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Il Brasile dopo l’omicidio di Marielle Franco – Intervista a Giuseppe Cocco

Fonte Effimera.org

Il Brasile dopo l’omicidio di Marielle Franco – Intervista a Giuseppe Cocco

Ringraziamo Giuseppe Orlandini per la traduzione dal portoghese.

Cosa significa in termini politici l’esecuzione della consigliera di Rio de Janeiro Marielle Franco?

In base a ciò che è stato scoperto dalle prime investigazioni, ci sono sufficienti elementi per dire che non è stata solo “una” esecuzione, ma una esecuzione politica, un attentato. Si tratta di una esecuzione la cui dimensione politica ha almeno tre elementi: il primo è che Marielle era una militante del PSOL (Partito Socialismo e Libertá, una dissidenza di sinistra del PT, creato nel 2004), in particolare del PSOL di Rio; il secondo è che Marielle era espressione di una generazione di “giovani poveri, neri e nere di favela” che hanno cominciato a fare politica in prima persona, autonomamente; il terzo è che l’omicidio avviene nell’ambito dell’intervento federale a Rio, decretato dal presidente Temer.

Com’è ovvio, ci sono molti altri elementi, ma per un primo approccio penso sia necessario ordinarli a partire da qui.

1)     Marielle era del PSOL di Rio de Janeiro. Il PSOL di Rio è stato capace di uscire dal ghetto nel quale si trova il PSOL nazionale e costituirsi come una forza elettorale con peso e consistenza. É importante comprendere come il PSOL di Rio abbia ottenuto questo ruolo da protagonista, in termini sia di attivismo che elettorali. Senza pretendere di essere esaustivo, credo ci siano tre principali spiegazioni: il PSOL a Rio è diventata l’unica opposizione al consorzio politico-mafioso comandato a livello federale dal PT e a livello fluminense e carioca dai compari del PMDB: se a livello nazionale il marketing lulista riusciva a non rendere esplicite le negoziazioni infami alle quali si associava (quando non le promuoveva), a Rio tutto questo è evidente perlomeno dal 2010.


Nelle manifestazioni del 2013, con milioni di persone nelle strade di Rio, le unanimi parole d’ordine erano contro le mafie che governano la città: Cabral, Paes, la Supervia (l’impresa dei trini di periferia), le milizie nelle favelas. Il secondo elemento è che il PSOL a Rio ha un leader (Marcello Freixo) la cui carriera politica si è costituita nella lotta in prima persona contro le milizie; ossia difendendo i diritti umani su un terreno concreto di critica delle relazioni di potere: se ciò gli comporta un grande rigetto da parte dell’emergente movimento fascista che la stessa violenza produce e legittima, allo stesso tempo gli ha conferito anche molta forza e legittimità in due campi: l’attivismo di classe media – che sa molto bene che l’unico modo per disattivare la spirale di guerra nella quale ci troviamo è trasformare radicalmente l’agenda sulla sicurezza in agenda sociale – e l’attivismo emergente dei giovani delle favelas e delle periferie che trovano spazio nel PSOL; il terzo elemento consiste nel fatto che il PSOL è riuscito, in due momenti e situazioni differenti, a rompere le barriere del ghetto e dei media, realizzando una campagna-movimento aperta e orizzontale nelle elezioni municipali del 2012 e partecipando alla sollevazione di giugno del 2013. Pertanto, il PSOL di Rio è soggettivamente e oggettivamente un problema per lo schema mafioso di potere che governa buona parte dei territori carioca e fluminensi.

