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May Bulman, Independent - Sabato 18 Maggio 2019
- Link all’articolo originale (ENG)

Stando ad alcune ricerche, sono in netto aumento le persone incriminate per aver fornito cibo, riparo, trasporti ed altri “gesti elementari di gentilezza umana" ai richiedenti asilo in tutta Europa.

Traduzione a cura di: Giuseppina Ferrari, Alessandro De Blasio

Fonte: Meltingpot.org

Vigili del fuoco, sacerdoti e donne anziane sono tra le centinaia di europei arrestati, o indagati, per aver dimostrato "solidarietà" ai rifugiati e ai richiedenti asilo negli ultimi cinque anni. Casi del genere sono nettamente in aumento negli ultimi 18 mesi, lo dimostrano nuove ricerche.

Un database realizzato da openDemocracy, sito web su temi di attualità mondiali, rivela che 250 persone, in tutta Europa, sono state arrestate o incriminate, a vario titolo, per aver fornito cibo, riparo, trasporti e altri "gesti elementari di gentilezza umana" ai migranti.

Il numero di questi casi è aumentato notevolmente nel 2018, con oltre 100 casi registrati lo scorso anno: il doppio rispetto al 2017. Nella maggior parte dei casi del 2018, si è trattato di arresti e accuse per aver fornito cibo, trasporti o altro genere di supporti ai migranti irregolari.

Tra i casi identificati ci sono: un vigile del fuoco spagnolo che rischia fino a 30 anni di carcere per aver salvato alcuni migranti che stavano annegando in mare in Grecia, un olivicoltore francese arrestato per aver sfamato e offerto riparo ad alcuni migranti al confine con l’Italia e una donna anziana danese di 70 anni che è stata condannata, e multata, per aver offerto un passaggio a una famiglia con bambini piccoli.

...continua a leggere "Centinaia di europei, tra cui vigili del fuoco e sacerdoti, arrestati per “solidarietà” ai rifugiati: lo rivelano i dati"

FONTE SALUTEINTERNAZIONALE

Autore: Gavino Maciocco

L’Italia si è incattivita. La lunga crisi l’ha impoverita materialmente e moralmente, mentre si sono dilatate le diseguaglianze socio-economiche che gli ultimi governi non hanno in alcun modo saputo e voluto mitigare. Così il peso della presenza straniera si è scaricato, quasi ovunque, sugli strati popolari più disagiati della società, quelli che maggiormente hanno patito la crisi. Così hanno avuto buon gioco coloro che hanno indicato negli stranieri i responsabili  della scarsità dei servizi a disposizione.  Ma cosa succederà quando quei cittadini si accorgeranno che la cattiveria praticata e ostentata da parte del Governo contro i migranti non avrà migliorato in alcun modo la loro condizione – l’accesso alla sanità, all’istruzione, alla casa, ai  trasporti -, e neppure la loro sicurezza?


“Avverto i miei lettori: tutti coloro che non si inseriscono nella canea anti immigrazione e contro le Organizzazioni non governative (Ong) saranno soli. In questo momento l’odio verso le Ong e verso gli immigrati non ha pari, magari le mafie avessero avuto contro tutto questo impegno e questa solerzia” (Roberto Saviano, Repubblica, 5 agosto 2017).

“Di questa estate italiana resterà una svolta nel senso comune dominante, dove per la prima volta il sentimento umanitario è finito in minoranza. E ciò peserà sul futuro” (Ezio Mauro, Repubblica, 9 agosto 2017).

“Dietro la riduzione dei salvataggi in mare, ottenuta con il sostegno alle autorità libiche nella loro decisione di limitare l’area d’intervento delle navi impegnate nel soccorso umanitario, si consuma una gravissima e sistematica violazione dei diritti fondamentali delle persone: in mancanza di una via sicura e legale all’Europa, si nega il diritto d’asilo a quanti, costretti alla fuga dalla guerra e dalla fame, non sono messi in condizione di raggiungere i Paesi dove questo diritto possa essere esercitato; con il trattenimento nei centri di detenzione libici i migranti, scampati alle tragedie dei Paesi di provenienza, diventano vittime dei trattamenti inumani e degradanti che in questi luoghi abitualmente si praticano” (Mariarosa Guglielmi, segretario generale di Magistratura Democratica, 20 agosto 2017).

Abbiamo riportato qui alcuni brani tratti dal post, Se il sentimento umanitario finisce in minoranza, pubblicato su Saluteinternazionale il primo settembre 2017 , in cui ricostruivamo le varie tappe che avevano portato agli inizi di agosto del 2017 alla creazione di un “muro” nel Mediterraneo, attraverso il blocco delle navi delle Ong e gli accordi con la LibiaOperazione “tripartisan” che portava la firma del ministro dem Marco Minniti, ma da tempo invocata da Lega (Salvini: Affondare navi Ong) e dal Movimento 5 Stelle (Di Maio: Ong, taxi del Mediterraneo).  Si avvicinavano le elezioni politiche e tutti avevano bene in mente che la questione dei migranti (in tutte le possibili più o meno distorte declinazioni: l’invasione, le malattie, i costi, l’insicurezza, la competizione con gli italiani più poveri, etc) sarebbe stata al centro della contesa elettorale. Infondere la paura degli stranieri a scopi elettorali è ovunque un classico della destra xenofoba, quando non dichiaratamente razzista. È successo con la Brexit, con l’elezione di Trump in USA, di Orban in Ungheria, di Kurz in Austria.  Ed è successo anche in Italia, con la vittoria dei partiti che avevano impugnato le bandiere anti-migranti e anti-Ong.

Quei partiti – Lega e Movimento 5 Stelle – si sono poi trovati a governare il Paese, avendo idee diverse su quasi tutti i temi, tranne che su un punto: la lotta ai migranti e alle Ong. Per questo da quando si è costituito il nuovo governo giallo-verde, l’attacco ai migranti e agli stranieri è diventata una costante – condita di vessazioni, soprusi, discriminazioni – che ha avuto il suo epilogo con l’approvazione del Decreto sicurezza. ...continua a leggere "No a questa Italia incattivita"

La Procura di Catania, ancora per iniziativa di Carmelo Zuccaro, diventato famoso per le sue iniziative contro le ONG che salvano migranti nel Mediterraneo, ha aperto un’inchiesta sul possibile smaltimento di rifiuti potenzialmente tossici in numerosi porti del Mediterraneo.
Quest’accusa, a dir poco curiosa, ha portato al sequestro della nave Aquarius di Medici Senza Frontiere.
L’organizzazione umanitaria ha risposto immediatamente con un comunicato in cui si dice:

“Il provvedimento di sequestro della Aquarius, che comprende anche alcuni nostri conti bancari, deriva da una lunga indagine della Procura di Catania sullo smaltimento dei rifiuti di bordo, con particolare riferimento ai vestiti dei migranti soccorsi, agli scarti alimentari e ai rifiuti delle nostre attività mediche. Ma tutte le nostre operazioni in porto, compresa la gestione dei rifiuti, hanno sempre seguito procedure standard. Le autorità competenti non hanno contestato queste procedure né individuato alcun rischio per la salute pubblica da quando abbiamo avviato le attività in mare nel 2015.

“Ribadiamo piena disponibilità a collaborare con le autorità italiane, ma contestiamo la ricostruzione della Procura e respingiamo categoricamente l’accusa di aver organizzato qualunque attività abusiva finalizzata al traffico illecito di rifiuti. Dopo la valutazione del decreto di sequestro e un’analisi interna, che dimostra come le accuse siano inaccurate e fuorvianti, presenteremo ricorso al Tribunale del riesame”.

“Siamo pronti a chiarire i fatti e a rispondere delle procedure che abbiamo seguito, ma riaffermiamo con forza la legittimità e la legalità della nostra azione umanitaria. L’unico crimine che vediamo oggi nel Mediterraneo è lo smantellamento totale del sistema di ricerca e soccorso, con persone che continuano a partire senza più navi umanitarie a salvare le loro vite, mentre chi sopravvive al mare viene riportato all’incubo della detenzione in Libia, senza alcuna considerazione del diritto internazionale marittimo e dei rifugiati.”

