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Il 43 ° anniversario del peggior colpo della storia argentina sarà ricordato da milioni di persone in tutto il paese. La memoria sarà legata all'angoscia della crisi sociale di oggi in un anno elettorale determinante

Di Ailín Bullentini

Ancora una volta Plaza de Mayo ei suoi dintorni diventeranno i luoghi questa domenica per esercitare la memoria quando organizzazioni per i diritti umani, sopravvissuti e parenti, gruppi politici e sociali ma, soprattutto, madri, padri, figli e figlie, gruppi di amici , fratelli e compagni convergeranno a ricordare le vittime dell'ultima dittatura militare, 43 anni dopo il suo inizio. La convocazione del consiglio nazionale delle organizzazioni per i diritti umani cita tutto e tutti a 14 nei pressi del Plaza con lo slogan "Con memoria e unità lotta per la patria che ha sognato i 30 mila"; lì, dove convergeranno con l'Associazione delle Madri di Plaza de Mayo, ore dopo leggeranno un documento. Il pomeriggio continuerà con la mobilitazione nello stesso luogo del Meeting della Memoria, Verità e giustizia e gruppi di sinistra. La Campora arriverà a Plaza de Mayo da La Esma.

"Non c'è modo di superare l'ipocrisia dei governi che voltano le spalle al popolo, non c'è modo di costruire la patria della giustizia sociale e una vita dignitosa per la quale i nostri figli e le nostre figlie hanno combattuto, senza essere uniti", riflette Nora Cortiñas. , una delle Madri di Plaza de Mayo della Linea Fondatrice che entrerà in Plaza de Mayo tenendo la bandiera con le foto di "tutti i nostri dispersi".

Il tavolo nazionale delle organizzazioni per i diritti umani chiede di partecipare alla Giornata nazionale della memoria per la verità e la giustizia a partire da 14. La bandiera blu con le foto delle vittime, mitico capo della marcia, sarà estesa a lungo l'Avenida de Mayo e avanzerà man mano che la strada si riempie di gente. "Memory" e "Unity" sono le due parole che suonano con forza nello slogan del convegno che hanno scelto per quest'anno. Sul concetto di "memoria", Cortiñas ha coinciso con il presidente delle nonne, un altro degli organi di convocazione, in cui "la memoria non può mancare". "La storia non è risolta. Perdere memoria significa permettere che le cose accadano di nuovo ", ha avvertito Carlotto durante le trasmissioni radiofoniche di ieri mattina.

