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Nella notte in cui il PD affonda, Renzi è riuscito nel capolavoro di portare alla vittoria Pier Ferdinando Casini, democristiano DOC, contro Vasco Errani purosangue del riformismo emiliano. Casini che si è fatto fotografare in una casa del popolo avendo alle spalle le foto di Togliatti, Di Vittorio, Gramsci, Matteotti e al collo la sciarpa del Bologna: si potrebbe dire uno che ha la faccia come il c…ma nonostante il tetragono popolo del PD bolognese ha obbedito, votando come da ordini superiori Casini primo con oltre il 30%.

Errani invece cha a pieno titolo incarnava una continuità di buon governo attento anche alle classi subalterne, seppure sempre più tenue passando gli anni, si è fermato sotto il 10%.

Nel mezzo tra Errani e Casini si collocano la candidata del centrodestra Elisabetta Brunelli al 28%, e quella dei cinque stelle Michela Montevecchi attorno al 25%. Come dire: la ciliegina sulla torta. Forse i dirigenti del PD non se ne sono accorti ma c’è una paradossale perversione e una oscuratezza della ragione nella scelta di Casini come alfiere del riformismo nel corso del tempo prima socialista e comunista, quindi democratico, intessuto di cooperative, case del popolo, camere del lavoro, sindacati, movimenti più o meno di massa cui Pier Ferdinando è del tutto estraneo se non spesso ostile come qualunque bolognese sa e ricorda.

Questa scelta certifica in modo simbolico e insieme eclatante la vera e propria mutazione genetica del PD ormai compiuta che ha sciolto qualunque, sia pur vago, legame con le classi subalterne, per diventare compiutamente un partito coerente con gli interessi delle classi dominanti nella forma che già fu propria della Democrazia Cristiana. Soltanto che i modi dell’organizzazione capitalista sono nel frattempo cambiati in profondità e del PD per quanto succube alle logiche del mercato non sembra esserci gran bisogno per il governo in funzione del profitto.

Non a caso nell’intera Emilia Romagna collegio dopo collegio i candidati del PD sono in bilico o perdono, anche pezzi da novanta come il ministro Franceschini a Ferrara sconfitto dall’illustre sconosciuta Maura Tomasi candidata dal centrodestra. Lo stesso accade a Rimini o a Piacenza, e complessivamente in tutta l’Emilia il centrodestra ottiene più voti del centrosinistra, con la Lega che ovunque supera Forza Italia arrivando attorno al 20%. Un risultato ben oltre le previsioni di tutti gli osservatori. Insomma tra le tante cose che queste elezioni hanno fatto emergere, c’è anche la scomparsa dell’Emilia rossa, per circa un secolo o giù di lì fiore all’occhiello del riformismo progressista.

Se questo segni l’interruzione più o meno lunga oppure la fine di questa forma politica, è difficile dire. Certamente se ancora una dimensione di sinistra si vuole costruire nella società, ebbene bisognerà pensare un nuovo inizio, ricominciando da zero, nè più nè meno. Perchè come nel corso della notte ha detto una amica commentando i dati, “questa penso è una delle sconfitte più grandi che le menti più illuminate potessero darsi”.

FONTE AREA7.CH

di Loris Campetti

Sesto San Giovanni, Monfalcone, Torino, Genova. Sesto con la Breda, la Falk, la Marelli era la Stalingrado d’Italia, Monfalcone con i suoi cantierini era più rossa della Jugoslavia di Tito, Torino era la classe operaia italiana per eccellenza, nord e sud uniti nella lotta e la croce su falce e martello. Genova e i camalli del porto che indossano ancora le magliette a strisce della rivolta antifascista del 1960. Le roccheforti della sinistra sono crollate alle ultime elezioni come castelli di sabbia, senza essere bombardate, il nord è smottato, il campo viene occupato dal nemico.

