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Pubblicato il 3 gennaio 2019
Di Zaid Noorsumar

Fonte : Rankandfile.ca

Trentacinque organizzazioni in tutto il Canada si sono coalizzate per formare la rete per i diritti dei migranti il 18 dicembre, la Giornata internazionale dei migranti. L'alleanza mira a lottare per i diritti dei migranti e combattere l'ondata crescente di razzismo nel paese.

Unifor, Migrant Centre Resource Center Canada e No One is Illegal sono tra i membri della coalizione, che è composta prevalentemente da gruppi per i diritti dei migranti e organizzazioni sindacali.

Una piattaforma antirazzista e "educazione popolare"
Syed Hussan, coordinatore della Migrant Network Alliance for Change, ha detto che la rete lancerà una piattaforma in vista delle elezioni federali del 2019 sui principi dell'anticapitalismo, dell'antirazzismo e della giustizia dei migranti.

"Daremo un messaggio chiaro, coerente, forte ai partiti politici che non permetteremo loro di manipolare ulteriormente e dividerli come un modo per ottenere voti", ha detto Hussan, citando il tono sempre più nativista del partito conservatore e l'estrema destra

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Fonte Effimera.org

Il Brasile dopo l’omicidio di Marielle Franco – Intervista a Giuseppe Cocco

Ringraziamo Giuseppe Orlandini per la traduzione dal portoghese.

Cosa significa in termini politici l’esecuzione della consigliera di Rio de Janeiro Marielle Franco?

In base a ciò che è stato scoperto dalle prime investigazioni, ci sono sufficienti elementi per dire che non è stata solo “una” esecuzione, ma una esecuzione politica, un attentato. Si tratta di una esecuzione la cui dimensione politica ha almeno tre elementi: il primo è che Marielle era una militante del PSOL (Partito Socialismo e Libertá, una dissidenza di sinistra del PT, creato nel 2004), in particolare del PSOL di Rio; il secondo è che Marielle era espressione di una generazione di “giovani poveri, neri e nere di favela” che hanno cominciato a fare politica in prima persona, autonomamente; il terzo è che l’omicidio avviene nell’ambito dell’intervento federale a Rio, decretato dal presidente Temer.

Com’è ovvio, ci sono molti altri elementi, ma per un primo approccio penso sia necessario ordinarli a partire da qui.

1)     Marielle era del PSOL di Rio de Janeiro. Il PSOL di Rio è stato capace di uscire dal ghetto nel quale si trova il PSOL nazionale e costituirsi come una forza elettorale con peso e consistenza. É importante comprendere come il PSOL di Rio abbia ottenuto questo ruolo da protagonista, in termini sia di attivismo che elettorali. Senza pretendere di essere esaustivo, credo ci siano tre principali spiegazioni: il PSOL a Rio è diventata l’unica opposizione al consorzio politico-mafioso comandato a livello federale dal PT e a livello fluminense e carioca dai compari del PMDB: se a livello nazionale il marketing lulista riusciva a non rendere esplicite le negoziazioni infami alle quali si associava (quando non le promuoveva), a Rio tutto questo è evidente perlomeno dal 2010.

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fonte Pressenza.com

16.03.2018 - Mariano Quiroga

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Rio: assassinata la consigliera che doveva monitorare l’intervento militare

 

Se l’assassinio di leader indigeni nell’Amazzonia brasiliana è direttamente collegato alla polizia, a Rio de Janeiro, uno Stato sotto intervento militare, l’assassinio della consigliera municipale Marielle Franco congela il sangue.

La dirigente del  PSOL (piccolo partito di sinistra particolarmente impegnato sui diritti umani, N.d.T.), 38 anni, stava lavorando nelle favelas e aveva denunciato l’escalation di violenza in quei territori, sostenendo che sarebbe diventata più complicata con l’intervento militare.

Nelle prime ore del mattino si sono moltiplicati gli appelli a manifestare l’indignazione per il crimine e denunciare il “genocidio nero” di cui è vittima la popolazione più povera del Brasile. Azioni di protesta sono previste anche a Belo Horizonte e San Paolo.

Franco era entrata nel Consiglio comunale di Rio alle elezioni del 2016 come quinto consigliere comunale più votato, con 46.000 voti. Le bande di narcotrafficanti e le milizie di vigilantes avevano ammazzato circa 20 candidati a sindaco o consigliere a Rio prima delle elezioni di quell’anno.

La città aveva vissuto un’escalation di corruzione e violenza legata all’organizzazione dei Mondiali di calcio e poi delle Olimpiadi. Questo è stato fatto con  il violento spostamento di interi quartieri poveri finalizzato alla liberazione di spazi commerciali per i ricchi e i vips.

Due settimane fa, Marielle Franco aveva assunto il ruolo di relatrice della commissione della Camera dei consiglieri di Rio, che doveva monitorare le azioni delle truppe incaricate dell’intervento militare decretato da Temer, una misura senza precedenti dal ritorno alla democrazia nel 1985.

