Pietà l’è morta. E anche l’onestà intellettuale del giornalismo italiano.

di Nico Macce

Schermata 2015-03-03 a 23.47.22Per comprendere il ruolo di disinformazione che hanno i nostri media prendo due esempi freschi freschi.

Il primo è un raffronto tra gli attacchi brutali della polizia messicana contro gli insegnanti in lotta (qui e qui le informazioni del caso) e l’omicidio di Nemtsov a Mosca, un presunto oppositore di Putin.
 Se digitate “Messico e insegnanti” su Google, appaiono pagine della sinistra radicale. Ciò significa e conferma ciò che ho potuto constatare in questi giorni, ossia che sui media, di un fatto così importante e di sangue non c’è traccia. O molto, molto poco e senza alcuna riflessione politica, quasi fosse un fatto di cronaca, di delinquenza comune in un paese democratico a prescindere.

l’articolo segue su fonte carmillaonline.it

MISURARE LA FATICA NEL LAVORO, INTERVISTA A ROBERTO BENNATI ESPERTO DI ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO, COLLABORATORE FIOM CGIL EMILIA ROMAGNA

A Roberto Bennati, esperto di organizzazione del lavoro che collabora da anni con la FIOM CGIL EMILIA ROMAGNA, abbiamo chiesto di fare il punto sulla trasformazione  delle condizioni di lavoro nel corso degli ultimi anni e sugli scenari attesi dopo l’approvazione del Jobs Act.

Le domande che gli abbiamo posto:

– In questa fase stanno cambiando anche gli strumenti di misura della prestazione lavorativa fisica e congnitiva sia del singolo lavoratore sia del lavoro di gruppo ?
– Scientificità o arbitrio nella definizione dei nuovi standard ISO in materia di metrica e odl ?
– Quali sono gli strumenti a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici per essere a conoscenza regolare la propria prestazione lavorativa ? Quale contrattazione possibile dopo il Jobs Act ?
– Cosa potrebbe e/o dovrebbe fare il sindacato per dotarsi e dotare i lavoratori di una strumentazione efficace per la contrattazione della metrica , degli orari dei turni, dei carichi di lavoro… ?
– Esperienze e considerazioni su percorsi possibili per contrattare condizioni di lavoro dignitose in quest’epoca storica 

 

 

Dove vola l’avvoltoio

di Alessandra Cecchi

PAH-Blackstone2“Questo è un messaggio dalla Spagna per Blackstone. Noi siamo gli abitanti delle vostre nuove case, case che erano il nostro focolare. Può darsi che voi non ci conosciate… ma ci conoscerete! Il governo spagnolo e la banca, salvata dal fallimento, vi stanno vendendo le nostre case con uno sconto enorme, uno sconto che a noi è stato negato. Ora state alzando i prezzi, ponendoci tutti a rischio di sgombero. Può darsi che vi riteniate intoccabili, nascosti nei vostri uffici a Manhattan. Ma non lo siete. Voi non sapete di cosa siamo capaci… lotteremo per le nostre case, per i nostri diritti, per la nostra dignità, per i nostri figli e figlie, per i nostri nipoti. Lotteremo contro i vostri interessi economici, contro tutto quello che rappresentate. Noi ci impegnamo affinché tutto il mondo sappia chi siete e cosa fate. Tenetevi pronti ! Noi lo siamo !”

segue su fonte carmillaonline.it

 

Rapporto 2014-2015 di Anmesty International sui diritti umani.

E’ stato presentato il 25 febbraio il Rapporto 2014-2015 di Anmesty International sui diritti umani. Nel rapporto il 2014 sarà ricordato per i violenti conflitti e l’incapacità di tanti governi di proteggere i diritti e la sicurezza dei civili.

Un anno catastrofico – lo definisce Amnesty –per milioni di persone intrappolate nella violenza di stati e gruppi armati. Di fronte ad attacchi barbarici e repressione, la comunità internazionale è rimasta assente”.

Ma il 2014 è stato anche un anno che ha visto significativi progressi nella difesa e nella garanzia di alcuni diritti umani. Ha segnato date importanti, quali l’anniversario della fuoriuscita di gas a Bhopal nel 1984, la commemorazione del genocidio in Ruanda del 1994 e l’analisi, a 30 anni dalla sua adozione, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Ha visto l’entrata in vigore del Trattato sul commercio di armi. Momenti che ci fanno riflettere sui passi avanti compiuti ma anche su quanto resti ancora da fare per garantire giustizia alle vittime di gravi violazioni.

“Questo rapporto testimonia il coraggio e la determinazione di donne e uomini che si battono per difendere i diritti umani, spesso in circostanze difficili e rischiose”.

 

Per approfondire la notizia: www.rapportoannuale.amnesty.it

Vincenzo Comito: Quando la Germania era un debitore flessibile

Diffondiamo da www.sbilanciamoci.info del 23 febbraio 2015

 

 

 

Tra l’Ottocento e il Novecento dello scorso millennio lo stato tedesco ha fatto default o ha ottenuto degli alleggerimenti dei suoi debiti ben otto volte

È ben noto come la Germania abbia assunto un atteggiamento intransigente sulla questione del debito pubblico all’interno dell’eurozona e come essa tenda a spingere duramente perché i vari paesi adottino, per risolverlo, delle strette politiche di austerità, politiche che peraltro rischiano di uccidere il malato. Ne abbiamo avuto ancora una riprova con l’attuale crisi greca; nel corso dei negoziati i responsabili del paese teutonico sono stati i capifila e i portabandiera del partito dell’intransigenza, sino ad arrivare all’insulto verso un governo democraticamente eletto.

Ma da diverse parti, negli ultimi tempi, si tende a sottolineare come in passato il paese non sia stato quel campione di virtù che oggi cerca di apparire; in effetti, alcuni studiosi si sono chiesti quale sia stato in concreto, nel corso del tempo, il curriculum di tale paese sulla stessa questione ed hanno trovato degli elementi interessanti.

Si può cominciare ricordando come, certo, la gran parte dei paesi in tutte le regioni del globo sia passata attraverso una o più fasi di default, o comunque di ristrutturazione del proprio debito, nei confronti dei prestatori esteri, ma anche come la Germania sia stata tra i più assidui ad incappare in tale problema.

Apprendiamo così (Reinardt & Rogoff, 2009) che tra l’Ottocento e il Novecento dello scorso millennio lo stato tedesco, in effetti, ha fatto defaulto ha ottenuto degli alleggerimenti dei suoi debiti ben otto volte nel periodo, come del resto la Francia e contro una sola volta per l’Italia e cinque per la Grecia. Va peraltro riconosciuto che i campioni europei in questo sport sono stati gli spagnoli, con ben tredici volte. I tedeschi hanno comunque conquistato un brillante secondo posto a pari merito con il paese transalpino.

La rivalità franco-tedesca e le riparazioni dopo la grande guerra

In un certo senso, la Germania ha cercato di sottoporre la Grecia allo stesso trattamento inflitto alla Francia dopo la guerra franco-prussiana del 1870, quando i cittadini transalpini, dopo la veloce sconfitta, furono obbligati a pagare un grande volume di danni di guerra, 5 miliardi di franchi, pari al 20% del pil di allora del paese; esso dovette inoltre cedere l’Alsazia, una parte della Lorena e dei Vosgi, ai vincitori, che comunque occuparono una vasta area della Francia sino a che non fu effettuato l’intero pagamento del debito, ciò che avvenne, con molta solerzia, nel 1873. Sempre i francesi furono inoltre obbligati a concedere ai nemici la clausola della nazione più favorita.

E viene la prima guerra mondiale. Come è noto, questa volta, alla fine, si rovesciano le parti, la Francia si trova nel rango dei vincitori e la Germania invece in quella degli sconfitti.

L’obiettivo fondamentale del primo ministro francese del tempo, Georges Benjamin Clemenceau, fu allora quello di vendicarsi della sconfitta del 1870 e di annullare praticamente i progressi economici fatti dalla Germania dopo quella data. Egli riuscì ad imporre rilevanti perdite territoriali al paese nemico e cercò parallelamente, nella sostanza, di distruggere, o quantomeno di danneggiare al massimo, il suo sistema economico.

Ecco che lo statista francese riesce ad imporre alla Germania anche il pagamento di danni di guerra molto ingenti. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti si accodarono alla fine alle richieste dell’alleato.

Il problema finanziario che si poneva era comunque abbastanza complesso. Da una parte stavano i prestiti interalleati fatti prevalentemente per acquistare le armi e gli equipaggiamenti relativi (la Gran Bretagna aveva preso a prestito dagli Stati Uniti, la Francia dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti), dall’altra il problema delle riparazioni tedesche a Francia e Inghilterra. Le somme in gioco erano enormi: i debiti interalleati erano stimati in circa 26,5 miliardi di dollari, la gran parte dei quali dovuti agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, mentre la commissione per le riparazioni del 1921 fissò in maniera definita, dopo vari summit preliminari che andavano più o meno nello stesso senso, il debito della Germania in 33 miliardi di dollari, la gran parte dovuti a Francia ed Inghilterra (Aldcroft, 1993). Tali riparazioni avrebbero dovuto essere regolate in rate trimestrali a cominciare dal gennaio del 1922.

Mentre la Francia legava le due questioni, dichiarando che il paese avrebbe ripagato i suoi debiti quando gli sarebbero stati versati i proventi delle riparazioni, la Gran Bretagna e gli Usa avevano chiaro che gli indennizzi non potevano superare certi limiti.

I dubbi di Keynes e i vari tentativi di ristrutturazione del debito

Nel 1919 Maynard Keynes aveva 36 anni e aveva partecipato alla conferenza di pace come rappresentante del governo inglese per le questioni finanziarie. Ma egli si dimise presto, essendosi trovato in totale disaccordo con l’impostazione che gli alleati stavano dando alla sistemazione dell’Europa dopo la guerra.

Egli pubblicò così subito dopo “Le conseguenze economiche della pace”, un saggio molto polemico contro la follia della “pace cartaginese” che i vincitori della guerra stavano, a suo dire, imponendo alla Germania. Le riparazioni avevano un onere finanziario, affermò l’autore, che la Germania non era in grado di sostenere (egli calcolò a questo proposito che il paese avrebbe potuto restituire, grosso modo, solo un quarto della somma stabilita) e previde lucidamente che le conseguenze del trattato di pace sarebbero state molto dannose per il futuro del continente.

I tedeschi cominciarono a versare le prime rate, ma nel corso del 1922 la situazione economica del paese si deteriorò rapidamente, con l’accelerazione dei processi di inflazione e di svalutazione della moneta; i tedeschi chiesero dunque una moratoria dei pagamenti, ma essa fu loro negata. Ma la Germania non era più in grado di pagare (Aldcroft, 1993) e, comunque, non fece nessuno sforzo per tentare.

Nel gennaio del 1923, i francesi e i belgi, di fronte al fatto che i tedeschi non pagavano le somme richieste, decisero di occupare la Ruhr. Ma tale mossa concorse a completare il collasso economico e finanziario della Germania.

Si stabilì, a questo punto, di convocare una conferenza internazionale, che si tenne a Londra nel 1924 e che diede origine al piano Dawes, dal nome del presidente della conferenza, un banchiere americano. Secondo questo piano, la moneta tedesca avrebbe dovuto essere stabilizzata dopo l’enorme livello raggiunto dall’inflazione e le truppe francesi avrebbero dovuto essere ritirate dalla Ruhr. Un flusso di aiuti americani alla Germania avrebbe permesso a quest’ultima di rimborsare i suoi creditori. L’importo totale dei debiti della Germania veniva lasciato quale fissato nel 1921, ma venivano allungati i tempi di pagamento.

Così nel periodo 1924-1930 la Germania prese a prestito soprattutto dagli Stati Uniti circa 28 miliardi di marchi e ne restituì ai paesi alleati come danni di guerra circa 10,3 (Aldcroft, 1993).

Ma, quando nei tardi anni venti, i prestiti statunitensi smisero di arrivare e molte banche straniere richiesero la restituzione di prestiti precedenti, la situazione si fece di nuovo difficile.

Un ulteriore accordo venne così negoziato nel 1929; era il piano Young, dal nome di un altro plenipotenziario statunitense. Il piano proponeva ormai una riduzione del totale del debito tedesco e degli importi da pagare annualmente.

La situazione economica internazionale intanto non fece funzionare l’accordo che per due anni. Nel 1931 la moratoria Hoover sospese per un anno i pagamenti, ma di fatto si trattò di una moratoria definitiva.

Alla fine gli Stati Uniti avevano ricevuto in restituzione dagli alleati circa 2,6 miliardi di dollari, contro crediti per prestiti ed interessi di 22 miliardi. La Francia a sua volta aveva ricevuto in pagamento dalla Germania circa un terzo dell’importo stimato dei danni di guerra (Aldcroft, 1993).

Le riparazioni dopo la seconda guerra mondiale

E viene poi la seconda guerra mondiale. Anche in questo caso, dopo la fine delle ostilità, si trattava di sistemare la questione delle riparazioni.

La conferenza di Postdam nell’agosto del 1945 fissò subito il principio delle restituzione dei danni di guerra e un accordo di base in proposito venne ipotizzato per le zone occidentali del paese nel 1950. Intanto era stato avviato il piano Marshall, con il quale gli Stati Uniti concessero al paese rilevanti somme di denaro per far ripartire la loro economia.

Furono gli Stati Uniti a guidare tutta l’operazione dei risarcimenti nel 1953, consci che fosse necessario aiutare la ripresa della Germania e dell’Europa dopo una guerra devastante, evitando di commettere gli stessi errori del primo dopoguerra. Pesava fortemente, peraltro, anche la volontà degli Stati Uniti di fare della Germania Occidentale un baluardo contro il blocco sovietico.

Così nell’agosto del 1953, dopo trattative durante diversi mesi, ventuno paesi firmarono a Londra un trattato, noto come London Debt Agreement, che consentì alla Germania di suddividere la questione in due parti. La prima corrispondeva ai debiti accumulati fino al 1933, stimati in 16 miliardi di marchi; fu consentito di rateizzare il loro pagamento in 30 anni, a tassi di interesse molto bassi, ciò che equivaleva alla pratica cancellazione dello stesso. L’altra parte, corrispondente ad altri 16 miliardi di marchi e che faceva riferimento ai debiti dell’epoca nazista e della guerra, avrebbe dovuto essere ripagata, secondo modalità da concordare, dopo l’eventuale riunificazione del paese. Ma nel 1990, a processo di unificazione concluso, il governo tedesco si oppose alla rinegoziazione dell’accordo, a ragione in particolare dei costi che sarebbero stati necessari per risollevare economicamente la parte est del paese.

In ambedue le occasioni tra i creditori c’era anche la Grecia, che dovette accettare molto a malincuore tali decisioni.

La stessa Grecia ha sollevato a più riprese, ma invano, la questione dei danni di guerra subiti da parte della Germania. Tra l’altro, in effetti, nel corso delle vicende belliche il paese, occupato dai tedeschi, era stato costretto a prestare al Reich 476 milioni di reichsmark senza interessi. Tale somma corrispondeva ormai nel 2012, secondo alcuni calcoli, a circa 14 miliardi di dollari e a circa 95 miliardi se si calcolavano anche degli interessi al tasso molto ragionevole del 3% annuo. A fine 2014 la cifra totale dovrebbe aver superato i 100 miliardi di dollari.

La Germania si rifiuta a tutt’oggi di prendere in considerazione l’intera partita.

 

Testi citati nell’articolo

-Reinardt C. M., Rogoff K. S., This time is different, Eight centuries of financial follies, Princeton University Press, Princeton, N. J., 2009

-Aldcroft D. H., The european economy 1914-1990, Routledge, Londra, 3a ed., 1993

 

Podcast Audio Diario Prevenzione – Ambiente Lavoro Salute – 27 febbraio 2015 – puntata n° 26

 
 
In questa puntata parliamo di:
 
– Guariniello e la sentenza Eternit: quando si consuma il reato di disastro? una intervista a Punto Sicuro
 
 
– JOBS ACT : COSA CAMBIA NELLA GESTIONE SALUTE E SICUREZZA NEL LAVORO 
 
 
– Primi risultati della seconda indagine Osha Eu su scala europea sulle imprese 12/02/2015
 
 
– Le iniziative programmate il 13 marzo 2015 a Ravenna  in occasione dell’anniversario della tragedia della Mecnavi
 
 
– Jobs act, Poletti: “Smantellare articolo 18? Un anno fa non lo avrei immaginato”
 
 
– Frittura mista – notizie in breve
 
 

 

Prima dell’art.18 (parte quarta)

di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

I licenziamenti barbieri_casa del popolo3collettivi alla Doppieri rivelano la dimensione femminile dell’espulsione dalle fabbriche bolognesi negli anni ’50. È questo un aspetto poco noto, nascosto fra le righe del linguaggio asessuato che caratterizza anche la stampa operaia e comunista di quel periodo, segno della scarsa considerazione attribuita alla contraddizione di genere che si voleva del tutto riassunta nella contraddizione di classe. Un errore, sia sul piano teorico che su quello dell’analisi di una realtà che la guerra mondiale aveva violentemente ribaltato, mutando la divisione sessuale del lavoro, con gli uomini al fronte a far da carne da cannone e le donne a sostituirli in produzione.

Richiamate al lavoro “per il bene della patria”, dopo essere state ricacciate fra le mura domestiche nel corso del ventennio, le casalinghe erano tornate operaie. La resistenza le aveva rese combattenti, non solo nei ranghi delle organizzazioni partigiane, ma come avanguardie della resistenza sociale, nella preparazione di scioperi, manifestazioni, sabotaggi, diffusione della propaganda antinazista, assistenza ai perseguitati politici e razziali 1.

Le donne furono in prima fila negli scioperi della primavera del ’44, con fermate alla Ducati, Calzoni, Weber, SASIB, ACMA, Giordani, OMA, calzaturificio Montanari, SAMA, Baroncini, SALM, Pecori, Hatù. A Castelmaggiore, cento operaie fermarono la VITAM 2, mentre alle Saponerie Italiane (Panigal) di Bologna lo sciopero compatto delle donne impedì la deportazione in Germania di 14 compagne3. A Corticella le operaie bloccarono per tre giorni il pastificio, e negli stessi giorni ad Imola i fascisti spararono su una manifestazione di donne per il pane, uccidendo Maria Zanotti e Livia Venturini4.

Erano queste donne, che avevano affrontato la fame, scavato macerie, seppellito i 2.481 morti dei bombardamenti alleati su Bologna5, quelle che dopo il 21 aprile ’45 una nuova vulgata propagandistica pretendeva di rimandare a casa, come “rimedio” alla disoccupazione dei reduci di guerra.

