Gli effetti della crisi sulla salute dei lavoratori. Immigrazione, precariato, stress lavoro correlato ed emarginazione : le azioni di prevenzione per il consumo delle bevande alcoliche.

Gli effetti della crisi sulla salute dei lavoratori. Immigrazione, precariato, stress lavoro correlato ed emarginazione : le azioni di prevenzione per il consumo delle bevande alcoliche.

Gli effetti della crisi sulla salute dei lavoratori. Immigrazione, precariato, stress lavoro correlato ed emarginazione : le azioni di prevenzione per il consumo delle bevande alcoliche.
La lotta all’alcolismo tra i lavoratori risale alla fine ‘800. Le prime leghe sindacali nella fase costituente incontrarono tra gli ostacoli l’abitudine dei lavoratori all’alcol, il loro dissipare il salario nelle osterie.
La prima grande opera di prevenzione fu quella del sorgere delle coalizioni di lavoratori che rivendicavano autonomia e dignità del lavoro. La prima grande opera di contrasto all’abuso dell’alcol, in quell’epoca, fu fatta dai movimenti caratterizzati da un forte protagonismo femminile che individuarono nella lotta all’alcolismo di cui erano vittime i bredwinners una priorità per salvaguardare condizioni di esistenza tollerabili nelle famiglie.

E’ da questo aspetto che scelgo di partire per sviluppare una serie di riflessioni sul tema.
Come sindacalista ho maturato un’esperienza lunga di situazioni di crisi, di gruppi di persone che da un certo momento vivono la destrutturazione del loro essere sociale, della loro identità e autostima derivante dalla perdita del lavoro sia al livello di gruppo sia a livello individuale.

In quest’epoca di crisi prolungata , di trasformazione della società e del lavoro, si moltiplicano le situazioni di vulnerabilità, migliaia di persone che avevano raggiunto un certo equilibrio e una condizione di vita decorosa si trovano, finita la CIG e i pochi altri strumenti di protezione sociale all’improvviso proiettate nel “vuoto” dell’incertezza rispetto al loro futuro, senza un paracadute.

Questo avviene peraltro in una società che in larga parte ha interiorizzato e accettato la cultura della rottamazione non solo degli oggetti ma anche degli umani non adatti o non più adatti in nome dell’efficienza del sistema azienda e del ricambio generazionale che si sta realizzando senza la mediazione di un patto di alleanza tra le generazioni.

Condizioni di lavoro stressanti sono poi molto diffuse in quasi tutti i luoghi di lavoro che vanno bene anche in questa fase di crisi. Sono realtà che richiedono prestazioni molto competitive con una selezione dura tra gli adatti e i non adatti.
A questo aspetto della intensificazione del lavoro si associa la responsabilizzazione sul risultato del lavoro, una responsabilizzazione senza potere decisionale che viene spesso assegnata al singolo lavoratore o al piccolo gruppo senza che questi abbiano piena disponibilità di tutto quanto serve per realizzare nei tempi previsti gli obiettivi assegnati….
Coloro che non ce la fanno sono messi da parte, poco importa se sono lontani dalla pensione o hanno famiglia con figli piccoli a carico.
Il sentirsi abbandonati, umiliati e offesi, arrabbiati e impotenti fa parte dell’esperienza soggettiva di coloro che perso il lavoro non riescono a trovare un’altra occupazione e il tempo che scorre senza risultati diventa per loro un supplizio…
Esiste poi una platea di soggetti avvezzi all’alcol per scelte personali o per vicende sfortunate della vita per i quali l’alcol diviene ragione di licenziamento o emarginazione nel lavoro. Anche in questi casi sono le reti sociali il riferimento per la gestione del problema. Accordi sindacali per la reintegrazione nel lavoro delle persone dipendenti da alcol e sostanza, dopo un progetto di svezzamento ve ne sono stati molti ma solo nelle aziende medio grandi.

LE RETI SOCIALI COME STRUMENTO DI PREVENZIONE

Come si può fare prevenzione rispetto alle derive verso la dipendenza da sostanze e/o verso l’alcolismo e verso forme di autolesionismo, fino al suicidio, tragedie che hanno occupato , purtroppo, le cronache locali dei quotidiani della mia regione?
Il primo passo è quello di non lasciare sole le persone e/o i gruppi di lavoratori che hanno perso o stanno perdendo il lavoro.
Le reti sociali formali e informali sono decisive per mantenere quella socialità necessaria a condividere le fasi di crisi personali. In questo ambito ho visto e praticato molte forme di aggregazione che nascono con l’obiettivo di non lasciare sole le persone. Una delle forme più tradizionali è il ruolo di accompagnamento del sindacato nel predisporre e gestire gli strumenti immediati di tutela contrattuale e anche burocratica delle persone. Esistono poi altre reti di protezione e tutela che si sono sviluppate in questi anni per dare una risposta ai bisogni non materiali ma di sostegno psicologico ai singoli, a quelle persone che non riescono ad elaborare il lutto per la perdita dello status di lavoratore, di persona autonoma.

A Bologna, ad esempio opera da più di cinque anni l’Associazione Rivivere che ha istituito il Servizio Primo Maggio che accoglie quei lavoratori e lavoratrici in crisi ove con gli psicologi intraprendono una narrazione della propria storia e ricostruiscono un nuovo punto di vista di sé, della propria vicenda di vita e delle possibilità di essere anche altro rispetto alla vita precedente.

In altre città della regione esistono gruppi di volontariato che si prendono in carico le persone in crisi e fanno da tramite con i Dsm. Purtroppo i tagli delle risorse hanno ridotto la capacità operativa delle strutture pubbliche a prendere in carico per terapie brevi le persone in crisi a causa della perdita del lavoro.

Conoscere il sistema di reti sociali e connettere la domanda di aiuto che viene dalle persone in crisi è il primo passo per fare prevenzione rispetto ai disturbi dell’adattamento che comportano atteggiamenti negativi verso la salute come l’uso di sostanze, alcol.
Le reti associative e sociali hanno bisogno di linee guida e di formazione dagli esperti per non commettere errori nel loro operare e nell’accoglimento delle persone che soffrono.
Non serve infatti un atteggiamento presente spesso tra i colleghi di lavoro ispirato solo dalla pietas, teso a coprire gli effetti dell’alcolismo che finisce per ritardare l’emersione del problema. Cosi come non serve un atteggiamento moralistico ispirato alla cultura della redenzione, serve un intervento pluridsciplinare che supporti la persona a intraprendere un altro progetto di vita con la fuoriuscita dalla dipendenza.

Vedi esperienza svizzera supportata dall’Assicurazione SUVA sugli infortuni e malattie correlate al lavoro che si sostanzia nell’accettazione da parte dell’interessato di un progetto, di cui è compartecipe l’azienda, di fuoriuscita dalla dipendenza e dal cui successo dipende la reintegrazione nel lavoro

In buona sostanza per fare prevenzione rispetto all’abuso dell’alcol riferito al lavoro e alla perdita del lavoro richiede agli attori sociali e istituzionali la predisposizione di reti sociali che siano in grado di accogliere ed ascoltare le persone che sono andate in crisi perché abbiano un luogo e supporti per ridefinire il proprio progetto di vita .

Siamo molto lontani da ciò che sarebbe giusto e necessario fare.

Gino Rubini
Riferimenti bibliografici

– Campione F. – Non lavoro – trasformare la disoccupazione in opportunità – Edizioni San Paolo
– Levinas E. Parola e silenzio e altre conferenze inedite Editore Bompiani
– Brandolini E.M Morire di non lavoro. La crisi nella percezione soggettiva – Ediesse, Roma 2013

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