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La Fiom sfida Renzi: la partita non è finita
di Loris Campetti ( da area7.ch )

Il segretario lo chiama “il genio di Firenze” e gli consiglia di «stare sereno perché voti di fiducia e varo del Jobs Act non ci fermano». Il delegato vuole essere ancora più esplicito, «è il califfo di Firenze». Il chirurgo in collegamento dalla Sierra Leone dove dirige uno degli avamposti nella lotta contro Ebola dice con la schiettezza che lo contraddistingue: «Ho preso la tessera della Fiom, uno dei pochi rimasugli della democrazia, e ne sono orgoglioso perché è una delle poche organizzazioni che può contrastare la cancellazione dei diritti, la deriva dell’indifferenza, la violenza quotidiana che è entrata nella nostra società come l’Ebola. Condivido l’idea di aggregare intorno al vostro sindacato tutte le persone per bene che vogliono cambiare questo paradigma, per affermare i diritti, il sociale, l’uguaglianza. Io sono con voi».
Il segretario è Maurizio Landini, il delegato uno dei 600 rappresentanti dei lavoratori metalmeccanici riuniti a Cervia per costruire una coalizione sociale in grado di disegnare una nuova primavera della democrazia, contro l’offensiva reazionaria senza precedenti dalla caduta del fascismo guidata dalla coalizione confindustriale di Matteo Renzi, il genio, o forse il califfo di Firenze. Il chirurgo è naturalmente Gino Strada, uno dei principali interlocutori di Landini, insieme con il presidente di Libera e fondatore del Gruppo Abele don Luigi Ciotti, e un bello schieramento di giuristi, giuslavoristi, costituzionalisti della forza di Rodotà, Zagrebelsky, Romagnoli. Ci sono gli studenti di sinistra impegnati contro la trasformazione del sapere in impresa capitalistica, c’è la bombardata costellazione del precariato. Se una fabbrica metalmeccanica chiude e i suoi dipendenti vengono licenziati, quegli operai smettono di essere metalmeccanici? E la Fiom dovrebbe smettere di seguirli e rappresentarli? Così, semplicemente com’è suo costume Landini spiega l’esigenza che il sindacato compia un salto di paradigma aiutando la costruzione di una coalizione sociale di chi lavora, o non lavora più, o non riesce a trovare un lavoro o ad andare in pensione. Di chi è il bersaglio del liberismo all’italiana ed è spinto a individuare il suo nemico tra coloro che dovrebbero essere i suoi compagni, di chi non può più curarsi perché la salute è diventata un lusso per pochi o non può più permettersi di mandare all’università i figli. In poche parole, una coalizione sociale di chi non ha rappresentanza politica nell’Italia renziana, per unire ciò che il renzismo-marchionnismo divide e contrappone.

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In quest'epoca nella quale si discute e si polemizza  anche sull'utilizzo della memoria di un grande leader riteniamo opportuno che si studino le carte e le argomentazioni autentiche di Bruno Trentin. La ricerca dei percorsi per l'affermazione della dignità del lavoro non può bypassare i nodi critici irrisolti affrontati da Trentin in quest'articolo del 13 luglio 2006 . editor

 

A proposito di merito di Bruno Trentin,13 Luglio 2006

Era stata respinta come una sostituzione della formazione e dell'educazione, che solo possono essere assunte come criterio di riconoscimento dell'attitudine di qualsiasi lavoratore di svolgere la funzione alla quale era candidato. Già Rousseau e, con lui, Condorcet respingevano con rigore qualsiasi criterio, diverso dalla conoscenza e dalla qualificazione specializzata, di valutazione del «valore» della persona e lo riconoscevano come una mera espressione di un potere autoritario e discriminatorio. Ma da allora, con il sopravvento nel mondo delle imprese di una cultura del potere e dell'autorità il ricorso al «merito» (e non solo e non tanto alla qualificazione e alla competenza accertata) ha sempre avuto il ruolo di sancire, dalla prima rivoluzione industriale al fordismo, il potere indivisibile del padrone o del governante, e il significato di ridimensionare ogni valutazione fondata sulla conoscenza e il «sapere fare», valorizzando invece, come fattori determinanti, criteri come quelli della fedeltà, della lealtà nei confronti del superiore, di obbedienza e, in quel contesto, negli anni del fordismo, dell'anzianità aziendale. Nella mia storia di sindacalista ho dovuto fare ogni giorno i conti la meritocrazia, e cioè con il ricorso al concetto di «merito», utilizzato (anche in termini salariali) come correttivo di riconoscimento della qualificazione e della competenza dei lavoratori. E, soprattutto negli anni 60 del secolo passato, quando mi sono confrontato con la struttura della retribuzione, alla Fiat e in altre grandi fabbriche e ho scoperto la funzione antisindacale degli «assegni» o «premi» di merito, quando questi, oltre a dividere i lavoratori della stessa qualifica o della stessa mansione, finirono per rappresentare un modo diverso di inquadramento, di promozione e di comando della persona, sanzionato, per gli impiegati, da una divisione normativa, che nulla aveva a che fare con l'efficienza e la funzionalità, ma che sancivano fino agli anni 70 la garanzia del posto di lavoro e quindi la fedeltà all'impresa. Un sistema di inquadramento e di organizzazione del lavoro apertamente alternativo alla qualifica definita dalla contrattazione nazionale e aziendale. Ma molto presto questa utilizzazione dei premi di merito o dei premi tout court giunse alla penalizzazione degli scioperi e delle assenze individuali (anche per malattia), quando di fronte a poche ore di sciopero o alla conseguenza di un infortunio sul lavoro (mi ricordo bene una vertenza all'Italcementi a questo proposito), le imprese sopprimevano anche 6 mesi di premio. È questa concezione del merito, della meritocrazia, della promozione sulla base di una decisione inappellabile di un'autorità «superiore» che è stato cancellato con la lotta dei metalmeccanici nel ‘69 e con lo Statuto dei diritti del lavoro che nel 1970 dava corpo alla grande idea di Di Vittorio di dieci anni prima. Purtroppo una parte della sinistra, i parlamentari del Pci, si astennero al momento della sua approvazione, solo perché esclusa dalla partecipazione al Governo. Ma quello che è più interessante osservare è come, alla crisi successiva del Fordismo e alla trasformazione della filosofia dell'impresa, con la flessibilità ma anche con la responsabilità che incombe sul lavoratore sui risultati quantitativi e qualitativi delle sue opere, si sia accompagnato in Italia a una risorgenza delle forme più autoritarie del Taylorismo, particolarmente nei servizi, santificata non solo dal mito del manager che si fa strada con le gomitate e le stock options, ma dalla ideologia del liberismo autoritario. Con gli «yuppies» che privilegiano l'investimento finanziario a breve termine, ritorna così per gli strati più fragili (in termini di conoscenza) l'impero della meritocrazia. A questa nuova trasformazione (e qualche volta degrado) del sistema industriale italiano ha però contribuito, bisogna riconoscerlo, l'egualitarismo salariale di una parte del movimento sindacale, a partire dall'accordo sul punto unico di scala mobile, che ha offerto, in un mercato del lavoro in cui prevale la diversità (anche di conoscenze) e nel quale diventa necessario ricostruire una solidarietà fra persone e fra diversi, una sostanziale legittimazione alle imprese che hanno saputo ricostruire un rapporto diverso (autoritario ma compassionevole) con la persona sulla base di una incomprensibile meritocrazia. Non è casuale, del resto, che, di questi tempi, il concetto di merito, sinonimo di obbedienza e di dovere, abbia ritrovato un punto di riferimento nel sistema di promozione e di riconoscimento delle organizzazioni militari nel confronto del comportamento dei loro sottoposti. Le stesse osservazioni si possono fare per i «bisogni», contrapposti negli anni 60 del secolo scorso, alle domande che prevalgono nel vissuto dei cittadini nella società dei consumi. Era questa anche la convinzione di un grande studioso marxista come Paul Sweezy. Sweezy opponeva i «needs» (i bisogni reali, le necessità) ai «wants» (le domande, i desideri), attribuendo implicitamente ad uno stato illuminato e autoritario la selezione, «nell'interesse dei cittadini» fra gli uni e gli altri. Come se non fossero giunti i tempi in cui le domande e i desideri, pur influenzati dalla pubblicità, di fronte alle dure scelte e alle priorità imposte dalla condizione del lavoro e dalle lotte dei lavoratori si trasformano gradualmente in diritti universali, attraverso i quali, i cittadini, i lavoratori (non un padrone o uno stato illuminato), con il conflitto sociale, riuscirono a far progredire la stessa nozione di democrazia. Meriti e bisogni o capacità e diritti? Può sembrare una questione di vocabolario ma in realtà la meritocrazia nasconde il grande problema dell'affermazione dei diritti individuali di una società moderna. E quello che sorprende è che la cultura della meritocrazia (magari come antidoto alla burocrazia, quando la meritocrazia è il pilastro della burocrazia) sia riapparsa nel linguaggio corrente del centrosinistra e della stessa sinistra, e con il predominio culturale del liberismo neoconservatore e autoritario, come un valore da riscoprire. Mentre in Europa e nel mondo oltre che nel nostro paese, i più noti giuristi, i più noti studiosi di economia e di sociologia, da Bertrand Swartz a Amartya Sen, a Alain Supiot si sono affannati ad individuare e a riscoprire dei criteri di selezione e di opportunità del lavoro qualificato, capaci di riconciliare - non per pochi ma per tutti- libertà e conoscenza, di immaginare una crescita dei saperi come un fattore essenziale, da incoraggiare e da prescrivere, introducendo così un elemento dinamico nella stessa crescita culturale della società contemporanea. La «capability» di Amartya Sen non comporta soltanto la garanzia di una incessante mobilità professionale e sociale che deve ispirare un governo della flessibilità che non si traduca in precarietà e regressione. Ma essa rappresenta anche l'unica opportunità (solo questo, ma non è poco) di ricostruire sempre nella persona le condizioni di realizzare se stessa, «governando» il proprio lavoro. Perché questa sordità? Forse perché con una scelta acritica per la «modernizzazione», ci pieghiamo alla riesumazione - in piena rivoluzione della tecnologia e dei saperi - dei più vecchi dettami di una ideologia autoritaria. Forse qui si trova la spiegazione (ma mi auguro di sbagliare) della ragione per cui malgrado importanti scelte programmatiche del centrosinistra in Italia, per affermare una società della conoscenza come condizione non solo di «dare occupazione» ma anche per affermare nuovi spazi di libertà alle giovani generazioni, la classe dirigente, anche di sinistra, finisce per fermarsi, in definitiva, di fronte alla scelta, certo molto costosa, di praticare nella scuola e nell'Università ma anche nelle imprese e nei territori, un sistema di formazione lungo tutto l'arco della vita, aperto, per tutta la durata della vita lavorativa, come sosteneva il patto di Lisbona, a tutti i cittadini di ogni sesso di ogni età e di ogni origine etnica (e non solo per una ristretta élite di tecnici o di ricercatori, dalla quale è pur giusto partire). Speriamo che Romano Prodi che così bene ha iniziato questo mandato, sia capace di superare questa confusione di linguaggi, e di rompere questo handicap della cultura meritocratica del centro sinistra. Anche un auspicabile convegno sui valori, le scelte di civiltà di un nuovo partito aperto alle varie identità e alla storia dei partiti come della società civile, dovrebbe, a mio parere, assumere il governo e la socializzazione della conoscenza come insostituibile fattore di inclusione sociale.

