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FONTE IL TIMES

Autore: Giorgio Levi

Un paio di settimane fa ho comprato un’auto nuova. Il prezzo mi sembrava un po’ alto (ed effettivamente lo è), poi il venditore, che non è un pirla, siccome siamo a fine anno, e lui deve fatturare, ha cominciato ad elencare tutta una serie di sconti e omaggi e presunte agevolazioni, che alla fine sembrava mi stesse facendo un regalo. E io, che sono molto sensibile a chi fa bene il proprio mestiere, ho acquistato l’auto.

John Elkann, quando si è affacciato alla concessionaria De Benedetti, deve avere avuto la stessa sensazione. A differenza mia però stava per acquistare una macchina usata e quasi sull’orlo della rottamazione. Ma siccome, anche lui, come il mio venditore, non è un pirla di acquirente ha approfittato dell’occasione e si è portato a casuccia sua il primo gruppo editoriale italiano di quotidiani. Abbastanza malandato, ma la ciccia c’è e il prezzo d’acquisto è stato più che ragionevole.

Ha pagato 0,46 centesimi per azione per 102,4 milioni di euro e per assicurarsi il 43,78% del capitale. Appena 2 anni fa Gedi quotava 0,80 centesimi. In due anni il mondo di Gedi si è capovolto. Il valore di mercato oggi era calcolato intorno ai 150 milioni di euro. Secondo alcuni osservatori la cifra giusta avrebbe dovuto essere sui 130 milioni. Dunque, John ha fatto di meglio.

Stupisce la frase che Marco De Benedetti avrebbe detto prima dell’accordo annunciato ieri sera: “Elkann ha fatto un’offerta che non si può rifiutare”. Allora,  il gruppo non era alla frutta, ma al digestivo dozzinale che ti blocca lo stomaco. Gedi era ad un passo dal crollo, che avrebbe trascinato non solo La Stampa e decine di quotidiani locali ma anche La Repubblica, considerata una corazzata.

D’altra parte, si era capito da tempo Gedi era una palla al piede di Cir. Kos e Sogefi (due altre attività della holding), producono utili operativi per 50 milioni la prima e per 37 milioni la seconda, l’editoria di Gedi ha raccolto appena 7 milioni. Secondo quanto pubblicato da Affaritaliani l’editoria faceva ricavi per 648 milioni con utile operativo negativo per 11 milioni. Mentre Kos con ricavi per 544 milioni produceva utili operativi positivi per 66 milioni e Sogefi con 1,6 miliardi di fatturato ha un utile operativo di 62 milioni. E’ evidente che il management di Gedi ha fatto la scuola dell’obbligo e si è fermato lì.

Un disastro, Elkann si è infilato nella concessionaria, spendendo meno della metà di quello che Exor ha appena investito (300 milioni di euro) per rimpolpare le casse della Juventus.

Se sarà un affare lo dirà il tempo. Quello che è certo è che peggio di così non poteva andare. Ora che si alza il velo sui conti e sul valore della società a Piazza Affari si capiscono molto più cose, compresi i tagli dei poligrafici, le restrizioni economiche ai giornalisti e il fatto che in quasi 3 anni l’editore non abbia mai presentato un piano industriale e uno editoriale.

(La riproduzione di questo articolo è libera, secondo quanto previsto dall’attribuzione di Creative Commons, all’unica  e inderogabile condizione che nel riprodurlo sia citato il nome di questo blog IL TIMES e che attraverso il link sia permesso al lettore di raggiungerlo)

 

di Alessandra Daniele

C’è una regola aurea che vale sia in amore che in politica: chi ti dà sempre ragione vuole fotterti.
Sia che venga da destra, dal centro, dalla sinistra (o presunta tale) da una Chiesa, dalla Rete, dai movimenti reali o virtuali, chi ti dà sempre ragione, anche (e soprattutto) quando palesemente hai torto, vuole fotterti.
Chi ti dice che il tuo è il paese più bello del mondo, che hai tutto il diritto di odiare i profughi (africani) perché il tuo padroncino (brianzolo) sfrutta te (e loro), chi ti applaude sia quando fai la raccolta differenziata che quando bruci i cassonetti, chi dà sempre a qualcun altro – gli stranieri, i banchieri, i tappezzieri – la colpa delle cazzate che combini, vuole fotterti.
Salirti sulla testa, e usarti come gradino per arrivare al successo, al denaro, al potere.
Chi ti blandisce, ti adula, ti istiga, ti giustifica, alimenta i tuoi istinti più bassi e le tue speranze più assurde, chi ti dice sempre quello che vuoi sentire, scrive sempre quello che vuoi leggere, e sostiene sempre tutte le stronzate che preferisci credere, sta cercando di fotterti.
Si dice che i sovranisti siano invisi al capitale.
È una stronzata.
Il capitale adora i sovranisti, perché dirottano la rabbia popolare su capri espiatori e bersagli simbolici, e mantengono comunque le masse all’interno del recinto dell’economia di mercato che è la vera causa della loro miseria.
Inoltre uno spezzatino di nazioni isolate e litigiose è la preda ideale per l’imperialismo politico-economico delle grandi potenze.
Come s’è visto, il talento dei grillini negli affari coll’estero è credibile quanto il loro antifascismo.
Di Maio che s’accorge improvvisamente delle inclinazioni fasciste di Salvini è credibile quanto quelle mogli che sostengono di non essersi mai accorte di nulla mentre il marito abusava sistematicamente dei loro figli. Di solito il magistrato non se la beve.
Si dice che la famiglia tradizionale sia invisa al capitale.
È una stronzata.
Il capitale adora la famiglia – di qualsiasi tipo – perché consuma più dei single. Chi ha famiglia compra pannolini, vestitini, libri scolastici, giocattoli, compra più elettrodomestici, più mobili, più cellulari, chi ha famiglia compra appartamenti e automobili familiari.
Chi ha figli da mantenere è più disponibile a farsi sfruttare.
Tutti gli spot pubblicitari ritraggono famiglie felici e numerose. Il familismo non è solo un veicolo per vendere prodotti, è il primo prodotto che viene venduto.
Se non hai ancora i soldi per mettere su famiglia non è perché il capitale ti voglia single, ma perché sa che pur di guadagnarli lavorerai ancora di più, e rinuncerai anche a quei pochi diritti che ti sono rimasti.
Chi ti dice che hai ragione a credere alle stronzate altrui, sta cercando di farti credere anche alle sue.
Che sia un filosofo (o presunto tale), un trapper, un influencer, o un ministro (o presunto tale) la regola non ha eccezioni. Chi ti dà sempre ragione vuole fotterti.

19.08.2018 - Redazione Italia

Migranti sulla nave Diciotti, appello di Eleonora Forenza
(Foto di https://www.facebook.com/ForumLampedusaSolidale/)

L’europarlamentare di Rifondazione Comunista Eleonora Forenza, che tra fine giugno e inizio luglio ha seguito in prima persona la vicenda dei migranti a bordo delle navi Astral e Open Arms, della ong spagnola Proactiva Open Arms, lancia dalla sua pagina Facebook un appello a intervenire sulla vicenda della nave Diciotti,  ancora bloccata al largo di Lampedusa.

“E così, mentre noi discutiamo di applausi e fischi, il Ministro degli Interni minaccia di rimpatriare in Libia le oltre 170 persone a bordo della nave #Diciotti, da quattro giorni nel Mediterraneo. Trattasi di fatto della minaccia di violare le convenzioni internazionali in materia di diritti umani, dato che la Libia non è un paese sicuro.

Chiedo, dunque, al Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani di prendere parola e a ciascun/a parlamentare europea/o di attivarsi”.

 Fonte Dinamopress

Continua lo sciopero francese con adesioni e numeri di piazza altissimi. Questa mattina il governo Macron ha lanciato la sua durissima controffensiva sgomberando la sede universitaria di Tolbiac

In Francia prosegue la lotta su più fronti contro il governo e le politiche di Macron che ha lanciato un’offensiva a 360 gradi contro tutto il settore pubblico, dai trasporti della SNFC all’Università, dalla loi asile et immigration al tentativo di sgombero della ZAD. Macron ha rivelato il suo vero volto neoliberale che unisce privatizzazione selvaggia e conservatorismo estremo –peggio di Le Pen, si dice nelle piazze. Ecco di quale “guerra civile europea” sta parlando.

...continua a leggere "Francia: Ieri un’altra grande giornata di sciopero in Francia. Oggi la polizia sgombera Tolbiac"

 FONTE :  PRESSENZA.COM

13.12.2017 - Redazione Italia

Quest'articolo è disponibile anche in: Tedesco

Argentina: United Colors of Murder

da Observatorio Argentino

In Argentina, il governo di Mauricio Macri, in combutta con i grandi gruppi petroliferi, minerari e agroindustriali, ha scatenato una violenza feroce e omicida contro le comunità indigene dell’intero paese, con la complicità del sistema giudiziario e l’appoggio dei principali gruppi di informazione. La comunità globale e le istituzioni internazionali devono agire ora prima che il massacro raggiunga proporzioni ancora maggiori.

Uno stato razzista ha bisogno di costruire un nemico violento e bestiale dalla cui eliminazione dipende il bene comune. Ciò che permetterà di vivere alla comunità, alla “gente” è la morte dell’altro — ebreo, mussulmano, indigeno- che viene così stigmatizzato: questa è la logica implacabile dei moderni razzismi. Il 25 novembre, poco prima che il summit del G20 si spostasse nella città patagonica di Bariloche, è stato assassinato con un tiro alle spalle il giovane muratore Rafael Nahuel, 22 anni, durante un’operazione della Prefettura contro la comunità mapuche Lafken Winkul, comunità che reclama i propri diritti ancestrali sui territori. L’operazione era stata decisa dal giudice federale di Bariloche, Gustavo Villanueva; allo stesso Villanueva è stata poi affidata l’inchiesta sul caso, definito di “morte sospetta”, nonostante il calibro del proiettile coincida esattamente con quello delle mitragliatrici usate dalle forze di polizia. Pochi mesi prima, durante un’altra operazione contro la comunità mapuche Lof Cushamen, coordinata dal Capo di Gabinetto del Ministero degli Interni, Pablo Noceti, dall’estanciadi Luciano Benetton -che i mapuche accusano di aver loro rubato le terre — è desaparecido il giovane Santiago Maldonado; il corpo senza vita del giovane è stato ritrovato nel fiume alcuni mesi dopo, in circostanze oscure. Nessuno dal Governo riesce a spiegare perché Maldonado, che non sapeva nuotare, si sia buttato “di propria volontà” nel fiume, proprio quando la Gendarmeria stava reprimendo la protesta. ...continua a leggere "Argentina: United Colors of Murder"

Ringraziamo Wu Ming 1 per questo lavoro di riflessione e di proposta di un punto di vista non banale sui fenomeni della emersione di manifestazioni fasciste o nazi sempre più frequenti. 

antifascismo

[Un’anticipazione del capitolo 6 di Predappio Toxic Waste Blues. Fa parte della terza e ultima puntata, che uscirà mercoledì 15 novembre, ma è leggibile autonomamente. Le prime due puntate sono qui. Buona lettura.]

di Wu Ming 1

È orribile doversi occupare dei fascisti, di chi li sdogana, di chi li corteggia, di chi ci beve lo spritz assieme. Si vivrebbe meglio, senza tutti costoro, senza doverne scrivere. Negli anni scorsi, in effetti, molti hanno proposto di ignorarli: non ragioniam di lor ma guarda e passa, «non abbassiamoci al loro livello», «se li contesti gli fai pubblicità» ecc. Una fallacia logica dietro l’altra, per una linea di condotta nefasta.

«Non mi abbasso al loro livello». Come i bimbi che si coprono gli occhi e credono che, così facendo, il mondo intorno scompaia. Mentre non si ragionava di lor, i fascisti suonavano il piffero e si tiravano dietro la gente. Lasciando fare i fascisti  o addirittura isolando chi li contrastava, magari ripetendo, senza capirla minimamente, una frase di Pasolini sul «fascismo degli antifascisti»  si è permesso loro di allargarsi e conquistare spazi.

Quanto alla «pubblicità», non gliel’hanno fatta i contestatori. Al contrario, contestando i fascisti si è spesso riusciti a privarli di agibilità, tribune e riflettori, a far saltare iniziative, anche a spingerli verso grottesche figure di merda. Visibilità pure quella, certo, ma non quella che si erano auspicati.

Anfitrione di neofascistiNo, a far loro pubblicità, ad amplificarne i messaggi a dismisura, a renderli glamorous è stata la televisione, sono stati i talk show. Quelli di tutte le reti, ma soprattutto quelli de La 7, che negli ultimi anni è diventata un bivacco di manipoli. Bivacco diurno e serale, ospitale e confortevole. A stendere il tappeto sono stati i conduttori criptofascisti, ma anche quelli «democratici», che hanno accolto nei loro salotti duci e ducetti dell’ultradestra, capicenturia del razzismo «civico» organizzato, führer del fascioleghismo, “dialogando” con loro, e mentre “dialogavano”, ogni loro gesto, ogni mossetta, ogni espressione diceva: «Ammiratemi, guardate come sono aperto e liberale, guardate fin dove mi spingo nel confronto democratico», e al tempo stesso: «Non cambiate canale, guardate che razza di freak vi sto mostrando, tra poco dirà qualcosa di oltraggioso, s’alzerà un polverone, stasera faccio uno share della madonna, per commentare usate il solito hashtag».

Ma col tempo i freak sembrano sempre più «normali», e i polveroni non s’alzano più ma gravano sui discorsi e non vanno via, sono perenni, come cappe di smog. Ospitare fascisti diviene consueto, la loro presenza si adagia nella sfera dell’ordinario e così anche i loro discorsi sono potenzialmente accettabili. Ovvero: criticabili, ma legittimi.

Dumini, il capo della squadraccia che uccise Giacomo Matteotti.

E no, questo lugubre spettacolo non può difendersi invocando il «diritto di cronaca», o l’«inchiesta». Se fossero esistiti i talk-show nei giorni del delitto Matteotti, avrebbero invitato Dumini e diviso gli ospiti tra pro e “contro” l’omicidio. Non è «diritto di cronaca», non è giornalismo, è (absit iniuria) teatro. E, da che mondo è mondo, quando a teatro lo spettacolo fa schifo, si lanciano i pomodori. O peggio.

Intanto, fuori da quei salotti, i camerati aggrediscono, accoltellano, talvolta uccidono. Centinaia di aggressioni negli ultimi anni, e sono solo quelle denunciate, quelle che hanno meritato perlomeno un trafiletto, un titolo di giornale locale. Storie che nei talk-show non ci arrivano, e se arrivano, passano fugacemente, in un “servizio”, poi si dà di nuovo la parola al ducetto di turno, assiso in studio, per consentirgli di svicolare, cambiare argomento, imporre la sua agenda.

Non contrastare i fascisti; lasciarli parlare; citare una frase di Voltaire che Voltaire non ha mai scritto… Una linea non solo nefasta, ma gretta, perché da privilegiati, da inabili alla solidarietà: molte persone, infatti, non possono permettersi di «ignorare» il fascismo, perché è il fascismo a non ignorarle, le va a cercare, le colpisce. Soprattutto lorovivrebbero meglio, senza i fascisti e i loro reggimoccolo.

È orribile, è schifoso doversi occupare dei fascisti. Non conosco nessuno che lo faccia volentieri. Se non ci fossero i fascisti, avremmo più tempo, più concentrazione per affrontare altre urgenze. Urgenze enormi, mondiali: lo sconvolgimento climatico già in corso, le siccità e carestie, la crisi idrica globale, l’esaurimento delle risorse, la devastazione del territorio, le guerre e gli esodi che tutto questo provocherà… Tutti disastri causati dal capitalismo, il modo di produzione più cieco, predatorio e di corto respiro che sia mai esistito sul pianeta. ...continua a leggere "Antifascismo e anticapitalismo nell’Italia di oggi. Note sul conflitto surrogato e quello vero"

FONTE MICROMEGA

"Non si tratta di fondare l’ennesimo partito ma di costruire ciò che ci è sempre sfuggito: una vera forza politica europea". Lorenzo Marsili – 32enne fondatore della ong European Alternatives – ha le idee chiare per DiEM25. Le votazioni sul sito del movimento si sono appena concluse. Il 92% ha scelto di andare avanti sul cammino elettorale. Ha vinto dunque l'opzione caldeggiata insieme al frontman Yanis Varoufakis: "Vogliamo costruire un’alleanza capace di portare una lotta senza quartiere tanto contro l’establishment quanto contro la deriva nazionalista, DiEM25 è pronta per la sfida elettorale”. segue  >>> intervista a Lorenzo Marsili di Giacomo Russo Spena

FONTE EQUALTIME

 

A campaign poster in support of the ruling SDPK party candidate Sooronbay Jeenbekov on the streets of Bishkek, ahead of the 15 October polling day.

(Naubet Bisenov)

Cette semaine, alors que la campagne électorale présidentielle kirghize – qualifiée d’« élection la plus transparente de l’histoire » de l’Asie centrale par le Financial Times – entre dans sa dernière ligne droite, un favori ne s’est pas encore dégagé. Mais indépendamment du vainqueur de l’élection présidentielle du 15 octobre, les syndicats locaux promettent de défendre avec fermeté les droits des travailleurs, et ce, malgré l’érosion des droits civiques et syndicaux.

Treize candidats se disputent le poste aux élections de dimanche. Le président sortant, Almazbek Atambaïev, ne peut pas se représenter pour un second mandat, car l’actuelle constitution kirghize (qui a été modifiée en 2010 à la suite des révolutions de 2005 et 2010) empêche le président d’assumer plus d’un sexennat.

Sur les treize candidats en lice, la plupart des analystes politiques s’accordent à dire que seuls quatre d’entre eux ont une réelle possibilité de décrocher la présidence : Le protégé d’Atambaïev, Sooronbay Jeenbekov, du Parti social-démocrate du Kirghizstan (SDPK), qui occupait le poste de Premier ministre jusqu’en août dernier, Temir Sariyev, qui fut Premier ministre du gouvernement d’Atambaïev entre 2015 et 2016, Omurbek Babanov, un autre ancien Premier ministre du cabinet d’Atambaïev et le moins connu Adakchan Madumarov, un ancien fonctionnaire du gouvernement.

Les plateformes électorales des différents candidats diffèrent peu les unes des autres, promettant toutes d’améliorer la situation socio-économique des électeurs sans leur donner de détails sur la façon d’y parvenir.

« Le Kirghizstan est un pays unique en Asie centrale, » déclare Rysgul Babayeva, présidente par intérim de la Fédération des syndicats du Kirghizistan (KFTU). Elle le décrit comme « la démocratie la plus avancée d’Asie centrale et même de la CEI (Communauté des États indépendants). Nous ne pouvons pas prédire qui sera élu président, » déclare-t-elle à Equal Times, en référence à la nature relativement libre des prochaines élections, ce qui signifie que le résultat n’est en aucun cas une fatalité. Cette situation tranche nettement avec les pays voisins comme le Kazakhstan, le Tadjikistan et le Turkménistan, où il n’est pas rare que les gagnants obtiennent plus de 90 % des voix.

Cependant, les mérites démocratiques de la campagne ont été entachés par une série de violations des droits, notamment en ce qui concerne l’indépendance du pouvoir judiciaire et la liberté d’expression. Ce mois-ci, un éminent journaliste, Kabai Karabekov, a été condamné par un tribunal de Bichkek à verser près de 72.000 dollars US en dommages et intérêts à Jeenbekov pour avoir associé ses frères (qui ne sont pas candidats à la présidence) à des organisations islamistes radicales étrangères.

Restriction systématique des droits du travail

Le Kirghizstan est l’un des pays les plus pauvres de la région. Malgré un taux de chômage officiel qui avoisine les 8 %, on estime que plus d’un million de ressortissants kirghizes travaillent à l’étranger, en particulier en Russie et au Kazakhstan voisin, où les salaires sont supérieurs au salaire mensuel moyen de 200 dollars américains. Dans le même temps, le travail informel est endémique au Kirghizstan : les syndicats estiment que plus de 70 % des travailleurs kirghizes sont des travailleurs informels, ce qui est synonyme de bas salaires et d’une faible protection de la part des syndicats et du droit du travail.

Au Kirghizstan, les droits des travailleurs ont été restreints de manière systématique depuis l’éclatement de l’Union soviétique en 1991. « Ils [le gouvernement] ont toujours voulu élaguer le Code du travail, » qui a été adopté pour la première fois en 1997 et modifié en 2004, affirme Vyacheslav Breyvo, avocat de la KFTU.

« Ils ont suggéré la suppression de normes législatives protégeant les droits des travailleurs, notamment la proposition de rémunérer davantage les heures supplémentaires et les jours fériés, de verser des indemnités décentes aux travailleurs licenciés, etc., » déclare-t-il. « Ils voulaient également annuler toutes les normes régissant le recrutement des femmes, des mineurs, des travailleurs à temps partiel et des personnes handicapées. »

Babayeva affirme que le gouvernement risque d’emboîter le pas à la Géorgie, un pays qui a été décrit par la Confédération syndicale internationale (CSI) comme « l’un des pires cas en Europe en matière de droits des travailleurs. »

Le Code du travail géorgien adopté en 2006 impose de lourdes restrictions excessives sur le droit de grève, les droits des travailleuses mères de famille et le droit des travailleurs à être indemnisés pour les heures supplémentaires. Le code a été amendé en 2013 avec plusieurs améliorations notables, y compris des garanties concernant l’affiliation syndicale des travailleurs et l’interdiction de licencier les femmes enceintes, mais la Géorgie est toujours l’un des rares pays au monde à ne pas avoir d’inspecteurs du travail de l’État.

Gouvernement du côté des employeurs

Breyvo affirme que le dialogue social au Kirghizstan s’est considérablement détérioré ces dernières années, le gouvernement s’efforçant de protéger les intérêts des employeurs. Il fait remarquer qu’auparavant, les employeurs pouvaient invoquer huit ou dix raisons pour licencier leurs employés, toutes soumises à l’examen des syndicats. Toutefois, les modifications apportées au Code du travail en 2004 ont porté à 30 le nombre de raisons pour lesquelles les employeurs peuvent licencier leurs employés et les syndicats ne peuvent intervenir que dans quatre de ces cas.

En 2015, les autorités ont suggéré la suppression des garanties législatives relatives aux heures supplémentaires et aux jours fériés, la simplification des procédures de licenciement et le basculement de tous les travailleurs vers des contrats de courte durée, indépendamment de leur ancienneté dans leur poste. Selon les syndicats, si ces modifications avaient été adoptées, elles auraient touché 90 % de la population active.

L’administration d’Atambaïev a suggéré, selon des responsables syndicaux, que la rémunération des heures supplémentaires soit décidée par chaque employeur, pas par l’État.

« Ces attaques reprennent de plus belle et ils [le gouvernement] veulent changer le Code du travail au profit des employeurs, mais nous ne céderons pas, » déclare Babayeva. « La KFTU est une présence formidable que l’on ne peut pas ignorer dans une démocratie. »

Breyvo déclare que, quel que soit le vainqueur des élections de cette semaine, tous les travailleurs se préparent à de nouvelles attaques contre leurs droits. « Les attaques contre la législation du travail ne cesseront jamais étant donné que les députés et les présidents sont élus au sein de l’oligarchie qui représente la majeure partie du capital privé. Ce sont donc eux les employeurs, » déplore l’avocat.

Cependant, Babayeva affirme que la confédération est déterminée à entretenir des relations professionnelles et constructives avec la nouvelle administration. « Nous reconnaîtrons la personne élue parce qu’en tant que syndicats, nous ne faisons pas de politique, » déclare-t-elle. « Mais ils doivent aussi comprendre que sans les syndicats, le développement d’une société démocratique s’avère impossible. »

Ci è voluto un episodio in apparenza “piccolo” ma più vistoso ed emblematico di altri. Un episodio di grande densità simbolica.

Forza Nuova e l’associazione Nuove Sintesi – parte del network di Lealtà Azione – organizzano un evento nella sala comunale «Salvador Allende» di Nereto, provincia di Teramo, paesino amministrato dal Partito Democratico. Si tratta di una serata “a tema storico” sulla Repubblica di Salò, con fascio littorio in bella evidenza. Commentatori fascisti ci scherzano sopra sui social, parlano di «karma», dileggiano il presidente socialista cileno ucciso dai golpisti di Pinochet.

Il cortocircuito di riferimenti è tale da fulminare l’impianto elettrico del PD.

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Eg. Presidente Boeri,
leggo dalla Agenzia di Stampa Estera dell´incontro da lei tenuto con il Comitato Italiani nel mondo e Sistema Paese della Camera che il suo principale interesse, invece che per le annose problematiche che dovrebbero essere risolte dall´INPS, e´rivolto ai pensionati residenti all´estero, che godrebbero, a suo parere, di privilegi ingiustificati.
Gia´da tempo e con cadenza piuttosto regolare, lei conduce una campagna (non saprei come chiamarla diversamente) patriottico-giustizialista contro i pensionati che emigrano all´estero, forse per sostenere la sua idea di ricalcolo di tutte le pensioni su base contributiva, visto che i due argomenti sono sempre, strumentalmente e argutamente, appaiati.
Campagna che, lei lo sa e per questo motivo la conduce, ha facile presa su una opinione pubblica abituata ormai a vedere il nemico e il privilegiato nel proprio simile, sia esso profugo, lavoratore, pensionato e via discorrendo.
A tale proposito le invio, in allegato, una nota, dedicata alla mia rete relazionale, nella quale esterno la mia opinione.
Le scrivo perche´sono una delle incolpevoli vittime di questa campagna dissennata.
Sono un pensionato INPS trasferitosi per ricongiungimento familiare a Berlin, PAGO LE TASSE IN ITALIA (con trattenuta alla fonte dell´ente che lei presiede), posseggo un solo appartamento in Cento (FE), peraltro gravato ancora da mutuo ipotecario, dove risiedono ancora due dei miei quattro figli. Come lei sa, la L. 80/2014, all´ Art. 9 bis prevede che l´unico appartamento posseduto da pensionati italiani emigrati, sia classificato come seconda casa, facendo scattare immediatamente
- l´IMU seconda casa dovuta al comune
- l´impossibilita´di esentare dalla denuncia IRPEF gli interessi sul mutuo ipotecario
- l´impossibilita´di ottenere in sede fiscale i benefici per le ristrutturazioni dell´alloggio.
Questa assurda penalizzazione dei pensionati emigrati e´stata formulata dal Parlamento non solo sotto l´egida di valutazioni superficiali (con con l´allegato cerco di smontare) ma con tale rigidita´ e cinismo che si sono colpiti non solo i pochi che lei definirebbe antipatriottici approfittatori, ma anche tutti coloro che continuano ad essere fiscalmente fedeli alla patria.
Infatti, posto il quesito sulla ratio del provvedimento, dal Ministero delle Finanze fino alla amministrazione comunale di Cento, nessuno degli uffici e delle istituzioni competenti e´stato in grado di darmene ragione e hanno sostenuto che sono vittima di una ingiustizia, ma che lex, dura lex, sed lex.
Mi risulta, dall´unico parlamentare che ha avuto la gentilezza di rispondermi, che gli stessi che hanno votato la L. 80/2014 hanno ritenuto di dover avanzare una proposta di legge (n. 3619 del 18.2.2016) per modificare, seppure in modo non del tutto soddisfacente, l´Art. 9 bis, che non si sa quando verra´preso in considerazione.
Tutto cio´, mentre un pensionato che percepisce la pensione estera, indipendentemente dal patrimonio e dal reddito di cui dispone, viene esonerato dall´IMU.
Tre iniquita´in una sola legge:
- trattare tutti i pensionati emigrati allo stesso modo, indipendentemente dalle loro condizioni economiche
- trattare tutti i pensionati italiani emigrati come altrettanti furfanti
- trattare chi paga le tasse in Italia come chi non le paga, siano essi approfittatori o pensionati con pensione estera.
Sarebbe un capolavoro di stupidita´se non fosse che io credo poco al caso e molto meno alla neutralita´dell´ignoranza, mentre credo molto all´uso strumentale di questa normativa.
L´imbarazzo di gran parte delle istituzioni (a partire dalle Commissioni Finanze e Bilancio della Camera e del Senato), di fronte al mio quesito e´comprensibile, visto che dovrebbero difendere l´indifendibile, e rafforza la mia convinzione.
Per questa ragione mi interessa la sua opinione sui casi analoghi al mio che, emigrando, si sono sottoposti non solo ad una perdita di diritti notevole, ma a disagi, problemi e difficolta´ che chi non e´stato costretto all´emigrazione probabilmente ignora.
A proposito della sua battaglia contro la „revisione“ del principio di esportabilita´delle prestazioni non contributive, che non e´un problema ragionieristico, come lei ben sa, pur ponendolo come tale per motivi strumentali, la informo che, pur pagando le tasse in Italia, il sottoscritto mantiene solo il diritto ai servizi sanitari, mentre perde tutti i diritti socio assistenziali legati alla residenza. Altro che revisione del principio di esportabilita´!!!
Come sa meglio di me, questo e´un problema di carattere europeo, che non si puo´discutere come lei sta facendo, ma con tutte le sue complessita´, anche per evitare che la lotta contro il „turismo sociale“ si trasformi in barriere elevate per l´accesso ai diritti, che danneggiano, come sempre, i piu´ deboli.

...continua a leggere "Lettera aperta a Tito Boeri Presidente INPS sui pensionati residenti all’estero da Franco Di Giangirolamo…."

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n88-s.pdf

In questo numero:

È giunta l’ora di un processo democratico per il nuovo centrosinistra
di Enrico Rossi

A sinistra del Pd: una questione di pratiche
di Alessandro Giglioli

Scheda: Che cos’è il “sistema tedesco”

Bivio Europeo
di Luigi Vinci

Voucher: non basta cambiare nome
Volantino di Art1

Buona lettura e diffondete!

FONTE NUOVATLANTIDE.ORG

di Alfredo Morganti – 22 maggio 2017

Chi parla di tre poli in Italia non ha capito niente. Che lo facciano i sondaggisti, poco importa. Ma che il ‘tripolarismo’ sia ritenuto verbo tra politici e addetti ai lavori è persino demoralizzante. In realtà la politica italiana andrebbe sostanzialmente ridisegnata attorno a un ‘centro’ (più topografico che ideologico, più luogo geometrico che politico) composto da Renzi e Berlusconi e dai raggruppamenti che essi rappresentano, ossia: il centro del vecchio centro-sinistra e i moderati del vecchio centrodestra. Già questo dimostra che quelle due parole (centrosinistra e centrodestra) oggi stanno andando fuori corso come lo saranno le monete da 1 e 2 cent in futuro. L’arco politico si completa, poi, con Salvini e i sovranisti a destra di quel centro e con le formazioni come Articolo 1 e SI a sinistra. I grillini si mantengono in posizione ‘laterale’, occupando una sorta di centro ‘eccentrico’, e si muovono su un binario parallelo, che lambisce il sistema politico vero e proprio, con incursioni al suo interno di tanto in tanto.

...continua a leggere "Forza PD. Il tripolarismo che non c’è."

di Vincenzo Vita

fonte ilmanifestobologna.it

Si è celebrata la giornata mondiale per la libertà di stampa, promossa dalle Nazioni unite nel 1993. Si grida all’effimero successo in Italia, perché si è passati dal 77° al 52° posto nella classifica annuale di “Reporters Sans Frontières”, ma il quadro delle concentrazioni editoriali (da Mondazzoli, a Gedi: il super gruppo Repubblica, Stampa, Secolo XIX, al controllo governativo sulla Rai, al vecchio trust Mediaset, all’affare Vivendi) e del precariato dilagante non fa ben sperare. Interferenze, interventi a gamba tesa divengono regola e non eccezione. Qui lo scontro per lo meno si ferma alle parole e agli editti censori. In numerose aree del mappamondo testate indipendenti, giornalisti ed operatori dell’informazione sono a rischio anche fisico e il carcere è la pratica consueta e crudele dell’amputazione di un diritto fondamentale: a parole in cima alle convenzioni internazionali e alle Costituzioni, nei fatti negato.