Sulla questione Amnesty International ha dichiarato:”A quanto pare, siamo di fronte a un nuovo tentativo di gettare discredito sulle operazioni di ricerca e soccorso in mare svolte da Ong e volontari nel Mediterraneo centrale: un tentativo vergognoso di giustificare il deliberato blocco di attività che salvano vite umane”.
“L’Aquarius ha soccorso in più di due anni oltre 30.000 persone in quel mare dove ora registriamo maggiori perdite di vite umane perché i governi hanno impedito di operare all’Aquarius e ad altre navi delle Ong”.

“Il sequestro della nave Aquarius di Medici senza frontiere sembra mosso da orientamenti politici e da astio persecutorio nei confronti delle ONG”: così Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean hope (MH) -programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), commenta l’operazione della Procura di Catania.

“Smentita dai fatti e dagli accertamenti sull’operato delle ONG che aveva messo sotto inchiesta, la Procura di Catania continua la sua battaglia contro chi salva vite nel mar Mediterraneo. Questa volta lo fa con argomenti risibili che denotano un’intenzione tutta politica che non deve preoccupare solo chi è impegnato nel campo della solidarietà ma anche quanti vogliono difendere l’indipendenza della magistratura dal potere politico” prosegue Naso.

FONTE : VITA.IT

AUTORE : RICCARDO BONACINA

Dopo quasi 2 anni dall’avvio della sua indagine, Carmelo Zuccaro, procuratore di Catania, nonostante non si sia mai negato a clamorose rivelazioni e chiacchiere e nonostante il dispendio di energie, di soldi pubblici, sino ad oggi non aveva combinato nulla. Sospetti tanti, criminalizzazioni a fiotti, ma nessun atto giudiziario. Nel giugno scorso, poi, un’altra procura siciliana aveva compromesso una volta per tutte il teorema zuccariano: la Procura Palermo aveva infatti stabilito l che non esiste nessun legame delle ong con i trafficanti libici di esseri umani né favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per il procuratore aggiunto Marzia Sabella, i sostituti Geri Ferrara, Claudio Camilleri e Renza Cescon, "non deve stupire" che la Ong "abbia preferito effettuare lo sbarco verso le coste italiane: ciò rappresenta, anzi, una conseguenza logica e una corretta gestione delle operazioni di salvataggio".

Erano tutti convinti che lo Zuccaro si fosse chetato, un po' scornato, invece stamattina la clamorosa notizia: dopo due anni di indagini sulle presunte complicità tra le Ong e i trafficanti di uomini che non hanno portato ad alcun risultato, l'inchiesta della Procura di Catania ripiega sullo smaltimento illecito dei rifiuti da parte delle navi umanitarie nei porti siciliani. E con questa accusa che il gip di Catania Carlo Cannella, su richiesta del procuratore Carmelo Zuccaro, ha disposto il sequestro della nave Aquarius di Msf e Sos Mediterranee ferma da settimane nel porto di Marsiglia dopo il ritiro della bandiera da parte delle autorità panamensi.

Un atto d’accusa dalle venature persino razziste: “Scabbia, tubercolosi, meningite, Hiv, questo il variegato elenco di malattie infettive portate dai migranti soccorsi dalla Aquarius che non avrebbe smaltito come rifiuti pericolosi gli indumenti dismessi e i materiali utilizzati a bordo per il primo soccorso delle persone", queste le accuse secondo l'inchiesta della procura di Catania. In 44 sbarchi, negli ultimi due anni e mezzo, secondo il procuratore Zuccaro, sarebbero state smaltite illecitamente 24 tonnellate di rifiuti pericolosi, con un risparmio di costi di 460.000 euro, cifra per la quale è stata sequestrata la Aquarius. Ventiquattro le persone indagate che "avrebbero avuto la consapevolezza della pericolosità degli indumenti indossati dai migranti in quanto fonte di trasmissione di virus o agenti patogeni contratti durante il viaggio". E tra questi tutti i capimissione di Msf che si sono avvicendati alla guida degli equipaggi.

"Ho fatto bene a bloccare le navi delle Ong, ho fermato non solo il traffico di immigrati ma da quanto emerge anche quello di rifiuti. #Portichiusi", il commento del ministro dell'Interno Matteo Salvini tra il faceto e il divertitoMsf risponde gridando alla criminalizzazione dell'azione medico-umanitaria in mare. "Dopo due anni di indagini giudiziarie, ostacoli burocratici, infamanti e mai confermate accuse di collusione con i trafficanti di uomini - è la dura replica - ora veniamo accusati di far parte di un'organizzazione criminale finalizzata al traffico di rifiuti. È l'estremo inquietante e strumentale tentativo di fermare a qualunque costo la nostra attività di ricerca e soccorso in mare", dice Karline Klejer, responsabile delle emergenze per Msf.

Anch’io trovo l’atto d’accusa inquietante, un pretesto buono a proseguire l’opera di criminalizzazione, solo un pretesto strumentale. Come tutti sanno a Catania la galera per chi non fa raccolta differenziata è la normalità!

02.08.2018 - Roma - ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

Chiudere i porti è illegittimo. Lettera aperta di associazioni e ONG alle autorità e istituzioni italiane e internazionali
(Foto di www.medicisenzafrontiere.it)

In una lettera inviata il 1° agosto 2018 al Presidente della Repubblica, al Governo e al Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di porto, le organizzazioni A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Casa dei Diritti Sociali, CNCA, Emergency, FCEI, INTERSOS, Médecins du Monde Missione Italia, Medici Senza Frontiere e Oxfam hanno denunciato le gravi violazioni delle norme internazionali, europee e nazionali di cui le autorità italiane si sono rese responsabili nei recenti casi in cui hanno impedito o ritardato lo sbarco di persone soccorse nell’ambito di operazioni di salvataggio coordinate dall’Italia.

Le organizzazioni evidenziano come:

  1. non è noto se in tali casi siano stati adottati o meno provvedimenti formali, facendo sorgere seri dubbi sulla legittimità di misure eventualmente adottate in attuazione di mere dichiarazioni effettuate dai Ministri attraverso i media;
  2. sono state violate le norme del diritto internazionale del mare che stabiliscono l’obbligo per le autorità italiane di adottare tutte le misure necessarie affinché le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro (Convenzione SAR, par. 3.1.9);
  3. la permanenza prolungata sulla nave, in condizioni di sovraffollamento, in particolare ove riguardi minori, donne incinte e persone bisognose di cure mediche o traumatizzate, può essere considerata un trattamento inumano e degradante, vietato dall’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ed è senz’altro contraria al principio del superiore interesse del minore sancito dall’art. 3 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza;
  4. il divieto di accesso ai porti italiani, con la conseguente impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone interessate, comporta la violazione del divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDUdel principio di non refoulement e del diritto di accedere alla procedura d’asilo sanciti dalla Convenzione di Ginevra, dal diritto comunitario, dalla Costituzione e dalla legge italiana;
  5. il divieto di attracco delle navi delle Ong nei porti italiani per motivi di ordine pubblico, risulta di assai dubbia legittimità, salvo che vi fossero specifiche situazioni di cui l’opinione pubblica non sia informata;
  6. il rifiuto di autorizzare lo sbarco dalla nave attraccata in porto, privando della libertà personale i naufraghi in assenza di un provvedimento dell’autorità giudiziaria, comporta una grave interferenza nell’operato della magistratura in violazione dei principi di autonomia e indipendenza fissati dalla Costituzione.

Nella lettera, le organizzazioni sottolineano inoltre come l’eventuale respingimento in Libia delle persone soccorse costituirebbe una gravissima violazione della normativa internazionale, europea e interna, con riferimento sia all’obbligo di condurre le persone soccorse in un “luogo sicuro”, sia alle norme in materia di diritti umani e protezione dei richiedenti asilo.

La Libia non può ritenersi in alcun modo “luogo sicuro”, come affermato anche dalla Commissione europea e dalla stessa magistratura italiana, posto che i migranti, inclusi i minori, sono oggetto di detenzione arbitraria nelle carceri, in condizioni disumane e sottoposti a torture, stupri e  violenze sistematiche, né possono avere accesso all’asilo. L’Italia è già stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione del divieto di respingimenti collettivi e di trattamenti inumani e degradanti con riferimento ai respingimenti verso la Libia.