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fonte striscia rossa.it

Il Pd ha scelto di condurre la campagna elettorale per il voto del 4 marzo puntando sostanzialmente su due messaggi. Il primo racconta che nel favoloso mondo italiano va tutto bene, c’è lavoro e c’è benessere, grazie al governo Renzi e a quello Gentiloni (Letta, in castigo): ce lo dicono ogni giorno i volti dem mandati in tv a commentare ogni piccolo dato economico che abbia il segno più.
Il secondo racconta invece che per non far vincere gli altri (ma come, con una legge elettorale così bislacca?) c’è bisogno di fare scelte chiare, di non disperdere i voti, e insomma bisogna votare per il partito più grande perché chi vota a sinistra del Pd favorisce di volta in volta Berlusconi o Salvini e Meloni oppure Di Maio.

Sul primo messaggio qualunque bravo appassionato di comunicazione può spiegare a Renzi e ai suoi che raccontare un paese che non c’è è un madornale errore che può avere l’effetto contrario di quello che si vorrebbe. Perché se è vero che le cose vanno un po’ meglio (e un po’lo dice, con la sua tranquillizzante flemma, persino il presidente del Consiglio) c’è però ancora tanto da fare. E, per chi vive ancora con seri problemi sulle spalle – basti pensare a quei giovani sfruttati che lavorano per qualche centinaio di euro al mese e finiscono in blocco nel milione di posti creati da Renzi – sentirsi dire che stiamo tutti bene non deve essere così piacevole e forse può provocare anche un po’ di irritazione.

...continua a leggere "Chi vota a sinistra aiuta la destra? Macché"

A quanto pare, già oggi, massimo domani, il Presidente Mattarella dovrebbe sciogliere le Camere.
Eccolo qui, uno dei tanti regali che ha portato questo Natale, una sorta di Pennywise che esce dalla scatola regalo come il nostro peggiore incubo.
Altro che Stephen King…
 
PRESSATO DA RENZI che teme la mancata tenuta del suo partito, alla fine, come da copione, si produce nella sua performance migliore e la più collaudata pronunciando il fatidico: “Obbedisco”!
E, come lo dice lui, nessun altro.
 
Però però però, prima di lasciare, il governo – nella persona del Ministro Minniti – non si risparmia in regali a sorpresa, come ad esempio FAR ARRIVARE AI VERTICI DELL’ANTIMAFIA, qualcuno che doveva essere interdetto da OGNI PUBBLICO UFFICIO.
 
Parliamo di Gilberto Caldarozzi che, come riporta Giulio Cavalli, “è stato condannato per i fatti di Genova a tre anni e otto mesi per falso (in via definitiva), ritenuto responsabile della fabbricazione di prove false che sono servite per “coprire” la violenza della Polizia contro ragazzi inermi.
 
MA NON SOLO.
Pare che Mattarella si stia anche preparando al piano B post-elettorale, nel caso in cui dalle urne (e vista pure la legge elettorale che ci ritroviamo) NON esca un risultato praticabile: UN ALTRO GOVERNO TECNICO (denominato orwellianamente governo del Presidente) chi ci ispira proprio NIENTE di buono.
 
NON È SOLO UNA SONORA PRESA PER I FONDELLI, tutto questo, ma è soprattutto la dimostrazione di come il sistema di potere neoliberista e di governo, ABBIANO LA CERTEZZA di poter fare ESATTAMENTE QUELLO CHE GLI PARE E PIACE.
 
Tanto chi c’è a contrastarli?
 
E NON ILLUDIAMOCI di poterli sconfiggere con una lista elettorale o di arginare questa deriva con lo stesso metodo.
 
