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Vincenzo Comito : Note sulla situazione e sulle prospettive del lavoro nel mondo

Ringrazio Vincenzo Comito per avere affidato a Onde Corte questo importante  saggio sul lavoro che propone una rappresentazione puntuale delle criticità e delle prospettive del lavoro nel mondo prossimo venturo. Per ora prevalgono  molte domande senza una risposta: è da questi interrogativi  che occorre ripartire. La ricostruzione di una sinistra riparte dalla sfida ad affrontare il  nodo inestricabile tra la svalorizzazione del lavoro,  l’incremento di un numero enorme di persone destinate ad essere “eccedenti” ,   e il bisogno sempre più  difficile da realizzare di  una occupazione duratura in grado di consentire a milioni di persone di realizzare un progetto di vita dignitoso . Il saggio  di Vincenzo Comito ci consegna l’opportunità di aprire su Onde Corte un confronto “senza rete”  sui temi del lavoro.

Gino Rubini, editor di Onde corte 

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Vincenzo Comito

Note sulla situazione e sulle prospettive del lavoro nel mondo

1.premessa

Il mondo del lavoro sta affrontando delle grandissime trasformazioni in tutto il mondo, trasformazioni che dovrebbero, secondo tutte le previsioni, anche accelerare e di molto nei prossimi anni. Le note che seguono, lungi dal tentare di analizzare il quadro complessivo di tali mutamenti a livello mondiale, regionale, nazionale, settoriale, cercano di individuare soltanto alcune delle tendenze in atto e di immaginare alcune di quelle future, seguendo in particolare il grande dibattito in corso sul tema ai due lati dell’Atlantico, dibattito che, in particolare su alcuni punti, è ben lontano dal raggiungere conclusioni unanimi.

L’autore di queste note, peraltro, preciserà il suo punto di vista sulla materia, abbastanza pessimistico almeno in presenza di una sostanziale inerzia di intervento da parte dei governi in particolare europei, o anche di loro azioni maldestre, come sembra in qualche modo plausibile pensare sulla base anche di quanto si è visto sinora.

Le note si concentrano sui mutamenti quantitativi del lavoro nella prima parte del testo e su quelli qualitativi nella seconda, anche se mantenere una distinzione netta tra i due temi appare certamente difficile. Seguiranno delle brevi conclusioni sul che fare, vasto campo di analisi ancora molto poco esplorato per ragioni anche, ma non solo, oggettive.

Molte delle considerazioni delineate nel testo sono tratte da un recente libro dell’autore e da un articolo sullo stesso soggetto di poco posteriore (Comito, 2016, a e b); esse sono integrate da diverse informazioni sulle novità nel frattempo maturate e da un arricchimento ed approfondimento di alcune idee precedenti sempre da parte dell’autore.

2.L’avvento dei robot

2.1.aspetti generali

Stefan Zweig, un grande intellettuale austriaco che ha operato tra le due guerre mondiali, costretto a lasciare l’Europa negli anni trenta a seguito dell’avvento del nazismo, si trasferì nella Americhe e trovò in particolare rifugio per un certo tempo in Brasile. Colpito dalle bellezze del paese e dalle sue ricchezze potenziali egli dichiarò ad un certo punto che il Brasile era il paese del futuro. Ma, ahimè, la previsione non si è poi avverata (stava forse in qualche modo per farlo durante il governo Lula) e ancora oggi laggiù si può soltanto sperare nel futuro.

Qualcosa di simile sembrava sino a poco tempo fa stesse accadendo all’industria della robotica. Già negli anni settanta del Novecento si pensava che le macchine avrebbero avuto una grande diffusione; esse avrebbero trasformato fortemente i modi di produzione ed avrebbero rimpiazzato per una larga parte il lavoro umano.

Ma per molti decenni la previsione non si è in alcun modo avverata e il settore ha avuto a lungo solo una moderata espansione nel mondo. Da noi è rimasto nella memoria, tra l’altro, il caso di una grande fabbrica italiana del gruppo Fiat nella quale diversi decenni fa si era tentata una automazione sostanzialmente totale degli impianti produttivi, che era sostanzialmente fallita; si dovette tornare a impiegare largamente il lavoro umano.

Ma ora le cose stanno cambiando decisamente.

