I fascisti e l’estrema destra vedono un’opportunità nella pandemia

ECO-DEMOCRAZIA. PER UNA FONDAZIONE ECOLOGICA DEL DIRITTO E DELLA POLITICA

FONTE LEPAROLEELECOSE

di Sergio Messina

 

[Pubblichiamo un estratto dal volume di Sergio Messina, Eco-democrazia. Per una fondazione ecologica del diritto e della politica, uscito di recente per i tipi di Orthotes].

 

L’improbabile necessità di una eco-democrazia cosmopolita

 

Una forma alternativa di democrazia ecologica “radicale” – non identificabile con la Global Enviromental Governance “sistemica” – è descritta dai teorici dei commons (e dei natural commons in particolare) senza che però vi sia stata una simile elaborazione teorica nel campo “globale” […]. Situazione dovuta essenzialmente al fatto che il diritto internazionale dell’ambiente mostra ancora (come evidenziato dai giuristi della Earth jurisprudence e del rule of law for nature) un’incoerenza di fondo poiché riflette uno scollamento dell’economia dal sapere ecologico[1], [una] mancanza di coordinazione tra obiettivi di carattere economico e ambientale [ed è] caratterizzato da forme di co-decisione demandate principalmente al multilateralismo degli esecutivi.[2]

>>> L’ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE  LEPAROLEELECOSE

Analisti della Counter Terrorism Policing inglese pasticcioni e ignoranti ….

 

In un documento della Counter Terrorism Policing, una guida  ad uso degli agenti di polizia sui movimenti terroristi,  nella quale sono indicati movimenti eco nazisti e suprematisti,  sono stati inseriti anche Green Peace e movimenti animalisti innocui. Da questo evento denunciato dal Guardian sono nate proteste e denunce .  Il fatto dimostra la superficialità e l’incompetenza degli analisti del CTP i cui dirigenti sono stati costretti a riconoscere gli errori e la necessità di modificare la guida….
Per saperne di più vai alla fonte Infosurhoy

Intervista a Extinction Rebellion: «Salviamo il pianeta dall’ecofascismo»

«Di questi tempi abbiamo bisogno di solidarietà e modi migliori di lavorare insieme – dice al manifesto – Serve allertare le persone, ma anche prepararsi a resistere»

«Abbiamo solo avuto un piccolo assaggio di ciò che le comunità musulmane e altri gruppi di attivisti hanno ricevuto per anni», ha scritto su Facebook Gail Bradbrook commentando la rimozione del movimento ecologista dal programma dell’antiterrorismo britannico Prevent. Bradbrook, 47 anni, figlia di un minatore di South Kirkby, è studiosa di biofisica molecolare e co-fondatrice di Extinction rebellion (Xr).

Qual è il bilancio del primo anno di Xr?

Esistono 500 gruppi locali in 72 Paesi e altri 200 solo in Uk. Qui la crisi ecologica era poco presente nel dibattito, adesso ha un posto enorme. Il 54% dei cittadini afferma che il tema condiziona il loro voto. Chiaramente questo non ha a che fare solo con Xr, ma anche con i Fridays for future e con film e report pubblicati di recente. Rispetto alle nostre rivendicazioni, invece: alcuni «consigli unitari», cioè corpi di governo locale, stanno dichiarando l’emergenza climatica ed ecologica e anche il parlamento lo ha fatto; Theresa May, quando era ancora primo ministro, ha fissato al 2050 il limite per il processo di decarbonizzazione e chiesto un’assemblea di cittadini con un ruolo consultivo. Non sono esattamente le cose che vogliamo, ma una loro versione annacquata. Comunque segnalano che stiamo lavorando bene.

Uno dei concetti chiave di Xr è la cultura rigenerativa. Cos’è?

La cultura in cui lavoriamo è importante quanto le nostre rivendicazioni, o forse di più. Potremmo anche non ottenere ciò che chiediamo, ma se impariamo a lavorare bene insieme ci stiamo preparando a resistere all’ecofascismo, uno dei rischi più grandi della nostra epoca. La cultura rigenerativa ha quattro parti. La prima è prendersi cura di se stessi. La seconda riguarda le modalità inclusive di lavoro in gruppo. La terza è prendersi cura uno dell’altra prima, durante e dopo le azioni. La quarta è la connessione con la natura, un aspetto fondativo del nostro movimento.

Il concetto di ecofascismo è poco discusso in Italia. Cosa indica?

Il libro di Margaret Atwood Il racconto dell’ancella lo ha presentato a tanti, anche se non sempre è associato ad esso. In generale ci sono vari indicatori di fascismo che misurano i livelli di misoginia, xenofobia, militarismo, etc. Oggi sono tutti in aumento. Il fascismo cresce quando le persone sono spaventate, circolano meno soldi e si approvano rigide politiche patriarcali. Se le persone capiscono che c’è un’emergenza, il rischio è che vadano nel panico, vogliano meno democrazia e chiedano modelli di comportamento più rigidi. In Xr, invece, sosteniamo che serve più democrazia. Per questo chiediamo assemblee di cittadini che decidano come affrontare la catastrofe climatica. Abbiamo bisogno di una democrazia migliore, non di meno democrazia.

Le élites politiche ed economiche saranno d’accordo?