Le autorità italiane sarebbero responsabili di tali violazioni anche nel caso in cui effettuassero il respingimento indirettamente, ordinando a una nave di consegnare le persone soccorse alla Guardia Costiera libica o rifiutando di assumere il coordinamento di un’operazione SAR.

La lettera si conclude con la richiesta alle istituzioni che:

  1. in nessun caso venga effettuato (direttamente o indirettamente) un respingimento verso la Libia delle persone soccorse;
  2. nell’ambito delle future operazioni SAR coordinate dall’Italia, il Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Porto indichi tempestivamente il porto sicuro di sbarco alle navi che trasportano le persone soccorse;
  3. cessino immediatamente le azioni che ostacolano l’operato delle Ong e di tutti i soggetti impegnati nelle operazioni di salvataggio in mare e che hanno determinato l’aumento del numero di persone morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo (più di 1.400 nel 2018);
  4. siano resi pubblici i provvedimenti adottati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dal Ministero dell’Interno e da ogni altra autorità coinvolta in merito al divieto di attracco e di sbarco nei confronti delle navi impegnate nei soccorsi;
  5. il Governo italiano promuova un’equa distribuzione dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati europei non impedendo lo sbarco dei naufraghi ma sostenendo un meccanismo di distribuzione permanente e obbligatorio quale quello previsto dalla riforma del Regolamento Dublino approvata dal Parlamento europeo.

 

Per contatti – Ufficio stampa ASGI – 3894988460

 

Nell’Italia tentata dalla degradazione razzista – come una mandria di uomini-bambini eternamente traumatizzati dalla fobia dell’Uomo nero – è ancora possibile dire qualcosa di sensato sull’immigrazione?

La risposta è ovviamente sì. Ci provano, meritoriamente, accademici, giuristi e perfino politici in una recente serie di testi lucidi e ragionati, che sostituiscono al nonsense mediatico analisi, indagini e argomenti a cavallo tra diritto, economia, politica e demografia. Ci provano anche, e in una lingua comprensibile a tutti, alcuni giudici professionali e popolari. Le parole della giustizia hanno un valore speciale, perché offrono la traduzione giuridica dei fatti storici, cioè la verità processuale.

“Opinabile in diritto e probabilistica in fatto ( … ) debole surrogato all’impossibile certezza oggettiva” (Luigi Ferrajoli), essa rimane nondimeno l’unico strumento di cui una collettività dispone per definire giuridicamente la realtà: la sentenza passata in giudicato, definita, è un’affermazione che non ammette repliche. Pur coscienti dei pericoli della supplenza della giurisdizione, esistono sentenze in grado di restituire a cose e azioni il proprio nome, spazzando i tentativi mistificatori e opportunistici. E il caso della decisione della Corte di assise di Milano, che il 10 dicembre 2017 certifica la mostruosità dei lager libici e stravolge, ridefinendolo, il vocabolario del grande buco nero post-Gheddafi.

I “migranti incarcerati perché privi di documenti” si scoprono, nel nostro codice penale, persone sequestrate a scopo di estorsione, vittime di sevizie e abomini. La “polizia che arresta” è il travestimento di gang armate, bande di strada, Asma Boys che popolano gli incubi dei sopravvissuti ad anni di distanza. Gli “arabi che liberano i subsahariani per assumerli”, dimenticandosi poi di pagarli, sono i moderni schiavisti, padroni della scacchiera e delle pedine intrappolate in un labirinto di compravendite, cessioni e aste. Gli “uomini che si imbarcano” diventano bestie recitate, minacciate e pestate, stipate in barconi pericolanti in partenza dalla bocca dell’inferno. Il tutto affidato alla regia della criminalità organizzata transnazionale, autentici imprenditori feudali del XXI secolo.

I titoli dell’indice della sentenza (.pdf) scrivono il sommario di un’opera horror: “i campi di raccolta”, “le punizioni e le torture”, “l’assenza di cure mediche”, “le violenze sessuali”, “gli omicidi”, “le cicatrici sui corpi delle parti lese”.

Il protagonista di questo romanzo-verità, a lungo atteso, è un cittadino somalo, ex-migrante affrancato e – una volta diventato responsabile di un campo di detenzione nei pressi della città di Bani Walid – scopertosi l’aguzzino più crudele di migliaia di propri concittadini. L’apocalisse ha il volto emaciato di 500 sciagurati ammassati in un hangar tra le montagne e il deserto: sorveglianza armata, chiusura notturna senza accesso ai bagni (si urina nel capannone), niente letti, pidocchi dappertutto, cibo scarso, diffusa grave debilitazione.

La trama è atroce quanto banale: chi paga esce, chi non paga rimane all’inferno. All’arrivo nel campo, dopo avere sequestrato i cellulari, i carcerieri consentono una telefonata ai familiari, nel corso della quale – per rafforzare la richiesta di denaro – i migranti vengono percossi e torturati. Talvolta le famiglie ricevono le foto dei propri cari sanguinanti e umiliati. All’intermediario in patria i familiari pagano il prezzo del viaggio – cioè il riscatto – e con questo il diritto alla libertà e alla vita. Nel campo, infatti, si muore di botte, di scarsa igiene, di disidratazione, di parto (e almeno in un’occasione muore anche il neonato). “Da qui possono uscire solo due persone: una persona che ha pagato i soldi e una persona che è morta”, è il ritornello del torturatore. E in effetti si lascia raramente il capannone: ogni tanto qualche uomo – magari di quelli che hanno già pagato una parte della somma – viene portato a lavorare alla costruzione di altri hangar all’interno del perimetro del campo.

Più spesso chi viene prelevato dall’interno finisce in Amalia, la stanza delle torture. Qui le persone vengono fatte inginocchiare, legate e picchiate. Spesso vengono spogliate, bagnate e ustionate con cavi elettrici, frequentemente sui testicoli.

Talvolta i sacchetti di plastica vengono bruciati e sciolti sul corpo dei sequestrati. Si ritorna nell’hangar in uno stato pietoso, coperti di ematomi e ustioni, a volte incoscienti. Dal capannone si sentono le urla, ma dentro regna il silenzio. L’ordine è di non parlare e chiunque potrebbe trasformarsi in una spia. Quando esce una donna cambia la scenografia e si finisce nella camera privata, la stanza degli stupri.

Una giovane ragazza, minorenne, viene denudata in pubblico, portata nella camera e legata. È infibulata. Il torturatore le divarica le gambe e la apre a freddo con uno strumento metallico. La giovane sviene, risvegliandosi più tardi in una pozza di sangue. Un’altra è più fortunata, basta un po’ di sforzo per romperla e penetrarla.

Dentro l’hangar è un universo di lacrime e corpi gonfi. Prima di violentare un’altra giovane, l’aguzzino confessa di avere ucciso – appendendoli per il collo – due ragazzi di circa vent’anni, trattenuti al campo da molto tempo perché le famiglie non pagavano. Poche ore dopo i cadaveri dei due vengono trascinati con le corde avvolte intorno al collo fino al centro del capannone, dove rimangono per un quarto d’ora a ricordare a tutti con chi hanno a che fare.

...continua a leggere "Libia – Il ritornello del torturatore: o paghi o muori"

 

FONTE  PRESSENZA.COM

Quelle oltre 500 persone arrivate il 3 dicembre a Roma da 130 città italiane per discutere su come cambiare l’ordine delle cose (della narrazione, ma soprattutto delle politiche in tema d’immigrazione), probabilmente non le vedrete spesso in televisione. Sicuramente meno spesso di quanto non si vedano quattro persone che fanno un blocco stradale.

Doveva essere un evento celebrativo e conclusivo dell’insperato successo di un film – “L’ordine delle cose”, appunto, di Andrea Segre – ancora in sala dal 7 settembre e visto da decine di migliaia di persone.

E invece il forum “Per cambiare l’ordine delle cose” (organizzato da Amnesty International Italia, Banca Etica, Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, Naga Onlus, Jole Film e ZaLab), iniziato con un commosso ricordo di Alessandro Leogrande che avrebbe dovuto esserne uno degli animatori, potrebbe aver segnato l’inizio di una nuova stagione di impegno sui diritti, sull’accoglienza, sulla dignità dei migranti e dei rifugiati.

