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Fonte : Repubblica

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la nota di editor

Questa vicenda fa rabbrividire. La caccia ossessiva e la repressione di qualsiasi forma di divergenza dal minuscolo  Salvini pensiero è ora pratica quotidiana. Dai vigili del fuoco che con le scale esterne vengono mandati a staccare striscioni che non danno il benvenuto al ministro a tempo perso,  alla penalizzazione di una docente per un video prodotto da ragazzini quattordicenni. Questo video, le eventuali affermazioni esagerate potevano essere oggetto di discussione pacata e occasione per un libero confronto educativo. Sarebbe stata una occasione di crescita per tutti. Anche per la zelante ispettrice ministeriale e per l'ossequente Ufficio Provinciale... Per quanto attiene alle dichiarazioni della sottosegretaria alla cultura , la bolognese Borgonzoni, una signora che , si dice,  non ami la lettura dei classici, no comment... Un augurio di cuore che questa vicenda si ridimensioni e venga revocata questa sanzione borbonica che ci rammenta tempi bui.

La notte più buia eterna non è...

editor

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FONTE GLOBALIST

 

Rosa Maria Dell’Aria è stata sospesa per due settimane perché non avrebbe vigilato sul lavoro dei suoi studenti 14enni che in un video hanno paragonato le leggi razziali al decreto sicurezza

FONTE AREAONLINE.CH 

di Loris Campetti

E sette. Dalle politiche dello scorso anno le sconfitte accumulate dal centrosinistra nelle regionali aumentano, senza alcun segnale in controtendenza.

Dopo aver perso Friuli, Abruzzo, Sardegna, le province autonome di Trento e Bolzano, Molise, l’ultimo schiaffo al Pd è arrivato dalle urne della Basilicata, una regione da sempre governata dal centrosinistra, passata anch’essa alla destra trainata dal solito Salvini. Come in Sardegna, al boom della Lega fa da contraltare il crollo verticale del M5S i cui voti in 13 mesi sono più che dimezzati ovunque si sia votato, ma Di Maio si dice contento perché è cresciuto rispetto alle ultime amministrative, quando il cielo sopra l’Italia era di tutt’altro colore. Anche un Pd in viaggio verso l’estinzione finge di essere soddisfatto, il nuovo segretario Zingaretti, che pure non sembra far uso di allucinogeni, vede segnali di ripresa. C’è chi, a sinistra, si interroga amaramente: avremmo forse gioito se in Basilicata, invece della destra avesse vinto il candidato del centrosinistra, ex fascista ed ex Forza Italia che continua a bearsi riascoltando all’infinito i comizi del suo beniamino, Giorgio Almirante?

L’altra Italia, invece, lasciata sola dalla politica continua a lanciare segnali di vita. Una grande manifestazione a Verona, promossa dal movimento femminista, da molte associazioni della società civile e dalla Cgil scesa in piazza schierando l’intera nuova segreteria, ha detto che i diritti delle donne non si toccano e le conquiste civili, il divorzio e l’aborto, sono insindacabili. È stata una risposta imponente alla kermesse internazionale pro-vita e per la “famiglia tradizionale” lanciata dall’estrema destra americana ed europea, sostenuta persino da Forza Nuova, tenuta a battesimo da Salvini e altri due ministri leghisti. Il gadget distribuito ai congressisti era un feto di plastica. La risposta democratica di massa, animata da giovani donne e uomini di ogni tendenza sessuale, ha costretto i pentastellati a prendere le distanze dalla provocazione internazionale imponendo il ritiro del patrocinio all’iniziativa medievale da parte di Palazzo Chigi e a promettere il blocco della legge Pillon che vorrebbe riconsegnare al maschio tutto il potere in famiglia. Fra gli striscioni più applauditi quello ironico che recitava “Le famiglie a Verona rompevano i coglioni anche ai tempi di Giulietta e Romeo”, con riferimento alla storia d’amore, cantata da Dante e messa in scena da Shakespeare, stroncata dalle famiglie rivali dei Montecchi e dei Capuleti.

Le due Italie sono divise su tutto, cioè sull’idea stessa di società e relazioni umane. Peccato che la prima abbia in mano tutte le leve del comando in quella che il vecchio socialista Pietro Nenni chiamava la stanza dei bottoni. C’è un governo a due punte, una aguzza e l’altra spuntata, basato sul litigio continuo e tenuto in vita dal fascino del potere da spartirsi, auto blu comprese, e non c’è un’opposizione politica. Quando Di Maio crolla nei sondaggi viene difeso da Salvini che così protegge il suo portatore d’acqua e di voti. Ogni tanto il cavallo ruffiano si scuote e, dopo aver fatto passare il Far West in nome della difesa della proprietà dal nemico straniero, blocca la castrazione chimica e poco d’altro.

L’altra Italia

L’altra Italia si prepara invece a una grande manifestazione per l’introduzione dello jus soli, cioè il diritto alla cittadinanza per un milione di italiani nati da genitori stranieri. Per Salvini e a seguire Di Maio solo gli eroi tra questi giovani hanno diritto alla cittadinanza, togliendola in cambio a chi si macchia di reati. Tutti gli altri per il nostro governo continuano ad avere il sangue infetto.

Recessione e povertà

Per la maggioranza degli italiani, per qualsiasi delle due Italie facciano il tifo, la qualità della vita peggiora dentro una crisi economica interminabile. Il Pil crolla per motivi esogeni (il rallentamento della Cina e i dazi di Trump) ed endogeni (le politiche liberiste del governo giallo-verde in continuità con quelle dei governi precedenti), il paese è in recessione, la povertà cresce così come la disoccupazione che sfiora l’11 per cento, mentre quella giovanile è al 33 per cento. Aumentano i falsi autonomi e crollano i contratti a tempo indeterminato. Ma di questo sembrano preoccuparsi in pochi al governo e all’opposizione, l’impegno maggiore è alla formazione delle liste per le elezioni europee di maggio.

di Alessandra Daniele

C’è una regola aurea che vale sia in amore che in politica: chi ti dà sempre ragione vuole fotterti.
Sia che venga da destra, dal centro, dalla sinistra (o presunta tale) da una Chiesa, dalla Rete, dai movimenti reali o virtuali, chi ti dà sempre ragione, anche (e soprattutto) quando palesemente hai torto, vuole fotterti.
Chi ti dice che il tuo è il paese più bello del mondo, che hai tutto il diritto di odiare i profughi (africani) perché il tuo padroncino (brianzolo) sfrutta te (e loro), chi ti applaude sia quando fai la raccolta differenziata che quando bruci i cassonetti, chi dà sempre a qualcun altro – gli stranieri, i banchieri, i tappezzieri – la colpa delle cazzate che combini, vuole fotterti.
Salirti sulla testa, e usarti come gradino per arrivare al successo, al denaro, al potere.
Chi ti blandisce, ti adula, ti istiga, ti giustifica, alimenta i tuoi istinti più bassi e le tue speranze più assurde, chi ti dice sempre quello che vuoi sentire, scrive sempre quello che vuoi leggere, e sostiene sempre tutte le stronzate che preferisci credere, sta cercando di fotterti.
Si dice che i sovranisti siano invisi al capitale.
È una stronzata.
Il capitale adora i sovranisti, perché dirottano la rabbia popolare su capri espiatori e bersagli simbolici, e mantengono comunque le masse all’interno del recinto dell’economia di mercato che è la vera causa della loro miseria.
Inoltre uno spezzatino di nazioni isolate e litigiose è la preda ideale per l’imperialismo politico-economico delle grandi potenze.
Come s’è visto, il talento dei grillini negli affari coll’estero è credibile quanto il loro antifascismo.
Di Maio che s’accorge improvvisamente delle inclinazioni fasciste di Salvini è credibile quanto quelle mogli che sostengono di non essersi mai accorte di nulla mentre il marito abusava sistematicamente dei loro figli. Di solito il magistrato non se la beve.
Si dice che la famiglia tradizionale sia invisa al capitale.
È una stronzata.
Il capitale adora la famiglia – di qualsiasi tipo – perché consuma più dei single. Chi ha famiglia compra pannolini, vestitini, libri scolastici, giocattoli, compra più elettrodomestici, più mobili, più cellulari, chi ha famiglia compra appartamenti e automobili familiari.
Chi ha figli da mantenere è più disponibile a farsi sfruttare.
Tutti gli spot pubblicitari ritraggono famiglie felici e numerose. Il familismo non è solo un veicolo per vendere prodotti, è il primo prodotto che viene venduto.
Se non hai ancora i soldi per mettere su famiglia non è perché il capitale ti voglia single, ma perché sa che pur di guadagnarli lavorerai ancora di più, e rinuncerai anche a quei pochi diritti che ti sono rimasti.
Chi ti dice che hai ragione a credere alle stronzate altrui, sta cercando di farti credere anche alle sue.
Che sia un filosofo (o presunto tale), un trapper, un influencer, o un ministro (o presunto tale) la regola non ha eccezioni. Chi ti dà sempre ragione vuole fotterti.

FONTE FARN

Le comunità indigene nel bacino di Salinas Grandes e Laguna Guayatayoc denunciano l'avanzamento delle attività di estrazione del litio e la violazione dei loro diritti sanciti dalla Costituzione, Convenzione 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene.

Lunedi 4 febbraio le comunità si sono svolte nel posto provincia di Agua Dulce di Jujuy, per manifestare contro il campo minerario che le aziende stanno installando Losi e Ekeko lì per iniziare a sviluppare un progetto di litio mineraria.

All'inizio della protesta, hanno dato ai responsabili dell'installazione una nota in cui chiedevano loro di cessare le attività per violare i loro diritti come comunità indigene. Inoltre, hanno inviato il governatore di Jujuy, Gerardo Morales, un'altra lettera in cui si chiedeva:

  • Il ritiro dal campo minerario;
  • L'interruzione del concorso di Jujuy Energy and Mining State Society (JEMSE) che invita a presentare progetti per lo sfruttamento del litio nelle Salinas Grandes e Laguna de Guayatayoc,
  • La firma il decreto di applicazione del protocollo di consultazione precedente Kachi Yupi: progetto che ha promesso di firmare nel 2017.

 

Il 43 ° anniversario del peggior colpo della storia argentina sarà ricordato da milioni di persone in tutto il paese. La memoria sarà legata all'angoscia della crisi sociale di oggi in un anno elettorale determinante

Di Ailín Bullentini

Ancora una volta Plaza de Mayo ei suoi dintorni diventeranno i luoghi questa domenica per esercitare la memoria quando organizzazioni per i diritti umani, sopravvissuti e parenti, gruppi politici e sociali ma, soprattutto, madri, padri, figli e figlie, gruppi di amici , fratelli e compagni convergeranno a ricordare le vittime dell'ultima dittatura militare, 43 anni dopo il suo inizio. La convocazione del consiglio nazionale delle organizzazioni per i diritti umani cita tutto e tutti a 14 nei pressi del Plaza con lo slogan "Con memoria e unità lotta per la patria che ha sognato i 30 mila"; lì, dove convergeranno con l'Associazione delle Madri di Plaza de Mayo, ore dopo leggeranno un documento. Il pomeriggio continuerà con la mobilitazione nello stesso luogo del Meeting della Memoria, Verità e giustizia e gruppi di sinistra. La Campora arriverà a Plaza de Mayo da La Esma.

"Non c'è modo di superare l'ipocrisia dei governi che voltano le spalle al popolo, non c'è modo di costruire la patria della giustizia sociale e una vita dignitosa per la quale i nostri figli e le nostre figlie hanno combattuto, senza essere uniti", riflette Nora Cortiñas. , una delle Madri di Plaza de Mayo della Linea Fondatrice che entrerà in Plaza de Mayo tenendo la bandiera con le foto di "tutti i nostri dispersi".