Fonderia Calzoni: addetta alle staffe per piccole fusioni (1951)

Nel 1951 il 34,6 % della manodopera industriale bolognese era formata da lavoratrici, che erano maggioranza nel tessile/abbigliamento, calzaturiero, tabacco, nella cartotecnica, chimica e gomma,  ma con una presenza significativa anche nella metalmeccanica e metallurgia. Per loro la condizione operaia era più dura. A loro erano riservate le qualifiche inferiori, senza sconti sui lavori di fatica, e con salari notevolmente più bassi (anche del 60%) di quelli dei maschi a parità di mansione. Interminabili gli straordinari non pagati, frequentissime le ammonizioni e le multe, numerosi gli infortuni e le malattie professionali6.

“Vi sono periodi nei quali vengono imposte 15/16 ore di lavoro giornaliero e si resta fino a 6-7 ore senza prendere cibo e guai a chi è sorpreso a mangiare un pezzo di pane. Quando si arriva verso le ore piccole e per la stanchezza, le operaie non reggono più, vengono apostrofate con parole triviali che vanno ad offendere anche la loro moralità. Al mattino, dopo aver cessato il lavoro alle 24 o all’ 1, se il proprietario ritiene che le operaie non lavorino in fretta, sono redarguite con frasi come questa “Cosa fate alla notte, invece di dormire andate in giro per le mura”. (Rapporto sulla ditta Rapalli)

Il padrone, in un primo tempo, pretendeva da cinque operaie la pulitura di 250 paia di scarpe al giorno. Oggi da quattro ne pretende 300, e quando un’operaia non raggiunge questa cifra è insultata con frasi come queste: “Sei una cretina buona a nulla, io ti pago per lavorare e non per tirarti le dita”. Molto spesso, oltre a questo, le operaie vengono multate per lo stesso motivo. Tutto questo è fatto per imporre un ritmo più veloce alla produzione”. (Rosa, licenziata dal calzaturificio Biemme)

Le lavoratrici sono costrette a lavorare a contatto con le sostanze nocive e già alcuni casi gravi di intossicazione si sono verificati … “è sofferente di un notevole grado di astenia con ipotensione arteriosa spiccata, accompagnata da anemia e da disturbi del sistema endocrino. Fra questi ultimi è da notare soprattutto la mancanza dello sviluppo sessuale per ciò che riguarda le mestruazioni, sia per quelli dei caratteri sessuali secondari. Tutti i disturbi sopraelencati sono da ascriversi, potendo scartare con sicurezza altre cause, all’influenza dannosa esercitata dalle sostanze organiche usate nel lavoro”. (Rapporto sulla ditta Deisa)

Weber Carburatori: addetta la trapano (anni '50)

Andai sotto con un dito, perché ci facevano lavorare fino alle dieci della sera senza pause. Al sabato fino a sera, alla domenica fino a mezzogiorno… faceva in maniera di fare un bel magazzino pieno di roba. Poi dopo tre o quattro mesi ci licenziava”. (Bruna, licenziata da La Bolognese).

Era più frequente per le donne la precarietà dei contratti a termine. Le “clausole di nubilato” nei contratti individuali permettevano il licenziamento all’atto del matrimonio, mentre la lettera di dimissioni, fatta firmare in bianco al momento dell’assunzione riappariva dal cassetto della Direzione in caso di sciopero o maternità.

Lavoriamo in 75 donne: la minaccia di licenziamento è uno di quei mezzi che ci mantiene in uno stato di preoccupazione continua, in particolare per quella parte di lavoratrici che sono assunte con contratto a termine. Un’impiegata è stata licenziata perché ritenuta responsabile di aver organizzato uno sciopero delle sue colleghe per il rispetto del Contratto di lavoro. Oggi, solo se una lavoratrice rivolge una parola ad un’altra, viene multata di L. 100”. (Rapporto sulla ditta Deisa)

San Giovanni in Persiceto: manifestazione contro i licenziamenti alla Filatura Zoni (1948)

Le donne erano le prime nella lista dei licenziamenti, perché la loro espulsione veniva ritenuta meno problematica da una mentalità che considerava il loro status di lavoratrici un’anomalia, un’eccezione temporanea al ruolo di mogli e madri a tempo pieno. Erano le prime della lista perché confinate nelle qualifiche più basse, perché potenzialmente madri, ma anche perché molto politicizzate e combattive. A metà degli anni ’50 in provincia di Bologna si contavano circa 70.000 iscritte alla CGIL, 63.000 iscritte al PCI, 4.000 al PSI, 79.000 all’UDI. Solo dentro la Ducati, 800 operaie avevano la tessera del Partito Comunista7. Per questo si cercò di colpirle particolarmente: dei 960 licenziamenti tentati  alla Ducati nel ’53, 660 erano rivolti alle donne. Come vedremo in seguito, furono molto determinate nel ricacciarglieli indietro.

Il protagonismo delle donne dentro le fabbriche si rifletteva solo in parte nelle piattaforme rivendicative. Si denunciava il superfruttamento, si richiedevano le camere di allattamento e gli asili aziendali, ma il sindacato rimaneva vergognosamente arretrato sul piano salariale, battendosi per “l’avvicinamento” dei salari femminili,  e non per l’eguaglianza a parità di mansione.

Fuori dalle fabbriche le compagne erano attivissime negli “scioperi a rovescio”8 e nelle lotte per i servizi. Come nell’occupazione, dal 25 novembre del ’50,  di un terreno ai Prati di Caprara per rivendicare la costruzione di un grande ospedale che desse lavoro ai disoccupati e assistenza medica alla gente. È grazie a quell’occupazione, che resistette per sei mesi alle cariche della celere di Scelba, se oggi ai Prati di Caprara abbiamo l’Ospedale Maggiore di Bologna9.

Bologna: una carica del 1953.

Fra il 1951 e il ’54, 1.982 attiviste vennero processate a Bologna per motivi politico sindacali, e 1.212 subirono condanne per un totale di 182 anni di carcere e 6.503.900 lire di multe. Per siffatte donne la discriminazione di genere sui luoghi di lavoro correva in parallelo alla rappresaglia politica e sindacale.

Hai dato retta alla Camera del Lavoro … adesso vai a mangiare da loro ! Tu qui non entri più. A me era morto il babbo … io sono svenuta là per terra. Delle ragazzine mi hanno presa su, e poi pian piano sono andata a casa. L’ho detto con la mia mamma, allora lei, che si sapeva perché non ero l’unica licenziata, la mattina volle venire a sentire se era così o se avevamo fatto qualcosa… Mia madre si è presentata e lui le ha detto “No, no, come operaia mi va bene, ma lei oltre a fare sciopero, lei fa in maniera di convincere anche delle altre”. (Bruna, figlia di antifascisti, licenziata da La Bolognese).

Poi riguardo alla fabbrica, io sono stata lì fino al ’55, quando ho chiesto la licenza matrimoniale. Lì per lì mi hanno detto: “Bene, bene!”. Ma quando sono andata per prendere la carta, mi hanno dato la lettera di licenziamento. Ho chiesto perché: “Perché abbiamo finito tutte le storie, e per vedere se nella Commissione Interna ci mettono un’altra come te … Perché così. Poi ti sposi e avrai dei bambini”. (Triestina, licenziata Marchesini).

Bologna: le operaie della Gazzoni ascoltano un comizio dietro i cancelli.

Certo che ho tirato un tiro mancino alla Sasib, perché non lo sapevo, ma il giorno di ricevimento della lettera di licenziamento ero incinta di quindici giorni. Così dopo gli accertamenti hanno dovuto riassumermi. Non potevano licenziarmi. Però non mi hanno fatto entrare, allora io tutte le settimane mi presentavo il lunedì mattina, mi vedevano, mi salutavano, e io tornavo indietro. Io non sono più entrata”. (Laura, licenziata Sasib).

Spesso bastava poco per essere buttate fuori: la sottrazione, ai tempi della fame, di un pacco di pasta al Pastificio Pardini di Corticella, o il rifiuto di uno straordinario:

“L’orario di lavoro giornaliero è di 9 ore e mezza, e si lavora anche la domenica, chi non vuole fare lo straordinario viene licenziato. Io stessa ho dovuto fare questa amara esperienza. Una domenica, dopo aver lavorato per settimane senza riposo, chiesi di poter rimanere a casa il mattino, perché dovevo studiare. Mi apostrofò con parole volgari, e la mia ferma decisione di rimanere a casa mezza giornata, mi fu risposto con un licenziamento in tronco”. (Rosa, licenziata dal Calzaturificio Biemme)

L’operaia venne in discussione con la proprietaria per motivi di lavoro. Il motivo fu di venire la sera dopo a lavorare, dove tutte noi avevamo una riunione… La proprietaria allora prese una soluzione o quella sera lì o tutta la settimana a casa … e venne a diverbio alla fine della discussione … si disse “se non le vado bene mi licenzi”. La proprietaria la prese in parola e le disse: vieni a prendere i libretti sabato”.

In sciopero alla Casaralta (anni '50).

A volte, prima del licenziamento, le operaie più combattive dovevano subire il demansionamento, l’isolamento dalle compagne e il reparto confino: “Dunque, la cosa si svolse così. Intanto mia madre venne spostata, cosa che per lei fu un’offesa mortale, dalla produzione dove faceva la smerigliatura, a fare i pacchettini in magazzino, lavoro isolato, di nessuna qualificazione. E questo fu per lei una cosa amara, poi un giorno la chiamano in direzione, ed era chiaro che questa chiamata era fatta per dirgli che sarebbe stata licenziata.” (Marta, figlia di Velia, licenziata dalla ICO).

Storie di altri tempi ? Potremmo chiederlo alle 800.000 donne “dimissionate” perché incinta, censite dall’Istat nel 201010. O magari alle prossime vittime del Jobs Act, che si troveranno di nuovo inermi di fronte ai licenziamenti arbitrari11, costrette, di conseguenza, ad accettare di tutto.  (Continua)

Nell’immagine in alto: La difesa della Casa del popolo di Crevalcore-1954 (particolare), di Aldo Barbieri.

Print Friendly

  1. Prossimamente consultabile in rete: Roberta Mira, Geografia e storia della Resistenza delle donne a Bologna. Un progetto di ricerca e divulgazione storica dell’Anpi provinciale di Bologna e del Dipartimento di Storia Culture Cività dell’Università di Bologna, Percorsi storici, n. 2, 2014 
  2. I fatti si svolsero così: la Lina Pederzani fece suonare il campanello che segnava la fine del lavoro e le operaie scesero in cortile in segno di protesta. In seguito allo sciopero i fascisti entrarono nella fabbrica e, avvalendosi delle delazioni delle loro spie che erano tra di noi, arrestarono due operaie che si erano particolarmente distinte per la loro attività, la Iolanda Goretti e la Giulia Maccagnani”, in: Roberto Fregna, Castelmaggiore 1943-45. Documenti e testimonianze della lotta contro il nazifascismo, Edizioni A.P.E., Bologna, 1974. 
  3. Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Dizionario biografico D-L, Bologna, 1986. Alla voce “Fornasari Jolanda” si legge “da Dante e Maria Palmieri; n. il 6/11/1921 a Molinella. Nel 1943 residente a Bologna. Licenza elementare. Operaia. Militò nella 7a brg GAP Gianni Garibaldi. Il 7/4/44, insieme con altri 13 operai, fu precettata per il lavoro in Germania, benché dipendente dallo stabilimento militarizzato Saponerie Italiane. Fu questa lʼoccasione attesa dal comitato di fabbrica diretto da Giorgio Damiani e Vittorina Tarozzi per organizzare il primo sciopero attuato nellʼaprile 1944 con unanime adesione degli operai. La loro ferma protesta, risolse positivamente la vertenza. Il comando tedesco fu costretto a revocare le precettazioni”. Nonostante la forma al maschile, le candidate alla deportazione e la maggioranza delle maestranze in sciopero erano donne. 
  4. Luigi Arbizzani, La Costituzione negata nelle fabbriche. Industria e repressione antioperaia nel bolognese (1947-1957), Grafiche Galeati – Imola, 1991, pp.26/27. 
  5. Bombardamenti aerei subiti da Bologna, 15 luglio 1943 – 23 aprile 1945
  6. Tutti i corsivi che seguono sono tratti da: Eloisa Betti, Elisa Giovannetti, Senza giusta causa. Le donne licenziate per rappresaglia politico sindacale a Bologna negli anni ’50, Editrice socialmente, 2014, p.252 
  7. Relazione sulla ricerca: Senza giusta causa. Le donne licenziate per rappresaglia politico sindacale negli anni ’50, Audio su Radio Radicale, 24 ottobre 2012 
  8. Gli “scioperi a rovescio” erano una forma di lotta dei disoccupati, appoggiati da lavoratori e cittadini, per imporre l’esecuzione di opere pubbliche. I disoccupati cominciavano a costruire strade, argini, canali di irrigazione, tratti ferroviari, e ne chiedevano la retribuzione. Le iniziative coinvolsero fino a 18.000 lavoratori, e subirono spesso una dura repressione. 
  9. Azienda Unità Sanitaria Locale di Bologna, L’Ospedale Maggiore, da Frate Riniero alle lotte popolari del dopoguerra. 
  10. Istat/ 800mila donne licenziate o ‘dimissionate’ perchè incinta, Wall Street Italia, 23 maggio 2011. 
  11. Per approfondire: Clash City Workers, Il Jobs Act si svela: se vi ammalate vi licenziamo, Enzo Pellegrin, I primi colpi del jobs act e il tramonto del principio di eguaglianza

LE RAGIONI DI LANDINI

 

di Paolo Ciofi – 25 febbraio 2015

Ricapitoliamo i fatti. Il segretario della Fiom Maurizio Landini, in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, dichiara che siamo alla «fine di un’epoca» e che pertanto «è venuto il momento di sfidare democraticamente Renzi». Per questo, precisa, «il sindacato si deve porre il problema di una colazione sociale più larga e aprirsi a una rappresentanza anche politica». Il quotidiano diretto da Marco Travaglio traduce e strilla un titolo a tutta pagina «Landini: ora faccio politica». Si scatena una indecente bagarre mediatica. E sebbene lo stesso Travaglio riconosca che quelle parole messe tra virgolette Landini non le ha mai pronunciate, il capo del governo le brandisce come un’arma impropria per mettere fuori gioco il segretario del principale sindacato operaio di questo paese, con l’obiettivo di delegittimarlo anche moralmente. Come se fare politica sia diventato un peccato mortale: per gli altri naturalmente, non per chi il potere politico lo detiene.

Il repertorio di frasi ad effetto del governante di Rignano, che come al solito si spoglia di ogni responsabilità pubblica, è abbondante. Ma la qualità è nettamente al di sotto del livello medio di alfabetizzazione politica: «Landini sceglie la politica perché ha perso con Marchionne»; «non è Landini che abbandona il sindacato, è il sindacato che ha abbandonato Landini»; «sul Jobs Act ognuno può avere l’opinione che vuole (bontà sua), ma è difficile pensare che tutte le manifestazioni non fossero propedeutiche all’entrata in politica». E così via. Senza alcun riferimento ai contenuti della materia del contendere. Perché, essendo stati imposti da colui che comanda, i contenuti sono per definizione giusti e «di sinistra». Dunque, indiscutibili.

In questa logica è addirittura inconcepibile che un sindacalista possa organizzare la protesta popolare e di massa contro l’eliminazione di diritti fondamentali come quelli sanciti dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Se lo fa non è per difendere un principio costituzionale, e perché crede nella giustizia sociale, nella solidarietà e nella democrazia, ma perché motivi loschi lo spingono a «entrare in politica». E se i sindacati protestano contro una patente violazione dei diritti del lavoro che moltiplica la precarietà, vanno ricondotti all’ordine. Meglio ancora se diventano una protesi dell’impresa, cioè del capitale, eliminando qualsivoglia rappresentanza generale e cancellando la contrattazione collettiva.

Insomma, un inguacchio retrogrado che guarda al passato. E che però è la dimostrazione inconfutabile della validità delle ragioni di Landini, quando denuncia che oggi il lavoro non ha rappresentanza politica, e che il sindacato deve coinvolgere tutti coloro che «per vivere devono lavorare». Dal sistema dei media l’attenzione viene invece strumentalmente concentrata sul dilemma se il segretario della Fiom scenderà o no in politica, nel tentativo finora riuscito di oscurare la sostanza del problema. In verità sono ormai molti anni che la classe operaia tradizionalmente intesa, i nuovi lavoratori generati dalla rivoluzione digitale, i precari e le partite iva, donne e uomini, giovani e anziani, non dispongono di un’autonoma e libera rappresentanza politica, che ne tuteli i diritti e la dignità, la condizione materiale e morale di fronte allo strabordante potere del capitale.

In questa area largamente maggioritaria sta la massa crescente degli elettori che non si sente più rappresentata dal sistema politico nel Parlamento della repubblica democratica fondata sul lavoro. Come dimostrano, tanto per stare ai dati più recenti, il successo di Grillo nelle elezioni politiche e l’astensione di oltre il 60 per cento degli elettori nel voto regionale dell’Emilia-Romagna. Landini dunque, sebbene con ritardo, enuncia una verità solare quando dice che in Italia il lavoro non ha rappresentanza politica. È un problema che dovrebbe agitare il sonno e turbare la coscienza di ogni democratico, perché il lavoro senza rappresentanza equivale a un’amputazione della democrazia. E proprio in questa amputazione risiede la causa più profonda della crisi democratica che stiamo vivendo, dalla quale certo non si esce con le (contro)riforme sociali e costituzionali del governo.

Non aiutano a chiarificare il quadro le filosofiche bubbole di Scalfari, per usare un termine a lui caro. Il quale prima ci fa sapere che «la definitiva attuazione del Jobs Act è un elemento molto positivo della politica economica renziana, anche se la fisionomia “classista” non sfugge a nessuno». E poi si rammarica osservando che se «la democrazia partecipata […] è in forte declino», «la causa si chiama indifferenza, soprattutto dei giovani». Come a dire: chi ti dovrebbe rappresentare non lo fa e anzi ti bastona, ma per non essere indifferente tu lo devi comunque votare.

Nel vuoto di rappresentanza che dura da anni, e che genera crescente indifferenza, c’è oggi però una novità rispetto al passato che Landini descrive così: «Renzi ha preso il programma di Confindustria e lo sta applicando», perdipiù «senza che nessun italiano abbia potuto votarlo». In altre parole, Renzi, che si proclama di sinistra, sta attuando il programma della destra e sta facendo ciò che neanche Berluscuni, il padre-padrone della destra, era riuscito a fare. Il massimo del trasformismo, che da una parte umilia il Parlamento esautorato della sua funzione legislativa, e dall’altra adotta un linguaggio menzognero e insultante degradando la politica a pura irrisione dell’avversario. Chi è Landini, se non uno sfigato, un povero perdente che vuole entrare in politica per scopi poco chiari? È dunque del tutto legittimo esporlo al pubblico ludibrio.

