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Nota di editor

Questo articolo che fa sintesi delle riflessioni emerse in un seminario di formazione politica del PD ci mostra "l'altra faccia della luna ": non esiste solo un PD compatto e granitico che si fa Partito della Nazione, diretto da un gruppo dirigente cooptato e inserito in una sorta di "cerchio magico" stretto a mò di clan attorno al leader indiscusso Renzi. Esistono forze di pensiero che con lucidità si pongono le domande legittime di dove si stia andando e su come "ripensare la politica". Come "onde corte" non sappiamo se queste forze di pensiero riflessive riusciranno a introdurre una dialettica seria e democratica all'interno del PD ma è senz'altro positivo e importante il loro lavoro di elaborazione e di proposta. editor

Ripensare la politica
di Maria C. Fogliaro
Pubblicato il 29-04-2015 su VALORE LAVORO
L’articolo raccoglie le riflessioni emerse dal seminario di formazione politica dal titolo «Partiti: modello, leadership, primarie», organizzato a Roma, il 28 marzo 2015, dai dipartimenti «Cultura» e «Formazione politica» del Partito Democratico.
Dire «politica» oggi significa, nel migliore dei casi, dire «impotenza», «inadeguatezza», «debolezza». Delegittimata (per colpe sue proprie e anche grazie a un intenso battage mediatico) agli occhi dei cittadini, che ormai la considerano fonte e origine di ogni male; frequentemente percepita come subalterna agli interessi dei poteri economico-finanziari e piegata al rispetto di logiche sovranazionali spesso riconosciute lontane dall’interesse nazionale, la politica sembra oggi incapace di tracciare un percorso autonomo che configuri una realistica via d’uscita da una situazione i cui esiti appaiono sempre più fluidi e incerti. Di fronte all’attuale crisi economica, al malcontento diffuso e alla disaffezione nei confronti della politica, alla crisi della rappresentanza, dello Stato e dei partiti, allo sbiadire (in realtà solo apparente) del cleavage destra-sinistra, all’impoverimento sempre più massiccio di vasti strati della popolazione, gli studiosi e coloro che fanno politica oggi sono chiamati a interrogarsi su come e perché questa deriva sia avvenuta, e se e come sia possibile uscirne, attraverso quali strumenti e decisioni.

Una seria riflessione – caratterizzata da una pluralità dei punti di analisi e di indagine – su alcuni dei temi caldi presenti nel discorso pubblico è stata affrontata nel seminario di formazione politica, organizzato dai dipartimenti «Cultura» e «Formazione politica» del Partito Democratico – svoltosi a Roma il 28 marzo del 2015 –, dal titolo Partiti: modello, leadership, primarie. Come già il titolo assegnato all’incontro lasciava presagire, «quello di sabato 28 marzo – ha dichiarato Andrea De Maria, deputato, componente della segreteria nazionale e responsabile del dipartimento «Formazione politica» del Partito Democratico – è stato certamente un momento formativo, ma al tempo stesso lo abbiamo immaginato e costruito con un obiettivo più generale, affinché fosse un contributo al dibattito e alla riflessione politica di tutto il PD».

Seguendo una prospettiva che muove dai tempi lunghi della storia e che è rafforzata dalla riflessione critica della filosofia politica, Carlo Galli, filosofo politico e deputato, ha collocato le gravi questioni che il neoliberismo ha aperto e non chiuso – fra tutti la perdita di potere della politica e dei partiti, e l’aumento esponenziale della disuguaglianza, almeno in Occidente, con grave compromissione del ceto medio – in quello che è lo sfondo teorico del nostro tempo. Se il contesto storico di riferimento è la rivoluzione conservatrice neoliberale inaugurata da Thatcher e Reagan e l’affermarsi in Europa – attraverso i trattati istitutivi dell’Unione Europea – dell’ordoliberalismo, la perdita di potere politico dei partiti è strettamente legata alla sua quasi totale adesione alla autonarrazione neoliberale, che sembra aver mandato definitivamente in frantumi l’idea che «il conflitto sociale possa nominarsi come conflitto politico, attraverso i nomi convenzionali di destra e sinistra». La sfida all’altezza della quale porsi è di superare lo schema nel quale pare essersi arenato il sistema politico italiano – semplificato da Galli nella formula «partito della nazione contro resto del mondo» – e di aprire un nuovo spazio per una politica, caratterizzata tanto dalla leadership quanto dalla partecipazione partitica, in grado di far emergere le contraddizioni che sono alla base delle posizioni antisistema e della voragine partecipativa che si è aperta in questa fase della storia politica d’Italia.

