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La gestione dei canali Rai da parte del governo a trazione leghista e sostenuto dai pentastellati si sta mostrando in tutta la sua devastante regressione culturale e politica.
Telegiornali regionali ridotti a miserevoli mattinali della questura, il secondo canale della Rai è divenuto il megafono di Fratelli d'Italia. Giorgia Meloni imperversa snocciolando banalità e riflessioni di profondità millimetrica. Qualche delirante leghista straparla di italexit e di abolizione dell'euro...

La più grande piattaforma pubblica di comunicazione e produzione culturale nazionale viene annullata e ridotta a canale di propaganda spicciola dei nuovi capi che si auto rappresentano come i messaggeri indiscussi del volere del poppolo.

Con i soldi del canone invece di finanziare una piattaforma pubblica d'informazione e produzione culturale pluralista si sceglie invece di trasformare la RAI in una piattaforma che fa propaganda full time  per Salvini e Di Maio. Neanche la Democrazia Cristiana, negli anni peggiori, ha mai osato tanto.
La rappresentazione quotidiana del mondo elaborata dal micro pensiero di un villanzone bulimico che basa le proprie fortune politiche sulla tragedia dell'immigrazione e sul rancore sociale delle persone che hanno perso il lavoro o dei giovani che non lo avranno,  sta diventando il palinsesto di molti programmi Rai. Lo sciopero degli abbonati Rai, il crollo dell'audience dei programmi più servili rispetto al governo è forse l'unica forma per interrompere questa regressione della piattaforma pubblica d'informazione e produzione culturale pubblica. E' giunta l'ora d'impugnare con decisione ...il telecomando
Editor

 

FONTE ARTICOLO21.ORG

“Le sentenze di morte di Pasquale Zagaria e della mafia non hanno una data di scadenza”. Così Paolo Borrometi, giornalista costretto a una vita sotto scorta e presiedente di Articolo 21, ha commentato la possibilità che sia revocata la scorta a Sandro Ruotolo. La decisione sarebbe stata assunta dall’ufficio scorte del ministero degli Interni, dopo aver ricevuto una relazione della prefettura di Roma secondo la quale il cronista non avrebbe più minacce dal 2016.

La notizia è stata accolta da un’ondata di indignazione che ha coinvolto forze politiche di governo e di opposizione, le istituzioni dei giornalisti e, soprattutto, migliaia e migliaia di cittadine e di cittadini che hanno conosciuto Sandro nel suo impegno professionale e nella sua quotidiana azione per diffondere la cultura della legalità.

Sandro Ruotolo è stato costretto a una vita sotto scorta per le sue inchieste nel casertano, sul traffico dei rifiuti nocivi, sul ruolo dei CasalesiIl boss Pasquale Zagaria ha più volte manifestato il desiderio di vendicarsi e di “scuoiarlo”. Le stesse minacce rivolte a Roberto Saviano, a Rosaria Capacchione, a Marilena Nataleche domani, a Caserta, sarà in un’aula di un tribunale per testimoniare contro i suoi presunti aggressori.

...continua a leggere "Togliere la scorta a Ruotolo è sbagliato e pericoloso"

FONTE NUJ 

29 gennaio 2019

La proficua legislazione volta a contrastare la criminalità all'estero creerà nuovi pericoli per i giornalisti e comprometterà la libertà di stampa, ha avvertito il NUJ.

Nonostante i ripetuti avvertimenti del sindacato sui pericoli contenuti nella legge sul crimine del governo (Overseas Production Orders), il governo ha insistito con il disegno di legge, che raggiungerà la sua fase di relazione in Parlamento domani, mercoledì 30 gennaio.

La legge sul crimine (Overseas Production Orders) consentirà al governo del Regno Unito di concludere accordi con i governi stranieri in modo che possano richiedere l'accesso alle informazioni archiviate nel Regno Unito. Questi nuovi poteri non saranno accompagnati da salvaguardie per i giornalisti che lavorano nel Regno Unito o per i giornalisti che vivono in esilio.

Da settembre il NUJ ha incontrato una serie di parlamentari che sottolineano come il progetto di legge non rispetti le salvaguardie di base contenute nel Police and Criminal Evidence Act (PACE) 1984 e le autorità hanno già ampi poteri di sorveglianza definiti nelle Potenze investigative Act (IPA) 2016. Questo nuovo disegno di legge consente alle autorità di accedere al contenuto delle comunicazioni elettroniche dei giornalisti e rappresenta un'ulteriore erosione dei diritti fondamentali alla privacy e alla libertà di espressione.

Michelle Stanistreet , segretario generale della NUJ, ha dichiarato:

"Questo governo conservatore ha ripetutamente dimostrato il suo disprezzo per il giornalismo e il disprezzo per la libertà di stampa, introducendo inesorabilmente nuove leggi e poteri che minano e compromettono la capacità dei giornalisti di svolgere il loro lavoro con integrità e sicurezza.Questo governo ha cercato di limitare la libertà esistente della legge sull'informazione, ha introdotto la legislazione sulla sorveglianza draconiana, ha cercato di rendere più facile perseguire i giornalisti riformando la legge sui segreti ufficiali e ora sta spingendo una legislazione che trascura le poche protezioni legali che ci sono per materiale e fonti giornalistiche. Ufficio per rinunciare al contenuto delle nostre comunicazioni elettroniche a governi stranieri.Quindi non dubitiamo - questo governo sta orchestrando un ambiente legale deliberatamente ostile per tutti i giornalisti ".

NOTIZIE

 

La soluzione alla disinformazione nell'espansione e nel finanziamento di piattaforme nel controllo dei fatti ma, come sostengono alcuni esperti, nel sostegno più forte a un ecosistema dei media più sostenibile ea un giornalismo di qualità. Foto scattata nel 2016 dal Centro stampa del Consiglio dell'UE.

(Servizio audiovisivo CE / Mauro Bottaro)

Secondo un'analisi pubblicata dal Washington Post , il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto più di 30 false dichiarazioni al giorno, sei volte più del solito, durante la campagna elettorale a medio termine. Secondo questo quotidiano, l'imminenza delle elezioni ha provocato un'esplosione di entrambe le affermazioni infondate dei politici che la proliferazione di notizie false o "Infox" sui social network.

Questo è anche quello che è successo durante i due turni elettorali in Brasile, secondo le principali istituzioni incaricate di missioni di osservazione, come l'Organizzazione degli Stati americani (OAS). Quest'ultimo sottolinea, in un rapporto sulle elezioni, che fino ad ora non vi era mai stata una tale circolazione di informazioni di dubbia provenienza. È per questo che ha chiesto di indagare il Brasile dopo le lamentele che ha rivelato organizzate reti di creazione e diffusione di notizie false, finanziati da aziende private, al fine di diffamare il Partito dei Lavoratori (compresi i fatti rivelati da il quotidiano Folha de São Paulo ).

 

"Il Brasile è stato un avvertimento per noi perché attesta l'esistenza di questa massiccia disinformazione che, per la prima volta, si diffonde principalmente attraverso WhatsApp " ,afferma Myriam Redondo, specialista di verifica giornalistica. " C'è anche un'evoluzione nel formato delle notizie false: siamo passati da informazioni fuorvianti a una predominanza di" meme "e immagini che sono finte o fuori contesto. "

Messaggi duri, progettati per sfruttare le emozioni del destinatario, leggere immediatamente, adattati a tutti gli spettatori indipendentemente dal loro livello culturale e che, circolando su un social network chiuso come WhatsApp , sono più difficili da smascherare. Infatti, durante la campagna brasiliana, Cristina Tardáguila di Agencia Lupa(specializzata in fatto di controllo o " fact-checking " in inglese) ha chiesto, senza successo, a WhatsApp di limitare la possibilità di invio di massa. messaggi attraverso questa applicazione.

È in questo contesto complesso che i gruppi di ricerca di fatti (composti principalmente da giornalisti e analisti di dati) si stanno moltiplicando su scala globale senza disporre di un solido piano economico per garantirne la redditività. " La maggior parte delle piattaforme di audit si trova ad affrontare problemi di finanziamento. Solitamente, ottengono le loro entrate attraverso sovvenzioni, donazioni da sponsor, collaborazioni con i media o contributi da partner " , dice Clara Jiménez, co-fondatrice di Maldita.es , uno dei pionieri team di verifica spagnoli.

Queste tre fonti di finanziamento (specialmente nel caso di quest'ultimo, basato sulla creazione di una rete di supporto ai cittadini) richiedono un sacco di tempo e di sforzi che le piattaforme sono obbligate a " sacrificare " per combattere la disinformazione sul web. Questo trabocchetto sarebbe, almeno in teoria, più facile da superare con sussidi istituzionali, sia a livello nazionale che sovranazionale.

A partire da quest'anno, l'Unione europea aumenterà il suo sostegno annuale al sistema giornalistico da 8 milioni di euro concentrandosi su programmi che vanno dalla cultura digitale dei cittadini alla promozione della pluralità dei media.

È in questo contesto di maggiore coinvolgimento della comunità che potrebbero essere create le iniziative che sono state previste, come la creazione di un team europeo specializzato nel controllo dei fatti o un canale di finanziamento specifico per le piattaforme. forme attualmente dedicate a questo lavoro.

La decisione di accettare o meno queste iniezioni di fondi istituzionali ha scatenato un grande dibattito tra i professionisti della verifica dei dati in tutto il mondo. " Non possiamo lavorare su progetti con aiuti pubblici o accettare denaro da istituzioni come l'Unione europea. Se uno dei suoi loghi appare sulla nostra pagina web, perdiamo la nostra credibilità. Il pubblico euroscettico dubiterebbe della nostra indipendenza su questioni come Brexit, per esempio " , afferma Jiménez.

