Viminale il direttore della trasmissione ha detto: “Queste parole (del ministro) mi sembrano minacce. Sottoscriviamo le parole degli ospiti. Alla televisione gratuita, gli ospiti dicono quello che pensano. Ricordiamoci che cos’è la libertà”.

Come ha ricordato Maurizio Guerri: «La disperazione non giustifica i viaggi» è una frase che sprofonda colui che l’ha pronunciata – e il governo di cui è una lugubre sfumatura – nell’abisso della banalità del male. Proprio nei disperati – e nella disperazione – Walter Benjamin riconosceva l’unica possibilità di redenzione dell’uomo contemporaneo, anche dei non (apparentemente?) disperati: «Nur um den Hoffnungslosen willen ist uns die Hoffnung gegeben». «È solo in nome dei disperati che ci è data ancora una speranza» (Goethes Wahlverwandtschaften, Gesammelte Schriften I.1, Frankfurt am Main 1991, S. 201).

Ricordiamo che la scelta di “far morire o lasciar morire” si è materializzata sempre più in particolare con l’istituzione di Frontex che da anni è non solo al centro di fatti di corruzione e collusione con la lobby militare, ma anche oggetto di precise denunce per il suo sostegno militare e finanziario alle bande criminali libiche in nome del contrasto delle migrazioni[4]. Di fatto quest’istituzione europea è co-responsabile di crimini umanitari[5].

In quest’opera l’allora ministro PD Minniti é stato molto attivo sino a imbastire un’operazione a modo suo assai brillante (ma persino scoperta e filmata): lo sporco baratto italo-libico (segnalo l’ampio articolo pubblicato da Effimera su questa vicenda e tutti i suoi contorni). Un baratto per certi versi emblematico anche per l’encomio che ebbe da parte delle autorità europee sino a farne un “ottimo esempio da seguire” (secondo Macron, Juncker e altri). L’operazione non poteva che essere diretta dal ministro Minniti perché da lungo tempo era diventato il principale referente politico di servizi segreti, militari e forze di polizia. Come fu svelato da diversi reportage, a nome del governo italiano Minniti pagò una milizia di criminali libici, di cui a capo c’era Ahmed Dabbashi[6] e il fratello, oltre 10 milioni di dollari in cambio della conversione di tale banda in brigata 48 integrata nei ranghi dello stato libico come forza armata addetta a controllare la costa per impedire partenze di migranti. Ma quello che il ministro non disse, e quasi tutti fecero finta di ignorare, è che il vero scopo del baratto era la salvaguardia degli interessi e delle attività dell’ENI-AGIP in Libia, minacciati dai contrabbandieri e bande come quella dei Dabbashi che spesso sequestrano tecnici o minacciano di dare alle fiamme pozzi e raffinerie o organizzavano il contrabbando di petrolio (sino a farlo arrivare in Italia[7]).

Così la brigata 48 garantì il blocco delle partenze, rastrellando i migranti e rinchiudendoli in centri di detenzione che come si vede in alcuni video e come raccontarono la presidente di Medici senza Frontiere, la commissaria Malmström e altri, sono lager. «Migranti e rifugiati sono ammassati in saloni bui e sporchi, senza ventilazione. Vivono gli uni sugli altri e sono costretti a fare i loro bisogni fisiologici per terra. A piccoli gruppi, sono costretti a correre nudi nel cortile sino a cadere per terra sfiniti o svenuti. Gli aguzzini violentano le donne prima di costringerle a contattare le loro famiglie, implorando invii di soldi per poter sottarsi a tale schiavitù e a tale inferno”.

Il ministro Minniti è stato molto prodigo di interventi pubblici per vantare il successo della sua opera giustificandola innanzitutto come un’azione di “sicurezza di sinistra” e per “salvare i rischi per la nostra democrazia” minacciata dall’ascesa della paura e del razzismo (nella sua caricatura molto efficace e puntuale, Crozza fa dire a Minniti: «Non possiamo lasciare il fascismo ai fascisti»[8]; da parte sua Gino Strada definì Minniti uno sbirro).

La storia dell’approdo dell’ex-sinistra alle scelte reazionarie ha continuato a rinnovarsi in Italia come nel resto d’Europa.

Non stupisce, quindi, che oggi il governo delle destre e il suo ministro dell’interno Piantedosi si sentano assolutamente legittimati a perseguire la scelta di “far morire o lasciar morire” i migranti, insieme alla criminalizzazione di chi vuole soccorrerli.

