BRASILE: DEMOCRAZIA O BARBARIE

Fonte : La Bottega del Barbieri che ringraziamo 

Il 15 novembre nel più grande paese latinoamericano si vota per le municipali. Per le sinistre si tratta di una prova del fuoco: vincere significherebbe mettere un freno al fascismo bolsonarista. In molte città del paese è stato creato un fronte comune tra Partido dos Trabalhadores (Pt) Partido Socialismo e Liberdade (Psol) e partiti comunisti per arginare l’ultradestra

di David Lifodi

In Brasile il 15 novembre si terranno delle elezioni municipali che rappresentano, per le sinistre, la prima occasione per ridimensionare il bolsonarismo. È per questo motivo che intellettuali, docenti universitari, ex ministri sotto Lula e Dilma Rousseff e movimenti sociali hanno lanciato un appello a tutto l’universo progressista brasiliano invitandolo all’unità allo scopo di “cacciare l’ultradestra fascista dal governo”.

Prendendo atto della gestione irresponsabile e sconsiderata dell’emergenza sanitaria, che vede il Brasile tra i paesi più colpiti dal Covid-19, dell’impoverimento di ampi settori del paese dovuto alla crescente disoccupazione, del dilagare del paramilitarismo e dell’oscurantismo religioso (sono diverse centinaia i candidati evangelici in corsa per le municipali, in gran parte nelle file della destra bolsonarista), le forze di sinistra non possono permettersi ulteriori passi falsi: una nuova sconfitta nelle urne spalancherebbe ancora di più le porte alla pericolosa regressione già in corso sul fronte dei diritti civili, sociali e politici.

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Denuncia contro il presidente in stallo nelle mani di un pubblico ministero; l’approvazione può aumentare la pressione per andare avanti

L’Associazione brasiliana dei giuristi per la democrazia (ABJD) ha ottenuto il sostegno di 223 organizzazioni civili, partiti politici e movimenti sociali in Brasile, nella loro mozione contro il presidente Jair Bolsonaro presso la Corte penale internazionale (ICC).

Martedì scorso (11), il sostegno di queste entità è stato ufficialmente depositato presso il Tribunale, a sostegno delle accuse mosse contro il presidente, che chiedono la sua condanna per crimini contro l’umanità. Tra questi, la mozione menziona  l’esposizione di Bolsonaro di cittadini brasiliani al covid-19 , stimolando il contagio e la proliferazione del virus.

Fino ad ora, l’ICC non ha risposto ufficialmente al deposito dell’ABDJ, registrato il 3 aprile. La richiesta è in fase di stallo nelle mani del procuratore penale internazionale Fatou Bensouda, incaricato di analizzare il caso.

L’avvocato Ricardo Franco Pinto, che ha firmato il documento presentato dall’ABDJ, afferma che il sostegno di queste entità potrebbe fare pressioni sull’accusa per portare il caso in giudizio.

“Aiuta nel senso di una richiesta collettiva, in modo che i pubblici ministeri del tribunale che decidono se avviare o meno le indagini, vedano che non è  solo un’associazione a sostenere la mozione “, dice l’avvocato.

Secondo Franco, alcuni giuristi si rifiutano di ammettere che i crimini commessi da Bolsonaro saranno considerati punibili presso la Corte penale internazionale, un tribunale che per la maggior parte si occupa di crimini di guerra. Tuttavia, sottolinea che con un sostegno rafforzato, è possibile che questa nozione possa essere superata dai pubblici ministeri.

“Questo è un allarme, un grido di aiuto, è una necessità investigativa che viene  richiesta da tutta la società brasiliana , rappresentata da queste entità, che parlano a nome di una vasta schiera di brasiliani, immagino milioni di loro. Questa è la differenza principale, prima avevamo il supporto individuale, ora abbiamo il supporto collettivo ”, dice il giurista.

La mozione

La mozione presentata all’ICC elenca una serie di azioni che il presidente della Repubblica ha  intrapreso e difeso . Tra questi: i pronunciamenti che chiedono la fine dell’isolamento sociale e la riapertura dei servizi non essenziali, la campagna “Il Brasile Can’t Stop”; presenze a raduni politici e sedi commerciali, che hanno stimolato grandi assembramenti della popolazione, nonché un decreto presidenziale che ha consentito la riapertura di chiese e lotterie durante la pandemia.

Creato nel 2002 con il sostegno brasiliano, il Tribunale accusa e giudica esclusivamente individui accusati di promuovere genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e, dal 2018, crimini di aggressione. La CPI ha la giurisdizione per condannare all’interno del territorio brasiliano, visto che il Congresso nazionale ha approvato l’inclusione dello statuto della Corte nel sistema giudiziario del paese.

 

Brasile: la “grande sceneggiata”

Fonte Pressenza.com 

Con l’operazione militare Chamada de Verde Brasil 2, iniziata l’11 maggio scorso grazie a un decreto del Governo brasiliano guidato dal presidente Jair Bolsonaro,  sono stati messi sotto controllo dell’esercito l’Instituto Brasileiro de Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis(Ibama) e l’Instituto Chico Mendes de Conservação da Biodiversidade(ICMBio). Così, dopo che le agenzie ambientali brasiliane hanno subito con Bolsonaro una drastica riduzione del personale e del budget, con un forte impatto sulle loro operazioni di ispezione, ora perdono anche qualsiasi autonomia di azione nella lotta contro la deforestazione. Ma non solo! Individuato dal Governo come la via più veloce per risolvere i problemi ambientali, l’intervento dell’esercito si è dimostrato inconcludente fin dal primo mese e, nonostante ciò, il suo mandato è stato prorogato fino a fine luglio. L’obiettivo sbandierato da Bolsonaro di “tutelare con la forza” le risorse della foresta amazzonica, fino ad ora, non è stato raggiunto, anzi, al pari dell’emergenza per il Covid-19, per Greenpeace Brasil, “Dopo mesi di governo indifferente alla corrosione degli organismi di ispezione ambientale e al crimine forestale, la reazione di inviare le forze armate in Amazzonia in risposta ai più alti tassi di deforestazione negli ultimi anni sembra essere nient’altro che una grande sceneggiata”.

A metterlo nero su bianco a fine giugno è stato il documento “O desmatamento que o general não viu della ong ambientalista, che ha denunciato comeil Governo del presidente Bolsonaro e il Conselho Nacional da Amazônia, capeggiato dal vice-presidente e generale Hamilton Mourão, ignorino e tollerino sistematicamente la presenza di grandi aree deforestate. Le immagini satellitari a disposizione degli ambientalisti mostrano che tra gennaio e maggio di quest’anno sono comparse nella foresta amazzonica degli Stati di Amazonas, Mato Grosso e Pará nuove enormi radure che si estendono su aree che arrivano fino a 1.700 ettari. Per Greenpeace “Una distruzione che verrebbe facilmente interrotta se l’intelligenza e l’interesse reale del Governo fossero stati utilizzati sin dall’inizio per combattere i crimini ambientali e non per ingrassare i generali”. Con un costo mensile di 60 milioni di real, equivalente a quasi l’80% del bilancio annuale delle ispezioni dell’Ibama, queste operazioni non sono riuscite a contrastare la deforestazione dell’Amazzonia nei mesi precedenti la stagione degli incendi. Secondo Romulo Batista, coordinatore della Campanha Amazônia di Greenpeace Brasil, “con l’inizio della siccità e il fuoco che batte alle porte, il quadro che si sta disegnando non è solo catastrofico per il numero di alberi che cadranno a causa degli incendi, ma anche per il peggioramento della vulnerabilità delle popolazioni dell’Amazzonia verso il Covid -19”.

A quanto pare nel rivelare i risultati dell’azione delle forze armate in Amazzonia, il Governo ha gonfiato i dati dell’operazione militare Chamada de Verde Brasil e secondo un rapporto di Estadão, sono state conteggiate anche le informazioni di una mega operazione effettuata nel Pará un mese prima che i militari fossero inviati nella foresta. Una forzatura notata anche da Wwf-Brasil che denuncia come, “Le prestazioni delle forze armate in Amazzonia sono state classificate dagli ispettori Ibama come goffe, inesperte e persino malvagie”. Così, mentre all’inizio di giugno il generale Mourão aveva detto che a maggio la deforestazione era stata la più bassa degli ultimi anni, in realtà per Greenpeace oggi in Amazzonia si registra anche il livello di allerta sanitaria più alto degli ultimi anni, tanto che “il numero di bambini ricoverati in ospedale per problemi respiratori è raddoppiato nelle aree maggiormente colpite dagli incendi”. Secondo uno studio di Fundação Oswaldo Cruz (Fiocruz), a maggio e giugno 2019, ci sono stati circa 2.500 ricoveri al mese, in circa 100 comuni dell’Amazzonia: “Oggi, gli ospedali nella regione settentrionale sono già pieni. Nella prima settimana di maggio, c’è stato un aumento del 38,8% degli incendi rispetto allo stesso periodo del 2019. In altre parole, questa è un’equazione che ci mette di fronte a un quadro drammatico”, soprattutto perché gli inquinanti generati con i roghi possono percorrere grandi distanze e colpire città lontane da dove è scoppiato l’incendio.

Con queste premesse è difficile pensare che la catastrofe ambientale dovuta agli incendi vista l’anno scorso sarà minore nel 2020. A fine di giugno il Brasile ha segnato l’ennesimo record negativo con il maggior numero di incendi in Amazzonia da 13 anni a questa parte. Secondo l’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais(INPE), nel giugno 2020, in Amazzonia sono stati registrati 2.248 incendi, il numero più alto dal 2007, quando ce ne erano stati 3.517. Rispetto al giugno 2019, rappresenta un aumento del 19,57% ed è del 36% superiore alla media dei 10 anni precedenti con 1.651 incendi. Per Greenpeace “Dopotutto, il contenimento del collasso è nelle mani di un Governo che usa una falsa narrazione per inventare e migliorare le sue azioni per combattere la deforestazione ma che, in pratica, non è assolutamente in grado di combattere la distruzione del più grande bene comune di tutti i brasiliani: l’Amazzonia, e di proteggere la sua gente”. Come ben sappiamo gli incendi contribuiscono contemporaneamente alle crisi climatiche, della biodiversità e della salute che stiamo vivendo a livello mondiale e il Brasile dovrà fare molto di più se vuole fermarle, rafforzando gli organi di controllo, con piani permanenti e obiettivi chiari, e non con operazioni specifiche, costose e inefficienti.  Per Mauricio Voivodic, direttore esecutivo del Wwf-Barsil, “Il Governo può e deve prendere misure immediate, come il permesso di utilizzare il fuoco solo per gli usi tradizionali delle popolazioni autoctone, vietando invece la pratica per altri usi. L’assunzione di nuovi PrevFogo  del Sistema Nacional de Prevenção e Combate aos Incêndios Florestais è poi ancora agli inizi”. A quanto pare l’incapacità di governare della destra brasiliana non si limita alla gestione del Covid-19 e si è trasformata in una tragedia ambientale, sociale ed economica, oltre che sanitaria.

Alessandro Graziadei

Brasile, Covid-19: la nuova normalità del nuovo fascismo

foto Pressenza.com

Fonte : Pressenza.com

Autore Paolo D’Aprile

Lo sterminio deliberato di una comunità, un gruppo etnico, un popolo intero, per azione diretta od omissione di determinate azioni che potrebbero impedirlo, non fa più parte di una nefasta ipotesi, di un timore precoce determinato dalle parole proferite in comizi di piazza: lo sterminio genocida è la realtà che respiriamo ogni giorno. E adesso non più solamente attraverso le frasi mille volte usate durante la campagna elettorale come una promessa per risolvere i mali della nazione; ora quelle frasi sono divenute politica di governo, azione di Stato. L’autoritarismo fascistoide della nuova economia imposto da un mercato onnipresente, ci obbliga a leggere le statistiche e i numeri con la tipica indifferenza di chi ormai ha tutto si è abituato.

I mille morti al giorno… (in realtà 1200, 1300, 1400… ogni giorno, dai primi di maggio fino ad oggi) ormai sono una innocua nota a piè di pagina. E quando si fa menzione al termine “genocidio” non è certamente per banalizzare una parola che fa rabbrividire, ma per dire le cose come stanno veramente.

I documenti parlano chiaro: gli organi dello stesso ministero della salute, tre mesi fa avvisavano il nuovo ministro (il terzo dall’inizio della pandemia, un generale dell’esercito), sulla carenza delle sostanze necessarie alla fabbricazione dei medicinali fondamentali per il trattamento del Covid. E non solo: i documenti avvisavano la mancanza cronica di apparecchi e l’assenza di una logistica distributiva nel territorio nazionale di medicinali e materiali. I documenti arrivano alla stampa che incalza il ministro: “i responsabili della organizzazione sanitaria sono i singoli municipi e i singoli stati, non è il governo federale, né tanto meno il ministero della salute”.

I governatori di Stato implorano il governo affinché liberi quel settanta per cento di fondi destinati alla lotta contro il Covid, ancora immobilizzati nelle maglie burocratiche e che fino ad ora sono serviti per la compra e vendita dei voti parlamentari effettuata da Bolsonaro in modo da garantirsi l’appoggio del mondo politico alle sue azione governative. Niente. I governatori di Stato implorano, i sindaci implorano l’invio di fondi, apparecchi, medicine. Niente. Il ministro dice che non è compito suo. Arrangiatevi.

E così l’assenza di un piano generale, di un protocollo nazionale, di un comitato di crisi, l’insistenza a negare la pandemia, l’abbandono della popolazione alla propria sorte, si trasformano in azione/omissione con la finalità di sterminare fisicamente una popolazione indesiderabile. Se nelle periferie e nelle smisurate favelas urbane, tra la popolazione nera, il Covid ha una letalità tre volte maggiore, se questa popolazione che dipende esclusivamente dal servizio pubblico viene lasciata morire per la mancanza degli strumenti necessari alla cura, possiamo fare nostra la frase di Frei Betto: sì, in Brasile si sta consumando un genocidio. Continua a leggere “Brasile, Covid-19: la nuova normalità del nuovo fascismo”

Brasile. Nuova richiesta di impeachment nei confronti di Bolsonaro di Andrea Mencarelli – * * *

Una nuova richiesta di impeachment che accusa il Presidente Jair Bolsonaro di aver commesso reati di responsabilità è stata inviata questo martedì (14 luglio) al Presidente della Camera dei Deputati, Rodrigo Maia (DEM-RJ). Il documento di 133 pagine è supportato da nomi come il compositore Chico Buarque, lo scrittore Fernando Morais, l’ex calciatore Walter Casagrande, l’economista Bresser-Pereira e padre Júlio Lancellotti.

In un ampio elenco di presunti reati di responsabilità commessi dal presidente, la richiesta di impeachment cita gli attacchi contro la stampa, la presa di mira ideologica delle risorse audiovisive, la cattiva condotta in campo ambientale e il mancato intervento del governo durante l’epidemia di Covid-19.

Le politiche sanitarie sono state gravemente influenzate dalle azioni criminali di Jair Bolsonaro. Oltre alla disarticolazione del Sistema sanitario unificato (SUS), già in fase di attuazione nel primo anno di gestione, la pandemia di Covid-19 ha aperto il disprezzo dell’attuale governo per la tutela della salute della popolazione”, si legge nel testo.

Il documento ha l’adesione delle seguenti organizzazioni politiche, sociali e sindacali: Central Única dos Trabalhadores (CUT), Movimento Negro Unificado (MNU), União Nacional dos Estudantes (UNE), Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (Apib), ISA – Instituto Socioambiental, Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST), Associação Brasileira de Lésbicas, Gays, Bissexuais, Travestis, Transexuais e Intersexos (ABGLT) e Associação Brasileira de Juristas pela Democracia (ABJD).

L’iniziativa prevede la sospensione delle funzioni presidenziali di Bolsonaro e la sua sottoposizione al processo di impeachment, per essere rimosso dall’incarico e perdere il diritto di esercitare le funzioni pubbliche. Di seguito il comunicato sottoscritto da Deborah Duprat, Iago Montalvão, João Pedro Stedile, Mauro Menezes e Sérgio Nobre, pubblicato dal Folha de Sao Paulo.

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Dal suo insediamento, il Presidente della Repubblica Jair Bolsonaro ha praticato successivi e gravi affronti al testo della Costituzione federale. Oltre a commettere trasgressioni di natura istituzionale, a mettere in pericolo la democrazia, la buona convivenza tra i poteri e l’armonia della Federazione, Bolsonaro agisce anche contro l’integrità dei diritti individuali e sociali. Il suo governo sponsorizza la demolizione della credibilità internazionale del Paese e nega le condizioni minime per garantire la sovranità nazionale.