“Le operazioni di polizia nelle favelas e nelle aree emarginate generalmente causano aumenti significativi di sparatorie e morti”, nota un rapporto di Amnesty International, che a sua volta elenca le uccisioni della polizia nelle favelas nel 2017.

Amnesty denuncia inoltre il sovraffollamento delle carceri, le loro condizioni “subumane” e una chiara discriminazione, poiché il 64% dei detenuti è di origine africana.

Marielle Franco aveva postato su Twitter un commento sull’omicidio di un giovane mentre usciva chiesa di Jacarezinho: “Quanti altri dovranno morire perché questa guerra finisca?”.

Traduzione dallo spagnolo: traduttori Pressenza

Dietro la modesta ripresa economica interrotta dal susseguirsi di flash crash dei mercati finanziari, si nasconde l’incapacità dei modelli economici dominanti di leggere la realtà. Sullo sfondo, la svolta autoritaria del neoliberismo

Dopo un lungo periodo di relativa stabilità dei mercati finanziari a inizio febbraio si sono manifestate delle nuove turbolenze. Sono state fornite diverse spiegazioni contrastanti sull’origine di questo flash crash. I più pessimisti parlano dell’inizio di una nuova ondata di crisi, altri dicono che è il risultato di una ‘eccesiva autonomia’ degli algoritmi che controllano oltre il 60% delle transazioni nelle borse mondiali e sono capaci di determinare vere e proprie profezie auto-avveranti, altri analisti invece – e questo è il dato più interessante – spiegano la volatilità dei mercati con la ripresa dei salari in Usa e con l’accordo salariale che l’IG Metal ha raggiunto in Germania. Ne abbiamo parlato con Christian Marazzi, economista, docente presso la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana. ...continua a leggere "“Gli economisti non sanno più contare”: intervista a Christian Marazzi"

 FONTE PRESSENZA.COM 

29.01.2018 - Redazione Italia

Lula, Dilma, Brasile: la Torre di Babele

… e mi dice: stai attento, ti fanno fuori dal gioco se non hai niente da offrire al mercato

(Edoardo Bennato)

Racconterò a seguire sulla prassi giuridica usata per distruggere due personaggi di cui do per scontato che se ne conosca la traiettoria umana e politica. Racconterò di come il pubblico ministero travisi e manipoli le norme legali vigenti per dimostrare le sue tesi nate da supposizioni e illazioni di natura esclusivamente politica. Racconterò la connessione spuria tra la grande stampa e la magistratura, sulle fughe di notizie che questa stessa magistratura fornisce alla grande stampa per creare un clima favorevole alle azioni intraprese e da intraprendere. Racconterò di come il giudice responsabile per la fuga di notizie, non viene punito, sospeso, né impedito in qualche modo di proseguire il processo. Racconterò che lo stesso giudice e il pubblico ministero, con il processo ancora in corso, partecipano a convegni, programmi di televisione, conferenze stampa in cui dichiarano la loro posizione riguardo all’imputato, alla sua storia di vita, tessendo commenti e esternando opinioni sulla sua moralità e il suo carattere. Racconterò che durante l’andamento del processo la moglie del giudice apre una pagina facebook in cui divulga le opinioni del marito sul processo stesso, gli imputati, i condannati. Racconterò che il giudice, in compagnia del pubblico ministero assiste, sacchetto di popcorn alla mano, alla prima del film sulla azione giuridica da lui diretta: un film prodotto dalla Rede Globo, la più grande impresa di telecomunicazione delle Americhe, da sempre nemica dichiarata dell’imputato e del suo partito. Racconterò che questo stesso giudice si dirige regolarmente al Wiston Center, per riferire al padrone l’andamento del processo. Racconterò che se in passato la scusa che il padrone usava per intervenire militarmente in america Latina era la paura del comunismo; se negli anni 80 e 90 era la guerra alla droga, spiegherò e dimostrerò – con i dati alla mano – che oggi il grande spauracchio è la “corruzione” del mondo politico: racconterò del golpe in Honduras; la distruzione economica del Venezuela; la manipolazione dei dati economici del Cile da parte della Banca Mundiale per favorire l’elezione di Sebastian Piñeira; le accuse contro Cristina Kirchner per impedirne l’elezione al senato argentino. Racconterò che la lotta alla corruzione ha distrutto tutte le imprese statali brasiliane, quelle legate all’industria navale, sidrurgica, edile, le opere di infrastruttura pubblica. Racconterò che la lotta alla corruzione ha permesso e giustificato la vendita del nostro petrolio nazionalizzato a imprese private internazionali. Racconterò di un processo-farsa, ripudiato da giuristi di fama mondiale e che sarà denunciato alla commissione dei diritti umani dell’ONU: un processo durato nove ore in cui i tre giudici di appello avevano già deciso e dichiarato in precedenza il loro voto e nel quale si sono limitati a elogiare e giustificare la sentenza anteriore di primo grado. Racconterò che il capo di gabinetto della presidente del tribunale organizza una sottoscrizione pubblica per chiedere (alla stesso presidente) la condanna esemplare dell’imputato. Racconterò della simultaneità di procedimenti politico-giuridici apparentemente indipendenti tra loro – ma collocati sullo stesso piano e avvenuti allo stesso tempo – e di come hanno coinvolto gli stessi personaggi legando le sorti dell’uno all’altro: l’impeachment della Presidente della Repubblica e il processo al più importante uomo politico della storia del paese. ...continua a leggere "Lula, Dilma, Brasile: la Torre di Babele"

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

La miseria continua a crescere nel nostro paese.
La Caritas denuncia che solo a Roma i nuovi poveri sono 16.000, ALTRE 16.000 persone finite in strada.