I robot si sono fatti molto più capaci, più flessibili, imbottiti di programmi di intelligenza artificiale ed anche inseriti nelle reti dell’internet delle cose, più leggeri, meno costosi, mentre i salari, in particolare in un paese come la Cina, ma non solo, stanno aumentando; così il settore delle macchine automatiche da qualche anno cresce a ritmi sostenuti (Cosnard, 2015). Le previsioni per i prossimi anni sono di un incremento di circa il 17% all’anno. Così, a fronte di un mercato mondiale che poteva essere valutato in 71 miliardi di dollari nel 2015 e a circa 91 nel 2016, si prevede che esso raggiunga i 188 miliardi nel 2020 (fonte: Tractica).

La progressiva affermazione dei robot pone diversi interrogativi. I principali che affronteremo di seguito riguardano la loro possibile influenza sulla localizzazione degli impianti industriali a livello mondiale e quella relativa all’influenza sulla quantità di lavoro disponibile nelle fabbriche e negli uffici.

2.2.robot e divisione internazionale del lavoro

Per quanto riguarda il primo tema bisogna segnalare che, dato ormai il loro basso costo e invece l’alto livello di produttività, diventa molto più conveniente di prima sostituire il lavoro con le macchine non soltanto nei paesi ricchi, come gli Stati Uniti, l’Europa o il Giappone, cosa che sembra ormai scontata, ma anche in Cina e persino in India, in Vietnam e addirittura nel Bangladesh.

Questa tendenza alla riduzione dei costi delle macchine potrebbe comportare la cessazione o almeno una forte riduzione della spinta alla delocalizzazione delle attività produttive nei paesi emergenti e un ritorno semmai di molte lavorazioni nei paesi ricchi, questo almeno nel caso in cui gli investimenti nei paesi emergenti erano indotti dalla volontà di ridurre il costo del lavoro e non, ad esempio, per penetrare in un mercato.

D’altro canto, diventa più difficile per gli stessi paesi emergenti che non sono riusciti sino ad oggi, al contrario che nel caso della Cina, ad avviare e consolidare un rilevante processo di industrializzazione, riuscire a farlo in un prossimo futuro (Tett, 2015). Si manifesta, in conclusione, una tendenza almeno parziale alla “deindustrializzazione prematura” dei paesi emergenti di cui ha parlato Dani Rodrik. Una prospettiva poco entusiasmante.

2.3.i robot e i posti di lavoro

2.3.1.il dibattito in merito

Per quanto riguarda invece l’eventualità che lo sviluppo della robotica riduca drasticamente i posti di lavoro nel mondo, il dibattito in merito appare molto vivace.

A questo proposito va sottolineato che molti hanno una visione pessimistica delle prospettive del lavoro nel mondo e diverse ricerche cui facciamo riferimento di seguito tendono indubbiamente a supportare tale visione.

Ma dobbiamo preliminarmente ricordare che negli scorsi decenni un gran numero di persone, forse stimabili in una cifra intorno ad un miliardo e mezzo, sono entrate nel mondo del lavoro globale (con il collegamento di paesi come Cina, India, Asia del Sud-Est, Russia, al mercato mondiale della produzione). Per altro verso, i processi di globalizzazione e di innovazione tecnologica tendono a svilupparsi secondo le linee e gli obiettivi operativi delle grandi imprese transnazionali, che certamente, attraverso tali processi, portano avanti l’obiettivo di risparmiare lavoro e a dequalificarlo ogni volta che sia possibile. Ma va considerato che si potrebbero invece indirizzare il progresso tecnologico e i processi di globalizzazione in direzioni differenti da quelli in atto e più favorevoli al mondo del lavoro.

In tempi recenti, uno studio del 2013 ha posto le basi di una vivace discussione, peraltro ancora in atto. In quell’anno due studiosi inglesi, Frey e Osborne (Frey, Osborne, 2013), sono giunti alla conclusione, attraverso un accurato lavoro di analisi, che almeno negli Stati Uniti all’incirca il 47% dei posti di lavoro si trovavano a rischio di automazione.

Lo studio dei due economisti ha avuto una vasta risonanza e ha portato al consolidamento di due posizioni sulla questione; alcuni ricercatori hanno teso a confermare le conclusioni dei due autori, altri hanno presentato delle visioni più ottimistiche.

Così l’Ocse pubblicava nel 2016 uno studio che mostrava come i posti di lavoro minacciati dall’automazione fossero in realtà percentualmente molto di meno. Peraltro lo stesso studio sottolineava come tali processi possono comunque ampliare le diseguaglianze sociali e la polarizzazione tra gli impieghi ben remunerati e quelli pagati molto poco.

