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Autore Gianni Giovanelli che ringraziamo

Fonte Effimera

Per questo bisognerebbe anzitutto

che le masse  europee

decidessero di svegliarsi,

si scuotessero il cervello e cessassero

di giocare al gioco irresponsabile

della bella addormentata nel bosco.

Frantz Fanon, I dannati della terra

(Traduzione di Carlo Cignetti, Einaudi, 1962, p. 85)

 

Accadono strane cose, contraddittorie e difficili da ricondurre all’interno di un disegno politico unitario, di un progetto complessivo capace di riunire l’intera compagine che detiene il potere. Certamente tuttavia, e sul punto non ci possono essere dubbi, siamo alla vigilia di un mutamento. La transizione era gia iniziata, con l’ingresso impetuoso della comunicazione informatica e la profonda modifica del tradizionale rapporto di forza che caratterizzava lo scontro di classe. La sempre più rapida diffusione della condizione precaria e il susseguirsi di crisi finanziarie, già negli anni scorsi, hanno poi reso visibile l’inadeguatezza delle strutture di gestione governativa, di controllo sociale nel territorio, di organizzazione produttiva, dei movimenti migratori. Dopo il crollo della vecchia Unione Sovietica il comunismo cinese è rimasto autoritario, ma si è sviluppato in una nuova forma di capitalismo ibrido, finanziario, manageriale, con un ramificato controllo statale di ogni comunità e di ogni territorio; altri paesi di minore dimensione hanno percorso strade analoghe. Nelle democrazie liberali del cosiddetto Occidente  sono comparsi movimenti reazionari, nazionalsovranisti, non di rado apertamente razzisti, con un notevole consenso elettorale che ha consentito il loro ingresso al governo; Trump negli Stati Uniti, Orban in Ungheria e Kaczynski in Polonia hanno vinto grazie al voto popolare ottenuto mescolando i sussidi alla xenofobia prepotente. In Asia, Africa e America Latina dittature, esperimenti fragili di socialdemocrazia, guerre, neocolonialismo feroce compongono nel loro insieme un variegato mosaico, mobile e senza coerenza. Nel gran disordine mondiale i progetti di un nuovo ordine erano davvero tanti, nascevano e morivano in breve volger di tempo, senza quasi lasciar traccia del loro effimero esistere.

 

...continua a leggere "Aria di tempesta – di Gianni Giovannelli"

FONTE LEPAROLEELECOSE

di Sergio Messina

 

[Pubblichiamo un estratto dal volume di Sergio Messina, Eco-democrazia. Per una fondazione ecologica del diritto e della politica, uscito di recente per i tipi di Orthotes].

 

L’improbabile necessità di una eco-democrazia cosmopolita

 

Una forma alternativa di democrazia ecologica “radicale” – non identificabile con la Global Enviromental Governance “sistemica” – è descritta dai teorici dei commons (e dei natural commons in particolare) senza che però vi sia stata una simile elaborazione teorica nel campo “globale” […]. Situazione dovuta essenzialmente al fatto che il diritto internazionale dell’ambiente mostra ancora (come evidenziato dai giuristi della Earth jurisprudence e del rule of law for nature) un’incoerenza di fondo poiché riflette uno scollamento dell’economia dal sapere ecologico[1], [una] mancanza di coordinazione tra obiettivi di carattere economico e ambientale [ed è] caratterizzato da forme di co-decisione demandate principalmente al multilateralismo degli esecutivi.[2]

>>> L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE  LEPAROLEELECOSE

 

I vescovi della regione si schierano con un documento ufficiale: i politici difendano la Costituzione, basta offese e falsità.

BOLOGNA - In Emilia-Romagna "non possiamo tollerare" che si ceda il passo a "sovranismi e populismi". E' questo il monito lanciato in vista delle prossime elezioni regionali dalla Chiesa dell'Emilia-Romagna, attraverso l'Osservatorio regionale sulle tematiche politico-sociali intitolato a Giovanni Bersani, nato nei mesi scorsi per volontà dei vescovi della conferenza episcopale regionale.

L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE SU REPUBBLICA BOLOGNA

FONTE ARTICOLO21 CHE RINGRAZIAMO 

Lei si chiama Marwa Mahmoud ed stata nominata presidente della Commissione “Diritti Umani” del Comune di Reggio Emilia ma ancora prima che l’organismo consiliare cominciasse i lavori è partita un’insolita nota di censura firmata da tutti i gruppi di opposizione e in cui il primo firmatario è il capogruppo della Lega, Matteo Melato. Cosa è accaduto di così grave da portare alla censura formale? Sostengono le opposizioni che la Presidente ha avviato incontri istituzionali senza passare prima dalla Commissione e che abbia votato una mozione del Pd (passata a maggioranza) su percorsi di pace in Bosnia mentre ha espresso voto contrario ad un’altra mozione, delle minoranze, sulla cancellazione di una strada intitolata a Tito. Ciò, secondo la richiesta di censura depositata dalla Lega, inficia l’indipendenza e l’imparzialità che devono, invece, caratterizzare il ruolo dei Presidenti delle Commissioni e in specie di questa Commissione che si occupa di temi delicati afferenti, appunto, i diritti umani.

Ma stanno davvero così le cose, oppure siamo davanti all’ennesima azione di razzismo più o meno strisciante, posto che la Mahmoud è egiziana, seppur cresciuta a Massenzatico? E’ inevitabile in un momento come quello che si sta vivendo in Italia porsi questo tipo di domande, tanto più che si sta parlando di una giovane donna impegnata sul fronte dei diritti civili degli immigrati e sull’integrazione culturale della seconda generazione di stranieri presenti in Italia. E poi è una donna, che lavora nel mondo della comunicazione. Non sarà questo, per caso, il suo vero “difetto”? Marwa Mahmoud è stata anche responsabile progetti di educazione interculturale del Centro Culturale Mondoinsieme di Reggio Emilia. Nata ad Alessandria d’Egitto, è arrivata in Italia da bambina insieme ai genitori, è laureata in Lingue e Letterature Straniere, collabora con il Centro Culturale Mondinsieme dal 2004, inizialmente come educatrice e redattrice di progetti giornalistici.

Fa inoltre parte del direttivo del Coordinamento Nazionale delle Nuove Generazioni Italiane e del consiglio nazionale dell’Istituto Cervi di Gattico. Scrive su Piattaforma Infanzia e ha lavorato per la Gazzetta di Reggio. Un curriculum che era sembrato più che sufficiente per affidarle la delicata commissione sui diritti umani. Invece è bastato un voto espresso liberamente, come spetta a qualunque esponente politico, per mettere in discussione proprio lei, la giovane Presidente sgradita alla Lega.

Decine di militanti del partito di Matteo Salvini gli hanno urlato di tutto, e il servizio di sicurezza l'ha dovuto scortare al sicuro

Il giornalista Gad Lerner è stato pesantemente insultato da decine di militanti della Lega durante l’annuale raduno del partito in programma oggi a Pontida, in provincia di Bergamo. Secondo la testimonianza del giornalista di Repubblica Matteo Pucciarelli, Lerner è stato «ricoperto di insulti, grida e improperi» e successivamente «accerchiato» da alcuni militanti. Gli addetti alla sicurezza della Lega lo hanno poi dovuto scortare fino all’area riservata ai giornalisti, aggiunge Pucciarelli.

il video

Per leggere l'articolo completo vai alla fonte ILPOST.IT

Articolo di Nadia Urbinati

Pubblicato su Strisciarossa.it

 

L’Enciclopedia Treccani ci dà questa definizione di “stato di diritto”:
“Forma di Stato di matrice liberale, in cui viene perseguito il fine di controllare e limitare il potere statuale attraverso la posizione di norme giuridiche generali e astratte. L’esercizio arbitrario del potere viene contrastato con una progressiva regolazione dell’organizzazione e del funzionamento dei pubblici poteri, che ha come scopo sia la «diffusione» sia la «differenziazione» del potere, rispettivamente, attraverso istituti normativi (unicità e individualità del soggetto giuridico; eguaglianza giuridica dei soggetti individuali; certezza del diritto; riconoscimento costituzionale dei diritti soggettivi) e modalità istituzionali (delimitazione dell’ambito di esercizio del potere politico e di applicazione del diritto; separazione tra istituzioni legislative e amministrative; primato del potere legislativo, principio di legalità e riserva di legislazione; subordinazione del potere legislativo al rispetto dei diritti soggettivi costituzionalmente definiti; autonomia del potere giudiziario), comunemente considerati come parti integranti della nozione di Stato di diritto”. (Leggi quiApre in una nuova finestra la definizione completa)

Chi governa sta sotto la legge e non sopra

Nei paesi anglosassoni l’espressione è forse meglio resa: lo stato di diritto si chiama “the rule of law” – è la legge che governa; i governanti stanno “sotto” non sopra la legge e non la deturpano a loro piacere o secondo le loro convenienze di partito, di maggioranza o di audience. Il governo Lega-5stelle è parzialmente fuori dello stato di diritto, in violazione del governo della legge. Lo è non tanto per le esternazioni e i comportamente dei ministri – la dimensione della pubblicità li fa essere burattini e burattinai di un circo equestre: al mare a fare bacetti con la fidanzata o in spaggia a torso nudo genuflessi ad adorare la venere sotto un bichini (Salvini ama mostrarsi a torso nudo come Mussolini). Ma non è questa la dimensione da considerare quando vogliamo vedere in atto la violazione dello stato di diritto.

Verso uno stato di polizia

Andiamo al DL sicurezza bisApre in una nuova finestra su immigrazione e ordine pubblico, una falcata poderosa verso uno stato di polizia, che assegna al ministero degli Interni un ruolo preponderante nel decidere sulle libertà di tutti, cittadini e non. Il decreto prevede un’ulteriore criminalizzazione del soccorso in mare, la riforma del codice penale, maggiori finanziamenti per i rimpatri e l’estensione dei poteri delle forze di polizia. Litigiosi su quasi tutto, il MoVimento e la Lega si sono trovati in amorevole accordo su questo decreto proto-autoritario, che prevede multe per ogni persona soccorsa in mare e la sospensione o revoca della licenza di nagivazione, che toglie al ministero delle Infrastrutture tutte le pertinente della navigazione assegnando all’Interno il potere di vietare o limitare il transito o la sosta nelle acque territoriali per motivi di ordine pubblico.