Douglas Rushkoff è un professore di tecnologia di New York. Ha un blog sulle élites che parlano del cosiddetto «evento», cioè il punto di collasso ecologico e sociale del sistema. Rushkoff ha ricevuto la metà del suo salario da docente universitario per un incontro con cinque top manager di fondi di investimento che volevano sapere in quali zone del mondo la catastrofe arriverà più tardi o come proteggere i loro beni dopo il crack. Ad esempio, se è meglio avere delle guardie con collari elettronici o ricattarle attraverso riserve di cibo tenute sotto codice. Questo tipo di pensiero viene dalla disperazione e dalla separazione, che rendono l’ecofascismo un rischio reale. In questi tempi abbiamo bisogno di solidarietà e modi migliori di lavorare collettivamente. Xr non sta solo lanciando l’allarme, sta anche stabilendo nuove forme di cooperazione prefigurative di come si può resistere alla tendenza all’ecofascismo. Prima o poi ci saranno carenze alimentari, picchi dei prezzi del cibo e accadranno cose che destabilizzano la società. Su questi temi non c’è abbastanza ricerca, ma la Anglia Ruskin University (Uk) sostiene che entro il 2040 il cibo scarseggerà. L’Istituto Goddard per gli studi spaziali, che fa parte della Nasa, ritiene che fenomeni simili accadranno prima. Con questo rischio in gioco, il pericolo dell’ecofascismo può solo crescere. C’è bisogno di allertare le persone, ma anche di prepararsi a resistere.

Ha menzionato varie volte il patriarcato. Le donne o il pensiero femminista hanno un ruolo particolare in Xr?

Nel movimento ci sono un sacco di donne fantastiche. In Uk la direzione del team artistico è di Clare Farrell, di estrazione proletaria. Esther Stanford-Xosei si occupa di come condividere risorse attraverso l’International Solidarity Network. Skeena Rathor, donna musulmana, è a capo del «vision team». C’è poi un ragionamento sui 10 principi di base, creati con un’idea di liberazione che tenga in considerazione le esperienze che ognuno vive in un sistema patriarcale. Uno di questi è not blaming and shaming, cioè evitare di biasimare e incolpare. Non sta a noi creare una cultura del dito puntato o della caccia alle streghe o far vergognare le persone mentre cerchiamo di affrontare il modo in cui la cultura patriarcale si manifesta nei movimenti. Quando la sinistra forma un plotone d’esecuzione è come se stesse in piedi in cerchio: attacca se stessa. La nostra ombra è colpirci l’un l’altro. Abbiamo bisogno di fare dei passi in avanti, verso una nuova cultura di rigenerazione.

Sindaci tedeschi ostaggi della destra: “Vicini ai migranti”

Servizio da Berlino di Tonia Mastrobuoni su Repubblica del 12 gennaio 2020

Crescono minacce e aggressioni ai primi cittadini che danno assistenza ai rifugiati: molti costretti alle dimissioni per paura

 

BERLINO – Andreas Hollstein è sindaco di Altena, piccolo borgo medievale cullato dalle campagne del Nordreno-Westfalia. Quando arrivò l’emergenza profughi, li accolse a braccia aperte. E quando gli arrivarono le prime minacce razziste, non si preoccupò. Ma un giorno, mentre stava ordinando un kebab, si ritrovò un coltello alla gola. È vivo per miracolo: due uomini ebbero una reazione fulminea e buttarono a terra l’aggressore. Un caso isolato? Neanche per sogno.

Da tempo si accumulano in Germania le dimissioni di sindaci che finiscono nel mirino dei neonazisti, il più delle volte perché si sono mostrati solidali o semplicemente non ostili con i migranti. E purtroppo, conquistano le prime pagine soltanto quando gettano la spugna. O quando dalle minacce si passa alle aggressioni fisiche, come nel caso più famoso, quello di Henriette Reker, la sindaca di Colonia che fu accoltellata cinque anni fa da un estremista di destra, durante un comizio. Di recente, quando è stata di nuovo minacciata da un gruppo di nostalgici del Reich che si firmano “Staatsreichorchester”, “Orchestra del colpo di Stato”, la notizia è scivolata tra le brevi. Così come è stato notato appena che il candidato della Cdu alle elezioni regionali della Turingia, Mike Mohring, ha ricevuto dallo stesso gruppo una mail in cui lo invitavano a ritirarsi dalla corsa o altrimenti lo avrebbero fatto saltare con un autobomba. Firmato “Sieg Heil”.

Non tutti alzano bandiera bianca. Nel caso di Christoph Landscheidt, primo cittadino di Kamp-Lintfort, molti politici si sono detti scandalizzati perché ha deciso di reagire. E sta facendo una battaglia per procurarsi un porto d’armi. Discutibile, ovvio, e lui stesso ha detto di non voler andare in giro come uno sceriffo texano ma di voler proteggere se stesso e la sua famiglia dalle continue minacce di morte. Ma in qualche caso, come ricorda il tragico caso di Walter Luebcke, il presidente del distretto di Kassel ucciso a giugno con un colpo di pistola sul suo terrazzo di casa da un neonazista, la protezione dello Stato è arrivata tardi.

Volker Bouffier ha definito Luebcke “un costruttore di ponti”, ed è ciò che accomuna questi sindaci di una resistenza diffusa ma irregolare, nascosta spesso nelle zone rurali, lontane dai riflettori. Dove i neonazisti stanno sistematicamente costruendo colonie hitleriane e terrorizzando chi vi si oppone.