Tutto ciò configura la sua incidenza in diversi reati di responsabilità, previsti dalla legge, che ci ha portato a presentare alla Camera dei Rappresentanti, martedì 14 luglio 2020, la richiesta popolare di impeachment presidenziale. La petizione è firmata da centinaia di organizzazioni della società civile, sindacati e movimenti popolari.

La petizione che abbiamo firmato porta la rappresentatività delle forze popolari impegnate nelle numerose lotte sociali del nostro Paese e si aggiunge ad altre già presentate dopo l’insediamento di Bolsonaro.

Il ripetersi di queste richieste coincide, non a caso, con la pandemia di Covid-19 nel Paese. Sotto la guida sbagliata e irresponsabile dell’attuale presidente, il governo federale ha disprezzato le conoscenze scientifiche e sabotato gli sforzi della società e delle autorità di altre sfere di governo per combattere la pandemia. Questo quadro di negligenza e di disorganizzazione amministrativa ha seriamente danneggiato le azioni per combattere la più grave crisi sanitaria della nostra storia.

La responsabilità personale di Jair Bolsonaro negli oltre 1,8 milioni di casi e 70.000 morti di Covid-19 registrati finora nel paese è indiscutibile. Questo da solo è motivo sufficiente perché il Congresso nazionale assuma il suo dovere costituzionale e, in nome della difesa della vita del popolo brasiliano, interrompa il mandato di Bolsonaro.

Tuttavia, il repertorio dei reati di responsabilità sta crescendo praticamente in tutti i settori del governo federale.

Le agenzie ambientali, sotto gli ordini del presidente, sono ora dirette con l’obiettivo dichiarato di indebolire le ispezioni e di sostenere la distruzione e i crimini ambientali. I programmi di sostegno alla produzione dell’agricoltura familiare e la promozione di un’equa distribuzione della terra nel paese sono stati completamente svuotati. Il governo agisce per legalizzare l’occupazione irregolare di terreni pubblici (“land grabbing”), e ha anche proposto un provvedimento provvisorio a tal fine.

La popolazione indigena e i popoli e le comunità tradizionali, che hanno fatto riconoscere i loro diritti storici nella Costituzione, sono oggetto di odiose persecuzioni e ostilità, proprio da parte degli organismi che dovrebbero garantirne la protezione. La promozione dell’uguaglianza razziale è stata sostituita dalla negazione del razzismo, accompagnata da un aumento della violenza contro la popolazione nera, praticata principalmente dalle forze di Stato.

Il prestigio laico della politica estera brasiliana, zelante per la cooperazione e la promozione della pace tra le nazioni, è stato sprecato di fronte alla vergognosa subordinazione agli interessi degli Stati Uniti e all’ingiustificabile aggressività contro le nazioni vicine e storicamente amiche. Non esiste un progetto per lo sviluppo dell’istruzione e i ministri si succedono tra incompetenza amministrativa e disordini ideologici.

La politica culturale viene assurdamente erosa e il patrimonio culturale e storico nazionale è minacciato dal taglio delle risorse e dalla sostituzione del personale tecnico con indicazioni politiche. La libertà di espressione e di stampa è vittima di attacchi quotidiani, mentre il presidente usa le risorse del governo a beneficio dei suoi alleati nella comunicazione e nei media.

Il deterioramento dei diritti dei lavoratori è sorprendente. La politica di valorizzazione del salario minimo, in vigore da circa quindici anni, è stata chiusa ed il Ministero del Lavoro è stato rimosso. L’ispezione delle condizioni degradanti e opprimenti per i lavoratori lotta per sopravvivere, di fronte ai ripetuti attacchi del governo per indebolirlo.

Questi crimini di responsabilità massimizzano la tragica condotta della politica macroeconomica brasiliana, che ha prodotto il fomento della disuguaglianza, della miseria e della contrazione dell’economia nazionale. Il Presidente della Repubblica è in gran parte responsabile della profondità della crisi sanitaria ed economica in cui il Paese è immerso.

Tutto ciò ci porta alla logica conclusione che il Brasile non troverà una via d’uscita da questa situazione con la continuità del governo di un presidente incapace di onorare il giuramento di rispetto della Costituzione. Il processo di impeachment fornisce l’indispensabile regolamento dei conti di fronte a questa dura realtà. I reati di responsabilità sono chiaramente evidenti. E la denuncia sostenuta dai movimenti sociali e popolari segnala che la pazienza del popolo brasiliano si è esaurita.

Mauro de Azevedo Menezes, avvocato, ex presidente della Commissione Etica Pubblica della Presidenza della Repubblica (2016-2018) e Master in Diritto Pubblico dell’UFPE e membro deel’Associazione brasiliana dei giuristi per la democrazia

Deborah Duprat, Vice Procuratore Generale della Repubblica in pensione

Iago Montalvão, Presidente dell’UNE (Unione Nazionale Studenti)

João Pedro Stédile, membro del coordinamento nazionale del MST (Movimento dei lavoratori rurali senza terra)

Sérgio Nobre, Presidente della CUT (Central Única dos Trabalhadores)

Viveiros De Castro: in Brasile sta avvenendo un genocidio

Mentre il Brasile sta diventando uno dei principali epicentri della pandemia Covid-19, l’antropologo Eduardo Viveiros De Castro lancia un grido d’allarme sugli effetti devastanti della politica del presidente Jair Bolsonaro. E ci parla di come la pandemia ci renda tutti “indigeni”, espropriati delle nostre terre e dei nostri corpi.

Mentre traducevamo questa importante intervista all’antropologo brasiliano Eduardo Viveiros de Castro, una nuova sorprendente notizia è arrivata dal Brasile. L’entourage del presidente Bolsonaro è coinvolto in una nuova inchiesta, con un’accusa senza precedenti : quella di aver costituito un’organizzazione finalizzata alla sistematica falsificazione delle notizie. Ci sembra che le pagine che seguono possano essere molto importanti per comprendere il contesto nel quale queste accuse emergono e lo scontro istituzionale oggi in atto in Brasile. Al di là di questo aspetto, di grande interesse è anche l’interpretazione più generale della crisi del Covid-19 proposta da Viveiros de Castro. Un paese complesso come il Brasile incarna infatti con molta facilità tendenze che sono oggi assolutamente globali, soprattutto per quello che riguarda la gestione della crisi da parte dell’estrema destra mondiale e la sua connessione con lo scenario dell’Antropocene [ndt]

 

Lei è confinato da due mesi in campagna, nei dintorni di Rio de Janeiro, dove insegna abitualmente all’Università federale. Qual è la situazione in Brasile?

Eduardo Viveiros de Castro: La situazione è catastrofica e peggiora di giorno in giorno. Toccato più tardi degli altri, il Brasile sta diventando l’epicentro della pandemia.  Ufficialmente, ci sarebbero a oggi 250.000 contagi e 17.000 decessi (al 19/5, ndt), Ma, secondo vari studi indipendenti, i contagi sarebbero da 2 a 3,5 milioni, uno dei tassi di contagio più elevati al mondo, e il numero delle vittime potrebbe elevarsi a circa 200.000 nel giro di qualche mese. Tuttavia, il Presidente della Repubblica insiste nel suo atteggiamento negazionista, opponendosi alle misure di distanziamento fisico e lockdown  decise dai sindaci e dai governatori degli Stati e incitando i suoi sostenitori a metterle in questione. Tutto ciò mentre il personale della sanità lotta eroicamente  contro l’epidemia. La situazione è davvero spaventosa.

 

Ciò che sta accadendo in Brasile – e lo dico cosciente del peso di queste parole – è un genocidio: un genocidio per negligenza o incompetenza nel caso di alcuni funzionari, un genocidio invece deliberato nel caso di altri.

 

Questo perché il governo di Bolsonaro sarebbe ben contento di potersi sbarazzare non solo degli indigeni – che resistono ai suoi progetti di sfruttamento dell’Amazzonia – ma anche di una parte della popolazione povera, quella che non avrà più accesso alle cure quando il sistema di salute sarà saturo. L’epidemia è destinata ad avere lo stesso effetto di una pulizia etnica per coloro che dipendono dell’assistenza pubblica. È terribile da dire, ma in Brasile, lo Stato è un alleato della pandemia. Senza contare la crisi economica, con la nostra moneta, il Real, in caduta libera. Ci troviamo in una perfect storm: una pandemia, una crisi economica mondiale, dei dirigenti politici mostruosi!

 

Gianluigi Gurgigno, Rio de Janerio, elezioni ottobre 2018

 

I ministri della Sanità sono stati licenziati o hanno dato le dimissioni. E il presidente Jair Bolsonaro è arrivato perfino a dire che siamo davanti a un «complotto internazionale per utilizzare la pandemia e instaurare il comunismo»…

Se almeno potessimo riderci su, ma non abbiamo nemmeno questa possibilità, tanto la situazione è tragica. Bolsonaro è un uomo sull’orlo della psicopatia, un pericolo pubblico. Basta guardare il suo mentore, l’ideologo Olavo de Carvalho, un astrologo-filosofo intriso di anticomunismo delirante che vive negli Stati Uniti, in Virginia, da dove lancia affermazioni pazzesche a milioni di followers su YouTube. Questo è il nuovo Rasputin del Brasile! Continua a leggere “Viveiros De Castro: in Brasile sta avvenendo un genocidio”

Brasile da Lula a Bolsonaro: quando la paura ha superato la speranza?

FONTE : CONTRETEMPS.EU

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L’attuale situazione in Brasile è sia catastrofica a livello sociopolitico sia disastrosa a livello sanitario ed epidemiologico. Dallo scorso 20 maggio, questo paese-continente di 210 milioni di abitanti ha concentrato più della metà dei decessi del Covid-19 in America Latina (con oltre 20.000 morti). Questo, mentre l’affascinante e militaristico potere di Jair Bolsonaro continua a respingere apparentemente qualsiasi piano per combattere la pandemia a livello federale, riaffermando il suo orientamento ultra-liberale a livello economico e reazionario a livello politico.

Come ci siamo arrivati ​​dopo 15 anni di governo del partito dei lavoratori? Il ricercatore Fabio Luis Barbosa dos Santos, professore all’Università Federale di San Paolo e autore di “La  paura ha superato la speranza. Il Brasile da Lula a Bolsonaro ”  (Syllepse, 2020), ci offre una lettura critica della storia recente del suo paese.

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Nel 2002, la vittoria di Lula alle elezioni presidenziali brasiliane aveva suscitato speranze di cambiamento sociale in America Latina e oltre. Nato alla fine della dittatura militare (1964-1985), il Partito dei Lavoratori (PT) si consolidò negli anni ’80 prendendo parte alla lotta per la democratizzazione e poi portando resistenza al neoliberismo durante il decennio Il prossimo. Mentre saliva al potere, il PT iniziò ad adottare un discorso e una pratica di riconciliazione di classe. Durante un decennio di forte crescita economica, il partito è riuscito a pacificare il paese e vincere altre tre elezioni presidenziali. Tuttavia, nel 2016, il secondo mandato di Rousseff è stato interrotto da un controverso processo di licenziamento e due anni dopo Lula è stata incarcerata.[1] .

Questo testo affronta questo riorientamento della politica brasiliana in relazione allo spostamento del centro di gravità della politica verso destra, che si osserva su scala internazionale. La mia ipotesi principale è che stiamo assistendo a una trasformazione del quadro alla base della riproduzione del capitale in Brasile. Questo cambiamento può essere riassunto da due idee: c’è stato uno spostamento dal “neoliberismo inclusivo” alla espropriazione sociale e dalla riconciliazione al confronto di classe.

Questo cambiamento in primo luogo minaccia le istituzioni associate alla Costituzione del 1988 (soprannominata “Costituzione dei cittadini”), considerata la pietra angolare della cosiddetta Nuova Repubblica, che è succeduta per 25 anni di dittatura. Da una prospettiva più ampia, il Brasile avanza verso quello che Christian Laval ha definito un “nuovo neoliberismo”, in cui si aggravano le contraddizioni tra capitalismo e democrazia. Il nuovo neoliberismo impone la violenza economica attraverso un impopolare programma sociale ed economico, nonché la violenza politica, perché ha abbandonato il suo contenuto democratico liberale (Laval: 2018).

Da un punto di vista politico, questo cambiamento è evidenziato dalla rotta del PT (tra il licenziamento di Roussef nel 2016 e l’arresto di Lula nel 2018) e l’elezione di Bolsonaro. Analizzerò questo processo in tre fasi: la caduta del PT; l’elezione di Bolsonaro e il progetto del nuovo governo. Concluderò evidenziando la logica perversa all’opera nella gestione della pandemia da parte del Presidente.

 

Come spiegare la caduta del Partito dei Lavoratori (PT)?

Le amministrazioni del PT hanno fatto affidamento sulla conciliazione di classe per riformare il capitalismo brasiliano. Questa strategia era ragionevole: data l’importanza delle disuguaglianze che caratterizzano il paese, si può fare molto per combatterli senza affrontare le strutture che li perpetuano. Il programma Fame Zero, la cui guida è stata affidata a un fratello cattolico, illustra questo approccio: dopo tutto, chi si opporrebbe alla fine della fame?

In questo contesto, il “modo lulista di regolare i conflitti sociali” combina due dimensioni. Da un lato, i più poveri hanno fatto progressi modesti grazie all’estensione delle politiche di trasferimento di denaro e ad una leggera variazione del salario minimo. D’altra parte, le banche e il capitale internazionale sono stati in grado di continuare a gestire il paese come una merce e di ricevere gli utili che di solito sono collegati ad esso. Questo doppio movimento ha permesso di pacificare relativamente il Paese per oltre un decennio.

Secondo Braga, l’egemonia di Lulist si basava sull’articolazione di due forme distinte ma complementari di consenso. Se il governo era soddisfatto del consenso passivo delle classi inferiori, lavorava per cooptare le burocrazie sindacali, i leader dei movimenti sociali e alcuni settori intellettuali al fine di creare le basi per il consenso attivo al lulismo. Quest’ultimo tipo di consenso era inteso a difendere la presenza della parte nell’apparato statale (Braga; Santos: 2019).

La rottura del consenso passivo al Patto di Lulist è diventata evidente dalle manifestazioni di giugno 2013 che hanno costituito il più grande ciclo di mobilitazioni popolari dalla fine della dittatura nel 1985.

Per farla breve: il PT è emerso in politica negli anni ’80 portando le persone in strada. Poi è salito al potere nei decenni successivi ponendo fine alla protesta di strada. Le dimostrazioni di giugno hanno mostrato che il partito non aveva più il potere di mobilitare la popolazione o di calmarla. Il suo ruolo è stato quindi ampiamente messo in discussione.

Giugno 2013 ha aperto una nuova congiuntura politica, segnata dall’esaurimento del modo lulista di regolare i conflitti sociali. Negli anni seguenti, gli scandali di corruzione messi in scena dai media mainstream sono stati aggiunti a una crisi economica che si è trasformata in una recessione dal 2015. Il campo di applicazione della riconciliazione di classe è stato ridotto e il la pressione per aggiornare il regime di accumulo è aumentata.

PT versione comprensivo di neoliberismo ha dato modo di deprivazione sociale, mentre nell’era della conciliazione è stato sostituito da guerra ‘s classi. Sebbene avviata dal governo Rousseff, questa inflessione fu consumata dal suo licenziamento e approfondita con la prigionia di Lula e l’elezione di Bolsonaro.

Visto attraverso questo prisma, il licenziamento di Rousseff nel 2016 fa parte della crisi nel cosiddetto modo “lulista” di regolare i conflitti sociali, così come l’arresto di Lula. Poiché la strategia della classe dominante si spostava a destra, la gestione proposta dal PT non era più utile per loro.

In sintesi, le recenti tendenze della politica brasiliana non dovrebbero essere viste come una svolta radicale di 180 gradi, ma piuttosto come una metastasi delle amministrazioni PT. Una metastasi nel senso che gli interessi anti-popolari che sembravano contenuti ma che non erano mai stati affrontati sotto il PT possono ora svilupparsi senza ostacoli: agro-industria, finanza, società mediatiche, neopentecostalismo, esercito e così via proprio adesso. Dal breve governo di Temer (il vicepresidente di Rousseff), i professionisti corrotti che hanno assicurato la governabilità del PT hanno smesso di svolgere il ruolo di comparse e hanno ripreso il controllo dello stato. In breve, l’esaurimento del lulismo ha indebolito le mediazioni tra i disegni predatori della borghesia brasiliana e i diritti e le aspirazioni dei lavoratori.