In altri termini siamo davanti alla stessa logica che governa la riproduzione delle guerre permanenti, dei disastri sanitari, ambientali ed economici, delle neo-schiavitù e lo sprezzo totale dei migranti disperati, siano essi scampati alle guerre, alla fame, alle epidemie, al disastro economico e a ogni sorta di violenza e dominio.

Da notare che l’atteggiamento del ministro Piantedosi è di fatto lo stesso di quello del suo collega ministro della Pubblica Istruzione che ha incolpato e minacciato sanzioni contro la professoressa del liceo di Firenze che in una lettera aperta aveva difeso la Carta costituzionale antifascista contro la brutale aggressione di picchiatori fascisti contro gli studenti del suo liceo.

Così i ministri del governo del “fascismo democratico” pretendono stabilire il divieto di dire in pubblico verità contrarie a quanto loro affermano e quindi minacciano procedimenti giudiziari, visto che il loro collega ministro della giustizia e anche la Corte di Cassazione mostrano di essere ben solerti nell’esaudire questo divieto e la scelta di “lasciar morire” (la negazione a Cospito di uscire dal 41bis).

Questa scelta di tanatopolitica è di fatto coerente con ciò che sembra più opportuno chiamare “fascismo democratico” di un governo legittimato da solo 27% di aventi diritto al voto, una minoranza che passa per maggioranza. È quanto da decenni auspicano i partito delle destre e dell’ex-sinistra perché così ci sono meno elettori da controllare o coltivare come clientela. È l’esito del processo di eterogenesi della pseudo-democrazia che s’è compiuta attraverso l’anamorfosi dello stato di diritto[9] (il passaggio continuo dalla pseudo-democrazia all’autoritarismo e anche a pratiche fasciste e notoriamente razziste e sessiste e dal legale all’illegale)[10]. Il processo innescato dalla controrivoluzione del capitalismo liberista[11], che si è nutrita dell’anomia liberista (astensionismo) e della post-politica a prescindere da ogni ideologia, tutto grazie al contributo decisivo dell’ex-sinistra[12].

Addendum

L’allarme è arrivato 23 ore prima della tragedia. Ma la Guardia di Finanza di Crotone ha trattato il caso come un’operazione di polizia e non di soccorso (cioè come un’azione anticriminalità che avrebbe dovuto mirare tutt’al più all’arresto degli scafisti). Invece dovevano partite le motovedette della Guardia Costiera che sono adatte ad affrontare il mare anche forza 7-8. Ma sono uscite solo a naufragio avvenuto.

Persino Frontex aveva fatto sapere di aver dato l’allerta e che spettava all’Italia l’intervento di soccorso. Le autorità italiane hanno inviato le vedette della Guardia di Finanza per ragioni di law enforcement, cioè di azione repressiva di polizia e non di soccorso.

L’ordine è stato dato sicuramente dal Viminale, cioè dal ministro Piantedosi che si vanta di venire dai ranghi della polizia. Dopo il “colpo di stato” al Viminale di De Gennaro c’è stato un boom di prefetti provenienti dalla PS mentre si sa che al ministero degli Interni occorre un politico. Ma non a caso qui Madame Meloni ha scelto Piantedosi che, parlando alla Commissione Affari costituzionali della Camera, ha dichiarato che «l’aereo di Frontex non aveva segnalato una situazione di pericolo o di stress a bordo». Difficilmente sarà costretto alle dimissioni.

NOTE

[1] https://www.ansa.it/calabria/notizie/2023/02/28/migranti-naufragio-steccato-di-cutro-64-le-vittime-accertate_39c0810c-88ab-4a82-ac9f-19bebb7da952.html

[2] https://www.corrieredellacalabria.it/2023/02/27/il-soccorritore-in-diretta-tv-tragedia-voluta-era-evitabile-viminale-affermazioni-gravi-le-sottoporremo-allavvocatura-dello-stato/

[3] https://www.repubblica.it/cronaca/2023/02/27/news/naufragio_cutro_piantedosi-389781106/

[4] https://sea-watch.org/frontex_crimes/ ; https://www.statewatch.org/news/2021/february/eu-legal-actions-pile-up-against-frontex-for-involvement-in-rights-violations/ ; https://www.hrw.org/news/2021/06/23/frontex-failing-protect-people-eu-borders ; https://altreconomia.it/dalla-corte-dei-conti-alla-corte-di-giustizia-europea-lagenzia-frontex-sotto-accusa/https://www.a-dif.org/2022/12/01/dopo-le-falsita-di-frontex-e-del-governo-nei-tribunali-per-ristabilire-il-principio-di-realta/ .