Per aver condannato il brutale pestaggio di un profugo iracheno da parte di quattro uomini, la sindaca di Arnsdorf Martina Angermann è stata subissata per mesi di insulti e minacce di morte. C’è un video che non lascia dubbi sulla violenza dell’azione contro il rifugiato, eppure gli aggressori si sono autobattezzati “difensori dei cittadini” e hanno persino sporto denuncia contro la sindaca. Che dopo essersi data malata per mesi, ha registrato un video in cui piange a dirotto spiegando i motivi della sua resa.   >>>

L’ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE SU REPUBBLICA.IT

Rete prepper apocalittica neo-nazista tedesca “ordinò sacche per il corpo, redasse liste uccisioni”

Riportiamo come segnalazione il  link  ad un articolo apparso su DW.COM. Il pericolo eversivo neo nazi non è una fantasia espressa da qualche “buonista sprovveduto”. Il problema esiste, l’ideologia nazi si è appropriata anche del tema ecologia. Esiste una corrente neo nazi survivalista (preppers ) . Preppers è un termine usato per descrivere coloro che si preparano per il collasso sociale o il disastro naturale accumulando cibo e forniture di emergenza. Per combattere questi fenomeni emergenti eversivi occorre conoscerli ….  L’articolo è apparso sul sito DW.COM il 29/06/2019.

 

German neo-Nazi doomsday prepper network ‘ordered body bags, made kill lists’

Presentazione articolo

L’agenzia di intelligence interna tedesca afferma che un gruppo di neonazisti compilò un elenco di oppositori politici e ordinò 200 sacche per il corpo e calce viva in preparazione per un potenziale crollo dell’ordine statale, chiamato “Giorno X”.

La maggior parte degli oltre 30 prepper, che si chiamavano Nordkreuz (Croce del Nord), erano associati alla polizia e ai militari della Germania, tra cui diversi ex e un membro attivo dell’unità delle forze d’élite della polizia di stato del Meclemburgo-Pomerania occidentale.

Preppers è un termine usato per descrivere coloro che si preparano per il collasso sociale o il disastro naturale accumulando cibo e forniture di emergenza. Parlando al quotidiano locale Märkische Allgemeine nel 2017, i membri di Nordkreuz si sono descritti come persone con un “sano atteggiamento conservatore” che hanno semplicemente raccolto forniture per un grave disastro.

L’ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE D.W.

 

Eco-fascismo: prospera online l’ideologia  che sposa ambientalismo e supremazia bianca 

 

La questione ambientale è divenuta una priorità nell’agenda di molti governi per la ricerca di soluzioni, di nuovi modelli di organizzazione sociale che rappresentino la possibilità di vita per tutti sul pianeta terra.

L’approccio democratico alla questione ambientale si fonda sul principio che la continuazione della vita sul pianeta riguardi tutti gli umani di qualsiasi etnia, religione , convinzioni politiche, orientamento sessuale …

Non possiamo ignorare tuttavia che esiste da tempo un movimento sotterraneo eco nazista che tenta di coniugare la questione ambientale con una visione che ha come obiettivo la selezione di chi, nel futuro, dovrà sopravvivere sul pianeta: gli uomini e le donne di razza bianca.
Questo movimento presente in diversi paesi europei, ma non solo, è in crescita e diffonde il suo credo fanatico in rete, in forum riservati cui si accede solo su invito e su presentazione di adepti già convalidati. Si stanno formando comunità on line econazi, suprematisti bianchi, ossessionati dalla natura, antisemiti, che sostengono che la purezza razziale è l’unico modo per salvare il pianeta. Gli ecofascisti credono che vivere nelle regioni d’origine ed evitare il multiculturalismo sia l’unico modo per salvare il pianeta a cui danno la priorità sopra ogni altra cosa.

Come si afferma nell’articolo del Newstatesman di cui riportiamo il link, l’eco-fascismo si può manifestare in modi diversi: sotto l’ombrello della cultura eco fascista trovano ospitalità credenze come veganismo, anti-multiculturalismo, nazionalismo bianco, plastica anti-monouso, antisemitismo e, quasi sempre, un interesse appassionato per la mitologia norrena ( nord europea ) . La maggior parte dei profili Twitter di eco-fascisti auto-definiti sono un cocktail su misura di meme di estrema destra, immagini di foreste, odio verso gli ebrei e insulti ai “buonisti” . Tra richieste di purezza razziale e divieti di plastica monouso la maggior parte degli account ha tweet o retweet in onore di Thor, che celebra Tyr Day o glorifica Sunna, la dea del sole norrena.
Il legame con la mitologia norrena rappresenta “l’estetica” condivisa tra ecofascisti bianchi ed eroi norreni bianchi e che le immagini della natura e l’adorazione degli antenati della mitologia norrena si adattano agli ideali degli ecofascisti, che si vedono come combattenti per la terra , così come la supremazia bianca.

Naturalmente, la stragrande maggioranza degli ambientalisti contemporanei – quelli impegnati nella nobile e disperata lotta per salvare il pianeta dalle conseguenze della sconsideratezza umana – sono progressisti politici e persino di sinistra radicale. Non sono responsabili della cooptazione del pensiero ambientale da parte dell’estrema destra, né dovremmo confondere la loro posizione con quella dei nazionalisti bianchi.

ll fenomeno econazi è assai complesso, quello che cercheremo di fare da questo piccolo sito è quello di richiamare l’attenzione e la conoscenza sul fenomeno con la segnalazione di link ad articoli e documenti su questo tema. Purtroppo nei media italiani, eccetto alcuni articoli della corrispondente di Repubblica Tonia Mastrobuoni da Berlino sul fenomeno degli econazi “protettori della zolla” che stanno occupando villaggi come comunità integraliste chiuse, non si registrano particolari attenzioni al fenomeno.

