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fonte Carmillaoline.com

Pubblicato il · in Recensioni ·

di Alexik

Prison Break Project, Costruire evasioni. Sguardi e saperi contro il diritto penale del nemico, Edizioni Bepress, 2017, pp. 277.

A volte si incontrano dei libri necessari.
Costruire evasioni. Sguardi e saperi contro il diritto penale del nemico, è sicuramente uno di questi.
E’ un libro necessario perché finalmente qualcuno – un collettivo di ricercatori precari – si è assunto l’onere di fare il punto, in una prospettiva sia storica che attuale, sull’insieme dei dispositivi repressivi elaborati negli anni dai poteri costituiti contro i movimenti conflittuali.
E’ un libro necessario perché indaga la repressione nella sua complessità: non solo come strumento giudiziario e poliziesco, ma come frutto di ‘una deliberata scelta politica che coinvolge governanti, politici, magistrati, funzionari di polizia, giornalisti e cittadini democratici’.

Uno scontro che non utilizza solo gli armigeri, ma si gioca anche sul terreno dell’immaginario attraverso una narrazione della realtà che rende l’azione poliziesca e giudiziaria accettabile, auspicabile, desiderabile da parte di un’opinione pubblica appositamente costruita.

...continua a leggere "Il nemico interno/2 (articolo ripreso da Carmillaonline)"

fonte INCHIESTAONLINE

Il quarantennale del ’77 non è proprio scansabile. Almeno se si vive a Bologna. Per un verso l’establishment politico istituzionale, o nomenclatura, teme un revival magari sul’onda delle iniziative politiche del cua, il collettivo autonomo universitario che fa parecchio tribolare i poteri costituiti, per l’altro i collettivi universitari e centri sociali comunque definiti che di sriffa o di sraffa in quel movimento pretendono di innestarsi. Mentre coloro che lo agirono da protagonisti moltiplicano gli eventi della memoria dei giorni che furono, cercando di evitare il “reducismo” e/o la retorica da “ex combattenti”.

Avviene così che la mattina dell’11 marzo, quando orsono quarantanni Francesco Lorusso studente già militante di Lotta Continua morì fucilato da un carabiniere, e da allora ogni anno i suoi compagni si ritrovano, il cua minacciando sfracelli, non siano presenti nè rappresentanti delle istituzioni politiche elettive, diciamo il Comune, e neppure dell’Università, diciamo il Rettore e/o qualche suo delegato. Non gli par vero a sindaco e rettore di evitare così l’imbarazzo di una presenza sotto la lapide che ricorda l’omicidio di Francesco : «I compagni di Francesco Lorusso qui assassinato dalla ferocia armata di regime l’11 marzo 1977 sanno che la sua idea di uguaglianza di libertà di amore sopravviverà ad ogni crimine. Francesco è vivo e lotta insieme a noi.».

Già, una lapide mai sottoscritta e/o riconosciuta nella sua verità dalle istituzioni politiche tanto quanto accademiche. Sono venuti quando proprio non potevano farne a meno, ma sempre quatti quatti rasente i muri, perchè mai assunsero gli eventi del’77 e l’assassinio di Lorusso nella loro inequivocabile realtà. Ovvero per paradosso l’intransigente volontà militante del cua che dice: Lorusso è nostro, nostra memoria che sindaco e rettore non possono condividere, mette al riparo proprio i poteri costituiti, li conforta nella loro assenza e mancanza, e in un certo qual senso offre giustificazione alla loro vigliaccheria e incapacità di fare i conti con quanto accadde quaranta anni fa. O peggio: offre il dito dietro cui nascondere la loro complicità più o meno dispiegata di allora con i fucilatori in divisa.