[5] https://comune-info.net/memorandum-e-vergogna/

[6] Ahmad Dabbashi, prima boss del traffico di migranti in Libia e ora super capo poliziotto: https://formiche.net/2017/09/ahmad-dabbashi-libia/

[7] https://www.raiplay.it/video/2018/11/Stasera-2115-su-Rai3-Report-Petrolio-nero—Anticipazione-a2544baa-33a4-4c5f-9195-59dea94f9c55.html ; https://www.repubblica.it/cronaca/2017/07/31/news/il_petrolio_dell_isis_finisce_in_italia_la_guardia_di_finanza_indaga_sulle_navi_fantasma_-172011799/ ; https://ilmanifesto.it/dalliraq-alla-sardegna-il-traffico-sospetto-delloro-nero-dellisis ;

[8] https://www.youtube.com/watch?v=Mly7SNrmVfY

[9] https://www.researchgate.net/publication/318642065_L%27anamorphose_de_l%27Etat-Nation_le_cas_italien; Vedi libro https://www.meltemieditore.it/catalogo/polizie-sicurezza-e-insicurezze/

[10] Razzismo democratico: la persecuzione dei rom e degli immigrati in Europa, Milan: AgenziaX, 2009. http://www.agenziax.it/wp-content/uploads/2013/03/razzismo-democratico.pdf; “Il cambiamento radicale delle politiche migratorie: dal lasciar vivere al lasciare morire (dalla biopolitica a sempre più tanatopolitica)”: https://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S1980-85852021000100033&lng=en&nrm=iso&tlng=it; “Il furore di sfruttare e di accumulare”: http://effimera.org/il-furore-di-sfruttare-e-di-accumulare; “Continuità e mutamenti nelle migrazioni in particolare alla frontiera di Ventimiglia, in Altreitalie 56, 2018: https://www.altreitalie.it/pubblicazioni/rivista/n–56/acquista-versione-digitale/continuita-e-mutamenti-delle-migrazioni-nel-confine-tra-litalia-e-la-francia.kl.

[11] In diverse pubblicazioni ho proposto la descrizione di questo processo che si manifesta in maniera eloquente già nelle pratiche di gestione dell’immigrazione sin dall’inizio degli anni ’90: vedi in particolare Verso il fascismo democratico? in “aut aut”, 275,1996, pp.143-168; Polizia postmoderna, Feltrinelli, 2000.

[12] https://www.pressenza.com/it/2022/09/il-trionfo-della-post-politica-e-dellanomia-liberista-dallastensionismo-alla-deriva-di-destra-in-italia/http://effimera.org/un-po-di-storia-della-sinistra-in-italia-per-capire-lattuale-deriva-a-destra-di-salvatore-palidda/

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Afghanistan: single women and widows are struggling to find their next meal under Taliban restrictions

Nitya Rao, University of East Anglia

Jamila*, a widow living in Herat, lost her husband in a suicide attack about eight years ago. She has an 18-year-old daughter who is blind and a 20-year-old son who lost both legs in a mine blast.

Jamila used to be a housemaid and bake bread for people in their homes. With this income she was able to feed her daughter and son, according to research carried out by Ahmad*, a former lecturer at the University of Herat and shared with me.

Since the Taliban gained control of the country, Afghanistan has been on the brink of universal hardship. As many as 97% of people are now estimated to be living in poverty, up from 72% in 2018.

The recent Taliban ban on women working in international and national organisations and women moving about public spaces has also affected women being able to find employment.

Because of the current situation Jamila has lost her clients and is now struggling to cope. She could not pay her rent and the landlord asked her to leave her home. She now lives in a small room that a kind family gave her in their yard. She has no source of income.

Previously about 10% of educated women in Afghanistan worked in national or international organisations to support their children. If less educated, they had a range of formal and informal jobs including working as housemaids, baking bread, washing clothes, cleaning bathrooms and babysitting, and in rural communities rearing small livestock and growing wheat, maize and vegetables.

Jamila said that previously under the former government her family received a monthly salary from the state ministry of martyrs and disabled affairs, which pays families of military veterans or those killed in the fighting, and that gave them enough money for bread.

The new government (the Taliban) has now stopped this salary … they don’t believe our lost ones are martyrs.

My son also had a job with the municipality office in a city parking lot, taking care of vehicles and collecting money from people parking their vehicles there. There were many handicapped people doing this kind of job. But now all of them, including my son, have lost their jobs.

The Taliban has appointed their own personnel in these parking areas. We have very few options left. A neighbour now drops my son near a bridge in the city where he begs people to help him with coins. He brings him back here in the evening. With the coins he brings, we can get only bread to survive until the next day.