DOCUMENTAZIONE

Eco-fascism: The ideology marrying environmentalism and white supremacy thriving online (Newstatesman 21/09/2018)

Viaggio in Germania nel paradiso degli econazisti articolo di Tonia Mastrobuoni (Repubblica 13/10/2016) 

Eco-fascism is undergoing a revival in the fetid culture of the extreme right  (20/03/2019) ( Guardian – Autore : Jason Wilson)

Nazi “Ecology” ( Columbia.edu)

Il costo ecologico dell’economia di piattaforma. Ovvero, l’inquinamento connesso alle nuove tecnologie – di Giorgio Pirina

Autore: Giorgio Pirina .
Fonte Effimera che ringraziamo

Il periodo storico in cui viviamo è stato definito con due accezioni, fortemente collegate tra loro: società post-industriale e società dell’informazione. Queste definizioni indicano un fenomeno preciso, ovvero il maggior rilievo assunto nei paesi a economia avanzata dal settore terziario (servizi e informazione) rispetto al settore secondario. Parimenti, questa fase è stata accompagnata dalla retorica dell’immaterialità della produzione e del consumo (e dunque dell’impatto ambientale) posizionandosi gioco forza in una prospettiva eurocentrica. Al contrario, se analizziamo il sistema socio-economico come un’unità organica, ci accorgiamo che la supposta dematerializzazione nel Nord globale (contraddetta a sua volta dalla persistenza di forme di lavoro vivo profondamente degradate), si poggia sulla produzione e sul consumo delle risorse umane e ambientali del Sud globale. Il caso dei cosiddetti ‘minerali insanguinati’ è illuminante da questo punto di vista: essi indicano l’insieme di quelle risorse naturali provenienti da zone di guerra o nelle quali si fa ricorso al lavoro forzato. Tra questi i più conosciuti fino agli albori del XXI secolo erano l’oro e i diamanti, le cui filiere sono state regolamentate dal Protocollo di Kimberley. Tuttavia, con le innovazioni tecnologiche nel campo dell’informatica, della cibernetica, dell’elettronica e dell’automobile, altri minerali sono diventati risorse cruciali per le industrie di riferimento; per esempio il coltan (una combinazione di niobio e tantalio), il cobalto e, ancor più recentemente, il litio. Queste risorse sono centrali, in quanto base da cui realizzare le infrastrutture socio-materiali dell’attuale modello di accumulazione del capitale. Numerosi articoli hanno portato alla ribalta la questione delle condizioni di vita estremamente degradanti nel processo lavorativo di estrazione dei minerali insanguinati, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo (RDC): l’ultimo caso riguarda una class action mossa da un gruppo di cittadini congolesi contro i giganti dell’Hi-Tech per sfruttamento di lavoro minorile[1]. Oppure la questione del lavoro forzato nell’estrazione del cobalto, un minerale fondamentale per le batterie agli ioni di litio[2] (altro metallo ormai al centro dell’attenzione, in quanto centrale per la durata delle batterie delle macchine elettriche e dei nostri smartphone). Ma, prima ancora, si parlava di “corsa al coltan” (coltan rush)[3], in riferimento all’intensificazione dell’estrazione della columbite-tantalite (appunto coltan) nelle miniere artigianali del Kivu, nella regione orientale della RDC. Continua a leggere “Il costo ecologico dell’economia di piattaforma. Ovvero, l’inquinamento connesso alle nuove tecnologie – di Giorgio Pirina”

Perché le proposte di Emma Bonino finirebbero per distruggere economia e diritti sociali

FONTE PRESSENZA.COM

La prima proposta, per ridurre addirittura di 22 punti percentuali il debito, è di bloccare “la spesa pubblica primaria nominale” al livello del 2017 per 5 anni.

Che cos’è la spesa pubblica primaria?
È la spesa pubblica al netto della spesa per interessi sul debito pubblico, cioè si tratta della spesa per far funzionare la macchina statale e distribuire servizi sociali e contributi alle famiglie. Che si tratti di spesa nominale vuol dire che non si considera l’aumento dovuto all’inflazione. In pratica, se blocco la mia spesa ai 100 euro del 2017, nel 2022 continuerò a spendere 100 euro, anche se con quella somma potrò comprare meno beni e servizi, perché nel frattempo il prezzo di acquisto è aumentato. È abbastanza semplice capire che, sebbene l’inflazione sia bassa, Bonino propone di diminuire l’importo reale della spesa, che già oggi è insufficiente a garantire adeguati servizi a tutti i cittadini, ad esempio nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti, eccetera.
Ma c’è un’altra questione importante: la crescita del debito non dipende dalla spesa primaria.

Continua a leggere “Perché le proposte di Emma Bonino finirebbero per distruggere economia e diritti sociali”

Delfini, sacchi e sacchetti e addetti alle casse… una polemica bizzarra poiché il problema è di organizzazione del lavoro.

 

In Italia infuria la polemica sul pagamento dei sacchettini bio in cui ogni giorno migliaia di consumatori infilano arance, mele , patate e cavoletti di Bruxelles . I sacchettini bio venivano già pagati anche prima, ma non è questo il problema. Il problema riguarda la motivazione per cui vengono fatti pagare questi sacchettini: l’obiettivo è la riduzione del consumo di massa di codesti involucri, il pagamento dovrebbe essere pedagogico e indurre i consumatori a smetterla di consumare tonnellate di plastica sia pure bio . Almeno questo parrebbe essere l’intento del legislatore italiano che ha recepito una direttiva europea verosimilmente senza comprenderne il senso.