La giornalista Ana Pastor, fondatrice di Newtral , una piattaforma pioneristica in Spagna nel campo della verifica giornalistica, è nella stessa direzione. Questa piattaforma fa parte di questo lavoro in diretta sui social network e in televisione. " Ovviamente, abbiamo bisogno di soldi per svolgere il nostro lavoro, ma ci sono anche altre forme di collaborazione: ad esempio, un migliore accesso a dati, fonti, maggiore trasparenza e collaborazione continua. Tuttavia, dobbiamo sempre rispettare i principi fondamentali della libertà di espressione e il diritto di dare e ricevere informazioni ", afferma.

Controllo dei fatti: una regola più che un'eccezione

Per altri esperti, come Ricardo Gutiérrez, segretario generale della Federazione europea dei giornalisti, la soluzione al problema delle notizie false non riguarda solo la moltiplicazione e il finanziamento di piattaforme specializzate nella verifica dei dati. Tra le altre cose, si concentra sulla forza e sulla qualità del sistema giornalistico in generale e dei professionisti che lo compongono.

Tutti i giornalisti sono ispettori dei fatti. Non dobbiamo propagare l'idea (errata) che i giornalisti non controllino le informazioni; che ci sono solo i "superjournalists", i "fact-checkers" che li [verificano]. [Inoltre,] alcuni studi hanno dimostrato che i controllori dei fatti hanno poco impatto . La lotta contro la disinformazione sarebbe molto più efficace se si basasse sui 600.000 giornalisti professionisti in Europa ", insiste.

Ogni media e ogni giornalista deve assumersi la responsabilità di non amplificare le notizie false pubblicandole nel proprio spazio. E se ciò accade, devono rapidamente aiutarli a negarli " , afferma Redondo, esperto di controllo di rete.

Il lavoro quotidiano delle piattaforme di verifica dei dati, tuttavia, rivela che ci sono molte notizie false che non hanno bisogno di parassitare i media per diffondersi a livello globale. Secondo questi gruppi di revisori, la loro individuazione sarebbe molto complicata senza servizi specifici che svolgono un lavoro sistematico e che tendono a fare affidamento sulla collaborazione dei cittadini.

Ogni giorno, siamo alla ricerca di ciò che ci accade attraverso il nostro servizio di verifica di WhatsApp, che il team di Newtral ha installato per la prima volta in Spagna. Permette a qualsiasi cittadino di scriverci e farci domande su un titolo, un montaggio o una foto che sembrano sospetti. Studiamo i dati, facciamo telefonate, consultiamo esperti, seguiamo la storia virale su Internet ... E rispondiamo a ciascun utente con un messaggio personalizzato", afferma Lorena Baeza, giornalista di Newtral .

Legislato o censura: un equilibrio difficile

Fermare il flusso di queste bugie interessate che circolano in tutto il mondo attraverso i social network come Facebook e Twitter solleva un altro grande dibattito: la necessità o meno di legiferare per affrontarlo .

Una relazione congiunta Access Now , Civil Liberties Union per l'Europa e l'European Digital Rights sul ruolo che l'Unione europea deve svolgere nella lotta contro la disinformazione ( Informare il dibattito "disinformazione" ) sconsiglia cedere alla tentazione di sanzioni, come hanno già fatto la Germania, la Francia o l'Italia. " Nella Federazione europea dei giornalisti condividiamo questa opinione " , afferma Ricardo Gutiérrez. " In effetti, il 23% degli informatori europei è stato oggetto di minacce legali basate su leggi sulla diffamazione. Le nuove leggi contro le notizie false aumenteranno la pressione ", avverte.

La più grande paura è che un possibile quadro legislativo contro la disinformazione servirà come scusa per coloro che vogliono limitare la libertà di stampa e le voci di dissenso. Gruppi internazionali di comunicatori stanno già dando l'allarme su questo pericolo. "I regimi autoritari avrebbero usato tale legislazione contro i giornalisti e i media tradizionali. Siamo molto preoccupati per ciò che sta accadendo in Italia. E ancora di più della situazione in Ungheria, Polonia, ecc. Un recente studio del Consiglio d'Europa mostra che il 30% dei giornalisti europei pratica l'autocensura " , afferma Gutiérrez.

Il regolamento "ideale" è anche molto difficile da definire perché è un fenomeno di cui non si conosce ancora il pieno impatto. " Nessuno studio scientifico è stato ancora in grado di misurare l'influenza sociale e politica di questa disinformazione. Per ora, possiamo solo supporre alla sua gravità " , conclude la signora Redondo.

Questo articolo è stato tradotto dallo spagnolo.

fonte Articolo21.org

La Federazione nazionale della Stampa italiana e l’Ordine nazionale dei giornalisti esprimono piena solidarietà ai colleghi dell’Espresso Federico Marconi e Paolo Marchetti, aggrediti a Roma da aderenti ad Avanguardia Nazionale e Forza Nuova. Come ricostruisce sul sito web dell’Espresso Giovanni Tizian, il cronista e il fotografo si trovavano nelle vicinanze del cimitero monumentale del Verano per documentare la manifestazione in ricordo dei morti di Acca Larentia organizzata da Avanguardia nazionale. Un gruppo di neofascisti si è avvicinato a Marchetti e, con spinte e pesanti minacce, si è fatto consegnare la scheda di memoria della macchina fotografica. Altri militanti hanno quindi accerchiato il giornalista Federico Marconi e hanno iniziato a colpirlo con calci e schiaffi.

«Azioni che non sono degne di un Paese che si definisce civile e che rappresentano purtroppo solo l’ultimo episodio di violenza e intolleranza nei confronti di giornalisti ‘colpevoli’ solo di svolgere il proprio lavoro al servizio dei cittadini e del loro diritto a essere informati», affermano FNSI e Cnog.

«Siamo convinti – proseguono – che i colleghi aggrediti, così come tutta la redazione dell’Espresso, continueranno con ancora più forza e determinazione a ‘illuminare’ un fenomeno, quello del riaffermarsi di frange di estrema destra e gruppi neofascisti in tutto il Paese, rispetto al quale, oltre ad una presa di posizione del Viminale, auspichiamo un’azione più incisiva da parte delle istituzioni. Siamo e saremo al fianco di Federico Marconi e Paolo Marchetti in qualsiasi iniziativa riterranno di voler intraprendere in difesa delle loro persone e della loro professionalità e ci auguriamo che forze dell’ordine e magistratura facciano in fretta chiarezza sull’accaduto, anche in relazione al divieto di ricostituzione del partito fascista».

Fonte Pressenza.com

10.04.2018 - Partido Humanista do Brasil

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Portoghese, Greco

Gli umanisti brasiliani ripudiano l’incarcerazione illegale di Lula

Il Movimento Umanista Internazionale  si oppone all’ingiusto ordine di incarcerazione politica dell ex-presidente del Brasile, Luis Inácio Lula da Silva.

Denunciamo un processo kafkiano

Noi ci opponiamo a questa decisione frettolosa, manipolata dal Ministro Carmen Lucia, e spinta dai media e dai generali dell’esercito che non hanno seguito le normali procedure, semplicemente per far fuori Lula dalle elezioni del 2018.

Denunciamo una carcerazione politica

Noi ci opponiamo a questa angosciante e frettolosa carcerazione che dimostra la disperazione delle elites brasiliane di cogliere questa opportunità, a tutti i costi, prima che si apra il registro dei candidati . Dimostrazione del fallimento delle elites, dato che non hanno candidati sostenibili a difesa del loro programma di ritorno al passato.

Denunciamo accuse senza prove

Noi ci opponiamo all’insolita accusa basata su un power point  e la  confusa sentenza di Moro che ordina gli arresti per “convinzione” senza presentare uno straccio di prova.

Denunciamo le bugie dei media

Noi ci opponiamo al linciaggio dei media portato avanti dal network di Globo TV, che mente sistematicamente all’intera popolazione, manipolando l’informazione a servizio di un golpe giudiziario e degli interessi nordamericani.

Denunciamo la propaganda di Netflix

Ci opponiamo alle armi della propaganda mascherate come film e serie tv che si presuppone siano basate su eventi reali, che hanno lo scopo di distorcere i fatti e creare una visione storicamente falsa del momento attuale, incitando all’odio e confondendo la popolazione.

Denunciamo l’intervento militare

Ci opponiamo alle minacce dei generali in pensione e in servizio, che hanno voluto la carcerazione di Lula e che tacciono sull’impunità di Aécio, Temer, che mettono sotto silenzio l’assassinio di Marielle Franco, relatrice della commissione d’inchiesta sull’intervento militare a Rio de Janeiro.

Denunciamo l’autoritarismo giudiziario

Ci opponiamo alla decisione arbitraria del tribunale speciale di Curitiba sul caso Lava Jato (l’inchiesta sulla corruzione che si pretende coinvolga Lula, N.d. T.),  che serve a nutrire le falsità dei media, a perseguitare gli oppositori politici del neoliberalismo e delle grandi imprese nazionali.

Denunciamo l’interferenza americana

Ci opponiamo all’accordo di cooperazione tra  dipartimenti degli USA e i promotori di Lava Jato, che mettono sotto inchiesta le imprese brasiliane per aprire la strada alle multinazionali straniere.

Denunciamo la perdita dei diritti

Ci opponiamo al taglio delle pensioni e alla riduzione dei diritti dei lavoratori, alla chiusura delle scuole e delle università, al congelamento per 20 anni degli investimenti pubblici nel campo dell’educazione, alla sanità e la sicurezza sociale di questo governo, basato su un colpo di stato, che sta favorendo le banche e le multinazionali straniere.