...continua a leggere "La libertà di stampa e il morbo della censura"

FONTE ATLANTIDE.ORG

Il Rapporto Annuale Istat ricostruisce le classi sociali: disgregate le vecchie classi sociali, le differenze sono acuite da una distribuzione dei redditi che penalizza gli stranieri e le famiglie con figli. Pesa anche la scomparsa delle professioni intermedie, cresce soprattutto l’occupazione a bassa qualificazione. In stato di povertà assoluta 1,6 milioni di famiglie, il 28,7% a rischio di povertà o esclusione sociale. Il 70% degli under35 vive ancora con i genitori

di ROSARIA AMATO – 17 maggio 2017

ROMA – Non esiste più la classe operaia, si fa fatica a rintracciare il ceto medio, e sempre di più nelle famiglie italiane la “persona di riferimento” è un anziano, magari pensionato. Nel Rapporto Annuale 2017 l’Istat prova a ricostruire la società italiana e a tracciare i connotati delle nuove classi sociali: molto è cambiato ma molto si è cristallizzato. La disuguaglianza aumenta e non è legata a ragioni antiche, al censo, ai beni ereditati, ma in gran parte ai redditi, e in buona parte anche alle pensioni. Da opportunità nascono opportunità: i figli della classe dirigente diventano classe dirigente, i figli dei laureati diventano laureati, gli altri lasciano la scuola giovani. La classe impiegatizia si arricchisce con le attività culturali, le famiglie a basso reddito guardano la tv. Il lavoro si polarizza: scompaiono le professioni intermedie, aumenta l’occupazione nelle professioni non qualificate, si riducono operai e artigiani. E nella classe media impiegatizia le donne giocano un ruolo importante: nonostante nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10 le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.

Le nuove classi sociali. “La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia”, osserva l’Istat. L’istituto però non si limita a prendere atto della disgregazione dei gruppi tradizionali della società italiana, ma ne propone una ricostruzione originale, che suddivide la popolazione (stranieri compresi) in nove nuovi gruppi: i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri, gruppi nei quali è confluita quella che un tempo era la classe operaia; le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia, nei quali confluisce invece la piccola borghesia; un gruppo a basso reddito di anziane sole (le donne vivono di più rispetto agli uomini) e di giovani disoccupati; e infine le pensioni d’argento e la classe dirigente. In questa classificazione incidono vari fattori, il più importante è il reddito. Il gruppo sociale più povero, quello delle famiglie con stranieri, si ferma a una spesa media di 1.697 euro; si arriva poi agli oltre 3.000 delle famiglie di impiegati e delle pensioni d’argento fino alla classe dirigente che supera di poco i 3.800 euro mensili.

Disuguaglianze sempre più cristallizzate. Una divisione nuova della società italiana farebbe pensare a cambiamenti rivoluzionari. In realtà di rivoluzionario in Italia al momento non c’è niente: è una società che cristallizza le differenze, e che da tempo ha bloccato qualunque tipo di ascensore sociale. In effetti funziona quello verso il basso, ma i piani alti sono sempre meno accessibili. Tra le famiglie con minori disponibilità economiche pesano di più le spese destinate al soddisfacimento dei bisogni primari (alimentari e abitazione), mentre in quelle più abbienti, che sono poi anche quelle con un maggiore livello d’istruzione, sale l’incidenza di spese importanti per l’inclusione e la partecipazione sociale, destinate a servizi ricreativi, spettacoli e cultura e a servizi ricettivi e di ristorazione. L’Istat ordina le famiglie per “quinti” di spesa, e il risultato è che gli ultimi due quinti spendono il 62,2% del totale contro poco più del 20% dei primi due.
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FONTE CONTROLACRISI.ORG

La Grecia scende di nuovo in piazza contro le nuove misure di austerity che il governo guidato da Alexis Tspiras ha concordato con i creditori dell’ex Troika. Domani il voto del Parlamento su un pacchetto di misure piuttosto pesanti. L’ok in Parlamento dovrebbe far sì che l’Eurogruppo possa annunciare il taglio al debito ellenico e sbloccare gli aiuti per 7,4 milioni necessari per pagare i prestiti in scadenza a luglio.

Si tratta dell’ennesima ”ricetta” depressiva dell’economia della Grecia che dal 2010 ha devastato il tessuto sociale e ha portato la disoccupazione a oltre il 24%. Così i sindacati del settore pubblico e privato hanno indetto per la giornata di oggi 24 ore di sciopero generale. Trasporti in bilico con metro, bus, tram a singhiozzo per tutta la giornata di oggi, collegamenti marittimi fra le isole a singhiozzo, molti voli annullati, ma anche scuole, edifici pubblici e privati oggi son chiusi.

La Grecia è tornata in recessione nel primo trimestre di quest'anno, e quasi un quarto di lavoratori sono ora disoccupati. Più della metà dei giovani lavoratori greci non hanno alcun lavoro. 
Sharan Burrow, segretario generale dell'ITUC (sindacato internazionale), ha dichiarato: "L'economia greca è stata fortemente indebolita dall'ideologia dei creditori internazionali e la sofferenza del popolo greco sta peggiorando giorno per giorno. La Grecia è di fatto amministrata dalle istituzioni dell'FMI e delle istituzioni dell'UE, che hanno imposto una politica disastrosa e distruttiva senza mai guardare i potenziali punti di forza dell'economia del paese e tracciare un modo positivo della crisi. Il governo ha capitolato ai creditori, inclusa l'ulteriore erosione dei diritti del lavoro e i sindacati sono l'unica voce efficace e credibile di un futuro positivo per la Grecia ".

Domani infatti in parlamento Tspiras presenterà il pacchetto di misure concordato con i creditori che prevedono un’imponente riforma previdenziale nel 2019 con il taglio di 2,49 miliardi di spesa e più tasse per 1,9 miliardi nel 2020 e tagli anche alla sanità pubblica. 

Inoltre, sono previsti 600 milioni di incentivi per la prima casa per i più poveri, 450 milioni per le mense e l’istruzione e un taglio fiscale per redditi più bassi e aziende. Un modo come un altro per attenuare, con scarsi mezzi, gli effetti devastanti dei tagli.
Intanto, i sondaggi danno Alexis Tspiras in affanno: sta guadagnando terreno il centrodestra di Nea Demokratia con un distacco di oltre 10 punti. 

FONTE PRIMAONLINE.IT

 

I giornalisti de l’Unità, con il sostegno di Federazione nazionale della stampa italiana e Associazione Stampa Romana ricorreranno in tribunale contro l’editore per comportamento antisindacale e accompagneranno l’azione legale con lo sciopero ad oltranza a partire da domani, martedì 16 maggio. Lo ha annunciato il Comitato di redazione del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, nel corso della conferenza stampa che si è svolta oggi nella sede della Fnsi.

“Da domani i giornalisti dell’Unità saranno in sciopero ad oltranza – ha detto Umberto De Giovannangeli, membro del cdr - una cosa che non ha precedenti nella nostra storia. Nel momento in cui ci troviamo uno sciopero pesa su di noi in maniera incredibile ma la dignità e i diritti non hanno prezzo”.

“Quello che sta accadendo all’Unità non ha niente a che vedere con logiche aziendali o una dialettica sindacale, si è andati oltre – ha spiegato Raffaele Lorusso, segretario generale della Fnsi -. Di fronte ad una richiesta del cdr riguardo i tempi di pagamento degli stipendi la risposta dell’editore è stata che sarebbero stati pagati dopo che ‘direte ai colleghi di ritirare le azioni di pignoramento’. Si vuole imporre alla rappresentanza sindacale dei giornalisti di fare pressione su chi legittimamente si è rivolto alla magistratura per tutelare i propri diritti. Per questo abbiamo dato mandato ai nostri legali per avviare un’azione legale per comportamento antisindacale. Riteniamo ci siano i margini per intervenire”.

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L’accordo tecnico raggiunto tra il govero greco e i creditori il 2 maggio porta a compimento il processo di accordo politico intrapreso dal premier Alexis Tsipras fin dal vertice di Malta

L’accordo tecnico raggiunto tra il govero greco e i creditori il 2 maggio porta a compimento il processo di accordo politico intrapreso dal premier Alexis Tsipras fin dal vertice di Malta: usando la consueta strategia di rifiutare sempre ogni concezione “tecnica” e “puramente economica” delle strategia imposta al paese, Tsipras aveva sollecitato la cancelliera Merkel e i massimi responsabili dell’UE a mettere freno al pericoloso gioco che portava avanti il FMI con la complicità del ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schauble. Il risultato è stato un compromesso, doloroso per Atene, ma necessario per portare avanti lo scottante problema del debito.

Si può dare per scontata la conclusione favorevole della seconda valutazione, che era in sospeso fin dalla fine di novembre, alla prossima riunione dell’Eurogruppo. Obiettivo importante per Atene, non tanto per la tranche di quasi 8 miliardi che saranno versati per il pagamento di varie scadenze del debito. L’importanza consiste nel fatto che la Grecia può ragionevolente sperare di potere oramai entrare nel programma Quantitative Easing della BCE.

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Ospedali e sanità

di Ivan Cavicchi

Al dottor Marco Vecchietti, consigliere delegato di Rbm Assicurazione Salute Spa, che, su Qs del 21 aprile, senza mai nominarmi apertamente, mi ha rivolto un sacco di critiche, desidero rispondere come si dice “per le rime”, cioè lealmente e direttamente, eliminando i sottintesi, le ellissi e soprattutto l’indicativo generico tipo “qualcuno dice” o “si dice”.

Caro dottor Vecchietti lasciamo perdere i giochetti e le tecnicalità, i nominalismi, e soprattutto la smetta di mostrarsi come l’uomo buono e giusto che vuole salvare il mondo, mostrando gli altri che contrastano i suoi interessi finanziari, come dei rottami ideologici del passato. Pensa davvero che non conosca la differenza tra le diverse specie di mutue? Se parlo genericamente di “mutue” sappia prima di tutto che lo faccio per farmi capire nel modo più semplice e per far capire che gli interessi che lei legittimamente rappresenta stanno mettendo in pericolo i diritti che, come avrà capito, altrettanto legittimamente io difendo. Per cui, se crede, facciamo una discussione seria ma a carte scoperte.

L’ideale della giustizia

Comincerei con una domanda: quando parliamo di sanità, di mutue, di seconda gamba, di universalismo, qual è il l’ideale regolativo di partenza? Lo scopo dello scopo?

Per me è la giustizia che, per me, funziona come la verità rispetto ad un pensiero, l’interesse rispetto all’economia, il valore morale rispetto all’etica. J. Rawls, che non è un marxista e neanche l’ideologo del movimento 5 stelle e men che mai l’ispiratore della Leopolda (magari fosse), è un filosofo liberale probabilmente, a sentire Amartya Sen, il più lucido critico dell’utilitarismo (concezione filosofica che pone la ricerca dell’utile individuale come motivo fondamentale dell’agire umano). Egli è l’autore della teoria sicuramente più citata negli ultimi 40 anni quella della “giustizia come equità”.

Egli sostiene una cosa che, quando penso alle mutue del dottor Vecchietti, mi viene sempre in mente: le cose (leggi, istituzioni, mutue, incentivi, ecc.) se sono ingiuste, anche se fornissero un certo grado di benessere alla società o a parti di essa nel suo complesso, andrebbero cambiate.

E scrive “ogni persona possiede un’inviolabilità fondata sulla giustizia su cui neppure il benessere della società nel suo complesso può prevalere. Per questa ragione la giustizia nega che la perdita della libertà per qualcuno possa essere giustificata da maggiori benefici goduti da altri”, (Una teoria della giustizia, 1971).

Questa tesi ritiene quindi che, prima del valore degli interessi (utilitarismo), viene quello della giustizia (egualitarismo). Una società che pensasse ad esempio con le mutue, di poter controbilanciare i sacrifici imposti ai più deboli con una maggiore quantità di vantaggi goduti dai più forti, per Rawls, sarebbe una società ingiusta. E io, se penso alle mutue, sono d’accordo con lui.

Per “egualitarismo” si intende una concezione politico-sociale tendente a realizzare un’uguaglianza di fatto, fondata sull’equa ripartizione dei beni e delle ricchezze tra tutti i membri della collettività. La salute è un bene solo se è giusta. Il diritto alla salute senza giustizia diventa un privilegio di qualcuno contro qualcun altro. Le mutue alla fine sono tutele privilegiate. Ecco perché difendo e difenderò sempre l’universalismo.

Una sanità “bene-ordinata” (come la chiamerebbe Rawls) non è solo quella che promuove il bene salute, ma soprattutto è quella che redistribuisce questo bene in modo egualitario. Seguendo l’insegnamento di Rawls le mutue sarebbero giuste solo se producessero benefici maggiori in particolare per i membri meno avvantaggiati della società.

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Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n84-s.pdf

In questo numero:

Il più grande sciopero nella storia del Brasile
a cura di Teresa Isenburg

Enrico Rossi sulle primarie: “Il Pd s’è perso la sinistra, a quel popolo che non ha più una casa dico: Vi aspettiamo”
Intervista di Gabriella Cerami

“La sinistra torni a fare la sinistra, sto con Articolo Uno”
di Jonathan Rimicci, operaio

Il giornale prima di tutto Il ricordo di Valentino Parlato.
di Luciana Castellina

Buona lettura e diffondete!

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E' uscito il numero 2 della RIVISTA di Punto Rosso - Lavoro 21

http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-rivista-numero2-s.pdf

fonte pressenza.com

01.05.2017 - Olivier Turquet

Leggi, etica o pragmatismo?
(Foto di HRC)

Ogni giorno assistiamo a uno strano fenomeno, in intensificazione: ciò che erano incontrovertibili certezze, capisaldi della morale, della legislazione internazionale, perfino del semplice buon senso perdono improvvisamente di valore.

Ci aspettavamo, per esempio, reazioni indignate degli stati all’insensato bombardamento della base militare siriana, credevamo ovvio una presa di distanza della Comunità Europea sulla pretesa di risolvere problemi lanciando la “madre di tutte le bombe”, attendevamo una ferma protesta e un ritiro di ambasciatori nel protrarsi dell’illegale detenzione di Gabriele del Grande in Turchia…

Aspettavamo invano.

Siamo cresciuti in un mondo dove Leggi e Convenzioni avevano il massimo rispetto; non sempre ci siamo trovati d’accordo con quelle leggi e quelle convenzioni ma lo stesso atto di contestarle era un atto di riconoscimento delle medesime. Le leggi, le convenzioni e il buon senso sono state il cemento di un certo mondo di cui stiamo sempre più perdendo le tracce.

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 fonte ILMANIFESTOBOLOGNA.IT

Dal 2013 al 2016 il grande affresco Occupy Mordor, dipinto da Blu sulla parete di Xm24, ha messo in scena una battaglia per la città: le truppe del sindaco Sauron – armate di ruspe, mortadelle e sfollagente – si scontravano con un popolo che suonava, ballava, pedalava, leggeva, hackerava, coltivava e lanciava angurie con le catapulte.

Oggi l’affresco non c’è più, ma la battaglia è in pieno svolgimento. Proprio come in quella raffigurazione, la città ufficiale ha la forza dei partner economici per imporsi ai suoi avversari, ha la forza poliziesca per reprimerli, e ha mezzi enormi – infinitamente più grandi di un muro – per mettersi in scena e magnificarsi.

La Bologna ufficiale è una città boriosa, soffocante, sempre più allergica ai poveri e a marginali. Una città che sogna di sterilizzarsi dai germi del dissenso, e una di queste mattine potrebbe risvegliarsi sterile.

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L’appalto degli snack ha ucciso l’Alitalia

di Giorgio Meletti, da Il Fatto quotidiano, 25 aprile 2017

fonte MICROMEGA

A tutti questi salvatori dell’Alitalia in servizio permanente effettivo (ministri, sindacalisti, manager, capitani coraggiosi, consulenti a gettone e figli di papà con lo stipendione) dei posti di lavoro non gliene frega niente. Salvare l’Alitalia è il business preferito di una classe dirigente (non solo politica) irresponsabile e corrotta dai suoi pensieri ignobili, non dalle tangenti. Nessuno dei medici pietosi che si sono avvicendati al capezzale della “compagnia di bandiera” (titolo abusivo e abusato per dare parvenze vitali a un cadavere) ha il coraggio di dire chi è stato. Chi ha spinto l’Alitalia sempre più in basso, succhiando miliardi di euro pubblici e proclamando che il problema era in via di soluzione? Nessuno lo dice perché l’hanno fatto tutti insieme, per anni, dandosi il turno tra chi faceva e chi fingeva di non vedere.

Sappiano allora i dipendenti Alitalia che stanno per perdere il lavoro che la loro sorte è segnata da 30 anni. Da quando lo scenario del trasporto aereo cambiò radicalmente: dai mercati protetti si passò alla competizione aperta. E nessuno in Italia si pose il problema.

Ci provò Romano Prodi, per la verità. Nel 1988, da presidente dell’Iri, silurò il potentissimo numero uno Umberto Nordio, accusandolo di non aver fatto niente per posizionare l’Alitalia nel nuovo scenario competitivo internazionale. Il plenipotenziario andreottiano Paolo Cirino fulminò Prodi con l’indimenticabile “è finita la stagione dei professori”. Prodi ci riprovò 20 anni dopo, da presidente del Consiglio. Stava per vendere l’Alitalia all’Air France. Ma c’erano le elezioni alle porte, Silvio Berlusconi annunciò le barricate contro lo straniero, e lo straniero disse a Prodi “arrivederci e grazie”.

FONTE CARMILLAONLINE.INFO 

Pubblicato il · in Controinformazione ·

di Alexik

missili-siriaNessun bambino dovrebbe soffrire come hanno sofferto quelli siriani !

Con queste parole Donald Trump ha esternato, il 5 aprile scorso, la sua incontenibile indignazione davanti alle immagini dei bambini di Idlib. Esternazione seguita dal rituale lancio di missili contro il mostruoso assassino, e dalla corale piaggeria degli alleati europei, estasiati dal tuonar delle cannoniere.
Dalla Merkel alla May, da Hollande all’ex pacifista Gentiloni, tutti si sono affannati a dimostrare a Trump il proprio incondizionato consenso, pronti a spergiurare che dietro tanto amore per l’infanzia non si celi alcun secondo fine e che, questa volta, la faccenda del sarin di Assad non sia un’altra montatura.

Del resto non si può certo affermare che gli USA e i loro alleati non facciano di tutto per evitare ai bambini inutili sofferenze.
Al contrario delle armi chimiche, infatti, le bombe convenzionali lanciate sul Siraq dalla Coalizione a guida americana (CJTF-OIR) sortiscono spesso l’effetto di ucciderli sul colpo, risparmiandogli l’orribile agonia.

Come nella cittadina irachena di Tal Afar (l’areoporto di Mosul), bombardata dalla Coalizione giusto il 4 aprile, il giorno prima che l’inquilino della Casa Bianca si accorasse per le stragi degli innocenti.
A Tal Afar fonti locali hanno denunciato la morte sotto le bombe di 20 civili, bambini compresi, mentre i portavoce della Coalizione recitavano la classica versione di circostanza: “Near Tal Afar, one strike engaged an ISIS tactical unit and destroyed an ISIS-held building”.1

Al Tafar1

4 aprile 2017: Tal Afar, dopo il bombardamento.(Fonte: Iraqi Spring Media Center)

Chi avesse sperato, a Mosul, che tanto interesse presidenziale per la salvaguardia degli infanti fosse il segnale di una svolta umanitaria nella politica statunitense, è certo andato incontro ad una cocente delusione: proprio il 5 aprile – più o meno in contemporanea alle dichiarazioni di Trump – nel quartiere Rifai, la famiglia del barbiere Nizar Mahdi veniva annientata da un bombardamento della Coalizione, con un bilancio di due genitori uccisi assieme ai due figli piccoli.

Stesso giorno e stessa sorte per 16 civili, tutti membri della stessa famiglia, ad Al Shafa, un altro quartiere di Mosul ovest, e per 40 civili del villaggio di Mayouf, a nordovest della città, che si erano riuniti nelle loro case in attesa di poter fuggire. Il 6 aprile è stato il turno di una madre e due bambini, uccisi in casa propria nel quartiere di Zanjili.2

Tutti avevano obbedito ai volantini, lanciati a migliaia dagli aerei, che invitavano gli abitanti di Mosul ovest e dintorni a rimanere chiusi in casa, allontanandosi unicamente dai centri di comando del Daesh. ‘Solo quelli‘ – si annunciava – ‘sarebbero stati bombardati3Per questo intere famiglie sono morte tutte insieme nella distruzione delle loro case.

14 aprile 2017. Mosul, bombardamento del quartiere di Mahatta. (Foto: Jérémy André)

14 aprile 2017. Mosul, bombardamento del quartiere di Mahatta. (Foto: Jérémy André)

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Diritti Umani: dall’Italia un ponte verso l’Argentina

fonte PRESSENZA.OM

20.04.2017 - Federico Palumbo

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Diritti Umani: dall’Italia un ponte verso l’Argentina
(Foto di Manuela Pita)

Parte il corso di formazione per Osservatori dei Diritti Umani

A seguito dell’aggravarsi della situazione dei Diritti Umani in Argentina, con l’arresto di militanti dell’organizzazione Tupac Amaru a Mendoza e le ulteriori accuse rivolte alla loro leader indigena Milagro Sala, partirà a Roma un corso di formazione per osservatori di Diritti Umani con il fine di formare un gruppo di lavoro e dar vita ad alcune missioni in Argentina coordinando il lavoro con le organizzazioni locali impegnate sul fronte dei Diritti Umani.

L’iniziativa è sorta durante le riprese del documentario sulla Tupac Amaru “Welcome to the Cantri” girate lo scorso febbraio in Argentina per opera di un gruppo di attivisti del Nuovo Umanesimo.

I realizzatori, insieme al Comitato italiano per la Liberazione di Milagro Sala, promuovono così un corso aperto a tutti gli interessati che si svolgerà ogni lunedì dalle 18 alle 20 in Via degli Equi 45 (San Lorenzo, Roma), presso la sede di Energia per i Diritti Umani.

Durante il corso sono previsti interventi di esperti e giornalisti per i Diritti Umani e la collaborazione dell’agenzia stampa internazionale Pressenza. Verrà presentato il contesto argentino e la sua critica situazione in merito al rispetto dei diritti. Ci saranno anche delle lezioni e degli approfondimenti sulla lingua spagnola e anche della formazione ai partecipanti per muoversi in situazione di conflitto sociale.

L’invio di osservatori dei Diritti Umani in Argentina è quanto mai urgente considerando che organizzazioni come Amnesty International, Human Right Watch e anche il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria dell’ONU sono intervenute ripetutamente sulla questione.

Per partecipare: fedepalu2@gmail.com – Tel. 3891494050 – Facebook: welcometothecantri

“I Diritti Umani non appartengono al passato, stanno nel futuro attraendo l’intenzionalità, alimentando una lotta che si ravviva ad ogni nuova violazione del destino dell’essere umano. Pertanto, qualunque rivendicazione di tali diritti è sempre valida giacché mostra che gli attuali poteri non sono onnipotenti e che non controllano il futuro…”  (Silo)

fonte controlacrisi.org

Autore Giacomo Pellini

La stampa a li chiama ‘killer robot’. Sono i droni militari. Per ora usati a scopo civile, ma presto potrebbero essere impiegati anche nel militare. Il tutto in segreto e nonostante la contrarietà dell’opinione pubblica

Quindici anni fa, il 4 febbraio del 2002, nei pressi della città di Khost in Afghanistan, un drone americano lanciava un missile Helfire contro tre uomini, uccidendoli. Si tratta del primo attacco effettuato da un velivolo a pilotaggio remoto. Il drone era sulle tracce di Bin Laden, ma con ogni probabilità le vittime non erano terroristi, ma uomini intenti a recuperare metallo.

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E' uscito il numero 82 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n82-s.pdf

In questo numero:

Giorni di festa ma non per tutti. L’illusione del commercio senza limiti
di Enrico Rossi

Pensioni in Brasile
a cura di Teresa Isenburg

“Il mondo al tempo dei quanti”. Perché il futuro non è più quello di una volta
Recensione del libro di Mario Agostinelli e Debora Rizzuto di Luigi Mosca,
direttore laboratorio Fisica delle Particelle di Modane (France)

fonte SBILANCIAMOCI
Autore: Giovanni Balcet
Il neo-mercantilismo di Trump segna la fine della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni. È il sintomo più profondo del declino della potenza americana in campo economico
La politica protezionista annunciata il 31 marzo da Donald Trump fa seguito a una lunga serie di misure puntuali di ritorsione commerciale, e non è immediatamente operativa: è tuttavia un messaggio politico molto chiaro e molto grave, e rappresenta una svolta sostanziale. Annuncia la fine di un’epoca, quella degli Stati Uniti motore del liberoscambio, iniziata ai tempi di Franklin Delano Roosevelt e sviluppatasi durante la seconda guerra mondiale e nel dopoguerra, fino al nuovo secolo. In tutti questi decenni, l’opzione a favore della liberalizzazione del commercio internazionale ha accompagnato costantemente l’ascesa degli Stati Uniti come superpotenza mondiale, economica e politica. Il cambiamento di rotta è tale da non poter essere in alcun modo sottovalutato.

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Nel mese di gennaio, funzionari delle autorità locali e la direzione della società per servizi petroliferi, OCC, hanno cercato di soffocare una pacifica protesta di massa dei lavoratori. Questa società fa parte della KazMunaiGas, la più grande società petrolifera e di gas del Kazakhstan.

Hanno arrestato due dirigenti sindacali Amin Yeleusinov e Nurbek Kushakbayev. Sono stati accusati in base al codice penale repressivo di aver indetto uno sciopero.

Agli inizi di aprile,  Kushakbayev è stato condannato a due anni e mezzo di lavori correttivi in una colonia.

Il giudice ha, inoltre, sostenuto la richiesta di indennizzo della società per un valore di circa 80.000 dollari per presunti danni.

L’OCC ha avviato licenziamenti di massa dei lavoratori che hanno partecipato alle proteste.

Questo è scandaloso e dobbiamo denunciarlo.

Insieme alla Confederazione Internazionale dei Sindacati e al sindacato globale, IndustriaALL, abbiamo lanciato una campagna online con la quale chiediamo che la società ritiri le sue richieste di indennizzo, fermi la repressione e avvii il dialogo con i lavoratori.

Per favore, dimostrate il vostro sostegno cliccando qui:

https://www.labourstartcampaigns.net/show_campaign.cgi?c=3425

Per favore, condividete questa campagna con i vostri amici, parenti e colleghi del sindacato.

Grazie

Eric Lee

Il portavoce del presidente russo Dmitry Peskov ha commentato i piani della Serbia di comprare dalla Russia i sistemi missilistici S-300; ha dichiarato che il tema della cooperazione tecnico-militare (VCO) appare nell'agenda delle comunicazioni di alto livello.

"Il tema della cooperazione tecnico-militare è legato ad una serie di questioni molto sensibili. Certamente esso si trova all'ordine del giorno nelle comunicazioni di alto livello" ha risposto Peskov alla domanda se la questione delle consegne degli S-300 sia stata discussa con il presidente serbo.

La scorsa domenica il Premier serbo Aleksandr Vucic ha dichiarato che Belgrado ha bisogno di due divisioni di sistemi missilistici antiaerei S-300 e un reggimento di comando, e il loro acquisto è in corso di valutazione con la Russia e la Bielorussia. Il presidente serbo ha personalmente parlato con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente bielorusso Alexander Lukashenko.
FONTE SPUTNIK

Commento di Editor
Inquietante questa volontà del governo serbo di acquistare missili S-300 russi. Chi sono nell'immaginario del governo serbo i nemici da cui difendersi con questo sistema d'arma ?
Sulle concrete motivazioni per un acquisto importante di un sistema d'arma così potente da un paese economicamente modesto sarebbe opportuno avere maggiori conoscenze. Cosa dice in merito  la rappresentante dell'Europa Mogherini ? La crescita delle tensioni proprio nell'area balcanica, zona faglia tra occidente e medio oriente è motivo di seria preoccupazione. 

Alcune caratteristiche di questo sistema d'arma.

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fonte ANSA.IT

LA SCRITTRICE ASLI ERDOGAN: ‘LA TURCHIA? UN REGIME KAFKIANO’

136 giorni passati nelle prigioni della Turchia per "terrorismo". Colpi sparati? Zero: del resto, si dichiara anti-militarista e professa l'obiezione di coscienza, vietatissima da queste parti. Azioni clandestine? Nessuna, secondo i suoi stessi accusatori. Parole? Di quelle, a fiumi: come si conviene a una scrittrice. Asli Erdogan, cinquant'anni appena compiuti, autrice pluripremiata e tradotta in 17 lingue (in Italia con Il mandarino meraviglioso, ed. Keller), è diventata il simbolo delle centinaia di intellettuali colpiti dalla repressione nella Turchia post-golpe. “Un paradosso per una scrittrice esistenzialista”, come si definisce in un'intervista all'ANSA. Parla senza quasi mai smettere di gesticolare, agitando spesso la sigaretta spenta, tra pile di libri ammucchiati all’ultimo piano di un’importane casa editrice nel centro di Istanbul: "Non mi considero una figura politica. Ma adesso non mi tiro indietro. Non posso tacere, perché la mia esposizione serve a parlare di tutti gli oppressi".

Al presidente Erdogan, la lega solo un'omonimia. Non potrebbero essere più diversi. "So di rappresentare tutto quello da cui è ossessionato: provengo dalle cosiddette élites laiche, sono una donna indipendente, e soprattutto una turca che si batte per i diritti di tutti, anche dei curdi, pur non essendo curda. Per questo mi considerano ancora più pericolosa".

Per i magistrati che l’accusano, e per lei chiedono l’ergastolo, il corpo del reato di Asli Erdogan è il suo nome stampato sulla gerenza e sugli articoli di Ozgur Gundem, quotidiano filo-curdo chiuso dopo il golpe, di cui è stata per anni tra i consulenti. Su questa base, le rimproverano legami con i "terroristi" del Pkk. "Il giornale era sotto pressione, così è stata avviata una campagna di solidarietà per la libertà di stampa. Molti intellettuali hanno fatto simbolicamente il direttore per un giorno. Anche loro ne hanno pagato le conseguenze. In quel caso è stato un abuso della legge, ma nel mio una punizione totalmente illegittima: tutti gli avvocati mi hanno assicurato che un semplice consulente non può essere considerato legalmente responsabile”.

Un mese dopo il putsch andato a vuoto il 15 luglio, Asli Erdogan è finita in manette: “Hanno fatto irruzione in casa mia e mi hanno arrestata con la più grave delle accuse: quella di far parte di un’organizzazione terroristica”. Da lì, è iniziato il suo incubo. “Mi hanno lasciata in una cella di isolamento per 5 giorni. La prigione di Bakirkoy, dove ero detenuta, ospita per lo più prigioniere comuni. Ma io potevo solo decidere se stare nella sezione delle detenute del Pkk o con quella di estrema sinistra”. Ha scelto le prime.

