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di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

I licenziamenti barbieri_casa del popolo3collettivi alla Doppieri rivelano la dimensione femminile dell’espulsione dalle fabbriche bolognesi negli anni ’50. È questo un aspetto poco noto, nascosto fra le righe del linguaggio asessuato che caratterizza anche la stampa operaia e comunista di quel periodo, segno della scarsa considerazione attribuita alla contraddizione di genere che si voleva del tutto riassunta nella contraddizione di classe. Un errore, sia sul piano teorico che su quello dell’analisi di una realtà che la guerra mondiale aveva violentemente ribaltato, mutando la divisione sessuale del lavoro, con gli uomini al fronte a far da carne da cannone e le donne a sostituirli in produzione.

Richiamate al lavoro “per il bene della patria”, dopo essere state ricacciate fra le mura domestiche nel corso del ventennio, le casalinghe erano tornate operaie. La resistenza le aveva rese combattenti, non solo nei ranghi delle organizzazioni partigiane, ma come avanguardie della resistenza sociale, nella preparazione di scioperi, manifestazioni, sabotaggi, diffusione della propaganda antinazista, assistenza ai perseguitati politici e razziali 1.

Le donne furono in prima fila negli scioperi della primavera del ’44, con fermate alla Ducati, Calzoni, Weber, SASIB, ACMA, Giordani, OMA, calzaturificio Montanari, SAMA, Baroncini, SALM, Pecori, Hatù. A Castelmaggiore, cento operaie fermarono la VITAM 2, mentre alle Saponerie Italiane (Panigal) di Bologna lo sciopero compatto delle donne impedì la deportazione in Germania di 14 compagne3. A Corticella le operaie bloccarono per tre giorni il pastificio, e negli stessi giorni ad Imola i fascisti spararono su una manifestazione di donne per il pane, uccidendo Maria Zanotti e Livia Venturini4.

Erano queste donne, che avevano affrontato la fame, scavato macerie, seppellito i 2.481 morti dei bombardamenti alleati su Bologna5, quelle che dopo il 21 aprile ’45 una nuova vulgata propagandistica pretendeva di rimandare a casa, come “rimedio” alla disoccupazione dei reduci di guerra.

Fonderia Calzoni: addetta alle staffe per piccole fusioni (1951)

Nel 1951 il 34,6 % della manodopera industriale bolognese era formata da lavoratrici, che erano maggioranza nel tessile/abbigliamento, calzaturiero, tabacco, nella cartotecnica, chimica e gomma,  ma con una presenza significativa anche nella metalmeccanica e metallurgia. Per loro la condizione operaia era più dura. A loro erano riservate le qualifiche inferiori, senza sconti sui lavori di fatica, e con salari notevolmente più bassi (anche del 60%) di quelli dei maschi a parità di mansione. Interminabili gli straordinari non pagati, frequentissime le ammonizioni e le multe, numerosi gli infortuni e le malattie professionali6.

“Vi sono periodi nei quali vengono imposte 15/16 ore di lavoro giornaliero e si resta fino a 6-7 ore senza prendere cibo e guai a chi è sorpreso a mangiare un pezzo di pane. Quando si arriva verso le ore piccole e per la stanchezza, le operaie non reggono più, vengono apostrofate con parole triviali che vanno ad offendere anche la loro moralità. Al mattino, dopo aver cessato il lavoro alle 24 o all’ 1, se il proprietario ritiene che le operaie non lavorino in fretta, sono redarguite con frasi come questa “Cosa fate alla notte, invece di dormire andate in giro per le mura”. (Rapporto sulla ditta Rapalli)

Il padrone, in un primo tempo, pretendeva da cinque operaie la pulitura di 250 paia di scarpe al giorno. Oggi da quattro ne pretende 300, e quando un’operaia non raggiunge questa cifra è insultata con frasi come queste: “Sei una cretina buona a nulla, io ti pago per lavorare e non per tirarti le dita”. Molto spesso, oltre a questo, le operaie vengono multate per lo stesso motivo. Tutto questo è fatto per imporre un ritmo più veloce alla produzione”. (Rosa, licenziata dal calzaturificio Biemme)

Le lavoratrici sono costrette a lavorare a contatto con le sostanze nocive e già alcuni casi gravi di intossicazione si sono verificati … “è sofferente di un notevole grado di astenia con ipotensione arteriosa spiccata, accompagnata da anemia e da disturbi del sistema endocrino. Fra questi ultimi è da notare soprattutto la mancanza dello sviluppo sessuale per ciò che riguarda le mestruazioni, sia per quelli dei caratteri sessuali secondari. Tutti i disturbi sopraelencati sono da ascriversi, potendo scartare con sicurezza altre cause, all’influenza dannosa esercitata dalle sostanze organiche usate nel lavoro”. (Rapporto sulla ditta Deisa)

Weber Carburatori: addetta la trapano (anni '50)

Andai sotto con un dito, perché ci facevano lavorare fino alle dieci della sera senza pause. Al sabato fino a sera, alla domenica fino a mezzogiorno… faceva in maniera di fare un bel magazzino pieno di roba. Poi dopo tre o quattro mesi ci licenziava”. (Bruna, licenziata da La Bolognese).

Era più frequente per le donne la precarietà dei contratti a termine. Le “clausole di nubilato” nei contratti individuali permettevano il licenziamento all’atto del matrimonio, mentre la lettera di dimissioni, fatta firmare in bianco al momento dell’assunzione riappariva dal cassetto della Direzione in caso di sciopero o maternità.

Lavoriamo in 75 donne: la minaccia di licenziamento è uno di quei mezzi che ci mantiene in uno stato di preoccupazione continua, in particolare per quella parte di lavoratrici che sono assunte con contratto a termine. Un’impiegata è stata licenziata perché ritenuta responsabile di aver organizzato uno sciopero delle sue colleghe per il rispetto del Contratto di lavoro. Oggi, solo se una lavoratrice rivolge una parola ad un’altra, viene multata di L. 100”. (Rapporto sulla ditta Deisa)

San Giovanni in Persiceto: manifestazione contro i licenziamenti alla Filatura Zoni (1948)

Le donne erano le prime nella lista dei licenziamenti, perché la loro espulsione veniva ritenuta meno problematica da una mentalità che considerava il loro status di lavoratrici un’anomalia, un’eccezione temporanea al ruolo di mogli e madri a tempo pieno. Erano le prime della lista perché confinate nelle qualifiche più basse, perché potenzialmente madri, ma anche perché molto politicizzate e combattive. A metà degli anni ’50 in provincia di Bologna si contavano circa 70.000 iscritte alla CGIL, 63.000 iscritte al PCI, 4.000 al PSI, 79.000 all’UDI. Solo dentro la Ducati, 800 operaie avevano la tessera del Partito Comunista7. Per questo si cercò di colpirle particolarmente: dei 960 licenziamenti tentati  alla Ducati nel ’53, 660 erano rivolti alle donne. Come vedremo in seguito, furono molto determinate nel ricacciarglieli indietro.