Il tavolo nazionale delle organizzazioni per i diritti umani chiede di partecipare alla Giornata nazionale della memoria per la verità e la giustizia a partire da 14. La bandiera blu con le foto delle vittime, mitico capo della marcia, sarà estesa a lungo l'Avenida de Mayo e avanzerà man mano che la strada si riempie di gente. "Memory" e "Unity" sono le due parole che suonano con forza nello slogan del convegno che hanno scelto per quest'anno. Sul concetto di "memoria", Cortiñas ha coinciso con il presidente delle nonne, un altro degli organi di convocazione, in cui "la memoria non può mancare". "La storia non è risolta. Perdere memoria significa permettere che le cose accadano di nuovo ", ha avvertito Carlotto durante le trasmissioni radiofoniche di ieri mattina.

Vedi L'ARTICOLO ALLA  FONTE >>>>  PAGINA12 

FONTE INCHIESTAONLINE

AUTORE : BRUNO GIORGINI

Venerdì 15 marzo in molte città del mondo gli studenti, e più in generale i giovani, scioperano e manifestano sul cambiamento climatico e il riscaldamento globale. La scintilla è stata accesa da Greta Thunberg, sedicenne svedese, che ha deciso di protestare lanciando un grido d’allarme “Sul clima voglio che andiate nel panico, come se la vostra casa fosse in fiamme”. Per mesi è rimasta col suo cartello ”sciopero per il clima” davanti al Parlamento Svedese finchè il suo messaggio prima è diventato virale sui social, quindi ha invaso il mondo, diventando portavoce e eroina di milioni di giovani e giovanissimi. Fino alla proclamazione dello sciopero per il clima su scala globale. Sulla carta in oltre cento paesi. Si tratta di un evento significativo per molte ragioni, di cui tre su tutte: l’impegno sul fronte ecologico di persone assai giovani, adolescenti spesso, e colte – la gioventù studiosa che da un pezzo non entrava in campo, la dimensione transnazionale della mobilitazione che travalica i confini, vedremo con quale ampiezza, e last but not least, ultimo ma non ultimo, la proiezione verso il futuro, uno sciopero per il futuro, Fridays for Future. Perchè soltanto una azione globale per far fronte al cambiamento climatico in atto può aprire un futuro non cataclismatico alla civiltà umana. Diciamo: un futuro di pace e convivenza civile tra i viventi e con la natura. Infatti le guerre di cui è cosparso il mondo sono in larga misura dovute all’effetto serra (si veda per esempio il libro “Effetto serra, effetto guerra” e/o “Guerre climatiche. Per cosa si uccide nel XXI secolo.”). Oltre alla desertificazione, le carestie, gli eventi atmosferici estremi, le grandi migrazioni, l’aumento del livello delle acque con gli allegamenti di intere zone del pianeta, la moltiplicazione dei tornado e dei cicloni, con qualcosaltro che certo ho dimenticato. Oggi col rischio che il cambiamento climatico superi la soglia – indicata generalmente in due gradi centigradi di aumento della temperatura media – oltre la quale aumenterà in modo tumultuoso alimentandosi di sè stesso, con effetti di retroazione catastrofici, senza più alcuna speranza di poterlo controllare. La temperatura è proporzionale alla energia cinetica media delle molecole, quindi un aumento della temperatura nell’atmosfera implica un aumento della velocità del vento, inevitabilmente moltiplicando le possibilità di generazione di cicloni e di tornado. Inoltre poichè i venti sono la causa dei moti ondosi, venti più forti e violenti producono onde più alte e energetiche moltiplicando le possibilità di tsunami e onde anomale. Intanto aumentando la temperatura degli oceani, cresce l’evaporazione che va a gonfiare le nuvole in cielo, favorendo pioggie battenti e/o torrenziali. Quando poi accade che i ghiacci si sciolgano in modo massiccio, tutti i processi si accentuano in un ciclo continuo tra aria e acqua dando luogo a fenomeni turbolenti che s’accumulano e accrescono a vicenda. Fino ad ora nonostante queste turbolenze, il sistema “clima” è rimasto complessivamente in equilibrio, o almeno in un equilibrio se non del tutto stabile, quasi. Ma se dovesse avvenire che la turbolenza permei tutto il sistema (tutto il pianeta), ecco che andrebbe fuor d’equilibrio scivolando o verso una grande glaciazione o verso una grande desertificazione, oppure in una partizione tra i due stati. Comunque senza entrare nel merito dei differenti modelli, tutti convergono a dire che due gradi di aumento sono una soglia per così dire inappellabile. Da lì in poi il sistema andrà out of jail, fuori squadra.

Ma qualcuno può pensare che l’aumento di un grado sia poca cosa, o almeno non troppa. Beh chi ha fatto i calcoli ci racconta che corrisponde più o meno a alcune centinaia di migliaia di esplosioni atomiche al giorno! Insomma l’allarme lanciato da Greta Thunberg è più che giustificato, così come l’idea di uno sciopero globale per il clima. Questa lotta per rallentare e controllare il cambiamento climatico, per farvi fronte, può essere un momento di unificazione dell’intera umanità, una causa fatta propria da ogni umano/a, ridando un senso preciso e materialmente determinato alla fratellanza. Nonché rilanciare le strategie cooperative per risolvere i problemi, contrapposte alle strategie cosiddette selfish, egoistiche, che hanno spopolato negli ultimi decenni. Di fronte a un fenomeno come l’alluvione di New Orleans – una delle prime grandi catastrofi provocata dal riscaldamento globale – o ci si organizza tutti insieme in modo cooperativo e solidale, oppure il singolo individuo fosse pure superman, viene sommerso. Ovvero, dicendola in altro modo, il fronte comune contro il climate changing è anche un modo per costruire la convivenza civile, decisiva per ottenere dei risultati e per rendere la vita, pure in situazioni di grande difficoltà, più vivibile. Certamente non va dimenticato il nesso che esiste tra la lotta per una società ecologica e quella contro le diseguaglianze e lo sfruttamento “dell’uomo sull’uomo” (Marx). Ci sono, e ci saranno vieppiù , dei nemici potenti, agguerriti e senza scrupoli della riconversione ecologica e di una società libera fondata sulla fratellanza, nemici di un nuovo contratto di eguaglianza tra gli esseri viventi e con la natura. I mercanti di danaro, droghe, armi e esseri umani non retrocederanno di fronte a qualunque violenza e disonestà. Bisogna saperlo. Inoltre va capito, e discusso, che certe riconversioni sono tutt’altro che facili. Penso all’Ilva di Taranto, che baldanzosamente i grillini proponevano di trasformare in un giardino ecologico, e che, una volta arrivati al governo, hanno invece firmato un nuovo contratto per cui l’acciaieria funziona a pieno regime, nonostante i tumori che affliggono i bambini provocati dai fumi della fabbrica. Ma potevano chiuderla, senza essere inseguiti dagli operai che li avrebbero buttati in un altoforno? La civiltà industriale fondata sul dominio dell’uomo sulla natura, con la costruzione di una tecnologia modellata per realizzare questo dominio, è l’espressione di un processo secolare, cumulando invenzioni, e producendo grandi progressi sociali, economici e civili. Pensiamo solo alla Rivoluzione Scientifica, e alla Rivoluzione Francese. Quindi si tratta non solo di pensare,e praticare, nuovi modi costituenti l’essere sociale, e nuove forme probabilmente di organizzazione politica, ma anche, direi soprattutto, di mettere mano all’insieme delle tecniche, tecnologie, e conoscenze scientifiche modellandole non più in funzione del dominio sulla natura (e,inevitabilemente, su una parte almeno degli umani), ma di un contratto di eguaglianza, ancora tutto da scrivere.

Quindi viva il global strike for future, sapendo che siamo solo all’inizio e il tempo corre svelto assai.

 

FONTE  PRESSENZA.COM

 

Il “modello cileno”, mostrato all’estero come il più grande successo del neoliberismo, presenta una realtà molto diversa per milioni di famiglie cilene,” ha affermato Tomás Hirsch, deputato del Partito Umanista Cileno (Frente Amplio), in un intervista con ALAI. Questo si esprime nell’aumento della disparità di reddito e della concentrazione della ricchezza e nell’indebitamento soffocante in cui affonda la maggioranza dei lavoratori. Infatti, “tutti gli indicatori ci pongono come uno dei paesi più diseguali nell’OCSE, con i tassi peggiori di istruzione, sanità, pensioni, qualità delle abitazioni, aree verdi per abitante …”, aggiunge.

Questo “sistema profondamente inumano” non dà priorità alla qualità della vita. Di seguito, uno scambio sulle linee guida politiche del governo cileno, che mettono in discussione la sua qualità morale per poter criticare il Venezuela.

Deputato, il giudizio critico del Presidente Sebastián Piñera sul governo costituzionale di Nicolás Maduro in Venezuela è conosciuto, per quanto riguarda l’attacco da parte del gruppo di Lima e dell’OAS contro la Rivoluzione Boliviana. Vorremmo rivedere alcuni aspetti del vostro paese per verificare la coerenza nell’atteggiamento del governo cileno.

La posizione del presidente Piñera è di un’incoerenza che rasenta il surrealismo politico. Il Cile dev’essere l’unico paese al mondo che, 29 anni dopo la fine della dittatura, ha ancora una Costituzione generata durante la dittatura, scritta da un piccolo gruppo di uomini di estrema destra senza dibattito, “votata” senza registri elettorali, progettata per perpetuare un sistema profondamente antidemocratico. Tranne qualche piccolo aggiustamento, rimane la stessa che manteneva al potere il dittatore Augusto Pinochet. Per quasi 20 anni abbiamo avuto senatori selezionati puntando il dito e un sistema elettorale totalmente truccato. E poi vogliamo dare lezioni sulla democrazia?

Il Cile, pur vantandosi a livello internazionale del suo supposto successo economico, ha una delle peggiori distribuzioni di reddito del pianeta, con un salario minimo vergognoso che non è sufficiente per la sussistenza del milione di lavoratori che lo ricevono. E intendiamo dare lezioni sui diritti sociali? Il sistema pensionistico cileno, anch’esso creato in regime di dittatura e mantenuto dal potere degli affari sul mondo politico, fornisce pensioni misere, vicine al 25% del salario percepito al momento del pensionamento. È una vera e propria violazione dei diritti umani degli anziani. Allo stesso tempo, sanità e istruzione sono imprese e non diritti, definiti dallo stesso presidente come beni di consumo.

Il Cile è l’unico paese al mondo in cui l’acqua è privata al 100%. Le risorse di pesca sono state consegnate in forma perpetua dal primo governo di Piñera  a 7 famiglie, attraverso una legge che è stata pubblicamente riconosciuta come corrotta, approvata con tangenti a ministri e parlamentari. Rame, litio, foreste, energia, tutto, assolutamente tutto, è stato denazionalizzato e consegnato alle multinazionali, che ovviamente parlano molto bene del nostro paese.

...continua a leggere "Tomás Hirsch: Cile, un sistema profondamente inumano"

 

FONTE R/PROJECT.IT

di Fulvio Vassallo Paleologo

Non bastano i report e le testimonianze sugli abusi subiti dai migranti intercettai in acque internazionali dalla Guardia costiera libica e riportati nei lager dai quali erano fuggiti. Sempre più tragica, in particolare, la situazione dei somali e degli eritrei internati nei centri di detenzione contollati dalle milizie, senza alcuna distinzione possibile tra centri governativi e centri “informali”. Ovunque spadroneggiano i mercanti di esseri umani, che nessuna indagine penale sembra fermare.