Il governo anti-popolare e impopolare di Temer (2016-2018) deve essere compreso in questo contesto, come nel caso dell’elezione di Bolsonaro. Tuttavia, al di là del lulismo e del bolsonarismo, questa tendenza verso un nuovo neoliberismo minaccia la stessa Nuova Repubblica. Ciò è stato evidente nelle elezioni presidenziali del 2018.

 

Le elezioni presidenziali del 2018

Per la classe dirigente, l’economia non è stata una questione centrale nelle ultime elezioni. Il vincitore affronterebbe i problemi del neoliberismo con più neoliberismo, sia per via utopica di un “neoliberalismo inclusivo” predicato dal PT, sia per l’ultraneoliberalismo dei Tucani (storici oppositori del PT) o di Bolsonaro.

Ciò che era in gioco per questa classe era la forma politica che avrebbe preso la gestione della crisi brasiliana. In altre parole, il volto dell’accordo istituzionale, giuridico e culturale che avrebbe sostituito la Nuova Repubblica, ora definitivamente condannato. Sono stati proposti due modi per gestire la colossale crisi brasiliana: il PT ha offerto l’ordine attraverso i negoziati, mentre Bolsonaro ha promesso l’ordine attraverso la violenza.

Dato che nessuno dei tre candidati che rappresentavano chiaramente il capitale si era qualificato per il secondo turno [2] , è emersa quindi la questione di quale percorso potesse servire al meglio i suoi interessi.

Se il PT vincesse, sarebbe difficile governare. Come convincere coloro che hanno chiesto il licenziamento e la reclusione di Lula ad accettare che tutto ciò conduca all’elezione di Haddad (il candidato che ha sostituito Lula)?

Con la vittoria di Bolsonaro, il problema sorge per i governati. La sua base tra i potenti è fragile; il suo livello di rifiuto è alto e il suo personaggio imprevedibile. Chi potrebbe domare il domatore?

Il PT e Bolsonaro furono visti come risposte provvisorie e necessariamente instabili da una classe dirigente in riorganizzazione.

Tuttavia, la classe dirigente scelse di sostenere Bolsonaro perché la fine della nuova Repubblica compromise anche i Tucani. Tuttavia, l’ideale per la classe dirigente è il bolsonarismo senza Bolsonaro. In Francia, Marine le Pen si lamenta di coloro che si sono incontrati per sconfiggerla al secondo turno, perché alla fine il funzionario eletto implementa la sua politica ma senza vantarsi. Sotto la polvere delle elezioni, la classe dirigente brasiliana sta cercando il suo Macron.

Tra il crollo del lulismo, iniziato durante la ribellione di giugno 2013, e un bolsonarismo presentabile in preparazione, la classe dirigente si riorganizzò, provocando la dispersione dei candidati. Come nel 1989, quando nacque la Nuova Repubblica, la classe dominante cercò la sua strada, ma questa volta per seppellirla [3] .

Tuttavia, il futuro sotto Bolsonaro è imprevedibile. Molti lo hanno sostenuto per sbarazzarsi del PT, ma nessuno sa chi libererà il Brasile da Bolsonaro. In Cile, i democratici cristiani hanno appoggiato il colpo di stato nel 1973 per tornare al potere. Di certo non si aspettavano di dover aspettare 17 anni perché ciò accadesse realmente.

Bolsonaro aveva le sue idee: fondare una dinastia con i suoi tre figli che entrarono in politica, sostenuti dai militari e dalla polizia. Deve quindi sostituire il supporto effimero che ha sui social network con una base che gli è letteralmente fedele. Per questo intende fare affidamento sugli evangelisti, presto più numerosi dei cattolici nel paese.

Non c’è nulla di nuovo nell’appartenenza di quelli sopra a Bolsonaro. Sebbene brutale e volgare, la violenza che incarna è soprattutto violenza di classe. Il dramma è l’adesione delle classi inferiori. In assenza del leader carismatico, il sottoproletariato che sosteneva il lulismo si rivolse a Bolsonaro, tranne che nel nord-est del paese. Tutti i brasiliani conoscono qualcuno che ha già votato per Lula ma che ha finito per votare per il capitano. Lula era in prigione, ma gli elettori no. Allora, cos’è successo?

Escludendo l’ipotesi che tutti coloro che hanno votato per lui siano fascisti o siano stati manipolati contro il PT, questo risultato suggerisce l’ipotesi scomoda che ci siano punti in comune tra bolsonarismo e lulismo. In questo senso, si sono opposti, ma non sono esattamente opposti.

È vero che l’anti-PTismo ha avvelenato il dibattito, ma diversi candidati hanno sostenuto questo striscione. Uomo di vecchia politica, Bolsonaro ha incarnato con successo il rinnovamento. Il segreto sta piuttosto nella forma che nel contenuto: il capitano usa il linguaggio della brutalità, che un popolo brutalizzato conosce e comprende. Parla in modo perverso con le persone, come fa Lula, il che gli ha permesso di distinguersi dai normali candidati. Se Lula emerse come un Messia, Bolsonaro divenne il mito (come lo chiamano i suoi sostenitori).

Sebbene in modo falso, Bolsonaro si posizionò dalla parte di coloro che, come lui, non articolano bene le idee o non capiscono molto le cose. Piuttosto che un programma, ha difeso un insieme di valori appositamente costruiti, quindi il dialogo fluido che mantiene con gli evangelisti.

La campagna PT, da parte sua, ha scommesso sulla vittimizzazione di Lula, poi sul renderlo il candidato dietro Haddad. In breve, Lula intendeva trasformare le elezioni in un plebiscito su se stesso – si potrebbe dire che sognava di diventare Mandela. In tal modo, il PT ha contribuito a depoliticizzare il conflitto e spostarlo su questioni morali.

Mentre la campagna di PT ruotava attorno al concetto di giustizia, il valore principale evocato da Bolsonaro era l’ordine, che per lui significava concludere il lavoro incompiuto della dittatura. Forse questo è, dopo tutto, il suo programma.

 

Bolsonaro al potere

Se propone lo stato di polizia, che è il quadro del nuovo neoliberismo, in realtà non ha un programma. Per dirla semplicemente, possiamo dire che subappalta la sua produzione a grande capitale.

Questo è il messaggio che voleva trasmettere con il suo comportamento ingenuo durante la campagna: ha rifiutato di rispondere a domande economiche sostenendo che sarebbero state trattate dal suo Ministro dell’Economia, un ex ragazzo di Chicago.

Ciò a cui punta il grande capitale è trasformare il quadro in cui la riproduzione del capitale avviene in Brasile attraverso riforme contro i lavoratori. L’idea coltivata dai militari e presa dal PT secondo cui il Brasile potrebbe essere un potere su scala internazionale è stata abbandonata.

Lo possiamo vedere chiaramente nel cambiamento di atteggiamento dei militari. In passato, l’esercito associava il suo potere all’industrializzazione del paese, che tra l’altro iniziò e si consolidò tra due dittature: l’Estado Novo (1937-1946) e il colpo di stato ‘Stato del 1964. Di fronte alla regressione industriale e al degrado sociale, i militari hanno gettato la spugna, rinunciando a rendere il Brasile una potenza internazionale. Ora si stanno concentrando sulla gestione armata della vita sociale al fine di mantenere in piedi un paese in rovina. Scommettono quindi su una relazione privilegiata con gli Stati Uniti, in un contesto globale che può salvare.

Ecco un’illustrazione di questa tendenza. Lula aveva inviato il generale Augusto Heleno a guidare la missione delle Nazioni Unite ad Haiti, credendo che ciò avrebbe reso il Brasile un “attore globale”. Il generale è tornato in Brasile pensando a come impedire al Brasile di diventare Haiti. A Heleno è stato impedito di essere vice-presidente di Bolsonaro dal suo partito, e ora utilizza questa esperienza come direttore dell’Ufficio di sicurezza istituzionale del governo, che riferisce direttamente al presidente (Harig: 2018).

Le riforme pianificate dal capitale mirano ad andare oltre il quadro istituzionale associato alla “costituzione del cittadino”. Non è un caso che l’onnipotente Ministro dell’Economia di Bolsonaro sia un ex ragazzo di Chicago che ha lavorato nel Cile di Pinochet negli anni 80. Paulo Guedes disprezza tutte le politiche economiche attuate dalla fine del la dittatura brasiliana che considera “di sinistra” e che definisce “interventismo statale”.

Bolsonaro trae anche ispirazione dal Cile di Pinochet, un regime che riorganizzò la società in modo globale. Questa esperienza neoliberista fondamentalista e pionieristica in economia ha avuto importanti effetti sulla sfera politica e sulla soggettività in senso lato (Bocardo; Ruiz: 2015). Fino alla ribellione scoppiata nell’ottobre 2019, il paese è stato considerato un esempio del successo del neoliberismo a livello globale. Oggi, sono proprio gli effetti sociali devastanti di questa agenda che vengono combattuti in Cile con un potere notevole.

La riforma del sistema pensionistico intrapresa dal governo dimostra la sua volontà di distruggere la “costituzione dei cittadini”. L’argomento principale utilizzato è quello del deficit, che esploderà negli anni a venire. Tuttavia, si suppone che il sistema di sicurezza sociale progettato dalla Costituzione sia bilanciato dal pagamento di contributi da parte di lavoratori e datori di lavoro, cosa che non accade oggi. Lo stato brasiliano non sta adempiendo al proprio dovere, poiché sempre più risorse sono destinate al pagamento degli interessi sul debito.

Questa nuova logica implica la distruzione del sistema di sicurezza sociale per sostituirlo con un sistema in cui tutti sono liberi di scegliere se salvare o meno per proteggersi dai rischi sociali. Stiamo passando da una logica collettiva a una logica individuale, da un diritto sociale a un prodotto finanziario. Questa riforma del sistema pensionistico implica una rottura con il modello sociale su cui si basano la costituzione del cittadino e la nuova repubblica.

Ecco perché è in discussione una riforma dell’amministrazione. Ha lo scopo di sbarazzarsi dell’articolo della costituzione che obbliga ad assegnare una percentuale minima del bilancio statale all’istruzione e alla salute, ad esempio. Ciò segue il congelamento della spesa pubblica decretato per i prossimi 20 anni dal governo Temer. Dal momento che Bolsonaro non vuole sfidare questo limite, cerca di cambiare le basi del finanziamento della sicurezza sociale. Oltre a contraddire la costituzione, un tale cambiamento avrebbe profonde conseguenze sul tessuto sociale del Paese.

 

Bolsonaro testato da Coronavirus

La sfida del presidente è quella di convertire il supporto online che gli ha permesso di essere eletto in una vera mobilitazione. Trasforma gli utenti di Internet in camicie nere.

Su questa strada segue sempre la stessa sceneggiatura: designa i nemici che attacca ponendosi come vittima. Accusa non solo le persone ma anche le istituzioni e la stampa nel suo insieme di essere ostacoli al suo progetto, che genera profezie che si autoavverano. Quando il presidente accusa il Congresso di boicottarlo, trasferisce la responsabilità dei suoi fallimenti a coloro che “non glielo lasciano governare”. Allo stesso tempo mobilita il sostegno popolare per opporsi alle istituzioni che, agli occhi dei cittadini, incarnano la politica marcia e corrotta. Quando il congresso reagisce, il presidente vede la sua storia legittimata e alza la voce. Quando tace, il presidente avanza di uno spazio. In questo gioco di opposti, Bolsonaro appare sovversivo mentre la sinistra brandisce la costituzione per difendere l’ordine.

A Brasilia vengono richieste risposte semplici a problemi complessi. Questo segue la storia dell’eroe che affronta una serie di cattivi e che è lo stesso di quello prevalente sui canali di video online e nei videogiochi. In questa logica, ciò che il governo effettivamente fa conta poco. Si tratta piuttosto di eccitare i suoi sostenitori e rendere naturale ciò che era ancora intollerabile fino a poco tempo fa. Bolsonaro muove il quadro della normalità e allarga l’orizzonte delle aspirazioni della sua base.

È un movimento che non può arretrare. Al contrario, come una palla di neve accumula solo massa, velocità e violenza. In questo movimento, il presidente ha preso la sua base per strada il 15 marzo per chiedere la chiusura del congresso nazionale. Tre giorni dopo, la dimostrazione pianificata in difesa dell’educazione sembrava una contro-dimostrazione.

È in questo contesto che i Covid-19 sbarcarono in Brasile. La manifestazione del 15 marzo è stata annullata, ma alcuni irriducibili sono scesi in strada per salutare personalmente il presidente. Di fronte a questo, la dimostrazione di 18 si è trasformata in un panelaço nazionale (concerto di pan) e ha messo in evidenza il declino del sostegno a Bolsonaro tra i ricchi e la classe media, che sono stati i primi a essere colpiti da un virus che è venuto con quelli con passaporto.

Il presidente ha poi rafforzato la sua negazione dell’Olocausto e ha iniziato a raccogliere nemici. Ad ogni nuovo discorso pronunciato, i vasi tintinnavano alle finestre. Il presidente si perderebbe nel suo mondo parallelo? La strategia di sopravvivenza di questo animale politico perverso considera ogni pulsione di morte come un’opportunità politica. Dobbiamo quindi cercare la logica al lavoro dietro la follia.

Bolsonaro riconosce che la crisi ha due dimensioni: sanitaria ed economica. Sta scommettendo che le persone saranno più sensibili agli effetti del secondo. Il suo discorso contro l’isolamento orizzontale è quindi rivolto a coloro che muoiono di fame, non ai Covid. Bolsonaro presume correttamente che i lavoratori vogliano lavorare: ho sentito i venditori ambulanti criticare il governatore che sostiene il parto e difende Bolsonaro. Oltre ai commercianti e agli imprenditori, i leader evangelici sono anche contrari al confinamento che svuota le loro chiese.

Questa politica si basa anche sulla certezza che lo stato brasiliano, essendo stato fondato sulla schiavitù, non aiuterà mai i lavoratori come in Europa. Al contrario, le misure provvisorie facilitano la riduzione dei salari e i licenziamenti. Il fondamentalismo neoliberista del Ministro dell’Economia è la base per il calcolo politico di Bolsonaro.

Ovviamente questa è una scommessa rischiosa, che può portare il paese al disastro. Come ha sottolineato Pierre Salama, se la lotta contro il Covid è descritta come una guerra, allora Bolsonaro è un criminale di guerra. In questo contesto, il fatto che un presidente in stile Hitler suicida e genocida sia tollerato dalla popolazione e dal Congresso ci dà una misura dello scoraggiamento di quelli sotto e del cinismo di quelli sopra.

Questo cinismo include Lula e il Partito dei Lavoratori (PT) come membri a pieno titolo della famiglia Brasília. A marzo, la festa era contro il licenziamento di Bolsonaro. È corretto affermare che una rivolta al congresso darebbe a Bolsonaro qualcosa da masticare. Ma questo argomento rivela che i principi (vita umana) sono subordinati agli interessi (calcoli politici).

Di fronte al numero di protocolli di impeachment innescati per la maggior parte dai nuovi nemici di Bolsonaro ad aprile, il PT ha sfumato la sua posizione. Ma è uno degli elementi che impedisce a questa lotta di avanzare perché nessuno vuole intraprendere questa strada per far trionfare qualcun altro. In altre parole, il licenziamento di Bolsonaro avverrà solo quando i parlamentari ritengono che avrebbero guadagnato di più che sfruttando le debolezze del governo.

Nel frattempo, Bolsonaro ha raddoppiato la scommessa. Il suo governo, che comprende più soldati di quelli della dittatura, si è liberato dalle due figure che potrebbero metterlo in ombra. È stato innanzitutto il Ministro della Salute a non essere d’accordo con il Presidente a considerare questo virus “un po ‘di influenza”. Poi alla fine di aprile è stata la volta di Sergio Moro, ministro della giustizia responsabile della prigionia di Lula, ora sostituito da un evangelista. Il costo della defezione di un uomo visto come il paladino della lotta contro la corruzione non è ancora chiaro. Moro se ne andò facendo una dichiarazione scioccante: disse che il presidente voleva mettere la polizia federale sotto il suo controllo, il che portò a una denuncia dinanzi alla Corte suprema, un altro obiettivo del presidente.