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FONTE INCHIESTAONLINE

AUTORE : BRUNO GIORGINI

Venerdì 15 marzo in molte città del mondo gli studenti, e più in generale i giovani, scioperano e manifestano sul cambiamento climatico e il riscaldamento globale. La scintilla è stata accesa da Greta Thunberg, sedicenne svedese, che ha deciso di protestare lanciando un grido d’allarme “Sul clima voglio che andiate nel panico, come se la vostra casa fosse in fiamme”. Per mesi è rimasta col suo cartello ”sciopero per il clima” davanti al Parlamento Svedese finchè il suo messaggio prima è diventato virale sui social, quindi ha invaso il mondo, diventando portavoce e eroina di milioni di giovani e giovanissimi. Fino alla proclamazione dello sciopero per il clima su scala globale. Sulla carta in oltre cento paesi. Si tratta di un evento significativo per molte ragioni, di cui tre su tutte: l’impegno sul fronte ecologico di persone assai giovani, adolescenti spesso, e colte – la gioventù studiosa che da un pezzo non entrava in campo, la dimensione transnazionale della mobilitazione che travalica i confini, vedremo con quale ampiezza, e last but not least, ultimo ma non ultimo, la proiezione verso il futuro, uno sciopero per il futuro, Fridays for Future. Perchè soltanto una azione globale per far fronte al cambiamento climatico in atto può aprire un futuro non cataclismatico alla civiltà umana. Diciamo: un futuro di pace e convivenza civile tra i viventi e con la natura. Infatti le guerre di cui è cosparso il mondo sono in larga misura dovute all’effetto serra (si veda per esempio il libro “Effetto serra, effetto guerra” e/o “Guerre climatiche. Per cosa si uccide nel XXI secolo.”). Oltre alla desertificazione, le carestie, gli eventi atmosferici estremi, le grandi migrazioni, l’aumento del livello delle acque con gli allegamenti di intere zone del pianeta, la moltiplicazione dei tornado e dei cicloni, con qualcosaltro che certo ho dimenticato. Oggi col rischio che il cambiamento climatico superi la soglia – indicata generalmente in due gradi centigradi di aumento della temperatura media – oltre la quale aumenterà in modo tumultuoso alimentandosi di sè stesso, con effetti di retroazione catastrofici, senza più alcuna speranza di poterlo controllare. La temperatura è proporzionale alla energia cinetica media delle molecole, quindi un aumento della temperatura nell’atmosfera implica un aumento della velocità del vento, inevitabilmente moltiplicando le possibilità di generazione di cicloni e di tornado. Inoltre poichè i venti sono la causa dei moti ondosi, venti più forti e violenti producono onde più alte e energetiche moltiplicando le possibilità di tsunami e onde anomale. Intanto aumentando la temperatura degli oceani, cresce l’evaporazione che va a gonfiare le nuvole in cielo, favorendo pioggie battenti e/o torrenziali. Quando poi accade che i ghiacci si sciolgano in modo massiccio, tutti i processi si accentuano in un ciclo continuo tra aria e acqua dando luogo a fenomeni turbolenti che s’accumulano e accrescono a vicenda. Fino ad ora nonostante queste turbolenze, il sistema “clima” è rimasto complessivamente in equilibrio, o almeno in un equilibrio se non del tutto stabile, quasi. Ma se dovesse avvenire che la turbolenza permei tutto il sistema (tutto il pianeta), ecco che andrebbe fuor d’equilibrio scivolando o verso una grande glaciazione o verso una grande desertificazione, oppure in una partizione tra i due stati. Comunque senza entrare nel merito dei differenti modelli, tutti convergono a dire che due gradi di aumento sono una soglia per così dire inappellabile. Da lì in poi il sistema andrà out of jail, fuori squadra.

Ma qualcuno può pensare che l’aumento di un grado sia poca cosa, o almeno non troppa. Beh chi ha fatto i calcoli ci racconta che corrisponde più o meno a alcune centinaia di migliaia di esplosioni atomiche al giorno! Insomma l’allarme lanciato da Greta Thunberg è più che giustificato, così come l’idea di uno sciopero globale per il clima. Questa lotta per rallentare e controllare il cambiamento climatico, per farvi fronte, può essere un momento di unificazione dell’intera umanità, una causa fatta propria da ogni umano/a, ridando un senso preciso e materialmente determinato alla fratellanza. Nonché rilanciare le strategie cooperative per risolvere i problemi, contrapposte alle strategie cosiddette selfish, egoistiche, che hanno spopolato negli ultimi decenni. Di fronte a un fenomeno come l’alluvione di New Orleans – una delle prime grandi catastrofi provocata dal riscaldamento globale – o ci si organizza tutti insieme in modo cooperativo e solidale, oppure il singolo individuo fosse pure superman, viene sommerso. Ovvero, dicendola in altro modo, il fronte comune contro il climate changing è anche un modo per costruire la convivenza civile, decisiva per ottenere dei risultati e per rendere la vita, pure in situazioni di grande difficoltà, più vivibile. Certamente non va dimenticato il nesso che esiste tra la lotta per una società ecologica e quella contro le diseguaglianze e lo sfruttamento “dell’uomo sull’uomo” (Marx). Ci sono, e ci saranno vieppiù , dei nemici potenti, agguerriti e senza scrupoli della riconversione ecologica e di una società libera fondata sulla fratellanza, nemici di un nuovo contratto di eguaglianza tra gli esseri viventi e con la natura. I mercanti di danaro, droghe, armi e esseri umani non retrocederanno di fronte a qualunque violenza e disonestà. Bisogna saperlo. Inoltre va capito, e discusso, che certe riconversioni sono tutt’altro che facili. Penso all’Ilva di Taranto, che baldanzosamente i grillini proponevano di trasformare in un giardino ecologico, e che, una volta arrivati al governo, hanno invece firmato un nuovo contratto per cui l’acciaieria funziona a pieno regime, nonostante i tumori che affliggono i bambini provocati dai fumi della fabbrica. Ma potevano chiuderla, senza essere inseguiti dagli operai che li avrebbero buttati in un altoforno? La civiltà industriale fondata sul dominio dell’uomo sulla natura, con la costruzione di una tecnologia modellata per realizzare questo dominio, è l’espressione di un processo secolare, cumulando invenzioni, e producendo grandi progressi sociali, economici e civili. Pensiamo solo alla Rivoluzione Scientifica, e alla Rivoluzione Francese. Quindi si tratta non solo di pensare,e praticare, nuovi modi costituenti l’essere sociale, e nuove forme probabilmente di organizzazione politica, ma anche, direi soprattutto, di mettere mano all’insieme delle tecniche, tecnologie, e conoscenze scientifiche modellandole non più in funzione del dominio sulla natura (e,inevitabilemente, su una parte almeno degli umani), ma di un contratto di eguaglianza, ancora tutto da scrivere.