2)     Marielle era espressione di un nuovo tipo di movimenti sociali brasiliani che – sin dagli anni ’90 – hanno rinnovato le lotte autonome dislocandole sul terreno dell’auto-valorizzazione. Si è trattato di un dislocamento potentissimo venuto da politiche minori e alla cui base ci sono i corsi comunitari di pre-vestibular (preparazione all’esame di accesso all’Università, ndt) per poveri e neri degli anni novanta: non più la difesa dell’Università pubblica per l’élite, ma il duro lavoro di autorganizzazione per i senza-università e i senza-cittadinanza, per far entrare quelli “della favela” e rompere una delle barriere di segregazione sociale più grandi; non più la mistificazione della questione razziale attraverso il discorso sociale, ma l’integrazione della lotta contro queste due mortifere eredità della schiavitù attraverso la rivendicazione di azioni affermative; non più l’ideologia sviluppista che faceva del povero un lumpen che doveva essere trasformato in lavoratore, ma l’affermazione della sua potenza. Dai pre-vestibulares sono sorte innumerevoli iniziative di giovani nelle favelas e nelle periferie, come il PVNC, l’Ocupa Alemão, il Ceasm nella Maré, il Norte Comum e molte altre: il nerbo della sollevazione di giugno 2013 che per la prima volta è stata capace di criticare l’infame blocco di potere. E la potenza dei poveri è intelligenza dei corpi e della molteplicità. Marielle è stata l’incarnazione di tale potenza: “donna, nera, favelada” che costituisce liberamente il suo sapere, la sua sessualità e il suo potere: “consigliera” dell’autonomia e della moltitudine dei poveri. Marielle era (e continua ad essere, questo nessuno potrà ucciderlo) una fortissima espressione delle lotte che tutti i giorni affrontano e sfidano con l’intelligenza e i corpi il volto necropolitico del potere nelle favelas e nelle periferie. Marielle era soggettivamente un divenire, una linea di fuga insopportabile per la legge del silenzio che il potere mafioso (che è allo stesso tempo mafia del potere della quale il PT di Lula é diventato una colonna portante) deve mantenere intatta.

3)     L’esecuzione politica di Marielle ha così queste due determinanti strutturali: uccidere qualcuno del PSOL di Rio e uccidere la forza della resistenza nelle favelas e delle favelas: confermare la legge del silenzio. Tuttavia, mi sembra molto chiaro che c’è una determinante congiunturale dell’esecuzione: “l’intervento federale”. C’è un patto non scritto nella gestione della violenza a Rio de Janeiro: mentre la ferocia si muove liberamente sui poveri nelle favelas e nelle periferie (compresi i poliziotti), esiste una sottile linea che raramente è attraversata –  la guerra avviene tra i poveri e coinvolge direttamente determinate istituzioni solo in casi specifici, come avvenuto con la giudice Patrícia Acioli, assassinata da un gruppo di agenti della polizia militare nel 2011. L’assassinio di Marielle non è stato solo un attraversamento di quella linea, ma un attentato esplicitamente politico. Marielle non costituiva alcuna minaccia giudiziaria o poliziesca per la mafia del potere. Si tratta proprio di un attentato politico, dell’esplicitazione della dimensione politica dell’ ammasso mafioso che domina Rio de Janeiro (e non solo). Le prime investigazioni – due auto rubate hanno seguito e chiuso la strada alla macchina di Marielle, mentre i proiettili provengono da uno stock usato in precedenti massacri della Polizia Militare in tutto il Brasile – non lasciano molti dubbi: si getta il terrore sul PSOL di Rio e sull’attivismo indipendente per mandare un messaggio al livello federale: se l’intervento federale (condotto dall’esercito) si immischia davvero negli affari della mafia del potere – come sta facendo l’operazione anticorruzione Lava Jato non solo con l’organizzazione partitica della mafia, ma anche con i suoi legami operativi, come ad esempio il responsabile del sistema penitenziario di Rio arrestato recentemente – ci sarà un costo, una reazione… che già sta avvenendo. Ciò che resta indeterminato è la dimensione reale di questo “messaggio” e la risposta che esso produrrà.

Mi pare che la mobilitazione di strada e la copertura mediatica (della Globo in particolare) siano risposte forti che mantengono l’orizzonte democratico. So che affermare ciò infastidisce parte degli attivisti che vedono – giustamente – nella Globo un polo di potere (e tale paradosso è parte indiretta dei calcoli degli assassini), ma c’è una chiara scelta democratica della testate e una scommessa in tal senso – vedendola in termini operaisti: l’impegno democratico della Globo nel caso Marielle è riconoscimento della potenza dei poveri e della democrazia senza la quale non ci sarebbero l’industria culturale e la città che la produce. Vedo in ciò la forza del giugno del 2013 e i settori modernizzatori che scommettono in tale direzione (al contrario di ciò che hanno fatto nel giugno). Senza pensare che questo significhi che i media siano parte del movimento, ciò che dovrebbe infastidire le mobilitazioni democratiche sono i tentativi del PT e più in generale della sedicente sinistra di parassitare queste mobilitazioni. I media che dovrebbero infastidire gli attivisti del PSOL dovrebbero essere quelli governisti, i fake alla Midia Ninja, che è diventato il loro mezzo di comunicazione (del PT, ndt).