Giorno dopo giorno, è stata costretta a fare i conti con la nuova vita in carcere. La sua casa è diventata la cella numero 16, condivisa con una giovane militante curda. Quella stessa stanza di pochi metri quadrati, prima di lei l’aveva occupata Esra Mungan, nota docente di psicologia cognitiva alla prestigiosa università del Bosforo di Istanbul, arrestata perché promotrice dell’appello degli ‘Accademici per la Pace’, che chiedevano la fine delle operazioni militari contro il Pkk. Il presidente Erdogan li aveva definiti “traditori della patria”, invocando per loro una dura punizione. E la professoressa, puntualmente, è finita in prigione. In quella cella è rimasta per oltre un mese, prima di poter riabbracciare – letteralmente – i suoi studenti, che l’aspettavano emozionati fuori dal carcere. Da lei, Asli ha ereditato uno di quei rituali che sembrano dare un senso alle lunghe giornate in prigione: “Oltre le sbarre della finestra, c’era un piccione a cui dava da mangiare ogni giorno. Era così abituato alla sua presenza che continuava a tornare anche quando non c’era più. Allora me ne sono presa cura io”.

Come si vive oggi in un carcere turco, “neppure tra i più duri”, Asli Erdogan lo racconta nel dettaglio: “Prima dello stato d’emergenza si potevano avere 3 visitatori esterni, ora è permesso solo ai familiari più stretti, e io ho solo mia madre. Ti permettono di fare una telefonata di 10 minuti a una sola persona ogni 2 settimane. Puoi avere al massimo 15 libri. Io ho dovuto abbandonarne molti che la gente mi mandava. La carta per scrivere? Quella potevamo comprarla al negozio della prigione, ma io spendevo quasi tutto in sigarette”, ammette sorridendo.

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fonte PRESSENZA.COM

10.04.2017 - Riccardo Petrella

All’erta: stanno criminalizzando i diritti

La criminalizzazione dei migranti, degli impoveriti ed esclusi, dei cittadini manifestanti è la fine della giustizia, della democrazia della libertà.

Alcuni giorni fa, a Ventimiglia, diverse persone sono state condannate per aver dato del cibo agli immigranti. In certi comuni italiani, agire con carità è diventato un atto criminale. Gli immigranti sono persone non grate. Da anni anche la criminalizzazione degli impoveriti, degli esclusi, della “gente di viaggio” (specie i Rom) è un fenomeno diffuso, non solo nel nostro paese. I “senza casa”, per esempio,  sono sistematicamente rigettati dal “soggiorno” in luoghi pubblici accusati di insudiciare il decoro delle nostre città. Infine, ora, la semplice intenzione, di partecipare ad una manifestazione pubblica autorizzata può, addirittura, “giustificare” l’interdizione di manifestare in pubblico e l’ingiunzione di un ritorno obbligatorio (il foglio di via) al proprio luogo di residenza. Incredibile, eppure ciò è accaduto il 25 marzo scorso in occasione delle manifestazioni per il 60° anniversario dei trattati di Roma. Tre pullman di manifestanti sono stati fermati per controlli di polizia e successivamente condotti presso il centro di Tor Cervara dove i manifestanti sono stati trattenuti per ore inibendo cosi loro la partecipazione al corteo. Nel corso delle perquisizioni sarebbe stato rinvenuto un coltellino da formaggio. A ventitre “manifestanti intenzionali” trattenuti erano stati preventivamente notificati fogli di via per il periodo di 3 anni; trattasi di persone incensurate a cui non è stato contestato alcun comportamento illegale.

Lo stesso sta accadendo in queste settimane ai cittadini del Salento che manifestano, insieme ai loro sindaci, contro la costruzione del gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline). Questa prevede lo sradicamento di centinaia di ulivi secolari e la perforazione del terreno lungo spiagge non ancora devastate e in zone agricole, con grave pregiudizio per il patrimonio paesaggistico e naturale e le attività turistiche ed agricole del salentino.

Opporsi ad una decisione governativa, usando il diritto di libertà di pensiero e di opinione non per rigettare gli altri, non per far violenza contro i più deboli, i più fragili, non per praticare l’odio e la guerra economica competitiva fra i popoli, ma per difendere i diritti umani e della natura, la giustizia e la democrazia, è considerato oramai un atto criminale. Come nel caso delle manifestazioni anti-TAV, i cittadini che manifestano rispettando la democrazia e i diritti sono minacciati di condanne per atti “sovversivi” contro lo stato in nome del denaro, dietro l’alibi mistificatore dello “sviluppo” e del “benessere economico” (dei pochi e per i potenti).

I tre fenomeni di criminalizzazione descritti sono una dimostrazione gravissima della violenza sempre più senza limiti operata contro i cittadini dalle oligarchie che hanno preso il potere in Italia ed in Europa nel corso degli ultimi trent’anni. È urgente lottare affinché i nostri giovani non debbano gridare fra alcuni anni, come dovette fare il popolo francese nel 1792 contro gli oppressori interni ed esterni, “Aux armes citoyens”. La rivolta armata, la guerra civile, non sono il nostro futuro né debbono diventarlo.

fonte controlacrisi.org

Nel 2016 11 milioni di italiani hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie a causa di difficoltà economiche, ben 2 milioni in più rispetto al 2012. Nello stesso tempo i cittadini vengono spinti a rivolgersi al privato per prestazioni sanitarie che il sistema pubblico non viene messo in condizione di erogare.Oggi si terrà la giornata europea di azione contro la commercializzazione della salute “Our Health Is Not For Sale” – “La nostra Salute non è in vendita”.

Clicca qui per ascoltare intervista a Chiara Bodini, che coordina le iniziative italiane.

Una prima edizione si è già tenuta nel 2016. Allora la partecipazione fu limitata a tre/quattro paesi. Nel 2017, l'obiettivo è quello di avere azioni significative e visibili in 7 o 8 paesi europei. In Italia ci saranno almeno una ventina di appuntamenti, tra cui un incontro a Bologna. Questi i punti salienti della piattaforma dal punto di vista del metodo: mobilitare gli operatori sanitari; raforzare la fiducia sulle vittorie possibili, così come proporre alternative; essere il più vicino possibile lotte/esigenze locali; sfruttare l'occasione per fare educazione popolare.

Il Comitato per il No nel referendum costituzionale e il Comitato contro l'Italicum, tra gli altri, hanno deciso di aderire alla giornata europea, nella convinzione che occorra «arrestare i tagli al sistema pubblico ed anzi invertire la tendenza per garantire un livello accettabile e moderno di tutela della salute a tutte e a tutti, che dovrebbe essere uno dei parametri essenziali di attuazione dei principi fondamentali della Costituzione».

I due comitati ritengono invece che «difendere ed estendere il Sistema sanitario pubblico in Italia sia un punto essenziale per la realizzazione del diritto alla salute sancito dall’art. 32 della Costituzione italiana che impegna tutti gli organi dello Stato a tutelare la salute “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, garantendo cure gratuite agli indigenti».

Nel manifesto italiano di convocazione delle iniziative al primo punto c'è scritto: "Non è vero che la sanità pubblica è insostenibile. Un sistema sanitario è tanto sostenibile quanto si vuole che lo sia. Secondo le valutazioni dell'OMS degli ultimi dieci anni, gli indicatori di salute dimostrano che il sistema sanitario in Italia è stato efficace e meno costoso che nella maggior parte dei Paesi occidentali ad alta industrializzazione. Un sistema sanitario sostenibile non prevede l'utilizzo illimitato delle risorse ma persegue il fine di determinare la migliore e più adatta risposta ai differenti bisogni".

Lelio Demichelis

fakenews-1Da sempre il potere vive di fake news e di post-verità, anche se un tempo si chiamavano in altro modo. Scriveva Thomas Hobbes: «vero e falso sono attributi delle parole, non delle cose». Ovvero, ciò che è vero è contenuto all’interno dello stesso discorso linguistico adottato dal potere per definire i fenomeni della realtà, che possono essere modificati, trasformati, aggirati, nascosti, mascherati. Cioè, non è vero ciò che è vero ma ciò che si dice (e si fa credere) essere vero . In questo modo, Hobbes rovescia il principio di Platone – nel mito della caverna - per il quale invece: «Vero è il discorso che dice le cose che sono come sono; quello che le dice come non sono, è falso». Entrambi usano il concetto di discorso. Ma in modi radicalmente opposti. Perché è evidente che quello usato da Hobbes sconfina nella manipolazione, o nell’ideologia e nella religione, certamente nel totalitarismo (forma moderna di stato assoluto), e oggi appunto nelle fake news e nella post-verità, che resta verità (anche se non lo è) fino a quando non si dimostra che è una falsità. Michel Foucault li definiva meccanismi di veridizione, procedimenti discorsivi utili appunto a trasformare in vero anche ciò che in realtà vero non è ma è utile a legittimare un determinato potere, come oggi quello della Silicon Valley (in ciò che è e in ciò che rappresenta – nel senso di mettere in scena se stessa). Anche la pubblicità è una forma di fake truth, utile appunto a legittimare il capitalismo (il potere).

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Dopo 151 giorni di carcere preventivo, deciso sulla base dello stato di emergenza seguito al tentato golpe dello scorso luglio, la procura di Istanbul ha accusato di golpismo giornalisti e dirigenti del quotidiano Cumhuriyet e presentato la richiesta di rinvio a giudizio per 19 imputati, in testa alla lista dei quali figura l’ex direttore Can Dundar, attualmente in Germania e già in carcere tra novembre 2015 e gennaio 2016 per un’altra vicenda.

Le richieste del pubblico ministero, segnala sul suo sito la Fnsi, variano tra i 7 anni e 6 mesi e i 15 anni di reclusione per Dundar, il suo successore alla direzione del quotidiano Murat Sabuncu e i membri del consiglio direttivo Kadri Gursel, Aydin Engin, Gunseli Ozaltay e Bulent Yener, tutti accusati di far parte di un’organizzazione terroristica armata e aver fornito sostegno a organizzazioni terroristiche senza esserne membri.

SEGUE SU FONTE  PRIMA

 

FONTE PRESSENZA.COM

Il 23 marzo, presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi “Roma Tre” si è svolto l’incontro “Diritti Umani in Argentina”, una riflessione sui passi avanti realizzati nell’ultimo decennio in materia di diritti umani e sulle forti preoccupazioni emerse ultimamente circa i rischi di un’involuzione in questo settore.
La transizione dal kirchnerismo al “macrismo”, inaugurato dalla vittoria di Mauricio Macri alle presidenziali argentine nel 2015,è avvenuta in modo rapido e tutt’altro che indolore. Cristina Kirchner ha concluso il suo mandato tra accuse di corruzione e scelte che hanno spinto parte del suo elettorato a non rinnovare la fiducia alla sua coalizione, il Frente para la Victoria. Innegabili, comunque, i miglioramenti in materia di tutela dei diritti civili e politici registratisi negli ultimi anni. Si deve infatti a Nestor Kirchner, predecessore di Cristina, l’abolizione delle leggi che avevano garantito fino a quel momento l’impunità ai responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani compiute durante l’ultima dittatura militare, una tra le più spietate del Novecento. Negli ultimi anni sono state emesse centinaia di sentenze di condanna, nell’ambito di altrettanti processi, portati avanti spesso con difficoltà e timore da parte dei testimoni. Si è trattato di un passo avanti importante nella direzione del raggiungimento di quella giustizia che da decenni settori della società argentina chiedono venga assicurata. Giustizia che costituisce premessa necessaria per una ricomposizione delle fratture che da molto tempo dividono la popolazione.

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FONTE PREESSENZA.COM

28.03.2017 - Diego Guardiani - Pressenza Berlin

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Tedesco

Evento con Pablo Iglesias a Berlino per la sanità pubblica in Spagna
(Foto di Diego Guardiani)

Sabato scorso si è tenuto a Berlino, di fronte alla Porta di Brandeburgo, un evento organizzato da membri del locale circolo di Podemos, con la partecipazione di Pablo Iglesias, Segretario Generale di Podemos e Irene Montero, deputata per Madrid. Si è contestata la recente decisione del governo Rajoy di abolire il diritto universale alla sanità in Spagna. La tessera sanitaria europea infatti non è più garantita e viene sostituita da un certificato temporaneo valido per tre mesi, spesso non accettato dai medici in Germania.

Di conseguenza molti immigrati spagnoli non ancora perfettamente in regola con il sistema sociale e sanitario tedesco hanno difficoltà a ottenere l’assistenza sanitaria e sono persino soggetti a multe all’atto di registrarsi presso una Krankenkasse [cassa malattia, NdT]. Più di 350.000 persone sono emigrate dalla Spagna dal 2012, di cui più di 45.000 solo verso la Germania.

Iglesias è stato molto aperto e disponibile ad ascoltare le istanze e i problemi quotidiani della comunità spagnola a Berlino. Ho potuto notare in molte persone un forte senso di impotenza. Ha inoltre rilasciato interviste alla TV spagnola, ma purtroppo ha poi abbandonato la piazza senza tenere un discorso pubblico.

In contemporanea si teneva alla Porta di Brandeburgo, come in molte altre città europee, l’affollata manifestazione pro-europeista “March for Europe”, celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, che segnano la nascita della CEE nel 1957.

Foto: Diego Guardiani

FONTE CARMILLAONLINE

Pubblicato il · in Interventi ·

di Associazione Antigone Emilia-Romagna

Pawel-Kuczynski1I decreti sulla Sicurezza delle città e sull’Immigrazione – recentemente emanati dal governo italiano con la firma del Ministro dell’interno Minniti – rispondono alla logica di contenere ed escludere una parte della popolazione.
La soluzione proposta si configura come risposta repressiva e semplicistica a fenomeni sociali complessi correlati, da un lato, a una gestione miope dei flussi migratori e, dall’altro, alla prolungata e intensa crisi economica e sociale che continua a produrre i soggetti marginali che risultano poi i principali destinatari di queste misure.

Questi decreti si pongono in continuità rispetto al delinearsi di un paradigma della sicurezza pervasivo e dannoso, ma allo stesso tempo evidentemente funzionale alle forze politiche – di destra e di sinistra – che cercano un riscontro rapido in termini di consenso elettorale.
Ma non è più solo quella della paura la logica organizzatrice delle misure qui proposte: riemerge la difesa del decoro.
I decreti in questo senso forniscono una nuova occasione di dibattito su alcune questioni fondamentali relative alla regolamentazione verticale degli spazi urbani e delle interazioni sociali che vi prendono corpo:

Chi definisce che cos’è uno spazio pubblico, chi ha diritto ad attraversarlo e chi ne può venire escluso?
Chi ha il potere di definire decoro e sicurezza?
Chi in definitiva ha diritto di parola rispetto a questi temi?
E’ sufficiente essere parte della cittadinanza che deve essere “rassicurata”?

Dopo alcuni anni di allentamento, sembra tornare in auge l’idea che la sicurezza urbana possa derivare dal mero abbassamento dei rischi (percepiti) di vittimizzazione da criminalità di strada, ottenibile con misure repressive e in alcuni casi attraverso misure di prevenzione situazionale1.
Questa narrativa, ormai classica, comprime il ruolo dello Stato all’interno di uno schema di rassicurazione autoritaria che si avvale in primis degli strumenti del penale e, sempre più, anche di dispositivi di matrice amministrativa, dall’assai rilevante portato repressivo e afflittivo.

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Income inequalities and employment patterns in Europe before and after the Great Recession

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fonte Eurofou
This report addresses growing concerns about income inequalities in academic and policy debates by offering a comprehensive study of income inequalities during the years of the Great Recession starting in 2008–2009 (income data relating to 2004–2013). It has the twofold objective of adopting an EU-wide perspective and providing an updated picture of inequalities across different sources of income and in most Member States. The results show that EU-wide income inequality declined notably prior to 2008, driven by a strong process of income convergence between European countries – but the Great Recession broke this trend and pushed inequalities upwards both for the EU as a whole and across most countries. While previous studies have pointed to widening wage differentials as the main driver behind the long-term trend towards growing household disposable income inequalities across many European countries, this report identifies unemployment and its associated decline in labour income as the main reason behind the inequality surges occurring in recent years. Real income levels have declined and the middle classes have been squeezed from the onset of the crisis across most European countries. The role played by the family pooling of income in reducing inequalities and the impact of European welfare policies in cushioning the effect of economic turbulences on the distribution of income are also explored. An executive summary is also available - see Related content.

Authors: Fernández-Macías, EnriqueVacas‑Soriano, Carlos
Number of Pages: 70
Document Type: Report
Reference No: EF1663
Published on: 13 March 2017
ISBN: 978-92-897-1573-7
Catalogue: TJ-02-17-166-EN-N
DOI: 10.2806/370969
Topic: Economic crisisFamiliesIncome inequalityLabour market changeLow income householdsRecessionWelfare State

Mining: initial study shows trade unions save lives

fonte  INDUSTRIEALL

14.03.2017

The findings of a preliminary study have confirmed IndustriALL Global Union’s global campaign message on mine health and safety - trade unions save lives.

New research has found strong evidence that health and safety representatives supported by a trade union were more effective in getting important safety matters addressed and resolved than health and safety representatives acting on their own.

The comparative research project, led by Professor David Walters from Cardiff University, was based on the experiences of worker health and safety representatives in five countries: Australia, Canada, India, Indonesia and South Africa. The research involved interviews with trade unions nationally and regionally, miners, and government inspectors, as well as other key parties.

The research also showed that mine management is not playing its facilitation role, and as a result health and safety representatives are denied the benefits of that support.

“This welcome research reinforces our message that trade unions play a critical role in health and safety awareness and training. We believe that workers have rights, employers an obligation and governments a responsibility to improve safety in mining,” said IndustriALL’s Mining Director, Glen Mpufane.

The present global research report, which is the first of a two stage research project, represents an initial scoping study concerned with the role of worker representation in mines in a range of national economies and how that role is supported or constrained locally, nationally and globally.

The study seeks to determine how the four basic health and safety worker rights contained in International Labour Organziation’s (ILO) Convention 176 are encouraged or restricted. These four basic worker rights are:

  1. The right to refuse to do dangerous work.
  2. The right to education and training.
  3. The right to information.
  4. The right to representation and participation.

The authors of the research, Professor Walters, and Professor Richard Johnstone from the Faculty of Law at Queensland University of Technology/Australian National University delivered the preliminary findings at an FES funded workshop on 7 March held in Johannesburg, South Africa. The workshop, organized by the University of the Witwatersrand’s Centre for Sustainability in Mining and Industry, together with IndustriALL, was attended by health and safety representatives and officials from the National Union of Mineworkers (NUM), National Union of Metalworkers of South Africa (NUMSA), the ILO’s East and Southern Africa Office, the Chamber of Mines of South Africa, and health and safety training practitioners.

Manifestazione a Londra in difesa del Servizio Sanitario Nazionale
04.03.2017 - Pressenza London

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

Manifestazione a Londra in difesa del Servizio Sanitario Nazionale

250.000 persone hanno manifestato oggi a Londra per protestare contro ulteriori tagli ai servizi sanitari e sociali e la potenziale privatizzazione del servizio sanitario nazionale (NHS), minacciato da tagli da 20 miliardi di sterline richiesti dal governo entro il 2020. E’ stata uno dei più grandi raduni della storia per salvare il servizio sanitario. Secondo gli organizzatori “continuare con l’austerità significa un rischio per la sicurezza dei pazienti e del servizio.” Alcuni attivisti chiedevano di destinare al NHS i fondi per il costosissimo rinnovo del programma di missili nucleari Trident.

In migliaia sono arrivati a Londra in treno e pulman da Liverpool, Manchester, Preston, Southampton, Portsmouth, Norwich, Cambridge, Derby, Nottingham, Brighton, Bristol, Exeter, Birmingham, Stoke, Newcastle, Carlisle, Leeds, Sheffield, York e dall’isola di Wight.

Il leader laburista Jeremy Corbyn si è rivolto alla folla in Parliament Square, incitandola a difendere il NHS con tutta la forza possibile. “Difendere il NHS significa difendere un valore umano fondamentale, un diritto umano fondamentale” ha detto. Corbyn ha poi ringraziato tutti i lavoratori del NHS per il loro contributo all’”istituzione più civile del paese. Il NHS è in crisi” ha aggiunto. “In crisi a causa dei finanziamenti insufficienti all’assistenza sociale, così che la gente non riceve l’attenzione e l’appoggio di cui ha bisogno. Ci sono persone costrette ad aspettare in barella e altri che aspettano ore al pronto soccorso. La colpa non è del personale, ma di un governo che ha fatto una scelta politica. Non ti giri dall’altra parte quando qualcuno è in difficoltà o ha bisogno di aiuto.”

Fonte  effimera.org

Il filo aggrovigliato del possibile

È possibile ridurre l’infinita complessità delle forme sociali in caotica evoluzione a una tendenza centrale, a un attrattore universale del divenire del mondo? Dal punto di vista filosofico non è legittimo farlo, perché occorre mantenere ben fermo il principio di un eccesso infinito e perciò irriducibile del divenire rispetto al conosciuto.

Ma dal punto di vista dell’orientamento nel divenire sociale sì, possiamo anzi dobbiamo farlo. Un gesto interrompe il regresso ad infinitum e inaugura l’azione di cui parla Virno in E così via all’infinito.

Dobbiamo cercare un bandolo dell’intricata matassa, per sapere su quali leve agire, ammesso che siamo in tempo per farlo (e non è detto), ammesso che possediamo la potenza per farlo (e non è detto).

La celebratissima undicesima tesi su Feuerbach, il pilastro centrale della metodologia rivoluzionaria dell’ultimo secolo e mezzo forse andrebbe semplicemente rovesciata.

“Finora i filosofi hanno interpretato il mondo si tratta ora di cambiarlo.” scriveva Marx, e i filosofi dell’ultimo secolo ci hanno provato. I risultati sono catastrofici, se guardiamo al panorama del secolo ventunesimo che ormai dispiega le sue fattezze orribili, più orribili di quanto fosse lecito aspettare.

Compito dei filosofi non è cambiare il mondo, che è anche una frase del cazzo se me lo permettete, visto che il mondo cambia continuamente e non c’è bisogno né di me né di te per cambiarlo. Compito dei filosofi è interpretarlo, cioè cogliere la tendenza e soprattutto enunciare le possibilità che vi sono iscritte. È compito precipuo dei filosofi perché l’occhio dei politici non vede il possibile, attratto com’è dal probabile. E il probabile non è amico del possibile: il probabile è la Gestalt che ci permette di vedere quel che già conosciamo, e al tempo stesso ci impedisce di vedere ciò che non conosciamo eppure è lì davanti ai nostri occhi.

Cogliere il possibile, vedere dentro l’intrico del presente il filo che permette di sciogliere i nodi. Se non cogli quel filo allora i nodi si stringono, e prima o poi ti strangolano.

Abbiamo pensato che fosse più importante cambiare il mondo che interpretarlo, così che nessuno ha interpretato il groviglio che si è costituito a partire dal decennio della grande rivolta. Qualcuno sì c’ha provato, minoritario e quasi solitario. Qualcuno ha detto: il filo essenziale del groviglio presente è quello che collega il sapere la tecnologia e il lavoro.

Il filo essenziale è quello che libera il tempo dal lavoro grazie all’evoluzione del sapere applicato in forma tecnologica.

Il solo modo per evitare che il filo si aggrovigli fino a diventare un nodo inestricabile è seguire il metodo che Marx suggerisce in un altro (meno celebrato ma più attuale) testo, il Frammento sulle macchine. Trasformare la tendenza verso la riduzione del tempo di lavoro necessario in processo attivo di riduzione del tempo di lavoro a parità di ricchezza. Liberare il tempo di vita dal vincolo del salario. Scollegare la sopravvivenza dal lavoro, abbandonare la superstizione centrale dell’epoca moderna, quella che sottomette la vita al lavoro.

Nel Frammento Marx interpreta, non pretende di cambiare, vuole semplicemente indicare quello che è possibile leggendo nelle viscere del rapporto tra sapere tecnologia e tempo di lavoro. Abbiamo pensato che si potesse sfuggire alla catastrofe incaponendoci a cambiare il mondo, e dimenticando la questione centrale, l’unica capace di dirimere il groviglio.

Di fronte alla tendenza verso la riduzione del tempo di lavoro necessario, che si manifestò fin dagli anni ’80 come tendenza principale, il movimento operaio ha pensato che si trattasse di resistere. Mai parola fu più disgraziata, più perniciosa per l’intelligenza. Resistere alla tendenza e cambiare il mondo: bella coppia di scemenze.

La riscossa degli impotenti

Il movimento operaio ha difeso l’occupazione e la composizione esistente del lavoro, così che la tecnologia è apparsa come un nemico dei lavoratori, e il capitale se n’è impadronito per accrescere lo sfruttamento e per legare a un lavoro inutile i destini della società.

Tutti i governi del mondo hanno predicato la necessità di lavorare di più proprio quando era il momento di organizzare la fuoriuscita dal regime del lavoro salariato, proprio quando era il momento di trasferire il tempo umano dalla sfera della prestazione alla sfera della cura di sé.

L’effetto è stato un enorme sovraccarico di stress, e un impoverimento della società. Dato che di lavoratori non ce n’era più bisogno il lavoro si è deprezzato, costa sempre meno ed è sempre più precario e disgraziato.

I lavoratori ci hanno provato con la democrazia e con la sinistra a fermare l’offensiva liberista, ma hanno soltanto misurato l’impotenza della democrazia mentre la sinistra predicava la competizione, la privatizzazione, prometteva lavoro e procurava precarietà.

Alla fine i lavoratori si sono imbestialiti, e il risultato è la riscossa degli impotenti che sta rovesciando l’ordine liberista, la riscossa di coloro che il neoliberismo ha privato della gioia di vivere. Costretti a lavorare sempre di più, a guadagnare sempre di meno, privati del tempo per godere la vita e per conoscere la dolcezza degli altri esseri umani in condizione non competitiva, privati di accesso al sapere, costretti a rivolgersi alle agenzie mediatiche di propagazione dell’ignoranza, e infine convinti per ignoranza che il loro nemico sono quelli più impotenti di loro.

Si fermerà questa onda idiota? Non si fermerà fin quando non avrà esaurito la sua energia che proviene dall’impotenza, e dalla rabbia che nasce dall’impotenza. La classe sociale che ha portato al potere Trump per reagire alla depressione non ci guadagnerà molto. Qualcosa sì, all’inizio. Per esempio invece di assumere 2.200 lavoratori in uno stabilimento messicano la Ford è stata costretta ad assumerne 700 in una fabbrica sul territorio degli Stati Uniti. Bel guadagno.

Ma se gli operai internazionalisti erano capaci di solidarietà, gli impotenti non conoscono quella parola, al punto che l’hanno ribattezzata buonismo. A un certo punto coloro che hanno votato per Trump (o per i molti Trump che proliferano in Europa) si accorgeranno che il loro salario non aumenta, e che lo sfruttamento si fa più intenso. Ma allora non si ribelleranno contro il loro presidente, al contrario daranno la colpa ai messicani, oppure agli afroamericani oppure agli intellettuali del New York Times. L’onda è solo all’inizio e chi si illude di poterla contenere non ha capito bene. Quest’onda sta distruggendo tutto: la democrazia, la pace, la coscienza solidale e alla fine la sopravvivenza.

Dobbiamo sperare nella sinistra?

Ora anche coloro che hanno governato nei governi di centro-sinistra si stanno accorgendo del disastro che hanno combinato. Se ne accorgono soltanto perché l’onda li sta spazzando via.

Tutt’a un tratto, come risvegliati da un sogno, gli attori politici dei governi che hanno riformato i paesi europei secondo le linee del neoliberismo, e che hanno imposto la gabbia del Fiscal compact, scoprono il disastro e si lanciano alla rincorsa di un treno che se n’è andato da un pezzo.

Cosa possiamo aspettarci dall’evoluzione delle sinistre europee?

Un bell’articolo di Marco Revelli sul manifesto del 14 febbraio descriveva la crisi del situazione politica italiana in termini di psicopatia, o piuttosto di entropia del senso.

Il discorso di Revelli non va inteso come una metafora. La psicopatia non è una metafora, ma la descrizione scientifica dell’onda trumpista e (in maniera rovesciata) della decomposizione della sinistra.

Le zone sociali in cui Trump trionfa in Nord America sono quelle in cui la miseria psichica è più devastante. L’epidemia depressiva e il diluvio degli oppioidi, il consumo di eroina quintuplicato in un decennio, il picco di suicidi: questa è la condizione materiale della cosiddetta classe media americana, operai spremuti come limoni, disoccupati devastati dall’impotenza. Il fascismo trumpista nasce come reazione dell’inconscio maschile bianco all’impotenza sessuale e politica dell’epoca Obama.

Il presidente nero si presentò sulla scena dicendo: Yes we can. Ma l’esperienza ha mostrato che invece non possiamo più niente, neanche chiudere Guantanamo, neanche impedire agli squilibrati di comprare armi da guerra dal droghiere qui sotto, né uscire dalla guerra infinita di Bush.

La destra si alimenta di questa impotente reazione all’impotenza, la sinistra comincia a rendersi conto di quel che ha combinato, ma è troppo tardi.

O forse non è troppo tardi, semplicemente non si riesce a vedere che la soluzione del problema sta esattamente nella direzione contraria a quella che ha imposto il liberismo con l’aiuto decisivo della sinistra.

Dov’è la soluzione? La soluzione sta nel rapporto tra sapere tecnologia e lavoro, che rende il lavoro umano superfluo ma non scioglie il nodo del salario. L’aumento di produttività reso possibile dalle tecnologie da molto tempo ha avviato l’erosione del tempo di lavoro, ma ora l’inserimento dell’intelligenza artificiale nei congegni di automazione spazzerà via il lavoro di milioni di persone in ogni ambito della vita produttiva, ed è inutile opporre a questa tendenza inarrestabile la difesa del posto di lavoro. Soltanto un’offensiva culturale e politica per la riduzione del tempo di lavoro e per la rescissione del rapporto fra reddito e lavoro può sciogliere il nodo.

Non è un problema politico ma cognitivo, e psichico: si tratta propriamente di un doppio legame, o ingiunzione contraddittoria chiamala come vuoi. L’ingiunzione cui la sinistra soggiace (e che impone all’intera società) è l’obbligo sociale al lavoro dipendente, l’obbligo di scambiare tempo di vita per sopravvivere. Sciogliere questo vincolo epistemico e pratico è la premessa per dispiegare liberamente le energie cognitive verso il bene di tutti.

L’estinzione del lavoro è un processo che non si riesce ad elaborare ma si tenta di contrastare con effetti culturalmente e politicamente disastrosi.

I popoli si sentono minacciati e si convertono al nazionalismo, che si risolve in una forma semi-consapevole di suprematismo bianco.

Il precipizio europeo

Su questo sfondo la crisi europea resta come sospesa sull’orlo di un precipizio.

Le misure di austerity che dovevano stabilizzare il quadro finanziario hanno disastrato il quadro sociale fino al punto che ormai per la maggior parte della popolazione europea l’Unione Europea è diventato sinonimo di trappola. La democrazia si è mostrata impotente a contenere l’invadenza del sistema finanziario, e la frustrazione si è trasformata in un’onda torva in cui la competizione economica prende forme nazionaliste e razziste.

Sulla questione europea è mancata una strategia autonoma dei movimenti.

Nel 2005 la sinistra critica europea scelse di sostenere il “sì” al referendum sulla costituzione (ma di fatto sulla liberalizzazione del mercato del lavoro) che si tenne in Francia e in Olanda, e in questo modo consegnò al Front National lepenista la direzione della rivolta anti-finanziaria.

Da quel momento i movimenti sono stati paralizzati nell’alternativa tra globalismo liberista e nazionalismo sovranista.

Durante l’estate dell’umiliazione greca lo abbiamo visto bene: non c’è stato nessun movimento europeo, nessuna solidarietà politica col popolo greco.