...continua a leggere "Attenti al decreto sicurezza bis Salvini e Di Maio uniti nella lotta vogliono demolire lo stato di diritto"

 

FONTE AGENZIA  DIRE.IT  CHE RINGRAZIAMO 

“Vorrei da armatore fare un appello alle associazioni come Confitarma e Assarmatori, alle cooperative di pesca, a coloro che lavorano in mare", dice Metz

ROMA – “Come armatore del veliero Alex mi è stata notificata la sanzione amministrativa perché ha soccorso persone. È uno degli aspetti più odiosi del nuovo decreto sicurezza, perché ha come obiettivo chiaro quello di mandare un messaggio ai naviganti: se trovate qualcuno in mare, lasciatelo morire. Non salvatelo. Ed è un messaggio che non serve alle Ong”. Lo afferma Alessandro Metz, armatore sociale di Mediterranea Saving Humans.

“È ovvio infatti – prosegue- che per chi opera a difesa dei diritti umani e del diritto internazionale, non sarà una multa, per quanto salatissima, a far indietreggiare: se una vita vale qualcosa, è certamente di più di qualsiasi somma di denaro. Il messaggio è invece per quelli che in mare ci lavorano, ci vivono, per gli armatori di compagnie di navigazione, per capitani di pescherecci, per la gente di mare. Quella straordinaria gente che ha salvato, in questi anni, decine di migliaia di vite senza riflettori puntati, e solo perché chi va in mare sa cos’è il mare. Sa come ci si comporta in mare, sa che ci si deve aiutare uno con l’altro”, conclude.

“Vorrei da armatore fare un appello alle associazioni come ConfitarmaAssarmatori, alle cooperative di pesca, a coloro che lavorano in mare: bisogna dare un segnale forte contro questa norma, che mette in pericolo tutte le vite in mare, non solo quelle dei migranti. Se passa il messaggio che in mare bisogna voltarsi dall’altra parte, – conclude Metz – può toccare a ognuno di noi la prossima volta, di chiedere aiuto e di non essere ascoltati.”

Riteniamo utile pubblicare questo articolo di Christian Raimo perchè analizza il fenomeno populista incarnato dalla Lega e propone alcune idee interessanti per combatterlo. Ringraziamo l'Autore e il Blog Minimaetmoralia.it

 

PERCHÉ SALVINI HA VINTO E COME COMBATTERLO. QUALCHE IDEA PER LE LOTTE CHE CI ASPETTANO.

di Christian Raimo

FONTE  MINIMAETMORALIA

Matteo Salvini nel giro di nemmeno un anno è diventato il soggetto pubblico sottinteso.

Se iniziamo un qualunque discorso con un soggetto sottinteso alla terza persona singolare – “Hai sentito cosa ha detto?”, “Poco fa ne ha sparata un’altra delle sue”, “Sembra crescere”, “Non mi piace” – è molto plausibile che ci riferiamo a lui. Una simile penetrazione nel linguaggio pubblico era accaduta a Berlusconi, e in misura minore a Renzi. La relativa velocità con cui l’ascesa di Salvini è avvenuta è anche un fattore non trascurabile.

Salvini (d’ora in poi S) è riuscito a inventarsi quella che Laclau chiamerebbe una ragione populista sfruttando tre debolezze della democrazia italiana. Il suo è un populismo triplice. Ha polarizzato il campo politico lungo tre fronti, costruendo un significante vuoto all’intersezione di ognuna di queste. Buonsenso vs intellettuali, italiani contro stranieri, virilismo contro “buonismo” e “femminilizzazione”. Gli altri due populismi che avevano presa negli ultimi anni – il renzismo e il grillismo – si sono sgonfiati nel momento stesso in cui la creazione del loro significante vuoto e la conseguente polarizzazione non sono state più convincenti. Il fumetto ‘Cittadini onesti contro casta corrotta’ era facilissimo che evaporasse nell’attimo in cui il Movimento Cinquestelle fosse andato al governo; ‘nuovo contro vecchio’ (il refrain populista renziano) era scontato che fosse una strategia controefficace sulla durata per il semplice scorrere del tempo. Il nuovo invecchiato è diventato lo stigma di Renzi. Berlusconi non è mai stato così cretino da presentarsi solo come il nuovo, ma sempre attraverso una simbologia eternizzante – l’amore contro l’odio, il miracolo contro la crisi… – e anche per quello nonostante l’aura grottesca che lo circonfonde è ancora lì.

In tutti e tre i fronti S ha sfruttato una spinta autonoma che si muove con le forme di un backlash nella società italiana, di un arretramento che è al tempo stesso un contrattacco: il risentimento non contro i ricchi o i corrotti ma contro chi ha accesso alla conoscenza di alto livello (le spinte irrazionalistiche che sono la materia psichica di cui sono fatte le fake news), la paura della globalizzazione, il backlash maschilista vero e proprio.

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Riteniamo utile e importante segnalare questo libro uscito da poco tempo nelle librerie italiane.

"… Chiedersi se Matteo Salvini sia fascista non è solo un esercizio inutile, è un grave errore. Perché vuol dire cercare quello che non c’è.
Il fascismo è finito con Mussolini. Quella che non si è mai spenta è la fiamma culturale e ideologica che lo ha alimentato.Una minaccia per la democrazia italiana viene semmai dall’influenza che esercitano i postnazisti nell’entourage e nel partito del ministro dell’Interno. A svelare storia e retroscena di quest’influenza è ora Claudio Gatti, autore di questo podcast e del libro-inchiesta da cui è tratto, “I Demoni di Salvini: i postnazisti e la Lega”, ora in libreria per i caratteri di Chiarelettere…."

Il Blog di Claudio Gatti, autore del libro.

 

 

FONTE  PRESSENZA.COM

 

Il “modello cileno”, mostrato all’estero come il più grande successo del neoliberismo, presenta una realtà molto diversa per milioni di famiglie cilene,” ha affermato Tomás Hirsch, deputato del Partito Umanista Cileno (Frente Amplio), in un intervista con ALAI. Questo si esprime nell’aumento della disparità di reddito e della concentrazione della ricchezza e nell’indebitamento soffocante in cui affonda la maggioranza dei lavoratori. Infatti, “tutti gli indicatori ci pongono come uno dei paesi più diseguali nell’OCSE, con i tassi peggiori di istruzione, sanità, pensioni, qualità delle abitazioni, aree verdi per abitante …”, aggiunge.

Questo “sistema profondamente inumano” non dà priorità alla qualità della vita. Di seguito, uno scambio sulle linee guida politiche del governo cileno, che mettono in discussione la sua qualità morale per poter criticare il Venezuela.

Deputato, il giudizio critico del Presidente Sebastián Piñera sul governo costituzionale di Nicolás Maduro in Venezuela è conosciuto, per quanto riguarda l’attacco da parte del gruppo di Lima e dell’OAS contro la Rivoluzione Boliviana. Vorremmo rivedere alcuni aspetti del vostro paese per verificare la coerenza nell’atteggiamento del governo cileno.

La posizione del presidente Piñera è di un’incoerenza che rasenta il surrealismo politico. Il Cile dev’essere l’unico paese al mondo che, 29 anni dopo la fine della dittatura, ha ancora una Costituzione generata durante la dittatura, scritta da un piccolo gruppo di uomini di estrema destra senza dibattito, “votata” senza registri elettorali, progettata per perpetuare un sistema profondamente antidemocratico. Tranne qualche piccolo aggiustamento, rimane la stessa che manteneva al potere il dittatore Augusto Pinochet. Per quasi 20 anni abbiamo avuto senatori selezionati puntando il dito e un sistema elettorale totalmente truccato. E poi vogliamo dare lezioni sulla democrazia?

Il Cile, pur vantandosi a livello internazionale del suo supposto successo economico, ha una delle peggiori distribuzioni di reddito del pianeta, con un salario minimo vergognoso che non è sufficiente per la sussistenza del milione di lavoratori che lo ricevono. E intendiamo dare lezioni sui diritti sociali? Il sistema pensionistico cileno, anch’esso creato in regime di dittatura e mantenuto dal potere degli affari sul mondo politico, fornisce pensioni misere, vicine al 25% del salario percepito al momento del pensionamento. È una vera e propria violazione dei diritti umani degli anziani. Allo stesso tempo, sanità e istruzione sono imprese e non diritti, definiti dallo stesso presidente come beni di consumo.

Il Cile è l’unico paese al mondo in cui l’acqua è privata al 100%. Le risorse di pesca sono state consegnate in forma perpetua dal primo governo di Piñera  a 7 famiglie, attraverso una legge che è stata pubblicamente riconosciuta come corrotta, approvata con tangenti a ministri e parlamentari. Rame, litio, foreste, energia, tutto, assolutamente tutto, è stato denazionalizzato e consegnato alle multinazionali, che ovviamente parlano molto bene del nostro paese.

...continua a leggere "Tomás Hirsch: Cile, un sistema profondamente inumano"

 

Il grande fiume delle notizie che scorre nel e dal web appare sempre più come avvolto in una nebbia che impregna ogni oggetto della comunicazione.
Le narrazioni, la creazione di nuovi contesti immaginari molto spesso basati su fake news, questi sono i prodotti di nuova generazione degli spin doctor che si avvalgono delle profilazioni di massa…
La manutenzione, la gestione e il rilancio delle paure è il nuovo "lavoro politico" degli specialisti del consenso.
Di solito questi lavori "sporchi" sono delegati a team di specialisti della manipolazione.
La paura dei migranti è la merce più gettonata, viene alimentata, c'è la preoccupazione che il calo dei flussi di naufraghi faccia crollare la tensione e le paure così importanti per la tenuta dell'audience.
Il fiume di merda che viene alimentato è troppo importante perchè si pensi alla soluzione dei problemi.
Un tempo la struttura organizzativa di un partito aveva un certo numero di persone addette alla stampa e propaganda, alla formazione quadri, ai dipartimenti tematici. Tutto questo ai post partiti non serve più. Le politiche economico sociali sono delegate alla elaborazione delle lobbies.
Ai post partitit servono comitati elettorali sostenuti da lobbies. La elaborazione dei programmi politici è data in outsourcing a think tank. Gli eventi formali, convention, raduni dei fans non hanno nulla a che fare coi tradizionali congressi, sono meeting di propaganda, momenti di sperimentazione del grado di consenso di certe parole d'ordine.
Certo può permanere una struttura di partito tradizionale ma nei fatti non conta quasi più nulla, ciò che conta è la retro cucina del consenso, con gli apparati di profilatori e gestori del consenso nei social .
Queste caratteristiche con profili organizzativi diversi sono proprie di partiti post-moderni come Lega di Salvini e Movimento Cinque Stelle.
Nulla avviene per caso: le stesse bizzarrie come quella del Salvini di portare sempre divise della Polizia di Stato o dei Carabinieri non sono frutto di una mania del leader leghista ma una scelta di comunicazione politica.
Le scene sono un pò penose: raduni di militanti che si autoesaltano durante i discorsi del capo che rilanciano gli items che sono parte intima delle convinzioni profonde recuperate dai loro stessi profili.
Per il Movimento 5 Stelle le dinamiche sono analoghe anche se meno grezze.
Per concludere: viviamo in un'epoca post democratica, le forme partito sono mutate profondamente. L'illusione della partecipazione copre forme di manipolazione profonda basata sui big data ricavati dalla profilazione di milioni di persone.
[ Continua ]

