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fonte ManifestoBologna

di Piergiovanni Alleva

Nel corso di questa esasperata campagna elettorale, il sostenitore del “sì” non hanno mai davvero chiarito in cosa consista la riforma costituzionale, tanto rumorosamente propagandata, né quali siano i suoi supposti mirabolanti benefici, che dovrebbero “mettere le ali” alla nostra depressa situazione socio-economica.

Non si può davvero trattare di qualche risparmio finanziario sulle spese di funzionamento del Senato e di tempo sulla durata degli iter legislativi, perché altrimenti sarebbe stato semplicemente logico abolire il Senato invece che mantenerlo in vita, riducendolo ad una sorta di nano deforme ma comunque costoso.

Occorre, allora “esaminare dal di dentro” la riforma per comprenderne essenza e meccanismi e constatare come essa si risolva nel consueto inganno, già sperimentato con il Job’s Act tra una apparenza neutra o positiva e un contenuto reale pessimo e pericoloso. Il vero è, detto in breve, che la riforma costituzionale del governo Renzi consiste, essenzialmente in una cattiva imitazione del sistema bicamerale tedesco, con la trasformazione del nostro Senato in qualcosa all’apparenza molto simile alla seconda camera del parlamento tedesco, detta “Bundesrat”.

Il Bundesrat – come si sa – rappresenta i “Länder” (Regioni – Stato) e affianca la Camera dei deputati, detta Bundestag che rappresenta invece la nazione.

Il “nuovo Senato” ha infatti molte somiglianze formali con il Bundesrat, a cominciare dal fatto che i suoi membri non sono eletti direttamente dal popolo bensì provengono dai governi o assemblee regionali, ma la sostanza dell’operazione risulta, alla fine, ben diversa da una semplice importazione di un istituto da un ordinamento straniero ed è invece perfettamente coerente con un fine, tipicamente renziano, di accentramento dei poteri.

Sottolinieamo, per spiegare i termini della questione, che nella Repubblica Federale tedesca i Länder godono di ampia autonomia normativa su molte materie, anche in concorrenza con lo Stato Federale, e che il Bundesrat svolge in favore dei Länder una funzione di garanzia mediante la sua partecipazione alla formazione delle leggi nazionali, proprio allo scopo che queste non possano ledere gli interessi e i diritti degli stessi Länder. Non per nulla i membri (69 in tutto) del Bundesrat sono anzitutto membri dei Giverni dei Länder che li delegano.

Il Bundesrat svolge la sua funzione di garanzia nell’ambito della legislazione nazionale in due modi: esiste un nutrito elenco di leggi che tipicamente toccano gli interessi dei Länder, le quali devono essere approvate anche dal Bundesrat per poter essere emanate. È importante ricordare che hanno rappresentato, anno per anno, più della metà di tutte le leggi nazionali.

Ma anche per le altre leggi, diverse da quelle esplicitamente bicamerali il Bundesrat ha dei poteri reali perché, se ritiene che una legge possa avere una incidenza negativa sull’interesse dei Länder, può interporre un veto sospensivo all’emanazione della legge, ed è un veto che la Camera dei Deputati o Bundesrag può superare ma solo con maggioranza qualificata.

Qual è stata invece, la strategia del Governo Renzi nella operazione di importazione “finta” del Bundesrat?? Qui è fondamentale cogliere il nesso tra l’art. 117 del progetto di riforma che ridefinisce i rapporti Stato Regioni e l’art. 70 che definisce i residui poteri legislativi del nuovo Senato.

Il fatto è che da un lato l’art. 117 ha posto in essere una violenta operazione di accentramento, che riduce al minimo l’autonomia regionale, perché diventano di esclusiva competenza statale i 3/4 delle materie che oggi sono di competenza concorrente. Dall’altro lato, poi, a livello della legislazione nazionale il nuovo Senato non può svolgere le funzioni di garanzia svolte in Germania dal Bundesrat perché non ha sufficienti poteri.

Sono assai poche le materie in cui ha il potere di legiferare alla pari della Camera e per ironia riguardano assai più l’interesse nazionale (riforme costituzionali, referendum rapporti con l’Europa ) che quelli dei territori. Per le altre leggi “monocamerali” cioè decise solo dalla camera dei deputati, il Senato non può emettere alcun veto sospensivo ma solo proporre delle modifiche sulla quale la Camera può pronunciarsi negativamente a maggioranza semplice dei votanti.

In definitiva, il Senato ad onta della sua proclamata qualità di rappresentanza delle istanze territoriali, può solo emettere flebili lamenti in difesa di queste (ovvero dei “mugugni”) ma non può partecipare davvero alla produzione legislativa a tutela dei loro interessi.

Risultando alla fine simile ad un soldatino male in arnese messo a guardia, con un fuciletto caricato a salve, di un bidone vuoto o, per meglio dire svuotato. Il Bundesrat è ben diverso e molto meglio armato a tutela di un sistema fiorente di autonomia e, dunque, per questo e non per quello è giusto impiegare risorse.

È naturale infine chiedersi però perché il Governo insista tanto nel tentativo di imitazione con trasformazione del Senato in un falso Bundesrat visto che da ciò non può logicamente derivare alcun beneficio né al Pil né all’occupazione?

C’è una sola risposta: non importa, per così dire, al Governo Renzi ciò che si disegna, ma ciò che si cancella, e ciò che si cancella è qui un pezzo di sovranità popolare, cioè l’elettività del Senato, umiliando nel contempo anche l’autonomia regionale, altra sede di esercizio democratico.

La progressione del Governo è impressionante, via le Province elettive, via il Senato elettivo, riduzione all’irrilevanza delle regioni e loro consigli perché resti solo la camera dei deputati tuttavia drogata e truccata da un premio di maggioranza che a ben guardare da luogo ad una sorta di postulato antidemocratico.

Infatti, stante la situazione di reale tripartitismo o quadripartitismo nella società nessun partito riceverà più del 30% dei voti ma quello che in relativo né avrà di più, otterrà i 55% dei seggi ottenendo così di poter comandare al 70% dei cittadini elettori che si sono divisi tra gli atri partiti. Come chiamare allora, se non “anti-democrazia” un sistema nel quale la minoranza comanda istituzionalmente contro la maggioranza?



LA NOTIZIA

Gravissimo incidente sul lavoro su una nave della Caronte & Tourist, ex Siremar, nel porto di Messina. Tre marinai sono morti e un altro è rimasto gravemente intossicato durante i lavori di manutenzione di una cisterna del traghetto Sansovino, mentre era attraccato al molo San Raineri. Uno dei marinai è morto sulla banchina, gli altri due all'ospedale Papardo e al Policlinico. Il quarto marittimo è stato ricoverato in condizioni disperate. Le tre vittime sono Gaetano D'Ambra, secondo ufficiale di coperta di Lipari, Christian Micalizzi, primo ufficiale di Messina; Santo Parisi, operaio di Terrasini. Il marittimo ricoverato in gravi condizioni si chiama Ferdinando Puccio. fonte repubblica.it

Una prima riflessione

Molti anni fa il 13 marzo 1987  13 lavoratori morirono nella stiva della motonave Elisabetta Montanari nel Porto di Ravenna. Lavoro irregolare allora , senza una gestione della sicurezza per il lavoro in ambienti confinati.
Ancora una volta la tragedia si ripete oggi  nel porto di Messina. Il lavoro in ambienti confinati richiede precise metodologie di gestione dei rischi, in particolare per le esalazioni da sostanze chimiche. 
Si può dire sin d'ora che qualcosa non ha funzionato nella valutazione preventiva e gestione dei rischi specifici di quella lavorazione svolta in ambiente confinato.Le conoscenze tecnico operative e i DPI appropriati  attuali a disposizione di qualsiasi azienda consentono, se forniti e applicati correttamente, di lavorare in sicurezza in qualsiasi tipologia di lavoro in ambiente confinato. Altro non vogliamo dire, in attesa delle indagini delle autorità preposte . Oltre al cordoglio e alle condoglianze per le famiglie delle vittime una profonda amarezza: trent'anni dalla tragedia Mecnavi e siamo ancora di nuovo al grado zero nella valutazione e gestione dei rischi negli ambienti di lavoro confinati?

Gino Rubini, editor di diario prevenzione

 

Referendum, nuovo affondo del Financial Times: "Con il No a rischio fino a 8 banche italiane"
Secondo il Financial Times gli otto istituti a rischio sono Monte dei Paschi di Siena, la Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige, Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara.
Una campagna referendaria per il SI basata sulla intimidazione e sulle bufale: il crollo del sistema bancario italiano sarebbe l'immediata conseguenza della vittoria del NO. Le otto banche citate da FT erano decotte e disastrate ben prima del referendum.

Non c'è pudore nei propagandisti PD per il SI ad illustrare scenari catastrofici nel caso vincesse il NO: SPREAD a 500 e più, invasioni di locuste ed epidemie di peste bubbonica sarebbero il gramo futuro che attenderebbe gli italiani dopo il 4 dicembre.

Una campagna che ha attecchito: dal professore universitario pensionato che rinuncia ai propri strumenti raffinati d'interpretazione dei testi classici e si beve le bufale catastrofiche dei fans di Renzi, al vecchio militante che ha ritrovato un momento di soddisfazione del suo desiderio di essere considerato, finalmente, nel gruppo dei vincenti, dopo una vita di magoni, rinunce e frustrazioni...

Minacce e ricatti questa è la cifra della comunicazione PD in materia di referendum costituzionale: una subcultura che viene da lontano è quella della denigrazione dell'avversario, il tentativo continuo di delegittimare chi milita per il NO . Accozzaglia è il termine usato con delicatezza e diplomazia da Renzi verso coloro che avversano il suo progetto di riforma. E' vero, Renzi e gli appartenenti al suo cerchio magico hanno una paura out of control di perdere,di essere disarcionati dopo avere costruito loro il percorso e la potenziale e pericolosa trappola del referendum confermativo.

Se prendessimo per buoni gli scenari tragici prospettati dai propagandisti del SI qualora vincesse il NO,  dovremmo dire che il loro leader, Renzi, è il principale responsabile della situazione di pericolo per la stabilità del nostro paese prodotta dalla consultazione referendaria.
Dovremmo dire che Renzi è un avventurista che coi suoi strappi e forzature sta mettendo a rischio il futuro del paese.
Era proprio necessario procedere alla cosidetta riforma costituzionale, dividendo gli italiani, bloccando il paese per tanti mesi in una campagna referendaria sempre più lontana dai problemi veri che si dovrebbero affrontare con urgenza"?. Un mare di chiacchere litigiose ha sostituito un esame di realtà sulle priorità ben note che sono relegate da tempo in secondo piano: ripresa economica, investimenti per un allargamento della base produttiva, occupazione giovanile, gestione del territorio e ambiente .

La ripresa di un discorso vero di riforma costituzionale passa attraverso il voto al NO: domenica 4 dicembre con il NO si può rottamare una proposta sbagliata di modifiche della costituzione e creare le condizioni per un confronto serio e unitario nel merito di ciò che di questa Carta occorre custodire e di quanto può essere modificato con parsimonia e saggezza.

Parsimonia e saggezza, virtù che non paiono illuminare nè Renzi nè il suo clan.

Diffondiamo questo contributo di  Arrigo Quattrini che ringraziamo (o.c)

Le costituzioni non si barattano. Perché il frutto di un baratto non può essere di per sé una carta costituzionale, contraddizione in termini, ma prima in substantia. Nella Costituente del 1946/47 vi furono scontri e discussioni anche aspre, mediazioni compromessi e concessioni reciproche, ma sempre sul piano più alto delle idee e degli ideali, sorretti da lungimiranze oggi impensabili, che mai perdevano di vista il bene comune. Le discussioni erano tese a convincere o a farsi persuadere, ma non ebbero mai ad oggetto un qualsivoglia baratto.

Le costituzioni non si barattano. Neppure – o tanto meno - la nostra, anche se ha quel grande difetto di essere stata attuata solo in parte, spesso in ritardo, talora in malo modo. E proprio per questo resta di una straordinaria attualità e vitalità; come scriveva il mio concittadino Roberto Roversi aderendo al no di dieci anni fa: “dopo sessant'anni, nei quali è stata il nostro baluardo democratico, questa splendida Costituzione può - solo con attentissima cautela e sotto gli occhi di tutti - essere integrata o aggiornata di poco, per questi tempi avidi e maldestri”. Roversi è scomparso, ma scriverebbe identiche parole oggi.

Le costituzioni non si barattano. La possibile vittoria del NO al referendum non potrà essere un trauma per nessuno. Abbiamo già fatto l’'abitudine a traumi diversi da diverse direzioni. Dalla ri-elezione a-costituzionale del presidente Napolitano all’'elezione-nomina del Parlamento in carica con funzione costituente, senza che i cittadini ne fossero prima avvertiti apertis verbis. Dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale che ha delegittimato la regola elettorale detta allora “porcata” (poi porcellum) da chi la fece, fino all’'esclamativo “Enrico stai sereno” del “Giovanotto che parla a macchinetta” (Gustavo Zagrebelsky ndr), che da segretario Pd si prese anche la presidenza del consiglio. E poi l’'elezione del Presidente della Repubblica: da giudice della Corte Costituzionale lo stimato prof. Mattarella aveva concorso a dichiarare praticamente e largamente illegittimo questo Parlamento, che - di fatto in proroga - 15 mesi dopo Lo ha eletto alla massima carica dello Stato... E’ il Parlamento che abbiamo in questi tempi in cui siamo ormai disponibili o forse costretti a metabolizzare di tutto in vari modi, e sembra che a tutti prema soprattutto avere una memoria corta e far di tutto per accorciarla e meglio ancora rimuoverla.

Se fosse uno statista Renzi non vorrebbe stravolgere la Carta : certo non è una mosca bianca, viene da una storia che ha trattato la Costituzione nelle occasioni resesi necessarie e nelle celebrazioni rituali ricorrenti, ma poco di più hanno fatto, anche “le sinistre” d’i ogni tipo e tempo repubblicano. Mai l' ’hanno assunta e proposta come valore fondamentale, educativo e formativo, almeno del loro popolo e del loro elettorato in certi momenti molto ampio.

Una costituzione non si baratta, men che meno con una legge elettorale. Essa è sempre di rilevanza costituzionale, non può attagliarsi su misura alla maggioranza in carica o in pectore, dev’essere il più condivisa possibile e soprattutto erga omnes proprio come recita e vorrebbe l’'art. 3 della Carta, articolo ancora in attesa di piena e sostanziale attuazione. Una legge elettorale almeno dignitosa deve essere sempre e in ogni caso per un tempo lungo certo più di una legislatura.

Quanto al voto referendario, privato ormai d’ogni valenza per la sopravvivenza del Governo quindi del presente Parlamento in proroga, bisogna votare No per troppe ragioni e sapere che per esempio l’'abolizione del Senato si sarebbe potuta ottenere - come si potrà dopo il No se ci sarà volontà politica - in 4/5 mesi. Si legga quell’art.70, che passerebbe da una frase breve e chiara a due cartelle di periodi infarciti di ben 15 (!) rimandi ad articoli commi periodi, come capita nella peggiore tradizione nostrana, da cui però si son sempre salvate le precedenti revisioni o modifiche costituzionali.

Alla libertà di coscienza che pervade lo spirito complessivo della nostra Carta, oggi in tanti sembrano preferire la “prudente” variabile della disciplina-di-gruppo-partito/vorrei-ma-non-posso/ci-sto-ancora-pensando/so-come-voterò-ma-non-lo-dirò-mai/è-schifosa-ma-finirò-col-votarla/scelgo-un-pacato-sì. Di quel grande costituente e parlamentare che fu Piero Calamandrei non si ricordano idee e ideali, ma soltanto la giacchetta sdrucita che tutti vorrebbero tirare dalla loro parte.

Vien da pensare un cattivissimo andreottiano pensiero:  l'Esecutivo s'è tanto impegnato nel tentar di cambiare la Carta, forse proprio in realtà per non fare le conclamate riforme ?

(a.q.) 27.11.2016

 

fonte Area7.ch

Il futuro è vicino, si trova a Lodrino. Una ditta piemontese poco tempo fa ha ottenuto una licenza di costruzione per uno stabilimento dove si produrrà rubinetteria. Nei 10.000 metri cubi del capannone lavoreranno sei persone: tre amministrativi e tre operai che controlleranno le 16 linee robotizzate. Ma la vera novità è che le nuove tecnologie rimpiazzano non solo il lavoro manuale, ma anche quello intellettuale. Che ne sarà delle persone, del lavoro, dello Stato sociale come oggi lo conosciamo? Sono interrogativi urgenti che affrontiamo in questo articolo.

A Lodrino il gruppo Nobili investirà 1,8 milioni di franchi per costruire uno stabilimento lungo 70 metri per 25, per un totale di 10.000 metri cubi distribuiti su due livelli. I nuovi posti di lavoro creati saranno sei, di cui tre operai e tre amministrativi. La produzione la faranno 16 macchine robotizzate. 100.00 i franchi di imposte annuali previsti. Elevata automazione dunque, dove la presenza umana è notevolmente ridotta. Il Gruppo Nobili vanta una lunga storia in quest’ottica. Nel suo stabilimento principale a Suno (Novara), 252 dipendenti producono ogni anno 2,6 milioni di pezzi finiti, un volume che mediamente richiede il lavoro di 500/600 addetti. Il doppio. «Ora abbiamo un centinaio di robot antropomorfi che svolgono il lavoro di venti persone ciascuno» ha spiegato al quotidiano Il Sole 24 Ore il titolare Alberto Nobili. Si potrebbe pensare che alla fabbrica novarese l’entrata dei robot abbia ridotto il personale umano. Invece no. La ditta si vanta di non aver licenziato negli anni più difficili, come la crisi globale del 2008. Fonti sindacali italiane interpellate da area, lo confermano. Alla crisi il Gruppo Nobili ha risposto con investimenti nell’automazione.
Questo è un piccolo esempio. C’è chi lo fa su larga scala. La provincia di Guangdong, epicentro manifatturiero cinese, ha stanziato finanziamenti per 152 miliardi di dollari in 2.000 fabbriche. L’obiettivo è avere otto fabbriche su 10 totalmente automatizzate entro 2020.
Il futuro è tracciato. Per comprimere i costi della forza lavoro, delocalizzare o importare la manodopera sottopagata è roba superata. Oggi si punta all’automazione di ultima generazione.
Il risultato sarà un mondo del lavoro radicalmente trasformato in tempi brevi. Lo attestano tutti gli studi sulla materia. Limitiamoci a citarne due. Nell’ultima edizione, il World Economic Forum ha presentato l’analisi “Future Jobs”. I risultati dicono che da qui al 2020 nel mondo si perderanno 7,1 milioni di posti di lavoro, a cui farà da contrappeso la nascita di altri 2,1 milioni di posti di lavoro più specializzati. 5 i milioni di impieghi persi in quattro anni.

Secondo studio: «Il futuro della forza lavoro» finanziato da Ubs. Esso prevede che entro il 2025 (meno di nove anni dunque) il 47% delle professioni odierne – quasi un lavoro su due – scomparirà a causa del progresso tecnologico. La metà dei lavoratori rimanenti diventeranno quasi tutti dei freelance,
lavoratori indipendenti o pseudo tali. Se freelance potrebbe suonare carino, val la pena ricordare che anche i proprietari di auto e pseudo tassisti Uber li considera indipendenti per pagarli una cicca mentre loro incassano miliardi senza sborsare un soldo per coperture sociali.
È indubbio che l’impatto della rivoluzione tecnologica sarà devastante.

Non solo per le persone, le modalità di lavoro e le sue condizioni, ma per l’intera società. Lo Stato si fonda sul lavoro. Le pensioni, l’assicurazione invalidità e la disoccupazione si finanziano con i prelievi sui salari versati da dipendenti e aziende. Se il lavoro dipendente calasse vertiginosamente perché sostituito dall’intelligenza artificiale e da un’esplosione di freelance, lo Stato sociale come lo conosciamo oggi in Svizzera sparirebbe. Basti dire che la legge attuale impedisce a un lavoratore indipendente di versare i contributi dell’assicurazione disoccupazione, e dunque di averne diritto nel caso di necessità.
Il problema è reale. In Europa il numero di freelance è cresciuto tra il 2004 e il 2013 del 45%, passando da 6 a 9 milioni. Buona parte di questi lavoratori indipendenti sopravvivono con molteplici lavoretti precari e malpagati che li occupano tutto il tempo. Senza contare che non hanno alcuna copertura in caso di ferie, malattia, invalidità e difficilmente riusciranno a garantirsi una pensione.
Non si tratta di fare del catastrofismo, ma di guardare in faccia la realtà prima che questa ci investa come un treno in corsa.

Nessuna professione si salva: avvocati, medici, bancari, giornalisti, autisti, analisti finanziari

A rubarci il lavoro non sarà la delocalizzazione o l’importazione di forza lavoro immigrata a basso costo. Sarà l’intelligenza artificiale. Quest’ultima non va confusa con l’automazione, cioè la semplice ripetizione meccanica di un gesto, tipico dei robot da catena di montaggio per intenderci. Intelligenza artificiale intesa come computer in grado di acquisire un’enormità di dati e, grazie a un algoritmo, ragionare autonomamente producendo una soluzione. Sono dei computer che imparano, anche dagli errori, e migliorano col tempo diventando sempre più affidabili.
La quarta rivoluzione tecnologica non farà prigionieri. Dai lavori più semplici a quelli elaborati, non si salva nessuno. I pony express saranno sostituti da droni per le consegne. Già oggi la Posta svizzera li sta testando per le consegne domenicali o nelle zone periferiche. La stessa Posta sta testando in Vallese da qualche anno gli autopostali senza conducente. Nel medesimo campo, la Daimler ha ottenuto lo scorso anno la prima licenza per circolare sulle autostrade del Nevada di un camion guidato da un software, il Freightliner Inspiration. Nell’ultimo censimento degli Stati Uniti, l’autista di Truck era la professione più alta in 29 stati su 50. Ben si capisce il timore causato da questa novità.
Gli operatori dei call center lasceranno invece il posto ad Amelia, il software talmente sofisticato da interagire con gli umani senza che questi si accorgano di parlare con un computer. Negli ospedali americani, Tug, un robot, porta i pasti, le lenzuola e le medicine. El Camino Hospital di Mountain View, la stessa città sede di Google, possiede 19 Tug. Il risparmio netto dell’ospedale è di 350.000 dollari di spesa iniziale contro un milione di personale umano l’anno.
Ma la vera novità è che le nuove tecnologie rimpiazzano non solo il lavoro manuale, ma anche quello intellettuale. E la rivoluzione tecnologica viaggia talmente veloce che i posti di lavoro soppressi saranno notevolmente di più dei nuovi creati. Disoccupazione tecnologica, l’aveva definita con largo anticipo l’economista John Maynard Keynes negli anni ’30. Non è fantascienza. Prendiamo l’esempio della professione di chi qui scrive. La rivista Forbes è famosa per le sue classifiche dei più ricchi al mondo. Tutte le sue notizie online trimestrali sulle principali aziende americane le scrive il software Narrative Science. Anche il Los Angeles Times ha un software che confeziona articoli su terremoti, incendi e omicidi attingendo a fonti certe. Pure le cronache sportive minori sono scritte da computer. Il software non fa inchieste o approfondimenti, ma Narrative Science può persino calibrare la prosa, attingendo a articoli di grandi giornalisti di un tempo. Il lettore sarà estasiato, senza accorgersi che è stata scritta da una macchina.
Anche le professioni mediche possono essere in parte sostituite. Enlitic è un software che legge meglio dei radiologi le radiografie. È stato dimostrato che le analisi umane delle colonscopie erano sbagliate nel 6% dei casi rispetto a quelle di Enlitic. La malattia c’era, contrariamente a quanto diagnosticato dal radiologo umano. Enlitic legge meglio, più in fretta e costa meno, molto meno, di un radiologo. Sedasys invece è un computer utilizzato in quattro ospedali statunitensi che ha preso il posto dell’anestesista nel sedare i pazienti per analisi invasive. Economicamente un bel risparmio, vista la tariffa oraria di un anestesista. C’è perfino il dottor Watson, un computer dell’Ibm in grado di fagocitare in pochi minuti i resoconti medici del mondo intero su una malattia specifica che circolano nel web, elaborare una diagnosi, prescrivere medicine e preparare la farmacia per il paziente. Per ora solo un test, ma presto sarà una realtà. Gli avvocati non pensino di essere al sicuro. Il software capace di elaborare pareri giuridici sulla scorta della giurisprudenza e dottrina in tempo reale già esiste. Alcuni studi legali americani già li utilizzano.
Anche gli analisti finanziari hanno poco da sorridere. Il programma Warren già oggi sta sostituendo gli analisti junior, cioè quelli all’inizio della loro esperienza. D’altronde, buona parte dei giochi in borsa sono determinati da algoritmi. «Le tecnologie finanziarie provocheranno una riduzione del personale delle banche» ha dichiarato Sergio Ermotti, amministratore delegato di UBS, al Salone internazionale dei servizi finanziari di Ginevra lo scorso mese, concludendo: «Senza intelligenza artificiale sarà impossibile stare al passo».
Economicamente, non c’è storia nel conflitto uomini contro software. Lavorano 24 ore su 24, non vanno in vacanza, non si ammalano, non rivendicano aumenti di paga né migliori condizioni di lavoro. Il capitalismo, che per sua natura ha l’obiettivo del massimo margine di profitto, non può che rimanere affascinato. Ma senza reddito da lavoro, i consumi crolleranno. E questo è un altro nodo importante da sciogliere.

FONTE AREA7.CH

Pubblicato il 

23.11.16 ..

 
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Mercoledì 23 novembre l'Europarlamento ha adottato la risoluzione intitolata "Comunicazioni strategiche della UE come contrasto della propaganda di terze parti", in cui si traccia un parallelo tra le attività dei media russi e quelle dei terroristi del Daesh. A sostegno del documento hanno votato 304 deputati, i no sono stati 179, mentre si sono astenuti in 208.

Comunicazione strategica o pastrocchio per giustificare una politica sbagliata verso la Federazione Russa ? Nel documento di maggioranza si confondono e si mettono sullo stesso piano la Federazione Russa e il Daesh . Si richiedono norme statuali a riduzione della libertà d'espressione : le opinioni divergenti dal pensierino unico potranno essere definite "armi propagandistiche" e censurate.

Il documento sulla " Comunicazione strategica della UE " approvato dalla maggioranza rappresenta una pericolosa tendenza verso  forme di riduzione della libertà d'espressione. editor

 

 

14 ottobre 2016

PE 582.060v03-00 A8-0290/2016
Relazione sulla comunicazione strategica dell'UE per contrastare la propaganda nei suoi confronti da parte di terzi

(2016/2030(INI))

Commissione per gli affari esteri
Relatore: Anna Elżbieta Fotyga
PROPOSTA DI RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO
PARERE DI MINORANZA
PARERE della commissione per la cultura e l'istruzione
ESITO DELLA VOTAZIONE FINALEIN SEDE DI COMMISSIONE COMPETENTE PER IL MERITO

...continua a leggere "Comunicazione strategica o pastrocchio per giustificare una politica europea sbagliata verso la Federazione Russa ?"

Redazione | 24 novembre 2016 | Comments (0)

FONTE INCHIESTAONLINE.INFO

Testimonianze del Settantasette operaio di Torino (nella foto manifestazione alla Fiat nel 1977)

Intervista a Luciano Pregnolato, 5° Lega Flm, a cura di Simone Vecchi Torino 24 aprile 2007

 

D. Claudio Sabattini arriva a Torino all’inizio del 1977. Dopo la stagione 1969-‘73, e prima dell’arrivo di Sabattini, che contesto abbiamo, e al suo interno come si muove il sindacato a Torino, alla Fiat? Siamo in una fase in cui alla Fiat si susseguono innovazioni di carattere tecnologico e organizzativo. Fino a che punto le innovazioni di quegli anni vengono contrattate o inserite unilateralmente dalla Fiat?