Quella che un tempo si sarebbe detta la ‘fase’ ci mostra in atto, con le imponenti migrazioni tra gruppi parlamentari, e con lo sbando della destra, la decostruzione del sistema partitico, caratterizzata da un’intensità analoga a quella del biennio 1992-94; e al contempo l’affermarsi di un soggetto quasi post-partitico, il Pd di Renzi, che occupa una posizione centrale nel sistema politico, e vi funge, oltre che da architrave, anche da scambiatore di persone, di carriere, di poteri, in una prospettiva neo-trasformistica. Parallelamente a questo concorrere degli interessi forti, e di parte di quelli diffusi, verso il centro del sistema, si manifestano segnali crescenti di esclusione, sia nell’area istituzionale – dove all’esterno del Pd e delle forze che in vario modo e grado ne dipendono (il centro e il centro-destra; ma anche Sel non ha larghe prospettive autonome) c’è solo una protesta (Lega e M5S) che per la sua mancata spendibilità politica rafforza il Pd stesso – sia fuori dalle istituzioni, dove i cittadini non votanti sono ormai la maggioranza. Non è dunque ancora risolta la questione dei partiti, ovvero della rappresentanza e insieme della partecipazione, apertasi un quarto di secolo fa.

Eppure in questa debolezza della politica – troppo includente e al contempo troppo escludente – c’è evidentemente una forza, resa tale sia dallo stato di necessità, sia dall’abilità politica del leader del Pd e del governo, sia dall’assenza di alternative praticabili – in termini di personale politico e di programma –.
Una forza che fa sì che l’attuale fase veda anche operarsi, sia pure con fatica e in modo non ancora compiuto, una trasformazione della democrazia italiana: l’Italia sta infatti assumendo una nuova forma politica.
Sia chiaro che non si tratta di una forma di per sé autoritaria: l’alternativa fra democrazia e autoritarismo appartiene alla cattiva scienza politica e alla pigra filosofia politica. Fra i due corni di quell’alternativa c’è in realtà un vastissimo spazio di sfumature e di posizioni, in cui l’Italia sta occupando il quadrante di una speciale “democrazia d’investitura rafforzata” – rafforzata, s’intende, da un evento non formalmente costituzionale come l’appoggio quasi plebiscitario che i poteri economici e mediatici (peraltro largamente coincidenti) offrono al leader.

Le riforme in via di approntamento coinvolgono le tre facce dell’unico sistema di potere dei nostri giorni – la tripartizione di Montesquieu fra legislativo, esecutivo, giudiziario è infatti largamente obsoleta –: potere economico (qui si è intervenuti col jobs act sul mercato del lavoro, senza disturbare in alcun modo il capitale e la finanza), potere politico (riforma della costituzione e della legge elettorale), potere formativo e informativo (riforma della governance della Rai e della scuola).

I risultati sono, quanto al primo punto, la privatizzazione e la spoliticizzazione del lavoro (che divenendo affare personale – questo significano infatti la flessibilità e l’ideologia della protezione del lavoratore e non del posto di lavoro –, perde il rango di fondamento primario della democrazia repubblicana) e la sua subalternità reale al potere del capitale; durante la lunga fase delle tutele incomplete il lavoratore non sarà particolarmente combattivo, com’è ovvio supporre.

Quanto al secondo punto, la politicizzazione della Costituzione, che cessa di essere un’arena di istituzioni in cui, all’interno di un antifascismo originario e di un progressismo sistematico (l’art. 3 Cost.), le forze politiche si affrontano alla pari, e che – da una legge elettorale squilibrata e unica nel mondo occidentale – viene invece consegnata senza contrappesi significativi al vincitore delle elezioni politiche, organizzate come un breve duello che ha in palio il comando politico indisturbato fino alla scadenza della legislatura, quando si scatenerà una nuova resa dei conti per la successiva investitura.

E, quanto al terzo punto, si lascia invariato il dominio mediatico degli oligopoli economici, e anche la tendenza a trasformare la politica in spettacolo – in una logica di sistematico svilimento –, e sarà sottratta la Rai ai partiti e rafforzata la sua dipendenza dal potere politico, mentre la trasmissione scolastica di cultura si incentrerà sulle competenze, sulle abilità e sul problem solving. Come al primo punto si esclude il conflitto, e al secondo la politica in quanto attività complessa prolungata e diffusa, così al terzo punto si limita lo spirito critico: risolvere i problemi è importante, ma lo è ancora di più capire perché e come sono nati, a vantaggio e a svantaggio di chi.

A uno sguardo attento queste trasformazioni sembrano andare verso l’importazione in Italia dell’ideologia dei Trattati Ue, resa esplicita con la formula che vuole l’Europa impegnata a realizzare “un’economia sociale di mercato altamente competitiva” – l’esclusione del conflitto sociale, la costituzionalizzazione dell’equilibrio di bilancio, i parametri di Maastricht, l’orientamento all’esportazione, i bassi salari (gli 80 euro non invertono certo la rotta in modo significativo), vanno tutti in questa direzione -.

Un’ideologia moderata ma non certo autoritaria o antidemocratica, quindi; che si presenta in Italia con una curiosa e importante variante: i corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni economiche, burocrazie, Länder) che nello schema originario sono i perni strutturali della stabilità sistemica, da noi invece sono sotto attacco mediatico e politico, e pare prevalere un modello populista-democratico di leadership intensamente politica che fa appello direttamente al popolo scavalcando ogni mediazione, denigrata come ‘casta’. La differenza è grande, certo; e nasce dal fatto che, nonostante l’opera demolitoria di Berlusconi, per molti versi il lavoro di abbattimento delle strutture e delle mentalità ‘socialdemocratiche’ (partiti e sindacati) e ‘vetero-costituzionali’ (burocrazie e regolamenti) resta ancora da fare, ed ancora esige – agli occhi, ovviamente, di chi si assume l’onere politico di riformare l’Italia nella direzione indicata – un grande investimento di energia politica innovativa (impropriamente spesso elevata al rango di ‘decisionismo’, ma certamente debordante).

Resta da vedere, ed e’ un grande dilemma interpretativo e politico, se questo “quasi-decisionismo” sarà una fase transitoria, un accompagnamento verso la stabilità di un ordine nuovo, o se invece resterà la cifra di una politica restia (o inadatta) a precipitare in soluzioni ordinative, e tutta spostata verso l’attivismo e l’occasionalismo.

Se ci si chiede come si sia arrivati a ciò – al di là delle vicende più recenti, che hanno visto l’insuccesso elettorale del tentativo blandamente socialdemocratico di Bersani –, non si può non fare riferimento alla sconfitta storica della sinistra, maturata fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, a opera della rivoluzione neoliberista che ha chiuso il ciclo rooseveltiano (o, per dirla all’europea, i Trenta gloriosi); e anche all’introiezione, fortissima, da parte delle sinistre europee, delle logiche e delle categorie analitiche del mercatismo imperante.
Che continua a imperare nonostante le sue contraddizioni (soprattutto due: esige molta più energia politica di quanto abbia mai ammesso, e in nome dell’individualismo riduce i singoli soggetti, e i loro diritti, a irrilevanza sociale ed esistenziale) e nonostante le sue crisi, che si abbattono sulle società occidentali come calamità naturali a cui si fatica molto a rispondere (e particolarmente fatica il modello ordoliberista europeo).

Di fatto, sia quando funzionava a regime sia quando e’ entrato in crisi, il sistema neoliberista ha prodotto, in Occidente, un grave logoramento del legame sociale, generando disuguaglianza e insicurezza tanto gravi da mettere a rischio l’auto-identificazione democratica della cittadinanza. E per di più sembra oggi che il legame si possa ricostituire intorno alla paura dei conflitti e dei terrorismi che terribili squilibri geo-strategici hanno ormai portato alle soglie di casa. Un contesto di impoverimento e di paura che certo non aiuta la sinistra

Non facile, com’è evidente, individuare se non rimedi, se non un programma, almeno alcune strategie sensate e coerenti da parte di una sinistra che non pare godere, nemmeno a livello europeo, di particolare fortuna e consenso. E che nondimeno dovrà affrontare l’ experimentum crucis dell’identità, ovvero della contrapposizione consapevole allo stato di cose esistente, e della prassi, ovvero della responsabilità governante.

Tutto ciò esige che chi si oppone al ciclo politico in corso, e alle sue scelte qualificanti, sia prima di tutto all’altezza, intellettuale politica comunicativa, del compito. Ovvero che si renda ben conto della posta in gioco, tanto politica (la forma costituzionale del Paese) quanto sociale (l’esigenza di cambiare politiche economiche o inesistenti o finalizzate a parametri che non tengono conto dell’occupazione). E che si ponga apertamente l’obiettivo, l’unico che la sinistra può realisticamente darsi, di ricostruire il legame sociale e la tenuta democratica del Paese a partire dal lavoro, e dall’obiettivo dell’impiego produttivo di massa e, perché no, dalla difesa del sistema industriale italiano.