Tra questi, anziani e bambini e tanti bambini con disabilità e ad essere colpito è soprattutto quel ceto medio composto da diplomati che mai avrebbe pensato solo pochi anni fa di subire questa sorte.

Persone assolutamente inserite nel tessuto sociale che sono finite così, in particolar modo per la perdita dell’occupazione.
Gli anziani a rischio, sempre solo a Roma, sono 1 su 3.
Per non parlare del precariato che equivale a vivere sulla porta della miseria assoluta.

Il dato più agghiacciante è quello dell’emergenza abitativa, una piaga cancrenosa che ha colpito tutta Italia ma che particolarmente a Roma è drammatica.
Sono circa 30.000 le famiglie coinvolte.
A Roma gli sfratti sono di circa 7-8000 l’anno.
Le richieste di casa popolare, circa 10.000.
L’offerta circa 1000.

 

Ma la miseria di chi è diventato povero è unicamente riconducibile alla miseria di un sistema politico che, pur definendosi di sinistra anticapitalista e antiliberista, continua e continuerà a NON farsi carico del problema.

 
Anche questa è di fatto un’emergenza, viste le condizioni del paese.
La miseria della classe politica rappresenta perciò l’altra faccia della medagli dell’emergenza. ...continua a leggere "L’EMERGENZA DELLA MISERIA E LA MISERIA DELLA POLITICA"

fonte striscia rossa.it

Il Pd ha scelto di condurre la campagna elettorale per il voto del 4 marzo puntando sostanzialmente su due messaggi. Il primo racconta che nel favoloso mondo italiano va tutto bene, c’è lavoro e c’è benessere, grazie al governo Renzi e a quello Gentiloni (Letta, in castigo): ce lo dicono ogni giorno i volti dem mandati in tv a commentare ogni piccolo dato economico che abbia il segno più.
Il secondo racconta invece che per non far vincere gli altri (ma come, con una legge elettorale così bislacca?) c’è bisogno di fare scelte chiare, di non disperdere i voti, e insomma bisogna votare per il partito più grande perché chi vota a sinistra del Pd favorisce di volta in volta Berlusconi o Salvini e Meloni oppure Di Maio.

Sul primo messaggio qualunque bravo appassionato di comunicazione può spiegare a Renzi e ai suoi che raccontare un paese che non c’è è un madornale errore che può avere l’effetto contrario di quello che si vorrebbe. Perché se è vero che le cose vanno un po’ meglio (e un po’lo dice, con la sua tranquillizzante flemma, persino il presidente del Consiglio) c’è però ancora tanto da fare. E, per chi vive ancora con seri problemi sulle spalle – basti pensare a quei giovani sfruttati che lavorano per qualche centinaio di euro al mese e finiscono in blocco nel milione di posti creati da Renzi – sentirsi dire che stiamo tutti bene non deve essere così piacevole e forse può provocare anche un po’ di irritazione.

...continua a leggere "Chi vota a sinistra aiuta la destra? Macché"

 fonte dinamopress

Un primo bilancio sull’applicazione delle misure sulla sicurezza urbana di Minniti che stanno trasformando le città italiane in luoghi di controllo ed espulsione per i poveri. Spianando la strada all’estrema destra

Il 31 Dicembre alcuni importanti quotidiani italiani hanno riportato i dati diffusi dal Viminale su migranti e sicurezza. Si tratta soprattutto di dati su accoglienza ed espulsioni che è possibile trovare sul sito del Viminale. Sul versante sicurezza sia Repubblica che Il Sole 24 Ore hanno riportato lo stesso laconico righino «i dati del ministero dell’Interno dicono che il Daspo urbano è stato adottato quest’anno in 465 casi, era già in vigore in 270, per un totale di 735» un dato che però non è stato possibile riscontrare sul sito del Viminale.

Si tratta di un’informazione difficile da interpretare poiché il Daspo urbano, tecnicamente, non esiste. “Daspo urbano” è un termine giornalistico utilizzato per spiegare le nuove misure introdotte dal Decreto legge del 20 febbraio 2017, ( D.L. 14/2017 ) meglio noto come Decreto Minniti.

Le nuove “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città” hanno introdotto nell’ordinamento italiano nuovi provvedimenti amministrativi di polizia: l’ordine di allontanamento, di competenza delle forze dell’ordine, e due diverse tipologie di divieto di accesso, emanate dal questore.

L’ordine di allontanamento, detto anche “mini-Daspo” è un provvedimento amministrativo preventivo-cautelare e può essere imposto da tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine anche prive della qualifica di agente di pubblica sicurezza. L’allontanamento della durata di 48 ore può essere così impartito anche dagli appartenenti alle Polizie locali e deve limitarsi a vietare la circolazione o lo stazionamento in una zona ben delimitata.