Qui, da Berlino, ove vivo diversi mesi all’anno la questione dei sacchetti “biodegradabili” per frutta e verdura appare una storia bizzarra e priva di senso. La vera differenza sta nel fatto che ora verrebbero fatti pagare per unità di prodotto in modo scorporato dal costo della frutta o della verdura. Prima li pagavamo pure: il loro costo veniva “caricato” nel prezzo del prodotto, mele o cavoletti di Bruxelles … Ora si dice che si fanno pagare per ridurne il consumo, per evitare l’inquinamento dalla plastica… Argomentazione risibile: i consumatori li pagheranno perché ne hanno bisogno. Il bisogno deriva dalle casse automatiche ove è stato eliminato il personale umano . Nei negozi di Edeka o Rewe il problema in gran parte non esiste: se io compro sei clementine le metto sfuse nel cestino o nel carrello, alla cassa è la cassiera o il cassiere che le pesa mentre fa scorrere i prodotti sul lettore di barre,   poiché le casse sono dotate di una pesatrice elettronica e così vale per altre frutte o verdure . Se compro un cavolfiore non ho bisogno di imbustarlo nel sacchetto, è l’addetto alla cassa che lo pesa e io lo infilo “nature” nella busta della spesa. Senza fare drammi, si può dire che avere spinto l’eliminazione delle persone addette alle casse , in Italia,ha indotto un maggiore consumo da parte dei clienti di sacchetti che devono pesare ed etichettare con il prezzo le sei o sette clementine o pomodori dopo averle messe in una busta. Laddove poi alcune casse sono ancora gestite da umani  che non siano i clienti, in Italia, queste non sono dotate di bilancia istantanea come le casse dei magazzini della grande distribuzione nordica.

Quindi il problema del consumo abnorme di sacchetti è stato indotto dalla eliminazione fisica delle cassiere/i e dal fatto che una parte del loro lavoro è stata scaricata sui clienti che dovranno pure sentirsi in colpa come crudeli inquinatori e assassini di delfini

 

Volevo aggiungere inoltre che il mantenimento del personale alle casse in Germania  non pare abbia influito in modo particolare sui prezzi dei prodotti ….

editor

Vincenzo Comito: Aspettando il Minsky moment

FONTE INCHIESTAONLINE

Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto in positivo le previsioni della crescita del pil a livello mondiale. Restano problemi di fondo, tra cui la vertiginosa crescita delle disparità di reddito e di ricchezza

La crescita dell’economia mondiale e i suoi problemi

di Vincenzo Comito

Come è noto, di recente il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto in positivo le previsioni della crescita del pil a livello mondiale; mentre lo sviluppo complessivo del pianeta aveva registrato un più 3,1% nel 2016, esso dovrebbe raggiungere, secondo il Fondo, il 3,6% nel 2017 e il 3,7% nel 2018.

Nell’ambito di questo andamento tutto sommato positivo, non manca chi mette comunque in rilievo la persistenza di alcuni importanti problemi di fondo che, se non bene affrontati, rischiano di mettere in seria difficoltà il quadro dello sviluppo futuro.

Così Martin Wolf (Wolf, 2017) ha in questi giorni sottolineato la persistenza di due questioni di peso. La prima appare in relazione al fatto che il livello degli investimenti è, in particolare nei paesi del G-7, piuttosto insoddisfacente e comunque si colloca a livelli inferiori a quelli di prima della crisi; la seconda fa riferimento alla constatazione della permanenza di una montagna di debiti a livello delle imprese, oltre che, qua e la, delle famiglie e degli Stati.

Noi aggiungeremmo alla lista di Wolf anche, se non soprattutto, la crescita in atto nelle diseguaglianza di reddito e di ricchezza, nonché, parallelamente, i gravi problemi presenti nel mondo del lavoro, generati, tra l’altro, anche dalle conseguenze dei non controllati processi di innovazione tecnologica e di globalizzazione.

Ambedue tali aspetti, del resto tra di loro correlati, potrebbero anche essi portare a delle gravi impasse l’economia.

E’ comunque, al di la dei problemi citati, la presenza di un quadro di sviluppo complessivamente ritenuto come positivo dell’economia mondiale uno dei fattori principali che spiegano l’ottimismo attuale degli investitori, che negli ultimi mesi stanno collocando fiumi di denaro anche su asset molto rischiosi, contribuendo, tra l’altro, a consolidare un processo di inflazione rilevante degli stessi asset.

 

L’allarme della Banca dei Regolamenti Internazionali

Di fronte all’ennesimo allarme lanciato da una istituzione o da un qualche economista di una certa autorevolezza (questa volta l’avvertimento viene dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea, che in qualche modo, come è noto, funge da banca delle banche centrali) rispetto alla tenuta delle economie occidentali e ad un possibile ritorno della crisi si è ormai magari tentati da qualche parte di ricordare la favola del pastorello e del lupo, con la bestia che, nonostante le urla di allarme del ragazzo, non arrivava mai, salvo poi farsi viva quando ormai nessuno più credeva agli avvertimenti ripetuti.

Comunque, il segnale che ora arriva da Basilea appare serio e ben documentato.

E’ noto come i fattori finanziari, usciti fuori da ogni controllo, hanno giocato un ruolo molto importante, anche se certo non esclusivo, nello scoppio della crisi del subprime. E’ soprattutto concentrandosi su una situazione oggi apparentemente simile a quella di allora che la Banca dei Regolamenti Internazionali arriva ora a lanciare l’allarme, buon ultima per il momento, dopo che negli ultimi due-tre anni un analogo avvertimento è venuto da diverse altre fonti.

Dobbiamo a questo punto ricordare che da diversi anni le principali banche centrali del mondo occidentale, per far fronte ad una crisi dell’economia rispetto alla quale i vari governi non avevano preso provvedimenti adeguati, hanno avviato delle massicce politiche di quantitative easing e di forte abbassamento dei tassi di interesse, ricoprendo in qualche modo un ruolo di supplenza rispetto alle assenze della politica.