A tal fine si devono accettare alcune sfide.
La prima e’ quella delle riforme, la cui esigenza prescinde dall’Europa. E’ la storia delle nostre debolezze, della fase terminale della Prima repubblica e di gran parte della Seconda, che ce le impone. Ma se cambiare si deve, non si tratta però di cambiare per il gusto di cambiare (e’ già stato fatto) ne’ per adeguare il Paese a incomprensibili (o comprensibilissimi) diktat transalpini. Il fatto è che ‘riforme’ e ‘innovazione’ sono termini ambigui: ogni riforma può essere impostata secondo direzioni diverse, e ha conseguentemente costi sociali diversamente distribuiti: e finora i costi sono stati pagati dai deboli, che lo sono divenuti ancora di più. La coppia oppositiva vecchio/nuovo non può sostituire quella di destra/sinistra. Quindi, e’ ora di chiedersi apertamente “quali riforme”? “Riforme per chi?”.
La seconda sfida consiste nell’uscire dal concetto di ‘minoranza’, che è solo numerico e aritmetico, e non ha rilievo qualitativo, politico. Devono cessare le ambiguità e le incertezze della politica (delle sinistre) intesa come proclamazione di penultimatum, come posizionamento interno, come contrattazione degli emendamenti (in certi casi utili, non lo si nega, ma confinati per loro natura in un’ottica di riduzione del danno, di male minore). La sinistra deve unirsi, almeno a livello di un tavolo permanente di coordinamento, per prendere l’iniziativa, individuando un diverso orizzonte culturale e sociale. Il reddito di cittadinanza, nelle forme appropriate, può essere un’occasione di nuovo protagonismo. Ma lo dovrà essere anche un’elaborazione sul Ttip, snodo strategico a cui non si riflette a sufficienza, e sulla scuola, altrettanto centrale e urgente. E, non ultimo, una battaglia critica e culturale per ridisegnare linguaggi, concetti e categorie (senza ambire all’egemonia, ma per costruire un pluralismo reale).

La terza sfida consiste nel declinare la necessaria centralità della politica (a ogni pulsione antipolitica che si realizza un esponente dei poteri forti si frega le mani) articolandola su tre livelli. Quello del leader (che a sinistra c’è sempre stato), quello della individuazione di un’area sociale di riferimento (la sinistra non può coincidervi, ma non può prescinderne) e quello del partito.
A proposito del quale ci si deve chiedere come una prospettiva di sinistra possa manifestarsi efficacemente in un partito a vocazione maggioritaria se questo anziché essere una delle due grandi forze in campo (secondo i canoni della democrazia competitiva) e’, come oggi avviene del Pd, l’unica forza politica di rilievo, circondato da partiti anti-sistema sotto il 20%. Il che lo porta appunto alla condizione descritta in apertura, di essere cioè un partito pigliatutti, progressivamente sempre più centrista, che si autoproclama partito della Nazione mentre della Nazione non rappresenta che un quarto.
Alla sinistra, dunque, il compito di includere efficacemente il lavoro e i giovani in un orizzonte più vasto e più connotato.

fonte essereasinistra.it

Florence Jaumotte e Carolina Osorio Buitron (FMI): Declino dei sindacati e aumento nelle disuguaglianze nei redditi (da inchiestaonline.it )

La traduzione di questo testo scritto da due economiste senior del Fondo Monetario Internazionale
L’aumento delle disuguaglianze nei redditi è legato al declino dei sindacati. Lo dice il Fondo Monetario Internazionale in un paper in uscita prossimamente e firmato da due senior economists dell’organizzazione, Florence Jaumotte e Carolina Osorio Buitron (http://www.imf.org/external/pubs/ft/fandd/2015/03/pdf/jaumotte.pdf). Le due autrici sostengono che esiste una forte evidenza del fatto che tassi più bassi si sindacalizzazione siano correlati con un aumento della fetta di reddito che va al 10% più ricco della popolazione. Nel periodo 1980–2010 tale quota è aumentata di circa 5 punti percentuali nelle economie avanzate e secondo Jaumotte e Buitron “il calo della sindacalizzazione spiega circa la metà di tale aumento”. Il meccanismo che spiega questa correlazione si basa sulla riduzione del potere dei lavoratori: una riduzione della partecipazione dei lavoratori ai sindacati riduce il loro potere contrattuale e sposta la bilancia della distribuzione del reddito a favore dei più ricchi, ossia i detentori del capitale. Di conseguenza, il reddito prodotto annualmente si concentra ai livelli più alti della scala salariale, aumentando le diseguaglianze.

Non è la prima volta che istituzioni tradizionalmente assai lontani dal movimento operaio riconoscono il ruolo fondamentale giocato dalle organizzazioni sindacali nel promuovere una redistribuzione della ricchezza. Qualche mese fa, Nicholas Kristof, giornalista del New York Times per sua stessa ammissione sospettoso nei confronti dei sindacati, ha affermato di essere stato in errore nella sua visione negativa. In particolare, il giornalista riconosce il ruolo delle organizzazioni sindacali nel ridurre le diseguaglianze nella società americana. Del resto, analisi che evidenziano la relazione fra la riduzione dei tassi di sindacalizzazione e l’aumento delle diseguaglianze non sono certamente mancate negli ultimi anni (si vedano, ad esempio, gli articoli di Bruce Western e Jake Rosenfeld sull’American Sociological Review (http://asr.sagepub.com/content/76/4/513.abstract) o di Jonas Pontusson sul British Journal of Industrial Relations (http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/bjir.12045/abstract)). In un contributo del 2011, la stessa OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, aveva riconosciuto che la riduzione del numero di lavoratori iscritti al sindacato contribuisce a un aumento delle diseguaglianze (http://www.oecd.org/els/soc/dividedwestandwhyinequalitykeepsrising.htm). La rilevanza di questo contributo, tuttavia, non sta solo nell’organizzazione da cui tale contributo emana, quel Fondo Mondiale Internazionale, promotore di quelle politiche neoliberali tanto ostili alle organizzazioni sindacali, ma anche nelle conclusioni politiche che le due autrici traggono dalle proprie analisi. Secondo le due economiste, infatti, una delle politiche da adottare per ridurre le diseguaglianze riguarderebbe proprio la “riaffermazione di quelle norme che permettono ai lavoratori che vogliono di contrattare collettivamente”. Detto in altri termini, il rafforzamento delle organizzazioni sindacali.

Questa inedita presa di posizione da parte dell’FMI è una novità che smentisce clamorosamente le posizioni avanzate da molti economisti (e condivise dalla maggior parte degli opinionisti) secondo cui le organizzazioni sindacali sarebbero un ostacolo alla crescita economica e, in ultima istanza, anche alla redistribuzione della maggior ricchezza prodotta. L’analisi si aggiunge alla precedente autocritica dell’FMI (http://www.imf.org/external/pubs/cat/longres.aspx?sk=40200.0) in tema di politiche di austerity che aveva mostrato gli effetti deleteri di tali politiche sull’economia. Come anche in quel caso, resta tuttavia alquanto improbabile che una nuova e differente analisi produca un cambio di linea politica. Osservazione, questa, che ci deve ulteriormente far interrogare sulle condizioni che sostengono quella che Colin Crouch ha definito la “strana non-morte” del neoliberismo.

Traduzione del testo ( http://www.imf.org/external/pubs/ft/fandd/2015/03/pdf/jaumotte.pdf)

La disuguaglianza è aumentata in molte economie avanzate a partire dagli anni Ottanta, soprattutto a causa della concentrazione del reddito ai livelli più alti della distribuzione. Le misure della disuguaglianza sono aumentate in maniera considerevole, ma lo sviluppo più eclatante è il grande e costante aumento della quota di reddito totale che va al 10 per cento più ricco della popolazione che guadagna di più – un fenomeno solo parzialmente catturato dalla più tradizionale misura della disuguaglianza, il coefficiente di Gini (vedi figura 1). Il coefficiente di Gini è una misura riassuntiva che stima la differenza media di reddito fra gli individui nella distribuzione della ricchezza. Prende il valore zero se la ricchezza di un Paese è egualmente distribuita fra i suoi abitanti e di 100 (o 1) se una persona dispone di tutto il reddito.

Mentre un po’ di disuguaglianza può aumentare l’efficienza, rafforzando gli incentivi a lavorare e investire, ricerche recenti suggeriscono che alti livelli di disuguaglianza sono associati a livelli più bassi di crescita economica e a una crescita economica meno sostenibile nel medio termine (Berg e Ostry, 2011; Berg, Ostry, e Zettelmeyer, 2012), anche nelle economie avanzate (OCSE, 2014). Inoltre, una crescente concentrazione del reddito nella parte superiore della distribuzione può ridurre il benessere di una popolazione, se permette alle persone che guadagnano di più di manipolare il sistema economico e politico in loro favore (Stiglitz, 2012).

Le spiegazioni tradizionali dell’aumento della disuguaglianza nelle economie avanzate fanno riferimento a fattori quali il cambiamento tecnologico (il cosiddetto skill biased technological change, ndr) e la globalizzazione, che hanno aumentato la domanda relativa di lavoratori qualificati, beneficiando chi guadagna di più rispetto alla media. Ma la tecnologia e la globalizzazione favoriscono la crescita economica e c’è poco che i politici possono o sono disposti a fare per invertire queste tendenze. Inoltre, mentre i Paesi ad alto reddito sono stati colpiti in modo simile dal cambiamento tecnologico e dalla globalizzazione, la diseguaglianza in queste economie è cresciuta a diverse velocità e ordini di grandezza.

Di conseguenza, la ricerca economica si è recentemente concentrata sugli effetti dei cambiamenti istituzionali, con la deregolamentazione finanziaria e la diminuzione dell’aliquota marginale massima sul reddito personale spesso citati come i più importanti contributi alla crescita della disuguaglianza. Al contrario, il ruolo svolto dalle istituzioni del mercato del lavoro – come la riduzione del tasso di sindacalizzazione e del salario minimo rispetto al reddito mediano – ha caratterizzato in maniera meno prominente i dibattiti più recenti. In un documento di prossima pubblicazione guardiamo proprio a questa parte dell’equazione.

Esaminando le cause della crescita delle disuguaglianze, ci focalizziamo sul rapporto tra le istituzioni del mercato del lavoro e la distribuzione del reddito, analizzando l’esperienza delle economie avanzate a partire dal 1980. La visione più comunemente accettata è che i cambiamenti nella sindacalizzazione o nel salario minimo interessano i lavoratori a basso e medio salario, ma è improbabile che essi abbiano un impatto diretto sui percettori dei redditi più alti.

Mentre i nostri risultati sono coerenti con precedenti affermazioni sugli effetti del salario minimo, abbiamo trovato forte evidenza che la riduzione della sindacalizzazione è associata all’aumento della quota di reddito ai più ricchi nelle economie avanzate durante il periodo 1980-2010 (per esempio, si veda Tabella 2), mettendo quindi in discussione le idee sui canali attraverso i quali la densità sindacale influenza la distribuzione del reddito. Questo è l’aspetto maggiormente innovativo della nostra analisi, che pone le basi per ulteriori ricerche sul legame fra l’indebolimento dei sindacati e l’aumento della disuguaglianza.