Il Divieto di Accesso Urbano (c.d. D.AC.UR.) è ciò a cui generalmente ci si riferisce con la dicitura “Daspo urbano”. Si tratta di un divieto di accesso della durata di sei mesi, che può estendersi sino ai due anni nel caso in cui il destinatario non abbia una fedina penale immacolata. Il divieto di accesso viene emanato dal questore nel caso di «reiterazione delle condotte che impediscono l’accessibilità e la fruizione di infrastrutture urbane», e può essere emanato relativamente ad una o più aree, le quali devono essere espressamente specificate e dunque precedentemente individuate attraverso una delibera comunale. Considerando che molti capoluoghi hanno deliberato solo recentissimamente sulle zone “a rischio Daspo” e che molti non lo hanno ancora fatto, si può affermare senza grossi dubbi che il reale impatto di queste misure sui territori è ancora tutto da verificare. ...continua a leggere "Un anno di Daspo urbano"

FONTE EFFIMERA 

Autrice : Daniela Leonardi 

Con l’abbassamento delle temperature, l’inverno ormai alle porte, i media riscoprono come di consueto l’esistenza delle persone senza dimora. Questa stagione è iniziata, contrariamente al solito, con articoli diversi dal racconto del pericolo di vita per chi è costretto a dormire all’aperto. Verso fine novembre abbiamo letto la notizia dell’applicazione del Daspo Urbano – previsto dal decreto Minniti-Orlando, convertito nella legge 48 del 2017 – comminato a una decina di persone homeless nella città di Bologna. Con la loro presenza queste persone  avrebbero ostacolato il passaggio dei pedoni; sono state, quindi, forzatamente costrette ad andarsene in nome del decoro e della sicurezza urbana. Cosa si intende per sicurezza urbana? «Per sicurezza urbana si intende il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree, l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, la prevenzione della criminalità, la promozione del rispetto della legalità e l’affermazione di più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile». ...continua a leggere "Governo dell’homelessness: dichiarare guerra ai poveri in nome del “decoro” e della “sicurezza urbana” – di Daniela Leonardi"

FONTE INCHIESTAONLINE

| 19 dicembre 2017 | Comments (0)

 

 

Diffondiamo da www.patriaindipendente.it del 13 dicembre 2017 .Parla Aldo Tortorella intervistato da Gianfranco  Pagliarulo,  Dal rancore sociale il desiderio dell’”uomo forte” e il brodo di coltura del radicalismo di destra. Una nuova generazione senza avvenire. Il rapporto tra tirannide e arretratezza italiana. La violenza arma essenziale del fascismo vecchio e nuovo. Il pericolo nero oggi nel mondo

Aldo Tortorella Classe 1926, partigiano, giornalista, filosofo, parlamentare, dirigente comunista, prestigioso intellettuale. Una delle personalità più qualificate per interrogarsi sul fenomeno neofascista. Aldo Tortorella era ancora studente quando entrò nella Resistenza a Milano. Responsabile con Gillo Pontecorvo degli studenti antifascisti Tortorella, originario di Napoli, si era trasferito a Genova alla fine del 1944 (dopo una rocambolesca evasione, travestito da donna, dall’Ospedale militare milanese dove era ristretto), per riorganizzarvi, col nome di battaglia di “Alessio”, le fila del Fronte della Gioventù. “Alessio” organizza nel capoluogo ligure la propaganda e la lotta armata. Quando, il 25 aprile, l’Unità non più clandestina annuncia la Liberazione, è un ragazzo di 19 anni il redattore capo dell’edizione ligure del giornale del Partito comunista. Nella redazione di Genova Tortorella resta sino al 1957. Tra una missione nella Jugoslavia di Tito e un’altra nella Polonia di Gomulka, passando da Budapest appena “normalizzata” dalla repressione sovietica, Tortorella non trascura gli studi filosofici e nel 1956 si laurea con Antonio Banfi  con una tesi sul “concetto di libertà in Spinoza”. È del 1957 il trasferimento a Milano, dove subentra a Davide Lajolo nella direzione de l’Unità. In seguito diverrà segretario della Federazione milanese del Pci e poi del Comitato regionale lombardo. Direttore de l’Unità dal 1970 al 1975, nel 1971 Tortorella è eletto per la prima volta deputato. Confermato sino al 1994, è stato responsabile della politica culturale del PCI durante la segreteria di Enrico Berlinguer e anche di quella delle “questioni dello Stato” con Alessandro Natta, col quale si oppose – insieme a Pietro Ingrao – alla “svolta della Bolognina” di Achille Occhetto. Esce dal Pds nel 1999 in dissenso con la scelta del governo di centro-sinistra di partecipare alle azioni militari contra la Serbia durante la crisi del Kosovo. Aldo Tortorella è presidente onorario dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra, da lui fondata insieme a Giuseppe Chiarante e altri alla fine degli anni 90, e direttore di Critica marxista.

