Politiche migratorie, Razzismo/i, Respingimenti migranti, Salute pubblica e responsabilità personale

Ventimiglia: pensieri su testimonianza e sovraesposizione – di Marta Menghi, Amelia Chiara Trombetta e Antonio Curotto

 FONTE EFFIMERA.ORG

Ti offro questi dati perché niente muoia, né i morti di ieri, né i resuscitati di oggi. Voglio brutale la mia voce, non la voglio bella, non pura, non voglio si diverta, perché parlo infine dell’uomo e del suo rifiuto, del suo marcio quotidiano, della sua spaventosa rinuncia. Voglio che tu racconti. Fanon, Lettera a un francese

 

Dall’inizio del 2016, siamo stati a Ventimiglia regolarmente e tutte le volte abbiamo voluto scrivere e condividere ciò che abbiamo visto e vissuto.

Ci muoveva la convinzione dell’importanza di descrivere gli eventi di cui eravamo testimoni.

Un forte movimento politico e umano tentava di rovesciare la visione dominante e di condividere spazi politici con chi viaggiava, nonostante la repressione delle istituzioni.

Da allora abbiamo osservato e cercato di delineare ciò che accadeva sul nostro territorio: gli effetti della privazione della libertà di movimento, basata sulla provenienza geografica e sul colore della pelle, costringevano un grande numero di persone a vivere in uno spazio artefatto, in condizioni di difficoltà estrema.

Negare l’esistenza di esseri umani, arbitrariamente, in un determinato tempo e luogo, costituisce il presupposto per politiche con cui le istituzioni non solo rifiutano qualsiasi supporto, ma addirittura appaiono tendere all’annientamento della vita stessa.

Riteniamo che, per non cadere nella complessa macchinazione fondata sulla disumanizzazione dei (s)oggetti delle politiche e di noi spettatori, il primo passo sia la conoscenza di ciò che concretamente e quotidianamente accade intorno alla recentemente rinforzata frontiera – delle donne, degli uomini, delle bambine e dei bambini che tentano di attraversarla e che forzosamente si trovano a vivere nelle sue vicinanze.

Come medici, siamo da sempre politicamente impegnati nella direzione dell’accesso alla salute per tutte e tutti.

Per tale motivo, non potevamo esimerci dal portare il nostro sapere tecnico dove ce ne fosse più bisogno e descrivere nuove/antiche malattie, sviluppatesi nella deprivazione di quelli che vengono definiti legalmente i determinanti sociali della salute: accesso al cibo e all’acqua potabile, condizioni igieniche e un luogo abitativo adeguati, ecc.

Per essere così pochi, e spesso travolti dagli eventi che si susseguono sempre insensati nell’area di Ventimiglia, abbiamo spesso la sensazione di tralasciare argomenti importanti: la scelta dei luoghi isolati e più miseri per l’installazione di campi profughi formali e informali; la malattia di chi vive il confine come abitante o come solidale; i mestieri, i guadagni ed anche i nuovi carnefici che forzosamente originano dalla frontiera; la tensione e il conflitto costanti, che creano alleanze o le distruggono. Ultimo, ma non per importanza, il senso politico della lotta di chi viaggia, tentando di affermare il proprio diritto al movimento, alla vita, a non essere discriminato per motivi razziali o geografici.

Qualche settimana fa, tornando da Ventimiglia con i vestiti pregni di quell’odore acre di fumo che non si ostina ad uscire dalle narici, abbiamo affrontato un ragionamento che tuttavia non può essere più evitato.

Il rap sudanese ci risuona nelle orecchie, insieme al rumore cadenzato dei passi che smuovono di volta in volta le pietre grigie ed appuntite di quel frammento d’Europa che continuiamo a calpestare. L’odore di burro d’arachidi che cuoce insieme al pomodoro si mischia nel ricordo con l’olezzo dei rifiuti abbandonati lungo l’argine del fiume Roja, ancora una volta in piena. Quella sponda scandisce la distanza di un attraversamento, Il fiume che s’ingrossa proprio mentre ci apprestiamo a ripartire sotto una pioggia torrenziale.

Abbiamo ascoltato molto altro, davanti agli occhi troviamo altre immagini. Vorremmo utilizzare le dita per incidere su questo foglio tutto ciò che ci rimbomba in testa in questi giorni, le riflessioni che abbiamo condiviso, ciò che abbiamo visto e il poco che siamo riusciti a fare, le parole che abbiamo udito, la pelle che abbiamo toccato.