Criticato dalla stampa, minato dalla giustizia, fischiato dalla classe dirigente e vedendo minacciata la sua popolarità, Bolsonaro si lanciò in una corsa precipitosa. Ha annunciato un aiuto di emergenza di 600 real [100 euro] per oltre 50 milioni di persone. Vale a dire quattro volte più denaro destinato a quattro volte più persone rispetto al piano Bolsa familia , il programma di punta del lulismo. Nel processo, è apparso circondato da soldati e senza Paulo Guedes ha annunciato un massiccio piano di investimenti pubblici, mettendo da parte l’ortodossia neoliberale. L’obiettivo è chiaro: rafforzare il legame diretto con quelli di seguito facendo affidamento sui militari e quindi mettendo da parte la sua solidarietà di classe con quelli di cui sopra. Il filosofo Paulo Arantes parla di “lulismo arretrato” per descrivere questa situazione.

Tuttavia, il presidente sta camminando sulle uova. Il tumulto politico che preoccupa il capitale ha già costretto Bolsonaro a ritirarsi e riaffermare i pieni poteri al Ministro dell’Economia. Contro la corrente dei “panelaços”, i fedeli del governo hanno manifestato in auto e hanno suonato il clacson di fronte agli ospedali contro il contenimento e tutto ciò che si è opposto al loro leader.

Per il momento nessuno ha il potere di prevalere e il futuro del Paese è nelle mani di questo parlamento che il presidente vorrebbe chiudere. Dal momento che non ha la forza di farlo, Bolsonaro acquista stabilità con il “centrão”, un’assemblea eterogenea di piccoli partiti veniali pronti a sostenere chiunque in cambio di budget pubblici e posizioni nell’apparato di ‘Stato. In breve, interpreta la politica come è sempre stata praticata.

A maggio, fuori Brasilia, il paese stava per diventare l’epicentro dell’epidemia nonostante la famigerata sottovalutazione del numero di casi. Gli studi mostrano una correlazione tra la popolarità del presidente, la violazione del confinamento e il crollo del sistema sanitario pubblico in varie regioni. In periferia, il contenimento è impossibile e gli operai si radunano davanti alle banche per ricevere i loro 600 reali. Nelle campagne, la copertura medica è minuscola e il virus ha iniziato a raggiungere i territori delle popolazioni native, il che può avere un effetto devastante. Il sistema sanitario pubblico è sull’orlo del collasso e le compagnie assicurative non rinunciano a nulla durante i negoziati con il governo, che vuole usare i letti nelle cliniche private. In breve, l’apartheid sociale continua.

Molti bussano alle loro pentole, ma hanno continuato a portare i loro collaboratori domestici. Altri hanno trascorso la prigionia con i loro dipendenti, che non potevano più tornare a casa. Le compagnie di consegna a domicilio hanno aumentato le loro commissioni in modo che i telelavoratori non perdano nulla e le persone che hanno effettuato la consegna hanno protestato invano su strade vuote.

Sebbene abbiamo assistito a molti episodi di solidarietà, è la dinamica autoassorbente tipica del neoliberismo che prevale. La pandemia può aprire il cibo al pensiero ma sembra incapace di provocare da solo l’emergere di nuove soggettività. In Brasile, la sinistra sembra più che mai condannata all’insignificanza.

Il crimine è calato, i cieli si sono schiariti e gli uccelli cantano alle finestre della classe media. Ma dietro la pausa si nasconde la sofferenza. La crisi economica colpisce tutti, anche se in modo diverso. Questo crea tensione in una società che si aspetta un futuro migliore del presente, ma non oltre il passato. In Brasile non ci sarà alcun reflusso keynesiano né il ristabilimento di uno stato sociale che non è mai esistito. Piuttosto, la tendenza è verso la furiosa ripresa della spogliazione sociale, mentre la popolazione spera di poter riguadagnare una certa normalità i cui standard sono sempre più bassi, con o senza Bolsonaro.

 

Riferimenti

BRAGA, Ruy; SANTOS, Fabio Luis B. “L’economia politica del lulismo e le sue conseguenze”. Prospettive latinoamericane , c. 46, p. 1, 2019.

GUEDES, Paulo. “Atolados no Pântano”. O Globo , 1/5/2017.

HARIG, Christop (2018). “Reimportazione della” svolta robusta “nel mantenimento della pace delle Nazioni Unite: missioni di pubblica sicurezza interna del mantenimento della pace internazionale militare del Brasile” DOI:  10.1080 / 13533312.2018.1554442

LAVAL, cristiano. Anatomia del nuovo neoliberismo. Testo presentato all’Universidade de São Paulo, settembre 2018.

RUIZ, Carlos; BOCCARDO, Giorgio. Los chilenos bajo el neoliberalismo . Santiago: Fundación Nodo XXI, 2015.

 

Appunti

[1] Nel bilancio dei governi progressisti dell’America Latina, vedi: F. Gaudichaud, M. Modonesi, J. Webber, Fin de partie? I governi progressisti latinoamericani nel vicolo cieco , Syllpse, 2020 e anche il file: https://www.contretemps.eu/dossier-amerique-latine/ .

[2] Geraldo Alckmin, allora governatore dello stato di San Paolo, corse di nuovo per il PSDB; Henrique Mereilles ha assunto il compito ingrato di rappresentare il partito di Temer; e João Amoedo, rappresentante di un nuovo partito di ricchi brasiliani, che adottarono giustamente questo nome: “Partito Nove”. Tuttavia, l’aggiunta dei voti di questi tre candidati non ha nemmeno raggiunto il 10% dei voti al primo turno.

[3] Nelle elezioni del 1989 c’erano 22 candidati, cinque dei quali erano considerati potenzialmente efficaci. Il collor de Mello ha sconfitto Lula con un piccolo vantaggio nel secondo turno. Nel dicembre 1992, Collor fu rimosso dall’incarico per impeachment , tra accuse di corruzione.

Brasile nel caos: Bolsonaro costringe alle dimissioni il ministro della salute. E’ il secondo in un mese…

FONTE RAWAIADUNA 

 

Nelson Teich, nominato ministro della salute in Brasile appena un mese fa, ha deciso di mollare. In meno di un mese è stato di fatto esautorato ogni giorno dal suo presidente della Repubblica, un Jair Bolsonaro oramai trasformatosi nel nemico numero uno al mondo di tutto ciò che è scienza e di ogni politica di serio contenimento dell’epidemia di coronavirus nel gigante sudamericano.

Gli ospedali sono al collasso, le cifre ufficiali, bugiarde visto il limitato numero di tamponi per scoprire gli infetti e il non censimento della povera gente morta a casa senza alcuna assistenza, fanno del Brasile il paese più infetto dell’area e tra poco del mondo intero. La risposta di Bolsonaro a questa immane tragedia è stata ed è di un cinismo senza limiti. Il coronavirus è una banale influenza, chiudersi in casa è da vigliacchi, usate la clorochina sempre, nonostante più ricerche abbiano attestato l’alta tossicità di questo medicinale che in ogni caso non è né cura né prevenzione.

Prima di Teich, era stato costretto alle dimissioni Luis Mandetta. Mentre l’allora ministro della salute e la gran parte dei governatori spingevano per misure di contenimento e lockdown, Bolsonaro convocava manifestazioni dei suoi sostenitori, bollava di “comunisti” chiunque volesse tenere la gente a casa, incitava i suoi “patrioti” a rivoltarsi contro le istituzioni “traditrici”. Praticamente li invitava al golpe.

Di fronte a questo caos sanitario, al collasso democratico in corso, molti paesi stanno richiamando il personale delle loro ambasciate. Nella comunità internazionale si parla oramai chiaramente di “rischio Bolsonaro”.

” Bolsonaro non vuole un medico ad aver cura della salute dei brasiliani. Vuole un fanatico, un ciarlatano. O un militare che obbedisca, senza pensare, ai suoi ordini. Due ministri della salute dimessi in piena pandemia non rappresentano solo un segnale di incompetenza. Siamo di fronte a un crimine, ad un tentativo di omicidio contro la nostra nazione”, dichiara un esponente politico di opposizione mentre tanti altri, quasi un coro, lanciano un disperato “si salvi chi può”.

Amarissime, a tal proposito, le parole di Luis Mandetta, ex ministro della salute: ” Non ci resta che sperare in Dio”.

silvestro montanaro

BOLSONARO TAGLIA. LE UNIVERSITÀ RESISTONO

 

Autore : Angelo D’Orsi

FONTE : IL BLOG DI ANGELO D’ORSI

Uno scorcio di Campinas, terza città del BrasileUno scorcio di Campinas, terza città dello Stgato di San Paolo in Brasile

Campinas è la terza città in ordine di importanza dello Stato di San Paolo. L’area metropolitana si avvicina ai tre milioni di abitanti. Si tratta in verità di una piccola San Paolo, senza il fascino tremendo della megalopoli brasiliana.

Il campus di Unicamp a Campinas

Anche Campinas ha però grattacieli, una economia postindustriale abbastanza fiorente, e una rinomata università «estadual», ossia dello Stato di San Paolo, mentre altre università sono «federais», cioè nazionali, essendo il Brasile una Repubblica Federale. Poi naturalmente vi sono le università private, che si dividono in quelle religiose (cattoliche e evangeliche, nelle diverse sette) e quelle legate a industrie, banche e centri finanziari. Infine, le università straniere, sostanzialmente statunintensi. UniCamp ha un’ottima reputazione, e resiste all’azione violenta di Bozo, volta a cancellare i fondi, a ridurre l’autonomia, a sottoporre a pressione politica tutti gli atenei pubblici, sia quelli federali (di solito i meno ricchi finanziariamente), sia quelli statali (che godono sovente di finanziamenti anche privati in aggiunta a quelli pubblici).

ENTRANDO NEL CAMPUS – in Brasile tutte le università sono collocate in campus, di regole esterni alla cinta cittadina – la prima cosa che si nota sono i manifesti che ricordano Marielle Franco, la sociologa e attivista uccisa nel marzo 2018, ormai divenuta una icona della resistenza antibozonarista.

Capannelli di studenti chiacchierano dei programmi di studio, ma anche di politica. Mi raccontano che l’elezione del capitano dell’esercito alla presidenza della Repubblica, ha rappresentato un fattore di divisione nella società, e persino all’interno delle famiglie. Una studentessa scherzosamente ma non troppo parla di divorzi provocati dalla contrapposizione tra coniugi, di rotture di relazioni tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle. Alcuni, sento, hanno sostenuto Bolsonaro accogliendo, più o meno in buona fede, il messaggio anticorruzione e di modernizzazione che gli spin doctors americani prepararono per la campagna elettorale vincente del truce Bozo.

A questi sudenti e ai loro professori, e professoresse, numerosissime, vado a parlare di fascismo, in chiave storica e politologica: un confronto, che mi viene quasi imposto a viva forza, tra il fascismo classico e le forme odierne che ad esso possano essere avvicinate…

LA DOMANDA CHE PERCORRE docenti e discenti, è se il Brasile di Bozo sia paragonabile al paese che diede i natali ai Fasci di Combattimento, e se la linea politica bolsonarista sia simile o addirittura uguale nella sostanza a quella fascista. Ma quando, dopo la conferenza, mi ritrovo con un gruppo ristretto, a mangiare una pizza, e bere una birra, provo a chiedere a ciascuno dei presenti le ragioni della vittoria di Bozo, immediatamente le opinioni si dividono, entrano in contrasto, anche assai vivace.

LE FAKE NEWS DIFFUSE dallo staff di Bolsonaro sono considerate da tutti la sua arma vincente, ma v’è chi insiste sulla debolezza e la divisione del campo avverso, quello «progressista». E alla fine, emerge una delle spiegazioni più interessanti, che mi riportano con la mente in Italia: Bolsonaro ha vinto perché il PT, il Partido dos Trabalhadores, il partito di Lula, era ormai da tempo afflitto dalla corruzione, e Bolsonaro ha insistito su questo elemento, aiutato dalla campagna «Lava Jato» (letteralmente «Autolavaggio») di cui fu animatore il giudice Sérgio Moro, poi finito nei guai, a sua volta.

COME DIRE, LA SINISTRA viene sconfitta quando diventa «come gli altri», o se si vuole, quando rinuncia a fare la sua parte, sulla base di discriminanti verso la destra, e si trasforma in una costola della destra…
C’è voglia di discutere, bisogno di capire, e mi rendo conto che questa fetta di popolazione che è la futura classe dirigente o una sua parte importante, è smarrita, quasi incredula: coloro a cui pongo la domanda: come è potuto accadere ciò che è accaduto negli ultimi anni in Brasile? L’inchiesta giudiziaria, il fango su Dilma Rousseff, e il golpe (qui dicono proprio così: «Il golpe del 2016»), che detronizzò Dilma e mandò in prigione Lula come due malfattori, hanno rappresentato un vero tsunami sulla società brasiliana, e la borghesia progressista, il «ceto medio riflessivo», non solo non si sono ripresi, ma ancor cercano vie per capire e per reagire.

LO STESSO ADDAD, il competitor sfortunato di Bozo, su cui sento solo giudizi positivi, ha tuttavia la colpa di essere del PT, e di venir percepito come parte del «sistema», contro cui si è scagliato Bolsonaro, presentandosi, al solito, come quello che è fuori della casta, ma che ne fa parte pienamente da sempre.
Un messaggio che evidentemente paga. Noi italiani ne sappiamo qualcosa. Un senso di smarrimento mi colpisce a mia volta, quando vuotati i bicchieri, ci alziamo dai tavoli dove studenti e colleghi si sono assiepati bisognosi non soltanto di ascoltare lo studioso straniero, ma anche e soprattutto di esternargli la propria angoscia, quasi a cercare rifugio nell’analisi teorica davanti al fallimento dell’azione politica.

II Puntata del reportage brasiliano (“il Manifesto”, 21 settembre 2019)

 

Brasile: alla polizia licenza di uccidere

FONTE PRESSENZA.COM

07.02.2019 – San Paolo, Brasile – Paolo D’Aprile

Brasile: alla polizia licenza di uccidere
(Foto di GOVBA via Flickr)

Lo ha detto fin dal primo giorno, carta bianca alla polizia, carta bianca per uccidere.

Non ce n’era bisogno, basta leggere i dati ufficiali divulgati dalle agenzie internazionali e dallo stesso governo. Per il momento non sono ancora disponibili quelli dell’anno appena trascorso. Diamo una occhiata al 2017. Ma per capire meglio la situazione, è necessario il paragone con il 2016 e il 2015, quando dalle forze di polizia furono uccise 3330 persone. L’anno dopo, 4240. E finalmente nel 2017, cinquemila centocinquantanove, 5159. Per il codice penale l’omicidio in servizio non è un crimine quando l’azione di polizia avviene nello stretto compimento del dovere legale. Una interpretazione che di per sé lascia spazio a mille modi di nascondere o modificare la scena: basta che l’autorità dichiari che il presunto colpevole di qualche delitto abbia resistito all’arresto. Il super ministro della giustizia e dell’interno, ha presentato il nuovo decreto per la sicurezza. 63895 è la quantità di omicidi avvenuta in Brasile nel 2017. A scanso di equivoci lo riscrivo, sessantatremila ottocentonovantacinque. Continua a leggere “Brasile: alla polizia licenza di uccidere”

Brasile, Jair Bolsonaro, elimina i diritti LGBT al primo giorno da presidente del Brasile

FONTE CONTROLACRISI

Al primissimo giorno da presidente del Brasile, l’estremista di destra Jair Bolsonaro ha immediatamente fatto sparire dalla scrivania governativa tutte le questioni inerenti alla comunità LGBT, eliminandola dal novero di coloro di cui dovrà occuparsi il nuovo “Ministero delle donne, della Famiglia e dei Diritti Umani“. Il nuovo ministro per i diritti umani, l’ex pastore evangelico Damares Alves, ha affermato che “la famiglia brasiliana è minacciata” da politiche inclusive. All’interno del Ministero la sigla LGBT è stata così cancellata. I gay, i bisessuali, le lesbiche, le persone transessuali non saranno minimamente contemplati da questa amministrazione. Anzi, chiaramente osteggiati.

“Lo stato è laico, ma questo ministro è terribilmente cristiano”, ha tuonato Alves al suo primissimo discorso da ministro. “Le ragazze saranno principesse e i ragazzi saranno principi. Non ci sarà più indottrinamento ideologico per i bambini e gli adolescenti del Brasile“.

Da sempre dichiaratamente omofobo, Bolsonaro ha in passato confessato che preferirebbe avere un “figlio morto piuttosto che un figlio gay”. Nelle ultime settimane, prima che l’insediamento diventasse realtà, decine di coppie LGBT si sono sposate, temendo la cancellazione del matrimonio egualitario, entrato in vigore nel 2013.