Quindi viva il global strike for future, sapendo che siamo solo all’inizio e il tempo corre svelto assai.

 

FONTE  PRESSENZA.COM

 

Il “modello cileno”, mostrato all’estero come il più grande successo del neoliberismo, presenta una realtà molto diversa per milioni di famiglie cilene,” ha affermato Tomás Hirsch, deputato del Partito Umanista Cileno (Frente Amplio), in un intervista con ALAI. Questo si esprime nell’aumento della disparità di reddito e della concentrazione della ricchezza e nell’indebitamento soffocante in cui affonda la maggioranza dei lavoratori. Infatti, “tutti gli indicatori ci pongono come uno dei paesi più diseguali nell’OCSE, con i tassi peggiori di istruzione, sanità, pensioni, qualità delle abitazioni, aree verdi per abitante …”, aggiunge.

Questo “sistema profondamente inumano” non dà priorità alla qualità della vita. Di seguito, uno scambio sulle linee guida politiche del governo cileno, che mettono in discussione la sua qualità morale per poter criticare il Venezuela.

Deputato, il giudizio critico del Presidente Sebastián Piñera sul governo costituzionale di Nicolás Maduro in Venezuela è conosciuto, per quanto riguarda l’attacco da parte del gruppo di Lima e dell’OAS contro la Rivoluzione Boliviana. Vorremmo rivedere alcuni aspetti del vostro paese per verificare la coerenza nell’atteggiamento del governo cileno.

La posizione del presidente Piñera è di un’incoerenza che rasenta il surrealismo politico. Il Cile dev’essere l’unico paese al mondo che, 29 anni dopo la fine della dittatura, ha ancora una Costituzione generata durante la dittatura, scritta da un piccolo gruppo di uomini di estrema destra senza dibattito, “votata” senza registri elettorali, progettata per perpetuare un sistema profondamente antidemocratico. Tranne qualche piccolo aggiustamento, rimane la stessa che manteneva al potere il dittatore Augusto Pinochet. Per quasi 20 anni abbiamo avuto senatori selezionati puntando il dito e un sistema elettorale totalmente truccato. E poi vogliamo dare lezioni sulla democrazia?

Il Cile, pur vantandosi a livello internazionale del suo supposto successo economico, ha una delle peggiori distribuzioni di reddito del pianeta, con un salario minimo vergognoso che non è sufficiente per la sussistenza del milione di lavoratori che lo ricevono. E intendiamo dare lezioni sui diritti sociali? Il sistema pensionistico cileno, anch’esso creato in regime di dittatura e mantenuto dal potere degli affari sul mondo politico, fornisce pensioni misere, vicine al 25% del salario percepito al momento del pensionamento. È una vera e propria violazione dei diritti umani degli anziani. Allo stesso tempo, sanità e istruzione sono imprese e non diritti, definiti dallo stesso presidente come beni di consumo.

Il Cile è l’unico paese al mondo in cui l’acqua è privata al 100%. Le risorse di pesca sono state consegnate in forma perpetua dal primo governo di Piñera  a 7 famiglie, attraverso una legge che è stata pubblicamente riconosciuta come corrotta, approvata con tangenti a ministri e parlamentari. Rame, litio, foreste, energia, tutto, assolutamente tutto, è stato denazionalizzato e consegnato alle multinazionali, che ovviamente parlano molto bene del nostro paese.

...continua a leggere "Tomás Hirsch: Cile, un sistema profondamente inumano"

 

FONTE R/PROJECT.IT

di Fulvio Vassallo Paleologo

Non bastano i report e le testimonianze sugli abusi subiti dai migranti intercettai in acque internazionali dalla Guardia costiera libica e riportati nei lager dai quali erano fuggiti. Sempre più tragica, in particolare, la situazione dei somali e degli eritrei internati nei centri di detenzione contollati dalle milizie, senza alcuna distinzione possibile tra centri governativi e centri “informali”. Ovunque spadroneggiano i mercanti di esseri umani, che nessuna indagine penale sembra fermare.