Non interessano i documenti di Amnesty International che confermano la gravi violazioni dei diritti umani in Egitto ed in altri paesi dell’Africa del nord. Non bastano neppure le conferme della corruzione delle polizie dei paesi di origine o di transito con i quali gli stati europei, e la stessa Unione Europea, non esitano a concludere accordi bilaterali per contrastare quella che definiscono soltanto come “immigrazione illegale”. Interessi economici e calcoli elettorali schiacciano i diritti umani e li rimettono alla discrezionalità della politica. In nome degli interessi nazionali si strappano le Convenzioni internazionali, ed i rapporti tra gli stati diventano un campo nel quale si esercitano ricatti basati sulla forza militare ed economica. Tutto quello che si vorrebbe nascondere dietro la campagna del fango intentata contro le ONG e chiunque si ostini ad operare soccorsi umanitari, in mare, ed anche in terra.

Il vertice euro-arabo di Sharm el Scheikh ha confermato la politica europea di esternalizzazione delle attività di controllo delle frontiere, senza che ci sia stato alcun riguardo per le ragioni delle popolazioni e dei migranti oppressi dai regimi e dai governi che sono finanziati dagli stati europei all’esclusivo fine di impedire le partenze dei migranti verso l’Europa. La cooperazione internazionale tanto evocata nei documenti internazionali rimane priva di risorse adeguate e di qualsiasi controllo sulla effettiva destinazione dei finanziamenti quando questi arrivano nei paesi terzi. La questione ambientale costituisce soltanto un paravento per nascondere la sostanza degli accordi, centrati sulla divisione delle risorse energetiche tra i paesi più forti, e sulla ghettizzazione delle popolazioni più deboli, condannate ad un destino di fame e di morte.

Il vertice ha segnato il fallimento definitivo del Processo di Khartoum, avviato dal governo italiano nel 2014, con l’avallo del Consiglio Europeo del 12 maggio 2015, e quindi del Piano di azione Juncker. Forse qualcuno si è accorto che il dittatore sudanese Bashir, sotto accusa da parte della Corte Penale internazionale, non era proprio un partner affidabile, al punto che a Sharm Al Scheikh gli è stata interdetta la partecipazione. Chi scrive del Sudan viene minacciato, ma anche questo sembra trascurabile, nell’indifferenza generale. In Italia ancora si ritiene necessario ed opportuno collaborare con la polizia sudanese, quella stessa polizia che ancora in questi giorni sta massacrando l’opposizione che manifesta in piazza a Khartoum.

Ma il nuovo multilateralismo, rilanciato sotto l’egida del dittatore egiziano Al Sisi, non garantisce i diritti dei popoli ma i privilegi dei grandi gruppi economici. Che anche i dittatori possono assicurare. E infatti la questione centrale degli incontri si è centrata sullo sfruttamento delle grandi risorse energetiche del Mediterraneo orientale, con una attenzione estesa anche alla spartizione della Libia, dove le forze del generale Haftar, sostenute dagli egiziani, dai russi, e sottobanco dai francesi, avanzano ogni giorno sottraendo territorio ( e pozzi petroliferi) al traballante governo Serraj a Tripoli, sponsorizzato dall’Italia e da alcuni paesi europei soltanto per spartirsi risorse economiche e ottenere un maggiore contrasto dell’immigrazione.

La Conferenza internazionale sulla Libia, svoltasi a Palermo lo scorso anno, rimane soltanto una vetrina usata a scopi elettorali, ma è ormai superata dall’involuzione bellica tra la Tripolitania e la Cirenaica, sostenuta dal generale Haftar e dai suoi alleati al Cairo, a Parigi, a Mosca. Il premier Conte, ed i suoi due vice-presidenti del Consiglio, tanto abili nella propaganda elettorale, dovrebbero farsene una ragione, e magari parlare agli italiani senza raccontare altre menzogne. Il risveglio dal sonno dell’indifferenza potrebbe essere assai brusco. Non sembra proprio che ci siano le premesse per una rilancio del ruolo dell’Italia nella soluzione della crisi libica.

Si avvicina la guerra, una guerra commerciale in Europa, tante guerre nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ed ancora più a sud, fino all’Africa sub-sahariana, come in Niger, dove si vuole esternalizzare la frontiera europea. Forse sarà proprio la guerra, l’unica vera tragedia che costringerà il “popolo sovrano” ad interrogarsi sulla reale portata delle politiche di odio ed esclusione contro gli stranieri e contro chi presta loro assistenza. Il capovolgimento del principio di realtà sul quale si sta fondando l’attuale politica dei governi di destra in carica in Europa non potrà che produrre conflitti alle frontiere ed una disfatta economica dell’intero continente con una forte riduzione dei diritti fondamentali che verranno negati non solo agli stranieri ma agli stessi cittadini.

L’Unione Africana ha da tempo respinto i piani europei che prevedevano rimpatri collettivi e piattaforme di sbarco nei paesi nordafricani, ma in Europa si ritiene ancora che sia possibile riportare in Africa i migranti bloccati in acque internazionali nel Mediterraneo. Non sembra che la presenza dell’UNHCR in Libia riesca a garantire davvero i diritti dei migranti trattenuti nei centri di detenzione da quando sono diminuite le possibilità di fuga verso il Mediterraneo. In realtà le rotte migratorie più recenti sono interne al continente africano, e non portano necessariamente all’emigrazione verso l’Europa. Dunque i plitici nostrani non possono continuare a lucrare vantaggi elettorali su una emergenza che non esiste.

Le conclusioni del vertice euro-arabo di Sharm el Scheikh sono state seguite da una aberrante mozione fatta passare da Fratelli d’Italia in un parlamento, ancora intontito dall’esito delle elezioni in Sardegna, che programma un blocco navale davanti alle coste libiche e chiude definitivamente all’adesione dell’Italia al cd. Migration Compact.

Un progetto vecchio, quello del blocco davanti alle coste libiche, di chi dall’estrema destra sa solo diffondere odio per conquistare una fetta di consenso elettorale. Senza però chiarire con quali navi e con quali uomini, mentre la missione Eunavfor-Med (definita anche come Operazione Sophia) si avvia ad un epilogo fallimentare, dopo la chiusura altrettanto ingloriosa della missione NAURAS della Marina italiana. Vedremo chi andrà davvero a fare il blocco navale davanti le coste libiche. Di certo l’Unione Europea non appoggerà mai con propri mezzi una proposta simile.

I cittadini italiani potranno anche illudersi di essere più sicuri perchè un paio di ministri hanno “chiuso” i porti alle navi di soccorso delle ONG ed hanno costretto al ripiegamento i mezzi della Guardia Costiera. Ma dietro queste scelte disumane si aggrava l’isolamento internazionale del nostro paese, acuita dalla concorrenza con la Francia in Libia, e non solo, una situazione che ci esporrà ancora di più alla prossima crisi economica internazionale, sempre più probabile dopo le elezioni europee di maggio. Nessun paese europeo può pensare di uscire da solo dalla crisi economica, soprattutto se è indebitato come l’Italia, così come nessun paese europeo può pensare che adottando misure di blocco navale, unilateralmente, possa risolvere la crisi dei rifugiati e raggiungere una maggiore efficacia nella lotta contro l’immigrazione irregolare. Solo aprendo canali legali di ingresso, attraverso il rilascio di visti umanitari, e rilanciando una grande missione di soccorso in acque internazionali, si potranno battere le organizzazioni criminali che lucrano proprio sullo sbarramento delle frontiere.

Soltanto chi saprà costruire e realizzare progetti basati sulla solidarietà internazionale e sulla soluzione pacifica dei conflitti, avrà un futuro. Quelli che scelgono di rinchiudersi dentro le frontiere nazionali, e quindi dentro le mura di casa, potranno soltanto armare le polizie ed armarsi per la propria difesa personale, ma non saranno certo più sicuri. La vera sicurezza la troveranno soltanto coloro che si organizzeranno per affrontare la crisi senza scaricarla sui più deboli, ma attaccando i veri responsabili a livello nazionale ed internazionale, riattivando processi di partecipazione democratica, e realizzando scelte di vita e di lavoro che creino opportunità di incontro e di solidarietà.

FONTE  CONTROLACRISI.ORG

“E‟ interesse di lavoratori e imprese mettere al centro l'aumento degli investimenti e dei salari oltre a una nuova fiscalità seriamente orientata a ridurre gli squilibri e le diseguaglianze, uno dei fenomeni più gravi del nostro tempo, e non a premiare chi ha di più e a punire chi ha di meno come accade con la tassa piatta». Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, è reduce dal corteo «People. Prima le persone» dove a Milano hanno sfilato in 200 mila.

Perché ha portato la confederazione in quella piazza?
“Per sostenere un'idea di giustizia sociale e di modello di Paese fondato su accoglienza e integrazione e sui valori profondi della Costituzione”.

Una manifestazione in continuità con alcuni degli slogan dell'altra manifestazione del 9 febbraio a San Giovanni, dove con i sindacati partecipavano anche alcune rappresentanze delle imprese del si-tav. Si sta creando un clima nuovo tra imprese e sindacati? Dove vede le maggiori convergenze?
“Non so se si tratta di vere e proprie convergenze. So che insieme possiamo mettere al centro il tema del lavoro, il lavoro di qualità e non quello precario che nel frattempo è aumentato. E so che per fare questo bisogna prima dare attuazione al Patto della fabbrica con cui abbiamo già concordato nuove regole perla rappresentanza e per tracciare nuovi perimetri dei contratti (anche per ridurli di numero). Bisogna che sindacati e imprese chiedano con forza al ministero di applicare le convenzioni che, tramite Inps, possano certificare la reale rappresentanza di chi firma gli accordi. Oggi ci sono ancora troppi contratti pirata firmati da non si sa chi e per conto di chi e servono solo a creare un mercato selvaggio della contrattazione in dumping”.

Lei parla anche di investimenti. Che sono la priorità anche delle imprese.
“Gli investimenti sono la via principale per creare il lavoro, quello vero. Servono investimenti pubblici in dosi massicce e anche investimenti privati. Che non sono stati sufficienti nonostante le imprese abbiano avuto incentivi in quantità mai vista prima. Incentivi che non sempre ho visto tornare anche nelle tasche dei lavoratori”.

Se il Pil non è sprofondato è per l'aumento del valore aggiunto dell'industria che in questi anni con le agevolazioni per Industria 4.0 ha investito massicciamente in innovazione, fino a cambiare del tutto il paradigma tecnologico di riferimento. Ciò che manca è la spesa pubblica.
“Mancano gli investimenti pubblici che si sono bloccati. Ma anche le imprese private hanno avuto atteggiamenti diversi: quelle maggiormente orientate hanno investito in innovazione e sono quelle più dinamiche, mentre gran parte delle altre non hanno fatto lo stesso e sono oggi in posizione arretrata e a rischio. È anche vero che il sistema degli incentivi messi in campo da Industria 4.0 non ha aiutato la crescita e lo svipuppo della piccola e media impresa. Non è affatto diminuita la differenza tra Nord e Sud e spesso ci sono forme di squilibrio e diseguaglianza anche all'interno delle stesse regioni. In questi annidi forti incentivi non tutto è tornato agli investimenti, alcune imprese hanno preferito la speculazione finanziaria o le scelte immobiliari. E il lavoro si è impoverito e si è allargata anche l'area del lavoro precario e pocoremunerato”.