La centralità della dicotomia destra-sinistra attraversa anche la riflessione di Giorgio Tonini, senatore e giornalista. «Dire che sinistra è lotta per l’uguaglianza – afferma Tonini, seguendo in questo la lezione di Norberto Bobbio – significa avere della politica un’idea forte» e «concepirla come forza di trasformazione della società». In questo percorso, che impone la rimozione degli ostacoli che impediscono la concreta riduzione delle disuguaglianze, ci si scontra con tre grandi questioni del nostro tempo: la riduzione del peso della politica nazionale a favore di istituzioni sovranazionali; la fuga del potere dalla politica verso altri luoghi (nello specifico verso i poteri economico-finanziari); la contraddizione, «per un certo tempo feconda ma oggi da superare, tra l’ambizione “rivoluzionaria” della prima parte della Costituzione e la debolezza strutturale della seconda», che ha impedito – nella prospettiva delineata dal senatore – l’affermazione di una leadership forte, in grado – attraverso il consenso democratico – di incidere profondamente sulla realtà del Paese e di consentire una vera trasformazione sociale. Parallelamente alla questione della legittimazione di un governo e di una leadership forti è necessario, però, – prosegue Tonini – «predisporre un nuovo sistema di pesi e contrappesi, che dia al governo la garanzia di poter decidere in tempi certi e assicuri all’opposizione i tempi giusti per poter proporre le sue alternative al Parlamento e al Paese». In questa prospettiva, il partito – inteso come luogo di selezione e di produzione della leadership – rappresenta un forte contrappeso, in grado di bilanciare il peso della leadership e di metterla democraticamente in discussione.

Il tema della leadership e dei pesi e contrappesi ritorna anche nelle riflessioni successive. Nel suo intervento Donato Di Santo, uno dei massimi esperti in Italia dei Paesi latinoamericani, esaminando la situazione politico-istituzionale di alcuni Stati dell’America Latina – che nella maggioranza dei casi hanno adottato il modello presidenziale nordamericano – ha mostrato come essi abbiano trovato delle proprie originali vie per bilanciare il forte potere del leader e del partito che vince le elezioni (come nel caso dell’Argentina, dove è stato istituito un registro dei partiti e dove è lo Stato a organizzare, due mesi prima delle elezioni presidenziali, le primarie). Anthony Renzulli, diplomatico americano, afferma che negli Stati Uniti «i partiti sono istituzioni peculiari, fuori dall’ordine costituzionale, ma fondamentali per il funzionamento della nostra democrazia. Vecchi, ma sempre in evoluzione». I due partiti principali, prosegue Renzulli, condividono gli stessi valori fondamentali e i loro compiti si concentrano sulla selezione dei candidati con primarie aperte, sulla mobilitazione degli elettori e sull’informazione dell’opinione pubblica, sul controllo della maggioranza. Il caso tedesco, infine, – esaminato da Silvia Bolgherini, ricercatrice di Scienza politica presso l’Università Federico II di Napoli – è quello di uno Stato a cancellierato forte (Kanzlerdemokratie), che è stato caratterizzato, per gran parte della sua storia, da una grande stabilità – incentrata sulla dinamica bipolare dei «due partiti e mezzo» [SPD (socialdemocratici) e CDU/CSU (democristiani), con FDP (liberali) come ago della bilancia]. Oggi, afferma Bolgherini, anche a causa della crisi, che alimenta insofferenze e disagi, «cominciano a cambiare le condizioni sistemiche». Questo induce, secondo la ricercatrice, a ipotizzare che siamo all’inizio di una fase nuova nella storia politica tedesca, caratterizzata da sempre maggiore incertezza e fluidità – con i partiti classici sempre più in difficoltà a far fronte alle sfide e alle esigenze messe in moto anche dall’emergere di nuovi partiti (Piraten Partei e Alternative für Deutschland) –, che fa presagire un futuro sistema politico caratterizzato da maggioranze e coalizioni ancora più fluide o difficili.