Non interessano i documenti di Amnesty International che confermano la gravi violazioni dei diritti umani in Egitto ed in altri paesi dell’Africa del nord. Non bastano neppure le conferme della corruzione delle polizie dei paesi di origine o di transito con i quali gli stati europei, e la stessa Unione Europea, non esitano a concludere accordi bilaterali per contrastare quella che definiscono soltanto come “immigrazione illegale”. Interessi economici e calcoli elettorali schiacciano i diritti umani e li rimettono alla discrezionalità della politica. In nome degli interessi nazionali si strappano le Convenzioni internazionali, ed i rapporti tra gli stati diventano un campo nel quale si esercitano ricatti basati sulla forza militare ed economica. Tutto quello che si vorrebbe nascondere dietro la campagna del fango intentata contro le ONG e chiunque si ostini ad operare soccorsi umanitari, in mare, ed anche in terra.

Il vertice euro-arabo di Sharm el Scheikh ha confermato la politica europea di esternalizzazione delle attività di controllo delle frontiere, senza che ci sia stato alcun riguardo per le ragioni delle popolazioni e dei migranti oppressi dai regimi e dai governi che sono finanziati dagli stati europei all’esclusivo fine di impedire le partenze dei migranti verso l’Europa. La cooperazione internazionale tanto evocata nei documenti internazionali rimane priva di risorse adeguate e di qualsiasi controllo sulla effettiva destinazione dei finanziamenti quando questi arrivano nei paesi terzi. La questione ambientale costituisce soltanto un paravento per nascondere la sostanza degli accordi, centrati sulla divisione delle risorse energetiche tra i paesi più forti, e sulla ghettizzazione delle popolazioni più deboli, condannate ad un destino di fame e di morte.

Il vertice ha segnato il fallimento definitivo del Processo di Khartoum, avviato dal governo italiano nel 2014, con l’avallo del Consiglio Europeo del 12 maggio 2015, e quindi del Piano di azione Juncker. Forse qualcuno si è accorto che il dittatore sudanese Bashir, sotto accusa da parte della Corte Penale internazionale, non era proprio un partner affidabile, al punto che a Sharm Al Scheikh gli è stata interdetta la partecipazione. Chi scrive del Sudan viene minacciato, ma anche questo sembra trascurabile, nell’indifferenza generale. In Italia ancora si ritiene necessario ed opportuno collaborare con la polizia sudanese, quella stessa polizia che ancora in questi giorni sta massacrando l’opposizione che manifesta in piazza a Khartoum.

Ma il nuovo multilateralismo, rilanciato sotto l’egida del dittatore egiziano Al Sisi, non garantisce i diritti dei popoli ma i privilegi dei grandi gruppi economici. Che anche i dittatori possono assicurare. E infatti la questione centrale degli incontri si è centrata sullo sfruttamento delle grandi risorse energetiche del Mediterraneo orientale, con una attenzione estesa anche alla spartizione della Libia, dove le forze del generale Haftar, sostenute dagli egiziani, dai russi, e sottobanco dai francesi, avanzano ogni giorno sottraendo territorio ( e pozzi petroliferi) al traballante governo Serraj a Tripoli, sponsorizzato dall’Italia e da alcuni paesi europei soltanto per spartirsi risorse economiche e ottenere un maggiore contrasto dell’immigrazione.

La Conferenza internazionale sulla Libia, svoltasi a Palermo lo scorso anno, rimane soltanto una vetrina usata a scopi elettorali, ma è ormai superata dall’involuzione bellica tra la Tripolitania e la Cirenaica, sostenuta dal generale Haftar e dai suoi alleati al Cairo, a Parigi, a Mosca. Il premier Conte, ed i suoi due vice-presidenti del Consiglio, tanto abili nella propaganda elettorale, dovrebbero farsene una ragione, e magari parlare agli italiani senza raccontare altre menzogne. Il risveglio dal sonno dell’indifferenza potrebbe essere assai brusco. Non sembra proprio che ci siano le premesse per una rilancio del ruolo dell’Italia nella soluzione della crisi libica.