Altri autori sottolineavano invece come accanto al processo di distruzione di lavoro, l’automazione andasse contemporaneamente nel senso di creare nuovi sbocchi di attività, dagli impieghi nello stesso settore della produzione delle nuove macchine, al fatto che la riduzione nell’orario di lavoro conseguente allo sviluppo dell’automazione avrebbe sviluppato le attività ricreative per il tempo libero, ciò che avrebbe portato alla creazione di nuovi posti di lavoro, al fatto che comunque lo sviluppo ulteriore delle conoscenze scientifiche avrebbe prodotto nuovi beni che avrebbero ancora creato nuovi posti di lavoro; senza contare che in realtà alcuni tipi di macchine non sostituiscono il lavoro, ma tendono ad aumentare le capacità cognitive e fisiche dei dipendenti (si veda ad esempio in proposito D’Ovidio, 2016).

In altri termini, secondo tale scuola, l’automazione avrebbe teso a creare più o meno altrettanti posti di lavoro di quanti ne avrebbe distrutti. Questi teorici si appoggiano peraltro spesso anche alla storia, per ricordare che in passato ad ogni aumento del progresso tecnologico ha corrisposto un’attività di distruzione/creazione di posti di lavoro.

Forse il più noto sostenitore dell’approccio ottimistico alla questione è l’economista dell’MIT David Autor (Autor, 2016). Egli sostiene, tra l’altro, che i commentatori tendono a sovrastimare l’ampiezza della sostituzione del lavoro umano con le macchine ed ignorano le forti complementarietà che esistono tra l’automazione e il lavoro; l’automazione aumenta la produttività, aumenta i guadagni delle persone e questo, attraverso l’aumento della spesa, aumenta la domanda di lavoro in qualche altra parte dell’economia. Come sostiene anche qualche altro autore, il progresso tecnologico non distrugge il lavoro, lo sposta da una parte dell’economia all’altra.

La scuola pessimistica, rispetto a questa ultima considerazione, ha teso invece a mostrare come il progresso tecnologico attuale abbia caratteristiche molto diverse da quelle passate. Uno spunto tipico di queste argomentazioni fa riferimento al fatto che in passato l’auto ha distrutto l’attività dei cavalli, mentre questa volta le macchine distruggeranno l’attività degli uomini.

Molto di recente due studiosi che precedentemente si erano schierati tra gli ottimisti hanno pubblicato uno studio molto analitico che ribalta la loro precedenti posizioni. Daron Acemoglu e Pascual Restrepo (Acemoglu, Restrepo, 2017) non solo riprendono nella sostanza le argomentazioni di Frey e Osborne del 2013, ma suggeriscono che in realtà molti lavori si sono già persi per effetto dell’automazione e che la situazione non tornerà indietro. I due autori dimostrano in particolare che negli Stati Uniti, tra il 1990 e il 2007, l’aggiunta di ogni robot nel settore manifatturiero ha comportato la perdita media di 6,2 posti di lavoro e che la perdita totale di posti di lavoro nel paese sempre nel periodo si può stimare in circa di 670.000 unità. L’automazione ha poi anche contribuito a deprimere i salari.

L’autore di queste note tende, pur con qualche dubbio, a schierarsi sostanzialmente con i pessimisti, salvo quanto affermato nelle conclusioni sulla non inevitabilità di un progresso tecnologico orientato dagli interessi dei possessori del capitale, quale invece quello oggi in atto.

2.3.2.Il settore dell’auto

Appare interessante osservare quello che sta avvenendo in qualche settore produttivo specifico.

Così, in quello dell’auto la sviluppo in atto del progetto di vettura a guida autonoma, che comporterà, secondo alcune indicazioni, la messa sul mercato di tale tipo di vettura a partire dal 2020-2021, avrà, tra l’altro, come conseguenza, la pratica scomparsa del lavoro degli autisti, che oggi costituiscono nel mondo circa il 10% della forza lavoro. La parallela forte riduzione nel mercato dell’auto prevista dagli esperti con l’introduzione di tale tecnologia comporterà poi una grande riduzione di posti di lavoro negli impianti produttivi, negli uffici, nell’indotto produttivo e commerciale, ecc..

L’ancora più vicino sviluppo dell’auto a propulsione elettrica, poi, vista la sua semplicità di struttura tecnica, richiedendo essa tra l’altro un numero molto minore di componenti, almeno in parte poi di livello tecnologico poco elevato, comporterà poi un rilevante ridimensionamento dell’industria relativa, di nuovo con rilevanti riduzioni nella quantità e qualità del lavoro disponibile nel settore.