Il protagonismo delle donne dentro le fabbriche si rifletteva solo in parte nelle piattaforme rivendicative. Si denunciava il superfruttamento, si richiedevano le camere di allattamento e gli asili aziendali, ma il sindacato rimaneva vergognosamente arretrato sul piano salariale, battendosi per “l’avvicinamento” dei salari femminili,  e non per l’eguaglianza a parità di mansione.

Fuori dalle fabbriche le compagne erano attivissime negli “scioperi a rovescio”8 e nelle lotte per i servizi. Come nell’occupazione, dal 25 novembre del ’50,  di un terreno ai Prati di Caprara per rivendicare la costruzione di un grande ospedale che desse lavoro ai disoccupati e assistenza medica alla gente. È grazie a quell’occupazione, che resistette per sei mesi alle cariche della celere di Scelba, se oggi ai Prati di Caprara abbiamo l’Ospedale Maggiore di Bologna9.

Bologna: una carica del 1953.

Fra il 1951 e il ’54, 1.982 attiviste vennero processate a Bologna per motivi politico sindacali, e 1.212 subirono condanne per un totale di 182 anni di carcere e 6.503.900 lire di multe. Per siffatte donne la discriminazione di genere sui luoghi di lavoro correva in parallelo alla rappresaglia politica e sindacale.

Hai dato retta alla Camera del Lavoro … adesso vai a mangiare da loro ! Tu qui non entri più. A me era morto il babbo … io sono svenuta là per terra. Delle ragazzine mi hanno presa su, e poi pian piano sono andata a casa. L’ho detto con la mia mamma, allora lei, che si sapeva perché non ero l’unica licenziata, la mattina volle venire a sentire se era così o se avevamo fatto qualcosa… Mia madre si è presentata e lui le ha detto “No, no, come operaia mi va bene, ma lei oltre a fare sciopero, lei fa in maniera di convincere anche delle altre”. (Bruna, figlia di antifascisti, licenziata da La Bolognese).

Poi riguardo alla fabbrica, io sono stata lì fino al ’55, quando ho chiesto la licenza matrimoniale. Lì per lì mi hanno detto: “Bene, bene!”. Ma quando sono andata per prendere la carta, mi hanno dato la lettera di licenziamento. Ho chiesto perché: “Perché abbiamo finito tutte le storie, e per vedere se nella Commissione Interna ci mettono un’altra come te … Perché così. Poi ti sposi e avrai dei bambini”. (Triestina, licenziata Marchesini).

Bologna: le operaie della Gazzoni ascoltano un comizio dietro i cancelli.

Certo che ho tirato un tiro mancino alla Sasib, perché non lo sapevo, ma il giorno di ricevimento della lettera di licenziamento ero incinta di quindici giorni. Così dopo gli accertamenti hanno dovuto riassumermi. Non potevano licenziarmi. Però non mi hanno fatto entrare, allora io tutte le settimane mi presentavo il lunedì mattina, mi vedevano, mi salutavano, e io tornavo indietro. Io non sono più entrata”. (Laura, licenziata Sasib).

Spesso bastava poco per essere buttate fuori: la sottrazione, ai tempi della fame, di un pacco di pasta al Pastificio Pardini di Corticella, o il rifiuto di uno straordinario:

“L’orario di lavoro giornaliero è di 9 ore e mezza, e si lavora anche la domenica, chi non vuole fare lo straordinario viene licenziato. Io stessa ho dovuto fare questa amara esperienza. Una domenica, dopo aver lavorato per settimane senza riposo, chiesi di poter rimanere a casa il mattino, perché dovevo studiare. Mi apostrofò con parole volgari, e la mia ferma decisione di rimanere a casa mezza giornata, mi fu risposto con un licenziamento in tronco”. (Rosa, licenziata dal Calzaturificio Biemme)

L’operaia venne in discussione con la proprietaria per motivi di lavoro. Il motivo fu di venire la sera dopo a lavorare, dove tutte noi avevamo una riunione… La proprietaria allora prese una soluzione o quella sera lì o tutta la settimana a casa … e venne a diverbio alla fine della discussione … si disse “se non le vado bene mi licenzi”. La proprietaria la prese in parola e le disse: vieni a prendere i libretti sabato”.

In sciopero alla Casaralta (anni '50).

A volte, prima del licenziamento, le operaie più combattive dovevano subire il demansionamento, l’isolamento dalle compagne e il reparto confino: “Dunque, la cosa si svolse così. Intanto mia madre venne spostata, cosa che per lei fu un’offesa mortale, dalla produzione dove faceva la smerigliatura, a fare i pacchettini in magazzino, lavoro isolato, di nessuna qualificazione. E questo fu per lei una cosa amara, poi un giorno la chiamano in direzione, ed era chiaro che questa chiamata era fatta per dirgli che sarebbe stata licenziata.” (Marta, figlia di Velia, licenziata dalla ICO).

Storie di altri tempi ? Potremmo chiederlo alle 800.000 donne “dimissionate” perché incinta, censite dall’Istat nel 201010. O magari alle prossime vittime del Jobs Act, che si troveranno di nuovo inermi di fronte ai licenziamenti arbitrari11, costrette, di conseguenza, ad accettare di tutto.  (Continua)

Nell’immagine in alto: La difesa della Casa del popolo di Crevalcore-1954 (particolare), di Aldo Barbieri.