Ma tali strategie, mentre hanno prodotto alla lunga qualche positivo effetto concreto sull’economia reale, come appare chiaro ad esempio da una certa ripresa dell’economia della zona euro da attribuire in larga parte, in effetti, ai provvedimenti della BCE, non hanno mancato anche di sfociare in dei rilevanti inconvenienti, come avevamo anche ricordato in un articolo apparso su questo sito qualche settimana fa.

Tra di questi, va registrata la crescita delle diseguaglianze e il già accennato parallelo gonfiamento di molti asset.

Così la banca sottolinea come la situazione attuale sia per molti versi simile a quella di prima della crisi del 2008 quando gli investitori, alla ricerca di ritorni elevati, usavano prendere a prestito forti somme di denaro per investirlo in attività rischiose.

Come la BRI, peraltro anche alcuni fund manager stanno in questo momento sottolineando il pericolo insito nella situazione (Inman, 2017).

 

I bitcoin e il resto

Si pensi come caso limite a quello che sta succedendo al mercato delle criptocurrency, in particolare a quello del bitcoin, il cui valore unitario tende a raggiungere ormai vette vertiginose, gonfiato tra l’altro come è da una massa di capitali alla ricerca di impieghi remunerativi, anche se rischiosi, nonostante i molti avvertimenti contrari di economisti ed istituzioni varie. Rispetto ad un valore che si aggirava intorno ai 1000 dollari all’inizio dell’anno, il 6 dicembre del 2017 si era raggiunto quello di 14.000, una cifra quindi di quattordici volte superiore.

Ma il caso dei bitcoin è solo quello più vistoso di un fenomeno più generale che va in direzione di una lievitazione anche insensata dei valori.

Si guardi, così, alla borsa statunitense che cresce ininterrottamente da molto tempo, attirando sempre maggiori capitali, o quello che sta succedendo al mercato immobiliare di molte grandi città del mondo, compresa Londra, in quest’ultimo caso nonostante la Brexit e il possibile esodo dalla città di decine di migliaia di persone, se non di più, nei prossimi mesi ed anni.

Più in generale, tutte le attività stanno andando in direzione di un crescente livello di insostenibilità.

La BRI (Inman, 2017) sottolinea come più a lungo continua la presa di rischio maggiore diventa il pericolo. Peraltro le previsioni del fondo monetario internazionale incoraggiano l’ottimismo degli investitori.

Intanto appare vano segnalare magari il rilevante rischio del debito al consumo statunitense o quello del mercato dei prestiti agli studenti sempre nello stesso paese.

La corsa all’investimento rischioso appare anche alimentato, oltre che dalla positiva congiuntura e dall’abbondanza di denaro, per di più a buon mercato, anche dalle previsioni di molti analisti finanziari e società di investimento, che sostengono che il rally continuerà anche nel 2018 e consigliano i loro clienti in questo senso.

Intanto il nuovo piano fiscale di Trump fa ritrovare in un colpo solo nelle tasche della Apple altri 47 miliardi di dollari, somma di cui la stessa azienda non sentiva certo la necessità.

Il livello dei tassi di interesse sta moderatamente aumentando, ma la disponibilità di credito resta abbondante e sarebbero necessarie misure molto più drastiche di quelle attuali per cambiare il quadro, misure che potrebbero però, d’altro canto, danneggiare la crescita dell’economia.

Non resta che aspettare con un certo timore i prossimi sviluppi della situazione e il possibile arrivo dell’ennesimo Minsky moment.

 

Testi citati nell’articolo

-Inman Ph., Financial markets could be over-heating, warns central bank body, www.theguardian.com, 3 dicembre 2017

-Wolf M., Fix the roof while the sun shines on world economy, www.ft.com, 5 dicembre 2017

I pesticidi dentro di noi…

 

fonte Unimondo.org

Nessun’ altra Iniziativa di Cittadini Europei (Ice) ha mai ottenuto in pochi mesi 1,3 milioni di firme come è accaduto con quella per l’eliminazione del Glifosatodalla nostra dieta. Anche se il suo uso è stato nuovamente autorizzato dalla Commissione europea, “con una decisione politica che va contro i cittadini, che non ha tenuto conto dell’indirizzo del Parlamento e che antepone il profitto alla sostenibilità e alla salute dell’ambiente e delle persone”, come ha giustamente sostenuto il fondatore di Slow FoodCarlo Petrini, l’iniziativa è riuscita almeno ad aprire all’interno del Parlamento europeo un dibattito attorno a questo controverso principio attivo che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc)  ha classificato già nel 2015 come “probabilmente cancerogeno per l’uomo”, mentre nel marzo di quest’anno l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) ha catalogato come “non cancerogeno”.  Usato in agricoltura per le sue proprietà diseccanti sulle piante infestanti ed essiccante per i raccolti, che vanno stoccati con il minor tasso possibile di umidità per evitare che sviluppino micotossine molto pericolose per la salute, il glifosato entra nell’organismo umano non solo mediante pane, pasta, e altri prodotti a base di farina, ma anche attraverso carni e formaggi, visto che l’85% dei mangimi utilizzati negli allevamenti sono costituiti da mais, soia, e colza ogm, tutti brevettati per essere resistenti a questo erbicida. In aprile, un dossier realizzato dall’associazione A Sud con la rivista Il Salvagente, ne aveva trovato traccia nei campioni di urina di 14 donne incinte residenti a Roma: “tutti e 14 i campioni di urine raccolti mostrano la presenza di glifosato, con un range che va dagli 0,43 ai 3,48 nanogrammi/ml”. Continua a leggere “I pesticidi dentro di noi…”