QUESTO SISTEMA DI POTERE si sconfigge solo tornando a FARE POLITICA tra la gente, tornando alla lotta nelle aziende, tornando a stare a fianco di chi paga ogni giorno la violenza che stiamo vivendo da parte del sistema.

fonte PRESSENZA.COM

05.12.2017 - Rocco Artifoni

4 dicembre: quel referendum quasi dimenticato
(Foto di Niccolò Caranti - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=25357447)

Il 4 dicembre di un anno fa la riforma costituzionale voluta da Renzi & Boschi è stata pesantemente sconfitta nelle urne referendarie. È stato un evento importante, anche soltanto perché Matteo Renzi ha rassegnato le dimissioni da Presidente del Consiglio dei Ministri e di conseguenza è nato il governo Gentiloni. In realtà Renzi – in caso di sconfitta al referendum – aveva promesso di ritirarsi dalla politica attiva e invece è ancora il segretario del Partito Democratico. Anche Maria Elena Boschi, che aveva dichiarato di seguire l’iter di Matteo Renzi, dopo il voto ha soltanto cambiato poltrona, ricoprendo il rilevante ruolo di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Al di là di queste note relative ai percorsi politici dei protagonisti, è evidente che la data del 4 dicembre ha rappresentato una svolta nella politica italiana. Da allora il gradimento di Renzi & Boschi è in continuo declino e lo scenario è radicalmente cambiato. La composita area alla sinistra del Partito Democratico si sta riorganizzando e tutto il centrodestra si sta ricompattando. Consapevole che in questo scenario il treno del Partito Democratico rischia di finire su un binario morto, Matteo Renzi ha lanciato qualche segnale di apertura agli ex compagni e alleati di sinistra. Ma sembra davvero una mossa tardiva.
La recente approvazione della nuova legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum, di fatto serve ad evitare che alle prossime elezioni ci sia un chiaro vincitore. Tutte le simulazioni mostrano come, dopo il voto della prossima primavera, nessun partito e/o coalizione disporrà della maggioranza dei seggi nei due rami del Parlamento. In Italia molto probabilmente si creerà una situazione simile a quella in cui oggi si trova la Germania, con gravi difficoltà per realizzare alleanze tra forze politiche concorrenziali.
Tutto ciò si sarebbe potuto evitare, se il clamoroso risultato elettorale del PD (il famoso 40%) alle elezioni europee del 2014 non avesse fatto “montare la testa” al leader del partito e ai suoi fedelissimi. Quando un partito pensa di essere autosufficiente, lì comincia il declino. Questo è oggi il rischio che corre anche il Movimento 5 Stelle.
Oltre a ciò si è visto che chi vuole forzare la mano, volendo cambiare unilateralmente le regole del gioco (la Costituzione), finisce per scottarsela: è accaduto al centrodestra nel 2006 e al Partito Democratico nel 2016. Per tacere sugli interessi di parte e del momento che di solito guidano la riscrittura delle leggi elettorali, ignorando sfacciatamente alcuni caposaldi costituzionali (e dopo la sconfessione della Consulta non c’è mai nessuno che si scusi e si dimetta!).
Per uscire da questa “palude” bisognerebbe riandare alle fonti, recuperando la cultura politica che ha consentito all’Assemblea Costituente di scrivere quel capolavoro giuridico e programmatico che è il nostro Patto di cittadinanza. Per questa ragione la data del 4 dicembre 2016 (come anche quella del 25 e 26 giugno 2006 in cui si è svolto il precedente referendum costituzionale) sarebbe da ricordare. Non per celebrare una vittoria o per sottolineare una sconfitta altrui, ma per richiamare tutti allo spirito costituzionale, di cui l’Italia oggi ha estremamente bisogno. Il fatto che il 4 dicembre sia passato quasi come se nulla fosse accaduto, senza memoria e senza autocritica, non è un buon segno per il prossimo futuro.