Resta il fatto che bisogna affrontare il tema della produttività da cui dipende anche quello dei salari. E su questo le parti sociali possono fare molto.
“Bisogna però intendersi su cosa sia la produttività. Quella del lavoro è già alta. Non c'è più spazio per organizzare la competitività con la riduzione continua dei costi e dei diritti. Manca l'investimento in innovazione, nel miglioramento del processo di produzione, dell'organizzazione. Mancano spesso nuove sfide produttive che guardino alla sostenibilità e alle tecnologie digitali”.

Anche in questo caso non si può generalizzare. Manca anche la produttività che deriva dall'efficienza complessiva del Paese. Dal suo livello di istruzione, di infrastrutture, di qualità del captale umano. Conta anche la politica fiscale. E il rilancio dei salari e degli investimenti passa anche dalla riduzione del famigerato cuneo fiscale.
“Non ho problemi a discutere su come abbattere il cuneo fiscale a patto che non si tratti di ridurre i contributi per le pensioni o per la sanità. Bisogna comunque trovare un sistema che ne garantisca il finanziamento. Per me l'importante è abbassare l'Irpef del lavoro dipendente e ridisegnare una riforma fiscale nel segno dell'equità e della progressività, come prevede la Costituzione. È evidente che da noi c'è una questione di diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza. È sotto gli occhi di tutti che chi era più ricco è diventato ancora più ricco e chi era più povero si è impoverito ancora di più. La risposta non è la flat tax che fa aumentare questi squilibri”.

È la patrimoniale?
“Non mi voglio impiccare alle definizioni. Penso che vada affrontato il tema dell'evasione fiscale e della tassazione non solo dei redditi. Ci sono moltissimi esempi di altri paesi europei e non solo. L'importante è il risultato e credo abbia anche senso parlare anche di tassa di successione. La riforma fiscale è una delle richieste di Cgil, Cisl e Uil e, tornando all'Irpef, per me bisogna aumentare le detrazioni per il lavoro dipendente e per le pensioni: la priorità è questa”.

II Governo che segnali vi ha dato?
“Sembrano continuare in una sorta di autoreferenzialità. Del resto non si consultano con nessuno, nemmeno con il Parlamento che è stato del tutto bypassato in occasione della legge di stabilità. Che resta una legge sbagliata e del tutto inadatta a far cambiare verso alla crescita economica II governo pensa alla disintermediazione sociale come hanno fatto anche altri governi che non mi pare abbiano lasciato un grande ricordo. Discutere e trattare con il sindacato è utile perché la complessità dei temi è tale che occorrono interlocutori in grado di comprendere i problemi, le conseguenze delle scelte sulla vita vera”.

E allora cosa farete per farvi ascoltare?
“La manifestazione del 9 febbraio ha avuto una partecipazione che ci ha stupito nella sua inimmaginabile ampiezza C'è grande voglia di partecipare e di dire che bisogna cambiare strada. Noi insistiamo. Il 15 marzo è previsto uno sciopero degli edili. È un settore bloccato in una stasi drammatica Tutti i cantieri sono fermi per colpa delle incertezze del governo sulle infrastrutture. Non c'è un indirizzo strategico”.

E quando c'è, come con la Tav, si torna indietro (e anche lei non è mal stato favorevole).
“La Tav è sicuramente un problema. Ma la cosa principale è che conosciamo una molteplicità di analisi di costi benefici e di report di segni opposti ma non sappiamo ancora che vuole fare davvero il Governo. Che ha il compito istituzionale di decidere e non lo fa È questa la cosa più grave. Ma ciò che è più drammatico è che questa incertezza ha bloccato tutti i cantieri e paralizzato un intero settore”.

FONTE RAIAWADUNIA

L’immagine che abbiamo dei migranti in Libia è quella di persone ridotte alla disperazione, brutalmente incarcerata e quotidianamente torturata nei centri di detenzione. Un quadro che senza dubbio corrisponde alla verità dei fatti, considerato le oramai innumerevoli testimonianze di sopravvissuti e di giornalisti, per tacere dei tanti report dell’Unhcr e di ong per i diritti umani che hanno a più riprese denunciato e documentato senza possibilità di smentita, gli abusi e le violazioni perpetrate nelle famigerate strutture di detenzioni. Violazioni, peraltro, confermata in molte interviste dallo stesso premier Fāyez al-Sarrāj.

Ma ci sono anche altri migranti, in Libia. Persone che, perlomeno all’inizio, non avevano nessuna intenzione di raggiungere l’Europa e che avevano come meta della loro migrazione proprio la Libia.

All’epoca di Gheddafi, la Libia era un grande attrattore di lavoratori provenienti per di più dall’Africa sub sahariana. Dal Chad, dalla Nigeria, dal Niger e anche da Sudan o dai Paesi del golfo di Guinea, migliaia di persone salivano verso la costa per svolgere quei lavori che, per dirla con un luogo comune, “i libici non volevano fare”. Manodopera a basso costo che veniva sfruttata, in particolare, nelle coltivazioni agricole, nell’edilizia, nei trasporti, nel settore petrolifero o come scaricatori nei porti. Lavori senza dubbio duri e mal pagati, con pochissime tutele statali e sindacali, ma che hanno permesso a decine di migliaia di migranti di costruirsi un futuro nel Paese, affittando casa e costruendo una famiglia.

Poi è arrivata la guerra civile. Il Paese si è spezzato in tre con un Governo a Tripoli, un altro nella Cirenaica ed il sud abbandonato alle organizzazioni criminali che fanno capo a milizie mercenarie alle dipendenze di vere e proprie città stato. Qualsiasi parvenza di legalità è stata spazzata via. E nessuno si è domandato che cosa ne sia stato di questi migranti.

Secondo una stima delle nazioni unite, oggi in Libia ci sono perlomeno 670 mila migranti. Coloro che sono stati regolarmente registrati dall’Unhcr sono esattamente 56 mila 455. All’incirca 6 mila e 200 sono detenuti nei centri per immigrazione irregolare. Ma questo è un dato sicuramente sottostimato considerando le continue violazioni alle più elementari procedure giuridiche che avvengono in questi luoghi.

In ogni caso, salta immediatamente agli occhi che attualmente in Libia ci sono alcune centinaio di migliaia di persone di cui nessuno sa nulla.

P. B. era uno di questi migranti. E’ arrivato a Tripoli dal nativo Niger nel 2008 o nel 2009 (non se lo ricorda bene). Ha lavorato nei campi e poi al porto di Tripoli come scaricatore e stivatore. “Ci facevano fare i turni più pesanti e ci pagavano la metà di quanto guadagnava un libico per lo stesso lavoro. Dormivamo nei capannoni o anche a bordo delle navi ma almeno avevamo di che campare. Io riuscivo anche a mandare qualcosa a casa”. P. è arrivato in Italia due anni fa e oggi svolge lavori saltuari nel porto di Venezia. “Con Salvini è sempre più dura. Pare che abbiano timore di ritorsioni a farti lavorare. Eppure non manca il lavoro attorno alle navi. E’ chiaro che ci sarebbe bisogno di noi. Mi pare di rivivere la stessa situazione che ho vissuto in Libia quando è cominciata la guerra ed è esploso il razzismo. Tutti stanno diventando cattivi ed hanno sempre più paura”.

Dopo la morte di Gheddafi, le condizioni dei lavoratori stranieri in Libia sono precipitate. “Capitava che alla fine della giornata non ci dessero lo stipendio, semplicemente perché non volevano darcelo. E se protestavamo, minacciavano di non farci lavorare domani. Se andava bene ce ne davano solo una parte, proprio per non farci morire di fame, e l’altra se la intascavano loro. Capitava anche che ci minacciassero con la pistola. Tutti giravano armati al porto. Chi protestava, spariva”. Una situazione di violenza e sopraffazione che ha investito, sia pure in misura minore, anche i lavoratori libici. “Una volta, loro perlomeno, avevano dei diritti. Oggi non più. Quando sono andato via, buttava male anche per loro”.

Ma il vero problema che ha spinto P. e tanti altri migranti arrivati in Libia per lavorare, a prendere il mare per l’Europa è stato il crollo della moneta locale. Uno stipendio base di 700 dinari equivalgono sulla carta a 500 dollari ma al mercato nero non ottieni più di 100, 150 dollari Usa al massimo. Impossibile quindi riuscire a ricavare qualcosa da spedire a casa per aiutare le famiglie, come facevano prima della guerra.

Con la perdita di valore del dinaro, la guerra ha portato anche disoccupazione. E proprio i lavoratori stranieri, meno tutelati, sono stati i primi a pagarne le spese. Nella campagne soprattutto, molte aziende sono state chiuse e i campi coltivati ridotti. I lavoratori salariati sono stati pressoché rimpiazzati da schiavi. Ed intendiamo dire proprio “schiavi”. Perché non ci sono altri termini per definire una persona rapita e costretta a lavorare a forza di botte sino alla morte.

Da sottolineare che lo schiavismo, in Libia, è stato pressoché legalizzato, nell’indifferenze del mondo intero, anche se i militari libici continuano pudicamente ad usare il termine “lavoratori”. “Qui in Libia, abbiamo bisogno di lavoratori migranti. Ad essere onesti, non potremmo fare niente senza di loro – ha spiegato in una intervista a Irin il generale Mohammed al-Tamimi, comandante militare di un posto di blocco a nord di Sebha – Quando catturiamo dei migranti preferiamo tenerli con noi e impiegarli nei campi come lavoratori, invece di spedirli in un centro di detenzione. Senza di loro non tireremmo avanti”.

Chiamiamola schiavitù, allora. Tanto è una parola che oggi non fa più orrore a nessuno.

 

Riccardo Bottazzo per DOSSIERLIBIA

 

 

 

Come si può sopportare una propaganda falsa e disonesta come quella del ministro Salvini che continua ad affermare :

" Riportare i migranti in Libia significa salvarli...."

Il sito ufficiale della Farnesina viaggiaresicuri.it così descrive la sicurezza della Libia. Stralciamo la pagina del sito della Farnesina dedicato alla Libia, aggiornata al 12 febbraio 2019 :

'..... Sicurezza
• Indicazioni generali, ordine pubblico, criminalità
A partire dall’11 gennaio 2017 l’Ambasciata d’Italia a Tripoli ha ripreso le proprie attività.
Si ribadisce l’invito ai connazionali a non recarsi in Libia e, a quelli presenti, a lasciare temporaneamente il Paese in ragione della assai precaria situazione di sicurezza. Scontri tra gruppi armati interessano varie aree del Paese (incluso in Tripolitania, nell’area intorno a Sirte, a Sebha, Bengasi, Derna e Sabratha). 
Valido al 23.02.2019, pubblicato il 12.02.2019 del Paese (incluso in Tripolitania, nell’area intorno a Sirte, a Sebha, Bengasi, Derna e Sabratha).
Permane inoltre, anche nella capitale, la minaccia terroristica e elevato rischio rapimenti. Si registrano elevati tassi di criminalità anche nelle principali città e strade del Paese, tra cui il tratto stradale costiero dalla Tunisia all'Egitto.

Si ribadisce l’invito ai connazionali a non recarsi in Libia e, a quelli presenti, a lasciare temporaneamente il Paese in ragione della assai precaria situazione di sicurezza. Scontri tra gruppi armati interessano varie aree del Paese (incluso in Tripolitania, nell’area intorno a Sirte, a Sebha, Bengasi, Derna e Sabratha).

