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FONTE EQUALTIMES.ORG

Tutti gridiamo insieme," non saremo schiavi! " Non abbiamo paura di dirglielo, non saremo schiavi!" ". freddo polare, ma ambiente caldo, Sabato 5 gennaio, a Budapest, capitale ungherese, dove una grande parata corteo di circa 10.000 persone, da Piazza degli Eroi al parlamento neogotico monumentale si affaccia sul Danubio. Per la terza volta da metà dicembre, i sindacati, i partiti politici e le organizzazioni civili che dimostra in attacchino insieme contro il governo nazionalista del primo ministro Viktor Orbán al comando d'Ungheria dal 2010.

Andiamo in fabbrica, loro al castello ". Questo slogan scritto su un cartello brandito nella processione è esplicito: la folla protesta sia contro una legge di " flessibilizzazione " straordinarie che contro il crescente autoritarismo del potere. Dopo una terza vittoria consecutiva alle elezioni legislative dell'aprile 2018, è stato in grado di rinnovare la " super maggioranza " dei due terzi che gli ha permesso di governare senza ostacoli dal 2010 e di rilanciare il suo controverso disegno di legge al quale aveva rinunciato un anno e mezzo fa sotto la pressione sindacale. ...continua a leggere "In Ungheria, la deregolamentazione degli straordinari scatena una protesta sociale"

Pubblicato il 3 gennaio 2019
Di Zaid Noorsumar

Fonte : Rankandfile.ca

Trentacinque organizzazioni in tutto il Canada si sono coalizzate per formare la rete per i diritti dei migranti il 18 dicembre, la Giornata internazionale dei migranti. L'alleanza mira a lottare per i diritti dei migranti e combattere l'ondata crescente di razzismo nel paese.

Unifor, Migrant Centre Resource Center Canada e No One is Illegal sono tra i membri della coalizione, che è composta prevalentemente da gruppi per i diritti dei migranti e organizzazioni sindacali.

Una piattaforma antirazzista e "educazione popolare"
Syed Hussan, coordinatore della Migrant Network Alliance for Change, ha detto che la rete lancerà una piattaforma in vista delle elezioni federali del 2019 sui principi dell'anticapitalismo, dell'antirazzismo e della giustizia dei migranti.

"Daremo un messaggio chiaro, coerente, forte ai partiti politici che non permetteremo loro di manipolare ulteriormente e dividerli come un modo per ottenere voti", ha detto Hussan, citando il tono sempre più nativista del partito conservatore e l'estrema destra

...continua a leggere "Canada: la rete per i diritti dei migranti mira a unire migranti e lavoratori"

Fonte: Sbilanciamoci

“Ma come fanno gli operai” è il titolo del libro di Loris Campetti risultato di una lunga inchiesta operaia nelle fabbriche e nei cantieri del Nord Italia. Ne esce una imprescindibile radiografia dei rapporti con i sindacati, la rappresentanza, gli immigrati.

Loris Campetti ci porta in giro per l’Italia del Nord a colloquio con venti o trenta dei suoi amici e delle sue amiche. Sono tutti operai, tanto che il titolo del viaggio è “Ma come fanno gli operai”. L’editore del libro, Manni, riassume così: “Precarietà, solitudine, sfruttamento/ Reportage da una classe fantasma”.

Loris ha di certo un’ invidiabile capacità di mettere a proprio agio le persone; le fa parlare, si confidano con lui, sono convinte che lui capisca i loro problemi e sappia spiegarli: dunque, da Torino al Varesotto, dalle valli di Brescia alla Bergamasca, dal Veneto al mare di Trieste impariamo a conoscere i lavori e la speranze della classe fantasma. Le persone che ci raccontano della loro vita sono per lo più inserite nella produzione metalmeccanica, tranne gli occhialai del bellunese che lavorano naturalmente al “miracolo” Luxottica oltre ai “ragazzi” della gig economy e la gente delle cooperative, dalle parti di Reggio Emilia.

...continua a leggere "Il Nord che cambia, un’inchiesta operaia fresca di stampa"

Fonte FiomNotizieBologna

 

 

E’ una serata qualsiasi al circolo Arci RitmoLento.  Sono le dieci e mezza e le attività del circolo sono finite. La maggior parte dei frequentatori inizia ad andare verso il letto. Non è raro che vi siano serate in cui il RitmoLento si riempa di riders. Ma chi sono i riders? I riders sono i tradizionali fattorini inquadrati nel nuovo settore del “food-delivery” (consegna del cibo). Quando termina il turno capita che si riuniscano per conoscersi e confrontarsi.

Dall’autunno scorso i riders della città hanno cominciato a incontrarsi periodicamente e organizzarsi sotto il nome di Riders Union Bologna. L’obiettivo? Rivendicare condizioni contrattuali migliori, ottenere diritti e tutele oggi assenti, divenire un punto di riferimento e di mutuo aiuto per i fattorini della gig economy. L’ultima iniziativa è stata lo sciopero inter-piattaforma di venerdì 23 febbraio, mentre era in corso una pesante nevicata. Nemmeno il freddo e il gelo sono riusciti a impedire il corteo in bicicletta per le vie del centro.

Per comprendere bene in quale contesto si inserisca questo sciopero, quali siano le condizioni dei lavoratori del food delivery e la situazione bolognese, è però necessario fare qualche passo indietro. Fin dall’ inizio del 2016 il settore del food delivery a Bologna era interamente occupato da un’unica piattaforma online che copriva la stragrande maggioranza dei ristoratori bolognesi, PizzaBo, e la cui unica funzione era quella di offrire uno spazio virtuale di incontro tra domanda e offerta. Ogni pizzeria gestiva la consegna degli ordini autonomamente, tramite i propri fattorini. Nel 2016 PizzaBo è stata venduta a Justeat, un colosso mondiale del food delivery. Da quel momento abbiamo assistito a una progressiva invasione di altre compagnie internazionali del settore; una invasione che si è accompagnata a una proliferazione di ristoranti e pizzerie, tanto che Bologna è ormai definita “city of food”(città del cibo).

...continua a leggere "Difficile da digerire, il lavoro duro dei riders bolognesi"

di Mauro Chiodarelli

 

Se vuoi ancora sentire parlare i lavoratori, operai e non, devi aspettare un libro Loris Campetti. Implacabile, ci ricorda che esistono che stanno sempre peggio e sono sempre più soli. Solitudine causata da un sistema politico ed anche sindacale, che non solo non li tutela o non è più in grado di farlo, ma che spesso “volutamente” non li vede o non li vuole vedere.

Nel suo nuovo libro, Ma come fanno gli operai (Manni editore), si intrecciano diverse storie, dalla Luxottica, alla Fincantieri, ai “pedalatori” di Foodora, alle coop reggiane miseramente fallite in mano ai “bocconiani”, ed altre ancora.

Non c’è lieto fine, non c’è all’orizzonte il sol dell’avvenire, ma il senso forte di una resistenza e di una lotta quotidiana individuale che vuole sopravvivere alla fine della lotta di classe. Attraverso le parole e le esperienze dei lavoratori, operai e non, vecchi e giovani, “tutelati” e “atipici” (ma chi lo avrà inventato questo termine idiota, come se la fatica avesse sfumature diverse) comprendi il perché di una disfatta frutto di anni di incapacità elaborazione e di ripensamento di strategie sia politiche che sindacali.

E se le elezioni di marzo saranno l’ennesima disfatta anche oltre il PD, anche di chi si dice collocato alla sua sinistra, grumi di ex intenti a pararsi il culo che sanno dare il meglio nella guerra per le candidature, o di rivoluzionari elettorali, senza rivoluzione e popolo al seguito, in quelle pagine puoi capirne il motivo. (Non me ne vogliate ma alla fine uno si stufa del niente che avanza)

Se ancora cercate un senso all’essere non di sinistra, che ormai ha assunto un significato negativo, ma all’essere comunisti o socialisti o semplicemente riformisti (nel senso alto indicatoci da Federico Caffè), non potete non leggerlo e perdervi l’occasione di discuterne direttamente con Loris.

Lo potrete incontrare a Bologna, il 23 febbraio al Centro Costa di Via Azzo Gardino, alle ore 18.30, in una serata organizzata dall’Associazione il manifesto in rete e dalla Fondazione Sabattini, a cui hanno assicurato la presenza Gianni Rinaldini e Michele Bulgarelli, Segretario provinciale Fiom.