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  1. Prossimamente consultabile in rete: Roberta Mira, Geografia e storia della Resistenza delle donne a Bologna. Un progetto di ricerca e divulgazione storica dell’Anpi provinciale di Bologna e del Dipartimento di Storia Culture Cività dell’Università di Bologna, Percorsi storici, n. 2, 2014 
  2. I fatti si svolsero così: la Lina Pederzani fece suonare il campanello che segnava la fine del lavoro e le operaie scesero in cortile in segno di protesta. In seguito allo sciopero i fascisti entrarono nella fabbrica e, avvalendosi delle delazioni delle loro spie che erano tra di noi, arrestarono due operaie che si erano particolarmente distinte per la loro attività, la Iolanda Goretti e la Giulia Maccagnani”, in: Roberto Fregna, Castelmaggiore 1943-45. Documenti e testimonianze della lotta contro il nazifascismo, Edizioni A.P.E., Bologna, 1974. 
  3. Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Dizionario biografico D-L, Bologna, 1986. Alla voce “Fornasari Jolanda” si legge “da Dante e Maria Palmieri; n. il 6/11/1921 a Molinella. Nel 1943 residente a Bologna. Licenza elementare. Operaia. Militò nella 7a brg GAP Gianni Garibaldi. Il 7/4/44, insieme con altri 13 operai, fu precettata per il lavoro in Germania, benché dipendente dallo stabilimento militarizzato Saponerie Italiane. Fu questa lʼoccasione attesa dal comitato di fabbrica diretto da Giorgio Damiani e Vittorina Tarozzi per organizzare il primo sciopero attuato nellʼaprile 1944 con unanime adesione degli operai. La loro ferma protesta, risolse positivamente la vertenza. Il comando tedesco fu costretto a revocare le precettazioni”. Nonostante la forma al maschile, le candidate alla deportazione e la maggioranza delle maestranze in sciopero erano donne. 
  4. Luigi Arbizzani, La Costituzione negata nelle fabbriche. Industria e repressione antioperaia nel bolognese (1947-1957), Grafiche Galeati – Imola, 1991, pp.26/27. 
  5. Bombardamenti aerei subiti da Bologna, 15 luglio 1943 – 23 aprile 1945
  6. Tutti i corsivi che seguono sono tratti da: Eloisa Betti, Elisa Giovannetti, Senza giusta causa. Le donne licenziate per rappresaglia politico sindacale a Bologna negli anni ’50, Editrice socialmente, 2014, p.252 
  7. Relazione sulla ricerca: Senza giusta causa. Le donne licenziate per rappresaglia politico sindacale negli anni ’50, Audio su Radio Radicale, 24 ottobre 2012 
  8. Gli “scioperi a rovescio” erano una forma di lotta dei disoccupati, appoggiati da lavoratori e cittadini, per imporre l’esecuzione di opere pubbliche. I disoccupati cominciavano a costruire strade, argini, canali di irrigazione, tratti ferroviari, e ne chiedevano la retribuzione. Le iniziative coinvolsero fino a 18.000 lavoratori, e subirono spesso una dura repressione. 
  9. Azienda Unità Sanitaria Locale di Bologna, L’Ospedale Maggiore, da Frate Riniero alle lotte popolari del dopoguerra. 
  10. Istat/ 800mila donne licenziate o ‘dimissionate’ perchè incinta, Wall Street Italia, 23 maggio 2011. 
  11. Per approfondire: Clash City Workers, Il Jobs Act si svela: se vi ammalate vi licenziamo, Enzo Pellegrin, I primi colpi del jobs act e il tramonto del principio di eguaglianza

 

di Paolo Ciofi - 25 febbraio 2015

Ricapitoliamo i fatti. Il segretario della Fiom Maurizio Landini, in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, dichiara che siamo alla «fine di un’epoca» e che pertanto «è venuto il momento di sfidare democraticamente Renzi». Per questo, precisa, «il sindacato si deve porre il problema di una colazione sociale più larga e aprirsi a una rappresentanza anche politica». Il quotidiano diretto da Marco Travaglio traduce e strilla un titolo a tutta pagina «Landini: ora faccio politica». Si scatena una indecente bagarre mediatica. E sebbene lo stesso Travaglio riconosca che quelle parole messe tra virgolette Landini non le ha mai pronunciate, il capo del governo le brandisce come un’arma impropria per mettere fuori gioco il segretario del principale sindacato operaio di questo paese, con l’obiettivo di delegittimarlo anche moralmente. Come se fare politica sia diventato un peccato mortale: per gli altri naturalmente, non per chi il potere politico lo detiene.

Il repertorio di frasi ad effetto del governante di Rignano, che come al solito si spoglia di ogni responsabilità pubblica, è abbondante. Ma la qualità è nettamente al di sotto del livello medio di alfabetizzazione politica: «Landini sceglie la politica perché ha perso con Marchionne»; «non è Landini che abbandona il sindacato, è il sindacato che ha abbandonato Landini»; «sul Jobs Act ognuno può avere l’opinione che vuole (bontà sua), ma è difficile pensare che tutte le manifestazioni non fossero propedeutiche all’entrata in politica». E così via. Senza alcun riferimento ai contenuti della materia del contendere. Perché, essendo stati imposti da colui che comanda, i contenuti sono per definizione giusti e «di sinistra». Dunque, indiscutibili.

In questa logica è addirittura inconcepibile che un sindacalista possa organizzare la protesta popolare e di massa contro l’eliminazione di diritti fondamentali come quelli sanciti dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Se lo fa non è per difendere un principio costituzionale, e perché crede nella giustizia sociale, nella solidarietà e nella democrazia, ma perché motivi loschi lo spingono a «entrare in politica». E se i sindacati protestano contro una patente violazione dei diritti del lavoro che moltiplica la precarietà, vanno ricondotti all’ordine. Meglio ancora se diventano una protesi dell’impresa, cioè del capitale, eliminando qualsivoglia rappresentanza generale e cancellando la contrattazione collettiva.

Insomma, un inguacchio retrogrado che guarda al passato. E che però è la dimostrazione inconfutabile della validità delle ragioni di Landini, quando denuncia che oggi il lavoro non ha rappresentanza politica, e che il sindacato deve coinvolgere tutti coloro che «per vivere devono lavorare». Dal sistema dei media l’attenzione viene invece strumentalmente concentrata sul dilemma se il segretario della Fiom scenderà o no in politica, nel tentativo finora riuscito di oscurare la sostanza del problema. In verità sono ormai molti anni che la classe operaia tradizionalmente intesa, i nuovi lavoratori generati dalla rivoluzione digitale, i precari e le partite iva, donne e uomini, giovani e anziani, non dispongono di un’autonoma e libera rappresentanza politica, che ne tuteli i diritti e la dignità, la condizione materiale e morale di fronte allo strabordante potere del capitale.