Nella sostanza si delinea una forma dura di autoritarismo, che punta al massimo di personalizzazione della politica, e quindi all’ascesa non effimera dell’uomo solo al comando. Con l’intento di consolidare un nuovo sistema di potere, conformando a questo fine l’insieme delle istituzioni e dei corpi dello Stato, dal parlamento alla magistratura. Su un aspetto Scalfari coglie nel segno: dal punto di vista sociale, questa è una fisionomia tipicamente classista, senza virgolette. In altre parole, siamo di fronte a un tentativo di modernizzazione capitalistica feroce, che cerca di farsi largo nella dimensione europea puntando tutto su un consenso trasformistico e mediatico. Ed è contemporaneamente la sepoltura senza onore della sinistra che sarebbe dovuta nascere dalla svolta della Bolognina di Occhetto.

Se ancora con Bersani l’ideologia prevalente nel Pd tendeva a conciliare il conflitto tra capitale e lavoro, fino a negarlo in una immaginaria visione buonista del liberismo dominante, con Renzi l’incantesimo si rompe. Lui sta con Marchionne contro Landini senza se e senza ma, vale a dire dalla parte del capitale contro il lavoro. E ci sta in modo ostentatamente dichiarato. Così il conflitto, che è organico al capitale come rapporto sociale, e che perciò non era mai scomparso in presenza di una la lotta di classe condotta con spietatezza dall’alto verso il basso, riappare alla luce del sole in una dimensione dichiaratamente politica. Fino a diventare un asse portante del governo e a mettere in discussione i principi della Costituzione, che fonda sul lavoro l’Italia democratica

da paolociofi.it

– See more at: fondazione pintor onlus

JOBS ACT : COSA CAMBIA NELLA GESTIONE SALUTE E SICUREZZA NEL LAVORO


Cosa cambiano le nuove norme in materia di diritto del lavoro per quanto riguarda la qualità della gestione dei rischi per la salute e la sicurezza nel lavoro?  Dal punto di vista formale, per il momento, al di là della complessa vicenda dell’istituzione dell’Agenzia unica delle ispezioni sembrerebbe non cambiare nulla.

Ma non è vero. Jobs Act nei fatti ridisegnerà nei prossimi mesi e più in profondità nei prossimi anni i sistemi di relazione e potere  tra lavoratori e impresa, tra lavoratori e lavoratori e tra lavoratori e rappresentanza sindacale (Rsu e Rsa) e di scopo (Rls). Cercheremo di prefigurare in questo primo breve articolo e successivamente in profondità quali sono gli scenari attesi dell’impatto che avrà Jobs Act sulla  gestione della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro.

Il primo aspetto che subirà una trasformazione profonda e radicale sarà la possibilità e agibilità dei lavoratori e delle lavoratrici  di esprimere con la partecipazione il proprio punto di vista su aspetti critici della gestione della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro.

La storia della crescita della partecipazione dei lavoratori nei luoghi di lavoro, dagli anni ’70 in poi,  ha coinciso con un feed back continuo tra lavoratori e impresa  che è servito in molte  imprese per migliorare le modalità di gestione della sicurezza e delle condizioni di lavoro. La partecipazione dei lavoratori nelle imprese più illuminate è stata favorita dalla continuità dei rapporti di lavoro, dalla consapevolezza dei lavoratori che con il loro contributo di conoscenza sul campo aiutavano l’impresa a migliorare il lavoro e le condizioni di lavoro.

I lavoratori hanno fatto esperienze di partecipazione e hanno contribuito a migliorare la qualità del lavoro e della gestione degli aspetti critici riguardanti anche salute e sicurezza.

Le persone partecipano quando sanno di essere ascoltate e che in qualche misura il loro contributo di partecipazione conta e serve a migliorare la condizione complessiva del lavoro.

Tutto questo sarà ancora possibile dopo la ventata di cultura autoritaria e dirigista contenuta in filigrana nel dispositivo del Jobs Act ? I fattori negativi che taglieranno le gambe a qualsivoglia processo partecipativo sono intrinseci alla filosofia della norma.

Immaginiamo il vissuto non detto che passa per la testa di tante persone in queste ore. Sei un lavoratore anziano con esperienza e con qualità nel lavoro ma sei fuori “moda” in tempi della  “rottamazione”, non sei più un target sul quale l’azienda investirà. Eccoti pronto, se rompi le scatole, una bella procedura legale di autentico mobbing: il demansionamento con relativa riduzione del salario…
Il demansionamento è una delle esperienze più devastanti l’identità  e l’autostima della persona.
Se poi si vuole andare oltre c’è sempre il licenziamento per ragioni economiche ….

Questo potrebbe essere, purtroppo,  il  Jobs Act per voi,  cari ragazzi e ragazze nati negli anni ’50 …

Questo vale anche per i quarantenni e cinquantenni. Se questo sarà il clima in molte  aziende nei prossimi mesi, speriamo di sbagliare, si accrescerà nel silenzio la sofferenza e il rancore sociale che in genere non ha mai prodotto lavoro in qualità nè nulla di buono, neanche per i padroni.

Il peggio sarà la competizione silente tra colleghi nella triste gara di compiacere chi ha un pò più di potere sul tuo futuro di lavoratore, sul permesso per assistere il genitore anziano, sulla miriade di piccole cose della vita quotidiana nel lavoro e oltre. Chi conosce gli ambienti di lavoro sa di cosa parlo.

Sei un lavoratore giovane o una ragazza new entry, assunta con l’incentivo degli sgravi fiscali, ti faranno assaggiare per un pò un lavoro a tempo indeterminato … in alcuni casi soltanto fino all’esaurimento del beneficio fiscale… Il rinnovo del contratto, il passaggio concreto alle “tutele crescenti” sarà collegato alla sottomissione e adattamento passivo a ogni richiesta della gerarchia di prossimità, il team leader, il caporeparto. Sfortunati coloro che capiteranno sotto un team leader o caporeparto cattivello e un pò sadico.

La speranza per ciascuno di questi giovani e ragazze è quella  di capitare in un’azienda eticamente corretta che non intenda abusare dell’eccesso di potere che il Jobs Act ha attribuito all’impresa togliendo molti paletti rispetto agli abusi possibili da parte delle gerarchie intermedie e di prossimità.

Tutto questo rende molto più complessa la gestione dei rischi per la salute e la sicurezza: la partecipazione dei lavoratori in molte realtà sarà debole o totalmente subalterna. I rischi “psico-sociali” verosimilmente non saranno visualizzati e affrontati. Le nuove patologie da lavoro attese, oltre a quelle tradizionali saranno quelle “psicosociali”. [Vedi Rapporto Eisener 2 in questa stessa newsletter]

Ci sarà un clima diverso nelle aziende, con più silenzio, il non detto da parte dei lavoratori sarà la “comunicazione” prevalente, la prevenzione e la tutela della salute saranno più difficili in mancanza della partecipazione attiva dei soggetti interessati.

Questo scenario che prospetto è anche un’ipotesi di ricerca : sarei felice di essere smentito, tra qualche tempo,  come incorreggibile pessimista. In ogni caso i sindacati dei lavoratori si trovano di fronte ad una formidabile sfida su come, con la ricerca, riapprendere ad essere animatori di partecipazione in un contesto ancora sconosciuto come lo fu per qualche tempo il sistema produttivo dopo la ristrutturazione degli anni ’60. Allora le OO.SS  riuscirono a individuare il nuovo soggetto trainante la partecipazione che animò straordinarie lotte per il miglioramento della salute  e della sicurezza e delle condizioni di lavoro, l’operaio della linea di montaggio. Ora quel soggetto non è più trainante e le nuove serialità innovative sono tutte da scoprire.  Senza ricerca per una adeguata conoscenza del lavoro di oggi non c’è la speranza d’innovare il modo di lavorare del sindacato e il sindacato e migliorare le condizioni di lavoro , in salute e sicurezza.

Gino Rubini, editor di diario prevenzione

Jobs act, Poletti: “Smantellare articolo 18? Un anno fa non lo avrei immaginato”

 

“Abbiamo bisogno di cambiare radicalmente” “Quando siamo partiti c’era un ragionamento che diceva abbiamo bisogno di cambiare radicalmente. Non avevamo puntualmente definito tutti i punti su cui intervenire e i singoli problemi”, continua il ministro. “Non era possibile andare avanti” “La situazione di oggi – aggiunge – non è quella di 20 anni fa: era maturata la consapevolezza in Italia che c’era la necessità di un cambiamento radicale. I cittadini hanno realizzato che così non era possibile andare avanti”. fonte rainews

Come dire, questo signore dall’aria mansueta un anno fa non si immaginava neppure che avrebbe “smantellato” l’art.18. Come giustificazione allo scippo di diritti dei lavoratori,  la cui mancanza si comincerà a vedere a livello sociale e molecolare nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro tra non molto, afferma ” non era possibile andare avanti…” i cittadini hanno realizzato che così non era possibile andare avanti…”

A quali cittadini si riferisce il nostro amabile conterraneo ? Ai lavoratori precari che rimarranno precari ? A quei lavoratori che saranno “demansionati” perchè non sono simpatici al padrone ? Ai genitori con figlioli trentenni che non trovano lavoro , che sanno che non avranno mai un lavoro vero se non precario e malpagato magari in una delle fantasiose cooperative sociali romane che tanto  piacevano al nostro ministro…

Questo ministro signorsì, mansueto e obbediente pilastro del leader autoritario e avventuriero Signor Renzi, si comporta come un apprendista stregone che manipola senza troppa contezza miscele umane, sociali e professionali pericolose.

Il risultato di queste misure sarà quello di rendere inappetibile in tutte le sue forme il lavoro dipendente: un giovane o una ragazza con talento non avranno di certo nel loro orizzonte la meta di un lavoro dipendente, senza diritti e demansionabile a piacimento del padrone, licenziabili ad nutum con una manciata di spiccioli.

Cercheranno altro, faranno altro con micro aziende di servizi, piccoli bar e trattorie, con la fuga all’estero. Sarà l’impresa ad elevata tecnologia e complessa che farà fatica a trovare tecnici e operai specializzati, ma questi scenari non sono nella mente del nostro mansueto e obbediente ministro.

Gli effetti del Job Acts nel ricambio generazionale dei lavoratori si vedranno tra qualche anno quando avremo un paese pieno di resturant e bettole e le aziende ad alta vocazione specialistica e tecnologica se ne saranno andate a cercare lavoro di elevata qualità altrove.

Sia pure agnostici non ci resta che dire : ” Perdonali perchè non sanno quello che fanno”

 

La Ditta PD ha cambiato azionista di riferimento ……

Ci capita di vedere Taddei per tv con lo sguardo fisso e un pò allucinato che recita un sermoncino propagandistico decantando le magnifiche qualità delle condizioni di lavoro post Jobs Act. Una nuova ideologia, quella tardoliberista ha trovato uno zelante novizio ….

Da marzo vedremo i primi impatti di questa operazione che consegna il futuro di migliaia di lavoratori al potere unilaterale delle imprese di tenerli o di metterli alla porta. Lavoratori anziani non più prestanti ma ancora lontani dalla pensione, ammalati o con ridotte capability lavorative saranno in testa alle liste “Jobs Act” dei licenziamenti economici collettivi.
Qualche dirigente del Partito della nazione, già PD, si dirà amareggiato per questi “effetti collaterali” spiacevoli ma necessari come sacrificio per il bene della nazione.
Vedremo tra non molto ancora Taddei con lo sguardo fisso e un pò allucinato in tv affermare che …. le imprese non sono state ai patti ?

Sì perche la strategia del Renzi è quella della scommessa basata sul fatto che una volta spogliati i lavoratori dei diritti di base indispensabili per una condizione dignitosa di vita nel luogo di lavoro ( dal licenziamento facile al demansionamento ) le imprese dovrebbero rispondere con la ripresa delle assunzioni.

In questo caso il Presidente del Consiglio si sta comportando come quei broker che si fanno dare tutti i risparmi dai poveracci a volte un pò creduloni con la promessa di guadagni strepitosi per bruciarli in operazioni di borsa disastrose…
Questa è la “Ditta” che storicamente aveva come azionisti di riferimento i lavoratori ora ha le associazioni dei padroni, Confindustria in testa. Spiace che una persona perbene come Bersani stia a questo gioco: la “Ditta” ha cambiato padrone e amministratore delegato e Bersani e Cuperlo che non contano più nulla se ne stanno ancora lì ad aspettare Godot. Ma non per molto, dopo il Job Act i licenziamenti saranno più facili anche dentro la Ditta PD 🙂

Rimarranno invece alcuni zelanti novizi come Taddei che recitano con lo sguardo rivolto al cielo sermoncini apologetici sul Job Acts in tv: ecco i nuovi ideologi del pensierino tardo liberista

“il diritto del lavoro torna agli anni ’50. Oggi è il giorno atteso da anni…dalla Troika”.

 

“Straordinaria operazione propagandistica del governo sul lavoro. I contratti precari rimangono sostanzialmente tutti”. A bocciare senza appello il jobs act è Stefano Fassina, secondo cui “il diritto del lavoro torna agli anni ’50. Oggi è il giorno atteso da anni…dalla Troika”.

“La sbandierata rottamazione dei co.co.co è avvenuta da anni – rimarca Fassina – mentre i co.co.pro di fatto restano e si estende l’ambito di applicazione dei vouchers. Ammortizzatori sociali e l’indennità di maternità non vengono estese. Insomma, i decreti attuativi della delega lavoro approvati oggi dimostrano come l’unico vero obiettivo dell’intervento fosse cancellare la possibilità di reintegro per i licenziamenti senza motivo”. In sintesi, “non è una riforma. E’ una regressione”, secondo l’esponente della minoranza dem.

segue su fonte adn kronos

Libia, Prodi: “No alla guerra, nulla avvenga senza l’Onu”

 

“Prima di ricorrere alla forza, bisogna esperire ogni tentativo di mediazione. Il problema è che all’Onu oggi manca una guida”. L’ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi interviene così sull’avanzata Isis in Libia

15 febbraio 2015″La questione libica è il prodotto della mancanza di dialogo tra popoli. Molti protagonisti, come gli esuli libici a Il Cairo, non sono mai stati sentiti”. Queste le parole dell’ex premier Romano Prodi sull’avanzata dell’Isis in Libia e sugli scenari di intervento da parte della comunità internazionale.
L’ex presidente della Commissione Ue dice subito “no alla guerra”, a meno che non sia esperito “ogni tentativo di dialogo”.
“Quando si vuole agire in un Paese, bisogna conoscere tutta la complessità della situzione e le conseguenze delle azioni”, scandisce Prodi, nell’intervista di Enrica Agostini di Rai News 24. “Non so perché sulla richiesta del governo libico di essere io il mediatore con la comunità internazionale, non sia stato effettivamente coinvolto”, chiarisce l’ex presidente della Commissione Ue.
“Io sono sempre stato a disposizione del mio Paese e della pace”, aggiunge Prodi.

“Nulla si può fare senza l’Onu, ma alle Nazioni Unite manca una guida” E sugli scenari della situazione in Libia, l’ex premier avverte: “Nulla si può fare senza l’Onu, ma l’Onu ha poche armi, e il problema di oggi è che nelle Nazioni Unite nessuna Potenza ha un ruolo catalizzatore, di guida”. “In questo caso, però – prosegue il fondatore dell’Ulivo – siamo nella situazione ideale per l’intervento delle Nazioni Unite, perché tutte le grandi potenze hanno paura dell’Isis”. Ucraina,

“Gli accordi questa volta possono essere rispettati” Sulla tregua in Ucraina, Romano Prodi definsce “efficaci” gli accordi di Minsk e ritiene che le parti in gioco, questa volta “possano rispettarli”. E la questione ucraina viene inquadrata dall’ex presidente Ue nel processo di “definizione delle zone cuscinetto tra le grandi potenze”. “Tsipras è un problema che può diventare un’occasione” “Tsipras è un problema che può diventare un’occasione per l’Europa. Se si andrà verso la mediazione, si allungheranno i tempi, ma i problemi potrebbero restare. Ai tempi dell’unificazione, la Germania fu aiutata e tutti ne beneficiammo”. Commenta così, Romano Prodi, la mediazione sul debito greco tra Atene e la Troika.

“L’approvazione delle riforme a maggioranza non mi convince” “Non mi piace l’approvazione delle riforme costituzionali con l’Aula mezza Vuota”, afferma Romano Prodi, sulla recente approvazione in prima lettura da parte della Camera, del Ddl Boschi. “Io concepisco la democrazia come alternanza. Il Partito della Nazione fa alternanza con se stesso? Potrebbe essere una contraddizione. Posso accettare il partito della Nazione come larga rappresentanza di interessi”. Questo il suo giudizio, sulla “centralità” del Pd nello scacchiere politico e sul progetto di Partito della Nazione. Sulla dialettica politica stimolata dal premier Matteo Renzi, Prodi dice: “L’accumulo di nemici a livello nazionale e internazionale alla lunga può non pagare”.

fonte RAINEWS24

Romano Prodi scuote la Germania: la Grecia non pagherà mai i suoi debiti

dal Blog di  Gad Lerner
sabato, 14 febbraio 2015

Romano Prodi ha concesso un paio di giorni fa un’intervista al quotidiano berlinese Tagesspiegel in merito alla Grecia e alle difficoltà dell’eurozona. Visto il suo interesse, riproduciamo integralmente questo dialogo dell’ex presidente della Commissione europea, che ha generato una significativa eco sui media tedeschi. Il sito del “Sole 24 Ore” tedesco, Handelsblatt, l’ha ripresa integralmente, mentre il più diffuso quotidiano in Germania, Bild Zeitung, ha dedicato un approfondimento dedicato all’intervista di Romano Prodi.

Continua sul Blog di Gad Lerner

Varoufakis: il mio marxismo “riformista”


-YANIS VAROUFAKIS-

Quando cominciai a insegnare economia, le autorità accademiche volevano che Marx non trovasse posto nelle mie lezioni, e all’Università di Sidney fui addirittura licenziato in quanto “militante dell’estrema sinistra”. Ed anche se in realtà non c’è molto marxismo nei miei libri attuali, continuo ad avere la fama di pericoloso marxista (sia pure “irregolare”): non contesto la definizione, perché continuo io stesso a sentirmi un marxista, benché critico.