Questi, in estrema sintesi, sono stati i passaggi principali dell’incontro seminariale, che – nell’intenzione dei suoi organizzatori – doveva costituire un momento di riflessione aperta, interdisciplinare e inclusiva. Come ha dichiarato De Maria, a conclusione dei lavori: «Credo che la formazione politica abbia un compito da svolgere in questo percorso» verso un’idea condivisa di partito e verso una visione comune di società. «La formazione in un partito – ha affermato De Maria – resta sempre e soprattutto la leva principale per condividere una cultura politica e il tema di come nel PD si costruisce una nuova cultura politica condivisa è ancora in buona parte da svolgere».

Bologna 28 aprile 2015

fonte VALORE LAVORO

 

Questa è la lettera che il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha inviato questa mattina ai militanti, indirizzata ai segretari dei circoli dem. La lettera giunge mentre alla Camera si avvia la discussione in aula sulla legge elettorale

Care compagne e compagni, care amiche e cari amici, care democratiche e cari democratici,
scrivo a voi responsabili dei circoli del nostro partito in un momento delicato della vita istituzionale del Paese.

Dopo anni di crisi e di austerità, finalmente l'Italia inizia a rimettersi in moto. Le regole europee stanno cambiando, anche grazie al fatto che il PD è stato il partito più votato d'Europa. Migliaia di persone vedono trasformato il proprio lavoro precario in un contratto a tutele crescenti e conoscono finalmente il significato di parole come mutuo, ferie, diritti. I provvedimenti sull'economia - dagli 80 euro fino alla decontribuzione per i nuovi assunti - stanno spingendo molti settori a ripartire e le previsioni dei prossimi mesi sono finalmente positive (grazie anche ad eventi come Expo su cui abbiamo fatto pulizia perché crediamo profondamente che sarà una grande opportunità per l'Italia e un'occasione di confronto globale su temi come la lotta alla fame e la povertà).

Stiamo lavorando duro sulla giustizia: grazie al lavoro del PD è nata finalmente l'Autorità Anti Corruzione, si è introdotto il reato di autoriclaggio, la responsabilità civile dei magistrati, regole più serie per la custodia cautelare. E tra qualche settimana saranno legge le nuove norme sulla corruzione (pene più dure, prescrizione più difficile), sul falso in bilancio, sui reati ambientali, sui furti in appartamento. Una nuova stagione dei diritti si è aperta, dopo anni di tentennamenti: dal divorzio breve fino alla legge sul terzo settore, passando dalla discussione parlamentare sulla cittadinanza e sulle unioni civili.
La rivoluzione digitale porterà fisco e pubblica amministrazione a cambiare passo, smettendo di essere controparte degli utenti, ma finalmente consulenti e amici del cittadino. La fatturazione elettronica, la dichiarazione precompilata, l'imminente pin unico dimostra che possiamo davvero rendere questo Paese più semplice e efficiente. Per questo l'infrastruttura più grande sulla quale stiamo lavorando è quella digitale, la rete banda ultra larga. Ma non dimentichiamo la necessità di mettere in sicurezza le opere lasciate a metà da una burocrazia che ha visto negli appalti pubblici lavorare più gli avvocati che gli ingegneri: ecco perché il codice appalti, ad esempio, è fondamentale per dare regole certe e portare a compimenti i lavori. Ed ecco perché abbiamo sbloccato le opere contro il dissesto idrogeologico.