Si avvicina la guerra, una guerra commerciale in Europa, tante guerre nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ed ancora più a sud, fino all’Africa sub-sahariana, come in Niger, dove si vuole esternalizzare la frontiera europea. Forse sarà proprio la guerra, l’unica vera tragedia che costringerà il “popolo sovrano” ad interrogarsi sulla reale portata delle politiche di odio ed esclusione contro gli stranieri e contro chi presta loro assistenza. Il capovolgimento del principio di realtà sul quale si sta fondando l’attuale politica dei governi di destra in carica in Europa non potrà che produrre conflitti alle frontiere ed una disfatta economica dell’intero continente con una forte riduzione dei diritti fondamentali che verranno negati non solo agli stranieri ma agli stessi cittadini.

L’Unione Africana ha da tempo respinto i piani europei che prevedevano rimpatri collettivi e piattaforme di sbarco nei paesi nordafricani, ma in Europa si ritiene ancora che sia possibile riportare in Africa i migranti bloccati in acque internazionali nel Mediterraneo. Non sembra che la presenza dell’UNHCR in Libia riesca a garantire davvero i diritti dei migranti trattenuti nei centri di detenzione da quando sono diminuite le possibilità di fuga verso il Mediterraneo. In realtà le rotte migratorie più recenti sono interne al continente africano, e non portano necessariamente all’emigrazione verso l’Europa. Dunque i plitici nostrani non possono continuare a lucrare vantaggi elettorali su una emergenza che non esiste.

Le conclusioni del vertice euro-arabo di Sharm el Scheikh sono state seguite da una aberrante mozione fatta passare da Fratelli d’Italia in un parlamento, ancora intontito dall’esito delle elezioni in Sardegna, che programma un blocco navale davanti alle coste libiche e chiude definitivamente all’adesione dell’Italia al cd. Migration Compact.

Un progetto vecchio, quello del blocco davanti alle coste libiche, di chi dall’estrema destra sa solo diffondere odio per conquistare una fetta di consenso elettorale. Senza però chiarire con quali navi e con quali uomini, mentre la missione Eunavfor-Med (definita anche come Operazione Sophia) si avvia ad un epilogo fallimentare, dopo la chiusura altrettanto ingloriosa della missione NAURAS della Marina italiana. Vedremo chi andrà davvero a fare il blocco navale davanti le coste libiche. Di certo l’Unione Europea non appoggerà mai con propri mezzi una proposta simile.

I cittadini italiani potranno anche illudersi di essere più sicuri perchè un paio di ministri hanno “chiuso” i porti alle navi di soccorso delle ONG ed hanno costretto al ripiegamento i mezzi della Guardia Costiera. Ma dietro queste scelte disumane si aggrava l’isolamento internazionale del nostro paese, acuita dalla concorrenza con la Francia in Libia, e non solo, una situazione che ci esporrà ancora di più alla prossima crisi economica internazionale, sempre più probabile dopo le elezioni europee di maggio. Nessun paese europeo può pensare di uscire da solo dalla crisi economica, soprattutto se è indebitato come l’Italia, così come nessun paese europeo può pensare che adottando misure di blocco navale, unilateralmente, possa risolvere la crisi dei rifugiati e raggiungere una maggiore efficacia nella lotta contro l’immigrazione irregolare. Solo aprendo canali legali di ingresso, attraverso il rilascio di visti umanitari, e rilanciando una grande missione di soccorso in acque internazionali, si potranno battere le organizzazioni criminali che lucrano proprio sullo sbarramento delle frontiere.

Soltanto chi saprà costruire e realizzare progetti basati sulla solidarietà internazionale e sulla soluzione pacifica dei conflitti, avrà un futuro. Quelli che scelgono di rinchiudersi dentro le frontiere nazionali, e quindi dentro le mura di casa, potranno soltanto armare le polizie ed armarsi per la propria difesa personale, ma non saranno certo più sicuri. La vera sicurezza la troveranno soltanto coloro che si organizzeranno per affrontare la crisi senza scaricarla sui più deboli, ma attaccando i veri responsabili a livello nazionale ed internazionale, riattivando processi di partecipazione democratica, e realizzando scelte di vita e di lavoro che creino opportunità di incontro e di solidarietà.