Marx cominciai a leggerlo all’età di 12 anni. Fin da giovanissimo ero attratto dall’idea del progresso umano, del trionfo della ragione sulla natura, con tutti i vantaggi e gli svantaggi: questa concezione del mondo mi ha fortemente avvicinato a Marx, che ha fatto di ciò una narrazione drammatica ed insuperabile. La sua straordinaria dialettica, per cui ogni concetto è gravido del suo opposto (come le immense ricchezze e le spaventose povertà che il capitalismo produce, o la contraddizione tra proprietari che non lavorano e lavoratori senza proprietà), mi ha sempre affascinato, insieme all’occhio d’aquila con cui Marx vede le condizioni del cambiamento all’interno di strutture economico-sociali apparentemente immutabili. E credo che la validità del materialismo storico trovi continue conferme nella storia, nei modi più diversi. Forse che l’attuale montagna dei debiti sovrani non si spiega con la crisi di realizzazione descritta nel Capitale?

Ho sempre considerato quello di Marx, e lo considero tuttora, come il più grande contributo alla scienza economica, a partire dall’analisi della mercificazione del lavoro umano, che è l’affresco di un mondo disumanizzato, senza più pensiero critico né “sovversione”, quasi come in quel film di fantascienza che parlava dell’invasione della Terra da parte di replicanti senza sentimenti né creatività né libera volontà, automi che si limitano a lavorare, produrre e consumare, in una società che non sarebbe null’altro che il freddo meccanismo di un orologio o di un computer. Film come quello, o anche come Matrix, non sono fantascienza ma la fedele rappresentazione della società in cui viviamo, all’epoca del capitalismo avanzato, in cui i lavoratori sono ridotti a mera energia al servizio del sistema e della sua accumulazione. E per contrasto l’idea che il lavoro umano non debba essere mercificato perché radicalmente diverso da ogni altro fattore produttivo (in quanto soggetto e non oggetto della produzione), e che dunque l’umanità debba riprendere il controllo dei rapporti sociali da essa stessa creati liberandoli dalla alienazione, rappresenta ai miei occhi il più grande contributo di Marx al pensiero economico moderno.
Continua a leggere “Varoufakis: il mio marxismo “riformista””

Podcast Audio Diario Prevenzione – Ambiente Lavoro Salute – 10 febbraio 2015 – puntata n° 25

 


In questa puntata parliamo di:

La grande prevenzione. l’Europa è in fibrillazione per il rischio che la guerra “a bassa intensità” che si sta consumando in Ucraina si trasformi in guerra globale che potrebbe coinvolgere l’intera Europa. La “grande prevenzione è “smontare” le dinamiche che rischiano di portare al “punto di non ritorno” della guerra … Speriamo anche questa volta di cavarcela…

RSPP – Rassegna Stampa sulla Prevenzione e Protezione dai rischi e danni da lavoro
Newsletter mensile contenente materiali su temi ergonomici e di prevenzione dei rischi e danni da lavoro, oltre una rassegna stampa di materiali pubblicati sui maggiori siti dedicati alla materia. Uno strumento di lavoro di grande utilità ….

– FONDAZIONE DON CARLO GNOCCHI – ONLUS  IRCCS S. Maria Nascente
DISABILITA’  E   ACCOMODAMENTO   RAGIONEVOLE:   DAGLI  AMBIENTI  DI  VITA   AI  LUOGHI DI LAVORO Convegno,  Milano, 6 marzo 2015

L’EMILIA ROMAGNA E LE MORTI BIANCHE.UN TRAGICO BOLLETTINO DIETRO IL QUALE SI CELA L’IMMANE DOLORE PER LA PERDITA DI 93 LAVORATORI.
A BOLOGNA SONO 16 LE VITTIME REGISTRATE. SEGUONO: MODENA (13), REGGIO EMILIA (12), FERRARA E FORLI’ –CESENA (11), RAVENNA (9), PARMA (8), PIACENZA (7) E RIMINI (6).QUASI LA META’ DEI LAVORATORI ERANO QUARANTENNI E CINQUANTENNI. IL SETTORE MANIFATTURIERO QUELLO PIU’ COLPITO. 15 LE DONNE MORTE SUL LAVORO. 19 I LAVORATORI STRANIERI COINVOLTI NEL DRAMMA.

– Emilia Romagna: l’obbligo di installazione di linee vita in edilizia

Dal 31 gennaio 2015 in Emilia Romagna vige l’obbligo dell’installazione di dispositivi permanenti di ancoraggio sulle coperture. Focus sulle indicazioni della Delibera
149/2013 e sulle linee di indirizzo per la prevenzione delle cadute dall’alto.


– La sicurezza dei pedoni: un manuale sulla sicurezza stradale per decisori e professionisti

Il rischio chimico per i lavoratori nei siti contaminati  MANUALE OPERATIVO

Pubblicazione realizzata da INAIL
Dipartimento Innovazioni Tecnologiche e Sicurezza degli Impianti, Prodotti e Insediamenti Antropici
Progetto: Gruppo di Lavoro INAIL su “Salute, ambiente e sicurezza nelle attività di bonifica dei siti contaminati”, Linea di ricerca P18L03 “Salute e sicurezza nelle attività di bonifica dei siti contaminati” (Piano di attività 2013-2015)

– Notizie in breve 

Documenti e  notizie di cui parliamo nel Podcast  sono pubblicate su
http://www.diario-prevenzione.it

 

 

E’ QUESTA LA NUOVA CIVILTA’ DEL LAVORO DEL JOBS ACT ?


Questi sono primi effetti del Jobs Act, lettere minacciose a lavoratori e lavoratrici che si sono assentati/e a causa di patologie gravi. Una platea vasta di uomini e donne, in particolare persone che si sono ammalate anche a causa del lavoro stanno ricevendo in questi giorni lettere intimidatorie di questo tipo. Alcuni di questi lavoratori sono ancora sotto chemioterapia o in convalescenza dopo interventi chirurgici … E’ questa è la nuova civiltà del lavoro permessa dal Jobs Act ?   editor

LA LETTERA

“Caro lavoratore”,
Dalle verifiche effettuate, a fronte di un tasso di assenteismo complessivo rilevato nel sito di ***** significativamente più elevato rispetto a quello riscontrabile presso gli altri siti produttivi del Gruppo **** e, in generale, tra le aziende del settore, e’ emersa un sua presenza al lavoro del tutto discontinua, caratterizzata da ripetute assenze di breve periodo, imputate a titoli diversi, potenzialmente tali da determinare un oggettivo impedimento alla possibilità di un utile impiego della sua prestazione lavorativa.
Più specificatamente, nel corso del periodo analizzato (dal xx/xx/xxxx al xx/xx/xxxx)
Ella e’ stata assente dal lavoro per un totale di xx giorni lavorativi, maturati in xx episodi di assenza per causali diverse, con una media dunque di x,x giorni a episodio.
Il difficile contesto economico che caratterizza i mercati in cui opera la nostra azienda impone l’adozione di adeguate misure di correzione degli abusi di istituti (di per se’ legittimi), ove si trasformino in periodi di assenza abnormi: la discontinuità della sua prestazione lavorativa, come sopra dettagliata, rappresenta un elemento di vanificazione dell’impegno posto in essere dalla collettività dei nostri dipendenti per superare le difficoltà dell’attuale momento.

Alla luce di ciò, desideriamo pertanto raccomandarle per il futuro un attivo impegno per assicurare una maggiore assiduità della prestazione lavorativa.
Le segnaliamo altresì che, laddove non constatassimo cambiamenti, fermo il diritto della nostra società di verificare l’effettiva giustificazione di ciascuna sua assenza, ci vedremo costretti a trarre tutte le conseguenze derivanti dalla mancanza di utilità e/o interesse per una prestazione caratterizzata da modalità siffatte.

Distinti saluti

segue firma del responsabile “risorse umane”

RENZI A EXPO15 UN DISCORSO DA MODESTO PROPAGANDISTA MENTRE IN EUROPA SI RISCHIA LA GUERRA

RENZI A EXPO15 UN DISCORSO DA MODESTO PROPAGANDISTA MENTRE IN EUROPA SI RISCHIA LA GUERRA

Mentre l’Europa è in fibrillazione per il rischio che la guerra “a bassa intensità” che si sta consumando in Ucraina si trasformi in guerra globale che potrebbe coinvolgere l’Europa il premier Matteo Renzi dal podio dell’Hangar Bicocca esordisce con queste frasi : ” Il 2015 è un anno felix per l’Italia” , “un anno” –  continua il premier ” nel quale ci sono tutte le condizioni per tornare a correre….”

Un intervento quello del Presidente del Consiglio di basso profilo, propagandistico,  avulso dalla realtà del momento. Mentre Merkel e Hollande erano al Cremlino per ricercare di allacciare un esile filo di comunicazione e medazione per evitare il baratro della guerra in Europa il nostro Presidente del Consiglio si prodigava a spargere ottimismo e a dipingere un mondo che non c’è o che rischia di non esserci più a breve.

Un richiamo ai rischi per la pace, un segnale che manifestasse attenzione e preoccupazione per la gravità della situazione in Europa avrebbe reso più credibile il discorso di lancio di EXPO 15.

Purtroppo la levatura politica modesta a livello internazionale del Presidente Renzi è apparsa anche oggi quando ha preferito rivolgere più attenzione ad un eventuale rischio di sciopero alla Scala  il primo maggio prossimo venturo che al rischio di una guerra sul suolo d’Europa.

La foga del propagandista non sostituisce l’inconsistente spessore politico a livello internazionale del Presidente del Consiglio italiano. Di ben altro spessore e complessità è stato il video messaggio del Papa che lanciato un messaggio importante  all’altezza della drammaticità della situazione internazionale che l’Europa e il mondo stanno vivendo.

Modena city ramblers – La strage delle fonderie

Modena city ramblers – La strage delle fonderie

Pubblicato il 18 feb 2013

canzone tratta dal nuovo disco dei Modena city ramblers, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”
Testo:
Era un freddo mattino di un giorno d’inverno,
l’aria era piena di sogni e paure,
Renzo Bersani con gli altri operai
per un futuro che non sarà mai.

Angelo Appiani, di anni trenta,
condannato a morte senza sentenza,
aveva lottato contro i tedeschi,
finiva in un colpo la sua Resistenza.

Arturo Chiappelli provò anche a scappare
lungo i binari che correvan lontano,
ma un mitra bastardo lo prese di netto,
di rosso macchiò il suo nero cappotto.

Alla Crocetta erano in tanti davanti
ai cancelli della fonderia,
volevano pane e lavoro per tutti,
vennero uccisi e cosi sia.

Roberto Rovatti portava un cartello,
venne picchiato con il calcio dei fucili,
a sangue freddo gli spararono addosso,
come una bestia buttato in un fosso.

Ennìo Garagnani aveva vent’anni,
corse via in fretta per la paura,
un colpo solo fermò la sua fuga,
pistola vigliacca lo prese alla nuca.

Arturo Malagoli guardò verso il cielo,
pensava che forse potesse salvarlo,
un altro sparo esplose assassino,
colpendolo a morte senza avvisarlo.

Di quella fabbrica e quel giorno
d’inverno restano solo finestre sventrate,
restano solo mattoni spezzati,
mattoni e ricordi mai cancellati.

Alla Crocetta erano in tanti
davanti ai cancelli della fonderia,
volevano pane e lavoro per tutti,
vennero uccisi e così sia.
Volevano pane e lavoro per tutti,
vennero uccisi e così sia.

Miracolo: hanno eletto Presidente un uomo perbene !!!

Le elezioni del Presidente della Repubblica si sono già svolte. E’ stato eletto un uomo perbene, competente che potrà rappresentare bene la Repubblica italiana. Il fatto che sia stato un democristiano poco conta. Nessuno è perfetto.
Scriviamo questi appunti per mettere in luce un fenomeno che ci ha impressionati. I mass media, giornali e tv si sono prodigati  con articoli di colore, servizi  sul campo apologetici e qualche volta sdolcinati.

Ciò che ho avvertito con fastidio è stato lo stupore per il fatto che è stato eletto Presidente della Repubblica un uomo perbene, competente, equilibrato ed affidabile nel rispetto della Costituzione. Questo è lo stato dell’arte del sentire la politica da parte di molti cittadini. Un fatto normale, la elezione di una persona normale, perbene e competente appare a molti quasi un miracolo, ad altri uno “scampato pericolo”…
E’ andata bene, ora tornano in agenda i grandi problemi che il Presidente ha richiamato nel suo intervento. E’ sulla soluzione di questi problemi che si misurerà il percorso per diventare un paese normale. Per ora l’Italia è ancora lontano dall’esserlo.

I greci si sono stufati di fare le cavie da laboratorio dell’Europa

 

I greci si sono stufati di fare le cavie da laboratorio dell’Europa

Autore: Argiris Panagopoulos
fonte area7.ch
Con una storica vittoria il leader della sinistra radicale greca Alexis Tsipras è diventato in Europa il primo Primo ministro contro l’austerità, la Troika – l’organismo di controllo informale costituito da rappresentanti della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale – e i Memorandum nel paese che è stato usato come cavia di laboratorio dalla Germania e il neoliberismo per travolgere gli equilibri sociali postbellici nel vecchio continente. Tsipras ad Atene punta su nuove alleanze aspettando la vittoria di Podemos in Spagna e di Sinn Fein in Irlanda mentre dalla parte della socialdemocrazia europea e dai paesi governati da socialisti e democratici, come la Francia e l’Italia, alcuni di loro pensano di salire nel carro del vincitore.

Intanto Tsipras aspetta di incontrare Matteo Renzi nella riunione del prossimo Consiglio Europeo, dopo che l’Italia e la Grecia avranno eletto rispettivamente il loro nuovo presidente della Repubblica, e punta al sostegno del leader italiano nella battaglia contro l’austerità.
I greci hanno licenziato il governo di Antonis Samaras e Evangelos Venizelos, i leader del partito di centrodestra Nuova Democrazia e dei socialisti di Pasok, lasciando però Tsipras a due passi dalla maggioranza assoluta, visto che Syriza ha avuto 149 sui 300 seggi del parlamento greco.
La formazione del nuovo governo con il sostegno dei moderati Greci Indipendenti di Panagiotis Kammenos non ha sorpreso nessuno in Grecia. I Greci Indipendenti provengono da una scissione della Nuova Democrazia quando Samaras ha sposato le tesi dell’austerità imposta da Angela Merkel.
Tsipras fino all’ultimo giorno della campagna elettorale aveva dichiarato che non andava a governare con partiti o persone che avevano collaborato con la Troika e che voleva la maggioranza assoluta. Con coerenza ha seguito questa linea anche dopo il voto declinando le voci delle sirene che volevano vederlo governare con il Pasok o con i populisti di Potami (Fiume). Tsipras e Syriza hanno cercato, come hanno fatto anche prima delle elezioni, la collaborazione del Partito Comunista ortodosso Kke, che ha dichiarato però che voterà tutte le leggi che non saranno antipopolari.
Il leader della sinistra greca ha fatto il primo strappo con un giuramento laico, abbandonando la tradizionale Bibbia che in Grecia simboleggia per tanti la sottomissione dello stato alla chiesa ortodossa e il nazionalismo greco. Esempio che ha seguito il giorno dopo la maggior parte del suo governo, esclusi quattro ministri e i rappresentanti dei Greci Indipendenti, che con Kammenos come ministro della Difesa hanno avuto solo cinque incarichi tra ministri, viceministri e sottosegretari.
La verità è che il governo di Tsipras è fortemente un governo di sinistra, che va dal vicepresidente del governo, l’economista Giannis Dragasakis, fino ai “ragazzi della generazione di Genova”, dallo stesso Tsipras o dal portavoce del governo Gabriil Sakelaridis e il braccio destro del leader greco, Nikos Pappas.
Le aspettative dal governo di Tsipras in Grecia sono tante, come dimostra il quasi 10 per cento in più che ha avuto il suo partito rispetto alle elezioni per il Parlamento europeo del maggio scorso. Ci si aspetta che con le prime decisioni di Tsipras e dei suoi ministri che occupano i ministeri del Lavoro e dello Stato Sociale partirà una raffica di leggi che ripristinerà: il salario minimo a 751 euro (i livelli prima della crisi), i contratti collettivi e la contrattazione collettiva (abolita dalla Troika), l’entrata nel sistema sanitario nazionale di quasi un terzo della popolazione, che grazie ai Memorandum non ha diritto ad un medico e alle medicine.
Ma la partita più importante si giocherà con la Commissione Europea, la Troika e naturalmente Merkel. Il “partito dell’austerità”, con la cancelliera tedesca in testa, avvisa Tsipras che non ci saranno concessioni e si dovranno rispettare le firme e gli accordi con i precedenti governi.
Il chiaro messaggio dei cittadini greci contro l’austerità offre a Tsipras e Syriza la forza di insistere sui loro tre obiettivi più importanti per ricostruire il loro paese: una Conferenza Europea per il Debito, con la cancellazione della maggior parte dello stesso, l’abolizione del Patto di Stabilità e un New Deal europeo per la creazione dei posti di lavoro fisso attraverso gli interventi pubblici per far ripartire un’economia ecosostenibile.
Da parte sua Tsipras la lasciato un chiaro messaggio dopo il suo giuramento e prima di insediarsi nella residenza del primo ministro visitando il campo di tiro di Kaisariani a due passi dal centro di Atene lasciando dei fiori in memoria dei centinaia di partigiani e comunisti fucilati dai nazisti durante l’occupazione tedesca.

fonte area7.ch

 

INVECCHIAMENTO E LAVORO, INTERVISTA AUDIO AL DOTT. RINALDO GHERSI, MEDICO DEL LAVORO ED ERGONOMO


Intervista al Dott. Rinaldo Ghersi sul tema dell’invecchiamento e lavoro. L’innalzamento delle aspettative di vita e le modifiche delle norme previdenziali costringono al lavoro centinaia di migliaia di persone in condizioni lavorative pesanti che richiedono spesso performances che sono adatte a persone più giovani.

Dal lavoratore edile ultrasessantenne che deve ancora salire sui ponteggi, all’infermiera anziana che deve fare i turni di notte, al macchinista maturo che deve portare con concentrazione un treno a più di 200 chilometri all’ora, all’operaia metalmeccanica alla linea di montaggio…. Potremmo continuare con molti altri esempi di lavori che per lavoratori e lavoratrici anziani divengono ogni giorno sempre più penosi e diviene sempre più difficile per loro  fare fronte alle richieste di performaces che divengono insostenibili.