FONTE   ILMANIFESTOBOLOGNA

di Giulia Zaccariello

Lavorare per 10, 12 ore, a volte addirittura 14. In un solo giorno. Con pause per il bagno conquistate con fatica, quasi fosse una concessione, mentre quintali di carne scorrono veloci sul nastro: i ritmi impongono a ciascun operaio di pulire decine, anche centinaia di pezzi. Sono questi i racconti che fanno da sfondo alla protesta degli ormai ex-operai in appalto della Castelfrigo, azienda di Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena, dove si sezionano parti di maiali, in particolare pancette e gole.

Qui i lavoratori lasciati a casa nell’autunno del 2017 dalle coop Work Service e Ilia D.A (a cui la Castelfrigo aveva dato in appalto i servizi di logistica) hanno superato il 90esimo giorno di sciopero. E da oltre un mese stanno vivendo, giorno e notte, davanti allo stabilimento, nelle tende montate dalla Flai-Cgil, dandosi il cambio per il presidio notturno e combattendo il freddo umido che punge la pianura, allungando le mani su una sorta di bidone stufa, utile anche per scaldare il cibo. ...continua a leggere "Castelfrigo, il distretto delle carni: finte coop, stranieri sotto ricatto"

FONTE IUF.ORG

18 January 2018 News

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Resplandes

 

The toll of violence against rural workers, peasants and all those defending human rights, the struggle for land and the rights of indigenous peoples in Brazil continues to rise. On January 9, rural worker and land reform militant Valdemir Resplandes was murdered by gunmen in Anapu, the city in the state of Pará where American activist nun Dorothy Stang was murdered in 2005.

Brazil's bancada ruralista, the powerful agribusiness lobby whose votes in Congress help sustain President Temer, has aggressively pursued its agenda aimed at rolling back land rights and legal protections for small farmers and indigenous communities to feed their expanding appetites. Impunity protects the perpetrators of violence.

In September 2017, following the murders of Terezinha Rios Pedrosa and her husband Aloísio da Silva Lara, rural worker, peasant and cooperative leaders in the state of Mato Grosso, the IUF Latin American regional secretariat addressed a letter to the Brazilian authorities, asking how long union and peasant leaders and those defending the environment would continue to be murdered with impunity. There was no reply.

By the end of October 2017, the Catholic Church's Pastoral Land Commission had already recorded 63 targeted rural assassinations - higher than any year since 2003.

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

La miseria continua a crescere nel nostro paese.
La Caritas denuncia che solo a Roma i nuovi poveri sono 16.000, ALTRE 16.000 persone finite in strada.

Tra questi, anziani e bambini e tanti bambini con disabilità e ad essere colpito è soprattutto quel ceto medio composto da diplomati che mai avrebbe pensato solo pochi anni fa di subire questa sorte.

Persone assolutamente inserite nel tessuto sociale che sono finite così, in particolar modo per la perdita dell’occupazione.
Gli anziani a rischio, sempre solo a Roma, sono 1 su 3.
Per non parlare del precariato che equivale a vivere sulla porta della miseria assoluta.

Il dato più agghiacciante è quello dell’emergenza abitativa, una piaga cancrenosa che ha colpito tutta Italia ma che particolarmente a Roma è drammatica.
Sono circa 30.000 le famiglie coinvolte.
A Roma gli sfratti sono di circa 7-8000 l’anno.
Le richieste di casa popolare, circa 10.000.
L’offerta circa 1000.

 

Ma la miseria di chi è diventato povero è unicamente riconducibile alla miseria di un sistema politico che, pur definendosi di sinistra anticapitalista e antiliberista, continua e continuerà a NON farsi carico del problema.

 
Anche questa è di fatto un’emergenza, viste le condizioni del paese.
La miseria della classe politica rappresenta perciò l’altra faccia della medagli dell’emergenza. ...continua a leggere "L’EMERGENZA DELLA MISERIA E LA MISERIA DELLA POLITICA"

fonte dinamopress 

Le favole sulle migrazioni interne all’Ue diffuse dalla stampa, nascondono la realtà di un fenomeno epocale: la costituzione di un mercato del lavoro europeo fatto di sfruttamento e razzializzazione contro cui si scontra il desiderio politico della fuga

Le favole sulle migrazioni interne all’Ue diffuse dalla stampa, nascondono la realtà di un fenomeno epocale: la costituzione di un mercato del lavoro europeo fatto di sfruttamento e razializzazione contro cui si scontra il desiderio politico della fuga. Nei primi anni Duemila, quando ancora i radar statistici faticavano a intercettare i partenti, si parlava dei migranti italiani come Generazione Erasmus; dopo il 2008 con la crisi strutturale del sistema universitario il tema è diventato la Fuga dei Cervelli. Siamo passati nel giro di un decennio da una visione delle migrazioni come dei brevi viaggi a scopo culturale, all’allarme generale per la perdita di un consistente numero di ricercatori e studiosi. Ancora oggi molti giornali come ad esempio “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” dedicano intere rubriche alle storie di successo dei nostri connazionali all’estero. Il messaggio, non si sa quanto volontario, è chiaro: l’Italia fa schifo, ma è solo un’eccezione perché altrove la norma è il paradiso. Una bella favoletta da raccontare a tutti i disoccupati e sotto-occupati italiani. La realtà ha tinte molto meno definite, nessuno ci sta aspettando per ricoprirci d’oro ma di sicuro chi decide di vivere nella penisola tra stipendi da fame, welfare decadente e costo della vita in aumento accetta, suo malgrado, di sacrificarsi. ...continua a leggere "Né generazione Erasmus, né fuga dei cervelli: cosa ci dicono le migrazioni interne in Europa?"

  FONTE STRISCIAROSSA.IT

2 DICEMBRE 2017

 

È questo il popolo del “rancore sociale” di cui parla il Censis? Lo abbiamo visto attraverso i collegamenti video di “Radio articolo 1” nelle piazze del 2 dicembre di Roma, Torino, Bari, Palermo, Cagliari. C’è però in quei cortei che hanno risposto all’appello della Cgil non un rancore quasi rassegnato, ma, semmai, una serena, meditata, fredda collera sociale. E’ già un miracolo che siano in tanti presenti. Perché non provengono più da grandi insediamenti industriali. Provengono da un mondo del lavoro frammentato. Dentro una società dove molti che stanno sugli spalti tifano come se fossero a una partita di calcio, per una lotta tra giovani e anziani, tra pensionati e donne e uomini che avranno pensioni da fame, tra esodati e posti fissi, tra tutele niente affatto crescenti e tutele ignorate, tra immigrati e nativi. Spesso vittime del miraggio di un Jobs Act che doveva assicurare un mondo nuovo.

 

 

 

 

 

 

 

...continua a leggere "Ira e non rancore rassegnato  nei cortei Cgil del lavoro"

fonte cgilmodena

Cecile Kienge solidarietà lavoratori Castelfrigo, 1.12.17

Domenica 3 dicembre, in contemporanea con l’apertura dell’ultimo giorno della manifestazione castelnovese “Super Zampone 2017. La festa dello Zampone più Grande del Mondo”, i lavoratori degli appalti Castelfrigo inaugureranno la “Macelleria Sociale Castelfrigo 2017-Come tagliare lavoratori a costo zero”. L’evento, adatto a un pubblico adulto, si terrà nel piazzale antistante la Castelfrigo a Castelnuovo Rangone (MO) in via Allende n.6, dalle ore 10.30 e sino alle 11, con uno sketch tragicomico sullo sfruttamento dei lavoratori.

Non vogliamo rovinare la festa a nessuno, tuttavia per i lavoratori degli appalti Castelfrigo domenica non c’è nulla da festeggiare – dichiarano Marco Bottura della Flai/Cgil e Adriano Montorsi della Filt/Cgil. Vogliamo solo dire che il modo in cui si tagliano 127 posti di lavoro, senza ammortizzatori sociali conservativi, senza possibile equa distribuzione dell’orario di lavoro, senza alcun incentivo all’esodo, senza ragionevole possibilità di recuperare in tempi brevi il TFR, è da macelleria sociale.”

Il “Consorzio Job Service” e la Castelfrigo stanno utilizzando spregiudicatamente il meccanismo delle false cooperative “apri e chiudi”. Le attuali 5 società cooperative facenti parte del Consorzio (Ilia D.A., Work Service, Framas, Elios M.G., Planet) hanno accumulato circa 7 milioni di indebitamento costituito da tasse e contributi non versati. Questo meccanismo si sta replicando e consolidando in varie altre realtà produttive, ma chi paga i costi di questo sistema? La collettività stessa.