Permane inoltre, Valido al 23.02.2019, pubblicato il 12.02.2019
del Paese (incluso in Tripolitania, nell’area intorno a Sirte, a Sebha, Bengasi, Derna e Sabratha). Permane inoltre, anche nella capitale, la minaccia terroristica e elevato rischio rapimenti. Si registrano elevati tassi di criminalità anche nelle principali città e strade del Paese, tra cui il tratto stradale costiero dalla Tunisia all'Egitto.
• Rischio terrorismo
Cellule jihadiste sono presenti in varie parti del Paese, inclusa la capitale. Attacchi terroristici rivolti a libici e stranieri, anche con ricorso ad autobombe, hanno avuto luogo a Tripoli (da ultimo contro la Commissione Elettorale il 2 maggio e contro la National Oil Corporation il 10 settembre 2018). Si sottolinea che standard adeguati di sicurezza non sono garantiti nemmeno nei grandi hotel della capitale, che sono anzi considerati ad
alto rischio. Si richiama inoltre l'elevato rischio di sequestri di cittadini stranieri, a scopo di estorsione o di matrice terrorista, in tutto il Paese. FONTE VIAGGIARESICURI.IT

Lo Stato smentisce lo Stato. O la Libia è un paese sicuro e il Ministero degli Esteri divulga notizie allarmistiche e false e per tale motivo dovrebbe cancellare questa pagina sulla Libia o, invece , è falsa la propaganda del ministro degli interni che continua ad affermare che la Libia è un paese "sicuro" per i migranti che vengono "salvati" dalle motovedette e portati nei lager gestiti da fazioni di criminali.

 

 

La gestione dei canali Rai da parte del governo a trazione leghista e sostenuto dai pentastellati si sta mostrando in tutta la sua devastante regressione culturale e politica.
Telegiornali regionali ridotti a miserevoli mattinali della questura, il secondo canale della Rai è divenuto il megafono di Fratelli d'Italia. Giorgia Meloni imperversa snocciolando banalità e riflessioni di profondità millimetrica. Qualche delirante leghista straparla di italexit e di abolizione dell'euro...

La più grande piattaforma pubblica di comunicazione e produzione culturale nazionale viene annullata e ridotta a canale di propaganda spicciola dei nuovi capi che si auto rappresentano come i messaggeri indiscussi del volere del poppolo.

Con i soldi del canone invece di finanziare una piattaforma pubblica d'informazione e produzione culturale pluralista si sceglie invece di trasformare la RAI in una piattaforma che fa propaganda full time  per Salvini e Di Maio. Neanche la Democrazia Cristiana, negli anni peggiori, ha mai osato tanto.
La rappresentazione quotidiana del mondo elaborata dal micro pensiero di un villanzone bulimico che basa le proprie fortune politiche sulla tragedia dell'immigrazione e sul rancore sociale delle persone che hanno perso il lavoro o dei giovani che non lo avranno,  sta diventando il palinsesto di molti programmi Rai. Lo sciopero degli abbonati Rai, il crollo dell'audience dei programmi più servili rispetto al governo è forse l'unica forma per interrompere questa regressione della piattaforma pubblica d'informazione e produzione culturale pubblica. E' giunta l'ora d'impugnare con decisione ...il telecomando
Editor

FONTE EQUALTIMES.ORG

Tutti gridiamo insieme," non saremo schiavi! " Non abbiamo paura di dirglielo, non saremo schiavi!" ". freddo polare, ma ambiente caldo, Sabato 5 gennaio, a Budapest, capitale ungherese, dove una grande parata corteo di circa 10.000 persone, da Piazza degli Eroi al parlamento neogotico monumentale si affaccia sul Danubio. Per la terza volta da metà dicembre, i sindacati, i partiti politici e le organizzazioni civili che dimostra in attacchino insieme contro il governo nazionalista del primo ministro Viktor Orbán al comando d'Ungheria dal 2010.

Andiamo in fabbrica, loro al castello ". Questo slogan scritto su un cartello brandito nella processione è esplicito: la folla protesta sia contro una legge di " flessibilizzazione " straordinarie che contro il crescente autoritarismo del potere. Dopo una terza vittoria consecutiva alle elezioni legislative dell'aprile 2018, è stato in grado di rinnovare la " super maggioranza " dei due terzi che gli ha permesso di governare senza ostacoli dal 2010 e di rilanciare il suo controverso disegno di legge al quale aveva rinunciato un anno e mezzo fa sotto la pressione sindacale. ...continua a leggere "In Ungheria, la deregolamentazione degli straordinari scatena una protesta sociale"

 

 

FONTE AREAONLINE.CH
di Serena Tinari

È il giornalismo dal respiro lungo, l’inchiesta che va avanti per anni e che un passo alla volta lascia il segno. Ma è soprattutto un ritratto impietoso dell’epoca balzana che ci è toccata in sorte. Il progetto “Trial and Terror” pubblicato da The Intercept toglie il fiato e se non fosse fondato su documenti ufficiali, si farebbe fatica a credere ai suoi esplosivi contenuti.

Fatti, numeri e storie che raccontano come l’Fbi abbia letteralmente fabbricato centinaia di presunti terroristi. Persone fragili, povere in canna e poco scolarizzate manipolate da collaboratori dell’agenzia che fingevano di essere attivisti di organizzazioni estremistiche e violente.

L’anno zero è stato l’undici settembre. Passato l’attentato, il governo americano sancì la tolleranza zero e proclamò, passateci il bisticcio, la guerra santa al terrorismo di matrice islamica, destinando alle attività di indagine dell’Fbi ben 3,3 miliardi di dollari l’anno. La strategia dei federali? Identificare i “lupi solitari” prima che passino all’azione. Suona ragionevole. Nella pratica l’Fbi, attraverso complicate messe in scena e ampio utilizzo di agenti manipolatori, ha finito per trasformare centinaia di innocenti in criminali di carta – caricature di terroristi che proprio i federali hanno indottrinato a passare all’azione violenta, allenato ad usare armi da fuoco, fornendo loro contatti e denari per procurarsele, oltre a filmarli mascherati da bombaroli e convincerli a leggere sotto dettatura solenni giuramenti pieni di strafalcioni. Una processione di pasticci da commedia dell’arte che incredibilmente sono diventati prove a carico in tribunale, valendo ai malcapitati condanne detentive di tutto rispetto. Dobbiamo l’allucinante scoperta a un giornalista che nel 2010 ha ricevuto prima una soffiata, e poi una borsa di studio dell’Università di Berkeley, in California per portare avanti il progetto. Trevor Aaronson da allora non ha mollato l’osso. La prima pubblicazione della sua incredibile inchiesta è stata nel 2011 sul sito Mother Jones. Nel 2013 è diventata un libro, “The Terror Factory: Inside the FBI’s Manufactured War on Terrorism” ovvero la fabbrica del terrore, viaggio nella finta guerra dell’Fbi al terrorismo; e ancora è stata trasformata in un avvincente documentario di Al Jazeera, “Informants”, disponibile online: https://trevoraaronson.com/film/

Dal 2016 Aaronson ha unito le forze con Margot Williams, oggi a capo del dipartimento ricerca del The Intercept dopo una carriera che l’ha vista vincere mille premi per il suo lavoro per grandi testate statunitensi, dal Washington Post a Npr al New York Times. Insieme i due hanno ampliato la ricerca e sono giunti ad analizzare una mole enorme di documenti della Procura, verbali dei processi, comunicati del Dipartimento giustizia e archivi del sistema penitenziario. Se masticate l’inglese, la creatura di Aaronson e Williams, continuamente aggiornata, è una lettura necessaria. Sette storie e un database navigabile, con grafiche che anche i meno anglofoni possono esplorare senza difficoltà: https://theintercept.com/series/trial-and-terror/.
Delle 873 persone portate in tribunale, la stragrande maggioranza aveva conoscenze sul terrorismo e persino sull’Islam elementari, un livello che chiunque può sfoggiare se ogni tanto guarda la tv. Oltre la metà delle persone condannate ha finito di scontare la pena e, fanno notare gli autori di “Trial and Terror”, “il governo crede che una manciata di anni di galera facciano il miracolo, oppure lo sanno anche loro che sono innocenti – visto che questi ‘pericolosi terroristi’ non sono oggi sottoposti a nessuna misura di sorveglianza”. Leggi le storie e ti scappa da ridere. Se non fosse che le vittime dei pasticci dell’Fbi sono persone poco scolarizzate, squattrinate e in qualche caso affette da handicap mentali. Soggetti vulnerabili incastrati da un crudele gioco delle parti. La commedia si è ripetuta uguale in centinaia di casi, ricostruiti con pazienza certosina da Trevor Aaronson e Margot Williams. Sempre lo stesso, il protocollo: prendi un soggetto fragile, che ha deciso di convertirsi all’Islam o si è fatto prendere dall’hobby molesto di postare messaggi di provocazione su Facebook. Presentati come l’emissario di una rete di attivisti violenti di una regione medio-orientale del pianeta e lavora senza risparmiare colpi di teatro per fare di quella persona.. un terrorista. Negli articoli e nel documentario scorrono dettagli allucinanti, con tanto di frammenti video depositati agli atti delle inchieste. Come la storia di “Liberty City 7”, gruppo di balordi squattrinati finito alla ribalta delle cronache al momento dell’hollywoodiano arresto. Avevano dato corda per mesi a un arabo che li riempiva di soldi, diceva un sacco di fesserie eppure metteva a loro disposizione cibo e bevande. Alla Corte hanno raccontato di essersi detti: “Spenniamo il pollo e ce la diamo a gambe”. Peccato che il pollo fosse pagato dall’Fbi per fabbricare le prove della loro colpevolezza, fornire evidenza del terroristico potenziale. E allora ci voleva il video del giuramento, e paradossi come spedire quest’armata Brancaleone a scattare foto sfuocate della sede dell’Fbi con una macchina fotografica... di proprietà dell’Fbi. Ci sarebbe da morire dal ridere, se non fosse che quelle foto sono diventate prova della loro intenzione di portare a termine attentati dinamitardi: cinque su sette sono stati condannati, fra i 6 e i 13 anni di carcere. Resta incomprensibile come le giurie, pur dubitando, abbiano finito per condannarli – può la stupidità, la fame di soldi, la sfortuna delle condizioni socioeconomiche farti finire in galera per terrorismo islamico? A quanto pare basta e avanza, se guardiamo a un altro caso iconico: due amici pizzicati a farfugliare, prendendo appunti su un fazzoletto di carta, di un fantomatico attentato. Uno si è dichiarato colpevole e dopo cinque anni è uscito di galera. L’altro è ancora dentro – deve scontare trent’anni. Se l’inglese proprio non vi piace, almeno guardate l’intervento di Aaronson al convegno Ted – ha i sottotitoli in italiano. Non le manda a dire: «L’Fbi ha organizzato più plot terroristici in America di qualunque altra organizzazione, e persino più di tutte quelle islamiche radicali messe insieme» (https://tinyurl.com/oufdav6).

FONTE PRESSENZA.COM

07.02.2019 - San Paolo, Brasile Paolo D'Aprile

Brasile: alla polizia licenza di uccidere
(Foto di GOVBA via Flickr)

Lo ha detto fin dal primo giorno, carta bianca alla polizia, carta bianca per uccidere.

Non ce n’era bisogno, basta leggere i dati ufficiali divulgati dalle agenzie internazionali e dallo stesso governo. Per il momento non sono ancora disponibili quelli dell’anno appena trascorso. Diamo una occhiata al 2017. Ma per capire meglio la situazione, è necessario il paragone con il 2016 e il 2015, quando dalle forze di polizia furono uccise 3330 persone. L’anno dopo, 4240. E finalmente nel 2017, cinquemila centocinquantanove, 5159. Per il codice penale l’omicidio in servizio non è un crimine quando l’azione di polizia avviene nello stretto compimento del dovere legale. Una interpretazione che di per sé lascia spazio a mille modi di nascondere o modificare la scena: basta che l’autorità dichiari che il presunto colpevole di qualche delitto abbia resistito all’arresto. Il super ministro della giustizia e dell’interno, ha presentato il nuovo decreto per la sicurezza. 63895 è la quantità di omicidi avvenuta in Brasile nel 2017. A scanso di equivoci lo riscrivo, sessantatremila ottocentonovantacinque. ...continua a leggere "Brasile: alla polizia licenza di uccidere"

FONTE FBU.ORG.UK

 

I  pompieri sono orgogliosi di schierarsi con organizzazioni antirazziste e si oppongono alla retorica tossica dei leader di estrema destra, scrive Ben Selby.