I dirigenti della sinistra europea (a cominciare dall’italiano Renzi) hanno mostrato tutta la loro pochezza, ma il silenzio della società è stato ancor più agghiacciante. L’umiliazione greca (e l’auto-disprezzo che ha accompagnato da quel momento tutta la sinistra europea) ha provocato un definitivo cambiamento di percezione. Da allora il processo europeo fa paura, percepito come un predatore da cui proteggersi. La conseguenza del tutto prevedibile (anzi così prevedibile da ripetere il copione degli anni ’20 del secolo passato) è il ritorno del sovranismo nazionalista.

L’emergente nazionalismo europeo va però inserito in un contesto globale di tipo nuovo, che Sergey Lavrov ha definito post-west-order.

L’ordine occidentale (fondato sulla difesa della democrazia contro il socialismo sovietico) pare dileguarsi, ora che l’opposizione ideologica contro la Russia è sostituita da una sorta di patto suprematista bianco.

In un articolo pubblicato da The American Interest nel giugno 2016, Zbignew Brzesinski descrive il panorama dei prossimi anni secondo uno schema allarmante: Daesh potrebbe essere solo il primo segnale di una sollevazione di lungo periodo a carattere di volta in volta terrorista, nazionalista, fascista: l’inizio di una sorta di guerra civile planetaria.

I popoli devastati dalla violenza del colonialismo stanno avviando una rivolta contro la supremazia bianca.

In questo contesto la politica di Trump verso la Russia rivela un disegno strategico di tipo bianco suprematista. Trump procede in maniera contraddittoria con la Russia, ma il suo disegno strategico va in direzione dell’unità dei cristiani, dei bianchi, della razza guerriera superiore. Se c’è un filo di ragionamento nell’incubo distopico che Trump ha in mente, questo filo è il suprematismo bianco.

L’Europa è marcia ma noi facciamone un’altra

E’ probabile che questo incubo stia per inghiottire l’Europa. L’Unione europea è in agonia da tempo, presto inizierà la sua decomposizione.

Gli antidoti sembrano esauriti, e l’austerity non attenua la sua stretta.

Il nazionalismo appare come una vendetta che i popoli imbestialiti dall’impotenza hanno scatenato contro le sinistre neoliberali. E’ difficile pensare che l’onda possa fermarsi prima di avere esaurito le sue energie nella direzione che già si può intravvedere.

L’esito più probabile nel medio periodo è la guerra civile europea, nel contesto della guerra civile globale.

C’è una via d’uscita?

Solo degli idioti possono indicare la strada del ritorno alla sovranità nazionale, della moneta nazionale. E’ la ricetta che ci porterà a ripetere la guerra civile jugoslava su scala continentale.

La via d’uscita non sta certamente nelle mezze parole di autocritica mai esplicita che vengono fuori dalle bocche dei dirigenti della sinistra tedesca, francese, italiana. Né la via d’uscita sta nella promessa di un improbabile impegno per il salario di cittadinanza in un paese, la Francia, in cui i socialisti non hanno quasi alcuna possibilità di raggiungere il ballottaggio. (E nel caso che Hamon raggiungesse il ballottaggio la prima cosa che cancellerebbe dal suo programma sarebbe proprio il salario di cittadinanza).

La via d’uscita non sta nella campagna contro il Brexit che ha lanciato Tony Blair, criminale di guerra ed esecutore della devastazione neoliberista della società. In molti hanno votato Brexit proprio per odio e per vendetta contro questa sinistra. Io voterei per il Brexit, se l’alternativa è Tony Blair, e molti altri farebbero come me.

Ma allora c’è una via d’uscita dalla guerra civile europea?

La via d’uscita sta soltanto in un movimento gigantesco, in un risveglio cosciente della parte pensante della società europea. Resta soltanto la speranza che una minoranza rilevante della prima generazione connettiva trovi la strada della solidarietà e del sabotaggio. Solo l’occupazione di cento università europee, solo un’insurrezione del lavoro cognitivo potrebbe avviare una re-invenzione del progetto europeo. E’ improbabile, ma il possibile non è amico del probabile.

Occorre un movimento che prenda atto del fallimento che non è il nostro fallimento, non è il fallimento della generazione Erasmus, non è il fallimento dei lavoratori precari e cognitivi, è il fallimento della sinistra neoliberale, del ceto politico sottomesso al sistema finanziario.

Grazie a costoro l’Europa è morta, ma noi facciamone un’altra. Immediatamente, senza por tempo in mezzo, un’Europa sociale, un’Europa dell’uguaglianza e della libertà dal lavoro salariato.

* * * * *

Intervento preparato per l’Incontro Nazionale Universitario che si terrà il 12 marzo 2017 a Bologna in via Zamboni 38: È Tempo di riscatto!, organizzato da Collettivo Universitario Autonomo Bologna
Immagine in apertura: un’opera di Blu, a Melilla, in Spagna

Macri tuvo que dar explicaciones en España
El precio de tener presa a Milagro Sala
Como en cada lugar al que va, el Presidente se vio obligado a responder por la detención de la dirigente social. Insistió en que el caso "está en manos de la Justicia de Jujuy", a la que consideró "un Poder independiente". Macri no contestó el petitorio de Podemos en favor de la líder de la Tupac Amaru.

(Imagen: DyN)

En su visita a España Mauricio Macri sigue pagando un alto precio por mantener presa a Milagro Sala. Además de los reclamos de la oposición española y las protestas que hubo en Madrid por la liberación de la dirigente social, el Presidente se vio obligado hoy a dar explicaciones durante la conferencia de prensa conjunta que brindó con el primer ministro de ese país, Mariano Rajoy. "Es un tema que está en manos de la Justicia de Jujuy, que es un poder independiente", recurrió a su habitual latiguillo para tratar de quitarle toda connotación política a la detención de la líder de la Tupac Amaru. Eso sí, cuando le preguntaron por el venezolano Leopoldo López, afirmó que es un preso "político" y que en Venezuela "no se respetan las garantías individuales", y hasta llegó a decir que la defensa de los derechos humanos es una de "las banderas en las que creemos".

Por segundo día consecutivo, el tema de la detención de Sala se coló en la agenda de la visita de Macri a Madrid y no de la mejor manera. Ayer el Presidente no tuvo la mejor de las recepciones en el Congreso de los Diputados de España.  Algunos legisladores lucieron allí una remera con la inscripción “Liberen a Milagro” en la sesión especial en la que dio su mensaje y diputados del bloque le entregaron una carta en la cual le pidieron una reunión para que informe sobre la situación de la dirigente social que lleva más de un año presa a pesar de las resoluciones de la ONU y de la OEA a favor de su liberación.

Macri no tuvo que lidiar sólo con el reclamo por la liberación de Sala, sino también con la denuncia que la cúpula de la fuerza progresista Podemos hizo en el Parlamento español sobre los ajustes, despidos masivos y persecución política impulsados durante su gestión. “En vez de combatir la pobreza, combate a los pobres”, advirtió el diputado y secretario de esa fuerza, Iñigo Errejón.

La conferencia de prensa con Rajoy le deparó otro mal trago. “El único ruido que tenemos es que nos saquen sistemáticamente los mejores jugadores y entrenadores de fútbol”, arrancó Macri con una de sus ya recurrentes apelaciones futboleras, en referencia a la relación con España, pero a poco de andar se enfrentó a la pregunta sobre la situación de Sala. Es algo que le pasa en cada lugar al que va desde que la ONU instaló en caso en el plano internacional al advertir en una resolución que el arresto de la dirigente social jujeña es “arbitrario” y que debe ser puesta en libertad.

Del reclamo de Podemos por Sala, Macri se limitó a decir que “me entregó una petición un integrante del partido muy educadamente en un sobre”. Pasó por alto que no contestó esa petición, como reveló en diálogo con la AM 750 el eurodiputado de esa fuerza Xabier Benito Ziluaga, quien remarcó que “la mejor respuesta que puede dar es la liberación de Milagro Sala”.

Macri tampoco respondió la pregunta sobre Sala que le hicieron en la conferencia. O mejor dicho, contestó lo de siempre: “Es un tema que está en manos de la Justicia de Jujuy, que es un poder independiente, que por suerte ha tramitado una apelación, y se la han concedido, a la Corte Suprema de Justicia de la Nación, mientras se tramitan una cantidad de juicios y denuncias que tiene la señora Milagro Sala.”

Sin apartarse de su libreto habitual, el Presidente explicó que “también hemos invitado a organizaciones de derechos humanos que tenían dudas a que vengan” que “han aceptado y van a venir en mayo”. “Se reunirán con las autoridades judiciales de Jujuy y mirarán ellos con sus propios ojos qué es lo que se está haciendo”, agregó Macri y, en una primera persona que se contrapone con la declamada independencia de la Justicia jujeña, remató: “Espero que todas estas cosas que hemos hecho den tranquilidad de que en la Argentina la Justicia funciona y en forma independiente.”

Venezuela

Macri, en cambio, consideró sin tapujos que Leopoldo López es un preso “político”.  Fue cuando preguntaron si con Rajoy habían hablado de que el Mercosur le aplique la “cláusula democrática” a Venezuela. “Hemos compartido la enorme preocupación de lo que está sufriendo el pueblo venezolano, que cada día las cosas están peor. No se respetan los derechos humanos, las libertades individuales, como hemos visto con la condena a Leopoldo López y tantos otros presos políticos”, manifestó el Presidente.  “Seguiremos batallando para intentar defender el legítimo derecho que tiene el pueblo venezolano para elegir a sus autoridades”, prometió luego, como si en Venezuela no hubiera elecciones, y añadió: “Esperamos seguir intentando levantar las banderas en las cuales creemos, de los derechos humanos y la libertad, que hoy en Venezuela han sido cercenadas.”

Paritarias

A horas de la reunión paritaria entre las autoridades y los docentes bonaerenses, Macri defendió la propuesta de aumento del 18 por ciento que hizo la gobernadora María Eugenia Vidal. “Es un punto arriba de la meta del Banco Central”, argumentó.

Macri explicó que “el Banco Central se ha comprometido con metas de entre el 12 y el 17 por ciento para este año”. Aseguró que “las paritarias son libres y cada uno acordará en su sector lo que decida”, pero no dejó de señalar: “Yo les digo a todos tengamos en cuenta esas metas.”

A propósito de metas, esta vez no fijó una semestral –como aquella de que a partir del segundo semestre del 2016 pasado todo sería mejor- sino a dos décadas. “Todos tenemos que ayudar a reducir el déficit fiscal. Ese es el camino que nos va a llevar a crecer durante 20 años. Si crecemos durante 20 años ahí realmente vamos a estar cerca de terminar con los argentinos que estén en la exclusión e incluirlos dentro de un sistema que dé oportunidades de progreso para todos”, planteó. Lo de la pobreza cero que prometió en campaña quedará entonces para más allá del 2037.

fonte pagina12.ar.com

fonte PRESSENZA.COM 

Applicano la Legge Bavaglio a manifestanti pacifici, che denunciavano Macri

22.02.2017 - Redacción Madrid

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Applicano la Legge Bavaglio a manifestanti pacifici, che denunciavano Macri
(Foto di Pressenza)

Il governo spagnolo riceve Mauricio Macri con tutti gli onori, mentre i deputati di En Comú Podemos eprimono la loro protesta non applaudendo il presidente argentino, e gli consegnano una lettera in cui si chiedono spiegazioni sul caso di Milagro Sala. Nel frattempo in strada, a un piccolo gruppo di manifestanti vengono chiesti i documenti e vengono identificati in base alla legge bavaglio.

Il presidente Macri ha iniziato oggi la sua visita ufficiale a Madrid. Mentre veniva ricevuto al Congresso dei Deputati con tutti gli onori, Irene Montero, portavoce di Podemos, indossava una maglietta che chiedeva la liberazione di Milagro Sala. Contemporaneamente il suo gruppo parlamentare ha fatto pervenire a Mauricio Macri una lettera, inviata anche all’ambasciata di Argentina di Madrid, in cui si chiedono spiegazioni circa il rispetto dei diritti umani in Argentina e l’attuazione delle risoluzioni dei diversi organismi che esigono la liberazione della leader della Tupac Amaru e dei suoi compagni detenuti.

Come gesto di fronte alla politica di austerità e di mancato rispetto dei diritti umani del governo di Macri, i deputati di En Comú Podemos non hanno applaudito il presidente argentino.

In strada, intanto, un piccolo gruppo di manifestanti che chiedeva la libertà di Milagro Sala e tutti i prigionieri politici argentini, sono stati identificati e dispersi dalla polizia,nonostante si fossero spostati in una vicina piazza secondo le indicazioni di altri agenti. Si tratta ancora una volta dell’applicazione della cosiddetta Legge Bavaglio.

“Il gioco è tra governi che danno priorità agli amici anziché difendere il proprio popolo”,  ci ha spiegato uno dei manifestanti.

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

fonte area7.ch
Barbara Spinelli è stata espulsa dalle autorità turche nella notte tra il 13 e il 14 gennaio scorso. L’avvocata, impegnata da anni nella difesa dei diritti delle donne turche e della minoranza curda, era diretta ad Ankara per prendere parte ad un convegno sugli effetti dello stato di emergenza sul sistema giuridico turco. «Mi hanno fermata in aeroporto. Sono stata rinchiusa in una stanza con tre poliziotti. Qui mi hanno comunicato l’espulsione. E che avrei dovuto prendere il primo volo disponibile per l’Italia», ha dichiarato ad area Barbara Spinelli.

«Mi hanno comunicato di essere stata espulsa per motivi di sicurezza. Un poliziotto ha cercato di intimidirmi. E infine hanno preso la batteria del mio cellulare», ha spiegato l’avvocata che ha ottenuto la solidarietà di numerosi Consigli degli ordini degli avvocati in Italia, una volta rientrata. Sarebbe stata la prima partecipazione dell’avvocata a un convegno dove sarebbe dovuta intervenire in prima persona per denunciare le violazioni dei diritti perpetrate dalle autorità turche. «Avrei raccontato la mia esperienza di osservatore internazionale. Dopo la proclamazione dello stato di emergenza in Turchia, sono stati approvati decreti lesivi dei diritti delle persone messe in stato di fermo. Ormai gli arresti hanno censurato ogni voce critica e messo al bando le più importanti associazioni che difendono i diritti umani», ha aggiunto Spinelli.
La censura delle voci critiche ha raggiunto delle vette senza precedenti in seguito al fallito golpe del 15 luglio 2016. «Con la detenzione dei leader del partito della sinistra filo-curda (Hdp), Salahettin Demirtas e Figen Yuksekdag, la Turchia si è trasformata in una vera dittatura. In base alla riforma costituzionale appena approvata il governo eleggerà tutti gli organi istituzionali. Questo garantisce l’impunità del governo e l’isolamento delle forze democratiche», ha proseguito l’avvocata. I primi a pagarne le spese sono ancora una volta i curdi turchi. «Gli esponenti di Hdp subiscono una costante criminalizzazione. Prima hanno tentato di annullare la loro credibilità politica. Ora vogliono eliminarli fisicamente. Tutto si è iniziato con l’arresto di sindaci delle municipalità governate dal partito filo-curdo. Poi è stata annullata l’immunità parlamentare dei deputati Hdp. A questo punto non esiste un’opposizione parlamentare a Erdogan. Gli osservatori internazionali non possono avere contatti con i deputati Hdp arrestati che di fatto sono in uno stato di totale isolamento», ha denunciato Spinelli.
Nonostante tutto questo resta in vigore l’accordo tra Unione europea e Turchia in materia di gestione dei flussi migratori. «Non c’è un solo motivo per giustificare la permanenza dell’accordo con la Turchia sui migranti. Sul piano giuridico questa è una grande colpa imputabile all’Ue. In altre parole l’Unione europea in questo modo legittima un dittatore come Erdogan. Le diplomazie europee non hanno fatto abbastanza per denunciare le violenze sui civili commesse in Turchia e il vero e proprio genocidio della popolazione curda», ha aggiunto l’avvocata. Particolarmente gravi sono le violazioni dei diritti umani che subiscono le donne turche e curde. «I sindaci arrestati sono soprattutto donne; le guerrigliere del Pkk, uccise dai soldati turchi, vengono esposte per strada. È stata presentata una proposta di legge discriminante per lo stupro. Le condizioni delle donne sono peggiorate, non viene accettata nessuna forma di autodeterminazione della soggettività femminile», ha concluso l’avvocata.
Si svolgerà tra il 2 e il 9 aprile prossimo il referendum costituzionale per l’approvazione della riforma presidenzialista voluta da Erdogan. Al centro della riforma, il trasferimento del potere esecutivo nelle mani del presidente, che potrà nominare e revocare i ministri, emanare decreti e sciogliere il Parlamento, restando anche formalmente leader del suo partito. Il capo dello Stato nominerà i giudici costituzionali e del Csm, oltre ai principali dirigenti statali, controllerà il bilancio e potrà decretare lo stato di emergenza. Se eletto, Erdogan potrà restare al potere anche fino al 2029. La riforma snatura così il sistema politico turco trasformando la carica presidenziale da neutrale a politica, con poteri assoluti. La Turchia andrà al voto in un contesto di allerta terrorismo dopo l’attentato di Capodanno a Istanbul, rivendicato dallo Stato islamico (Isis), che ha causato 39 vittime, e in una fase di emergenza democratica, con oltre 40.000 arresti e 130.000 epurazioni, almeno 151 giornalisti in prigione e decine di media chiusi.

 

L'amministrazione USA sotto la Presidenza del Sig.Trump, dopo il decreto esecutivo per mettere al bando i cittadini provenienti dai sette paesi di religione mussulmana  e il caos che si è verificato negli aeroporti USA, appare allo sbando.
Ieri dovevano essere fermati e rispediti indietro tutti i cittadini provenienti da quei paesi, anche i residenti negli USA, muniti di Carta verde, studenti, professori, manager, ricercatori...
In ragione delle proteste e dell'evidenza della stupidità con la quale era stato redatto il dispositivo firmato da Donald Trump, per il contraccolpo mediatico negativo prodotto su scala internazionale, ora sembra vogliano modificare le procedure in ogni caso odiose e inutili di questo decreto esecutivo sulla immigrazione.
La motivazione con la quale Trump sostiene i suoi provvedimenti esecutivi sulla immigrazione nel migliore dei casi sono una caricatura grottesca: associare il blocco dei flussi di migliaia i persone che provengono da paesi di religione islamica molti dei quali  già risiedono , lavorano e studiano insegnano negli USA con la lotta al terrorismo è un'operazione stupida e dannosa. Altrettanto stupido è bloccare il flusso di persone, già munite di visto e controllate  ....
I procuratori di 15 stati degli USA nel frattempo hanno rilasciato una dichiarazione durissima di condanna dei decreti esecutivi di Trump definendoli incostituzionali.

I giornali US

White House Official, in Reversal, Says Green Card Holders Won’t Be Barred

Trump official appears to walk back inclusion of green-card holders in travel ban even as others defend it

Visa-Holders From 7 Barred Nations Are Left Stranded

  • Refugees and other travelers who were in the air when President Trump signed an executive order on “extreme vetting” were detained at airports in the U.S.
  • Rights groups say U.S. permanent residents and foreign students are also being denied entry.

Are you affected by President Trump’s executive order on immigration — or know someone who is? If you have information, please contact us: immigration@nytimes.com.

Questo è l'articolo di spalla  del New York Time online di un'ora fa . I decreti esecutivi del Presidente Trump stanno sconvolgendo la vita di molte persone provenienti dai 7 paesi messi al bando dai decreti presidenziali. Professori e studenti con visti Usa in regola e residenti Usa con  carte verdi sono stati bloccati al JFK di New York. Il primo impatto del cambiamento indotto dai decreti anti immigrazione di Trump si profila come un vero e proprio disastro per quanto riguarda le relazioni tra gli Usa e il mondo intero. Vedremo cosa succederà nelle prossime ore.

Ap, Afp, Reuters y Xinhua
Periódico La Jornada
Miércoles 25 de enero de 2017, p. 26

Santiago.

El canciller chileno, Heraldo Muñoz, anunció este martes que su país dejará el Acuerdo Transpacífico (ATP), luego de que el presidente de Estados Unidos, Donald Trump, ordenó la salida de su país del proyecto, por lo que buscará su integración con países de Asia-Pacífico, informaron medios locales. Mientras, el presidente de Perú, Pablo Kuczynski, dijo que la región Asia-Pacífico debe buscar otro tratado de libre comercio que incluya a China.

Muñoz explicó que Chile va a persistir en la apertura al mundo y en la integración con distintas modalidades, como lo hemos hecho en el pasado, con acuerdos bilaterales, subregionales y regionales, y agregó que la cancillería evalúa organizar un encuentro con algunos de los países que forman parte del ATP.

Además de Chile y Estados Unidos, el ATP fue firmado por Japón, Australia, Malasia, Brunei, Nueva Zelanda, Singapur, Vietnam, Canadá, México y Perú.

El acuerdo de 2015, que Estados Unidos había suscrito pero no había ratificado, era un pilar del ex presidente Barack Obama en materia comercial. Sin embargo, Donald Trump retiró a su país del acuerdo.

En su tercer día en la Casa Blanca, el magnate afirmó que la salida de Estados Unidos del mayor convenio comercial de las últimas dos décadas es algo grande para el trabajador estadunidense.

L'ARTICOLO SEGUE ALLA FONTE  JORNADA.MX.COM

fonte  analisidifesa.it  che ringraziamo

 

di Wei Jingsheng

Washington (AsiaNews) – L’Ufficio di propaganda del Partito comunista cinese ha ordinato ai media della Cina di “maneggiare con cura” ogni articolo legato all’inaugurazione della presidenza di Donald Trump, che avverrà oggi. “Ogni articolo su Trump – si legge nella direttiva – deve essere maneggiato con cura e non è permessa alcuna critica non autorizzata delle sue parole o azioni”.

La cautela espressa in questi ordini fa a pugni con l’ironia e le critiche riversate settimane fa, dopo che Trump ha accusato la Cina di essere “un manipolatore di valuta” e di voler tassare i prodotti cinesi da export, che distruggono i posti di lavoro negli Usa. In più vi è stata la battuta sul non sentirsi obbligati a mantenere la politica dell’unica Cina, accettando una conversazione telefonica con la presidente di Taiwan.
Il timore di una guerra commerciale – e forse anche una guerra reale per il controllo del mar Cinese meridionale – è espresso da molti analisti dell’Asia, i quali concludono – come George Yeo, ex ministro degli esteri di Singapore – che è meglio per le due superpotenze non scontrarsi.
Va aggiunto che diversi dissidenti cinesi negli Stati Uniti, come Yang Jianli, si sentono onorati di partecipare alla cerimonia di inaugurazione a Washington. Essi sperano che Trump sostenga la causa dei diritti umani in una maniera più forte di quanto abbia fatto Hillary Clinton e Barack Obama, sempre ricattati dalle lobby economiche.
Per Wei Jingsheng, il “padre della democrazia” in Cina, ora esule negli Usa, ci sarà una guerra fra Cina e Stati Uniti e la Cina sarà costretta a cambiare molti aspetti della sua economia e società. Presentiamo qui una sua riflessione. Sulla presidenza di Donald Trump siamo sicuri di alcune cose:

1) Donald Trump è il prossimo presidente degli Usa, ciò significa che una politica estera debole, come quella dell’amministrazione Obama è giunta a termine.
2) La politica fondamentale di Trump sarà quella di correggere relazioni commerciali irragionevoli e lo sforzo maggiore sarà di trasformare i rapporti di “libero scambio” in rapporti di “scambio equo”.
3) L’obbiettivo è fermo sulla nazione che ha il commercio più ingiusto, la Cina.
4) Donald Trump è pronto a evitare gli strumenti di negoziato usati in passato usando invece il blocco del mercato, cioè attuando una guerra commerciale, per forzare la Cina e altre nazioni ad accettare regole più eque.
5) La sua strategia internazionale si muove verso un alleggerimento del rapporto con la Russia per focalizzarsi sull’espansione della Cina.
6) Unirsi in alleanza con le nazioni in Asia e con l’India per sopprimere l’espansione strategica della Cina e per forzare o indurre le nazioni del Sudest asiatico a ritornare all’abbraccio con gli Stati Uniti.

Quanto elencato sopra è ciò che succede anche dapprima che Trump prenda possesso della casa Bianca. Per riassumere, possiamo vedere che il principale obbiettivo è il regime comunista in Cina. E vi sono due scopi fondamentali: uno è il rapporto commerciale Cina-Usa; l’altro è il controllo del mar Cinese orientale e meridionale. Donald Trump ha la possibilità di vincere queste due battaglie? Oppure Xi ha qualche possibilità di vincere una di queste? Proviamo a fare un’analisi un po’ rozza.
Trump deve riformare le relazioni commerciali fra Cina e Stati Uniti. L’esperienza del passato mostra che i negoziati con il governo cinese non cambiano il teppismo di quest’ultimo. Perfino il pacifista Mohandas Gandhi ha detto che quando una banda armata di ladri penetra nel villaggio, non c’è modo di negoziare, ma occorre buttarli fiori con la forza. E questo lo fa la polizia. Ora gli Stati Uniti sono in qualche modo la polizia mondiale.

Qual è l’arma degli Stati Uniti? È il mercato Usa. In passato la Cina metteva blocchi al proprio mercato invadendo gli Usa con i suoi prodotti. Ciò ha permesso ai capitalisti di Cina e Stati Uniti di avere profitti eccezionali, mentre negli Usa si perdevano un mucchio di posti di lavoro. Lo scopo finale di Trump è di equilibrare il commercio fra Cina e Stati Uniti e di accrescere il tasso di occupazione negli Usa.

Quale sarà la strategia di Trump? Premettendo che la Cina gode dei vantaggi del commercio, ma non è pronta ad aprire il suo mercato, Trump è pronto a guidare il lancio di una guerra commerciale, proteggendo il mercato Usa e bloccando gli economici prodotti cinesi dal raggiungere tale mercato. Qualunque sia la reazione della Cina, questa misura dovrebbe vincere, essa porterà a un accrescimento dell’industria manifatturiera Usa e a una crescita dell’occupazione.
Quale sarà la reazione di Xi Jinping?

...continua a leggere "Comincia l’era di Trump: il rapporto Cina-Usa e il rischio di una guerra"

FONTE ALFABETA2 che ringraziamo

Fabrizio Tonello

Se si cerca in rete alla voce “Hillary Clinton arrested” compaiono 439.000 occorrenze, per la maggior parte legate a un video dell’ottobre scorso presente su YouTube nel quale una voce molto professionale scandisce quello che si presenta come un comunicato della polizia di New York che avrebbe annunciato l’imminente fermo della candidata democratica perché coinvolta in un giro di pedofilia e tratta di esseri umani. Una rete di criminali la cui esistenza sarebbe stata rivelata dalle famose email di Hillary scambiate con i suoi collaboratori usando un indirizzo privato e non quello ufficiale assegnatole dal Dipartimento di Stato.

Naturalmente questa è solo una delle mille storie fantastiche circolate nei mesi precedenti alle elezioni dell’8 novembre, tra cui la bufala che Papa Francesco aveva dato il suo sostegno a Trump (un milione di condivisioni su Facebook) o quella che Obama voleva vietare il giuramento di fedeltà alla bandiera americana (due milioni tra commenti e condivisioni). Da questo a trarre la conclusione che i russi avevano influenzato le elezioni presidenziali americane a vantaggio di Donald Trump non c’era che un passo, allegramente varcato dai grandi media americani ed europei. Scandalo e orrore, seguiti da editoriali a valanga sulla “democrazia inghiottita dalle fake news”.

Il problema di questo storytelling è che assomiglia un po’ troppo a un caso di panico morale, come definito a suo tempo dal sociologo Stanley Cohen, per essere credibile. La caratteristica delle ondate di panico morale, infatti, è un’esagerazione della gravità della questione portata all’attenzione dell’opinione pubblica, come quando nel 1964 i giornali inglesi crearono il mito dei giovani come nemico pubblico sfruttando le risse di poche decine di motociclisti annoiati e turbolenti nelle fredde stazioni balneari del sud dell’Inghilterra.

I rockers e i mods ovviamente non stavano minacciando di dare l’assalto al Parlamento di Westminster, ma Cohen comprese che l’isteria giornalistica era un fenomeno più profondo di quanto non potesse sembrare a prima vista. Il panico morale si scatena quando “una condizione, episodio, persona o gruppo di persone viene definito come una minaccia ai valori e agli interessi della società; la loro natura viene presentata in modo stilizzato e stereotipato dai mass media; il pulpito morale viene affollato da direttori di giornali, vescovi, politici e altri benpensanti; esperti socialmente riconosciuti pronunciano le loro diagnosi e le loro soluzioni; si ricorre a vari modi di affrontare la situazione; la condizione poi scompare, o degenera e diviene più visibile. Talvolta l’oggetto del panico è assai nuovo mentre in altri momenti si tratta di qualcosa che esisteva da tempo, ma improvvisamente sale alla ribalta”.

In altre parole, la percezione della minaccia si trasforma nella scelta di capri espiatori che vengono resi responsabili di problemi ben più grandi di loro, com’è il caso oggi con le bufale in rete, rese responsabili della vittoria di Donald Trump. Che le fake news siano una spiegazione assai comoda lo si capisce leggendo il rapporto ufficiale delle varie agenzie di intelligence americane, dove sostanzialmente si ammette che non c’è stata alcuna interferenza materiale dei russi nelle operazioni elettorali e quindi tutto si riduce alla propaganda anti-Clinton di media e politici legati al Cremlino.

Soprattutto, ciò che il rapporto non spiega (e gli editoriali dei giornali liberal ignorano) è per quale meccanismo la confusione creata dalle menzogne in rete avrebbe danneggiato Clinton più di Trump. Certo, quest’ultimo era a sua volta un produttore instancabile di frottole cosmiche ma allora sarebbe più esatto dire che le false notizie erano propaganda dei repubblicani (spesso ripresa da media “seri” come Fox News e Wall Street Journal) e non complotti di Putin. Com’è ovvio, tutte le presunte notizie legate alle email di Clinton, ai suoi scandali, crimini e misfatti, venivano da siti o individui legati all’area dei suprematisti bianchi, in particolare a quello Steve Bannon che Trump si è affrettato ad assumere prima come direttore della campagna elettorale e ora come consigliere speciale della presidenza.

I difensori più sofisticati della teoria che le fake news sono una minaccia per la democrazia puntano il dito sulla confusione e sull’impossibilità, per il cittadino, di formarsi un’opinione corretta dei candidati e delle politiche se tutto viene ridotto al livello di pettegolezzi scandalistici. In questa forma la tesi ha una sua plausibilità ma si dimentica che il problema è tutt’altro che nuovo: come scriveva 50 anni fa Hannah Arendt, “nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l’una con l'altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche. Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non solo del mestiere del politico o del demagogo, ma anche di quello dello statista”. E la Arendt continuava speigando che, per sua natura, la facoltà umana del linguaggio consente di comunicare infiniti “stati del mondo” che possono essere o no corrispondere alla realtà (non entriamo qui nell’antico dibattito filosofico su cosa sia la “verità”, discussione che – da Platone a Gianni Vattimo e Richard Rorty – ci porterebbe lontano).

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, le false notizie sui politici e le celebrità difficilmente possono essere considerate un fenomeno del 2016 visto che, per fare un solo esempio, da decenni esistono, e fanno lauti profitti, i cosiddetti supermarket tabloids, che si chiamano così appunto perché vengono venduti alle casse dei supermercati e non nelle edicole. Esiste addirittura un vecchio, esilarante, romanzo di Donald Westlake intitolato Fidati di me (nell’originale Trust me on this) ambientato nella redazione di uno di questi settimanali.