“Non trovare una soluzione ai licenziamenti che stanno avvenendo nel sito della Castelfrigo significa accettare questo sistema di produzione – dichiarano Marco Bottura della Flai/Cgil e Adriano Montorsi della Fai/Cisl – Stiamo importando illegalità nel nostro territorio. Ci stiamo rassegnando a continuare la corsa al ribasso non solo nei diritti dei lavoratori, ma anche nella legalità e nella qualità dei prodotti. Non è questa la strada per salvaguardare il distretto alimentare e le eccellenze che produce”.

Filt/Cgil e Flai/Cgil Modena

Ikea disumana, la rivolta dei clienti

(Fotogramma)

"Le persone non sono componibili, vergogna", "non acquisterò mai più né li né in nessun altro punto vendita dell'Ikea fino a che non sarà risolta la questione", "da oggi vi boicotterò e come me molte altre persone, non siete umani", "non si licenziano madri in difficoltà, non comprerò più nulla da voi", "anche qui dipendenti e clienti sono solo numeri. Da oggi sicuramente un numero in meno", "disumani. Leggete un manuale con cui assemblarvi la dignità piuttosto che dei mobili". L'articolo segue alla fonte su ADNKRONOS

FONTE ARTICOLO21.ORG

Paolo Matteo Maggioni

 

Martedi sera, nel piazzale dell’IKEA di Corsico, c’è stato un presidio. Due ore di sciopero dei lavoratori dell’azienda svedese in solidarietà con Marica Ricutti, la collega licenziata pochi giorni prima perché non riusciva più a rispettare il suo turno di lavoro. Trentanove anni, una laurea, madre single di due figli, Marica ha avuto accesso alla legge 104, che consente di accudire il figlio più piccolo, disabile. Ma il nuovo turno di lavoro, con inizio alle 7 del mattino, è inconciliabile con le terapie del figlio e la vita di una mamma separata che abita a 40 km da Corsico. E cosi, dopo alcuni richiami -Marica è sempre andata a lavorare attenendosi al vecchio turno, che inizia alle 9-, è scattato il licenziamento, dopo 17 anni di servizio. L’abbiamo incontrata oggi. Da una settimana è a casa, in giornate che definisce “pesanti, difficili, inaspettate”.

L’azienda le contesta gravi e pubblici episodi di insubordinazione, autodeterminazione dei turni e meno di sette giorni al mese di lavoro negli ultimi otto mesi. Come risponde?
E’ scorretto valutare solo gli ultimi otto mesi a fronte di diciassette anni di servizio in azienda. Gli ultimi mesi per me sono stati difficili: ho subito un grave lutto famigliare a seguito della morte di mio padre dopo una malattia degenerativa, cosi ho usufruito -in questi ultimi mesi- di giorni di ferie e dei permessi legati alla 104, ho preso un periodo di aspettativa e ho avuto anche dei problemi di salute a seguito della situazione che ho avuto. Nella vita ci sono periodi più o meno fortunati, ma non ho fatto nulla di male e ribadisco: non ho mai chiesto alcun privilegio particolare, chiedo solo di lavorare e che vengano rispettati i miei diritti.
In questi mesi è riuscita ad incontrare l’ufficio personale di IKEA per raccontare il suo disagio di fronte ai nuovi turni?
No, ma erano a conoscenza delle problematiche del periodo che stavo attraversando. Quando mi hanno chiesto questo ennesimo cambio turno, ho immediatamente richiesto un colloquio con i responsabili del negozio e con l’ufficio del personale, in questo ero appogiata anche dal sindacato, ma non abbiamo mai ricevuto delle risposte e non abbiamo mai avuto un incontro.
L’ha colpita la solidarietà dei suoi colleghi? 
Mi ha fatto molto piacere. Siamo molto uniti. Sono la mia forza.
E’ stata solo colpa dell’algoritmo che determina i turni di lavoro dei dipendenti? 
In parte si, in parte c’è anche un meccanismo che tende a mettere da parte la dignità dell’uomo. Siamo considerati più dei numeri, che non delle persone.
Tornerebbe a lavorare in IKEA?
Io voglio lavorare. Ho sempre lavorato, in diciassette anni non mi sono mai sottratta a nulla: cambi di turno, cambi di reparto, e ritengo che questa sia una ingiustizia. Chiedo solo di lavorare.
Come ha raccontato ai suoi bambini questa storia? 
Con sincerità. Al figlio più grande ho spiegato tutta la situazione. Gli ho detto di stare tranquillo perché la mamma gli è vicino, e che intorno a noi ci sono tanti amici, parenti e colleghi. Gli ho anche promesso che sua mamma andrà avanti a fare sacrifici. Come ha sempre fatto.
Martedi 5 Dicembre ci sarà un nuovo presidio. Il sindacato chiederà ai clienti IKEA di firmare un appello per il reintegro di Marica.

Per anni, anzi per decenni, ci hanno raccontato che eravamo entrati in un nuovo mondo: l’economia digitale, il lavoro agile, l’individualizzazione dei rapporti di lavoro, l’obsolescenza delle vecchie forme di conflitto e di rappresentanza collettiva.

Ci hanno detto che pretendere limiti ai contratti a termine e al potere di licenziamento erano cose del passato, retaggi di un vecchio mondo ormai tramontato. Ci hanno raccontato che la liberalizzazione del mercato del lavoro era il volano dello sviluppo, della crescita dell’occupazione, di un maggiore benessere per tutti.

Poi si scopre che migliaia di  lavoratori dello stabilimento di Piacenza di Amazon, la multinazionale dell’e.commerce emblema della postmodernità trionfante, hanno dichiarato sciopero proprio il giorno dei mega-sconti, del blackfriday importato dalle usanze nordamericane.

...continua a leggere "Amazon, giù il velo della finta modernità"

FONTE INCHIESTAONLINE

Non ho l’età di Loris Campetti (editore Manni, 2015) è un’inchiesta diretta su un aspetto di solito non indagato della disoccupazione in Italia: si tratta questa volta non degli spazi chiusi ai giovani, ingabbiati in generale nel precariato, ma di quel che accade a chi perde il lavoro in età avanzata, dopo anni di mestiere con una professionalità compiuta. Sono figure meno pittoresche dei ragazzi, non portano con sé nuove culture, ma non suscitano minore emozione.

È un’inchiesta di questi anni, a crisi ormai settennale se se ne calcola l’inizio a partire da quella dei subprimes nel 2008. In quella tempesta sono scomparsi secolari opifici, antiche ditte, sostituite in genere da imprese nuove e più deboli, rilevate da qualche tardivo acquirente. Insomma la crisi investe la struttura produttiva, “i padroni”, che alla fine cercano di vivere o sopravvivere. Ma nell’uragano volano soprattutto gli stracci, che raramente sono rappresentati dal proprietario delle aziende via via ammalate e a un certo punto chiuse. È la prima conseguenza e se l’imprenditore è un furbastro magari se la cava, mentre non se la cavano mai i dipendenti che, sbattuti da una proprietà all’altra, alla fine non hanno neppure la forza di galleggiare. Sono generalmente ignoti (chi conosce i proletari?) che la ricerca di Loris Campetti fa emergere per il tempo di questo libro.

Emergono in genere poco volentieri. Quel che li caratterizza, salvo qualche indomito o indomita combattente, è la paura. Hanno già perduto un posto, e non per colpa loro ma perché è svanita o delocalizzata la ditta, potrebbero perdere anche quelli cui si rivolgono speranzosamente offrendosi come forza di lavoro. Sembra quasi scritto che prima o dopo tutti perderanno anche queste nuove possibilità, che al primo licenziamento parevano a portata di mano. Ma poi via via precipitando da un’interruzione di lavoro all’altra, gli stracci volano più che mai.

La paura nel disoccupato si accresce fino a rifiutare di discorrere con il giornalista che gli chiede di parlare di sé: no, assolutamente, grazie. O, al massimo, se lo fa, rimanendo nell’anonimato. Sono uomini e donne che, perduto il primo loro impiego, via via che il tempo passa nell’attesa di qualche impiego successivo, temono di essere in qualche misura riconosciuti, se non schedati, e di perdere quindi anche quello.

La disperazione non solleva, se non in rari casi, la ribellione. Dalla paura passano a una rassegnazione infelice; e questo sia gli uomini che le donne, le prime queste ad essere colpite quando si tratta di tagliare gli impieghi. E tuttavia nell’inchiesta di Campetti è proprio una donna, una single indiana che ha diretto una volta la lotta di quasi duecento connazionali, e quindi è una tosta, a raccontare lungamente di sé, a far nomi, a nulla nascondere: la ultracinquantenne Goghi. La cui vicenda le comprende quasi tutte, come quella di chi ha cominciato – se non sbaglio – in una fungaia, poi licenziata per chiusura dell’azienda e avanti così per altri due licenziamenti da una fabbrica chimica e da una metalmeccanica; o di chi si è presa un diploma di grafica e da allora è saltata da una unità di produzione all’altra, fino a rinunciare alla propria qualifica e offrirsi come tata di un bambinetto – la sola occupazione della quale c’è sempre abbondanza, ed è pagata assai poco.