In questa area largamente maggioritaria sta la massa crescente degli elettori che non si sente più rappresentata dal sistema politico nel Parlamento della repubblica democratica fondata sul lavoro. Come dimostrano, tanto per stare ai dati più recenti, il successo di Grillo nelle elezioni politiche e l’astensione di oltre il 60 per cento degli elettori nel voto regionale dell’Emilia-Romagna. Landini dunque, sebbene con ritardo, enuncia una verità solare quando dice che in Italia il lavoro non ha rappresentanza politica. È un problema che dovrebbe agitare il sonno e turbare la coscienza di ogni democratico, perché il lavoro senza rappresentanza equivale a un’amputazione della democrazia. E proprio in questa amputazione risiede la causa più profonda della crisi democratica che stiamo vivendo, dalla quale certo non si esce con le (contro)riforme sociali e costituzionali del governo.

Non aiutano a chiarificare il quadro le filosofiche bubbole di Scalfari, per usare un termine a lui caro. Il quale prima ci fa sapere che «la definitiva attuazione del Jobs Act è un elemento molto positivo della politica economica renziana, anche se la fisionomia “classista” non sfugge a nessuno». E poi si rammarica osservando che se «la democrazia partecipata […] è in forte declino», «la causa si chiama indifferenza, soprattutto dei giovani». Come a dire: chi ti dovrebbe rappresentare non lo fa e anzi ti bastona, ma per non essere indifferente tu lo devi comunque votare.

Nel vuoto di rappresentanza che dura da anni, e che genera crescente indifferenza, c’è oggi però una novità rispetto al passato che Landini descrive così: «Renzi ha preso il programma di Confindustria e lo sta applicando», perdipiù «senza che nessun italiano abbia potuto votarlo». In altre parole, Renzi, che si proclama di sinistra, sta attuando il programma della destra e sta facendo ciò che neanche Berluscuni, il padre-padrone della destra, era riuscito a fare. Il massimo del trasformismo, che da una parte umilia il Parlamento esautorato della sua funzione legislativa, e dall’altra adotta un linguaggio menzognero e insultante degradando la politica a pura irrisione dell’avversario. Chi è Landini, se non uno sfigato, un povero perdente che vuole entrare in politica per scopi poco chiari? È dunque del tutto legittimo esporlo al pubblico ludibrio.

Nella sostanza si delinea una forma dura di autoritarismo, che punta al massimo di personalizzazione della politica, e quindi all’ascesa non effimera dell’uomo solo al comando. Con l’intento di consolidare un nuovo sistema di potere, conformando a questo fine l’insieme delle istituzioni e dei corpi dello Stato, dal parlamento alla magistratura. Su un aspetto Scalfari coglie nel segno: dal punto di vista sociale, questa è una fisionomia tipicamente classista, senza virgolette. In altre parole, siamo di fronte a un tentativo di modernizzazione capitalistica feroce, che cerca di farsi largo nella dimensione europea puntando tutto su un consenso trasformistico e mediatico. Ed è contemporaneamente la sepoltura senza onore della sinistra che sarebbe dovuta nascere dalla svolta della Bolognina di Occhetto.

Se ancora con Bersani l’ideologia prevalente nel Pd tendeva a conciliare il conflitto tra capitale e lavoro, fino a negarlo in una immaginaria visione buonista del liberismo dominante, con Renzi l’incantesimo si rompe. Lui sta con Marchionne contro Landini senza se e senza ma, vale a dire dalla parte del capitale contro il lavoro. E ci sta in modo ostentatamente dichiarato. Così il conflitto, che è organico al capitale come rapporto sociale, e che perciò non era mai scomparso in presenza di una la lotta di classe condotta con spietatezza dall’alto verso il basso, riappare alla luce del sole in una dimensione dichiaratamente politica. Fino a diventare un asse portante del governo e a mettere in discussione i principi della Costituzione, che fonda sul lavoro l’Italia democratica

da paolociofi.it

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Cosa cambiano le nuove norme in materia di diritto del lavoro per quanto riguarda la qualità della gestione dei rischi per la salute e la sicurezza nel lavoro?  Dal punto di vista formale, per il momento, al di là della complessa vicenda dell'istituzione dell'Agenzia unica delle ispezioni sembrerebbe non cambiare nulla.

Ma non è vero. Jobs Act nei fatti ridisegnerà nei prossimi mesi e più in profondità nei prossimi anni i sistemi di relazione e potere  tra lavoratori e impresa, tra lavoratori e lavoratori e tra lavoratori e rappresentanza sindacale (Rsu e Rsa) e di scopo (Rls). Cercheremo di prefigurare in questo primo breve articolo e successivamente in profondità quali sono gli scenari attesi dell'impatto che avrà Jobs Act sulla  gestione della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro.

Il primo aspetto che subirà una trasformazione profonda e radicale sarà la possibilità e agibilità dei lavoratori e delle lavoratrici  di esprimere con la partecipazione il proprio punto di vista su aspetti critici della gestione della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro.

La storia della crescita della partecipazione dei lavoratori nei luoghi di lavoro, dagli anni '70 in poi,  ha coinciso con un feed back continuo tra lavoratori e impresa  che è servito in molte  imprese per migliorare le modalità di gestione della sicurezza e delle condizioni di lavoro. La partecipazione dei lavoratori nelle imprese più illuminate è stata favorita dalla continuità dei rapporti di lavoro, dalla consapevolezza dei lavoratori che con il loro contributo di conoscenza sul campo aiutavano l'impresa a migliorare il lavoro e le condizioni di lavoro.

I lavoratori hanno fatto esperienze di partecipazione e hanno contribuito a migliorare la qualità del lavoro e della gestione degli aspetti critici riguardanti anche salute e sicurezza.

Le persone partecipano quando sanno di essere ascoltate e che in qualche misura il loro contributo di partecipazione conta e serve a migliorare la condizione complessiva del lavoro.

Tutto questo sarà ancora possibile dopo la ventata di cultura autoritaria e dirigista contenuta in filigrana nel dispositivo del Jobs Act ? I fattori negativi che taglieranno le gambe a qualsivoglia processo partecipativo sono intrinseci alla filosofia della norma.

Immaginiamo il vissuto non detto che passa per la testa di tante persone in queste ore. Sei un lavoratore anziano con esperienza e con qualità nel lavoro ma sei fuori "moda" in tempi della  "rottamazione", non sei più un target sul quale l'azienda investirà. Eccoti pronto, se rompi le scatole, una bella procedura legale di autentico mobbing: il demansionamento con relativa riduzione del salario...
Il demansionamento è una delle esperienze più devastanti l'identità  e l'autostima della persona.
Se poi si vuole andare oltre c'è sempre il licenziamento per ragioni economiche ....