Un’alternativa di umanità è possibile

FONTE  UNIMONDO.ORG

Se si dovesse trovare una colonna sonora per commentare l’ultimo libro di Riccardo Petrella, la scelta ricadrebbe su una canzone di Roger Waters, l’ex leader dei Pink Floyd, contenuta nell’album da solista del 1992 intitolato “Amused to death”. La canzone si chiama “Perfect sense”. Il senso fondamentale, appunto perfetto nella sua follia, di questa globalizzazione si esprime nel denaro e quindi nella guerra, in una religione piegata all’ideologia, in uno stile comunicativo che moltiplica la paura e la rabbia. Il pessimismo di Waters non lascia scampo, ma è ugualmente profetico: eppure eravamo nel 1992, quando le promesse della globalizzazione a guida americana avevano convinto quasi tutti.

Petrella analizza criticamente quelli che chiama i principali produttori/distruttori di senso oggi: Dio (narrato secondo i nostri interessi); il popolo e la nazione; il denaro declinato nei suoi vari aspetti, il capitale, l’impresa, il mercato, la finanza. Manca un protagonista, in grado di cambiare il paradigma. Questo “grande assente” è l’umanità. E proprio “In nome dell’umanità” si intitola il volume di Petrella.

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Con 9 milioni di morti all’anno, l’inquinamento uccide più della guerra, del fumo e di varie altre malattie messe insieme

FONTE : 03.11.2017 Pressenza London

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Greco

Con 9 milioni di morti all’anno, l’inquinamento uccide più della guerra, del fumo e di varie altre malattie messe insieme
Panoramica dei principali effetti sulla salute umana di varie forme di inquinamento (Foto di Mikael Häggström, Wikimedia Commons)

La rivista Lancet mette in risalto che l’inquinamento è una “profonda e dilagante minaccia che colpisce molti aspetti del benessere e della salute umana.”
di Andrea Germanos, editorialista per Common Dreams

L’inquinamento, “una delle più grandi sfide esistenziali nell’epoca dell’Antropocene“, uccide 9 milioni di persone all’anno, più delle morti causate dal fumo, tre volte di più delle morti causate dall’AIDS, dalla tubercolosi e dalla malaria, e 15 volte di più delle morti causate dalla guerra e da altre forma di violenza.

I dati vengono dall’ultimo nuovo studio globale sull’inquinamento e salute pubblicato su Lancet, che chiede una mobilizzazione di risorse ed un’azione politica capace di affrontare una minaccia pesante e diffusa in tutto il mondo.

“L’inquinamento è molto di più di una sfida ambientale, è una minaccia profonda e pervasiva che coinvolge molti aspetti della salute e del benessere umano. Merita tutta l’attenzione dei leaders di tutto il mondo, della società civile, dei professionisti della salute e delle persone”, dichiara il professore Philip Landrigan, della Ichahn School of Medicine di Mount Sinai, co-direttore della Commissione Internazionale biennale di Lancet.

L’inquinamento dell’aria, sia esterna che domestica, gioca il ruolo più importante nelle morti causate da inquinamento (6,5 milioni nel 2015), ed è responsabile di malattie cardiovascolari, tumori polmonari e malattie polmonari ostruttive croniche (COPD).  Inoltre l’inquinamento dell’acqua, dei luoghi di lavoro (come l’esposizione all’asbesto) e l’inquinamento da piombo, aggiungono altre morti al bilancio totale, che secondo i ricercatori è sottostimato.

Se si osserva chi è maggiormente coinvolto, si può vedere che esiste una diffusa iniquità. La quantità di morti causate da inquinamento (92 percento) colpisce i paesi a basso o medio reddito. India e Cina registrano il più alto numero di morti, rispettivamente con 2,5 e 1,8 milioni. Inoltre i ricercatori rivelano che, globalmente, le morti sono prevalenti tra le minoranze e gli emarginati.

L’inquinamento è un problema estremamente costoso. Anche ignorando l’impatto economico e. guardando soltanto ai costi del welfare, si arriva a 4600 miliardi di dollari o al 6,2 percento del prodotto interno lordo mondiale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha applaudito alle nuove analisi. “L’inquinamento è il sintomo e una conseguenza non voluta di uno sviluppo malato e insostenibile” scrivono Maria Neira, Michaela Pfeiffer, Diarmid Campbell-Lendrum, e Annette Prüss-Ustün del Dipartimento dei Determinanti ambientali e sociali della Salute Pubblica.

“Se vogliamo ridurre in modo sostanziale il peso globale delle malattie dovute all’ambiente, abbiamo bisogno di agire a monte e affrontare gli elementi chiave e le fonti dell’inquinamento, così da assicurare che le politiche di sviluppo e gli investimenti siano sani e sostenibili e che le scelte che facciamo, a livello governativo, privato e individuale, possano coltivare un ambiente più sano e sicuro. In altre parole, abbiamo bisogno di andare verso l’approccio del “non fare danno” e assicurare che lo sviluppo migliori in maniera attiva ed esplicita le condizioni ambientali e sociali, che favoriscono e sono causa di malattie” essi aggiungono.

Secondo Pamela Das, editore esecutivo senior, e Richard Horton, capo-redattore di Lancet, questi nuovi dati dovrebbero essere “un tempestivo appello all’azione”.

“Ora è il momento di accelerare la nostra risposta collettiva. Le attuali e future generazioni meritano di vivere in un mondo senza inquinamento”, scrivono in un commento sui dati pubblicati.