Denunciamo la persecuzione dei più poveri

Ci opponiamo all’incitamento dell’odio politico verso i poveri, i neri e le persone precarie, adducendo come scusa la battaglia contro i traffici di droga, un processo noto come “messicanizzazione” del Brasile.

Denunciamo lo svilimento della democrazia

Ci opponiamo allo svilimento della Costituzione del 1988, e all’interruzione del processo elettorale per cercare di estromettere Lula dalla competizione, imponendo nuove regole elettorali che accorceranno i tempi della campagna elettorale da 90 a 45 giorni con lo scopo di ridurre il processo di rinnovamento del Parlamento nazionale.

Denunciamo gli accordi basati su un colpo di stato

Noi ci opponiamo agli accordi con settori golpisti che non danno alcuna fiducia, come possiamo credere che rispetteranno i nuovi accordi se non hanno rispettato i precedenti? E’ molto ingenuo negoziare la consegna di Lula credendo che verranno rispettati gli accordi.

Faremo pressione su coloro che hanno il potere di decidere

Per cambiare la situazione corrente, è necessaria moltissima pressione popolare e dobbiamo imparare ad usare i metodi della nonviolenza attiva in maniera massiva e sistematica, pretendendo che la Costituzione sia osservata e i diritti di tutti siano rispettati.

Guardiamo al futuro

Nessuna galera può imprigionare il cuore, le idee o lo spirito di persone come Lula, che a dispetto di molte contraddizioni del suo governo, che noi spesso criticavamo, non merita di essere trattato in maniera scorretta e illegale.

Noi metteremo in moto un fronte amplio

In questo momento abbiamo bisogno di capire il contesto attuale e unire le forze in un fronte amplio contro il fascismo e l’autoritarismo, con la priorità di formare forti blocchi in tutti i parlamenti e con una forte presenza nelle periferie e anche nelle campagne.

E’ necessario disobbedire

E’ un obbligo resistere ad una ingiusta prigionia. Quelli che non rispettano le leggi sono quelli che condannano senza prove e non rispettano la costituzione.

Quando le decisioni sono ingiuste è necessario disobbedire.

Partido Humanista do Brasil

 

Traduzione di Annalaura Erroi

 

FONTE : IL BLOG DI FRANCO CARDINI CHE RINGRAZIAMO

 

Molti mi chiedono, dopo i recentissimi fatti di Gaza, quali siano le radici storiche della tragedia: prima 21 morti e 1400 feriti circa, la settimana scorsa; e quindi, il 6 scorso, un altro “Venerdì di Sangue” con altri 7 palestinesi morti e un altro migliaio di feriti. Sassate, bombe molotov e cortine fumogene create da pneumatici bruciati per difendersi dai soldati israeliani, che sparano non già per “rispondere al fuoco” (sassi, molotov e fumo non sono “fuoco” nel senso militare del termine), ma solo per impedire ai manifestanti di avvicinarsi a un confine che, oltretutto, non è uno di quelli stabiliti e internazionalmente riconosciuti ma solo una recinzione creata per decisione e nell’interesse di uno stato e di una forza armata che rifiutano la definizione di “occupanti”. Ma il fuoco israeliano è giustificato dalla necessità di “impedire le infiltrazioni”.

E’ stato notato che le manifestazioni di questi giorni sono state monopolizzate da Hamas, che è il partito leader della “Striscia di Gaza” ma che non rappresenta la volontà di tutti i palestinesi che vi sono rinchiusi, e che ormai arrivano a circa 2 milioni. Certo, l’attuale capo di Hamas nella “Striscia”, Yahya Sinwar (56 anni, scarcerato dagli israeliani nel 2011 nel gruppo dei 1000 imprigionati che vennero “scambiati” con il soldato israeliano Gilad Shalit) è un fautore deciso della “linea dura”. I tribunali d’Israele gli avevano inflitto condanne multiple che giungevano a totalizzare ben quattro ergastoli: è lui l’anima della “Marcia del Ritorno” avviatasi prima di Pasqua e che culminerà il 15 maggio prossimo, tre giorni prima del settantesimo anniversario di quel 18 maggio 1948 che vide la fondazione dello stato d’Israele e che per i palestinesi fu la Nakba,il giorno della “sciagura”.

Pianificata, quindi, l’azione di Hamas: e prevedibile che non tutti i palestinesi di Gaza, che ne subiranno le conseguenze, l’auspichino e l’approvino. Ma queste sono le regole del gioco: il perpetuarsi di una situazione già condannata dalle Nazioni Unite (dalla celebre “risoluzione 242” in poi) ha reso inevitabile che si arrivasse a tanto. La gente di Gaza è ormai provata fino alla disperazione: e una vecchia regola politico-militare, in casi come questi, prescrive che non si debba mai condurre un avversario in condizioni d’inferiorità alla disperazione. I disperati diventano micidiali. Ma il comunicato degli organizzatori della “Marcia del Ritorno” parla chiaro: “Non abbiamo nient’altro da perdere se non la nostra vita”.

Abu Mazen, presidente dell’Authority nazionale palestinese ed erede riconosciuto della linea dell’OLP di Arafat, non ama né Hamas né il partito sciita libanese Hezbollah che l’appoggia: e non ne è riamato. Israele non ha certo bisogno di esser consigliata, sul piano della politica, eppure non dovrebbe mai dimenticare l’aurea massima latina del Divide et impera, che in passato ha magistralmente messo in pratica. Sarà che Bibi Nethanyahu è attualmente preoccupato di ben altre cose che non i palestinesi e che teme molto per il suo posto e i suoi interessi privati, per non parlare della sua immagine pesantemente compromessa: sta di fatto che negli ultimi tempi sembra aver abbassato la guardia in termini di prudenza in misura inversamente proporzionale a quanto ha alzato le mani in termini di aggressività. Non si spara su chi “si avvicina a un confine”, specie se non lo ha nemmeno ancor superato e se quello non è un confine internazionalmente legittimo: non ci si può permettere di far ciò neppure se si è difesi a oltranza da un inquilino della Casa Bianca (a sua volta piuttosto nei guai). Il risultato delle scelte sbagliate di Nethanyahu è stato che Abu Mazen, messe da parte le sue riserve su Hamas, si è rivolto accorato all’ONU, all’Unione Europea e alla Lega Araba affinché vengano fermate “le uccisioni e la repressione da parte delle forze di occupazione israeliane a fronte di una pacifica manifestazione di massa”. Prima dell’ecatombe del 6 scorso, hanno ripetuto i media internazionali, “inviti alla calma” erano arrivati da Jason Greenblatt, inviato del presidente Trump nel Vicino Oriente, dall’Unione Europea, dal presidente egiziano. “Inviti alla calma” rivolti ai manifestanti, affinché desistessero dall’avvicinarsi alle linee difese dai soldati israeliani? O ai vertici delle forze armate (e della politica) d’Israele, affinché si tenesse presente che il rispondere a una manifestazione di protesta usando le armi da fuoco e seminando la morte è qualcosa che almeno da noi italiani, dai tempi di Bava Beccaris in poi, è stata universalmente disapprovata?

...continua a leggere "ISRAELE E DINTORNI"

«I nostri torturatori sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori? L’11 settembre 2001 e il G8  hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche». Queste le dichiarazioni del sostituto procuratore di Genova  Zucca, nell’ambito di un dibattito sul caso Regeni. Frasi che da un paio di giorni sono al centro dell’ennesima, faziosa, polemica sul g8 di Genova dettata dall’intransigente rifiuto, ancora oggi dopo quasi vent’anni, delle istituzioni di fare i conti con quella che è stata definita «la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la seconda guerra mondiale» 

Nel nostro paese, ogni volta che vengono effettuate dichiarazioni sui fatti di Genova, si solleva un polverone. Questa volta a innescare la polemica sono state due frasi pronunciate da Enrico Zucca, oggi sostituto procuratore generale di Genova, allora pubblico ministero responsabile dell’istruttoria contro le forze dell’ordine nel processo per la macelleria messicana compiuta alla Diaz. Zucca non è nuovo a prese di posizione molto dure in relazione all’atteggiamento dei vertici della Polizia nei confronti delle vicende giudiziarie riguardanti i propri funzionari. Già in passato aveva infatti duramente criticato l’operato della Polizia parlando di «totale rimozione» dei fatti di Genova e del rifiuto delle forze dell’ordine di riconoscere le proprie responsabilita’ in merito a tali eventi. Nelle frasi pronunciate qualche giorno fa, Zucca torna sull’argomento, sottolineando un altro aspetto vergognoso della gestione post G8 da parte del Ministero dell’Interno e, in particolare, del Dipartimento di Pubblica Sicurezza: le promozioni, le carriere folgoranti e, in alcuni casi il reintegro, dei funzionari condannati in via definitiva dalla Cassazione nel 2012 per la vicenda della scuola Diaz. Nel farlo, il magistrato fa un parallelismo con il brutale assassinio di Giulio Regeni, altra vicenda di torture rimaste impunite. Non è un caso. è bene infatti ricordare che, oltre all’impunita’ assicurata alla quasi totalita’ degli agenti coinvolti nelle vicende del luglio genovese, secondo la legge contro la tortura recentemente approvata dal Parlamento i fatti della Diaz e di Bolzaneto non sarebbero perseguibili («la tortura deve essere reiterata»…). ...continua a leggere "Accuse infamanti? Ecco le carriere dei condannati per la Diaz"

FONTE PRESSENZA.COM

18.03.2018 - Redazione Italia

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

Gas nervino… di un tipo sviluppato da bugiardi
(Foto di Wikimedia Commons)

di Craig Murray, 16/3/18
L’articolo originale si trova qui

Ho appena ricevuto conferma da una fonte ben piazzata  nel FCO (Foreign and Commonwealth Office – il Ministero degli Esteri Inglese – NdT) che gli scienziati di Porton Down (la sede centrale dei laboratori militari inglesi – NdT) non sono in grado di stabilire se l’agente nervino (usato per l’attentato a Skripal – NdT) sia di fabbricazione russa, e sono irritati per le pressioni che hanno avuto di affermare il falso. Porton Down ha accettato solo la formulazione: “di un tipo sviluppato dalla Russia” dopo un incontro alquanto difficile in cui questa formulazione è stata concordata come compromesso. Si presume che i russi stessero ricercando, nel programma ‘Novichok’, una generazione di agenti nervini che potessero essere prodotti da precursori disponibili in commercio come insetticidi e fertilizzanti.
In tal senso questa sostanza (quella usata nel presunto attentato a Skripal – NdT) è un ‘Novichok’, è di quel tipo. Proprio come io sto scrivendo su un laptop ‘di un tipo sviluppato dagli Stati Uniti’, anche se questo qui è stato fatto in Cina.