Questo potrebbe essere, purtroppo,  il  Jobs Act per voi,  cari ragazzi e ragazze nati negli anni '50 ...

Questo vale anche per i quarantenni e cinquantenni. Se questo sarà il clima in molte  aziende nei prossimi mesi, speriamo di sbagliare, si accrescerà nel silenzio la sofferenza e il rancore sociale che in genere non ha mai prodotto lavoro in qualità nè nulla di buono, neanche per i padroni.

Il peggio sarà la competizione silente tra colleghi nella triste gara di compiacere chi ha un pò più di potere sul tuo futuro di lavoratore, sul permesso per assistere il genitore anziano, sulla miriade di piccole cose della vita quotidiana nel lavoro e oltre. Chi conosce gli ambienti di lavoro sa di cosa parlo.

Sei un lavoratore giovane o una ragazza new entry, assunta con l'incentivo degli sgravi fiscali, ti faranno assaggiare per un pò un lavoro a tempo indeterminato ... in alcuni casi soltanto fino all'esaurimento del beneficio fiscale... Il rinnovo del contratto, il passaggio concreto alle "tutele crescenti" sarà collegato alla sottomissione e adattamento passivo a ogni richiesta della gerarchia di prossimità, il team leader, il caporeparto. Sfortunati coloro che capiteranno sotto un team leader o caporeparto cattivello e un pò sadico.

La speranza per ciascuno di questi giovani e ragazze è quella  di capitare in un'azienda eticamente corretta che non intenda abusare dell'eccesso di potere che il Jobs Act ha attribuito all'impresa togliendo molti paletti rispetto agli abusi possibili da parte delle gerarchie intermedie e di prossimità.

Tutto questo rende molto più complessa la gestione dei rischi per la salute e la sicurezza: la partecipazione dei lavoratori in molte realtà sarà debole o totalmente subalterna. I rischi "psico-sociali" verosimilmente non saranno visualizzati e affrontati. Le nuove patologie da lavoro attese, oltre a quelle tradizionali saranno quelle "psicosociali". [Vedi Rapporto Eisener 2 in questa stessa newsletter]

Ci sarà un clima diverso nelle aziende, con più silenzio, il non detto da parte dei lavoratori sarà la "comunicazione" prevalente, la prevenzione e la tutela della salute saranno più difficili in mancanza della partecipazione attiva dei soggetti interessati.

Questo scenario che prospetto è anche un'ipotesi di ricerca : sarei felice di essere smentito, tra qualche tempo,  come incorreggibile pessimista. In ogni caso i sindacati dei lavoratori si trovano di fronte ad una formidabile sfida su come, con la ricerca, riapprendere ad essere animatori di partecipazione in un contesto ancora sconosciuto come lo fu per qualche tempo il sistema produttivo dopo la ristrutturazione degli anni '60. Allora le OO.SS  riuscirono a individuare il nuovo soggetto trainante la partecipazione che animò straordinarie lotte per il miglioramento della salute  e della sicurezza e delle condizioni di lavoro, l'operaio della linea di montaggio. Ora quel soggetto non è più trainante e le nuove serialità innovative sono tutte da scoprire.  Senza ricerca per una adeguata conoscenza del lavoro di oggi non c'è la speranza d'innovare il modo di lavorare del sindacato e il sindacato e migliorare le condizioni di lavoro , in salute e sicurezza.

Gino Rubini, editor di diario prevenzione

 

"Abbiamo bisogno di cambiare radicalmente" "Quando siamo partiti c'era un ragionamento che diceva abbiamo bisogno di cambiare radicalmente. Non avevamo puntualmente definito tutti i punti su cui intervenire e i singoli problemi", continua il ministro. "Non era possibile andare avanti" "La situazione di oggi - aggiunge - non è quella di 20 anni fa: era maturata la consapevolezza in Italia che c'era la necessità di un cambiamento radicale. I cittadini hanno realizzato che così non era possibile andare avanti". fonte rainews

Come dire, questo signore dall'aria mansueta un anno fa non si immaginava neppure che avrebbe "smantellato" l'art.18. Come giustificazione allo scippo di diritti dei lavoratori,  la cui mancanza si comincerà a vedere a livello sociale e molecolare nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro tra non molto, afferma " non era possibile andare avanti..." i cittadini hanno realizzato che così non era possibile andare avanti..."

A quali cittadini si riferisce il nostro amabile conterraneo ? Ai lavoratori precari che rimarranno precari ? A quei lavoratori che saranno "demansionati" perchè non sono simpatici al padrone ? Ai genitori con figlioli trentenni che non trovano lavoro , che sanno che non avranno mai un lavoro vero se non precario e malpagato magari in una delle fantasiose cooperative sociali romane che tanto  piacevano al nostro ministro...

Questo ministro signorsì, mansueto e obbediente pilastro del leader autoritario e avventuriero Signor Renzi, si comporta come un apprendista stregone che manipola senza troppa contezza miscele umane, sociali e professionali pericolose.

Il risultato di queste misure sarà quello di rendere inappetibile in tutte le sue forme il lavoro dipendente: un giovane o una ragazza con talento non avranno di certo nel loro orizzonte la meta di un lavoro dipendente, senza diritti e demansionabile a piacimento del padrone, licenziabili ad nutum con una manciata di spiccioli.

Cercheranno altro, faranno altro con micro aziende di servizi, piccoli bar e trattorie, con la fuga all'estero. Sarà l'impresa ad elevata tecnologia e complessa che farà fatica a trovare tecnici e operai specializzati, ma questi scenari non sono nella mente del nostro mansueto e obbediente ministro.

Gli effetti del Job Acts nel ricambio generazionale dei lavoratori si vedranno tra qualche anno quando avremo un paese pieno di resturant e bettole e le aziende ad alta vocazione specialistica e tecnologica se ne saranno andate a cercare lavoro di elevata qualità altrove.

Sia pure agnostici non ci resta che dire : " Perdonali perchè non sanno quello che fanno"

 

Ci capita di vedere Taddei per tv con lo sguardo fisso e un pò allucinato che recita un sermoncino propagandistico decantando le magnifiche qualità delle condizioni di lavoro post Jobs Act. Una nuova ideologia, quella tardoliberista ha trovato uno zelante novizio ....