Desideriamo fortemente che, ancora una volta, la parola si faccia testimonianza.

Testimonianza di questo tempo, dell’assurdità di questo Occidente, questo Occidente dei campi profughi che si allargano nel bel mezzo delle città, proprio di fronte alle case vuote.

Ma è l’11 marzo.

Il confine ci ha tolto la voce. Gli ultimi rivolgimenti politici, con la destra xenofoba al 52, 7%, la repressione sempre più violenta, l’utilizzo dei poveri contro i poveri, fanno si che il racconto di ciò che davvero avviene potrebbe essere molto facilmente non compreso, o usato ai danni dei nostri compagni viaggiatori.

La neve s’è sciolta.

Della rivolta, di fronte a cui in tanti hanno alzato la testa, non v’è più traccia.

Iniziamo a fare i conti con ciò che vorremmo raccontare di questi giorni. Facciamo un lungo elenco di volti, di persone, di storie che vorremmo riportare. Subito realizziamo che dobbiamo invertire il criterio del ragionamento: “Questo non è il caso di raccontarlo, è un momento troppo delicato”. Poco dopo squilla il telefono: una compagna ci comunica l’ennesima perplessità sul rendere pubblico anche l’ultimo evento che intendevamo narrare. Ci guardiamo intorno. Non troviamo più le risposte. O meglio, molte risposte le abbiamo cercate, ma con lo scorrere delle ore capiamo che ogni singolo passaggio del nostro racconto può diventare strumento. Strumento di una guerra, quella che si consuma ogni giorno nelle zone di confine.

L’ago della bilancia tra i rischi e i benefici sembra impazzire di fronte ai nostri occhi. Troppi i pericoli delle strumentalizzazioni di una testimonianza. Troppa la distanza tra l’immagine e la possibilità della sua sovraesposizione.

Chi resta? Chi parte? Chi è che sorveglia? Chi sono i sorvegliati? Quali i corpi docili? Chi sono le vittime? Chi i carnefici?

Le tracce si fanno segni. La frontiera è una ferita aperta. Tutto muta troppo repentinamente.

Il fermo immagine, malgrado tutto, non è sufficiente.

Ci sentiamo come nel mezzo di una distopia.

Scegliamo perciò di alzare gli occhi dal campo di via Tenda e di prenderci un periodo di pausa, coscienti del fatto che se il pensiero si rifiuta di pesare, di violentare, corre il rischio di subire senza frutti ogni brutalità che la sua assenza ha liberato.

In un testo intitolato Immagini malgrado tutto Georges Didi Huberman narra la storia di quattro fotografie, quattro immagini scattate da un ebreo del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau nell’agosto del ’44. Esse rappresentano i soli frammenti visivi di ciò che è altrimenti inimmaginabile: in quanto tali, atto di resistenza radicale – poiché strappata al progetto dell’ingranaggio nazista che mirava alla cancellazione totale di ogni traccia della stessa operazione di eliminazione.

Nella loro forma originaria, non sono altro che delle fotografie mosse, scure, sul fondo delle quali si scorgono soltanto le ombre di alcune persone, in fila verso l’inferno dell’uomo che annulla se stesso.

A partire da quelle immagini, Didi Huberman scrive un testo che parla del valore della testimonianza, sostenendo che sia proprio l’incompletezza di quei frammenti a rendere le immagini comprensibili. In breve, le modifiche che esse subiscono nel corso del tempo, tese a definire più chiaramente l’oggetto della rappresentazione, secondo l’autore non fanno altro che trasformarle da testimonianza in feticcio. In tal modo finiscono per mostrare esattamente ciò che ci si aspetta ed il nostro sguardo viene costretto al “riconoscimento”; ma l’immagine, secondo il filosofo, non è mai nulla – né tutta, né una.

Ogni immagine è già sempre immersa in un linguaggio e può essere compresa a partire dall’atto che l’ha resa possibile. Ogni immagine, per diventare testimonianza, necessita di un contesto e di un immaginario al quale far riferimento. L’immaginario che si dispone attorno all’analisi di un evento, possiede però anche il potere di definirne il regime di verità. E allora è la distanza dello sguardo che ci consente di non cadere nell’oscenità della rappresentazione: quando lo sguardo diventa voyeuristico e l’orrore irrompe nel quotidiano. L’immaginario si traspone nel reale e si confonde con esso: in questo caso non siamo più di fronte all’evento, ma davanti alla sua spettacolarizzazione.