Editor

 

Di fronte ai rischi nell'affrontare un processo per la vicenda della nave Diciotti il coraggioso Capitano se la da a gambe.
Meglio non rischiare, sarebbe difficile spiegare le ragioni del sequestro dei naufraghi per giorni sulla nave della Guardia Costiera italiana.
L'ultima trovata per trovare uno straccio di giustificazione riguarda la presunta presenza di terroristi islamici nascosti tra i naufraghi. I n questo caso, a maggior ragione, il ministro doveva sbarcare immediatamente  e identificare con precisione i naufraghi in modo da identificare gli eventuali terroristi o spacciatori…
Dopo le eroiche dichiarazioni di qualche giorno fa nelle quali  il Comandante ribadiva  di volere andare a tutti i costi a  processo, che non intendeva sottrarsi in alcun modo al giudizio della magistratura,   ieri ha cambiato  improvvisamente idea. I consigli di consulenti legali di fiducia l'hanno dissuaso a fare lo sbruffone, verosimilmente la preoccupazione di una eventuale condanna hanno indotto il dietrofront e la richiesta di solidarietà a tutto il governo.
Questa giravolta ha messo nei guai i M5S . Ora il giochetto è scoperto: devono condividere tutte le responsabilità del ministro. Non si possono più nascondere: hanno anche loro una responsabilità rispetto alle nefandezze compiute dal ministro degli interni.
Per gli elettori in buona fede del M5S è giunto il momento per una serie riflessione sul vicolo cieco in cui si sono infilati con il Contratto. Il "sequestro" dei naufraghi della nave Diciotti non era previsto … nel Contratto…

G.R.

 

Lo scempio della nave SEA WATCH bloccata alla rada con 49 ostaggi-naufraghi a bordo, gli atti sempre più ossessivi del ministro degli interni sono la cifra di questa fine del mese di gennaio 2019.
Un argomento importante, la gestione dei flussi migratori,  per il momento non più prioritario, viene enfatizzato come fosse l'inizio e la fine di tutti i problemi di questo povero e disgraziato paese.
I dati dei flussi migratori sono crollati. Sulla enfatizzazione dei flussi migratori , " siamo invasi", si vuole continuare ad alimentare una tensione inautentica ed una polarizzazione dell'opinione pubblica utile per la campagna elettorale leghista per le elezioni europee del 26 maggio.
In questa rappresentazione delirante della realtà Salvini e Di Maio vorrebbero continuare fino maggio e forse oltre. Mentre si polarizza giustamente l'attenzione sullo scempio delle politiche del ministro dell'interno verso i migranti circa centomila ragazze e ragazzi se ne sono andate e andati dall'Italia per cercare opportunità di lavoro anche molto qualificate all'estero.
I provvedimenti del reddito di cittadinanza e quota 100 molto ridimensionati rispetto alle promesse elettorali saranno forse l'unico atto di governo nei prossimi mesi.
I cinque stelle perderanno molti consensi perchè la linea "governativa" di Di Maio ha svuotato l'impianto ideologico che in qualche misura aveva convinto fascie di elettorato non di destra a votarli, come atto di fiducioso "investimento".
Ora questo "investimento" si è volatilizzato per l'adattamento del M5S alle politiche salviniane.
Bisogna ricominciare a parlare dei problemi da risolvere nel breve e medio periodo.
Non voglio ripetere l'elenco: occupazione e nuovi lavori da sviluppare con investimenti strategici, riassetto ambientale, strategie di riorganizzazione del sistema dei pubblici servizi, ecc
L'imperativo è cominciare a rimettere in agenda queste priorità e mantenere al contempo una presenza forte per contrastare la deriva disumana delle politiche del ministro degli interni contro gli immigrati.

Gino Rubini, editor di Onde Corte

 

FONTE ARTICOLO21

Tagli! Tagli! Tagli! Tagli all’editoria! L’attuale Governo dice di aver raggiunto il suo obiettivo cercando di far credere ai cittadini che è un risparmio per le casse dello Stato. E’ tra le più grandi fakenews che esperti di mistificazione hanno impacchettato e servito come amaro regalo di Natale a 10mila persone che lavorano nelle 150 testate mirate e colpite da questa legge di bilancio già sbilanciata, a dir poco, nell’impostazione. Esultare per questo obiettivo raggiunto, invece, vuole dire danzare in modo macabro sulla pelle delle famiglie di 10mila persone. Vuol dire anche sottrarre occupazione ad un settore che garantisce pluralismo e democrazia, quello della libera editoria, appunto. Vuol dire attentare alla nostra Costituzione, in particolare all’articolo 21 sulla libertà di informazione.

...continua a leggere "ControCorrente: unico motivo dei tagli, imbavagliare l’informazione"

Fonte Alfabeta2

Heike DoeringCardiff UniversityGlenn MorganUniversity of Bristol, e Marcus GomesUniversity of Exeter

 Il Brasile ha appena vissuto una delle elezioni più importanti e divisivedalla fine della dittatura militare del paese dal 1964 al 1985. Le prime elezioni presidenziali dall’impeachment di Dilma Roussef nel 2016 hanno avuto luogo in uno scenario di instabilità politica ed economica. E questo si è rivelato terreno fertile per il vincitore – il conservatore populista di estrema destra, Jair Bolsonaro.

Molto è stato detto della retorica trumpiana anti-establishment di Bolsonaro e del palese disprezzo verso i diritti delle minoranze, che hanno avuto risonanza tra la popolazione sempre più disillusa dalla politica. Ma Bolsonaro ha anche vinto il sostegno dell’élite finanziaria del Brasile, che ha una lunga storia di influenza nella politica del paese. ...continua a leggere "Jair Bolsonaro: come le élite finanziarie lo hanno aiutato a prendere potere in Brasile – e perché potrebbero pentirsene"

FONTE : VITA.IT

AUTORE : RICCARDO BONACINA

Dopo quasi 2 anni dall’avvio della sua indagine, Carmelo Zuccaro, procuratore di Catania, nonostante non si sia mai negato a clamorose rivelazioni e chiacchiere e nonostante il dispendio di energie, di soldi pubblici, sino ad oggi non aveva combinato nulla. Sospetti tanti, criminalizzazioni a fiotti, ma nessun atto giudiziario. Nel giugno scorso, poi, un’altra procura siciliana aveva compromesso una volta per tutte il teorema zuccariano: la Procura Palermo aveva infatti stabilito l che non esiste nessun legame delle ong con i trafficanti libici di esseri umani né favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per il procuratore aggiunto Marzia Sabella, i sostituti Geri Ferrara, Claudio Camilleri e Renza Cescon, "non deve stupire" che la Ong "abbia preferito effettuare lo sbarco verso le coste italiane: ciò rappresenta, anzi, una conseguenza logica e una corretta gestione delle operazioni di salvataggio".

Erano tutti convinti che lo Zuccaro si fosse chetato, un po' scornato, invece stamattina la clamorosa notizia: dopo due anni di indagini sulle presunte complicità tra le Ong e i trafficanti di uomini che non hanno portato ad alcun risultato, l'inchiesta della Procura di Catania ripiega sullo smaltimento illecito dei rifiuti da parte delle navi umanitarie nei porti siciliani. E con questa accusa che il gip di Catania Carlo Cannella, su richiesta del procuratore Carmelo Zuccaro, ha disposto il sequestro della nave Aquarius di Msf e Sos Mediterranee ferma da settimane nel porto di Marsiglia dopo il ritiro della bandiera da parte delle autorità panamensi.

Un atto d’accusa dalle venature persino razziste: “Scabbia, tubercolosi, meningite, Hiv, questo il variegato elenco di malattie infettive portate dai migranti soccorsi dalla Aquarius che non avrebbe smaltito come rifiuti pericolosi gli indumenti dismessi e i materiali utilizzati a bordo per il primo soccorso delle persone", queste le accuse secondo l'inchiesta della procura di Catania. In 44 sbarchi, negli ultimi due anni e mezzo, secondo il procuratore Zuccaro, sarebbero state smaltite illecitamente 24 tonnellate di rifiuti pericolosi, con un risparmio di costi di 460.000 euro, cifra per la quale è stata sequestrata la Aquarius. Ventiquattro le persone indagate che "avrebbero avuto la consapevolezza della pericolosità degli indumenti indossati dai migranti in quanto fonte di trasmissione di virus o agenti patogeni contratti durante il viaggio". E tra questi tutti i capimissione di Msf che si sono avvicendati alla guida degli equipaggi.

"Ho fatto bene a bloccare le navi delle Ong, ho fermato non solo il traffico di immigrati ma da quanto emerge anche quello di rifiuti. #Portichiusi", il commento del ministro dell'Interno Matteo Salvini tra il faceto e il divertitoMsf risponde gridando alla criminalizzazione dell'azione medico-umanitaria in mare. "Dopo due anni di indagini giudiziarie, ostacoli burocratici, infamanti e mai confermate accuse di collusione con i trafficanti di uomini - è la dura replica - ora veniamo accusati di far parte di un'organizzazione criminale finalizzata al traffico di rifiuti. È l'estremo inquietante e strumentale tentativo di fermare a qualunque costo la nostra attività di ricerca e soccorso in mare", dice Karline Klejer, responsabile delle emergenze per Msf.

Anch’io trovo l’atto d’accusa inquietante, un pretesto buono a proseguire l’opera di criminalizzazione, solo un pretesto strumentale. Come tutti sanno a Catania la galera per chi non fa raccolta differenziata è la normalità!

FONTE PRESSENZA

14.11.2018 - Dublino - Gian Marco Moisé East Journal

UNGHERIA: Come distruggere una democrazia in 7 semplici mosse

Durante la prima conferenza dei giovani ricercatori d’Irlanda (IPRC 2018) tenutasi il 9 novembre alla Dublin City University, è intervenuta la parlamentare europea dei verdi Judith Sargentini, che nei mesi scorsi ha presentato il report sullo stato di diritto in Ungheria poi votato dalla maggioranza del Parlamento Europeo.