Pubblicato il  · in Schegge taglienti ·

di Alessandra Daniele

Matteo Renzi è politicamente morto, almeno dalla disfatta referendaria dell’anno scorso.
La politica italiana però è sempre stata Zombieland, quindi il Cazzaro resiste ancora caparbiamente aggrappato al poco potere che gli è rimasto.
Renzi è la cosa peggiore che sia capitata al PD dalla sua fondazione – e ce ne vuole – eppure il PD non riesce a liberarsene.
Dopo aver schiantato il suo partito contro un muro almeno una decina di volte di seguito, ogni volta Renzi è riuscito a strisciare fuori dalle lamiere contorte per tornare a sparare le sue cazzate in Tv come se niente fosse successo. ...continua a leggere "Ghost Train"

FONTE CARMILLAONLINE

di Alessandra Daniele

PD.jpgDurante le funeree celebrazioni per il decennale del PD, Renzi ha respinto con tono indignato l’accusa di fascismo, protestando ancora una volta la natura democratica e addirittura progressista del suo partito, che è sempre stato il principale rappresentante italiano dell’oligarchia politico-finanziaria che sta trascinando il pianeta alla rovina.
Come dice anche la Bibbia, l’albero si riconosce dai frutti.
E il sedicente centrosinistra italiano è un albero che produce strani frutti da sempre. Dalla Prima Repubblica, col consociativismo spartitorio DC-PCI e la cosiddetta solidarietà nazionale antiterrorismo che produsse le leggi speciali, alla Seconda Repubblica della definitiva fusione fra i resti di PCI e DC.
Il primo governo Prodi fruttò la precarizzazione del lavoro con la legge Treu.
Il successivo governo D’Alema (colui che adesso si proclama l’ultimo strenuo difensore della sinistra) fruttò la criminale partecipazione dell’Italia alla guerra nella ex Jugoslavia, col bombardamento di Belgrado.
Negli ultimi sei anni nei quali è stato al governo con la destra berlusconiana, il PD ha proseguito l’operazione di sistematica cancellazione dei diritti dei lavoratori, tentando ripetutamente di smantellare la Costituzione antifascista, continuando a partecipare a tutte le guerre neocoloniali disponibili, e finanziando campi di concentramento per la Soluzione Finale del problema immigrazione.
Strani frutti. Gli stessi del pezzo blues di Billie Holiday Strange Fruit sulle vittime impiccate dei linciaggi razzisti.

Blood on the leaves and blood at the root
Black bodies swinging in the southern breeze

È questo il partito per il quale gli scissionisti da riporto dell’MDP si offrono di provare a recuperare una manciata di voti, in cambio d’una scodella sotto al tavolo dei vincitori.
Riverito ospite dalla Gruber, questa settimana Matteo Renzi ha insistito a definire il PD un partito di sinistra. Di tutte le cazzate che ha raccontato nella sua carriera, questa è la più grottesca.
Il Cazzaro ha fallito il compito che gli era stato affidato di liquidare la Costituzione, e ora lo stesso establishment che aveva orchestrato la sua ascesa sta cercando di sostituirlo col più efficiente duo Gentiloni-Minniti. La rissa in Viscoteca Bankitalia che imbarazza il governo è quindi uno scontro tutto interno al sistema di potere rappresentato dal PD, e chiunque lo vincerà a perdere saremo noi.
E continueremo a perdere, finché l’albero degli impiccati non sarà finalmente abbattuto.

di Fausto Anderlini – 16 ottobre 2017

Celebrazione più misera e grottesca non si sarebbe potuta immaginare. Un sermone di Veltroni, una omelia di Gentiloni, un comiziaccio di Renzi al grido di dopo di me il diluvio. Nel parterre fra le illustri presenze solo Fassino e il canuto ideologo delle oligarchie debenedette, che nel pistolotto domenicale (peraltro smentito dalle cronache interne del suo stesso giornale) ha presentato l’evento giulivo come sedesse al parlamento subalpino in compagnia di Cavour e Rattazzi. Persi per strada se non allontanati con protervia gran parte del gruppo dirigente ‘fondatore’, centinaia di migliaia di militanti e iscritti, milioni di elettori, un evento cerimoniale disatteso persino da una parte dello stesso partito, ormai chiusa in un perenne aventino. Una congrega di imbecilli plaudenti e di mediocri che si affida alla guida di un egolatra con seri problemi di tenuta mentale, tirata per i capelli da un gruppo editoriale che come un baco ha prodotto una mutazione culturale di cui neppure padroneggia l’esito. Un ‘padre fondatore’, unico sopravvissuto, che ha assecondato tutte le svolte della deriva e che invita i presenti, senza senso del ridicolo, a ‘non avere paura della sinistra’. Come fosse il maestro che guida la comitiva nella galleria degli orrori al luna park. Uno spettacolo penoso e farsesco.

