Lula, l’umano

 Fonte Associazione Transglobal 

Introduzione e traduzione di Stefano Rota – Associazione Transglobal

Il 7 aprile 2018 si è verificato un fenomeno piuttosto raro: una esplicita richiesta da parte di un uomo in vita del riconoscimento di una sorta di trascendenza verso una dimensione non umana, verso una forma-mito. La richiesta è stata accolta da una larga parte della popolazione che lo sostiene, in ragione del ruolo importantissimo che ha svolto quest’uomo nella storia recente del proprio paese: si tratta di Luiz Inácio Lula da Silva e il paese è quindi il Brasile.

Tutti noi che abbiamo visto nel laboratorio politico dell’America Latina dello scorso decennio una possibilità concreta di contrapposizione continentale al neoliberismo globale abbiamo messo post sui social network con foto che ritraevano Lula letteralmente sommerso dall’abbraccio del suo Popolo. Tutti noi che parliamo portoghese abbiamo seguito il discorso dell’ex presidente il giorno della sua consegna alla Polizia Federale – dopo aver assistito alla messa in suffragio della moglie – trasmesso in diretta anche dalla televisione portoghese. Forse molti, non tutti, sono rimasti un po’ colpiti dalla modalità discorsiva e dal linguaggio scelti da Lula. Nessuno, incluso il sottoscritto, ha sentito però il bisogno di rendere pubblico un certo disagio, perché il momento era drammatico: Lula andava difeso, punto e basta. Quella tragedia umana (umana!) che si apprestava a dispiegare la sua pagina più dolorosa, presentandogli un conto salatissimo e ingiustificato, è frutto di una macchinazione golpista orchestrata dai nemici politici che non gli avevano perdonato le misure sociali, economiche e politiche a favore dei ceti popolari e da sempre svantaggiati (ma non tutti!), come argine, molto parziale, invero, delle logiche sviluppiste e neoliberiste in cui è lanciato il paese; una macchinazione che lo aveva trascinato nel fango, tuttora senza prove concrete, dello scandalo di corruzione “Lava Jato”.

 

Il 9 aprile, sull’edizione brasiliana di El Paìs esce questo articolo di Eliane Brum, che riportiamo qui tradotto. E’ un articolo lungo, ma vale la pena leggerlo tutto, perché di quella vicenda complessiva offre una lettura sobria, rotonda, facendo giustizia dei nostri imbarazzi e riportando al centro la caleidoscopica composizione e le contraddizioni di un paese, a cui Lula prima e soprattutto Dilma dopo, hanno offerto soluzioni a volte quanto meno imbarazzanti, creando delle fratture tra un Brasile e un altro, tra metropoli e Amazonia, tra sviluppo e diritti umani e non-umani, tra cittadini “sviluppabili” e lavoratori marginali, indigeni e negros delle favelas. E molto altro (Stefano Rota).

Lula, l’umano

Di Eliane Brum*

 

“Io non sono più un essere umano. Io sono un’idea”. La frase del discorso di L. I. Lula da Silva prima della prigione dal palco del sindacato dei metallurgici di São Bernardo do Campo, è già diventato celebre, come era programmato. Ma il simbolo di questo momento che passerà alla storia non è stato il discorso, ma piuttosto l’immagine presa dall’alto, in cui colui che aveva appena finito di proporsi non come candidato, ma come una leggenda, sembra mutuare la propria sostanza nella moltitudine che lo circonda. “Questo paese ha milioni e milioni di Lula”.

Il problema di colui che vuole essere un mito in vita è la vita stessa. La vita intralcia il mito. La vita ricorda al mito, giorno dopo giorno, che è umano, troppo umano. Questo è un pericolo per il mito. Consapevole di questo rischio, Getùlio Vargas (1882-1954) [politico progressista brasiliano della prima metà del secolo scorso] si suicidò, con l’accortezza di lasciare una lettera-testamento impeccabile dal punto di vista storico, in un ultimo slancio di genialità politica. Il Padre dei Poveri del Brasile del XX secolo sapeva che la vita ostacolava la leggenda.