Il problema dell’invecchiamento dei lavoratori non è solo italiano, è una criticità presente in tutta Europa e da tempo è oggetto di studi e di programmi per consentire la permanenza al lavoro dei lavoratori anziani utilizzando in modo intelligente  e umano le “residual capabilities”.
Per realizzare un vero  cambiamento occorrerà ripensare l’organizzazione del lavoro, l’organizzazione sociale e nuove forme di ammortizzatori sociali, un percorso comunque abbastanza lungo per affrontare problemi di penosità del lavoro che già vengono vissuti con sofferenza oggi….
In questa intervista il Dott. Rinaldo Ghersi, coordinatore del Gruppo di Lavoro su Invecchiamento e Lavoro costituito presso la Consulta Interassociativa Italiana per la Prevenzione, fa il punto sullo stato dell’arte dei lavori e sulle iniziative che si stanno mettendo in cantiere per orientare un approccio corretto a questo tema.
Il coinvolgimento nei lavoro di ricerca e studio  di una pluralità di soggetti e di professionisti dovrebbe permettere un sostanziale passo in avanti nelle modalità di gestione di questa problematica.
I documenti, le relazioni e i report sui lavori del Gruppo sono consultabili sul sito della C.I.I.P

L’INTERVISTA AUDIO A RINALDO GHERSI 
( 33 MINUTI – formato wav )

Documentazione

Invecchiamento e lavoro, aggiornamenti 2014

Ciip, Consulta interassociativa italiana per la Prevenzione presenta nel convegno aggiornamenti di esperti in medicina del lavoro e previdenza con gli elaborati del proprio gruppo di lavoro sul tema, ormai attuale e di rilevanza crescente. Si promuove un confronto tra esperienze e punti di vista di lavoratori, RLS, imprenditori, addetti alla sicurezza, medici ed igienisti del lavoro, ergonomi, esperti di assistenza e previdenza su bisogni e soluzioni per fronteggiare i nodi e le risorse dell’invecchiamento della popolazione lavorativa, tenendo conto di proposte e modifiche legislative sulle pensioni.

LE RELAZIONI AL CONVEGNO

La tortura. Il tradimento dell’etica medica

La tortura. Il tradimento dell’etica medica
Autore:  Angelo Stefanini

fonte saluteinternazionale.info

Waterboarding, alimentazione rettale, catene ai piedi, privazione del sonno.È inconcepibile che un essere umano possa sottoporre un’altra persona a tortura. Ancora più scioccante è che professionisti della salute abbiano effettivamente progettato e partecipato al programma segreto di torture della CIA.

Dal 2009 al 2014 il Senate Select Committee on Intelligence (SSCI) degli Stati Uniti ha condotto una valutazione completa del Programma di interrogatori e detenzione della CIA (Central Intelligence Service) negli anni successivi all’attacco del 11/9/2001. Salutata come una delle più importanti nella storia del Senato, si tratta della prima analisi indipendente del programma e dei suoi pretesi successi sulla base delle effettive informazioni raccolte dalla CIA. Composta di oltre 6.000 pagine e frutto di cinque anni di lavoro, è costata 40 milioni di dollari. Il 9 dicembre 2014, otto mesi dopo la decisione di divulgarne alcune parti, la SSCI ha autorizzato la diffusione di un Executive Summary di 525 pagine[1]. Il resto della relazione rimane secretato.

Il documento fornisce i dettagli raccapriccianti degli abusi che hanno avuto luogo in diversi black-sites (siti neri) di detenzione del governo USA come waterboarding[2], confinamento in una cassa a forma di bara, minacce contro i familiari, nudità forzata, esposizione a temperature di congelamento, alimentazione rettale, posizioni stressanti, uso prolungato di pannoloni a scopo umiliante, privazione del sonno per giorni interi, e altro ancora. La relazione afferma inoltre che le cosiddette “tecniche potenziate d’interrogatorio” si sono rivelate inutili a ottenere le informazioni attese, che la CIA ha travisato la loro efficacia e che il programma ha danneggiato la reputazione degli Stati Uniti in tutto il mondo.

L’obiettivo pubblicamente dichiarato del programma di interrogatori nelle strutture di detenzione USA era di ottenere informazioni che consentissero al governo degli Stati Uniti di identificare e bloccare eventuali attacchi terroristici. Le tradizionali linee guida per gli interrogatori utilizzate dall’FBI e dai militari escludono, anzi proibiscono, metodi che siano in violazione delle Convenzioni di Ginevra e della ‘Convenzione contro la tortura e altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti’, trattati che gli Stati Uniti, come firmatari, sono obbligati a rispettare. Funzionari ai più alti livelli del governo hanno tuttavia ricusato queste linee guida, affermando di ritenere che i metodi tradizionali d’interrogatorio richiedevano tempi troppo lunghi per potere prevenire attacchi imminenti. Di conseguenza, quasi immediatamente dopo l’attacco alle torri gemelle, il governo USA ha adottato metodi brutali d’interrogatorio sottoponendo i primi detenuti catturati in Afghanistan alla fine del 2001, in particolare nella base aerea di Bagram e a Kandahar, a violenze, esposizione al freddo estremo, sospensioni fisiche da catene, privazione del sonno, illuminazione continua, nudità forzata e altre forme di umiliazione e trattamento degradante.

Professionisti della… salute?

L’Executive Summary della SSCI conferma che gli Stati Uniti hanno sistematicamente torturato detenuti e che le pratiche erano molto più brutali di quanto in precedenza ammesso. Ciò che rende tutto ciò ancora più aberrante è che gli operatori sanitari, i “professionisti della salute”, hanno giocato un ruolo primario nel programma illegale di tortura sviluppando, attuando nella pratica e tentando di giustificare il programma stesso. Senza la loro partecipazione le torture avrebbero potuto essere evitate. Allo stesso tempo, funzionari dell’amministrazione Bush ponevano le basi giuridiche per una politica che abbandonasse le restrizioni legali in materia di tortura e di trattamenti crudeli, inumani, o degradanti richieste dai trattati internazionali e dal diritto penale statunitense. All’inizio del 2002, il Consiglio della Casa Bianca dichiarava che la Convenzione di Ginevra non era applicabile ai detenuti di Guantanamo.

Un rapporto dell’organizzazione medica per i diritti umani Physicians for Human Rights – PHR, dal titolo “Fare del male: il ruolo centrale dei professionisti sanitari nel programma di tortura della CIA”[3], analizza l’orrendo tradimento dell’etica medica e le violazioni della legislazione internazionale e nazionale compiute. Oltre a un’analisi completa del documento della SSCI, PHR ha anche prodotto una scheda, a uso di giornalisti e politici, sulla pratica dell’alimentazione rettale che sconfessa le rivendicazioni dei torturatori di avere condotto queste procedure ‘per ragioni mediche’. “L’organizzazione PHR ritiene che i professionisti sanitari coinvolti abbiano svolto un ruolo non solo centrale, bensì essenziale nel programma di tortura della CIA in una misura in precedenza non compresa”. PHR afferma che “la CIA si affidava a professionisti sanitari in ogni fase del programma per commettere e nascondere le brutali e sistematiche torture commesse sui detenuti” ed evidenzia otto ‘categorie di abusi’ commessi in violazione di trattati, leggi e codici etici. I professionisti sanitari al soldo della CIA hanno:

Concettualizzato e progettato le tecniche di tortura della CIA, prestando poi assistenza nell’attuazione del programma e ottenendo per questi servizi lauti guadagni economici.
Intenzionalmente inflitto e / o minacciato di infliggere danni e sofferenze gravi a detenuti in custodia della CIA.
Svolto il ruolo di complici dell’Ufficio del Dipartimento di Giustizia (DoJ) mettendo in grado i suoi avvocati di simulare interrogatori ‘sicuri, legali, ed efficaci’, nella falsa logica di legalizzare pratiche che non potevano essere considerate come tortura se non qualora certificate come tale da professionisti sanitari.
Condotto ricerche su soggetti umani allo scopo di fornire copertura legale alla tortura. (I sanitari impiegati nel programma raccoglievano e analizzavano dati ottenuti dall’applicazione di tecniche di tortura allo scopo di legittimarla. Funzionari dell’Office of Medical Services della CIA hanno espresso il timore che queste pratiche potrebbero costituire ricerca illegale su soggetti umani, equivalente a un crimine contro l’umanità).
Monitorato la tortura inflitta ai detenuti e calibrato, valutato e documentato i livelli di dolore provocato intenzionalmente ai detenuti.
Visitato e medicato i detenuti prima, durante e dopo la tortura, al fine di consentire l’applicazione su di loro della tortura stessa.
Prestato ai detenuti assistenza medica subordinata al livello della loro collaborazione.
Omesso di documentare le pratiche della tortura fisica e / o psicologica inflitta ai detenuti.

Ruolo degli psicologi

Anche se pare che i metodi violenti d’interrogatorio siano stati inizialmente utilizzati ad hoc, è subito emersa la strategia psicologica utilizzata negli interrogatori allo scopo di indurre paura, ansia, depressione, dislocazione cognitiva, e disintegrazione della personalità nei detenuti per spezzare la loro resistenza. Su questa base teorica, gli agenti americani hanno sviluppato nuovi metodi di interrogatorio intesi a provocare ‘debilitazione, dipendenza e terrore’. L’Office of Medical Services della CIA riassumeva questi metodi come “cercare di dislocare psicologicamente il detenuto, massimizzare i suoi sentimenti di vulnerabilità e ridurre o eliminare la volontà di resistere ai nostri sforzi di ottenere informazioni critiche.”

Due nomi appaiono decine di volte nell’Executive Summary: Grayson Swigert e Hammond Dunbar. Sono gli pseudonimi di James Mitchell e Bruce Jessen, due psicologi a contratto che hanno svolto un ruolo centrale nella progettazione e nell’attuazione del programma di tortura della CIA. Ora sappiamo anche quanto la ‘società’ da loro costituita abbia incassato: oltre $80 milioni. Prima di lavorare per la CIA, Mitchell e Jessen erano stati impiegati come psicologi nel programma Sopravvivenza, Evasione, Resistenza e Fuga (SERE), inteso a formare i soldati a resistere a interrogatori coercitivi e maltrattamenti in caso di cattura. Pur in assenza di esperienza diretta nelle tecniche di interrogatorio, pur non conoscendo l’arabo ne’ avendo avuto mai a che fare con al-Qaeda, alla fine del 2001 Mitchell e Jessen vennero assunti dalla CIA per capovolgere i principi del SERE e trasformarli in nuove e più aggressive pratiche di interrogatorio. Una delle loro principali vittime fu il palestinese Abu Zubaydah, ritenuto un membro di alto rango di al-Qaeda. Zubaydah venne lasciato completamente nudo per quasi due mesi, permettendogli di indossare vestiti soltanto se collaborava. Fu privato del sonno per settimane incatenato a polsi e piedi. Nell’agosto del 2002 fu sottoposto a waterboarding almeno ottantatre volte.

Vario personale della CIA aveva espresso preoccupazione per i conflitti di interesse in cui si trovavano i due psicologi, i quali da una parte conducevano gli interrogatori e dall’altra offrivano consulenza psicologica su come condurli; valutavano l’efficacia degli interrogatori che essi stessi conducevano; e raccomandavano forme di interrogatorio da cui avrebbero beneficiato finanziariamente. L’’onorario’ giornaliero per tali attività era di $1.800[4].

L’esempio di Israele

In una bozza di memorandum preparato dall’Ufficio della Commissione Generale della CIA, l’’esempio di Israele’ viene citato come possibile giustificazione che “la tortura era necessaria per prevenire imminente e significativo danno fisico alle persone, dove non esista altro mezzo a disposizione per evitarlo”[5]. L’”esempio di Israele” si riferisce alle conclusioni della Commissione Landau[6] nel 1987 e le successive sentenze della Corte Suprema israeliana che vietano ai servizi di sicurezza di Israele di utilizzare la tortura negli interrogatori dei sospetti terroristi, ma consente l’utilizzo di “moderata pressione fisica” nei casi classificati come “bombe ad orologeria” (ticking bomb), ossia quando vi è un urgente bisogno di ottenere informazioni che potrebbero evitare un attacco terroristico imminente.

Secondo il Comitato Intelligence del Senato, l’avvocato della CIA che preparava la campagna “aveva descritto le somiglianze sorprendenti” tra il dibattito pubblico che circondava l’emendamento McCain (un atto congressuale approvato nel dicembre 2005 che regola i metodi di interrogatorio) e la situazione in Israele nel 1999, in cui la Corte Suprema israeliana stabiliva che “diverse … tecniche sono probabilmente lecite, ma richiedono una qualche forma di sanzione legislativa” e il governo israeliano alla fine si era limitato a legiferare su alcune di tali tecniche. Come conseguenza di questo approccio ‘soffice’ e grazie al supporto inequivocabile dalla Israeli Medical Association, i medici israeliani che lavorano nelle unità di interrogatorio hanno svolto per molti anni un ruolo analogo a sostegno dell’uso routinario della tortura come politica di stato, offrendo legittimità morale a chi conduce gli interrogatori. La documentazione prodotta da organizzazioni per i diritti umani a prova di questa pratica nel corso di molti anni in Israele è di gran lunga maggiore di quella che (anche se più recente) sta emergendo riguardo a Guantanamo, Bagram e altri ‘siti neri’ degli USA[7].

“Indossare una divisa” ha affermato il presidente dell’IMAP (Istitute on Medicine as a Profession) David Rothman “non può e non deve annullare i principi fondamentali della professione medica”. ‘Non fare del male’ e ‘mettere prima l’interesse paziente’ devono valere per tutti i medici, indipendentemente dal luogo in cui praticano la medicina”[8]. In tutto il mondo, il ruolo dei medici, degli operatori sanitari e delle loro organizzazioni professionali nella prevenzione della tortura è fondamentale sia nel sostenere i colleghi esposti a questa pratica sia nel denunciare i casi che giungono alla loro conoscenza[9]. Casi come quelli avvenuti nella caserma Bolzaneto nel 2001, la morte di Giuseppe Uva nel 2008 e Stefano Cucchi nel 2009 sono segnali che anche in Italia è necessario tenere alta l’attenzione.

Bibliografia

Senate Select Committee on Intelligence, Committee Study of the Central Intelligence Agency ‘s Detention and Interrogation Program. [PDF: 62 Mb]
Il waterboarding consiste in una forma di annegamento controllato, con l’acqua che invade le vie respiratorie senza che il soggetto possa controllarne il flusso né interromperlo o sottrarvisi, e quindi ritiene che la propria morte sia imminente.
Physicians for Human Rights, Doing Harm: Health Professionals’ Central Role in the CIA Torture Program, December 2014. [PDF: 388 Kb]
Ibid. P. 7.
CIA cited Israeli Supreme Court rulings to justify torture, Senate report says. Haaretz.com, 09.12.2014
Wikipedia: Landau Commission
Medici e tortura. Il caso di Israele. SaluteInternazionale.info, 10.03.2010
CIA made doctors torture suspected terrorists after 9/11, taskforce finds. The Guardian, 04.11.2013

fonte saluteinternazionale.info

Mario Agostinelli: Scenari energetici conseguenti la caduta del petrolio

Mario Agostinelli: Scenari energetici conseguenti la caduta del petrolio
Da Il fatto quotidiano del 2 gennaio 2015

La caduta del prezzo del greggio e il contemporaneo rifiuto degli arabi dell’OPEC di ridurne l’offerta, incide certamente sulla competizione nel mercato del petrolio, del gas e del carbone, ma probabilmente meno sul futuro energetico in Europa e nel mondo, più che mai conteso tra affermazione delle rinnovabili e ripresa del nucleare. L’obiettivo più evidente del tracollo sui mercati sembrerebbe l’attacco alla Russia di Putin, ma non va sottovalutata l’intenzione di mettere fuori gioco la concorrenza di parte dello shale gas americano – o almeno della produzione dai sedimenti meno remunerativi – così da farne emergere senza più l’alibi del prezzo tutti i rischi ambientali e la bolla speculativa che si porta alle spalle. E’ questione di cui da noi si parla pochissimo, ma che mette in ansia i grandi finanziatori delle fossili “non convenzionali”. Se la partita del petrolio – con il paradosso di una offerta superiore alla domanda – nonostante il superamento accertato del “picco di Hubbert” – sfugge al controllo del cartello dell’OPEC e si gioca in un mercato senza protezioni, abbiamo la conferma che stia finendo un’epoca caratterizzata da un sistema fortemente centralizzato, controllato da un intreccio di monopoli e stati produttori, retto su combustibili ad alta densità calorica e agevolmente trasportabili dopo estrazione.

L’eccesso di offerta di petrolio non è dovuto a previsioni sbagliate sul suo accertato esaurimento, ma agli enormi investimenti progettati più di un quinquennio fa, quando il prezzo del barile era a 110 $ e si andava a perforare nei luoghi più impervi. Le stime di consumo poi, non hanno tenuto conto del boom delle rinnovabili e del carattere strutturale della crisi: si pensi che solo nel 2014 la IEA ha rivisto al ribasso le stime della domanda mondiale ben sei volte!

Non facciamoci quindi impressionare dai colpi di coda di un sistema che dovrà comunque fare conti inesorabili e non procrastinabili con il riscaldamento globale e la diffusione sempre più imprevedibile di conflitti armati per il controllo dei giacimenti. Hermann Scheer nel 2005 sosteneva che la sfida energetica del XXI secolo si sarebbe giocata tra atomo e sole, in un anticipo ridotto all’essenziale dello scenario entro cui la geopolitica deve far i conti con la sfida per la sopravvivenza della biosfera. E’ questo scenario che vorrei attualizzare, anche a fronte delle manovre, pur rilevanti, sui prezzi del greggio.

La mia opinione è che non si stia affatto allontanando l’opportunità di scenari alternativi ai fossili e nemmeno che il crollo dei prezzi del combustibile possa prolungare oltremodo il sistema attuale, in quanto la connessione tra clima e combustioni dei fossili comporta danni non stimabili per la vita e costi economici altissimi per la riparazione dell’ambiente, ancorché costantemente occultati, ma sempre più avvertiti dall’esperienza comune.

Nei fatti e nelle statistiche degli ultimi dieci anni, si può constatare il progresso continuo di decisioni locali, non certo assunte ai vertici per il clima, per accelerare il passaggio ad un sistema energetico decentrato, fondato sulle rinnovabili e sulla riduzione dei consumi. A riprova, in una interessante intervista del 26 Novembre il nuovo presidente dell’ENEL Francesco Starace parla di reti intelligenti, crescita delle rinnovabili e riassetto organizzativo, con un approccio così innovativo e sensato per l’Ente nazionale, da mettere a disagio gli interlocutori del Sole 24 Ore.