Ricordiamo ancora brevemente il settore bancario nel quale già la digitalizzazione tradizionale sta portando alla chiusura di molte filiali e alla perdita di molti posti di lavoro; ma molti ne sono ora minacciati dai nuovi processi in atto e che vedono lo sviluppo di piccole imprese finanziarie in grado di sviluppare le stesse attività tradizionali del settore (dai prestiti alla consulenza nell’impiego del risparmio) impiegando molto minore personale.

2.3.3.Globalizzazione e/o sviluppo tecnologico?

Sino a questo punto abbiamo analizzato il dibattito relativo all’influenza dell’innovazione tecnologica sui livelli dell’occupazione. Ma, di solito, molti commentatori ricordano che, in realtà, c’è almeno un altro colpevole nella crisi attuale e potenziale dell’occupazione ed esso è costituito dai processi di globalizzazione. Anzi molti concentrano l’attenzione soprattutto su questo secondo fattore. Quale possa essere in realtà il peso relativo dei due fattori appare controverso. Una cosa che appare plausibile è che, almeno in prospettiva, il peso del primo elemento tenderà presumibilmente a crescere.

2.3.4. L’occupazione e i salari negli Stati Uniti e altrove

Va ricordato a questo punto che la recente crisi ha prodotto nell’immediato una forte caduta dei livelli di occupazione nei paesi sviluppati. Ma poi, progressivamente, soprattutto in alcuni paesi la disoccupazione è tornata a livelli ridotti. Così in paesi come la Germania e gli Stati Uniti essa si poteva stimare aggirarsi intorno al 4,5%. Cifre molto positive si potevano fornire anche per la Gran Bretagna.

Ma bisogna considerare anche degli altri aspetti della situazione. Così negli Stati Uniti i salari tendono nella sostanza a stagnare, mentre il numero dei sotto-occupati raggiunge quasi il livello del 9,0% della forza lavoro. Intanto aumenta anche il numero di quelli che non cercano lavoro perché scoraggiati e mentre infine circa 11 milioni di persone non possono lavorare perché colpiti da qualche forma di limitazione della libertà personale.

Il quadro appare abbastanza simile anche in altri paesi tranne che per il fenomeno della privazione della libertà che appare molto anomalo soltanto negli Usa.

Per quanto riguarda l’Eurozona, le stime ufficiali fornite da Eurostat dicono che il livello di disoccupazione aveva, dopo la crisi, raggiunto la sua punta massima nel marzo del 2013, con un cifra pari al 12,1% della forza lavoro; da allora il fenomeno era in diminuzione ed esso si collocava al 9,5% nel dicembre 2016. Ma uno studio della BCE mostra che, in realtà, se si tiene conto anche degli scoraggiati e dei lavoratori part-time che vorrebbero lavorare più ore, si raggiunge, sempre alla fine del 2016, un livello sostanzialmente doppio e pari al 18% della forza lavoro.

Per altro verso, cinquanta anni fa il tipico lavoratore della General Motors, il più grande datore di lavoro di allora, guadagnava trentacinque dollari all’ora in dollari correnti. Oggi il tipico lavoratore della Walmart, l’impresa con il più grande livello di occupazione del paese oggi, guadagna all’ingresso nove dollari all’ora; i lavoratori della GM avevano un potente sindacato dietro di loro, mentre oggi la Walmart ha bloccato tutti i tentativi di sindacalizzazione dei propri dipendenti (Reich, 2016).

Queste considerazioni ci portano direttamente, a questo punto, ad affrontare più in generale il tema della qualità del lavoro.

3.I mutamenti nella qualità del lavoro

3.1.Premessa

Prima di entrare più dettagliatamente sull’argomento, vogliamo ricordare alcuni aspetti importanti e generali dell’evoluzione recente del tema del lavoro nel mondo.

a)Per quanto riguarda il primo punto che vogliamo ricordare, delle relativamente recenti analisi svolte dall’ILO (Ilo, 2015, a e b) indicano che a livello mondiale oggi si può registrare, nella composizione della forza lavoro, all’incirca un 50% di lavoratori dipendenti e un 50% di autonomi. Ma del 50% dei dipendenti citati, soltanto all’incirca per il 40% di essi si poteva parlare di un lavoro a tempo indeterminato, mentre per il resto si trattava di attività in vari gradi precaria. Del resto, anche per quanto riguarda l’altro 50% si poteva fare un ragionamento in parte analogo. Una elevata percentuale dei lavoratori autonomi svolge in realtà, faute de mieux, un lavoro precario.