...continua a leggere "“Per cambiare l’ordine delle cose”: la società civile si mobilita su diritti e immigrazione"

fonte comune-info.net

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di Un ponte per ..

Un ponte per… ha deciso da tempo di non partecipare a bandi della cooperazione italiana per la Libia e condivide i contenuti della lettera aperta che chiede alle ONG di disertare il bando per “migliorare” i campi per migranti e rifugiati nel paese.

L’invio di ONG sarebbe un’operazione d’immagine, una risposta ipocrita alle denunce che sempre più numerose giungono dalla Libia, dove migliaia di persone sono private della loro libertà e dignità e sono alla mercé di angherie e sopraffazioni di milizie private e di eserciti spesso implicati nella tratta e riduzione in schiavitù. Tali campi non diventeranno più umani se alle ONG sarà permesso, sotto il controllo di queste milizie, di entrarvi. Abbiamo rifiutato di entrare nei campi profughi in Giordania quando erano prigioni a cielo aperto, e crediamo che il rifiuto delle ONG di lavorare in quelle condizioni sia necessario per produrne il cambiamento.

Noi chiediamo una forte pressione politica da parte della comunità internazionale sulla Libia per garantire effettiva protezione dell’umanità oggi vergognosamente reclusa solo perché scappa da guerre, miserie e devastazioni ambientali. L’intera giurisdizione della prima accoglienza deve passare all’UNHCR ed IOM con l’allontanamento delle milizie e il riconoscimento e implementazione da parte della autorità libiche delle convenzioni internazionali di protezione di rifugiati e migranti. Occorre inoltre un piano europeo più energico e coraggioso per i migranti, attraverso l’adozione di corridoi umanitari legali che consentano a chi ha diritto a forme di protezione di venire in Europa senza affrontare i viaggi della morte.

Occorre cioè rovesciare l’attuale logica che sta dietro gli accordi firmati dal ministro Minniti con le autorità Libiche, che hanno il solo obiettivo di respingere decine di migliaia di rifugiati e tenerli lontani, a qualsiasi costo  – anche con campi di concentramento – dalle frontiere dei Paesi europei. Auspichiamo che anche le altre ONG italiane disertino il bando sui campi in Libia, e non si prestino a coperture di vicende che con l’umanitario non hanno niente a che vedere.

Un ponte per ..

Fonte Pressenza.com

21.11.2017 Redazione Italia

L’inferno dei profughi in Libia: diventano un’auto-accusa le giustificazioni dell’Italia di fronte alla denuncia Onu
(Foto di Medici senza Frontiere)

“Cos’è oggi la Libia si sapeva già…”. O, ancora: “Sono cose terribili, ma in fondo già note”. E via di questo tono. E’ con dichiarazioni di questo genere che vari esponenti del Governo e del Parlamento italiano hanno reagito alla dura presa di posizione di Zeid Raad Al Hussein, il commissario Onu per i diritti umani il quale, evidenziando l’orrore dei lager libici, ha contestato la politica migratoria dell’Unione Europea, condannando in particolare l’accordo tra Roma e Tripoli per fermare gli sbarchi. “E’ disumana – ha detto testualmente Zeid Raad – la scelta Ue di assistere le autorità libiche nell’intercettare i migranti nel Mediterraneo e riportarli nelle terrificanti prigioni in Libia. La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”. La conferma di questo inferno è arrivata, in quelle stesse ore,  da un reportage della Cnn che ha documentato la vendita all’asta di alcuni profughi come schiavi, esattamente nei modi che diversi richiedenti asilo sbarcati in Italia hanno raccontato negli ultimi mesi a varie Ong e operatori umanitari. Ma la reazione alle immagini sconvolgenti della Cnn da parte della politica italiana è stata sostanzialmente la stessa: “Già si sapeva…”. Ovvero, nessuna presa di distanza ma, anzi, quasi una auto-assoluzione e un ulteriore supporto alla Libia. Non a caso i principali giornali libici – ad esempio il Libya Herald o il Libyan Express – hanno titolato: “L’Italia difende la Libia contro l’Onu dall’accusa di accordo inumano sui migranti”.

Allora, “si sapeva”. Certo che si sapeva. A parte tutti i dossier e le denunce alla stampa che si susseguono da anni ad opera di Ong come Medici Senza Frontiere, Amnesty, Medici per i Diritti Umani, Human Rights Watch, sono numerosi i rapporti fatti anche da istituzioni internazionali. Qualche esempio, solo negli ultimi 12 mesi. ...continua a leggere "L’inferno dei profughi in Libia: diventano un’auto-accusa le giustificazioni dell’Italia di fronte alla denuncia Onu"

Safe aboard MSF's Dignity I sea rescue vessel this man prays as the rescue of others from a dingy continues behind him (photo: Anna Surinyach)

FONTE  OPENIMMIGRATION  CHE RINGRAZIAMO

Perché meno gommoni dalla Libia, mentre in mare si muore di più

 

21 settembre 2017 - FRANCESCA ROMANA GENOVIVA

 
Se è stato il codice di condotta per le Ong la ragione del calo nelle partenze dalla Libia, allora come mai erano già calate a luglio prima che il codice esistesse? E se il merito è dell’accordo economico con il governo Serraj, allora perché le partenze a settembre stanno riprendendo? E dove sta la vittoria se adesso nel Mediterraneo si muore molto di più? Francesca Romana Genoviva analizza i numeri e smonta alcuni luoghi comuni.

A luglio e agosto del 2017, il numero di migranti arrivati in Italia via mare è drasticamente diminuito: rispetto alla scorsa estate (luglio-agosto 2016), il calo è del 65 per cento.

Difficile trovare una spiegazione: normalmente l’estate rappresenta il periodo più “caldo” per via delle condizioni meteo favorevoli. Mentre ci si chiede se una tale diminuzione sarà permanente o se si tratti di una tregua estiva, sui media nazionali e internazionali si rincorrono le ipotesi: colpa delle condizioni del mare, troppo agitato per effettuare partenze; merito del governo italiano, e del suo piano di contrasto all’immigrazione – in questa direzione vanno le parole del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, secondo cui “il codice delle Ong è un pezzo fondamentale” della strategia per ridurre i flussi migratori (l’altro pezzo sarebbe costituito dalcontestatissimo accordo tra l’Italia e Fayez al-Serraj, presidente del Governo di accordo nazionale di Tripoli, per delegare alla Guardia costiera libica il blocco dei barconi in partenza dalle coste nordafricane); un’altra, allarmante lettura ritiene invece che all’origine del calo ci siano le milizie armate che controllano il nord della Libia, principale punto di partenza dei barconi. Qui facciamo luce sui numeri degli arrivi e verifichiamo le diverse ipotesi.

I numeri

Che un calo negli arrivi, e netto, ci sia stato, lo dicono i numeri. Se nel periodo gennaio-agosto 2016 in Italia sono arrivati 115.068 migranti, nello stesso periodo del 2017 il numero scende a 99.127 (fonte Unhcr). Un calo del 13,85 per cento.

Considerando solo i mesi di luglio e agosto, nel 2016 sono sbarcati in Italia 44.846 migranti, mentre nel 2017 sono stati 15.375: il 65,72 per cento in meno. Il calo, registrato già a luglio (-50 per cento su luglio 2016), è diventato più marcato ad agosto (-82 per cento). Quello che non cambia è il punto di partenza delle imbarcazioni: il 95 per cento di quelle dirette in Italia parte ancora dalla Libia. Cosa è cambiato negli ultimi mesi? Alcuni fanno notare come le condizioni meteorologiche nel mese di luglio siano state particolarmente sfavorevoli, impedendo ai barconi di partire. Un’ipotesi, a dire il vero, debole: perché mai i trafficanti che stipano centinaia di persone su un gommone di pochi metri dovrebbero preoccuparsi di effettuare viaggi in sicurezza? Secondo quanto dichiarato all’agenzia Reuters da Chris Catrambone, co-fondatore di Moas, anche quando il mare si presentava “piatto come un lago” c’erano poche barche pronte alla partenza.