 

Per capire il 1977 alla Fiat occorre ricordare che esistono due grandi spartiacque, il primo è il biennio 1968-‘69, e poi il 1980. Il 1968-‘69 per i lavoratori Fiat è stata la prima esperienza di conflitto a partire dalle condizioni di lavoro per nuove conquiste sindacali, e nel 1980 la Fiat determinò la sconfitta di quelle che furono le conquiste degli anni Settanta e del potere contrattuale acquisito dal 1968-‘69 sino alla seconda metà degli anni Settanta.

Claudio arrivò a Torino, come responsabile di Segreteria per il settore auto – e quindi per la Fiat – nel gennaio del 1977, in contemporanea al passaggio fra Bruno Trentin e Pio Galli, ed è la prima volta che non è il segretario generale della Fiom a seguire direttamente il settore auto e la Fiat.

Fino al febbraio del 1971 io avevo lavorato in Fiat-Aeritalia, poi la Fiom provinciale mi chiese di fare l’esperienza sindacale alla 1° Lega di B. S. Paolo a Torino, nel 1972 andai alla Lega Fiom di Mirafiori a seguire le Fonderie, e dal 1975 le Carrozzerie con la responsabilità della 5° Lega Fiom, poi alla fine del 1979 andai in Cgil regionale. La mia esperienza con la Fiat Mirafiori, quindi, nasce con la 5° Lega, è il periodo dell’unità sindacale, della Flm, è il periodo dei Consigli di fabbrica. A quel tempo a Mirafiori c’erano 60.000 dipendenti.

Occorre quindi ricordare com’è nato nel 1968 il grande conflitto all’interno della fabbrica: gli operai che dal Sud venivano a lavorare a Torino si son trovati in un ambiente di lavoro, di linea, di catena di montaggio (basta immaginare la Saldatura, la Lastroferratura) dove c’erano piccole stazioni, con mansioni scomposte, mansioni semplici. Era un ambiente saturo di polvere e di fumo, di puzza, e pieno di schegge prodotte dai dischi che levigavano le scocche. Si lavorava in mezzo alla nebbia. In più c’erano i capi, che determinavano tutto. E gli operai piemontesi, i vecchi che avevano subìto tutte le precedenti fasi – dal Dopoguerra agli anni Sessanta, con le repressione subìte – da una parte erano vigili, militanti e avanguardie, dall’altra però una parte di loro diceva: «Giovani, attenti a come vi muovete, non esponetevi». Questo era il clima all’interno della fabbrica. Una condizione di lavoro dura, inaccettabile, dove se la produzione non veniva eseguita secondo i tempi che la Fiat assegnava, il capo pretendeva che gli operai la recuperassero e se non riuscivano a farlo, tagliava il salario nel rapporto col rendimento, col cottimo. Le pause non c’erano, se dovevi andare in bagno dovevi correre, per mangiare dovevi correre. L’ambiente era considerato un inferno.

...continua a leggere "Claudio Sabattini alla Fiat nel 1977. Una intervista a Luciano Pregnolato"

fonte INRS.CA

 

Uno studio canadese sul fenomeno emergente dei lavoratori poveri. Non solo i lavoratori manuali o di assa qualificazione: la povertà sta colpendo quella che un tempo venva definita classe media intellettuale. editor

La pauvreté change de visage : près de quatre personnes pauvres sur dix occupent un emploi dans la région métropolitaine de Montréal. En une décennie, le nombre de travailleurs pauvres s’est accru d’environ un tiers, passant de près de 90 000 en 2001 à 125 000 aujourd’hui. Ces constats sont tirés d’une étude réalisée sous la direction du professeur Xavier Leloup du Centre Urbanisation Culture Société de l’INRS en partenariat avec Centraide du Grand Montréal. Les auteurs de l’étude retracent l’évolution de ce phénomène qui prend de l’ampleur et esquissent le portrait des travailleurs pauvres en tenant compte de leur répartition sur le territoire montréalais.

L’étude montre que l’écart en termes de revenus tend à se creuser entre les travailleurs pauvres et non pauvres. De plus, le travail pauvre a progressé à un rythme quatre fois plus rapide que l’emploi total au moment où Montréal connaissait une période de croissance économique soutenue entre 2001 et 2006.
Qui sont les travailleurs pauvres et où sont-ils?
« Le travail pauvre concerne en premier lieu des personnes qui, pour différentes raisons, connaissent une insertion plus difficile en emploi, en raison de leur emploi du temps, de leur parcours de vie ou de leurs caractéristiques personnelles », précise le professeur Leloup.
Parmi les populations les plus à risque figurent les parents seuls âgés de moins de 30 ans et les immigrants récents. La moitié des travailleurs pauvres ont des enfants. Les immigrants arrivés il y a moins de dix ans sont cinq fois plus susceptibles d’en faire partie que les non-immigrants. Chez les minorités visibles, une personne sur cinq est un travailleur pauvre.
Une constatation générale s’impose : le travail pauvre est réparti inégalement sur le territoire du Grand Montréal, tant à l’échelle des villes et des municipalités que des quartiers. Dans la région métropolitaine, l’île de Montréal regroupe près de 64 % du total des travailleurs pauvres. Suivent Laval et l’agglomération de Longueuil. La Ville de Montréal compte à elle seule 60 % des travailleurs pauvres du Grand Montréal.
Les travailleurs pauvres se retrouvent surtout dans des quartiers marqués par la pauvreté. Ainsi, Parc-Extension affiche le taux le plus élevé de travailleurs pauvres de la région métropolitaine avec plus de 30 %. Côte-des-Neiges, le Centre-ville, le Centre-Sud, Hochelaga-Maisonneuve, Saint-Michel et Montréal-Nord sont au nombre des quartiers où se concentrent les travailleurs pauvres.
Le travail pauvre en croissance parmi presque tous les groupes
Toutefois, ce phénomène tend à apparaître dans des quartiers mixtes moins associés à la pauvreté comme le Plateau Mont-Royal, La Petite-Patrie, Villeray et le Vieux-Longueuil. Pour les auteurs de l’étude, « ces changements sont à mettre en lien avec l’apparition progressive d’un travail pauvre touchant plus massivement les universitaires et un ensemble de professions intellectuelles, dont celles des sciences sociales, de l’enseignement, de l’administration publique et de la religion ou des arts, de la culture, des sports et des loisirs ». L’arrivée d’une nouvelle immigration vient aussi changer la donne dans des quartiers comme LaSalle et Saint-Léonard.
« La tendance à la hausse du travail pauvre touche presque tous les groupes. Il devient un phénomène global dont la croissance s’étend à des catégories a priori moins vulnérables sur le marché du travail. Le travail pauvre est une source d’inégalité socio-spatiale qui empêche les individus qui le vivent de s’intégrer pleinement à la vie urbaine », soutient le chercheur principal de l’étude, le professeur Leloup.
Cette recherche a été réalisée avec la collaboration de la professeure Damaris Rose et de l’étudiante à la maîtrise en études urbaines Florence Desrochers du Centre Urbanisation Culture Société de l’INRS. Elle s’inscrit dans le Partenariat de recherche sur les quartiers en transition, financé par le Conseil de recherches en sciences humaines du Canada (CRSH), qui vise à analyser l’évolution des inégalités de revenu et leurs effets sur les villes canadiennes. Elle s’appuie sur les données de recensement de 2001-2006 et celles de l’Agence de revenu du Canada pour la période 2006-2012.

Étude sur les travailleurs pauvres dans la RMR de Montréal 

fonte : inchiestaonline.it

Diffondiamo dal numero da poco uscito a stampa di “Alternative per il socialismo”

Nello scontro aperto sul voto referendario è forte il rischio di ricondurlo e ridurlo ad una dimensione di interesse politico contingente con  un consenso ricercato a prescindere dal significato più profondo dell’operazione istituzionale  che si cerca di attuare e del suo rapporto con le vicende sociali in corso. Si può perdere così l’occasione di valutare questo passaggio dal punto di vista e nel quadro della  più generale questione della crisi della democrazia  e della politica e coglierne così l’importanza e la pericolosità ben oltre gli stessi singoli punti di modifica costituzionale.

È questo che consente di motivare nel profondo la ragione per cui è importante che prevalga il NO.

L’effetto di una sconfitta, come vedremo, sarebbe accanto all’indebolimento strutturale del valore della carta costituzionale, l’indebolimento della  possibilità e capacità di contrasto ad ulteriori inquietanti sviluppi della crisi democratica in corso e l’aumento della difficoltà da superare per  tentare risalite. Per questo questa mia nota non si sofferma tanto sulle particolari e specifiche modifiche di articoli della Costituzione, su cui sono note e diffuse fondate obiezioni a partire dalla supposta semplificazione e riduzione dei costi ( che comunque non sono di per sé valori costituzionali).

Mi limito soltanto a citare il fatto che si chiede un SI o un NO  su titoli che rinviano a pagine e pagine di riscrittura di articoli della Costituzione che nessuno dei votanti avrà modo di leggere e capire davvero, e la cui interpretazione comunque richiederebbe competenze specialistiche.

È tra l’altro sin da ora evidente che si apriranno infiniti contenziosi. Ciò su cui intendo qui concentrarmi è la ragione centrale più che sufficiente per motivare la necessità di respingere la proposta del governo. A questo scopo elenco in sequenza alcuni punti (di innegabile riscontro di realtà) che introducono la ragione centrale.

1. Parto dalla constatazione che siamo chiamati ad approvare 46 cambiamenti di articoli della Costituzione con un risultato di modifica costituzionale la cui rilevanza è da tutti riconosciuta pur nei  diversi gradi di  valutazione. In particolare appare indiscutibile la curvatura nel senso del rafforzamento dei poteri esecutivi e deliberativi del governo rispetto alla dimensione partecipativa.

Queste modifiche sono state predisposte da un governo composto e sostenuto da una maggioranza con dentro vari trasformismi ed eletto da un parlamento che a sua volta è stato eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Si porrebbe quindi prioritariamente l’esigenza di una legge elettorale rispettosa dell’attuale costituzione su cui fare nuove elezioni che rendano possibile una legittimazione costituzionale  democratica del parlamento e del  governo.

Il percorso che ha portato alla proposta di revisione costituzionale (per molti una vera e propria controriforma) non ha mai coinvolto e reso protagonista l’insieme del mondo politico, sociale e culturale, al di fuori di uno schema di maggioranza e minoranza parlamentare.

La proposta di cambiamento non solo si configura come partorita nell’ambito delle attuali rappresentanze partitiche istituzionali (di cui conosciamo la crisi di rappresentanza reale) ma anche come di una parte contro l’altra.

2. Il paese viene chiamato ad un referendum imposto nella profonda divisione e spaccatura nei (e dentro) i partiti, nelle associazioni e nel mondo culturale. La proposta di cambiamento vede il paese profondamente diviso a tutti i livelli.

Infine tutto ciò inerisce non una legge ordinaria o un decreto governativo, ma la legge per eccellenza, cioè il testo a cui dovrebbero sottostare tutte le leggi, i decreti e gli atti nella vita della repubblica.

La Costituzione quindi non può essere frutto della contingenza elettorale  e del governo e del parlamento derivante. La sua formulazione richiede la ricerca di un generale consenso e  adesione   come condizione di base.

L’attuale  nostra Costituzione (fondante la democrazia nel nostro paese)è con particolare chiarezza figlia di questa consapevolezza. Il percorso originario portò alla promozione ed elezione di una Assemblea costituente su basi proporzionali distinta da parlamento e maggioranza governativa, ampiamente rappresentativa sul piano sociale e culturale, che per un anno con il supporto del lavoro di svariate commissioni costruì il testo della Costituzione poi approvata.

3.Mi pare difficile, o meglio impossibile, negare che stiamo assistendo ad un tentativo di cambiamento della Costituzione con un percorso opposto rispetto al percorso che fu attuato per deliberare le basi della nostra Repubblica.Da questo punto di vista, anche al di là dei singoli punti che si vogliono cambiare, si può parlare di controriforma. Viene infatti legittimata un’idea della Costituzione come strumento modificabile in relazione all’opinione e all’interesse contingente del parlamento e della sua maggioranza di volta in volta.

4.Il quadro si aggrava ulteriormente in relazione alla proposta di una legge elettorale che più che alla necessità di premiare la rappresentanza cerca di superare le obiezioni sul premio di maggioranza (che hanno portato la corte  costituzionale a considerare incostituzionale l’attuale legge) con una sostanziale riconferma del peso del premio di maggioranza..

Comunque proprio in relazione al ragionamento sin qui svolto, non vedo come il giudizio possa cambiare in cambio di mediazioni sulla legge elettorale, il cui unico scopo sarebbe la riconferma del cambiamento costituzionale con il metodo prima denunciato. La ragione centrale del NO è nella ferita democratica qui delineata che si sta determinando sul valore e sul senso della Costituzione. Considero significativo che questa ragione venga ignorata o oscurata dai sostenitori del SI. Nel contempo a me pare anche troppo spesso trascurata da parte di chi si oppone, lasciando che prevalga la polemica sui singoli punti, apparentemente più adatti all’efficacia del contrasto oppositivo. Non basta sostegno o polemica sulla necessità di modifiche importanti se questo non viene di partenza subordinato ad un percorso coerente con il percorso delle origini.

Non è certo un caso che tra le più significative e ferme forze che si oppongono alla proposta di Renzi vi sia l’ANPI.

Se poi l’obiezione che viene sollevata a questo argomento è che ci si aggrappa al metodo e alla forma per sfuggire al merito e alla sostanza. viene ancor più confermata la validità di quanto qui sostenuto. Con un vecchio trucco (sotto il quale nella storia si sono spesso nascoste le peggiori intenzioni) il metodo viene contrapposto e separato dal merito mentre in questo caso considerata la particolare qualità democratica della nostra Costituzione, il metodo e la forma sono il principale merito e sostanza su cui costruire il giudizio.

5. A me pare così evidente che fatico a capire come si siano adeguati a questa deriva illustri e rispettabili democratici (tra i quali non colloco Napolitano che considero ispiratore di quanto sta accadendo) sostenitori del si .

Come di sovente accade nel nostro Paese, confermando una della ragioni della crisi della politica, i cittadini (considerati più plebe che cittadini) vengono chiamati a decidere senza dichiarare chiaramente e apertamente il significato e la scelta che si intende compiere e ciò su cui sono chiamati a consentire. Si nasconde la richiesta ad una svolta costituzionale non dichiarandola, ma occultandola come se si trattasse di manutenzione e valorizzazione della costituzione originaria, mentre, come abbiamo visto, a partire dalla forma e dal metodo ben altro è il segno dell’operazione in corso. Sotto definizioni in sé neutrali e di buon senso come semplificazione, velocizzazione e praticabilità decisionali, costi, operatività delle scelte dell’esecutivo, non si dichiara la evidente scelta di curvatura autoritaria della nostra democrazia ben diversa dallo spirito costituzionale originario.

Non nego che vi siano aspetti della Costituzione che andrebbero aggiornati e modificati, ma con un ben altro percorso che risponda semmai ad una domanda di attuazione della attuale Costituzione e di difesa e rafforzamento dei vincoli di equilibrio e di relazione tra gli aspetti deliberativi e gli aspetti partecipativi della nostra vita democratica. È esattamente l’opposto di ciò su cui siamo chiamati ad acconsentire, ritenendo che ciò possa essere permesso  dalla fase politica, sociale e culturale che stiamo attraversando. La tendenza a far prevalere una dimensione autoritaria della democrazia è infatti molto favorita e indotta da una ormai lunga fase che attraversa certamente non solo il nostro paese ma l’insieme delle democrazie europee e quel il modello sociale costruito,  dal secondo dopoguerra ad oggi nei paesi europei, pur nelle diverse traduzioni e percorsi. È la tendenza di reazione prevalente al crescente distacco tra la sfera partecipativa e quella deliberativa, e alla crescente crisi di rappresentanza della politica (non solo dei partiti) con conseguente crisi dei  particolari equilibri costituzionali europei del secondo dopoguerra.

Questo processo è stato oggetto in questi anni di opere di analisi, descrizione e denuncia in relazione agli effetti della finanziarizzazione e globalizzazione dell’economia, e del  crollo dell’alternativa sovietica.

È il caso della recente pubblicazione in Italia con ritardo di 3 anni dell’ultimo libro dello scomparso studioso di scienze politiche Peter Mair dal significativo titolo “Governare il vuoto” (ed. Rubbettino), presentato con un utile saggio critico di Alessandro Somma pubblicato sul numero 193  della rivista “Inchiesta” e diffuso in rete.

5. Renzi e il PD adeguano la nostra Costituzione a questa tendenza come auspicato e richiesto con precisione tre anni fa nel rapporto della banca d’affari J.P.Morgan, autorevole e potente interprete delle ragioni del mondo finanziarizzato, a guida statunitense.

“I sistemi  politici dei paesi del Sud e in particolare le loro Costituzioni adottate in seguito alla caduta del fascismo presentano una seria di caratteristiche inadatte alla integrazione dell’area europea……, hanno di solito le seguenti caratteristiche:leadership  debole, stati centrali deboli rispetto alle regioni, la tutela costituzionale dei lavoratori….. il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi……”.

La vicenda referendaria diviene così un passaggio di rilevante sviluppo interno alla crisi della democrazia e della politica, e anche una occasione per recuperare più consapevolezza su come si configura su questo il futuro, se ci sarà, di una reazione democratica e di sinistra.

Il problema della crisi della democrazia e della politica resterà comunque aperto al di là dell’esito del  referendum che pure  influirà sulle condizioni successive su cui dovremo continuare a misurarci

Nell’ultima parte di questa mia nota cercherò di approfondire come in relazione alla crisi della democrazia e della politica la questione del referendum costituzionale può essere vissuta nel mondo del lavoro e nel sindacato (le difficoltà esistenti, l’interesse e l’attenzione da parte dei lavoratori, le diverse scelte delle organizzazioni).

Parto dalla considerazione che in questi ultimi decenni, in sostanziale continuità tra i vari governi (con sempre maggiore evidenza e celerità) leggi ordinarie e decreti (preceduti o seguiti da processi contrattuali imposti con ragioni unilaterali) hanno destrutturato e anche cancellato diritti dei lavoratori e poteri di contrattazione conquistati in un lungo percorso dal secondo dopoguerra (quando nasce questa Costituzione) agli anni ’70 del secolo scorso. Sono state rimesse ampiamente in discussione le stesse conquiste sul piano dello stato sociale.

Abbiamo quindi assistito ad un processo in cui si è imposto sempre più chiaramente il dominio dell’economia con la riduzione del lavoro a un fattore da adeguare per realizzarne il successo dell’economia capitalistica.

In questo senso è evidente il rovesciamento dello spirito costituzionale delle origini.

6. Per la verità anche la fase precedente vedeva la Costituzione ampiamente disattesa, ma restava comunque riconosciuto come impianto programmatico a cui rifarsi per reagire alla repressione e a tentativi antidemocratici, e per avanzare sui diritti e le condizioni del mondo del lavoro. Questo rapporto tra le lotte dei lavoratori, la difesa e lo sviluppo della democrazia e il richiamo alla Costituzione ha a lungo funzionato nella stessa convinzione dei lavoratori.

Ancora recentemente per la verità è il richiamo alla Costituzione che, ad esempio, ha permesso di costringere la Fiat a una salvaguardia minima delle libertà sindacali.

Dalla fine degli anni ’70 si è avviato un percorso opposto che ha reso sempre più debole la consapevolezza  di questo rapporto sino ad indurre sempre più gli stessi lavoratori ad ignorare che la Costituzione possa essere riferimento fondamentale a cui commisurare i propri diritti e la pratica democratica nei luoghi di lavoro.

Per stare ad alcuni dei passaggi più recenti citiamo l’attacco all’art.18 e allo Statuto dei lavoratori; l’art.8 con cui sono stati resi derogabili i vincoli contrattuali e persino legislativi; i vari passaggi della controriforma previdenziale; la deregolazione delle forme di rapporto di lavoro fino ai voucher; l’utilizzo delle variazioni fiscali e contributive finalizzate a influire su forme e merito della contrattazione; le leggi sugli appalti e sulla possibilità di esternalizzazione o affidamento ad altre imprese di parti del ciclo produttivo.

Il tutto è avvenuto in presenza  di un continuo processo ristrutturativo e riorganizzativo che ha coinvolto e coinvolge  la forma dell’impresa e le condizioni del lavoro, le stesse forme del rapporto di lavoro all’interno di una crisi profonda dell’occupazione con forti problemi salariali e crescita della disuguaglianza.  È  un quadro già noto e denunciato.

 

7. Vengono richiamati dalla Stato stesso ad adeguarsi alle esigenze prioritarie dell’economia, dell’impresa e del mercato. Per realizzare questo obiettivo sono stati attuati vari  interventi e passaggi (prima citati) con leggi, decreti e regolazioni contrattuali conseguenti. Molti di questi interventi sul piano del fisco, dei contributi e dei diritti sono peraltro di dubbia costituzionalità.

C’è stata anche una significativa e pesante modifica costituzionale con l’introduzione dell’obbligo del pareggio di bilancio (fiscal compact) come richiesto dall’Europa con il consenso generale, anche di gran parte del sindacato. Tutto ciò è avvenuto in vari tempi e in modo  crescente con gli ultimi governi, con novità quotidiane, come tessere di un mosaico a cui hanno concorso varie mani, di fatto in sintonia fra di loro.

8. Il contrasto politico e anche sindacale (pur con importanti eccezioni)  è stato debole o per lo più  di carattere  emendativo. Sopratutto, anche nella cultura di sinistra è parsa prevalere  nell’opporsi la sottovalutazione e la incomprensione delle operazioni di quadro su cui veniva disegnato il futuro rispetto alla possibilità per i lavoratori di risalire la china senza dover delegare  questa possibilità alla “politica”. Antichi limiti non hanno, a mio parere, aiutato a capire che nel processo descritto stava e sta il carattere strategico centrale della inquietante deriva democratica e della crisi della politica.

La cosiddetta aziendalizzazione  a cui sindacato e lavoratori debbono ridurre l’orizzonte della loro azione e ruolo (quando e se ammesso) ci può aiutare a capire concretamente ciò che sta accadendo  (in parte è  già accaduto). In sostanza i vari aspetti della condizione sociale e lavorativa vengono spinti a cercare risposte a livello aziendale in alternativa al crescente svuotamento (se non cancellazione) dei contratti nazionali e al progressivo indebolimento di quel po’ di stato sociale conquistato in ritardo nel passato  nel nostro paese. Ovviamente questo spazio è dato solo in relazione al successo e alla compatibilità stabilita dall’impresa.

Con l’intervento sul piano fiscale e sui contributi per quanto riguarda il salario e salario sotto forma di servizi sociali, viene precostituita la convenienza a ricercare aziendalisticamente risposte aziendalistiche  (premiate) rispetto alla ricerca di risposte generali (punite).

A fronte di una crescente disuguaglianza e alle  difficoltà generali sulle questioni sociali (in presenza di crisi occupazionale, di precarietà e frantumazione dei lavori), viene drasticamente indebolita tra gli stessi lavoratori la credibilità di linee di risposta ispirate alla solidarietà e alla giustizia sociale. Sarebbe sorprendente se dal quadro descritto non derivasse una fondata difficoltà per il lavoratore a ricostruire un rapporto tra la vicenda costituzionale in corso e ciò che è avvenuto e avviene  sulla sua condizione  e sulla possibilità di reagire efficacemente a fare valere un proprio autonomo punto di vista.

È arduo recuperare dal punto di vista del lavoratore una credibilità della questione democratica e partecipativa in funzione dell’affermazione nella sua condizione di valori generali di solidarietà, democrazia e giustizia sociale . È una relazione che gli viene quotidianamente negata.

Questa ovvia difficoltà espone il mondo del lavoro al rischio di sentirsi estraneo all’attuale vicenda costituzionale (oppure a parteciparvi passivamente). Nelle mie esperienze di questo periodo nel rapporto con i lavoratori trovo conferma di questa oggettiva difficoltà a contrastare in modo convincente ed efficace  questo rischio. A ben vedere è una conferma della profondità della crisi della democrazie e della politica.

La dimensione sindacale è senz’altro uno dei pochi luoghi della politica (dove tra l’altro non esiste più una rappresentanza politico partitica del lavoro) in cui la difficoltà prima descritta per i lavoratori non può essere elusa e viene vissuta direttamente giorno per giorno, senza possibilità di affrontarla delegando e rimettendosi ad un improbabile futuro da affidare a  dinamiche politico istituzionali oggi  inesistenti. Per questa ragione è in questa fase nella dimensione sindacale che si danno le maggiori possibilità di fare scelte e costruire iniziative che tentino credibilmente di  recuperare tra i lavoratori il senso del contrasto alla controriforma costituzionale in relazione all’affermazione di valori di giustizia sociale, solidarietà e democrazia nel mondo del lavoro. Questa possibilità non è affatto detto che venga praticata. Tra l’altro un impegno in questo senso chiama in causa responsabilità e limiti dello stesso sindacato nel misurarsi con i processi denunciati.

A fronte della situazione descritta è forte quidi la tentazione e la tendenza a rinunciare  ad  esporsi in un esplicito contrasto al quadro dominante, che esporrebbe a rischi di pericolosa destabilizzazione lo stesso sindacato. Può apparire preferibile accomodarsi all’interno di questo quadro contando sull’interesse delle forze nazionali e internazionali dominanti ad utilizzare la dimensione sindacale per un ruolo subalterno alla stabilizzazione di volta in volta di scelte sempre più autoritarie.

Questa tendenza è visibile in tanti aspetti presenti da tempo e confermati anche  in questa fase  su vicende in corso come quella  previdenziale, il consenso sulle misure fiscali, molti accordi sul welfare e sul salario. È poi chiaramente verificabile nella assenza o distratta partecipazione alla vicenda costituzionale di parti rilevanti del sindacato con anche aree di esplicita copertura della campagna per il SI.

Ricorrono antichi luoghi comuni nel rapporto con i lavoratori come: “è un problema politico e quindi non sindacale”.

9. Questa tendenza nella dimensione sindacale non poteva non essere contraddetta da una tendenza opposta in cui prevale la necessità di non rassegnarsi e di reagire.

La CGIL, pur con notevoli resistenze interne, ha messo in campo alcune scelte non solo per respingere la revisione costituzionale, ma anche per cancellare per via referendaria alcune delle maggiori lesioni di questi anni ai diritti e alle condizioni del lavoro.

La CGIL ha accompagnato il suo ufficiale invito a votare NO alla revisione costituzionale con la raccolta di massa di firme che porteranno ai tre referendum, chiamando in causa direttamente la società civile per il ripristino di fatto dell’art.18, per l’abrogazione dei Voucher e per severi vincoli all’utilizzo degli appalti.

Si tratta del contributo più importante di questo periodo (che non poteva che venire dal sindacato) per riallacciare un rapporto tra la questione democratica e la possibilità che venga vissuta dai lavoratori in relazione alla necessità di rilanciare i propri diritti, non aziendalizzabili e non dissolubili. Infatti le questioni poste con i tre referendum sono questioni che appartengono al campo dei valori generali di solidarietà e giustizia sociale, di attuazione della Costituzione.

10. Concludo infine con una notazione, che meriterebbe uno sviluppo a parte, sul fatto che le ragioni e la caratteristica della scelta referendaria di una parte del sindacato pone l’esigenza di una più adeguata attenzione alla dimensione sindacale da parte delle forze e culture di opposizione che troppo spesso paiono continuare  a considerarla  di importanza (collaterale) solo in funzione dell’utilità per questa o quella contingente vicenda politica esterna.