I vigili del fuoco sono impegnati in una società culturalmente diversificata e tollerante e sono turbati dalla sfida che affrontiamo nel diritto razzista e fascista nel Regno Unito. Domenica 9 dicembre, l'Unione dei vigili del fuoco si è tenuta spalla a spalla con organizzazioni come "Stand up to Racism", "Jewish Socialist Group" e "Muslim Association of Britain" in una manifestazione a Londra contro il razzista, di estrema destra capi.

L'evento è stato una contro-dimostrazione contro la cosiddetta marcia "tradimento Brexit" con il controverso attivista di estrema destra Stephen Yaxley-Lennon (Tommy Robinson), che ha visto i membri della English Defence League e UKIP scendere in piazza per protestare contro Theresa L'affare Brexit di maggio. Questa protesta, insieme ad altre grandi mobilitazioni per le strade di Londra, Leeds e Manchester all'inizio di quest'anno, mette in evidenza l'ascesa della retorica che divide e l'estrema destra in Gran Bretagna.

I vigili del fuoco rispettano le diverse culture e religioni e combatteranno per garantire che il linguaggio problematico dei leader di estrema destra sia confutato. L'attuale leader dell'UKIP, Gerard Batten, ha precedentemente descritto l'Islam come un "culto della morte", una religione di cui molti vigili del fuoco condividono. Stephen Yaxley-Lennon ha pubblicato un video che tentava di fare da capro espiatorio alle vittime di Grenfell; incolpare gli immigrati per il fuoco e sostenere che i sopravvissuti, i lavoratori che hanno perso tutto, non hanno il diritto di essere re-homed. Questo è l'atteggiamento derisorio e detestabile che questi leader di estrema destra hanno nei confronti delle minoranze.

Anche se la polizia non ha fornito una stima delle dimensioni della folla, i partecipanti alla contro-dimostrazione hanno affermato di essere "ampiamente" in minoranza rispetto alla "Brexit tradimento" di "quasi cinque a uno". Ciò dimostra che sebbene i leader di estrema destra possano aver aumentato il loro seguito, sono in minoranza rispetto a coloro che rappresentano l'uguaglianza e una società tollerante. I vigili del fuoco continueranno a schierarsi con organizzazioni antirazziste per dimostrare che non sosterremo il discorso di odio dell'estrema destra e i loro tentativi di dividere la nostra società.

 

FONTE ARTICOLO21.ORG

“Le sentenze di morte di Pasquale Zagaria e della mafia non hanno una data di scadenza”. Così Paolo Borrometi, giornalista costretto a una vita sotto scorta e presiedente di Articolo 21, ha commentato la possibilità che sia revocata la scorta a Sandro Ruotolo. La decisione sarebbe stata assunta dall’ufficio scorte del ministero degli Interni, dopo aver ricevuto una relazione della prefettura di Roma secondo la quale il cronista non avrebbe più minacce dal 2016.

La notizia è stata accolta da un’ondata di indignazione che ha coinvolto forze politiche di governo e di opposizione, le istituzioni dei giornalisti e, soprattutto, migliaia e migliaia di cittadine e di cittadini che hanno conosciuto Sandro nel suo impegno professionale e nella sua quotidiana azione per diffondere la cultura della legalità.

Sandro Ruotolo è stato costretto a una vita sotto scorta per le sue inchieste nel casertano, sul traffico dei rifiuti nocivi, sul ruolo dei CasalesiIl boss Pasquale Zagaria ha più volte manifestato il desiderio di vendicarsi e di “scuoiarlo”. Le stesse minacce rivolte a Roberto Saviano, a Rosaria Capacchione, a Marilena Nataleche domani, a Caserta, sarà in un’aula di un tribunale per testimoniare contro i suoi presunti aggressori.

...continua a leggere "Togliere la scorta a Ruotolo è sbagliato e pericoloso"

FONTE PRESSENZA.COM

31.01.2019 - Countercurrents

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

 

Le sanzioni economiche degli USA sono state il peggior crimine contro l’umanità dalla seconda guerra mondiale in poi: hanno ucciso più persone innocenti di tutte le armi nucleari, biologiche e chimiche mai usate nella storia dell’umanità.

Il fatto che per gli USA il problema del Venezuela è il petrolio, non la democrazia, sorprenderà solo chi segue i media mainstream e ignora la storia. Il Venezuela ha le più grandi riserve di petrolio del pianeta.

Gli USA cercano di controllare il Venezuela perché si trova nell’intersezione strategica fra i Caraibi, il Sud e il Centro America. Il controllo di questa nazione è sempre stato un modo molto efficace per proiettare il potere in queste tre regioni e oltre.

Dal primo momento in cui Hugo Chavez si insediò, gli Stati Uniti hanno cercato di rovesciare il movimento socialista del Venezuela usando sanzioni, tentativi di colpo di stato e finanziando i partiti di opposizione. Dopo tutto, non c’è niente di più antidemocratico di un colpo di Stato.

Alfred de Zayas, relatore speciale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha raccomandato, solo pochi giorni fa, che la Corte penale internazionale indaghi sulle sanzioni economiche contro il Venezuela come un possibile crimine contro l’umanità perpetrato dagli USA.

Negli ultimi cinque anni, le sanzioni USA hanno tagliato fuori il Venezuela dalla maggior parte dei mercati finanziari, il che ha causato il crollo della produzione locale di petrolio. Di conseguenza, il Venezuela ha subito il più grande calo del tenore di vita di qualsiasi altro paese della storia latinoamericana. ...continua a leggere "Sanzioni di distruzione di massa: la guerra degli USA contro il Venezuela"

 

Il grande fiume delle notizie che scorre nel e dal web appare sempre più come avvolto in una nebbia che impregna ogni oggetto della comunicazione.
Le narrazioni, la creazione di nuovi contesti immaginari molto spesso basati su fake news, questi sono i prodotti di nuova generazione degli spin doctor che si avvalgono delle profilazioni di massa…
La manutenzione, la gestione e il rilancio delle paure è il nuovo "lavoro politico" degli specialisti del consenso.
Di solito questi lavori "sporchi" sono delegati a team di specialisti della manipolazione.
La paura dei migranti è la merce più gettonata, viene alimentata, c'è la preoccupazione che il calo dei flussi di naufraghi faccia crollare la tensione e le paure così importanti per la tenuta dell'audience.
Il fiume di merda che viene alimentato è troppo importante perchè si pensi alla soluzione dei problemi.
Un tempo la struttura organizzativa di un partito aveva un certo numero di persone addette alla stampa e propaganda, alla formazione quadri, ai dipartimenti tematici. Tutto questo ai post partiti non serve più. Le politiche economico sociali sono delegate alla elaborazione delle lobbies.
Ai post partitit servono comitati elettorali sostenuti da lobbies. La elaborazione dei programmi politici è data in outsourcing a think tank. Gli eventi formali, convention, raduni dei fans non hanno nulla a che fare coi tradizionali congressi, sono meeting di propaganda, momenti di sperimentazione del grado di consenso di certe parole d'ordine.
Certo può permanere una struttura di partito tradizionale ma nei fatti non conta quasi più nulla, ciò che conta è la retro cucina del consenso, con gli apparati di profilatori e gestori del consenso nei social .
Queste caratteristiche con profili organizzativi diversi sono proprie di partiti post-moderni come Lega di Salvini e Movimento Cinque Stelle.
Nulla avviene per caso: le stesse bizzarrie come quella del Salvini di portare sempre divise della Polizia di Stato o dei Carabinieri non sono frutto di una mania del leader leghista ma una scelta di comunicazione politica.
Le scene sono un pò penose: raduni di militanti che si autoesaltano durante i discorsi del capo che rilanciano gli items che sono parte intima delle convinzioni profonde recuperate dai loro stessi profili.
Per il Movimento 5 Stelle le dinamiche sono analoghe anche se meno grezze.
Per concludere: viviamo in un'epoca post democratica, le forme partito sono mutate profondamente. L'illusione della partecipazione copre forme di manipolazione profonda basata sui big data ricavati dalla profilazione di milioni di persone.
[ Continua ]

Editor

 

 

Maurizio Landini ha preso in mano la ultracentenaria Cgil con la forza di un tornado, ma la sua non è una forza distruttrice. Si potrebbe parlare di sindacato del cambiamento se non fosse che chi usa questo sostantivo in politica è un gattopardo che vuole cambiare tutto per non cambiare niente, come fa il governo gialloverde o giallonero che dir si voglia con le politiche economiche, liberiste erano e liberiste restano. Landini vuole bene alle persone che rappresenta, ha con loro una connessione sentimentale per dirla con Antonio Gramsci.

...continua a leggere "Loris Campetti: Landini segretario della Cgil in attesa del 9 febbraio"

 

Di fronte ai rischi nell'affrontare un processo per la vicenda della nave Diciotti il coraggioso Capitano se la da a gambe.
Meglio non rischiare, sarebbe difficile spiegare le ragioni del sequestro dei naufraghi per giorni sulla nave della Guardia Costiera italiana.
L'ultima trovata per trovare uno straccio di giustificazione riguarda la presunta presenza di terroristi islamici nascosti tra i naufraghi. I n questo caso, a maggior ragione, il ministro doveva sbarcare immediatamente  e identificare con precisione i naufraghi in modo da identificare gli eventuali terroristi o spacciatori…
Dopo le eroiche dichiarazioni di qualche giorno fa nelle quali  il Comandante ribadiva  di volere andare a tutti i costi a  processo, che non intendeva sottrarsi in alcun modo al giudizio della magistratura,   ieri ha cambiato  improvvisamente idea. I consigli di consulenti legali di fiducia l'hanno dissuaso a fare lo sbruffone, verosimilmente la preoccupazione di una eventuale condanna hanno indotto il dietrofront e la richiesta di solidarietà a tutto il governo.
Questa giravolta ha messo nei guai i M5S . Ora il giochetto è scoperto: devono condividere tutte le responsabilità del ministro. Non si possono più nascondere: hanno anche loro una responsabilità rispetto alle nefandezze compiute dal ministro degli interni.
Per gli elettori in buona fede del M5S è giunto il momento per una serie riflessione sul vicolo cieco in cui si sono infilati con il Contratto. Il "sequestro" dei naufraghi della nave Diciotti non era previsto … nel Contratto…

G.R.

FONTE NUJ 

29 gennaio 2019

La proficua legislazione volta a contrastare la criminalità all'estero creerà nuovi pericoli per i giornalisti e comprometterà la libertà di stampa, ha avvertito il NUJ.

Nonostante i ripetuti avvertimenti del sindacato sui pericoli contenuti nella legge sul crimine del governo (Overseas Production Orders), il governo ha insistito con il disegno di legge, che raggiungerà la sua fase di relazione in Parlamento domani, mercoledì 30 gennaio.

La legge sul crimine (Overseas Production Orders) consentirà al governo del Regno Unito di concludere accordi con i governi stranieri in modo che possano richiedere l'accesso alle informazioni archiviate nel Regno Unito. Questi nuovi poteri non saranno accompagnati da salvaguardie per i giornalisti che lavorano nel Regno Unito o per i giornalisti che vivono in esilio.