...continua a leggere "PD dieci anni dopo: un fallimento perfettamente riuscito"

FONTE  NUOVATLANTIDE.ORG

 Il vecchio che non muore e il nuovo che non nasce. In questo interregno si verificano i fenomeni più morbosi.” Antonio Gramsci

Ho rubato alcune riflessioni di Peppino Caldarola dalla sua pagina fb che illustrano i passaggi autunnali del nostro paesaggio politico: Renzi, La stampa, Pisapia, la sinistra, …..

di Giuseppe Calderola – 6 ottobre 2017

I titoli dei maggiori quotidiani on line (quelli che hanno anche un’edizione di carta) sostengono che Renzi ha aperto le porte alla coalizione e che non considera nemici quelli che sono usciti dal Pd.
Leggendo la cronaca, al solito informatissima, di Angela Mauro sull’HP si scopre però che la famosa alleanza sarebbe proposta a Pisapia (eccolo qua), ad Alfano (rieccolo) alla Bonino (new entry). Personale politico nuovo e molto giovane, come si vede, non quei brutti rottamati anziani e di tante stagioni fa che stanno a sinistra.
La scelta di Renzi ricorda un pò il partito polacco che si inventava il partito dei contadini per fare finta di essere democratico.
Se le cose stanno così, Renzi vada con chi vuole e chi vuole andare con Renzi smetta di prendere in giro gli altri. Se la sinistra dovrà andare da sola, se ne farà una ragione. La strada è lunga, vedremo fra qualche anno chi ci sarà ancora e chi no. Anzi no, lo vedremo già in Sicilia.

di Giuseppe Caldarola – 7 ottobre 2017

Care Compagne/i, che pensate che con l’abbandono prossimo di Pisapia (che notoriamente non ama frequentare chi sta molto a sinistra come prova la sua intera vita politica) sia finita l’età delle tribolazioni. “Stat’v accuort” che sta per iniziare la battaglia finale. Scorrendo i quotidiani si legge che sta passando la velina renziana secondo cui dopo la rottura con Pisapia ci sarà la rottura Bersani-D’Alema. E così andrà avanti l’idea che bisogna fare tabula rasa di ogni tentativo di dar vita a partiti di sinistra, comunque a sinistra del Pd.
Questa volta Renzi non sarà solo, c’è tutta l’esperienza di Prodi, il primo ad annichilire la sinistra, che lo sorreggerà nel tentativo di separare Bersani da D’Alema. E’ un’operazione in controtendenza visto che in tutta Europa la sinistra cerca una strada nuova a mano a mano che rompe col pensiero unico e con la logica delle grandi coalizioni. E’ la solita anomalia italiana. Madamine, il catalogo è questo.