Chi è da temere? La paura è vaga. Responsabile della tempesta è la famosa crisi, ma in generale i suoi manovratori sono lontani. Più semplice individuare la responsabilità in qualche eletto dalle istituzioni locali o dallo Stato; il personaggio più detestato essendo non il ministro Poletti o il team del governo promotore del Jobs act, ma la malvagia Elsa Fornero, che prima dell’attuale compagine era ministro del lavoro per Mario Monti, e sembra la figura delegata a raccogliere risentimenti e perfino odio. Non è più presente nella scena politica ma ha lasciato una impronta indelebile peggiorando tempi e modi della pensione: e si può capire che chi si trova a non poter raccogliere nulla da una vita di lavoro per una scadenza non potuta rispettare, magari per soli ventotto giorni, lo trovi inaccettabile e si infuri se appena ha il temperamento per farlo. Ma rare sono le Goghi con un’esperienza di lotta, molti di più i maschi reticenti. Alla paura di segnalarsi come un agitatore e quindi precludersi ogni sbocco lavorativo, nei più si sostituisce il senso di colpa: “Forse avrei dovuto farcela e non ce l’ho fatta, forse dovevo impuntarmi. Dovevo essere io a provvedere ai miei figli mentre non sono stato capace neppure di provvedere a me stesso”. ...continua a leggere "Rossana Rossanda: L’inchiesta di Loris Campetti su chi perde il lavoro a 50 anni"

FONTE : EQUALTIME

Palestine : 50 ans d'occupation, 50 ans de lutte ouvrière

A Palestinian worker on a construction site in the city of Bethlehem, in the southern occupied West Bank, on 27 September 2017.

(Chloé Benoist)

Malgré 30 ans de sa vie passés à travailler comme menuisier en Israël, et les 17 dernières années comme agriculteur dans la partie sud de la Cisjordanie occupée, Mohammad Issa Salah, âgé de 70 ans, a toujours du mal à joindre les deux bouts.

« Ici, le coût de la vie est comme en Europe, mais les salaires sont comme en Afrique, » déclare le vieux Palestinien du village d’Al-Khader à Equal Times, s’exprimant dans le peu d’anglais dont il se souvient de l’école.

La situation de ce vieillard est loin d’être une exception : avec un quart des Palestiniens vivant sous le seuil de pauvreté et un taux de chômage comparable, les Palestiniens luttent depuis des décennies pour assurer leur subsistance et faire valoir leurs droits dans le monde du travail.

Au cours des 50 dernières années, l’occupation israélienne de la Cisjordanie, de Jérusalem-Est et de la bande de Gaza a eu un impact incontestable sur les conditions de travail des Palestiniens. Dans le même temps, les syndicats peinent à dépasser les clivages politiques pour faire avancer concrètement la protection des droits des travailleurs palestiniens.

« La terre n’est pas la seule chose qui est occupée ; c’est aussi le cas de l’économie palestinienne, » déclare Matthew Vickery, auteur d’« Employing the Enemy: The Story of Palestinian Labourers on Israeli Settlements ».

Les centaines de milliers de Palestiniens qui se sont retrouvés sous le contrôle de l’armée israélienne en 1967 sont rapidement devenus une source de main-d’œuvre ouvrière pour l’économie israélienne, accomplissant des tâches que peu d’Israéliens étaient disposés à faire, pour un coût beaucoup moins élevé et avec beaucoup moins de protections juridiques. ...continua a leggere "Palestine : 50 ans d’occupation, 50 ans de lutte ouvrière"

fonte radiofujico che ringraziamo

di Alessandro Canella
Categorie: Lavoro
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I lavoratori della Castelfrigo di Modena protestano contro i licenziamenti e le storture degli appalti davanti a Fico. Caporalato e schiavismo sono problemi anche nella filiera della carne di alta qualità. Franciosi (Flai Cgil): "Dalle istituzioni vogliamo soluzioni a problemi generati dal Jobs Act. Dalle aziende vogliamo responsabilità sociale".

Ci sono buone ragioni se a Fico, inaugurato ieri a Bologna, la macellazione non viene riprodotta nella filiera simulata nel parco agroalimentare.
Nella "Disneyland del cibo", infatti, troviamo campi coltivati, stalle con veri animali, laboratori dove si fa il formaggio, si macina il grano, si fa l'olio, fino alla vendita, vero cuore di Eataly World.
I maiali, però, non vengono sgozzati: non sarebbe commercialmente producente. A questo, però, si aggiungono le condizioni di vero e proprio schiavismo che si registrano nel comparto della lavorazione delle carni.

Nel primo giorno di apertura, i lavoratori della Castelfrigo di Modena hanno tenuto un presidio proprio davanti a Fico. Da tempo, infatti, è aperta una vertenza contro il licenziamento collettivo di 127 lavoratori sulla carta. "In realtà l'obiettivo delle imprese appaltatrici - spiega Umberto Franciosi, segretario della Flai Cgil dell'Emilia Romagna - è quello di liberarsi di una cinquantina di lavoratori che, dal febbraio scorso, hanno alzato la testa, rivendicando diritti, perfino la possibilità di andare in bagno, e l'applicazione del contratto".

Il problema, come nel settore della logistica, risiede sempre nel sistema degli appalti, con cooperative spurie che sfruttano i lavoratori fino a ridurli in vera e propria schiavitù.
Turni fino a quattordici ore di lavoro al giorno, pause quasi inesistenti, movimenti ripetitivi e continuativi, al punto che dopo pochi anni i lavoratori manifestano malattia muscolo-scheletriche. A quel punto, l'azienda se ne disfa per assumere qualcun'altro.

Secondo Franciosi, queste situazioni sono state aggravate dal Jobs Act e dalle leggi dell'attuale governo: "Hanno abolito la somministrazione fraudolenta di manodopera e depenalizzato la somministrazione irregolare".
Proprio a politici e istituzioni, che in questi giorni si sono spesi in parole di sostegno e solidarietà ai lavoratori in lotta, ora gli stessi lavoratori chiedono atti concreti, interventi che portino ad una soluzione.

Non è solo la politica ad avere responsabilità o poter portare delle soluzioni. Il senso della manifestazione davanti a Fico risiede proprio in questo aspetto.
"I lavoratori della Castelfrigo - osserva il sindacalista - producono una serie di carni semi-lavorate che sono di fondamentale importanza per le eccellenze che qui vengono vendute. Bisogna che anche chi è proprietario di quei marchi si ponga il problema della responsabilità sociale. Non basta il rispetto delle regole solo nelle loro aziendine, occorre guardare anche se all'interno della propria filiera di fornitura le regole vengono rispettate".

In questo modo, dunque, Franciosi risponde direttamente a Oscar Farinetti, che ieri durante l'inaugurazione ha ringraziato i migranti per il loro contributo fondamentale in agricoltura.
Quegli stessi migranti che spesso vengono schiavizzati e sono vittime di caporalato. Fenomeno che la sola importante legge contro il caporalato non può risolvere. Occorre, appunto, l'impegno e la responsabilità sociale delle imprese.

ASCOLTA L'INTERVISTA AD UMBERTO FRANCIOSI:

di Giovanni Iozzoli

Da qualche tempo si è riacceso il conflitto nel comparto carni modenese. O meglio: riemerge la situazione di cronico malessere che cova da almeno due decenni sotto le ceneri, sbottando rabbia e mobilitazione. Quando parliamo di questo territorio – l’angolo di provincia compreso tra Castelnuovo, Castelvetro, Spilamberto, Vignola – stiamo parlando di un pezzo importante del Pil italiano, circa tre miliardi di euro, realizzati da 179 aziende, 5000 addetti, con 8 milioni di quintali all’anno di carni fresche lavorate e salumi: una macchina produttiva potente che importa dagli allevamenti del nord Europa 200 camion di suini macellati ogni giorno – la materia prima che, lavorata in loco, rifornirà tutti i grandi marchi nazionali ed esteri.

Il monoteismo del prosciutto regna sovrano, in questi luoghi; tra i miasmi degli stabilimenti aleggia un vago sentore calvinista – impresa e denaro come manifestazioni della benevolenza divina. Un maialino bronzeo troneggia nella piazza centrale di Castelnuovo Rangone – omaggio a se stessa, di una comunità sobria, laboriosa e danarosa, che vede il suino come metafora della vita.