I “giornali seri” hanno sempre fatto finta di ignorarli ma della loro influenza si parla almeno da vent’anni: il famoso caso Lewinsky, che condusse al procedimento di impeachment in cui alla fine Bill Clinton fu assolto nacque da un sito di gossip, il Matt Drudge Report, e poi invase l’intero sistema dei media. Già allora gli stessi grandi giornali avevano scelto di competere sul mercato dei pettegolezzi e la velocità con cui comparivano le notizie on line aveva rimodellato l’ecosistema, unificando di colpo il mercato dell’informazione/intrattenimento e precipitando siti web, quotidiani nazionali, quotidiani locali, settimanali, radio e televisione in un unico calderone informativo. Tutti insieme, in furiosa competizione gli uni con gli altri per rivelare di che colore era il vestito indossato dalla stagista nell’ufficio ovale e se davvero conservava una macchia con materiale biologico dell’imprudente Bill.

Se internet ha cambiato le regole del gioco, questo non è certo avvenuto di colpo: la comunicazione diretta sotto forma di blog e siti improvvisati era in grado di saltare la mediazione dei giornalisti già vent’anni fa. La novità del 2016 è ovviamente il fatto che con Facebook e Twitter tutto è più facile e più rapido. Ma perché le notizie diventano “virali”? Forse converrebbe chiedersi perché molti credano a una notizia come quella dell’imminente arresto di Hillary, invece di precipitarsi a cercare lo zampino di Putin, o degli hacker rumeni.

Un vecchio signore tedesco con la barba che scriveva cose noiosissime nell’Ottocento affermò tra l’altro che “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Si potrebbe obiettare che le conclusioni a cui portava questa impostazione non sempre si sono rivelate corrette, ma limitiamoci al caso americano: i maschi bianchi senza educazione universitaria che vivono nelle zone rurali che hanno votato per Trump sono quelli lasciati indietro dalla ripresa economica negli anni di Obama. Sopravvivono di lavoro precario, o dei magri sussidi della Social Security.

Secondo un recente studio dell’economista Alan Krueger sono oltre 7 milioni gli americani maschi tra i 25 e i 54 anni che non hanno lavoro e non lo cercano perché scoraggiati, quindi non sono contati fra i disoccupati. Il tasso ufficiale di disoccupazione, attorno al 5%, maschera un forte calo del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, che nel 2007 era il 66,4% e adesso è il 62,9%, tre punti e mezzo in meno, dieci milioni di persone. C’è da stupirsi che il loro risentimento verso Washington e verso la coppia Clinton che aprì le porte alla globalizzazione sia legato all’insicurezza economica? È il risentimento che apre la porta alle fake news, non le cospirazioni di Putin.

L’antropologa Katharine Cramer, autrice di un lungo lavoro sul campo con la working class del Wisconsin, aveva registrato un forte grado di ostilità verso Hillary Clinton molto prima della campagna elettorale del 2016. Le notizie sui suoi discorsi superpagati a Wall Street, o sulle attività all’estero della fondazione Clinton non hanno fatto che rafforzare l’impressione di una “crooked Hillary”, qualcuno che aveva mille cose da nascondere.

Le conseguenze politiche del risentimento verso le élites sono state amplificate dalle debolezze strutturali del giornalismo americano. La prima è la sua ossessione per le dichiarazioni dei politici, tanto più pubblicizzate, analizzate, commentate, quanto più sono clamorose. “Trump è dannatamente buono per gli indici di ascolto” diceva nel febbraio scorso Leslie Moonves, il presidente della rete televisiva CBS. Da uomo di spettacolo, Trump aveva capito perfettamente che ogni giorno occorreva dare alle televisioni ciò che chiedevano, e rincarava la dose. Quelle che ai giornalisti apparivano proposte insensate (far pagare al Messico il muro da costruire sul confine) erano in realtà abili provocazioni per mantenere alta l’attenzione e catturare anche lo spettatore distratto o marginale.

Internet, da almeno due decenni, ha unificato il mercato giornalistico precipitando prestigiosi quotidiani nazionali e modesti quotidiani locali, storici settimanali e oscuri blog, insieme a radio, televisioni e quant’altro in un unico calderone informativo; tutti insieme, in furiosa competizione gli uni con gli altri, a caccia di clic. Il cosiddetto giornalismo di qualità ha modificato i suoi parametri di riferimento e i suoi criteri di scelta delle notizie cercando di mantenersi a galla e di sopravvivere al calo delle vendite o degli indici di ascolto.

Secondo uno specialista di monitoraggio dei programmi televisivi, Andrew Tyndall, citato da Nicholas Kristof sul New York Times del primo gennaio, nei telegiornali della sera del 2016 il tempo dedicato alla povertà, al cambiamento climatico o alla dipendenza da stupefacenti è stato esattamente di zero minuti. I grandi media sono stati letteralmente ipnotizzati da Trump, dalle sue accuse, dalle sue buffonate, dalle sue minacce; mentre l’approfondimento, o anche il solo discutere di issues, le questioni di fondo, veniva dimenticato.

Il secondo problema è che il modello economico dell’industria editoriale da tempo è in crisi. I media sono imprese private che, in una società capitalistica, esistono in quanto fanno profitti e i giornalisti, prima di essere paladini dell’informazione, sono umili salariati che si occupano di ciò che l’editore e il direttore decidono. Se la proprietà vuole dare credito alle bugie di George W. Bush sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, con conseguenze disastrose per gli Stati Uniti e per il mondo, non saranno né il giovane cronista né il prestigioso editorialista a rovesciare la situazione. Il giornalismo mainstream – in America come in Italia – vive in un rapporto incestuoso con il potere politico per ragioni di efficienza industriale, non per servilismo o cattiveria: semplicemente non si possono fare giornali come Washington Post e New York Times (e nemmeno Repubblica o Corriere) se le fonti governative non collaborano. Lo ha ben capito l’Huffington Post che, dopo aver attaccato Trump per mesi e mesi, dopo la sua elezione ha cambiato bruscamente rotta.

Questa situazione è all’origine della terza debolezza del giornalismo americano: l’impopolarità di giornali e giornalisti. Quando Trump twitta contro i “media disonesti” va a toccare una corda sensibile dell’opinione pubblica, che già vent’anni fa si diceva convinta che i quotidiani “drammatizzano alcune storie solo per vendere di più” (85% degli intervistati) e che “i giornalisti inventano in tutto o in parte ciò che scrivono” (66%). La diffidenza verso la grande stampa ha radici antiche nell’America rurale, quella ignorata dai cronisti, e il successo dei siti alternativi, compresi quelli che sfornano bugie a raffica, è la conseguenza di un risentimento verso i giornalisti, percepiti (non del tutto a torto) come parte dell’establishment.

Ora tutti si chiedono cosa fare, come impedire che le campagne elettorali diventino di nuovo un festival di esagerazioni e menzogne. Purtroppo non ci sono soluzioni semplici, tanto più in una società politicamente divisa e antagonista come quella americana: non saranno i ritocchi agli algoritmi di Facebook o la chiusura di una manciata di account Twitter a risolvere il problema. Chi vuole credere che Obama è nato in Kenya o che Hillary Clinton protegge un’organizzazione di pedofili continuerà a crederci, soprattutto se i rispettabili Fox News e Wall Street Journal di Rupert Murdoch continueranno a lanciare il sasso e nascondere la mano. Forse è la sinistra che dovrebbe smettere di alimentare il panico morale attorno alle fake news e reimparare a comunicare. Una difficoltà che nasce non dalla scarsità di piattaforme ma dalla povertà della sua visione del mondo.

Il suicidio delle sinistre
di Carlo Galli, 11 gennaio 2017

La demolizione dei templi del neoliberismo, sconsacrati e delegittimati ma ancora torreggianti sulle nostre società e sulle nostre politiche, comincia dal pensiero critico, capace di risvegliare il mondo «dal sogno che esso sogna su se stesso». In questo caso, dall’economia eterodossa, declinata in chiave teorica e storica da Sergio Cesaratto – nelle sue Sei lezioni di economia. Conoscenza necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 –, esponente di una posizione non keynesiana né pikettiana né «benicomunista», ma sraffiana, e quindi in ultima analisi compatibile con il marxismo. Nella sua opera di decostruzione delle logiche mainstream vengono travolti i fondamenti del neo-marginalismo dominante: ovvero, che il concetto chiave dell’economia è la curva di domanda di un bene; che esistono un tasso d’interesse naturale, un tasso di disoccupazione naturale, un salario naturale, e che devono essere lasciati affermarsi; che c’è equilibrio e armonia fra capitale e lavoro; che c’è relazione inversa fra salari e occupazione (e quindi che la piena occupazione esige moderazione salariale); che il sistema economico raggiunge da solo l’equilibrio della piena occupazione se non ci sono ostacoli alla flessibilità del mercato del lavoro; che il risparmio viene prima degli investimenti; che la moneta determina i prezzi; che il nemico da battere è l’inflazione e che a tal fine si devono implementare politiche deflattive e di austerità, e intanto si deve togliere il controllo della moneta alla politica e conferirlo a una banca indipendente che stabilizza il tasso d’inflazione.

...continua a leggere "Il suicidio delle sinistre di Carlo Galli"

 

Milagros Sala leader della Organizzazione TUPAC AMARU

 

ARGENTINA . CONTINUA LA PERSECUZIONE DI MILAGROS SALA LEADER DELLA ORGANIZZAZIONE TUPAC AMARU (articolo da Pagina 12 )

Se conocieron los fundamentos de la condena a Milagro Sala por el acampe en Jujuy
“Una afrenta directa a la protesta social”
El juez de faltas Matías Ustarez Carrillo no explica las razones de la pena que le impuso a Sala. Los abogados defensores señalan que la proscripción es arbitraria, inconstitucional y no está contemplada en el Código Contravencional de la provincia.
Acaban de conocerse los fundamentos de la condena a Milagro Sala y a la Organización Túpac Amaru por el acampe en la Plaza Belgrano. La dirigente había sido condenada a pagar una multa de 3780 pesos y a una inhabilitación de tres años y tres meses para ocupar cargos en asociaciones civiles. Los fundamentos ahora vuelven a confirmar lo que en su momento mostró la sentencia: la existencia de una condena excesiva, ilegal e inconstitucional, que ahora también demuestra su carácter completamente arbitrario porque ni siquiera está fundamentada, según explicaron a este diario los abogados Ariel Ruarte, de la Túpac, y Federico Efrón, del CELS. “Los fundamentos son claramente una afrenta directa a la protesta social argentina”, señala Efrón, y agrega que la proscripción de tres años ni siquiera está prevista por el Código Contravencional de Jujuy, que limita la pena a un plazo máximo de tres meses. “Lo que queda es ir hasta la Corte Suprema, porque acá está en juego el derecho a protestar, el derecho a formar parte de asociaciones, el trabajo de las asociaciones, que son derechos consagrados por la Constitución.”

En una resolución de 32 carillas, el juez de faltas Matías Ustarez Carrillo da por probada la materialidad de la manifestación de 33 días en la Plaza Belgrano y sus inmediaciones. Pero los fundamentos no explican las razones de la condena ni dan cuenta del modo en que se valoraron las pruebas. Transcribe lo que fue pasando desde el comienzo de la causa y encuadra los hechos en los artículos 113 y 7 del Código Contravencional de Jujuy, sin dar referir el camino lógico por el que lo hace. Cuando debe pararse frente a la cuestión de fondo, que es el derecho a la protesta consagrado por la Constitución y tratados internacionales, admite esos derechos en términos ideales pero se los quita al acampe en particular. Para Ustarez Carrillo, fue una “ocupación irregular” y “desproporcionada”, donde se instalaron “piletones, gazebos, palos, asadores, carpas, lonas, distintos tipos de vehículos, megáfonos, equipos de audio, banderas y permanencia de centenares de personas durante las 24 horas del día”. Explica que hubo “ciudadanos” que no pudieron ir a la misa de Navidad y Reyes Magos en la Iglesia Catedral. Y como contrapartida inventa una suerte de catálogo de manifestaciones posibles que deberían ser “pacíficas” y adecuadas a una “Ley de Procedimientos Administrativos”, cuyo cumplimiento tornaría abstractos todos los actos de protesta.

l'articolo segue alla fonte PAGINA12

poverty usa 1

Donald Trump, magnate immobiliare e dei media, conduttore televisivo, uomo di spettacolo, famoso per il suo rapporto problematico con la verità e per le suo opinioni oltraggiose, è stato eletto presidente degli Stati Uniti. Non è stata una elezione travolgente. Come è noto Hillary Clinton ha avuto molti più voti popolari, anche se ne ha presi vari milioni meno di Obama, mentre Trump ha avuto, più o meno, i voti di McCain, diversamente distribuiti tra gli Stati. A questo proposito si può solo sottolineare la (crescente) patologia del sistema elettorale americano, che, oltre al resto, esclude circa 6 milioni di pregiudicati, rende difficile il voto dei poveri e dei neri (senza più la possibilità di un controllo federale perché la Corte suprema lo ha dichiarato non più necessario), riduce il numero delle sezioni nelle aree ritenute avverse al Governo locale (da cui le code), ridisegna, con lo stesso fine, le circoscrizioni.

La vittoria di Trump è la conferma di tendenze note, non limitate agli Stati Uniti. Le elezioni non si vincono più al centro, adagiandosi sulla continuità, perché la continuità è insopportabile per la maggioranza; si vincono schierandosi. Obama si era schierato. Sanders si sarebbe schierato. Trump si è schierato. E' determinante, negli Stati Uniti e nei paesi a bassa partecipazione, a cui il nostro si è aggiunto di recente, il voto di chi in genere non vota; il voto di protesta; la mobilitazione degli astenuti.

La vittoria di Trump è però di rottura, genera allarme, anche perché segna una svolta nel populismo americano, che tradizionalmente ha avuto leader popolari, poveri, che hanno vinto su piattaforme di destra dal punto di vista dei diritti civili, dell'universalismo, ma di sinistra dal punto di vista sociale, per una parte dei poveri. E perché prefigura una politica estera nuova, forse pericolosa.

Un commentatore del “New Yorker” ha scritto di Trump: “He is no Huey Long.

Huey Long è stato un populista alla vecchia maniera, governatore della Louisiana dal '28 al '32, con un vice cajun, cioè francofono, senatore dal '32, possibile candidato alla Presidenza degli Usa, ammazzato a Baton Rouge nel '35. Aveva frequentato con profitto scuole locali ma non il college, per cui aveva vinto l'ammissione, per mancanza di soldi. Commesso viaggiatore ed agitatore democratico, aveva un'oratoria caricaturale, più di Trump, anche per la gestualità esagerata, che si vedeva da lontano anche senza i megaschermi di adesso (guardatelo in rete). Tassò duramente la Standard Oil per pagare assistenza medica, scuole pubbliche, libri, disoccupazione ai poveri bianchi, anglofoni o francofoni che fossero. Anche Wallace, democratico, segregazionista, oppositore di Martin Luther King, fu sostenuto da una parte dei poveri. Eletto governatore dell'Alabama nel '62, tentò di bloccare fisicamente l'accesso dei neri all'Università. Fu ammazzato nel 1987.

Trump ha fatto un passo di più. Non ha una piattaforma sociale in senso proprio. E' stato eletto contro gli immigrati, i messicani, gli islamici, gli attori ricchi e famosi, contro chi ha chiuso le miniere e blocca gli oleodotti. Ma ai ricchi vuole ridurre le tasse. Fa un governo di ricchi per i ricchi. Per trovare qualche proposta di destra ma con un contenuto sociale bisogna leggere i programmi di alcuni collaboratori (vedi il link su Sessions). Dice di non voler fare le guerre degli altri gratis in cambio del potere, del monopolio mondiale della forza.

Le cause della rabbia dei poveri

Purtroppo la situazione economica, sanitaria, sociale dei poveri e di quello che è stato il ceto medio negli Stati Uniti è più simile a quello a tinte fosche, con definizioni imprecise, tracciato da Trump (e da Sanders, con più precisione) che a quello migliorabile ma solido tracciato da Hillary Clinton, malgrado le aperture a sinistra. La disoccupazione negli Stati Uniti è bassa, sotto il 5%; ma il tasso di partecipazione alle forze di lavoro è anch'esso basso e in caduta tendenziale; ai livelli di quello italiano, anche per le donne. Il tasso di attività femminile in Canada, in un decennio, è cresciuto una quindicina di punti sopra quello degli Usa. L'attesa di vita alla nascita delle donne è in caduta da un decennio (in Italia c'è stato un arresto della crescita per le donne; poi un anno di caduta per uomini e donne nel 2015). Chi voglia, può leggere (secondo link) il saggio di Alan Krueger, già chairman dei consulenti economici di Obama, Where have all the workers gone?, il cui titolo richiama quello di una notissima canzone pacifista (Where have all the flowers gone?, di Pete Seeger) che è veramente allarmante anche perché, usando una ricerca su un campione di non attivi, correla l'inattività al pessimo stato di salute, alla bassa istruzione, alla mancanza di SSN.

La violenza, misurata dal tasso di omicidi e di ferimenti, dalle sparatorie, dalle rapine, è alta. Il numero di carcerati è altissimo, fuori misura, senza uguali al mondo. Un libro recente (Marie Gottschalk, Caught), in commercio, con recensioni scaricabili, traccia un quadro, noto a grandi linee ma impressionante nelle quantità e nei dettagli, del sistema carcerario americano. La Russia di Putin, in compagnia di qualche minuscolo paese caraibico, segue a distanza. Gli altri paesi, tutti gli altri, sono enormemente al di sotto, fuori scala. La Gottschalk, per includere nel quadro il male assoluto, riporta che negli Usa, in proporzione, ci sono più carcerati che nell'URSS di Stalin, dopo il '50. Se si prova a controllare in rete, da increduli, si può precisare: inclusi i condannati ai lavori forzati. In URSS, certo, non erano liberi neppure i liberi. Ma un po' colpiti si resta.

La politica della tolleranza zero di Rudolph Giuliani, ora di nuovo in auge, ha ripulito le strade, per un po', ma ha riempito le galere. E non solo di neri, come fa notare la Gottschalk, che parla di colour blind racism, razzismo nei confronti dei poveri, indifferente al colore. La crescita dei carcerati era già cominciata con Bill Clinton.

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Prestiamo attenzione su ciò che sta succedendo nei paesi latino americani: è in atto un'operazione di ristrutturazione nella gestione dello stato da parte dei poteri forti in questi paesi. Prima nel Brasile la destituzione della Presidenta Dilma Russef, una specie di "golpe" bianco, animato dalle oligarchie che tramite i mass media hanno montato una campagna di diffamazione contro l'ex Presidente Lula e il PT e la stessa Dilma Russef. Al contempo la nuova "governance" sta smontando pezzo per pezzo l'impianto delle politiche sociali che hanno consentito a 40 milioni di brasiliani di migliorare la condizione di vita , mandare i figli a scuola, curarsi e curare i propri famigliari.
Un percorso analogo sta avvenendo in Argentina con la sconfitta di Scioli alle presidenziali dello scorso anno e la vittoria di Macri.L'articolo che riproduciamo dal Manifesto descrive con precisione ciò che sta avvenendo.

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Cristina Kirchner indagata per l’Amia

Argentina. Macri acquista 4 lance da guerra da Israele al costo di 84 milioni di dollaridi Geraldina Colotti   fonte ilmanifesto.info
La giustizia argentina ha accettato il ricorso della Delegacion de Asociaciones Israelitas Argentinas (Daia), braccio politico della comunità ebraica locale, e ha riaperto l’indagine a carico dell’ex presidenta Cristina Kirchner in merito alla morte del procuratore Alberto Nisman.

Nisman indagava sull’attentato contro la mutua ebraica Amia di Buenos Aires che, nel 1994, provocò 85 morti, a tutt’oggi senza colpevoli. A gennaio del 2015, pochi giorni prima di essere trovato morto in circostanze ancora da chiarire, e sotto l’influenza di un personaggio dei servizi legato a Usa e Israele, aveva accusato la presidente (in carica dal 2007 al 2015) di aver voluto coprire le responsabilità del governo iraniano nell’attentato. Accuse sempre ritenute senza fondamento da diversi tribunali e respinte da Kirchner.

Per l’ex presidente e l’arco di forze che la sostiene, si tratta di una nuova manovra di Mauricio Macri: per far fuori dall’arena politica un’avversaria sempre temibile, capace di riaggregare le forze di opposizione, per coprire lo scandalo dei suoi conti all’estero, e per distogliere l’attenzione dei cittadini dalle conseguenze delle sue politiche neoliberiste, che – tra aumenti delle tariffe e licenziamenti – stanno lasciando sul lastrico sempre più persone (in un anno, una media di circa 100 licenziamenti al giorno). Numerose proteste, come quella dei lavoratori del ministero dell’Istruzione sono state represse, molte fabbriche recuperate disattivate.E resta in carcere la deputata indigena Milagro Sala, perseguita per altre accuse e condannata a tre anni con la condizionale per aver guidato le proteste dei lavoratori delle cooperative.
Intanto, il governo Macri ha comprato da Israele quattro lance da guerra provviste di sistemi di sorveglianza militare ad altissima tecnologia per una spesa pari a 84 milioni di dollari.
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Milagros Sala leader del Movimento TupacAmaru  Vedi Pagina 12 : Persecución a Milagro Sala

Linkiamo su Pagina 12 il Dossier che riguarda la persecuzione contro la deputata Milagros Sala che completa il quadro. Siamo forse lontani dagli anni '70, ai tempi del Piano Condor e ai massacri delle feroci dittature militari, tuttavia quello che sta succedendo in America Latina, dopo anni di speranze, è inquietante e può rappresentare l'inizio di una deriva verso regimi autoritari.

Vedi Pagina 12 : Persecución a Milagro Sala

 

di Sandro Moiso

4-leader-sconfitti-no Si erano giocati tutto, convinti di vincere.
Hanno stravolto i vertici delle TV di Stato per impedire qualsiasi infiltrazione di dubbi sulla bontà della loro proposta politica ed economica. Hanno contribuito a cambiare anche i direttori di testate giornalistiche della Destra per accaparrarsene i favori. Hanno mentito, falsificato i dati economici e della Storia. Hanno portato in palma di mano camorristi e mafiosi e i progetti delle grandi opere inutili che più stavano loro a cuore.

Hanno insultato, denunciato, perseguitato, minacciato, coperto di infamia chiunque manifestasse il desiderio o anche solo l’idea di opporsi al loro progetto concentrazionario. Hanno promesso contratti pubblici che non contengono null’altro se non ulteriori fregature per i lavoratori. Hanno promesso denaro che non avrebbero mai avuto il coraggio di sequestrare davvero e in quantità adeguata per bonificare territori devastati da un’industrializzazione priva di regole.

Hanno preso per il culo milioni di giovani, lavoratori, disoccupati, inoccupati, pensionati sull’orlo del baratro con promesse inutili, ridicole e d offensive. Hanno riportato in auge i fasti mussoliniani e cercato di ridare fiato alle leggi promulgate tra il 1923 e il 1926.1 Hanno chiamato immaturi gli elettori che non la pensavano come loro. Hanno dichiarato che in alcuni casi è preferibile l’autoritarismo ad una democrazia che non giunga a realizzare i progetti della finanza internazionale e dei suoi lacchè.

>>> segue alla fonte CARMILLAONLINE

fonte Equaltime.org

par Clare Speak

Tandis que les veillées, les manifestations et les rassemblements aux flambeaux annoncent qu’une année de plus est passée depuis la tragique fuite de gaz de Bhopal, la zone demeure contaminée et une troisième génération de citoyens souffre de problèmes de santé dus à la catastrophe. Trente-deux ans après l’accident, les survivants de la ville indienne de Bhopal, située dans l’État de Madhya Pradesh, au centre du pays, attendent toujours que justice soit faite. Or, un projet de fusion semble sur le point d’aider les entreprises impliquées à échapper complètement à leurs responsabilités dans l’empoisonnement.

Depuis plus de trois décennies, les militants demandent à Dow Chemical, l’entreprise américaine tenue pour responsable de la catastrophe de Bhopal, d’assumer sa responsabilité, d’indemniser correctement les victimes et de payer les travaux de dépollution de la zone toujours contaminée.

 

Plusieurs milliers de personnes ont été tuées dans la nuit du 2 décembre 1984 suite à une fuite d’isocyanate de méthyle, un gaz très toxique utilisé dans une usine de pesticides de Bhopal appartenant à Union Carbide India Limited (UCIL), une filiale de la société américaine Union Carbide Corporation (UCC) rachetée par Dow Chemical en 2001.

Selon les estimations, entre 8000 et 16.000 personnes ont perdu la vie, et environ 40.000 autres sont tombées gravement malades ou devenues handicapées à vie suite à leur exposition au gaz toxique.

Une deuxième catastrophe est survenue, lorsque des milliers de tonnes de déchets toxiques, qui avaient été jetés sur le site d’une usine désaffectée d’UCIL, ont contaminé les réserves d’eau locales.

À partir de ce moment-là, des dizaines de milliers d’autres personnes ont été intoxiquées en buvant l’eau pompée dans les puits et les forages. Les personnels médicaux qui travaillaient auprès des survivants expliquent que la souffrance humaine provoquée par la catastrophe atteint désormais une troisième génération de citoyens de Bhopal.

Dow n’a manifesté aucune intention d’assumer la responsabilité de l’accident ni de prendre en charge la dépollution de la zone, arguant que le règlement de 470 millions USD avait été versé en 1989 « pour solde de tout compte ». Toutefois, le gouvernement indien estime que le dédommagement « très insuffisant » de 1989 témoigne d’une « injustice irrémédiable » et il a demandé une somme supplémentaire de plus d’un milliard USD. D’autres dossiers soutenant cette demande sollicitent 8,1 milliards USD de plus.

UCC n’a pas répondu aux poursuites au pénal concernant la catastrophe, et les plaintes sont toujours en attente. Les tribunaux indiens ont convoqué Dow à quatre reprises pour avoir des explications sur la non-comparution d’UCC, mais jusqu’à présent Dow ne s’est jamais rendue à ces convocations.

Et aujourd’hui, les militants déçus craignent que la justice ne soit bientôt encore un peu plus hors d’atteinte.


Dow-DuPont : un « nouveau degré de complexité »

Un projet de fusion entre les deux géants Dow et Dupont risque d’ajouter un « nouveau degré de complexité » à la structure d’UCC, en rendant la tâche des victimes encore plus difficile pour obtenir justice.

D’après l’association caritative The Bhopal Medical Appeal, cette fusion permettrait aux deux entreprises d’échapper à leurs obligations légales vis-à-vis des victimes de Bhopal et des milliers d’autres personnes qui, à travers le monde, souffrent d’empoisonnement à cause des processus de fabrication des substances nocives.

« Après la fusion, la nouvelle entreprise Dow-DuPont sera divisée en trois entités distinctes et la filiale Union Carbide, aujourd’hui détenue à 100 % par Dow Chemical, existera sous une nouvelle forme », déclare à Equal Times Colin Toogood, le responsable des campagnes du Bhopal Medical Appeal.

« Cette fusion risque de compliquer encore les démarches des victimes, explique-t-il, et il faut clarifier les choses avant de demander à la nouvelle entité de répondre des actes de la société Carbide, et que la catastrophe de Bhopal ne tombe aux oubliettes ».

Cependant, la proposition de fusion est au point mort pour l’instant. Elle fait l’objet d’une enquête menée par des procureurs généraux des États-Unis et de l’UE au sujet des mesures antitrust, étant donné que les deux entreprises n’ont pas remis les documents requis à ce sujet.

La fusion suscite d’autres préoccupations à l’égard de ce que le Bhopal Medical Appeal qualifie de « tentatives apparentes de la part des deux entreprises de se dégager des responsabilités potentiellement importantes en rapport avec les conséquences de la contamination  » : Bhopal pour Dow, scandale des fuites de C8 pour DuPont.

DuPont s’est débarrassé de 62% de ses plaintes liées à l’environnement, en plus de 4 milliards USD de dette en cours, en créant l’entreprise Chemours, que certains perçoivent comme « une faillite en puissance ».

Ni Dow ni DuPont n’ont expliqué aux créditeurs involontaires ce qu’il adviendrait des responsabilités actuelles suite à la fusion et la restructuration des entreprises.
Ni Dow ni DuPont n’avaient répondu aux demandes d’informations au moment de la rédaction de cet article.


Cet article a été traduit de l’anglais.

 

25 novembre 2016
par Nazaret Castro

fonte Equaltime.org

En 2015, 235 femmes furent assassinées en Argentine pour le simple fait d’être des femmes. Bien qu’une loi existe depuis 2009 dans ce pays d’Amérique du Sud pour combattre le féminicide, la réponse de l’État reste insuffisante. C’est ce qu’a confirmé la Rapporteuse spéciale des Nations Unies, Dubravka Šimonović, dans son rapport d’évaluation présenté récemment au Comité pour l’élimination de la discrimination à l’égard des femmes (CEDAW) et l’organisation des droits de l’homme Amnesty International (AI).

19 octobre 2016. Des milliers de femmes à Buenos Aires ont bravé les intempéries pour battre le pavé aux cris de « Ni Una Menos, Vivas Nos Queremos » (« Ni une de moins, nous nous aimons en vie »).

...continua a leggere "L’Argentine, avec sa « culture machiste », échoue au plan de la protection des femmes et des filles"

fonte Sbilanciamoci.info

L’atteggiamento del neopresidente Usa accentua la spinta in atto allo spostamento del nucleo centrale dell’economia mondiale verso il Pacifico e in particolare verso l’Asia del sud est e la Cina

Apparentemente, stando alle dichiarazioni fatte da Trump durante la campagna elettorale e anche dopo, i trattati “commerciali” che Obama aveva con tanta cura cercato di portare avanti nei suoi anni di presidenza, sembrano ormai saltati. Si va, come è noto, dal TPP, che riguardava i rapporti con l’America Latina e l’Asia, al TTIP, che investiva invece quelli con l’Europa, infine al CESA, che toccava il settore dei servizi.

In effetti, ogni attività politico-diplomatica in proposito sui vari fronti sembra essere cessata, o formalmente “sospesa”, in attesa di tempi migliori, mentre assistiamo anche alle dichiarazioni sconsolate dei molti che speravano che le cose andassero avanti ed anche a quelle di chi auspica ancora che le cose tornino ancora alla “normalità” di obamiana memoria. Non è certamente il nostro caso.

E’ noto che il TPP era stato ormai sottoscritto dai paesi interessati e mancava nella sostanza solo l’approvazione da parte del Congresso americano, mentre per il TTIP si era ancora in una fase di negoziazione tra le parti, in presenza comunque di una forte opposizione della società civile di diversi paesi europei e anche di quella di diversi ambienti politici, in particolare in Francia e in Germania. Il CESA, infine, si trovava in uno stadio ancora più arretrato del suo ciclo di messa a punto e comunque presentava tutti i difetti degli altri due, più qualcuno di suo.

E’ opinione diffusa che gli obiettivi di tali trattati, almeno in parte a torto definiti semplicemente commerciali, e che riguardavano in realtà una tematica molto più ampia, avevano come obiettivi principali quelli di far avanzare il dominio economico delle multinazionali statunitensi e quello politico degli Stati Uniti, mentre cercavano invece di frenare parallelamente l’avanzata della Cina, che era comunque non a caso esclusa dalla partita.

Ora che tutto questo sembra finito, cosa succederà? Come si rimedierà all’ horror vacui?