Cambiamenti al vertice

La ricerca economica ha messo in luce diversi canali attraverso i quali i sindacati e il salario minimo possono influenzare la distribuzione dei redditi a livelli bassi e medi, fra cui la dispersione

dei salari, la disoccupazione e la redistribuzione. Nel nostro studio, tuttavia, consideriamo anche la possibilità che sindacati più deboli possono portare a quote maggiori di ricchezza per i percettori di redditi più alti e formuliamo ipotesi per spiegare questo fenomeno.

I principali canali attraverso cui le istituzioni del mercato del lavoro possono influenzare le diseguaglianze di reddito sono i seguenti.

Dispersione salariale

si crede che sindacalizzazione e salari minimi possano ridurre la disuguaglianza aiutando a equalizzare la distribuzione dei salari, e la ricerca economica lo conferma.

Disoccupazione

Alcuni economisti sostengono che, mentre sindacati più forti e un salario minimo più elevato riducono la disuguaglianza dei salari, essi possono anche aumentare la disoccupazione mantenendo i salari al di sopra dei livelli consoni al mercato e portando quindi a una maggiore disparità di reddito. Ma il sostegno empirico per questa ipotesi non è molto forte, almeno per quanto si osserva nelle economie avanzate (vedi Betcherman, 2012; Baker et al., 2004; Freeman, 2000; Howell ed altri, 2007; OCSE, 2006). Per esempio, in una review di 17 studi, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha trovato che solo 3 di questi confermano l’associazione tra densità sindacale (o copertura della contrattazione) e aumento della disoccupazione complessiva.

Ridistribuzione

sindacati forti possono indurre i politici a impegnarsi per una maggiore redistribuzione mobilitando i lavoratori a votare per i partiti che promettono di ridistribuire il reddito o spingendo tutti i partiti politici a farlo. Storicamente, i sindacati hanno svolto un ruolo importante nell’introduzione di fondamentali diritti sociali e del lavoro. Al contrario, l’indebolimento dei sindacati può portare a meno redistribuzione e maggiore disuguaglianza di reddito netto (cioè, la disuguaglianza di reddito dopo le imposte e trasferimenti).

Potere contrattuale dei lavoratori e quote di reddito ai livelli superiori

Una riduzione della sindacalizzazione può aumentare la quota di reddito ai livelli superiori, riducendo il potere contrattuale dei lavoratori. Naturalmente, la quota di reddito ai livelli superiori è meccanicamente influenzata da ciò che accade nel parte inferiore della distribuzione del reddito. Se la riduzione della sindacalizzazione riduce i guadagni per i lavoratori, aumenta necessariamente la quota del reddito dei dirigenti aziendali e i rendimenti per gli azionisti. Intuitivamente, l’indebolimento dei sindacati riduce il potere contrattuale dei lavoratori relativamente ai detentori di capitale, aumentando la quota di ricchezza che va al capitale – che è più concentrato nella parte superiore della distribuzione del reddito rispetto a quella derivante da salari e stipendi. Inoltre, sindacati più deboli possono ridurre l’influenza dei lavoratori sulle decisioni aziendali che beneficiano i percettori dei redditi più alti, come la dimensione e la struttura delle retribuzioni dei dirigenti.

Per studiare il ruolo della sindacalizzazione e del salario minimo nella crescita della disuguaglianza, abbiamo usato tecniche econometriche su un campione che comprende tutte le economie avanzate per le quali sono disponibili dati relativi agli anni dal 1980 al 2010. Abbiamo esaminato il rapporto tra le varie misure di disuguaglianza (quota di reddito al 10% più ricco, indice Gini dei redditi lordi, indice Gini dei redditi netti) e le istituzioni del mercato del lavoro, introducendo diverse variabili di controllo. Le variabili di controllo riguardano altri importanti fattori che influenzano la disuguaglianza, come la tecnologia, la globalizzazione, la liberalizzazione finanziaria e le aliquote marginali sul reddito personale.

I nostri risultati confermano che il declino della sindacalizzazione è fortemente associato con l’aumento della quota di reddito per i livelli superiori. Nonostante sia difficile stabilire l’esistenza di nessi causali, il calo della sindacalizzazione sembra essere un fattore chiave per spiegare questo fenomeno. Questa constatazione vale anche dopo aver tenuto conto dei cambiamenti nel potere politico, delle variazioni nelle norme sociali in materia di disuguaglianza, dei cambiamenti nella distribuzione settoriale del lavoro (come la deindustrializzazione e il crescente ruolo del settore finanziario), e degli aumenti dei livello d’istruzione. La relazione tra la densità sindacale e il coefficiente Gini sui redditi lordi è parimenti negativa, ma un po’ più debole. Questo potrebbe essere causato dal fatto che l’indice Gini sottostima gli aumenti delle disuguaglianze nella parte superiore della distribuzione del reddito.

Abbiamo anche trovato che la riduzione della sindacalizzazione è associata con meno redistribuzione del reddito e che le riduzioni dei minimi salari aumentano la disuguaglianza complessiva in maniera notevole.

In media, il calo della sindacalizzazione spiega circa la metà dell’aumento di 5 punti percentuali della quota di ricchezza per il 10 per cento più ricco. Analogamente, circa la metà dell’aumento dell’indice Gini relativo ai redditi netti è guidato dalla riduzione della sindacalizzazione.

Nuove piste di ricerca

Il nostro studio si concentra sulla sindacalizzazione come misura del potere contrattuale dei lavoratori. Al di là di questa semplice misura, più ricerca è necessaria per indagare quali aspetti della sindacalizzazione (per esempio, la contrattazione collettiva, l’arbitrato) hanno maggiori effetti e se alcuni aspetti possono essere più dannosi per la produttività e la crescita economica.

Se l’aumento della disuguaglianza causato dall’indebolimento dei sindacati è un bene o un male per la società rimane poco chiaro. Mentre l’aumento della quota del reddito ai redditi più alti potrebbe riflettere un aumento relativo della loro produttività (diseguaglianza buona), la retribuzione dei top earners potrebbe essere maggiore del loro contributo alla crescita economica, riflettendo ciò che gli economisti chiamano “estrazione di una rendita” (disuguaglianza cattiva). La disuguaglianza potrebbe anche danneggiare la società, consentendo ai redditi più alti di manipolare il sistema economico e politico.

In questi casi, ci sarebbero buoni motivi per un’azione da parte dei governi. Tale azione potrebbe includere una riforma nel sistema di corporate governance che dia a tutte le parti interessate (lavoratori, dirigenti e azionisti) voce nelle decisioni sulla retribuzione dei manager; una migliore definizione delle retribuzioni legate ai risultati, soprattutto nel settore finanziario; e una riaffermazione di quelle norme del lavoro che permettono ai lavoratori che lo vogliono di contrattare collettivamente.

Disastro ambientale abusivo: è come dare una licenza per inquinare

Inquinamento - Immagine dell'Istituto Calvinodi Gianfranco Amendola
“Fuori dai casi previsti dall’articolo 434, chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da 5 a 15 anni”. Questo è il testo del nuovo articolo 452-quater del codice penale contenuto nella proposta sui delitti ambientali che sta per essere definitivamente approvata alla Camera.Avremo, così, unico Paese al mondo, il delitto di disastro ambientale “abusivo”, e cioè un disastro che può essere punito solo se commesso “abusivamente”. Altrimenti, il fatto non sussiste e l’imputato viene assolto. È evidente, infatti, che punire solo chi cagiona abusivamente un disastro ambientale o un inquinamento rilevante, significa, al contrario, accettare che possa essere lecito o, addirittura, autorizzato un disastro ambientale (con morti, devastazioni, eccetera). Purché non sia “abusivo”.

La realtà è che questa è la risposta dei poteri forti alle varie vicende Ilva, Eternit e così via con la chiara scelta di estromettere la magistratura da qualsiasi possibile intervento. Basta che una attività industriale abbia avuto dalla pubblica amministrazione un’autorizzazione e si può fare di tutto, anche a rischio della incolumità pubblica. Insomma, non evitare il disastro ma legittimarlo.

Se qualcuno è interessato, mi permetto di segnalare un mio articoletto appena uscito su Lexambiente a questo link. Se siete indignati quanto me, vi prego, cerchiamo di fare qualcosa finchè è ancora possibile. Facciamo un appello, una raccolta di firme, un dibattito pubblico.

Io tra poco vado in pensione ma ci sono i nostri figli e nipoti. E, francamente, sarei orgoglioso se la magistratura italiana facesse diventare una sua battaglia prioritaria quella contro il disastro ambientale abusivo. Nell’interesse dei cittadini tutti.

 

 

Un sistema mediatico in larga parte asservito al potente del momento scatta come un serpente a sonagli appena spunta all'orizzonte qualcosa che sembra un'aggregazione fuori del coro che parla di cose concrete che vivono ogni giorno le persone normali.

Questo è ciò che sta succedendo appena è apparsa sulla scena la proposta di Maurizio Landini di costruire   "Coalizione Sociale " per  dare  rappresentanza sociale  a chi non ha  voce nè rappresentanza dopo la trasformazione che hanno subito i partiti tradizionali della sinistra.

I lavoratori poveri, le false partite IVA, precari e disoccupati sono lasciati senza rappresentanza nè sociale nè politica, una grande massa di persone senza riferimenti, senza un'offerta associativa di rappresentanza sociale e politica.

Senza sindacato di riferimento, senza un partito di riferimento migliaia di persone debbono arrangiarsi a difendere uno straccio di dignità nel lavoro, nella ricerca del lavoro  e nella vita.

Coalizione Sociale appare come un nuovo soggetto  politico e sociale che si propone di rimettere insieme i frammenti delle esperienze di vita e i bisogni di una moltitudine di persone condannate alla emarginazione sociale e alla povertà.

Il progetto politico post democratico portato avanti nell'intera Europa dalle nuove leadership è invece quello di trasformare questa massa di persone in plebe, senza progetti di vita e consapevolezza dei propri diritti.

Nessun problema per il potere se queste migliaia di nuovi paria non partecipano alla vita attiva, se non votano, tanto si può governare con il 40% dei consensi sulla base di una partecipazione al voto di poco superiore al 50 % degli aventi diritto.

Il pericolo che una moltitudine di soggetti che ora  non partecipano alla vita politica e sociale si mobilitino per propri obiettivi sociali e trovino  anche nuove leadership politiche che li rappresentino è insostenibile per questa classe dirigente un pò parassitaria che ha conquistato il potere usurpando la reputazione di vecchie forme di partito già del movimento operaio.