...continua a leggere "Gas nervino… di un tipo sviluppato da bugiardi"

Fonte Primaonline

Riccardo Luna sta indagando su chi in Italia ha usato i servizi dì Cambridge Analytica e dice di essere “vicino alla soluzione”. Intanto ha fatto interessanti ricostruzioni su vecchi e nuovi protagonisti degli studi delle
Dinamiche Comportamentali che hanno l’obiettivo di studiare il funzionamento dei comportamenti di massa e come manipolarli.
Pubblichiamo qui di seguito il pezzo di Riccardo Luna uscito sull’Agi, di cui è direttore.

Il 17 marzo  Facebook ha deciso di oscurare sulla sua piattaforma Cambridge Analytica , la società dati britannica che ha aiutato il presidente Donald Trump durante le elezioni del 2016. La decisione e’ stata presa dopo gli articoli pubblicati sul New York Times e sul Guardian che raccontano della piu grande fuga di dati nella storia di Facebook che ha permesso a  Cambridge Analytica di sviluppare tecniche che hanno costituito la base del suo lavoro sulla campagna presidenziale di Donald Trump nel 2016.

L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE PRIMAONLINE

FONTE PRIMA COMUNICAZIONE
13/03/2018 | 10:54

 

 

 

C’è troppo potere nelle mani di Google e Facebook, il web si può trasformare in “un’arma”, serve “un intervento giuridico e normativo”. E’ questo il messaggio contenuto in una lettera aperta dal papà del World Wide Web Tim Berners Lee pubblicata dal Guardian in occasione del ventinovesimo compleanno della sua creatura.

“E’ un anno importante perché per la prima volta più della metà della popolazione mondiale è connessa” ha scritto Berners Lee, riflettendo sul fatto che “il web di qualche anno fa non è quello che i nuovi utenti trovano oggi” poiché all’inizio c’era “ricca selezione di blog e siti”, ora “compressa sotto il grande peso di poche piattaforme dominanti”.

Una concentrazione che permette a poche società “di controllare quali idee e opinioni vengono viste e condivise” e di “trasformare il web in un’arma”.

“Le società lo sanno e stanno mettendo in campo sforzi per risolvere il problema”, ha spiegato il professore del Mit, sottolineando che la soluzione non può venire però dalle stesse aziende che cercano di massimizzare i loro profitti e che i tempi sono maturi per “un intervento normativo e giuridico”.

Infine, una riflessione sulla concentrazione di potere anche nell’innovazione e nell’evoluzione delle tecnologie, poiché “le piattaforme dominanti” avendo mezzi per acquisire startup e i migliori talenti creano “barriere per i concorrenti”.

Di questo passo, ha concluso, “i prossimi 20 anni saranno molto meno innovativi degli ultimi 20”.

 

«Apprendiamo con grande sconcerto e preoccupazione dell’intenzione di istituire un osservatorio per monitorare l’attività dei media locali. E non è la prima volta che sindacato e Ordine sono costretti a occuparsi di intimidazioni, esplicite o velate, fatte a chi si occupa di informare i cittadini sul processo ‘Aemilia’», commentano i vertici regionali e nazionali degli enti di categoria.
 

«Apprendiamo con grande sconcerto e preoccupazione dell’iniziativa intrapresa dalla Camera Penale di Modena di istituire un osservatorio per monitorare l’attività dei media locali sui temi di cronaca e politica giudiziaria sostenendo che l’analogo Osservatorio nazionale dell’Unione delle Camere Penali, dopo un’approfondita indagine, è giunto alla conclusione che spesso l’informazione ‘diventa strumento dell’accusa per ottenere consensi e così inevitabilmente condizionare l’opinione pubblica e di conseguenza il giudicante’». Lo affermano, in una nota congiunta, la presidente dell’Aser, Serena Bersani, il segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso, il presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna, Giovanni Rossi e il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna.«La Camera Penale di Modena – spiegano – fa esplicitamente riferimento al processo ‘Aemilia’, in corso da oltre un anno a Reggio Emilia, che per la prima volta ha alzato il velo sulle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna, per decenni sottovalutate. E lo fa proprio in concomitanza con un’udienza dello stesso processo in cui un pentito ha rivelato che, tra i progetti degli ‘ndranghetisti in Emilia, c’era anche quello di uccidere un giornalista scomodo. Notizia che pare non aver toccato in maniera altrettanto significativa la sensibilità degli avvocati». ...continua a leggere "Modena, la Camera Penale vuole mettere sotto osservazione il lavoro dei giornalisti. Fnsi e Odg: «Iniziativa inquietante»"

Argentina, libertà di stampa condizionata!

FONTE SINISTRA.CH

  in America latina/Editoriali/Internazionale/Opinione  di 

Si è chiuso un tragico anno 2017 per la libertà di stampa in Argentina. Solo lo scorso 19 dicembre, a Buenos Aires, 39 giornalisti hanno subito una violenta repressione da parte delle forze dell’ordine dello Stato. Una violenza così estrema che porta la memoria agli anni bui delle dittature civico-militare del recente passato.

Nelle numerose manifestazioni popolari contro le politiche economiche del governo di Mauricio Macri, avvenute durante l’anno appena trascorso su tutto il territorio argentino, sia la Gendarmeria Nazionale, sia la Polizia Federale o le diverse polizie provinciali, si sono particolarmente concentrate contro quella stampa che documenta le diverse violazioni che avvengono nel paese sui Diritti Umani.

L’ultima di tutte queste manifestazioni, che ha portato in piazza circa 500mila persone, è avvenuta il 19 dicembre per protestare contro le riforme previsionali volute dal governo di Macri, soprattutto a danno dei pensionati. Quel giorno l’aggressione contro la stampa è stata preparata, a regola d’arte, con lo scopo di cancellare o mettere sotto silenzio ogni traccia della brutale violenza esercitata in piazza contro i manifestanti oppositori al governo. ...continua a leggere "Argentina, libertà di stampa condizionata!"

La riforma bavaglio alla pubblicazione delle intercettazioni è stata finalmente approvata. Oggi ci sarà il decreto finale del Consiglio dei Ministri.
In questo Paese non si è trovato il tempo per dare la cittadinanza a tutti coloro che sono nati nella nostra terra e che si sentono a tutti gli effetti italiani ma si è trovato il modo di fare una riforma sulle intercettazioni che nemmeno tutti i precedenti governi del centro destra avrebbero potuto sognare.
L’ Associazione Nazionale Magistrati la definisce così: “ LO STRAPOTERE DELLA POLIZIA GIUDIZIARIA NELLA SELEZIONE DELLE INTERCETTAZIONI”. SARÀ LA POLIZIA GIUDIZIARIA INFATTI A DECIDERE PER IL PM QUALI INTERCETTAZIONI SARANNO MERITEVOLI DI ESSERE TRASCRITTE E QUALI NO.

FONTE PRIMAONLINE CHE RINGRAZIAMO 

“Sbaglia chi crede che la tutela del diritto di cronaca, nella nuova disciplina sulle intercettazioni, possa esaurirsi nel diritto di richiedere copia delle ordinanze del Gip. Questa norma, inserita nel provvedimento approvato dal governo, rappresenta un passo in avanti rispetto al testo iniziale, ma non può limitare il diritto dei giornalisti a pubblicare ogni notizia rilevante per l’opinione pubblica, anche se irrilevante ai fini del processo penale”. Lo affermano, in una nota, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Fnsi, commentando il via libera definitivo del Consiglio dei ministri alla riforma delle intercettazioni.

Nella foto, da sinistra: Raffaele Lorusso, segretario generale della Fnsi, e e Giuseppe Giulietti, presidente della Fnsi (foto Assostamparegionali.wordpress.com)

“L’obbligo di non divulgare materiale irrilevante ai fini del processo non può gravare sui giornalisti che, semmai, hanno il dovere opposto: quello di pubblicare ogni notizia di rilevanza pubblica, anche se coperta da segreto”, scrivono i vertici del sindacato, evidenziando come “non tutto ciò che è rilevante per soddisfare il diritto dei cittadini ad essere informati ha necessariamente rilevanza penale”.

“Per questo, concludono, in linea con l’indirizzo consolidato della Corte europea dei diritti dell’uomo, i giornalisti hanno il dovere di pubblicare tutte le notizie di interesse pubblico di cui vengono in possesso, a prescindere dal fatto che siano o meno coperte da segreto”.