Per non dire dell’osceno funerale cileno di Francesco, confinato ai margini della città tra elicotteri e schiere di armati che il sindaco Zangheri accettò, e che purtroppo il movimento subì, funerale che sembra ormai scancellato dalla memoria di questa nostra città rincagnata e ottusa, dimentica della generosità. Nel mentre la vulgata racconta  di un movimento del ’77 irremediabilmente violento fin dal suo dna, quasi esplosione di barbarie nella civile e democratica Bologna, che poverina dovette soffrire l’affronto delle sue celebri vetrine frantumate a colpi di pietra. Ma se si rimette sui piedi quel movimento ecco apparire il disegno di una realtà ben diversa. Sul piano generale si può dire che quel movimento era composto di giovani donne  e uomini che aspiravano e volevano essere liberi e uguali. Niente di più e niente di meno. Nonchè volevano autogestire ampi spazi culturali, scientifici, materiali all’interno dell’università e in proiezione anche in città. Con diverso linguaggio: tentavano di definire e praticare un diritto di cittadinanaza “comunista” a Bologna. Ma non in modo utopico e/o totalmente anarchico. Anzi il movimento andò costituendosi attorno a strutture organizzate e di pensiero precise. Innanzitutto A/traverso, il giornale animato essenzialmente da Bifo con in parallelo l’invenzione di Radio Alice, la comunicazione via etere libera e libertaria. Per dirla in termini dotti, A/traverso e Radio Alice costruiscono una vera e propria praxis linguistica rivoluzionaria (Gramsci) su cui non mi soffermo, ma che, se si vuole, è significata dalla diffusione nel movimento di un robusto testo psicofilosofico come l’Antiedipo di Deleuze e Guattari nonchè dalle poesie e dalla poetica di Majakovskij, compreso il suo suicidio – si pensi al ’68 quando buona parte dei militanti agitava, se non leggeva, il libretto rosso di Mao, compendio di approssimate massime di derivazione marxista leninista, e si misurerà la differenza. Qui la Repubblica in un numero del suo settimanale culturale Robinson, in parte dedicato al movimento del ’77, supera se stessa in quanto a mistificazione, non solo riproponendo il feticcio di un’ala creativa del movimento (gli indiani metropolitani cosidetti) contrapposta a un’ala militante pura e dura, ma riuscendo a parlare di A/traverso senza mai citare Bifo!

Quindi incontriamo il collettivo Jacquerie inventato tra gli altri da Diego Benecchi, il riferimento alle rivolte che precedettero la rivoluzione francese è esplicito e voluto. Jacquerie che si qualifica tra l’altro per la pratica delle autoriduzioni nei ristoranti di lusso, non nelle mense universitarie e/o aziendali. Perchè il diritto non attiene semplicemente la sopravvivenza biologica mangiando un cibo povero per i poveri a poco prezzo, ma invece quello di godersi un pasto ricco e buono, a un prezzo possibile per tasche normali, un prezzo autodefinito e che si ottiene con l’autorganizzazione che diventa autoriduzione. Un terzo nucleo costituente il movimento del ‘77 è il collettivo dei lavoratori precari dell’università, dove si individua il precariato intellettuale non come una patologia transeunte del sistema di studi, insegnamento, formazione e ricerca, ma come un asse portante di lungo periodo della produzione e diffusione del sapere universitario. E dove si pone il problema fondamentale della riappropriazione e uso sociale da parte dei cittadini tutti dell’intelligenza scientifica prodotta nelle aule e nei laboratori, problema ancora aperto; anzi oggi più urgente che mai se si vuole sperare di contrastare in qualche modo efficace il cambiamento climatico globale in corso.

Poi c’erano le assemblee di facoltà, lettere, fisica, giurisprudenza eccetera che discutevano,deliberavano, agivano di giorno e di notte, i cortei notturni essendo un’altra delle caratteristiche di quel fantastico febbraio del 1977 nella zona universitaria “liberata”.  Infine gli spezzoni dei vari gruppi extraparlamentari e della cosidetta all’epoca sinistra rivoluzionaria. Lotta Continua si era sciolta nel congresso del settembre 1976, Potere Operaio si stava trasformando nell’Autonomia Operaia, il Manifesto vivacchiava stentatamente, epperò legami politici rimanevano e alcune strutture continuavano più o meno per inerzia a esistere, in particolare i servizi d’ordine. Tutto questo e altro ancora non precisamente definibile, per esempio la partecipazione di giovani proletari provenienti dalle periferie, confluiva nel movimento. Un movimento a ampio spettro che ebbe ben presto anche i suoi cantori, uno su tutti Claudio Lolli con quella splendida ballata che è “Ho visto anche degli zingari felici” scritta nel 1976, anticipando se non annunciando il ’77. Un movimento denso di gioia, empatia dei corpi, intelligenze in sinergia, dove si respiravano libertà, eguaglianza, fantasia. Un movimento tutt’altro che violento, certo occupando l’università dove al massimo echeggiavano i cori di scemo scemo all’indirizzo dei giovin burocrati della SUC, la sezione universitaria del PCI, scesi in campo a difendere il compromesso storico e la politica dei sacrifici.

Finchè non arrivò la repressione brutale dello stato sub specie di una colonna di carabinieri che aprì il fuoco contro un piccolo gruppo di manifestanti praticamente a freddo, uccidendo Francesco. Il primo morto in manifestazioni di piazza che si ebbe a Bologna, ovvero un evento eccezionale. Un atto congruente con la strategia della tensione ben nota messa in campo dalle forze più reazionarie del nostro paese. Col concorso di Comunione e Liberazione che stava tenendo una sua riunione all’università da cui furono cacciati in malo modo alcuni compagni del movimento, e tutto ebbe inizio: azione e reazione con l’arrivo delle forze di polizia, che fin qui non avevano trovato pretesti per attaccare il movimento. Forze di polizia che subito apparvero indipendenti da qualunque possibile mediazione – Gori allora capo della Digos, in seguito morto per un incidente stradale da alcuni giudicato non limpido, lo disse in modo esplicito a alcuni manifestanti: tira una brutta aria, fate attenzione, facendo capire che ormai loro, i poliziotti del dialogo, erano esautorati dalla gestione della piazza. Stando al Resto del Carlino di qualche anno fa il capo di Gladio Cossiga avrebbe dichiarato: “Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco la città (…). Dopodiche forti del consenso popolare (…) le forze dell’ordine (sic! Ndr) non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano”. Sembra la descrizione di ciò che successe al G8 di Genova nel 2001,  di cui le repressioni del movimento del ’77 furono in un certo qual senso i prolegomeni quando Kossiga era soltanto (?!) ministro degli interni.