Lula crede di poter essere un mito in vita, il corpo arrestato nella cella della Polizia Federale di Curitiba, mentre il mito attraversa il corpo della moltitudine. E’ in questa direzione che si sono rivolti gli sforzi principali di Lula, da quando la prigione si è manifestata come una possibilità sempre più concreta e vicina. Le frasi in questo senso sono state molte nelle ultime settimane; la più messianica è questa: “Loro si stano raffrontando con un essere umano differente: io non sono io, io solo l’incarnazione di un pezzetto di cellula di ognuno di voi.”

Il fatto che quella che è già diventata l’immagine storica del momento sia stata la foto scattata da sopra non è un dato qualunque. Da sopra c’è il mito, da sotto, nell’interno della moltitudine, ci sono le realtà e i sentimenti più umani. Ma la foto segna un punto importante, mostrando che Lula si intende di politica molto più di Sérgio Moro [giudice federale a capo dell’operazione Lava Jato], che scommetteva nella foto di Lula arrestato, sconfitto dall’operazione Lava Jato. Dovrà invece fare i conti con la foto di un mito tra le braccia del popolo. Non è un peso di poco conto per un uomo vanitoso come Moro, che aspira a un luogo di rispetto nella Storia. Nessuno vuole il posto di un Carlos Lacerda [politico brasiliano della metà del secolo scorso, conservatore e alleato delle forze interventiste dell’esercito, oppositore del candidato alle presidenziali nel 1950 per le forze progressiste Getùlio Vargas, ai cui danni orchestrò un attentato].

La storia, però, è un punto interrogativo, perché il passato è costruito nel futuro. Niente sembra più incerto del futuro del Brasile. La memoria di Lula è ancora oggetto di disputa.

Il futuro è imprevedibile anche nel modo in cui la memoria sarà costruita nel mondo che verrà. Non siamo ancora in grado di comprendere come internet ripercuote e cambia quello chiamiamo memoria. Il futuro del Lula storico no sarà determinato dai libri di storia scritti da accademici o da biografie fatte da giornalisti – o per lo meno non solo da loro – come accadde con Vargas e altre icone della traiettoria del Brasile. Questo rappresenta già un nuovo dato del momento. Solo più avanti sapremo se un martire di sinistra in carcere ha la forza che ebbe nel futuro del passato, quando internet non entrava nella costruzione delle narrazioni.

Lula è arrestato, non morto. Lula è ancora nel gioco del presente. Continua a leggere “Lula, l’umano”

Dentro le ragioni dell’assalto a Lula

 

fonte ComuneInfo

di Raúl Zibechi

La votazione degli undici giudici del Supremo Tribunale Federale (STF), nella notte di mercoledì 4 aprile, presuppone la fine della carriera politica di Luiz Inácio Lula da Silva, così come desideravano i militari, i grandi imprenditori, il governo degli USA e un importante settore della società brasiliana.

L’offensiva permanente della destra durante gli ultimi cinque anni, gli ha permesso di compiere il suo sogno più desiderato: disarcionare Lula dalle elezioni presidenziali di ottobre, per le quali era il favorito con il 35% di sostegno popolare, molto lontano dagli altri candidati.

Il STF ha votato negativamente l’habeas corpus presentato da Lula, che gli avrebbe permesso di aspettare il risultato del processo per arricchimento illecito, che è stato confermato in seconda istanza. Il tribunale si è appellato alla giurisprudenza che dice che ogni processato, la cui pena è confermata in seconda istanza, entrerà in prigione. In effetti, il passato gennaio Lula è stato condannato da un tribunale federale a 12 anni.

Sembra necessario ripassare le ragioni che hanno portato ciascuno di quei settori ad appoggiare la condanna di Lula, al di là della sua presunta colpevolezza. Anche molti politici dovrebbero stare nei tribunali per delitti ancor più gravi, come l’attuale presidente Michel Temer, in una chiara dimostrazione di una doppia misura della giustizia, delle istituzioni e della stessa società brasiliana.

In primo luogo, per gli USA i governi di Lula non furono specialmente problematici, per lo meno se ci atteniamo alle dichiarazioni di ambedue le parti. Salvo su un punto: il progetto di autonomia nella difesa, concretizzatasi nella costruzione di un sottomarino nucleare, oltre alla capacità di fabbricare caccia di quinta generazione e al potenziamento della base di satelliti di Alcántara, vicina alla linea equatoriale.

“Casualmente”, da quando Dilma Rousseff fu disarcionata dal governo nell’agosto del 2016, i tre progetti affrontano delle serie difficoltà, anche se le autorità si impegnano a negarlo. Il terzo fabbricante mondiale di aerei commerciali, l’Embraer, che ha firmato un accordo con la svedese Saab per i caccia brasiliani, è in via di fusione con la statunitense Boeing, fatto che può rendere vano lo sviluppo che renderebbe autonoma la forza aerea.

Riguardo al sottomarino nucleare, insistere solo sul fatto che è a carico della ditta di costruzioni Odebrecht, in alleanza con la francese DCNS, che è seriamente indagata dalla giustizia, e che può mandare all’aria tutto il programma strategico. Non può essere casuale che solo l’Odebrecht stia nell’occhio della giustizia quando tutte le imprese di costruzioni operano allo stesso modo.

8 aprile 2018, Lula e il suo popolo

Gli USA sono vicini a giungere ad un accordo con il governo di Temer per operare nella base di Alcántara, che per la sua ubicazione geografica permette un risparmio fino al 30% del combustibile. Questo è unito al sottomarino nucleare, uno dei punti più sensibili per il Pentagono.

La seconda questione sono i grandi imprenditori, che avevano mantenuto un atteggiamento favorevole ai governi del PT, per lo meno fino all’anno 2012. Nonostante ciò, il rafforzamento del movimento sindacale e l’irruzione delle nidiate più povere dei lavoratori nel movimento degli scioperi del 2013, che batté tutti i record storici nella quantità di scioperi, li convinsero della necessità di interrompere il corso della presa di potere del movimento operaio.

In questo senso, bisogna ricordare che la federazione industriale di San Paolo (PIESP), la più potente del paese e una delle più ricche del mondo, è tornata a giocare il medesimo ruolo che ebbe nel 1964 quando fu la principale artefice del colpo di stato militare che abbatté Joao Goulart.

La terza incognita sono le forze armateSotto i governi di Lula (2003-2010) furono uno dei settori più privilegiati. Fu programmato un importante riarmo, come era avvenuto solo sotto la dittatura militare (1964-1985). Fu rafforzato il complesso industriale-militare con sede nella città paulista di Sao José dos Campos, con accordi con imprese europee che hanno aperto nuovi affari alle compagnie brasiliane coinvolte nella difesa.

Ma soprattutto, è stata definita una Strategia Nazionale di Difesa che è stata concordata con gli alti comandi, il governo e gli imprenditori, che definisce nuovi e più ambiziosi progetti per le Forze Armate.

Due di questi stabiliscono la creazione di una seconda base navale alla foce del Rio delle Amazzoni, che si aggiungerebbe all’attuale situata a Río de Janeiro. Parallelamente, il rafforzamento della vigilanza sui giacimenti off-shore della piattaforma marittima, implica la progettazione di una potente flotta di sottomarini convenzionali e nucleari.

Le ragioni che hanno portato al cambio di direzione militare hanno due basi. La prima è la politica sottile ma persistente degli USA, che non hanno mai visto di buon occhio la costruzione del sottomarino nucleare né l’autonomia satellitare, progetti che hanno persistentemente minato dietro le quinte. Anche se un settore dei militari brasiliani ha delle forti inclinazioni nazionaliste, c’è un altro settore molto dipendente dalla logica statunitense che pone il Venezuela, la Russia e l’Iran come nuovi demoni che giocano lo stesso ruolo del comunismo, sotto la dottrina della sicurezza nazionale che portò ai colpi di stato dei decenni del 1960 e 1970.

Il secondo, è il crescente ruolo della destra civile nelle caserme. Molti alti comandi rifiutano qualsiasi menzione dei crimini di lesa umanità commessi durante la dittatura. La ex presidente Rousseff fu torturata da militari, comportamento che è esaltato da vari alti comandi che non hanno mai accettato la minima critica della repressione della dittatura.

Da ultimo, le classi medie e medio alte hanno intensamente militato contro Lula e i quattro governi del PT. Così come non ci fu rottura con la dittatura, in Brasile nemmeno c’è stata una  decolonizzazione sociale e culturale che avrebbe democratizzato la società e le relazioni tra bianchi e neri (il 54% dei brasiliani). Questi ostacoli hanno provocato l’attuale polarizzazione sociale e politica, in risposta all’ascesa dei più poveri al rango di classi medie. Ma queste eredità sono, anche, alla base della crescente decomposizione di un paese che si proponeva come potenza globale.