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Il mio caro amico Fabio Martini ha scritto un post in cui sostiene che Articolo1 è una formazione più settaria e isolazionista della Rifondazione di Bertinotti (e Pisapia). Sarebbe, lui scrive, un unicum nella politica italiana. Se fosse così sarebbe preoccupante.
Non è così. La scissione è stata provocata da Renzi. Ricordate il bel discorso di Epifani all’assemble nazionale Pd in cui chiedeva educatamente risposte? Gli rispose maleducatamente un sottosegretario e Renzi a metà assemblea era in aereo per gli Usa.
Articolo1 ha posto questioni di contenuto soprattutto sulla politica sociale non ricevendone alcuna risposta.
Un giorno gli si è presentato un avvocato milanese che voleva patrocinare tutta la sinistra purchè si adattasse alla convivenza con Renzi. Sta finendo male.
Ora Renzi vuole creare tre liste civetta con personaggi di primo pelo, Pisapia, Bonino e il gauchiste Alfano, e chiede, anzi lui non lo chiede (sia mai!) lo fa dire ai suoi giornalisti di fiducia, che Articolo 1 deve starci perchè questa legge elettorle, che ha veri profili di incostituzionalità, costringe alle coalizioni, cioè a eleggere i candidati renziani e a dare generosamente un diritto di tribuna agli altri. Siamo matti? Dire no è settarismo? Suvvia.

SEGNALIAMO LA NASCITA DI STRISCIAROSSA.IT, UN SITO DELLA SINISTRA CUI COLLABORANO PRESTIGIOSE FIRME DEL DEFUNTO QUOTIDIANO L'UNITA' "KILLERATO " DALL'ATTUALE DIRIGENZA PD (EDITOR ONDE CORTE )

Autore dell'articolo Paolo Soldini

fonte strisciarossa.it

Berlino, in questo scorcio d’estate, è come il salotto di casa: accogliente, comodo, prevedibile, benevolmente consueto. Il 24 settembre è vicinissimo, ma la campagna elettorale vivacchia sotto traccia. La sobrietà dei grandi partiti tedeschi, d’altronde, è proverbiale: qualche manifesto di candidati appeso ai lampioni o appiccicato alle colonnine della pubblicità (non sui muri, per carità!), qualche manifestazione pubblica, preferibilmente al chiuso, su cui le tv di stato riferiranno con esemplare imparzialità, qualche ragionato endorsement sui giornali. Se fosse un film, questa campagna, sarebbe noioso come tutti quelli il cui finale si intuisce dall’inizio. Mancano i cattivi. O meglio ci sono ma fanno le comparse: rumorosi, fastidiosi, ma mai al centro della scena. I fascistoidi di Alternative für Deutschland (chiamiamo le cose col loro nome) hanno avuto i loro exploits e in una elezione regionale nel lontano e negletto Meclemburgo hanno pure sorpassato la Cdu. Hanno inquietato un po’ tutti, ma è acqua passata. Oggi la loro capa Frauke Petry non è più la Marine Le Pen dei tedeschi: d’altronde non ha mai avuto la verve demagogica della francese. E poi s’è visto che fine ha fatto l’originale. Quelli di AfD hanno avuto il loro momento d’oro quando al comando c’era l’economista Bernd Lucke, il quale predicava l’uscita dall’euro ed altre eresie con l’aria di uno che comunque se ne intende e anche per questo incassava la simpatia di una parte del mondo industriale più aggressivamente nazional-egoista. La signora Petry invece è un’estremista pura e dura che non parla d’economia, cavalca le paure dell’immigrazione e della “islamizzazione”e tiene nel suo partito loschi figuri che vorrebbero demolire i monumenti all’Olocausto e cocotteggiano con i neonazisti. AfD prenderà l’8-9% dei voti, dicono i sondaggi. È molto, è troppo, ma non servirà a nulla, se non a segnalare che anche in Germania come in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale c’è uno zoccolo di elettori esposti alla demagogia più primitiva. Ci sono ma, come succede in Francia, nei Paesi Bassi, in Belgio e non (purtroppo) in Italia, non entrano nel gioco del potere. Nessuno li corteggia, nessuno li insegue: restano lì a segnalare disagi, fallimenti della politica, rovine della cultura popolare. Materia per i sociologi.
L’insidia che si nasconde sotto le acque chete di questa campagna tedesca è, semmai, un’altra. Se un cattivo c’è è la FDP, il partito liberale, che si è risollevato dal baratro in cui era caduto quattro anni fa, quando nella costernazione generale mancò la soglia per entrare nel Bundestag. Stavolta i liberali entreranno, ristabilendo la classica costellazione parlamentare della Germania. Ma sotto la guida del giovane e spregiudicato presidente Christian Lindner la FDP ha cambiato pelle. Dire che è diventato un partito antieuropeo forse sarebbe troppo, ma certo s’è allontanato parecchio dalla tradizione dei grandi liberali europeisti, i Genscher, gli Scheel, i Lambsdorff. Nell’alleanza di governo con la CDU, tra il 2009 e il 2013, fu l’ispiratore più coerente della politica di austerity che la Germania impose a Bruxelles, con tutti i guai che ne derivarono. E da allora le posizioni della FDP, che si è fissata come specifico compito quello di recuperare, inseguendoli, i voti “antieuropei” scivolati su AfD, si sono ulteriormente irrigidite. Al punto da giudicare troppo morbido verso i paesi dal debito alto perfino il durissimo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. Insomma, dietro l’anima nera dell’austerity ultraliberista made in Germany si profilano anime ancor più nere.