Jamila is not an exception. She is one of thousands of women who have lost their jobs as a result of the new decrees. Many are acutely malnourished and don’t know where their next meal is coming from.

Single women and widows have practically no way of earning money. On-the-ground reports reveal that many households are supported by women as male members of their family were either killed or injured in the ongoing conflict.

It is not just food, but also shelter, water, fuel and warmth that contribute to survival, especially in bitterly cold temperatures. Ahmad, the former lecturer in Afghanistan, said:

Since COVID-19, my wife and I have tried to raise funds from friends to help poor families (especially widows). Very cold weather has been forecast for the western zone of Afghanistan in February.

There has been snow and the temperature has dipped to -25℃ at night early in 2023. One of my friends, who is in the US, helped us with some money locally to buy charcoal to help poor widows like Jamila cook food and warm up their rooms. My wife is also very frustrated and helpless in the current situation.

But, the plight of women-headed households, lacking adult males, is especially dire. In the absence of any social connection, they are increasingly food insecure, with few options to feed and care for their children.

This follows Taliban decrees banning women from education at the secondary and university level and not allowing them to travel without a mahram (male close relative as chaperone). The Taliban also ordered the closure of all beauty salons, public bathrooms, and sports centres for women, important sectors of employment for women.

Overall, the dire situation in Afghanistan has increased the incidence of extreme hunger and malnutrition for both men and women, but women without husbands are being pushed into even more extreme poverty.

According to UN resident and humanitarian coordinator Ramiz Alakbarov, “a staggering 95% of Afghans are not getting enough to eat, with that number rising to almost 100% in female-headed households”.

The January 2023 high-level UN delegation led by Deputy Secretary-General Amina Mohammed called on the Taliban authorities to reverse the various decrees limiting women’s and girl’s rights for the sake of peace and sustainable development. While the backlash against women’s rights needs to be urgently addressed, the crisis of food and nutrition security facing single women, widows and separated women, is not being recognised by many outside the country.

According to the 2015 Demographic Health Survey, only 1.7% of Afghan households were headed by women. The January 2022 report from the UN World Food Programme places this at 4%.

As a former employee of the Afghanistan Central Statistical Organisation, responsible for population data collection in four districts of Bamiyan province, told us: “It is very difficult to collect accurate population data.” She said that previous data concerning women-headed households was now likely to be invalid.

While women’s rights are under attack in Afghanistan, the full effect of the ban on women’s work and mobility on single women, widows and separated women, is yet to be fully recognised. While appeals for help to the United Nations by teachers, professionals and civil society activists are rising by the day, negotiations are not progressing, and the delivery of humanitarian assistance is becoming increasingly challenging.

It’s difficult to estimate how long local communities, themselves struggling to survive, can keep women-led households and their families alive.

**All names in this article have been changed for security reasonsThe Conversation

Nitya Rao, Professor of Gender & Development, University of East Anglia

This article is republished from The Conversation under a Creative Commons license. Read the original article.

Il presidenzialismo all’italiana rischia di imitare quello di Orban: la Costituzione va difesa subito

Siamo tra quelli che non amano il presidenzialismo, in qualsiasi versione e variante. La nostra Costituzione, dalle profonde radici antifasciste, ha esplicitamente scartato questa strada proprio per evitare i rischi del ritorno al passato e dell’alterazione dell’equilibrio tra i poteri.

Lo scambio che si prospetta si fonda sullo scambio tra sostenitori della Repubblica presidenziale e della donna sola al comando, e sostenitori dell’autonomia differenziata. Gli alleati diffidano gli uni dagli altri, a tal punto che il ministro Calderoli, imitando Meloni e Crosetto, ha sentito il bisogno di annunciate querele bavaglio contro chiunque osi criticare la sua proposta. Naturalmente le querele finiranno nella cassetta delle intimidazioni di giornata, ma saranno servite ad avvertire i “fratelli e le sorelle d’Italia” che, senza autonomia, non ci sarà presidenzialismo.

I soci, tuttavia, concordano sul fatto che prima di procedere a manomettere la Costituzione sarà necessario devastare i poteri di controllo.

Il presidenzialismo all’italiana, in questo contesto, è una variante peggiorativa dei modelli in vigore in Francia, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti… Il modello nazionale passa, infatti, dalla presenza al governo di persone che rivendicano le loro radici nel Movimento sociale e nella repubblica di Salò, estranee alla Costituzione in vigore; già basterebbe questa premessa per diffidare del presidenzialismo proposto dalla presidente del Consiglio.