La condizione peggiore è poi quella delle donne e dei giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile è in generale tre volte più elevato nel mondo che per quanto riguarda gli adulti e ancora peggiore è la situazione delle giovani donne. Tale tendenza riguarda tutto il mondo.

b)In relazione al secondo fattore, ricordiamo come negli ultimi decenni la concentrazione della ricchezza e del reddito non abbia cessato nella sostanza di aumentare in quasi tutti i paesi del mondo, sia in quelli ricchi che in quelli emergenti, sia in quelli in cui la concentrazione era già storicamente elevata, come ad esempio nel caso dei paesi dell’America Latina e in quello degli Stati Uniti, che in quelli in cui la concentrazione era più o meno ridotta, come i paesi del nord Europa, il Giappone e quelli che erano stati segnati, in Europa come in Asia, dall’esperienza comunista.

Naturalmente la regola subisce qualche eccezione. Così durante la gestione Lula in Brasile, paese tradizionalmente tra i meno egualitari del mondo, la concentrazione dei redditi stava riducendosi, sia pure non in maniera clamorosa.

In tale quadro, è anche da segnalare che si è assistito parallelamente, negli ultimi decenni, ad un aumento della quota del pil dei vari paesi che è andato a remunerare il fattore capitale, mentre si è ovviamente ridotta la quota dello stesso pil che va al lavoro.

Dagli anni ottanta del Novecento si registra così uno spostamento di 10-15 punti del pil a favore dello stesso capitale, con percentuali variabili a seconda dei paesi.

La tendenza è poi aggravata dal fatto che, all’interno della quota che va al lavoro, in realtà una percentuale crescente di essa va attribuita ai redditi di quelli che godono di stipendi molto elevati, mentre la quota di quelli che usufruiscono di remunerazioni modeste si va fortemente riducendo.

D’altro canto, il livello di istruzione necessario per partecipare agli angoli più redditivi dell’economia sta crescendo nel mondo, al di là della possibilità di raggiungerlo da parte della vasta maggioranza dei lavoratori.

Per quanto riguarda ad esempio gli Stati Uniti, mentre nel 1965 la remunerazione media del Chef Executive Officer era pari a circa 20-30 volte quella del lavoratore medio, nel 2015 eravamo ormai giunti a circa 300 volte.

Anche per quanto riguarda gli altri paesi sviluppati si assiste ad un forte aumento delle disparità, anche se in misura un po’ più ridotta che nel caso degli Stati Uniti. Così in Gran Bretagna si è passati, nello stesso periodo, da un rapporto di circa 20 volte ad uno di 180. Persino in paesi come la Germania e il Giappone, nei quali le diseguaglianze erano piuttosto ridotte, esse hanno teso ad aumentare fortemente.

Per altro verso, dal 2000 in poi la remunerazione media di un tipico cittadino statunitense non è in alcun modo cresciuta. La situazione appare ancora peggiore in Giappone, Gran Bretagna, Germania, Italia.

Le disparità nei patrimoni appaiono poi in generale nel mondo più grandi di quelle della ricchezza.

Viene parallelamente e da più parti sottolineato il fenomeno della progressiva messa in crisi delle classi medie e conseguentemente il polarizzarsi dell’occupazione ai due estremi della catena, tra una ridotta fascia alta, costituita dai creativi e dai padroni, che sono almeno sino a questo momento i veri vincitori della rivoluzione digitale in atto, da un lato, e i livelli più bassi, quelli degli addetti ai servizi, nelle attività nelle quali il numerico non può arrivare o arriva con difficoltà, dall’altro.