Le 7 mosse

La deputata olandese ha iniziato il suo intervento soffermandosi sulla pericolosità del populismo, che: “Suggerisce soluzioni molto semplici per problemi estremamente complessi”. I destini di un numero crescente di paesi risiedono nelle mani di uomini forti: dal presidente americano Donald Trump al neoeletto presidente brasiliano Jair Bolsonaro fino al premier ungherese Viktor Orbán. Tuttavia, prosegue Sargentini: “Sebbene il popolo aspiri a un cambiamento, non è detto che questo cambiamento debba passare per la soppressione di diritti fondamentali, la fine del pluralismo informativo e della libertà di ricerca accademica”.

Ripercorrendo le misure più preoccupanti dei governi Orbán in Ungheria dal 2010 a oggi, Sargentini ha elencato le 7 semplici mosse con cui è possibile uccidere una democrazia:

  1. Cambiare gli arbitri. Qui Sargentini ha fatto riferimento alla norma che ha richiesto il pensionamento forzato dei giudici costituzionali non in linea con la maggioranza di governo, pratica promossa recentemente anche dal governo polacco.
  2. Prendere il controllo dei media: non è difficile farlo se hai un amico d’infanzia con i mezzi finanziari per comprare i principali giornali del paese, come nel caso di Lajos Simicska.
  3. Presentare una storia attraente, come quella di una nazione oppressa bisognosa di rivincita.
  4. Creare un nemico: che siano Bruxelles, Soros o i migranti, i nemici impediscono alla nazione di esprimersi al suo massimo potenziale.
  5. Cambiare la legge elettorale, come accaduto nel 2012.
  6. Trovare attori istituzionali che sostengano la tua azione. 
  7. Essere veloce: dal 2010 al 2018, Orbán ha trasformato l’Ungheria da democrazia europea a stato plebiscitario vicino all’autoritarismo.

Libertà accademica

Infine, ha concluso Sargentini, per fare in modo di restare al potere più a lungo possibile bisogna assicurarsi che non ci sia una possibile alternativa. Naturalmente, l’alternativa passa anche attraverso la libertà di ricerca universitaria. L’eurodeputata olandese ha spiegato come l’Ungheria abbia introdotto le figure di manager finanziari da affiancare ai rettori delle università per direzionare gli investimenti in ricerca negli ambiti più graditi al governo. Nella scrittura del suo report, Sargentini ha incontrato diversi professori dalle università ungheresi, ma non appena il suo report è stato reso noto, alcuni rettori le hanno inviato lettere in cui sostenevano di non averla mai incontrata. Sargentini ha interpretato queste lettere non come richieste di incontro, ma come una presa di distanza dal report. I rettori non volevano essere associati a lei in alcun modo, e questo, per Sargentini è un chiaro sintomo del clima di repressione vissuto nel paese.

Il professore della Central European University Mathias Möschel, giurista italiano specializzato in diritto costituzionale comparato, ha fatto eco alla Sargentini nel dibattito che è seguito: “Stiamo parlando di una storia più complessa”, ha detto Möschel. Il problema non risiede solo nella recente introduzione del bando agli studi di genere da parte del governo Orbán: “Sappiamo tutti quale sarà la prossima misura: vietare i diritti umani sostenendo che in Ungheria sono già ampiamente implementati. E il problema non è tanto per noi professori della CEU, che siamo tutto sommato in una posizione privilegiata. Il problema sorge per tutti i colleghi ungheresi che non avranno alternativa. Quello a cui assisteremo è un vero e proprio esilio scientifico”.

FONTE EFFIMERA.ORG

L’apartheid istituzionale si va rafforzando in Italia.

Il Sole 24 Ore ha pubblicato il 23 agosto i contenuti della bozza di decreto legge che il Ministero dell’Interno sta elaborando per quanto riguarda il diritto di asilo e i diritti delle persone richiedenti protezione internazionale in Italia[1].

I contenuti più rilevanti riguardano l’aumento del numero di mesi di detenzione nei centri di espulsione (da 3 a 6 mesi); l’allargamento della lista dei reati che abilitano al rifiuto o alla revoca dell’asilo; la drastica riduzione delle possibilità di ricorso nel caso di diniego della domanda di protezione; la riduzione delle possibilità di ottenere la protezione umanitaria; la limitazione dell’accoglienza negli Sprar solo ai beneficiari di protezione internazionale o sussidiaria; l’esclusione dalla possibilità di iscrizione all’anagrafe (cioè di ottenimento della residenza) per le persone richiedenti asilo, per le quali si prevede un documento di riconoscimento particolare; la proroga di un anno per scrivere un testo unico sull’asilo.

Con e oltre Minniti

Particolarmente serio è il cambiamento che verrebbe prodotto da tre misure: quella che nega la residenza, quella che riduce le possibilità di riconoscimento della protezione umanitaria, quella che limita le possibilità di ricorso alle decisioni avverse alle domande di asilo.

La prima, quella che nega la residenza, un diritto ad avere diritti come ricorda un recente report con toolkit della campagna LasciateCIEntrare[2], significherebbe per le persone richiedenti asilo, ad esempio, l’esclusione dalla possibilità di avere il medico di base e di usufruire, di fatto, del servizio sanitario nazionale.

La seconda, relativa al riconoscimento della protezione internazionale, mette in pericolo la divisione dei poteri tra esecutivo e giudiziario, in quanto interviene nell’autonomia del lavoro delle Commissioni territoriali che vagliano le domande di asilo o, in caso di ricorso, dei tribunali.

La terza, quella che limiterebbe le possibilità di ricorso, determinerebbe un trattamento speciale e penalizzante verso una specifica parte della popolazione (quella richiedente asilo) in virtù del suo status giuridico.

Se i contenuti della bozza saranno confermati saremo oltre il decreto Minniti-Orlando, che ha già ridotto i diritti delle persone richiedenti asilo, e si approfondirà in maniera ulteriore una condizione di apartheid e di razzismo istituzionale a danno di questa parte della popolazione. La separazione tra nazionali e non nazionali si aggraverebbe, dunque, in modo ulteriore e, con essa, la condizione di vulnerabilità e marginalità civile e sociale della popolazione immigrata.

Il circolo della repressione

Questo scenario è in realtà già anticipato da quanto sta accadendo con l’accelerazione e la moltiplicazione delle revoche di accoglienza e con l’ulteriore spinta del Ministero nei prossimi bandi verso centri di accoglienza di grandi dimensioni[3]. In particolare, diversi attivisti ed attiviste registrano già da alcuni mesi l’aumento dei controlli prefettizi punitivi contro i migranti (per esempio, sull’orario di presenza) che provocano revoche di accoglienza[4].

La tendenza è quella di approfondire l’attacco alle persone migranti e non alla malaccoglienza, dunque, indebolendo sempre più le condizioni di vita di parte della popolazione richiedente asilo, ma anche titolare di protezione. Si produce così un’umanità indebolita nei diritti e nelle condizioni di vita, da utilizzare poi, nel circuito della repressione in caso di commissione di reati (o, apparentemente in modo paradossale, anche se sottoposta a condizioni gravi di sfruttamento) a fini di propaganda, dicendo che i migranti sono un pericolo sociale in quanto criminali o lavoratori a buon mercato che abbassano i livelli salariali e di sicurezza degli italiani, per cui ci vogliono politiche sempre più di controllo e di contrasto: alimentando una logica che si muove così all’infinito.

Il Ministero dell’Interno, con questa strategia, produce il problema, peggiorando gravemente la vita di centinaia di migliaia di persone, per poi proporsi come risolutore. Ovviamente, il trucco è chiaro, ma non basta la critica della ricerca sociale o del ragionamento a metterlo in discussione.

La produzione di popolazione debole e con status giuridici differenziati e poveri serve ad una parte dell’economia nazionale per mantenere i profitti alti in settori a basso valore aggiunto (alcuni comparti dell’edilizia, dell’agricoltura, dei servizi alla persona, della prostituzione e del turismo, soprattutto) e serve ad un’altra parte, quella politica, per alimentare la propaganda e accrescere il consenso di una società nazionale sempre più razzista anche perché poco interessata (ancora, per ora) ad organizzarsi per lottare collettivamente per i propri diritti e bisogni e, quindi, incline a seguire chi le propone di essere forte con i deboli in quanto non riesce (non è interessata) ad esserlo con i forti.

È questo corto circuito che va messo in discussione e per questo sono necessari la proposta e la mobilitazione politica, concentrate sui bisogni reali della popolazione al di là delle appartenenze nazionali, in una logica meticcia, che rompe il quadro razzista che le istituzioni governative vanno rafforzando di giorno in giorno e che il decreto del Ministro dell’Interno aggraverebbe, se promulgato, in modo ulteriore.

 

[1]          http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-08-22/stretta-migranti—ecco-nuove-regole-bozza-decreto-salvini-220721.shtml?uuid=AEIo5odF

[2]          http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/357-diritti-on-line-il-toolkit-lasciatecientrare-per-l-iscrizione-anagrafica-di-stranieri-richiedenti-asilo-e-beneficiari-di-protezione-internazionale-una-guida-pratica-contro-discriminazioni-e-burocrazia

[3]          https://www.asgi.it/notizie/revoca-accoglienza-napoli/;https://altreconomia.it/accoglienza-bandi-prefetture/.

[4]           https://www.facebook.com/events/242142176503442/?notif_t=plan_user_invited&notif_id=1535196311399675

FONTE ARTICOLO21.ORG

La cosa più disarmante di tutta la vicenda della nave Diciotti è stato il quotidiano tentativo di rassicurare tutti sulle condizioni dei migranti costretti a restare a bordo. “Stanno tutti bene” ci hanno ripetuto ogni giorno, come in un ossessivo bollettino medico che pretendeva di mostrare l’umanità di chi impediva a quelle persone di scendere dalla nave. “Stanno tutti bene” ci hanno detto ogni giorno, fino all’ultimo giorno, anche dopo che lo sbarco, finalmente, è stato ultimato. Ce lo hanno detto imbarazzati parlamentari cinque stelle, ce lo ha ripetuto il ministro della paura, lo hanno recitato come un mantra i seguaci della linea “pugnodiferro” del ministro papà.