Tra i ‘fan’ del neo presidente ci sono Donald Trump e l’ambasciatrice degli Stati Uniti delle Nazioni Unite, Nikki Haley, ma anche il segretario di stato americano Mike Pompeo e il nostro Matteo Salvini.

Lettera dell’ex Presidente Lula alla Direzione Nazionale del PT.

Pubblichiamo in italiano questa lettera del 30 Novembre 2018 tradotta e diffusa dal Comitato Italiano  Lula Livre

FONTE PRESSENZA.COM

Compagne e compagni,

Dal profondo del mio cuore vi ringrazio per tutto ciò che avete fatto  durante la campagna elettorale così difficile che abbiamo vissuto, assolutamente fuori dalla normalità democratica. Voglio estendere il mio abbraccio e la mia gratitudine a tutti i membri del nostro partito per la loro generosità e il coraggio mostrati nella campagna più sordida che sia mai stata fatta contro un partito politico in questo paese.

Ringrazio il mio collega Gleisi Hoffmann e la nostra intera leadership nazionale per aver tenuto unito il Partito dei Lavoratori (PT) in tempi così difficili; per aver sostenuto la mia candidatura sino a che è stata possibile e per essersi pienamente impegnato, con grande forza, nella candidatura del professore Fernando Haddad.

Ringrazio il nostro compagno Fernando Haddad per avergli dato tutto il cuore per la missione che gli abbiamo affidato. Ha affrontato con dignità le bugie, la violenza e il pregiudizio. Ha concluso la campagna elettorale come leader brasiliano riconosciuto a livello internazionale.

Ringrazio la nostra compagna Manuela D’Avila, candidata alla vicepresidenza, e tutti i partiti che ci hanno accompagnato con grande lealtà in questo viaggio.

Saluto i quattro governatori che abbiamo eletto, in particolare Fatima Bezerra, così come quelli che non hanno ottenuto la rielezione ma non hanno rinunciato alla lotta per i nostri ideali. Saluto i senatori, i rappresentanti eletti e tutti coloro che generosamente hanno sostenuto i candidati.

La vostra lotta straordinaria ci ha portato a raggiungere 47 MILIONI DI VOTI al ballottaggio. Nonostante tutte le persecuzioni, tutte le trame che hanno fatto contro di noi, il PT rimane la più grande e importante forza popolare in questo paese. E questo ci mette di fronte a immense responsabilità.

Il popolo brasiliano ci ha dato la missione di mantenere viva la fiamma della speranza, che significa difendere la democrazia, il patrimonio nazionale, i diritti dei lavoratori e le persone che hanno più bisogno. Tutto ciò è minacciato dal futuro governo, che mira ad aggravare le battute d’arresto messe in atto da Michel Temer dopo il colpo di stato che ha costretto alle dimissioni Dilma Rousseff nel 2016.

Questa non è stata un’elezione normale. Sono stato condannato e imprigionato, in una farsa giudiziaria che ha scandalizzato i giuristi di tutto il mondo, per impedire la mia candidatura. 

L’Alta corte elettorale ha infranto la legge e disobbedito alla decisione dell’Onu, riconosciuta sovranamente in un trattato internazionale, per impedire la mia candidatura alla vigilia delle elezioni.

Il nostro avversario ha creato una fabbrica di bugie negli inferi di Internet, orientato dagli agenti degli Stati Uniti e finanziato con risorse di dimensioni sconosciute ma certamente gigantesche. È semplicemente vergognoso per il paese e per la Corte elettorale che i verbali elettorali siano stati approvati di fronte a tante prove di frode e corruzione. È un’ulteriore dimostrazione della selettività del sistema giudiziario nel perseguire il PT.

Se qualcuno avesse avuto  dei dubbi sull’impegno politico di Sergio Moro contro di me e contro il nostro partito, li avrà dissipati dopo la sua decisione di essere ministro della giustizia di un governo che ha aiutato a eleggere con la sua inchiesta parziale. Moro non è diventato il politico che ha affermato di non essere, semmai è uscito dall’armadio dove aveva nascosto la sua vera natura.

Non ho dubbi che il Ministero della Giustizia proseguirà nella criminalizzazione del PT e dei movimenti sociali usando i metodi arbitrari e illegali dell’inchiesta sulla corruzione perché questo è il principale scopo di  Jair Bolsonaro. Dobbiamo prepararci per ulteriori attacchi, che sono già iniziati, come abbiamo visto nelle nuove azioni, operazioni e accuse realizzate nel primo mese dopo le elezioni.

Jair Bolsonaro si è presentato al paese come candidato anti-sistema ma in realtà è il peggior rappresentante di questo sistema. Era sostenuto dai banchieri, dai proprietari di fortune immense; è stato protetto dalla tv Rede Globo e dagli altri media, è stato sponsorizzato dai proprietari terrieri, è stato finanziato dal Dipartimento di Stato americano e dal governo Trump, è stato sostenuto da ciò che è nascosto nel parlamento nazionale, è stato favorito da ciò che è più reazionario nel sistema giudiziario; era il vero candidato del governo di Temer.

Non ha avuto il coraggio di partecipare ai dibattiti pubblici durante la campagna elettorale del secondo turno per mettere a confronto le sue idee sull’economia, lo sviluppo, la creazione di posti di lavoro, le politiche sociali, la politica estera ed eseguirà un programma ultraliberale, di privatizzazioni che non è stato presentato agli elettori e molto meno approvato nei sondaggi.

Ha sfruttato la disperazione delle persone per la violenza comune; la loro indignazione per la corruzione e la delusione per i politici ma non ha risposte concrete a nessuna di queste sfide. Innanzitutto perché la sua proposta di sicurezza consiste nell’ armare le persone, il che aumenterà solo la violenza. Secondo, perché l’indagine sulla corruzione di Sergio Moro ha premiato i corrotti e i corruttori della Petrobrás (la compagnia petrolifera nazionale, ndt). La maggior parte degli indagati è stata rilasciata o è agli arresti domiciliari nel pieno possesso delle fortune rubate. Bolsonaro è, in realtà, il rappresentante del sistema politico tradizionale, che controlla l’economia e le istituzioni del Paese. Le stesse persone che hanno eletto Bolsonaro lo giudicheranno ogni giorno per le promesse che non realizzerà e per quello che accadrà nel nostro paese. 

Dobbiamo essere pronti a continuare a costruire, con le persone, le vere soluzioni per il Brasile, perché credo che, per quanto ci provino, non saranno in grado di distruggere il nostro paese.

Il PT è nato durante gli ultimi anni della dittatura stando all’opposizione, per difendere la democrazia e i diritti delle persone, in tempi ancora più difficili di oggi. Questo è ciò che dobbiamo fare di nuovo, con il sostegno dei nostri 47 milioni di voti, con la responsabilità di essere il più grande partito politico del paese.

E come dice Gleisi, non dobbiamo scusarci per essere grandi, se è stato l’elettore a decidere. Vogliamo e dobbiamo agire insieme con tutte le forze della sinistra, del centro-sinistra e del campo democratico, in un esercizio quotidiano di resistenza.

Dobbiamo tornare in strada, nelle fabbriche, nei quartieri e nelle baraccopoli, per parlare la lingua delle persone, per ricollegarci alle basi, come ha detto Mano Brown*. Non possiamo temere il futuro perché sappiamo che l’impossibile non esiste.

Fino al giorno del nostro reincontro vi lascio il mio grande abbraccio,

Luiz Inácio LULA da Silva

*Mano Brown-rapper brasiliano. Ha sostenuto Haddad-Manuela al ballottaggio.

 

Jair Bolsonaro: come le élite finanziarie lo hanno aiutato a prendere potere in Brasile – e perché potrebbero pentirsene

Fonte Alfabeta2

Heike DoeringCardiff UniversityGlenn MorganUniversity of Bristol, e Marcus GomesUniversity of Exeter

 Il Brasile ha appena vissuto una delle elezioni più importanti e divisivedalla fine della dittatura militare del paese dal 1964 al 1985. Le prime elezioni presidenziali dall’impeachment di Dilma Roussef nel 2016 hanno avuto luogo in uno scenario di instabilità politica ed economica. E questo si è rivelato terreno fertile per il vincitore – il conservatore populista di estrema destra, Jair Bolsonaro.

Molto è stato detto della retorica trumpiana anti-establishment di Bolsonaro e del palese disprezzo verso i diritti delle minoranze, che hanno avuto risonanza tra la popolazione sempre più disillusa dalla politica. Ma Bolsonaro ha anche vinto il sostegno dell’élite finanziaria del Brasile, che ha una lunga storia di influenza nella politica del paese. Continua a leggere “Jair Bolsonaro: come le élite finanziarie lo hanno aiutato a prendere potere in Brasile – e perché potrebbero pentirsene”

Dopo aver visitato la prigione di Lula in Brasile, Noam Chomsky mette in guardia contro il “disastro” di Jair Bolsonaro

FONTE DEMOCRACYNOW

Mentre il presidente eletto del Brasile Jair Bolsonaro si prepara a entrare in carica a gennaio, torniamo alla nostra conversazione con il famoso dissidente politico, linguista e autore Noam Chomsky poco dopo le elezioni. L’imminente presidenza di Bolsonaro segna la svolta politica più radicale del Brasile da quando il governo militare si è concluso più di 30 anni fa. Bolsonaro è un ex ufficiale dell’esercito che ha elogiato l’ex dittatura militare del Brasile, ha parlato a favore della tortura e ha minacciato di distruggere, imprigionare o bandire i suoi avversari politici. Bolsonaro ha anche incoraggiato la polizia a uccidere i trafficanti di droga sospetti, e una volta ha detto a un parlamentare donna che era troppo brutta da stuprare. Noam Chomsky definisce Bolsonaro un “disastro per il Brasile”.

Trascrizione
Questa è una trascrizione urgente. La copia potrebbe non essere nella sua forma definitiva.

AMY GOODMAN : Oggi trascorriamo l’ora con Noam Chomsky, il professore di fama mondiale, linguista e dissidente. Democrazia ora! Di recente Nermeen Shaikh e io abbiamo parlato con Chomsky a Tucson, in Arizona, dove ora insegna all’Università dell’Arizona. È anche professore emerito presso il Massachusetts Institute of Technology, dove ha insegnato per più di mezzo secolo. Ho iniziato chiedendo al Professor Chomsky il recente elogio del presidente della sicurezza nazionale John Bolton al neo eletto presidente di estrema destra del Brasile, Jair Bolsanaro, ex capitano dell’esercito che ha abbracciato l’ex dittatura militare del Brasile e ha una storia di commenti razzisti, misogini e omofobici .

NOAM CHOMSKY :Bene, è del tutto naturale per Bolton dare il benvenuto a Bolsonaro. Bolsonaro è sicuramente il suo tipo di ragazzo. È vizioso, brutale, un forte sostenitore, un entusiasta sostenitore della tortura. Era un po ‘critico nei confronti della dittatura militare, perché non uccideva abbastanza persone. Pensava che avrebbe dovuto uccidere 30.000 persone, come la dittatura argentina, che era la peggiore delle dittature appoggiate dagli Stati Uniti in America Latina. Vuole gettare il paese aperto agli investitori, trasformare il Brasile in una sorta di caricatura di un paese. Ciò include l’apertura dell’Amazzonia ai suoi sostenitori dell’agrobusiness. È un duro colpo, se non addirittura una campana a morto per la specie. Significa genocidio virtuale per la popolazione indigena. Secondo Bolsonaro, non meritano un centimetro quadrato. Ma, in generale, solo il tipo di ragazzo che Bolton apprezzerebbe molto. Continua a leggere “Dopo aver visitato la prigione di Lula in Brasile, Noam Chomsky mette in guardia contro il “disastro” di Jair Bolsonaro”

Il Brasile dopo le elezioni, spiegato da chi ci vive lottando per ambiente e diritti

 

FONTE GREENREPORT CHE RINGRAZIAMO

Già in campagna elettorale la deforestazione in Amazzonia è aumentata del 36%

«Abbiamo perso le elezioni ma non abbiamo perso la forza per continuare a lottare per un Brasile che sia uguale per tutti. Continueremo le nostre lotte, organizzandoci collettivamente. La collettività è la forma migliore per mantenerci fermi e conquistare diritti e uguaglianza. Non dobbiamo disanimarci»

[2 novembre 2018]

 

Brasile, 28/10/2018, ore 19.00, escono i risultati del 2° turno delle elezioni presidenziali: Jair Bolsonaro del Partido Social Liberal – PSL, ex militare, è eletto presidente del Brasile, con il 55,13% dei voti validi contro il 44,87% del suo avversario Fernando Haddad, del Partito dos Trabalhadores – PT, il partito di Lula, che per 14 anni è stato al potere.

Il telegiornale trasmette immagini del popolo brasiliano in festa, con la maglietta giallo-verde, quasi rivendicando le celebrazioni mancate degli ultimi due mondiali di calcio. A Salvador, invece, città del Nord-est e la più afro-discendente del Brasile, qualche macchina suonano il clacson e dalle finestre si sentono solamente poche urla di felicità. Nello stato di Bahia Haddad riceve il 70% dei voti, registrando uno dei suoi migliori risultati, purtroppo insufficiente dentro lo scenario nazionale. Un dato importante di queste elezioni è la percentuale del numero di astenuti, la più alta dal 1998: 31.370.371 (DatiTVBRASIL), corrispondente al 21,3% dell’elettorato che sommato al 2,14% di voti in bianco e 7,43% di voti nulli, arriva a un 30,87%, che forse avrebbe potuto cambiare l’esito del voto.

Difficile comprendere e commentare un risultato del genere, viste le contraddizioni che hanno caratterizzato la campagna politica del nuovo presidente che – anche se non apparso in dibattiti tanto quanto gli altri candidati – è sempre stato presente nelle reti social, rilasciando forti dichiarazioni, il più delle volte criticate dall’opposizione e, in alcuni casi, ritrattate da lui stesso.

Un’elezione caratterizzata più dall’odio nei confronti dell’avversario che da un’attenta analisi delle proposte del proprio candidato. Il rancore contro il PT e i suoi scandali legati alla corruzione ha avuto la meglio rispetto alla paura di avere come presidente una persona che troppe volte si è lasciata andare in dichiarazioni razziste, misogine, omofobiche e a favore della tortura.

È difficile poter prevedere quale sarà il nuovo scenario politico nazionale e internazionale. Il piano di governo del nuovo presidente eletto, registrato ufficialmente nel Supremo Tribunale Elettorale,critica il PT, dice quello che si dovrebbe risolvere ma non descrive come. Alcune questioni, come quella ambientale, sono poco dettagliate, mentre altre non vengono nemmeno citate.

Se Haddad, nel suo piano, parla di adozione di tecnologie verdi e energie pulite, di riforma fiscale verde per aumentare i costi dell’inquinamento e premiare investimenti e innovazioni a basso tenore di carbonio, sembrerebbe che la questione ambientale non sia prioritaria nel programma di Bolsonaro.

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Ieri, a Berlin, commovente e interessantissima serata….

Ieri, a Berlin, commovente e interessantissima serata . L’associazione LAF (Lateinamerika-Forum Berlin), presieduta da Werner Wuertele, ha invitato FLAVIO TAVARES a presentare il suo libro “As tres mortes de Che Guevara”, edito da L&PM Editores (per ora disponibile solo in portoghese). Tavares, che da giornalista e fotografo, accompagnò il Che in diverse missioni politiche, è stato Professore all’Università di Brasilia e ha partecipato alla resistenza armata contro la dittatura brasiliana, catturato ed esiliato dopo lo scambio, nel 1969, tra 15 guerriglieri fatti prigionieri e l’Ambasciatore degli USA in Brasile, sequestrato dalle forze della guerriglia. Dopo una lunga e cordiale chiacchierata con l’autore, che ci ha fatto omaggio della pubblicazione con la sua dedica, io e Gino Rubini, di cui ho il privilegio di essere amico da oltre mezzo secolo, abbiamo ripreso la strada di casa con l’animo pieno e leggero, rafforzati nella nostra convinzione che, anche per noi ultrasettantenni, la lotta continua.

Franco Di Giangirolamo

“Libre o preso, Lula va a ser presidente de Brasil”

DILMA EN LA FERIA DEL LIBRO

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Pubblicato da Página/12 su martedì 1 maggio 2018

“Libre o preso, Lula va a ser presidente de Brasil”
Una mesa amplísima encabezada por la presidenta derrocada en Brasil convirtió la presentación del libro Lula – La verdad vencerá en un acto continental por la libertad del líder preso.