Questa è la grande paura, la paura che qualcuno colmi il vuoto che sta tra il PD ed una moltitudine di donne e uomini che sono ora senza rappresentanza.

Hanno capito benissimo tutto questo il Renzi e i suoi sodali e il cerchio magico dei poteri di sempre che utilizzano i media come clave contro qualsiasi proposta che possa incrinare il sistema .

Per questo il tentativo generoso di Landini e della Fiom ha un valore in sè come banco di prova per costruire un orizzonte diverso da quello prospettato da Renzi & C

L'accettazione della linea Renzi significa per la Cgil la fine del sindacato confederale, ovvero la fine della Cgil. Speriamo che Camusso e compagni lo capiscano in tempo se non vogliono essere confinati dal governo in una "riserva indiana" verso un'estinzione lenta e inesorabile .

Va dato atto a Maurizio Landini di avere intuito questo pericolo e di avere reagito. Non va lasciato solo.

Gino Rubini

 

 

 

 

 

In questo numero :

- Vogel (Etui), l'Unione Europea ha abbandonato la sicurezza sul lavoro

- La ricorrenza della MecNavi, una storia tragica da non dimenticare perchè ci parla del mondo di oggi

- MORTI BIANCHE 2015: NON CAMBIA NULLA. 50 VITTIME REGISTRATE A GENNAIO, ERANO 51 NEL 2014.

- Svizzera. Turni di lavoro al limite per i macchinisti da AREA7.CH

- LA STORIA DELLA PREVENZIONE : Inchiesta 1980 - La programmazione nei servizi territoriali di medicina del lavoro

- LA STORIA DELLA PREVENZIONE : INCHIESTA N°43 - 1980 - La nuova soggettività operaia nella prevenzione

- NOTIZIE IN BREVE

IL NOTIZIARIO AUDIO  (31 minuti, wav )

 

 

L'iniziativa di Landini ha smosso le acque melmose dello stagno della politica italiana ormai assuefatta allo schema "Renzi pigliatutto e tutti gli altri zitti e pedalare.."
Opinionisti un pò ignoranti si sono messi a discettare di "autonomia sindacale" senza conoscere ciò che conosce un delegato sindacale che ha fatto un corso di base di formazione al ruolo di delegato. Portavoce del PD come Serracchiani e Guerrini sproloquiano di confini e di recinti entro i quali dovrebbe stare il sindacato, una specie di "riserva indiana" da rifornire periodicamente con wisky all'alcol metilico. Costoro non sanno nulla di movimento sindacale: anche Guzzoni, un delegato un pò tontolone che ha seguito corsi di formazione di base sul ruolo del delegato non dice le stupidaggini che ho sentito da Serracchiani e Guerrini...

Una coalizione per la difesa dei diritti fondamentali e per dare rappresentanza e voce ai lavoratori è anche compito del sindacato. Confindustria la "sua" coalizione d'interessi l'ha già fatta cooptando anche una rilevante quota parte dei partiti , PD incluso.

L'autonomia del sindacato è stata già compromessa con gli accordi separati alla Fiat: le bandiere del "sindacato" sono già state usate nella sostanza da Bonanni e Angeletti a suo tempo per sostenere il Patto per l'Italia di Berlusconi e Sacconi e l'accordo separato alla Fiat. Purtroppo si fa molta confusione sulla parola autonomia sindacale. Autonomia dai partiti (tutti, anche dal PD), autonomia dal governo ( anche quello di Renzi), autonomia dai padroni... In molti interventi si vuole impedire un'alleanza tra soggetti associativi che non sono dei partiti in nome dell'autonomia sindacale e si dimenticano i gravi sfregi all'autonomia sindacale provocati da chi ha firmato accordi subalterni con Marchionne o chi sbava per ottenere uno strapuntino nel cerchio magico di Matteo Renzi....
La riconquista da parte del nuovo sindacato dell'autonomia dai partiti , dal governo e dai padroni per uno strano destino della storia, è verosimile che passi tramite un'alleanza sui problemi concreti con associazioni come Emergency e Libera piuttosto che da piazza del Nazareno e dintorni .....

RAVENNA 13 MARZO 1987. UNA TRAGEDIA SUL LAVORO DI IERI CHE CI PARLA DEL MONDO DI OGGI
di Gino Rubini

Porto di Ravenna, cantiere navale MecNavi, 13 marzo 1987, alcuni operai stanno ripulendo le stive della motonave Elisabetta Montanari, una gasiera adibita al trasporto GPL, altri operai tagliano e saldano lamiere con la canna ossidrica, una scintilla provoca un incendio.Le fiamme si propagano e tredici uomini che stanno ripulendo le stive muoiono asfissiati dai gas di combustione.

Tredici uomini muoiono come topi nelle stive più profonde.

Ci fu un sommovimento di sentimenti di rabbia e d'indignazione popolare nei giorni che seguirono la tragedia . La parola d'ordine scritta e gridata che venne portata in corteo da giovani generosi di Ravenna era :" MAI PIU' "

Lo choc era enorme. Le autorità e molti cittadini mostrarono sorpresa: non era possibile che in un territorio evoluto e civile come quello di Ravenna vi potessero essere condizioni di lavoro così precarie, in nero e prive delle più elementari tutele di sicurezza ... Come era potuto succedere tutto questo senza che vi fossero state avvisaglie e interventi preventivi ?

Il mercato sotterraneo del lavoro in nero che si svolgeva in qualche bar nei dintorni del porto pareva essere sconosciuto ai più. Anche a coloro che dovevano esserne a conoscenza per le responsabilità istituzionali e/o associative che ricoprivano.

L'interpretazione che venne data dalle autorità locali sui determinanti di questa tragedia: la Mecnavi era un'azienda che operava al di fuori legge (vero), un residuo di una concezione imprenditoriale retriva e del passato, un'anomalia da eliminare dal tessuto produttivo sano ed evoluto del territorio.

Quell'interpretazione tesa ad isolare il caso Mecnavi come estraneo al tessuto produttivo ravennate era purtroppo errata e consolatoria. Le modalità d'uso del lavoro irregolare, in nero e malpagato, il risparmio sulle procedure di organizzazione del lavoro bypassando la gestione della sicurezza non erano un residuo del passato ma in qualche misura anticipavano la visione postmoderna tesa a svincolare l'impresa dalla responsabilità rispetto al diritto dei lavoratori di lavorare in sicurezza e con salari dignitosi.

Il comportamento criminoso della Mecnavi fu letto solo dal punto di vista del codice penale ma non dal punto di visto della sua "potenzialità negativa" come modello precursore, ancora rozzo e primitivo, di deresponsabilizzazione sociale e civile dell'impresa rispetto ai diritti fondamentali dei lavoratori.

La subcultura imprenditoriale che ancora ricerca il vantaggio competitivo nel lavoro illegale e insicuro e malpagato non è stata certo sconfitta. Dal tempo del "modello Mecnavi" si è evoluta, si è trasformata e ora opera "border line" con maggiore abilità utilizzando le porosità che le attuali norme del mercato del lavoro consentono.

La legislazione sulla gestione della sicurezza è assai migliorata rispetto agli anni '80 ma vi è un punto fodamentale sul quale occorre fare luce: senza la partecipazione attiva dei lavoratori è assai difficile una gestione efficace della sicurezza. La partecipazione attiva da parte dei lavoratori purtroppo in quest'epoca è in diversa misura paralizzata dalla paura di perdere il lavoro e da una legislazione che può fornire strumenti impropri al datore di lavoro per mettere a tacere chi richiede maggiore sicurezza: la minaccia di demansionamento e/o di licenziamento per "ragioni economiche" possono diventare armi formidabili per silenziare i lavoratori e anche i loro rappresentanti...

L'agibilità dei lavoratori per partecipare tramite loro rappresentanze alla gestione gli aspetti della sicurezza è ora, nei fatti, affidata al senso etico e di responsabilità sociale dell'impresa .... E' sufficiente ? Questa è la domanda legittima e non retorica cui è necessario rispondere anche nella celebrazione di domani.

Rammentiamo e segnaliamo l'evento di domani 13 marzo a Ravenna per commemorare i lavoratori caduti e segnaliamo altresì "IL COSTO DELLA VITA. Storia di una tragedia operaia " di Angelo Ferracuti 1), uno dei lavori migliori per capire quello che successe a Ravenna il 13 marzo 1987 e dopo . Gino Rubini

1) Il costo della vita. Storia di una tragedia operaia
Autore Ferracuti Angelo

http://www.ibs.it/code/9788806211059/ferracuti-angelo/costo-della-vita-storia.html

L'austerità è il prezzo che i cittadini pagano per il crollo dei mercati. Perché la finanza quando vince incassa enormi profitti, ma quando perde scarica i propri debiti sui cittadini.
Andrea Baranes, economista, analizza le minacce alla democrazia, il mercato delle armi, la possibilità di una finanza etica, il caso Grecia.

Diffondiamo da “Inchiesta 181 aprile-giugno 2014 questo testo di Ivan Cicconi, intervistato da Tommaso Cerusici

 

Tommaso Cerusici In queste settimane è esploso lo scandalo per gli appalti di Expo 2015. Ci descrivi – dal tuo punto di vista – cosa sta succedendo nel mondo degli appalti, proprio a partire da questa ennesima vicenda di tangenti e corruzione che vede implicati politici, imprenditori e affaristi?

Ivan Cicconi Il 17 aprile 2014 sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea tre nuove direttive: le numero 23, 24 e 25, che vanno ad aggiornare le precedenti direttive europee sugli appalti pubblici; si tratta dell’aggiornamento delle regole del governo della spesa e degli investimenti pubblici. Stiamo parlando di un settore che riguarda circa il 25-30% del Pil europeo e, per quanto riguarda l’Italia, un valore che si aggira sui 300-350 miliardi di euro. Qualsiasi discorso che punti alla spending review, all’ottimizzazione della spesa e degli investimenti pubblici, non può prescindere dalle regole definite dall’ordinamento europeo con queste tre direttive. Il 25 maggio abbiamo votato: non c’è stato alcun partito politico e nessun candidato che abbia minimamente accennato a queste tre direttive europee.

Lo scandalo di Expo 2015 è il figlio di questa assoluta disattenzione rispetto alle regole che governano la spesa pubblica. Oltre a questo si somma anche la scarsa consapevolezza o – se si vuole – la totale ignoranza della classe dirigente del nostro Paese delle modifiche profonde, che sono intervenute in questi ultimi anni negli apparati produttivi, nel sistema politico dei partiti, nell’assetto organizzativo e istituzionale e nella gestione dell’amministrazione pubblica.