 

di Franco Berardi Bifo
All’inizio mi sono detto: perché dovrei votare come il razzista Salvini, o come D’Alema, l’uomo che ha violato l’articolo 11 della Costituzione bombardando la Serbia per ordine dei suoi compari Bill Clinton e Tony Blair e adesso si presenta come difensore della Costituzione Repubblicana? Poi vado a vedere chi mi consiglia di votare SI e trovo un signore che in gioventù fu fascista poi si convertì allo stalinismo perché lo stalinismo stava vincendo, e poi si convertì alla NATO perché lo stalinismo era venuto meno, e poi si converti all’europeismo finanziario e come presidente della Repubblica firmò disciplinatamente i decreti di Berlusconi e i diktat del sistema bancario.
Pensavo di astenermi, a quel punto per non trovarmi in un caso come nell’altro in compagnia di ipocriti mascalzoni.
Poi andai al comizio di Landini, un paio di settimane fa, e Landini mi ha convinto a votare NO. Landini fece notare che il governo Renzi, a parte le velleità di riforma costituzionale, si distingue soprattutto per le sue politiche sociali.
È il governo del voucher, cioè della totale distruzione dei diritti del lavoratore, anzi per la cancellazione del lavoratore stesso come persona. È il governo che propone ai lavoratori anziani di pagarsi un mutuo in banca (magari la Banca Etruria, vero?) per poter avere la pensione, dopo aver pagato una vita di contributi. Questo è il governo Renzi. Prima cade meglio è.
Dopo avere ascoltato Landini dissi a me stesso: il mio voto non sarà costituzionale né politico, il mio voto sarà sociale.
Sul piano costituzionale mi fido assai più di Stefano Rodotà che di Giorgio Napolitano, naturalmente. E mi pare evidente che l’efficienza della democrazia non dipende dalla abolizione del Senato né dal premio di maggioranza. Queste sono misure che riducono la democrazia, non la perfezionano. Ma per essere del tutto sincero, delle questioni costituzionali me ne importa il giusto, cioè quasi niente.
Non perché io consideri la democrazia una cosa irrilevante, ma perché penso che la democrazia è morta, non per effetto di una riforma costituzionale, ma perché cancellata dal potere finanziario, e non dall’eccessivo numero dei senatori. Chi dice che la decisione politica deve essere più veloce prende in giro se stesso e gli altri. La decisione politica non dovrebbe essere veloce o lenta: dovrebbe essere coerente con gli interessi della maggioranza della società.
Al contrario la decisione politica è ostaggio della dittatura finanziaria, e poco importa se va veloce o lenta, in ogni caso distrugge la vita sociale per ragioni che non dipendono dalla politica, ma dagli automatismi finanziari di cui la politica è diventata una funzione dipendente.
Dal punto di vista costituzionale la riforma di Renzi e Napolitano è anti-democratica, perché è anti-democratico accelerare i tempi della decisione e aumentare il potere dell’esecutivo. Questo è elementare. Ma io non vado a votare per questioni di tipo costituzionale.
La Costituzione della Repubblica Italiana sarà forse la più bella del mondo, ma è da tempo inoperante. D’Alema ha violato l’articolo 11, Berlusconi ha violato l’articolo 21 e Renzi ha violato l’articolo 4, e tutti coloro che hanno promosso la riforma neoliberale hanno violato l’articolo 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e continuate voi.
Voterò NO perché occorre fermare la dittatura liberista, la precarizzazione del lavoro e l’impoverimento della società. Occorre fermare il governo Renzi che rappresenta l’efficientismo al servizio della devastazione neoliberista e del sistema finanziario.
Capisco che molti amici (anche amici carissimi della cui intelligenza e buona fede non dubiterò mai) propendono verso il sì per una ragione nobile. Temono il caos, temono di mescolare il loro voto con quello di gentaglia.
Li capisco. Chi ha scelto di spostare la discussione sulla questione (vuota) della democrazia e della costituzione lo ha fatto perché su questo terreno sperava di vincere, e sbaragliare per sempre ogni resistenza contro la devastazione liberista. Renzi lo ha detto esplicitamente: se vinco il referendum la via della “riforma” è sgombra e più nessuno mi ferma. E sappiamo cosa vuol dire “riforma” nel new-speak neoliberista.
In questo modo Renzi pensava di mettere i cultori del nuovo contro i cultori del vecchio, e in qualche misura c’è riuscito. Molti dicono di votare sì perché hanno la (falsa) percezione di essere dalla parte del rinnovamento contro coloro che difendono la “vecchia” Costituzione. Sarà anche la più bella del mondo, dicono in cuor loro, ma ha settant’anni, meglio una giovinetta anche meno avvenente ma più croccante. Mi dispiace di banalizzare, ma il renzismo è questo: meglio un imbecille nuovo che un vecchio saggio, no?
L’imbecille nuovo tira la carretta con energia, e corre dietro alla carota senza farsi troppe domande.
Io non scelgo tra il vecchio e il nuovo. Scelgo tra la stabilità dello sfruttamento precario e della miseria crescente e l’incertezza di un futuro in cui tutto finalmente ridivenga possibile. Scelgo il rischio, per rompere la certezza di un futuro di miseria, di depressione e di fascismo.

Fonte: comune-info.net
Originale: http://comune-info.net/2016/11/mio-no-sociale/

Intervista di Giulio Cavalli a Anna Falcone – 16 novembre 2016

«Questa riforma è ben diversa dalla propaganda che stiamo ascoltando» dice. E aggiunge: «Siamo di fronte a una preoccupante lesione del diritto dei cittadini di votare informati».

Anna Falcone, avvocato cassazionista e vice presidente del Comitato del No è uno dei volti “nuovi” di questa campagna referendaria. Impegnata sul fronte del referendum è attivissima negli interventi e nelle partecipazioni a dibattiti (televisivi e non).  Abbiamo voluto porle alcune domande sulle ultime polemiche di questi giorni.

La campagna referendaria si sta scaldando: scoppiano le polemiche contro la personalizzazione del referendum da parte del premier Renzi e l’ultima in ordine di tempo è la questione della lettera agli italiani all’estero che il premier ha inviato per perorare la causa del no. Come vede la situazione attuale?

Questo è l’effetto immediato e diretto di un’anomalia: il fatto che questa riforma costituzionale sia stata proposta dal governo. E questo è veramente all’origine di tutte queste disfunzioni: un esecutivo (di cui Renzi è responsabile) che si permette non di revisionare la Costituzione (così come previsto dall’articolo 138) ma addirittura di scriverla stravolgendola e toccando l’equilibrio di poteri e il loro principio di separazione. La Costituzione così cambia natura: le Costituzioni nascono proprio per limitare il potere esecutivo dandogli delle regole condivise da tutti per garantire che il potere esecutivo non venga attuato in maniera arbitraria ma in rispetto della sovranità popolare.

Ritenete quindi che il Governo abbia forzato la mano?

Avendo stravolto questa origine per cui le Costituzioni le scrivono i popoli e non i governi e se devono essere modificate così profondamente serve un’assemblea costituente o quantomeno un Parlamento eletto dal popolo con questo mandato (e non certo con una maggioranza eletta da una legge incostituzionale come questa). Essendo partiti da qui siamo arrivati all’anomalia per cui questo stesso governo (che dovrebbe preoccuparsi del diritto degli italiani di partecipare consapevolmente a una consultazione referendaria così importante) si occupa della propaganda. Noi stiamo affrontando questa stagione referendaria senza un soggetto garante dei diritti alla corretta informazione su entrambi i fronti.

Ma l’AGCOM non dovrebbe servire proprio a questo?

L’AGCOM non può sopperire. Ha già denunciato uno squilibrio a favore del sì ma non ha il dovere di garantire la corretta informazione essendo solo un organo di controllo.

E il Presidente della Repubblica?

Il Presidente della repubblica potrebbe intervenire ma è un potere neutro. Può intervenire nel processo legislativo (rimandando alle Camere una legge che non funziona) oppure potere di monito. Ma purtroppo il Presidente della Repubblica si è già rivelato particolarmente timido in queste vicende referendarie.

Del resto anche l’argomento non è di facile comprensione…

Sì, l’argomento è ostico ma purtroppo noi ci ritroviamo di fronte a una campagna, quella del sì, che si fonda su argomenti menzogneri. Riuscire a avere la par condicio solo nell’ultima parte della campagna referendaria (senza parità di mezzi) pone un problema di un’oggettiva sproporzione di mezzi, di visibilità e c’è un abuso di posizioni. Il Presidente del Consiglio dovrebbe preoccuparsi di garantire una corretta informazione: all’estero andava mandata una scheda con delle sintetiche ragioni del sì e del no. Inviare una lettera firmata solo “Matteo Renzi” è un modo per indirizzare il voto. Questo referendum sembra sempre di più una semplice ratifica di decisioni già prese.

Dice Renzi che i principi della Costituzione (la prima parte) non vengono toccati.

La seconda parte sono le braccia e le gambe: se le tagli di fatto rendi impossibile la piena attuazione dei principi della prima parte. Attenzione: noi diciamo da tempo che la Costituzione è modificabile ma bisogna cercare di migliorare la Costituzione e il collegamento tra la prima e la seconda parte. Noi lamentiamo la mancata attuazione di alcuni articoli fondamentali. Molte modifiche (come la riforma del titolo V e l’introduzione del pareggio di bilancio) sono servite a travisare il senso dei principi fondamentali e di alcuni diritti garantiti.

Tipo?

Penso al diritto alla salute: l’articolo 32 tutela il diritto alla salute come diritto universale. In questa riforma si dice che finalmente viene inserita una norma che garantirà a tutti i cittadini italiani lo stesso livello di cura. Noi partiamo da un’anomalia dell’ultima modifica del titolo V che aveva costituito diversi sistemi sanitari quante sono le regioni e che aveva portato a una mancanza di omogeneità. Essendo la salute un diritto economicamente condizionato le ragioni più povere ovviamente non riescono a garantirlo come altri. Con questa riforma si è duplicata la norma già prevista dall’articolo 117 2 comma lettera M che prevedeva già i LEA e i LEP (livelli essenziali di assistenza e prestazioni) secondo cui spettava allo Stato stabilire i principi essenziali di tutela alla salute ma se non costituzionalizzi una garanzia concreta, se non riempi di contenuti queste norme ma indichi solo una competenza vuota diventa l’ennesima norma di rinvio. Non c’è nessuna garanzia. Quando parlano di “farmaci antitumorali” si dimenticano di dire che hanno mantenuto in capo alle regioni le competenze di programmazione e organizzazione, proprio quelle fortemente condizionate dalle risorse economiche delle regioni. Tutta questa riforma è un’operazione di distrazione di massa disseminata di specchietti per le allodole che non garantisce efficienza e che mira semplicemente a un accentramento di poteri in campo al governo.

Dicono che in realtà il popolo però avrà più strumenti come iniziative di legge popolare o referendum.

Si parla di obbligo di calendarizzazione ma basterebbe guardare nella riforma per accorgersi che non c’è scritto da nessuna parte. Anzi, il rinvio della disciplina è vero i regolamenti parlamentari. Peccato che i regolamenti parlamentari siano approvati a maggioranza assoluta dal Parlamento e quindi noi ad ogni governo potremmo vedere cambiare questi meccanismi. Così come per il referendum propositivo e altro. Gli obbiettivi che il governo propaganda vanno verificati. Tutti.

Ora Renzi sembra avere preso una nuova piega “anticasta”. Togliere le bandiere dell’Unione Europea nei suoi ultimi video che significato ha?

È un tentativo di sfruttare a suo vantaggio la vicenda americana ma qui le situazioni non sono assimilabili. La lezione piuttosto è che la mancata partecipazione dei cittadini alla vita politica produca nei cittadini la voglia di un voto che sia schiaffo. Renzi ha poco da sorridere, non vuole capire che questa riforma da molta meno partecipazione (come il diritto di voto ai senatori, solo per fare un esempio). E poi c’è il modo: se il problema era la riduzione dei costi della politica sarebbe bastato diminuire il numero dei deputati. Qui si parla si un risparmio dello 0,10%.

Che aria tira sua questa campagna referendaria?

Mi preoccupa la rabbia. Mi fa molto sperare vedere come questa campagna sia stata capace di riportare all’impegno attivo tante persone che si erano allontanate, tanti giovani e tanti volontari.

continua su: http://www.fanpage.it/parla-anna-falcone-tutta-questa-riforma-e-un-operazione-di-distrazione-di-massa/

http://www.fanpage.it/

fonte EQUALTIMES.ORG

by Mariano D. Lafontaine

En Argentine, les disparitions forcées de personnes pendant la dernière dictature (1976-1983) reviennent au cœur du débat politique à mesure que certains, au sein même du gouvernement, remettent en cause le nombre de personnes disparues, dénoncent les référents pour les droits humains et cherchent à améliorer la situation des anciens oppresseurs.

<p>The Mothers of Plaza de Mayo, in front of the Government House, demand rights for the people of the past and present, referring to the ‘'disappeared'' and the current victims of sharply rising unemployment.</p>
The Mothers of Plaza de Mayo, in front of the Government House, demand rights for the people of the past and present, referring to the ‘’disappeared’’ and the current victims of sharply rising unemployment.(Mariano D. Lafontaine)

Déjà en 2014, Mauricio Macri, aujourd’hui président, annonçait qu’il en finirait avec les « détournements des droits humains ». Les organisations visées mettent en garde contre des propos négationnistes.

En janvier passé, Darío Lopérfido, à l’époque ministre de la Culture de la capitale fédérale (où règne le « macrisme ») affirmait que les organisations de défense des droits humains « gonflent » le nombre de personnes disparues – estimé à 30.000. Pourquoi ? « Le chiffre de 30.000 a été convenu autour d’une table pour obtenir des subventions », a-t-il affirmé.

Le grand tumulte qu’a engendré sa déclaration polémique et les pressions qui s’en suivirent ont eu raison de son portefeuille, mais Darío Lopérfido dirige toujours le théâtre public Colón.

Quelques semaines plus tard, le président argentin a sondé l’opinion publique en prononçant un discours dans la même verve. « Je ne sais absolument pas [s’il y en a eu 30.000]. C’est un débat dans lequel je ne vais pas entrer, s’il s’agit de 9000 ou de 30.000 personnes, s’il s’agit de celles indiquées sur un mur ou s’il y en a beaucoup plus », a-t-il déclaré à BuzzFeed Latinoamérica. Il a aussi qualifié les années de plomb de « guerre sale », une expression inventée par les oppresseurs pour justifier le terrorisme d’état, même si ses porte-parole ont ensuite nuancé ses propos.

Marcos Peña, son chef de cabinet, a ajouté : « Le nombre de 30.000 personnes a une valeur symbolique [...]. La seule liste officielle est celle de la CONADEP (Commission nationale sur les disparitions de personnes) qui en dénombre moins. » Dans les années 1980, cette liste comptait 8961 disparitions dénoncées. Quelques anciens référents pour les droits humains – aujourd’hui proches du gouvernement – l’ont validée. Toutefois, au niveau des registres officiels, jusqu’en 2003, le secrétariat des droits humains comptabilisait 13.000 plaintes.

Les militants se sont offusqués. Estela de Carlotto, de l’association Grands-mères de la Place de mai (Abuelas de Plaza de Mayo, en espagnol) a défendu le chiffre de 30.000 personnes. « Nous enregistrons encore des plaintes [...]. Certaines familles ont été décimées et personne ne l’a fait [déposer plainte]. » Pour Nora Cortiñas, responsable de l’organisation Mères de la Place de mai – Ligne fondatrice (Madres de Plaza de Mayo Línea Fundadora, en espagnol), « le président ne s’est jamais soucié des droits humains ». Et d’ironiser : « Et même, il a fait mieux que Lopérfido ».

En 1978, cinq ans avant la fin de la dictature et des disparitions, les services secrets chiliens ont obtenu des registres militaires argentins consignant 22.000 disparitions. Pour le spécialiste des droits humains, Marcos Tolentino, il ne semble pas insensé qu’en 1983, le chiffre atteigne 30.000 personnes, voire plus.


Les droits humains du 21e siècle

Depuis son arrivée au pouvoir en décembre dernier, le gouvernement de Macri, déclare accorder la priorité aux droits humains du 21e siècle (accès à l’éducation, à la santé et à l’emploi, entre autres). En même temps, des plaintes ont été déposées contre des militants liés au précédent gouvernement de l’ancienne présidente Cristina Fernandez de Kirchner.

En janvier, Milagro Sala, une militante sociale, autochtone et pro-Kirchner, a été arrêtée. Son cas a été soulevé aux Nations Unies et à l’Organisation des États américains (OEA) Amnesty International a dénoncé « une tentative évidente de criminaliser l’exercice du droit de manifestation » et a exigé sa libération.

Une autre partisane notoire de Kirchner, Hebe de Bonafini, présidente de l’association Mères de la Place de mai (Madres de Plaza de Mayo, en espagnol), a été citée à comparaître dans une affaire de corruption.

Hebe de Bonafini, 87 ans, a comparé le gouvernement à la « dictature de Mussolini » et a été traitée de « folle » par Macri. Elle refusé de comparaître devant les tribunaux invoquant une opération médiatico-judiciaire avant sa marche hebdomadaire pour les disparus - la deux millième marche.

La tentative d’intrusion dans les locaux de l’association et d’arrestation – en faisant entrer en scène des troupes d’élite, des canons à eau et des hélicoptères – n’a pas abouti, les manifestants ayant veillé à protéger la militante.

Pour l’intellectuel Dante Palma, cet épisode était un « test » pour mesurer l’opinion publique, qui, dans le cas de Milagro Sala, s’est montrée nettement moins catégorique. Il va jusqu’à dire que l’objectif final de ce « test social » serait l’ancienne présidente Kirchner (et plus concrètement le niveau d’acceptation sociale de son éventuelle arrestation), qui fait actuellement l’objet d’une enquête pour de prétendus faits de corruption.

Dans le même temps, le fait que des génocidaires condamnés puissent purger leur peine en étant assignés à domicile fait polémique. Le gouvernement assure qu’il s’agit d’une question de droits humains.

Les organisations estiment que seuls des problèmes de santé qui ne peuvent être traités dans les établissements pénitentiaires donnent lieu à ce genre de décisions et critiquent la position officielle de ne pas faire appel des décisions de justice. Selon le chef de cabinet, « on ne faisait pas appel non plus » du temps de Kirchner, « seulement dans les cas emblématiques ».

Au même titre qu’il y a eu des prisonniers et des morts sans jugement, des corps sans sépulture, des enfants volés et privés de leur identité, certains craignent d’arriver à un génocide sans chiffre dont on suspecterait ceux qui le dénoncent.

D’après Marcos Tolentino, « on introduit le doute sans preuve, dévalorisant le tout. En mettant en cause le nombre de personnes disparues et en dénigrant les responsables des organisations de défense des droits humains, on finit par remettre en question les consensus conclus après 40 années de lutte contre l’oubli. »


Cet article a été traduit de l’espagnol.

fonte EQUALTIMES.ORG

fonte Sbilanciamoci.info

In questa campagna referendaria abbiamo dismesso i panni della discussione e il dibattito si riduce al chi sta con Renzi e chi sta contro Renzi. Così la Costituzione diventa oggetto plebiscitario, o semplice programma elettorale

Ne è valsa la pena?

Perché questa quasi-guerra fratricida? Qual è la ragione così urgente che ha mosso la dirigenza del Partito Democratico e del Governo a imporre una campagna referendaria su questa riforma della Costituzione, così frettolosa, così imperfetta, e soprattutto così divisiva? Perché decenni di manicheismo da guerra fredda tra comunisti e democristiani non hanno diviso così fortemente il paese come questo referendum che cade in un tempo post-ideologico? Propongo due ordini di risposte a queste domande, uno che cerca di capire la filosofia di questa proposta di revisione, e uno che cerca di valutare l’impatto di questa campagna referendaria sulla cittadinanza.

Fatti e Miti

Hanno detto i suoi promotori che è la storia a chiedere questa riforma; lo chiedono trenta (per Renzi settanta) anni di tentativi di cambiare la nostra democrazia, troppo pluralista e assembleare, troppo orizzontale e poco attenta alla governabilità. Ma nessuno sa esattamente che cosa questo significhi, anche perché la storia siamo noi, e quindi è il presente, questo presente, che vuole questa riforma. Figlia di questo presente, la filosofia sulla quale riposa questa riforma è poco amante dell’intermediazione, del pluralismo e di quella complessità che – ce lo siamo dimenticato? – è la società liberale e democratica stessa a generare. Questa filosofia riposa su due miti: velocità di decisione e semplificazione per aiutare la velocità. E si impone, o cerca di imporsi, con un metodo che è ad essi coerente: insofferente per il dissenso, violento nel linguaggio, dominatore nell’uso monopolistico dei mezzi di informazione, e plebiscitario nella forma del consenso chiesto ai cittadini. Per chi mastica un poco di filosofia politica lo scenario è Schmittiano.

Da che cosa sono supportati i miti della velocità e della semplificazione? Non da prove fattuali, ovviamente. Certo, non sul fronte della “velocità” di decisione; anche perché questo governo di coalizione ha dimostrato di riuscire in pochi giorni a sopprimere diritti del lavoro che resistevano almeno dal 1970. Velocissimo è stato anche il precedente governo Monti nell’approvare la riforma delle pensioni e addirittura nell’inserire la norma del pareggio di bilancio nella Costituzione. La velocità in queste riforme amate dai “mercati” (e molto poco digeribili per quei democratici che assegnino a questa parola un valore superiore a quello della sigla di un partito) è stata possibile la Costituzione vigente. Quindi perché?

E che dire del mito della “semplificazione”? Se semplificare comporta approntare mezzi per l’attuazione celere delle decisioni, allora il problema è risolvibile con regolamenti nuovi, sia parlamentari che della burocrazia. Perché andare ai poteri fondamentali dello Stato? Perché, probabilmente, il mito della semplificazione è coerente a una visione dirigistica del potere politico, che sta davvero stretta a una costituzione democratica com’è la nostra.

Semplificare può voler dire molte cose e nulla. L’argomento piace molto ai populisti di tutti i continenti e tempi: e sta per superamento della fatica del dover cercare mediazioni e consensi, secondo il mito molto dirigistico di snellire le rappresentanze, di sfoltire i protagonisti dei processi decisionali, per contenere i tempi di decisione e togliere ostacoli a chi decide. È un mito ben poco democratico, e non perché la democrazia significa perdere tempo, ma perché, come scriveva Condorcet, non si fida di chi vuol dare più potere all’organo di decisione, il governo: un argomento di cui “sono lastricate le strade verso la tirannia”. Senza bisogno di andare così lontano come Condorcet, possiamo tuttavia nutrire seri dubbi che una semplificazione decisionale sia sicura per chi crede nel potere di controllo, limitazione e monitoraggio, ovvero sorveglianza. Chi propone questa riforma non ha un’idea molto positiva della democrazia, ritenendola troppo esosa in termini di tempo e troppo esigente in termini di controllo. Ecco perché ci propone una riforma che depotenzia la democraticità della nostra Costituzione.

Resa meno democratica, ovvero meno rappresentativa delle diverse istanze, territoriali o politiche, e più interessata a localizzare la sede apicale della decisione trascinando gli organismi collettivi invece di essere da questi trascinato: non a caso nella proposta di revisione ha un posto di rilievo il principio della temporalità stabilita dal Governo, che può predeterminare i tempi di discussione del Parlamento e chiedere che esso sospenda i suoi ordinari lavori per occuparsi prima e subito dei suoi decreti. L’implicita ammissione è che colpa della lentezza e della complessità sia il Parlamento, e tutti gli “organi assembleari” come con fastidio chiamano la democrazia rappresentativa i dirigisti. Contro l’“assemblearismo” è in effetti da settant’anni che gli insoddisfatti della democrazia tuonano nel nostro paese, a partire proprio dalla Consulta.

Distanza dei cittadini e poteri accentrati

La revisione della Costituzione pone inoltre problemi molto seri quanto al rapporto tra istituzioni e cittadini. Su questo aspetto pochi si sono soffermati e propongo qui alcune riflessioni.

Le ragioni per non sostenere questa proposta di revisione sono di vario genere: da quelle relative al merito (a come ridisegna il Senato, le funzioni delle Regioni e la relazione tra i poteri dello Stato) a quelle più direttamente politiche o di prudenza politica. Su queste seconde non si discute mai abbastanza. La Costituzione di uno stato democratico dovrebbe avere uno sguardo lungo, essere pensata in relazione non all’oggi ma a qualunque tensione o problema possa succedere domani. Questa prospettiva ha reso la Costituzione italiana vigente un’ottima Costituzione, capace di reggere molti stress: gli anni di piombo, impedendo che le istituzioni si facessero convincere dal canto delle Sirene che chiedevano governi di emergenza, sospensione dei diritti e stato di polizia; e poi l’assalto da parte della corruzione dei partiti prima e del patrimonialismo berlusconiano poi. Se l’opinione, anche politica, ha spesso tentennato, le istituzioni hanno tenuto la barra diritta perché la Costituzione ne disegnava i poteri e le funzioni in maniera tale che nessuna di esse potesse prendere sopravvento o avere un potere superiore.

Se la nostra democrazia ha tenuto e la stabilità è stata garantita nel corso degli anni nonostante i diversi governi (un problema da attribuirsi semmai al sistema elettorale) è stato perché le istituzioni hanno tenuto. E questo è dimostrato dal fatto che il declino di legittimità dei partiti e degli attori politici non ha scalfito la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, perché queste non hanno dato l’impressione di essere dominate completamente dai partiti. Vi è da temere che un Senato composto per voto indiretto alimenti nei cittadini l’impressione che la loro incidenza sulle istituzioni sarà più debole mentre il potere di decisione degli attori politici più opaco e fuori dal loro controllo. Il rischio è che le istituzioni siano a poco a poco percepite come proprietà di chi le occupa; che la distanza tra istituzioni e società aumenti. E con essa che cresca il senso di illegittimità delle istituzioni.

Inoltre, pensata in funzione di neutralizzare esecutivi ingombranti (scritta in funzione anti-fascista), la Costituzione del 1948 si presenta come molto ben corazzata contro i nuovi populismi. Decentrare il potere e spezzarne la tendenza alla concentrazione (con un governo che impone i tempi e l’agenda al Parlamento) è mai come in questo tempo essenziale a fermare i tentativi di assalto che possono venire dalle forze nazional-populiste. Questo non è il tempo migliore per una Costituzione che concentra i poteri e indebolisce i controlli e il ruolo delle opposizioni.

Negli Stati Uniti ci si preoccupa in questi giorni degli effetti che potrà avere l’accumulo di potere e l’allineamento sotto un unico partito di tutti i poteri dello Stato: la Casa Bianca, il Congresso, il Senato e la maggioranza della Corte Suprema. Indubbiamente la governabilità e la velocità delle decisione saranno facilitate con l’amministrazione Trump e la sua maggioranza granitica. Ma siamo convinti che questo sia desiderabile?

Una campagna velenosa

Chi si è schierato con Renzi, leggiamo spesso sui quotidiani, ha rischiato il linciaggio morale. D’altro canto chi si è schierato contro Renzi ha perso amici e si è trovato/a classificata con i Casa Pound o gli anti-sistema e con i populisti di tutte le risme. Una guerra di parole e dichiarazioni fratricida, come non si era visto neppure con la proposta di riforma lanciata dal Governo Berlusconi. Forse perché la lotta è ora tutta a sinistra o tra chi in modi diversi si sente vicino al Partito Democratico, questa campagna ha avuto il sapore di una piccola guerra civile, di una guerra civile di parole. Ricordiamo il caso Roberto Benigni, il primo a scatenare questa guerra.

Rispondendo alla domanda di Ezio Mauro se non avesse paura di passare per “renziano” confessando di votare Sì al referendum costituzionale, Benigni la scorsa primavera ha rivendicato il diritto di votare come pensa e non per conformarsi a chi non si conforma. E il diritto di votare implica il diritto di schierarsi: “Non voglio rimanere neutrale, lavarmene le mani dicendo che faccio l’artista, voglio essere libero. E la libertà non serve a nulla se non ti assumi la responsabilità di scegliere ciò che credi più giusto”. Risposta pertinente perché coerente ai due principi aurei della democrazia liberale e non plebiscitaria: votare con la propria testa e non con quella del leader, e rivendicare il valore del voto che è e non può che essere partigiano. Voto schierato non voto plebiscitario. È questa la distinzione che oggi è difficile fare e mantenere. All’origine della difficoltà vi è stata la decisione di Renzi di identificare il Sì con la sua persona e il suo governo, trasformando il No automaticamente in un giudizio sulla sua persona e in una causa di instabilità politica. Chi non sta dalla sua parte è messo nell’“accozzaglia” degli sgradevoli.