Affermazione di Dilma Rousseff, presidente del Brasile un mandato pieno, eletta ancora una volta nel 2014, ha assunto l’incarico nel 2015 e rovesciata nel 2016: “Temo per la vita di Lula, per il cibo che mangia e per  l’acqua che beve, e perché è stata impedita la visita di un medico “. Un altro: “Con Lula stanno usando la giustizia del nemico”, che individua chi distruggere e poi si vede come. È il sistema del lawfare che usa la legge come strumento di guerra……..
Questo era il tono dominante della presentazione presso la Sala Jorge Luis Borges della Fiera del Libro, da “La verità vincerà” il libro dei colloqui con Lula che hanno pubblicato PáginaI12, Editoriale ottobre, Boitempo editoriale e il Consiglio latinoamericano delle Scienze Sociali , in vendita dalla scorsa domenica presso i chioschi. E ‘il libro in cui Lula racconta come il colpo di Stato, perché non si è rifugiato in un’ambasciata piuttosto che andare in galera, quali errori ha fatto il Partito dei lavoratori e quello che è successo ai membri della élite sarà arrabbiato è stato concepito quando i poveri iniziarono salire sugli aerei….

L’ARTICOLO PROSEGUE SU PAGINA12

Sindacati belgi, e internazionali: si allarga lo schieramento che chiede la liberazione di Lula e un percorso elettorale equo e trasparente

I sindacati belgi insieme al sindacato internazionale hanno chiesto l’immediato rilascio dal carcere dell’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. In una lettera consegnata all’ambasciatore brasiliano a Bruxelles, la CSC, la FGTB, la CIS e la Confederazione europea dei sindacati hanno dichiarato che la reclusione arbitraria di Lula è una minaccia per la democrazia. I sindacati di Asunción, Buenos Aires, Ginevra, Giacarta, Lima, Londra e Rabat si sono dati appuntamento ieri anche nelle ambasciate brasiliane, in seguito alle proteste di Madrid, Montevideo, Parigi, Roma e Washington, D.C.“Lula è stato giudicata colpevole da un tribunale di grado inferiore sulla base di nessuna prova, qualcosa che gli stessi giudici della bassa corte hanno ammesso. Lula è il politico più popolare del Brasile e la persecuzione giudiziaria ha lo scopo di impedirgli di diventare nuovamente presidente “, ha detto il segretario generale dell’ITUC Sharan Burrow.

Gli avvocati di Lula hanno portato il caso al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, sottolineando l’evidente pregiudizio di giudici e pubblici ministeri e chiedendo al Consiglio di riconoscere che “il tribunale regionale che lo ha riconosciuto colpevole, il giudice Sérgio Moro e il procuratore federale hanno ha violato i diritti di Lula alla privacy, il diritto a un processo equo, la libertà dall’arresto arbitrario, il diritto alla libertà di movimento e il diritto alla presunzione di innocenza fino a che non venga dichiarato colpevole”, si legge ancora nella nota.

Il movimento sindacale europeo si trova in assoluta solidarietà con i sindacalisti brasiliani e aiuterà in ogni modo possibile “la loro battaglia per difendere la democrazia e ripristinare lo stato di diritto”, ha affermato il segretario generale della CES Luca Visentini.

“Questa è l’ultima di una serie di gravi minacce alla democrazia in Brasile. Il movimento operaio belga sta con Lula per la lotta per il popolo brasiliano e la sua democrazia “, ha detto il presidente della CSC Marc Leemans.

“Siamo profondamente preoccupati dalla volontà delle forze conservatrici di mettere sotto accusa, con ogni mezzo, l’ex presidente Lula per essere candidato a un processo elettorale giusto e democratico”, ha affermato il segretario generale dell’FGTB, Robert Vertenueil.

Marielle presente! Intervista a Daniela Albrecht – di Michela Pusterla

 Fonte Effimera.org

*Daniela Albrecht è laureata in psicologia e ricercatrice in servizio sociale, militante del movimento antimanicomiale e del PSOL di Rio de Janeiro

MP: Un mese fa, l’uccisione di Marielle Franco, consigliera comunale di Rio de Janeiro per il PSOL e militante nera, femminista e lesbica, e dell’autista Anderson Gomes hanno avuto una straordinaria eco globale, riverberata dalle reti sociali a centinaia di piazze cittadine. In Italia, il ruolo fondamentale nell’organizzazione è stato svolto da Non una di meno, facendo sì che l’attenzione fosse focalizzata (com’è legittimo) sulla militanza femminista di Marielle. Nella sfera mediatica italiana, quantomeno, ne è nata una narrazione concentrata sulla vicenda personale di Marielle e sulla sua figura potentissima, che ha forse trascurato il contesto di quella che Giuseppe Cocco su effimera ha definito «un’esecuzione politica» e ha isolato Marielle dalla sua militanza, cioè dal motivo per il quale è stata uccisa. Tuttavia, gli eventi successivi che hanno coinvolto il fondatore del PT hanno rifocalizzato l’attenzione mediatica italiana ed europea sul Brasile, producendo un moto di affetto politico – tanto comprensibile quanto spesso acritico – nei confronti di Lula. Non sono mancati interventi – tra i quali citerei quello di Eliane Brum uscito su El País e tradotto su Transglobal e Euronomade – che hanno avuto la capacità di analizzare il funzionamento della macchina mitologica del Lula in vita e le contraddizioni insuperabili del progetto politico del PT. Questa intervista – realizzata il 2 aprile 2018 – si pone come obiettivo quello di provare a comprendere la situazione politica brasiliana attraverso l’esecuzione di Marielle Franco e insieme le ragioni di quella esecuzione alla luce di quel contesto, in un dialogo con una voce interna al partito nel quale Marielle Franco militava.

MP: Qual è la situazione in Brasile?

DA: Per capire meglio il contesto del Brasile oggi, secondo me, è necessario partire dal 2013 – un anno di grande sconvolgimento sociale e mobilitazioni di piazza, che scoppiarono quasi all’improvviso, a seguito dell’aumento dei prezzi dei biglietti degli autobus. In quel momento, divenne chiaro alla borghesia che il Partido dos Trabalhadores (PT), dopo 12 anni al potere, non era più in grado di mantenere il suo ruolo nel patto sociale, di garantire il consenso sociale intorno al progetto borghese come aveva fatto fino ad allora. Allora la borghesia cominciò a interrogarsi sul suo progetto politico, a perdere unità intorno a questa sua rappresentanza politica, con una parte della borghesia che cominciò a volere la caduta del governo PT.  In quella occasione, la stampa brasiliana – che solitamente criminalizza fortemente le lotte sociali – di fronte alla portata delle manifestazioni popolari trasformò radicalmente la sua strategia e tentò di intestarsi le manifestazioni, dettandone le parole d’ordine. Tentò cioè di depoliticizzare quelle rivendicazioni che avevano un contenuto sociale e chi contestava l’ordine in questo senso, lanciando lo slogan della lotta alla corruzione. Una parte della stampa era già contro lo stesso PT.

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Lula, l’umano

 Fonte Associazione Transglobal 

Introduzione e traduzione di Stefano Rota – Associazione Transglobal

Il 7 aprile 2018 si è verificato un fenomeno piuttosto raro: una esplicita richiesta da parte di un uomo in vita del riconoscimento di una sorta di trascendenza verso una dimensione non umana, verso una forma-mito. La richiesta è stata accolta da una larga parte della popolazione che lo sostiene, in ragione del ruolo importantissimo che ha svolto quest’uomo nella storia recente del proprio paese: si tratta di Luiz Inácio Lula da Silva e il paese è quindi il Brasile.

Tutti noi che abbiamo visto nel laboratorio politico dell’America Latina dello scorso decennio una possibilità concreta di contrapposizione continentale al neoliberismo globale abbiamo messo post sui social network con foto che ritraevano Lula letteralmente sommerso dall’abbraccio del suo Popolo. Tutti noi che parliamo portoghese abbiamo seguito il discorso dell’ex presidente il giorno della sua consegna alla Polizia Federale – dopo aver assistito alla messa in suffragio della moglie – trasmesso in diretta anche dalla televisione portoghese. Forse molti, non tutti, sono rimasti un po’ colpiti dalla modalità discorsiva e dal linguaggio scelti da Lula. Nessuno, incluso il sottoscritto, ha sentito però il bisogno di rendere pubblico un certo disagio, perché il momento era drammatico: Lula andava difeso, punto e basta. Quella tragedia umana (umana!) che si apprestava a dispiegare la sua pagina più dolorosa, presentandogli un conto salatissimo e ingiustificato, è frutto di una macchinazione golpista orchestrata dai nemici politici che non gli avevano perdonato le misure sociali, economiche e politiche a favore dei ceti popolari e da sempre svantaggiati (ma non tutti!), come argine, molto parziale, invero, delle logiche sviluppiste e neoliberiste in cui è lanciato il paese; una macchinazione che lo aveva trascinato nel fango, tuttora senza prove concrete, dello scandalo di corruzione “Lava Jato”.

 

Il 9 aprile, sull’edizione brasiliana di El Paìs esce questo articolo di Eliane Brum, che riportiamo qui tradotto. E’ un articolo lungo, ma vale la pena leggerlo tutto, perché di quella vicenda complessiva offre una lettura sobria, rotonda, facendo giustizia dei nostri imbarazzi e riportando al centro la caleidoscopica composizione e le contraddizioni di un paese, a cui Lula prima e soprattutto Dilma dopo, hanno offerto soluzioni a volte quanto meno imbarazzanti, creando delle fratture tra un Brasile e un altro, tra metropoli e Amazonia, tra sviluppo e diritti umani e non-umani, tra cittadini “sviluppabili” e lavoratori marginali, indigeni e negros delle favelas. E molto altro (Stefano Rota).

Lula, l’umano

Di Eliane Brum*

 

“Io non sono più un essere umano. Io sono un’idea”. La frase del discorso di L. I. Lula da Silva prima della prigione dal palco del sindacato dei metallurgici di São Bernardo do Campo, è già diventato celebre, come era programmato. Ma il simbolo di questo momento che passerà alla storia non è stato il discorso, ma piuttosto l’immagine presa dall’alto, in cui colui che aveva appena finito di proporsi non come candidato, ma come una leggenda, sembra mutuare la propria sostanza nella moltitudine che lo circonda. “Questo paese ha milioni e milioni di Lula”.

Il problema di colui che vuole essere un mito in vita è la vita stessa. La vita intralcia il mito. La vita ricorda al mito, giorno dopo giorno, che è umano, troppo umano. Questo è un pericolo per il mito. Consapevole di questo rischio, Getùlio Vargas (1882-1954) [politico progressista brasiliano della prima metà del secolo scorso] si suicidò, con l’accortezza di lasciare una lettera-testamento impeccabile dal punto di vista storico, in un ultimo slancio di genialità politica. Il Padre dei Poveri del Brasile del XX secolo sapeva che la vita ostacolava la leggenda.

Lula crede di poter essere un mito in vita, il corpo arrestato nella cella della Polizia Federale di Curitiba, mentre il mito attraversa il corpo della moltitudine. E’ in questa direzione che si sono rivolti gli sforzi principali di Lula, da quando la prigione si è manifestata come una possibilità sempre più concreta e vicina. Le frasi in questo senso sono state molte nelle ultime settimane; la più messianica è questa: “Loro si stano raffrontando con un essere umano differente: io non sono io, io solo l’incarnazione di un pezzetto di cellula di ognuno di voi.”

Il fatto che quella che è già diventata l’immagine storica del momento sia stata la foto scattata da sopra non è un dato qualunque. Da sopra c’è il mito, da sotto, nell’interno della moltitudine, ci sono le realtà e i sentimenti più umani. Ma la foto segna un punto importante, mostrando che Lula si intende di politica molto più di Sérgio Moro [giudice federale a capo dell’operazione Lava Jato], che scommetteva nella foto di Lula arrestato, sconfitto dall’operazione Lava Jato. Dovrà invece fare i conti con la foto di un mito tra le braccia del popolo. Non è un peso di poco conto per un uomo vanitoso come Moro, che aspira a un luogo di rispetto nella Storia. Nessuno vuole il posto di un Carlos Lacerda [politico brasiliano della metà del secolo scorso, conservatore e alleato delle forze interventiste dell’esercito, oppositore del candidato alle presidenziali nel 1950 per le forze progressiste Getùlio Vargas, ai cui danni orchestrò un attentato].

La storia, però, è un punto interrogativo, perché il passato è costruito nel futuro. Niente sembra più incerto del futuro del Brasile. La memoria di Lula è ancora oggetto di disputa.

Il futuro è imprevedibile anche nel modo in cui la memoria sarà costruita nel mondo che verrà. Non siamo ancora in grado di comprendere come internet ripercuote e cambia quello chiamiamo memoria. Il futuro del Lula storico no sarà determinato dai libri di storia scritti da accademici o da biografie fatte da giornalisti – o per lo meno non solo da loro – come accadde con Vargas e altre icone della traiettoria del Brasile. Questo rappresenta già un nuovo dato del momento. Solo più avanti sapremo se un martire di sinistra in carcere ha la forza che ebbe nel futuro del passato, quando internet non entrava nella costruzione delle narrazioni.

Lula è arrestato, non morto. Lula è ancora nel gioco del presente. Continua a leggere “Lula, l’umano”

Dentro le ragioni dell’assalto a Lula

 

fonte ComuneInfo

di Raúl Zibechi

La votazione degli undici giudici del Supremo Tribunale Federale (STF), nella notte di mercoledì 4 aprile, presuppone la fine della carriera politica di Luiz Inácio Lula da Silva, così come desideravano i militari, i grandi imprenditori, il governo degli USA e un importante settore della società brasiliana.

L’offensiva permanente della destra durante gli ultimi cinque anni, gli ha permesso di compiere il suo sogno più desiderato: disarcionare Lula dalle elezioni presidenziali di ottobre, per le quali era il favorito con il 35% di sostegno popolare, molto lontano dagli altri candidati.

Il STF ha votato negativamente l’habeas corpus presentato da Lula, che gli avrebbe permesso di aspettare il risultato del processo per arricchimento illecito, che è stato confermato in seconda istanza. Il tribunale si è appellato alla giurisprudenza che dice che ogni processato, la cui pena è confermata in seconda istanza, entrerà in prigione. In effetti, il passato gennaio Lula è stato condannato da un tribunale federale a 12 anni.

Sembra necessario ripassare le ragioni che hanno portato ciascuno di quei settori ad appoggiare la condanna di Lula, al di là della sua presunta colpevolezza. Anche molti politici dovrebbero stare nei tribunali per delitti ancor più gravi, come l’attuale presidente Michel Temer, in una chiara dimostrazione di una doppia misura della giustizia, delle istituzioni e della stessa società brasiliana.

In primo luogo, per gli USA i governi di Lula non furono specialmente problematici, per lo meno se ci atteniamo alle dichiarazioni di ambedue le parti. Salvo su un punto: il progetto di autonomia nella difesa, concretizzatasi nella costruzione di un sottomarino nucleare, oltre alla capacità di fabbricare caccia di quinta generazione e al potenziamento della base di satelliti di Alcántara, vicina alla linea equatoriale.

“Casualmente”, da quando Dilma Rousseff fu disarcionata dal governo nell’agosto del 2016, i tre progetti affrontano delle serie difficoltà, anche se le autorità si impegnano a negarlo. Il terzo fabbricante mondiale di aerei commerciali, l’Embraer, che ha firmato un accordo con la svedese Saab per i caccia brasiliani, è in via di fusione con la statunitense Boeing, fatto che può rendere vano lo sviluppo che renderebbe autonoma la forza aerea.

Riguardo al sottomarino nucleare, insistere solo sul fatto che è a carico della ditta di costruzioni Odebrecht, in alleanza con la francese DCNS, che è seriamente indagata dalla giustizia, e che può mandare all’aria tutto il programma strategico. Non può essere casuale che solo l’Odebrecht stia nell’occhio della giustizia quando tutte le imprese di costruzioni operano allo stesso modo.

8 aprile 2018, Lula e il suo popolo

Gli USA sono vicini a giungere ad un accordo con il governo di Temer per operare nella base di Alcántara, che per la sua ubicazione geografica permette un risparmio fino al 30% del combustibile. Questo è unito al sottomarino nucleare, uno dei punti più sensibili per il Pentagono.