FONTE  CONTROLACRISI.ORG

“E‟ interesse di lavoratori e imprese mettere al centro l'aumento degli investimenti e dei salari oltre a una nuova fiscalità seriamente orientata a ridurre gli squilibri e le diseguaglianze, uno dei fenomeni più gravi del nostro tempo, e non a premiare chi ha di più e a punire chi ha di meno come accade con la tassa piatta». Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, è reduce dal corteo «People. Prima le persone» dove a Milano hanno sfilato in 200 mila.

Perché ha portato la confederazione in quella piazza?
“Per sostenere un'idea di giustizia sociale e di modello di Paese fondato su accoglienza e integrazione e sui valori profondi della Costituzione”.

Una manifestazione in continuità con alcuni degli slogan dell'altra manifestazione del 9 febbraio a San Giovanni, dove con i sindacati partecipavano anche alcune rappresentanze delle imprese del si-tav. Si sta creando un clima nuovo tra imprese e sindacati? Dove vede le maggiori convergenze?
“Non so se si tratta di vere e proprie convergenze. So che insieme possiamo mettere al centro il tema del lavoro, il lavoro di qualità e non quello precario che nel frattempo è aumentato. E so che per fare questo bisogna prima dare attuazione al Patto della fabbrica con cui abbiamo già concordato nuove regole perla rappresentanza e per tracciare nuovi perimetri dei contratti (anche per ridurli di numero). Bisogna che sindacati e imprese chiedano con forza al ministero di applicare le convenzioni che, tramite Inps, possano certificare la reale rappresentanza di chi firma gli accordi. Oggi ci sono ancora troppi contratti pirata firmati da non si sa chi e per conto di chi e servono solo a creare un mercato selvaggio della contrattazione in dumping”.

Lei parla anche di investimenti. Che sono la priorità anche delle imprese.
“Gli investimenti sono la via principale per creare il lavoro, quello vero. Servono investimenti pubblici in dosi massicce e anche investimenti privati. Che non sono stati sufficienti nonostante le imprese abbiano avuto incentivi in quantità mai vista prima. Incentivi che non sempre ho visto tornare anche nelle tasche dei lavoratori”.

Se il Pil non è sprofondato è per l'aumento del valore aggiunto dell'industria che in questi anni con le agevolazioni per Industria 4.0 ha investito massicciamente in innovazione, fino a cambiare del tutto il paradigma tecnologico di riferimento. Ciò che manca è la spesa pubblica.
“Mancano gli investimenti pubblici che si sono bloccati. Ma anche le imprese private hanno avuto atteggiamenti diversi: quelle maggiormente orientate hanno investito in innovazione e sono quelle più dinamiche, mentre gran parte delle altre non hanno fatto lo stesso e sono oggi in posizione arretrata e a rischio. È anche vero che il sistema degli incentivi messi in campo da Industria 4.0 non ha aiutato la crescita e lo svipuppo della piccola e media impresa. Non è affatto diminuita la differenza tra Nord e Sud e spesso ci sono forme di squilibrio e diseguaglianza anche all'interno delle stesse regioni. In questi annidi forti incentivi non tutto è tornato agli investimenti, alcune imprese hanno preferito la speculazione finanziaria o le scelte immobiliari. E il lavoro si è impoverito e si è allargata anche l'area del lavoro precario e pocoremunerato”.

Resta il fatto che bisogna affrontare il tema della produttività da cui dipende anche quello dei salari. E su questo le parti sociali possono fare molto.
“Bisogna però intendersi su cosa sia la produttività. Quella del lavoro è già alta. Non c'è più spazio per organizzare la competitività con la riduzione continua dei costi e dei diritti. Manca l'investimento in innovazione, nel miglioramento del processo di produzione, dell'organizzazione. Mancano spesso nuove sfide produttive che guardino alla sostenibilità e alle tecnologie digitali”.

Anche in questo caso non si può generalizzare. Manca anche la produttività che deriva dall'efficienza complessiva del Paese. Dal suo livello di istruzione, di infrastrutture, di qualità del captale umano. Conta anche la politica fiscale. E il rilancio dei salari e degli investimenti passa anche dalla riduzione del famigerato cuneo fiscale.
“Non ho problemi a discutere su come abbattere il cuneo fiscale a patto che non si tratti di ridurre i contributi per le pensioni o per la sanità. Bisogna comunque trovare un sistema che ne garantisca il finanziamento. Per me l'importante è abbassare l'Irpef del lavoro dipendente e ridisegnare una riforma fiscale nel segno dell'equità e della progressività, come prevede la Costituzione. È evidente che da noi c'è una questione di diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza. È sotto gli occhi di tutti che chi era più ricco è diventato ancora più ricco e chi era più povero si è impoverito ancora di più. La risposta non è la flat tax che fa aumentare questi squilibri”.