Anche per i sacerdoti del sistema energetico attuale (la IEA), entro il 2040 la fornitura mondiale di energia sarebbe scompaginata e divisa in quattro parti quasi uguali: fonti a basso tenore di carbonio (nucleare e rinnovabili), petrolio, gas naturale e carbone. Le energie rinnovabili diventerebbero il numero uno al mondo come fonte di produzione di energia elettrica, superando il carbone, mentre la crescita della domanda mondiale di petrolio rallenterebbe fino quasi a fermarsi, con un calo rilevante anche dello shale gas.

La discesa dei prezzi del combustibile è in definitiva vista come fase di transizione, di durata imprecisata, ma che influirà ancora per un breve periodo sulla fornitura di calore e sulle soluzioni alternative per la mobilità, anche se ormai il binomio petrolio+auto individuale sembra in progressiva consunzione. La “rivoluzione shale”, è parte anch’essa della transizione. Attualmente fornisce agli USA un vantaggio competitivo che si riflette nel rilancio della manifattura, ma che potrebbe nel medio periodo rivelarsi strategicamente non risolutivo, dato che i vincoli climatici e finanziari potrebbero risultare per questa tecnologia esiziali nel tempo.

Per contestualizzare la sfida atomo-sole, aggiungo che, mentre la tecnologia nucleare mostra limiti insormontabili, soprattutto per l’eredità delle scorie e per l’eventualità insopprimibile di incidenti catastrofici, le fonti rinnovabili decentrate, pur limitate da una relativa discontinuità, sono sfruttabili direttamente in pressoché ogni angolo del mondo e stanno raggiungendo la “grid parity” a ritmi fino ad un decennio fa impensabili.

La continuità di chi vuole mantenere un sistema centralizzato, è in realtà affidata alle chance di un nucleare “di nuova generazione” (!?), sostitutivo dei fossili, che contrasti a infrastrutture in larga parte invariate la diffusione capillare di impianti alimentati da fonti naturali. Il nucleare rimane l’opzione che il sistema elettrico delle grandi utilities si riserva anche oltre la metà del secolo. Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha emesso un prestito garanzia per 12,5 miliardi di dollari per progetti di reattori innovativi. La US Energy Information Administration ha recentemente riferito che quasi tutte le centrali nucleari degli Stati Uniti dovrebbero ottenere un prolungamento della vita oltre i 60 anni per operare dopo il 2050. La Cina ha avviato il nuovo programma nucleare con la realizzazione di 31 reattori e la presa in considerazione di ulteriori 110. La Russia assicura impianti chiavi in mano e manutenzione per i Paesi con ridotte risorse tecnologiche.

Le rinnovabili però continuano a crescere a ritmi sorprendenti, con il vantaggio di una parity grid ormai raggiunta anche senza particolari incentivi. Nei primi tre trimestri del 2014, la Cina ha speso 175 miliardi dollari in progetti di energia pulita e il paese installerà 14 GW di capacità solare nel solo 2014. Secondo il National Renewable Energy Laboratory (NREL), il costo di pannelli solari su una tipica casa americana è sceso di circa il 70 per cento negli ultimi dieci anni e mezzo. In Europa la convenienza è ormai accertata e migliorerà con investimenti in reti intelligenti e accumuli appropriati.

Purtroppo il Governo Italiano si pone in Europa in una posizione di retroguardia, dato che prevede 45 miliardi per infrastrutture fossili (30 miliardi per rigassificatori+ 15 miliardi per la quota italiana di gasdotti), senza una seria riflessione sui costi in alternativa di una infrastrutturazione rinnovabile con stoccaggi diffusi. E sarebbe interessante conoscere chi spinge Federica Mogherini, ministro degli esteri della UE voluta da Renzi, a premere sul segretario di Stato americano John Kerry per l’inserimento di un capitolo sull’energia (cioè carbone, petrolio e gas di scisto) nel Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP), nonostante le motivate critiche degli ambientalisti, preoccupati dell’abbassamento degli standard ambientali dell’UE. E, dopo le accuse agli affetti da NIMBY e il pretenzioso Sbloccaitalia, solo un Governo ineffabile ha potuto pensare di trivellare fuori tempo massimo e di mandare la polizia a caricare manifestanti che si rivelano non solo attenti all’ambiente ma ben competenti in economia e finanza!

Il futuro dell’energia è uscito ormai dai confini della geopolitica e della finanza tradizionali e l’interesse della collettività si fa spazio, entrando in conflitto con il computo economico che si vorrebbe imporre a qualsiasi costo.

About Mario Agostinelli: Mario Agostinelli (1945) ha lavorato come ricercatore chimico-fisico per l’ENEA presso il CCR di Ispra. Dal 1995 al 2002 è stato Segretario generale della Cgil Lombardia e nel 2004 ha dato vita al movimento Unaltralombardia, con l’obiettivo prioritario di rinnovare dal basso le forme della rappresentanza. Ha ricoperto un incarico istituzionale come Consigliere regionale in Lombardia, eletto come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista, e nel 2009 ha aderito a Sinistra Ecologia Libertà. Sul piano internazionale si è contraddistinto per un intenso impegno nel Forum Mondiale delle Alternative e nel Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre.

APPELLO: IL JOBS ACT È INCOSTITUZIONALE, NOI NON CI STIAMO

Il Jobs Act è incostituzionale, noi non ci stiamo

Si chiama Legge 183 del 10 dicembre 2014, ma tutti la conoscono come Jobs Act. Quindici articoli che hanno lo scopo di fornire delle linee guida da essere ampliate con Decreti Legislativi, infatti vengono dati pieni poteri al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenza di cura, di vita e di lavoro. Dalle linee guida emerge chiaramente la posizione del legislatore: privare i lavoratori dei loro diritti per i quali sono state fatte tante battaglie sindacali. È vero che le cose cambiano, che le esigenze degli anni ’70 non sono quelle del 2015, ma il lavoro è sempre l’unica fonte di sostentamento dei cittadini, ancora non viene inventato un modo per non pagare il mutuo, per non pagare i libri ai figli, per non pagare le bollette e tutte le altre spese a cui ogni individuo deve far fronte.
Il Jobs Act discrimina i lavoratori.

Tutti coloro che vengono assunti o che perdono i lavoro oggi hanno la sfortuna di essere arrivati tardi. Tutele crescenti in base all’anzianità contributiva, ammortizzatori (Naspi) in base alla storia contributiva dei lavoratori significano non essere più possessori di diritti uguali per tutti. L’articolo 3 della Costituzione italiana viene di fatto stracciato, così come viene stracciato l’articolo 2, lo Stato ci sta privando dei diritti inviolabili: di fatto si impedisce ai lavoratori di avere una vita, di formare una famiglia, di progettare il proprio futuro. Sappiamo perfettamente che oggi non vengono concessi mutui con contratti a tempo indeterminato perché non forniscono sufficienti garanzie, figuriamoci con un nuovo contratto che in caso di perdita di lavoro o di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, dopo soli due anni, dà diritto a briciole. Stessa cosa per gli ammortizzatori sociali il requisito di 13 settimane contributive negli ultimi quattro anni o di 18 giorni lavorativi nell’ultimo anno danno diritto a briciole.

Con il Jobs Act si vuole mettere le mani anche sulla sicurezza e sulla salute dei lavoratori. L’articolo 4 non lascia spazio a dubbi poiché vengono utilizzate le parole di razionalizzazione e semplificazione per gli adempimenti a carico dei cittadini e delle imprese. L’osservatorio indipendente di Bologna chiude l’anno con 660 infortuni mortali e se vengono contatigli incidenti stradali e in itinere si arriva a 1350. Semplificare la sicurezza, rivedere il regime di sanzioni non ha mai portato nulla di buono, l’unico investimento da fare è sulla prevenzione.
Siamo arrivati a 10 milioni di italiani che vivono in condizioni di povertà, decine e decine di italiani si sono tolti la vita perché non riescono a trovare un lavoro o perché lo hanno perso, tanti cervelli che fuggono perché qui non hanno nessuna possibilità. Con il Jobs act si finisce di affossare la dignità dei lavoratori. Siamo dei cittadini che non ci stanno, che non vogliono essere privati dei loro diritti e che non vogliono che sia tolto il futuro alle nuove generazioni. Il Jobs Act è incostituzionale e se questo è ancora un Paese democratico non sono i diritti dei lavoratori a dover esser stracciati, ma il Jobs Act. L’unica possibilità che abbiamo è un intervento della Corte Costituzionale per tanto sindacati, partiti, devono ascoltare il nostro appello per presentare un ricorso.

Samanta Di Persio- scrittrice, L’Aquila.
Marco Bazzoni-Operaio metalmeccanico, Firenze

P.S Chiunque voglia aderire all’appello, invii un’email con qualifica, azienda e città a: marco.bazzoni01@libero.it

Jobs Act: Rivoluzione copernicana o formidabile bomba di stupidità che distruggerà definitivamente il tessuto industriale italiano?

La capacità del Presidente del Consiglio di formulare slogan per il rapido consumo nei media è fuori discussione. Ci vuole poca fantasia e molta impudenza per scomodare l’astronomo polacco Nicolaus Copernicus che riuscì a confermare con calcoli matematici raffinati la teoria eliocentrica per validare la cosìdetta riforma delle regole del mercato del lavoro in Italia denominata, forse per provinciale pudore, Jobs Act.

Cosa c’entri la demolizione  delle regole del diritto del lavoro con Nicolaus Copernicus non è dato sapere. In ogni caso Copernico era un signore riservato  molto attento a non assumere atteggiamenti rivoluzionari, né con la sua condotta di vita, né nelle sue opere. Da buon umanista, ricercò nei testi dei filosofi antichi un nuovo metodo di calcolo per risolvere le incertezze degli astronomi. Copernico non era un uomo di potere ma uno studioso a volte molto spaventato rispetto alla possibilità di subire persecuzioni dalla Chiesa di Roma .
Continua a leggere “Jobs Act: Rivoluzione copernicana o formidabile bomba di stupidità che distruggerà definitivamente il tessuto industriale italiano?”

Prima dell’art.18

di Alexik

Morte di Maria MargottiSe ci trovavano con un volantino della Cgil venivamo licenziati in tronco. Quando entravamo in fabbrica ci perquisivano le borse, per vedere se avessimo materiale politico. E se ci beccavano a parlare di questioni sindacali prima ci sospendevano, o ci demansionavano a tempo indeterminato. Poi poteva arrivare la perdita del lavoro” (Ernesto Cevenini, licenziato per rappresaglia alla Maccaferri di Bologna).

Dal 1947 al 1966 nelle fabbriche italiane si contarono più di 500.000 licenziamenti, di cui circa 35.000 per rappresaglia politica e sindacale contro ex partigiani, attivisti di reparto, membri delle commissioni interne. Era questo il modo in cui gli industriali dimostravano la propria riconoscenza verso coloro che, pochi anni prima, gli avevano salvato le fabbriche, impedendo il trasferimento dei macchinari in Germania, ricostruendo mattone su mattone i capannoni bombardati.

Nel corso degli anni ’50 e ’60 centinaia di migliaia di operai scesero in piazza a fianco dei licenziati, lasciando compagni morti sul terreno o chiusi nelle galere. Fu il prezzo da pagare per ottenere nel 1966 la prima legge contro i licenziamenti senza giusta causa.

Bologna con la sua provincia subì 8.550 licenziamenti per rappresaglia dal 1947 al 1966, di cui 3800 lavoratori metalmeccanici, 1000 tessili, 900 nell’abbigliamento, 1.500 nell’alimentare, 600 nel chimico, 500 nel comparto legno e 250 nel pubblico impiego. Si trattò di ritorsioni contro singoli militanti o gruppi politicizzati, ma in vari casi anche dell’espulsione dell’intero corpo operaio delle fabbriche ritenute troppo conflittuali: punizioni individuali o collettive per le lotte contro il cottimo, per il salario e il contratto, per la sicurezza, per gli asili nido, per la libertà di riunione e di parola.

Veniva punita la solidarietà di classe (che all’epoca si esprimeva in dimensioni vastissime) e soprattutto la politicità operaia, la capacità di andare oltre i confini della propria vertenza e di praticare obiettivi di ordine generale.

segue su fonte Carmilla

Draghetti, addio amaro: «Quanta follia» Il 31 dicembre la Provincia chiude i battenti L’ultima presidente: «Lavoratori come figurine»

Dal CORRIERE BOLOGNA

Draghetti, addio amaro: «Quanta follia»
Il 31 dicembre la Provincia chiude i battenti
L’ultima presidente: «Lavoratori come figurine»

In questi giorni i lavoratori della Provincia che, per usare un eufemismo, non hanno certezza del loro futuro stanno protestando. Che idea si è fatta di questa situazione?
«Quello che sta succedendo è terribile. C’è stata una totale mancanza di rispetto per le persone nella loro dimensione di lavoratore, i dipendenti sono stati trattati come figure Panini che possono essere scartate quando c’è un doppione. Ora serve una moratoria rispetto alla follia».

L’INTERVISTA DEL CORRIERE BOLOGNA ALLA PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DRAGHETTI

 

Il dramma surreale degli ‘esuberanti’ dipendenti provinciali.

Il dramma surreale degli ‘esuberanti’ dipendenti provinciali di Fausto Anderlini ( da facebook )

Invertendo la consuetudine per la quale i crocchi operai delle fabbriche in crisi erano dirottati sotto Palazzo Malvezzi questa volta sono i dipendenti provinciali che si sono recati a Palazzo D’Accursio. In un triste venerdì prenatalizio in gran numero si sono assiepati sullo scalone che conduce al piano nobile. Il cui caratteristico pavimento dicono fosse così concepito per far transitare i cavalli. Sicchè le foto ce li restituiscono, questi lavoratori che la legge di stabilità del governo Renzi-Berlusconi-Napolitano considera come ‘esuberi’, come una torma recalcitrante e stranita di bestie a fine corsa. Animali destinati al macello che si mettono in posa. Srotolano gli striscioni con le loro pregevoli quanto patetiche realizzazioni, scuole, strade ecc. La vicenda delle Province è una classica situazione dove si mescolano l’improvvida sciatteria di un branco irresponsabile di pseudoriformatori e una volontà lucida e dichiarata. Perfettamente luciferina. Forse dandosi la mano l’una con l’altra.
Durante il prolungato decorso della legge Del Rio, lo statista di Reggio Emilia, nulla è stato apprestato per implementare la trasformazione con un minimo di razionalità. Gli enti sono stati abbandonati alla deriva rinviando agli improvvisati neo-consigli di amministratori comunali auto-eletti l’onere di provvedere come per incanto a un ‘nuovo inizio’. Ancora più colpevole la situazione delle ‘città metropolitane’ che almeno sulla carta avrebbero dovuto godere di una qualche spinta propositiva. A Bologna il Sindaco futuro Presidente metropolitano ha impegnato il suo tempo per dileggiare il morituro e la sua classe politica caduta in disgrazia, con la Presidente in testa. Puro marranismo. Avendone in cambio uno sdegnato non collaborazionismo. Il gruppo dirigente del Pd era nel frattempo occupato a brigare per la propria collocazione. Pur stante la mediocrità della ‘riforma’, nessuno s’è impegnato, come avveniva in altri tempi, a mettere a punto un piano di fattibilità che ne reinterpretasse i farraginosi contenuti. Tutto ciò che è stato elaborato è un documento cartaceo paradossale, gratuitamente consegnato dal genio frusto ma creativo del Prof. Vandelli che la conventicola chiama col nome di Statuto Quando i provinciali in disgrazia hanno occupato il consiglio metropolitano il Sindaco s’è commosso per solidarietà e ha invocato la buona fede progressista del governo Renzi. Poi i consiglieri metropolitani hanno preso posto sui banchi assieme ai dipendenti loro affidati e si son messi a discutere dello statuto. Col Vandelli. Una situazione surreale che neanche nei film di Bunuel…. Si oensi che prima di recarsi in massa sulle scale di Palazzo D’Accursio gli stessi dipendenti han brindato presso la sala rossa assieme al loro comandante Schettino, cioì il Direttore Generale che ha pensato bene d’andare in pensione appena intuita la mala parata. Nessuno responsabile di alcunchè in questo mondo del cazzo. Niente partito, che è nelle manoi degli arrampicatori di cariche, istituzioni allo sbando con una classe politica ormai rimbecillita. Il Bonacini appena intronato è da un mese ormai che si occupa di sanità e di equilibri di giunta coinvolgenti i territori e le diverse anime dorotee del Pd. Il quale, tutto intero, ha subito un infarto ma prosegue come se niente fosse. Come i funzionari dell’impero ottomano spersi nelle isole dell’Egeo che mandavano rapporti a un imperatore decaduto da dieci anni. Ma non c’è solo sciatteria. Magari fosse solo questa. C’è scienza e coscienza. Le province sono state usate (coram populo) come l’anello debole della catena per condurre un esperimento di decostituzionalizzazione politica per decretazione, deforestazione traumatica dello Stato decentrato (nel quale è incorporata larga parte del welfare) e, dulcis in fundo, di abbattimento del tabu del pubblico impiego. Ovvero della non licenziabilità per via ordinaria. Monetà molto popolare nella meschinità generale prodotta dalla crisi. Non esistono più diritti acquisiti. Tutto è revocabile. Come l’articolo diciotto. I vincitori dei concorsi già sono in agitazione per evitare d’essere messi in stand bay dagli ‘esuberati’. E’ la guerra fra i poveri, nella quale sguazzano le vere élites finanziarie e patrimoniali. Il Pd segue la sua ‘tera via’, e tratta la sua vecchia base sociale – operai sindacalizzati e operatori istituzionali- come la Tatcher trattò i minatori inglesi. Con la sicumera dell’ultimo arrivato sta cercando un’altra base sociale, dopo aver buttato a mare la propria. Novità che però è un’araba fenicia, perchè è una balla che lo stritolamento dei cd. ‘garantiti’ aprirà la strada ai precari, ai meritevoli abbandonati e alla nuova classe media in ascesa (è persino comico evocarla, quest’ultima). L’esito di questa crisi sociale sarà una drammatica fascistizzazione di massa. Come già sta avvenendo in molte parti d’Europa. A meno che non si alzi per tempo una forza di sinistra che getti alle ortiche questo sciagurato PdR ed eviti che il paese sia fagocitato da una qualche ‘Alba dorata’ a far luce su un oscuro tramonto.

Podcast Diario Prevenzione – Ambiente Lavoro Salute – 19 dicembre 2014 – puntata n° 23

Podcast Diario Prevenzione – Ambiente Lavoro Salute – 19 dicembre 2014 – puntata n° 23

In questa puntata:

– Scenari salute e sicurezza del lavoro in Italia e in Europa. Note e commenti rispetto al Seminario internazionale promosso da Ministero del Lavoro e Inail in occasione della conclusione della Presidenza italiana del Consiglio dei Ministri della UE il 4 e 5 dicembre a Roma.