Comunque sia la morte di Lorusso fu seguita da un corteo con migliaia di persone che aveva di mira la DC individuata come mandante politico morale dell’omicidio, corteo che si scontrò più volte con la polizia, fracassando soprattutto le famose vetrine dello scandalo, vuoi mai che avessero a soffrirne il sacro commercio e mercato. Il giorno dopo poi gli studenti difesero la zona universitaria dall’assalto delle forze di polizia, mentre la notte del 13 marzo verso le quattro intervenivano i blindati dei carabinieri a occupare il quartiere universitario ormai vuoto. Il movimento è sconfitto, la fase dei liberi e uguali chiusa, l’ordine regna di nuovo a Berlino, pardon a Bologna. Un ordine plumbeo ma si sa , non si può avere tutto dalla vita. Soprattutto i carri armati scancellano i colori e calpestano la gioia di vivere e di conoscere.
Fu eccessiva la violenza dei cortei del movimento? Intanto nessuno praticò o propose il precetto biblico che prescrive occhio per occhio e dente per dente. Quindi furono distrutte cose e colpiti dei simboli, ma non ci furono attacchi nè tantomeno attentati contro le persone, neppure gli “sbirri”. Poi ciascuno può dare il suo giudizio, ma per favore senza scandalo e alti lai contro “i violenti”, e senza dimenticarsi en passant dell’omicidio brutale di Francesco, omicidio cui la città nel suo insieme e le sue istituzioni non risposero, anzi il PCI inventò di sana pianta la teoria del complotto ordito da Radio Alice succursale della CIA, un delirio in senso proprio. Certamente qualcuno fu indotto da ciò che accadde in quei giorni a pensare fosse giunto il momento di costruire in Italia un partito armato di massa, e qualcun altro invece credette fosse l’ora di un partito armato d’avanguardia, ma  a Bologna molto pochi, e non per merito dei partiti o del Comune.

In fine perchè quaranta anni dopo alcune centinaia di persone ormai coi capelli bianchi ancora si incontrano in via Mascarella laddove Francesco fu ucciso. Non sono reduci e nemmeno ex combattenti. Soltanto donne  e uomini che così affermano la loro esistenza e appartenenza a quel movimento del ’77, certificando con la loro presenza e amicizia l’ingiustizia della morte di Lorusso, che pesa sull’intera città ieri come oggi. Molte cose sono cambiate anche drasticamente ma quella morte, quell’omicidio impunito sta lì, inamovibile, piantato nel cuore stesso di questa città che da allora non fu più la stessa perchè vive con un cadavere al suo interno.

Mining: initial study shows trade unions save lives

fonte  INDUSTRIEALL

14.03.2017

The findings of a preliminary study have confirmed IndustriALL Global Union’s global campaign message on mine health and safety - trade unions save lives.

New research has found strong evidence that health and safety representatives supported by a trade union were more effective in getting important safety matters addressed and resolved than health and safety representatives acting on their own.

The comparative research project, led by Professor David Walters from Cardiff University, was based on the experiences of worker health and safety representatives in five countries: Australia, Canada, India, Indonesia and South Africa. The research involved interviews with trade unions nationally and regionally, miners, and government inspectors, as well as other key parties.

The research also showed that mine management is not playing its facilitation role, and as a result health and safety representatives are denied the benefits of that support.

“This welcome research reinforces our message that trade unions play a critical role in health and safety awareness and training. We believe that workers have rights, employers an obligation and governments a responsibility to improve safety in mining,” said IndustriALL’s Mining Director, Glen Mpufane.

The present global research report, which is the first of a two stage research project, represents an initial scoping study concerned with the role of worker representation in mines in a range of national economies and how that role is supported or constrained locally, nationally and globally.

The study seeks to determine how the four basic health and safety worker rights contained in International Labour Organziation’s (ILO) Convention 176 are encouraged or restricted. These four basic worker rights are:

  1. The right to refuse to do dangerous work.
  2. The right to education and training.
  3. The right to information.
  4. The right to representation and participation.