L'ARTICOLO SEGUE ALLA FONTE SU STRISCIAROSSA.IT

 FONTE MICROMEGA

Dopo aver tentato senza successo di riformare il Pd, l'ex ministro si è focalizzato sulla cittadinanza attiva: “Bisogna recuperare spazi di confronto e di democrazia nella società. Reclamarli, al limite occuparli perché è necessario l'antagonismo anche duro”. E questo weekend sarà a L'Aquila per il Festival della Partecipazione: “Solo dal basso può rinascere qualcosa ma i tempi saranno lunghi”. Pisapia? “Un progetto perdente”.

intervista a Fabrizio Barca di Giacomo Russo Spena

E' ancora iscritto al Pd ma il suo impegno politico è altrove. "E' la mia contraddizione personale" ammette, ridacchiando, Fabrizio Barca il quale, da mesi, trascorre il suo tempo nel capire, ed organizzare, le ragioni dell'associazionismo diffuso nel Paese. Sì, perché dopo aver fallito nel tentativo di riformare il Pd partendo dai circoli e dalla base del partito – tentativo spazzato via da Renzi e i suoi adepti – Barca intravede, adesso, nella cittadinanza attiva l'unico motore per un cambiamento possibile: "Nella società civile esiste quel giusto mix tra teoria e prassi. E da lì che può rinascere qualcosa". Non a caso, questo weekend sarà a L'Aquila per il Festival della Partecipazione – promosso e organizzato dal 6 al 9 luglio da ActionAid, Cittadinanzattiva e Slow Food Italia – dove terrà una lectio magistralis su "Disuguaglianze: cittadini organizzati, partiti, Stato”.

...continua a leggere "Barca: “Renzi ha fallito. Il cambiamento passa per la società civile”"

"Il cuculo non fa il nido. Non ne ha bisogno, dato che approfitta di quello degli altri. La femmina dopo aver scelto una covata, preferendo quelle dei passeracei, butta fuori un uovo e vi depone il suo, seguendo un perfetto copione. E’ un esempio di parassitismo assassino, dal momento che anche il cuculo appena nato, per non avere concorrenti, butta fuori dal nido i fratellastri, figli della madre adottiva che lo ha inconsapevolmente ospitato." ( fonte )

La metafora del cuculo è sovrapponibile a quanto è successo nel PD, dalla fondazione del Lingotto in poi.
Posso testimoniare che in tempi non sospetti, ben prima della resistibile ascesa del Renzi, già si avvertiva nell'aria la reciproca antipatia tra provenienti dalle fila del vecchio Pci e i nuovi margheritini... Per cultura sacrificale i provenienti più vecchi dal Pci invitavano alla pazienza, a fare trascorrere i tempi necessari per la "fusione" di due culture che si erano combattute per anni...
Il "cuculo" Renzi e il suo cerchio magico erano già all'opera per disseminare di uova i "nidi" della Toscana fino al "nido" centrale del PD.

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