 

Traduzione dall’inglese di Annalaura Erroi

Considerazioni estemporanee sul cambio climatico

11.09.2017 Angelo Baracca

Considerazioni estemporanee sul cambio climatico
(Foto di NASA)

 

I disastri, globali e locali, dovuto al riscaldamento globale diventano sempre più drammatici.

È ovvia e impellente la necessità di imporre lo stop alle emissione di gas climateranti, arrestando per primo il ricorso ai combustibili fossili.

Ma a mio parere alcune osservazioni sono necessarie, per avere una visone complessiva, critica e non fideistica. L’atmosfera è un sistema tremendamente complesso, i processi che la dominano sono fortemente non lineari, irreversibili. Vi sono dei feedback negativi, che contrastano il cambiamento esterno, e positivi, che invece lo amplificano.

In primo luogo, se anche – per un vero miracolo! – queste emissioni venissero arrestate dall’oggi al domani, il clima non ritornerebbe automaticamente, né rapidamente alle condizioni che conoscevamo in passato. Le emissioni che si sono accumulate fino a oggi continuerebbero ad agire per chissà quanto tempo  ed a modificare ulteriormente le condizioni climatiche. Un sistema non lineare fortemente perturbato, se cessa la perturbazione, non ritorna necessariamente verso la condizione iniziale, precedente alla perturbazione.

Ci sono tra l’altro dei processi messi in moto che continueranno ad agire come feedback positivi. Per esempio, lo scioglimento dei ghiacci scoprirà il permafrost, il quale scongelerà rilasciando grandi quantitativi di metano, un gas che contribuisce molto più dell’anidride carbonica all’effetto serra.

Analogamente, i ghiacci che ricoprono l’Artico riflettono la radiazione solare molto di più della superficie del mare, più scura, che rimarrà scoperta.

Io poi esprimo, con beneficio di inventario, un dubbio generale. Un sistema complesso fortemente perturbato può incontrare nella sua evoluzione delle biforcazioni, che gli fanno imboccare strade completamente diverse per la sua evoluzione. Sarebbero insomma dei veri punti di non ritorno: eliminando la perturbazione il sistema non ritornerebbe mai più nella condizione di partenza, ma evolverebbe comunque verso un’altra direzione.

Personalmente ho per lo meno qualche dubbio che, data l’intensità dei cambiamenti, non si sia già superato un punto di non ritorno.

È un dubbio che esprimo, confermando comunque – ad anzi rafforzando – l’assoluta necessità e urgenza di interventi radicali per arrestare l’emissione di gas serra.

Questa umanità ha imboccato una strada che minaccia seriamente di condurla verso l’auto-distruzione: cambiamento climatico, rischio di guerra nucleare, esaurimento delle risorse, chi più ne ha più ne metta.

Il grande genetista Ernst Mayr (1904-2005) ha scritto: «L’intelligenza superiore è un errore dell’evoluzione, incapace di sopravvivere per più di un breve attimo della storia evolutiva». Speriamo che si sia sbagliato !!

Emissioni zero: l’esempio della Svezia, i tentativi dell’Italia

FONTE UNIMONDO.ORG CHE RINGRAZIAMO

Mentre l’amministrazione Trump dopo l’addio all’Accordo di Parigi ha da poco annunciato che rinvierà di 2 anni anche l’applicazione del Waste Prevention Rule del Bureau of Land Management(Blm), che limita le emissioni di metano da parte delle compagnie petrolifere e del gas che lavorano su terre pubbliche federali e tribali, con 241 voti a favore e 45 contrari, la Svezia il 15 giugno ha reso giuridicamente vincolante la nuova legge sul clima annunciata in febbraio che porterà il Paese scandinavo a raggiungere le emissioni zero di gas serra entro il 2045. Si tratta di impegni ancora più ambiziosi di quelli sottoscritti con l’Accordo di Parigi, visto che la Svezia con questa Klimatreform diventerà “carbon neutral” 5 anni prima di quanto previsto, una sfida non impossibile visto che il Paese ha applicato una cabon tax già dagli anni ’90 e ha fortemente investito nell’eolico, nel solare e nell’ idroelettrico, tutte fonti cha assieme al nucleare (dal quale sta valutando il disimpegno) forniscono alla nazionale l’80% del fabbisogno energetico.

La nuova normativa è un esempio positivo di politiche a tutela dell’ambiente che mirano ad una maggiore diffusione della mobilità sostenibile e ad un’ulteriore trasformazione ecologica del settore dei trasporti, soprattutto tramite l’incentivo per auto elettriche e biofuel. A dire il vero la legge non prevede dopo il 2045 una riduzione completa della CO2 immessa in atmosfera, ma consente la compensazione di un 15% di emissioni da abbattere attraverso investimenti in progetti all’estero. Si tratta di operazioni che potrebbero contemplare il finanziamento della riduzione delle emissioni di gas serra in Paesi in via di sviluppo o l’utilizzo delle controverse tecnologie della “carbon capture and storage”, che stoccano nel sottosuolo le emissioni delle fabbriche e che mirano ad estrarre l’anidride carbonica dall’aria. Tutte tecnologie costose e ancora sperimentali, che non convincono molte associazioni ambientaliste, ma che per Gareth Redmond-King, responsabile clima ed energia del WWF svedese non squalifica la nuova legge perché “Con Donald Trump che ha intenzione di tirarsi fuori dall’Accordo di Parigi, ora più che mai abbiamo bisogno che il resto del mondo faccia la sua parte nella lotta contro il  cambiamento climatico. Questa legge è una vittoria importante, non solo per la Svezia, ma per tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro ambiente”. Continua a leggere “Emissioni zero: l’esempio della Svezia, i tentativi dell’Italia”