Da settembre il NUJ ha incontrato una serie di parlamentari che sottolineano come il progetto di legge non rispetti le salvaguardie di base contenute nel Police and Criminal Evidence Act (PACE) 1984 e le autorità hanno già ampi poteri di sorveglianza definiti nelle Potenze investigative Act (IPA) 2016. Questo nuovo disegno di legge consente alle autorità di accedere al contenuto delle comunicazioni elettroniche dei giornalisti e rappresenta un'ulteriore erosione dei diritti fondamentali alla privacy e alla libertà di espressione.

Michelle Stanistreet , segretario generale della NUJ, ha dichiarato:

"Questo governo conservatore ha ripetutamente dimostrato il suo disprezzo per il giornalismo e il disprezzo per la libertà di stampa, introducendo inesorabilmente nuove leggi e poteri che minano e compromettono la capacità dei giornalisti di svolgere il loro lavoro con integrità e sicurezza.Questo governo ha cercato di limitare la libertà esistente della legge sull'informazione, ha introdotto la legislazione sulla sorveglianza draconiana, ha cercato di rendere più facile perseguire i giornalisti riformando la legge sui segreti ufficiali e ora sta spingendo una legislazione che trascura le poche protezioni legali che ci sono per materiale e fonti giornalistiche. Ufficio per rinunciare al contenuto delle nostre comunicazioni elettroniche a governi stranieri.Quindi non dubitiamo - questo governo sta orchestrando un ambiente legale deliberatamente ostile per tutti i giornalisti ".

 

Lo scempio della nave SEA WATCH bloccata alla rada con 49 ostaggi-naufraghi a bordo, gli atti sempre più ossessivi del ministro degli interni sono la cifra di questa fine del mese di gennaio 2019.
Un argomento importante, la gestione dei flussi migratori,  per il momento non più prioritario, viene enfatizzato come fosse l'inizio e la fine di tutti i problemi di questo povero e disgraziato paese.
I dati dei flussi migratori sono crollati. Sulla enfatizzazione dei flussi migratori , " siamo invasi", si vuole continuare ad alimentare una tensione inautentica ed una polarizzazione dell'opinione pubblica utile per la campagna elettorale leghista per le elezioni europee del 26 maggio.
In questa rappresentazione delirante della realtà Salvini e Di Maio vorrebbero continuare fino maggio e forse oltre. Mentre si polarizza giustamente l'attenzione sullo scempio delle politiche del ministro dell'interno verso i migranti circa centomila ragazze e ragazzi se ne sono andate e andati dall'Italia per cercare opportunità di lavoro anche molto qualificate all'estero.
I provvedimenti del reddito di cittadinanza e quota 100 molto ridimensionati rispetto alle promesse elettorali saranno forse l'unico atto di governo nei prossimi mesi.
I cinque stelle perderanno molti consensi perchè la linea "governativa" di Di Maio ha svuotato l'impianto ideologico che in qualche misura aveva convinto fascie di elettorato non di destra a votarli, come atto di fiducioso "investimento".
Ora questo "investimento" si è volatilizzato per l'adattamento del M5S alle politiche salviniane.
Bisogna ricominciare a parlare dei problemi da risolvere nel breve e medio periodo.
Non voglio ripetere l'elenco: occupazione e nuovi lavori da sviluppare con investimenti strategici, riassetto ambientale, strategie di riorganizzazione del sistema dei pubblici servizi, ecc
L'imperativo è cominciare a rimettere in agenda queste priorità e mantenere al contempo una presenza forte per contrastare la deriva disumana delle politiche del ministro degli interni contro gli immigrati.

Gino Rubini, editor di Onde Corte

 

foto da Pressenza.com

 

Il livello di sostenibilità politica e democratica del ministro degli interni rispetto alla vicenda dei " porti chiusi" è ormai superato da tempo. Siamo di fronte ad un signore che emette direttive, a quanto pare, delle quali non sarebbe possibile trovare traccia documentale negli uffici a ciò dedicati del Viminale e delle Capitanerie di Porto…

Gli stessi divieti rispetto alle prerogative costituzionali di parlamentari del Parlamento italiano ad accedere per un ispezione sulla motonave SEA WATCH ove si trovano da oltre 10 giorni 49 naufraghi salvati, paiono essere privi di validità giuridica, nel caso in fattispecie.

Hanno fatto molto bene gli onorevoli che hanno deciso di non obbedire a norme di dubbia costituzionalità, per lo più circolari dirette ai prefetti (?)

Questa pagliacciata dei "porti chiusi" ci sta mettendo fuori gioco nelle relazioni internazionali per la molteplicità di trattati internazionali  violati e messi in discussione. La campagna elettorale del personaggio che ricopre il ruolo di ministro degli interni costerà agli italiani, tutti, non solo agli elettori del ministro degli interni, molto, tantissimo.
Questo sarà il risultato di questa ossessiva e ottusa  campagna venata di razzismo.

editor

FONTE ARTICOLO21

 

Nonostante il freddo intenso dell’inverno, il rischio per le condizioni del mare e I continui naufragi dall’inizio dell’anno 4.507 persone hanno già attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Di chi non è sopravvissuto si sa poco o nulla, tranne che, come nel caso del gommone con a bordo 200 persone, sprofondato al largo della Libia, non ci sia la testimonianza di chi è scampato alla morte.
L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che segue con crescente apprensione la situazione dei flussi migratori provenienti dalle coste libiche, lancia un appello dopo gli ultimi eventi dei giorni scorsi e i numerosi ‘incidenti’ legati a operazioni di soccorso, come quello del mercantile che ha ricondotto in Libia persone soccorse in mare e l’incapacità, o meglio la mancanza di volontà, delle Guardia Costiera libica di garanti interventi nell’area di ricerca e di soccorso (SAR) di propria competenza.

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Comunicato stampa dell’ASGI

ASGI: Sui soccorsi in mare siamo tutti coinvolti.Vicini alle ONG ma serve un cambio di strategia e l’Unione Europea deve stare dalla parte dei diritti delle persone

Nei giorni in cui si moltiplicano le morti in mare e Sea Watch ha a bordo 47 persone che rischiavano il naufragio nel tentativo di fuggire dalla Libia, ASGI esprime forte preoccupazione per le politiche inerenti l’accesso a un porto sicuro nelle operazioni di soccorso in mare e invita la Commissione Europea ad assumersi le proprie responsabilità.

Nel corso degli ultimi mesi le operazioni di soccorso in mare sulla rotta libica, condotte dalle ONG, si sono concluse con faticose contrattazioni politiche con singoli paesi membri dell’UE e hanno condotto allo sbarco delle persone soccorse a Malta o in Spagna, con la promessa di altri stati membri di accogliere le stesse in applicazione di una sorta di relocation.

L’incapacità dei Governi di trovare un accordo sulla riforma del Regolamento Dublino, come invece fatto dal Parlamento europeo, determina continue tensioni tra gli stessi Governi e la necessità di trovare soluzioni ad hoc al momento basate solo sulla adesione volontaria degli Stati.

Appare necessario ricordare che l’obbligo degli Stati di garantire lo sbarco in un luogo sicuro delle persone soccorse in mare nel più breve tempo possibile, sancito dalla normativa internazionale e nazionale, non può in alcun caso essere condizionato dalla disponibilità di altri Stati ad accogliere successivamente le persone sbarcate.

Inoltre, ASGI invita le ONG che operano o si accingono a fare operazioni di soccorso in mare a ricorrere alle strade più prettamente legali e ad adire le Corti nazionali e internazionali per consentire formalmente l’esercizio dei diritti riconosciuti dagli ordinamenti europei a tutte le persone che si trovano in condizioni di pericolo in mare, a prescindere dalla loro condizione giuridica.
ASGI ritiene, infatti, che percorrere esclusivamente la via della contrattazione politica caso per caso, di fatto tenendo in ostaggio i migranti, oggi più che mai, non possa che condurre a soluzioni che si pongono in aperta violazione dei diritti delle persone soccorse contribuendo a rendere sistematico l’utilizzo di pratiche politiche che si pongono al di fuori del quadro normativo dell’Unione europea e del diritto internazionale in materia di soccorso in mare e diritto d’asilo, come accaduto per la “soluzione” trovata sotto il controllo della Commissione europea dopo ben 19 giorni di attesa in mare per chi si trovava a bordo della nave di Sea Watch.
ASGI incoraggia il fondamentale intervento di soccorso operato dalle ONG nel Mediterraneo lungo la rotta libica e invita queste ultime a favorire e promuovere l’esercizio del diritto all’accesso tempestivo a un porto sicuro a seguito dei salvataggi effettuati, anche tramite azioni giudiziarie, che in caso di esito positivo potrebbero meglio tutelare gli interessi dei soggetti coinvolti anche in ottica futura. Si tratta di azioni necessarie non solo per tutelare i diritti delle persone soccorse, ma anche, più in generale, per porre un freno alle sconsiderate politiche europee e dei singoli Governi che oggi più che mai sono responsabili delle morti nel Mediterraneo.

L’ASGI, infine, esprime una ferma disapprovazione nei confronti dell’azione della Commissione Europea che, nel corso del 2017 e del 2018, ha sistematicamente evitato di azionare gli strumenti giuridici previsti dall’ordinamento europeo (ad es. avviando procedure d’infrazione contro gli Stati che hanno violato la normativa europea) e di esercitare il suo ruolo politico sui Paesi membri sia al fine di rendere effettivo il rispetto dei loro obblighi, inclusi quelli di ricerca e soccorso in mare, sia non sostenendo con maggior forza la riforma del Regolamento Dublino che vincolerebbe ad un’equa distribuzione dei richiedenti protezione internazionale nei vari Stati europei, tenendo altresì conto dei legami significativi dei richiedenti stessi .
L’appiattimento sulle posizioni dei singoli Governi si è riflesso in questi anni nella approvazione di misure inidonee ad affrontare la complessità del fenomeno dell’immigrazione e dell’asilo e nella mancanza di strumenti concreti volti ad assicurare il rispetto degli obblighi di ricerca e soccorso in mare, del conseguente tempestivo accesso ad un porto sicuro in caso di salvataggio e della non criminalizzazione delle ONG.

L’effetto di queste azioni ed omissioni è stato una drammatica contrazione del numero delle persone soccorse lungo la rotta libica, così condannate a perdere la vita durante la traversata o a essere forzatamente ricondotte nelle spaventose carceri libiche.

 

FONTE PRESSENZA

20.01.2019 - Eva Marín, Barcellona Redacción Barcelona

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Centinaia di dimostranti a sostegno di Open Arms

Circa 500 persone, secondo la polizia (2.000 secondo gli organizzatori) hanno aderito alla manifestazione convocata ieri pomeriggio da parte dei volontari di Open Arms come forma di protesta riguardo il blocco da parte della Capitaneria Marittima (Ministero dello Sviluppo) circa la navigazione di Open Arms nel Mediterraneo centrale. Open Arms è un’organizzazione non governativa e senza scopo di lucro la cui missione principale è il salvataggio in mare di coloro che tentano di giungere in Europa sfuggendo a conflitti bellici, persecuzione o povertà. Di fronte all’ingresso della Delegación del Gobierno Español in calle Mallorca, luogo in cui, alle 16, ha avuto inizio la manifestazione, Òscar Camps, fondatore di Open Arms, ha dichiarato che“tali decisioni costano vite umane”.