La seconda questione sono i grandi imprenditori, che avevano mantenuto un atteggiamento favorevole ai governi del PT, per lo meno fino all’anno 2012. Nonostante ciò, il rafforzamento del movimento sindacale e l’irruzione delle nidiate più povere dei lavoratori nel movimento degli scioperi del 2013, che batté tutti i record storici nella quantità di scioperi, li convinsero della necessità di interrompere il corso della presa di potere del movimento operaio.

In questo senso, bisogna ricordare che la federazione industriale di San Paolo (PIESP), la più potente del paese e una delle più ricche del mondo, è tornata a giocare il medesimo ruolo che ebbe nel 1964 quando fu la principale artefice del colpo di stato militare che abbatté Joao Goulart.

La terza incognita sono le forze armateSotto i governi di Lula (2003-2010) furono uno dei settori più privilegiati. Fu programmato un importante riarmo, come era avvenuto solo sotto la dittatura militare (1964-1985). Fu rafforzato il complesso industriale-militare con sede nella città paulista di Sao José dos Campos, con accordi con imprese europee che hanno aperto nuovi affari alle compagnie brasiliane coinvolte nella difesa.

Ma soprattutto, è stata definita una Strategia Nazionale di Difesa che è stata concordata con gli alti comandi, il governo e gli imprenditori, che definisce nuovi e più ambiziosi progetti per le Forze Armate.

Due di questi stabiliscono la creazione di una seconda base navale alla foce del Rio delle Amazzoni, che si aggiungerebbe all’attuale situata a Río de Janeiro. Parallelamente, il rafforzamento della vigilanza sui giacimenti off-shore della piattaforma marittima, implica la progettazione di una potente flotta di sottomarini convenzionali e nucleari.

Le ragioni che hanno portato al cambio di direzione militare hanno due basi. La prima è la politica sottile ma persistente degli USA, che non hanno mai visto di buon occhio la costruzione del sottomarino nucleare né l’autonomia satellitare, progetti che hanno persistentemente minato dietro le quinte. Anche se un settore dei militari brasiliani ha delle forti inclinazioni nazionaliste, c’è un altro settore molto dipendente dalla logica statunitense che pone il Venezuela, la Russia e l’Iran come nuovi demoni che giocano lo stesso ruolo del comunismo, sotto la dottrina della sicurezza nazionale che portò ai colpi di stato dei decenni del 1960 e 1970.

Il secondo, è il crescente ruolo della destra civile nelle caserme. Molti alti comandi rifiutano qualsiasi menzione dei crimini di lesa umanità commessi durante la dittatura. La ex presidente Rousseff fu torturata da militari, comportamento che è esaltato da vari alti comandi che non hanno mai accettato la minima critica della repressione della dittatura.

Da ultimo, le classi medie e medio alte hanno intensamente militato contro Lula e i quattro governi del PT. Così come non ci fu rottura con la dittatura, in Brasile nemmeno c’è stata una  decolonizzazione sociale e culturale che avrebbe democratizzato la società e le relazioni tra bianchi e neri (il 54% dei brasiliani). Questi ostacoli hanno provocato l’attuale polarizzazione sociale e politica, in risposta all’ascesa dei più poveri al rango di classi medie. Ma queste eredità sono, anche, alla base della crescente decomposizione di un paese che si proponeva come potenza globale.

Gli umanisti brasiliani ripudiano l’incarcerazione illegale di Lula

Fonte Pressenza.com

10.04.2018 Partido Humanista do Brasil

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Portoghese, Greco

Gli umanisti brasiliani ripudiano l’incarcerazione illegale di Lula

Il Movimento Umanista Internazionale  si oppone all’ingiusto ordine di incarcerazione politica dell ex-presidente del Brasile, Luis Inácio Lula da Silva.

Denunciamo un processo kafkiano

Noi ci opponiamo a questa decisione frettolosa, manipolata dal Ministro Carmen Lucia, e spinta dai media e dai generali dell’esercito che non hanno seguito le normali procedure, semplicemente per far fuori Lula dalle elezioni del 2018.

Denunciamo una carcerazione politica

Noi ci opponiamo a questa angosciante e frettolosa carcerazione che dimostra la disperazione delle elites brasiliane di cogliere questa opportunità, a tutti i costi, prima che si apra il registro dei candidati . Dimostrazione del fallimento delle elites, dato che non hanno candidati sostenibili a difesa del loro programma di ritorno al passato.

Denunciamo accuse senza prove

Noi ci opponiamo all’insolita accusa basata su un power point  e la  confusa sentenza di Moro che ordina gli arresti per “convinzione” senza presentare uno straccio di prova.

Denunciamo le bugie dei media

Noi ci opponiamo al linciaggio dei media portato avanti dal network di Globo TV, che mente sistematicamente all’intera popolazione, manipolando l’informazione a servizio di un golpe giudiziario e degli interessi nordamericani.

Denunciamo la propaganda di Netflix

Ci opponiamo alle armi della propaganda mascherate come film e serie tv che si presuppone siano basate su eventi reali, che hanno lo scopo di distorcere i fatti e creare una visione storicamente falsa del momento attuale, incitando all’odio e confondendo la popolazione.

Denunciamo l’intervento militare

Ci opponiamo alle minacce dei generali in pensione e in servizio, che hanno voluto la carcerazione di Lula e che tacciono sull’impunità di Aécio, Temer, che mettono sotto silenzio l’assassinio di Marielle Franco, relatrice della commissione d’inchiesta sull’intervento militare a Rio de Janeiro.

Denunciamo l’autoritarismo giudiziario

Ci opponiamo alla decisione arbitraria del tribunale speciale di Curitiba sul caso Lava Jato (l’inchiesta sulla corruzione che si pretende coinvolga Lula, N.d. T.),  che serve a nutrire le falsità dei media, a perseguitare gli oppositori politici del neoliberalismo e delle grandi imprese nazionali.

Denunciamo l’interferenza americana

Ci opponiamo all’accordo di cooperazione tra  dipartimenti degli USA e i promotori di Lava Jato, che mettono sotto inchiesta le imprese brasiliane per aprire la strada alle multinazionali straniere.

Denunciamo la perdita dei diritti

Ci opponiamo al taglio delle pensioni e alla riduzione dei diritti dei lavoratori, alla chiusura delle scuole e delle università, al congelamento per 20 anni degli investimenti pubblici nel campo dell’educazione, alla sanità e la sicurezza sociale di questo governo, basato su un colpo di stato, che sta favorendo le banche e le multinazionali straniere.

Denunciamo la persecuzione dei più poveri

Ci opponiamo all’incitamento dell’odio politico verso i poveri, i neri e le persone precarie, adducendo come scusa la battaglia contro i traffici di droga, un processo noto come “messicanizzazione” del Brasile.

Denunciamo lo svilimento della democrazia

Ci opponiamo allo svilimento della Costituzione del 1988, e all’interruzione del processo elettorale per cercare di estromettere Lula dalla competizione, imponendo nuove regole elettorali che accorceranno i tempi della campagna elettorale da 90 a 45 giorni con lo scopo di ridurre il processo di rinnovamento del Parlamento nazionale.

Denunciamo gli accordi basati su un colpo di stato

Noi ci opponiamo agli accordi con settori golpisti che non danno alcuna fiducia, come possiamo credere che rispetteranno i nuovi accordi se non hanno rispettato i precedenti? E’ molto ingenuo negoziare la consegna di Lula credendo che verranno rispettati gli accordi.

Faremo pressione su coloro che hanno il potere di decidere

Per cambiare la situazione corrente, è necessaria moltissima pressione popolare e dobbiamo imparare ad usare i metodi della nonviolenza attiva in maniera massiva e sistematica, pretendendo che la Costituzione sia osservata e i diritti di tutti siano rispettati.

Guardiamo al futuro

Nessuna galera può imprigionare il cuore, le idee o lo spirito di persone come Lula, che a dispetto di molte contraddizioni del suo governo, che noi spesso criticavamo, non merita di essere trattato in maniera scorretta e illegale.

Noi metteremo in moto un fronte amplio

In questo momento abbiamo bisogno di capire il contesto attuale e unire le forze in un fronte amplio contro il fascismo e l’autoritarismo, con la priorità di formare forti blocchi in tutti i parlamenti e con una forte presenza nelle periferie e anche nelle campagne.

E’ necessario disobbedire

E’ un obbligo resistere ad una ingiusta prigionia. Quelli che non rispettano le leggi sono quelli che condannano senza prove e non rispettano la costituzione.

Quando le decisioni sono ingiuste è necessario disobbedire.

Partido Humanista do Brasil

 

Traduzione di Annalaura Erroi

In Brasile viviamo una guerra civile sempre più esplicita

Fonte Dinamopress

Realizzata pochi giorni prima della ratifica della condanna a Lula, in questa intervista il filosofo brasiliano Vladimir Safatle denuncia la svolta autoritaria che sta vivendo il Brasile negli ultimi mesi.

Cosa sta accadendo in Brasile?

Gli ultimi eventi dimostrano chiaramente che siamo entrati in una fase di guerra civile sempre più esplicita. Non parlo solo degli spari contro il pullman dell’ex presidente Lula. L’assassinio di Marielle Franco non ha avuto fino ad ora nessuna risposta da parte delle autorità, non vi è stata risposta alcuna nemmeno dopo l’enorme commozione causata dalla sua morte. E’ sorprendente che Geraldo Alckmin, governatore dello stato più grande del paese, e altri rappresentanti istituzionali, presentino come naturale l’attentato contro Lula. Alckmin praticamente dice che l’ex presidente se lo sarebbe meritato, disconoscendo completamente la differenza tra la violenza simbolica della politica e la violenza reale dello sterminio.

Cosa o chi potrebbe risolvere questa impasse?

Non vi è una soluzione a breve termine. La società brasiliana va verso forme estreme di radicalizzazione politica. Non vedo altre vie di uscita. La questione è che solo uno dei due estremi si è organizzato, ed è il campo reazionario. I progressisti continuano a rimanere legati all’idea di un patto di normalità che regola la vita politica nazionale. Ma questo patto è già saltato. La politica nazionale non vive una situazione di normalità. E’ necessario tenerlo presente ed essere pronti.

Questa assenza di comprensione della realtà potrebbe spiegare il fatto che le manifestazioni spontenee dopo la norte di Marielle non si siano trasformate in qualcosa di più efficace ed organizzato?

Non esistono attori politici in Brasile capaci di estendere queste rivendicazioni e dargli un carattere generale rispetto alla situazione nazionale. La società vive una fase di grande effervescenza ma le manifestazioni sono tutte spontanee, como lo sono state lo scorso anno quelle contro il governo di Michel Temer e lo sciopero generale, che ha portato in piazza 35 milioni di lavoratori. Mancano però attori politici che riescano a sostenere nel tempo questa effervescenza sociale. I partiti sono in crisi e vivono una fase di degrado. C’è un deficit tremendo di organizzazione in tutto il paese. Tutta questa forza, enorme, viene dispersa.

In generale in Brasile momenti come questi hanno portato a soluzioni autoritarie. Esiste questo rischio oggi?

Sí, evidentemente. E’ importante per la sinistra prepararsi a tutte le possibili situazioni. Ogni volta che abbiamo vissuto una avanzata autoritaria, la sinistra è sempre stata l’ultima ad abbandonare la speranza nello Stato democratico di diritto. Stava ferma in attesa di qualcosa che non esisteva già più, mentre i reazionari organizzavano la via d’uscita autoritaria. E’ evidente oggi che questo fantasma è qui tra noi. Lo scorso anno, il generale Hamilton Mourão ha parlato in modo esplicito di un progetto di golpe militare e non è stato mai smentito dai suoi superiori. Stiamo vivendo una situazione sempre più tesa. Le elezioni, sappiamo, saranno una farsa, degna della Repubblica di Velha, dove si escludono i candidati che non si vogliono vittoriosi. Il patto minimo di democrazia non esiste più nel paese. Non è un caso che Temer ha appena dichiarato che nel 1964 non vi è stato un golpe militare, ma un movimento sostenuto dal popolo. La dichiarazione è anche falsa dal punto di vista storico. Studiosi dell’opinione pubblica dell’epoca hanno infatti dimostrano che João Goulart sarebbe stato il più votato alle elezioni presidenziali. Si tratta di una falsità che punta a trasformare in elezione popolare una decisione presa dalle elites (quella della dittatura militare del 1964, ndr). Questa dichiarazione di Temer non è per nulla strana nel contesto attuale.

Intervista di  Sergio Lirio a Vladimir Safatle, pubblicata lo scorso 28 marzo 2018 su Carta Capital. Discepolo di Bento Prado Junior, Vladimir Safatle è un filosofo.

I suoi lavori, dalla tesi di dottorato La pasión del Negativo: Lacan y la dialéctica (2006), si occupano dell’intrreccio tra filosofia e psicoanalisi. Ha scritto Cinismo y falencia de la critica (2008), Lo que resta de la dictadura: la excepción brasileña (con Paulo Arantes, 2010), Una izquierda que no teme decir su nombre (LOM, 2012) y El circuito de los afectos: cuerpos politicos, desamparo y el fin del individuo (2015) e Solo un esfuerzo más (2017 ).

Tratto dal blog LOBO SUELTO, traduzione in italiano a cura della redazione di DINAMOpress.

Il Brasile dopo l’omicidio di Marielle Franco – Intervista a Giuseppe Cocco

Fonte Effimera.org

Il Brasile dopo l’omicidio di Marielle Franco – Intervista a Giuseppe Cocco

Ringraziamo Giuseppe Orlandini per la traduzione dal portoghese.

Cosa significa in termini politici l’esecuzione della consigliera di Rio de Janeiro Marielle Franco?

In base a ciò che è stato scoperto dalle prime investigazioni, ci sono sufficienti elementi per dire che non è stata solo “una” esecuzione, ma una esecuzione politica, un attentato. Si tratta di una esecuzione la cui dimensione politica ha almeno tre elementi: il primo è che Marielle era una militante del PSOL (Partito Socialismo e Libertá, una dissidenza di sinistra del PT, creato nel 2004), in particolare del PSOL di Rio; il secondo è che Marielle era espressione di una generazione di “giovani poveri, neri e nere di favela” che hanno cominciato a fare politica in prima persona, autonomamente; il terzo è che l’omicidio avviene nell’ambito dell’intervento federale a Rio, decretato dal presidente Temer.

Com’è ovvio, ci sono molti altri elementi, ma per un primo approccio penso sia necessario ordinarli a partire da qui.

1)     Marielle era del PSOL di Rio de Janeiro. Il PSOL di Rio è stato capace di uscire dal ghetto nel quale si trova il PSOL nazionale e costituirsi come una forza elettorale con peso e consistenza. É importante comprendere come il PSOL di Rio abbia ottenuto questo ruolo da protagonista, in termini sia di attivismo che elettorali. Senza pretendere di essere esaustivo, credo ci siano tre principali spiegazioni: il PSOL a Rio è diventata l’unica opposizione al consorzio politico-mafioso comandato a livello federale dal PT e a livello fluminense e carioca dai compari del PMDB: se a livello nazionale il marketing lulista riusciva a non rendere esplicite le negoziazioni infami alle quali si associava (quando non le promuoveva), a Rio tutto questo è evidente perlomeno dal 2010.

Continua a leggere “Il Brasile dopo l’omicidio di Marielle Franco – Intervista a Giuseppe Cocco”

Rio: assassinata la consigliera che doveva monitorare l’intervento militare

fonte Pressenza.com

16.03.2018 Mariano Quiroga

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Rio: assassinata la consigliera che doveva monitorare l’intervento militare

 

Se l’assassinio di leader indigeni nell’Amazzonia brasiliana è direttamente collegato alla polizia, a Rio de Janeiro, uno Stato sotto intervento militare, l’assassinio della consigliera municipale Marielle Franco congela il sangue.

La dirigente del  PSOL (piccolo partito di sinistra particolarmente impegnato sui diritti umani, N.d.T.), 38 anni, stava lavorando nelle favelas e aveva denunciato l’escalation di violenza in quei territori, sostenendo che sarebbe diventata più complicata con l’intervento militare.

Nelle prime ore del mattino si sono moltiplicati gli appelli a manifestare l’indignazione per il crimine e denunciare il “genocidio nero” di cui è vittima la popolazione più povera del Brasile. Azioni di protesta sono previste anche a Belo Horizonte e San Paolo.