Da marzo vedremo i primi impatti di questa operazione che consegna il futuro di migliaia di lavoratori al potere unilaterale delle imprese di tenerli o di metterli alla porta. Lavoratori anziani non più prestanti ma ancora lontani dalla pensione, ammalati o con ridotte capability lavorative saranno in testa alle liste "Jobs Act" dei licenziamenti economici collettivi.
Qualche dirigente del Partito della nazione, già PD, si dirà amareggiato per questi "effetti collaterali" spiacevoli ma necessari come sacrificio per il bene della nazione.
Vedremo tra non molto ancora Taddei con lo sguardo fisso e un pò allucinato in tv affermare che .... le imprese non sono state ai patti ?

Sì perche la strategia del Renzi è quella della scommessa basata sul fatto che una volta spogliati i lavoratori dei diritti di base indispensabili per una condizione dignitosa di vita nel luogo di lavoro ( dal licenziamento facile al demansionamento ) le imprese dovrebbero rispondere con la ripresa delle assunzioni.

In questo caso il Presidente del Consiglio si sta comportando come quei broker che si fanno dare tutti i risparmi dai poveracci a volte un pò creduloni con la promessa di guadagni strepitosi per bruciarli in operazioni di borsa disastrose...
Questa è la "Ditta" che storicamente aveva come azionisti di riferimento i lavoratori ora ha le associazioni dei padroni, Confindustria in testa. Spiace che una persona perbene come Bersani stia a questo gioco: la "Ditta" ha cambiato padrone e amministratore delegato e Bersani e Cuperlo che non contano più nulla se ne stanno ancora lì ad aspettare Godot. Ma non per molto, dopo il Job Act i licenziamenti saranno più facili anche dentro la Ditta PD 🙂

Rimarranno invece alcuni zelanti novizi come Taddei che recitano con lo sguardo rivolto al cielo sermoncini apologetici sul Job Acts in tv: ecco i nuovi ideologi del pensierino tardo liberista

 

"Straordinaria operazione propagandistica del governo sul lavoro. I contratti precari rimangono sostanzialmente tutti". A bocciare senza appello il jobs act è Stefano Fassina, secondo cui "il diritto del lavoro torna agli anni ’50. Oggi è il giorno atteso da anni...dalla Troika".

"La sbandierata rottamazione dei co.co.co è avvenuta da anni - rimarca Fassina - mentre i co.co.pro di fatto restano e si estende l’ambito di applicazione dei vouchers. Ammortizzatori sociali e l’indennità di maternità non vengono estese. Insomma, i decreti attuativi della delega lavoro approvati oggi dimostrano come l’unico vero obiettivo dell’intervento fosse cancellare la possibilità di reintegro per i licenziamenti senza motivo". In sintesi, "non è una riforma. E’ una regressione", secondo l'esponente della minoranza dem.

segue su fonte adn kronos

 

"Prima di ricorrere alla forza, bisogna esperire ogni tentativo di mediazione. Il problema è che all'Onu oggi manca una guida". L'ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi interviene così sull'avanzata Isis in Libia

15 febbraio 2015"La questione libica è il prodotto della mancanza di dialogo tra popoli. Molti protagonisti, come gli esuli libici a Il Cairo, non sono mai stati sentiti". Queste le parole dell'ex premier Romano Prodi sull'avanzata dell'Isis in Libia e sugli scenari di intervento da parte della comunità internazionale.
L'ex presidente della Commissione Ue dice subito "no alla guerra", a meno che non sia esperito "ogni tentativo di dialogo".
"Quando si vuole agire in un Paese, bisogna conoscere tutta la complessità della situzione e le conseguenze delle azioni", scandisce Prodi, nell'intervista di Enrica Agostini di Rai News 24. "Non so perché sulla richiesta del governo libico di essere io il mediatore con la comunità internazionale, non sia stato effettivamente coinvolto", chiarisce l'ex presidente della Commissione Ue.
"Io sono sempre stato a disposizione del mio Paese e della pace", aggiunge Prodi.

"Nulla si può fare senza l'Onu, ma alle Nazioni Unite manca una guida" E sugli scenari della situazione in Libia, l'ex premier avverte: "Nulla si può fare senza l'Onu, ma l'Onu ha poche armi, e il problema di oggi è che nelle Nazioni Unite nessuna Potenza ha un ruolo catalizzatore, di guida". "In questo caso, però - prosegue il fondatore dell'Ulivo - siamo nella situazione ideale per l'intervento delle Nazioni Unite, perché tutte le grandi potenze hanno paura dell'Isis". Ucraina,

"Gli accordi questa volta possono essere rispettati" Sulla tregua in Ucraina, Romano Prodi definsce "efficaci" gli accordi di Minsk e ritiene che le parti in gioco, questa volta "possano rispettarli". E la questione ucraina viene inquadrata dall'ex presidente Ue nel processo di "definizione delle zone cuscinetto tra le grandi potenze". "Tsipras è un problema che può diventare un'occasione" "Tsipras è un problema che può diventare un'occasione per l'Europa. Se si andrà verso la mediazione, si allungheranno i tempi, ma i problemi potrebbero restare. Ai tempi dell'unificazione, la Germania fu aiutata e tutti ne beneficiammo". Commenta così, Romano Prodi, la mediazione sul debito greco tra Atene e la Troika.

"L'approvazione delle riforme a maggioranza non mi convince" "Non mi piace l'approvazione delle riforme costituzionali con l'Aula mezza Vuota", afferma Romano Prodi, sulla recente approvazione in prima lettura da parte della Camera, del Ddl Boschi. "Io concepisco la democrazia come alternanza. Il Partito della Nazione fa alternanza con se stesso? Potrebbe essere una contraddizione. Posso accettare il partito della Nazione come larga rappresentanza di interessi". Questo il suo giudizio, sulla "centralità" del Pd nello scacchiere politico e sul progetto di Partito della Nazione. Sulla dialettica politica stimolata dal premier Matteo Renzi, Prodi dice: "L'accumulo di nemici a livello nazionale e internazionale alla lunga può non pagare".

fonte RAINEWS24

dal Blog di  Gad Lerner
sabato, 14 febbraio 2015

Romano Prodi ha concesso un paio di giorni fa un’intervista al quotidiano berlinese Tagesspiegel in merito alla Grecia e alle difficoltà dell’eurozona. Visto il suo interesse, riproduciamo integralmente questo dialogo dell’ex presidente della Commissione europea, che ha generato una significativa eco sui media tedeschi. Il sito del “Sole 24 Ore” tedesco, Handelsblatt, l’ha ripresa integralmente, mentre il più diffuso quotidiano in Germania, Bild Zeitung, ha dedicato un approfondimento dedicato all’intervista di Romano Prodi.