Questa trappola ci ha impedito di battagliare da “partigiani amici”, come direbbe Machiavelli, e ci ha fatto essere “partigiani nemici”. I primi sono quelli che si schierano nella libera competizione delle idee per favorire o contrastare un progetto politico. I secondi sono quelli che personalizzano la lotta politica mettendo nell’arena pubblica non le ragioni pro e contro un progetto, ma le rappresentazioni colorite delle tipologie di chi sta da una parte e dell’altra. I primi si rispettano come gli avversari di una battaglia legittima, i secondi si offendono e creano le condizioni per un risentimento che sarà difficile da dimenticare.

È da anni, da quanto Berlusconi “scese in campo”, che la lotta politica ha preso la strada dello stile teatrale, della rappresentazione estetica – con forme mediatiche che hanno lo scopo di colpire le percezioni per mobilitare le emozioni e rendere la contesa radicale, non dialogica. Di creare identificazioni non forti nelle convinzioni ideali ma forti nella vocalizzazione e nella pittorica rappresentazione. Come se ogni battaglia fosse l’ultima, come se la catastrofe e il diluvio seguissero a una vittoria o a una sconfitta. È questo stile populista del linguaggio estetico e tutto privato (ingiudicabile con la ragione pubblica) che ha corroso negli anni la nostra abitudine alla lotta partigiana, trasformandola in un Colosseo, uno spettacolo che vuol vedere il sangue che colora di rosso l’arena.

Le ragioni a favore o contro sono spessissimo passate in secondo piano. Questo succede soprattutto oggi che siamo in dirittura di arrivo. Per cui i blog e i social network assalgono chi si schiera con il Sì come fosse un rinnegato, e offendono mortalmente chi vota No come fosse un nazi-fascista, un “falso” partigiano. A chi vota Sì è affibbiato il titolo di lacchè del potere, a chi vota No è appiccicata l’immagine della “palude”. Chi vota No sarebbe per la conservazione e chi vota Sì sarebbe per l’innovazione e intanto non si riesce a spiegare senza essere sbeffeggiati e sbeffeggiare che cosa si vuole preservare e che cosa si desidera innovare.

Siccome i sacerdoti del Sì non possono vantare, proprio come quelli del No, alcuna privilegiata saggezza, sarebbe stato opportuno mettere sul tappeto le questioni reali implicate in questa battaglia sulla nostra Costituzione: il carattere di questa nuova versione della Costituzione e gli effetti che potrebbe generare, soprattutto se accoppiata con l’Italicum (una legge dello Stato il cui peso ingombrante è stato accantonato da Renzi, con la promessa verbale a Gianni Cuperlo di rivederla dopo il 4 dicembre). Dicevano i teorici e i politici settecenteschi che hanno teorizzato e/o scritto le costituzioni che queste devono essere scritte per i demoni, non per gli angeli. E come Peter sobrio che scrive le regole per Peter ubriaco, le carte di regole e di intenti servono proprio per esorcizzare e contenere il potere, in particolare quello istituzionalizzato, nell’eventuale occorrenza che venisse tenuto da mani sconsiderate. Come Benigni, anche altri sostenitori del Sì riconoscono che il nuovo Senato è pasticciato; diversi, anche nel Pd, si preoccupano degli effetti combinati della riforma con l’Italicum, che contrariamente a quanto succede per i sindaci premia non chi ha raggiunto il cinquanta per cento, ma il quaranta per cento. È legittimo farsi queste domane e voler discutere di queste questioni. È legittimo che i cittadini democratici si preoccupino di sapere quando potere resterà a loro, quanta forza avrà la loro voce.

E invece, il clima è da mesi rovente, rabbuiato dalla retorica del plebiscito. Il manicheismo fa spettacolo ma non fa prendere decisioni sagge – la deliberazione democratica deve poter contare sul fatto che si entra in una discussione con un’idea e se ne può uscire con un’altra. Ma in questa campagna referendaria abbiamo dismesso i panni della discussione: ciascuno alla fine resta dell’idea che aveva all’inizio, mentre gli incerti e gli indifferenti saranno probabilmente colpiti da una battaglia più personalizzata che ragionata. Chi sta con Renzi e chi sta contro Renzi. Tutti ci siamo fatti e ci facciamo conformisti. A questo si giunge quando la Costituzione è fatta oggetto plebiscitario, o usata come un programma elettorale – per contare nemici e amici. Di costituzionale vi è davvero poco. Figuriamoci se questo fosse stato il clima dei Costituenti! Avremmo avuto la guerra civile non settant’anni di vita civile.

Quale che sia l’esito, dopo il 4 dicembre 2016 il nostro sarà un paese più diviso. Cui prodest?

Recentemente nel rapporto del Censis, la spesa degli utenti nella sanità ammonta a oltre 34 miliardi. Secondo la ricerca Censis presentata a giugno 2016, liste d’attesa molto lunghe portano 10 milioni di italiani a rivolgersi soprattutto alla sanità privata e 7 milioni all’intramoenia perché non possono aspettare, mentre sono 26 milioni i cittadini che si dicono propensi ad aderire alla sanità integrativa.

Uno scenario completamente opposto a quello che Renzi e Lorenzin hanno spacciato con il varo della Legge di Bilancio 2016. La sanità non è salva, anzi. La stabilizzazione del Fondo sanitario nazionale come dato in sé non ha alcun significato. Tra le categorie che non hanno creduto al Governo c'è sicuramente quella dei medici ospedalieri. 

In questa intervista (qui) il segretario dell'Anaao-Assomed Costantino Troise dice chiaramente che senza una sterzata vera nella sanità pubblica presto sentiremo partire gli allarmi. Sullo stato della salute pubblica, ovviamente, e già se ne è avuta qualche avvisaglia, e sulla condizione dei medici, che non ce la fanno più a sopportare carichi di lavoro da catena di montaggio e un'età media che vede l'Italia agli ultimi posti nel mondo.

Comitati Dossetti per la Costituzione
Raniero La Valle
I VALORI SUPREMI DELLA COSTITUZIONE TRADITI DALLA RIFORMA
Settimo discorso su “La verità del referendum” tenuto il 15 novembre 2016 a Vicenza
La Corte Costituzionale ha affermato che ci sono dei valori supremi sui quali si
fonda la Costituzione, che non possono essere sovvertiti o modificati nemmeno da
leggi di revisione costituzionale. Questi principi supremi affermati soprattutto nella
prima parte della Costituzione sono in gioco nella seconda, che ne dovrebbe garantire
l’attuazione; ma proprio questi sono ora disattesi o traditi nella riforma sottoposta al
voto popolare del 4 dicembre.

La sovranità popolare
I - Il primo principio, che sta scritto all’inizio della stessa Costituzione, è
quello della sovranità popolare. Dice l’art. 1: “la sovranità appartiene al popolo, che
la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Questo principio è il
fondamento di tutta la Costituzione. In rapporto ad esso la Costituzione sta o cade.
La statuizione di questo principio è frutto di secoli di lotte, è costata lacrime e
sangue, ed è il punto di svolta della storia dai regimi assoluti a ordinamenti di libertà.
Passare dalla condizione di sudditi a quella di sovrani, cambia infatti la vita, cambia il
destino delle persone e dei popoli.
Che la sovranità sia di uno solo, di un monarca o di tutti, è decisivo anche per
l’alternativa suprema, che è quella tra la guerra e la pace. Quando, più di un secolo fa,
nel settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia per prendersi la Libia, dando
inizio a quel conflitto con l’Oriente e con l’Islam che dura ancor oggi, tutto avvenne
in segreto e come se niente fosse, col Re che era in vacanza a San Rossore, Giolitti
che se ne stava a Dronero e il Parlamento che era chiuso per ferie. Nel 1944 quando
nel radiomessaggio del sesto Natale di guerra Pio XII fece la storica scelta a favore
della democrazia disse che forse, se avessero avuto la democrazia, i popoli avrebbero
potuto impedire la guerra. Nel 1969 un popolo di sovrani in America e nel mondo
diede vita a un grandioso movimento pacifista che poi costrinse gli Stati Uniti a
ritirarsi dal Vietnam e a porre fine a quella guerra. Ciò mostra l’importanza del
principio della sovranità popolare.
Ora questo principio supremo è violato nella proposta di Costituzione
sottoposta a referendum in molteplici modi.
Prima di tutto il Senato, che continuerà ad avere vastissime competenze
legislative e politiche, non sarà più eletto dal popolo; esso sarà designato, checché
dica il documento firmato da Cuperlo, da 904 consiglieri regionali, cioè da politici
appartenenti alla nomenclatura e ai partiti che comandano nelle Regioni.
In secondo luogo la sovranità popolare è violata dalla elevatissima distorsione
del rapporto di proporzionalità tra i voti espressi dal popolo e i seggi attribuiti, a
causa della legge elettorale maggioritaria oggi vigente che trasforma in modo
ineguale i voti in seggi; si dice che sarà cambiata ma intanto la riforma si vota con
quella.
Il principio della sovranità popolare è violato inoltre dalla dissuasione dalla
partecipazione politica (un manifesto del PD prometteva, in cambio del Sì al
referendum, la diminuzione dei “politici”).
E poi c’è il fatto che una volta eletto il primo ministro con tutti i suoi deputati,
per il popolo sovrano non ci sarà più niente da fare per cinque anni, essendo
artificialmente assicurato un governo di legislatura, e dunque i cittadini perdono di
cinque anni in cinque anni il diritto sancito dall’art. 49 della Costituzione di
concorrere a determinare la politica nazionale.
Inoltre è violato il principio che la sovranità popolare si esercita nelle forme e
nei limiti della Costituzione, perché tra queste forme e questi limiti la Costituzione
prevede che il popolo non elegga direttamente il presidente del Consiglio, ma che
questo sia nominato dal presidente della Repubblica; invece secondo la legge
elettorale connessa alla riforma costituzionale “il capo della forza politica” che vince
le elezioni e ottiene il premio di governabilità è automaticamente, la sera stessa,
acclamato come presidente del Consiglio, anche se il presidente della Repubblica che
secondo la Costituzione lo dovrebbe nominare, sta dormendo.
Ma la lesione più grave del principio di sovranità consiste nel portare a
compimento quel passaggio della sovranità dal popolo ai mercati che da tempo ci
chiedono la Trilaterale, Gelli, la banca Morgan, l’Europa, gli ambasciatori americani:
una riforma che appunto, come oggi si dice, era attesa da trent’anni e che neanche
Berlusconi era riuscito a realizzare. Ma questo transito della sovranità dagli uomini ai
mercati, è precisamente ciò che depreca il papa quando denuncia la bancarotta di una
società in cui il denaro governa invece di servire e in cui vengono salvate le banche
ma non le persone.

Il lavoro come fondamento della Repubblica
II – Il secondo principio supremo, che figura nello stesso incipit della Costituzione, è
il principio lavorista, perché’ l’Italia è concepita come una Repubblica fondata sul
lavoro. È un principio straordinario che attua il rovesciamento cristiano del servo in
signore. Il lavoro che era la schiavitù addossata al servo, è ora riconosciuto come la
dignità stessa dell’uomo. Questo principio, insieme con l’art. 4 che riconosce il diritto
al lavoro e prescrive alla Repubblica, cioè alla politica, di renderlo effettivo, fa sì
che siano costituzionalmente obbligatorie politiche di piena occupazione.
La piena occupazione non è un’opzione facoltativa, una variabile dipendente dalle scelte
ideologiche dei governanti, è un obbligo costituzionale, è ciò che la Repubblica,
secondo la Costituzione, non può non fare.
Ma questo è impedito dall’art. 117 della nuova Costituzione che ribadisce in
modo ancora più stringente il vincolo già previsto nel testo oggi vigente, stabilendo
che la potestà legislativa è esercitata nel rispetto “dei vincoli derivanti
dall’ordinamento dell’Unione Europea” (prima si parlava con minore precisione di
“comunità europea”). Ma l’ordinamento dell’Unione Europea è un ordinamento che
trasforma in regime la scelta economica neo-liberista e l’ideologia della sovranità dei
mercati. Esso tutela la competizione e la concorrenza in quello che chiama il
“mercato interno”, che sarebbe poi la stessa Europa, e all’art. 107 proibisce gli aiuti
concessi dagli Stati o il trasferimento di risorse statali alle imprese, cioè proibisce
l’intervento dello Stato nell’economia, sotto pena di una condanna da parte della
Commissione europea o di un giudizio davanti alla Corte di giustizia europea.
Ciò vuol dire, tra le altre cose, che politiche di piena occupazione, che
sarebbero costituzionalmente dovute, sono costituzionalmente proibite da questa
seconda parte della Carta che vincola la legislazione ai diktat europei.
E proprio qui c’è il punto di caduta finale della nuova Costituzione. Essa
modifica la forma di Stato, perché svuota il sistema delle autonomie restaurando il
centralismo statale; modifica la forma di governo perché trasforma il governo
parlamentare in potere monocratico elettivo di legislatura, come quello dei sindaci, e
perciò in un premierato mascherato; modifica i compiti e i fini della Repubblica,
perché come dice la relazione che accompagnava il disegno di legge di riforma
Renzi-Boschi, l’obiettivo è di adeguare la Repubblica “alle nuove esigenze della
governance europea e alle relative stringenti regole di bilancio”; e queste tre
modifiche della forma di Stato, della forma di governo e dei fini della Repubblica nel
loro insieme portano a compimento il lungo processo, cominciato già qualche
decennio fa, di trasferimento della sovranità dal popolo ai mercati.

Una democrazia parlamentare
III – Il terzo principio fondamentale che è tradito dalla riforma è quello per il quale la
nostra non è una democrazia dell’investitura, ma è una democrazia parlamentare.
Nella democrazia parlamentare l’architrave di tutto il sistema è l’istituto della fiducia,
perché è grazie alla fiducia del Parlamento che il governo può sorgere, ed è a causa
della perdita della fiducia che un governo può cadere, come è giusto che sia se un
governo, a giudizio della maggioranza parlamentare, invece del bene comune
produce un male comune.
Ma la riforma attacca e sostanzialmente distrugge l’istituto della fiducia che
non sarà più la fiducia del Parlamento, perché a metà del Parlamento, che resta
bicamerale, cioè al Senato, questo potere viene tolto; e quanto alla fiducia che resterà
nel potere della sola Camera, essa non sarà più una fiducia parlamentare, ma
un atto interno di partito, perché un solo partito, il cui segretario o il cui capo sarà il
presidente del Consiglio, grazie alla legge elettorale disporrà di 340 voti alla Camera,
sicché la fiducia sarà non il frutto di una valutazione politica, ma una atto dovuto per
disciplina di partito.
Per cui ci sarà, almeno formalmente, una democrazia, ci sarà un Parlamento,
ma non ci sarà più una democrazia parlamentare.

Il ripudio della guerra
IV – Il quarto principio supremo tradito dalla riforma è il principio pacifista, per il
quale l’Italia ripudia la guerra, ogni guerra che non sia quella corrispondente al
“sacro dovere” della difesa della Patria, inteso come popolo e territorio. Tale
principio avrebbe dovuto semmai avere maggior tutela, dopo che il Nuovo Modello
di Difesa varato nel 1991, ha spostato i confini fino ai pozzi di petrolio, alle dighe e ai
popoli del Medio Oriente e la patria è stata identificata con gli interessi economici
dell’Occidente da difendere anche militarmente in tutto il mondo globalizzato.
Invece la riforma rende più facile e mette in mano ad una sola persona la scelta
della deliberazione di guerra, dalla quale il Senato, cioè mezzo Parlamento, è proprio
quello che secondo i riformatori dovrebbe più direttamente rappresentare le
popolazioni locali, è tagliato fuori; la semplificazione che dà più estesi e più facili
poteri al presidente del Consiglio funzionerà anche per la decisione sull’impiego delle
Forze Armate e sulla guerra, e la sovranità popolare sarà completamente esclusa dalla
decisione sulla pace e sulla guerra.

Il principio internazionalista
V – Il quinto principio supremo abbandonato nella riforma è il principio
internazionalista, perché in tutte le nuove norme che riguardano la formazione e
l’attuazione delle prescrizioni dell’Unione Europea non c’è il minimo accenno ad una
intenzione riformatrice degli stessi Trattati Europei per guardare al di là dell’Europa
ai fini della costruzione di un ordine di pace e di giustizia fra le Nazioni.
Inoltre non c’è il minimo accenno a una riforma del diritto di asilo e a
un’accoglienza degli stranieri e dei migranti secondo le nuove dimensioni del
fenomeno che secondo alcune stime arriverà a coinvolgere 250 milioni di profughi, di
fuggiaschi, di rifugiati nell’anno 2050.
Né c’è il minimo accenno all’ultima discriminazione che una Costituzione
democratica dovrebbe abolire: la discriminazione della cittadinanza, la quale limita i
diritti fondamentali e l’esercizio dei diritti politici e sociali ai soli cittadini, con
l’esclusione degli stranieri. Una vera riforma del Senato sarebbe una riforma che non
ne facesse l’ultima trincea dei vecchi localismi, ma ne facesse un Senato dei popoli,
dove sedessero i rappresentanti non solo dei cittadini, ma delle persone di tutte le
nazioni, le lingue e le culture che abitano in Italia e dormono sotto il suo cielo.

Lula processa e pede condenação de Moro à prisão por ‘abuso de autoridade’

Advogados do ex-presidente protocolaram no Tribunal Regional Federal da 4.ª Região queixa-crime contra juiz da Lava Jato usando como base o artigo 16 da Lei 4.898/65, que pune infrator com detenção de dez dias a seis meses'
O ex-presidente Lula decidiu processar o juiz da Lava Jato, Sérgio Moro. Nesta sexta-feira, 18, os advogados do petista, da mulher dele, Letícia, e dos filhos, ingressaram no Tribunal Regional Federal da 4.ª Região (TRF4), em Porto Alegre, com ‘queixa-crime subsidiária contra o agente público federal Sérgio Fernando Moro, em virtude da prática de abuso de autoridade’. A defesa de Lula pede a condenação de Moro nas penas previstas no artigo 6.º. da Lei 4.898/65, ‘que pune o abuso de autoridade com detenção de dez dias a seis meses, além de outras sanções civis e administrativas, inclusive a suspensão do cargo e até mesmo a demissão’.

Lula é réu de Moro em ação penal sobre o apartamento triplex no Guarujá. A Procuradoria da República afirma que o petista recebeu R$ 3,7 milhões em propinas da OAS.

Segundo a queixa-crime, em 16 de junho, Lula e seus familiares protocolaram na Procuradoria Geral da Republica uma representação, de acordo com o artigo 2.º. da Lei 4.898/65, ‘pedindo providências em relação a fatos penalmente relevantes praticados pelo citado agente público no exercício do cargo de juiz da 13.ª. Vara Federal Criminal de Curitiba.’

A defesa de Lula atribuiu a Moro fatos que, segundo ela, configura o abuso – a condução coercitiva do ex-presidente, para prestar depoimento na Polícia Federal, em março, ‘privando-o de seu direito de liberdade por aproximadamente seis horas’; a busca e apreensão de bens e documentos de Lula e de seus familiares, nas suas respectivas residências e domicílios e, ainda, nos escritórios do ex-presidente e de dois dos seus filhos, ‘diligências ampla e estrepitosamente divulgadas pela mídia’; e, ainda, a interceptação das comunicações ‘levadas a efeito através dos terminais telefônicos utilizados pelo ex-presidente, seus familiares, colaboradores e até mesmo de alguns de seus advogados, com posterior e ampla divulgação do conteúdo dos diálogos para a imprensa’.

A iniciativa do ex-presidente ocorre em meio ao acirramento de tensões entre o Legislativo e o Judiciário, com deputados e senadores articulando medidas em retaliação ao avanço das investigações da Lava Jato que atingem em cheio parlamentares dos principais partidos do País, inclusive o presidente do Senado Renan Calheiros (PMDB-AL), alvo de onze inquéritos no Supremo Tribunal Federal.

Na quarta-feira, 16, Renan acelerou a tramitação do projeto que modifica a lei de abuso de autoridade, abrindo brecha para flexibilizar os critérios de punição de policiais e procuradores envolvidos em investigações. A expectativa é que a proposta seja votada já no plenário no próximo dia 6.

Além disso, no último dia 10 ele instaurou uma comissão especial no Senado para analisar os holerites acima do teto constitucional – cujo limite é definido pelo subsídio dos ministros do Supremo Tribunal Federal – no Judiciário, Legislativo e Executivo.

Em outra frente, na Câmara dos Deputados, os parlamentares discutem incluir na votação do pacote de 10 Medidas Contra a Corrupção a possibilidade de punir juízes e membros do Ministério Público por crimes de responsabilidade. Além disso, os deputados articulam uma brecha para a anistia ao caixa 2.

‘Ilegalidade’. Enquanto isso, os advogados de Lula, que vem afirmando que seu cliente estaria sendo alvo de uma perseguição, alegam que “a ilegalidade e a gravidade dessa divulgação das conversas interceptadas foi reconhecida pelo Supremo Tribunal Federal, por meio de decisão proferida nos autos da Reclamação 23.457”, assinalam os advogados de Lula.

“Até a presente data, nenhuma providência foi tomada pelo Ministério Publico Federal após a citada representação. Essa situação está documentada em ata notarial lavrada pelo notário Marco Antonio Barreto De Azeredo Bastos Junior, do 1.º Ofício de Notas e Protesto de Brasília, Distrito Federal, que acompanhou advogados de Lula e seus familiares em diligências específicas para a obtenção de informações sobre a mencionada representação.”

“Diante disso, o artigo 16 da Lei 4.898/65 autoriza que a vítima de abuso de autoridade, no caso Lula e seus familiares, possa propor diretamente a ação penal por meio de peça denominada ‘queixa-crime subsidiaria’, tal como a que foi protocolada nesta data perante o Tribunal Regional Federal da 4.ª Região, que tem competência originária para conhecer e julgar ações penais contra agente público investido nas funções de juiz federal na circunscrição de Curitiba”, diz texto divulgado pela assessoria de imprensa do escritório Cristiano Zanin Martins e Roberto Teixeira..

“Após expor todos os fatos que configuram abuso de autoridade, a petição pede que o agente público Sérgio Fernando Moro seja condenado nas penas previstas no artigo 6.º. da Lei 4.898/65, que pune o abuso de autoridade com detenção de dez dias a seis meses, além de outras sanções civis e administrativas, inclusive a suspensão do cargo e até mesmo a demissão”, alegam os advogados de Lula.

fonte: politica.estadao.com.br

vedi anche Veja

di Thomas Giourgas, traduzione di Haris Lamprou

A parlare è Giorgos Vichas, medico, attivista e cofondatore dell’Ambulatorio sociale metropolitano di Ellinikò (Mkie), ad Atene.

Come è la situazione all’Ellinikò e come possiamo sostenere concretamente questo importantissimo lavoro di solidarietà?

La situazione è la stessa come quella degli ultimi anni. Persino dopo la legge che hanno votato per le persone prive di assicurazione sanitaria che continuano a venire al ambulatorio perché non hanno altra scelta. Sto parlando sia degli assicurati che dei non assicurati.

Ci sono delle malattie che sono in aumento?

Recentemente ci sono le malattie psichiche in aumento. In una sola giornata abbiamo avuto tre casi di persone provenienti dall’ospedale di Dromokaition he sono venuti per prendere le loro farmaci. A un paziente che protestava e faceva ‘casino’ hanno detto che stavano sistemando la farmacia per evitare di dirgli che non avevano i farmaci. In generale, sono aumentati i casi di depressione e il consumo di psicofarmaci. Da semplici tranquillanti sino a pesanti antidepressivi.

Questo aumento è legato alla crisi economica?

È sicuramente legato alla crisi. Il rapporto di Elstat per l’anno 2015 è stato pubblicato. La mortalità infantile è salita al 4%. Era 2,6% nel 2012, passata al 3,65% nel 2013, si stabilizza al 3,75% nel 2014 – dovuto forse questo all’espansione degli ambulatori sociali e al loro ruolo determinante – e poi vediamo una crescita al 4%. Adesso persino le strutture di solidarietà non possono contenere le conseguenze della politica dell’austerità, questo è molto inquietante. Facciamo un appello ai cittadini a portare farmaci di qualsiasi tipo che non sono scaduti o non vicino alla scadenza, e anche latte in polvere per bambini.

Nel settore della salute, vedi delle differenze sostanziali tra il periodo di Pollakis-Ksanthos (Syriza, i ministri attuali) è quella di Georgiadis (ministro precedente durante il governo di Nea Democratia)?

La politica è rimasta uguale. I ministri attuali seguono e gestiscono lo stesso memorandum che seguivano anche i precedenti. I diktat esterni sono determinati in tutti i settori della salute. L’unica differenza è che gli attuali hanno una urgenza che i precedenti non avevano. Salvare qualcosa dal loro ipotetico profilo di sinistra.

Lei ha un’idea di cosa succede nel settore di salute in Europa?

Negli ultimi giorni mi sono trovato a Bruxelles dopo l’invito di sindacati e collettività autogestite in Belgio per discutere del tema della salute in Grecia. Alla fine, abbiamo discusso più dalla situazione belga, la quale comincia a assomigliare a quella in Grecia. Entrano in una fase simile con la nostra. E sono abbastanza preoccupati dalla situazione nel loro Paese. In tutta l’Europa, nei movimenti l’impressione che è la Grecia funzioni come una cavia. Che è là che si producono delle politiche che dopo andranno anche da loro. Dunque la situazione interessa tutti. È inoltre condivisa l’impressione che Syriza ha svenduto la lotta. La parola «tradimento» torna spesso nelle parole della gente dei movimenti europei. Syriza ha creato un grande danno alla sinistra non solo in Grecia, ma anche in tutta l’Europa.

La svolta di Syriza verso i diktat del memorandum avrà degli effetti ai movimenti di solidarietà?

Senza dubbio, e questo lo sto osservando nei ambulatori sociali. Delle persone, dei volontari che sono ancora in Syriza o che hanno una posizione favorevole nei confronti del governo, hanno fatto dei passi indietro sul campo delle richieste e delle lotte.

Qual è la differenza tra carità e solidarietà?

Dentro la solidarietà esiste un rapporto orizzontale. La persona che offre e la persona che riceve solidarietà si trovano in una situazione omologa. Perché questi due ruoli sono frequentemente intercambiabili. È una situazione dinamica. Oggi ho la capacità di offrire, domani mi posso trovare nella posizione in cui ho bisogno di solidarietà. Esiste una relazione reciproca di uguaglianza. Oppure si può facilmente avere questi due ruoli in contemporanea. Mentre nella carità c’è un rapporto unilaterale, statico e autoritario. Quando una persona è caduta per terra, devi aiutarla alzarsi con una mano e con l’altra puntare verso chi l’ha buttata giù. Se non lo fai, hai compiuto un mezzo lavoro perché cadrà di nuovo.

Questo articolo è stato pubblicato dal giornale Dromos tis Aristeras (Strada di sinistra) l’8 novembre 2016

fonte ILMANIFESTOBOLOGNA

La Calabria, la Sicilia, la Campania  avrebbero un servizio sanitario con prestazioni  impresentabili a causa del Titolo V della Costituzione. Non scherziamo e non diciamo sciocchezze propagandistiche: con il titolo V Regioni come Emilia Romagna, Toscana, Veneto hanno realizzato Servizi Sanitari regionali  di buona qualità sempre in presenza dello stesso Titolo V. In questi ragionamenti c'è qualcosa che non funziona: chi ha amministrato male non si nasconda dietro l'alibi del titolo V° !!

Riportiamo un pezzo di propaganda un pò dozzinale:

"Con la vittoria del sì al referendum e la riforma del Titolo V della Costituzione, non ci saranno più differenze tra Regioni in tema di sanità e ci sarà un accesso all'articolo 32 della Costituzione (che tutela il diritto alla salute a tutti i cittadini) uguale in tutto il Paese. " [ , Questa affermazione della ministra è quanto meno ardita: sarebbero state le Regioni ad ostacolare l'attuazione dell'art.32 o, invece le risorse scarse, le ruberie e la cattiva amministrazione di alcune Regioni.....]