Quello che è successo, negli ultimi vent’anni in questo comparto, è la nota accelerazione globale di mercati, merci e processi produttivi, che si è abbattuta drasticamente su un distretto che un tempo si sentiva vincente per qualità e specializzazione: concorrenza sempre più feroce, prezzi al ribasso, qualità a picco e pressione sempre più distruttiva sul lavoro vivo. Appalti, sub appalti, spezzettamenti, la filiera che si slabbra e si allunga come un verme. Migliaia di lavoratori, principalmente stranieri, collocati nei gironi via via più degradanti del lavoro in appalto, tra cooperative spurie, terziarizzazioni, consorzi fittizi creati dalle stesse imprese appaltatrici – ovviamente nei segmenti produttivi dove regnano fatica, nocività, rischio per la salute.

L'articolo prosegue alla fonte su Carmillaonline

 

Su Italianieuropei sterminata e interessante intervista di Roberto Giovannini a Maurizio Landini

Roberto Giovannini: Maurizio Landini, dopo tanti anni in FIOM – tante discussioni, tante polemiche, tante prese di posizione, tante con­troversie – adesso lei è segretario confederale della CGIL. Ma la CGIL, e il sindacato così come lo conosciamo in Italia, esisterà ancora tra dieci anni, nel 2027?

Maurizio Landini Sono in crisi tutte le organizzazioni di rappresen­tanza sociale, sia quelle politiche che quelle sindacali, e sta cambian­do in modo radicale il modo in cui operano imprese e produzione. Nulla sarà più come prima. Mai come oggi abbiamo tanta precarietà del lavoro, tanta diseguaglianza, tanta frammentazione sociale, tanta competizione tra le persone. E dall’altra parte – questo è il tema – non c’è più un punto di vista del lavoro, una visione alternativa della società, mentre c’è e predomina il punto di vista del mercato e della finanza. In prospettiva, certamente il sindacato ha un futuro; ma deve avere un modello sociale di riferimento. Se chiediamo ai lavoratori di organizzarsi in sindacato, non basta dire che il sindacato serve per tutelare le loro condizioni di lavoro. Bisogna proporre anche un progetto di trasformazione sociale, un’idea diversa di giustizia so­ciale, di eguaglianza. Bisogna avere un’idea del perché e del come si lavora e si produce; bisogna avere un’idea di reale coinvolgimento e partecipazione delle persone. Si è scelta la strada di lasciar fare al mercato; si è lasciata vincere – nella cultura e nella politica – l’idea che al centro di tutto ci sono il mercato e la finanza. Questo ha fat­to scomparire la soggettività delle persone che lavorano, e dunque ha cancellato ogni punto di vista diverso e di trasformazione. Sono convinto, sinceramente, che il sindacato possa avere un futuro; ma lo avrà solo se sarà anche un soggetto politico, cioè se avrà valori e proposte di trasformazione sociale in autonomia e indipendenza da politica e governi.

R. G. Una storia, quella del sindacato in Europa, che da sempre si è intrecciata a quella del movimento socialista. Che oggi appare ovunque in grave crisi.

M. L. È così. Dopo la fine dell’esperienza “comunista”, oggi siamo alla fine anche dell’esperienza della socialdemocrazia, ovvero di quel modello di mediazione sociale tra imprese e lavoro che aveva dato vita allo Stato sociale. Lo dimostra il fatto che siamo di fronte a un arretramento senza precedenti delle condizioni di vita delle persone che lavorano. Per avere un futuro, il sindacato deve tornare a rap­presentare e unire tutto il mondo del lavoro, e costruire su questa base una cultura politica e sociale alternativa all’attuale modello che ha al centro mercato e finanza. Per farmi capire meglio vorrei citare la vicenda dell’approvazione nel 1970 dello Statuto dei lavoratori. La legge 300 non venne approvata perché sostenuta dalle forze di sinistra – il Partito comunista si astenne – ma perché votata da DC, PSI, PLI, PRI e PSDI, che avevano una larga maggioranza in Parla­mento. Nel 1970 anche le forze politiche di destra e di centro votano lo Statuto dei diritti dei lavoratori perché riconoscono che uno dei nostri principi costituzionali, la centralità dei diritti della persona che lavora, è un interesse generale da riconoscere e tutelare. E solo successivamente si articola la politica, a destra, a sinistra o al centro. Oggi siamo al paradosso che un partito come il PD, che fa parte dell’Internazionale socialista, sancisce che la cosa più di sinistra che può fare è il Jobs Act, una legge che smantella lo Statuto dei diritti dei lavoratori. E mentre nel 1970 si affermava che si poteva licen­ziare solo se c’era una giusta causa, si riconosceva che il lavoro aveva bisogno di tutele, e che il ruolo sociale dell’impresa doveva essere temperato dal rispetto dei diritti di chi lavora, oggi si giunge quasi a teorizzare che va tutelata l’impresa che licenzia. Prima il lavoratore veniva tutelato dal licenziamento ingiusto; oggi viene tutelata l’im­presa, che può disporre un licenziamento ingiusto sborsando un po’ di soldi. Un cambiamento culturale davvero drammatico.

R. G. Dunque, il sindacato secondo lei ha un futuro; ma deve riuscire a unificare il mondo del lavoro, ed elaborare un progetto di trasformazione della società. Non sembra affatto un compito facile: il lavoro e la società sono frantumati e disarticolati, e l’esperienza socialdemocratica – che è stata il suo punto di ancoraggio tradizionale – è tramontata. Il sinda­cato confederale resta impostato su un modello novecentesco e datato. La CGIL ha le risorse per fare il salto di qualità che lei indicava come indispensabile per poter sopravvivere?

M. L. Credo di sì, purché si cominci ad agire sin dal Congresso che avremo tra un anno. Non basta un rinnovamento delle persone che dirigono la CGIL, ma serve anche un rinnovamento delle pratiche sindacali, partendo dal rafforzamento di alcune caratteristiche im­portanti del sindacato italiano, che hanno fatto sì che ancora oggi – mentre un po’ dappertutto il tasso di sindacalizzazione è in forte calo – nel nostro paese i numeri sulle adesioni siano migliori. Da noi le cose vanno meglio perché il sistema di relazioni industriali si basa su una struttura contrattuale fondata sui contratti nazionali di categoria e sulla contrattazione aziendale. Sappiamo molto bene che questo modello contrattuale è minacciato dalla frammentazione del processo lavorativo: penso alle esternalizzazioni, al sistema degli appalti e dei subappalti, al proliferare di cosiddette “cooperative”. Al fatto che le tecnologie che intrecciano il digitale e la manifattura cambiano il perimetro delle tradizionali categorie produttive sulla cui base è ancora oggi organizzato il sindacato. Per reggere a questo cambiamento, dobbiamo essere in grado di riunificare in capo alle persone i diritti di chi lavora. Non basta immaginare una nuova le­gislazione sul lavoro e un nuovo Statuto dei diritti dei lavoratori, che pure dobbiamo conquistare. ...continua a leggere "Intervista di Roberto Giovannini della Rivista Italiani Europei a Maurizio Landini"

 

FONTE PRESSENZA.COM

 In un discorso tenuto sabato scorso alla “Cooperative Party Conference” Jeremy Corbyn, leader del Partito Laburista britannico, ha toccato molti importanti temi di politica nazionale e internazionale. Il testo completo si può leggere qui.

Riportiamo di seguito le parti più significative del suo discorso.

“Abbiamo bisogno di valori cooperativi nel paese e all’estero” ha detto. “Viviamo in un mondo lacerato dai conflitti, spronato dall’ego e da ambizioni neo-imperiali. Non è mai stato così importante ribadire la nostra adesione alla Carta delle Nazioni Unite, la cui terza clausola sostiene l’obiettivo di risolvere i problemi internazionali attraverso la cooperazione internazionale.

Con i problemi che ci troviamo davanti – proliferazione nucleare, cambiamento climatico, crisi globale dei rifugiati, crisi umanitarie in Siria, Yemen e Myanmar con i Rohingya – una visione  globale basata sui principi cooperativi è oggi più necessaria che mai. Che si tratti di Donald Trump o di Kim Jong, le posizioni da macho devono lasciare il posto a una collaborazione calma e razionale. In tutto il mondo le cooperative svolgono un ruolo fondamentale per stimolare lo sviluppo, dare potere alle donne e unire le comunità. Oggi oltre un miliardo di persone ne fanno parte e io sono fiero di essere uno di loro”.