È la patrimoniale?
“Non mi voglio impiccare alle definizioni. Penso che vada affrontato il tema dell'evasione fiscale e della tassazione non solo dei redditi. Ci sono moltissimi esempi di altri paesi europei e non solo. L'importante è il risultato e credo abbia anche senso parlare anche di tassa di successione. La riforma fiscale è una delle richieste di Cgil, Cisl e Uil e, tornando all'Irpef, per me bisogna aumentare le detrazioni per il lavoro dipendente e per le pensioni: la priorità è questa”.

II Governo che segnali vi ha dato?
“Sembrano continuare in una sorta di autoreferenzialità. Del resto non si consultano con nessuno, nemmeno con il Parlamento che è stato del tutto bypassato in occasione della legge di stabilità. Che resta una legge sbagliata e del tutto inadatta a far cambiare verso alla crescita economica II governo pensa alla disintermediazione sociale come hanno fatto anche altri governi che non mi pare abbiano lasciato un grande ricordo. Discutere e trattare con il sindacato è utile perché la complessità dei temi è tale che occorrono interlocutori in grado di comprendere i problemi, le conseguenze delle scelte sulla vita vera”.

E allora cosa farete per farvi ascoltare?
“La manifestazione del 9 febbraio ha avuto una partecipazione che ci ha stupito nella sua inimmaginabile ampiezza C'è grande voglia di partecipare e di dire che bisogna cambiare strada. Noi insistiamo. Il 15 marzo è previsto uno sciopero degli edili. È un settore bloccato in una stasi drammatica Tutti i cantieri sono fermi per colpa delle incertezze del governo sulle infrastrutture. Non c'è un indirizzo strategico”.

E quando c'è, come con la Tav, si torna indietro (e anche lei non è mal stato favorevole).
“La Tav è sicuramente un problema. Ma la cosa principale è che conosciamo una molteplicità di analisi di costi benefici e di report di segni opposti ma non sappiamo ancora che vuole fare davvero il Governo. Che ha il compito istituzionale di decidere e non lo fa È questa la cosa più grave. Ma ciò che è più drammatico è che questa incertezza ha bloccato tutti i cantieri e paralizzato un intero settore”.

FONTE RAIAWADUNIA

L’immagine che abbiamo dei migranti in Libia è quella di persone ridotte alla disperazione, brutalmente incarcerata e quotidianamente torturata nei centri di detenzione. Un quadro che senza dubbio corrisponde alla verità dei fatti, considerato le oramai innumerevoli testimonianze di sopravvissuti e di giornalisti, per tacere dei tanti report dell’Unhcr e di ong per i diritti umani che hanno a più riprese denunciato e documentato senza possibilità di smentita, gli abusi e le violazioni perpetrate nelle famigerate strutture di detenzioni. Violazioni, peraltro, confermata in molte interviste dallo stesso premier Fāyez al-Sarrāj.

Ma ci sono anche altri migranti, in Libia. Persone che, perlomeno all’inizio, non avevano nessuna intenzione di raggiungere l’Europa e che avevano come meta della loro migrazione proprio la Libia.

All’epoca di Gheddafi, la Libia era un grande attrattore di lavoratori provenienti per di più dall’Africa sub sahariana. Dal Chad, dalla Nigeria, dal Niger e anche da Sudan o dai Paesi del golfo di Guinea, migliaia di persone salivano verso la costa per svolgere quei lavori che, per dirla con un luogo comune, “i libici non volevano fare”. Manodopera a basso costo che veniva sfruttata, in particolare, nelle coltivazioni agricole, nell’edilizia, nei trasporti, nel settore petrolifero o come scaricatori nei porti. Lavori senza dubbio duri e mal pagati, con pochissime tutele statali e sindacali, ma che hanno permesso a decine di migliaia di migranti di costruirsi un futuro nel Paese, affittando casa e costruendo una famiglia.