Franco era entrata nel Consiglio comunale di Rio alle elezioni del 2016 come quinto consigliere comunale più votato, con 46.000 voti. Le bande di narcotrafficanti e le milizie di vigilantes avevano ammazzato circa 20 candidati a sindaco o consigliere a Rio prima delle elezioni di quell’anno.

La città aveva vissuto un’escalation di corruzione e violenza legata all’organizzazione dei Mondiali di calcio e poi delle Olimpiadi. Questo è stato fatto con  il violento spostamento di interi quartieri poveri finalizzato alla liberazione di spazi commerciali per i ricchi e i vips.

Due settimane fa, Marielle Franco aveva assunto il ruolo di relatrice della commissione della Camera dei consiglieri di Rio, che doveva monitorare le azioni delle truppe incaricate dell’intervento militare decretato da Temer, una misura senza precedenti dal ritorno alla democrazia nel 1985.

“Le operazioni di polizia nelle favelas e nelle aree emarginate generalmente causano aumenti significativi di sparatorie e morti”, nota un rapporto di Amnesty International, che a sua volta elenca le uccisioni della polizia nelle favelas nel 2017.

Amnesty denuncia inoltre il sovraffollamento delle carceri, le loro condizioni “subumane” e una chiara discriminazione, poiché il 64% dei detenuti è di origine africana.

Marielle Franco aveva postato su Twitter un commento sull’omicidio di un giovane mentre usciva chiesa di Jacarezinho: “Quanti altri dovranno morire perché questa guerra finisca?”.

Traduzione dallo spagnolo: traduttori Pressenza

Lula, Dilma, Brasile: la Torre di Babele

 FONTE PRESSENZA.COM 

29.01.2018 Redazione Italia

Lula, Dilma, Brasile: la Torre di Babele

… e mi dice: stai attento, ti fanno fuori dal gioco se non hai niente da offrire al mercato

(Edoardo Bennato)

Racconterò a seguire sulla prassi giuridica usata per distruggere due personaggi di cui do per scontato che se ne conosca la traiettoria umana e politica. Racconterò di come il pubblico ministero travisi e manipoli le norme legali vigenti per dimostrare le sue tesi nate da supposizioni e illazioni di natura esclusivamente politica. Racconterò la connessione spuria tra la grande stampa e la magistratura, sulle fughe di notizie che questa stessa magistratura fornisce alla grande stampa per creare un clima favorevole alle azioni intraprese e da intraprendere. Racconterò di come il giudice responsabile per la fuga di notizie, non viene punito, sospeso, né impedito in qualche modo di proseguire il processo. Racconterò che lo stesso giudice e il pubblico ministero, con il processo ancora in corso, partecipano a convegni, programmi di televisione, conferenze stampa in cui dichiarano la loro posizione riguardo all’imputato, alla sua storia di vita, tessendo commenti e esternando opinioni sulla sua moralità e il suo carattere. Racconterò che durante l’andamento del processo la moglie del giudice apre una pagina facebook in cui divulga le opinioni del marito sul processo stesso, gli imputati, i condannati. Racconterò che il giudice, in compagnia del pubblico ministero assiste, sacchetto di popcorn alla mano, alla prima del film sulla azione giuridica da lui diretta: un film prodotto dalla Rede Globo, la più grande impresa di telecomunicazione delle Americhe, da sempre nemica dichiarata dell’imputato e del suo partito. Racconterò che questo stesso giudice si dirige regolarmente al Wiston Center, per riferire al padrone l’andamento del processo. Racconterò che se in passato la scusa che il padrone usava per intervenire militarmente in america Latina era la paura del comunismo; se negli anni 80 e 90 era la guerra alla droga, spiegherò e dimostrerò – con i dati alla mano – che oggi il grande spauracchio è la “corruzione” del mondo politico: racconterò del golpe in Honduras; la distruzione economica del Venezuela; la manipolazione dei dati economici del Cile da parte della Banca Mundiale per favorire l’elezione di Sebastian Piñeira; le accuse contro Cristina Kirchner per impedirne l’elezione al senato argentino. Racconterò che la lotta alla corruzione ha distrutto tutte le imprese statali brasiliane, quelle legate all’industria navale, sidrurgica, edile, le opere di infrastruttura pubblica. Racconterò che la lotta alla corruzione ha permesso e giustificato la vendita del nostro petrolio nazionalizzato a imprese private internazionali. Racconterò di un processo-farsa, ripudiato da giuristi di fama mondiale e che sarà denunciato alla commissione dei diritti umani dell’ONU: un processo durato nove ore in cui i tre giudici di appello avevano già deciso e dichiarato in precedenza il loro voto e nel quale si sono limitati a elogiare e giustificare la sentenza anteriore di primo grado. Racconterò che il capo di gabinetto della presidente del tribunale organizza una sottoscrizione pubblica per chiedere (alla stesso presidente) la condanna esemplare dell’imputato. Racconterò della simultaneità di procedimenti politico-giuridici apparentemente indipendenti tra loro – ma collocati sullo stesso piano e avvenuti allo stesso tempo – e di come hanno coinvolto gli stessi personaggi legando le sorti dell’uno all’altro: l’impeachment della Presidente della Repubblica e il processo al più importante uomo politico della storia del paese. Continua a leggere “Lula, Dilma, Brasile: la Torre di Babele”

ITUC Joins Global Solidarity Action in Support of Lula

The ITUC has issued a global call for solidarity with former Brazilian president Luiz Inácio Lula da Silva. On 24 January, a regional appeals court will decide on politically motivated and false charges against Lula. The judgement is largely seen as an attempt to stop him from standing for election again as well as to destroy his reputation.

Union activists across the world were invited to join the global call to stand up for democracy in Brazil: www.standwithlula.org/en

While trying to find a crime – any crime – to convict Lula in the courts, opponents of Brazil’s most important political leader engaged in a trial by media, in the most extraordinary defamation campaign against a public figure in the history of the country.

Lula’s lawyers have listed a number of violations of fundamental rights in the campaign against him, including deprivation of liberty, illegal phone tapping and leaking of correspondence, interception of his communications with his lawyers, the presumption of guilt without any evidence or trial, and the absence of an unbiased judge and of fair legal proceedings. This position was backed up by renowned international legal experts, such as high-profile British human rights lawyer Geoffrey Robertson.

A former trade union leader, Lula is the father of modern Brazil. Imprisoned by the military dictatorship, he later became the most successful president in Brazil’s history, lifting 33 million people out of poverty and making Brazil’s economy work for ordinary people. Such was his popularity that he helped to elect his successor, President Dilma Rousseff, in 2010 and 2014.

However, in 2016, a group of corrupt politicians led by Michel Temer ousted Dilma, taking power through a parliamentary coup. Since then, Temer has been seeking to dismantle Lula´s social legacy including with anti-union amendments to the labour code, cuts in public investments, attacks on social protection and even attempting to legalise forced labour by changing the definition of slavery.

“The Brazilian people have seen the possible. With the leadership of Lula, the taste of shared prosperity gave everyone hope. Yet since Temer’s business cronies took the reins, 22 million people are now under the poverty line and one in every five families have no income! This is unbelievable in a rich country,” said ITUC General Secretary Sharan Burrow.

“The elite and the corrupt of this nation cannot be respected if we are serious about healing our fractured world, about peace, democracy and human rights. The international labour movement stands with Lula for the fight for the Brazilian people and their democracy.”

Brazil: another rural worker and rights defender murdered

FONTE IUF.ORG

18 January 2018 News

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Resplandes

 

The toll of violence against rural workers, peasants and all those defending human rights, the struggle for land and the rights of indigenous peoples in Brazil continues to rise. On January 9, rural worker and land reform militant Valdemir Resplandes was murdered by gunmen in Anapu, the city in the state of Pará where American activist nun Dorothy Stang was murdered in 2005.

Brazil’s bancada ruralista, the powerful agribusiness lobby whose votes in Congress help sustain President Temer, has aggressively pursued its agenda aimed at rolling back land rights and legal protections for small farmers and indigenous communities to feed their expanding appetites. Impunity protects the perpetrators of violence.

In September 2017, following the murders of Terezinha Rios Pedrosa and her husband Aloísio da Silva Lara, rural worker, peasant and cooperative leaders in the state of Mato Grosso, the IUF Latin American regional secretariat addressed a letter to the Brazilian authorities, asking how long union and peasant leaders and those defending the environment would continue to be murdered with impunity. There was no reply.

By the end of October 2017, the Catholic Church’s Pastoral Land Commission had already recorded 63 targeted rural assassinations – higher than any year since 2003.

Brasile, lo studio: “Cosi’ Volkswagen collaborava con la dittatura”

FONTE CONTROLACRISI.ORG
“La sussidiaria brasiliana della Volkswagen, Volkswagen do Brasil, mostrava lealta’ senza alcuna riserva verso il regime militare”: la denuncia e’ contenuta in uno studio commissionato dalla stessa casa automobilistica tedesca. “Nonostante non abbia avuto alcun ruolo nel colpo di stato che ha rovesciato il governo legittimamente eletto – si legge nel documento – la compagnia riteneva che l’istituzione di un regime dittatoriale sempre piu’ oppressivo fosse uno sviluppo inequivocabilmente positivo”.

“Volkswagen do Brasil condivideva completamente gli obbiettivi economici e di politica interna della giunta militare” ha detto Christopher Kopper, storico dell’universita’ Bielefeld che ha condotto la ricerca. “I vertici tedeschi dell’azienda a Wolfsburg erano al corrente della repressione politica e sociale messa in atto dalla dittatura militare, ma minimizzavano la cosa come una situazione
inevitabile, in pieno stile colonialista” ha continuato Kopper.

Il documento e’ stato presentato allo stabilimento di Volkswagen do Brasil di Sao Bernardo do Campo, vicino San Paolo, alla presenza del vicepresidente della Volkswagen per il sudamerica e il Brasile, Pablo Di Si, che ha dichiarato: “Non abbiamo nulla da nascondere. Abbiamo presentato lo studio al ministro della Giustizia brasiliano nella maniera piu’ trasparente possibile. Accettiamo le scoperte che sono emerse e siamo profondamente rammaricati per quanto avvenuto”.

Brasile, “La nostra storia non è iniziata nel 1988”

07.09.2017 FONTE – Unimondo

Brasile, “La nostra storia non è iniziata nel 1988”
(Foto di http://www.survival.it/)

All’inizio di agosto era stata lanciata una vasta campagna internazionale per contrastare i tentativi del presidente brasiliano Michel Temer di commutare in legge un controverso parere legale sul possibile mancato riconoscimento territoriale ai popoli indigeni che non stavano occupando le loro terre ancestrali prima del del 5 ottobre 1988, quando l’attuale costituzione del paese è entrata in vigore. Questa nuova proposta, chiamata “marco temporal” o “limite temporale” dagli attivisti e dagli esperti in legge, lo scorso 16 agosto è stata rigettata da una sentenza unanime della Corte Suprema del Brasile, che si è espressa a favore dei diritti territoriali dei popoli indigeni in due casi di controversie terriere. Tutti e otto i giudici hanno votato a favore dei diritti indigeni e contro il governo dello stato del Mato Grosso, nell’Amazzonia, che aveva chiesto un risarcimento per alcune delle terre demarcate come territori indigeni alcuni decenni fa. Continua a leggere “Brasile, “La nostra storia non è iniziata nel 1988””

IL TEOLOGO LEONARDO BOFF DIFENDE LULA, CHE POTREBBE SCENDERE IN CAMPO ALLE PROSSIME PRESIDENZIALI, E ATTACCA IL GOVERNO TEMER DEFINENDOLO “VENDEPATRIA”

 

FONTE POPOFF. CHE RINGRAZIAMO

di Leonardo Boff
a cura di Marina Zenobio

manifestazione contro Temer Brasile 705

Lo scorso 28 agosto, in una intervista a Radio Itatiaia di Belo Horizonte, l’ex presidente brasiliano Inácio Lula da Silva ha “minacciato” che, se sarà necessario a non far vincere l’opposizione, per le prossime elezioni presidenziali del 2018 potrebbe scendere di nuovo in campo. “Sinceramente – ha dichiarato Lula – spero ci siano altre persone disponibili. Ma se l’opposizione pensa di vincere, se pensa che non ci sarà duello e che il Partito dei Lavoratori è finito, può essere sicura di una cosa, se necessario io entrerò in campo e lavorerò affinché l’opposizione non vinca le elezioni”.
Nonostante la condanna di primo grado per corruzione inerente all’inchiesta Petrobras, Lula alza il tiro ma l’opposizione sta già da tempo montando una campagna diffamatoria nei suoi confronti per distruggere il “mito” di Lula, campagna diffamatoria alla quale risponde, tra i primi, Leonardo Boff, teologo brasiliano, esponente della Teologia della Liberazione, corrente progressista della chiesa cattolica latinoamericana.
Popoff propone un articolo firmato da Leonardo Boff e pubblicato il 30 agosto scorso su Alainet, America Latina in Movimento.

***

Leonardo-Boff 145x145 La gravità della nostra crisi generalizzata ci fa sentire come una barca alla deriva, alla mercé dei venti e delle onde. Il timoniere, il presidente (Michel Temer, ndt) è accusato di reati, circondato da marinai-pirati per la maggiora parte (con nobili eccezioni) ugualmente corrotti o accusato di altri reati. E’ incredibile che un presidente, detestato dal 90% dei brasiliani, senza alcuna credibilità né carisma, voglia governare una barca alla deriva.

Non so se è ostinazione o vanità elevata ad un livello stratosferico. Tuttavia, impavido, continua ad essere lì, nel palazzo, comprando voti, elargendo benefici, corrompendo chi è già corrotto per evitare che rispondano, davanti al STF (Supremo Tribunale Federale, ndt), alle dure accuse di cui è imputato. Praticamente è prigioniero di sé stesso perché, dovunque appaia in pubblico, presto arriva il grido “Fuori Temer”.

E’ una vergogna internazionale essere arrivati a questo punto, dopo aver conosciuto l’ammirazione di tanti paesi per le coraggiose politiche in favore della gran maggioranza dei poveri, grazie ai governi progressisti di Lula e Dilma.

La diffamazione, sostenuta da gruppi legati all’establishment internazionale che vogliono allineare tutti alle loro strategie, può cercare di demonizzare la figura di Lula e di annullare il merito dei benefici che l’ex presidente ha dato ai diseredati del paese. Ma non riusciranno ad arrivare al cuore del popolo […] perché nonostante gli errori e gli equivoci, è innegabile che Lula ha sempre amato i poveri ed è stato sempre dalla loro parte. Più che il pane, la luce, la casa, l’accesso all’istruzione tecnica o superiore, lui ha restituito la dignità; ora siamo persone non più condannate all’invisibilità sociale.

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Brasile, massacro di dieci lavoratori dell’agricoltura SEM TERRA nello stato del Parà da parte della polizia militare

 fonte  RACISMO AMBIENTAL

Traduzione di editor

Dieci operai agricoli sem-terra ( senza terra ) e una donna sono stati uccisi dalla Polizia Militare in Redencao. Le vittime facevano parte della Lega dei contadini poveri (LCP). L’informazione è stata confermata dalla Commissione Pastorale della Terra (CPT) che ha denunciato questo massacro a Brasilia.
Secondo le prime informazioni questi lavoratori agricoli avevano reagito ad un’azione violenta di sgombero della polizia militare  di un’area della Fazenda Santa Lucia, dove vivevano decine di famiglie.
Il massacro ha avuto luogo al mattino quando, a Brasilia, nel pomeriggio, è stata dichiarata l’occupazione della capitale da parte delle truppe dell’esercito, dopo una brutale repressione della manifestazione indetta dai sindacati contro Temer e le riforme; Nel frattempo, a Rio, c’era stata una forte repressione delle proteste dei dipendenti pubblici contro la demolizione dello stato e contro il passaggio di un disegno di legge in Assemblea legislativa per fare pagare ai dipendenti pubblici il conto del deficit della Previdenza

Massacre em Pau D’Arco (PA): dez mortos pela PM

Por Mauro Lopes, no Outras Palavras

Dez sem-terra -nove homens e uma mulher- foram mortos pela PM na manhã desta quarta (24) em Redenção (PA). Eles são ligados à Liga dos Camponeses Pobres (LCP). A informação foi confirmada pela Comissão Pastoral da Terra (CPT) da CNBB, que lançou ontem em Brasília, com mais 18 entidades, a Carta do ato denúncia – Por Direitos e contra a Violência no Campo.

Segundo as primeiras informações, os agricultores reagiram a uma ação violenta de desocupação de uma área da fazenda Santa Lúcia, onde viviam dezenas de famílias.

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