Vogliamo peraltro ancora segnalare che mentre le disparità di reddito e ricchezza aumentano all’interno dei singoli paesi, quelle tra i paesi ricchi e quelli emergenti, per effetto in particolare del forte sviluppo del pil in questi ultimi paesi, con in testa la Cina, si vanno invece riducendo in misura rilevante. E questo appare ovviamente un fenomeno positivo.

c)Un altro tema che vogliamo brevemente ricordare riguarda la politica dei governi nei confronti del mondo del lavoro. In particolare, nei paesi dell’Unione Europea, con il pieno sostegno ed a volte l’incitamento della Commissione di Bruxelles, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere a delle decisioni pubbliche che tendono a corrodere e comprimere i diritti dei lavoratori e le loro remunerazioni, conquiste ottenute a suo tempo attraverso molti decenni di lotte; questo sembra avvenire, oltre che per ragioni ideologiche, anche nell’errata convinzione che tali politiche possano aumentare la competitività di un’economia. Tra l’altro, si tende a incoraggiare il lavoro precario spesso anche sotto forme che possono essere classificate tra l’insidioso e il degradante, seguendo ed assecondando in questo le spinte spontanee dei possessori del capitale (Antunes, 2016).

3.2.I mutamenti nella qualità del lavoro

3.2.1. la delocalizzazione

Società come Uber ed altre, su cui ci soffermeremo meglio più avanti e che rappresentano comunque oggi per il momento un brutto punto di arrivo dei processi di dequalificazione del lavoro, non rappresentano tanto un’innovazione vera e propria sul mercato del lavoro, ma semmai il punto culminante di un trend di lungo termine.

Già da molti decenni l’economia degli Stati Uniti si stava nella sostanza uberizzando, con decine di milioni di cittadini coinvolti in qualche forma di lavoro precario. Tutto è cominciato diversi decenni fa con la nascita e lo sviluppo dei processi di outsourcing a livello interno ed internazionale. Oggi la Apple, ad esempio, impiega soltanto all’incirca il 10% del totale di un milione di persone che lavorano per essa nel mondo nell’ideazione, produzione, distribuzione degli iMacs e iPhone. Analizzando 50 grandi imprese multinazionali, soltanto il 6% della forza lavoro utilizzata nelle sue attività è impiegata direttamente nelle sue imprese, mentre il restante 94% del lavoro è affidato all’esterno (Comito, 2016, a).

Così oggi il mondo è costituito da una rete inestricabile di punti produttivi che contribuiscono alla realizzazione di una gran parte degli oggetti di uso comune, che prima di essere posti in commercio sono transitati magari in decine di fabbriche diverse, nazionali ed internazionali.

Per altro verso, in molti casi un certo lavoro viene analizzato, frantumato in diverse componenti, le sue specifiche vengono collocate in rete e la sua realizzazione verrà affidata al miglior offerente presente sul mercato mondiale.

3.2.2. il caso Amazon

Ricordiamo a questo punto alcune caratteristiche dell’organizzazione del lavoro presente in molte società della Silicon Valley; ricordiamo in particolare il caso della Amazon, con alcune informazioni che sono state a suo tempo rivelate da un’inchiesta del New York Times (Kantor, Streitfeld, 2015). Vi vengono descritte modalità di gestione del personale che sembrano per molti aspetti quasi incredibili.

L’articolo del quotidiano statunitense, che è stato peraltro contestato dall’azienda, si sofferma analiticamente sulle difficoltà che i lavoratori del gruppo incontrano tutti i giorni nell’espletamento delle mansioni loro affidate. Ne deriva un quadro apparentemente molto negativo.

Secondo il quotidiano, intanto le e-mail vengono spesso inviate dai capi ai dipendenti dopo la mezzanotte ed esse sono presto seguite da messaggi di testo che domandano perché mai non si è risposto subito; l’articolo ricorda anche le riunioni maratona nel giorno di Pasqua ed in occasione di altre giornate festive, nonché le ore che i dipendenti devono lavorare a casa di notte e nei fine settimana; l’elenco interno del telefono istruisce i lavoratori su come inviare dei feed-back segreti alla direzione in merito a comportamenti censurabili dei loro propri colleghi. Dipendenti colpiti da malattie come il cancro o in maternità vengono spesso licenziati, invece di lasciar loro il tempo di riprendersi. Diversi lavoratori dell’azienda riferiscono di aver visto piangere, almeno qualche volta, praticamente tutte le persone con le quali essi avevano lavorato o stavano lavorando. I dati a disposizione del sistema permettono di misurare continuamente e insistentemente le prestazioni dei dipendenti. E si potrebbe continuare.

Un caso per molti versi analogo manifestatosi in un altro settore si può estrarre dalla lettura delle memorie di un’ex hostess della Ryanair, sia pure in un contesto diverso.