Sembrerebbe che oggi, diversamente da quanto avveniva – per esempio – agli anni Settanta, alcune formazioni neofasciste godano di un consenso sociale non particolarmente elevato, ma in costante crescita, tant’è che riescono ad eleggere una rappresentanza in vari Comuni, da Bolzano a Todi, da Lucca ad Arezzo a tanti altri. E ad Ostia, com’è noto, CasaPound ha ottenuto un significativo risultato elettorale. C’è il rischio della formazione di una base sociale più o meno estesa a sostegno di queste formazioni politiche?

Certo. Il pericolo è più che evidente. La crisi economica unitamente alla perdita di competitività con la moneta unica (cioè con la fine delle ‘svalutazioni competitive’) ha generato molti danni sociali. È stata persa quasi il 30% della manifattura. Molte piccole e medie aziende sono state spazzate via. Ciò ha determinato direttamente e indirettamente la rovina di molti, l’impoverimento del ceto medio, l’aggravamento della disoccupazione già pesante per le nuove tecnologie sostitutive di lavoro umano. Le forze maggioritarie della sinistra non hanno capito quello che succedeva e hanno riposto tutte le loro speranze nella linea economica neoliberista gestendola dal governo o non combattendola dall’opposizione. L’esempio fu Blair in Inghilterra e Clinton negli stati Uniti con i loro imitatori italiani e di altri paesi. In tutto il mondo sviluppato ciò ha generato zone di comprensibile rancore di quanti erano (e sono) a disagio o alla disperazione. Un rancore che si è rivolto contro l’establishment moderato (cioè contro i gruppi politici dirigenti) entro cui la sinistra maggioritaria si era venuta collocando. Logicamente ci si è rivolti altrove, e soprattutto a chi sembrava esterno al sistema di potere e portatore di una soluzione altra da quella discreditata. Ha pesantemente influito, in Italia, l’antica campagna antipartitica purtroppo alimentata da forme di corruzione endemica. L’imprenditore “che dà lavoro” è divenuto una figura di riferimento, quasi eroica. Il politico che “sa solo chiacchierare” e che in taluni casi viene scoperto a rubare o ad approfittare del suo ruolo diventa il nemico. Lo stesso metodo democratico fatto di diversità e di contrasto di opinioni diventa poco comprensibile, poi fastidioso, poi non più tollerato.
Prendono piede le apparenti soluzioni semplici. “Mandiamoli tutti a casa” si trasforma facilmente in volontà di governo forte e di “uomo forte”. Inoltre prende facile avvio anche la rivalutazione del passato fascista: facevano le bonifiche delle paludi, facevano le case popolari, eccetera. E si ignora che il fascismo ha promosso la più grande strage del secolo passato con la guerra mondiale, la morte di milioni di italiani, la rovina totale del Paese. E ancora adesso siamo un Paese occupato da basi straniere con relative bombe atomiche. Una propaganda costante non contrastata ha diffuso una idea orribile della Resistenza esasperando alcuni episodi tacendo sulla barbarie nazista e fascista. Naturalmente, su questa realtà intervengono settori del capitale che investono in questi gruppi considerati strumenti di riserva da usare in caso di bisogno e comunque tali da spostare a destra l’asse politico.

Un’organizzazione giovanile neofascista, “Azione studentesca”, ha vinto le elezioni della Consulta provinciale degli studenti di Firenze (a Firenze!). Il nuovo presidente della Consulta è un rappresentante di questa organizzazione. Peraltro nel mondo dell’associazionismo in generale le formazioni neofasciste sono sempre più presenti. Costa sta succedendo fra le giovani generazioni?

Non posso rispondere sul caso di Firenze che non conosco altro che per le sommarie cronache dei giornali. Mi pare che si debba distinguere sempre tra votanti e votati e anche tra capi e seguaci. Leggo che l’associazione di destra ha portato avanti rivendicazioni capaci interessare molti. Leggo anche che farebbero propaganda parlando delle foibe triestine ad opera degli jugoslavi di Tito. Queste furono una infamia senza possibili giustificazioni. Ma temo che non ci sia nessuno che ha informato quei giovani delle infamie compiute dai fascisti contro gli sloveni.
Comunque, parlando in generale, le giovani generazioni sono le più penalizzate dalla situazione che ho richiamato prima. Le cifre della disoccupazione giovanile sono note. Ed è noto che il lavoro precario, mal pagato, privo di tutele e garanzie prevale tra il giovani. Non c’è avvenire e non c’è speranza. Tra i giovani può avanzare l’ideologia che dice: il socialismo è fallito, la democrazia è fallita, facciamo piazza pulita, imbocchiamo una strada nuova tutta nostra. Solo i gruppi dirigenti ideologizzati sanno che la strada nuova è quella vecchia. Ciò che viene presentato ai giovani su cui si punta per farne dei quadri delle formazioni neofasciste è un misto di nazionalismo razzista (l’Italia umiliata dalla sinistra succube, le aziende italiane vendute agli stranieri, gli italiani sommersi dagli immigrati ecc) e di rivoluzionarismo di pseudo sinistra (contro l’americanismo, confusione tra governo Netanyahu ed ebrei, misure di socialità ecc). Ezra Pound fu tipico di questa ideologia: pensando di essere un rivoluzionario antiborghese coprì le più atroci infamie naziste e fasciste.