Asean, Apec, Ftaac, Rcep

Bisogna a questo punto ricordare che la gran parte dei paesi emergenti e anche delle realtà come l’Australia, la Nuova Zelanda, la Corea, il Giappone, vedono ancora come fondamentale il ruolo del commercio internazionale nelle loro politiche di sviluppo economico. Tale visione è in questo momento anche accentuata dal rallentamento economico di cui tali paesi soffrono.

Così all’incontro dell’Apec (si veda meglio più avanti) che si è concluso il 20 di novembre, il presidente del Perù, rispecchiando sostanzialmente il sentimento della gran parte degli altri paesi emergenti, ha sottolineato come la retorica protezionistica di Trump e il voto britannico per l’uscita dall’Unione Europea rappresentino degli sviluppi minacciosi per l’economia globale. “E’ fondamentale che il commercio internazionale cresca ancora e che il protezionismo sia sconfitto”, così egli ha dichiarato. Ed anche il primo ministro australiano, stretto alleato politico e militare degli Stati Uniti da sempre, ha usato in proposito toni allarmati.

Il sentimento generale è quello che non si vuole in nessun caso un ritorno al protezionismo.

Ricordiamo ancora, prima di procedere oltre, l’esistenza di due organizzazioni economiche importanti, quella dell’Asean, Association of South-East Asian Nations, che raggruppa dieci paesi del sud est asiatico e quella dell’Apec, Asia Pacific Economic Cooperation, che mette invece insieme diciassette paesi latino-americani ed asiatici, nonché Usa, Cina, Giappone, Russia.

Nell’ambito di tali organizzazioni si discute da tempo del varo di due distinti trattati commerciali; per quanto riguarda l’Apec, si tratta del FTAAP, Free Trade Area of the Asia-Pacific, mentre per quanto tocca all’Asean, si fa riferimento al RCEP, Regional Comprehensive Economic Partnership, che dovrebbe comprendere, oltre ai paesi membri dell’organizzazione, anche Cina, India, Corea del Sud, Giappone, Australia. Ambedue i trattati includono la Cina mentre almeno il secondo esclude gli Stati Uniti. Va sottolineato che almeno sette dei dodici paesi che avrebbero dovuto partecipare al TPP sono membri potenziali del RCEP.

La FTAAP è stata proposta per la prima volta nel 2006, mentre nel 2014 è stata messa a punto una sua road map, in pratica una strategia in fasi per arrivare all’obiettivo finale di ridurre le barriere commerciali tra i paesi. Ma gli Stati Uniti facevano resistenza e volevano che fosse data priorità ai negoziati per il TPP.

La RCEP è stata invece lanciata nel 2013 nell’ambito dell’Asean. Questo secondo trattato è in una fase relativamente avanzata e potrebbe essere varato in tempi relativamente brevi. Vi aderiscono in totale 16 paesi.

Si tratta di due possibili accordi che hanno obiettivi più modesti di quelli statunitensi e si limitano sostanzialmente alla riduzione delle barriere commerciali, mentre non coprono, al contrario del TPP e del TTIP, aree quali il ridimensionamento delle imprese pubbliche , i flussi di dati tra i vari paesi, o i tribunali speciali per le controversie commerciali.

Ora la Cina, cogliendo evidentemente la palla al balzo, ha cominciato a aumentare gli sforzi perché l’iter dei due trattati venga accelerato. Il suo Presidente ha subito dichiarato a Lima che il paese non è per il protezionismo, ma per aprire ancora di più le frontiere ed ha ufficialmente manifestato la volontà che le cose vadano rapidamente avanti. Diversi paesi vogliono associarsi al RCEP, pur non facendo parte dell’Asean, mentre la Cina viene vista in maniera crescente come leader naturale del processo. Persino l’Australia ha gettato tutto il suo peso dietro gli sforzi cinesi. Così il ministro del commercio di quest’ultimo paese ha dichiarato che qualsiasi mossa che riduca le barriere al commercio e lo faciliti è un passo nella giusta direzione.

Intanto l’India manifesta in modo molto chiaro la sua volontà di far parte in modo molto attivo del processo.

Ricordiamo anche, per sovrannumero, che nelle ultime settimane si va registrando un intiepidirsi dei legami con gli Stati Uniti di paesi come le Filippine, la Malaysia e la Tailandia ed un avvicinamento degli stessi alla Cina.

Conclusioni

Sembra intanto inevitabile cominciare a imparare a memoria le nuove sigle delineate nelle pagine precedenti. In effetti la mossa di Trump accentua la spinta in atto allo spostamento del nucleo centrale dell’economia mondiale verso il Pacifico e in particolare verso l’Asia del sud est e la Cina. La tendenza sembra ormai inevitabile.

Alla fine così ci potremmo trovare di fronte ad un paradosso: gli Stati Uniti avevano lanciato il TPP e il TTIP per escludere la Cina dai giochi e comunque per evitare che fosse la Cina a scriverne le regole. La Cina è ora al centro della scena dell’avvio dei nuovi trattati da cui gli Stati Uniti sono esclusi almeno in parte e tutti chiedono che sia la stessa Cina a scrivere le regole o almeno a collaborarvi in maniera importante.

Ma naturalmente non sono esclusi dei colpi di scena.

 
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Mercoledì 23 novembre l'Europarlamento ha adottato la risoluzione intitolata "Comunicazioni strategiche della UE come contrasto della propaganda di terze parti", in cui si traccia un parallelo tra le attività dei media russi e quelle dei terroristi del Daesh. A sostegno del documento hanno votato 304 deputati, i no sono stati 179, mentre si sono astenuti in 208.

Comunicazione strategica o pastrocchio per giustificare una politica sbagliata verso la Federazione Russa ? Nel documento di maggioranza si confondono e si mettono sullo stesso piano la Federazione Russa e il Daesh . Si richiedono norme statuali a riduzione della libertà d'espressione : le opinioni divergenti dal pensierino unico potranno essere definite "armi propagandistiche" e censurate.

Il documento sulla " Comunicazione strategica della UE " approvato dalla maggioranza rappresenta una pericolosa tendenza verso  forme di riduzione della libertà d'espressione. editor

 

 

14 ottobre 2016

PE 582.060v03-00 A8-0290/2016
Relazione sulla comunicazione strategica dell'UE per contrastare la propaganda nei suoi confronti da parte di terzi

(2016/2030(INI))

Commissione per gli affari esteri
Relatore: Anna Elżbieta Fotyga
PROPOSTA DI RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO
PARERE DI MINORANZA
PARERE della commissione per la cultura e l'istruzione
ESITO DELLA VOTAZIONE FINALEIN SEDE DI COMMISSIONE COMPETENTE PER IL MERITO

...continua a leggere "Comunicazione strategica o pastrocchio per giustificare una politica europea sbagliata verso la Federazione Russa ?"

fonte INRS.CA

 

Uno studio canadese sul fenomeno emergente dei lavoratori poveri. Non solo i lavoratori manuali o di assa qualificazione: la povertà sta colpendo quella che un tempo venva definita classe media intellettuale. editor

La pauvreté change de visage : près de quatre personnes pauvres sur dix occupent un emploi dans la région métropolitaine de Montréal. En une décennie, le nombre de travailleurs pauvres s’est accru d’environ un tiers, passant de près de 90 000 en 2001 à 125 000 aujourd’hui. Ces constats sont tirés d’une étude réalisée sous la direction du professeur Xavier Leloup du Centre Urbanisation Culture Société de l’INRS en partenariat avec Centraide du Grand Montréal. Les auteurs de l’étude retracent l’évolution de ce phénomène qui prend de l’ampleur et esquissent le portrait des travailleurs pauvres en tenant compte de leur répartition sur le territoire montréalais.

L’étude montre que l’écart en termes de revenus tend à se creuser entre les travailleurs pauvres et non pauvres. De plus, le travail pauvre a progressé à un rythme quatre fois plus rapide que l’emploi total au moment où Montréal connaissait une période de croissance économique soutenue entre 2001 et 2006.
Qui sont les travailleurs pauvres et où sont-ils?
« Le travail pauvre concerne en premier lieu des personnes qui, pour différentes raisons, connaissent une insertion plus difficile en emploi, en raison de leur emploi du temps, de leur parcours de vie ou de leurs caractéristiques personnelles », précise le professeur Leloup.
Parmi les populations les plus à risque figurent les parents seuls âgés de moins de 30 ans et les immigrants récents. La moitié des travailleurs pauvres ont des enfants. Les immigrants arrivés il y a moins de dix ans sont cinq fois plus susceptibles d’en faire partie que les non-immigrants. Chez les minorités visibles, une personne sur cinq est un travailleur pauvre.
Une constatation générale s’impose : le travail pauvre est réparti inégalement sur le territoire du Grand Montréal, tant à l’échelle des villes et des municipalités que des quartiers. Dans la région métropolitaine, l’île de Montréal regroupe près de 64 % du total des travailleurs pauvres. Suivent Laval et l’agglomération de Longueuil. La Ville de Montréal compte à elle seule 60 % des travailleurs pauvres du Grand Montréal.
Les travailleurs pauvres se retrouvent surtout dans des quartiers marqués par la pauvreté. Ainsi, Parc-Extension affiche le taux le plus élevé de travailleurs pauvres de la région métropolitaine avec plus de 30 %. Côte-des-Neiges, le Centre-ville, le Centre-Sud, Hochelaga-Maisonneuve, Saint-Michel et Montréal-Nord sont au nombre des quartiers où se concentrent les travailleurs pauvres.
Le travail pauvre en croissance parmi presque tous les groupes
Toutefois, ce phénomène tend à apparaître dans des quartiers mixtes moins associés à la pauvreté comme le Plateau Mont-Royal, La Petite-Patrie, Villeray et le Vieux-Longueuil. Pour les auteurs de l’étude, « ces changements sont à mettre en lien avec l’apparition progressive d’un travail pauvre touchant plus massivement les universitaires et un ensemble de professions intellectuelles, dont celles des sciences sociales, de l’enseignement, de l’administration publique et de la religion ou des arts, de la culture, des sports et des loisirs ». L’arrivée d’une nouvelle immigration vient aussi changer la donne dans des quartiers comme LaSalle et Saint-Léonard.
« La tendance à la hausse du travail pauvre touche presque tous les groupes. Il devient un phénomène global dont la croissance s’étend à des catégories a priori moins vulnérables sur le marché du travail. Le travail pauvre est une source d’inégalité socio-spatiale qui empêche les individus qui le vivent de s’intégrer pleinement à la vie urbaine », soutient le chercheur principal de l’étude, le professeur Leloup.
Cette recherche a été réalisée avec la collaboration de la professeure Damaris Rose et de l’étudiante à la maîtrise en études urbaines Florence Desrochers du Centre Urbanisation Culture Société de l’INRS. Elle s’inscrit dans le Partenariat de recherche sur les quartiers en transition, financé par le Conseil de recherches en sciences humaines du Canada (CRSH), qui vise à analyser l’évolution des inégalités de revenu et leurs effets sur les villes canadiennes. Elle s’appuie sur les données de recensement de 2001-2006 et celles de l’Agence de revenu du Canada pour la période 2006-2012.

Étude sur les travailleurs pauvres dans la RMR de Montréal 

fonte Sbilanciamoci.info

In questa campagna referendaria abbiamo dismesso i panni della discussione e il dibattito si riduce al chi sta con Renzi e chi sta contro Renzi. Così la Costituzione diventa oggetto plebiscitario, o semplice programma elettorale

Ne è valsa la pena?

Perché questa quasi-guerra fratricida? Qual è la ragione così urgente che ha mosso la dirigenza del Partito Democratico e del Governo a imporre una campagna referendaria su questa riforma della Costituzione, così frettolosa, così imperfetta, e soprattutto così divisiva? Perché decenni di manicheismo da guerra fredda tra comunisti e democristiani non hanno diviso così fortemente il paese come questo referendum che cade in un tempo post-ideologico? Propongo due ordini di risposte a queste domande, uno che cerca di capire la filosofia di questa proposta di revisione, e uno che cerca di valutare l’impatto di questa campagna referendaria sulla cittadinanza.

Fatti e Miti

Hanno detto i suoi promotori che è la storia a chiedere questa riforma; lo chiedono trenta (per Renzi settanta) anni di tentativi di cambiare la nostra democrazia, troppo pluralista e assembleare, troppo orizzontale e poco attenta alla governabilità. Ma nessuno sa esattamente che cosa questo significhi, anche perché la storia siamo noi, e quindi è il presente, questo presente, che vuole questa riforma. Figlia di questo presente, la filosofia sulla quale riposa questa riforma è poco amante dell’intermediazione, del pluralismo e di quella complessità che – ce lo siamo dimenticato? – è la società liberale e democratica stessa a generare. Questa filosofia riposa su due miti: velocità di decisione e semplificazione per aiutare la velocità. E si impone, o cerca di imporsi, con un metodo che è ad essi coerente: insofferente per il dissenso, violento nel linguaggio, dominatore nell’uso monopolistico dei mezzi di informazione, e plebiscitario nella forma del consenso chiesto ai cittadini. Per chi mastica un poco di filosofia politica lo scenario è Schmittiano.

Da che cosa sono supportati i miti della velocità e della semplificazione? Non da prove fattuali, ovviamente. Certo, non sul fronte della “velocità” di decisione; anche perché questo governo di coalizione ha dimostrato di riuscire in pochi giorni a sopprimere diritti del lavoro che resistevano almeno dal 1970. Velocissimo è stato anche il precedente governo Monti nell’approvare la riforma delle pensioni e addirittura nell’inserire la norma del pareggio di bilancio nella Costituzione. La velocità in queste riforme amate dai “mercati” (e molto poco digeribili per quei democratici che assegnino a questa parola un valore superiore a quello della sigla di un partito) è stata possibile la Costituzione vigente. Quindi perché?

E che dire del mito della “semplificazione”? Se semplificare comporta approntare mezzi per l’attuazione celere delle decisioni, allora il problema è risolvibile con regolamenti nuovi, sia parlamentari che della burocrazia. Perché andare ai poteri fondamentali dello Stato? Perché, probabilmente, il mito della semplificazione è coerente a una visione dirigistica del potere politico, che sta davvero stretta a una costituzione democratica com’è la nostra.

Semplificare può voler dire molte cose e nulla. L’argomento piace molto ai populisti di tutti i continenti e tempi: e sta per superamento della fatica del dover cercare mediazioni e consensi, secondo il mito molto dirigistico di snellire le rappresentanze, di sfoltire i protagonisti dei processi decisionali, per contenere i tempi di decisione e togliere ostacoli a chi decide. È un mito ben poco democratico, e non perché la democrazia significa perdere tempo, ma perché, come scriveva Condorcet, non si fida di chi vuol dare più potere all’organo di decisione, il governo: un argomento di cui “sono lastricate le strade verso la tirannia”. Senza bisogno di andare così lontano come Condorcet, possiamo tuttavia nutrire seri dubbi che una semplificazione decisionale sia sicura per chi crede nel potere di controllo, limitazione e monitoraggio, ovvero sorveglianza. Chi propone questa riforma non ha un’idea molto positiva della democrazia, ritenendola troppo esosa in termini di tempo e troppo esigente in termini di controllo. Ecco perché ci propone una riforma che depotenzia la democraticità della nostra Costituzione.

Resa meno democratica, ovvero meno rappresentativa delle diverse istanze, territoriali o politiche, e più interessata a localizzare la sede apicale della decisione trascinando gli organismi collettivi invece di essere da questi trascinato: non a caso nella proposta di revisione ha un posto di rilievo il principio della temporalità stabilita dal Governo, che può predeterminare i tempi di discussione del Parlamento e chiedere che esso sospenda i suoi ordinari lavori per occuparsi prima e subito dei suoi decreti. L’implicita ammissione è che colpa della lentezza e della complessità sia il Parlamento, e tutti gli “organi assembleari” come con fastidio chiamano la democrazia rappresentativa i dirigisti. Contro l’“assemblearismo” è in effetti da settant’anni che gli insoddisfatti della democrazia tuonano nel nostro paese, a partire proprio dalla Consulta.

Distanza dei cittadini e poteri accentrati

La revisione della Costituzione pone inoltre problemi molto seri quanto al rapporto tra istituzioni e cittadini. Su questo aspetto pochi si sono soffermati e propongo qui alcune riflessioni.

Le ragioni per non sostenere questa proposta di revisione sono di vario genere: da quelle relative al merito (a come ridisegna il Senato, le funzioni delle Regioni e la relazione tra i poteri dello Stato) a quelle più direttamente politiche o di prudenza politica. Su queste seconde non si discute mai abbastanza. La Costituzione di uno stato democratico dovrebbe avere uno sguardo lungo, essere pensata in relazione non all’oggi ma a qualunque tensione o problema possa succedere domani. Questa prospettiva ha reso la Costituzione italiana vigente un’ottima Costituzione, capace di reggere molti stress: gli anni di piombo, impedendo che le istituzioni si facessero convincere dal canto delle Sirene che chiedevano governi di emergenza, sospensione dei diritti e stato di polizia; e poi l’assalto da parte della corruzione dei partiti prima e del patrimonialismo berlusconiano poi. Se l’opinione, anche politica, ha spesso tentennato, le istituzioni hanno tenuto la barra diritta perché la Costituzione ne disegnava i poteri e le funzioni in maniera tale che nessuna di esse potesse prendere sopravvento o avere un potere superiore.

Se la nostra democrazia ha tenuto e la stabilità è stata garantita nel corso degli anni nonostante i diversi governi (un problema da attribuirsi semmai al sistema elettorale) è stato perché le istituzioni hanno tenuto. E questo è dimostrato dal fatto che il declino di legittimità dei partiti e degli attori politici non ha scalfito la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, perché queste non hanno dato l’impressione di essere dominate completamente dai partiti. Vi è da temere che un Senato composto per voto indiretto alimenti nei cittadini l’impressione che la loro incidenza sulle istituzioni sarà più debole mentre il potere di decisione degli attori politici più opaco e fuori dal loro controllo. Il rischio è che le istituzioni siano a poco a poco percepite come proprietà di chi le occupa; che la distanza tra istituzioni e società aumenti. E con essa che cresca il senso di illegittimità delle istituzioni.

Inoltre, pensata in funzione di neutralizzare esecutivi ingombranti (scritta in funzione anti-fascista), la Costituzione del 1948 si presenta come molto ben corazzata contro i nuovi populismi. Decentrare il potere e spezzarne la tendenza alla concentrazione (con un governo che impone i tempi e l’agenda al Parlamento) è mai come in questo tempo essenziale a fermare i tentativi di assalto che possono venire dalle forze nazional-populiste. Questo non è il tempo migliore per una Costituzione che concentra i poteri e indebolisce i controlli e il ruolo delle opposizioni.

Negli Stati Uniti ci si preoccupa in questi giorni degli effetti che potrà avere l’accumulo di potere e l’allineamento sotto un unico partito di tutti i poteri dello Stato: la Casa Bianca, il Congresso, il Senato e la maggioranza della Corte Suprema. Indubbiamente la governabilità e la velocità delle decisione saranno facilitate con l’amministrazione Trump e la sua maggioranza granitica. Ma siamo convinti che questo sia desiderabile?

Una campagna velenosa

Chi si è schierato con Renzi, leggiamo spesso sui quotidiani, ha rischiato il linciaggio morale. D’altro canto chi si è schierato contro Renzi ha perso amici e si è trovato/a classificata con i Casa Pound o gli anti-sistema e con i populisti di tutte le risme. Una guerra di parole e dichiarazioni fratricida, come non si era visto neppure con la proposta di riforma lanciata dal Governo Berlusconi. Forse perché la lotta è ora tutta a sinistra o tra chi in modi diversi si sente vicino al Partito Democratico, questa campagna ha avuto il sapore di una piccola guerra civile, di una guerra civile di parole. Ricordiamo il caso Roberto Benigni, il primo a scatenare questa guerra.

Rispondendo alla domanda di Ezio Mauro se non avesse paura di passare per “renziano” confessando di votare Sì al referendum costituzionale, Benigni la scorsa primavera ha rivendicato il diritto di votare come pensa e non per conformarsi a chi non si conforma. E il diritto di votare implica il diritto di schierarsi: “Non voglio rimanere neutrale, lavarmene le mani dicendo che faccio l’artista, voglio essere libero. E la libertà non serve a nulla se non ti assumi la responsabilità di scegliere ciò che credi più giusto”. Risposta pertinente perché coerente ai due principi aurei della democrazia liberale e non plebiscitaria: votare con la propria testa e non con quella del leader, e rivendicare il valore del voto che è e non può che essere partigiano. Voto schierato non voto plebiscitario. È questa la distinzione che oggi è difficile fare e mantenere. All’origine della difficoltà vi è stata la decisione di Renzi di identificare il Sì con la sua persona e il suo governo, trasformando il No automaticamente in un giudizio sulla sua persona e in una causa di instabilità politica. Chi non sta dalla sua parte è messo nell’“accozzaglia” degli sgradevoli.

Questa trappola ci ha impedito di battagliare da “partigiani amici”, come direbbe Machiavelli, e ci ha fatto essere “partigiani nemici”. I primi sono quelli che si schierano nella libera competizione delle idee per favorire o contrastare un progetto politico. I secondi sono quelli che personalizzano la lotta politica mettendo nell’arena pubblica non le ragioni pro e contro un progetto, ma le rappresentazioni colorite delle tipologie di chi sta da una parte e dell’altra. I primi si rispettano come gli avversari di una battaglia legittima, i secondi si offendono e creano le condizioni per un risentimento che sarà difficile da dimenticare.

È da anni, da quanto Berlusconi “scese in campo”, che la lotta politica ha preso la strada dello stile teatrale, della rappresentazione estetica – con forme mediatiche che hanno lo scopo di colpire le percezioni per mobilitare le emozioni e rendere la contesa radicale, non dialogica. Di creare identificazioni non forti nelle convinzioni ideali ma forti nella vocalizzazione e nella pittorica rappresentazione. Come se ogni battaglia fosse l’ultima, come se la catastrofe e il diluvio seguissero a una vittoria o a una sconfitta. È questo stile populista del linguaggio estetico e tutto privato (ingiudicabile con la ragione pubblica) che ha corroso negli anni la nostra abitudine alla lotta partigiana, trasformandola in un Colosseo, uno spettacolo che vuol vedere il sangue che colora di rosso l’arena.

Le ragioni a favore o contro sono spessissimo passate in secondo piano. Questo succede soprattutto oggi che siamo in dirittura di arrivo. Per cui i blog e i social network assalgono chi si schiera con il Sì come fosse un rinnegato, e offendono mortalmente chi vota No come fosse un nazi-fascista, un “falso” partigiano. A chi vota Sì è affibbiato il titolo di lacchè del potere, a chi vota No è appiccicata l’immagine della “palude”. Chi vota No sarebbe per la conservazione e chi vota Sì sarebbe per l’innovazione e intanto non si riesce a spiegare senza essere sbeffeggiati e sbeffeggiare che cosa si vuole preservare e che cosa si desidera innovare.

Siccome i sacerdoti del Sì non possono vantare, proprio come quelli del No, alcuna privilegiata saggezza, sarebbe stato opportuno mettere sul tappeto le questioni reali implicate in questa battaglia sulla nostra Costituzione: il carattere di questa nuova versione della Costituzione e gli effetti che potrebbe generare, soprattutto se accoppiata con l’Italicum (una legge dello Stato il cui peso ingombrante è stato accantonato da Renzi, con la promessa verbale a Gianni Cuperlo di rivederla dopo il 4 dicembre). Dicevano i teorici e i politici settecenteschi che hanno teorizzato e/o scritto le costituzioni che queste devono essere scritte per i demoni, non per gli angeli. E come Peter sobrio che scrive le regole per Peter ubriaco, le carte di regole e di intenti servono proprio per esorcizzare e contenere il potere, in particolare quello istituzionalizzato, nell’eventuale occorrenza che venisse tenuto da mani sconsiderate. Come Benigni, anche altri sostenitori del Sì riconoscono che il nuovo Senato è pasticciato; diversi, anche nel Pd, si preoccupano degli effetti combinati della riforma con l’Italicum, che contrariamente a quanto succede per i sindaci premia non chi ha raggiunto il cinquanta per cento, ma il quaranta per cento. È legittimo farsi queste domane e voler discutere di queste questioni. È legittimo che i cittadini democratici si preoccupino di sapere quando potere resterà a loro, quanta forza avrà la loro voce.

E invece, il clima è da mesi rovente, rabbuiato dalla retorica del plebiscito. Il manicheismo fa spettacolo ma non fa prendere decisioni sagge – la deliberazione democratica deve poter contare sul fatto che si entra in una discussione con un’idea e se ne può uscire con un’altra. Ma in questa campagna referendaria abbiamo dismesso i panni della discussione: ciascuno alla fine resta dell’idea che aveva all’inizio, mentre gli incerti e gli indifferenti saranno probabilmente colpiti da una battaglia più personalizzata che ragionata. Chi sta con Renzi e chi sta contro Renzi. Tutti ci siamo fatti e ci facciamo conformisti. A questo si giunge quando la Costituzione è fatta oggetto plebiscitario, o usata come un programma elettorale – per contare nemici e amici. Di costituzionale vi è davvero poco. Figuriamoci se questo fosse stato il clima dei Costituenti! Avremmo avuto la guerra civile non settant’anni di vita civile.

Quale che sia l’esito, dopo il 4 dicembre 2016 il nostro sarà un paese più diviso. Cui prodest?

Recentemente nel rapporto del Censis, la spesa degli utenti nella sanità ammonta a oltre 34 miliardi. Secondo la ricerca Censis presentata a giugno 2016, liste d’attesa molto lunghe portano 10 milioni di italiani a rivolgersi soprattutto alla sanità privata e 7 milioni all’intramoenia perché non possono aspettare, mentre sono 26 milioni i cittadini che si dicono propensi ad aderire alla sanità integrativa.

Uno scenario completamente opposto a quello che Renzi e Lorenzin hanno spacciato con il varo della Legge di Bilancio 2016. La sanità non è salva, anzi. La stabilizzazione del Fondo sanitario nazionale come dato in sé non ha alcun significato. Tra le categorie che non hanno creduto al Governo c'è sicuramente quella dei medici ospedalieri. 

In questa intervista (qui) il segretario dell'Anaao-Assomed Costantino Troise dice chiaramente che senza una sterzata vera nella sanità pubblica presto sentiremo partire gli allarmi. Sullo stato della salute pubblica, ovviamente, e già se ne è avuta qualche avvisaglia, e sulla condizione dei medici, che non ce la fanno più a sopportare carichi di lavoro da catena di montaggio e un'età media che vede l'Italia agli ultimi posti nel mondo.

Comitati Dossetti per la Costituzione
Raniero La Valle
I VALORI SUPREMI DELLA COSTITUZIONE TRADITI DALLA RIFORMA
Settimo discorso su “La verità del referendum” tenuto il 15 novembre 2016 a Vicenza
La Corte Costituzionale ha affermato che ci sono dei valori supremi sui quali si
fonda la Costituzione, che non possono essere sovvertiti o modificati nemmeno da
leggi di revisione costituzionale. Questi principi supremi affermati soprattutto nella
prima parte della Costituzione sono in gioco nella seconda, che ne dovrebbe garantire
l’attuazione; ma proprio questi sono ora disattesi o traditi nella riforma sottoposta al
voto popolare del 4 dicembre.

La sovranità popolare
I - Il primo principio, che sta scritto all’inizio della stessa Costituzione, è
quello della sovranità popolare. Dice l’art. 1: “la sovranità appartiene al popolo, che
la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Questo principio è il
fondamento di tutta la Costituzione. In rapporto ad esso la Costituzione sta o cade.
La statuizione di questo principio è frutto di secoli di lotte, è costata lacrime e
sangue, ed è il punto di svolta della storia dai regimi assoluti a ordinamenti di libertà.
Passare dalla condizione di sudditi a quella di sovrani, cambia infatti la vita, cambia il
destino delle persone e dei popoli.
Che la sovranità sia di uno solo, di un monarca o di tutti, è decisivo anche per
l’alternativa suprema, che è quella tra la guerra e la pace. Quando, più di un secolo fa,
nel settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia per prendersi la Libia, dando
inizio a quel conflitto con l’Oriente e con l’Islam che dura ancor oggi, tutto avvenne
in segreto e come se niente fosse, col Re che era in vacanza a San Rossore, Giolitti
che se ne stava a Dronero e il Parlamento che era chiuso per ferie. Nel 1944 quando
nel radiomessaggio del sesto Natale di guerra Pio XII fece la storica scelta a favore
della democrazia disse che forse, se avessero avuto la democrazia, i popoli avrebbero
potuto impedire la guerra. Nel 1969 un popolo di sovrani in America e nel mondo
diede vita a un grandioso movimento pacifista che poi costrinse gli Stati Uniti a
ritirarsi dal Vietnam e a porre fine a quella guerra. Ciò mostra l’importanza del
principio della sovranità popolare.
Ora questo principio supremo è violato nella proposta di Costituzione
sottoposta a referendum in molteplici modi.
Prima di tutto il Senato, che continuerà ad avere vastissime competenze
legislative e politiche, non sarà più eletto dal popolo; esso sarà designato, checché
dica il documento firmato da Cuperlo, da 904 consiglieri regionali, cioè da politici
appartenenti alla nomenclatura e ai partiti che comandano nelle Regioni.
In secondo luogo la sovranità popolare è violata dalla elevatissima distorsione
del rapporto di proporzionalità tra i voti espressi dal popolo e i seggi attribuiti, a
causa della legge elettorale maggioritaria oggi vigente che trasforma in modo
ineguale i voti in seggi; si dice che sarà cambiata ma intanto la riforma si vota con
quella.
Il principio della sovranità popolare è violato inoltre dalla dissuasione dalla
partecipazione politica (un manifesto del PD prometteva, in cambio del Sì al
referendum, la diminuzione dei “politici”).
E poi c’è il fatto che una volta eletto il primo ministro con tutti i suoi deputati,
per il popolo sovrano non ci sarà più niente da fare per cinque anni, essendo
artificialmente assicurato un governo di legislatura, e dunque i cittadini perdono di
cinque anni in cinque anni il diritto sancito dall’art. 49 della Costituzione di
concorrere a determinare la politica nazionale.
Inoltre è violato il principio che la sovranità popolare si esercita nelle forme e
nei limiti della Costituzione, perché tra queste forme e questi limiti la Costituzione
prevede che il popolo non elegga direttamente il presidente del Consiglio, ma che
questo sia nominato dal presidente della Repubblica; invece secondo la legge
elettorale connessa alla riforma costituzionale “il capo della forza politica” che vince
le elezioni e ottiene il premio di governabilità è automaticamente, la sera stessa,
acclamato come presidente del Consiglio, anche se il presidente della Repubblica che
secondo la Costituzione lo dovrebbe nominare, sta dormendo.
Ma la lesione più grave del principio di sovranità consiste nel portare a
compimento quel passaggio della sovranità dal popolo ai mercati che da tempo ci
chiedono la Trilaterale, Gelli, la banca Morgan, l’Europa, gli ambasciatori americani:
una riforma che appunto, come oggi si dice, era attesa da trent’anni e che neanche
Berlusconi era riuscito a realizzare. Ma questo transito della sovranità dagli uomini ai
mercati, è precisamente ciò che depreca il papa quando denuncia la bancarotta di una
società in cui il denaro governa invece di servire e in cui vengono salvate le banche
ma non le persone.