Rivoluzione tecnologica, vecchia economia: quando l'odore del monopolio attizza gli istinti bestiali. E' il caso del "NO", pesante come un macigno, della casa editrice E/O ad Amazon, che in pochi anni ha monopolizzato non solo la distribuzione del libro ma le stesse case editrici. La situazione è al limite del collasso. E la lettera di Sandro Ferri e Sandra Ozzola, fondatori di E/O esprime un malessere che non è solo contro Amazon ma anche contro una logica perversa che sta risucchiando la cultura in quanto tale. Le altre grandi case editrici avranno lo stesso coraggio?  Il passaggio fondamentale di questa lettera della casa editrice E/O è: "Ci è stato richiesto uno sconto gravoso e ingiustificato e di fronte al nostro rifiuto #Amazon ha sospeso l’acquisto di tutti i nostri libri e ha reso quelli che aveva in magazzino."

 

Ecco la lettera intera:

Da anni ormai Amazon è diventato il più grande negozio on-line di libri (e non solo) nel mondo. Ovunque tende al monopolio e in alcuni paesi già controlla la maggior parte del mercato. Ha creato occupazione, ma ha costretto alla chiusura tantissime librerie (con conseguente perdita di posti di lavoro). Numerose testimonianze giornalistiche documentano le cattive condizioni di lavoro nei magazzini del colosso on-line. Attualmente è in corso un’agitazione sindacale nel magazzino di Piacenza a causa delle condizioni di lavoro che i sindacati definiscono “insostenibili” e Amazon non si è neppure presentata all’incontro di mediazione convocato in Prefettura.

La chiusura delle librerie causata dalla concorrenza spietata di Amazon significa anche impoverimento economico e culturale del territorio: vengono a mancare essenziali luoghi di ritrovo e di cultura. Molti consumatori però accettano Amazon per i suoi prezzi (in genere più scontati quando le leggi nazionali lo consentono) e per l’efficienza. Abbiamo visto con quali conseguenze per le condizioni di lavoro dei suoi dipendenti e per l’impoverimento del territorio, Amazon riesce a ottenere questa efficienza.

I suoi prezzi spesso vantaggiosi sono il risultato di una politica che a volte è arrivata ai limiti del dumping (vendere a prezzo minore o pari a quello d’acquisto dai fornitori); di una frequente elusione delle tasse (nell’ottobre 2017 Amazon è stata condannata dalla Commissione Europea a pagare alla UE 250 milioni di tasse non versate; “¾ dei suoi profitti non sono stati tassati”, ha denunciato la Commissione); di condizioni economiche inaccettabili richieste agli editori.

Noi siamo appena stati oggetto di tali richieste. Ci è stato richiesto uno sconto (quello che gli editori pagano ai distributori e alle librerie come loro “quota” del ricavo finale) a loro favore troppo gravoso per noi e neppure giustificato dal volume dei loro affari con la casa editrice. Di fronte al nostro rifiuto, Amazon ha sospeso l’acquisto di tutti i nostri libri e ha reso quelli che aveva in magazzino. (Attualmente sul loro sito i libri E/O cartacei sono in vendita solo attraverso soggetti terzi, quindi a condizioni più sfavorevoli per tempi di consegna e per costi di spedizione addebitati al cliente).

A questo punto i consumatori potrebbero dire che si tratta di negoziazioni tra imprese e che a loro interessa solo avere un buon prezzo e un servizio efficiente. Il nostro punto di vista è che siamo in presenza di un’azienda che tende pericolosamente e con parziale successo ad avere una posizione dominante nel mercato del libro, sicuramente per quanto riguarda il settore dell’e-commerce. Quindi non un’azienda qualsiasi, ma QUELLA che potrebbe in futuro essere l’unica (o quasi) venditrice di libri. È evidente che il pericolo per la libertà di espressione è reale, costante e quotidiano. Inoltre le case editrici hanno bisogno di margini economici sufficienti per investire nella ricerca di nuovi autori e di nuove proposte. Se questi margini vengono troppo erosi, le case editrici rischiano di sparire (assieme alle librerie, agli autori e a tutto il mondo del libro).

Per questo abbiamo detto NO. Per questo chiediamo il vostro sostegno di lettori, di cittadini che non possono ridursi a essere solamente consumatori ma sono consapevoli di essere anche parte di un territorio (che non può essere desertificato), lavoratori e soggetti degni e liberi di una comunità plurale.

Sandro Ferri, Sandra Ozzola
Fondatori delle Edizioni E/O

FONTE  IFJ

The IFJ has called on Facebook to take action to remove death threats against Palestinian journalists posted on the social media network. Palestinian journalists covering recent protests against the decision by the US government to recognize Jerusalem as the capital of Israel have been targeted by online trolls.

Writing in Hebrew one post calls says: “The journalists are everywhere, remove them from the field with a bullet in the head before you kill the terrorists.”

Another urges violence against photographers documenting the demonstrations and the violence suffered by protestors stating: “ Hey guys, one comment, get out these photographers, a bullet in the leg will deter them.”

One post calls for photographers to be shot. It reads: “ We need to shoot those photographers, good thing for our forces.”

The IFJ has urged urgent action to stop the threats.

IFJ General Secretary Anthony Bellanger said: “These threats are vile and unacceptable. They amount to incitement to commit murder. Facebook talks a lot about its social responsibility now it needs to act and remove these threats and ban those who post such violent abuse.”

The IFJ also urged the Israeli authorities to act against those making the threats.

Mr Bellanger said: “The Israeli authorities have taken action against Palestinians they accuse of inciting violence not they must show they are prepared to take action against Israeli’s calling for murder. This is not an academic question – Palestinian journalist are being shot at, arrested, threatened and beaten. As long as they take no action the Israeli authorities stand accused of being complicit in such unlawful violence”.

 

Israeli incitment on Palestinian journalists Initiates file downloadhere.  


For more information, please contact IFJ on + 32 2 235 22 16

The IFJ represents more than 600,000 journalists in 146 countries

Nota di Editor

L'Amministrazione USA si appropria del "bene comune" internet basato sulla neutralità della rete , neutralità  indifferente , ora, ai contenuti e al censo di chi li propone, per dare invece, nel prossimo futuro, vantaggi ai contenuti commerciali, alle soap opera e ad ogni banale schifezza  di chi potrà pagare noleggi di rete molto salati. In altri termini i siti o i blog di persone o di  associazioni democratiche che propongono idee, che criticano l'establishment  saranno messi in cantuccio, difficilmente raggiungibili. Dobbiamo batterci affinché l'Europa mantenga la posizione a favore della net neutrality e non si adatti ai voleri di Trump . Gino Rubini, onde corte blog 

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FONTE PRESSENZA.COM

14.12.2017 - Pressenza London

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo

Salvare internet: un appello dei pionieri della rete
Questa workstation NeXT (un NeXTcube) è stata utilizzata da Tim Berners-Lee come primo server Web sul World Wide Web. (Foto di Coolcaesar, pagina in inglese su Wikipedia)

Per salvare l’Internet che hanno contribuito a creare, i pionieri del Web chiedono al FCC di annullare il voto sulla neutralità della rete

Più di 20 fondatori di Internet e leader del settore hanno scritto una lettera aperta per avvertire che il piano di Ajit Pai per eliminare la neutralità della rete è “una minaccia imminente” per il web.
di Jake Johnson, sceneggiatore di Common Dreams

Più di venti pionieri di Internet partecipano alla rivolta che ha preso piede nelle strade e on-line contro il Presidente della Commissione della FCC (Federal Communications Commission) Ajit Pai e il suo piano per uccidere la neutralità della rete; questi pionieri, tra cui l’inventore del World Wide Web Tim Berners-Lee, il cofondatore di Apple Steve Wozniak e Vint Cert, uno dei “padri di Internet”, lunedì hanno pubblicato una lettera aperta che giudica le proposte di Pai come “imperfette e di fatto inaccurate” e che chiede alla sua agenzia di cancellare il voto previsto per il giovedì su tali proposte.
“L’ordine, precipitoso e tecnicamente scorretto, della FCC di abolire le protezioni della neutralità della rete senza alcuna loro sostituzione è una minaccia imminente per l’Internet che abbiamo creato e per cui abbiamo lavorato duramente”, si legge nella lettera. “Dovrebbe essere fermato.”
La lettera continua criticando la FCC per aver ignorato entrambe le analisi degli esperti (pdf) e richiamando l’attenzione sulle “incomprensioni” del web controllate dalla GOP e sui milioni di commenti pubblici che dimostrano che il popolo americano è “chiaramente volenteroso di proteggere Internet”.
Data la rapidità con cui Pai sta portando il suo piano al voto, la “FCC non potrebbe aver considerato adeguatamente questi (commenti)”, sostengono i pionieri di Internet. “Infatti, pur modificando le pratiche consolidate, la FCC non ha tenuto neanche un unico incontro pubblico aperto per ascoltare i cittadini e gli esperti sul piano proposto”.
Con la loro lettera feroce, i fondatori di Internet e gli esperti del settore si sono aggiunti alla già massiccia ondata di indignazione scatenata dal piano di Pai di eliminare le protezioni della neutralità della rete, rilasciate il mese scorso.
Oltre alle proteste sul campo della scorsa settimana avutesi in tutti i 50 Stati e alle dimostrazioni “Break the Internet” iniziate martedì, i due commissari democratici della FCC hanno anche parlato contro le proposte dei loro colleghi repubblicani.
Riprendendo le argomentazioni dei creatori di internet nell’editoriale di Wired di sabato, la commissaria FCC Jessica Rosenworcel si è pronunciata contro la “mancanza di integrità” nel processo di commento pubblico della FCC e ha invitato l’agenzia “a fare qualcosa di semplice: uscire da dietro i computer e le scrivanie e tenere udienze pubbliche sui cambiamenti proposti”.
“La mancata esecuzione qui equivale ad accettare la frode in questo processo e ad utilizzarla per giustificare il ritiro delle regole di neutralità della rete”, ha concluso Rosenworcel. “Per il popolo americano un voto affrettato come questo, basato su una documentazione discutibile, sembrerà illegittimo. Dovrebbero richiedere un processo migliore e un risultato migliore”.