...continua a leggere "Aldo Tortorella: Perché crescono i neofascismi"

  FONTE STRISCIAROSSA.IT

2 DICEMBRE 2017

 

È questo il popolo del “rancore sociale” di cui parla il Censis? Lo abbiamo visto attraverso i collegamenti video di “Radio articolo 1” nelle piazze del 2 dicembre di Roma, Torino, Bari, Palermo, Cagliari. C’è però in quei cortei che hanno risposto all’appello della Cgil non un rancore quasi rassegnato, ma, semmai, una serena, meditata, fredda collera sociale. E’ già un miracolo che siano in tanti presenti. Perché non provengono più da grandi insediamenti industriali. Provengono da un mondo del lavoro frammentato. Dentro una società dove molti che stanno sugli spalti tifano come se fossero a una partita di calcio, per una lotta tra giovani e anziani, tra pensionati e donne e uomini che avranno pensioni da fame, tra esodati e posti fissi, tra tutele niente affatto crescenti e tutele ignorate, tra immigrati e nativi. Spesso vittime del miraggio di un Jobs Act che doveva assicurare un mondo nuovo.

 

 

 

 

 

 

 

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FONTE SOLIDAIRE 
Les mobilisations anti-Uber ne datent pas d'aujourd'hui. Ici, une manifestation des taxis londoniens contre Uber le 11 juin 2014.
 

RAPPORTO SMALL ARMS SURVEY

Fucili, pistole, mortai, mitragliatrici e lanciagranate. Sono migliaia le armi “perdute” negli ultimi 24 anni dalle tante missioni di pace che hanno operato nel continente. Lo rivela un rapporto, secondo il quale le perdite reali potrebbero essere anche molto maggiori.

di Bruna Sironi

 

La scioccante notizia emerge da una ricerca dell’organizzazione internazionale Small Arms Survey, che si occupa del monitoraggio della diffusione delle armi leggere, ed è pubblicata nel rapporto “Making a Tough Job More Difficult” (Rendere un lavoro duro ancora più difficile). Infatti le armi “perse” finiscono poi per essere usate contro i legittimi possessori e contro i civili che dovrebbero proteggere.

La ricerca si è occupata delle missioni di pace a partire dal 1993 ad oggi, dopo la fine della guerra fredda che ha di fatto determinato il proliferare dei conflitti locali e perciò delle missioni di peacekeeping, condotte dall’Onu, da altre coalizioni o organizzazioni - come l’Unione africana che opera in Somalia con l’operazione Amisom -, o miste Onu e Unione africana - come l’Unamid che lavora in Darfur -, e ancora l’Ecowas che nei paesi dell’Africa Occidentale ha agito in Sierra Leone.

I ricercatori hanno trovato che in almeno una ventina di queste operazioni si sono verificate perdite di armi. E non solo armi leggere, come fucili e pistole, ma anche armi pesanti come mortai, mitragliatrici e lanciagranate, che possono cambiare l’esito di una battaglia. Il direttore della ricerca, Eric Berman, ha dichiarato in un’intervista ad Al Jazeera che sono andate perse “migliaia di armi e milioni di cartuccere”.

La maggior parte si è verificata in missioni che hanno operato, o ancora operano, nell’Africa sub-sahariana e in particolare in Congo, Somalia, Sudan, Burundi, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Mali e nella Repubblica Centrafricana. Talvolta le perdite non erano evitabili, perché i peacekeeper sono caduti in imboscate o sono stati sopraffatti in altri modi, ma molto più spesso hanno consegnato le armi piuttosto che difendersi e rischiare di rimanere vittime in uno scontro armato. ...continua a leggere "MIGLIAIA DI ARMI “PERSE” DAI PEACEKEEPERS"

Una diagnosi spietata e assai colta sulle cause della diseguaglianza nel mondo ma anche una constatazione di impotenza verso lo strapotere delle multinazionali, verso la globalizzazione e verso l’avanzare della tecnologia, fonte della prima delle diseguaglianze: la disoccupazione.

Dunque una sorta di funerale, se mai ce ne fosse bisogno, delle politiche del welfare, unica cura possibile per frenare la diseguaglianza, divenuta d’altronde un arma che i governi preferiscono non usare malgrado, sono in molti a ricordarlo, sia stata la cura che sanato il capitalismo mondiale dopo la crisi del ‘29.

IL TEMA  oggetto della conferenza organizzata dall’Istituto Cattaneo di Bologna è tra i più drammatici della nostra epoca perché si presenta in modo violento sia tra Nord e Sud del mondo, sia all’interno dei paesi dell’occidente. E viene ben sintetizzato da un’ormai nota analisi di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia e professore alla Columbia University: «L’1 per cento della popolazione controlla il 90 per cento della ricchezza mondiale».