A vicenda conclusa, il Presidente del Consiglio ha scritto, tra l’altro, che: “abbiamo prestato loro continua assistenza sanitaria e fornito tutto il vitto necessario”. Ma a che serve questa nuova, paradossale versione di “buonismo” che dichiara di voler preservare il benessere di quegli uomini, donne e bambini seppure usati come ostaggi e lasciati per giorni sul ponte della nave della Guardia Costiera?

Le parole hanno sempre un senso. I messaggi che le parole rimandano contengono la sintesi di una progettualità politica, la stessa che il ministro della paura poco tempo fa chiamava “la retorica della tortura” e in un filmato, autoprodotto senza alcuna mediazione giornalistica, mostrava il modello “innocuo” di un centro di detenzione in Libia. La stessa logica che ha spinto il ministro della paura a chiamare “illegali” quei naufraghi a bordo del pattugliatore Diciotti, che, ad onor del vero, se gli fosse stato consentito chiedere asilo, avremmo scoperto che ne avevano formalmente diritto. Non esiste un migrante “illegale”, neanche se entra in modo irregolare in Italia può essere definito “illegale”. E in questo specifico caso, ovvero eritrei e somali, sono rifugiati, in fuga da una dittatura sanguinaria, dalla guerra, rifugiati altro che “illegali”.

“Stanno tutti bene”, ma quale tortura, ma quale sequestro, quale ricatto. Si ripete come un mantra quel messaggio rassicurante per negare l’evidenza, ed è maledettamente simile nel significato a quelle rassicuranti fotografie di altri sequestri quelle con il quotidiano del giorno che mostrava l’esistenza in vita del sequestrato e ribadiva la necessità di pagare il riscatto, ottenere il risultato. Un ricatto, certo, un ricatto all’Europa. È stato scritto con grande evidenza in questi giorni, un ricatto perpetrato dalle istituzioni che hanno dimenticato di aver giurato sulla costituzione.

Le parole hanno sempre un senso. Il vicepremier Di Maio dice che quelle del ministro della paura sono scelte politiche condivise da tutto il governo e non sono in contraddizione con il “contratto di governo”. La politica viene prima del diritto, dunque, prima della costituzione? Dice in tv Giulia Bongiorno, ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione: “se c’è una limitazione della libertà che in astratto può sembrare un sequestro, se viene posta in essere per adempiere un dovere, è come si scriminasse il reato. Il ministro Salvini in questo momento sta adempiendo al suo dovere di Ministro, e lo sta esercitando con delle scelte politiche, che possono non essere condivise, ma sono scelte di un ministro”.

Il professore ordinario di diritto costituzionale Roberto Bin le risponde che questo pensiero è fascismo: “Lo avrebbe potuto esprimere qualche tirapiedi di Mussolini, non già un ministro della Repubblica italiana, che ha giurato fedeltà alla Costituzione nelle mani del Presidente della Repubblica. Perché la Costituzione è stata scritta proprio per questo, per mettere un argine al potere politico, imbrigliarlo in regole, procedure e limiti che servono a proteggere i nostri diritti e le nostre libertà. Il ministro che compie le sue scelte lo può e lo deve fare nell’ambito della Costituzione e delle leggi dello Stato. “In astratto può sembrare un sequestro di persona”: è un’affermazione gravissima, tanto più in bocca a un ministro e tanto più se il ministro è una donna di legge che, si deve ritenere, non parla a vanvera.”

...continua a leggere "Nave Diciotti. “Stanno tutti bene”, ma quale tortura, ma quale sequestro, quale ricatto…"

di Alessandra Daniele che ringraziamo

Ogni mattina Salvini si sveglia, e sa di dover twittare una stronzata più grossa di quella del giorno prima, ridicolizzando Di Maio.
Ogni mattina Di Maio non si sveglia.
Per più d’un decennio, il Movimento 5 Stelle s’è spacciato come argine al fascismo.
Alla prima occasione, gli ha consegnato il governo.
“O noi, o i fascisti” è diventato “Noi fascisti”.
Per più d’un decennio, il Movimento 5 Stelle s’è spacciato come antidoto alla politica clientelare.
Alla prima occasione, s’è dimostrato un comitato d’affari manovrato da faccendieri, legulei e palazzinari, nel quale gli eletti servono solo da stolido paravento.
Il Movimento 5 Stelle è la peggiore truffa dopo lo schema piramidale Ponzi, ma gli italiani ci metteranno un po’ ad accorgersene.
Per adesso sono distratti dal capro espiatorio della settimana. I Rom.
Dire che i Rom siano un bersaglio facile è un eufemismo.
Una manciata di superstiti, emarginati, perseguitati e sterminati da tutti i regimi della Storia, e che non riuscirebbero materialmente a rendersi colpevoli di tutti i crimini di cui vengono accusati nemmeno se avessero i superpoteri.
Questa settimana il Cazzaro dell’Interno li ha sfruttati per distrarre gli elettori italiani dal DEF, Documento di programmazione economica e finanziaria col quale Tria, ministro dell’Economia di Forza Italia, in collaborazione col predecessore Padoan del PD, e in ottemperanza alle direttive UE, s’è rimangiato tutte le mirabolanti promesse di elargizioni, sgravi e regalie con le quali la banda Grilloverde è arrivata al governo.
Mentre gli italiani venivano incitati a sfogare vigliaccamente tutta la loro rabbia contro il solito nemico immaginario, tornavano a essere realmente fottuti per l’ennesima volta dal branco di Cazzari che hanno incautamente eletto il 4 marzo.
Gli italiani che pretendono il censimento etnico dei Rom, presunti ladri su base genetica, hanno già i nomi di chi davvero li sta sistematicamente derubando di tutto, compresa la loro anima. Li conoscono, li acclamano, li votano.
L’odio però è una droga, ce ne vuole una dose sempre maggiore, perciò Salvini ha aggiunto ai Rom un altro paio di bersagli, Roberto Saviano, e un’altra nave di soccorso ONG – che il farsesco Toninelli ha definito “pirata” – nella speranza di replicare il successo mediatico dell’Aquarius.
Più di 400 dei profughi a bordo dell’Aquarius ci erano stati trasferiti dalle motovedette della Guardia Costiera italiana.
L’Aquarius è stata caricata come una pistola per sparare nel cervello dell’elettorato italiano un messaggio preciso: “Salvini protegge i confini”. “Salvini è l’eroe che ferma l’Uomo Nero, e ti salva dall’invasione”.
Assicurerà alle milizie libiche che i finanziamenti per i lager erogati da Marco Minniti continueranno ad arrivare.
Poi si accrediterà il merito del calo degli sbarchi dell’80% che è già in atto da un anno.
Salvini è come quei criminali imitatori che cercano di farsi attribuire gli omicidi commessi dal loro serial killer preferito.

“Chi controlla la percezione della realtà, controlla la realtà” – Philip K. Dick
È per questo che la democrazia non può più funzionare. Può solo riprodurre in loop lo stesso errore di sistema all’infinito.
Ogni mattina Salvini si sveglia, e sa di dover twittare una stronzata più grossa di quella del giorno prima.
Il governo Grilloverde è uno schema piramidale, ma gli italiani ci metteranno un po’ ad ammetterlo.
Per adesso sono nella fase del rifiuto.
Poi verranno mercato, ira, depressione, accettazione.
E poi un’altra truffa piramidale.

 

Abbiamo un Ministro che ha sacrificato alla propaganda, con amabile crudeltà, centinaia di persone , lasciandole in mare in balia delle onde per giorni, fino a quando la nave Aquarius non è stata accolta nel porto di Valencia.
Con la stessa indifferenza alle sofferenze di uomini, donne e minori ora il Ministro lascia in mezzo al mare, sulla nave Lifeline, oltre 200 migranti e altri ancora su di una nave portacontainer. L'immagine di una Italia crudele e disumana si va diffondendo a livello internazionale e questo lo pagheremo con l'isolamento diplomatico, con danni che si ripercuoteranno in campi diversi, nel tempo.
Le picconate ai sistemi di relazioni con diversi paesi europei porteranno Germania Francia e Spagna a giocare nuove alleanze versus l'Italia che al massimo potrà "allearsi" con l'Ungheria di Orban o i paesi del Gruppo di Visegràd.
Come ci si può fidare, come persona, di un Ministro che gioca sulla pelle di umani con totale cinismo, come se queste centinaia di persone fossero le biglie da sacrificare in questa escalation di violenza e di disumanizzazione ? Nei suoi comportamenti il Ministro appare come una persona disturbata che fa tanta più paura in ragione dell'incarico di responsabilità che si trova ricoprire .
Se leggiamo le dichiarazioni in merito ai salvataggi di oggi:
"...Sono stati soccorsi dalla Guardia costiera libica i circa mille migranti che erano oggi alla deriva su sette gommoni al largo della Libia. Lo rende noto il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. "Ringrazio di cuore, da ministro e da papà, le autorità e la Guardia Costiera Libica che oggi hanno salvato e riportato in Libia 820 immigrati, rendendo vano il 'lavoro' degli scafisti ed evitando interventi scorretti delle navi delle Ong" (Ansa.it) , ha detto il vicepremier.
Una dichiarazione agghiacciante e meschina: nessuno ignora che questi naufraghi verranno riportati nei lager dove sono stati imprigionati e poi fatti partire. Quali autorità libiche ringrazia Salvini, quelle di Tripoli ? O gli scafisti convertiti in carcerieri ? Il gioco terribile di spingere in mare con la violenza i migranti su gommoni di carta velina che naufragano dopo poche miglia e il relativo "salvataggio", quando viene fatto, da parte della Guardia Costiera libica, pare essere il set di una tragica sceneggiatura che verrà poi fatturata all'Italia con richieste di enormi risorse... Turchia Docet . Nel frattempo il personaggio in questione propone censimenti etnici per i rom e interviene a sproposito sui vaccini ...
Questo personaggio è stato eletto con il 17,7% dei voti e ora ha un peso spropositato nel governo anche per la dabbennaggine dei 5 stelle che lo lasciano fare...
Questo propagandista di destra, pronto a giocare sulla pelle di uomini donne e bambini inermi per mostrare il pugno forte di uno sgangherato nazionalismo isolazionista è ora l'inquietante inquilino del Viminale: non c'è da essere tranquilli.