A giudicare dalla loro lettera aperta, i fondatori di Internet e gli esperti del settore sono d’accordo. La loro lettera completa segue:

“Senatore Wicker:
Senatore Schatz:
Rappresentante Blackburn:
Rappresentante Doyle:

Siamo i pionieri e gli esperti di tecnologia che hanno creato e che ora gestiscono Internet, siamo alcuni degli innovatori e degli uomini d’affari che, come molti altri, dipendono da questo per il proprio sostentamento. Vi scriviamo rispettosamente sollecitandovi a chiedere al Presidente della FCC, Ajit Pai, di annullare il voto del 14 dicembre sull’Ordine di Ripristino della Libertà di Internet (WC Docket n. 17-108) proposto dalla FCC.
Questo Ordine abolirebbe le principali protezioni di neutralità della rete che impediscono ai provider di accesso a Internet di bloccare contenuti, i siti Web e le applicazioni, rallentando o accelerando servizi o classi di servizio e tassando i servizi per l’accesso o le corsie veloci di accesso a internet ai clienti dei fornitori. L’ordine proposto eliminerebbe inoltre la possibilità di controllo rispetto ad altre discriminazioni e pratiche irragionevoli e anche rispetto all’interconnessione con i fornitori di accesso a Internet dell’ultimo minuto. L’ordine proposto rimuove il controllo a lungo termine della FCC sui fornitori di accesso a Internet senza prevedere una sostituzione adeguata dei controlli per proteggere i consumatori, i mercati liberi e l’innovazione online.
È importante capire che l’Ordine proposto dalla FCC si basa su una comprensione errata e in realtà inaccurata della tecnologia Internet. Questi difetti e imprecisioni sono stati documentati dettagliatamente in un commento congiunto di quarantatré pagine, firmato da oltre 200 tra i più importanti pionieri e ingegneri di Internet e presentato alla FCC il 17 luglio 2017.
Nonostante questo commento, la FCC non ha corretto i suoi equivoci, ma ha invece premesso l’Ordine proprio sui difetti molto tecnici evidenziati nel commento. L’Ordine che è stato proposto smantella quindici anni di supervisione mirata da parte dei presidenti repubblicani e democratici della FCC, che hanno compreso le minacce che i fornitori di accesso a Internet potrebbero rappresentare per il mercato libero di Internet.
Il commento degli esperti non è stato l’unico ad essere ignorato dalla FCC. Oltre 23 milioni di commenti sono stati presentati da un pubblico che è chiaramente intenzionato a proteggere Internet. La FCC potrebbe non averli considerati adeguatamente.
Infatti, pur modificando una pratica consolidata, la FCC non ha tenuto nessun incontro pubblico per ascoltare i cittadini e gli esperti sull’Ordine proposto.
Inoltre, il sistema di commenti online della FCC è stato afflitto da gravi problemi su cui la FCC non ha avuto il tempo di indagare. Tra questi si includono commenti generati dai bot che hanno impersonato americani, compresi i cittadini deceduti, e un’interruzione inspiegabile del sistema di commenti online della FCC che si è verificata proprio nel momento in cui il presentatore televisivo John Oliver incoraggiava gli americani a inviare commenti al sistema.
Aumentando la nostra preoccupazione, la FCC non ha risposto alle domande del Freedom of Information Act riguardanti questi incidenti e non ha fornito informazioni al Procuratore Generale dello Stato di New York riguardanti un’indagine a suo carico.
Vi invitiamo quindi a sollecitare il Presidente della FCC Pai a cancellare il voto della FCC. L’Ordine affrettato e tecnicamente errato della FCC di abolire le protezioni della neutralità della rete senza alcuna sostituzione è una minaccia imminente per l’Internet che cui abbiamo lavorato così duramente. Dovrebbe essere fermato.
Firmato:
Frederick J. Baker, presidente IETF 1996-2001, presidente del consiglio ISOC 2002-2006
Mitchell Baker, presidente esecutivo, Mozilla Foundation
Steven M. Bellovin, pioniere di Internet, Chief Technologist FTC, 2012-2013
Tim Berners-Lee, inventore del World Wide Web e professore, MIT
John Borthwick, CEO, Betaworks
Scott O. Bradner, pioniere di Internet
Vinton G. Cerf, pioniere di Internet
Stephen D. Crocker, pioniere di Internet
Whitfield Diffie, inventore della crittografia a chiave pubblica
David J. Farber, pioniere di Internet, Chief Technologist FCC 1999-2000
Dewayne Hendricks, CEO Tetherless Access
Martin E. Hellman, pioniere della sicurezza di Internet
Brewster Kahle, pioniere di Internet, fondatore, Internet Archive
Susan Landau, esperta di cybersicurezza e professoressa alla Tufts University
Theodor Holm Nelson, pioniere dell’ipertesto
David P. Reed, pioniere di Internet
Jennifer Rexford, Cattedra di Informatica, Università di Princeton
Ronald L. Rivest, co-inventore dell’algoritmo di crittografia a chiave pubblica RSA
Paul Vixie, pioniere di Internet
Stephen Wolff, pioniere di Internet
Steve Wozniak, co-fondatore, Apple Computer
cc:
Membri del sottocomitato del commercio del Senato su comunicazioni, tecnologia, innovazione e Internet
Membri della sottocommissione per l’energia della Camera su comunicazioni e tecnologia
Commissari Federali per le Comunicazioni

fonte Qualcosadisinistra

Il problema della neutralità della rete è l’idea secondo cui esisterebbe il diritto ad avere una connessione internet. In realtà non esiste. Ci sono il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità. Ti servono dei gigabit per giocare a un videogioco? Paghi il prezzo imposto dal mercato. E lo fai, perché il gioco è fichissimo.”

Con queste parole, l’esponente del Partito repubblicano statunitense Austin Petersen ha preso le parti del capo della Federal Communications Commition (FCC), Ajit Pai, nominato da Trump con un solo obiettivo: cancellare la net neutrality. Perché il tycoon intende abrogare l’ennesima legge targata Obama? E soprattutto che cos’è la net neutrality?

La net neutrality, in italiano neutralità della rete, è la politica che devono rispettare le aziende nell’offrire i propri pacchetti ai consumatori. Secondo questo principio, gli operatori devono garantire all’utenza un servizio equo e trasparente, basato su un trattamento rigorosamente identico per tutti i siti, senza favorire certi argomenti a discapito di altri. Negli Stati Uniti questa norma è stata introdotta nel 2015 da Barack Obama quasi alla fine del suo secondo mandato, malgrado la resistenza del Congresso, composto per la maggior parte da membri del Partito repubblicano.

Il dibattito negli USA riguardo la neutralità della rete è coinciso con la diffusione di internet alla fine degli anni Novanta e l’opinione pubblica, come spesso succede in America, si è divisa in due schieramenti profondamente polarizzati. Chi è a favore sostiene che sul web debba necessariamente esserci un’imparzialità di fondo, per scongiurare un pericolosissimo controllo dei contenuti che di fatto sfocerebbe in censura.

Nessuno meglio di Tim Berners-Lee, inventore del World Wide Web, potrebbe spiegare perché è doverosa la net neutrality: “Internet prospera di mancanza di regole. Ma alcuni valori fondamentali devono essere preservati. Per esempio, l’economia dipende dalla regola che non puoi fotocopiare il denaro. La democrazia dipende dalla libertà di parola. Libertà di connessione, in qualsiasi modo e in ogni luogo, è la base sociale fondamentale di internet e ciò su cui è fondata adesso la società.

Insomma, alla radice ci sarebbero questioni piuttosto serie come la libertà di espressione, ma questo non sembrerebbe interessare ai più scettici, che hanno individuato in Donald Trump, acerrimo nemico dei media tradizionali, la loro guida. La modifica che vorrebbero apportare i repubblicani prevede una rigida regolamentazione che avvantaggia i più ricchi e si configura come un blocco per qualunque nuova azienda: senza la net neutrality, il provider può permettersi di far pagare 5 dollari aggiuntivi per il pacchetto social (quindi un potenziale libero accesso a Facebook, Twitter, LinkedIN, Instagram e via dicendo) e altri 5 per un pacchetto media, per i bisogni di musica, film e serie TV. Qualora non si volesse sottoscrivere tali offerte, ci si potrebbe ritrovare a visitare tali siti con la connessione limitata ad una velocità preimpostata, effettivamente rallentandone l’utilizzo, oppure direttamente trovarsi con l’accesso totalmente bloccato. Questo significa che, a seconda del provider, si dovrebbe pagare per l’accesso a servizi che sono gratuiti nel resto del mondo.

Il prossimo 14 dicembre il nuovo progetto di riforma passerà al vaglio del Congresso e il rischio che lo sforzo fatto da Obama nei suoi 8 anni alla Casa Bianca venga vanificato è concreto.
Il partito di Trump infatti ha la maggioranza e potrebbe agilmente scavalcare l’opposizione dei democratici. In pochissimo tempo l’America potrebbe venire travolta da una inquietante deriva autoritaria che molti, un po’ per scherzo e un po’ per preoccupazione, prevedevano dopo l’elezione di Trump. Tuttavia, anche stavolta l’ultima parola toccherà alla Corte suprema, in cui ripongono fiducia tutti gli ISP (Internet Service Provider) e che ha già tentato inutilmente di smantellare il “Muslim Ban”.