Una prima spiegazione: il codice di condotta delle Ong

Per il premier Gentiloni, il massiccio calo negli arrivi sarebbe conseguenza diretta dell’applicazione del codice di condotta delle Ong voluto dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, e sottoscritto (ai primi di agosto) da cinque organizzazioni umanitarie che effettuano salvataggi nel Mediterraneo: Proactiva Open Arms, Save the Children, Moas, Sea-Eye e, da ultimo, Sos Mediterranée; qui la nostra intervista al direttore di Msf Italia sulle ragioni del “no” della sua organizzazione. Questo codice, si ragiona in ambienti di governo, previene le Ong dall’effettuare operazioni non autorizzate, quali recuperare i migranti in acque territoriali libiche, e pone il coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso sotto un controllo più stringente. Le conclusioni del governo (più controllo sulle Ong = meno arrivi) sembrano accreditare l’equazione tra la presenza delle organizzazioni umanitarie nel Mediterraneo e l’aumento degli arrivi (e dei morti) nel 2016, criminalizzando l’operato delle Ong contro ogni evidenza.

Il discorso non regge: il codice è stato approvato a fine luglio, quando il trend degli arrivi aveva già iniziato a cambiare segno. A ben vedere, poi, il famoso e strategico codice contiene pochi interventi rilevanti (o nessuno): le novità principali, molto contestate, sono state poi ridimensionate grazie all’addendum proposto da Sos Mediterranée. Questa Ong, all’atto di sottoscrivere il codice, ha ribadito che “il codice di condotta non è legalmente vincolante e prevalgono le regolamentazioni e le leggi nazionali ed internazionali”. Il codice, a questo punto, è praticamente inutile.

A ridurre l’attività delle Ong, più che il codice, è stata invece l’improvvisa decisione della Libia di estendere la sua zona di ricerca e soccorso ben oltre il limite delle sue acque territoriali, di fatto escludendo le Ong (anche a colpi di mitraglietta) dall’attività di salvataggio in acque internazionali. Ed è proprio alla mancanza di sicurezza in mare che alcune Ong (Msf, Sea-Eye e Save the Children) hanno imputato la sospensione delle loro attività di ricerca e soccorso in mare. ...continua a leggere "Perché meno gommoni dalla Libia, mentre in mare si muore di più"

 

 

Avendo come mandante l'Italia e l'Europa la Marina libica si annette un pezzo di Mediterraneo e minaccia e spara, per allontanare le ONG e impedire i soccorsi. Infatti le ONG sotto la minaccia delle armi - che abbiano firmato o no il codice ministeriale - hanno interrotto le operazioni di salvataggio. Noi ripariamo, finanziamo, armiamo e aumentiamo di numero le navi militari libiche, senza neanche sapere in mano a chi andranno a finire. Il ministro Minniti è molto contento e dice di vedere la luce in fondo al tunnel.
Ma la luce, che non è più quella dei Lumi, è il buio del rifiuto che noi protetti opponiamo al diritto al movimento e alla vita di un intero popolo di molte nazioni, il popolo dei migranti, che fuggendo da molti aguzzini cerca invano il suo posto nel mondo.

...continua a leggere "UNA DECISIONE POLITICA, SI TRATTA DI UN GENOCIDIO di Raniero Lavalle"

 

Lo stratega Ministro Minniti è riuscito nel suo intento: il business sui rifugiati, in Libia, cambia riferimenti. Non saranno più gli scafisti a lucrare sui passaggi dei migranti via mare su gommoni di carta velina , sarà la guardia costiera libica a "salvare" i migranti riportandoli in Libia in hotspot che sono campi di concentramento finanziati dalla UE affinché i migranti vengano bloccati in prigioni con condizioni di vita intollerabili. Le ONG vengono allontanate, non potranno più prestare soccorsi fino 180 chilometri dalle coste libiche: non debbono in alcun modo sottrarre materiale umano così prezioso alla filiera corrottissima degli apparati militari libici. Il contenimento dei flussi di migranti in territorio libico in cambio di miliardi di euro da parte della UE registrerà rapidamente anche una conversione professionale dei cosiddetti scafisti che saranno impiegati negli hot spot libici.
In buona sostanza le ONG che salvano e portano in Italia i migranti sono fuori luogo rispetto alla conversione del business : dalla organizzazione dei trasporti in mare alla detenzione sul territorio libico dei migranti, un business gestito dalle stesse filiere criminali ... Il modello Turchia sembra avere fatto scuola.
Alla luce di questi sviluppi la sceneggiata del Protocollo tra ONG e governo italiano , proposto con forza alla firma alle ONG dal Ministro Minniti , mentre stava trattando con le autorità libiche "la svolta" , poteva esserci risparmiata . Vedi questo articolo apparso sulla Rivista Analisi Difesa

07.08.2017 - Emergency

Emergency: un atto di guerra contro i migranti
(Foto di Emergency)

La decisione del Governo italiano di inviare navi militari in Libia è un atto di guerra contro i migranti

Il codice di condotta per le ONG che operano nel Mediterraneo mette a rischio la vita di migliaia di persone e costituisce un attacco senza precedenti ai principi che ispirano il lavoro delle organizzazioni umanitarie.

Emergency è impegnata da anni nell’assistenza a migranti, profughi e sfollati in paesi in guerra come in Italia; pur non essendo attualmente coinvolta in operazioni di ricerca e salvataggio in mare, Emergency ritiene inaccettabile il codice di condotta imposto dal Governo Italiano alle organizzazioni umanitarie impegnate nelle azioni di ricerca e salvataggio (SAR).

In particolare, la richiesta di consentire l’accesso a bordo di personale militare, presumibilmente armato, è di fatto un’aperta violazione dei principi umanitari che sono il pilastro delle azioni delle ONG in tutto il mondo.

Tale concessione rischia di creare un pericoloso precedente che potrebbe essere mutuato in altre realtà dove da anni siamo riusciti a far accettare il principio per cui le nostre strutture di ricovero e cura sono aperte a tutti coloro che hanno bisogno di assistenza, e dove nessuna persona armata può avere accesso. Ciò non ha mai impedito a governi e istituzioni di vigilare sulla correttezza e sulla trasparenza del nostro operato.

Questo codice di condotta è la foglia di fico di un’Europa che continua a dimostrarsi indisponibile, ancora prima che incapace, a gestire questa crisi con responsabilità e umanità. Lo stesso coinvolgimento delle ONG nelle attività di ricerca e salvataggio in mare si è reso necessario principalmente per colmare una lacuna dei Governi europei, che hanno la responsabilità primaria di queste operazioni.

L’unica risposta sembra essere, ancora una volta, quella militare, sia nel Mediterraneo che nei Paesi di origine e transito. Sempre più spesso i fondi italiani ed europei destinati a progetti di sviluppo vengono deviati verso il potenziamento dei sistemi di sicurezza e degli apparati militari di paesi africani per arginare i flussi migratori. Inoltre, per blindare le proprie frontiere, l’Europa non esita a chiudere gli occhi davanti a gravissime violazioni dei diritti umani, in Libia e non solo.
L’invio di navi militari in Libia, approvato oggi dal nostro Parlamento, è l’evidente negazione dei diritti umani fondamentali di chi scappa dalle guerre e dalla povertà. Migliaia di persone verranno respinte in un paese instabile e saranno esposte a nuovi crimini e violenze, senza alcuna tutela.

Solo con un massiccio impegno in politiche di promozione della pace, di cooperazione e di sviluppo si affronteranno le vere cause delle migrazioni. Solo aprendo canali di accesso legali e sicuri per chi cerca rifugio nel nostro continente si garantirà il rispetto dei diritti contrastando la piaga del traffico di esseri umani. Solo proseguendo con le politiche di accoglienza e integrazione che il Governo italiano ha avviato in questi anni, seppur senza un reale sostegno dell’Unione Europea, si potrà assicurare la gestione dei flussi migratori in maniera lungimirante e sostenibile.

Luigi Manconi: Reato d’altruismo

Luigi Manconi | 4 agosto 2017 | Comments (0)

 

 

 

 

Diffondiamo da Il Manifesto del 4 agosto 2017

 

Reato umanitario: come capita non di rado, è stato il quotidiano «dei vescovi» a trovare la definizione più efficace, e moralmente e giuridicamente più intensa, per qualificare la colpevolizzazione delle Ong: e, nel caso specifico, della Jugend Rettet. Il che potrà indurre molti laici, anche solo per questa ragione, a schierarsi dalla parte della magistratura e dello Stato, quasi che gli orientamenti delle chiese e delle organizzazioni umanitarie fossero l’espressione di un profetismo antistatuale e anarcoide.