Questa esecuzione cosa dimostra rispetto all’attuazione della polizia e delle milizie a Rio de Janeiro e al caos intorno alla sicurezza pubblica?

 Il caos nella sicurezza di Rio e del Brasile non è una novità. Ci sono città del Brasile che risultano molto più violente: il Nordest, che il marketing del lulismo ha trasformato in un paradiso, è teatro di una violenza spaventosa che è aumentata sistematicamente durante i governi del consorzio mafioso di PT e PMDB. Come non ricordare che il governatore del PT di Bahia commemora il massacro dei poveri da parte della Polizia Militare al suo comando alla maniera di un Bolsonaro, e il PT – che finge di piangere per Marielle – non ha mai pensato di espellerlo. Tuttavia, a Rio abbiamo una dimensione molto più grave e  “nuova”. L’intervento non è una questione di violenza, ma di vuoto del potere. Mentre il vuoto del governo Dilma dopo la frode elettorale del 2014 è stato riempito provvisoriamente, precariamente e parzialmente dall’Impeachment, il crollo di Rio è stato generale, continuo e totale. Non c’è più governo a Rio, e da tempo.I ragazzi che gridano “fuori Temer” nelle manifestazioni per Marielle, riproducono, senza saperlo, una delle dinamiche di distruzione della democrazia e di Rio. Non perché si tratti di salvare Temer, ovvio. Ma perché il “fuori Temer” è falso, esso contiene il “torna Lula”: il ritorno dell’altra faccia della stessa mafia. Cioè, la colonizzazione del PSOL carioca da parte del lulismo dei “senza tetto però con la Odebrecht”, è un suicidio politico (che ha spiegazioni ideologiche e sociologiche che non ho modo di presentare qui).

Ciò che spiega l’intervento a Rio non è il tasso di violenza, ma il fatto che non c’è più alcun governo.Nel vuoto di un governo che dopo il 2014 non è mai esistito, ciò che appare esplicitamente è la vera faccia del consorzio di potere a Rio: da un lato quella dei Cabral e dei Picciani che sono in galera (i capi del PMDB di Rio), dall’altro quella degli assassini che stanno andando liberi nelle nostre strade, di fronte alle scuole dove studiano i nostri figli, succhiando quotidianamente il sangue dei poveri e degli imprenditori.É con questi “capi” che il PT governava e poppava, a Rio e in tutto il Brasile.

In tale contesto, l’ “intervento” sembra quasi una necessità. Affermare ciò non significa “essere a favore”, anche perché essere a favore non significa proprio niente, perché nessuno sa (nemmeno chi interviene) cosa accadrà e come sarà. Significa che l’intervento è un “dato” ed è per questo che il giustiziere fascista Bolsonaro non l’appoggia, mentre i suoi adepti diffondono voci infami per tentare di riprodurre ciò che in generale funziona con gli assassinii dei poveri: che le vittime sono complici degli aguzzini. É un vecchio meccanismo che si è industrializzato con lo stalinismo (e con il bolscevismo, come diceva Rosa Luxemburg) ed è stato poi copiato – e razializzato – dal nazismo. La mobilitazione per Marielle, e anche l’appoggio dei media, indicano una strada: la mafia si combatte con più democrazia, non con meno. L’intervento federale senza processo costituente è un palliativo, e credo che gli stessi agenti dell’intervento lo sappiano. Ma noi abbiamo bisogno di meno ideologia e di più analisi materiale perché le lotte producano nuovi valori, una nuova etica: la popolazione povera di Rio non ce la fa più. Non si tratta di essere né a favore né contro, si tratta di stare nelle lotte, nella resistenza e nella persistenza della vita.