Ogni giorno che passa nel Mediterraneo si perdono vite umane ...continua a leggere "Centinaia di dimostranti a sostegno di Open Arms"

 

Fonte Pressenza.com

Dopo aver rinviato l’inizio dell’udienza per più di dieci ore, il Tribunale Penale Orale 3 di Jujuy ha condannato la leader sociale Milagro Sala a 13 anni di carcere, giudicandola colpevole di crimini di associazione illecita, estorsione e frode allo Stato nella causa conosciuta come “Pibes Villeros” che è poi la principale tra le numerose istruite ad arte per impedire che la dirigente sociale si possa presentare alle elezioni contro l’attuale governatore Gerardo Morales, suo avversario politico da sempre.

La sentenza è giunta nonostante che il pubblico ministero non sia riuscito a fornire prove, se non le testimonianze di un ex affiliato della Tupac, arrestato proprio ieri per traffico di stupefacenti, e di sua madre, ex deputata eletta nella lista ispirata dall’organizzazione di quartiere, incarcerata in un primo momento e poi liberata quando ha cominciato a “collaborare con la giustizia”.

“Oggi voi, donne giudici, come donne e lavoratori, passerete alla storia per qualsiasi cosa decidiate, nel bene e nel male”, aveva detto Milagro prima della sentenza. Ed aveva aggiunto: “Tutti i miei compagni ed io siamo innocenti. Non abbiamo rubato nulla e non a caso le nostre opere sono riconosciute a livello internazionale; ci processano perché siamo poveri e coya (il nome con cui si designano gli originari della zona, n.d.r)”.

Il Collegio di difesa ha già presentato appello.

Fra pochi giorni si compiranno tre anni dall’incarcerazione preventiva di Milagro Sala dopo la pacifica protesta (un sit-in) di fronte alla sede del governatorato di Jujuy che generò una prima ridicola causa per disturbo della quiete pubblica e occupazione illecita di suolo pubblico. Contro questa incarcerazione eccessiva ed illecita si sono pronunciate istituzioni e associazioni internazionali e si è mobilitata l’opinione pubblica costituendo, in Argentina e in numerosi paesi del mondo, comitati per la liberazione di Milagro Sala e di tutti i prigionieri politici.

Fonte Pressenza

15.01.2019 Redazione Italia

Quest'articolo è disponibile anche in: SpagnoloFrancese

Evo Morales denuncia la “ingiusta condanna” a Milagro Sala
(Foto di PRI)

Tra le numerose voci che si sono levate a livello internazionale  oggi quando è stata resa nota la condanna di Milagro Sala per la causa “Pibe Villeros” spicca quella di Evo Morales, Presidente della Bolivia che in un tweet dal suo account personale dice:

La nostra solidarietà a Milagro Sala, ingiustamente condannata a 13 anni di carcere per aver lottato per una vita migliore per i poveri e gli indigeni del suo paese. Speriamo che questa situazione si inverta e le auguriamo molta forza in questi tempi difficili.

Evo Morales era già stato vicino alla causa della dirigente della Tupac Amaru con cui condivide la linea generale di rivendicazione dell’Abya Yala cioé del nome che alcuni popoli indigeni davano e danno all’america nel senso del recuperare e rendere vive le tradizioni dei popoli originari.

NOTIZIE

 

La soluzione alla disinformazione nell'espansione e nel finanziamento di piattaforme nel controllo dei fatti ma, come sostengono alcuni esperti, nel sostegno più forte a un ecosistema dei media più sostenibile ea un giornalismo di qualità. Foto scattata nel 2016 dal Centro stampa del Consiglio dell'UE.

(Servizio audiovisivo CE / Mauro Bottaro)

Secondo un'analisi pubblicata dal Washington Post , il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto più di 30 false dichiarazioni al giorno, sei volte più del solito, durante la campagna elettorale a medio termine. Secondo questo quotidiano, l'imminenza delle elezioni ha provocato un'esplosione di entrambe le affermazioni infondate dei politici che la proliferazione di notizie false o "Infox" sui social network.

Questo è anche quello che è successo durante i due turni elettorali in Brasile, secondo le principali istituzioni incaricate di missioni di osservazione, come l'Organizzazione degli Stati americani (OAS). Quest'ultimo sottolinea, in un rapporto sulle elezioni, che fino ad ora non vi era mai stata una tale circolazione di informazioni di dubbia provenienza. È per questo che ha chiesto di indagare il Brasile dopo le lamentele che ha rivelato organizzate reti di creazione e diffusione di notizie false, finanziati da aziende private, al fine di diffamare il Partito dei Lavoratori (compresi i fatti rivelati da il quotidiano Folha de São Paulo ).

 

"Il Brasile è stato un avvertimento per noi perché attesta l'esistenza di questa massiccia disinformazione che, per la prima volta, si diffonde principalmente attraverso WhatsApp " ,afferma Myriam Redondo, specialista di verifica giornalistica. " C'è anche un'evoluzione nel formato delle notizie false: siamo passati da informazioni fuorvianti a una predominanza di" meme "e immagini che sono finte o fuori contesto. "

Messaggi duri, progettati per sfruttare le emozioni del destinatario, leggere immediatamente, adattati a tutti gli spettatori indipendentemente dal loro livello culturale e che, circolando su un social network chiuso come WhatsApp , sono più difficili da smascherare. Infatti, durante la campagna brasiliana, Cristina Tardáguila di Agencia Lupa(specializzata in fatto di controllo o " fact-checking " in inglese) ha chiesto, senza successo, a WhatsApp di limitare la possibilità di invio di massa. messaggi attraverso questa applicazione.

È in questo contesto complesso che i gruppi di ricerca di fatti (composti principalmente da giornalisti e analisti di dati) si stanno moltiplicando su scala globale senza disporre di un solido piano economico per garantirne la redditività. " La maggior parte delle piattaforme di audit si trova ad affrontare problemi di finanziamento. Solitamente, ottengono le loro entrate attraverso sovvenzioni, donazioni da sponsor, collaborazioni con i media o contributi da partner " , dice Clara Jiménez, co-fondatrice di Maldita.es , uno dei pionieri team di verifica spagnoli.

Queste tre fonti di finanziamento (specialmente nel caso di quest'ultimo, basato sulla creazione di una rete di supporto ai cittadini) richiedono un sacco di tempo e di sforzi che le piattaforme sono obbligate a " sacrificare " per combattere la disinformazione sul web. Questo trabocchetto sarebbe, almeno in teoria, più facile da superare con sussidi istituzionali, sia a livello nazionale che sovranazionale.

A partire da quest'anno, l'Unione europea aumenterà il suo sostegno annuale al sistema giornalistico da 8 milioni di euro concentrandosi su programmi che vanno dalla cultura digitale dei cittadini alla promozione della pluralità dei media.

È in questo contesto di maggiore coinvolgimento della comunità che potrebbero essere create le iniziative che sono state previste, come la creazione di un team europeo specializzato nel controllo dei fatti o un canale di finanziamento specifico per le piattaforme. forme attualmente dedicate a questo lavoro.

La decisione di accettare o meno queste iniezioni di fondi istituzionali ha scatenato un grande dibattito tra i professionisti della verifica dei dati in tutto il mondo. " Non possiamo lavorare su progetti con aiuti pubblici o accettare denaro da istituzioni come l'Unione europea. Se uno dei suoi loghi appare sulla nostra pagina web, perdiamo la nostra credibilità. Il pubblico euroscettico dubiterebbe della nostra indipendenza su questioni come Brexit, per esempio " , afferma Jiménez.

La giornalista Ana Pastor, fondatrice di Newtral , una piattaforma pioneristica in Spagna nel campo della verifica giornalistica, è nella stessa direzione. Questa piattaforma fa parte di questo lavoro in diretta sui social network e in televisione. " Ovviamente, abbiamo bisogno di soldi per svolgere il nostro lavoro, ma ci sono anche altre forme di collaborazione: ad esempio, un migliore accesso a dati, fonti, maggiore trasparenza e collaborazione continua. Tuttavia, dobbiamo sempre rispettare i principi fondamentali della libertà di espressione e il diritto di dare e ricevere informazioni ", afferma.

Controllo dei fatti: una regola più che un'eccezione

Per altri esperti, come Ricardo Gutiérrez, segretario generale della Federazione europea dei giornalisti, la soluzione al problema delle notizie false non riguarda solo la moltiplicazione e il finanziamento di piattaforme specializzate nella verifica dei dati. Tra le altre cose, si concentra sulla forza e sulla qualità del sistema giornalistico in generale e dei professionisti che lo compongono.

Tutti i giornalisti sono ispettori dei fatti. Non dobbiamo propagare l'idea (errata) che i giornalisti non controllino le informazioni; che ci sono solo i "superjournalists", i "fact-checkers" che li [verificano]. [Inoltre,] alcuni studi hanno dimostrato che i controllori dei fatti hanno poco impatto . La lotta contro la disinformazione sarebbe molto più efficace se si basasse sui 600.000 giornalisti professionisti in Europa ", insiste.

Ogni media e ogni giornalista deve assumersi la responsabilità di non amplificare le notizie false pubblicandole nel proprio spazio. E se ciò accade, devono rapidamente aiutarli a negarli " , afferma Redondo, esperto di controllo di rete.

Il lavoro quotidiano delle piattaforme di verifica dei dati, tuttavia, rivela che ci sono molte notizie false che non hanno bisogno di parassitare i media per diffondersi a livello globale. Secondo questi gruppi di revisori, la loro individuazione sarebbe molto complicata senza servizi specifici che svolgono un lavoro sistematico e che tendono a fare affidamento sulla collaborazione dei cittadini.

Ogni giorno, siamo alla ricerca di ciò che ci accade attraverso il nostro servizio di verifica di WhatsApp, che il team di Newtral ha installato per la prima volta in Spagna. Permette a qualsiasi cittadino di scriverci e farci domande su un titolo, un montaggio o una foto che sembrano sospetti. Studiamo i dati, facciamo telefonate, consultiamo esperti, seguiamo la storia virale su Internet ... E rispondiamo a ciascun utente con un messaggio personalizzato", afferma Lorena Baeza, giornalista di Newtral .

Legislato o censura: un equilibrio difficile

Fermare il flusso di queste bugie interessate che circolano in tutto il mondo attraverso i social network come Facebook e Twitter solleva un altro grande dibattito: la necessità o meno di legiferare per affrontarlo .

Una relazione congiunta Access Now , Civil Liberties Union per l'Europa e l'European Digital Rights sul ruolo che l'Unione europea deve svolgere nella lotta contro la disinformazione ( Informare il dibattito "disinformazione" ) sconsiglia cedere alla tentazione di sanzioni, come hanno già fatto la Germania, la Francia o l'Italia. " Nella Federazione europea dei giornalisti condividiamo questa opinione " , afferma Ricardo Gutiérrez. " In effetti, il 23% degli informatori europei è stato oggetto di minacce legali basate su leggi sulla diffamazione. Le nuove leggi contro le notizie false aumenteranno la pressione ", avverte.

La più grande paura è che un possibile quadro legislativo contro la disinformazione servirà come scusa per coloro che vogliono limitare la libertà di stampa e le voci di dissenso. Gruppi internazionali di comunicatori stanno già dando l'allarme su questo pericolo. "I regimi autoritari avrebbero usato tale legislazione contro i giornalisti e i media tradizionali. Siamo molto preoccupati per ciò che sta accadendo in Italia. E ancora di più della situazione in Ungheria, Polonia, ecc. Un recente studio del Consiglio d'Europa mostra che il 30% dei giornalisti europei pratica l'autocensura " , afferma Gutiérrez.

Il regolamento "ideale" è anche molto difficile da definire perché è un fenomeno di cui non si conosce ancora il pieno impatto. " Nessuno studio scientifico è stato ancora in grado di misurare l'influenza sociale e politica di questa disinformazione. Per ora, possiamo solo supporre alla sua gravità " , conclude la signora Redondo.

Questo articolo è stato tradotto dallo spagnolo.