Altri, e io tra questi, vedono invece in quegli stessi orientamenti un’ispirazione, rigorosamente democratica e liberale, che si rifiuta di ricondurre l’agire umano e l’azione sociale nell’ambito esclusivo degli apparati istituzionali, delle loro norme e del loro ordine superiore.

È un’idea statolatrica, e tendenzialmente autoritaria, che i democratici e i garantisti non possono condividere.

Se gli appartenenti a Jugend Rettet o l’equipaggio della sua nave – ma il pm di Trapani ha parlato solo di «alcuni membri» – hanno commesso reati, vengano processati e, qualora riconosciuti colpevoli, condannati.

Ma finora, dai dati conosciuti e dalle stesse dichiarazioni della procura – avrebbero agito «non per denaro» ma per «motivi umanitari» – si tratterebbe solo ed esclusivamente della realizzazione di un «corridoio umanitario». Così ha suggerito Massimo Bordin nella sua rassegna stampa su Radio radicale.

E a me sembra proprio che di questo si tratti. Uno di quei rarissimi «corridoi umanitari» che possono consentire ingressi sicuri in un’Italia e in un’Europa, dove tutti gli accessi legali risultano ermeticamente serrati.

E, dunque, si può dire che – fatte salve l’indiscussa buona fede della magistratura e la necessità di attenderne le conclusioni – siamo in presenza, sul piano della pubblica opinione e del senso comune, di uno degli effetti della campagna di degradazione del ruolo e delle finalità delle organizzazioni non governative, in corso da mesi. E delle conseguenze di un processo – se possibile ancora più nocivo – di svilimento di alcune categorie fondamentali come quelle di salvataggio, soccorso, aiuto umanitario. Questo è il punto vero, il cuore della controversia in atto e la vera posta in gioco morale e giuridica. E, per ciò stesso, politica.

Dunque, e torniamo al punto di partenza, la falsa rappresentazione da cui guardarsi oggi è quella che vedrebbe uno schieramento, definito «estremismo umanitario», utopistico e velleitario (e tanto tanto naif), e, all’opposto, un fronte ispirato dal realismo politico e dalla geo-strategia, tutto concentrato sul calcolo del rapporto costi-benefici. Ma, a ben vedere, quest’ultimo mostra tutta la sua fragilità. Davvero qualcuno può credere che sia realistica e realizzabile l’ipotesi di chiudere i porti? E di attuare un «blocco navale» nel mare Mediterraneo?

Cosa c’è di più cupamente distopico dell’immaginare che la missione militare, appena approvata dal Parlamento italiano, possa essere efficace in un quadro segnato da un’instabilità oggi irreparabile, come quella del territorio libico e del suo mare?

Se considerato alla luce di questi interrogativi, il reato umanitario di cui si macchierebbero le Ong rappresenta davvero la riproposizione, dopo un secolo e mezzo, di quelle fattispecie penali che precedettero la formazione dello stato di diritto. Reati senza vittime e privi di quella offensività e materialità che sono i requisiti richiesti dal diritto contemporaneo: il vagabondaggio, l’anticlericalismo, il sovversivismo, la propaganda antimonarchica.

Di questi comportamenti, il reato di altruismo rappresenta una sorta di forma disinteressata («non per denaro») e ispirata dalla obbligazione sociale e da quel senso di reciprocità che fonda l’idea contemporanea di comunità e di cittadinanza.

 

Libertà e Giustizia chiede con forza al governo Gentiloni di ritirare, o almeno di riconsiderare profondamente, il Codice di Condotta che ha voluto imporre alle Organizzazioni Non Governative che, nel Mediterraneo, svolgono una fuzione umanitaria fondamentale, sopperendo meritoriamente all’ignavia e all’inerzia dei governi.

Come ha notato l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione si tratta di una misura che «mina l’efficacia delle attività di soccorso». In altri termini, il costo di questo provvedimento ambiguo e sbagliato rischia di essere misurato in vite umane perdute.

Il Codice Minniti è in contrasto sia con il diritto internazionale del mare sia con ciò che il diritto di asilo impone all’Italia. In particolare, appare perfettamente condivisibile la scelta di alcune ong (come Medici Senza Frontiere, insignita del Premio Nobel per la Pace) di non sottoscrivere l’impegno a non effettuare trasbordi (una misura spesso invece necessaria per salvare le vite dei migranti), così come il rifiuto di portare armi a bordo, e la scelta di non ospitare unità di polizia.

Libertà e Giustizia rileva che il Codice Minniti non ha valore di legge, eppure sta già consentendo al governo di intervenire in modo straordinariamente pesante nello scenario già teso e difficile del Mediterraneo. In sostanza, il governo sta ribaltando la politica italiana verso i migranti senza passare dal Parlamento: un passo drastico, preceduto dalla inaudita minaccia di chiudere i porti, e ora accompagnato da oscure minacce alle ong che rifiutano, del tutto legittimamente, di sottoscrivere il Codice.

Libertà e Giustizia si rivolge anche a tutte le forze che sostengono il governo, e in generale al Parlamento della Repubblica: la lunghissima chiusura estiva delle Camere non può certo essere il pretesto per non discutere di questa terribile svolta anti-umanitaria, una svolta che nega e mortifica i principi fondamentali della nostra Costituzione.

3 agosto 2017

 

Medici Senza Frontiere (MSF) non ha ricevuto alcuna comunicazione ufficiale dalla Procura di Trapani né da altre Procure in merito alla presunta inchiesta sulla nostra attività di ricerca e soccorso in mare. Quanto vediamo oggi negli organi di stampa sembra rilanciare accuse che già ci erano state rivolte alcuni mesi fa, a cui non erano seguite altre azioni o informazioni.

Fin da allora ci siamo messi a disposizione delle Procure per fornire qualunque spiegazione richiesta su ogni nostra attività e ribadiamo questa totale disponibilità, insieme all'auspicio di avere indicazioni precise sugli episodi eventualmente contestati. Auspichiamo che venga chiarito al più presto ogni dubbio per porre fine a questo stillicidio di accuse che continua ad avvelenare il clima in una situazione sempre più cupa.

Non abbiamo firmato il Codice di Condotta perché non conteneva elementi indispensabili per garantire l’efficacia dei soccorsi e i principi umanitari, ma ci siamo impegnati formalmente a rispettare la maggior parte degli impegni prescritti, continuando a operare nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali e sotto il coordinamento della Guardia Costiera Italiana (MRCC di Roma), ribadendo l'apertura a un confronto costruttivo con tutte le autorità competenti.

Nel frattempo le nostre navi sono in mare e anche in questi giorni hanno effettuato soccorsi, su richiesta e sotto il coordinamento della Guardia Costiera Italiana, come è sempre stato.

L’Ufficio Stampa di Medici Senza Frontiere

FONTE POPOFF

di Ercole Olmi

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«Tutte le Ong scelgano da che parte stare», tuona Minniti dalle colonne del Fatto di Travaglio, organo ufficiale del partito no Ong. Minniti, ex pezzo grosso dalemiano del Pci calabrese è ministro di polizia per conto del Pd, lo stesso partito di Esposito (quello che non ci possiamo permettere di salvare tutti ma dobbiamo permetterci il Tav), della sindaca di Codigoro, nel ferrarese, che alza le tasse a chi ospita profughi e, soprattutto di Renzi e Gentiloni. «Chi non ha firmato non potrà far parte del sistema di salvataggio che risponde all’Italia, fermo restando il rispetto della legge del mare e dei trattati internazionali. Ma per firmare c’è ancora tempo». «Auspico una piena assunzione di responsabilità da parte di tutti, compresa Msf. Nessuno può far finta di non vedere quanto è emerso dalle indagini della Procura di Trapani», prosegue Minniti, che sulla Jugend Rettet commenta: «Dagli elementi che ho non posso sostenere che le motivazioni siano altre, ma non possono decidere loro di aprire corridori umanitari venendo a patti con i carnefici». Sulla missione in Libia, «non è un’operazione combact, ma solo supporto tecnico-logistico alla Guardia costiera tripolina concesso, su sua richiesta, al governo Sarraj, l’esecutivo libico riconosciuto dalla comunità internazionale», rileva Minniti.