Sul palco della tavola rotonda assieme a Stiglitz, ci sono Romano Prodi, l’economista Paolo Onofri, l’ex presidente dell’Istat Enrico Giovannini, Robereto Tonini di Bankitalia e Marco Mira D’Ercole dell’Ocse.

A FUSTIGARE IL LIBERISMO  imperante ci pensa proprio Stiglitz. Il premio Nobel non ha dubbi a proposito della crisi: «Non usciremo dalla depressione se non ci sarà una vera politica redistributiva che passi anche attraverso la tassazione delle rendite. Da questo punto di vista il ruolo dello Stato è cruciale. La cosa drammatica è che in un epoca di finanziarizzazione dell’economia mondiale e una globalizzazione spinta, le politiche economiche, uniche in grado di gestire una redistribuzione della ricchezza, sono impotenti di fronte alla crisi, i capitali si spostano con rapidità e fuggono dalle politiche dei governi. Non solo. I privati in alcuni casi preferiscono la diseguaglianza perché per loro un basso salario si traduce in minori costi».

ANCHE ROMANO PRODI  non è tenero nella sua analisi: «Io non sono uno specialista di statistica ma conosco la storia e mi risulta che le diseguaglianze siano create dalle pestilenze e dalle guerre. Questa è la realtà. Soltanto nel secondo dopoguerra le diseguaglianze si sono attenuate ma quella era un’eccezione. Negli anni successivi i divari sono cresciuti in modo impressionante. Io credo che ci sarebbe bisogno di un organismo mondiale in grado di redistribuire le risorse ma da questo punto di vista sono tutt’altro che ottimista. Le difficoltà che si incontrano ad esempio nel tassare le nuove multinazionali come Google e Apple sono significative. Comunque penso che spetti alla politica, ai governi invertire questo trend. Ma non mi pare che ci siano progetti credibili» (Prodi si è astenuto dal dare un giudizio sul Jobs Act). Non è tutto nero. La Cassa Depositi e Prestiti ha ad esempio dei progetti interessanti in materia di welfare ma la vera difficoltà, come hanno detto altri è che la mobilità dei capitali si sottrae ad ogni tipo di redistribuzione attraverso il fisco».

ENRICO GIOVANNINI , volendo, è stato ancora più severo nella diagnosi dello stato di salute del mercato del lavoro: «Le diseguaglianze non sono soltanto tra generazioni ma all’interno delle stesse generazioni. La cosa che più preoccupa è che non c’è una visione d’insieme per farci uscire da questo trend. Anzi, mentre noi discutiamo su come ricostruire una politica del welfare in Inghilterra si celebra la Brexit e negli Stati Uniti c’è Donald Trump».

Anche Roberto Torrini di Bankitalia ha denunciato l’inadeguatezza del Welfare e ha bocciato le politiche economiche dei governi europei ma anche lui ha partecipato alle onoranza funebri del welfare sostenendo che sotto accusa non è l’alibi della globalizzazione ma le scelte dei governi.

QUANDO  nelle domande che hanno concesso alla stampa abbiamo sottolineato un po’ provocatoriamente che il dibattito per quanto interessante faceva emergere un impotenza latente in tutti gli interventi Romano Prodi con un sorriso ha alzato le braccia come per dire: «Non possiamo farci nulla».

*** LA LAUREA HONORIS CAUSA AL POLITECNICO DELLE MARCHE

Joseph Stiglitz ha «aperto un nuovo campo d’indagine economica» che «si studierà al posto di quella tradizionale e cerca di risolvere i problemi della gente». Sono le motivazioni della laurea honoris causa attribuita dall’Università Politecnica delle Marche al premio Nobel per l’Economia nel 2001. Le ha pronunciate l’economista Mauro Gallegati. Stiglitz ha tenuto una lectio sulle diseguaglianze prodotte dal capitalismo Usa: «un modello economico che ha fallito».

FONTE:  Bruno Perini,   IL MANIFESTO

FONTE STRISCIAROSSA.IT  CHE RINGRAZIAMO

La CDU di Angela Merkel crolla di 8 punti, la SPD precipita nel disastro, col peggior risultato da quando esiste la Repubblica federale, e l’estrema destra di Alternative für Deutschland diventa il terzo partito della Germania e porta nel Bundestag il vento dell’intolleranza e del risentimento, con un risultato che cambia radicalmente lo scenario politico del paese più importante d’Europa. Dalle urne tedesche esce un panorama pieno di incognite e con due sole certezze. La prima è che la groβe Koalition è finita. Lo ha certificato, tre minuti dopo il primo exit-poll, la Ministerpräsidentin socialdemocratica del Meclemburgo Manuela Scheswig, impietosamente spedita in tv a commentare risultati che nelle ultime ore s’era capito sempre più che sarebbero stati disastrosi. All’alleanza degli elefanti con la CDU/CSU la SPD ha sacrificato troppo: non solo programmi ed elettori ma anche la propria anima. Quando Martin Schulz lo ha confermato alla folla che si era raccolta nella Willy-Brandt-Haus la depressione generale s’è sciolta in un’esplosione di applausi. Parevano abbastanza incongrui, considerato il miserevole 20,8% che in quel momento le prime proiezioni indicavano sugli schermi, ma dicevano una cosa chiara: si torna all’opposizione. Con un sentimento di liberazione che era quasi fisicamente percepibile.