Ad affermarlo è il ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin."Abbiamo sentito dire per 17 anni che il tema vero del non funzionamento delle Regioni in Italia per quanto riguarda il tema della sanità era dovuto e causato dal titolo V. Finalmente il Titolo V si cambia, non ci saranno più materie concorrenti (una parte esclusiva dello Stato e una parte esclusiva delle Regioni). Cosa significa nella vita di un cittadino? Vi faccio un esempio: oggi è la giornata del diabete. Un paziente di diabete che sta male e si ammala in una città di una regione italiana, in quella determinata Asl ha in questo momento un percorso diagnostico diverso, un accesso alle terapie diverso, in alcuni posti ci sono centri di riferimento del diabete, in altri no. Questo, se cambia il Titolo V della Costituzione, non sarà più così perchè i piani diagnostici e terapeutici sono normativa generale dello Stato e per il bene comune della persona e le Regioni dovranno applicare delle disposizioni che il Ministero farà in modo concordato e ci sarà un accesso all'articolo 32 della Costituzione uguale in tutto il Paese" fonte ASKANEWS

Il problema non è  quello della omogeneizzazione portata avanti dallo stato centrale: i protocolli diagnostico curativi sono ormai definiti a livello internazionale . Il modo di curare il diabete come dice la Lorenzin non è definito a livello regionale o nazionale, vi sono comunità di pratiche professionali dei diabetologi che definiscono i protocolli  a livello internazionale, ma questa nozione non sembra essere a conoscenza della ministra. Il MinIstero abbasserà i piani diagnostico terapeutici omogeneizzando al ribasso gli standard, si apriranno conflitti con le regioni più avanzate che si sono date servizi di eccellenza. Altro che articolo 32, qui si gioca il ridimensionamento del SSN.

Il problema della centralizzazione della gestione della sanità ha un altro obiettivo, quello della governance della spesa al massimo ribasso per cui non vi sarà più spazio nel servizio pubblico per certe eccellenze  che si sono date alcune regioni come Emilia Romagna Toscana Veneto . La prospettiva è quella di un Servizio sanitario standardizzato povero di risorse,  destinato ai poveri, una specie di Medicare di basso profilo per rispondere ad una domanda debole e incapace di fare rispettare i propri diritti alla salute e alla cura. Per la parte di popolazione con un reddito superiore ai 60 , 70 mila euro saranno offerte polizze  che includeranno le prestazioni ora offerte dal SSN . A  questo serve la centralizzazione del comando in sanità. Quindi dietro la balla delle diseguagliaze generate dal Titolo V*  è sotteso un altro disegno , quello della privatizzazione di fatto del SSN, e l'apertura al business assicurativo delle polizze sanità. Rispondere SI al referendum vuol dire accelerare questo processo di decostruzione del SSN e fare un grande favore alle  grandi compagnie Assicurative .... Questa è la vera eterogenesi dei fini che ispira il disegno di "riforma" della Costituzione.

Il Titolo V°  va sicuramente cambiato ma non nel modo rozzo e maldestro previsto nel testo di "riforma"

PER QUESTI MOTIVI, PER RICOSTRUIRE UN SSN EFFICIENTE BISOGNA VOTARE NO !! E CAMBIARE PRESTO MINISTRO DELLA SANITA'

 

 

fonte Redebrasilatual.com-br  che ringraziamo

Ex-presidente é entrevistado pelo cineasta Oliver Stone e relata as "combinações perfeitas" que levaram ao golpe contra Dilma Rousseff e a criminalização do PT
por Fernando Morais publicado 12/11/2016 14:55
NocauteTV / reprodução

lula_oliver_stone2.jpg

Lula, entrevistado por Oliver Stone e Nocaute: 'terão que ir pra rua disputar comigo'

Nocaute – Em visita ao Brasil para o lançamento de seu filme “Snowden”, o cineasta norte-americano Oliver Stone, ganhador de três Oscar, visitou o ex-presidente Lula, com quem almoçou e a quem entrevistou com exclusividade para o Nocaute.

O próprio Lula inicia a conversa, lembrando a Oliver de um encontro anterior que teve com o cineasta, na Venezuela, quando então a América Latina tinha em Lula, Néstor Kirchner e Hugo Chávez o "o trio que tentava organizar" o continente e que seria desfeito em pouco tempo à frente, especialmente após a morte dos líderes da Argentina e Venezuela, respectivamente.

Na primeira parte da entrevista, Stone ouve de Lula sobre o momento político brasileiro, como se construiu a deposição de Dilma Rousseff e a campanha de criminalização do PT, visando sobretudo a inviabilização de sua candidatura em 2018.

Leia trechos:

Lula: Quando nós dois nos encontramos em Caracas, não, em Maracaibo, era um momento de muito otimismo na América Latina. Nós acreditávamos que estávamos construindo uma estrutura política mais prolongada. Mas aí veio a morte do Chávez, a morte do Kirchner, a minha saída da Presidência. E aí o trio que tentava organizar a América do Sul não existia mais. Foi uma pena. Uma pena. E eu sei que você tinha muita esperança, muita expectativa, mas precisamos começar tudo outra vez. Eu queria lhe dar os parabéns pelo novo filme, espero que tenha muito sucesso, como os outros. Bem vindo ao Brasil.

Obrigado. (...) Eu gostaria muito de ver o senhor ser presidente novamente.

Olha, temos uma guerra aqui no Brasil. No Brasil aconteceu um processo de violência contra a democracia. Há todo um trabalho de construção de uma teoria mentirosa para justificar o afastamento da Dilma e a criminalização do PT.

Eu fico pensando: não teria sentido eles darem o golpe parlamentar que deram e dois anos depois me devolverem a Presidência!

Eu acho que, neste momento, eles trabalham com a ideia de tentar evitar que eu tenha qualquer possibilidade de participar das eleições de 2018. E como eles não podem evitar a decisão do povo, eles estão tentando via Poder Judiciário.

Há uma quantidade enorme de mentiras, as coisas mais absurdas, quem nem uma criança de parque infantil admitiria. E há uma combinação perfeita da imprensa, da Policia Federal e do Ministério Público que constroem, cada um a seu tempo, as mentiras. Só para você ter ideia, de março a agosto o principal canal de televisão aqui do Brasil, no seu principal jornal, teve 14 horas de matéria negativa contra mim. Em cinco meses.

A Rede Globo?

E eu não sei como é que vai terminar, porque eu tenho desafiado eles a provar que algum empresário tenha me dado dinheiro. Eu vou até pedir ajuda pra CIA, para ver se conseguem descobrir uma conta minha no exterior (risos).

Agora, por falta de prova, eles dizem o seguinte: não peçam provas, porque o Lula criou um partido, esse partido é uma organização criminosa, o Lula indicou os ministros para roubar, portanto Lula é o chefe. Eu não tenho provas, eles dizem. Nós não temos provas, mas temos convicção.

Então o que deixa eles preocupados é que quando eles fazem pesquisa de opinião pública eu apareço em primeiro lugar para 2018. Então eu não sei como é que vai ficar. Por enquanto, paciência.

O senhor tem grandes parceiros com quem pode contar, que lhe deem apoio?

Nós entramos com um processo nas Nações Unidas, em Genebra, temos um movimento sindical internacional fazendo campanhas de denúncias, e vamos trabalhar agora os processos juridicamente.

Assista a segunda parte: "Se quiserem me derrotar vão ter que ir pra rua disputar comigo":

Participaram da entrevista Maximilien Arvelaiz e Gala Dahlet

Siamo democratiche e democratici, iscritti ed elettori del Pd, collocati nel vasto campo delle diverse culture politiche della sinistra, del centrosinistra e della cittadinanza attiva da cui lo stesso Pd è nato, decisi a prendere le distanze dalla Riforma Costituzionale oggetto del Referendum del 4 dicembre prossimo.

Non ci convince una riforma che si poteva e doveva fare meglio. Si poteva semplificare senza ridurre la rappresentanza e rendere più efficiente il potere esecutivo senza depauperare le autonomie regionali e locali. Lo diciamo dall’Emilia-Romagna, culla dell'”autonomismo solidale”: una regione che si è sviluppata ed è progredita grazie alle capacità di generare in continuazione progetti e innovazione, resi possibili dalla capacità delle Istituzioni locali, dai Comuni alla Regione, di accrescere e valorizzare le peculiarità e le potenzialità economiche, civili, sociali e culturali dei nostri territori, facendo sistema e senza mai dimenticare i principi della democrazia, del rapporto con i cittadini e con i corpi intermedi di rappresentanza.

Non si tratta di ragionare sulla bontà del superamento del bicameralismo paritario, su cui in pochi hanno avanzato dubbi. Si tratta, piuttosto, di riaffermare, da un lato, equilibri e garanzie istituzionali proprie di un sistema parlamentare più democratico, e dall’altro, prerogative e capacità decisionali della Regione, nella chiarezza e nel rispetto dei compiti propri tra lo Stato e le autonomie locali. Il nostro è quindi un No al disegno centralistico che figura nella riforma; un disegno che, depotenziando il potere dei territori e dei cittadini, si traduce in una regressione della qualità della democrazia rispetto a quello attuale.

Il nostro NO è perché vogliamo una riforma davvero efficace e incisiva. Se fosse vero che è “meglio cambiare comunque piuttosto che stare fermi”, non avremmo dovuto votare negativamente al referendum costituzionale del 2006. E invece, dicemmo No sulla base di una valutazione di merito, perché il cambiamento non è un valore in sé. È un valore se aiuta a risolvere i problemi alla base della crisi economica, sociale e democratica che viviamo oramai da troppi anni.

Votiamo NO perché non ci convince un Senato come quello delineato nella Riforma, che non è un Senato delle autonomie perché non ha abbastanza potere su materie fondamentali per le autonomie, come le aree vaste, il coordinamento della finanza pubblica e dei tributi fra livelli di governo, i costi e i fabbisogni standard.

Votiamo NO perché non vi è garanzia che, con la Riforma, i senatori saranno legati a un rapporto diretto, di fiducia, con i cittadini dei loro territori e non rappresenteranno piuttosto i partiti da cui saranno nominati.

Votiamo NO perché questa riforma genererà ulteriore caos nelle Istituzioni. L’assenza di un meccanismo di conciliazione per i casi in cui Camera e Senato non trovino un accordo sulle importanti materie su cui resta il bicameralismo paritario – trattati europei, riforma costituzionale, ordinamento dei comuni, ecc. – può generare situazioni molto pericolose di stallo istituzionale.

Non ci convince la vulgata che spiega la riforma alla luce della riduzione dei costi della politica, che si sarebbe potuta ottenere con una semplice riduzione dei parlamentari, perché si traduce in un approccio populista e demagogico, che non aiuta un corretto confronto democratico e che favorisce chi sulla demagogia e sulla anti-politica ha costruito le sue fortune elettorali.

Votiamo NO perché la nuova legge elettorale (il cosiddetto Italicum) che, al netto di “aperture”, in questi molti mesi non si è voluto realmente cambiare, combinata con la Riforma Costituzionale, comporterà un vero e proprio stravolgimento della forma di democrazia parlamentare, concentrando il potere nelle mani del governo e di chi lo guida, attribuendo ad un unico partito (che potrebbe essere espressione di una ristretta minoranza di elettori) sia il potere esecutivo che il potere legislativo, per di più con l’iniziativa legislativa che passa dal Parlamento al Governo.

Votiamo NO perché c’è un serio problema di metodo e merito politico: la grave violazione dell’articolo 3 del Manifesto dei Valori del Pd che recita: “La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza, che essa non è alla mercé della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza”, Noi abbiamo fondato o abbiamo aderito a quel Pd e non abbiamo cambiato idea!

Per queste ragioni ci impegneremo nella campagna referendaria per il NO in autonomia e in collaborazione con i Comitati esistenti e creando occasioni per approfondire il merito della questione.

Il nostro è un NO a viso aperto che non gioca su ambiguità politiche e retropensieri, che entra nel merito della sfida referendaria, separandola con nettezza dalle questioni che riguardano l’attuale governo.

Siamo convinti che la nostra scelta, compiuta in coerenza con i nostri ideali e con lo spirito della Costituzione, dia linfa al Pd, al suo costitutivo pluralismo e alla sua nativa connotazione di centrosinistra. Del resto, sulla Costituzione ciascuno di noi è chiamato, come dice lo Statuto del Pd, a decidere nello spirito costituente, prima di tutto da cittadino e da cittadina.

Primo elenco di firmatari< - strong>
Maria Cecilia Guerra, Senatrice Pd
Luciano Guerzoni, Vice Presidente Nazionale ANPI-Ex Senatore
Paolo Trande, Consigliere Comunale Modena-Direzione Regionale Pd
Riccardo Orlandi, Direzione provinciale Pd
Ivan Alboresi, Consigliere Comunale Pd Formigine
Carmelo Belardo, Segretario di Circolo Pd (Modena) – Presidente Quartiere 2
Lorenzo Campana, Consigliere Comunale Pd Nonantola
Renzo Catucci, Consigliere Comunale Pd Sassuolo
Sandra Mattioli, Pd “San Faustino” – Assemblea regionale
Michele Stortini, Segretario di Circolo Pd (Modena)
Michele Andreana, Ex Consigliere Comunale di Modena
Claudio Andreoli, Ex iscritto – Ex Volontario Feste
Sergio Ansaloni, Pd “San Faustino” Modena
Simone Barbieri, Assicuratore – Elettore Pd Modena
Danilo Barbieri, Pd “Buon Pastore” – Militante
Greta Barbolini, Dirigente associativo
Rita Bellei, Consigliera Comunale Nonantola – Vice-Segretaria Circolo
Gianluca Bellentani, Pd Formigine
Gabriele Bettelli, Iscritto al Circolo Pd “Buon Pastore”. Osservatorio APS
Valeria Biancolini, Iscritta Pd “san Lazzaro-Modena Est”
Massimo Bigarelli, Medico – Modena
Gerardo Bisaccia, Dirigente Associativo
Annamaria Borghi, ex iscritta – Volontaria Feste
Roberto Bonfatti, Pd “San Faustino”
Maurizio Borsari, Ex Assessore Modena – Dirigente cooperazione in pensione
Pier Paolo Borsari, Pd Nonantola – Ex Sindaco di Nonantola
Vanna Borsari, Pd Formigine
Paolo Bosi, Docente UNIMORE
Vanis Bruni
Rolando Bussi, Pd “Centro Storico”
Sonia Canadè, Consigliera Comunale Nonantola
Raffaele Caterino, Dott. in scienze della Cultura – Studioso della storia della sinistra
Fausto Cigni, Pd “San Lazzaro-Modena Est” – Assemblea Cittadina Pd, Modena
Salvatore Colucci, Comitati di Circolo Formigine
Renato Cocchi
Giorgio Cozza, Ex iscritto Pd – Pensionato
Ivan Debbi, Pd “San Faustino” Modena
Enrico Gallo, Capogruppo in Quartiere 4 – Assemblea Provinciale Pd
Giorgio Gasparini, Pd Bastiglia – Ex vice-sindaco di Bastiglia
Roberto Gasparini, Consigliere Comunale-Capogruppo – Vice-Segretario Pd, Bastiglia
Ruben Gasparini, Direttivo Circolo Pd “Crocetta”
Ettore Ghidoni, Pensionato, ex dirigente cooperativo, volontario CGIL
Gigi Giordani, Direttivo Pd Pavullo
Maria Paola Guerra, Docente UNIMORE
Daniele Guzzinati, Pd Medolla – Ex Assessore
Gianlorenzo Ingrami, Direzione Pd Sassuolo
Michele Lacirignola, Medico – Modena
Michele Lalla, Docente UNIMORE
Mauro Malavasi, Pd “San Faustino” Modena
Marco Malferrari, Consigliere Comunale Pd Modena
Stefania Marchesi, Dirigente Associativo
Mauro Masetti, Funzionario cooperazione – ex segretario Pd Centro Storico
Tonino Mazzucchelli
Pasquale Palermiti, Militante
Angelo Panzetti, Pd Nonantola
Arnaldo Parmeggiani, Iscritto Pd Modena
Brunella Piccinini, Direttivo Circolo Pd “Crocetta”
Antonio Rossi, Consigliere Comunale “Lista Civica Pistoni” Sassuolo
Enrico Rinaldi, Circolo Pd “San Faustino” – Storico Volontario Feste
Giovanni Romagnoli, Ex Assessore Modena e regionale
Uliana Roncagli, Ex iscritta-Ex Volontaria Feste
Armando Rossi, Pd “San Faustino”
Leda Roversi, Pd “Buon Pastore” – Assemblea Provinciale
Sergio Rusticali, Assemblea Cittadina Pd Modena
Gina Sacchetti, Volontaria SPI – CGIL
Mario Scianti, Elettore – Ex Funzionario pubblico in pensione
Loretta Sgarbi, Volontaria SPI-CGIL
Valentina Solfrini, Pd Castelnuovo Rangone
Luca Sitta, Segretario Circolo Tematico Modena
Nadia Soliani, Pd Modena
Enio Superbi, Direttivo provinciale ANPI – Direttivo Pd Finale Emilia
Vincenzo Walter Stella, Consigliere Comunale Modena – Segretario di Circolo
Giovanni Stigliano, Ex assessore ed ex segretario Pd Bomporto
Simone Tazzioli, Segreteria Pd Sassuolo
Luciano Tomassia, Pd “Buon Pastore” – Storico Volontario Feste
Rita Tonus, Consigliere Pd Q2 Modena
Gianni Tosi, Pd “San lazzaro-Modena Est”
Patrizia Villani, Ex Segretaria Circolo – Direzione provinciale Pd
Lauro Vignudelli, Segretario di Circolo Pd (Modena)
Ivan Zanni, Pensionato – Modena
Gigliola Zanni, Elettrice – Modena
Mauro Zanni, Ex iscritto Pd San Cesario SP
Tiziano Zanni, Direttivo Pd Sant’Agnese
Romano Zanotti, Direttivo Pd “San Lazzaro”
Alfredo Zetti, Pd “Crocetta” – Assemblea Cittadina
Alberto Zini, Elettore – Consulente del Lavoro – Docente Unimor

 

di Michael Moore, da facebook.com

1. Restituire il Partito Democratico al popolo. Ha fallito miseramente.

2. Licenziare chi ha fatto previsioni sbagliate: esperti, profeti, sondaggisti, chiunque del mondo della comunicazione si sia rifiutato di ascoltare o riconoscere cosa stava realmente accadendo. Quegli stessi parolai ora ci diranno che dobbiamo “superare le divisioni” e “unirci”. Diranno ulteriori balle nei giorni a venire. Spegneteli.

3. Ogni membro democratico del Congresso che oggi non si sia svegliato con la voglia di combattere, resistere e ostacolare come hanno fatto i repubblicani con Obama tutti i giorni degli ultimi otto anni, si faccia da parte e lasci il posto a chi è pronto ad arginare la follia che sta per cominciare.

4. Basta dire che siete “scioccati” e “sconvolti”. Dovreste piuttosto dire che avete vissuto in una bolla e non avete fatto attenzione ai vostri fratelli americani più disperati. Per anni sono stati ignorati da entrambi i partiti, la rabbia e la voglia di vendetta contro il sistema non ha fatto che aumentare. Poi è arrivata la star della tv il cui piano era distruggere i partiti, quindi la vittoria di Trump non è una sorpresa. Trattare Trump come fosse uno scherzo non ha fatto che renderlo più forte. E’ una creatura dei media, ma anche una creazione dei media.

5. Hillary ha vinto il voto popolare, ricordatelo a chiunque incontrate. La maggioranza dei votanti l’ha preferita a Trump. Punto e basta. E’ un dato di fatto. L’unico motivo per cui lui è stato eletto presidente è una folle e arcana idea datata diciottesimo secolo e chiamata Collegio elettorale. Finché non la cambiamo, continueremo ad avere presidenti che non abbiamo eletto e che non vogliamo. Viviamo in un Paese dove la maggioranza è d’accordo sul cambiamento in atto, sulla parità di salario fra uomini e donne, sull’educazione libera da debiti. Una maggioranza di cittadini che non vuole invadere altri paesi, vuole un aumento del salario minimo e un sistema sanitario che funzioni, insomma una maggioranza che ha posizioni “liberali”. Ci manca solo la leadership liberale per realizzare tutto questo.

(11 novembre 2016)

Raniero La Valle

Discorso tenuto il 9 novembre nell’Auditorium Fabia Gardinazzi di Viadana (Mantova).

Il 9 novembre al Centro Sociale di Salerno ho partecipato a un incontro sul referendum il cui titolo era: “Le ragioni del Sì, quelle del No, le ragioni del dubbio”.
Il prof. Alfonso Conte che mi interrogava mi ha rivolto una domanda cruciale: “davvero se si vota Sì si innesca una deriva autoritaria, ed è a rischio la stessa democrazia? E si può pensare che un Renzi, che cita La Pira e vanta una formazione da scout, proponga una riforma che è contro i poveri e manca di lealtà verso la democrazia?”.
A questa domanda ho risposto appellandomi alla terza delle tre ipotesi in discussione: le
ragioni del dubbio.
Non è certo che con la nuova Costituzione della Boschi e di Renzi si prepari un futuro
autoritario e che la democrazia vada perduta. E’ vero, si diminuiscono le difese e si aprono dei varchi, ma non si può dare per certo che la democrazia perisca, né che, al contrario, essa continui e si rafforzi. Sulla scorta delle analisi dei maggiori costituzionalisti, è lecito il dubbio; anzi proprio il dubbio è la posizione più ragionevole.
Ma il problema è: quando sono in gioco la democrazia, la pace sociale, i giusti rapporti tra il popolo e il potere, possiamo permetterci il dubbio? Noi sappiamo bene quanto questi valori, di recente acquisiti, siano costati, in lotte, dolori e sangue; sappiamo quanto sia vitale che mai più siano perduti e sappiamo che cosa essi valgano per noi e per i nostri figli, proprio i figli a beneficio dei quali si dice che sarebbero fatte “le riforme”. Possiamo giocare d’azzardo, mettere sul tavolo verde democrazia e libertà, nel dubbio scommettere che il potere non abusi dei suoi nuovi artigli, in nome di procedure più stringenti e spicciative?
Se il dubbio non è rimosso (e non è nemmeno il cambiamento della legge elettorale che
potrebbe scioglierlo) e la democrazia è a rischio, occorre far ricorso, al principio di precauzione che è quello che si deve adottare quando sono in gioco valori supremi, come la stessa vita. E’ questo ad esempio il principio che viene invocato nelle discussioni sul futuro della terra, quando si dibatte se davvero il sovvertimento climatico provocato dall’uomo possa mettere fine alla vita sulla terra: nel dubbio, e prima che l’irreparabile accada, responsabilità vuole che si faccia la scelta dettata dal principio di precauzione; devono essere bloccate o diminuite le possibilità stesse che ciò accada.

Questa scelta di responsabilità tanto più deve essere fatta quando con l’elezione di Trump in America tutte le previsioni, anche le più scontate, sono saltate; il fallimento della globalizzazione (che è in realtà il nuovo nome del capitalismo), l’incapacità della politica a dare risposte al problema di 62 milioni di fuggiaschi, di profughi e di migranti gettati nel mondo, stanno provocando reazioni angosciose negli elettorati e hanno aperto una nuova fase nella storia del mondo, in cui tutto è possibile.
Non sono colpite le ideologie, ma la vita, le case, gli ambienti vitali, il futuro delle persone.
Guerra ed esodo, che ci sono sempre stati, stanno assumendo, con la loro pervasività universale, caratteristiche nuove e distruttive non solo delle cose, ma del nucleo più profondo della personalità umana.
Una psicoterapeuta, adusa alla frequentazione di queste sofferenze, Anna Sabatini Scalmati, così ha evocato questi due fenomeni in una relazione a un convegno su “Psicoanalisi e luoghi del trauma sociale”, tenutosi il 22 ottobre a Lecce.
“Nelle aree di guerra – ha detto Anna Sabatini – la morte lavora all’ingrosso, conta il
numero dei ‘colpiti’ con cifre a più zeri, annienta la vita psichica; i bombardamenti trasformano in cumuli di macerie i luoghi di culto; i monumenti – rimandi culturali eretti a memoria di eventi fondativi della comunità; le abitazioni civili, gli edifici che il contratto sociale ha eretto a protezione della vita: ospedali, scuole, palazzi della politica, istituti culturali, ecc…
“La guerra mette tra parentesi l’interdetto delle tavole della legge, rende lecito l’uccidere,
ottunde l’autorevolezza dei garanti metasociali, svilisce la Dichiarazione universale dei Diritti.
Distrugge le infrastrutture: la rete idrica, elettrica, i ponti e le linee di comunicazione. Semina la terra con mine antiuomo, rende insicure l’agricoltura e la pastorizia: antiche, primarie fonti di sussistenza.
“La guerra opacizza il lutto. Dei bombardamenti si conosce il numero approssimativo dei morti; ma il macroscopico oblitera il microscopico. Si piangono i singoli, non le migliaia; più il numero è grande, più l’individuo, la singolarità, l’unicità della sua esperienza, scompare.
“Sulla scia della guerra avanza lo spettro della fame e l’alito malsano della miseria.
L’angoscia si duplica e macula l’orizzonte di paure.
“La paura discende dal cielo che – da regno del sole e della luna, da reggia dell’olimpo, del dio delle religioni monoteiste, a cui per millenni l’umanità ha offerto sacrifici, rivolto preghiere, bruciato incenso e tratti presagi dal volo degli uccelli – è divenuto un inverecondo arsenale di morte. Dai suoi spazi solcati da fortezze volanti – F16, droni, caccia, ecc. – precipitano sulla terra uragani di bombe.
“La paura sgorga dal mare sulle cui acque navigano portaerei, sottomarini atomici.
“La paura abita la terra ove avanzano rombanti le truppe amiche e nemiche e, nei luoghi ove
pulsa la vita quotidiana, esplodono i kamikaze.
“Paure che sopravanzano ogni pensiero, tingono di vergogna l’immagine dell’umano che reca la morte a sé e al simile, rendono nefasta la stanzialità e impossibile la continuità della vita sulla terra degli antenati. La paura rizza la pelle e nel contempo chiede di prendere atto della realtà, di ciò che non si può pensare fino in fondo: abbandonare la terra, la casa, le mura che, mute testimoni dei linguaggi affettivi, dei progetti dell’intimità coniugale, dai vagiti dei nuovi nati, hanno protetto il sonno dopo pesanti ore di lavoro e assistito al ‘supremo scolorir del sembiante’ di coloro che vi sono deceduti. Abbandonare la casa, pelle seconda, esterna, pregna di proiezioni, consce e meno, del proprio ‘Io/ambiente/mondo, è una decisione lacerante.
“La sopravvivenza, la razionalità, suggerisce la fuga, ma la mente – appesantita da oscure paure – fa fatica a sostenerla. Si preparano i fagotti, si serrano le porte, ma le gambe tremano, un’inedita vulnerabilità le soverchia; uno stato di insensatezza dissolve il senso dell’esistenza”.
E riguardo allo sradicamento di uomini e donne in fuga dalla loro patria, e al rifiuto di
accoglierli, la relatrice dice: “Non indignarsi di fronte ai fatti che sbarrano la strada alle popolazioni in fuga da una morte certa ci spoglia di ogni innocenza.