Ha poi riconosciuto che l’accusa del Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond è vera. Sì, i laburisti minacciano di distruggere l’attuale modello economico, un sistema che sfrutta la maggioranza per i profitti di una minoranza, che i conservatori vogliono difendere per mantenere i privilegi di pochi.

...continua a leggere "Jeremy Corbyn: “E’ vero, i laburisti minacciano di distruggere l’attuale modello economico”"

Autore :fabrizio salvatori

FONTE : CONTROLACRISI.ORG

Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha inviato al Presidente dell’ANCI Antonio De Caro una nota riguardante la direttiva dell' UE Bolkenstein. C'è molta agitazione su questa norma, che di fatto sta liberalizzando la gran parte delle attività lavorative di piccolo cabottaggio, più o meno corrispondenti al lavoro autonomo e al commercio. Nei mesi scorsi ci sono state diverse proteste da parte degli ambulanti.

Proteste che portarono il Governo Renzi a concedere una piccola proroga spostando il focus sulle amministrazioni regionali. Ora sta accadendo che ogni regione sta facendo per conto proprio, come in Liguria dove intendono salvare, tra gli altri, gli stabilimenti balneari. Le Regioni, va detto, su questo rischiano, come il caso dell'Emilia Romagna, il ricorso al Tar da parte dell'Antitrust. Il Pd, intanto, ha fatto passare alla Camera una mozione che ha l'obiettivo di "mitigare" gli effetti della direttiva europea. Cosa vorrà dire lo sanno solo loro. Cosa strana, però, Mdp no ha votato a favore mantenendo la sua linea fortemente liberalizzatrice. E' chiaro che la lettera di De Magistris suona a questo punto come un segnale riscossa. 

...continua a leggere "Bolkenstein, De Magistris a testa bassa contro la norma in una lettera all’Anci: “Restringere il campo di applicazione. Pericolo speculazione da parte delle lobbies”"

L'ICTSI sta obbligando i lavoratori a un lavoro straordinario lungo e pericoloso, semplicemente per guadagnare un salario dignitoso. L'impresa ha negato agli iscritti del sindacato FBTPI il lavoro straordinario, e molti non possono far fronte alle loro spese di base, con la conseguenza che i lavoratori tolgono i loro figli dalla scuola e vengono cacciati dalle loro case.

L'ICTSI sta punendo questi lavoratori per essersi difesi. 

Insieme alla Federazione Internazionale dei Lavoratori del Trasporto, abbiamo lanciato una campagna online con cui chiediamo all'ICTSI di pagare salari equi e di porre fine agli attacchi mirati contro gli iscritti al sindacato. Per favore, firmate la campagna al link:

https://www.labourstartcampaigns.net/show_campaign.cgi?c=3602

E, per favore, condividete il presente messaggio con i vostri amici, familiari e colleghi del sindacato.

Nel frattempo, vi ricordate del premio internazionale Arthur Svensson per i diritti sindacali? Labour Start ha ottenuto quel premio nel 2016. E' giunto di nuovo il momento di assegnare quel premio. La Fondazione Svensson invita i sindacati norvegesi e internazionali a nominare i candidati per l'assegnazione del premio per il 2018. Il premio sarà assegnato a persone e ad organizzazioni che hanno lavorato per promuovere i diritti sindacali e i sindacati nel mondo. Tra i vincitori precedenti c'era il sindacato degli insegnanti del Bahrein, il sindacato dei minatori in Messico, i lavoratori del tessile in Cambogia e molti altri. 

Per saperne di più e per proporre i vostri candidati, cliccate qui: 

http://svenssonstiftelsen.com/nominations-are-open-2/

Grazie!

Eric Lee

FONTE SBILANCIAMOCI CHE RINGRAZIAMO

Il lavoro ha subito un processo di rimozione: al centro c’è l’impresa, i cui interessi vengono fatti coincidere con l’interesse generale. L’introduzione del libro ‘Gente di fabbrica. Metalmeccaniche e metalmeccanici nel nuovo millennio’

‘Il lavoro non esiste’. Questo titolo provocatorio nasce da un episodio che mi è capitato in una nota libreria del centro di Torino, dove ho chiesto all’addetto del reparto di saggistica in quale scaffale si trovassero i titoli sul lavoro: mi ha guardato stupito, indirizzandomi prima al reparto economia e management, e poi aggiungendo che qualcosa avrei forse trovato anche nel reparto sociologia. Come se il lavoro fosse solo un addendum di qualcos’altro…

La verità è che, al di là delle statistiche e delle polemiche politico-sindacali, il contenuto del lavoro è dato quasi sempre per scontato, prevalgono luoghi comuni e approssimazione.

In realtà il lavoro ha subito un processo di rimozione: al centro c’è l’impresa, i cui interessi vengono fatti coincidere con l’interesse generale.

Ma impresa e lavoro non sono la stessa cosa, possono avere obiettivi comuni, ma farli coincidere è sbagliato, ancorché strumentale, perché impedisce di vedere contraddizioni e conflitti, inevitabili in presenza di ruoli e interessi sociali differenti. E, soprattutto, impedisce di vedere come in questi ultimi decenni l’equilibrio si sia spostato verso l’impresa, in termini di potere e di distribuzione delle risorse.

La svalorizzazione del lavoro è nella sua scomparsa dal discorso pubblico.

Non sembri paradossale, ma le poche occasioni, tra quelle in cui sono stato coinvolto da sindacalista, dove, raccontando il lavoro, si sia andati oltre un’attenzione superficiale, sono state l’accordo imposto dalla Fiat a Mirafiori – con il tema delle pause in catena di montaggio, per esempio – e il processo per i morti di amianto all’Olivetti, l’impresa perfetta che in realtà non è mai esistita, dove i magistrati hanno dovuto ricostruire in dettaglio che cosa facevano le persone in fabbrica. Due pessime, anzi drammatiche occasioni, insomma, benché a loro modo emblematiche. Eppure, per restituire ai lavoratori la visibilità che meritano, occorre ripartire da loro stessi, da quello che fanno tutti i giorni, dalla qualità e intensità della loro prestazione e del loro impegno, dai problemi e dalle opportunità che ne derivano, dalle frustrazioni e dalle aspettative che si creano e che segnano la vita delle persone.

L’area torinese, ancora tra le più significative dal punto di vista industriale a livello europeo, ben rispecchia tendenze più generali. E la manifattura, che pure rappresenta solo una parte del mondo del lavoro, comprende mansioni e professionalità anche molto diverse, che nel tempo si sono profondamente modificate: dall’operaio al progettista, dall’impiegato amministrativo all’informatico. ...continua a leggere "Gente di fabbrica"


One of the world's largest companies engaged in the loading and unloading of ships is systematically undermining the wages and conditions at the waterfront in Jakarta.
ICTSI is forcing workers into long, unsafe overtime -- simply to earn a living wage. But union members have been denied overtime by the company, and many are now unable to meet their basic expenses, resulting in workers taking children out of school and being evicted from their homes.

ICTSI is punishing these unionised workers for standing up.

Working together with the International Transport Workers Federation, we have just launched an online campaign calling on ICTSI to pay fair wages and to stop targeting union members and their families.  Please sign up here:

http://www.labourstart.org/go/ictsi

And please share this message with your friends, family and fellow union members.

Meanwhile, remember the Arthur Svensson international prize for trade union rights?  LabourStart won that award in 2016.  And now it's time for the award to be given out again.  The Svensson Foundation  invites Norwegian and international unions to nominate candidates for the 2018 prize.  The award is given to individuals and organisations that have worked to promote trade union rights and organising around the world. Among the previous winners were the teachers union in Bahrain, the miners union in Mexico, textile workers in Cambodia and many more.  To learn more and to propose your candidates, go here:

http://svenssonstiftelsen.com/nominations-are-open-2/

Thank you!

Eric Lee

P.S. Want to know which of our recent campaigns you may have missed? Click here to find out.

FONTE  R/PROJECT   CHE RINGRAZIAMO

il modello a cui si ispira Macron

 

http://bit.ly/2fNicfdGERMANIA: TRA MINIJOB E AFDIl 24 settembre sarà ricordato per la perdita spettacolare dei partiti...

Pubblicato da Rproject-anticapitalista su Lunedì 25 settembre 2017

 

di Olivier Cyran* dal numero di settembre del mensile francese Le Monde Diplomatique.

I tedeschi, chiamati alle urne il 24 settembre, non hanno mai avuto un numero così basso di persone in cerca di occupazione. E nemmeno così tanti precari. Lo smantellamento della previdenza sociale avvenuta a metà degli anni 2000 ha trasformato i disoccupati in lavoratori poveri. Queste riforme hanno ispirato la revisione del codice del lavoro che il governo cerca di imporre per decreto.