Questo nuovo scandalo ci viene offerto con una lettura che è condita soprattutto da banalità e luoghi comuni. Uno dei principali – bipartisan in questo caso – è che “tangentopoli” continua come prima e non è cambiato niente. In realtà, il rapporto tra politica e affari è cambiato radicalmente: sta investendo in maniera strutturale la relazione e ci presenta una situazione nella quale “tangentopoli” è radicalmente mutata. Infatti, i magistrati l’avevano definita come il “sistema della corruzione”, quindi un sistema con delle regole precise. A governare il sistema della corruzione era la cupola dei partiti e la cupola della grande impresa. Si trattava di sistemi solidi, ben strutturati, che per finanziare in maniera occulta la politica avevano determinato delle regole precise. In sostanza, le regole degli appalti venivano rispettate e, dietro le quinte, si stabilivano le regole di questa transazione occulta dalle imprese verso i partiti politici, per facilitare l’esecuzione dei contratti. I magistrati hanno parlato, oltre che di sistema, anche di “triangolazione”: cioè un sistema triangolare che era caratterizzato dalla cupola dei partiti e dalla cupola degli imprenditori, che definivano le regole, e un terzo soggetto – il tecnico interno ed esterno all’amministrazione – che validava le modificazioni dei contratti per determinare l’aumento del prezzo dell’appalto di lavoro o di servizio e così costruire, all’interno del bilancio dell’impresa, il finanziamento occulto ai partiti politici. Quello che è successo in questi ultimi venti anni è che tutti questi soggetti sono mutati radicalmente. È mutato il partito politico, è mutata l’impresa ma è mutato anche l’ordinamento statale, le regole con le quali si realizza il rapporto fra il pubblico e il privato, quindi, fra la politica e gli affari.

“Mani pulite” ebbe un relativo successo nei confronti del sistema di “tangentopoli” perché contestava il reato di corruzione nel rapporto tra il pubblico e il privato, cioè l’esito positivo di quelle indagini fu determinato anche dalla limitatezza del reato contestato. Non venivano contestati illeciti amministrativi o contabili, che sicuramente erano connessi con la gestione dell’appalto pubblico, ma veniva contestato esclusivamente il reato di corruzione e altri due reati molto spesso collegati, cioè l’abuso d’ufficio per il corrotto – l’amministratore o il tecnico infedele che sforava le procedure – e il falso in bilancio per il corruttore, che costruiva all’interno del proprio bilancio la copertura per il pagamento delle tangenti alla politica.

 

Tommaso Cerusici Cos’è cambiato negli ultimi anni nel mondo degli appalti e nella relazione tra pubblico e privato?

Ivan Cicconi Quello che è successo in questi anni è che sia il reato di falso in bilancio che l’abuso d’ufficio sono stati, sostanzialmente, depenalizzati. C’è però anche qualcosa che non è successo – ed è l’elemento più determinante – cioè che l’Italia è rimasto l’unico Paese europeo a non aver recepito le indicazioni del Trattato di quindici anni fa, con il quale si invitavano gli Stati membri a introdurre il reato di corruzione nel rapporto tra privati. Oltre al depotenziamento degli strumenti giuridici – con la depenalizzazione del reato del falso in bilancio e dell’abuso d’ufficio – i magistrati oggi si trovano, nelle indagini sul rapporto illegale fra politica e affari, tra settore pubblico e settore privato, senza uno strumento fondamentale come la contestazione del reato di corruzione tra privati. Fra le modifiche profonde, che sono intervenute nella relazione fra pubblico e privato in questi ultimi vent’anni, ci sono, da un lato, i processi di privatizzazione e, dall’altro, l’introduzione d’istituti contrattuali che trasferiscono nella relazione privatistica la gestione del denaro pubblico.

Ad esempio, non esiste più la situazione dell’inizio degli anni Novanta, cioè prima di “tangentopoli”, nella quale la gestione dei servizi pubblici erano in capo ad aziende di diritto pubblico. Queste erano regolate da leggi dello Stato che definivano la nomina dei Consigli di Amministrazione e fissavano le indennità percepite, vi era poi la presenza diretta della Corte dei Conti che attuava un controllo preventivo degli atti e delle delibere di tali soggetti. La stessa condizione l’avevamo a livello territoriale con le aziende municipalizzate, anche esse aziende di diritto pubblico, regolate per legge, con Cda nominati da organi elettivi e che prevedevano addirittura sistemi di votazione a garanzia di tutta la rappresentanza. I Consigli comunali votavano i cinque consiglieri delle aziende municipalizzate, con la possibilità di indicare un solo nominativo. Quindi, la maggioranza del Consiglio comunale poteva catturare la maggioranza del Cda – 3 su 5 – solo se preventivamente indicava ai singoli consiglieri tre nominativi. Comunque, questo metodo garantiva all’opposizione di nominare uno o due consiglieri, secondo la rappresentanza che esprimeva nel Consiglio comunale.

Negli ultimi anni, passiamo da circa 1.500 società di diritto pubblico a circa 20.000 Spa o Srl, sotto il controllo diretto o indiretto dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali. Questo significa, da un lato, 20.000 Presidenti, Cda e Collegi sindacali – nominati da questo sistema dei partiti – e, dall’altro, 20.000 Spa e Srl che, nel diritto privato, governano una fetta consistente della spesa pubblica. Il tutto avviene in un contesto in cui si perde spesso il limite tra cosa è pubblico e cosa è privato, con una buona possibilità che si creino dei ruoli intercambiabili: il politico che diventa manager, l’imprenditore che partecipa alle decisioni, il tecnico che diventa presidente, eccetera.

...continua a leggere "Ivan Cicconi: Expo 2015 e la corruzione negli appalti pubblici"

Barbara Spinelli, Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015

Nel 1998 il presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer descrisse i due «plebisciti» su cui poggiano le democrazie: quello delle urne, e il «plebiscito permanente dei mercati». La coincidenza con l’adozione di lì a poco dell’euro è significativa.

La moneta unica nasce alla fine degli anni ’90 senza Stato: per i mercati il suo conclamato vizio d’origine si trasforma in virtù. Le parole di Tietmeyer e i modi di funzionamento dell’euro segnano l’avvio ufficiale del processo che viene chiamato decostituzionalizzazione – o deparlamentarizzazione – delle democrazie.

Il fenomeno si è acutizzato con la crisi cominciata nel 2007, ma già nel 1975 un rapporto scritto per la Commissione Trilaterale denunciava gli «eccessi» delle democrazie parlamentari postbelliche e affermava il primato della stabilità e della governabilità sulla rappresentatività e il pluralismo, giungendo sino a esaltare l’apatia degli elettori: «Il funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di apatia da parte di individui e gruppi. In passato ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-democratico, ma è stato anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene».

Oggi viviamo all’ombra di quel plebiscito dei mercati mondiali, che non conosce scadenze o prove di falsificazione. Un po’ come la guerra permanente al terrorismo. Ambedue producono un continuo stato di eccezione, dove gli equilibri delle democrazie costituzionali saltano per ricomporsi in maniera accentrata. Dominano gli esperti monetari, le élite finanziarie internazionali, i grandi istituti di credito, i complessi militari-industriali, e pochi Stati a torto considerati onnipotenti. L’efficienza e la rapidità delle decisioni economiche prevalgono su processi democratici ritenuti troppo lenti e incompetenti.

Gli effetti di questa decostituzionalizzazione li tocchiamo con mano in Italia. Il Piano di rinascita democratica di Gelli (redatto forse non a caso in concomitanza con il rapporto della Trilaterale) è stato fatto proprio da Craxi, poi da Berlusconi, infine da Matteo Renzi. Conta più che mai la governabilità, a scapito della rappresentatività e degli organi intermedi che aiutano la società a non cadere nell’apatia e nell’impotenza. È rivelatore anche l’uso di certe terminologie. Le riforme strutturali o di “efficientamento”, si tratta non di deliberarle attraverso discussioni democratiche, ma di “portarle a casa”. Portare a casa le riforme rimanda all’immagine di una caccia predatoria. Si parte verso territori infestati da nemici che possono intralciare la scorreria (contropoteri, organi intermedi, sindacati, spazi pubblici) per mettere in salvo il bottino nel fortilizio chiuso, e soprattutto privato, che è la “casa”. (Notiamo en passant che economia nei primordi è proprio questo: la legge, nòmos, della casa, oîkos. Saranno la politica e poi la democrazia a oltrepassare il perimetro casalingo.)

Sotto il plebiscito permanente dei mercati globali, la politica di per sé non scompare; si adatta, mutando natura. Ma scompare l’essenza della democrazia costituzionale, e cioè l’obbligo di separare le decisioni, nella consapevolezza che qualsiasi potere, se non controbilanciato da poteri altrettanto forti e autonomi, tende a divenire assoluto.

...continua a leggere "L’APATIA DELLA DEMOCRAZIA di Barbara Spinelli"

di Aldo Bonomi (da il manifesto)

La Lega torna in scena. Con due spet­ta­coli non da poco: la mani­fe­sta­zione di Roma e il con­flitto aspro al suo interno nei ter­ri­tori del Nord Est. Roma che con­sa­cra defi­ni­ti­va­mente Sal­vini come il Le Pen ita­lico, il Veneto che rimanda alla tra­di­zione leghi­sta del sin­da­ca­li­smo di ter­ri­to­rio seces­sio­ni­sta o regio­na­li­sta a seconda della alleanze sociali e politiche.

Gli ana­li­sti poli­tici giu­sta­mente col­lo­cano l’ascesa e i toni del sal­vi­ni­smo den­tro la crisi del cen­tro­de­stra. I più attenti, si veda la cro­naca ragio­nata della mani­fe­sta­zione di Gad Ler­ner su Repub­blica, segna­lano l’evoluzione di chi si è sem­pre carat­te­riz­zato come l’imprenditore poli­tico delle paure e del ran­core verso il fascio-leghismo dichia­ra­ta­mente razzista.