La vera sfida però riguarda la possibilità di tornare a investire nel capitale umano. Sulla ricerca, sull'innovazione, sulle città sostenibili. E tutto parte dalla scuola. Il nostro disegno di legge - maturato dopo una campagna di ascolto lunga mesi - può essere migliorato ancora. Siamo aperti e pronti all'ascolto. Ma un punto deve essere chiaro: la scelta dell'autonomia è decisiva. Significa che la scuola non deve essere nelle mani delle circolari ministeriali e dei sindacati, ma dei professori, delle famiglie, degli studenti. Grazie alle scelte del PD in Parlamento per la prima volta dopo anni ci saranno più soldi per le scuole e per l'edilizia scolastica, si torna ad assumere e si faranno di nuovo i concorsi, i professori avranno più risorse per la loro formazione, il merito dovrà essere valutato in modo puntuale e dagli asili nido al diritto allo studio il sistema educativo sarà più giusto.

Lo stiamo facendo in un momento non facile. Avanza in Europa un'ondata di contestazione che è forte in tutti i Paesi, a cominciare dalla Francia di Le Pen. In Italia questa sfida demagogica è incardinata su due forze, non solo su una: la Lega di Salvini, i Cinque Stelle di Grillo. Il PD è stato argine a questa deriva, grazie alla scelta di fare le riforme attese da anni su cui altri governi si sono, invece, fermati e impantanati in passato. Le riforme istituzionali e costituzionali sono il simbolo di questa battaglia. C'è chi contesta il sistema e chi propone di cambiarlo: noi siamo questo cambiamento, possibile e necessario.

Gli italiani ci hanno dato credito. Eravamo al 25% nel 2013, siamo passati al 41% nel 2014. In un anno abbiamo aumentato in modo incredibile il consenso. Abbiamo vinto nel 2014 cinque regioni su cinque: una era l'Emilia Romagna, le altre quattro le abbiamo strappate al centrodestra. Siamo oggi la forza politica che può restituire speranza e orgoglio all'Italia. Ma non possiamo fare melina. Non possiamo puntare a star qui solo per conservare la poltrona: siamo al Governo per servire l'Italia, cambiandola. Non ci abitueremo mai alla palude di chi vorrebbe rinviare, rinviare, rinviare.

Ecco perché la legge elettorale che domani va in Aula alla Camera diventa decisiva. Non solo perché è una legge seria, in linea con le precedenti proposte del nostro partito. Ma anche perché non approvare la legge elettorale adesso significherebbe bloccare il cammino di riforme di questa legislatura. E significherebbe dire che il PD non è la forza che cambia il Paese, ma il partito che blocca il cambiamento. Sarebbe il più grande regalo ai populisti. Ma sarebbe anche il più grande regalo ai tanti che credono nel potere dei tecnici: quelli che pensano che la parola politica sia una parolaccia e bisogna affidarsi ai presunti specialisti che ci hanno condotto fin qui, prima dell'arrivo al governo del PD.

Nel merito la legge elettorale è modellata sulla base dell'esperienza dei sindaci. Chi vince governa per cinque anni. È previsto il ballottaggio. Il premio è alla lista per evitare che i partiti più piccoli possano dividersi dal giorno dopo le elezioni e mettere veti. Circa la metà dei seggi viene attribuita a candidati espressione del collegio (candidato di collegio, non più liste bloccate come nel porcellum) e l'altra metà con preferenze (massimo due, una donna e un uomo). Si può sempre fare meglio, per carità. Ma questa legge rottama il Porcellum delle chilometriche liste bloccate con candidati sconosciuti e il Consultellum che tanto assomiglia al proporzionale puro della prima repubblica, imponendo inciuci e larghe intese.