Tra le vittime e gli oppressori, sottolinea Escobar, ‘tra chi fa e chi guarda non c’è un confine netto, ma un’area grigia nella quale gli ‘innocenti’ rischiano di
trasformarsi in complici. Si tratta di un rischio che riguarda tutti, e che a tutti tocca di valutare’.
“L’imponente flusso dei profughi dei nostri giorni avanza con rischi che l’intera comunità è chiamata ad affrontare affinché le diversità culturali non degenerino in metastasi sociali e non umilino con divieti paranoici – no al Burqa, no al Burqini – la comunità. Lo ‘spettro che si aggira per l’Europa’, non è l’umanità in cerca di salvezza, ma l’intolleranza verso l’altro, il diverso.
Intolleranza che corrompe le coscienze, virus che con inattesa rapidità infetta intere nazioni e rende il vicino di ieri il nemico di oggi”.
E chi deve rispondere, chi deve curare queste patologie? Gli psicanalisti? I medici? Le
guardie di frontiera, la protezione civile? No, la politica; solo la politica può correggere i guasti della globalizzazione, può aver ragione della guerra, può dare risposte al dramma di un’umanità che è una, ma che oggi è divisa tra residenti e profughi, tra stanziali e fuggiaschi, tra cittadini e stranieri, tra necessari ed esuberi, tra presi e scartati. La politica, e naturalmente le Costituzioni e, più ancora, il costituzionalismo, sono le grandi risorse di cui ci siamo dotati per maneggiare le crisi.
Resta la domanda: si può pensare che riformatori che vengono da tradizioni democratiche, da esperienze cristiane, da ideologie di sinistra, con le loro ostinate proposte di riforma vogliano mettere a rischio costituzionalismo e democrazia?
Respingendo qui la tentazione del dubbio, si può rispondere di no. Però spesso in politica c’è un’eterogenesi dei fini. Per calcoli sbagliati, o incauti, o un’insufficiente etica pubblica, si può aprire la strada a esiti non voluti. A vedere certe esibizioni sul referendum, soprattutto quelle televisive, si direbbe che questa riforma sia più frutto di ignoranza che di cattiveria. Ma questo rende ancora più doverosa l’adozione del principio di precauzione, e tanto più dopo la vittoria di Trump, che mostra che cosa succede quando a governare sono le banche e il denaro, e la gente cerca un’altra offerta politica. E se le offerte politiche alternative non sono all’altezza della sfida, come ultima difesa resta la Costituzione.
Chi ha il potere e maldestramente lo usa, può finire, e condurre altri, dove non voleva. C’è una figura famosa in letteratura che è quella dell’apprendista stregone. Quando ero giovane non ero abbastanza colto da aver letto la ballata di Goethe L’apprendista stregone ispirata a un testo di Luciano di Samosata, però fui colpito dal film Fantasia di Walt Disney, in cui l’incauto apprendista per rubare il mestiere al maestro stregone mise in movimento delle forze incontrollabili che non fu più in grado di far rientrare nell’ordine. Anche se gli apprendisti stregoni sono in buona fede, basta un No per impedire loro di nuocere.
Raniero La Valle

FONTE LIBERTAEGIUSTIZIA.IT  CHE RINGRAZIAMO . EDITOR

 

Intervista di Rossella Guadagnini al generale Fabio Mini (*)

Riforme, democrazia, governabilità e inganni. Ne parliamo con una voce fuori dal coro, un uomo che per 46 anni è stato nelle Forze Armate e oggi si definisce molto progressista. Ci racconta di una legge ‘immaginaria’ e di un Parlamento ‘defraudato’, di una maggioranza non rappresentativa del Paese e di una ‘guerra fredda interna’ all’Italia. Di spazi informativi pubblici a favore del marketing governativo e di una grande festa della dis-unità a cui, volenti o no, siamo tutti invitati.

D. Generale Fabio Mini cosa pensa delle riforme costituzionali?

R. Non sono contrario alle riforme costituzionali, ma sono nettamente contrario a questa riforma. Respingo il sillogismo che chi vota “sì” vuole un’Italia “efficiente, stabile e responsabile, e quindi capace di esercitare il suo ruolo in Europa” e chi vota No vuole “un’Italia idiosincratica ed eccentrica, eternamente prigioniera delle proprie ombre”. E’ un sillogismo apodittico che squalifica sul piano intellettuale chi lo propone e offende chi non lo condivide. E’ il primo segnale che la riforma proposta intende dividere gli italiani ed io penso invece che una Costituzione debba unire i cittadini.

D. Il fronte del No è molto variegato e ispirato da ideologie addirittura opposte: come si conciliano?

R. Personalmente, mi schiero con il No proposto da un Movimento di cittadini e non da un partito, mi riconosco negli idealisti e non negli ideologi, nelle persone responsabili che pensano al futuro dell’Italia unita e non in coloro che operano per dividerla ulteriormente e  intendono affondare la nave per assumere il comando di una scialuppa. Non condivido l’obiezione che il No sia improponibile perché voluto anche da partiti e movimenti d’ispirazione fascista, veterocomunista, populista e quant’altro, che vogliono soltanto la caduta del governo. Non condivido le loro finalità, ideologie e prassi, ma riconosco legittime e fondate alcune delle loro motivazioni. Sono infatti queste comuni motivazioni a fare del No un fronte trasversale espressione di molte anime, e non di un pensiero unico, e quindi – nel suo complesso – essenzialmente democratico.

D. Con il No cosa succederebbe al Governo ?

R. Non collego il No alla caduta del Governo. Penso che sia stata una grossa sciocchezza legare il Referendum alla sopravvivenza politica del capo del Governo: un narcisismo inopportuno che non è finito con la tardiva e strumentale ammissione dell’errore. Anzi è stato fatto qualcosa di peggio, perché tutto l’esecutivo, a partire dal suo vertice, ha riversato sull’Italia la prospettiva di fallimento e sfascio nazionale in caso di prevalenza del No, alimentando così la disunione all’interno e i sospetti d’instabilità nazionale all’esterno. Viste le conseguenze in campo internazionale e nella speculazione economica a danno dell’Italia, questa operazione, in altri tempi e Stati, sarebbe stata considerata e perseguita come “Alto tradimento”. Da noi è una “furbata”. Dopo il voto ciascuna parte politica dovrà trarre le conclusioni e agire di conseguenza, ma se il Referendum non realizza una massiccia affluenza alle urne nessuno potrà veramente cantare vittoria: avrà perso l’Italia. E il conteggio dei voti dovrà far riflettere invece di far gioire. La prevalenza risicata del “si” inasprirà ancor di più il clima politico e indurrà il Governo a irrigidirsi su posizioni non condivise. Secondo me, tutto questo porterà nel giro di breve tempo alla fine dell’esecutivo o della stessa legislatura. Se dovesse prevalere il No, tecnicamente sarebbe soltanto il rinvio della Riforma e con questo Parlamento il Governo potrebbe restare in carica fino al termine di legislatura. Ma gli equilibri politici sarebbero mutati e il Governo non potrebbe imporsi sul Parlamento come ora. Non è detto che questo sia necessariamente un male. Inoltre, se oggi il No di altri gruppi tende solo allo sfascio del Governo bisogna riflettere sulle ragioni e le responsabilità di tale atteggiamento. In questi ultimi anni il dissenso democratico non ha avuto né attenzione né alternativa onorevole. Quando quasi mezzo Parlamento è costretto a lasciare l’aula, per non essere coinvolto in uno schema  che non condivide e i restanti festeggiano come allo stadio, si celebra l’effimera vittoria di una parte e si detta il necrologio della democrazia.

D. Entrando nel merito della riforma, perché vota NO?

R. E’ stato detto che questa riforma, “dopo un dibattito trentennale infruttuoso e controverso”, era diventata improcrastinabile. Non è stato detto che la controversia non derivava dalla carenza di norme, ma dalla necessità (riconosciuta dalle stesse commissioni bilaterali e da tutti gli altri proponenti di riforme alla Costituzione) di procedere alle riforme con il più largo consenso delle forze politiche. Lo stesso meccanismo dell’articolo 138 della Costituzione, prevedendo più esami incrociati tra Camera e Senato, cauti passi successivi e tempi di riflessione intendeva promuovere un largo consenso. Tant’è che nel caso esso fosse venuto a mancare si prevedeva la possibilità di ricorrere alla consultazione diretta del popolo. Ora, si è arrivati a questa riforma pasticciata e opaca perché invece di ricercare il largo consenso si è preferito imporre la volontà di una maggioranza non rappresentativa della Nazione. Abbiamo assistito a manovre di qualsiasi genere, a ricatti politici, disinformazione, emarginazione dei dissidenti o soltanto dei non favorevoli, sostituzione di membri di commissioni parlamentari scomodi, agitazione di spauracchi, promesse populistiche, ghigliottine, canguri, sedute fiume e molto altro. Di peggio è avvenuto nell’ombra. La forma non è stata violata, ma il metodo si è rivelato ingiusto e scorretto perché nel frattempo la rappresentatività parlamentare e governativa era passata, con successive “porcate” e “leggi incostituzionali”,  dal sistema proporzionale a quello maggioritario a sbarramento. E soprattutto perché le finalità della riforma erano e rimangono tanto confuse da giustificare ogni sospetto di manipolazione.

D. Lo ritiene un fenomeno nuovo?

R. No, ma nel passato, quando gli obiettivi delle riforme costituzionali erano chiari, puntuali e condivisi sono state promulgate leggi costituzionali senza difficoltà. Dal 1948 ad oggi sono state approvate 38 leggi costituzionali tra cui provvedimenti importanti come le pari opportunità, l’abolizione della pena di morte anche per i reati militari in tempo di guerra, il voto degli italiani all’estero, l’estradizione per delitti di genocidio, il giusto processo, il pareggio di bilancio ecc. I problemi si sono posti quando le riforme si presentavano strumentali o soltanto imparziali e soprattutto quando rispecchiavano interessi di potere particolari e clientelari.

D. La riforma vorrebbe snellire la burocrazia legislativa, ridurre i costi della politica.

R. Purtroppo questa riforma non snellisce e non fa risparmiare. Si sarebbe invece risparmiato molto utilizzando strumenti legislativi ordinari senza scomodare la Costituzione. E anche ammettendo che ci sia qualche risparmio sul piano contabile, la riforma comporta costi enormi  in credibilità delle istituzioni, bilanciamento dei poteri e quindi in democrazia. Non sono costi teorici o morali, a ognuno di tali elementi sono collegate pratiche politiche e amministrative che se non adeguatamente controllate generano corruzione, sprechi, abusi di potere, imposizioni di tasse esose, aumento del debito e dissoluzione dei rapporti di fiducia tra Stato e cittadini. E’ vero, ci è stato detto che   “Abbiamo bisogno di capacità decisionali e di procedimenti legislativi più rapidi e non di un sistema immaginato e pensato a quei tempi, in cui forse si credeva si dovesse decidere raramente”. Ebbene, dobbiamo ricordare che  la rapidità non è sinonimo di migliore qualità o efficacia dei provvedimenti. Anzi. Siamo ancora impantanati  nei problemi creati dalla fretta dei governi e dalle loro false priorità. Inoltre, il sarcasmo fuori posto è sempre una forma di denigrazione e, in questa frase, è chiara la volontà di delegittimare un’Italia che i denigratori  non hanno né conosciuto né studiato.

D. Cosa trascurano?

R. Più che trascurare, in realtà non sanno e quindi non possono nemmeno ricordare. Questo progetto fa parte dello schema di rottamazione non di ciò che non funziona, ma di ciò che non si conosce. Siccome l’ignoranza è molta, non deve stupire che la cosiddetta rottamazione colpisca a vanvera in molti settori. Se i denigratori non possono ricordare, potrebbero ascoltare, ma di solito l’ignoranza va di pari passo con l’arroganza e perciò bisogna accontentarsi di dire cose che non ascolteranno mai. Noi però possiamo ricordare che quel sistema immaginato nel 1948 è stato realizzato e ha preso le decisioni più difficili della nostra storia. Con successi e insuccessi abbiamo recuperato credibilità internazionale, risollevato l’economia, affrontato emergenze naturali senza scandali, combattuto il terrorismo e la mafia, ristrutturato le Forze Armate e le abbiamo spedite in ogni angolo della Terra a rappresentare l’Italia e abbiamo raggiunto il quarto posto fra sette delle maggiori economie (G-7). Poi, con una breve stagione di “decisionisti” e  fantasiosi innovatori abbiamo decuplicato il debito nazionale, aumentato la disoccupazione e il precariato, diminuito la nostra competitività. Infine, grazie alle virtù taumaturgiche del mercato, dei tecnocrati e dei rottamatori abbiamo centuplicato il debito e siamo stati malamente coinvolti in una crisi che non ci avrebbe riguardato così da vicino, se non avessimo avuto immaginifici finanzieri di Stato e speculatori privati rivolti esclusivamente allo sfruttamento delle bolle finanziarie.

D. E oggi come siamo messi?

R. Andiamo a votare per una legge veramente immaginaria e siamo più deboli in Europa, sminuiti nella capacità di sicurezza,  succubi delle decisioni altrui, allontanati dai tavoli di discussione globali ed europei, ultimi nella graduatoria del G7, incapaci di provvedere al rilancio dell’economia e costretti ad elemosinare non denaro (che nessuno regala), ma la possibilità di fare altri debiti. Non si può addossare la responsabilità di tutto questo solo al sistema bicamerale o ai governi del passato. Negli ultimi dieci anni sono state approvate più leggi richieste dal Governo che quelle promosse dal Parlamento. In alcuni periodi delle legislature passate e di quella presente si è legiferato con le procedure di urgenza su cose che non erano affatto urgenti, si sono blindate leggi e leggine d’iniziativa governativa (109 in questa legislatura), facendo ricorso eccessivo ai colpi di maggioranza, alle deleghe al governo (13 a quello attuale su temi  fondamentali come lavoro, scuola, comunicazione pubblica ecc.) e al voto di fiducia al governo (ben 56 volte negli ultimi due anni e mezzo). Oggi non andiamo a votare per migliorare, ma per  istituzionalizzare un Parlamento defraudato del potere legislativo e assoggettato al potere esecutivo molto di più di quanto non lo sia già ora.

D. Un altro elemento su cui insistono i fautori della riforma è la governabilità. Argomento convincente, a suo parere?

R. La “governabilità è ormai un dogma. Ma non è un’invenzione di oggi. Il tema è stato sollevato per primo da Bettino Craxi (fine anni ‘70), quando con i voti di un partito largamente minoritario voleva guidare per sempre l’intero Paese. Non a caso parlava di governi di legislatura (che stessero al governo “certamente” almeno per turni di 5 anni) o di “governo presidenziale”, pensando di diventare presidente. Ma i governi erano comunque coalizioni di grandi partiti che godevano anche dell’appoggio esterno di alcune opposizioni. La democrazia non era in pericolo, semmai era evidente l’insofferenza di un leader carismatico nei confronti dei grandi partiti. Lo stesso tema fu affrontato da Spadolini nel 1982 in maniera geniale, anche se inattuabile. Anche lui leader carismatico, esponente di un partito abbondantemente minoritario, ma giuridicamente molto più preparato di Craxi, individuò il collante fra le coalizioni, non nell’egemonia del partito più numeroso, ma in una presunta forza istituzionale del Presidente del Consiglio. Di fatto, sostituiva la forza dei partiti con la forza del ruolo di Capo del Governo. Intendeva istituire il “regime del primo ministro” al posto del “regime dei partiti”. “Perché -diceva- il governo della Repubblica deve governare anche per chi gli vota contro, anche per i senza partito, anche per gli extraparlamentari, anche per chi ancora non vota e voterà domani». Era una proposta al limite della liceità costituzionale e valeva finché ci si credeva. Ma lui era Spadolini e governò a modo suo, non per molto, ma senza modificare una sola virgola della Costituzione. Nel caso si fosse resa necessaria una riforma, Spadolini ebbe a dire: “Il governo ricercherà sempre con l’opposizione lo “idem sentire de Constitutione”. Questa riforma è lontana anni luce dall’idem sentire di Spadolini e di tutti i Padri costituenti. Non vuole eliminare “il regime dei partiti”, ma istituire il regime di un partito, anche se oggettivamente non maggioritario, come lo sono tutti i grandi partiti di oggi.

D. E’ stato detto che la riforma è necessaria per realizzare “un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione Europea, Stato e Autonomie territoriali”.

R. Magari lo fosse, e magari fosse stato spiegato chiaramente cosa sarebbe necessario. E’ stato invece raffazzonato un discorso che parla di razionalizzare “alla luce dei provvedimenti già presi in relazione allo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”. Sono parole testuali della proposta, ma più che un proposito, lo sproloquio sembra una “captatio benevolentiae” nei confronti dell’Europa. Una inutile piaggeria, che non ha più senso visto che l’integrazione europea è più lontana che mai, la governance europea è in crisi grazie anche agli atteggiamenti estemporanei del nostro governo (prima, durante e dopo Bratislava) e che nella cosiddetta riforma non c’è nulla che risponda alle sfide “dell’internazionalizzazione economica”. Oggi in campo internazionale siamo ad un livello di guerra fredda molto vicino alla guerra calda tra blocchi contrapposti, come nel 1946, in Europa, in Asia e quindi in tutto il mondo. Gli equilibri stanno cambiando rapidamente e in modo pressoché incontrollato. Gli stessi Stati Uniti non sanno dove andare e domani forse scopriranno di non voler e non poter andare da nessuna parte. Oggi, in Italia siamo sicuramente in piena guerra fredda interna: da vent’anni siamo prigionieri di una dicotomia fra destra e sinistra che ancora parla di comunismo e fascismo. Grazie all’arroganza di partiti personalizzati il Paese è spaccato apparentemente in due, ma sostanzialmente in cento pezzi.

D. E’ una questione che riguarda esclusivamente i partiti politici?

R. No, è dovuta anche all’avidità dei poteri economici, industriali e finanziari che sostengono i partiti per i propri interessi, i quali non necessariamente coincidono con l’interesse collettivo, meno che mai con il bene pubblico. Ma i partiti hanno un’aggravante: hanno interpretato l’articolo 49 della Costituzione come l’investitura di ciascuno di essi alla rilevanza costituzionale. Il segretario di un partito si sente – e di fatto è stato considerato dagli stessi presidenti della Repubblica – come un “organo costituzionale”. In realtà l’articolo 49 stabilisce la libertà dei cittadini di associarsi in partiti, ma non assegna a essi altra funzione se non quella di permettere che i cittadini concorrano con metodo democratico a determinare la politica nazionale. La rilevanza costituzionale è dei cittadini, non dei partiti. In realtà i tre partiti maggiori del panorama italiano non assicurano affatto il metodo democratico, ma quello monocratico o al massimo oligarchico, autoritario e personalizzato. Non danno alcuno spazio di dissenso al loro interno e sono da tempo impegnati in una delegittimazione reciproca che ha prodotto la sclerosi delle strutture interne e la completa sfiducia dei cittadini nella politica in generale.

D. Eppure questa riforma è passata con l’avallo del Parlamento.

R. Certo, ma non nella misura necessaria alla sua promulgazione. Tant’è che andiamo al Referendum proprio perché non è stato raggiunto l’accordo richiesto dalla stessa Costituzione. In compenso ci è stato detto che questa riforma ha rispettato tutti i parametri costituzionali e democratici. In realtà, l’iter di questa riforma, come quella bocciata nel 2006, è stato caratterizzato dalla prevalenza del metodo “a colpi di maggioranza”, abbandonando l’equilibrio previsto dalla Costituzione tra leggi “consensuali” e “maggioritarie”.  Si è invece rafforzata la presunta equivalenza fra principio democratico e principio maggioritario. Le modifiche alla Costituzione o alla forma di governo e della rappresentanza (come nel caso della legge elettorale) scaturiscono dalla convenienza della maggioranza di turno: nel periodo 2000-2015, ben nove (su dieci) leggi di revisione della Costituzione sono state approvate con i soli voti della maggioranza parlamentare, senza cercare larghe intese all’interno delle forze.

D. La nuova legge ha il sostegno di intellettuali, sindacalisti, forze economiche e finanziarie.

R. Non mi sorprende. Molti sono in buona fede perché attratti dal canto delle sirene sui risparmi e sulla limitazione dei politici o soltanto dalla voglia di punire il sistema o i partiti avversari. Alcuni poteri cosiddetti forti sono attratti dalla prospettiva di avere un governo a propria disposizione. Altri pensano alla pancia quotidiana e sostengono chi promette di più o elargisce elemosine elettorali. Qui il governo ha buon gioco perché è l’unico in grado di promettere, anche se sa benissimo di non poter mantenere. Ma è soltanto un escamotage che deve durare un mesetto ed è una sorta di competizione sleale perché gli oppositori, non essendo in campagna elettorale per la legislatura, non possono promettere niente altro che la fine del governo. Aumentando così l’incertezza di chi spera nei bonus e la diffidenza degli stranieri.

D. A detta dei fautori del Sì, non vengono alterate le Istituzioni democratiche. E’ così?

R. Secondo la definizione socio-economica più moderna e coerente, lo scopo di una “Istituzione” (e il Senato è una Istituzione) è quello di garantire la corretta applicazione delle  norme stabilite tra l’individuo e la società o tra l’individuo e lo Stato, sottraendole  all’arbitrio individuale e all’arbitrio del potere in generale (Haidar J.I.-2012). Ebbene, questa riforma nega e offende le Istituzioni democratiche: nei fatti stravolge l’impianto istituzionale dello Stato aumentando l’arbitrio individuale, o di un gruppo, e l’arbitrio del potere in generale. Il mio non è un giudizio teorico o di principio. Come uomo, soldato e cittadino con oltre 46 anni di servizio nell’ambito di una istituzione fondamentale come le Forze Armate, deputate alla difesa della Patria, anche in guerra, non posso condividere una riforma che sottrae al Parlamento la decisione sulla più drammatica evenienza di uno Stato: la dichiarazione di guerra. La norma proposta indica infatti nel Governo, attraverso la sua ovvia e artificiosa maggioranza monocamerale, il responsabile di tale decisione.

D. Ma la guerra non è un’evenienza remota?

R. E’ vero che sul piano pratico la cosa può sembrare ininfluente: nessuno più dichiara apertamente la guerra, ad eccezione degli Stati Uniti che ormai scendono in guerra per ogni cosa. Ma anche loro, pur chiamando ‘guerra’ qualsiasi sforzo interno ed internazionale, pur individuando nemici in ogni interlocutore, pur usando gli strumenti di guerra come prima risorsa d’emergenza e pur avendo inventato la guerra preventiva che non previene, ma anzi anticipa la guerra, sono ben attenti ad evitare con cura qualsiasi dichiarazione formale di guerra. Oggi, specialmente da parte dei Paesi europei e della Nato, la guerra si fa senza dichiararla o semplicemente cambiandone il nome. E, comunque, neppure l’impegno della Nato nella difesa collettiva (articolo 5 del Trattato) costringe in modo automatico ad intervenire con le armi. Ogni Paese membro può (e deve) scegliere in che maniera contribuire alla difesa collettiva.

Tuttavia, se la norma che equipara la dichiarazione di guerra a qualsiasi altro atto amministrativo può sembrare ininfluente sul piano pratico, non lo è affatto sul piano istituzionale e della filosofia del diritto. In questo caso, l’abolizione del bicameralismo perfetto è la chiara manifestazione della volontà di banalizzare il ruolo delle istituzioni a partire dall’atto più drammatico delle loro funzioni: la deliberazione sulla guerra. Il Parlamento riformato ha uno squilibrio a favore della Camera e questa, per effetto della legge elettorale maggioritaria e dei premi di maggioranza esagerati, ha uno squilibrio a favore del Governo. Di fatto, il nuovo Parlamento e lo stesso Governo cessano di essere organi legislativi rappresentativi di tutto il Paese e perdono la qualità fondamentale per autorizzare la guerra in nome del popolo italiano e quindi anche la facoltà di assumere ogni altra decisione che comporti analoghi sacrifici per tutta la popolazione e il trasferimento di risorse, poteri e funzioni da una istituzione all’altra.

D. Sono squilibri pericolosi ?

R. Nella sostanza sì. Se tali squilibri consentono di accelerare le decisioni del Governo in nome della cosiddetta governabilità, non è detto che favoriscano solo i provvedimenti giusti ed equanimi, adottati in nome e per conto del bene pubblico. Abbiamo continuamente esperienze di provvedimenti ad personam e a favore di gruppi di potere e di avventure che non hanno nulla a che vedere con il bene pubblico. Il Senato riformato  che non è più una Istituzione, perché non ha poteri equilibratori nell’ambito del Parlamento, è una costosa conferenza saltuaria di amministratori locali, la cui legittimazione nell’incarico “complementare” dipende dall’arbitrio di chi li ha  designati. Voto No all’eliminazione dell’equilibrio dei poteri e dei contrappesi istituzionali che di fatto conduce all’arbitrio del potere del partito di maggioranza del momento. Voto No al vilipendio delle istituzioni parlamentari (e non solo) esercitato da un partito che designa parlamentari e senatori non per esigenze di rappresentatività, ma per clientelismo e corruzione. Voto No perché non voglio essere rappresentato in Parlamento e nelle altre istituzioni nazionali ed europee da personaggi ignoranti, compromessi, immorali e pregiudicati. Abbiamo già vissuto il tempo del disprezzo nei confronti delle nostre Istituzioni  quando a occuparle venivano designati amici, clienti e compagni o compagne d’alcova. Me ne sono vergognato profondamente quando in campo internazionale, politico e militare, si lanciavano battutacce sui nostri governanti. Voto No perché ciò non si ripeta. E comunque non si ripeterà con il mio sostegno o la mia indifferenza.

D. Riflessioni come le sue hanno avuto la possibilità di raggiungere i cittadini?

R. Se lo hanno fatto non è certo per merito del Governo o della comunicazione pubblica. Ci avevano detto di voler rispettare le regole democratiche anche nella comunicazione. In realtà le voci di coloro che, come me, hanno servito lo Stato e difeso le istituzioni democratiche con disciplina e onore, e quelle di coloro che, come tantissimi,  hanno lavorato per l’Italia rappresentandone l’eccellenza culturale, tecnologica, economica, istituzionale e di solidarietà sono state soffocate dal vocio della propaganda di Stato. Ben prima della decisione di ricorrere al Referendum il Governo intero ha occupato tutti gli spazi di comunicazione, tramutando il legittimo sostegno a una propria proposta in bagarre affaristica e campagna ideologica a dispetto e scapito dell’equilibrio e dell’unità nazionale. Con il ricorso al referendum, la consultazione si è trasformata in una sfida tra sì e no, a prescindere da cosa significassero. C’è stata la conta degli amici e dei nemici, dei clienti riconoscenti e dei candidati a posti e poltrone accondiscendenti. La giusta perorazione della causa riformistica è stata volutamente personalizzata, fino a farla diventare una scommessa sulla stessa sopravvivenza del Governo. Come tutte le scommesse è stato un gioco, un azzardo, un bluff, un rischio e un ricatto sostenuti da una mobilitazione mediatica senza precedenti. Ogni canale di discussione moderata e costruttiva è stato occupato da comizi e spettacoli celebranti una grande festa della Dis-Unità. Gli spazi d’informazione pubblica (una risorsa di e per tutti) sono stati spesi (anche in senso economico) solo a favore del marketing governativo, in Italia e all’estero.

D. Come definirebbe la sua posizione, conservatrice o progressista?

R. Direi molto progressista. Esprimo il mio No a questa riforma  con spirito costruttivo, perché  non voglio che il mio Paese rimanga intrappolato in un sistema che assegna i poteri dello Stato a una maggioranza risicata e faziosa, frutto dell’allontanamento dei cittadini dalla politica, senza nessun organo di controllo e bilanciamento dei poteri. Mi è stato fatto osservare che in tutti i Paesi del mondo “va al comando” il partito di maggioranza relativa, e che l’evanescenza delle opposizioni non dipende dalla legge elettorale. E’ vero, e infatti non ho mai apprezzato il concetto di un partito “al comando”. I partiti dovrebbero essere al servizio della comunità, esattamente come le istituzioni, i governi e le amministrazioni pubbliche.

Ma anche dove i partiti godono di ampia maggioranza ci sono differenze sostanziali.  Ho vissuto abbastanza a lungo nei due paesi a sistemi opposti per capirne gli effetti: la democrazia americana e il regime del partito comunista cinese. La democrazia americana non è tale perché votano i cittadini, che fra l’altro non votano per eleggere l’uomo al comando, ma perché esistono istituzioni in grado di limitare gli abusi del potere. Il Congresso, a prescindere dalla maggioranza del momento, è il più feroce censore del potere esecutivo. La magistratura suprema segue a ruota, ma una serie di comitati parlamentari hanno poteri che possono indirizzare e raddrizzare la politica del governo. Inoltre, spesso sono gli stessi partiti, i media, le lobby e i comitati di cittadini a limitare i propri leader.