La seconda certezza è che c’è una sola coalizione che, spazzata via dal tavolo l’alleanza tra i due partiti (nonostante tutto) più grandi, ciò che è uscito dalle urne rende numericamente possibile. E’ la cosiddetta “coalizione Jamaica” formata dai tre colori della bandiera di quel paese: il nero di CDU/CSU, il giallo dei liberali e il verde dei Verdi. I liberali della FDP tornano nel Bundestag, dopo quattro anni di astinenza perché nel 2013 avevano mancato la soglia fatidica del 5%, e tornano con un buon risultato, intorno al 10%. I Verdi, intorno al 9%, hanno riguadagnato un po’ di quel che avevano perso quattro anni fa.

In queste ore tutti dànno per scontato che si dovrà cominciare da qua. Ma appare un’impresa titanica: i programmi dei liberali e dei Verdi sono uno l’opposto dell’altro in materia economica e sociale. La FDP vuole un radicale abbattimento delle tasse, un’ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro, sostegni alle imprese e alle esportazioni, una politica europea molto meno accomodante verso i paesi dal debito alto; i Grünen propongono una supertassa sui redditi più alti, misure contro la povertà, più apertura verso l’integrazione europea e misure di condivisione del debito. E dopo la svolta a destra imposta al partito dai nuovi dirigenti liberali capitanati da Christian Lindner neanche delle antiche consonanze sul terreno dei diritti civili c’è più traccia. Pure sul problema dell’accoglienza si capisce già che il dialogo sarà molto difficile. La segretaria generale della FDP Nikola Beer ha già annunciato che il suo partito vuole nuove norme per regolare il diritto di asilo. E che indirizzo dovrebbero avere

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Il prezzo sociale ed economico del “low cost”
di Silvano Toppi

fonte AREA7.CH 

L’economia vive di modelli. Costruzioni matematiche con cui si semplifica la realtà rilevandone gli aspetti più importanti, sia per interpretare e rappresentare i fenomeni economici, sia per prevederne l’andamento futuro. Sono teorie, alle volte premiate con il Nobel, già origine di disastri perché la realtà risulterà un’altra. Ci sono però modelli economici, imposti e incarnati nella realtà quotidiana, dati per scontati o utili, all’origine invece di scelleratezze.

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FONTE EFFIMERA

Grenfell tower: una tragedia rivelatrice del neoliberismo criminale – di Salvatore Palidda

Anche sul numero dei morti non hanno smesso di falsare l’informazione:  per giorni hanno detto che erano 15 o 17 poi 30. Tecnici e vigili del fuoco sono stati messi a tacere: sapevano da subito che i morti in quell’inferno sono stati oltre 100 e forse molti di più. Il governo e la sua capa, sig.ra May, hanno cercato di minimizzare la tragedia giustificando così la loro totale mancanza di pronto intervento e cercando così di nasconderne le cause. Tutti gli aspetti e le diverse immagini di tale tragedia, sin dall’inizio, meritano una particolare lettura perché sono assai rivelatori di cosa sono diventati Londra, il Regno Unito, più o meno al pari di altre città e paesi. In tutta questa terribile vicenda Victor Hugo potrebbe ritrovarci materia per riscrivere una versione “postmoderna” dell’L’uomo che ride. La becera indifferenza di una classe dominante ignobilmente avida, sempre più stupida e criminale che però è salvata dalla furba regina. ...continua a leggere "Grenfell tower: una tragedia rivelatrice del neoliberismo criminale – di Salvatore Palidda"

Identikit americano nel paese degli homeless

di SANDRO MEZZADRA.

La povertà ha assunto negli ultimi anni negli Stati Uniti dimensioni e caratteristiche per molti versi inedite. La figura del senza tetto, dell’homeless, le riassume nel modo più efficace, per quel che riguarda la sua crescita esponenziale, certo, ma anche per il tipo di visibilità che ha assunto in molte metropoli e per le relazioni che intrattiene con le istituzioni – a partire da quelle repressive sempre più presenti nella sua quotidianità

Quello degli homeless è ormai «un popolo nel popolo», scrive Elisabetta Grande nel suo Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (edizioni Gruppo Abele, pp. 172, euro 14): non solo perché ha effettivamente assunto la consistenza quantitativa di un «popolo», ma anche nel senso che un insieme di dispositivi politici, giuridici e culturali – sapientemente orchestrati quantomeno a partire dalla prima presidenza di Ronald Reagan – ha finito per separare la figura inquietante e minacciosa del povero estremo dall’insieme della popolazione statunitense, scardinando le basi di quell’empatia che aveva pur caratterizzato altre fasi storiche, come il New Deal (nonostante la persistente discriminazione nei confronti degli afroamericani) e gli anni della «guerra alla povertà» di Lyndon Johnson. ...continua a leggere "IDENTIKIT AMERICANO NEL PAESE DEGLI HOMELESS"