Gino Rubini, editor di Onde Corte

di Alessandra Daniele che ringraziamo

“Questo è un governo Salvini, che farà di Di Maio il suo Alfano” – Vittorio Sgarbi

There can be only one. Ci può essere soltanto un Re Sòla, e Salvini lo sa bene. Sfruttando come sempre il fascismo endemico degli italiani, la paranoia, l’odio razziale, la patetica predilezione per l’Uomo Sòla al Comando, dopotutto sta avendo davvero gioco facile ad arrogarsi il trono, riducendo Di Maio al ruolo di velino, e i suoi toninelli penduli ad utili idioti della Lega. Conte ovviamente non è neanche in gara. Conte è un calzino.
In realtà Minniti aveva già ridotto gli sbarchi di profughi dell’80% finanziando i lager libici, e ha sulla coscienza finora molti, ma molti più migranti di quanti non ne abbia il suo petulante successore padano, ma come ha detto lo stesso Di Maio, i dati non contano, conta la percezione. Salvini è più bravo ad atteggiarsi a Difensore della Razza Bianca, quindi il popolo acclama lui.
Il M5S ha già perduto qualsiasi identità e dignità, il governo è di fatto un monocolore leghista. Una Mat-teocrazia.
Déjà vu, niente di nuovo sotto il Sòla. Periodicamente gli italiani s’invaghiscono d’un Cazzaro. La reincarnazione farsesca di Mussolini, già tragicamente farsesco di suo.
Saivini è l’erede diretto di Craxi, Berlusconi e Renzi, e il fatto che sia arrivato al potere anche grazie a Beppe Grillo è una nemesi beffarda.
Il vaffanculo è stato un boomerang.
Come ho già detto, non ho voglia di ricordare agli elettori grillini di sinistra la loro idiozia, anche perché in questi giorni tutto gliela ricorda continuamente. E non ho molta voglia neanche d’insultare Salvini, benché se lo meriti. Salvini non è più stronzo di Minniti o Macron, ci tiene a sembrarlo perché gli frutta voti. Non gli manifesterò contro accanto ai renziani, che ora sventolano la carta costituzionale che volevano rottamare. In mano a loro la Costruzione dovrebbe prendere fuoco come una Bibbia in mano a un vampiro.
Salvini non è la causa, è l’effetto.
E anche Salvini cadrà, come tutti i suoi predecessori. Travolto dalla sua stessa vanagloria, dalla sete di potere, dall’invidia vendicativa dei suoi vassalli, dalle manovre occulte dei suoi sponsor, dallo spread, forse dagli scandali, e sicuramente dalle promesse impossibili da mantenere.
E dopo quasi certamente arriverà un altro tetro curatore fallimentare. Un altro repossessore.
Memento Monti.
Stavolta cosa resterà di questo paese tragicamente farsesco?
Impareranno mai gli italiani a non affidarsi ogni volta a un arrogante cazzaro, il cui inevitabile fallimento dia la scusa ai nostri veri padroni di stringere ulteriormente il guinzaglio attorno al nostro collo?
Non ci resta che sperare che lo scioglimento dei ghiacciai alzi il livello del mare abbastanza da trasformare l’Italia in un arcipelago di isolotti indipendenti.
Dobbiamo augurarci la dissoluzione dello Stato italiano, non solo marxiana, ma proprio fisica.
Siamo un popolo di inutili idioti.
L’effetto serra è la nostra unica speranza.

 FONTE ASGI

Il comportamento del governo italiano nella vicenda Aquarius è gravissimo e l’intervento della Spagna non solleva l’Italia dalle sue responsabilità.  ASGI lancia l’allarme sul possibile imminente ripetersi di episodi analoghi.


English version


Mentre scriviamo ancora non è definitivamente conclusa la vicenda della nave Aquarius, che ci auguriamo possa trovare felice esito anche grazie all’intervento delle autorità spagnole e, comunque, oltre la gestione che ha avuto da parte del Governo italiano.

La scelta di solidarietà  fatta dal Governo spagnolo di fornire assistenza materiale e giuridica ai naufraghi salvati dalla nave Aquarius, infatti, non deve oscurare la gravi responsabilità del governo italiano nella conduzione complessiva di tutte le operazioni.

Va infatti ricordato che le operazioni di soccorso sono partite su impulso di un SOS diramato dall’MRCC (Comando generale del Corpo della Capitanerie di Porto) di Roma e che pertanto, in base al diritto internazionale – l’Italia è sempre stato il Paese giuridicamente responsabile del coordinamento dei soccorsi.

Solo in questo senso possono essere lette le principali Convenzioni internazionali pertinenti in materia e, tra esse:

 

– la Convenzione sulla salvaguardia della vita umana in mare (Convenzione SOLAS, firmata a Londra nel 1974 e ratificata dall’Italia con L. 313/1980);
– la Convenzione internazionale sulla ricerca ed il soccorso in mare (Convenzione SAR, firmata ad Amburgo nel 1979 e ratificata dall’Italia con L. 147/1989, da cui il Regolamento di attuazione D.P.R. 662/1994;
– la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Convenzione CNUDM o UNCLOS, adottata a Montegobay nel 1982 e ratificata dall’Italia con L. 689/1994)

Fino al momento nel quale la Spagna non ha annunciato il suo intervento per ragioni umanitarie il centro di coordinamento dei soccorso italiano, competente e responsabile degli stessi, ha continuato a non indicare alcuna destinazione alla barca Aquarius, rendendosi completamente inadempiente verso precisi obblighi indicati dal diritto internazionale ed interno e ponendo a rischio la vita di centinaia di persone.

La situazione di pericolo e di estrema difficoltà, in cui si trovavano e si trovano tutt’ora i migranti, oltre ai membri dell’equipaggio, integra senza dubbio una situazione di pericolo che non fa ritenere legittima alcuna limitazione all’approdo in un porto italiano. Nel caso di specie doveva, infatti, immediatamente trovare applicazione l’art. 18, par. 2 della Convenzione UNCLOS, la quale prevede che lo Stato costiero non può invocare una violazione del diritto di passaggio inoffensivo né obbligare la nave straniera a riprendere il largo. Conseguentemente, lo Stato costiero, nel cui mare territoriale, o nelle vicinanze del quale, si trovi una nave in una situazione di pericolo è, infatti, il titolare primario dell’obbligo di portare soccorso ed è responsabile della conclusione del salvataggio. La nave che si trova quindi in una situazione di pericolo implicante una minaccia per la vita delle persone a bordo, qualsiasi sia lo status di questi passeggeri, gode di un “diritto” di accesso al porto.

...continua a leggere "ASGI : Gravi responsabilità dell’Italia nella vicenda Aquarius"

"Evidentemente alzare garbatamente la voce paga, cosa che l'Italia e il governo italiano non faceva da tempo immemore, da diversi anni". Così Matteo Salvini, ministro dell’Interno e segretario della Lega al termine del consiglio federale del partito in via Bellerio a Milano, commenta l'evoluzione del 'caso Aquarius', la nave con oltre 600 migranti che ora sarà accolta dalla Spagna. Salvini, parlando di un "primo segnale" per un'Italia che sul fronte dell'accoglienza "non può fare da sola", esprime "grande soddisfazione da vice premier, come ministro e come papà per come si va risolvendo" la questione dei migranti presenti su Aquarius, "questo ennesimo barcone, ennesimi soldi che escono dalle nostre tasche".
FONTE YAHOO NOTIZIE
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Commento

Questo personaggio rozzo e ignorante pensa di fare l'interesse dell'Italia "alzando la voce". Non ha la più pallida idea dei feedback negativi che il suo comportamento da gradasso produrrà nella politica internazionale. L'isolamento che subirà l'Italia sarà molto più costoso dell'accoglienza dei 600 migranti. La disumanità, l'immagine di un paese imbarbarito e plebeo le pagheremo in molti campi, da quello diplomatico a quello turistico commerciale. Il danno d'immagine dell'Italia dopo i fatti di oggi sono enormi, ma il ministro degli interni che si comporta come un bullo di periferia non ne ha la minima percezione. Queste sono le mani in cui siamo. Si sveglieranno gli elettori che hanno votato per protesta il M5S ?

 

Nel mese di marzo 1983, il presidente socialista François Mitterand, dopo il fallimento del piano economico keynesiano di rilancio, ha deciso di intraprendere una politica dell'offerta: meno vincoli sulle aziende e "moderazione salariale". Nella stessa logica di "désinflation compétitive", Mitterand ha appoggiato la scelta europeista di Jacques Delors, allora ministro francese delle Finanze, di accelerare l'integrazione europea: l'Atto Unico togliendo i dazi fu firmato a Milano nell'estate 1985. Da allora, si potrebbe affermare che, per i socialisti francesi, il progetto appunto socialista, fosse stato sostituito dal progetto europeo, e mai più ripristinato nei fatti. La contemporaneità e la complementarietà delle due decisioni strategiche è rimasta nell'immaginario francese. Assieme all'affermazione di una economia globalizzata e finanziarizzata, ai mutamenti sociali e culturali cosi generati e al progredire di una costruzione europea liberista, la coerenza di questa scelta da parte del partito socialista francese durante 35 anni non è stata però accompagnata di un aggiornamento esplicito come la Terza Via del NewLabour di Tony Blair o il Nuovo Centro della SPD di Gehrard Schroeder. Peggio: il vecchio blocco sociale di sinistra si è progressivamente sbricciolato a favore delle destre e dell'estrema destra, senza che l'aggregazione dei nuovi ceti medi agiati attorno ai diritti civili, a un ambientalismo moralistico e precisamente a presunti "valori democratici europei" possano contrastare con efficacio la defezione dei ceti popolari verso le destre e soprattutto l'astenzione.

Dal referendum del 1992, mentre già i ceti popolari hanno votato contro il Trattato di Maastricht, a quello del 2005, quando si sono aggiunte parti dei ceti medi contro il progetto di Trattato Costituzionale Europeo, molti elettori francesi hanno mostrato sfiducia nei confronti della costruzione europea.
Oggi, i limiti alla sovranità nazionale ripetuti in tante occasioni, dalla Grecia 2015 all'Italia 2018, contribuiscono alla diffidenza ancora diffusa in Francia. Dal "bisogna rispettare prima di tutto gli accordi firmati" (da precedenti governi) per Wofgang Schaeuble al "pilota automatico" di Mario Draghi, che corregge da se la rotta finanziaria ed economica, numerose sono le richiamate alla precedenza delle regole europee su quelle costituzionai e sul voto dei cittadini. Certo, quando c'era un deal tra costruzione europea e interessi economici della maggior parte della popolazione come negli anni 2000 (deal pericolo, come si è visto in Europa del Sud), lo scambio poteva sembrare vincente-vincente, ma oggi, quando l''"austerità espansiva" (tanto elogiata per esempio nel caso complesso della Spagna) vede l'espansione approfitare solo a una minoranza della popolazione e quando la vecchia teoria liberista dello sgocciolamento (dall'alto verso il basso) sembra più che mai una bugia, lo scambio appare ai più come una truffa. Ovviamente con conseguenze diverse secondo i Paesi e secondo i momenti.
Nella stampa mainstream e non solo in Francia, l'opposizione chiusura nazionale versus apertura europea è diventata un topos, uno schema ripetuto e spesso non più discusso. Ma allo stesso tempo sono in molti quelli che avvertono però che, nonostante la riduzione degli spazi di dibattito e la crescita dell'astensione, il livello nazionale rimane quasi l'unica area ampia di democrazia, mentre il livello europeo (comunitario o intergovernativo che sia) si afferma come in realtà ristretto, opaco ed permeabile solo alle grandi lobbies.