Continua sul Blog di Gad Lerner


-YANIS VAROUFAKIS-

Quando cominciai a insegnare economia, le autorità accademiche volevano che Marx non trovasse posto nelle mie lezioni, e all’Università di Sidney fui addirittura licenziato in quanto “militante dell’estrema sinistra”. Ed anche se in realtà non c’è molto marxismo nei miei libri attuali, continuo ad avere la fama di pericoloso marxista (sia pure “irregolare”): non contesto la definizione, perché continuo io stesso a sentirmi un marxista, benché critico.

Marx cominciai a leggerlo all’età di 12 anni. Fin da giovanissimo ero attratto dall’idea del progresso umano, del trionfo della ragione sulla natura, con tutti i vantaggi e gli svantaggi: questa concezione del mondo mi ha fortemente avvicinato a Marx, che ha fatto di ciò una narrazione drammatica ed insuperabile. La sua straordinaria dialettica, per cui ogni concetto è gravido del suo opposto (come le immense ricchezze e le spaventose povertà che il capitalismo produce, o la contraddizione tra proprietari che non lavorano e lavoratori senza proprietà), mi ha sempre affascinato, insieme all’occhio d’aquila con cui Marx vede le condizioni del cambiamento all’interno di strutture economico-sociali apparentemente immutabili. E credo che la validità del materialismo storico trovi continue conferme nella storia, nei modi più diversi. Forse che l’attuale montagna dei debiti sovrani non si spiega con la crisi di realizzazione descritta nel Capitale?

Ho sempre considerato quello di Marx, e lo considero tuttora, come il più grande contributo alla scienza economica, a partire dall’analisi della mercificazione del lavoro umano, che è l’affresco di un mondo disumanizzato, senza più pensiero critico né “sovversione”, quasi come in quel film di fantascienza che parlava dell’invasione della Terra da parte di replicanti senza sentimenti né creatività né libera volontà, automi che si limitano a lavorare, produrre e consumare, in una società che non sarebbe null’altro che il freddo meccanismo di un orologio o di un computer. Film come quello, o anche come Matrix, non sono fantascienza ma la fedele rappresentazione della società in cui viviamo, all’epoca del capitalismo avanzato, in cui i lavoratori sono ridotti a mera energia al servizio del sistema e della sua accumulazione. E per contrasto l’idea che il lavoro umano non debba essere mercificato perché radicalmente diverso da ogni altro fattore produttivo (in quanto soggetto e non oggetto della produzione), e che dunque l’umanità debba riprendere il controllo dei rapporti sociali da essa stessa creati liberandoli dalla alienazione, rappresenta ai miei occhi il più grande contributo di Marx al pensiero economico moderno.
...continua a leggere "Varoufakis: il mio marxismo “riformista”"

 


In questa puntata parliamo di:

- La grande prevenzione. l’Europa è in fibrillazione per il rischio che la guerra “a bassa intensità” che si sta consumando in Ucraina si trasformi in guerra globale che potrebbe coinvolgere l’intera Europa. La "grande prevenzione è "smontare" le dinamiche che rischiano di portare al "punto di non ritorno" della guerra ... Speriamo anche questa volta di cavarcela...

- RSPP - Rassegna Stampa sulla Prevenzione e Protezione dai rischi e danni da lavoro
Newsletter mensile contenente materiali su temi ergonomici e di prevenzione dei rischi e danni da lavoro, oltre una rassegna stampa di materiali pubblicati sui maggiori siti dedicati alla materia. Uno strumento di lavoro di grande utilità ....

- FONDAZIONE DON CARLO GNOCCHI - ONLUS  IRCCS S. Maria Nascente
DISABILITA’  E   ACCOMODAMENTO   RAGIONEVOLE:   DAGLI  AMBIENTI  DI  VITA   AI  LUOGHI DI LAVORO Convegno,  Milano, 6 marzo 2015

- L’EMILIA ROMAGNA E LE MORTI BIANCHE.UN TRAGICO BOLLETTINO DIETRO IL QUALE SI CELA L’IMMANE DOLORE PER LA PERDITA DI 93 LAVORATORI.
A BOLOGNA SONO 16 LE VITTIME REGISTRATE. SEGUONO: MODENA (13), REGGIO EMILIA (12), FERRARA E FORLI’ –CESENA (11), RAVENNA (9), PARMA (8), PIACENZA (7) E RIMINI (6).QUASI LA META’ DEI LAVORATORI ERANO QUARANTENNI E CINQUANTENNI. IL SETTORE MANIFATTURIERO QUELLO PIU’ COLPITO. 15 LE DONNE MORTE SUL LAVORO. 19 I LAVORATORI STRANIERI COINVOLTI NEL DRAMMA.

- Emilia Romagna: l’obbligo di installazione di linee vita in edilizia

Dal 31 gennaio 2015 in Emilia Romagna vige l’obbligo dell’installazione di dispositivi permanenti di ancoraggio sulle coperture. Focus sulle indicazioni della Delibera
149/2013 e sulle linee di indirizzo per la prevenzione delle cadute dall’alto.


- La sicurezza dei pedoni: un manuale sulla sicurezza stradale per decisori e professionisti

- Il rischio chimico per i lavoratori nei siti contaminati  MANUALE OPERATIVO

Pubblicazione realizzata da INAIL
Dipartimento Innovazioni Tecnologiche e Sicurezza degli Impianti, Prodotti e Insediamenti Antropici
Progetto: Gruppo di Lavoro INAIL su “Salute, ambiente e sicurezza nelle attività di bonifica dei siti contaminati”, Linea di ricerca P18L03 “Salute e sicurezza nelle attività di bonifica dei siti contaminati” (Piano di attività 2013-2015)

- Notizie in breve 

Documenti e  notizie di cui parliamo nel Podcast  sono pubblicate su
http://www.diario-prevenzione.it

 

 


Questi sono primi effetti del Jobs Act, lettere minacciose a lavoratori e lavoratrici che si sono assentati/e a causa di patologie gravi. Una platea vasta di uomini e donne, in particolare persone che si sono ammalate anche a causa del lavoro stanno ricevendo in questi giorni lettere intimidatorie di questo tipo. Alcuni di questi lavoratori sono ancora sotto chemioterapia o in convalescenza dopo interventi chirurgici ... E' questa è la nuova civiltà del lavoro permessa dal Jobs Act ?   editor