Ma i casi di Amazon, Ryanair, Google, Netflix, Goldmann Sachs, ecc, sono solo la punta estrema di una tendenza abbastanza chiara da tempo e che emerge dalle analisi. Il lavoro in azienda si muove verso orari più lunghi, verso pressioni più forti relative alle prestazioni richieste, con una registrazione dei dati per controllare tutto in tempo reale e nessun salario extra per premiare in qualche modo in relazione alle loro dure e stressanti condizioni di lavoro. E tutto questo anche perché la nostra è un’era segnata, in particolare nel caso statunitense, da un bassissimo livello di potere da parte dai lavoratori e delle loro organizzazioni (Comito, 2016, a).

3.2.3.Ed ora Uber e la sharing economy

Come è noto, negli ultimi anni si è sempre più affermato il fenomeno della cosiddetta sharing economy, settore del quale l’impresa più significativa e più nota è la statunitense Uber. Può essere utile a questo punto cercare di descrivere la situazione lavorativa prevalente in tale specifico complesso.

Tale caso indica che la gente non avrà apparentemente più un lavoro sicuro, a tempo indeterminato, ma si registrerà una forte e progressiva predominanza di quello a chiamata; qualcuno ha parlato, a proposito dei lavoratori futuri, di “braccianti digitali”. Per altro verso, le persone, per sopravvivere, dovranno svolgere contemporaneamente più lavori part-time. La situazione attuale evoca le vecchie forme di lavoro a cottimo con redditi variabili e con i rischi scaricati tutti a carico dei singoli.

Le persone coinvolte nel circuito non possono che contare su se stesse in caso di infortunio, malattia, gravidanza, ecc.; niente contributi sociali, niente servizio sanitario, niente pensione, ma solo una feroce concorrenza tra individui atomizzati, in una gara continua verso il fondo. Siamo di fronte, insomma, ad un precariato generalizzato. Gli autisti Uber lamentano una paga bassa e delle condizioni di lavoro pesanti; essi possono poi essere licenziati all’improvviso e ad libitum dal datore di lavoro. La crescita del lavoro autonomo mostra in questo caso un capitalismo sempre più segnato dallo sfruttamento e dalle diseguaglianze, un’economia nella quale i lavoratori sopportano tutti i rischi e raccolgono solo gli avanzi, mentre i soldi vanno alla Uber (Comito, 2016, a).

Peraltro, come già accennato nei paragrafi precedenti, i professionisti dell’algoritmo pensano già alla tappa successiva in cui si sbarazzeranno di ogni vincolo umano o almeno lo ridurranno in misura consistente; Uber sta sperimentando la vettura senza autista.

4.Cosa si può fare

4.1. Premessa

Individuare cosa fare rispetto al grande problema della crisi del lavoro nel mondo contemporaneo, in particolare per quanto riguarda i paesi ricchi, è una questione molto difficile e che non ci sentiamo di affrontare nella sua interezza. Questo ultimo paragrafo presenta quindi solo alcune indicazioni molto sommarie e affrettate su due dei temi che sono oggetto di un dibattito abbastanza vasto da qualche tempo.

Bisogna comunque premettere che la degradazione del fattore lavoro, a livello quantitativo e qualitativo, in atto nel mondo, non appare a nostro parere un fenomeno oggettivo ed inevitabile, un act of god, come si direbbe in ambito anglosassone; esso è il frutto di precise modalità di sviluppo dei processi di globalizzazione e di automazione, che sono in generale portati avanti secondo le linee che appaiono più organiche all’interesse del grande capitale.

In altri termini, la tecnologia non è neutra e peraltro il futuro del lavoro è un tema complesso, non solo tecnologico, ma anche sociale e politico. Il processo quindi può essere modificato o anche rovesciato a favore del mondo del lavoro attraverso delle, anche se difficili, lotte sociali e politiche.

4.2. Diritto al lavoro o reddito di cittadinanza

Per quanto riguarda la possibile forte riduzione in vista nei livelli quantitativi di occupazione, si affrontano in particolare oggi nel dibattito scientifico, politico e sociale, due tipi di proposte apparentemente alternative e che mirano da una parte alla riduzione dell’orario di lavoro nell’ambito più in generale di una politica di piena occupazione e di possibile trasformazione sociale, dall’altra all’introduzione di un reddito minimo universale, o “reddito di cittadinanza”, nell’ambito invece di una politica che non cambia in alcun modo l’ordine esistente.

Per quanto riguarda la prima proposta, vogliamo, tra l’altro, ricordare la decisione presa a suo tempo dal governo Jospin in Francia per una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a 35 ore. Le ricerche effettuate successivamente hanno portato alla conclusione che la misura portò in effetti ad un rilevante aumento del numero degli occupati insieme ad una forte opposizione a tale provvedimento da parte dei datori di lavoro.