Il lavoro come fondamento della Repubblica
II – Il secondo principio supremo, che figura nello stesso incipit della Costituzione, è
il principio lavorista, perché’ l’Italia è concepita come una Repubblica fondata sul
lavoro. È un principio straordinario che attua il rovesciamento cristiano del servo in
signore. Il lavoro che era la schiavitù addossata al servo, è ora riconosciuto come la
dignità stessa dell’uomo. Questo principio, insieme con l’art. 4 che riconosce il diritto
al lavoro e prescrive alla Repubblica, cioè alla politica, di renderlo effettivo, fa sì
che siano costituzionalmente obbligatorie politiche di piena occupazione.
La piena occupazione non è un’opzione facoltativa, una variabile dipendente dalle scelte
ideologiche dei governanti, è un obbligo costituzionale, è ciò che la Repubblica,
secondo la Costituzione, non può non fare.
Ma questo è impedito dall’art. 117 della nuova Costituzione che ribadisce in
modo ancora più stringente il vincolo già previsto nel testo oggi vigente, stabilendo
che la potestà legislativa è esercitata nel rispetto “dei vincoli derivanti
dall’ordinamento dell’Unione Europea” (prima si parlava con minore precisione di
“comunità europea”). Ma l’ordinamento dell’Unione Europea è un ordinamento che
trasforma in regime la scelta economica neo-liberista e l’ideologia della sovranità dei
mercati. Esso tutela la competizione e la concorrenza in quello che chiama il
“mercato interno”, che sarebbe poi la stessa Europa, e all’art. 107 proibisce gli aiuti
concessi dagli Stati o il trasferimento di risorse statali alle imprese, cioè proibisce
l’intervento dello Stato nell’economia, sotto pena di una condanna da parte della
Commissione europea o di un giudizio davanti alla Corte di giustizia europea.
Ciò vuol dire, tra le altre cose, che politiche di piena occupazione, che
sarebbero costituzionalmente dovute, sono costituzionalmente proibite da questa
seconda parte della Carta che vincola la legislazione ai diktat europei.
E proprio qui c’è il punto di caduta finale della nuova Costituzione. Essa
modifica la forma di Stato, perché svuota il sistema delle autonomie restaurando il
centralismo statale; modifica la forma di governo perché trasforma il governo
parlamentare in potere monocratico elettivo di legislatura, come quello dei sindaci, e
perciò in un premierato mascherato; modifica i compiti e i fini della Repubblica,
perché come dice la relazione che accompagnava il disegno di legge di riforma
Renzi-Boschi, l’obiettivo è di adeguare la Repubblica “alle nuove esigenze della
governance europea e alle relative stringenti regole di bilancio”; e queste tre
modifiche della forma di Stato, della forma di governo e dei fini della Repubblica nel
loro insieme portano a compimento il lungo processo, cominciato già qualche
decennio fa, di trasferimento della sovranità dal popolo ai mercati.

Una democrazia parlamentare
III – Il terzo principio fondamentale che è tradito dalla riforma è quello per il quale la
nostra non è una democrazia dell’investitura, ma è una democrazia parlamentare.
Nella democrazia parlamentare l’architrave di tutto il sistema è l’istituto della fiducia,
perché è grazie alla fiducia del Parlamento che il governo può sorgere, ed è a causa
della perdita della fiducia che un governo può cadere, come è giusto che sia se un
governo, a giudizio della maggioranza parlamentare, invece del bene comune
produce un male comune.
Ma la riforma attacca e sostanzialmente distrugge l’istituto della fiducia che
non sarà più la fiducia del Parlamento, perché a metà del Parlamento, che resta
bicamerale, cioè al Senato, questo potere viene tolto; e quanto alla fiducia che resterà
nel potere della sola Camera, essa non sarà più una fiducia parlamentare, ma
un atto interno di partito, perché un solo partito, il cui segretario o il cui capo sarà il
presidente del Consiglio, grazie alla legge elettorale disporrà di 340 voti alla Camera,
sicché la fiducia sarà non il frutto di una valutazione politica, ma una atto dovuto per
disciplina di partito.
Per cui ci sarà, almeno formalmente, una democrazia, ci sarà un Parlamento,
ma non ci sarà più una democrazia parlamentare.

Il ripudio della guerra
IV – Il quarto principio supremo tradito dalla riforma è il principio pacifista, per il
quale l’Italia ripudia la guerra, ogni guerra che non sia quella corrispondente al
“sacro dovere” della difesa della Patria, inteso come popolo e territorio. Tale
principio avrebbe dovuto semmai avere maggior tutela, dopo che il Nuovo Modello
di Difesa varato nel 1991, ha spostato i confini fino ai pozzi di petrolio, alle dighe e ai
popoli del Medio Oriente e la patria è stata identificata con gli interessi economici
dell’Occidente da difendere anche militarmente in tutto il mondo globalizzato.
Invece la riforma rende più facile e mette in mano ad una sola persona la scelta
della deliberazione di guerra, dalla quale il Senato, cioè mezzo Parlamento, è proprio
quello che secondo i riformatori dovrebbe più direttamente rappresentare le
popolazioni locali, è tagliato fuori; la semplificazione che dà più estesi e più facili
poteri al presidente del Consiglio funzionerà anche per la decisione sull’impiego delle
Forze Armate e sulla guerra, e la sovranità popolare sarà completamente esclusa dalla
decisione sulla pace e sulla guerra.

Il principio internazionalista
V – Il quinto principio supremo abbandonato nella riforma è il principio
internazionalista, perché in tutte le nuove norme che riguardano la formazione e
l’attuazione delle prescrizioni dell’Unione Europea non c’è il minimo accenno ad una
intenzione riformatrice degli stessi Trattati Europei per guardare al di là dell’Europa
ai fini della costruzione di un ordine di pace e di giustizia fra le Nazioni.
Inoltre non c’è il minimo accenno a una riforma del diritto di asilo e a
un’accoglienza degli stranieri e dei migranti secondo le nuove dimensioni del
fenomeno che secondo alcune stime arriverà a coinvolgere 250 milioni di profughi, di
fuggiaschi, di rifugiati nell’anno 2050.
Né c’è il minimo accenno all’ultima discriminazione che una Costituzione
democratica dovrebbe abolire: la discriminazione della cittadinanza, la quale limita i
diritti fondamentali e l’esercizio dei diritti politici e sociali ai soli cittadini, con
l’esclusione degli stranieri. Una vera riforma del Senato sarebbe una riforma che non
ne facesse l’ultima trincea dei vecchi localismi, ma ne facesse un Senato dei popoli,
dove sedessero i rappresentanti non solo dei cittadini, ma delle persone di tutte le
nazioni, le lingue e le culture che abitano in Italia e dormono sotto il suo cielo.

Bancários, metalúrgicos, petroleiros, químicos, professores, servidores aderem a protesto
Pelo menos uma dezena de categorias participou de manifestações contra o governo Temer e a ameaça de retirada de direitos. Em São Paulo, haverá concentração na Praça da Sé a partir das 16h30

 
São Paulo – Pelo menos uma dezena de categorias participa hoje (11 novembre), por todo o país, de protestos contra o governo Temer e sua agenda de ajuste fiscal, que, conforme afirmam os trabalhadores, embute redução de investimentos e retirada de direitos sociais. "Querem jogar a conta do corte de gastos em cima dos trabalhadores", afirma o presidente do Sindicato dos Metalúrgicos do ABC, Rafael Marques. Ele critica o governo por não mexer onde gasta muito, "com o pagamento de mais de R$ 960 bilhões por ano aos banqueiros com juros da dívida pública".

Em São Paulo, a última atividade do dia está marcada para a Praça da Sé, a partir das 16h30. De acordo com os organizadores, aderiram ao movimento metalúrgicos, bancários, químicos, petroleiros, professores, eletricitários, servidores (federais e municipais), condutores de várias cidades de São Paulo, em Recife, Natal e no Distrito Federal e trabalhadores da Sabesp e da construção civil.

Na região do ABC, entre outras atividades, depois de um ato no Pavilhão Vera Cruz, em São Bernardo do Campo, trabalhadores de várias categorias marcharam até a rodovia Anchieta. Metalúrgicos fizeram panfletagem no terminal metropolitana de Piraporinha, entre São Bernardo e Diadema. Em Santo André, também houve panfletagem pela cidade.

Entre os bancários, houve atraso no início das atividades em algumas das principais concentrações, além de corredores de bancos em várias regiões de São Paulo, de acordo com o sindicato da categoria. Centros administrativos do Itaú (CAT e ITM) também abriram depois do horário normal. "Nós não vamos aceitar a precarização do nosso trabalho, a redução de salários, que nos imponham a alta rotatividade comum entre os terceirizados, o alto grau de adoecimento, muito maior do que a gente tem na categoria", afirmou a presidenta da entidade, Juvandia Moreira. "A terceirização é sinônimo de precarização, é sinônimo de retirada de direito."
"Trancaços"

No Vale do Paraíba, interior paulista, trabalhadores da Monsanto (São José dos Campos) e da Tarkett (antiga Fademac, em Jacareí) paralisaram atividades por 24 horas. Além do dia de protestos, o ato também faz parte da campanha salarial dos químicos, que têm data-base em 1º de novembro.

Segundo os movimentos, houve "trancaços" em várias estradas e vias importantes. Em São Paulo, a Avenida João Dias, estrada de Itapecerica e M’ Boi Mirim tiveram o tráfego interrompido logo no início do dia. Houve protesto e paralisação na rodovia Anhanguera, na entrada do município de Sumaré, na região de Campinas. Houve ainda registros de bloqueios e manifestações nas rodovias Anchieta (que liga a capital ao litoral sul), Dutra (São Paulo-Rio), Régis Bittencourt (São Paulo-Sul), Anhanguera (da capital paulista ao norte do estado), além da estrada Jacu-Pêssego, na zona leste paulistana.

Ainda na região da Campinas, um ato contra a terceirização bloqueou pela manhã um trecho da Rodovia Professor Zeferino Vaz, em frente à Refinaria do Planalto (Replan). Houve atraso na entrada do turno. A atividade também integra semana de mobilizações da Federação Única dos Petroleiros (FUP) contra a política de privatização e arrocho da Petrobras. Organizado por movimentos que formam as frentes Brasil Popular e Povo Sem Medo, o protesto, que durou três horas, reuniu cerca de 500 pessoas, segundo os petroleiros. Também estavam presentes profissionais da educação, urbanitários e trabalhadores da construção civil e da área de distribuição de petróleo e gás.

O ato também chamou a atenção para o julgamento, no Supremo Tribunal Federal (STF), sobre a Súmula 331 do Tribunal Superior do Trabalho (TST), que veda a terceirização na atividade-fim (principal) das empresas. "A terceirização ocorre hoje de forma precária e a súmula é que proporciona o mínimo de direitos ao terceirizado. Se o STF derrubar a súmula, essa garantia não existirá mais e a terceirização será aberta de forma ampla e irrestrita", afirmou o diretor do Sindicato Unificado dos Petroleiros do Estado de São Paulo (Sindipetro Unificado-SP) Arthur Bob Ragusa.

Segundo ele, a condição de trabalho dos terceirizados já é bastante precária e com a destituição da súmula ficará ainda pior. Os terceirizados ganham em média 27% a menos que os trabalhadores próprios, trabalham três horas a mais por semana e enfrentam maior rotatividade. “No caso específico da Petrobrás, de cada 10 acidentes que acontecem, oito são com terceirizados”, afirmou o dirigente.

Na Bahia, um ato fechou a BA-535 nos dois sentidos, em Camaçari, região metropolitana de Salvador. Em Pernambuco, houve bloqueio nas ruas do centro de Recife. No Espírito, a manifestação foi no Km 67 da BR-101, em São Mateus, norte do Espírito Santo. O protesto terminou por volta das 9h.

fonte redebrasilatual.br

 

Sinistra - Foto di Sel

di Vittorio Capecchi

In questo numero di Inchiesta i testi si interrogano sulla scomparsa del lavoro dalla politica e dalle istituzioni. Francesco Garibaldo ricostruisce il processo di aziendalizzazione delle relazioni sindacali e di involuzione aziendalistica dei sindacati in Europa.

Come scrive Garibaldo, “se i lavoratori possono essere rappresentati solo come parte dell’azienda, allora non esiste più un punto di vista, una ipotesi sul lavoro che sia rappresentativa del mondo del lavoro come soggetto collettivo; il che non significa che non vi siano più conflitti tra manager e lavoratori, ma essi riguardano quel mondo chiuso e quindi hanno sempre come limite la comune esigenza di combattere, come sottolinea Marchionne, per sopravvivere contro le altre imprese”. L’aziendalizzazione arriva a inglobare le materie del welfare e prepara “un’ulteriore escalation di privatizzazione dei servizi sociali”. Come sintetizza Garibaldo “il lavoro è depoliticizzato e de-istituzionalizzato”.

Il lavoro esce in Europa dai partiti di “sinistra” e come analizza Alessandro Somma, è profetico l’ultimo testo di Peter Mair (politologo irlandese morto nel 2011) che descrivere la politica che “governa il vuoto” avendo lasciato il potere all’economia delle banche e delle multinazionali. L’immagine di questa politica è quella descritta da Bruno Giorgini nell’incontro a Maranello: l’alleanza tra un Renzi a capo del “partito della nazione”, la Merkel, Marchionne ed Elkann. Luigi Vinci si pone l’interrogativo utilizzato per questo editoriale “Come è potuto accadere?” e parla di una politica europea “populista”, basata “sulla movimentazione di atteggiamenti e comportamenti popolari, sulla sfiducia nella politica e negli assetti istituzionali, sul rapporto diretto tra seguaci e leadership, sulla banalizzazione del discorso politico e sulla centralità del richiamo emotivo”.

Sono avvenute profonde trasformazioni sia nel rapporto capitale/lavoro che nel rapporto capitale/natura. Sul primo di questi rapporti Umberto Romagnoli sottolinea le difficoltà di un diritto del lavoro che si trova in una fase con prospettive, come in Italia, di “crescita zero” che coesistono con i successi di Industria 4.0 descritti da Matteo Gaddi. Le ricadute sulla salute e sulla sicurezza di chi lavora sono descritte da Gino Rubini. Marco Assennato, che analizza il quadro sindacale francese e le lotte che attraversano Parigi, vede la situazione attuale come risultato di una non convergenza delle lotte, convergenza “da cercarsi direttamente sul terreno metropolitano, nei servizi, nella logistica, sul territorio”. Da tener poi presente che quando si cerca di uscire dal modello neoliberista i contraccolpi politici sono immediati, come spiega Railidia Carvalho che descrive il veloce retrocedere dei diritti del lavoro nel Brasile del golpe portato avanti contro Dilma Rousseff da parte dell’apparato di potere industriale, che vuole un ritorno trionfale del neoliberismo messo in discussione da Lula.

Sulla relazione capitale-natura sono importanti le considerazioni di Mario Agostinelli dopo il Forum Sociale Mondiale di Montreal a cui ha partecipato e in questa direzione è anche il dossier curato da Laura Corradi che riflette sul libro scritto da lei insieme a Raewyn Connell, Il silenzio della terra, che rappresenta il punto di arrivo di una esplorazione ventennale nelle teorie sociali dei paesi non occidentali e nelle realtà aborigene, nel tentativo di imparare da esse mettendo al centro la terra.

Esiste ancora una sinistra?

Le analisi storiche e le diagnosi presentate nei saggi prima ricordati sembrerebbero convergere verso una risposta negativa, ma sia al livello internazionale che al livello nazionale vi sono risposte che mostrano scenari politici, economici e culturali alternativi al neoliberismo dominante.

Al livello internazionale sono importanti le iniziative e proposte che provengono dal Forum Sociale Mondiale descritto da Mario Agostinelli: cambiamenti nelle fonti energetiche, spostamento verso un sistema agricolo più localizzato ed ecologico, abolizione dei trattati commerciali che interferiscono con i tentativi di ricostruire le economie locali, accoglimento di rifugiati e migranti che cercano sicurezza e una vita migliore, introduzione di un reddito minimo universale, interruzione di sussidi ai combustibili fossili, tassazione sulle transazioni finanziarie, tasse più elevate per le corporation e per i ricchi, una tassa progressiva per il carbonio.

In questo scenario si collocano le iniziative politiche italiane di sinistra. La scomparsa di partiti che si riferiscano al lavoro come base sociale aumenta le responsabilità politiche del sindacati e della Fiom in particolare. Gianni Rinaldini delinea “un Sindacato Confederale, autonomo, indipendente e democratico, espressione di un progetto di cambiamento della società (..) che non può che essere fondato su un proprio progetto di cambiamento della società, da cui derivano le proprie compatibilità nella stessa iniziativa rivendicativa

Un Sindacato democratico nella vita dell’Organizzazione, nella forma e nella modalità di elezione dei gruppi dirigenti e nel rapporto democratico con l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici. Da qui dovrebbe cominciare una vera discussione, senza ipocrisie ed infingimenti”. In questo scenario si muovono le iniziative della Fiom in materia di formazione raccontate da Giuseppe Ciarrocchi e Gabriele Polo e quelle descritte da Bruno Papignani (intervistato da Tommaso Cerusici) che analizza quattro temi di grande rilevanza: l’accordo raggiunto in Fincantieri, il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, i referendum promossi dalla Cgil contro il Jobs Act e il referendum costituzionale.

Sull’esistenza di una sinistra in Italia e in Europa si muovono poi le interviste fatte in questo numero da Luciano Berselli a Paul Ginsborg e Sergio Labate (autori del libro Passioni e politica, uscito recentemente da Einaudi) e da Sergio Caserta a Laura Urbinati, impegnata nella campagna per il NO, da lei considerata una lotta essenziale “per la difesa della democrazia costituzionale”. La sinistra esiste ed è impegnata su più fronti.

Ordinare se stessi per governare il mondo

Questa frase proviene da un antico testo cinese di recente pubblicato in italiano, il Neiye (Neiye, Il tao dell’armonia interiore a cura di Amina Crisma, Garzanti 2016) ed è anche il senso profondo dell’intervento di Emilio Rebecchi in questo numero che ci invita a guardare dentro di noi se si vuole affrontare la complessità del reale e distinguere tra il buono e il cattivo. Il disegno riportato in questo editoriale è quello della mappa Loshu (una delle due mappe dell’Yijing, il Classico dei Mutamenti) impressa sulla tartaruga (simbolo di longevità) che naviga in acque difficili. E’ il mio personale augurio di longevità e cambiamento (Yi) per la sinistra.

Questo articolo è stato pubblicato da Inchiesta online l’8 novembre 2016 ed è l’editoriale di Inchiesta 193 (luglio-settembre 2016)

Don Giuseppe Dossettidi Sergio Caserta

“Sentinella quanto resto della notte?” la sentinella risponde “viene il mattino e poi anche la notte” (Isaia 21). Con queste parole ricavate dal Vangelo, Don Giuseppe Dossetti ormai avanti negli anni e malato, gettò il suo grido d’allarme all’indomani della vittoria elettorale di Silvio Berlusconi nel 1994. Il timore fondato del frate ex partigiano, era l’attacco alla Costituzione repubblicana, da parte di un potente agglomerato “economico finanziario che si trasforma in dominio politico”.

Invitò pertanto tutti i democratici a fondare comitati per la difesa della Costituzione che dopo la sua morte si denominarono appunto “Comitati Dossetti”. Se si rileggono le vicende del 1994 alla luce di quel che è accaduto dopo ed oggi, si comprende come quell’ avvertimento avesse un valore altamente politico e profetico e che oggi conserva tutta la sua stringente attualità.

Dossetti paventava e denunciava che l’ascesa al potere di Berlusconi, avrebbe potuto condurre a un premierato politico assoluto, creato dalla manipolazione dei media, cosa che puntualmente accadde attraverso l’acquisizione del pieno controllo della RAI da parte di Berlusconi (editto bulgaro e cacciata dei giornalisti scomodi), già proprietario di tre reti televisive. In cosa è cambiata la natura del potere di Renzi sui media?

Sostanzialmente applica il medesimo schema del suo predecessore e ispiratore ma lo estende e lo esaspera: impone la nomina di un amministratore delegato che risponde al governo e di un direttore fedelmente allineato per realizzare un pieno controllo del mezzo d’informazione pubblico, perfino di quello radiofonico, basta pensare a cosa sta diventando radio tre un tempo campione di autonomia culturale. Renzi più che Berlusconi ha costruito un sistema di potere che si basa su una fitta rete di alleanze con i poteri più forti, e in più, ciò che al Signore di Arcore è sempre mancato, il controllo pieno e la gestione di un partito politico vero, per quanto declinante, qual’è indiscutibilmente il PD.

Egli ha posto le condizioni per un regime personalistico di tipo carismatico che si prepara ad ottenere un controllo totale del Paese attraverso le modifiche della Costituzione e della legge elettorale. Il merito della riforma è noto ai lettori e non vale la pena di ripeterlo qui, ma sostanzialmente con una sola camera elettiva che da la fiducia al governo, una seconda camera di senatori nominati e a tempo molto parziale, con competenze limitate e confuse, una legge elettorale che concede un abnorme premio di maggioranza, tempi contingentati per approvare le leggi d’interesse del governo, un forte accentramento di competenze a danno delle regioni che vengono radicalmente espropriate delle funzioni legislative principali, il controllo pressoché totale dell’elezione del presidente della repubblica e dei giudici della corte costituzionale, non c’è paragone con il temuto “principato” vagheggiato da Dossetti riferito a Berlusconi che era a confronto ben poca cosa.

Qui si crea una repubblica presidenziale mascherata. I sostenitori del SI hanno avuto più volte l’arroganza di imputare la paternità della loro pessima proposta ai padri fondatori della Costituzione, alcuni dei quali avendo espresso una preferenze per un sistema monocamerale, sarebbero in sintonia con il progetto boschiano-renziano. Niente di più falso in particolare proprio per Dossetti che fu nella Costituente un protagonista di alcuni dei risultati più importanti per la definizione dell’assetto istituzionale complessivo.

Proprio per denunciare questa falsità e ristabilire la verità del coerente collegamento tra la battaglia di Dossetti e le ragioni del NO alla proposta di riforma costituzionale che sabato 12 novembre si svolge a Monteveglio in provincia di Bologna, un importante incontro”una Costituzione venuta dal futuro” sulla figura dell’insigne costituente, con la partecipazione di studiosi, ricercatori e amici autorevoli di Dossetti che ne ricorderanno la figura e l’opera, insieme alla rivendicazione dei valori costituzionali in nome dei quali ci si oppone al progetto di Renzi in difesa della repubblica parlamentare.

FONTE ILMANIFESTOBOLOGNA

 

Un libro interessante,“Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi) che risulterà assai scomodo e fastidioso per i rappresentanti dei poteri forti. Anche per questo motivo l'Autore afferma  :

"questa volta ho proprio bisogno del vostro aiuto per far sapere che c’è, perché si fatica molto ad ottenere qualche recensione o segnalazione e tutto mi fa pensare che faticheremo molto a restare in libreria. Per cui vi rivolgo un appello con il passaparola segnalando il libro ad amici e conoscenti, mandando qualche mail, condividendo su Fb e rilanciando su Twitter. Insomma mi aspetto che mi diate una mano.
Chi pensasse di trovarvi le prove di una fantasiosa congiura massonica, che da Gelli porta a Renzi, resterebbe deluso: non è di questo che mi occupo (e, peraltro, una congiura che dura per quasi mezzo secolo, sopravvivendo a morti ed eclissi dei vari protagonisti, non è molto convincente e sa di opera fantasy). Ci sono cose molto più durature dei complotti e sono le idee, le correnti di pensiero che, pur con le inevitabili modificazioni che il tempo impone, rispuntano, come fiumi carsici, quando meno lo si aspetta.
C’è un filone di pensiero che affonda le radici molto indietro nel tempo (sin nel XVIII secolo) e che ha opposto le ragioni della società civile contro lo Stato ed i suoi apparati. Questo scontro sembrò vinto definitivamente in Italia nel 1945, quando, dalla sconfitta del fascismo, sorse una repubblica dal forte contenuto sociale, garantita da una democrazia parlamentare che esaltava la rappresentanza e la partecipazione popolare. Poi, pian piano, riemerse una cultura politica che, nelle nuove condizioni storiche, pensava ad una riforma della Costituzione e della legge elettorale che comprimesse la rappresentanza, liquidasse gli strumenti di partecipazione democratica e desse vita ad un regime oligarchico che, però, conservava forme elettive.
La P2 fu il soggetto che riuscì a sdoganare quella cultura  ed ad imporre questo tema nell’agenda politica circa 40 anni fa. Non hanno torto i sostenitori del Si al referendum a sostenere che la riforma delle istituzioni “attende da 40 anni”, ma solo se si ammette che è della riforma di Gelli che si sta parlando. E, in effetti, le somiglianze fra il piano della P2 e l’attuale progetto di riforma istituzionale non mancano affatto: legge elettorale maggioritaria, partiti “all’americana”, centralità assoluta del governo che assorbe in gran parte la funzione legislativa, compressione degli organi di controllo e garanzia, abolizione/trasformazione del Senato, abolizione delle provincie, ecc. E’ la stessa filosofia antiparlamentare di Gelli.
D’altro canto, anche la base sociale e regionale della P2 presenta diverse somiglianze con il “giglio magico” renziano ed i suoi dintorni. Ovviamente sia tanto nel progetto quanto nella composizione sociale, ci sono anche differenze inevitabili, dato il tempo trascorso, ma quel che conta è il nucleo centrale di entrambi, come dire? Il Dna che si trasmette nelle generazioni pur nei mutamenti parziali.

Le somiglianze fra i due progetti (quello di Gelli di ieri e quello odierno di Renzi) si colgono meglio se si tengono presenti anche due documenti preparatori del notissimo Piano di Rinascita Democratica: il “memorandum” sulla situazione italiana e lo Schema “R” molto meno conosciuti e che ripropongo alla vostra lettura. Più che mai questa volta il libro è pensato come un’arma di battaglia (qui la scheda di presentazione del libro).
Spero che vi interessi e, come al solito, sono a disposizione per risposte, chiarimenti ed anche per accogliere critiche e contestazioni. Spero non mi deluderete. Aldo Giannuli "

La Scheda di presentazione del Libro

fonte aldogiannuli.it

 

 

L'ultima lezione di Noam Chomsky: un pacato invito alla rivolta
Il documentario, intitolato Requiem for the American Dream, descrive una società frantumata, individualista e votata alla diseguaglianza.  di

«Durante la Grande Depressione, che io sono vecchio abbastanza da ricordare, la maggior parte dei membri della mia famiglia erano lavoratori disoccupati. Si stava male, ma c'era la speranza che le cose potessero andare meglio. C'era un grande senso di speranza. Oggi non c'è più». Iniziano così i 112 minuti di Requiem for the American Dream, frutto del lavoro di 4 anni di Peter Hutchison, Kelly Nyks e Jared P. Scott, un prodotto che più che un documentario somiglia alla lezione finale di un grande interprete dei nostri tempi, forse il più grande: Noam Chomsky.

Professore al MIT di Boston, ma soprattutto attivista e anima della sinistra americana per più di mezzo secolo, Chomsky, che ora ha 87 anni, parla con la calma e la tranquillità di un grande vecchio che, senza fretta e senza quel pathos tipico dell'indignazione, unisce i puntini che il capitalismo americano ha lasciato dietro di sé e descrive limpidamente l'esatta dimensione della sfida che abbiamo davanti. O della tragedia.

Al centro del discorso di Chomsky c'è il terrificante — seppur preannunciato — risveglio di una nazione dal cosiddetto "sogno americano", quell'American Dream che ha lasciato sul campo una delle più gravi e profonde disuguaglianze della Storia moderna.

Chomsky parte dall'inizio della storia americana, dai giorni i cui i padri fondatori costituivano il Senato sulla base della missione molto precisa di proteggere la minoranza delle classi abbienti e limitare la democrazia, ovvero il potere della maggioranza. Una missione poi rafforzata e rilanciata negli anni Sessanta, come reazione alle proteste e all'organizzazione della popolazione. Una reazione potente, precisa, disarmante, che nemmeno lui stesso all'epoca seppe riconoscere, e che oggi lascia un mondo in rovina, con un sistema economico ridisegnato sulle esigenze della finanza, ma soprattutto con la programmatica trasformazione di una classe — i lavoratori — in una galassia informe di precari.

Disinformati da una informazione che da cane da guardia del potere si è trasformata in cane da guardia al servizio del potere, alienati dalla frammentazione del tessuto sociale e commerciale, isolati nell'economia del lavoro e nella stessa vita privata: la creatura sociale che ha preso il posto di quei lavoratori che tanto hanno spaventato la classe dirigente nel Novecento è franta, alienata, depressa e sempre più ignorante. È diventato un popolino che non sa più chi votare, schiavo dell'intrattenimento, marginalizzato nella vita politica.

Lo spettro che si aggirava per l'Europa a metà dell'Ottocento, ovvero quelle prima generazioni di lavoratori che seppero rispondere alla prima industrializzazione e che convinsero Marx a credere che potessero essere il motore del cambiamento e la materia umana dell'uomo nuovo, è ormai diventato il fantasma di se stesso. Un esercito di fantasmi sfruttati, ma soprattutto — ed è l'ultimo punto del decalogo di Chomsky — un esercito marginalizzato.

«Il 70 per cento della popolazione», dice Chomsky, «non ha alcun modo di influenzare la politica». L'attivismo esiste, ma è sempre più morbido, isolato, rannicchiato e di conseguenza inutile. La rabbia della gente si sta accumulando, conclude Chomsky, e «sta prendendo la forma di una rabbia non focalizzata, frustrata». Il risultato ce l'abbiamo già tutti davanti agli occhi tutti: la disintegrazione sociale, la lotta non più di una classe sfruttata e subalterna contro una classe superiore e abbiente, ma una lotta intestina tra poveri.

fonte l'INKIESTA che ringraziamo .

 

 

Due giornaliste che riprendevano con la videocamera manifestazioni di protesta contro la costruzione di un oleodotto nel Nord Dakota sono state arrestate e imputate per reati che possono portare ad una condanna per 20 o trent'anni di prigione. Non è una bufala, è una notizia riportata dal quotidiano inglese Guardian. Altro che salvaguardie per chi fa informazione garantite dal primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, le polizie e i giudici locali si comportano come i loro colleghi degli "Stati delle banane".

Documentary film-makers face decades in prison for taping oil pipeline protests (fonte Guardian.uk )

Documentary Filmmaker Faces Up to 45 Years in Prison for Covering Pipeline Protest (fonte trofire.com )

Documentary Filmmaker Faces Up to 45 Years in Prison for Covering Pipeline Protest

 

 

(da repubblica.it ) " Un contingente di militari italiani sarà schierato in Lettonia, nell'ambito di una forza multinazionale Nato sotto comando canadese ­ complessivamente tra i 3 e i 4mila uomini sottoposti a rotazione ­ a difesa delle frontiere esterne con la Russia nelle repubbliche baltiche enella Polonia orientale. La notizia, emersa da un'intervista al segretario generale dell'Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, viene confermata dai ministri Pinotti e Gentiloni. Con una precisazione: la missione non contraddice la politica italiana improntata al dialogo con la Russia. Ma Mosca accusa la Nato di creare nuove divisioni. Mentre in Italia le opposizioni insorgono e chiedono all'esecutivo di riferire al più presto a un Parlamento del tutto ignaro del prossimo impegno militare."

L'Alleanza Atlantica ( NATO ), sopravvissuta alla guerra fredda si rigenera con il rilancio di nuove tensioni alle frontiere con la Federazione Russa. Il Patto di Varsavia non esiste più, la NATO invece viene rilanciata per una politica internazionale tesa a mettere in difficoltà la UE e ad impedire che l'Europa abbia una propria politica estera indipendente dagli USA.
Si parla di un contingente di 3 o 4 mila uomini ( azione simbolica ) da schierare con esercitazioni sulle frontiere esterne dell'Europa con la Federazione Russa.
Un'operazione che non ha alcuna valenza militare, serve solo a provocare, a creare ulteriori tensioni. L'Italia ha sempre curato le relazioni con la Russia, prima con l'URSS ora con la Federazione Russa. Il governo italiano partecipa con 140 militari a questa operazione di provocazione pericolosa senza che il Parlamento sia stato consultato. La compromissione dell'Italia in questa impresa dissennata ha un solo scopo: distruggere quel piccolo spazio di autonomia del nostro paese nella politica internazionale e rompere quelle relazioni commerciali ed economiche  con la Federazione Russa già messe in discussione dalle sanzioni.
In poche parole la ministra della Difesa Pinotti e il ministro degli Esteri stanno attivando un percorso pericoloso, inutile e fuori controllo.
Quando si scherza con il fuoco si rischia di bruciarsi le mani...