Per capire sarà il caso di chie­dersi anche se que­ste feno­me­no­lo­gie poli­ti­che non riman­dano anche al fran­tu­marsi di quel blocco sociale e pro­dut­tivo che, soprat­tutto al Nord, era la base socio-politica del forza-leghismo del ven­ten­nio di Ber­lu­sconi. Qui ci aiuta guar­dare a Nord Est. Al fran­tu­marsi di quella società locale dei pro­dut­tori, di capi­ta­li­sti mole­co­lari che si divi­deva in un’armonia com­pe­ti­tiva tra indi­vi­dua­li­smo pro­prie­ta­rio ber­lu­sco­niano e riven­di­ca­zioni ter­ri­to­riali di autonomia/secessione del ran­core del Nord. Sosten­gono da tempo che, nel soc­com­bere sotto i colpi selet­tivi della crisi, dai mole­co­lari iden­ti­fi­cati ben prima del 2008 con euro e fine della sva­lu­ta­zione com­pe­ti­tiva, il blocco sociale del «Casan­none», la casa, il capan­none, il cam­pa­nile del post­for­di­smo ita­lico della sub­for­ni­tura, delle vil­lette a schiera e dei cen­tri com­mer­ciali dila­ganti nei ter­ri­tori pede­mon­tani, ha attra­ver­sato la meta­mor­fosi antropologica.

La fami­glia tutta messa al lavoro per fare impresa non bastava più a reg­gere modelli pro­dut­tivi sem­pre più segnati dall’innovazione com­pe­ti­tiva. Nella società del benes­sere con­qui­stato a fatica, l’eredità impren­di­to­riale dell’impresa ai figli dif­fi­cil­mente riu­sciva. Non ci si è resi conto che l’immigrazione porta sì brac­cia, ma anche per­sone, cul­ture, reli­gioni, stili di vita che com­por­ta­vano il rico­no­scere e il riconoscersi.

È sal­tato così quel col­lante comu­ni­ta­rio per cui l’impresa era un pro­getto di vita che teneva assieme fami­glia, paese, figli al lavoro e mano­do­pera abbon­dante e fles­si­bile con le sana­to­rie per gli immi­grati fun­zio­nali in con­te­sto geo­me­di­ter­ra­neo da esodo per lavoro e non pro­fu­ghi da un Medi­ter­ra­neo in ebol­li­zione. Se poi ci si aggiunge il pro­cesso di finan­zia­riz­za­zione dell’economia e il venire meno delle ban­che locali sim­bio­ti­che con le imprese dif­fuse, il ritro­varsi inde­bi­tati nel fare impresa e «uomo inde­bi­tato» con Equi­ta­lia, ben si capi­sce il trauma del sen­tirsi spae­sati nella metamorfosi.

Dal 2007 il Pil del Nord Est è calato del 8%, la domanda interna del 9% e si sono persi 138mila posti di lavoro. Non è andata solo così. Chi ha attra­ver­sato la crisi cam­biando si trova aggan­ciato a filiere pro­dut­tive di medie imprese inter­na­zio­na­liz­zate che hanno reti lun­ghe verso la Cina, la Rus­sia, gli Usa, oltre che il tra­di­zio­nale mer­cato tede­sco ed euro­peo. Molti dei figli “stu­diati” dei capi­ta­li­sti mole­co­lari di un tempo sono makers che fanno nuova mani­fat­tura e si dise­gnano piat­ta­forme pro­dut­tive e aree metro­po­li­tane oltre il loca­li­smo dei cam­pa­nili per com­pe­tere nella glo­ba­liz­za­zione. Pro­blemi che inte­res­sano poco al sal­vi­ni­smo, molto più inte­res­sato, a pro­po­sito di aree metro­po­li­tane, a rin­fo­co­lare tra Roma e Milano la guerra tra gli ultimi per la casa e le paure nella crisi non solo eco­no­mi­che ma delle forme di convivenza.

Per con­ti­nuare in que­sto eser­ci­zio di ragio­na­mento par­tendo dal fran­tu­marsi del blocco sociale e il leghi­smo oggi, si può azzar­dare l’ipotesi che la dia­triba Tosi-Salvini più che que­stione di potere tra veneti e lom­bardi nasconde il fatto che il sin­daco di Verona ha come ipo­tesi poli­tica il ria­ni­mare ciò che resta del Veneto dei cam­pa­nili pro­dut­tivi cer­cando di aggan­ciare quelli che ce l’hanno fatta con l’adagio poli­tico di un tempo forza-leghista e ancora più in pro­fon­dità facendo rife­ri­mento a quella tran­si­zione dolce tutta demo­cri­stiana che ha por­tato il Nord Est nella moder­niz­za­zione. In mezzo ci stanno Maroni e Zaia, con il loro refe­ren­dum per l’autonomia di antica memo­ria e le nuove ipo­tesi di macro regione come parola chiave per col­lo­care i loro ter­ri­tori nello stress di una moder­niz­za­zione di sistema neces­sa­ria per competere.

Sal­vini più che dia­let­tiz­zarsi con le fibril­la­zioni ter­ri­to­riali di un blocco sociale in crisi di iden­tità e visione, che aveva pro­dotto il ran­core del voler con­tare di più, par più essere inte­res­sato ad essere polo di attra­zione del ran­core da rab­bia e rin­ser­ra­mento con­tro pro­fu­ghi, immi­grati, euro, usando i biso­gni dei tanti nella crisi con­tro l’impianto dei diritti uni­ver­sali in nome della tra­di­zione local-familista con un po’ di salsa nazio­na­li­sta anti-europea. È come se dicesse «arrab­biati e for­coni unitevi».

Sta­remo a vedere. Anche per­ché alla fin fine la poli­tica è sem­pre anche que­stione sociale. Il ran­core corre nell’orizzontalità della nuova que­stione poli­tica data dai 16 milioni di poveri cen­siti dall’Istat. E la sini­stra? A Nord Est pare con­tare sullo stel­lone della moder­niz­za­zione dall’alto del ren­zi­smo, accat­ti­vante per quelli che ce la fanno a com­pe­tere. Più in gene­rale, guar­dando anche Sal­vini, mai come oggi si sente la man­canza di una sini­stra sociale in grado di svuo­tare il disa­gio che si coa­gula in forme di ran­core rin­ser­rato e cattivo.

di Nico Macce

Schermata 2015-03-03 a 23.47.22Per comprendere il ruolo di disinformazione che hanno i nostri media prendo due esempi freschi freschi.

Il primo è un raffronto tra gli attacchi brutali della polizia messicana contro gli insegnanti in lotta (qui e qui le informazioni del caso) e l’omicidio di Nemtsov a Mosca, un presunto oppositore di Putin.
 Se digitate “Messico e insegnanti” su Google, appaiono pagine della sinistra radicale. Ciò significa e conferma ciò che ho potuto constatare in questi giorni, ossia che sui media, di un fatto così importante e di sangue non c’è traccia. O molto, molto poco e senza alcuna riflessione politica, quasi fosse un fatto di cronaca, di delinquenza comune in un paese democratico a prescindere.

l'articolo segue su fonte carmillaonline.it

A Roberto Bennati, esperto di organizzazione del lavoro che collabora da anni con la FIOM CGIL EMILIA ROMAGNA, abbiamo chiesto di fare il punto sulla trasformazione  delle condizioni di lavoro nel corso degli ultimi anni e sugli scenari attesi dopo l'approvazione del Jobs Act.

Le domande che gli abbiamo posto:

- In questa fase stanno cambiando anche gli strumenti di misura della prestazione lavorativa fisica e congnitiva sia del singolo lavoratore sia del lavoro di gruppo ?
- Scientificità o arbitrio nella definizione dei nuovi standard ISO in materia di metrica e odl ?
- Quali sono gli strumenti a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici per essere a conoscenza regolare la propria prestazione lavorativa ? Quale contrattazione possibile dopo il Jobs Act ?
- Cosa potrebbe e/o dovrebbe fare il sindacato per dotarsi e dotare i lavoratori di una strumentazione efficace per la contrattazione della metrica , degli orari dei turni, dei carichi di lavoro... ?
- Esperienze e considerazioni su percorsi possibili per contrattare condizioni di lavoro dignitose in quest'epoca storica 

 

 

di Alessandra Cecchi

PAH-Blackstone2“Questo è un messaggio dalla Spagna per Blackstone. Noi siamo gli abitanti delle vostre nuove case, case che erano il nostro focolare. Può darsi che voi non ci conosciate… ma ci conoscerete! Il governo spagnolo e la banca, salvata dal fallimento, vi stanno vendendo le nostre case con uno sconto enorme, uno sconto che a noi è stato negato. Ora state alzando i prezzi, ponendoci tutti a rischio di sgombero. Può darsi che vi riteniate intoccabili, nascosti nei vostri uffici a Manhattan. Ma non lo siete. Voi non sapete di cosa siamo capaci… lotteremo per le nostre case, per i nostri diritti, per la nostra dignità, per i nostri figli e figlie, per i nostri nipoti. Lotteremo contro i vostri interessi economici, contro tutto quello che rappresentate. Noi ci impegnamo affinché tutto il mondo sappia chi siete e cosa fate. Tenetevi pronti ! Noi lo siamo !”

segue su fonte carmillaonline.it

 

E’ stato presentato il 25 febbraio il Rapporto 2014-2015 di Anmesty International sui diritti umani. Nel rapporto il 2014 sarà ricordato per i violenti conflitti e l’incapacità di tanti governi di proteggere i diritti e la sicurezza dei civili.

Un anno catastrofico – lo definisce Amnesty -per milioni di persone intrappolate nella violenza di stati e gruppi armati. Di fronte ad attacchi barbarici e repressione, la comunità internazionale è rimasta assente”.

Ma il 2014 è stato anche un anno che ha visto significativi progressi nella difesa e nella garanzia di alcuni diritti umani. Ha segnato date importanti, quali l’anniversario della fuoriuscita di gas a Bhopal nel 1984, la commemorazione del genocidio in Ruanda del 1994 e l’analisi, a 30 anni dalla sua adozione, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Ha visto l’entrata in vigore del Trattato sul commercio di armi. Momenti che ci fanno riflettere sui passi avanti compiuti ma anche su quanto resti ancora da fare per garantire giustizia alle vittime di gravi violazioni.

“Questo rapporto testimonia il coraggio e la determinazione di donne e uomini che si battono per difendere i diritti umani, spesso in circostanze difficili e rischiose”.

 

Per approfondire la notizia: www.rapportoannuale.amnesty.it

Diffondiamo da www.sbilanciamoci.info del 23 febbraio 2015

 

 

 

Tra l’Ottocento e il Novecento dello scorso millennio lo stato tedesco ha fatto default o ha ottenuto degli alleggerimenti dei suoi debiti ben otto volte

È ben noto come la Germania abbia assunto un atteggiamento intransigente sulla questione del debito pubblico all’interno dell’eurozona e come essa tenda a spingere duramente perché i vari paesi adottino, per risolverlo, delle strette politiche di austerità, politiche che peraltro rischiano di uccidere il malato. Ne abbiamo avuto ancora una riprova con l’attuale crisi greca; nel corso dei negoziati i responsabili del paese teutonico sono stati i capifila e i portabandiera del partito dell’intransigenza, sino ad arrivare all’insulto verso un governo democraticamente eletto.