Questa legge l'ha voluta il PD. L'abbiamo definita una urgenza e ora dovremmo fermarci? L'abbiamo proposta alle primarie del dicembre 2013, con due milioni di persone che ci hanno votato. L'abbiamo ribadita alla prima assemblea a Milano. L'abbiamo votata in direzione a gennaio 2014. L'abbiamo votata, modificata sulla base delle prime richieste della minoranza interna, alla Camera nel marzo 2014. L'abbiamo di nuovo modificata d'accordo con tutta la maggioranza e l'abbiamo votata al Senato nel gennaio 2015. L'abbiamo riportata in direzione nazionale e l'abbiamo votata. Poi abbiamo fatto assemblea dei deputati e l'abbiamo votata ancora una volta. L'abbiamo votata in Commissione e adesso siamo alla terza lettura alla Camera, in un confronto parlamentare che è stato puntuale, continuo, rispettoso.

Vi domando: davvero è dittatura quella di chi chiede di rispettare il volere della stragrande maggioranza dei nostri iscritti, dei nostri parlamentari, del nostro gruppo dirigente? Davvero è così assurdo chiedere che dopo 14 mesi di dialogo parlamentare si possa finalmente chiudere questa legge di cui tutti conosciamo il valore politico? Davvero vi sembra logico che dopo tutta questa trafila ci dobbiamo fermare perché una parte della minoranza non vuole?

Se questa legge elettorale non passa è l'idea stessa di Partito Democratico come motore del cambiamento dell'Italia che viene meno. Se davanti alle prime difficoltà, anche noi ci arrendiamo come potremo costruire un'Italia migliore per i nostri figli? Se gli organi di un partito (primarie, assemblea, direzione, gruppi parlamentari) indicano una strada e poi noi non la seguiamo come possiamo essere ancora credibili? Abbiamo portato il PD a prendere tanti voti degli italiani: davvero oggi possiamo fermarci davanti ai veti?

Ecco perché nel voto di queste ore c'è in ballo la legge elettorale, certo. Ma anche e soprattutto la dignità del nostro partito. La prima regola della democrazia è rispettare, tutti insieme, la regola del consenso interno. Quando ho perso le primarie, ho riconosciuto che la linea politica doveva darla chi aveva vinto. Adesso non sto chiedendo semplicemente lealtà; sto chiedendo rispetto per una intera comunità che si è espressa più volte su questo argomento, a tutti i livelli. Perché questa legge elettorale l'abbiamo cambiata tre volte per ascoltare tutti, per ascoltarci tutti. Ma a un certo punto bisogna decidere.

Ho preso l'impegno con voi, iscritti al PD, di guidare il partito fino al dicembre 2017, quando si terranno le primarie. In quell'appuntamento toccherà a voi, alla nostra comunità, scegliere se cambiare segretario. Ma fino a quel giorno lavorerò senza tregua per dare alla nostra comunità la possibilità di essere utile all'Italia. Milioni di nostri concittadini affidano le loro speranze al nostro lavoro: già altre volte in passato le divisioni della nostra parte hanno consentito agli altri di tornare al potere e di fare ciò che abbiamo visto. Farò di tutto perché questo non risucceda. Possono mandare a casa il Governo se proprio vogliono, ma non possono fermare l'urgenza del cambiamento che il PD di oggi rappresenta.

Grazie per il sostegno
Matteo

Commento: oltre al messaggio palese vi è in questa epistola ai "fedeli" che sono rimasti " in comunità " un altro messaggio meno evidente ma molto chiaro. Cari signori voi fate parte di una comunità della quale io sono il capo che deciderà chi di voi sarà dentro o fuori dalle liste nelle prossime elezioni...
Quindi non rompete le scatole, dimenticate la vostra autonomia di parlamentari ( art.67 della Costituzione ) e fate come vi dico io ... Sembra dire il Renzi. In altri termini si può dire che si tratta di un testo minaccioso che delinea chi sarà dentro al "cerchio magico " e chi sarà mandato a casa con l'esclusione dalle liste. Il tacchino impettito avrà da alzare la voce con qualche deputato e alla fine tutto finirà con la cosiddetta sinistra che voterà tutto, anche il proprio suicidio politico definitivo. Il voto alla Camera non sarà un voto per la legge elettorale ma su Renzi.Ancora una bufala

Atti del Convegno in formato audio .wav
 
2014-2020 Salute e sicurezza sul lavoro . Esiste ancora una strategia Europea?
 