Come se non bastasse il ministro Nordio ha fatto sapere che urge la riforma costituzionale per ridimensionare il peso e l’autonomia dei magistrati. Provate a immaginare un presidenzialismo senza obbligo dell’azione penale, con magistrati sottoposti al controllo delle maggioranze, con il ripristino delle norme salva corrotti.

A questo si aggiunga che il conflitto di interessi non solo è più che mai in vita, ma si moltiplicano le figure di politici che acquistano giornali e agenzie, radio, tv, reti. La riforma della Rai, con la complicità anche degli ultimi governi, non è stata neppure abbozzata, e il governo si appresta a mettere sotto tutela viale Mazzini che sommerà alle tv già di proprietà di Berlusconi; per non parlare dei maneggi già in atto nei principali gruppi editoriali. Basterà ricordare l’assassinio programmato ed eseguito del settimanale L’Espresso.

L’ulteriore riduzione del pluralismo editoriale si accompagna al moltiplicarsi delle querele bavaglio, alla sistematica violazione del segreto professionale e delle fonti (ultimo clamoroso caso quello relativo alla trasmissione Report) e, addirittura, alle recenti proposte forziste per reintrodurre il carcere persino per la pubblicazione delle intercettazioni non più coperte dal segreto.

Alcune di queste proposte hanno un obiettivo solamente intimidatorio, perché in contrasto con le medesime sentenze della Corte europea, ma la sola idea indica la rotta e i disvalori di riferimento. Si potrebbe continuare, elencando tutte le norme e le azioni che puntano a ridurre il dissenso, a punire la protesta, a censurare il pensiero critico, a mortificare diversità e differenze.

Dal momento che, nel dibattito politico, contano non solo le parole dette, ma anche quelle omesse, appare evidente che il presidenzialismo all’italiana non sarà preceduto dal rafforzamento dei pesi e dei contrappesi, dalla modifica della legge elettorale, dalla risoluzione dei conflitti di interesse, dall’esaltazione dell’autonomia della giustizia e dell’informazione, ma seguirà il percorso contrario. Il modello di riferimento non sono Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, ma la “democratura” di Orban.

Non ci sono spazi di trattativa, chi coltiva questa illusione avrà un amaro risveglio. Sarà il caso di riaprire i comitati per la tutela della Costituzione antifascista e predisporsi ad una dura e prolungata battaglia referendaria, ora e subito.

Pubblicato su “il Fatto Quotidiano”

Il patto suicida

Fonte: Badiale & Tringali – 01.01.2023

Questo scritto è dedicato ad una riflessione su quale sia oggi la natura del patto sociale fra ceti dominanti e ceti subalterni.


 

 

1. Il patto sociale nelle società premoderne e nella modernità

In questo scritto espongo alcune riflessioni sulla situazione dello “spirito del tempo”. Il punto di partenza è la convinzione che la società attuale sia indirizzata verso un rovinoso crollo di civiltà, che sarà causato dal concorrere di una serie di crisi concomitanti, fra le quali la più significativa in questo momento è la crisi climatica. Ho argomentato tale mia convinzione in interventi passati [1] e non mi soffermerò su di essa in questo scritto, che è piuttosto dedicato ad esaminare le conseguenze di questa situazione sul piano della cultura e delle ideologie.

Il punto di partenza è una considerazione del tutto generale (e piuttosto banale): in ogni società umana che presenti un gruppo sociale dominante e uno o più gruppi sociali subalterni, esiste una qualche forma di “patto sociale”, non sempre chiaramente esplicitato, per il quale i ceti subalterni accettano il dominio dei ceti dominanti. Nessun dominio stabile può basarsi esclusivamente sulla forza bruta, ma deve prevedere un momento nel quale le istanze dei ceti subalterni sono considerate e almeno parzialmente soddisfatte; ovviamente questo avviene entro limiti ben precisi, compatibilmente cioè con la perpetuazione del potere e dei privilegi dei ceti dominanti [2]. Naturalmente, niente garantisce che il patto sociale funzioni: può succedere che i ceti dominanti falliscano nel tener fede al patto, per incapacità propria o per cause di forza maggiore (disastri naturali, sconfitte militari). Ma in tal caso il loro dominio è messo seriamente in pericolo, e se non viene ripristinato e reso storicamente efficace un patto sociale soddisfacente, i ceti dominanti vengono abbattuti e sostituiti da altri ceti dominanti.

Questo scritto è dedicato ad una riflessione su quale sia oggi la natura del patto sociale fra ceti dominanti e ceti subalterni. Per comprendere meglio il problema, possiamo iniziare tracciando una distinzione, anch’essa molto generale, fra le caratteristiche che le ideologie egemoniche assumono nelle società premoderne e quelle tipiche della modernità.

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