LA LETTERA

“Caro lavoratore”,
Dalle verifiche effettuate, a fronte di un tasso di assenteismo complessivo rilevato nel sito di ***** significativamente più elevato rispetto a quello riscontrabile presso gli altri siti produttivi del Gruppo **** e, in generale, tra le aziende del settore, e’ emersa un sua presenza al lavoro del tutto discontinua, caratterizzata da ripetute assenze di breve periodo, imputate a titoli diversi, potenzialmente tali da determinare un oggettivo impedimento alla possibilità di un utile impiego della sua prestazione lavorativa.
Più specificatamente, nel corso del periodo analizzato (dal xx/xx/xxxx al xx/xx/xxxx)
Ella e’ stata assente dal lavoro per un totale di xx giorni lavorativi, maturati in xx episodi di assenza per causali diverse, con una media dunque di x,x giorni a episodio.
Il difficile contesto economico che caratterizza i mercati in cui opera la nostra azienda impone l’adozione di adeguate misure di correzione degli abusi di istituti (di per se’ legittimi), ove si trasformino in periodi di assenza abnormi: la discontinuità della sua prestazione lavorativa, come sopra dettagliata, rappresenta un elemento di vanificazione dell’impegno posto in essere dalla collettività dei nostri dipendenti per superare le difficoltà dell’attuale momento.

Alla luce di ciò, desideriamo pertanto raccomandarle per il futuro un attivo impegno per assicurare una maggiore assiduità della prestazione lavorativa.
Le segnaliamo altresì che, laddove non constatassimo cambiamenti, fermo il diritto della nostra società di verificare l’effettiva giustificazione di ciascuna sua assenza, ci vedremo costretti a trarre tutte le conseguenze derivanti dalla mancanza di utilità e/o interesse per una prestazione caratterizzata da modalità siffatte.

Distinti saluti

segue firma del responsabile "risorse umane"

RENZI A EXPO15 UN DISCORSO DA MODESTO PROPAGANDISTA MENTRE IN EUROPA SI RISCHIA LA GUERRA

Mentre l'Europa è in fibrillazione per il rischio che la guerra "a bassa intensità" che si sta consumando in Ucraina si trasformi in guerra globale che potrebbe coinvolgere l'Europa il premier Matteo Renzi dal podio dell'Hangar Bicocca esordisce con queste frasi : " Il 2015 è un anno felix per l'Italia" , "un anno" -  continua il premier " nel quale ci sono tutte le condizioni per tornare a correre...."

Un intervento quello del Presidente del Consiglio di basso profilo, propagandistico,  avulso dalla realtà del momento. Mentre Merkel e Hollande erano al Cremlino per ricercare di allacciare un esile filo di comunicazione e medazione per evitare il baratro della guerra in Europa il nostro Presidente del Consiglio si prodigava a spargere ottimismo e a dipingere un mondo che non c'è o che rischia di non esserci più a breve.

Un richiamo ai rischi per la pace, un segnale che manifestasse attenzione e preoccupazione per la gravità della situazione in Europa avrebbe reso più credibile il discorso di lancio di EXPO 15.

Purtroppo la levatura politica modesta a livello internazionale del Presidente Renzi è apparsa anche oggi quando ha preferito rivolgere più attenzione ad un eventuale rischio di sciopero alla Scala  il primo maggio prossimo venturo che al rischio di una guerra sul suolo d'Europa.

La foga del propagandista non sostituisce l'inconsistente spessore politico a livello internazionale del Presidente del Consiglio italiano. Di ben altro spessore e complessità è stato il video messaggio del Papa che lanciato un messaggio importante  all'altezza della drammaticità della situazione internazionale che l'Europa e il mondo stanno vivendo.

Modena city ramblers - La strage delle fonderie

Pubblicato il 18 feb 2013

canzone tratta dal nuovo disco dei Modena city ramblers, "Niente di nuovo sul fronte occidentale"
Testo:
Era un freddo mattino di un giorno d'inverno,
l'aria era piena di sogni e paure,
Renzo Bersani con gli altri operai
per un futuro che non sarà mai.

Angelo Appiani, di anni trenta,
condannato a morte senza sentenza,
aveva lottato contro i tedeschi,
finiva in un colpo la sua Resistenza.

Arturo Chiappelli provò anche a scappare
lungo i binari che correvan lontano,
ma un mitra bastardo lo prese di netto,
di rosso macchiò il suo nero cappotto.

Alla Crocetta erano in tanti davanti
ai cancelli della fonderia,
volevano pane e lavoro per tutti,
vennero uccisi e cosi sia.

Roberto Rovatti portava un cartello,
venne picchiato con il calcio dei fucili,
a sangue freddo gli spararono addosso,
come una bestia buttato in un fosso.

Ennìo Garagnani aveva vent'anni,
corse via in fretta per la paura,
un colpo solo fermò la sua fuga,
pistola vigliacca lo prese alla nuca.

Arturo Malagoli guardò verso il cielo,
pensava che forse potesse salvarlo,
un altro sparo esplose assassino,
colpendolo a morte senza avvisarlo.

Di quella fabbrica e quel giorno
d'inverno restano solo finestre sventrate,
restano solo mattoni spezzati,
mattoni e ricordi mai cancellati.

Alla Crocetta erano in tanti
davanti ai cancelli della fonderia,
volevano pane e lavoro per tutti,
vennero uccisi e così sia.
Volevano pane e lavoro per tutti,
vennero uccisi e così sia.

Le elezioni del Presidente della Repubblica si sono già svolte. E' stato eletto un uomo perbene, competente che potrà rappresentare bene la Repubblica italiana. Il fatto che sia stato un democristiano poco conta. Nessuno è perfetto.
Scriviamo questi appunti per mettere in luce un fenomeno che ci ha impressionati. I mass media, giornali e tv si sono prodigati  con articoli di colore, servizi  sul campo apologetici e qualche volta sdolcinati.

Ciò che ho avvertito con fastidio è stato lo stupore per il fatto che è stato eletto Presidente della Repubblica un uomo perbene, competente, equilibrato ed affidabile nel rispetto della Costituzione. Questo è lo stato dell'arte del sentire la politica da parte di molti cittadini. Un fatto normale, la elezione di una persona normale, perbene e competente appare a molti quasi un miracolo, ad altri uno "scampato pericolo"...
E' andata bene, ora tornano in agenda i grandi problemi che il Presidente ha richiamato nel suo intervento. E' sulla soluzione di questi problemi che si misurerà il percorso per diventare un paese normale. Per ora l'Italia è ancora lontano dall'esserlo.