Italia ed Europa a confronto: tendenze delle strategie su Salute e sicurezza sul lavoro  fra mercato e diritto alla salute .
 
Convegno promosso dalla Cgil Emilia Romagna - 20 aprile 2015
 
 
- Introduzione di Andrea Caselli  Responsabile Area Salute Sicurezza Lavoro Cgil Emilia Romagna Audio 
 
- Relazione di Laurent Vogel ,  Ricercatore presso l’Unità Condizioni di lavoro, Salute e Sicurezza dell’Istituto Sindacale Europeo ETUI
“Come rilanciare la politica europea di salute e sicurezza dopo dieci anni di paralisi ” AUDIO
 
Interventi preordinati
 
- Dott.ssa Lalla Bodini , Società Nazionale degli Operatori della Prevenzione Audio 
 
Giuseppe Monterastelli – Assessorato politiche per la Salute Regione Emilia Romagna Audio 
 
Gino Rubini – Rivista on-line “Diario  per la Prevenzione” Audio 
 
Sebastiano Calleri – CGIL Nazionale  Audio 
 
Dibattito e interventi dal pubblico
 
- Fulvio Ferri , medico del lavoro, Asl Reggio Emilia  Audio 
 
- Donatella Ianelli , avvocato  Audio 
 
- Luca Lenzi, Rls Basf Pontecchio Marconi  Audio 
- Nanda Mantovani , Ambiente Lavoro E.R. Audio 
-  Merli , Rls Lamborghini Auto  Audio 
 
- Rls Coop Estense  Audio
 
- Rappresentante AIAS  Emilia Romagna Audio
 
- Dibattito e risposte dei relatori  Audio 
 
- Conclusioni di Antonio Mattioli , Segretario Cgil ER  Audio 

 

Un no all'uomo di vetro !!

I lavoratori non sono uomini e donne di vetro, trasparenti e scrutabili all'interno per misurarne la conformità alle esigenze aziendali . Questo desiderio malsano di potere di controllo è stato in qualche misura bloccato da una raccomandazione del Consiglio d'Europa che pone dei limiti al potere delle aziende di "monitorare" i lavoratori. La disinvoltura del governo nel concedere alle aziende, nel Jobs Act, i controlli a distanza sui lavoratori tramite gli strumenti di lavoro elettronici ( pc, smartphone, sistemi di geolocalizzazione nei trasporti, bracciali elettronici e chip inseriti nelle scarpe da lavoro e ...altro ancora ) ha subito, sia pure indirettamene, una censura severa da parte del Consiglio d'Europa

La raccomandazione del Consiglio d'Europa non mette in discussione le strumentazioni di controllo "difensive" ai fini della sicurezza aziendale, mette invece in discussione, come si evince dal documento, tutte quelle azioni di "monitoraggio" che consentono all'impresa di costruire un "profilo" del lavoratore che va ben oltre la relazione di lavoro. Le tecniche di profilazione dei comportamenti sono ora accessibili con software a basso costo e possono divenire strumenti di violazione della privacy della persona per aspetti che poco hanno a che fare con la prestazione lavorativa. Il rischio di una violazione di massa della privacy è stata la preoccupazione che verosimilmente ha mosso il Consiglio dei ministri europei.

Una preoccupazione che ha origine dalla cultura liberale classica ( non neoliberista ) in questo caso è tornata utile ai lavoratori. Una cultura liberale che pare non essere patrimonio dei nostri governanti. L'equazione che i lavoratori italiani sono anche cittadini europei portatori di diritti, tra i quali quello della privacy, non ha neppure sfiorato la mente di Renzi e Poletti e dei loro illustri consulenti giuridici.