In definitiva, la neutralità della rete è indispensabile perché oggi rappresenta uno dei pochi baluardi contro il dispotismo del terzo millennio. E non saranno le esigenze neoliberiste e lobbiste a permettere che scompaia. Non nella terra dei liberi e la patria dei coraggio

fonte Qualcosadisinistra.it

 

 

di Alessandra Daniele

“Abbiamo fatto anche cose buone” – Alessia Morani, renziana del Pd

Il Movimento 5 Stelle ha vinto il ballottaggio col Polipo delle Libertà a Ostia, il Trono di Spada. Il Pd non s’era neanche qualificato. È logico che proprio quest’anno il ministro dello Sport, Luca Lotti, sia un renziano. Che il Pd si proponga come “argine” al fascismo è grottesco, almeno quanto l’autodifesa di Minniti dalle accuse (tardive) dell’ONU sui campi di concentramento libici.

Il Pd ha sistematicamente sbancato tutti gli argini al fascismo, e adesso è logico paghi almeno le conseguenze elettorali della marea nera alla quale ha consegnato il paese. Il 40% preso alle elezioni europee meno di 4 anni fa sembra ormai lontano un quarantennio. Viene da chiedersi se sia davvero accaduto, o sia soltanto un falso ricordo stile Blade Runner. ...continua a leggere "Il più fascio del reame"

FONTE MICROMEGA

La carica delle Procure: redazioni e case private perquisite, l’ultimo caso è Nicola Borzi del Sole24Ore: autore di un’inchiesta sui soldi dei Servizi segreti.

di Giorgio Meletti, da il Fatto quotidiano, 22 novembre 2017

Una serie di decisioni illegittime di diverse procure della Repubblica stanno di fatto abrogando il segreto professionale dei giornalisti. Basta il semplice sospetto di una minima violazione di segreto d’ufficio e scatta la perquisizione per scoprire le fonti del giornalista. È una pratica più volte censurata dalla Cassazione e ancor più energicamente condannata da norme e sentenze europee. Eppure accade sempre più spesso.

 

fonte ilmanifestobologna.it

Nel disegno di legge sul bilancio (n. 2960), uno degli ultimi atti della legislatura, c’è un vero e proprio colpo di mano. L’articolo n. 89, infatti, si butta sul complicato tema delle frequenze radiotelevisive e di telecomunicazione in assenza di una seria riforma del sistema. Si utilizza il veicolo sicuro della legge finanziaria -la cui approvazione è sempre certa- per riorganizzare un sistema colpevolmente sconquassato negli ultimi trent’anni e tuttora privo di un ordine democratico.

Passi per la delega all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni a pianificare il percorso della tecnologia 5G previsto dalla Commissione europea. Se mai, si potrebbe obiettare che una simile enfasi tecnologica è figlia di un determinismo un po’ fuori tempo massimo nell’attuale stagione del capitalismo cognitivo che ci interpella se mai su contenuti e paradigmi, piuttosto che su ulteriori “gadget”, per di più gravosi per l’inquinamento elettromagnetico. E così è comprensibile che il passaggio della prelibata banda 700 MHz dalla televisione alla banda larga (rinviato peraltro al 2022 rispetto al 2020 indicato da Bruxelles) sia normato. E mettiamoci pure i proventi delle gare prevista per l’attribuzione degli spazi alle telecomunicazioni.

...continua a leggere "Frequenze: fermiamo il colpo di mano dell’articolo 89"

fonte primaonline

Nell’ultimo anno i governi di 30 nazioni hanno usato armi digitali per fare propaganda sui social network, silenziare il dissenso, orientare l’opinione pubblica e interferire nelle elezioni del proprio Paese, ma anche di Stati stranieri. L’accusa arriva dalla Ong ‘Freedom House‘, che ha evidenziato come il numero di paesi interessati dal fenomeno sia cresciuto rispetto ai 23 in cui era stato certificato nel 2016.

A spiccare nella graduatoria, tra i Paesi più colpiti, ci sono Cina e Russia, affiancate da nazioni attraversate da forti tensioni sociali e politiche, come Turchia, Venezuela e Filippine, Messico e Sudan. Commentatori prezzolati, troll, bot (cioè account automatici che inviano messaggi spacciandosi per utenti in carne e ossa), falsi siti di notizie e vari veicoli di propaganda, sono alcune dell armi utilizzate per diffondere le “fake news di Stato”.

“L’uso di commentatori assoldati e bot politici per diffondere la propaganda governativa ha avuto la Cina e la Russia come pionieri, ma ora è diventato globale”, ha osservato il presidente di Freedom House, Michael J. Abramowitz.

I governi stanno “aumentando marcatamente gli sforzi per manipolare l’informazione sui social, minando la democrazia”, si legge nel rapporto, secondo cui la disinformazione ha avuto un ruolo importante nelle elezioni in almeno 18 Paesi nell’ultimo anno, tra cui gli Usa, “danneggiando la capacità dei cittadini di scegliere i propri leader sulla base di notizie vere”. La Internet Research Agency di San Pietroburgo è al centro del Russiagate per interferenze nelle presidenziali Usa; nelle Filippine “l’esercito della tastiera” ha arruolato persone a 10 dollari al giorno per sostenere il presidente Duerte; in Turchia 6mila troll hanno fatto propaganda per il governo; in Sudan la fabbrica di bufale è direttamente all’interno dell’intelligence.

Nel periodo considerato, tra giugno 2016 e il maggio scorso, la manipolazione delle news ha interessato diverse nazioni, anche quelle non chiamate alle urne. In Europa occidentale il report segnala la presenza di fake news elettorali nei 4 Paesi esaminati: Italia, Francia, Germania e Regno Unito.

 

Fonte PrimaComunicazione che ringraziamo 

 

“Pare che oggi non conoscere le Capitali europee e del mondo, confondere i Paesi, non conoscere i congiuntivi, sia considerato chic, sinonimo di originalità. Mentre usare un linguaggio minimamente corretto profuma di antico”. Esordisce così Emma Bonino, oggi a Milano dal palco della Conferenza mondiale ‘Science for Peace’, dedicata quest’anno al tema delle post-verità.

Emma Bonino

Emma Bonino

Per Bonino l’unico scudo contro le fake news è la conoscenza. “Siamo tutti chiamati a tornare a difendere un principio basilare del sistema democratico che oggi è messo in discussione: quello del conoscere per deliberare – spiega – Se conosci solo bufale, le deliberazioni non saranno brillanti o adeguate. Oggi vediamo che si crea un corto circuito dove le bufale che circolano in Rete si rinforzano, vengono rilanciate dalla carta stampata, ed entrano nel senso comune e nella politica. Ma non la politica del buon senso, piuttosto quella del senso comune che segue soluzioni semplicistiche”.

Ed ecco perché Bonino si rivolge direttamente ai ragazzi con un invito: “Fate il vostro mestiere, studiate. E sarete più resistenti alle bufale e agli imbonitori che sfruttano la paura, uno strumento di
campagna elettorale che va fortissimo”. Quella contro le post-verità è”una battaglia civile che possiamo e dobbiamo vincere. Ciascuno di noi può essere strumento. Possiamo smettere di passare il tempo su Internet fra like e post” e leggere “un buon libro, recuperare il piacere di scrivere a mano. Se studiate, voi ragazzi sarete attori protagonisti e responsabili”. (AdnKronos)

 

In una Berlin fredda e assolata, seconda iniziativa di protesta, finalizzata a fare pressione per modificare l'iniqua e vessatoria legge sull'IMU per gli emigrati italiani pensionati, in occasione della discussione parlamentare sul Documento di Economia e Finanza. Una legge (80/2014) iniqua nella prima parte perchè esonera dal pagamento dell'IMU sulla seconda casa tutti gli emigrati italiani con pensione estera, senza alcuna distinzione di reddito, e immotivatamente vessatoria nell'art. 9 bis che impone ai pensionati italiani emigrati il pagamento dell'IMU sulla seconda casa solo perchè percettori di pensione italiana.

Un'assurdità, quest'ultima, tanto evidente che perfino una parte dei parlamentari che hanno votato la legge si sono sentiti in dovere di presentare un PdL (n. 3691 del 2016) per modificarne il contenuto.

Una assurdità priva di alcuna ratio giuridica, tanto che nemmeno le autorità competenti interpellate fino ad ora hanno avuto la correttezza democratica di motivarne le ragioni, come sarebbe loro dovere nei confronti dei cittadini.

L'iniziativa al momento ancora piuttosto solitaria del sottoscritto, che si rivolge in primis al Parlamento ma anche ai pensionati emigrati, ai fini della diffusione della conoscenza del problema, ha permesso di:

- sensibilizzare sul tema diversi concittadini giovani che si recavano presso i servizi consolari e che hanno manifestato la loro solidarietà

- raccogliere adesioni via mail

- di apprendere che il CGIE (Consiglio Generale degli immigrati all'estero) ha recentemente posto all'ordine del giorno dei propri lavori la questione dell'IMU seconda casa.

Va infine rilevato che l'iniziativa odierna si aggiunge a quelle di molti emigrati che hanno promosso ricorsi amministrativi per poter tutelare i loro diritti.

Berlin, 9 ottobre 2017

Franco Di Giangirolamo

Andreasstrasse, 22 - 10243 Berlin

E' uscito il numero 98 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n98-s.pdf

In questo numero:

28 e 30 settembre: le donne si riprendono la piazza

“Il Movimento 5 Stelle? Centrista e non estremista”
La politologa Nadia Urbinati a Lumsanews
di Christian Dalenz

La CGIL e il referendum per la "Autonomia" della Lombardia

L’apocalisse dei socialdemocratici. La Linke cresce, Berlino est è sua
di Jacopo Rosatelli

Ken Loach: «Sto con Corbyn, rifonderà la sinistra»
di Luigi Ippolito

Arnaldo Otegi: “la sinistra non può avere dubbi sul referendum catalano”
di Andrea Quaranta

Buona lettura e diffondete!