...continua a leggere "Sovranismo versus globalismo? Chiusura/apertura & altri schemi manichei di ordinaria diffusione."

 

FONTE FACEBOOK.COM

Destra, sinistra e nuove categorie
LA DISUGUAGLIANZA HA MILLE FACCE
Nadia Urbinati

Il segno più eclatante delle ultime consultazioni elettorali è stato da molti analisti sintetizzato così: la sinistra vince in centro e perde nelle periferie, dove vince il populismo nazionalistico o il gentismo anti-partitico. Il fenomeno non è solo italiano. Si è verificato con l’elezione di Trump, con Brexit e con l’arrivo di Macron all’Eliseo. Viene esaminato in relazione con la crescita delle diseguaglianze che hanno mutato la fisionomia del popolo sovrano, dividendolo in nuovi patrizi e nuova plebe. Per la prima volta da quando la democrazia è rinata, dopo la seconda guerra mondiale, l’andamento delle relazioni tra classi e forze politiche ha subito un mutamento profondo che cambia il significato dei termini “destra” e “sinistra”. Se fino agli anni ’ 80 il voto ai partiti di sinistra o centrosinistra era associato a basso tenore di vita, meno cultura e minor reddito, dalla fine del secolo si è sempre più associato alle élite con alta educazione e buoni redditi.

...continua a leggere "LA DISUGUAGLIANZA HA MILLE FACCE di Nadia Urbinati"

Dopo le pressioni della chiesa polacca, il partito di maggioranza conservatore ha messo in calendario l’estensione del divieto all’interruzione della gravidanza. Le donne polacche hanno ripreso la mobilitazione in tutto il paese e lanciato l’appello al movimento femminista globale

In Polonia torna la protesta delle “grucce”. Dopo la black monday protest che paralizzò il paese lo scorso 3 ottobre del 2016 con il primo sciopero delle donne contro il divieto di aborto si diede il via ad una lunga serie di mobilitazioni e scioperi che di fatto bloccò qualsiasi iniziativa restrittiva agita da parte della maggioranza governativa di estrema destra. Lo scorso 14 marzo la Conferenza Episcopale ha riaperto lo scontro, esortando ufficialmente i legislatori polacchi a procedere immediatamente verso il divieto di aborto nei casi di gravi malformazioni fetali.

...continua a leggere "In Polonia le donne tornano in piazza per l’aborto legale"

Fonte Primaonline

Riccardo Luna sta indagando su chi in Italia ha usato i servizi dì Cambridge Analytica e dice di essere “vicino alla soluzione”. Intanto ha fatto interessanti ricostruzioni su vecchi e nuovi protagonisti degli studi delle
Dinamiche Comportamentali che hanno l’obiettivo di studiare il funzionamento dei comportamenti di massa e come manipolarli.
Pubblichiamo qui di seguito il pezzo di Riccardo Luna uscito sull’Agi, di cui è direttore.

Il 17 marzo  Facebook ha deciso di oscurare sulla sua piattaforma Cambridge Analytica , la società dati britannica che ha aiutato il presidente Donald Trump durante le elezioni del 2016. La decisione e’ stata presa dopo gli articoli pubblicati sul New York Times e sul Guardian che raccontano della piu grande fuga di dati nella storia di Facebook che ha permesso a  Cambridge Analytica di sviluppare tecniche che hanno costituito la base del suo lavoro sulla campagna presidenziale di Donald Trump nel 2016.

L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE PRIMAONLINE

 

 

Nella notte in cui il PD affonda, Renzi è riuscito nel capolavoro di portare alla vittoria Pier Ferdinando Casini, democristiano DOC, contro Vasco Errani purosangue del riformismo emiliano. Casini che si è fatto fotografare in una casa del popolo avendo alle spalle le foto di Togliatti, Di Vittorio, Gramsci, Matteotti e al collo la sciarpa del Bologna: si potrebbe dire uno che ha la faccia come il c…ma nonostante il tetragono popolo del PD bolognese ha obbedito, votando come da ordini superiori Casini primo con oltre il 30%.

Errani invece cha a pieno titolo incarnava una continuità di buon governo attento anche alle classi subalterne, seppure sempre più tenue passando gli anni, si è fermato sotto il 10%.

Nel mezzo tra Errani e Casini si collocano la candidata del centrodestra Elisabetta Brunelli al 28%, e quella dei cinque stelle Michela Montevecchi attorno al 25%. Come dire: la ciliegina sulla torta. Forse i dirigenti del PD non se ne sono accorti ma c’è una paradossale perversione e una oscuratezza della ragione nella scelta di Casini come alfiere del riformismo nel corso del tempo prima socialista e comunista, quindi democratico, intessuto di cooperative, case del popolo, camere del lavoro, sindacati, movimenti più o meno di massa cui Pier Ferdinando è del tutto estraneo se non spesso ostile come qualunque bolognese sa e ricorda.

Questa scelta certifica in modo simbolico e insieme eclatante la vera e propria mutazione genetica del PD ormai compiuta che ha sciolto qualunque, sia pur vago, legame con le classi subalterne, per diventare compiutamente un partito coerente con gli interessi delle classi dominanti nella forma che già fu propria della Democrazia Cristiana. Soltanto che i modi dell’organizzazione capitalista sono nel frattempo cambiati in profondità e del PD per quanto succube alle logiche del mercato non sembra esserci gran bisogno per il governo in funzione del profitto.

Non a caso nell’intera Emilia Romagna collegio dopo collegio i candidati del PD sono in bilico o perdono, anche pezzi da novanta come il ministro Franceschini a Ferrara sconfitto dall’illustre sconosciuta Maura Tomasi candidata dal centrodestra. Lo stesso accade a Rimini o a Piacenza, e complessivamente in tutta l’Emilia il centrodestra ottiene più voti del centrosinistra, con la Lega che ovunque supera Forza Italia arrivando attorno al 20%. Un risultato ben oltre le previsioni di tutti gli osservatori. Insomma tra le tante cose che queste elezioni hanno fatto emergere, c’è anche la scomparsa dell’Emilia rossa, per circa un secolo o giù di lì fiore all’occhiello del riformismo progressista.

Se questo segni l’interruzione più o meno lunga oppure la fine di questa forma politica, è difficile dire. Certamente se ancora una dimensione di sinistra si vuole costruire nella società, ebbene bisognerà pensare un nuovo inizio, ricominciando da zero, nè più nè meno. Perchè come nel corso della notte ha detto una amica commentando i dati, “questa penso è una delle sconfitte più grandi che le menti più illuminate potessero darsi”.

FONTE FIOM.CGIL.IT 

 

 

Ecco a che punto siamo come pianeta nel 2018: dopo tutte le guerre, le rivoluzioni e i summit internazionali degli ultimi cento anni, viviamo in un mondo dove un gruppo minuscolo di individui incredibilmente ricchi può esercitare un controllo spropositato sulla vita economica e politica della comunità globale.

Nonostante sia difficile da capire, la verità è che le sei persone più ricche del mondo adesso possiedono più ricchezza della parte più povera della popolazione mondiale – 3,7 miliardi di persone. Inoltre, l’1% più benestante adesso ha più soldi del restante 99%. Nel frattempo, mentre i miliardari ostentano la loro ricchezza, quasi una persona su sette cerca di sopravvivere con meno di un dollaro e 25 al giorno e – orribile – circa 29.000 bambini muoiono ogni giorno per cause totalmente prevedibili come la diarrea, la malaria e la polmonite.

Al contempo, in tutto il mondo élite corrotte, oligarchi e monarchie anacronistiche spendono miliardi nelle stravaganze più assurde. […] In Medio Oriente, che vanta cinque dei dieci monarchi più ricchi al mondo, giovani reali fanno la bella vita in giro per il mondo mentre la regione soffre per il tasso di disoccupazione giovanile più alto del mondo e almeno 29 milioni di bambini vivono in povertà senza avere accesso ad alloggi decenti, acqua pulita e cibo nutriente. Inoltre, mentre centinaia di milioni di persone vivono in condizioni terribili, i mercanti d’armi diventano sempre più ricchi mentre i governi spendono migliaia di miliardi in armi.

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fonte nuovatlantide

di Raniero La Valle – 13 gennaio 2018

Nella campagna elettorale appena iniziata si pone un problema di verità, come si pose in occasione del recente referendum costituzionale. Si è dato per scontato, da giornalisti degli studi televisivi, col supporto del filosofo di studio, che “tutti” dicono bugie, perché la campagna elettorale sarebbe il luogo delle favole, non della realtà effettiva. Ma se “tutti” dicono bugie, non c’è ragione di sceglierne alcuno: dunque gettare il fango della menzogna su tutti i politici e su tutto il momento elettorale della politica, significa militare per l’antipolitica, stornare dal voto gli elettori di cui pure si lamenta l’astensione, incoraggiare i populismi e quindi in sostanza, ancora una volta licenziata la politica, conservare l’attuale dominio dei poteri qual è.
Non a caso la previsione-speranza che emerge da gran parte dei talk show televisivi è che, non potendosi dopo le elezioni mettere insieme una fiducia a un governo, resti a governare a tempo indeterminato (un precario in meno!) un governo senza fiducia, cioè in pratica quello che c’è.
Di questo deficit di verità, imputato ai politici, peraltro i giornalisti non sono esenti, anzi proprio per il loro ruolo molti di loro, nell’accanimento con cui cercano di promuovere uno e distruggere altri, sono gli officianti ministri della menzogna.
Per esempio è una bugia dire che tutti promettono di abbassare le tasse; non tutti lo fanno, e in ogni caso bisognerebbe spiegare che si parla di due cose diverse: una cosa è abbassare le imposte per tutti, e un’altra è abolire una tassa. Nel primo caso si tratta di togliere risorse alla fiscalità generale fino a promettere un’aliquota del 15 % per tutti, cosa impedita dalla sacrosanta progressività del sistema tributario, non a caso prevista dalla Costituzione all’art. 53 non nel titolo dei “rapporti economici” ma in quello dei “rapporti politici”, perché ne va della democrazia e della Repubblica; nel secondo caso si tratta di agire su una tassa di scopo, con cui si pagano dei servizi, che per altissimi motivi lo Stato può prendersi a carico, come fa per la sanità garantita a tutti i cittadini; sarebbe questo il caso dell’abolizione delle tasse universitarie per assicurare a tutti, ricchi o poveri che siano, il diritto allo studio fino ai gradi più alti.
Ma un problema di verità si pone anche quando l’ISTAT dà i numeri dell’aumento dell’occupazione, intendendo per occupazione anche un lavoro di un’ora alla settimana, e in realtà si sono perdute un miliardo e duecento milioni di ore lavorative; come c’è un problema di verità quando ci si gloria della riduzione dei flussi migratori, mentre in questo inizio di gennaio vi sono già quasi 200 migranti morti o dispersi nel Mediterraneo centrale, quando nell’intero mese di gennaio dell’anno scorso i morti furono 254.