Il Jobs Act apriva le porte ad un uso disinvolto delle nuove tecnologie per il controllo a distanza dei lavoratori. Dal Consiglio d'Europa è arrivato uno stop con un chiaro divieto ai datori di lavoro di monitorare e raccogliere dati sensibili dei loro dipendenti. Questo non è l'unico limite che le aziende dovranno rispettare per non invadere la vita privata dei loro dipendenti. Nella raccomandazione del Consiglio dei ministri europei vi sono poi una serie di paletti sia rispetto al controllo della corrispondenza sia rispetto all'utilizzo di queste informazioni raccolte tramite le nuove tecnologie di tracciamento presenti in molte macchine elettroniche.

E' probabile che i decreti attuativi del Jobs Act in materia di controlli a distanza subiscano un forte ritardo se non un prudenziale accantonamento: sarebbe saggio e sarebbe auspicabile che il governo desse ascolto alla raccomandazione del Consiglio d'Europa.

Oltre il lavoro, su questa tematica dei controlli a distanza o meglio sulle potenzialità di profilazione delle persone tramite i comportamenti in rete, in particolare sui social network, sarebbe opportuna una campagna d'informazione preventiva che suggerisse alle persone di non consegnare inconsapevolmente un insieme di dati che organizzati divengono un profilo che può essere giocato contro di loro.

Sono troppi i giovani che raccontano i propri fatti privati in rete e sono molti gli addetti degli uffici del personale delle aziende che vanno a ricercare informazioni in rete sui candidati ad un'assunzione e a volte qualcuno viene escluso proprio in ragione dell'immagine che ha dato di sè su facebook o twitter.

Gino Rubini

fonte diario prevenzione

Cabina Airbus A320

di Franco Bifo Berardi

Dicono che il giovane pilota Andreas Lubitz avesse sofferto di crisi depressive e avesse tenuto nascoste le sue condizioni psichiche all’azienda per cui lavorava, la Lufthansa. I medici consigliavano un periodo di assenza dal lavoro. La cosa non è affatto sorprendente: il turbo-capitalismo contemporaneo detesta coloro che chiedono di usufruire dei permessi di malattia, e detesta all’ennesima potenza ogni riferimento alla depressione.

epresso io? Non se ne parli neanche. Io sto benissimo, sono perfettamente efficiente, allegro, dinamico, energico, e soprattutto competitivo. Faccio jogging ogni mattina, e sono sempre disponibile a fare straordinario. Non è forse questa la filosofia del low cost? Non suonano forse le trombe quando l’aereo decolla e quando atterra? Non siamo forse circondati ininterrottamente dal discorso dell’efficienza competitiva? Non siamo forse quotidianamente costretti a misurare il nostro stato d’animo con l’allegria aggressiva delle facce che compaiono negli spot pubblicitari? Non corriamo forse il rischio di essere licenziati se facciamo troppe assenze per malattia?

Adesso i giornali (gli stessi giornali che da anni ci chiamano fannulloni e tessono le lodi della rottamazione degli inefficienti) consigliano di fare maggiore attenzione nelle assunzioni. Faremo controlli straordinari per verificare che i piloti d’aereo non siano squilibrati, matti, depressi, maniaci, malinconici tristi e sfigati. Davvero? E i medici? E i colonnelli dell’esercito? E gli autisti dell’autobus? E i conducenti del treno? E i professori di matematica? E gli agenti di polizia stradale?

Epureremo i depressi. Epuriamoli. Peccato che siano la maggioranza assoluta della popolazione contemporanea. Non sto parlando dei depressi conclamati, che pure sono in proporzione crescente, ma di coloro che soffrono di infelicità, tristezza, disperazione. Anche se ce lo dicono raramente e con una certa cautela l’incidenza delle malattie psichiche è cresciuta enormemente negli ultimi decenni, e il tasso di suicidio (secondo il rapporto del World Health Organization) è cresciuto del 60% (wow) negli ultimi quarant’anni.