Anche Msf nel mirino della polizia

Mentre la Procura di Trapani indaga sulla ong tedsca Jungend Rettet che operava attraverso nave Iuventa, altre organizzazioni non governative sono oggetto delle verifiche degli investigatori sull’ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per veri e propri ‘viaggi organizzati’ con i trafficanti di profughi dalle coste dell’Africa all’Italia. Nel mirino dello Sco, Servizio centrale operativo della Polizia, anche Medici senza Frontiere. Interrogato il 27 febbraio scorso, Cristian Ricci, titolare della Imi Security Service che si occupava dei servizi di sicurezza sulla Vos Hestia di Save the Children ha detto che «la nave Iuventa fungeva da piattaforma e quindi si limitava a soccorrere i migranti per poi trasbordarli. Era sempre necessario l’intervento di una nave più grande su cui trasferire i migranti soccorsi dal piccolo natante. E in alcuni casi, secondo le testimonianze raccolte, imbarcazioni di Msf sarebbero intervenute per soccorrere e trasbordare i migranti senza essere state allertate dalla Guardia Costiera. Tra le navi i cui movimenti sono ora sotto osservazione ci sono la ‘Dignity One’, la ‘Bourbon Argos’ e la ‘Vos Prudence’. Nei mesi scorsi, sarebbero stati accertati ‘sconfinamenti ripetuti’ verso la costa libica ad almeno 8 miglia rispetto alle 12 consentite.

...continua a leggere "INCHIESTA IUVENTA, CI SAREBBE UN LEGAME TRA I CONTRACTORS CHE HANNO DENUNCIATO LA ONG TEDESCA E I RAZZISTI IDENTITARI. IL RICATTO DI MINNITI A CHI NON FIRMA IL CODICE"

fonte pressenza.com

(Foto di habeshia.blogspot.it)

Il Governo italiano ha varato, con l’approvazione del Parlamento, una missione navale nel Mediterraneo a supporto della Guardia Costiera libica nelle operazioni di intercettazione e respingimento dei migranti che dalla Libia cercano di raggiungere le nostre coste. Quelle persone partono dalla Libia ma non sono libiche, provengono per lo più da altri paesi (Gambia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio), da cui sono fuggite perché le condizioni di vita sono intollerabili: cercano un paese che rispetti il loro diritto ad una vita sicura e dignitosa.

Ai primi di luglio Oxfam, Borderline Sicilia, MEDU e Amnesty International hanno reso pubblica la situazione che i migranti subiscono in Libia, testimoniata da interviste di donne e uomini che sono riusciti a sbarcare in Italia dopo viaggi che sono calvari: carcere, torture, schiavitù, “sistematiche violazioni dei diritti umani…commesse da trafficanti di esseri umani, bande criminali e milizie locali che operano con la connivenza della polizia e della Guardia Costiera libica…”

Dati e testimonianze sono stati pubblicati su vari organi di stampa e se ne è parlato (magari di sfuggita) sui media; del resto non è la prima volta che dalla Libia ci arrivano questi racconti, prima ancora degli accordi criminali fra Berlusconi e Gheddafi, accordi portati avanti dai governi che si sono succeduti in seguito. Nessuno li ha mai messi in discussione, come nessuno si domanda che vita fanno i rifugiati segregati in Turchia a caro prezzo.

La missione navale viene varata accanto al nuovo Codice di Condotta imposto da Minniti e il cui obiettivo è quello di impedire alle ONG che operano nel Mediterraneo di intervenire nel salvataggio dei migranti. Dalla fine dell’operazione Mare Nostrum, solo la presenza delle ONG ha impedito che le stragi in mare diventassero quotidiane.

Nel provvedimento si parla di centri di raccolta in Libia sotto il controllo dell’UNHCR o dell’OIM, ma questi centri non esistono, al momento, e queste organizzazioni non sono neanche presenti sul territorio libico: dal momento in cui le forze armate italiane riconsegneranno i barconi nelle mani della Guardia Costiera libica, dobbiamo sapere che quelle persone finiranno certamente nelle carceri libiche o nelle mani di altri trafficanti o di bande criminali.

Spenderemo nove milioni al mese per consegnare alla tortura, alla schiavitù, alla morte centinaia di migliaia di persone: questa è la nostra missione.

In un clima politico estremamente confuso e incerto, l’invio di navi militari italiane nel Mediterraneo rappresenta oltre tutto un rischio concreto di conflitto; l’”accordo” sarebbe col governo Sarraj, ma le forze in campo in Libia sono molto più numerose, e si contendono il controllo del territorio: come si comporterebbe il contingente italiano nel caso che qualcuna delle parti in campo non gradisse la sua presenza nelle acque territoriali libiche?

Nonostante i rapporti e le testimonianze, il governo italiano, come l’Europa, fa finta di non conoscere la reale situazione dei migranti in Libia, fa finta di non sapere che è una situazione (quella sì) di vera emergenza, una questione di vita e di morte, di fronte alla quale la priorità assoluta non può essere che aiutare le persone ad uscirne.

La verità è che le persone che gremiscono i barconi per l’Europa sono solo scarti, e scarti fastidiosi delle politiche colonialiste e neo-colonialiste, politiche che tuttora muovono le potenze europee, e su cui l’Italia cerca di rincorrere la Francia, dopo il brillante progetto francese di creare degli hotspots in territorio libico. Strutture che si sono già ampiamente dimostrate inefficaci anche sul nostro territorio e nelle quali i diritti umani e il diritto internazionale non vengono rispettati.

Tutte le organizzazioni per la difesa dei diritti umani indicano una sola strada per lottare efficacemente contro i trafficanti e per salvare la vita e la dignità delle persone: corridoi umanitari che permettano ai migranti di arrivare in sicurezza in una terra più sicura di quella da cui fuggono.

Contro il comportamento vergognoso del governo italiano e dell’Unione Europea che calpestano fondamentali diritti umani invitiamo alla mobilitazione e alla solidarietà concreta con i richiedenti asilo e con chi li salva e li aiuta.

Rete Antirazzista Fiorentina

Comitato Fiorentino Fermiamo la Guerra

Coordinamento Basta Morti nel Mediterraneo

FONTE PRESSENZA.COM

Autore :  ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

ASGI sul codice di condotta : non è un atto avente valore di legge, ma solo una proposta di accordo, dove il necessario coinvolgimento paritario delle parti è clamorosamente mancato. Non sarà legittima alcuna reazione del Governo nei confronti delle ONG non firmatarie se non nei casi e nei limiti già sanciti dalle norme nazionali e internazionali .

L’ASGI esprime grave sconcerto per le modalità di conduzione e di conclusione della vicenda relativa al cosiddetto codice di condotta per le ONG che effettuano i salvataggi in mare.
L’Associazione  evidenzia innanzitutto come diverse “disposizioni”, contenute nel cosiddetto codice di condotta, pongano serie problematiche giuridiche relativamente al rispetto del diritto internazionale del mare, apparendo in contrasto sia con l’obbligo di garantire lo sbarco in un porto sicuro alle persone salvate, sia più in generale con gli obblighi derivanti dal diritto internazionale in materia di asilo, come sottolineato nell’ analisi più generale già resa nota nei giorni scorsi dall’associazione.

L’ASGI richiama con forza l’attenzione del mondo politico e dei mezzi di informazione sui seguenti aspetti, rimasti largamente sottaciuti nel dibattito pubblico:

1) Parte rilevante delle proposte contenute nel cosiddetto codice di condotta appaiono del tutto superfluepoiché si limitano a ribadire positive prassi operative già attuate da tempo da parte delle ONG che operano nel soccorso, dalla Guardia Costiera e dalle altre istituzioni pubbliche coinvolte.

Se si fosse voluto ulteriormente rinforzare dette prassi operative, allo scopo di migliorarle, sarebbe stato necessario attivare un effettivo confronto con le associazioni umanitarie. Confronto che invece è mancato. Anzi, le stesse ONG, che pure meritoriamente suppliscono in larga parte alle carenze del sistema pubblico dei soccorsi, sono state oggetto di un’incredibile campagna di discredito.