Ore 8: il Jobcenter (Agenzia per l’impiego N.d.T.) del quartiere berlinese di Pankow ha appena aperto i battenti che già una quindicina di persone fanno la coda davanti allo sportello dell’accettazione, ciascuna rinchiusa in un ansioso silenzio. “Perché sono qui? Perché, se non rispondi alla loro convocazione, ti tolgono quel poco che ti danno”, sbotta a bassa voce un cinquantenne, “comunque non hanno niente da proporre, a parte, forse, un lavoro da venditore di mutandine borchiate, chissà”. L’allusione gli strappa un leggero sorriso. Un mese fa, una madre sola di 36 anni, insegnante disoccupata, ha ricevuto unalettera dal Jobcenter di Pankow che la invitava, a pena di sanzioni, a candidarsi per un posto di rappresentante di commercio di un sexy shop. “Ne ho passate di tutti i colori con il mio Jobcenter, ma questo è il colmo”, ha risposto via internet l’interessata, prima di annunciare la sua intenzione di sporgere denuncia per abuso d’ufficio.

All’esterno, nel parcheggio del blocco di case popolari, l’“unità mobile di sostegno” del centro disoccupati di Berlino ha già iniziato l’attività. La signora Nora Freitag, 30 anni, sistema sul tavolo pieghevole, piazzato davanti al minibus degli operatori, un pacco di opuscoli intitolati Come difendere i miei diritti nei confronti del Jobcenter.

“Questa iniziativa è stata organizzata nel 2007 dalla Chiesa evangelica: c’è molta disperazione, e anche molta impotenza, davanti a questo mostro burocratico che i disoccupati percepiscono, non a torto, come una minaccia”.

Una signora, sessant’anni suonati, si avvicina con passo esitante, sembra molto infastidita di doversi presentare a degli estranei. La sua pensione, inferiore a 500 euro al mese, non le basta per vivere, riceve un’integrazione versata dal suo Jobcenter. Poiché fatica comunque a sbarcare il lunario, fa da poco un lavoro precario part-time (“minijob”) come donna delle pulizie in una casa di cura che le garantisce un salario netto mensile di 340 euro. “Figuratevi”, dice con una vocina agitata, “la lettera del Jobcenter mi dice che non ho dichiarato i miei redditi e che devo rimborsare 250 euro, ma questi soldi, io non li ho! Per giunta, li ho dichiarati fin dal primo giorno, i miei redditi, come potete immaginare; ci deve essere un errore…”. Uno degli operatori la prende sottobraccio per darle dei consigli in disparte: a chi indirizzare un ricorso, a quale porta bussare per sporgere denuncia se il ricorso ha esito negativo, ecc. Talvolta il minibus serve da rifugio per trattare un problema in maniera riservata. “È uno degli effetti di Hartz IV”, osserva la signora Freitag, “la stigmatizzazione dei disoccupati è così pesante che molti provano vergogna perfino a parlare della loro situazione di fronte ad altri”.

Una delle normative più vincolanti d’Europa

Hartz IV: questo marchio sociale deriva dal processo di deregolamentazione del mercato del lavoro, chiamato Agenda 2010, messo in essere tra il 2003 e il 2005 dalla coalizione del cancelliere Gerhard Schröder tra il Partito socialdemocratico (SPD) e i Verdi. Battezzata con il nome del suo ideatore, Peter Hartz, ex direttore del personale della Volkswagen, il quarto e ultimo pacchetto di queste riforme ha unificato i sussidi sociali e le indennità dei disoccupati di lungo termine (senza impiego da oltre un anno) in un unico sussidio forfettario, versato dal Jobcenter. Il presupposto è che lo scarso importo di questa somma – 409 euro al mese nel 2017 per una persona sola (1) – dovrebbe motivare il beneficiario, ribattezzato “cliente”, a trovare o a riprendere al più presto un impiego, anche mal retribuito e poco aderente alle sue attese o alle sue competenze. Il riconoscimento del sussidio è subordinato a un programma di controlli tra i più vincolanti d’Europa.

Alla fine del 2016, l’ambito di applicazione di Hartz IV coinvolgeva circa 6 milioni di persone, di cui 2,6 milioni di disoccupati ufficiali, 1,7 milioni di disoccupati sommersi non contabilizzati dalle statistiche attraverso la trappola dei “dispositivi di avviamento al lavoro” (formazione, addestramento, impieghi da 1 euro, minijobs, ecc.) e 1,6 milioni di figli di beneficiari del sussidio. In una società strutturata sul culto del lavoro, queste persone sono spessodescritte come scoraggiate o come bande di fannulloni e talvolta anche peggio. Nel 2005, in un opuscolo del ministero dell’economia, con la prefazione del ministro Wolfang Clement (SPD) e intitolata Priorità alle persone oneste. Contro gli abusi, le truffe e il fai da te nello Stato sociale, si poteva leggere: “I biologi sono concordi nell’utilizzare il termine ‘parassita’ per designare gli organismi che si sostentano a spese di altri esseri viventi. Ovviamente, sarebbe totalmente fuori luogo estendere agli esseri umani nozioni proprie del mondo animale”. E, ovviamente, l’espressione “parassita Hartz IV” è stata abbondantemente ripresa dalla stampa scandalistica, Bild in testa.

La vita dei beneficiari dei sussidi è uno sport da combattimento.

Quando la somma percepita, a livello di sussistenza, non consente al beneficiario di pagarsi un affitto, il Jobcenter se ne fa carico, a condizione che l’affitto non superi il tetto massimo fissato dall’amministrazione a seconda delle zone geografiche. “Un terzo delle persone che vengono da noi, lo fanno per problemi legati all’abitazione”, dichiara la signora Freitag, “nella maggior parte dei casi perché il rialzo degli affitti nelle grandi città, in particolare a Berlino, ha fatto loro superare i massimali del Jobcenter; allora i beneficiari dei sussidi devono traslocare, ma senza sapere dove, poiché il mercato delle case in affitto è saturo, oppure devono pagare di tasca propria la differenza eccedente il massimale, tagliando le spese alimentari”. Dei 500.000 “Hartz IV” che vivono a Berlino, il 40% paga un affitto che supera il limite normativo.

...continua a leggere "GERMANIA: TRA MINIJOB E AFD –"

FONTE AREA7.CH

Giovane, formazione scolastica conclusa, gli amici, un lavoro. Una vita soddisfacente? No, la sua vita non è neppure normale perché Giacomo ha le pezze al culo. Lavora, sì lavora, ma niente pizza al sabato sera, le vacanze scordate da tempo e ora, al verde, si è pure indebitato. No, non fa un uso improprio dei suoi soldi: semplicemente guadagna poco, troppo poco. «Ho un impiego e prendo meno di chi è in assistenza: la situazione mi sta creando scompensi di vario tipo». Come è possibile? Giacomo* fa l’agente di sicurezza da anni: «Sì, è vero c’è un Ccl, ma la direzione ha trovato il modo di aggirarlo, mettendo  in ginocchio molti di noi». 

Giacomo è un uomo formato, che non trovando un posto corrispondente al suo profilo, si è candidato come agente di sicurezza privata. Il lavoro è lavoro! E non gli si sputa in faccia mai: «Certo, sono formato per altre posizioni, ma mi sono adattato pur di guadagnarmi con le mie mani la pagnotta e non dover dipendere né da famiglia, né da Stato. Pensavo a un impiego temporaneo, che avrei trovato poi un posto nel mio ramo: non è andata in questo modo e nel frattempo si è consolidata l’occupazione alla Securitas. Paradossalmente, più io diventavo parte dell’azienda, e più le mie condizioni professionali si precarizzavano. Insomma, se all’inizio del mio impiego presso la società di sorveglianza riuscivo non certo ad accantonare risparmi, ma almeno a saldare a fine mese le fatture, ora non è più così e posso sostenere di trovarmi oggettivamente in uno stato di indigenza: passano gli anni e io guadagno sempre meno. In un’azienda sana e corretta con i dipendenti dovrebbe avvenire il contrario. Se all’inizio della mia assunzione potevo mantenermi dignitosamente, la situazione è andata gradualmente precipitando: in questo 2017 sto sopravvivendo con buste paga che girano in una media fra i 2.700 e i 2.800 franchi mensili. Ecco, mi dica se con un salario simile in Ticino una persona può non solo vivere, ma avere una vita? Con l’acqua alla gola, con i soldi contati e sempre a disposizione del datore di lavoro che, mi scusi l’espressione, lo tiene per le palle».