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Referendum "autonomista" in Lombardia, federalismo fiscale, regionalismo.
Milano 24 luglio 2017. Interessante seminario di Articolo 1 Lombardia con una introduzione di Onorio Rosati sull'iter del referendum, del prof. Alessandro Santoro sul cosiddetto federalismo fiscale e della prof.essa Maria Agostina Cabiddu sugli aspetti costituzionali e giuridici. Molto utile per orientarsi in vista della data del 22 ottobre quando in Lombardia e Veneto ci sarà il referendum...
http://www.puntorosso.it/seminari.html

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SEGNALIAMO LA NASCITA DI STRISCIAROSSA.IT, UN SITO DELLA SINISTRA CUI COLLABORANO PRESTIGIOSE FIRME DEL DEFUNTO QUOTIDIANO L'UNITA' "KILLERATO " DALL'ATTUALE DIRIGENZA PD (EDITOR ONDE CORTE )

Autore dell'articolo Paolo Soldini

fonte strisciarossa.it

Berlino, in questo scorcio d’estate, è come il salotto di casa: accogliente, comodo, prevedibile, benevolmente consueto. Il 24 settembre è vicinissimo, ma la campagna elettorale vivacchia sotto traccia. La sobrietà dei grandi partiti tedeschi, d’altronde, è proverbiale: qualche manifesto di candidati appeso ai lampioni o appiccicato alle colonnine della pubblicità (non sui muri, per carità!), qualche manifestazione pubblica, preferibilmente al chiuso, su cui le tv di stato riferiranno con esemplare imparzialità, qualche ragionato endorsement sui giornali. Se fosse un film, questa campagna, sarebbe noioso come tutti quelli il cui finale si intuisce dall’inizio. Mancano i cattivi. O meglio ci sono ma fanno le comparse: rumorosi, fastidiosi, ma mai al centro della scena. I fascistoidi di Alternative für Deutschland (chiamiamo le cose col loro nome) hanno avuto i loro exploits e in una elezione regionale nel lontano e negletto Meclemburgo hanno pure sorpassato la Cdu. Hanno inquietato un po’ tutti, ma è acqua passata. Oggi la loro capa Frauke Petry non è più la Marine Le Pen dei tedeschi: d’altronde non ha mai avuto la verve demagogica della francese. E poi s’è visto che fine ha fatto l’originale. Quelli di AfD hanno avuto il loro momento d’oro quando al comando c’era l’economista Bernd Lucke, il quale predicava l’uscita dall’euro ed altre eresie con l’aria di uno che comunque se ne intende e anche per questo incassava la simpatia di una parte del mondo industriale più aggressivamente nazional-egoista. La signora Petry invece è un’estremista pura e dura che non parla d’economia, cavalca le paure dell’immigrazione e della “islamizzazione”e tiene nel suo partito loschi figuri che vorrebbero demolire i monumenti all’Olocausto e cocotteggiano con i neonazisti. AfD prenderà l’8-9% dei voti, dicono i sondaggi. È molto, è troppo, ma non servirà a nulla, se non a segnalare che anche in Germania come in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale c’è uno zoccolo di elettori esposti alla demagogia più primitiva. Ci sono ma, come succede in Francia, nei Paesi Bassi, in Belgio e non (purtroppo) in Italia, non entrano nel gioco del potere. Nessuno li corteggia, nessuno li insegue: restano lì a segnalare disagi, fallimenti della politica, rovine della cultura popolare. Materia per i sociologi.
L’insidia che si nasconde sotto le acque chete di questa campagna tedesca è, semmai, un’altra. Se un cattivo c’è è la FDP, il partito liberale, che si è risollevato dal baratro in cui era caduto quattro anni fa, quando nella costernazione generale mancò la soglia per entrare nel Bundestag. Stavolta i liberali entreranno, ristabilendo la classica costellazione parlamentare della Germania. Ma sotto la guida del giovane e spregiudicato presidente Christian Lindner la FDP ha cambiato pelle. Dire che è diventato un partito antieuropeo forse sarebbe troppo, ma certo s’è allontanato parecchio dalla tradizione dei grandi liberali europeisti, i Genscher, gli Scheel, i Lambsdorff. Nell’alleanza di governo con la CDU, tra il 2009 e il 2013, fu l’ispiratore più coerente della politica di austerity che la Germania impose a Bruxelles, con tutti i guai che ne derivarono. E da allora le posizioni della FDP, che si è fissata come specifico compito quello di recuperare, inseguendoli, i voti “antieuropei” scivolati su AfD, si sono ulteriormente irrigidite. Al punto da giudicare troppo morbido verso i paesi dal debito alto perfino il durissimo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. Insomma, dietro l’anima nera dell’austerity ultraliberista made in Germany si profilano anime ancor più nere.

L'ARTICOLO SEGUE ALLA FONTE SU STRISCIAROSSA.IT

 FONTE NIGRIZIA.IT

I media privati ??in Egitto sono sempre più dominati da uomini d'affari legati al governo e alle sue agenzie di intelligence. A denunciarlo è Reporters senza frontiere (Rsf), in un rapporto diffuso martedì.

"Il dominio del regime sui media continua a crescere e sta anche interessando i media pro-governativi" avverte l’organizzazione per la difesa della libertà della stampa, secondo la quale praticamente tutti i mezzi di comunicazione egiziani sono apertamente a sostegno del governo, che negli ultimi mesi ha bloccato centinaia di siti web, tra cui molti gestiti da giornalisti indipendenti e organizzazioni per i diritti umani. A partire da maggio, le autorità hanno bloccato l'accesso ad almeno 424 siti e ai portali dei servizi VPN, che consentono agli utenti di aggirare tali blocchi. Anche il sito di Reporters senza frontiere è stato bloccato a partire dalla metà di agosto.

Le autorità, inoltre, controllano il lavoro dei giornalisti criminalizzando chi denuncia "false notizie" e arrestando chi è considerato “non allineato”.
La soppressione dei media indipendenti fa parte di una più grande repressione del dissenso, lanciata dopo il golpe militare che ha rovesciato il presidente eletto, Mohamed Morsi, nel luglio 2013.

Il rapporto fa notare che la rete televisiva popolare ONTV e i giornali locali Youm al-Sabea e Sout al-Omma, sono tutti di proprietà di Ahmed Abu Hashima, un imprenditore pro-governativo. Poco dopo aver acquisito la rete nel 2016, le autorità hanno deportato Liliane Daoud, un presentatore televisivo britannico-libanese, critico nei confronti di alcune politiche governative.
Rsf cita anche i casi di Al-Asema TV, di proprietà di un ex portavoce militare, e di Al-Hayat TV, acquistata da una società di sicurezza egiziana. (News 24)

FONTE PRESSENZA.COM

09.07.2017 - Greenpeace Italia

G20 di Amburgo, Greenpeace: «Il “G19” isola Trump sul clima, ma ora si acceleri transizione verso rinnovabili»
Manifestazione in barca vicino al Municipio di Amburgo, cinque giorni prima del summit del G-20 in Germania. Le scritte sugli striscioni dicono: 'Salvate il clima' (al contrario), 'Prima il Pianeta Terra', 'Un altro mondo è possibile”, (Foto di Frank Schwichtenberg, Creative Commons Share Alike 4 International)

Commentando quanto emerso dal G20 di Amburgo in fatto di lotta ai cambiamenti climatici, con una nuova spaccatura che vede gli Stati Uniti sempre più isolati, Luca Iacoboni, responsabile campagna Clima ed Energia di Greenpeace Italia, dichiara:

«In tema di clima, quello che ormai possiamo definire il “G19” ha mantenuto la posizione, definendo come irreversibile quanto sottoscritto nel 2015 durante la Cop21, nonostante la decisione di Trump di abbandonare l’Accordo di Parigi. Tutto questo è positivo, ma non è abbastanza. Il “G19” avrebbe dovuto accelerare la trasformazione del sistema energetico, puntando all’abbandono di carbone, petrolio e gas. Se Parigi è stato il punto di partenza, Amburgo deve essere il momento per far nascere nuove e più grandi ambizioni».

I milioni di persone che subiscono gli impatti dei cambiamenti climatici stanno chiedendo azioni urgenti per mettere fine all’era dei combustibili fossili. Per passare dalle parole ai fatti, secondo Greenpeace, il “G19” deve ora accelerare la transizione energetica e definire un’agenda rapida e ambiziosa di cambiamento.

«L’Italia, che attualmente ha la presidenza del G7 ed è Stato membro dell’UE, deve dimostrare più leadership e ambizione e il primo esame sarà la Strategia Energetica Nazionale, attualmente in fase di discussione», continua Iacoboni. «Il governo deve abbandonare il progetto di fare dell’Italia un hub del gas, prospettiva che rischia solamente di rallentare oltremodo la transizione energetica e puntare invece a trasformare il nostro paese in leader nel settore delle rinnovabili», conclude Iacoboni.

FONTE PRIMAONLINE CHE RINGRAZIAMO

Il governo turco mette all’asta le proprietà di 8 tra i gruppi editoriali posti sotto sequestro nelle settimane successive al fallito colpo di stato del luglio 2016. Stando a quanto segnala lo Stockholm Center for freedom – che riprende un comunicato del Savings Deposit Insurance Fund (TMSF), fondo di garanzia del sistema bancario del paese – la vendita riguarda i beni di Can Erzincan, Barış e Ört TV stations, comprese le loro licenze di broadcasting, ma anche Nazar, Yerel Bakış, Turgutlu Havadis, Taraf newspapers e Özgür Radio.

segue su fonte PRIMAONLINE