In Cina c’è un partito che occupa tutto e impone la propria politica a tutti. Si avvale di strutture legislative permanenti per gli affari correnti e di un’assemblea annuale dei rappresentanti del popolo per approvare le grandi leggi: si vota per alzata di mano su ogni proposta e si torna a lavorare. C’è anche una sorta di senato: è la Conferenza Consultiva che raggruppa i rappresentanti dei partiti, varie etnie, associazioni popolari, amministratori locali e personalità indipendenti. Non ha alcun potere effettivo ed è diretta dallo stesso Partito Comunista, che comunque la utilizza come foglia di fico per spacciare una parvenza di democrazia. In Cina il vero equilibrio fra i poteri e la garanzia di una dialettica politica si realizzano all’interno del partito stesso che è tutt’altro che monolitico o cristallizzato. L’ostentata ammirazione per il sistema americano da parte del nostro Governo è smentita proprio dalla riforma: il sistema che vuole instaurare con la riforma è lontanissimo da quello americano e vicinissimo al sistema cinese. Con due  differenze: da noi il partito di regime non assicura alcuna dialettica equilibratrice interna e i rappresentanti alla Camera bivaccano in permanenza a Roma.

D. E l’intervento popolare tramite il Referendum?

R. E’ importante ma non sarà determinante finché la partecipazione non sarà veramente significativa. Non si può ricorrere sempre ai referendum per colmare le incapacità della politica, anche perché gli stessi referendum costituzionali, che dovrebbero essere i più importanti, dimostrano la disaffezione popolare nei confronti della politica e s’indeboliscono nella capacità effettiva di rappresentare la Nazione. Alla prima consultazione referendaria sulla Costituzione della nostra storia, il 7 ottobre 2001,  si recò a votare solo il 34,1 % degli aventi diritto e i voti validamente espressi furono per il 64,2 % favorevoli alla modifica costituzionale: erano appena il 21% degli aventi diritto. Alla seconda, quella del 25-26 giugno 2006, votò il 52,30% degli aventi diritto e la legge voluta da Berlusconi fu respinta dal  61,32% dei votanti: appena il 32% degli aventi diritto.

D. Come riassumerebbe le sue motivazioni?

R. Voto No ad una riforma che spacca il paese e prelude ad una frattura ancora più ampia e pericolosa fatta di disprezzo per le Istituzioni, rigetto delle opposizioni, soppressione delle minoranze  e ghettizzazione delle intelligenze non allineate: tutti segni storicamente premonitori di dittatura e  guerra civile.

Voto No perché il sistema proposto è già in atto e non funziona, anzi mortifica le istituzioni e minaccia la democrazia. Soltanto con il No  si può pensare di rettificare questo stato di fatto e avviare la stagione delle riforme equilibrate ed efficaci.

Voto No perché il governo, qualunque esso sia, e le istituzioni nazionali a partire dal 5 dicembre si dedichino a risolvere i problemi strutturali  che gravano sulla nostra nazione, i problemi della ripresa economica, di compattazione sociale e di disaffezione politica e formuli  finalmente un progetto per riunire i cittadini italiani e le forze politiche attorno ad una Costituzione rinnovata ma condivisa.

Voto No oggi per avere domani (e non dopodomani) la possibilità di vedere una riforma seria e corretta.

Voto No perché mi si chiede di esprimermi con un monosillabo su un insieme di elementi disomogenei, appartenenti a materie molto diverse e  dagli effetti indecifrabili se non indagati dal punto di vista tecnico-giuridico. Invece di approfondire e sviscerare tali aspetti, mi si chiede di votare senza considerarli, quasi a voler nascondere il fatto che proprio tra essi  si annidano tutti gli elementi distruttivi e destabilizzanti della riforma. Mi si chiede un voto di fiducia cieca, ideologico, che non lascia a me, e a nessun cittadino libero di ragionare con la propria testa, altra alternativa che il No.

D. Secondo lei, è questa l’ultima occasione per fare le riforme?

R. Il No è l’ultima occasione per  stroncare sul nascere i propositi inaugurali di una stagione di continue ulteriori modifiche alla Costituzione, rese via via più facili e incontrollate da questa stessa riforma, tendenti a stravolgere completamente l’assetto istituzionale del nostro Stato. In questo senso, non mente chi dice che il 4 dicembre non è un traguardo finale, ma uno striscione di partenza. Tuttavia, soltanto con il No parte l’Italia Unita, di tutte le fedi e convinzioni, per riaffermare la Democrazia, la Giustizia e la Libertà volute da tutti gli Italiani che per esse hanno sofferto privazioni, vessazioni, torture e che per esse hanno versato il proprio sangue in guerra e in pace. In caso contrario, con il Sì,  parte la vera corsa al potere assoluto di una maggioranza di palazzo. Anche questa è stata una delle cause storiche delle dittature, delle guerre civili, dei colpi di stato, delle rivoluzioni.

 .

(*) Fabio Mini, generale di Corpo d’Armata, è stato capo di Stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa e, a partire dal gennaio 2001, ha guidato il Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani. Dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003 è stato comandante delle Operazioni di pace a guida Nato, nello scenario di guerra in Kosovo nell’ambito della missione KFOR (Kosovo Force).

 

Bancários, metalúrgicos, petroleiros, químicos, professores, servidores aderem a protesto
Pelo menos uma dezena de categorias participou de manifestações contra o governo Temer e a ameaça de retirada de direitos. Em São Paulo, haverá concentração na Praça da Sé a partir das 16h30

 
São Paulo – Pelo menos uma dezena de categorias participa hoje (11 novembre), por todo o país, de protestos contra o governo Temer e sua agenda de ajuste fiscal, que, conforme afirmam os trabalhadores, embute redução de investimentos e retirada de direitos sociais. "Querem jogar a conta do corte de gastos em cima dos trabalhadores", afirma o presidente do Sindicato dos Metalúrgicos do ABC, Rafael Marques. Ele critica o governo por não mexer onde gasta muito, "com o pagamento de mais de R$ 960 bilhões por ano aos banqueiros com juros da dívida pública".

Em São Paulo, a última atividade do dia está marcada para a Praça da Sé, a partir das 16h30. De acordo com os organizadores, aderiram ao movimento metalúrgicos, bancários, químicos, petroleiros, professores, eletricitários, servidores (federais e municipais), condutores de várias cidades de São Paulo, em Recife, Natal e no Distrito Federal e trabalhadores da Sabesp e da construção civil.

Na região do ABC, entre outras atividades, depois de um ato no Pavilhão Vera Cruz, em São Bernardo do Campo, trabalhadores de várias categorias marcharam até a rodovia Anchieta. Metalúrgicos fizeram panfletagem no terminal metropolitana de Piraporinha, entre São Bernardo e Diadema. Em Santo André, também houve panfletagem pela cidade.

Entre os bancários, houve atraso no início das atividades em algumas das principais concentrações, além de corredores de bancos em várias regiões de São Paulo, de acordo com o sindicato da categoria. Centros administrativos do Itaú (CAT e ITM) também abriram depois do horário normal. "Nós não vamos aceitar a precarização do nosso trabalho, a redução de salários, que nos imponham a alta rotatividade comum entre os terceirizados, o alto grau de adoecimento, muito maior do que a gente tem na categoria", afirmou a presidenta da entidade, Juvandia Moreira. "A terceirização é sinônimo de precarização, é sinônimo de retirada de direito."
"Trancaços"

No Vale do Paraíba, interior paulista, trabalhadores da Monsanto (São José dos Campos) e da Tarkett (antiga Fademac, em Jacareí) paralisaram atividades por 24 horas. Além do dia de protestos, o ato também faz parte da campanha salarial dos químicos, que têm data-base em 1º de novembro.

Segundo os movimentos, houve "trancaços" em várias estradas e vias importantes. Em São Paulo, a Avenida João Dias, estrada de Itapecerica e M’ Boi Mirim tiveram o tráfego interrompido logo no início do dia. Houve protesto e paralisação na rodovia Anhanguera, na entrada do município de Sumaré, na região de Campinas. Houve ainda registros de bloqueios e manifestações nas rodovias Anchieta (que liga a capital ao litoral sul), Dutra (São Paulo-Rio), Régis Bittencourt (São Paulo-Sul), Anhanguera (da capital paulista ao norte do estado), além da estrada Jacu-Pêssego, na zona leste paulistana.

Ainda na região da Campinas, um ato contra a terceirização bloqueou pela manhã um trecho da Rodovia Professor Zeferino Vaz, em frente à Refinaria do Planalto (Replan). Houve atraso na entrada do turno. A atividade também integra semana de mobilizações da Federação Única dos Petroleiros (FUP) contra a política de privatização e arrocho da Petrobras. Organizado por movimentos que formam as frentes Brasil Popular e Povo Sem Medo, o protesto, que durou três horas, reuniu cerca de 500 pessoas, segundo os petroleiros. Também estavam presentes profissionais da educação, urbanitários e trabalhadores da construção civil e da área de distribuição de petróleo e gás.

O ato também chamou a atenção para o julgamento, no Supremo Tribunal Federal (STF), sobre a Súmula 331 do Tribunal Superior do Trabalho (TST), que veda a terceirização na atividade-fim (principal) das empresas. "A terceirização ocorre hoje de forma precária e a súmula é que proporciona o mínimo de direitos ao terceirizado. Se o STF derrubar a súmula, essa garantia não existirá mais e a terceirização será aberta de forma ampla e irrestrita", afirmou o diretor do Sindicato Unificado dos Petroleiros do Estado de São Paulo (Sindipetro Unificado-SP) Arthur Bob Ragusa.

Segundo ele, a condição de trabalho dos terceirizados já é bastante precária e com a destituição da súmula ficará ainda pior. Os terceirizados ganham em média 27% a menos que os trabalhadores próprios, trabalham três horas a mais por semana e enfrentam maior rotatividade. “No caso específico da Petrobrás, de cada 10 acidentes que acontecem, oito são com terceirizados”, afirmou o dirigente.

Na Bahia, um ato fechou a BA-535 nos dois sentidos, em Camaçari, região metropolitana de Salvador. Em Pernambuco, houve bloqueio nas ruas do centro de Recife. No Espírito, a manifestação foi no Km 67 da BR-101, em São Mateus, norte do Espírito Santo. O protesto terminou por volta das 9h.

fonte redebrasilatual.br

 

simbolo NOPrescindo da molte delle critiche alla proposta di riforma costituzionale, già sollevate da costituzionalisti, commentatori e politici, che in larga parte condivido. Le ragioni specifiche che mi determinano a votare no sono fondamentalmente tre.

Primo. Gli articoli della costituzione possono ovviamente essere modificati. Non però all'ingrosso ma al minuto. Tema per tema, uno alla volta, con emendamenti soppressivi o correttivi. Per coinvolgere i cittadini consentendo loro di capire davvero la necessità e le ragioni del cambiamento di una norma. Ora invece si pretenderebbe di cambiare, in un colpo solo, oltre un terzo degli articoli della Carta.

Per quanto mi riguarda continuo a credere nella lezione di Dossetti (ricordata recentemente anche da Raniero La Valle) il quale non si stancava di spiegare che deve essere sempre cercata una corrispondenza tra la costituzione e lo spirito del Paese. Nel senso che le Costituzioni non precedono la società, ma ne sono l'espressione proiettata in avanti. La Costituzione del '48 infatti fu la conseguenza della grande rigenerazione spirituale, sociale e culturale prodotta dall'immenso dolore della guerra, e da sentimenti di eguaglianza, libertà, dignità, solidarietà che erano radicati nelle masse prima di giungere alla formulazione costituzionale. Tuttavia, non si deve ritenere che solo i valori fossero legati allo spirito pubblico di quel tempo e non anche le scelte dei costituenti sulle forme e le regole del sistema politico.

Ad esempio, è evidente che il ritrovato pluralismo politico, affratellato nel sangue della Resistenza e nel percorso verso la costituente, faceva ritenere scontate, da non dovere essere nemmeno menzionate nel testo costituzionale, le modalità e le forme per la formazione della rappresentanza.

Né meno forte è stato il sentimento diffuso e la rivalsa tra il passaggio alla Repubblica e la forma politica che l'Italia aveva avuto fino ad allora Sentimento che trovava nel Parlamento la sua massima espressione simbolica e reale. Caduto il re il Parlamento era il sovrano. Ovvero la sovranità visibile del popolo. Per questo, proprio perché c'era stato un Senato del Regno doveva esserci un Senato della Repubblica. E poiché il Senato in precedenza era di nominati a vita doveva ora essere formato da eletti dal popolo, per realizzare non solo un parlamentarismo differenziato nel rapporto con il governo, ma anche nel rapporto con il territorio.

Oltre tutto c'erano pure delle ragioni più profonde che hanno spinto la Costituente a puntare su un parlamentarismo leale, forte e rappresentativo di tutta la società. La prima era il grande prestigio di cui era circondata la rappresentanza repubblicana che veniva dall'impegno politico antifascista, dal confino, dalle carceri, dalla clandestinità. Era una classe politica che, nella sua maggioranza conduceva vita austera, era mal pagata e non era sospettabile di intenzioni di carrierismo. La seconda era il rispetto e la stima che non solo circondava la rappresentanza politica, ma anche il legame di importanti masse popolari con i loro partiti e nello stesso tempo di reciproco rispetto, con marginali eccezioni, dei rappresentanti politici tra loro, pur essendo e restando avversari politici.

Basterà ricordare le parole di altissima considerazione che il partigiano Dossetti ebbe a pronunciare riferendo la testimonianza di un partigiano comunista del reggiano. Oppure il rapporto di amicizia, durato tutta la vita, di Zaccagnini con il comandante partigiano comunista Bulov. Infine c'era il senso comune che l'uscita dell'Italia dalla pesante situazione del dopoguerra era possibile con uno sforzo che richiedeva la rinuncia di ciascuno alla pretesa di attuare esclusivamente i propri interessi, le proprie idee personali, o di parte. Purtroppo da tempo questa armonia si è rotta.

Uno sviluppo economico sregolato e tumultuoso, un importante mutamento dei costumi, ripetuti sovvertimenti dell'ordine economico e politico internazionale ed infine lo tsunami mediatico hanno inaridito e reciso i legami sociali, senza che le grandi strutture religiose, sociali, culturali ed informative fornissero la linfa per rigenerarli.

Sicché né le culture politiche, né la dialettica politica quotidiana, né i comportamenti dei cittadini si sono dimostrati all'altezza delle nuove sfide. Non si sono saputo produrre analisi e proposte adeguate. Con la ammirevole eccezione di Papa Francesco, praticamente nessuno ha saputo contrastare il potere incontrastato del denaro, delle scandalose ineguaglianze, sia a livello mondiale che nazionale, dell'economia che uccide.

Quindi oggi la società è più barbara da quella in cui è stata concepita e realizzata la Costituzione del '48. Secondo le statistiche europee in Italia ci sono 7 milioni di poveri. Ma sono solo dei numeri, non delle facce, delle dolorose storie personali e famigliari. La svalutazione del lavoro viene giustificata come strada obbligata per assicurare la competizione produttiva. Infine il primato della finanza e della speculazione rispetto all'economia reale continua e cresce sostanzialmente indisturbato. Al punto che sessantadue persone nel mondo vantano una ricchezza pari a quella di tre miliardi e mezzo di persone.

In questo quadro ci sono motivi per ritenere che la riforma costituzionale non posa nemmeno essere considerata una priorità assoluta. in ogni caso deve essere affrontata con estrema ponderazione e senso del limite. Il che non è quando ci si propone di riscrivere interamente la seconda parte della Costituzione. Cioè un pacchetto di 47 articoli. Dimenticando che le modifiche costituzionali non sono un semplice esercizio di scrittura. Oltre tutto in questo caso mal riuscito.

Teniamo presente che quando si scrive in un documento solenne come la Costituzione, nato dalla Resistenza e quindi dal sacrificio di tante vite umane, che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli, che limitando di fatto l'eguaglianza tra le persone che non consentono l'effettiva partecipazione dei lavoratori alla vita economica, sociale, culturale, civile alla vita del paese, si è detto moltissimo. Praticamente tutto. Perché si è caricata la Repubblica di un impegno perenne, continuo. Non fosse altro perché si è data ad essa un traguardo ed un orizzonte che non è mai definitivamente e pienamente raggiungibile. Il che naturalmente nulla toglie al fatto che questo fine debba essere continuamente ed instancabilmente perseguito. Con il contributo dello Stato e la contestuale partecipazione dei gruppi sociali intermedi. In pratica dell'intera società.

Questa concezione spiega perché diversi padri costituenti si siano sempre opposti alle ricorrenti pretese di progetti di stravolgimento della Costituzione. Infatti, come molti ricorderanno, ciò si è verificato sia in rapporto al disegno definito "organico" elaborato dalla commissione Bicamerale presieduta da D'Alema, affossato prima di arrivare al voto parlamentare. Ed una decina di anni dopo al tentativo pericoloso e confuso del cantro-destra, definito a "blocchi" e riferito all'intera parte seconda della Costituzione, bocciato dal voto popolare. E' opportuno richiamare questi precedenti perché un cambiamento integrale della seconda parte della Costituzione è stato riproposto dal governo, presentandolo come indispensabile, cruciale. Ed è appunto sulla sua proposta che il 4 dicembre si svolgerà il referendum.

L'aspetto che colpisce e preoccupa è che il premier ha considerato il percorso che si concluderà con il voto referendario "una occasione storica che va assolutamente colta" ed alla quale si lega la "vita del governo e della legislatura", anche se successivamente ha in parte cambiato versione. Per altro, la domanda che ci si deve porre è: perché mai deve essere il governo ad assumersi il compito di formulare a far camminare una riforma costituzionale, al punto di ipotecare la vita del governo e la durata della legislatura?

Il fatto è che attorno al tema di una radicale revisione costituzionale si è da tempo concentrata una enfasi mediatica (con motivazioni diverse e, non di rado, opposte) al punto da farla considerare una questione ineludibile. Da qui la speranza (o l'illusione) per la maggioranza di governo di poterne lucrare popolarità e consenso. Di fronte a questo calcolo ritengo, per quanto li ho conosciuti, che cristiani di sinistra, "repubblicani" democratici ed autentici, come: Dossetti, La Pira, Lazzati, Don Mazzolari ed altri, non avrebbero esitato a rispondere con Luca (Lc 6, 26) "Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi!". Ma forse erano, non solo altri tempi, ma soprattutto altri uomini. Con una tensione democratica ed una moralità politica pubblica, oggi largamente sconosciuta.

Secondo. Una scelta condivisa avrebbe potuto essere quella di concentrare il dibattito e la proposta di riforma su un solo punto: il superamento del bicameralismo perfetto. Anche se, per la verità, contrariamente a diffuse interpretazioni, analizzando i dati della produzione parlamentare, non sembra essere questa la causa principale dei ritardi legislativi. La spiegazione dell'impotenza e paralisi che spesso si verifica va piuttosto ricercata nelle contrapposizioni politiche ed interne ai vari gruppi parlamentari. In ogni caso su tale questione si sarebbe potuto, presumibilmente,                   realizzare un largo consenso. Invece, inserita nel calderone della riscrittura dell'intera seconda parte della Costituzione ne è sortito un obbrobrio. Nel senso che, secondo la proposta sottoposta a referendum il bicameralismo perfetto verrebbe sostituito da un bicameralismo confuso e pasticciato. Del resto basta leggere l'articolo relativo alle competenze del nuovo Senato (composto da Sindaci e da Consiglieri regionali, con il risultato che presumibilmente finiranno per non assolvere bene né l'uno né l'altro compito) per farsi una idea che quel garbuglio diventerà sopratutto fonte di contenziosi e di conflitti, rendendo ancora più e lunga e complicata l'attività legislativa.

Terzo. Il collegamento tra la riscrittura di 47 articoli della Costituzione e la legge elettorale (Italicum) desta comprensibilmente motivi, non solo di grave preoccupazione, ma anche di rigetto. La ragione è semplice. La legge elettorale ha infatti un carattere oligarchico che finirebbe per indebolire ulteriormente il già fragile tessuto democratico e l'indispensabile divisione dei poteri. Il premier che per diverso tempo l'ha difesa a spada tratta ora si dichiara disposto a discuterne ed eventualmente a modificarla. Al momento però non è chiaro se, come e quando ciò si verificherà. E, soprattutto, quali potranno essere i possibili esiti.

Sono quindi convinto che ci siano più che fondate ragioni per votare No al referendum del 4 dicembre.

 

Pierre Carniti

Roma, 2 ottobre 2016

Sinistra - Foto di Sel

di Vittorio Capecchi

In questo numero di Inchiesta i testi si interrogano sulla scomparsa del lavoro dalla politica e dalle istituzioni. Francesco Garibaldo ricostruisce il processo di aziendalizzazione delle relazioni sindacali e di involuzione aziendalistica dei sindacati in Europa.

Come scrive Garibaldo, “se i lavoratori possono essere rappresentati solo come parte dell’azienda, allora non esiste più un punto di vista, una ipotesi sul lavoro che sia rappresentativa del mondo del lavoro come soggetto collettivo; il che non significa che non vi siano più conflitti tra manager e lavoratori, ma essi riguardano quel mondo chiuso e quindi hanno sempre come limite la comune esigenza di combattere, come sottolinea Marchionne, per sopravvivere contro le altre imprese”. L’aziendalizzazione arriva a inglobare le materie del welfare e prepara “un’ulteriore escalation di privatizzazione dei servizi sociali”. Come sintetizza Garibaldo “il lavoro è depoliticizzato e de-istituzionalizzato”.

Il lavoro esce in Europa dai partiti di “sinistra” e come analizza Alessandro Somma, è profetico l’ultimo testo di Peter Mair (politologo irlandese morto nel 2011) che descrivere la politica che “governa il vuoto” avendo lasciato il potere all’economia delle banche e delle multinazionali. L’immagine di questa politica è quella descritta da Bruno Giorgini nell’incontro a Maranello: l’alleanza tra un Renzi a capo del “partito della nazione”, la Merkel, Marchionne ed Elkann. Luigi Vinci si pone l’interrogativo utilizzato per questo editoriale “Come è potuto accadere?” e parla di una politica europea “populista”, basata “sulla movimentazione di atteggiamenti e comportamenti popolari, sulla sfiducia nella politica e negli assetti istituzionali, sul rapporto diretto tra seguaci e leadership, sulla banalizzazione del discorso politico e sulla centralità del richiamo emotivo”.

Sono avvenute profonde trasformazioni sia nel rapporto capitale/lavoro che nel rapporto capitale/natura. Sul primo di questi rapporti Umberto Romagnoli sottolinea le difficoltà di un diritto del lavoro che si trova in una fase con prospettive, come in Italia, di “crescita zero” che coesistono con i successi di Industria 4.0 descritti da Matteo Gaddi. Le ricadute sulla salute e sulla sicurezza di chi lavora sono descritte da Gino Rubini. Marco Assennato, che analizza il quadro sindacale francese e le lotte che attraversano Parigi, vede la situazione attuale come risultato di una non convergenza delle lotte, convergenza “da cercarsi direttamente sul terreno metropolitano, nei servizi, nella logistica, sul territorio”. Da tener poi presente che quando si cerca di uscire dal modello neoliberista i contraccolpi politici sono immediati, come spiega Railidia Carvalho che descrive il veloce retrocedere dei diritti del lavoro nel Brasile del golpe portato avanti contro Dilma Rousseff da parte dell’apparato di potere industriale, che vuole un ritorno trionfale del neoliberismo messo in discussione da Lula.

Sulla relazione capitale-natura sono importanti le considerazioni di Mario Agostinelli dopo il Forum Sociale Mondiale di Montreal a cui ha partecipato e in questa direzione è anche il dossier curato da Laura Corradi che riflette sul libro scritto da lei insieme a Raewyn Connell, Il silenzio della terra, che rappresenta il punto di arrivo di una esplorazione ventennale nelle teorie sociali dei paesi non occidentali e nelle realtà aborigene, nel tentativo di imparare da esse mettendo al centro la terra.

Esiste ancora una sinistra?

Le analisi storiche e le diagnosi presentate nei saggi prima ricordati sembrerebbero convergere verso una risposta negativa, ma sia al livello internazionale che al livello nazionale vi sono risposte che mostrano scenari politici, economici e culturali alternativi al neoliberismo dominante.

Al livello internazionale sono importanti le iniziative e proposte che provengono dal Forum Sociale Mondiale descritto da Mario Agostinelli: cambiamenti nelle fonti energetiche, spostamento verso un sistema agricolo più localizzato ed ecologico, abolizione dei trattati commerciali che interferiscono con i tentativi di ricostruire le economie locali, accoglimento di rifugiati e migranti che cercano sicurezza e una vita migliore, introduzione di un reddito minimo universale, interruzione di sussidi ai combustibili fossili, tassazione sulle transazioni finanziarie, tasse più elevate per le corporation e per i ricchi, una tassa progressiva per il carbonio.

In questo scenario si collocano le iniziative politiche italiane di sinistra. La scomparsa di partiti che si riferiscano al lavoro come base sociale aumenta le responsabilità politiche del sindacati e della Fiom in particolare. Gianni Rinaldini delinea “un Sindacato Confederale, autonomo, indipendente e democratico, espressione di un progetto di cambiamento della società (..) che non può che essere fondato su un proprio progetto di cambiamento della società, da cui derivano le proprie compatibilità nella stessa iniziativa rivendicativa

Un Sindacato democratico nella vita dell’Organizzazione, nella forma e nella modalità di elezione dei gruppi dirigenti e nel rapporto democratico con l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici. Da qui dovrebbe cominciare una vera discussione, senza ipocrisie ed infingimenti”. In questo scenario si muovono le iniziative della Fiom in materia di formazione raccontate da Giuseppe Ciarrocchi e Gabriele Polo e quelle descritte da Bruno Papignani (intervistato da Tommaso Cerusici) che analizza quattro temi di grande rilevanza: l’accordo raggiunto in Fincantieri, il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, i referendum promossi dalla Cgil contro il Jobs Act e il referendum costituzionale.

Sull’esistenza di una sinistra in Italia e in Europa si muovono poi le interviste fatte in questo numero da Luciano Berselli a Paul Ginsborg e Sergio Labate (autori del libro Passioni e politica, uscito recentemente da Einaudi) e da Sergio Caserta a Laura Urbinati, impegnata nella campagna per il NO, da lei considerata una lotta essenziale “per la difesa della democrazia costituzionale”. La sinistra esiste ed è impegnata su più fronti.

Ordinare se stessi per governare il mondo

Questa frase proviene da un antico testo cinese di recente pubblicato in italiano, il Neiye (Neiye, Il tao dell’armonia interiore a cura di Amina Crisma, Garzanti 2016) ed è anche il senso profondo dell’intervento di Emilio Rebecchi in questo numero che ci invita a guardare dentro di noi se si vuole affrontare la complessità del reale e distinguere tra il buono e il cattivo. Il disegno riportato in questo editoriale è quello della mappa Loshu (una delle due mappe dell’Yijing, il Classico dei Mutamenti) impressa sulla tartaruga (simbolo di longevità) che naviga in acque difficili. E’ il mio personale augurio di longevità e cambiamento (Yi) per la sinistra.

Questo articolo è stato pubblicato da Inchiesta online l’8 novembre 2016 ed è l’editoriale di Inchiesta 193 (luglio-settembre 2016)

Don Giuseppe Dossettidi Sergio Caserta

“Sentinella quanto resto della notte?” la sentinella risponde “viene il mattino e poi anche la notte” (Isaia 21). Con queste parole ricavate dal Vangelo, Don Giuseppe Dossetti ormai avanti negli anni e malato, gettò il suo grido d’allarme all’indomani della vittoria elettorale di Silvio Berlusconi nel 1994. Il timore fondato del frate ex partigiano, era l’attacco alla Costituzione repubblicana, da parte di un potente agglomerato “economico finanziario che si trasforma in dominio politico”.