Ma da diverse parti, negli ultimi tempi, si tende a sottolineare come in passato il paese non sia stato quel campione di virtù che oggi cerca di apparire; in effetti, alcuni studiosi si sono chiesti quale sia stato in concreto, nel corso del tempo, il curriculum di tale paese sulla stessa questione ed hanno trovato degli elementi interessanti.

Si può cominciare ricordando come, certo, la gran parte dei paesi in tutte le regioni del globo sia passata attraverso una o più fasi di default, o comunque di ristrutturazione del proprio debito, nei confronti dei prestatori esteri, ma anche come la Germania sia stata tra i più assidui ad incappare in tale problema.

Apprendiamo così (Reinardt & Rogoff, 2009) che tra l’Ottocento e il Novecento dello scorso millennio lo stato tedesco, in effetti, ha fatto defaulto ha ottenuto degli alleggerimenti dei suoi debiti ben otto volte nel periodo, come del resto la Francia e contro una sola volta per l’Italia e cinque per la Grecia. Va peraltro riconosciuto che i campioni europei in questo sport sono stati gli spagnoli, con ben tredici volte. I tedeschi hanno comunque conquistato un brillante secondo posto a pari merito con il paese transalpino.

La rivalità franco-tedesca e le riparazioni dopo la grande guerra

In un certo senso, la Germania ha cercato di sottoporre la Grecia allo stesso trattamento inflitto alla Francia dopo la guerra franco-prussiana del 1870, quando i cittadini transalpini, dopo la veloce sconfitta, furono obbligati a pagare un grande volume di danni di guerra, 5 miliardi di franchi, pari al 20% del pil di allora del paese; esso dovette inoltre cedere l’Alsazia, una parte della Lorena e dei Vosgi, ai vincitori, che comunque occuparono una vasta area della Francia sino a che non fu effettuato l’intero pagamento del debito, ciò che avvenne, con molta solerzia, nel 1873. Sempre i francesi furono inoltre obbligati a concedere ai nemici la clausola della nazione più favorita.

E viene la prima guerra mondiale. Come è noto, questa volta, alla fine, si rovesciano le parti, la Francia si trova nel rango dei vincitori e la Germania invece in quella degli sconfitti.

L’obiettivo fondamentale del primo ministro francese del tempo, Georges Benjamin Clemenceau, fu allora quello di vendicarsi della sconfitta del 1870 e di annullare praticamente i progressi economici fatti dalla Germania dopo quella data. Egli riuscì ad imporre rilevanti perdite territoriali al paese nemico e cercò parallelamente, nella sostanza, di distruggere, o quantomeno di danneggiare al massimo, il suo sistema economico.

Ecco che lo statista francese riesce ad imporre alla Germania anche il pagamento di danni di guerra molto ingenti. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti si accodarono alla fine alle richieste dell’alleato.

Il problema finanziario che si poneva era comunque abbastanza complesso. Da una parte stavano i prestiti interalleati fatti prevalentemente per acquistare le armi e gli equipaggiamenti relativi (la Gran Bretagna aveva preso a prestito dagli Stati Uniti, la Francia dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti), dall’altra il problema delle riparazioni tedesche a Francia e Inghilterra. Le somme in gioco erano enormi: i debiti interalleati erano stimati in circa 26,5 miliardi di dollari, la gran parte dei quali dovuti agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, mentre la commissione per le riparazioni del 1921 fissò in maniera definita, dopo vari summit preliminari che andavano più o meno nello stesso senso, il debito della Germania in 33 miliardi di dollari, la gran parte dovuti a Francia ed Inghilterra (Aldcroft, 1993). Tali riparazioni avrebbero dovuto essere regolate in rate trimestrali a cominciare dal gennaio del 1922.

Mentre la Francia legava le due questioni, dichiarando che il paese avrebbe ripagato i suoi debiti quando gli sarebbero stati versati i proventi delle riparazioni, la Gran Bretagna e gli Usa avevano chiaro che gli indennizzi non potevano superare certi limiti.

I dubbi di Keynes e i vari tentativi di ristrutturazione del debito

Nel 1919 Maynard Keynes aveva 36 anni e aveva partecipato alla conferenza di pace come rappresentante del governo inglese per le questioni finanziarie. Ma egli si dimise presto, essendosi trovato in totale disaccordo con l’impostazione che gli alleati stavano dando alla sistemazione dell’Europa dopo la guerra.

Egli pubblicò così subito dopo “Le conseguenze economiche della pace”, un saggio molto polemico contro la follia della “pace cartaginese” che i vincitori della guerra stavano, a suo dire, imponendo alla Germania. Le riparazioni avevano un onere finanziario, affermò l’autore, che la Germania non era in grado di sostenere (egli calcolò a questo proposito che il paese avrebbe potuto restituire, grosso modo, solo un quarto della somma stabilita) e previde lucidamente che le conseguenze del trattato di pace sarebbero state molto dannose per il futuro del continente.

I tedeschi cominciarono a versare le prime rate, ma nel corso del 1922 la situazione economica del paese si deteriorò rapidamente, con l’accelerazione dei processi di inflazione e di svalutazione della moneta; i tedeschi chiesero dunque una moratoria dei pagamenti, ma essa fu loro negata. Ma la Germania non era più in grado di pagare (Aldcroft, 1993) e, comunque, non fece nessuno sforzo per tentare.

Nel gennaio del 1923, i francesi e i belgi, di fronte al fatto che i tedeschi non pagavano le somme richieste, decisero di occupare la Ruhr. Ma tale mossa concorse a completare il collasso economico e finanziario della Germania.

Si stabilì, a questo punto, di convocare una conferenza internazionale, che si tenne a Londra nel 1924 e che diede origine al piano Dawes, dal nome del presidente della conferenza, un banchiere americano. Secondo questo piano, la moneta tedesca avrebbe dovuto essere stabilizzata dopo l’enorme livello raggiunto dall’inflazione e le truppe francesi avrebbero dovuto essere ritirate dalla Ruhr. Un flusso di aiuti americani alla Germania avrebbe permesso a quest’ultima di rimborsare i suoi creditori. L’importo totale dei debiti della Germania veniva lasciato quale fissato nel 1921, ma venivano allungati i tempi di pagamento.

Così nel periodo 1924-1930 la Germania prese a prestito soprattutto dagli Stati Uniti circa 28 miliardi di marchi e ne restituì ai paesi alleati come danni di guerra circa 10,3 (Aldcroft, 1993).

Ma, quando nei tardi anni venti, i prestiti statunitensi smisero di arrivare e molte banche straniere richiesero la restituzione di prestiti precedenti, la situazione si fece di nuovo difficile.

Un ulteriore accordo venne così negoziato nel 1929; era il piano Young, dal nome di un altro plenipotenziario statunitense. Il piano proponeva ormai una riduzione del totale del debito tedesco e degli importi da pagare annualmente.

La situazione economica internazionale intanto non fece funzionare l’accordo che per due anni. Nel 1931 la moratoria Hoover sospese per un anno i pagamenti, ma di fatto si trattò di una moratoria definitiva.

Alla fine gli Stati Uniti avevano ricevuto in restituzione dagli alleati circa 2,6 miliardi di dollari, contro crediti per prestiti ed interessi di 22 miliardi. La Francia a sua volta aveva ricevuto in pagamento dalla Germania circa un terzo dell’importo stimato dei danni di guerra (Aldcroft, 1993).

Le riparazioni dopo la seconda guerra mondiale

E viene poi la seconda guerra mondiale. Anche in questo caso, dopo la fine delle ostilità, si trattava di sistemare la questione delle riparazioni.

La conferenza di Postdam nell’agosto del 1945 fissò subito il principio delle restituzione dei danni di guerra e un accordo di base in proposito venne ipotizzato per le zone occidentali del paese nel 1950. Intanto era stato avviato il piano Marshall, con il quale gli Stati Uniti concessero al paese rilevanti somme di denaro per far ripartire la loro economia.

Furono gli Stati Uniti a guidare tutta l’operazione dei risarcimenti nel 1953, consci che fosse necessario aiutare la ripresa della Germania e dell’Europa dopo una guerra devastante, evitando di commettere gli stessi errori del primo dopoguerra. Pesava fortemente, peraltro, anche la volontà degli Stati Uniti di fare della Germania Occidentale un baluardo contro il blocco sovietico.

Così nell’agosto del 1953, dopo trattative durante diversi mesi, ventuno paesi firmarono a Londra un trattato, noto come London Debt Agreement, che consentì alla Germania di suddividere la questione in due parti. La prima corrispondeva ai debiti accumulati fino al 1933, stimati in 16 miliardi di marchi; fu consentito di rateizzare il loro pagamento in 30 anni, a tassi di interesse molto bassi, ciò che equivaleva alla pratica cancellazione dello stesso. L’altra parte, corrispondente ad altri 16 miliardi di marchi e che faceva riferimento ai debiti dell’epoca nazista e della guerra, avrebbe dovuto essere ripagata, secondo modalità da concordare, dopo l’eventuale riunificazione del paese. Ma nel 1990, a processo di unificazione concluso, il governo tedesco si oppose alla rinegoziazione dell’accordo, a ragione in particolare dei costi che sarebbero stati necessari per risollevare economicamente la parte est del paese.

In ambedue le occasioni tra i creditori c’era anche la Grecia, che dovette accettare molto a malincuore tali decisioni.

La stessa Grecia ha sollevato a più riprese, ma invano, la questione dei danni di guerra subiti da parte della Germania. Tra l’altro, in effetti, nel corso delle vicende belliche il paese, occupato dai tedeschi, era stato costretto a prestare al Reich 476 milioni di reichsmark senza interessi. Tale somma corrispondeva ormai nel 2012, secondo alcuni calcoli, a circa 14 miliardi di dollari e a circa 95 miliardi se si calcolavano anche degli interessi al tasso molto ragionevole del 3% annuo. A fine 2014 la cifra totale dovrebbe aver superato i 100 miliardi di dollari.

La Germania si rifiuta a tutt’oggi di prendere in considerazione l’intera partita.

 

Testi citati nell’articolo

-Reinardt C. M., Rogoff K. S., This time is different, Eight centuries of financial follies, Princeton University Press, Princeton, N. J., 2009

-Aldcroft D. H., The european economy 1914-1990, Routledge, Londra, 3a ed., 1993

 

 
 
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