– Il punto di vista dei sindacati europei: l’urgenza di rivitalizzare la politica comunitaria in materia di salute e sicurezza sul lavoro

– Bruxelles, la crociata contro la burocrazia. Attenzione!

– La medicina del lavoro in Europa tra crisi e crescente dipendenza dai poteri forti. Il numero della Rivista HESAMAG sulla medicina del lavoro in Europa.

– Le “politiche di prevenzione” dell’Inail dai finanziamenti alle imprese alle verifiche sui risultati….

– Curiosità storiche: la Britihis Asbestos Company cita in giudizio il direttore del giornale il Progresso di Nole Canavese che aveva pubblicato un’inchiesta in cui si diceva che l’amianto era letale per i lavoratori di Nole…. Era il 1906 … Chi vinse la causa ?

– Auguri per il 2015

– Fritto misto e contorni

IL NOTIZIARIO ( 33 MINUTI )

 

Bruxelles, la crociata contro la burocrazia. Attenzione!

Diffondiamo da www.sbilanciamoci.info del 9 dicembre 2014 questo intervento di Federica Martiny, Dottoranda di ricerca, responsabile Ufficio stampa GFE (Gioventù Federalista Europea) presso l’Università di Pisa

E se la crociata della Commissione Europea contro la burocrazia di Bruxelles mascherasse solo l’intento di promuovere quella deregolamentazione auspicata dai grandi gruppi economici, capaci di fare lobby meglio di chiunque altro?

Si tratterebbe di una spinta neoliberista che, sotto la bandiera ingannevole del tentativo di salvaguardare la competitività e mettere un freno alla mostruosa macchina burocratica comunitaria, sarebbe pensata per indebolire la nuova legislazione e “rottamare” le norme europee esistenti, in materia soprattutto ambientale e di protezione sociale. Ce lo dicono il Corporate Europe Observatory (CEO), un’organizzazione no-profit che si propone di esporre gli effetti di lobbying aziendale sui processi decisionali dell’UE, e Friends of the Earth Europe (FoEE), una ONG internazionale che si occupa di tematiche ambientali, accesso e distribuzione delle risorse e giustizia ambientale nel report “La crociata contro la burocrazia”, pubblicato l’ottobre scorso.

La famigerata burocrazia di Bruxelles, un esercito di 60 mila persone, in realtà, ha praticamente lo stesso numero di dipendenti del Comune di Roma, tra i dipendenti diretti che sono 25 mila e i 32 mila delle aziende partecipate (fra Ama, Atac e Acea e altre) a cui sono state affidate le esternalizzazioni dei servizi. Questo dato da solo basta a porre un dubbio sulla grande importanza data alla lotta alla burocratizzazione comunitaria dalla Commissione Barroso prima e da quella Juncker oggi.

Continua a leggere “Bruxelles, la crociata contro la burocrazia. Attenzione!”

José Mujica tiene un corazón de león.

Hoy resulta indispensable poner a la luz a los que son excepcionales, a usarlos de ejemplo, de punto de partida, de contraste.
En Pepe Mujica hemos encontrado a un hermano, una inspiración, un latido que se encuentra con miles de soñadores en el mundo. Sin duda, José Mujica tiene un corazón de león.

Ue, Juncker cancella le leggi ambientali

Ue, Juncker cancella le leggi ambientali

Juncker mostra subito il vero volto liberista tardo della nuova Commissione europea. Il presidente della Commissione ha cancellato un pacchetto di norme pro ambiente e salute dei cittadini europei con un colpo di spugna, ignorando il parere contrario del Parlamento europeo e di diversi ministri dell’ambiente di stati membri.
Il parere contrario dell’Assemblea  del PE e le prese di posizione dei ministri di diversi paesi europei sono stati ignorati.
A fronte di leggi per ridurre l’inquinamento dell’aria che produce ogni anno circa 400.000 morti il presidente della Commissione UE ha affermato che le priorità sono altre.Le norme cancellate da Junker prevedevano la riduzione di inquinanti come  anidride solforosa, particolato e ossidi d’azoto. Queste riduzioni avrebbero fatto diminuire di 58.000 decessi il tragico bilancio dello smog in Europa da qui al 2030.
Altre norme cancellate riguardano la raccolta differenziata e “l’economia circolare” ovvero il riciclaggio dei materiali, realtà fondamentale per lo sviluppo della green economy.

Questi sono i nuovi governanti della UE. A loro poco interessa della salute dei cittadini europei, hanno altre “sensibilità” : le pressioni delle lobbies della parte più arretrata del mondo industriale sono il loro riferimento.

fonti

Repubblica

UE: economia circolare a rischio

Qualità dell’aria: 11 Stati UE chiedono norme più severe

Per l’Europa l’aria che respiriamo non è più una priorità –

Il denaro per far denaro e tutti noi paghiamo di Silvano Toppi

Puoi non avere neppure un soldo depositato o nessun credito con loro, ma le banche son dentro la tua piccola economia, anche se non te ne accorgi. Se leggi notizie su scandali bancari o su multe milionarie, in un modo o nell’altro ti riguarda. Di solito non ci si crede, o perché è difficile capirci o perché si ritiene che tocca altri, i danarosi.

Un primo grosso scandalo è capitato con i tassi interbancari detti Libor. I Libor sono tassi di interessi fissati a Londra tra le 18 più importanti banche internazionali (l’acronimo significa appunto: London Inter Bank Offered Rate). Sono importanti perché servono da guida per fissare i tassi con cui le banche prestano in tutte le varie monete, per compiere operazioni finanziarie e commerciali, per i prestiti ipotecari o al consumo, per la revisione dei tassi di prestito variabili, per derivare i costi di investimenti, di produzione e quindi le possibilità di occupazione. Le inchieste avviate dopo aver scoperto alcuni casi da parte di alcuni giornalisti economici, hanno dimostrato che le manipolazioni dei tassi duravano ormai da diversi anni, contro tutte le regole professionali o le vantate attestazioni di trasparenza. Per quale ammontare complessivo? Per 450 mila miliardi di dollari (avete letto bene, 450 seguito da dodici zeri). È quindi ovvio che anche delle semplici variazioni hanno un effetto moltiplicatore immenso sia per chi lucra (banchieri), sia sugli operatori economici o sui singoli creditori, sia sull’economia in genere (tutti noi).

segue su fonte area7.ch

Neutralità della rete e diritti umani

I tentativi di colpire la “neutralità” della rete e  la sua “indifferenza” rispetto al trattamento dei contenuti che debbono “passare” dai produttori agli utenti  senza tagliole discriminazioni e barriere o peggio censure  si stanno moltiplicando. Anche il Governo italiano ha comportamenti ambigui rispetto alla difesa e  promozione della neutralità della rete. Segnaliamo questo importante articolo apparso su punto informatico.

World Wide Web, la grande livella

Il Web ha un enorme potenziale per abbattere le disparità che dividono il mondo a livello economico, politico e sociale, mostra uno studio della World Wide Web Foundation: per questo Sir Berners-Lee invoca i diritti umani fondamentali.

Leggi articolo alla fonte

 

Podcast Diario Prevenzione – Ambiente Lavoro Salute – 3 dicembre 2014 – puntata n° 22

Podcast Diario Prevenzione – Ambiente Lavoro Salute – 3 dicembre 2014 – puntata n° 22

In questa puntata:

– Il Seminario su salute e sicurezza nel lavoro che conclude a Roma il 4 e il 5 dicembre  il semestre europeo a presidenza italiano. Dal programma si annuncia una celebrazione formale stanca, speriamo di essere smentiti. Le forze sociali in una tavola rotonda in coda con una ammucchiata di “interventi – slogan” di pochi minuti ciascuno……..

– Il lavoro per tutelare i lavoratori in una fase di crisi. Intervista a Ivano Pioppi dell’Ufficio tutela della Cgil di Bologna.

– ETERNIT: UNA SENTENZA IN NOME DELLA LEGGE CHE SOPPRIME L’IDEA DI GIUSTIZIA

– Job Act come licenziabilità dei lavoratori over 55 – 60 ? Un rischio da prevenire, come ?

– Recensione . Santé au travail : le retour de l’Europe ? par Martin Richer

– Fritture

 

PD. Autonomia del politico a corrente alternata

Nella trasmissione Ballaro’  un esponente del Pd , Scalfarotto, ha cercato di spiegare come il sindacato non debba mettere naso nelle scelte della politica ovvero del governo anche  quelle che riguardano le regole del mercato del  lavoro.  I lavoratori votano e quindi, secondo costui il sindacato non avrebbe titolarità per esprimere proprie posizioni in materia di leggi sul lavoro, sulla previdenza, sull’assenza di politiche industriali, sulle mille problematiche della vita dei lavoratori.

Il modellino di riferimento e’ quello ottocentesco, una ideologia liberale tarda che il PD vuole spacciare come elaborazione moderna,  modernissima…  La posizione del PD e’ grottesca in quanto questa pretesa autonomia della politica  dalle associazioni di rappresentanza sociale vale solo per  i sindacati dei lavoratori, mentre Confindustria ha dettato  i  propri desiderata al governo per quanto riguarda  molti punti del cosiddetto Jobs Act. La decrescente credibilità del governo e’ data da queste bubbole che vengono spacciate come grandi novità .   Pd , partito tardo liberale, che vuole neutralizzare e silenziare le associazioni volontarie dei lavoratori non ha più nulla a che fare con la storia del movimento dei lavoratori. La nascita di un soggetto politico popolare di massa in cui i lavoratori possano riconoscersi  e’ il porto in cui approdare. Scalfarotto e per l’autonomia della politica a corrente alternata. Totale autonomia dalle richieste sindacali totale dipendenza e devozione per le richieste di Confindustria e cespugli vari delle Associazioni datoriali.

 

 

 

 

 

Formazione delle attuali elites dirigenti e del personale politico in Italia

Come si forma una classe dirigente ? Come si sedimenta il sistema di valori che divengono il punto di riferimento per il leader e per lo stato maggiore di una nuova classe dirigente ?
Questi interrogativi sono più che mai opportuni rispetto alla vicenda politica italiana. Come sta avvenendo il ricambio generazionale della classe dirigente e su quali valori si fonda la vision e le strategie di questa classe dirigente?
Per un osservatore esterno ai giochi di potere e , per quanto possibile, vaccinato rispetto alle nostalgie del tempo passato e senza ambizioni politiche personali , decifrare il profilo culturale e politico di questa nuova generazione e’ una sfida utile e stimolante.
Il primo aspetto che emerge dai comportamenti e’ l’ energia vitale di questo personale politico giovane .
L’ascesa rapida non resistibile del leader e l’aggregazione di uno stato maggiore composto da giovani donne e uomini che usano linguaggi, rappresentazioni del mondo e di se’ che sono una frattura con il sentire e la visione del mondo delle generazioni precedenti sono davanti agli occhi di tutti.
Per trovare una spiegazione su questa ascesa rapida e irresistibile di questa nuova elite oltre alle tradizionali chiavi interpretative ispirate alla sociologia ritengo utile utilizzare l’etologia, lo studio dei comportamenti degli animali.
Dopo anni di immobilismo e di palude berlusconiana, emerge una leadership tutta centrata sulla tecnica della conquista del potere, sul potere come elemento fondante ed esaustivo dell’agire politico.
Emerge il leader , in etologia il il capo branco, l’uomo che promette di sbloccare l’Italia, di garantire la governabilità.  Rottamazione di uomini e donne politici del secolo scorso e di formule e linguaggi della politica, queste sono le promesse mantenute  che smuovono a livello diffuso, tra le generazioni più giovani, il desiderio di cambiamento e e alimentano l’avidità di potere. In questo senso il leader capo branco ha uno straordinario istinto per interpretare la voglia di potere  dei componenti e dei candidati a fare parte del branco…

Continua a leggere “Formazione delle attuali elites dirigenti e del personale politico in Italia”

Emilia Romagna nella post democrazia

Ce l’hanno fatta.

Ce l’hanno fatta a disgustare più del 60% dei cittadini rispetto alla partecipazione alla politica tramite il voto. Un vero capolavoro politico, avviato da tempo, con la fine della “diversità positiva, con la regione trasformata in un centro distribuzione risorse ai vari potenti del territorio, associazioni datoriali, lobbies . La Regione era divenuta una specie di prefettura senza un progetto di governo del territorio. Il culmine di questo processo entropico l’ha concluso i PdR, un partito che si tiene lontano dalla partecipazione, dai lavoratori che mettendo in opera la più grande spoliazione dei diritti dei lavoratori ha l’impudenza di chiamarla “riforma di sinistra”. Jobs Act  più che una riforma del lavoro di sinistra è una operazione sinistra …. I politici da Bonaccini a tutti gli altri non diano la colpa  ad altri che a se stessi. Il PD ha insultato per ,mesi i lavoratori e i loro sindacati. Cosa s’aspettavano i Bonaccini un lancio di bon bon dalla mongolfiera ? Questa sconfitta della democrazia va presa sul serio. Le istituzioni sono per davvero in pericolo di essere delegittimate dalla mancanza di consenso.

Un presidente eletto con il 48 % del 38% degli aventi diritto al voto ha un consenso concreto del 18,24% , il resto sono bubbole. Quindi si riparte con Presidente della Regione  azzoppato…

A domani

 

Il lavoro di tutela dei lavoratori in una fase di crisi lunga – Invervista audio a Ivano Pioppi dell’Ufficio tutela della CAMERA del LAVORO di Bologna

Il lavoro di tutela dei lavoratori in una fase di crisi lunga

Invervista audio  a Ivano Pioppi dell’Ufficio tutela della CAMERA del LAVORO di Bologna

Con questa intervista ha inizio una ricerca sui lavori difficili, di coloro che sono  a contatto quotidiano con il dolore sociale di quest’epoca di crisi lunga. In questa puntata intervistiamo Ivano Pioppi dell’Ufficio Tutela dei lavoratori della Camera del Lavoro di Bologna.
E’ il lavoro di operatori come Ivano Pioppi che da una risposta a persone, lavoratori e lavoratrici in grande difficoltà che hanno perso o stanno perdendo il lavoro, persone che stanno male o che si sono ammalate a causa del lavoro…. lavoratori e lavoratrici che trovano una persona competente che li ascolta e costruisce assieme a loro un percorso per la soluzione dei loro problemi. Abbiamo rivolto a Ivano queste domande:

Continua a leggere “Il lavoro di tutela dei lavoratori in una fase di crisi lunga – Invervista audio a Ivano Pioppi dell’Ufficio tutela della CAMERA del LAVORO di Bologna”

ETERNIT: UNA SENTENZA IN NOME DELLA LEGGE CHE SOPPRIME L’IDEA DI GIUSTIZIA

ETERNIT: UNA SENTENZA IN NOME DELLA LEGGE CHE SOPPRIME L’IDEA DI GIUSTIZIA

   

Rabbia dolore e indignazione sono i sentimenti condivisi tra i famigliari delle migliaia di vittime dell’amianto per una sentenza quasi inaspettata che annulla la condanna a 18 anni al magnate svizzero Stephan Schmidheiny titolare della Eternit, già riconosciuto colpevole in due gradi di giudizio.

Rabbia e indignazione sono nello stato d’animo di chi scrive che come sindacalista ha conosciuto decine di persone, lavoratori delle OGR, delle Officine Casaralta che non ci sono più perchè uccisi dall’amianto.

E’ necessario tuttavia non farsi travolgere dall’orgia di retorica dei media e mantenere la mente lucida per comprendere per davvero da dove ha origine questa sentenza della Corte di Cassazione.

Una sentenza quella della Corte di Cassazione che mette in luce le deboli fondamenta del sistema normativo in materia di reati ambientali.

Continua a leggere “ETERNIT: UNA SENTENZA IN NOME DELLA LEGGE CHE SOPPRIME L’IDEA DI GIUSTIZIA”

ETERNIT : INGIUSTIZIA E’ FATTA

INGIUSTIZIA E’ FATTA .
 
Annullata senza rinvio per intervenuta prescrizione la sentenza della Corte d’appello di Torino sulla strage dell’Eternit.
 
La Suprema Corte dopo appena due ore di camera di consiglio ha accolto la richiesta del procuratore generale, Francesco Iacoviello, nell’udienza del maxi processo Eternit che si è aperta questa mattina davanti alla prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Arturo Cortese. “Annullamento senza rinvio della condanna a 18 anni per Stephan Schmidheiny perché tutti i reati sono prescritti.”
E’ quel che aveva chiesto a sorpresa il pg di Cassazione. E poche ore dopo è arrivata la conferma. “Vergogna, vergogna” hanno urlato i tanti subito dopo la lettura del verdetto che cancella anchei il diritto a tutti i risarcimenti per i familiari delle vittime e le istituzioni.
 
Non ci sono parole. Centinaia di operai e cittadini morti tra sofferenze indescrivibili  sono stati uccisi una seconda volta. La “legalità  formale” forse è salva, la fiducia nel sistema giudiziario italiano esce invece distrutta da questo processo.

 

Alla Gucci il lavoro è su chiamata sms

fonte AREA7.CH  che ringraziamoDietro il lusso griffato Gucci, ci sono persone in carne e ossa, la cui vita deve essere sempre a disposizione quando l’impresa ti chiama. O ti manda un messaggio.

Ore sette di mattina. Davanti al suo carrello elevatore, Giovanni si appresta a spostare parte dei 19 milioni di pezzi che ogni anno vengono spediti da quel magazzino. Lui e i suoi 150 colleghi spediscono mediamente 2.300 colli ogni ora. “Un gioiello della logistica”, è stato definito il nuovo stabilimento di Sant’Antonino della Luxury Goods International, volgarmente conosciuta come Gucci. Sarà, ma all’interno di quelle mura la vita ha ben poco di lussuoso.
Ogni movimento di Giovanni è sorvegliato da telecamere e da tre capi reparto. Nessun tempo morto è consentito.

