Quella scoria di troppo

Autore Alessandro Graziadei

Fonte UNIMONDO  che ringraziamo 

In barba a due referendum, un giorno Matteo Salvini dal Governo, un giorno Carlo Calenda dall’opposizione, e un giorno da Dubai i Paesi “nuclearisti” (con l’annuncio fatto durante l’ultima COP dell’impegno siglato da 22 Paesi per triplicare la capacità di generazione nucleare entro il 2050), la favola del nucleare “pulito e sicuro” di “ultima generazione” composto da “piccoli reattori modulari” (ancora tutti sulla carta) ci viene regolarmente proposta come “La” risposta per integrare il bisogno energetico europeo e italiano dei prossimi 30 anni nell’inevitabile percorso di decarbonizzazione. Se è vero che ad oggi l’energia nucleare detiene una rilevanza significativa nel mix energetico globale contribuendo alla generazione del 10% di elettricità, che sale al 25,4% in Unione Europea, la stessa Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) già nel 2021 aveva sviluppato un percorso verso le emissioni zero in cui nel 2050 il 90% della produzione globale di elettricità sarebbe potuta tranquillamente derivare dalle energie rinnovabili (attualmente al 29% includendo l’idroelettrico), di cui il 70% da solare ed eolico. Nel merito del perché c’è ancora tanto interesse verso l’idea di sviluppare l’energia nucleare si è occupato in modo puntuale il fisico, climatologo e divulgatore scientifico Roberto Barbiero sul sito dell’Agenzia di Stampa Giovanile, noi oggi vorremmo qui occuparci di un problema troppo spesso trascurato e non ancora risolto, quando si parla di nucleare nel Belpaese: le scorie. Sì perché l’utilizzo della radioattività e delle sue proprietà energetiche porta alla produzione di materiali radioattivi che, quando non possono essere più utilizzati, diventano rifiuti che, emettendo radioattività, devono essere gestiti in maniera adeguata a evitare rischi per l’uomo e per l’ambiente.

In Italia i rifiuti radioattivi, finora prodotti dagli ospedali e principalmente dalla nostra precedente esperienza “nuclearista” durata dal 1963 al 1990 perché chiusa con il referendum del 1987 (e mai riavviata grazie anche al referendum del 2011) sono stati portati all’estero o sono ancora custoditi in depositi “temporanei”, ma non hanno mai potuto confluire in un Deposito Nazionale e un Parco Tecnologico per permettere lo stoccaggio in sicurezza e in via definitiva visto che non si è mai trovato un posto dove costruirli. Dopo anni di attesa, lo scorso 14 dicembre il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE) ha ri-pubblicato l’elenco delle aree presenti nella Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), che individua le zone dove realizzare in Italia il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e il Parco Tecnologico per  permetterne lo stoccaggio in via definitiva. Tuttavia, visto che nessuno dei Comuni individuati nelle aree idonee si è negli anni fatto avanti per ospitare il Deposito, mostrando anzi una netta contrarietà alla localizzazione sul proprio territorio, una nota del Ministero specifica adesso che “Gli enti territoriali le cui aree non sono presenti nella proposta di CNAI, nonché il Ministero della difesa per le strutture militari interessate, possono entro trenta giorni dalla pubblicazione della Carta [del 14 dicembre], presentare la propria autocandidatura ad ospitare il Deposito nazionale e il Parco tecnologico e chiedere al MASE e alla Sogin di avviare una rivalutazione del territorio stesso, al fine di verificarne l’eventuale idoneità”. Una svolta? Secondo Legambiente, “Sulla questione aree idonee ad ospitare il Deposito nazionale delle scorie nucleari, ancora una volta si è fatto il solito pasticcio all’italiana” perché sarebbe “Assurdo prevedere la possibilità di autocandidature anche da parte dei Comuni non compresi nella CNAI”. La possibilità di questo tipo di autocandidatura, infatti, lascia prevedere un percorso poco rigoroso e poco attento alla sicurezza dei cittadini, e che finirà per allungare inevitabilmente i tempi per l’individuazione del Deposito, che invece rappresenta una vera urgenza per la sicurezza di tutto il Paese.

Fino al 14 dicembre in Italia l’iter per individuare un sito dove questo deposito possa comportare i minori rischi possibili per tutti, passava per il decreto legislativo 31 del 2010, che prevedeva una procedura di selezione sulla base di criteri di esclusione fissati dalle Autorità di controllo nazionali ed internazionali. Proprio sulla base di questa normativa Soginla società di Stato incaricata della gestione degli impianti nucleari dismessi e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi, aveva definito, attraverso un lungo, seppur tortuoso, percorso partecipativo 51 aree ritenute idonee per ospitare il deposito unico nazionale. Adesso invece gli enti territoriali le cui aree ritenute non idonee non rientrano nella proposta di CNAI possano presentare la propria autocandidatura ad ospitare il Deposito nazionale e il Parco tecnologico. Secondo il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani un controsenso: “Ma perché mai i territori di questi Comuni, se prima non soddisfacevano gli stringenti requisiti richiesti in fase di valutazione, ora invece potrebbero essere ritenuti “idonei” ad ospitare il Deposito nazionale delle scorie nucleari? Si è imboccato un incomprensibile “percorso parallelo” a quello seguito finora, solo per dare modo ai Comuni scartati di ritornare in pista con proprie autocandidature”. Per Ciafani “Il deposito serve, è urgente, si è perso fin già troppo tempo, e va fatto per ospitare i rifiuti a bassa e media attività. Per quelli ad alta attività, visto la trascurabile quantità prodotta fortunatamente in Italia nella sua breve storia nucleare, si deve lavorare a livello comunitario, come previsto dalla direttiva Ue, per individuare un deposito geologico idoneo e il più possibile sicuro, che ospiti quei rifiuti più radioattivi, prodotti prevalentemente da quei Paesi che negli ultimi settant’anni hanno prodotto ingenti quantità di questa tipologia di rifiuti, senza mai trovare una soluzione con cui poter chiudere il circolo, ormai vizioso, intrapreso”.

La necessità di un Deposito Unico per i materiali radioattivi nasce così da esigenze comunitarie di collaborazione e dal fatto che l’Italia, pur non utilizzando più le centrali atomiche, ha accumulato rifiuti radioattivi prodotti nel secolo scorso con lo smantellamento e la bonifica dei siti nucleari, e altri, in minor quantità, che vengono prodotti tuttora per scopi medici o industriali. Ci sono ancora rifiuti radioattivi attualmente stoccati e dislocati su tutto il territorio nazionale in decine di siti non inidonei, con gravi e ingiustificati rischi per tutti. Proprio per questo è importante attenersi rigorosamente al percorso messo in campo con la CNAI, evitando fughe in avanti che non hanno senso e che comprometterebbero la credibilità di quanto fatto finora, esponendo ulteriormente il Paese a lungaggine dei tempi e a rischi inutili. L’impressione è che si tratti di una strada politicamente più comoda e meno problematica da percorrere, in quanto potrebbe evitare al Governo di compiere una scelta impopolare (ma migliore per il Paese) demandando la decisione a qualche sacrificabile e sconsiderato Comune, meno idoneo ad ospitare il Deposito Unico e il suo Parco Tecnologico. Magari ringraziando l’eventuale avventato Sindaco con un futuro seggio parlamentare o un ruolo politico nazionale…