Quaranta anni? E che potrà mai significare? Che cosa è successo negli ultimi quarant’anni perché la gente corra a frotte verso la nera signora? Forse ci sarà un rapporto tra questo incredibile incremento della propensione a farla finita e il trionfo del Neoliberismo che implica precarietà e competizione obbligatoria? E forse ci sarà un rapporto anche con la solitudine di una generazione che è cresciuta davanti allo schermo ricevendo continui stimoli psico-informativi e toccando sempre di meno il corpo dell’altro? Non si dimentichi che per ogni suicidio realizzato ce ne sono circa venti tentati senza successo. E non si dimentichi che in molti paesi del mondo (anche in Italia) i medici sono invitati a essere cauti nell’attribuire una morte al suicidio, se non ci sono prove evidenti dell’intenzione del deceduto. E quanti incidenti d’auto nascondono un’intenzione suicida più o meno cosciente?

Non appena le autorità investigative e la compagnia aerea hanno rivelato che la causa del disastro aereo sta nel suicidio di un lavoratore che ha sofferto di crisi depressive e le ha tenute nascoste, ecco che in Internet si è messo in marcia il solito esercito di cospirazionisti. “Figuriamoci se ci credo”, dicono quelli che sospettano il complotto. Ci deve essere dietro la CIA, o forse Putin, o magari semplicemente un gravissimo errore della Lufthansa che ci vogliono tenere nascosto. Un vignettista che si firma Sartori e crede di essere molto spiritoso mostra un tizio che legge il giornale e dice: “Strage Airbus: responsabile il copilota depresso”.

Poi aggiunge: Fra poco diranno che anche l’ISIS è fatta da depressi”. 
Ecco, bravo. Il punto è proprio questo: il terrorismo contemporaneo può avere mille cause politiche, ma la sola causa vera è l’epidemia di sofferenza psichica (e sociale, ma le due cose sono una) che si sta diffondendo nel mondo. Si può forse spiegare il comportamento di uno shaheed, di un giovane che si fa esplodere per uccidere una decina di altri umani in termini politici, ideologici, religiosi? Certo che si può, ma sono chiacchiere. La verità è che chi si uccide considera la vita un peso intollerabile, e vede nella morte la sola salvezza, e nella strage la sola vendetta.

Un’epidemia di suicidio si è abbattuta sul pianeta terra, perché da decenni si è messa in moto una gigantesca fabbrica dell’infelicità cui sembra impossibile sfuggire. Quelli che dappertutto vedono un complotto dovrebbero smetterla di cercare una verità nascosta, e dovrebbero invece interpretare diversamente la verità evidente. Andreas Lubitz si è chiuso dentro quella maledetta cabina di pilotaggio perché il dolore che sentiva dentro si era fatto insopportabile, e perché accusava di quel dolore i centocinquanta passeggeri e colleghi che volavano con lui, e tutti gli altri esseri umani che come lui sono incapaci di liberarsi dall’infelicità che divora l’umanità contemporanea, da quando la pubblicità ci ha sottoposto a un bombardamento di felicità obbligatorio, da quanto la solitudine digitale ha moltiplicato gli stimoli e isolato i corpi, da quando il capitalismo finanziario ci ha costretto a lavorare il doppio per guadagnare la metà.

Questo testo è stato pubblicato su Commonware il 30 marzo 2015

“Frau Merkel, con gli USA non andiamo da nessuna parte”

Un attacco frontale al filo-atlantismo e alla politica di rigore della Merkel. Dalla leader dell’opposizione Sahra Wagenknecht una dura critica alle ingerenze USA in Europa. Dai rapporti con la Russia all’approvazione del TTIP, dal caso Grecia alla sudditanza alla Troika.
Supervisione editoriale Adolfo Marino, traduzione Maria Heibel, editing Santiago Martinez de Aguirre. Pandora TV – 2015
Intervento integrale di Sahra Wagenknecht (Die Linke) al Bundestag il 19 marzo 2015. Sottotitoli in italiano.