Invitò pertanto tutti i democratici a fondare comitati per la difesa della Costituzione che dopo la sua morte si denominarono appunto “Comitati Dossetti”. Se si rileggono le vicende del 1994 alla luce di quel che è accaduto dopo ed oggi, si comprende come quell’ avvertimento avesse un valore altamente politico e profetico e che oggi conserva tutta la sua stringente attualità.

Dossetti paventava e denunciava che l’ascesa al potere di Berlusconi, avrebbe potuto condurre a un premierato politico assoluto, creato dalla manipolazione dei media, cosa che puntualmente accadde attraverso l’acquisizione del pieno controllo della RAI da parte di Berlusconi (editto bulgaro e cacciata dei giornalisti scomodi), già proprietario di tre reti televisive. In cosa è cambiata la natura del potere di Renzi sui media?

Sostanzialmente applica il medesimo schema del suo predecessore e ispiratore ma lo estende e lo esaspera: impone la nomina di un amministratore delegato che risponde al governo e di un direttore fedelmente allineato per realizzare un pieno controllo del mezzo d’informazione pubblico, perfino di quello radiofonico, basta pensare a cosa sta diventando radio tre un tempo campione di autonomia culturale. Renzi più che Berlusconi ha costruito un sistema di potere che si basa su una fitta rete di alleanze con i poteri più forti, e in più, ciò che al Signore di Arcore è sempre mancato, il controllo pieno e la gestione di un partito politico vero, per quanto declinante, qual’è indiscutibilmente il PD.

Egli ha posto le condizioni per un regime personalistico di tipo carismatico che si prepara ad ottenere un controllo totale del Paese attraverso le modifiche della Costituzione e della legge elettorale. Il merito della riforma è noto ai lettori e non vale la pena di ripeterlo qui, ma sostanzialmente con una sola camera elettiva che da la fiducia al governo, una seconda camera di senatori nominati e a tempo molto parziale, con competenze limitate e confuse, una legge elettorale che concede un abnorme premio di maggioranza, tempi contingentati per approvare le leggi d’interesse del governo, un forte accentramento di competenze a danno delle regioni che vengono radicalmente espropriate delle funzioni legislative principali, il controllo pressoché totale dell’elezione del presidente della repubblica e dei giudici della corte costituzionale, non c’è paragone con il temuto “principato” vagheggiato da Dossetti riferito a Berlusconi che era a confronto ben poca cosa.

Qui si crea una repubblica presidenziale mascherata. I sostenitori del SI hanno avuto più volte l’arroganza di imputare la paternità della loro pessima proposta ai padri fondatori della Costituzione, alcuni dei quali avendo espresso una preferenze per un sistema monocamerale, sarebbero in sintonia con il progetto boschiano-renziano. Niente di più falso in particolare proprio per Dossetti che fu nella Costituente un protagonista di alcuni dei risultati più importanti per la definizione dell’assetto istituzionale complessivo.

Proprio per denunciare questa falsità e ristabilire la verità del coerente collegamento tra la battaglia di Dossetti e le ragioni del NO alla proposta di riforma costituzionale che sabato 12 novembre si svolge a Monteveglio in provincia di Bologna, un importante incontro”una Costituzione venuta dal futuro” sulla figura dell’insigne costituente, con la partecipazione di studiosi, ricercatori e amici autorevoli di Dossetti che ne ricorderanno la figura e l’opera, insieme alla rivendicazione dei valori costituzionali in nome dei quali ci si oppone al progetto di Renzi in difesa della repubblica parlamentare.

FONTE ILMANIFESTOBOLOGNA

fonte Inchiestaonline che ringraziamo

Riccardo Petrella, professore  emerito dell’Università Cattolica di Lovanio e promotore dell’Università del Bene Comune ci ha inviato  questa favola della modernità del XXI° secolo, versione italiana.

La favola

C’era una volta una Repubblica italiana. I suoi cittadini erano fieri della loro Costituzione, dichiarata da un anfitrione nazionale – molto amato e stimato dal popolo – «la più bella Costituzione al mondo». Un giorno venne un principe, giovane, bello, soprattutto conquistatore. Pragmatico, spregiudicato. E forse per questo, agli occhi degli Italiani, accattivante, simpatico. Arrivò velocemente al potere politico massimo, senza esservi stato eletto, ma cooptato dai poteri forti. Voleva rottamare, diceva, il vecchio, l’inutile, i fossili. Trovò che una parte importante della Costituzione non era più all’altezza dei compiti assegnati ai decisori, in assonanza con i tempi. A diverse riprese manifestò sintomi d’insofferenza nei riguardi della Costituzione, criticata per non permettere al governo, a suo dire, di agire rapidamente senza tante discussioni ai vari livelli istituzionali e territoriali della rappresentanza eletta. Per riuscire nel suo intento «riformatore» (pardon, rottamatore) ebbe l’idea di sedurre il popolo italiano, offrendogli una bella mela, lucida, dai colori smaglianti, senza incrostazioni o foruncoli sulla buccia, perfettamente rotonda, in stato eccellente di maturazione: la mela del costo della politica. Mordere la mela avrebbe significato ridurre i costi della politica, soprattutto quelli della rappresentanza eletta, dare efficienza e velocità alle decisioni da parte di coloro che sanno e, soprattutto, che «hanno i numeri» (come è solito dire) per decidere (cioé, le chiavi del potere). Gli Italiani avrebbero guadagnato denaro, speso meno. Una manna. Difficile per gli Italiani resistere alla tentazione. Non sappiamo, però, ad oggi, com’é andata. Il futuro, assai prossimo, ce lo dirà.

Il racconto

Il 4 dicembre 2016, fra un mese, più di 30 milioni d’Italiani in età di votare dovranno rispondere SI o NO al seguito seguente:

«approvate……..

  • § le disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario
  • § la riduzione nel numero del parlamentari
  • § il contenimento dei costi del funzionamento delle istituzioni
  • § la soppressione del CNEL
  • § la revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione ?

Da notare che la quinta proposta riguarda 47 articoli relativi ai rapporti tra Stato e Regioni (e collettività locali)

All’origine della favola della mela stanno due visioni della politica in quanto regolazione ed organizzazione del vivere insieme, fortemente impregnate da una cultura utilitarista e mercantile della società:

- la politica istituzionale è un’attività che comporta costi e benefici, e la sua utilità si dimostra quando i benefici misurabili quantitativamente (specie in termini monetari, per esempio sul piano fiscale) ma anche qualitativamente (certezza e qualità dei beni collettivi usufruibili e dei servizi resi) superano i costi ;

- lo Stato – in quanto insieme di istituzioni dotate di poteri legislativi, esecutivi e giudiziari – deve essere efficiente, efficace ed economico nell’esercizio delle sue funzioni, soprattutto nei confronti dei pagatori delle tasse (singoli cittadini, soggetti collettivi, imprese….) su cui si fondano le entrate dello Stato.

I cinque «semi» della mela renziana riflettono singolarmente e collettivamente le due visioni. Queste possono essere ricondotte ad una sola visione normativa: minori sono i costi della politica, più efficienti, efficaci, ed economici saranno il vivere insieme e «fare società», dal livello locale a quello mondiale. La politica si definisce e vale in funzione delle tre E (effcienza, efficacia, economicità).

I gruppi sociali dominanti degli Stati Uniti furono i primi a far entrare i costi della politica come tema centrale nell’agenda politica del mondo occidentale, fin dalla fine degli anni ’60, ancor prima del reaganismo e del thathcerismo. Penso, in particolare, al presidente americano Lyndon Johnson e il suo progetto per l’America The Great Society. Centrato, per ragioni di evidente comunicazione politica, su «la guerra alla povertà», la proposta chiave consistette nella riforma privatista di quel poco di Stato del welfare ch’era stato messo in piedi dopo la grande crisi del 1929-33.

Di costi della politica in Italia si cominciò a parlare all’epoca dei governi di centro sinistra, sull’influenza delle tesi sulla terza via di infausta memoria alla Blair, alla Schroeder, alla Clinton, alla Prodi, e di cui uno degli esponenti massimi fu Giulio Amato, oggi membro della Consulta. Negli ultimi venti anni dobbiamo al «grande democratico ed uomo di Stato» che è Silvio Berlusconi (sic !) il fatto che il tema dei costi della politica ha continuato a dominare l’immaginario politico ed il dibattito ideologico e sociale nel nostro Paese.

La matassa ideologica e socio-culturale delle concezioni centrate sui costi della politica è integralmente presente nella mela renziana. Essa è snodata secondo il seguente intreccio.

Tempo 1. I costi della politica sono considerati esorbitanti e inaccettabili, si sostiene che lo Stato spende troppo al di là delle sue capacità e tassa troppo: lo Stato deve ridurre le spese e le tasse. Il governo Renzi è fiero di considerarsi il governo che ha ridotto le tasse in maniera più consistente e rapida dei governi precedenti. A tal fine, sostiene il governo, è necessario ridimensionare le spese di funzionamento delle istituzioni politiche, in particolare le istituzioni parlamentari. Da qui le due prime proposte offerte dalla mela renziana. Perché il governo Renzi dà la priorità alla riduzione dei costi delle istituzioni parlamentari?

Tempo 2. Lo Stato è accusato di essere inefficiente ed inefficace in un’epoca marcata da cambiamenti continui e rapidi, su scala mondiale, i quali domandano al potere politico tempi di decisione compatti, coerenti e rapidi. La democrazia parlamentare, le istituzioni della rappresentanza politica eletta, sono considerati dei fattori limitativi, bloccanti. All’era dell’informatica, della telematica e delle reti mondiali, la democrazia deve essere, si dice, efficace, ha bisogno di poteri esecutivi forti e non sottomessi alle instabilità e volatilità permanenti degli schieramenti partititici, sempre più sbriciolati, e dei giochi delle alleanze politiche ai vari livelli territoriali della rappresentanza eletta. Coerentemente a queste tesi, il governo Renzi ha addirittura tentato di evitare la ratificazione del trattato CETA da parte dei parlamenti nazionali degli Stati membri dell’UE (come previsto dai trattati costitutivi dell’UE) proponendo che fossero solo la Commissione europea ed il Parlamento europo a farlo. Per il nuovo principe, la democrazia rappresentativa eletta è un sistema del passato che necessita di ammodernamento, di snellimento, in un duplice senso: da un lato, della riduzione dei poteri legislativi e di controllo in mano alle istituzioni parlamentari e, dall’altro, della loro estensione e rafforzamento in mano all’esecutivo centrale (nazionale). Da qui anche le ultime due proposte che mirano a dare sempre maggiori poteri all’esecutivo.

Tempo 3. Il modello attuale di governo dello Stato, però, non è considerato costituire un modello capace di rendere le azioni dell’esecutivo, pur anche rinforzato, più efficienti, efficaci ed economiche. A tal fine , si afferma, occorre sgrassare lo Stato di tutte le attività economiche strategicamente importanti per la crescita dell’economia nazionale e della sua competitività sui mercati internazionali, per affidarle ai soggetti economici privati, quali le imprese, attraverso chiari processi di deregolazione, di liberalizzazione e di privatizzazione. La privatizzazione deve riguardare, in particolare, la gestione del ciclo integrale della preservazione, produzione, distribuzione, uso, trattamento e riciclaggio dell’insieme dei beni e dei servizi comuni essenziali per la vita ed il benessere collettivo, affidata nel passato ad imprese pubbliche (municipalizzate, aziende speciali) e finanziata dal denaro ubblico. Il Il modello pubblico di governo, si afferma, non funziona più, visto che lo Stato ha perso il controllo effettivo della moneta e della finanza, passato oramai in mano, per volontà degli Stati, ai mercati finanziari e alle istituzioni private politicamente indipendenti come la BCE (Banca Centrale Europea). Il governo Renzi considera favorevolmente i mutamenti sopraddetti, per cui stima che sia urgente e necessario mettere in piedi un «nuovo» modello di governo fondato sul principio che lo Stato deve uscire dal governo dell’economia, per affidarla ai soggetti ed ai meccanismi economici considerati « naturali», cioé le imprese e il mercato. In queste condizioni, la mela «costituzionale» del principe propone che il governo politico pubblico dell’economia fondato sulle istituzioni rappresentative elette deve essere trasformato in una «governance economica » fondata sul potere d’iniziativa legislativa, di decisione e di controllo da parte di tutti i portatori d’interesse (gli « stakeholders »). Secondo questa visione, i portatori d’interesse sono soggetti sia pubblici (gli Stati, le regioni, i parlamenti, i comuni…) che privati (le imprese, i sindacati, le fondazioni, le associazioni della società civile). Il luogo principale dell’incontro, dei dibattiti e delle deliberazioni deve essere, anche secondo il governo Renzi, aperto, libero, flessibile, cioé il mercato, da quello locale a quello mondiale. Per questo, dicono, la «governance economica» deve essere considerata il sistema di governo politico più efficiente, efficace ed economico dell’economia e della società. Si passa da una visione pubblica co-responsabile delle regole (il diritto) delle relazioni interindividuali e collettive del vivere insieme, e del «fare società» nell’interesse comune (sicurezza sociale per tutti) e giusto (Stato dei diritti), ad una visione contrattualistica privata di salvaguardia e di promozione degli interessi particolari in un contesto di rapporti di forza inuguali ed asimmetrici. La proposta di soppressione del CNEL è un esempio «minore» esterno ma simbolico di questo mutamento. Le tre prime poposte sono, invece, il segno sostanziale della natura profonda del passaggio dal governo pubblico fondato sulla rappresentnza eletta nel rispetto dei diritti dei cittadini alla « governance economica» fondata sui portatori d’interessi e sull’incontro/scontro tra interessi di forza inuguale. Siamo apertamente di fronte ad una «costituzionalizzazione» della privatizzazione del potere politico pubblico.

Con la buona pace di Eugenio Scalfari e del divertente Benigni, è difficile affermare onestamente che la nuova Costituzione sarà una buona Costituzione nell’interesse degli Italiani (Scalfari) e resterà la più bella Costituzione al mondo (Benigni) perché consacrerebbe il fatto che la democrazia sarebbe stata sempre e principalmente un sistema di oligarchie. Fortunatamente cio’ e falso, altrimenti che cose orribili sarebbero tutte le Costituzioni degli altri Paesi! Cosi, ci dicono, l’imperiosa necessità del passaggio alla governanza economica spîega l’importanza chiave della quinta proposta che restituisce allo Stato centrale, nel contesto del nuovo ruolo attraibuti allo Stato dalla globalizzazione economica, la competenza esclusiva su quasi tutte le competenze considerate dalla Costituzione  in vigore  concorrenti tra Stato e Regioni
. Secondo i gruppi dominanti, più lo Stato è snello  ed alleggerito e piu accentra le competenze regolatrici rimastegli, al servizio della « governanza economica »,  più esso congribuisce a rendere la governanza efficcae, efficiente ed economica. La stessa osservazione vale riguardo i Comuni che perdono definitivamente quei poteri che avevano costituito nel passato la grandezza e la forza «democratiche» dell’autonomia comunale.

Tempo 4 ed ultimo. È il tempo nel corso del quale i cinque semi della mela fanno agire il veleno «nascosto». È il tempo del non esplicito e del non diretto nell’offerta della mela. È il tempo della bella mela non ancora morsa ,ma i cui effetti potenziali sono stati «geneticamente» introdotti. Il veleno si trova iniettato nell’esaltazione che la mela fa dell’eccellenza, della performance, misurata dall’indice di competitività dell’economia nazionale e « locale », delle imprese, delle università e del sistema educativo, dei trasporti, degli ospedali, delle città, delle persone. L’indice di competitività è visto come l’espressione più potente della forza dell’eccellenza, e quindi la fonte della legittimità del merito. Così la mela promette che più un soggetto è competitivo e porta ricchezza alla crescita ed al benessere dell’economia del Paese, più i diritti ed il potere saranno accessibili. I diritti, dice la mela, si meritano. Mordendola si può ricevere la grazia di accedere ai diritti, in teoria universali, ed alla sovranità in quanto soggetto di storia, in teoria collettiva, condivisa, diffusa.

In futuro, se gli Italiani cedono alla tentazione di mangiare la mela, la Costituzione sarà effettivamente ribaltata: la società della sicurezza sociale generale sarà soppressa e lo Stato dei diritti sarà svuotato di senso. Nell’una come nell’altro la sicurezza e i diritti dovranno essere pagati a un prezzo abbordabile, secondo le « leggi » del mercato.

GRAZIE, NO. PROPONGO DI NON MANGIARE LA MELA !

Fonte Inchiestaonline

#StopCETAday – 5 novembre. Attivati anche tu

folla-ceta

Saremo in varie città d’Italia, con iniziative pubbliche e in piazze virtuali, ancora una volta per opporci dal basso agli accordi di libero scambio nemici delle persone e del pianeta. Dopo la grande manifestazione del 7 maggio a Roma, la Campagna Stop TTIP rilancia la mobilitazione sui territori con lo #StopCETAday di sabato 5 novembre. Contestualmente, diffonderemo “CETA: attacco al cuore dei diritti“, un adattamento del dossier “Making Sense of CETA” pubblicato a settembre da numerose organizzazioni della società civile europea.

Di seguito:
– le città che si mobilitano
– il dossier da inviare a europarlamentari del vostro comprensorio e ai capigruppo di Camera e Senato
– i tweet da inviare durante il tweetstorm del 5 novembre

Siamo chiamati a ribadire il nostro no all’accordo UE-Canada, il cavallo di Troia del TTIP. Oltre ad essere altrettanto pericoloso, il CETA apre le porte dell’Europa a più di 40 mila multinazionali statunitensi con una sede in territorio canadese. Dopo accelerazioni e brusche frenate, Bruxelles e Ottawa sono sicure di firmare il trattato entro l’11 novembre. Poi toccherà al Parlamento Europeo ratificare, e infine ai governi nazionali. Ma a quel punto, il CETA sarà già per buona parte in vigore a causa dell’applicazione provvisoria, proposta dalla Commissione UE e avallata dai capi di Stato. Riteniamo inaccettabile scavalcare i parlamenti nazionali su materie di tale importanza per la vita dei cittadini. Non condividiamo l’impostazione dei grandi accordi commerciali, costruiti su misura per il grande business a discapito dei diritti e dei beni comuni. Per questo invitiamo tutte le cittadine e i cittadini a scendere in piazza per fermarli ancora una volta.

fonte STOPCETA

di Luigi Ferrajoli

La tesi ripetuta con più insistenza dai sostenitori del Sì al referendum costituzionale è che la riforma non tocca la prima parte della Costituzione, cioè i diritti fondamentali e le garanzie, ma solo la seconda parte, dedicata all’ordinamento della Repubblica. Formalmente, questo è vero. Nella sostanza, purtroppo, è vero il contrario. Da questa riforma risultano indebolite tutte le garanzie costituzionali. Al punto che è legittimo il sospetto che proprio questo sia il suo principale obiettivo.

Grazie all’azione congiunta della riforma del Parlamento e della legge elettorale maggioritaria verrà infatti sostanzialmente soppresso quello che è il tratto distintivo delle costituzioni antifasciste del secondo dopoguerra: il loro ruolo di limitazione del potere politico e la stessa garanzia della rigidità costituzionale, cioè l’impossibilità di modificare la Costituzione se non con larghissime maggioranze. Domani, se questa riforma passerà, chi vincerà le elezioni entrerà in possesso, di fatto, dell’intero assetto costituzionale.

Ma le elezioni saranno vinte dalla maggiore minoranza: verosimilmente, da un partito o da una coalizione votati dal 25 o dal 30% dei votanti, corrispondenti, tenuto conto delle astensioni, al 15 o al 20% degli elettori. Grazie alla legge elettorale maggioritaria, questa infima minoranza otterrà la maggioranza assoluta dei seggi, con la quale potrà fare ciò che vuole, incluse le manomissioni della Carta costituzionale. Questo, del resto, è esattamente ciò che ha fatto la maggiore minoranza presente in questo Parlamento, approvando la sua riforma con la maggioranza fittizia conferitagli dal Porcellum dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale e sostanzialmente riprodotto dal cosiddetto Italicum.

Non solo. L’artificiosa maggioranza assoluta assegnata automaticamente e rigidamente alla maggiore minoranza consentirà al vincitore delle elezioni di eleggere da solo, a sua immagine e somiglianza, tutte le istituzioni di garanzia: il Presidente della Repubblica, i membri di nomina parlamentare della Corte costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura e delle altre autorità cosiddette “indipendenti”.

L’intero sistema politico ne risulterà squilibrato per il venir meno di tutti gli checks and balances, cioè dell’intero sistema dei freni e contrappesi. Le istituzioni di garanzia non saranno più tali, cioè in grado di limitare e controllare i poteri di governo, ma saranno ridotte a espressioni della maggioranza e del suo governo e, di fatto, con questo solidali.

Ma l’aggressione ai diritti fondamentali, e in particolare ai diritti sociali – alla salute, all’istruzione, alla previdenza, alla sussistenza – potrà avvenire, come l’esperienza insegna ma come avverrà assai più agevolmente con questa nuova costituzione, anche senza alterare la prima parte del testo costituzionale. È infatti la “governabilità”, ripetono i sostenitori del SI, la grande conquista realizzata da questa riforma. Riservando la fiducia al governo alla sola Camera, nella quale la maggiore minoranza avrà automaticamente la maggioranza assoluta dei seggi, la sera delle elezioni sapremo non solo chi ha vinto, come ripetono i sostenitori della riforma, ma anche chi sarà il capo che ci governerà per cinque anni, senza limiti, né controlli né compromessi parlamentari.

Matteo Renzi ripete che non c’è nessuna norma nella riforma che aumenti i poteri del presidente del Consiglio. Di una simile norma, infatti, non c’è affatto bisogno, essendo l’aumento e la concentrazione dei poteri nel governo e nel suo capo l’ovvio risultato dell’esautorazione del Parlamento, della neutralizzazione delle istituzioni di garanzia e dell’indebolimento delle autonomie regionali.

Grazie a questo squilibrio nei rapporti tra i poteri, la nostra democrazia parlamentare si trasformerà in un sistema autocratico, verticalizzato e personalizzato, ben più di quanto accada in qualunque sistema presidenziale, per esempio gli Stati Uniti, dove è comunque garantita, oltre alla separazione tra Stati federati e governo federale, la totale indipendenza del Congresso dal Presidente e perciò la separazione del potere legislativo in capo al primo dal potere esecutivo in capo al secondo.

Domandiamoci allora, cosa vuol dire questa decantata governabilità? Può voler dire capacità di governo. In questo senso, certamente, la massima governabilità si è avuta nei primi 35 anni della Repubblica: allorquando – grazie a questa Costituzione, al sistema elettorale proporzionale, alla centralità e rappresentatività del Parlamento e, insieme, alla più forte opposizione e al conflitto di classe più aspro di tutto l’occidente capitalistico – è stata costruita la democrazia e lo Stato sociale e l’Italia, che era tra i paesi più poveri dell’Europa, è diventata la quinta o sesta potenza economica mondiale.

Ma “governabilità”, nel lessico politico odierno, vuol dire soltanto potere di comando, senza limiti dal basso, grazie alla smobilitazione sociale dei partiti, e senza limiti e vincoli dall’alto, grazie al venir meno dei freni e contrappesi e la scomparsa della Costituzione dall’orizzonte della politica. E’ questa la governabilità inseguita da 30 anni – prima da Craxi, poi da Berlusconi e oggi da Renzi – attraverso la semplificazione e la verticalizzazione dell’assetto costituzionale intorno al governo e al suo capo: una governabilità necessaria alla rapida e fedele esecuzione dei dettami dei mercati. E’ questo, e non altro, il senso delle riforme istituzionali di Matteo Renzi.

“Ce le chiede l’Europa”, ripetono i nuovi costituenti a proposito delle loro riforme. Ce le chiede l’ambasciatore degli Stati Uniti. Domandiamoci: perché? Perché mai i mercati, l’Unione Europea, gli Usa, le agenzie di rating, il gigante finanziario americano JP Morgan si preoccupano della riforma costituzionale italiana, delle nuove competenze del nostro Senato e della nostra legge elettorale? Sono gli stessi giornali e le stesse forze politiche schierate a sostegno del SI che confessano apertamente le finalità della riforma.

L’Europa, e tramite l’Europa i mercati, ci chiedono di sostituire alla centralità del Parlamento la centralità del governo e del suo capo perché solo così può realizzarsi questa agognata governabilità, cioè l’onnipotenza della politica nei confronti dei cittadini e dei loro diritti, necessaria perchè si realizzi la sua impotenza nei confronti dei grandi poteri economici e finanziari. Solo se avrà mani libere nei tagli alle spese sociali, il governo potrà trasformarsi in un fedele esecutore dei dettami di quei nuovi sovrani invisibili, anonimi e irresponsabili nei quali si sono trasformati i cosiddetti “mercati”.

Si capisce allora il nesso tra la lunga crisi della democrazia italiana nell’ultimo trentennio e l’aggressione alla Costituzione del 1948. All’aggravarsi di tutti gli aspetti della crisi – il discredito e lo sradicamento sociale dei partiti, la loro subalternità all’economia e alla finanza, l’opzione comune e sempre più esplicita per le controriforme in materia di lavoro e di stato sociale – ha fatto costantemente riscontro il progetto di indebolire il Parlamento e di rafforzare il governo tramite modifiche sempre più gravi delle leggi elettorali e della seconda parte della Costituzione repubblicana: dapprima, negli anni Ottanta, il progetto craxiano della “grande riforma”, poi i tentativi delle Commissioni Bozzi, De Mita-Jotti e D’Alema; poi l’aggressione ben più di fondo alla Costituzione da parte del governo Berlusconi con la riforma del 2005 bocciata dal referendum del giugno 2006 con il 61% dei voti; infine l’ultimo assalto da parte di questo governo.

Di nuovo, come sempre, ciò che accomuna tutti questi tentativi, oltre all’argomento della “governabilità”, è l’intento del ceto di governo di far ricadere sulla nostra carta costituzionale la responsabilità della propria inettitudine. Del resto queste riforme costituzionalizzano ciò che di fatto in gran parte è già avvenuto. Già oggi, tra decreti-legge, leggi delegate e leggi di iniziativa governativa, la schiacciante maggioranza delle leggi è di fonte governativa. Già oggi, grazie alle mani libere dei governi, si è prodotto un sostanziale processo decostituente in materia di lavoro e di diritti sociali, con l’abbattimento di quell’ultima garanzia della stabilità dei rapporti di lavoro che era l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, i tagli alla scuola e alla ricerca, il venir meno della gratuità della sanità pubblica e la monetizzazione di farmaci e visite che pesa soprattutto sui poveri, al punto che ben 11 milioni di persone nel 2015 hanno dovuto rinunciare alle cure.

Ebbene, l’attuale riforma equivale alla legittimazione popolare e al perfezionamento istituzionale di questo tipo di governabilità, nonché del processo decostituente che ne è seguito, interamente a spese dei soggetti più deboli. Si parla sempre del Pil come della sola misura della crescita e del benessere; mentre si tace sulla crescita delle disuguaglianze e della povertà e sul fatto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, sono diminuite le aspettative di vita delle persone.

Dall’esito del referendum dipenderà dunque il futuro della nostra democrazia: la conservazione sul piano normativo e la rivendicazione popolare della restaurazione di fatto del suo carattere parlamentare, oppure la legittimazione e lo sviluppo dell’attuale deriva anti-parlamentare; la riaffermazione della sovranità popolare, oppure la consegna del sistema politico alla sovranità anonima, invisibile e irresponsabile dei mercati; la legittimazione del governo dell’economia e della finanza, oppure la riaffermazione e il rilancio del progetto costituzionale; lo sviluppo degli attuali processi decostituenti, oppure il rafforzamento, contro future aggressioni, della procedura di revisione costituzionale prevista dall’articolo 138, rivelatasi debolissima ed esposta a tutti gli strappi e a tutte le incursioni più avventurose nel nostro tessuto istituzionale.

fonte  ilmanifestobologna.it