The authors of the research, Professor Walters, and Professor Richard Johnstone from the Faculty of Law at Queensland University of Technology/Australian National University delivered the preliminary findings at an FES funded workshop on 7 March held in Johannesburg, South Africa. The workshop, organized by the University of the Witwatersrand’s Centre for Sustainability in Mining and Industry, together with IndustriALL, was attended by health and safety representatives and officials from the National Union of Mineworkers (NUM), National Union of Metalworkers of South Africa (NUMSA), the ILO’s East and Southern Africa Office, the Chamber of Mines of South Africa, and health and safety training practitioners.

fonte Carmillaonline

del Centro di Documentazione dei Movimenti Francesco Lorusso – Carlo Giuliani

77

[Il Centro di Documentazione Lorusso – Giuliani ha pubblicato uno dei libri più utili e completi su origini, svolgimento, clima generale e conseguenze della rivolta giovanile iniziata a Bologna l’11 marzo 1977, a seguito dell’uccisione di Francesco Lorusso da parte delle forze dell’ordine (’77 Storia di un assalto al cielo, pp. 146, € 12,00). Il libro può essere acquistato in questo sito, oppure presso la sede del Centro, c/o Vag 61, via Paolo Fabbri 110, Bologna. Lasciamo che a presentarlo siano gli stessi autori del volume, che da parte nostra consigliamo vivamente.]

I fatti dell’undici marzo e il lunghissimo anno del ‘77 appartengono alla storia dei movimenti come pietre inamovibili: ci hanno segnato, ci hanno ucciso e ci hanno fatto rinascere; nulla è rimasto integro; ogni cosa, da quegli avvenimenti in poi, è stata riletta, analizzata e sviscerata. Parlarne ora non vuole essere una rievocazione, ma un percorso a ritroso, un reincontrarci, un riconoscerci, un modo ancora per raccontare vicende, avvenimenti, valutazioni, sentimenti che sono rimasti in disparte, accantonati, non narrati, come se non fossero mai accaduti.  Questo libro prova di raccontare quello “strano movimento di strani giovani”.  Sfogliando le 144 pagine di questa “piccola enciclopedia” del ’77 bolognese troviamo parole come proletariato giovanile, jacquerie, movimento femminista, compromesso storico.

Si parla della Bologna del sindaco Zangheri, dell’uso “legittimo” delle armi in piazza da parte delle forze dell’ordine, della repressione e delle leggi d’emergenza. La parte centrale del libro è dedicata alla comunicazione del movimento, la storia di radio Alice e l’enorme produzione di fanzine, fogli e giornali. Anche la musica si è presa molto spazio, come, del resto, se lo prese allora. Si racconta del festival del Parco Lambro, del pianista che suonava “Chicago” sulle barricate in via Zamboni e degli autori che piacevano al movimento: gli Stormy Six, Gianfranco Manfredi, Claudio Lolli, Rino Gaetano, Eugenio Finardi, Alberto Camerini, Enzo del Re, gli Skiantos e l’universo dei gruppi rock bolognesi. E poi ancora: il teatro nelle strade e nelle piazze, le feste alle repressioni, la guerriglia fatta con la matita dei fumettisti, il romanzo del ’77 bolognese, i film e i documentari su quell’annus horribilis. Le pagine finali sono riempite dalla cronologia per una “vetrina infranta”. Si tratta del  racconto ragionato degli episodi, avvenuti a Bologna, dal 1973 al 1979, con un risalto più accentuato alle giornate della rivolta del marzo, all’assassinio di Francesco Lorusso, alla chiusura poliziesca di radio Alice, ai carri armati nella cittadella universitaria, al convegno di settembre contro la repressione.

Questo libro si è potuto mettere assieme perché, da diversi anni, un gruppo di compagne e di compagni ha cominciato a raccogliere e, poi, a sistemare e catalogare un’enorme quantità di materiali, scovati nelle case, nelle soffitte e nelle cantine. Per riempire queste pagine sono stati “saccheggiati” gli archivi del Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani” e dei giornali “Mongolfiera” e “Zero in condotta”. Quindi anche i  (furono) giovani redattori di queste riviste alternative bolognesi hanno contribuito con la loro scrittura e i loro articoli. Ma, se questo volume si è potuto fare, è perché migliaia di ragazze e ragazzi, per tutto il lunghissimo anno del 1977 riempirono le strade, le piazze, le aule universitarie con cortei, feste di strada, assemblee, scontri con la polizia. Usarono anche le frequenze modulate di una radio e tanti fogli di carta (diversamente impaginati) per far circolare le loro voci e le loro idee e amplificare la loro rabbia. Senza la loro creatività queste pagine non si sarebbero riempite. Si dice che il 31 dicembre del ’77 non sia mai arrivato, ecco perché ne abbiamo approfittato per dare alle stampe queste pagine.