2) Il cosiddetto codice di condotta è stato presentato ai mezzi di informazione come una sorta di atto normativo, seppure alquanto atipico, tramite il quale il Governo intende disciplinare l’attività del soccorso in mare, in corso da anni sotto il coordinamento delle autorità legittimamente preposte, che però oggi viene presentata come se fosse avvenuta finora in modo del tutto disordinato e improprio.

Il punto nodale della questione risulta invece che il cosiddetto codice di condotta non è un atto avente valore di legge, né una disposizione regolamentare, emanata in attuazione di una norma primaria.Per di più si rivolge ad una pluralità di soggetti non gerarchicamente collegati con la pubblica amministrazione. Si tratta in sostanza, di una proposta di accordo, che, come tale, necessita quel coinvolgimento paritario delle parti che invece è clamorosamente mancato.

La mancata sottoscrizione, perciò, non può avere alcuna conseguenza giuridica: non sarà legittima alcuna reazione del governo nei confronti delle ONG non firmatarie se non nei casi e nei limiti già sanciti dalle norme nazionali e internazionali  .

3) Al di là della adesione o meno al cosiddetto codice di condotta, le organizzazioni operanti nel soccorso in mare dei migranti sono obbligate al primario ed esclusivo rispetto delle norme internazionali, di quelle didiritto interno e agli eventuali atti regolamentari di attuazione delle normative stesse.

Occorre evidenziare che in buona parte le motivazioni addotte dalle ONG per rifiutare la sottoscrizione della proposta di codice risultano ampiamente ragionevoli e condivisibili; in particolare il rifiuto della richiesta di non effettuare trasbordi da una nave all’altra (anche quando ciò è necessario per salvare vite umane durante la concreta operazione di soccorso) è del tutto doveroso e pienamente conforme agli obblighi imposti dalle norme sul soccorso. Parimenti la contestata opposizione alla richiesta di consentire sempre e in ogni caso la presenza a bordo del personale di polizia è del tutto comprensibile e giustificabile proprio in quanto l’attività di soccorso umanitario deve potersi svolgere in condizioni di piena autonomia, non essendo per nulla in contrasto con il vincolo della piena collaborazione, attiva ed indiscussa da anni, con le autorità investigative per l’individuazione dei trafficanti.

4) E’ eticamente inaccettabile che il Ministero dell’Interno, abbia oscuramente prospettato gravi conseguenze nei confronti di quelle organizzazioni, tra le quali figura MSF, Premio Nobel per la Pace, che non hanno sottoscritto il cosiddetto codice di condotta.

5) Va ricordato che è illegittimo e può costituire grave violazione di legge anche penale impedire l’accesso ai porti da parte di una imbarcazione che trasporta persone soccorse in mare che hanno bisogno di supporto immediato legato alle esigenze primarie per la sopravvivenza e/o la tutela del diritto all’integrità psico-fisica.

L’ASGI rinnova il proprio profondo apprezzamento per l’operato eccezionale delle ONG e della Guardia Costiera italiana nel condurre le operazioni di salvataggio in mare e invita fermamente il Governo italiano a rivedere in maniera profonda l’attuale linea politica, tanto inconsistente sul piano della legittimità, quantopericolosa nel creare smarrimento nell’opinione pubblica e nel minare l’efficacia delle attività di soccorso.

FONTE ADIF 

Stefano Galieni

Esponenti politici e giornalisti stanno in questi giorni dedicando ampio spazio all’operato delle Organizzazioni Umanitarie che salvano chi fugge soprattutto dalla Libia. Le Ong svolgono a nostro avviso un lavoro immenso e generoso che ha già evitato migliaia di ulteriori vittime eppure sono sottoposte ad attacchi, calunnie, insinuazioni in merito al proprio agire a volte lasciano esterrefatti. Nel frattempo c’è chi, come l’Unesco, le premia, chi, come il Papa, incontra in udienza privata coloro che si dedicano in questa maniera agli altri e chi, quotidianamente è in mare e non si lascia intimidire.

Grazie all’Ufficio Stampa di SOS Mediterraneé abbiamo intervistato una operatrice dell’organizzazione, attraverso una conferenza skype. L’abbiamo intervistata mentre era sulla nave Aquarius, in acque internazionali, per la sua seconda missione SAR (Search And Rescue). Non c’è né tempo né voglia per formalismi, ci si dà del tu immediatamente per provare a raccontare. Lei si chiama Benedetta Collini, una cadenza che è un misto di francese e italiano, una voce vivace ma precisa di chi è abituata alla sintesi che in poche parole, accenni, riesce a trasmettere immagini ed emozioni, quell’umanità del e nel mare, che spesso ritorna nel dialogo che si fa cifra etica di un impegno.

«Ora siamo a circa 20 miglia marine dalla costa libica ma durante la notte ci dobbiamo allontanare per ragioni di sicurezza. Faccio parte di un SAR Team che ha come ruolo quello di andare a cercare e soccorrere sia chi vediamo nel nostro raggio d’azione sia chi ci viene segnalato dall’MRCC (Centro Coordinamento di Soccorso Marittimo, di Roma). In caso di nostro avvistamento, contattiamo immediatamente l’MRCC e da quel momento in poi agiamo sotto il loro coordinamento fino allo sbarco delle persone recuperate in mare presso il porto che ci viene assegnato dall’MRCC stesso. A bordo dell’Aquarius per questa missione siamo in 36: 11 persone dell’equipaggio, 9 di MSF e 13 di SOS Mediterraneè. In più ci sono due giornalisti che vogliono poter vedere come operiamo. L’apertura alla stampa per noi è fondamentale, qui possono vedere ogni cosa, non abbiamo segreti. Ogni nostra missione dura 3 settimane e abbiamo, come volontari, unicamente un rimborso delle spese».

E come sei arrivata a fare questo?

«Diverse ragioni. Mi aveva già colpito la sensibilità al tema dei giornali italiani, che è migliore rispetto ad altri paesi, poi ha pesato la mia precedente esperienza marittima. In mare ho imparato che non si lascia morire nessuno. Io da oltre 15 anni faccio anche la volontaria in una scuola di vela francese come istruttrice. Avevo un assegno di ricerca all’università occupandomi di letteratura francese, ma da un anno quella fase si è chiusa e ho iniziato a lavorare nel campo della nautica e della vela. Io sono innamorata perdutamente del mare. Un amico mi ha parlato di una analoga esperienza, e SOS Méditerranée mi è parsa affidabile. Ho spedito il mio CV avvalendomi anche del fatto che da quando avevo 20 anni, per 10 anni, ho prestato servizio sulle ambulanze a Milano e mi hanno scelto. Credo sia stato anche ben considerato il fatto che sono una donna, l’equipaggio misto è migliore, funziona meglio e poi questa esperienza mi ha fatto sentire utile, forse anche per l’educazione familiare che ho ricevuto e l’esperienze con gli scout».

Il primo imbarco?

«È molto recente, sono salita a bordo il 30 marzo scorso e ho cominciato da poco la “seconda rotazione”. Mi sono ambientata subito perché c’è tanta adrenalina che ti si fissano le cose in testa e si capisce bene quelli che sono i tuoi compiti già dopo il primo soccorso. Per me il “battesimo” è stato relativamente tranquillo. Eravamo stati chiamati dall’MRCC in tempo per prepararci e le operazioni si sono svolte durante il giorno. C’erano 4 gommoni, alla giusta distanza l’uno dall’altro quindi l’impatto è stato intenso ma positivo, non traumatico. L’esperienza in ambulanza si è rivelata fondamentale anche se le differenze sono enormi. Senti gli stessi odori quelli del contatto con le persone, odore di persone che hanno paura, oltre che in precarie condizioni igieniche. Ma un conto è sentirlo addosso a una o due persone, un conto è percepirlo su centinaia di persone. Il secondo soccorso è stato più impegnativo, complicato e forte. C’era un morto, persone malate su un gommone che abbiamo incontrato di notte. Poi ne abbiamo intercettati altri, intervenendo in raccordo con altre navi di ONG in zona, sempre sotto il coordinamento dell’MRCC. Ed è stata dura ma ce l’abbiamo fatta».

...continua a leggere "“Salvare persone è la nostra legge”: dal Mediterraneo Centrale, la voce di una volontaria di SOS Mediterraneé."