Cercando l‘immagine-tutto non facciamo altro che affermare la necessità del simbolo. Ed il simbolo dell’orrore può essere soltanto riconosciuto ed “evitato”, ma mai compreso. Di fronte al simbolo ci si limita ad individuare, a ravvisare, ciò che si presume come già conosciuto. In questo senso, è proprio il piano dell’azione ad essere negato dialetticamente: si paralizza la stessa possibilità di mettere in relazione l’immagine con l’altro da sé. Tutto di quelle immagini ci parla dell’orrore della Shoah: gli spazi, le sbavature, il fuoco con cui è stata scattata, ci consentono di “vedere” la mano tremante al di là dell’obiettivo che corre il rischio di produrla, ogni particolare ci rivela qualcosa in più di quell’evento/immagine.

La negazione operata dalla trasformazione di quell’immagine in un immagine feticcio, trasforma invece l’evento, da problema semantico a “problema semiotico”: l’immagine diventa segno ed il segno può essere riconosciuto, ma mai compreso. Come sostiene Émile Benveniste, la differenza fra riconoscere e il comprendere rinvia infatti a due facoltà distinte della mente: la capacità di percepire l’identità fra l’anteriore e l’attuale da una parte, e quella di percepire il significato di una nuova enunciazione dall’altra.

Negando la possibilità semantica dell’immagine, si nega anche la possibilità di agire il nuovo, intrinseca nella pratica stessa della significazione.

Cosa c’entra tutto questo con Ventimiglia? Probabilmente, in qualche modo la morsa nella quale ci siamo sentiti immersi è la medesima.  Anche noi eravamo parte di quella scena. Ecco, in questo momento Ventimiglia è una realtà sovraesposta – ed ogni immagine che possiamo tentare di restituirne corre il rischio di divenire necessariamente un’immagine feticcio, utile a rafforzare il regime di verità costruito da qualcun altro. In questo momento gli sguardi che si indirizzano su quella frontiera sono sguardi complici, che cercano di comprendere, ma che sanno già cosa hanno bisogno di riconoscere, a quale immaginario far riferimento.

Forse è proprio in questi giorni che abbiamo sentito sulla pelle tutta la violenza di ciò che Nicholas De Genova definisce lo “spettacolo del confine”. Quel preciso meccanismo che si attiva sul confine, e che consente di essenzializzare l’ineguaglianza facendo sì che l’alterità prodotta giuridicamente possa essere concepita come differenza categoriale. Nello spettacolo del confine scena ed o-sceno sono, difatti, dialetticamente interconnessi: l’intera vita si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli ed alle radici di quella finzione stanno la divisione sociale del lavoro e la specializzazione del potere.

Il confine è modellato proceduralmente come “sito di trasgressione” – e per questo, la scena che si dispone e che genera la necessità dell’esclusione viene allestita attraverso il ricorso ad un supplemento di oscenità. Ciò che definisce tale produzione dell’oscenità è il fatto che essa venga costruita non solo da un processo di occultamento, ma soprattutto da una fase di esposizione selettiva.

In questo senso, la scena dell’esclusione dischiude e riafferma compulsivamente il “fatto osceno dell’inclusione subordinata”: in questo modo, la politica della cittadinanza pone le condizioni per essere tradotta in una politica essenzialista della differenza.

È la stessa regolamentazione istituzionale del regime migratorio a produrre nel medesimoatto costituente il presupposto dell’illegalità migrante, lasciandola apparire come il frutto di una mancanza intrinseca dei soggetti, ponendo le basi del processo di razzializzazione. Lo spettro del confine intensifica il grado in cui tutta la vita del migrante è resa aliena, mobilitata a sostegno di allarmanti segnali di separazione ed allontanamento diretti contro i ”sempre già inclusi”, che fondano la partizione in cui la macchina governamentale amministra le condotte.

Forse la prossima volta useremo i rumori e i suoni di quella terra di mezzo e di nessuno, oppure torneremo a raccontare la malattia del confine così come tentiamo di curarla, in chi viaggia e in noi stessi.

Come in questo caso e come sempre, sarà utile mettere insieme i saperi di compagne e compagni, viaggiatrici e viaggiatori, per avere una visione completa della realtà, immaginare possibili alternative e modalità per attuarle.