Ci spieghi che cosa succede concretamente al momento della pianificazione e della distribuzione del monte ore, che è poi la quantità di tempo determinante lo stipendio. 
Ci sono tre tipi di contratti. Chi detiene un contratto “A” è un collaboratore con salario mensile e orario di lavoro fisso pattuito contrattualmente, compreso tra 1.801 e 2.300 ore per anno. I “B” sono dipendenti anch’essi con salario mensile e orario di lavoro fisso, compreso tra 901 e 1.800 ore per anno. Infine, ci sono i “C”, i lavoratori ausiliari con salario orario fino a 900 ore per anno, comprese le vacanze e l’abbuono di tempo del 10%. Io sono finito, dopo anni che già ero impiegato presso Securitas, sotto il contratto B con garantite 100 ore mensili. Con la  modifica del Contratto collettivo di lavoro del 2014, la Securitas ha cambiato strategia e pagare meno contributi e scatti di anzianità. Io per esempio non faccio mai un’ora in più di quelle garantite, non perché manchi lavoro, ma perché io costo di più per gli anni di servizio maturati e per i contributi. E così si attinge sempre più a personale esterno, agli ausiliari che tieni in stand by quanto vuoi perché sono ancora più precarizzati dei tuoi dipendenti. È evidentemente più economico, anche se meno etico, prendere una frotta di persone e utilizzarle su chiamata. Così le ronde, i servizi di sorveglianza li suddividi in più turni pescando da un grande bacino di lavoratori. Il risultato? L’ausiliario porta a casa quel poco che riesce a racimolare e uno come me, che ha un contratto di 100 ore mensili, può essere certo di non riuscire a sfondare il tetto del monte ore e di restare sotto un bel po’ ai 3.000 franchi. Intanto, l’azienda continua a guadagnarci: con questo esercito di personale, di cui sono sempre alla costante ricerca, partecipano e vincono appalti anche pubblici.

...continua a leggere "L’agente non va sul sicuro"

FONTE ASGI CHE RINGRAZIAMO

Come si è giunti al primo traguardo nel processo per sfruttamento lavorativo dei cittadini bengalesi dell’area Nord di Napoli:  “Questo processo, e soprattutto il suo esito, rappresenta una grande vittoria su più fronti”.

 

A tre anni dalla prima querela presentata dagli avvocati Amarilda Lici e Alessandro Del Piano (entrambi avvocati ASGI) dinanzi la DDA della Procura della Repubblica del Tribunale di Napoli, giunge finalmente ad un primo grande traguardo il processo per sfruttamento lavorativo dei cittadini bengalesi dell’area Nord di Napoli.

Un successo ottenuto per tutte le parti civili costituite, tra cui anche l’ASGI che è stata ammessa con la seguente motivazione: “la lettura completa dell’art. 5 dello statuto permette di ritenere coinvolta dai reati in causa gli interessi tutelati dall’associazione stessa”.

Il processo, conclusosi con una sentenza di condanna a seguito di rito abbreviato, ha riconosciuto la responsabilità penale degli imputati per tutti i reati a loro contestati quali : Intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo di cui all’art.603 bis normativa previgente; Associazione a delinquere di cui all’art. 416 c.p co. 1, 2 e 3 cod.pen con l’aggravante del reato transnazionale secondo l’art. 3 e 4 L. 146/2006 e favoreggiamento all’immigrazione clandestina così previsto dall’art. 12 commi 3, 3 bis e 5 Dlgs 286/98 e succ. modif.

La denuncia ha preso corpo dopo che un primo gruppo di sei lavoratori si è rivolto all’Associazione “3 Febbraio” per denunciare i fatti di cui al conseguente processo. Successivamente, si scopriva che tali vicende interessavano numerosi lavoratori bengalesi e, pertanto, in corso di indagini, si depositavano ulteriori querele, raggiungendo il ragguardevole numero di ben 16 parti offese.

In particolare, tutti i lavoratori bengalesi venivano reclutati in Bangladesh da un loro connazionale che, sfruttando la sua fama di imprenditore “di successo” nel campo tessile, proponeva loro condizioni di vita/professionali “allettanti”, offrendo un lavoro (comprensivo dell’alloggio), regolare e ben retribuito, in Italia. Per tale attività di intermediazione, i malcapitati dovevano pagare cifre variabili tra i 10.000/12.000 euro, ottenendo i documenti di viaggio e, successivamente, il permesso di soggiorno.

Una volta giunti in Italia, i giovani lavoratori venivano collocati presso le fabbriche del loro “reclutatore” e/o dei suoi familiari, – i quali risultavano, tra l’altro, intestatari di alcune di esse.

Pian piano scoprivano la verità: venivano costretti ad orari di lavoro massacranti – dalle 7.30 alle 21.30 dal lunedi al sabato, dalle 8.00 alle 17.00 la domenica –, in condizioni di vita degradanti – alloggi di 50/60 mq adattati a 6/8 persone, ricevendo, quale contropartita, uno stipendio variabile dai 120 ai 300 euro mensili, subendo, vieppiù, atti di intimidazione, vessazioni, violenze ed insulti, senza mai ottenere, tra l’altro, il titolo di soggiorno, come inizialmente promesso.

In data 16 marzo 2016, a seguito delle indagini della DDA presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Napoli, veniva emessa dal Gip di Napoli – 18^sezione penale, un’ ordinanza di custodia cautelare in carcere per sei indagati. Successivamente si affrontava la fase dell’incidente probatorio per l’escussione delle persone offese, durante la quale si univano al collegio difensivo gli avvocati Bruno Botti e Benedetta Piola Caselli, fino a giungere all’ 11 luglio 2017, quando il GUP – 31°sezione penale del Tribunale di Napoli, pronunciava la sentenza con la quale si riconosceva la responsabilità penale degli imputati, come sopra indicato.

Questo processo, e soprattutto il suo esito, rappresenta una grande vittoria su più fronti.

In attesa delle motivazioni della sentenza, i punti salienti si possono così riassumere. ...continua a leggere "Tribunale di Napoli : prima condanna per sfruttamento lavorativo nelle fabbriche tessili"

Fonte : controlacrisi.org

Qualche giorno fa, sulle pagine de Il Sole 24 ore (era il 23 Agosto) , abbiamo letto l' articolo di Marco Leonardi, consigliere economico della presidenza del Consiglio, secondo cui se si riducono i costi di licenziamento solo per i nuovi contratti (come ha fatto il Jobs Act) i lavoratori che non sono ancora occupati ma stanno cercando un'occupazione potranno concordare un salario più alto a fronte della riduzione della protezione contro il licenziamento”.

La realtà è invece l'esatto contrario, il potere di acquisto dei salari è in continua diminuzione. Solo pochi mesi fa l'Osservatorio nazionale della Federconsumatori parlava di una stangata per ogni famiglia italiana con perdita di potere di acquisto superiore a 2330 euro annui

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In collaborazione con il sindacato globale dell'industria, IndustrialAll Global Unions, che rappresenta 50 milioni di lavoratori in 140 Paesi nel settore minerario, energetico e manifatturiero e il sindacato affiliato della Norvegia, Industri Energi, che rappresenta gli interessi collettivi di 60.000 iscritti del settore metallurgico, chimico, del legno, del petrolio e del gas , delle attività sia su terra e sia in mare, nonché delle industrie affini.

L'azienda petrolifera norvegese, la DNO, non ha pagato 175 lavoratori nello Yemen per 18 mesi. L'azienda ha fermato l'attività dopo lo scoppio della guerra nello Yemen nell'estate del 2015 e ha licenziato i suoi dipendenti con un semplice SMS o con una e-mail, dimostrando di non avere né rispetto dei lavoratori che hanno faticato per l'azienda per più di dieci anni e né della legge che obbliga l'azienda a seguire il processo di trasferimento e le procedure per il licenziamento nel momento in cui si ritira dal Paese. Nei momenti difficili i lavoratori si sono trovati di fronte a una duplice difficoltà: la guerra nel Paese e nessun reddito per le loro famiglie.

L'azienda pagava addirittura salari più bassi nello Yemen rispetto ad altre imprese petrolifere operanti nel Paese. Già nel 2013 e nel 2014 i lavoratori avevano organizzato scioperi per il salario. La direzione aveva risposto con la minaccia scritta di licenziare tutti i lavoratori in sciopero in violazione del diritto legale allo sciopero dei lavoratori nello Yemen.

Esprimi il tuo sostegno ai 175 lavoratori yemeniti e alle loro famiglie firmando e inviando la lettera al presidente esecutivo della DNO, Bijan Mossavar-Rahmani.