 

Nei 20.000 metri quadrati del magazzino deve muoversi come un automa, in simbiosi col suo carrello elevatore. Al pari dei suoi colleghi che imballano e pongono le etichette, è vietato sgarrare.  Il lavoro alienante in salsa moderna è servito.
Giovanni quel giorno non doveva essere lì. Aveva già superato le ore settimanali previste dal contratto.  Ma la sera prima aveva ricevuto un sms: «Ciao, domani 9 settembre cominci alle ore 7 a Sant Antonino». Quell’sms non era una novità, era diventato una fastidiosa abitudine. Ne riceve uno quasi ogni sera, tra le sette e le otto. Anche di venerdì, per annunciargli se il sabato lavorerà oppure no. Ma ormai lo dà per scontato, visto che riposa un sabato su cinque. La sua vita è sempre a disposizione dell’impresa. La vita familiare o sociale passa in secondo piano, diventa un optional di lusso. «Dovresti essere onorato di lavorare per Gucci» gli avevano risposto una volta che aveva osato criticare l’organizzazione del lavoro.
Giovanni quella mattina dopo essersi svegliato di buon’ora, ha percorso parte della sua dose giornaliera di chilometri per raggiungere Sant’Antonino. E subito deve affrontare la prima grana. Per poter parcheggiare nel posteggio aziendale, i dipendenti devono arrivare almeno in due per auto. Altrimenti gli agenti di sicurezza ai cancelli non lo avrebbero fatto entrare. Lodevole iniziativa d’incoraggiamento alla mobilità condivisa, si dirà. Peccato che l’organizzazione dei turni via sms complichi non poco la possibilità di concordare il viaggio coi colleghi. Se poi non sai quando finisci, diventa cosa ardua. Alla fine, Giovanni, al pari della gran parte dei colleghi, decide di rischiare la multa parcheggiando dove non è consentito, giusto a lato delle inferiate dello stabilimento. Oppure ricorre ai posteggi del vicino negozio di mobili.
Rispetto a molti suoi colleghi, Giovanni avrebbe poco da lamentarsi.  Lavora per quell’impresa da cinque anni tramite agenzia interinale. Da un anno, ha fatto il salto. È diventato uno dei rari assunti. Come lui, hanno tutti contratti al 70 per cento per uno stipendio di 2.700 franchi lordi, tredicesima compresa. Il tempo pieno è un’esclusiva riservata ai capi, mentre la grande maggioranza dei suoi colleghi è giovane, interinale e frontaliere. Il 70% dei dipendenti fissi non è una casualità. Gli undici turni lavorativi previsti dall’azienda corrispondono tutti a sei ore e quindici minuti. Esattamente il 70 per cento quotidiano delle 42 ore settimanali a tempo pieno. Turni teorici.
Nella pratica, Giovanni conosce solo la sera prima quando il giorno dopo entrerà in quel magazzino, ma non quando ne uscirà. È l’applicazione materiale della filosofia industriale del “just in time”, introdotta negli anni Cinquanta dalla Toyota giapponese e oggi impostasi a livello globale. In parole povere, significa produrre giusto in tempo per vendere, eliminando i costi delle scorte. Costi trasferiti sulle spalle dei dipendenti, la cui vita è sacrificata nel nome della flessibilità della produzione just in time. Chi volesse approfondire questo modello di produzione e le sue ricadute sociali può leggere le numerose opere sul tema del professore della Supsi Christian Marazzi.
E poiché la legge consente di lavorare fino a 50 ore settimanali, per  le ore spalmate sui cinque giorni e mezzo lavorativi previsti negli stabilimenti logistici ticinesi, Giovanni non riceverà supplementi di paga. Da contratto della Luxury Goods, le ore straordinarie sono compensate alla pari in tempo libero, e se non consumato entro 12 mesi, sarà remunerato alla pari. «Il supplemento salariale diventa inderogabile quando l’entità delle ore straordinarie non compensate supera  di 50 ore entro l’anno civile la durata massima del lavoro settimanale stabilita per legge» recita il contratto.
Giovanni, si diceva, ha poco da lamentarsi. Non perché non ne abbia le ragioni, ma perché se lo facesse, si ritroverebbe “just in time” per strada. E con famiglia e mutuo a carico, preferisce ingoiare il rospo. La sera dunque aspetta l’sms che gli dica quando inizierà a lavorare. E dove. Eh sì, perché lo stabilimento dove si trova oggi, Sant’Antonino, è la terza sede della logistica del gruppo, dopo Bioggio e Stabio (la sede amministrativa si trova a Cadempino). È stato inaugurato meno di un anno fa in pompa magna, alla presenza del «gotha delle autorità locali», come ha scritto un portale ticinese.
Nell’imminenza dell’apertura, sui media circolò l’informazione che per quella sede la Luxury Goods avrebbe assunto 15 residenti su 150 dipendenti. In molti dedussero che a Sant’ Antonino venissero creati 150 nuovi posti di lavoro, di cui il 10 per cento riservato ai residenti. L’informazione non era propriamente corretta. In realtà, la Luxury Goods avrebbe fatto girare i suoi dipendenti tra i suoi stabilimenti logistici ticinesi, soprattutto da Bioggio. Questo spiega perché a Giovanni la sera prima via sms comunicano non solo l’ora, ma anche dove lavorerà il giorno dopo. L’impresa indennizza i dipendenti per il cambio di stabilimento aumentando il salario orario di 20 centesimi.
Per quanto concerne invece i nuovi assunti a Sant’Antonino, da quel che abbiamo potuto costatare la ditta ha attinto alle liste dell’Ufficio regionale di collocamento, la disoccupazione cantonale. Sui numeri però vige il massimo riserbo.
Infine una precisazione ai lettori: Giovanni non esiste. È un personaggio inventato, la cui storia personale è la somma delle testimonianze raccolte da chi ha lavorato o lavora all’interno degli stabilimenti ticinesi della Luxury Good Logistic. È una scelta di narrazione di storie individuali dai tratti comuni, dettata dal timore di perdere il posto, che per quanto poco invidiabile consente  di portare a casa la pagnotta.
«I diritti di cui parli non so cosa siano. Da quando lavoro, non ho conosciuto altro» risponde un giovane, interinale e frontaliere, al collega che lo incita a ribellarsi, rivolgendosi ai sindacati. Come dargli torto? Ha 25 anni e proviene dal paese che conta 44 forme di contratti precari diversi e un tasso di disoccupazione giovanile alle stelle. L’assenza dei diritti dovuta alla ricattabilità estrema dello stato di bisogno è una realtà che ha investito un’intera generazione. E dei diritti conquistati dai loro nonni e genitori, questi giovani hanno solo sentito parlare. Non li hanno mai potuti sperimentare.

 

Una sola condanna in tutto il paese

In quali sanzioni incorre la ditta che ripetutamente viola le norme legali sulla mancata pianificazione dei turni o il tempo di riposo tra un turno e l’altro? La procedura prevede un primo richiamo dell’Ispettorato del lavoro, e dopo qualche tempo, un secondo richiamo con minaccia di denuncia penale. E se non ottempera entro un altro lasso di tempo, la denuncia può essere inoltrata. Nessuna multa è prevista. In Svizzera nel 2013 è stata emessa una sola condanna relativa ai tempi di lavoro (fonte Seco).

 

L’impresa informa

Contattata da area, l’azienda «non commenta ma sottolinea che sia Lgi (Luxury Goods International) che Lgl (Luxury Goods Logistics) sono assoggettate ad un contratto di lavoro che è quello di Ticinomoda siglato con l’Ocst.»

Continua a leggere “Alla Gucci il lavoro è su chiamata sms”

Notiziario Audio Podcast di Diario Prevenzione n° 21 del 17/11/2014

E’ online il Notiziario Audio Podcast  di Diario Prevenzione n° 21 del 17/11/2014
a cura di Gino Rubini
In questa puntata

– Piogge estreme, alluvioni, disastri ambientali e polemiche politiche sulle responsabilità. Sblocca Italia , una nuova colata di cemento ?

– Intervista al Dott. Giorgio Di Leone Presidente della SNOP – Società Nazionale degli Operatori della Prevenzione

– Una sentenza importante sulle responsabilità aziendali per la tutela della sicurezza dei lavoratori all’estero

– Il Convegno Alcol e Lavoro Gli effetti della crisi sulla salute dei lavoratori. Immigrazione, precariato, stress lavoro correlato ed emarginazione : le azioni di prevenzione per il consumo delle bevande alcoliche

– Lo stato dei Servizi di Prevenzione

– Segnalazioni

IL NOTIZIARIO
( 32 minuti , fomato wav )

 

Alluvioni: 20 anni di condoni e di permessi di costruzioni facili …. Anche Renzi parte del problema e non della soluzione

L’ira di Renzi sul maltempo:«20 anni di politiche da rottamare»
Il premier sul dissesto idrologico attacca le Regioni (anche di sinistra). Maroni: «Tutti hanno una responsabilità: «Renzi dia risposte concrete»

Ancora una volta il Presidente ha perso una buona occasione per tacere. Le regioni hanno responsabilità gravi sul dissesto idrogeologico, ma non sono tutte eguali. I disastri di questi giorni hanno origine da scelte fatte negli anni 50 e 60 di cementificazione del territorio. In  quegli anni le Regioni  non c’erano ancora….

Le liberatorie date da  almeno tre condoni in 30 anni hanno di fatto devastato il territorio. Su  questo ha ragione Burlando. Il capetto Renzi che è stato Presidente della Provincia di Firenze dovrebbe conoscere bene la storia delle politiche del territorio. Invece di sparare sugli altri sarebbe bene che il governo predisponesse il piano difesa del suolo da qui al 2020 coinvolgendo Regioni e Comuni capoluogo. Non si fa politica del territorio con le sbruffonate ma con un lavoro serio e con molte risorse .

Fare prevenzione vuol dire anche contrastare il processo di impoverimento e di plebeizzazione di milioni di uomini e donne che vivono del proprio lavoro.

Fare prevenzione vuol dire anche contrastare il processo di impoverimento e di plebeizzazione di milioni di uomini e donne che vivono del proprio lavoro.

Le turbolenze non solo climatiche e meteo che stanno percorrendo il nostro paese ci obbligano ancora una volta a fare il punto sulla situazione.
Nonostante  il  clima  generale di incertezze e di tensioni sociali rileviamo con piacere la tenacia di molti operatori che si occupano di prevenzione a perseverare con la continuità e l’impegno quotidiano nello sviluppare progetti, a elaborare proposte, a mantenere attivi Servizi di Prevenzione con risorse sempre più scarse.
Questo è un dato positivo, importante,  che fa bene sperare per il futuro, pure a fronte di una molteplicità di segnali negativi che indurrebbero molti a ritirare i remi in barca.

Come vedrete dalle notizie che riportiamo dalla newsletter nel corso di poche settimane si sono celebrati diversi eventi di rilevante importanza che mostrano che non vi è la resa rispetto ad un adattamento passivo e ad un ridimensionamento delle aspettative di una migliore qualità del lavoro, delle relazioni sociali, della vita.
Il Convegno monotematico Alcol e Lavoro che si è svolto a Bari si è caratterizzato per l’elevata qualità dei contributi dei relatori e per le elaborazioni e i programmi che ne sono scaturiti.

Diversi Seminari che si sono svolti nell’ambito del Salone Ambiente Lavoro hanno affrontato temi scottanti cercando di aggiornare metodologie e pratiche professionali di chi si occupa di prevenzione rispetto ai problemi di quest’epoca triste per chi vive del proprio lavoro.

Tra questi temi segnaliamo l’emergente problema dell’invecchiamento nel lavoro o meglio degli anziani costretti ancora a lavori pesanti e disagiati.

Continua a leggere “Fare prevenzione vuol dire anche contrastare il processo di impoverimento e di plebeizzazione di milioni di uomini e donne che vivono del proprio lavoro.”

Alluvioni, allagamenti, frane e responsabilità

Le bombe d’acqua con alluvioni, allagamenti e fiumi di fango che invadono case , negozi , scuole e centri storici sono cronaca quotidiana. In Italia si muore per alluvioni. Non è un fatto nuovo ma è nuova la frequenza e la vastità dei territori colpiti. E’ giusto in questi momenti essere solidali con le popolazioni colpite. Bravissimi i ragazzi che accorrono per dare una mano a liberare dal fango i piani bassi delle abitazioni.  Chi sono i responsabili di questo sfacelo del paese ? Sono solo i  sindaci di Massa Carrara o di Genova che giustamente dovranno  rispondere per quanto loro compete sui mancati di lavori di manutenzione o sui mancati allarmi o vi è una responsabilità diffusa di tutti i cittadini  che negli anni passati hanno chiesto varianti per costruire in aree golenali, in zone a rischio ? Occorre un esame di coscienza collettivo sulle responsabilità sia pure differenti che coinvolgono l’intero paese. Per anni vi è stata una pressione fortissima per cementificare ogni metro quadrato di territorio, per elevare costruzioni intubando torrenti, canali e recuperare spazi edificabili. Chi ha votato questi signori che poi come sindaci hanno dato permessi di costruzione anche dove non si doveva? Che dire poi dei finanziamenti bloccati per cui per anni non sono state fatte le manutenzioni ordinarie agli argini e tutti quei lavori necessari per garantire una ragionevole sicurezza del territorio.

Tra coloro che protestano giustamente perchè vittime delle alluvioni quanti si fanno un esame di coscienza  sulle sottovalutazioni dei rischi e sul fatto di non avere contrastato il consumo folle di territorio che ha reso vulnerabili tante aree del paese ?

Certo i gradi di responsabilità sono differenti ma sono pochi quelli che sono per davvero “innocenti” . Assumiamo tutti il concetto che siamo responsabili rispetto al governo ambientale del territorio e che non dobbiamo delegare a terzi un ruolo di controllo sociale su ciò che accade nell’ambiente in cui viviamo. Le occupazioni dei comuni, le aggressioni ai politici locali sono una valvola di sfogo temporanea, un urlo di rabbia impotente che va superato con una partecipazione consapevole a richiedere nuove politiche di gestione dei rischi ambientali a livello locale e nazionale. E non dimentichiamo un fatto: le politiche di gestione dei rischi ambientali non sono delegabili a terzi ma ciascuno di noi deve fare la sua parte.

 

editor

 

 

 

 

L’intervista audio al Dott. Giorgio Di Leone, medico del lavoro e Presidente della SNOP – Società Nazionale degli Operatori della Prevenzione

L’intervista audio al Dott. Giorgio Di Leone, medico del lavoro e Presidente della SNOP – Società Nazionale degli Operatori della Prevenzione su questi temi

– stato dell’arte e prospettive  della prevenzione in materia di salute e sicurezza sul lavoro in questa crisi prolungata che ha messo in difficoltà imprese e istituzioni;

– le linee del Governo in materia di lavoro quali effetti avranno sia sul sistema istituzionale di prevenzione sia nei luoghi di lavoro;

– quali iniziative e progetti ha in cantiere la Snop per la continuità  dei Servizi di prevenzione delle Asl .

L’INTERVISTA AUDIO ( 33 minuti  audio wav )

Gli effetti della crisi sulla salute dei lavoratori. Immigrazione, precariato, stress lavoro correlato ed emarginazione : le azioni di prevenzione per il consumo delle bevande alcoliche.

Gli effetti della crisi sulla salute dei lavoratori. Immigrazione, precariato, stress lavoro correlato ed emarginazione : le azioni di prevenzione per il consumo delle bevande alcoliche.
La lotta all’alcolismo tra i lavoratori risale alla fine ‘800. Le prime leghe sindacali nella fase costituente incontrarono tra gli ostacoli l’abitudine dei lavoratori all’alcol, il loro dissipare il salario nelle osterie.
La prima grande opera di prevenzione fu quella del sorgere delle coalizioni di lavoratori che rivendicavano autonomia e dignità del lavoro. La prima grande opera di contrasto all’abuso dell’alcol, in quell’epoca, fu fatta dai movimenti caratterizzati da un forte protagonismo femminile che individuarono nella lotta all’alcolismo di cui erano vittime i bredwinners una priorità per salvaguardare condizioni di esistenza tollerabili nelle famiglie.

E’ da questo aspetto che scelgo di partire per sviluppare una serie di riflessioni sul tema.
Come sindacalista ho maturato un’esperienza lunga di situazioni di crisi, di gruppi di persone che da un certo momento vivono la destrutturazione del loro essere sociale, della loro identità e autostima derivante dalla perdita del lavoro sia al livello di gruppo sia a livello individuale.

In quest’epoca di crisi prolungata , di trasformazione della società e del lavoro, si moltiplicano le situazioni di vulnerabilità, migliaia di persone che avevano raggiunto un certo equilibrio e una condizione di vita decorosa si trovano, finita la CIG e i pochi altri strumenti di protezione sociale all’improvviso proiettate nel “vuoto” dell’incertezza rispetto al loro futuro, senza un paracadute.

Questo avviene peraltro in una società che in larga parte ha interiorizzato e accettato la cultura della rottamazione non solo degli oggetti ma anche degli umani non adatti o non più adatti in nome dell’efficienza del sistema azienda e del ricambio generazionale che si sta realizzando senza la mediazione di un patto di alleanza tra le generazioni.

Continua a leggere “Gli effetti della crisi sulla salute dei lavoratori. Immigrazione, precariato, stress lavoro correlato ed emarginazione : le azioni di prevenzione per il consumo delle bevande alcoliche.”

Roma: tutele crescenti a suon di manganellate

Oggi a Roma malmenati gli operai della AST. Tutele crescenti a suon di manganellate. Dopo settimane di aggressioni verbali e insulti da parte di esponenti del governo contro il sindacato, verosimilmente qualcuno nella catena di comando della polizia ha deciso di mettere in pratica il nuovo corso di relazioni tra governo e sindacati . Un  nuovo corso che riporta alla memoria la “modernità” della polizia ai tempi di Scelba. Le penose giustificazioni della Questura di Roma, palesemente improvvisate e maldestre, danno l’idea della confusione che regna nelle strutture di comando della polizia. Vedremo nei prossimi giorni quali giustificazioni verranno date rispetto a questa aggressione a freddo contro lavoratori che manifestavano per la difesa del lavoro. Sono irresponsabili quei dirigenti del PD che da settimane insultano e dileggiano il sindacato in ogni sede.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mio babbo ha perso il lavoro. Ma gli voglio bene lo stesso

Pubblichiamo da Inchiestaonline questa opera di Emilio Rebecchi
fonte INCHIESTAONLINE.IT

Il mio babbo ha perso il lavoro. Ma gli voglio bene lo stesso. Lo scrive un bambino di 8 anni, che è arrivato nel mio studio insieme alla sua mamma. Il motivo della consultazione: una diagnosi di iperattività suggerita dall’insegnante . Il bambino per alcuni momenti assume posizioni strane, muove vorticosamente le braccia , saltella. Poi la crisi passa e torna la quiete. Per il resto è assolutamente normale. Il rendimento scolastico buono. L’intelligenza vivace. Chiedo se i momenti di iperattività siano riconducibili a condizioni particolari, improvvise emozioni, timori, o altro. Né la maestra né i genitori hanno trovato tracce o significati. L’agitazione motoria appare inspiegabile. Chiedo del lavoro dei genitori. La madre è impiegata in un’agenzia di pulizie; il padre é carpentiere.

Continua a leggere “Il mio babbo ha perso il lavoro. Ma gli voglio bene lo stesso”