La battaglia ambientale e la crisi dei rifugiati: l’ondata silenziosa oltre la fortezza Europa. Una raccolta di saggi e articoli pubblicata dall’associazione A Sud

Nel vecchio secolo la Fiat era considerata il peggio del peggio. Cattiva, ignorante, prepotente, paurosa. Tutti volevano trasformarla, molti abbatterla. Non che non sia cambiata abbastanza da allora, sotto l’urto dei tempi; ma negli anni è rimasta sempre la peggiore di tutte. I quotidiani della nuova sinistra che erano allora tre, si prodigavano offrendo soluzioni, talvolta impraticabili, spesso molto generose. Ho in mente un’immagine che mostrava una gigantesca Fiat, una imprendibile fortezza di cemento e mattoni che però aveva sopra al tetto un certo numero di minuscoli operai dotati di picconi che dall’alto e di lato, cercando di distruggerla cominciavano a farla a piccoli pezzi. Come sia andata a finire, qualcuno lo sa. Roberto Zamarin, il vignettista che disegnava Gasparazzo per “Lotta Continua” e quando aveva finito in redazione, a notte, partiva in macchina per distribuire il giornale, morì nella notte in un incidente stradale. Quanto alla Fiat, bastava aspettare e – come si è visto – si sarebbe cancellata da sé.

segue su fonte sbilanciamoci.info

 Pubblichiamo la traduzione integrale del messaggio letto dalla presidente del Brasile Dilma Rousseff di fronte a telecamere e giornalisti martedì 16 agosto 2016 nel Palazzo dell’Alvorada. Un messaggio da condividere e diffondere anche in Italia per fare chiarezza sul golpe in atto contro la legittima presidente nel paese che ospita le Olimpiadi. (trad. it. Teresa Isemburg).

"Mi rivolgo alla popolazione brasiliana e alle Signore Senatrici e ai Signori Senatori per esprimere ancora una volta il mio impegno per la democrazia e per le misure necessarie per superare l’impasse politico che ha già causato tanti pregiudizi al Paese.
Il mio ritorno alla Presidenza, per decisione del Senato Federale, significherà l’affermazione dello Stato Democratico di Diritto e potrà contribuire in modo decisivo al sorgere di una nuova e promettente realtà politica. La mia responsabilità è grande. Nel percorso per difendermi dall’impeachment mi sono ulteriormente avvicinata al popolo, ho avuto l’opportunità di ascoltare il suo riconoscimento, di ricevere il suo affetto. Ho ascoltato anche critiche dure al mio governo, agli errori commessi e a misure e politiche che non sono state adottate. Accolgo queste critiche con umiltà e determinazione perché si possa costruire un nuovo cammino. Abbiamo bisogno di rafforzare la democrazia nel nostro Paese e, per questo, sarà necessario che il Senato chiuda il processo di impeachment in corso, riconoscendo, in presenza di prove irrefutabili, che non vi è stato crimine di responsabilità, che io sono innocente.
Nel presidenzialismo previsto dalla nostra Costituzione non è sufficiente la sfiducia politica per allontanare un Presidente. Bisogna che si configuri un crimine di responsabilità. Ed è chiaro che non vi è stato tale crimine.
Non è legittimo, come vogliono i miei accusatori, allontanare il capo di Stato e di governo per “l’insieme dell’opera”. Chi allontana il Presidente per “l’insieme dell’opera” è il popolo, e solo il popolo, nelle elezioni.
Per questo affermiamo che, se l’impeachment fosse consumato senza crimine di responsabilità, avremmo un colpo di stato.
Il collegio elettorale di 110 milioni di elettori sarebbe sostituito, senza il dovuto sostegno costituzionale, da un collegio elettorale di 81 senatori. Sarebbe un indubbio golpe seguito da elezione indiretta. Viceversa, ritengo che la soluzione per le crisi politica ed economica che affrontiamo passi attraverso il voto popolare in elezioni dirette. La democrazia è l’unica strada per la costruzione di un Patto per l’Unità Nazionale, lo Sviluppo e la Giustizia Sociale. E’ l’unico cammino perché noi si esca dalla crisi.
Da qui l’importanza che noi si assuma un chiaro impegno per il Plebiscito e per la Riforma Politica.
Sappiamo tutti che vi è un impasse determinato dall’esaurimento del sistema politico, sia per il numero eccessivo di partiti, sia per le pratiche politiche discutibili che esigono una profonda trasformazione delle regole vigenti.
Sono convinta della necessità, e darei il mio appoggio incondizionato alla convocazione di un Plebiscito, con l’obiettivo di consultare la popolazione sulla realizzazione anticipata di elezioni, così come sulla riforma politica ed elettorale.
Dobbiamo concentrare sforzi per la realizzazione di un’ampia e profonda riforma politica che stabilisca un nuovo quadro istituzionale che superi la frammentazione dei partiti, moralizzi il finanziamento delle campagne elettorali, rafforzi la fedeltà partitica e dia maggior potere agli elettori.
Il pieno ripristino della democrazia richiede che la popolazione decida quale è il cammino migliore per ampliare la governabilità e perfezionare il sistema politico elettorale brasiliano.
Per questo fine dobbiamo costruire un ampio Patto Nazionale, basato su elezioni libere e dirette, che coinvolga tutti i cittadini e le cittadine brasiliane. Un Patto che rafforzi i valori dello Stato Democratico di diritto, la sovranità nazionale, lo sviluppo economico e le conquiste sociali.
Questo Patto per l’Unità Nazionale, lo Sviluppo e la Giustizia Sociale consentirà la pacificazione del Paese. Il disarmo degli spiriti e il raffreddamento delle passioni devono essere superiori a qualsiasi sentimento di disunione. La transizione per questo nuovo momento democratico esige che venga aperto un ampio dialogo fra tutte le forze vive della Nazione Brasiliana con la chiara coscienza che ciò che ci unisce è il Brasile.
Dialogo con il Congresso Nazionale affinché congiuntamente e con responsabilità da noi vengano cercate le migliori soluzioni per i problemi affrontati dal Paese. Dialogo con la società e i movimenti sociali, affinché le domande della nostra popolazione ottengano piena risposta da politiche consistenti ed efficaci. Le forze produttive, imprenditori e lavoratori, devono partecipare in forma attiva alla costruzione di proposte per la ripresa della crescita e l’innalzamento della competitività della nostra economia.
Riaffermo il mio impegno per il rispetto integrale della Costituzione Cittadina del 1988, con risalto ai diritti e alle garanzie individuali e collettive che essa stabilisce. La nostra parola d’ordine continuerà ad essere “nessun diritto in meno”. Le politiche sociali che hanno trasformato la vita della nostra popolazione, assicurando opportunità per tutte le persone e valorizzando l’eguaglianza e la diversità dovranno essere mantenute e rinnovate. La ricchezza e la forza della nostra cultura devono essere valorizzate come elemento fondativo della nostra nazionalità.
Generare un maggior numero e migliori posti di lavoro, rafforzare la sanità pubblica, ampliare l’accesso ed elevare la qualità dell’educazione, assicurare il diritto all’abitazione e migliorare la mobilità urbana sono investimenti prioritari per il Brasile.
Tutte le variabili dell’economia e gli strumenti della politica devono essere canalizzati affinché il Paese torni a crescere e a creare posti di lavoro. Questo è necessario perché, dall’inizio del mio secondo mandato, misure, azioni e riforme necessarie perché il Paese affrontasse la grave crisi economica sono state bloccate e sono state imposte le cosiddette liste-bomba, nella irresponsabile logica del “tanto peggio, tanto meglio”.
Vi è stato uno sforzo ossessivo per squalificare il governo, senza preoccuparsi delle dannose conseguenze imposte alla popolazione. Possiamo superare questo momento e, uniti, cercare la crescita economica e la stabilità, il rafforzamento della sovranità nazionale e la difesa del pré-sal e delle nostre ricchezze naturali e minerali.
Fondamentale è dare continuità alla lotta contro la corruzione. Questo è un impegno non negoziabile. Non accetteremo alcun patto a favore dell’impunità di coloro che, in modo comprovato, e dopo il pieno esercizio del contraddittorio e della difesa, abbiano praticato illeciti o atti di improbità.
Popolo brasiliano, Senatrici e Senatori, il Brasile vive uno dei momenti più drammatici della sua storia. Un momento che richiede coraggio e chiarezza di propositi da noi tutti. Un momento che non tollera omissioni, inganni o mancanza di impegno per il Paese. Non dobbiamo permettere che una eventuale rottura dell’ordine democratico fondata sull’impeachment senza crimine di responsabilità renda fragile la nostra democrazia, con il sacrificio dei diritti assicurati nella Costituzione del 1988. Uniamo le nostre forze e i nostri propositi nella difesa della democrazia, il lato giusto della Storia.
Sono orgogliosa di essere la prima donna eletta presidente del Brasile. Sono orgogliosa di dire che, in questi anni, ho esercitato il mio mandato in forma degna e onesta. Ho onorato i voti che ho ricevuto. In nome di questi voti e in nome di tutto il popolo del mio Paese, lotterò con tutti gli strumenti legali di cui dispongo per assicurare la democrazia in Brasile. A questo punto tutti sappiamo che non ho commesso crimini di responsabilità, che non vi è motivo legale per questo processo di impeachment, in quanto non vi è crimine. Gli atti che ho compiuto sono stati atti legali, atti necessari, atti di governo. Atti identici sono stati praticati dai presidenti che mi hanno preceduto. Non era crimine nella loro epoca, e parimenti non è crimine adesso.
Mai nella mia vita si troverà prova di disonestà, viltà o tradimento. Diversamente da coloro che diedero inizio a questo processo ingiusto e illegale, non ho conti segreti all’estero, mai ho distratto un solo centesimo del patrimonio pubblico per mio arricchimento personale o di terzi e non ho ricevuto tangenti da nessuno. Questo processo di impeachment è fragile, giuridicamente inconsistente, un processo ingiusto, scatenato contro persona onesta e innocente. Quello che chiedo alle Senatrici e ai Senatori è che non si faccia l’ingiustizia di condannarmi per un crimine che non commesso. Non vi è ingiustizia più devastante che condannare un innocente. La vita mi ha insegnato il significato più profondo della speranza. Ho resistito al carcere e alla tortura. Vorrei non dovere resistere alla frode e alla più infame ingiustizia. La mia speranza esiste perché è anche la speranza democratica del popolo brasiliano, che mi ha eletto due volte Presidente. Chi deve decidere il futuro del Paese è il nostro popolo. La democrazia deve vincere". 

Dilma: 'devolver ao povo, o que só ao povo pertence, a escolha do futuro'

 

Mensagem da Presidenta Dilma Rousseff ao Senado e ao Povo Brasileiro.

 

Dilma Rousseff

 Dirijo-me à população brasileira e às Senhoras Senadoras e aos Senhores Senadores para manifestar mais uma vez meu compromisso com a democracia e com as medidas necessárias à superação do impasse político que tantos prejuízos já causou ao País.

 Meu retorno à Presidência, por decisão do Senado Federal, significará a afirmação do Estado Democrático de Direito e poderá contribuir decisivamente para o surgimento de uma nova e promissora realidade política.

 Minha responsabilidade é grande. Na jornada para me defender do impeachment me aproximei mais do povo, tive oportunidade de ouvir seu reconhecimento, de receber seu carinho. Ouvi também críticas duras ao meu governo, a erros que foram cometidos e a medidas e políticas que não foram adotadas. Acolho essas críticas com humildade e determinação para que possamos construir um novo caminho.

 Precisamos fortalecer a democracia em nosso País e, para isto, será necessário que o Senado encerre o processo de impeachment em curso, reconhecendo, diante das provas irrefutáveis, que não houve crime de responsabilidade. Que eu sou inocente.

No presidencialismo previsto em nossa Constituição, não basta a desconfiança política para afastar um Presidente. Há que se configurar crime de responsabilidade. E está claro que não houve tal crime. 

Não é legítimo, como querem os meus acusadores, afastar o chefe de Estado e de governo pelo “conjunto da obra”. Quem afasta o Presidente pelo “conjunto da obra” é o povo e, só o povo, nas eleições.

 Por isso, afirmamos que, se consumado o impeachment sem crime de responsabilidade, teríamos um golpe de estado. O colégio eleitoral de 110 milhões de eleitores seria substituído, sem a devida sustentação constitucional, por um colégio eleitoral de 81 senadores. Seria um inequívoco golpe seguido de eleição indireta.

 Ao invés disso, entendo que a solução para as crises política e econômica que enfrentamos passa pelo voto popular em eleições diretas. A democracia é o único caminho para a construção de um Pacto pela Unidade Nacional, o Desenvolvimento e a Justiça Social. É o único caminho para sairmos da crise.

 Por isso, a importância de assumirmos um claro compromisso com o Plebiscito e pela Reforma Política.

 Todos sabemos que há um impasse gerado pelo esgotamento do sistema político, seja pelo número excessivo de partidos, seja pelas práticas políticas questionáveis, a exigir uma profunda transformação nas regras vigentes.

 Estou convencida da necessidade e darei meu apoio irrestrito à convocação de um Plebiscito, com o objetivo de consultar a população sobre a realização antecipada de eleições, bem como sobre a reforma política e eleitoral.

Devemos concentrar esforços para que seja realizada uma ampla e profunda reforma política, estabelecendo um novo quadro institucional que supere a fragmentação dos partidos, moralize o financiamento das campanhas eleitorais, fortaleça a fidelidade partidária e dê mais poder aos eleitores.

 A restauração plena da democracia requer que a população decida qual é o melhor caminho para ampliar a governabilidade e aperfeiçoar o sistema político eleitoral brasileiro.

 Devemos construir, para tanto, um amplo Pacto Nacional, baseado em eleições livres e diretas, que envolva todos os cidadãos e cidadãs brasileiros. Um Pacto que fortaleça os valores do Estado Democrático de Direito, a soberania nacional, o desenvolvimento econômico e as conquistas sociais.

 Esse Pacto pela Unidade Nacional, o Desenvolvimento e a Justiça Social permitirá a pacificação do País. O desarmamento dos espíritos e o arrefecimento das paixões devem sobrepor-se a todo e qualquer sentimento de desunião.

 A transição para esse novo momento democrático exige que seja aberto um amplo diálogo entre todas as forças vivas da Nação Brasileira com a clara consciência de que o que nos une é o Brasil.

 Diálogo com o Congresso Nacional, para que, conjunta e responsavelmente, busquemos as melhores soluções para os problemas enfrentados pelo País.

 Diálogo com a sociedade e os movimentos sociais, para que as demandas de nossa população sejam plenamente respondidas por políticas consistentes e eficazes.

 As forças produtivas, empresários e trabalhadores, devem participar de forma ativa na construção de propostas para a retomada do crescimento e para a elevação da competitividade de nossa economia.

 Reafirmo meu compromisso com o respeito integral à Constituição Cidadã de 1988, com destaque aos direitos e garantias individuais e coletivos que nela estão estabelecidos. Nosso lema persistirá sendo “nenhum direito a menos”.

 As políticas sociais que transformaram a vida de nossa população, assegurando oportunidades para todas as pessoas e valorizando a igualdade e a diversidade deverão ser mantidas e renovadas. A riqueza e a força de nossa cultura devem ser valorizadas como elemento fundador de nossa nacionalidade.

 Gerar mais e melhores empregos, fortalecer a saúde pública, ampliar o acesso e elevar a qualidade da educação, assegurar o direito à moradia e expandir a mobilidade urbana são investimentos prioritários para o Brasil.

 Todas as variáveis da economia e os instrumentos da política precisam ser canalizados para o Paísvoltar a crescer e gerar empregos.

 Isso é necessário porque, desde o início do meu segundo mandato, medidas, ações e reformas necessárias para o País enfrentar a grave crise econômica foram bloqueadas e as chamadas pautas-bomba foram impostas, sob a lógica irresponsável do “quanto pior, melhor”.

 Houve um esforço obsessivo para desgastar o governo, pouco importando os resultados danosos impostos à população. Podemos superar esse momento e, juntos, buscar o crescimento econômico e a estabilidade, o fortalecimento da soberania nacional e a defesa do pré-sal e de nossas riquezas naturais e minerárias.

 É fundamental a continuidade da luta contra a corrupção. Este é um compromisso inegociável. Não aceitaremos qualquer pacto em favor da impunidade daqueles que, comprovadamente, e após o exercício pleno do contraditório e da ampla defesa, tenham praticado ilícitos ou atos de improbidade.

 Povo brasileiro, Senadoras e Senadores,

O Brasil vive um dos mais dramáticos momentos de sua história. Um momento que requer coragem e clareza de propósitos de todos nós. Um momento que não tolera omissões, enganos, ou falta de compromisso com o País.

 Não devemos permitir que uma eventual ruptura da ordem democrática baseada no impeachmentsem crime de responsabilidade fragilize nossa democracia, com o sacrifício dos direitos assegurados na Constituição de 1988. Unamos nossas forças e propósitos na defesa da democracia, o lado certo da História.

 Tenho orgulho de ser a primeira mulher eleita presidenta do Brasil. Tenho orgulho de dizer que, nestes anos, exerci meu mandato de forma digna e honesta. Honrei os votos que recebi. Em nome desses votos e em nome de todo o povo do meu País, vou lutar com todos os instrumentos legais de que disponho para assegurar a democracia no Brasil.

 A essa altura todos sabem que não cometi crime de responsabilidade, que não há razão legal para esse processo de impeachment, pois não há crime. Os atos que pratiquei foram atos legais, atos necessários, atos de governo. Atos idênticos foram executados pelos presidentes que me antecederam. Não era crime na época deles, e também não é crime agora.

 Jamais se encontrará na minha vida registro de desonestidade, covardia ou traição. Ao contrário dos que deram início a este processo injusto e ilegal, não tenho contas secretas no exterior, nunca desviei um único centavo do patrimônio público para meu enriquecimento pessoal ou de terceiros e não recebi propina de ninguém.

 Esse processo de impeachment é frágil, juridicamente inconsistente, um processo injusto, desencadeado contra uma pessoa honesta e inocente. O que peço às senadoras e aos senadores é que não se faça a injustiça de me condenar por um crime que não cometi. Não existe injustiça mais devastadora do que condenar um inocente.

 A vida me ensinou o sentido mais profundo da esperança. Resisti ao cárcere e à tortura. Gostaria de não ter que resistir à fraude e à mais infame injustiça.

 Minha esperança existe porque é também a esperança democrática do povo brasileiro, que me elegeu duas vezes Presidenta. Quem deve decidir o futuro do País é o nosso povo.

A democracia há de vencer

Dilma Rousseff


A Carta Testamento de Getúlio Vargas é uma arma contra o golpe atual

A Carta Testamento que Getúlio nos deixou é um dos mais importantes documentos de referência política e ideológica em defesa dos interesses nacionais.

Revisitemos a História. Com a palavra, Getúlio Vargas:

Carta Testamento

Mais uma vez, as forças e os interesses contra o povo coordenaram-se novamente e se desencadeiam sobre mim.
 
Não me acusam, me insultam; não me combatem, caluniam e não me dão o direito de defesa. Precisam sufocar a minha voz e impedir a minha ação, para que eu não continue a defender como sempre defendi, o povo e principalmente os humildes. Sigo o destino que me é imposto. Depois de decênios de domínio e espoliação dos grupos econômicos e financeiros internacionais, fiz-me chefe de uma revolução e venci. Iniciei o trabalho de libertação e instaurei o regime de liberdade social. Tive que renunciar. Voltei ao governo nos braços do povo. A campanha subterrânea dos grupos internacionais aliou-se à dos grupos nacionais revoltados contra o regime de garantia do trabalho. A lei de lucros extraordinários foi detida no Congresso. Contra a Justiça da revisão do salário-mínimo se desencadearam os ódios. Quis criar a liberdade nacional na potencialização das nossas riquezas através da Petrobrás, mal começa esta a funcionar, a onda de agitação se avoluma. A Eletrobrás foi obstaculada até o desespero. Não querem que o trabalhador seja livre. Não querem que o povo seja independente.
 
Assumi o Governo dentro da espiral inflacionária que destruía os valores do trabalho. Os lucros das empresas estrangeiras alcançavam até 500% ao ano. Nas declarações de valores do que importávamos existiam fraudes constatadas de mais de 100 milhões de dólares por ano. Veio a crise do café, valorizou-se o nosso principal produto. Tentamos defender seu preço e a resposta foi uma violenta pressão sobre a nossa economia a ponto de sermos obrigados a ceder.
 
Tenho lutado mês a mês, dia a dia, hora a hora, resistindo a uma pressão constante, incessante, tudo suportando em silêncio, tudo esquecendo, renunciando a mim mesmo, para defender o povo que agora se queda desamparado. Nada mais vos posso dar a não ser meu sangue. Se as aves de rapina querem o sangue de alguém, querem continuar sugando o povo brasileiro, eu ofereço em holocausto a minha vida. Escolho este meio de estar sempre convosco. Quando vos humilharem sentireis minha alma sofrendo ao vosso lado. Quando a fome bater à vossa porta, sentireis em vosso peito a energia para a luta por vós e vossos filhos. Quando vos vilipendiarem, sentireis no meu pensamento a força para a reação. Meu sacrifício nos manterá unidos e meu nome será a vossa bandeira de luta. Cada gota de meu sangue será uma chama imortal na vossa consciência e manterá a vibração sagrada para a resistência. Ao ódio respondo com o perdão. E aos que pensam que me derrotaram respondo com a minha vitória. Era escravo do povo e hoje me liberto para a vida eterna. Mas esse povo de quem fui escravo não mais será escravo de ninguém. Meu sacrifício ficará para sempre em sua alma e meu sangue terá o preço do seu resgate.
 
Lutei contra a espoliação do Brasil. Lutei contra a espoliação do povo. Tenho lutado de peito aberto. O ódio, as infâmias, a calúnia, não abateram meu ânimo. Eu vos dei a minha vida. Agora ofereço a minha morte. Nada receio. Serenamente dou o primeiro passo no caminho da eternidade e saio da vida para entrar na história.

 

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2016/8/22/47847-brasile-il-discorso-di-dilma-rousseff-al-popolo-riforma/

 

 

Poco testo e troppi video: così i social ci espongono alla demagogia
Lo scrittore iraniano Derakshan: «Una democrazia sana e rappresentativa ha bisogno più testi che video. Non è un problema americano o inglese, ma una minaccia alla nostra civiltà»

fonte La Stampa
I demagoghi di tutto il mondo, di destra o di sinistra, adorano la televisione. Questo mezzo lineare, emozionale e passivo, centrato sull’immagine, ha ridotto la politica a un reality. Come ha dimostrato Neil Postman in «Amusing Ourselves to Death»” (Ci divertiamo da morire) la televisione ha ampiamente abbassato il livello del dibattito pubblico nella maggior parte delle democrazie. Dagli Stati Uniti all’ Iran, dal Venezuela alla Francia, dall’ Egitto alla Russia, dall’ Italia alla Turchia, la competizione per l’audience è pari a quella per le elezioni. In molti paesi l’indice di ascolto è automaticamente tradotto in termini di voti.

E, cosa ancora più allarmante, internet, l’ultimo spazio pubblico dedicato alla parola dopo il declino del giornalismo scritto, si sta arrendendo al format televisivo. La versione della diretta proposta dai social network come Facebook e Twitter sta uccidendo il web e quindi anche il giornalismo scritto. Facebook è più simile al futuro della televisione che al web degli ultimi due decenni.

Una recente ricerca dell’università di Oxford dimostra che guardare video online è un fenomeno in crescita negli Stati Uniti e nella maggior parte del mondo tranne che in Nord Europa. Forse perché lì hanno un equilibrio più sano tra vita e lavoro e anche perché il loro sistema pubblico di istruzione incentiva ancora la lettura e il pensiero critico.

Intanto Facebook ha annunciato che presto i video domineranno gli aggiornamenti delle notizie, perché “comunicano una maggior mole di informazioni in un tempo molto più breve e quindi questa tendenza ci aiuta a diffondere più informazioni in molto meno tempo”, come dice Nicola Mendelsohn, vice presidente di Facebook.

Ciò conferma le mie riflessioni quando, uscendo da una prigione iraniana nel 2014, scoprii un internet completamente diverso dove il testo era in declino e andavano di moda le immagini, ferme o in movimento. Da pioniere del blog in Iran, quello che avvertii dopo sei anni di isolamento era che i blog, il miglior esempio di una sfera pubblica decentrata, erano finiti. Facebook e Instagram avevano ucciso i link esterni per massimizzare i profitti trattenendo gli utenti al loro interno e bombardandoli di pubblicità. Così facendo stavano ammazzando il web aperto, che si basava sui link. Internet è diventato sempre di più uno strumento d’intrattenimento piuttosto che uno spazio alternativo per la pubblica discussione. Peggio ancora, ho iniziato a notare uno strano disagio tra i giovani se dovevano leggere qualcosa più lungo di 140 caratteri.

Ovviamente il testo scritto non morirà mai, ma la capacità di comunicare attraverso l’alfabeto in molte società sta lentamente diventando un privilegio riservato a una piccola élite. Un po’ come nel Medioevo quando solo i politici e i monaci sapevano comunicare con l’alfabeto. Tutti gli altri sono destinati a diventare gli analfabeti del 21 secolo che principalmente comunicano con immagini, video – e naturalmente, emoji.

L’emergere di questa classe di illetterati, inchiodati ai loro vecchi apparecchi televisivi o alle loro personali tv mobili imperniate su Facebook, è una buona notizia per i demagoghi. Basti pensare a come Donald Trump ha magistralmente trasformato la formula televisiva nella sua macchina per le pubbliche relazioni pubblica e gratuita. Neil Postman ha spiegato in modo perfetto il perché nel suo libro del 1985. A suo giudizio negli Usa la differenza tra i discorsi pubblici del 18 o del 19 secolo e quelli attuali è che la pubblica opinione nell’era televisiva è un insieme di “emozioni piuttosto che di opinioni, ecco perché cambiano da una settimana all’altra, come dicono i sondaggi”. A suo avviso la natura della tv, che è di mero intrattenimento, produce solo disinformazione, che “non significa falsa informazione. Significa informazioni fuorvianti — fuori luogo, irrilevanti, frammentarie o superficiali  — informazioni che creano l’ illusione di conoscere qualcosa ma che in effetti allontanano dalla conoscenza”.

La copertura del recente referendum sulla EU da parte delle tv del Regno Unito rappresenta un buon esempio. Anche se erano conformi alle regole britanniche sull’ imparzialità, c’è chi pensa che i numerosi dibattiti dove entrambe le parti avevano lo stesso tempo per argomentare non abbiano reso giustizia a un tema delicato e complesso come la Brexit. Soprattutto ora che alcune affermazioni iniziali dei fautori del sì all’uscita dall’Unione, come i 350 milioni di sterline “dati ogni settimana all’ EU” per conto del sistema sanitario britannico, sono smentite dalle stesse persone che le avevano diffuse. C’era già molto materiale per confutarle disponibile sul web e sulla carta stampata. Ma parlare di numeri e di matematica in tv è sempre noioso e inutile. (un proverbio persiano recita così, “uno stupido getta una pietra in un pozzo, ma un centinaio di saggi non riescono a tirarla fuori.”).

Justin Webb, ex direttore della BBC per il Nord America, è arrivato al punto di dare la colpa alle regole di imparzialità vigenti. La scorsa settimana ha scritto su Radio Times: “Uno dei messaggi più chiari durante la campagna referendaria era che il pubblico agognava la verità. La gente voleva andare oltre i proclami e i contro proclami e capire che cosa c’era di vero.” Il Guardian suggeriva che “i media dovrebbero rivedere il loro modo di coprire la politica e di informare alla luce del voto per lasciare l’Unione europea”. Il tramonto del giornalismo scritto sia sulla carta stampata che sul web, significa discorsi politici super semplificati ed emotivi, partecipazione politica disinformata, e naturalmente, più demagogia nel mondo.

È difficile dire se sia stato prima il pubblico a chiedere più video, o se siano stati i media che, spaventati dalla prospettiva di tecnologie in grado di bloccare la pubblicità, abbiano iniziato la rincorsa ai video, che attirano più pubblico, portano più pubblicità e più difficile da bloccare. E nondimeno, affrontiamo le gravi conseguenze di questa svolta per il futuro delle nostre democrazie. È chiaro che per una democrazia sana e rappresentativa abbiamo bisogno più testi che video, almeno per resistere alle demagogie che si autoalimentano. Questo non è un problema americano o inglese. Questa è una minaccia alla nostra civiltà.

Traduzione di Carla Reschia

*Hossein Derakhshan (@h0d3r) è un autore iraniano-canadese, un giornalista freelance e un analista dei media. Ha scritto “The Web We Have to Save (Matter)” ed è l’ideatore di “Linkage”, un progetto artistico collettivo per promuovere i link esterni e il web aperto.

FONTE altrogiornale.org

Noam Chomsky, professore emerito al Massachusetts Institute of Technology, ha elaborato una lista delle 10 regole del controllo sociale, ovvero, strategie utilizzate per la manipolazione del pubblico attraverso i mass media.

1) La strategia della distrazione.

L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione, che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico da problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazione di continue distrazioni e informazioni insignificanti.

La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico di interessarsi alle conoscenze essenziali nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica.

Mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali imprigionata da temi senza vera importanza.

Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare di ritorno alla fattoria come gli altri animali.

2) Creare problemi e poi offrire le soluzioni.

Questo metodo è anche chiamato: Problema > Reazione > Soluzione.

Si crea un problema, una situazione prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare.

Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi una violenza urbana, organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia che richieda le leggi di sicurezza e le politiche a discapito della libertà.

3) La strategia della gradualità.

Per far accettare una misura inaccettabile basta applicarla gradualmente, al contagocce, per anni consecutivi.

E’ in questo modo che condizioni socio-economiche radicalmente nuove, neo-liberalismo, furono imposte durante il decennio degli anni ’80 e ’90.

4) La strategia del differire.

Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come dolorosa e necessaria, ottenendo l’applicazione pubblica nel momento, per un’applicazione futura.

E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato: primo, perchè lo sforzo non è quello impiegato immediatamente, secondo, perchè il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza di sperare ingenuamente che tutto domani andrà meglio e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato.

Questo da più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.

5) Rivolgersi al pubblico come ai bambini.

La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e un’intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale.

Quando più si cerca di ingannare lo spettatore, più si tenta ad usare un tono infantile.

Perchè?

Se qualcuno si rivolge a una persona come se avesse dodici anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà con una certa probabilità ad una risposta o reazione come quella di una persona di dodici anni o meno.

6) Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione.

Sfruttare l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale.

Inoltre, l’uso del registro emotivo, permette di aprire la porta di accesso all’inconscio, per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori.

7) Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità.

Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù.

La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile.

8) Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità.

Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti.

9) Rafforzare l’auto-colpevolezza.

Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia.

Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto-svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione.

E senza azione non c’è rivoluzione.

10) Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano.

Negli anni ’50 i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti.

Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il sistema ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia della sua forma fisica che psichica.

Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso