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10.10.2017 - Jujuy, Argentina Redacción Argentina

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

La Difesa di Milagro Sala: “I giudici disconoscono totalmente il diritto internazionale”

Gli avvocati di Milagro Sala hanno fatto ricorso contro la sentenza della Corte d’Appello che ha revocato i domiciliari alla dirigente sociale.

La difesa di Milagro Sala ha fatto oggi ricorso contro la sentenza della corte d’Appello che ha revocato la detenzione ai domiciliari della deputata del Parlasur. Tra i punti cardine, sono stati rilevati la responsabilità internazionale dell’Argentina; la sentenza  violerebbe la misura cautelare dettata dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH). E’ stata inoltre evidenziata una conoscenza del tutto insufficiente da parte dei giudici Néstor Hugo Paoloni, Gloria María Mercedes Portal de Albisetti ed Emilio Carlos Cattan i quali, nei fondamenti giuridici, hanno confuso la CIDH con la Corte Interamericana dei Diritti Umani (Corte IDH) che, sebbene faccia parte del sistema interamericano, possiede regole e competenze diverse; nell’analisi dei contenuti che devono essere soddisfatti per l’ottenimento della detenzione ai domiciliari, hanno ignorato il rango costituzionale dei trattati internazionali che hanno carattere sovrannazionale; hanno utilizzato un concetto errato relativo al principio di uguaglianza rispetto agli altri detenuti in custodia cautelare e, in ultimo, hanno posto in essere un altro atto persecutorio e di violazione del legittimo esercizio del diritto alla difesa, sottolineando che nessuna condanna è stata finora emessa nei confronti di Milagro Sala. A loro volta, hanno denunciato che la Corte d’Appello ha compromesso il buon esito del processo non avendo notificato alla difesa il ricorso presentato dal Pubblico Ministero e su cui hanno basato la sentenza, scartando tutte le argomentazioni degli avvocati della dirigente sociale. ...continua a leggere "La Difesa di Milagro Sala: “I giudici disconoscono totalmente il diritto internazionale”"

FONTE SBILANCIAMOCI CHE RINGRAZIAMO

Il lavoro ha subito un processo di rimozione: al centro c’è l’impresa, i cui interessi vengono fatti coincidere con l’interesse generale. L’introduzione del libro ‘Gente di fabbrica. Metalmeccaniche e metalmeccanici nel nuovo millennio’

‘Il lavoro non esiste’. Questo titolo provocatorio nasce da un episodio che mi è capitato in una nota libreria del centro di Torino, dove ho chiesto all’addetto del reparto di saggistica in quale scaffale si trovassero i titoli sul lavoro: mi ha guardato stupito, indirizzandomi prima al reparto economia e management, e poi aggiungendo che qualcosa avrei forse trovato anche nel reparto sociologia. Come se il lavoro fosse solo un addendum di qualcos’altro…

La verità è che, al di là delle statistiche e delle polemiche politico-sindacali, il contenuto del lavoro è dato quasi sempre per scontato, prevalgono luoghi comuni e approssimazione.

In realtà il lavoro ha subito un processo di rimozione: al centro c’è l’impresa, i cui interessi vengono fatti coincidere con l’interesse generale.

Ma impresa e lavoro non sono la stessa cosa, possono avere obiettivi comuni, ma farli coincidere è sbagliato, ancorché strumentale, perché impedisce di vedere contraddizioni e conflitti, inevitabili in presenza di ruoli e interessi sociali differenti. E, soprattutto, impedisce di vedere come in questi ultimi decenni l’equilibrio si sia spostato verso l’impresa, in termini di potere e di distribuzione delle risorse.

La svalorizzazione del lavoro è nella sua scomparsa dal discorso pubblico.

Non sembri paradossale, ma le poche occasioni, tra quelle in cui sono stato coinvolto da sindacalista, dove, raccontando il lavoro, si sia andati oltre un’attenzione superficiale, sono state l’accordo imposto dalla Fiat a Mirafiori – con il tema delle pause in catena di montaggio, per esempio – e il processo per i morti di amianto all’Olivetti, l’impresa perfetta che in realtà non è mai esistita, dove i magistrati hanno dovuto ricostruire in dettaglio che cosa facevano le persone in fabbrica. Due pessime, anzi drammatiche occasioni, insomma, benché a loro modo emblematiche. Eppure, per restituire ai lavoratori la visibilità che meritano, occorre ripartire da loro stessi, da quello che fanno tutti i giorni, dalla qualità e intensità della loro prestazione e del loro impegno, dai problemi e dalle opportunità che ne derivano, dalle frustrazioni e dalle aspettative che si creano e che segnano la vita delle persone.

L’area torinese, ancora tra le più significative dal punto di vista industriale a livello europeo, ben rispecchia tendenze più generali. E la manifattura, che pure rappresenta solo una parte del mondo del lavoro, comprende mansioni e professionalità anche molto diverse, che nel tempo si sono profondamente modificate: dall’operaio al progettista, dall’impiegato amministrativo all’informatico. ...continua a leggere "Gente di fabbrica"

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Fonte DirittiDistorti   che ringraziamo 
Martedì 10 Ottobre 2017 10:41

"Stiamo tornando al tempo di Lampedusa e delle prime carrette del mare: una volta arrivavano in Tunisia per andare in Libia ora ricominciano a partire da qui". È preoccupato mons. Ilario Antoniazzi, arcivescovo di Tunisi, dopo aver appreso la notizia della nave della marina militare tunisina che ha speronato un barcone con 70 migranti, provocando un naufragio con decine di morti.

"È vero, si sta riaprendo la rotta tunisina verso l'Italia - dice in un'intervista al Sir -. E ultimamente ne arrivano sempre di più. Questo per noi è un campanello d'allarme".

"Gli accordi con la Libia sono forse una bella cosa per l' Italia ma non per i migranti che sono lì - precisa l' arcivescovo -. Sono diminuiti gli sbarchi in Italia ma i migranti in Libia sono aumentati: lì hanno scoperto anche campi profughi clandestini, dove i migranti non vengono trattati come persone umane. È naturale, allora, che il posto più sicuro da cui provare a partire sia la Tunisia. E ultimamente ne arrivano sempre di più".

"Una volta - prosegue -, arrivavano in Tunisia nel sud Sahara per andare in Libia, poi tramite i trafficanti cercavano di imbarcarsi verso l'Europa. Adesso è il contrario: scappano dalla Libia e vengono in Tunisia perché sanno che con gli accordi attuali è molto difficile andare in Italia. Ma io dubito che questi trafficanti con cui l'Italia ha fatto accordi siano persone molto affidabili".

Mons. Antoniazzi, che sta monitorando la situazione, spiega che "non c'è un posto fisso per le partenze, può essere nella zona di Sfax o in tanti altri piccoli porti. Stanno lì un po' di tempo per lavorare poi si mettono d'accordo con i pescatori, che si fanno pagare, e partono. È difficile distinguere tra un pescatore e chi vuol venire in Italia".