Oggi c’è, sempre in Francia un movimento di opinione, rappresentato alle elezioni presidenziali del 2017 da Jan Luc Melenchon e da Benoit Hamon, che propone di portare progressivamente l’orario di lavoro a 30-32 ore.

La proposta alternativa che pure viene ormai sperimentata sia pure in dosi molto ridotte in alcuni paesi consiste invece nel garantire a tutti un reddito minimo per il fatto stesso di essere cittadini di un paese o di una comunità. Tale proposta avrebbe, a nostro parere, l’inconveniente intanto di costi che potrebbero essere enormi, mentre l’ipotesi alternativa avrebbe anche indubbi vantaggi di tipo culturale e morale (Pennacchi, 2017).

Nella intenzioni di molti di quelli che propongono il reddito minimo, esso dovrebbe sostituire tutti gli altri strumenti del welfare, dalle pensioni al sistema sanitario universale, nell’ambito di una visione liberista di taglio drastico della spesa pubblica e delle tasse; si accetterebbe in altri termini lo status quo e la tendenza che porterebbe la tecnologia, guidata dagli interessi del mondo imprenditoriale, a distruggere progressivamente il lavoro.

Per noi il diritto al lavoro deve invece essere un diritto primario; esso mette tra l’altro in moto l’essere sociale delle persone e la loro possibile partecipazione collettiva ad un processo di trasformazione.

4.3.Il lavoro precario

Resterebbe da accennare alla questione della crescente precarietà del lavoro. La questione è sul tavolo oggi in particolare, tra l’altro, per lo sviluppo delle attività della cosiddetta sharing economy.

I dirigenti di Uber e di altre consimili imprese avanzano in tutte le sedi la pretesa di considerare che esse sono delle semplici piattaforme di collegamento tra domanda ed offerta e che quindi quelli che svolgono delle attività per loro conto devono essere considerati lavoratori autonomi.

Ma le sentenze di molti tribunali in giro per il mondo sono invece arrivate alla conclusione quasi generale che tali persone devono essere considerate in realtà dei dipendenti, con tutti i diritti che questo si porta dietro, o almeno è stato richiesto alle società di garantire ai dipendenti un livello minimo di provvidenze; alcune sentenze hanno poi accolto la richiesta del diritto di associazione sindacale e del diritto di sciopero.

Ma la materia appare ancora in piena evoluzione e si è, tra l’altro, in attesa di una sentenza della Corte di Giustizia europea e delle deliberazioni della Commissione, con quest’ultima che, molto sensibile come al solito alle attività di lobbying, sembra incline ad accettare in qualche modo le tesi delle imprese.

Più in generale, pensiamo che le attività di lavoro precario debbono essere combattute con vigore, salvo quando esse vedano il pieno consenso del lavoratore e per casi molto delimitati; comunque bisogna garantire dei diritti minimi da prevedere per legge a favore di tali categorie.

Bibliografia

-Antunes R., Il lavoro e i suoi sensi, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2016

-Autor D., Why are there still so many jobs?, TEDx, Cambridge, Ma., 28 novembre 2016

-Acemoglu D., Restrepo P., Robots and jobs: evidence from the US labor market, NBER working paper n. 23285, Cambridge, Ma., marzo 2017

-Comito V., La sharing economy, Ediesse, Roma, 2016, a

-Comito V., L’economia della condivisione e le trasformazioni del lavoro, Quaderni di Rassegna Sindacale, n. 4, 2016, b

-Cosnard D., L’industrie attend un’invasion de robots, Le Monde, 30 settembre 2015

-D’Ovidio F., Il lavoro che verrà, Rivista Giuridica del Lavoro, luglio 2016

-Frey C.B., Osborne M., The future of employement: how susceptible are job sto computerisation?, Oxford Martin School, University of Oxford, 17 settembre 2013

-Ilo, World employment and social outlook : trends 2015, Ginevra, 20 gennaio 2015

-Ilo, World employment and social outlook : the changing nature of jobs, 19 maggio 2015

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-Pennacchi L., perchè al « reddito di cittadinanza » preferisco il lavoro, Il Manifesto, 29 gennaio 2017

-Reich R., Saving capitalism, Icon Books, Londra, 2016

-Tett G., Freezing out the factory worker, www.ft.com, 4 dicembre 2015

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