Poi è arrivata la guerra civile. Il Paese si è spezzato in tre con un Governo a Tripoli, un altro nella Cirenaica ed il sud abbandonato alle organizzazioni criminali che fanno capo a milizie mercenarie alle dipendenze di vere e proprie città stato. Qualsiasi parvenza di legalità è stata spazzata via. E nessuno si è domandato che cosa ne sia stato di questi migranti.

Secondo una stima delle nazioni unite, oggi in Libia ci sono perlomeno 670 mila migranti. Coloro che sono stati regolarmente registrati dall’Unhcr sono esattamente 56 mila 455. All’incirca 6 mila e 200 sono detenuti nei centri per immigrazione irregolare. Ma questo è un dato sicuramente sottostimato considerando le continue violazioni alle più elementari procedure giuridiche che avvengono in questi luoghi.

In ogni caso, salta immediatamente agli occhi che attualmente in Libia ci sono alcune centinaio di migliaia di persone di cui nessuno sa nulla.

P. B. era uno di questi migranti. E’ arrivato a Tripoli dal nativo Niger nel 2008 o nel 2009 (non se lo ricorda bene). Ha lavorato nei campi e poi al porto di Tripoli come scaricatore e stivatore. “Ci facevano fare i turni più pesanti e ci pagavano la metà di quanto guadagnava un libico per lo stesso lavoro. Dormivamo nei capannoni o anche a bordo delle navi ma almeno avevamo di che campare. Io riuscivo anche a mandare qualcosa a casa”. P. è arrivato in Italia due anni fa e oggi svolge lavori saltuari nel porto di Venezia. “Con Salvini è sempre più dura. Pare che abbiano timore di ritorsioni a farti lavorare. Eppure non manca il lavoro attorno alle navi. E’ chiaro che ci sarebbe bisogno di noi. Mi pare di rivivere la stessa situazione che ho vissuto in Libia quando è cominciata la guerra ed è esploso il razzismo. Tutti stanno diventando cattivi ed hanno sempre più paura”.

Dopo la morte di Gheddafi, le condizioni dei lavoratori stranieri in Libia sono precipitate. “Capitava che alla fine della giornata non ci dessero lo stipendio, semplicemente perché non volevano darcelo. E se protestavamo, minacciavano di non farci lavorare domani. Se andava bene ce ne davano solo una parte, proprio per non farci morire di fame, e l’altra se la intascavano loro. Capitava anche che ci minacciassero con la pistola. Tutti giravano armati al porto. Chi protestava, spariva”. Una situazione di violenza e sopraffazione che ha investito, sia pure in misura minore, anche i lavoratori libici. “Una volta, loro perlomeno, avevano dei diritti. Oggi non più. Quando sono andato via, buttava male anche per loro”.

Ma il vero problema che ha spinto P. e tanti altri migranti arrivati in Libia per lavorare, a prendere il mare per l’Europa è stato il crollo della moneta locale. Uno stipendio base di 700 dinari equivalgono sulla carta a 500 dollari ma al mercato nero non ottieni più di 100, 150 dollari Usa al massimo. Impossibile quindi riuscire a ricavare qualcosa da spedire a casa per aiutare le famiglie, come facevano prima della guerra.

Con la perdita di valore del dinaro, la guerra ha portato anche disoccupazione. E proprio i lavoratori stranieri, meno tutelati, sono stati i primi a pagarne le spese. Nella campagne soprattutto, molte aziende sono state chiuse e i campi coltivati ridotti. I lavoratori salariati sono stati pressoché rimpiazzati da schiavi. Ed intendiamo dire proprio “schiavi”. Perché non ci sono altri termini per definire una persona rapita e costretta a lavorare a forza di botte sino alla morte.

Da sottolineare che lo schiavismo, in Libia, è stato pressoché legalizzato, nell’indifferenze del mondo intero, anche se i militari libici continuano pudicamente ad usare il termine “lavoratori”. “Qui in Libia, abbiamo bisogno di lavoratori migranti. Ad essere onesti, non potremmo fare niente senza di loro – ha spiegato in una intervista a Irin il generale Mohammed al-Tamimi, comandante militare di un posto di blocco a nord di Sebha – Quando catturiamo dei migranti preferiamo tenerli con noi e impiegarli nei campi come lavoratori, invece di spedirli in un centro di detenzione. Senza di loro non tireremmo avanti”.

Chiamiamola schiavitù, allora. Tanto è una parola che oggi non fa più orrore a nessuno.

 

Riccardo Bottazzo per DOSSIERLIBIA