FONTE INCHIESTAONLINE.IT

Dal Diario di Francesco Indovina dell’ 8 gennaio 2018: Giù le tasse. La sfrenata eccitazione dei politici

La campagna elettorale pare si stia organizzando al grido “giù le tasse”, niente di più populista. Chi non può essere d’accordo nel pagare meno tasse? Sulla base di questa banale ma anche insensata costatazione la campagna elettorale si gioca su chi la spara più grossa. Si si sa che sono promesse scritte sull’acqua, e se così non fosse sarebbero molto contenti quelli che più hanno e che meno avrebbero bisogno di pagare meno tasse.

Abbattimento dell’Irpef (aliquota unica) grida Berlusconi, ma anche, sempre lui, abbattimento dell’Ires (l’imposta sul reddito delle società)e ancora La flat-tax è la sintesi, a cui si accoda la Lega, ecc.

Di Maio non è da meno, promette drastica riduzione delle imposte a favore dell’impresa, semplificazione dell’Irpef (anche qui aliquota unica?), ecc.

Renzi non si tira indietro. Abolizione del canone Rai, e chi sa ancora cosa nelle prossime settimane.

...continua a leggere "Francesco Indovina: Perché è sbagliata la proposta di Liberi e Uguali di eliminare le tasse universitarie"

 

fonte workingclass.it

autopsy demparty

Un recente documento offre una bruciante autopsia delle elezioni 2016 – e propone un percorso per la riscossa.

 

Il Partito Democratico ha perso praticamente tutto il perdibile nel 2016, ma finora ha fornito solo espressioni di rammarico evasive e deboli scuse. Invece di prendere atto del pesante fallimento e dei madornali errori, i leaders del partito e i professionisti delle campagne elettorali si sono crogiolati in atteggiamenti di autocommiserazione e di sussiegosa indignazione. I veri colpevoli, hanno insistito, sono stati i vili Russi e l’odioso Donald Trump, che in combutta hanno violato il santuario della democrazia Americana e manomesso i risultati elettorali. Le indagini ufficiali sono tuttora in corso.

Mentre il paese attende il verdetto, una critica diversa e piuttosto provocatoria è stata formulata da un gruppo di attivisti orientati a sinistra, che indicano nello stesso Partito Democratico il responsabile di questa sconfitta epica. Il loro documento di 34 pagine “Un’autopsia: la crisi del partito Democratico” (https://democraticautopsy.org/) va letto più come una lucida messa in stato di accusa che come una diagnosi post-mortem.

E’ una fredda dissezione del perché i Democratici hanno così miserevolmente fallito, a un avvertimento che senza un cambiamento profondo, il partito resterà un perdente.

Leggendo i dettagli della critica, ho avuto l’impressione che probabilmente il partito ha avuto quello che si meritava nel 2016. Non voglio dire che Trump meritasse di vincere. In realtà, “Autopsia” menziona la campagna di Trump solo incidentalmente, e i Russi in un’unica occasione. La loro analisi propone la spiegazione che Trump sia diventato presidente principalmente perché la campagna dei democratici è stata inetta, malaccorta, autocompiaciuta e lontana dalla percezione degli orientamenti presenti nel paese.

Molti dettagli del rapporto erano già noti, almeno in parte. Ma le prove presentate in “Autopsy” hanno una forza e una efficacia molto maggiori. La task force che ha preparato questo documento critico era guidata dal giornalista ed esperto di critica dei media Norman Solomon, delegato alle Conventions democratiche nel 2008 e 2016; Karen Bernal, responsabile del Coordinamento Progressista del Partito Democratico della California; Pia Gallegos, storica avvocato e attivista nella difesa dei diritti civili nel New Mexico; e Sam McCann, uno specialista in comunicazione di New York esperto in giustizia internazionale. Gli estensori non supportano nessun candidato per il 2020, anche se ovviamente sono simpatizzanti di Bernie Sanders e della sua radicale agenda di riforme. Il loro obiettivo è in realtà quello di provocare un’esplicita resa dei conti nel Partito Democratico, fra l’establishment Clinton-Obama e la base, ferita e delusa.

L’establisment ha i soldi e il controllo del governo; i militanti di base la rabbia e le loro convinzioni forti. ...continua a leggere "Che cos’è che ha ammazzato il Partito Democratico? – William Greider, The Nation"

fonte Carmillaonline

Pubblicato il · in Schegge taglienti ·

di Alessandra Daniele

 

 

 

 

Nel 2018 cade il quarantennale dell’era Berlusconi, cominciata nel 1978 con l’acquisizione da parte di Fininvest e l’inaugurazione ufficiale di Tele Milano 58, che diventerà Canale 5 nel 1980, la prima pietra del piccolo impero mediatico-pubblicitario che frutterà al Canaro il titolo di Sua Emittenza.
Fra i personaggi di Tele Milano 58 fin dall’inizio Barbara d’Urso, Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Claudio Cecchetto, e Mike Bongiorno.
I veri ministri di Berlusconi.
Nel 1978 Beppe Grillo partecipava come comico alla sua prima edizione di Sanremo su Raiuno.

...continua a leggere "Il Cavaliere dell’Apocalisse"

FONTE   MovES

 

di Franco De Iacobis – MovES

 

Il voto di Ostia e quello siciliano vengono da lontano: sparare addosso alla politica, in quanto tale, è un gioco vecchio come il mondo e sortisce almeno due effetti sicuramente graditi al Potere.

Da un lato serve ad accentuare lo scollamento tra rappresentanti e rappresentati da una parte e SOPRATTUTTO DELEGITTIMARE, metodo tanto caro al neoliberismo che proprio a questo mirava ed è riuscito a centrare bene l’obiettivo.

Politica, argomenti, tesi, antitesi, sintesi: tutto mandato in malora da qualunquisti e destrorsi, uniti nel calunniare, vessare, insultare, in un tourbillon senza fine di chiacchiere da bar che hanno la sola funzione di distogliere l’attenzione dai problemi reali.
Infatti slogan come “basta immigrazione” o “meno tasse per tutti” ricordano Antonio Albanese in una sua parodia ben riuscita del politico colluso.

Mentre le disastrose politiche sul territorio, i tagli e l’incompetenza producono effetti tragici su ambiente ed occupazione, la politica si occupa di fabbricare slogan.

Ad Ostia, l’abbassamento del livello di guardia e vigilanza democratica ha prodotto effetti paradossali: l’anomalo bubbone di CasaPound rischia di esplodere tra le mano di chi ne ha consentito l’espandersi.

In tutto ciò, alla ricerca folle di una qualunque forma di governo, le varie forme di liberismo selvaggio si esercitano al redde rationem in una guerra tra bande che lascerà per terra solo i cadaveri degli aventi diritto al voto.

Con buona pace di chi non fa dell’antifascismo una discriminante, avremo guai peggiori di quelli affrontati finora. E le stelle (anzi, gli elettori) stanno a guardare.

fonte  Saluteinternazionale

Autore :  Gavino Maciocco

Avvicinandosi sempre di più la data delle elezioni, cresce l’ansia della ricerca del consenso.  Rimarranno come al solito in ombra le questioni che riguardano la vita delle persone e il futuro del paese, tra cui la più importante è la crescita delle diseguaglianze, anche nell’assistenza sanitaria, tra classi sociali e tra diverse aree del paese.  La sinistra e i sindacati si stanno rendendo complici di un disegno caro alla destra: la creazione di un pilastro assicurativo privato, di fatto alternativo al sistema sanitario pubblico, destinato a divenire una struttura residuale, a uso e consumo dei poveri e dei bisognosi.


Nell’editoriale di Repubblica di domenica 17 ottobre 2017, dal titolo “Renzi e la politica del neurologo”[1], Eugenio Scalfari si rivolge al segretario del PD dandogli dello psicopatico e invitandolo caldamente a curarsi.  Il motivo della severa e inusuale critica del fondatore di Repubblica, generalmente benevolo nei confronti dell’ex-premier, è il suo comportamento tenuto nella nota vicenda Bankitalia. Comportamento definito da Marco Meloni, deputato PD “un atto di teppismo parlamentare, che squassa l’equilibrio tra le istituzioni”[2].  “Per lucrare qualche migliaia di voti si distrugge un pezzo dello Stato”, commenta il costituzionalista Sabino Cassese[3]. Parere analogo quello di Ezio Mauro che scrive: “Più che la preoccupazione per la sicurezza di correntisti bancari e risparmiatori, nell’offensiva di Renzi contro il governatore di Bankitalia c’è un’evidente ansia da campagna elettorale”[4].

Purtroppo la cappa di ansia da campagna elettorale opprime l’Italia da alcuni mesi. A farne le spese soprattutto i migranti diventati improvvisamente “merce politica oltremodo appetibile, in un mercato dei partiti e dei leader stremato, asfittico, afasico; impossibilitati a essere soggetto politico in proprio, si trovano di colpo trasformati in oggetto della politica altrui, che vede qui, sui loro corpi reali e simbolici, le sue scorciatoie alla ricerca del consenso perduto”[5].

Stiamo assistendo semplicemente — e tragicamente — al contatto e all’incontro tra la domanda politica più spaventata e meno autonoma degli ultimi anni e un’offerta politica gregaria del senso comune dominante, opportunistica, indifferenziata. La prima – osserva E. Mauro – chiede tutela quasi soltanto attraverso l’esclusione, il respingimento, il “bando”, accontentandosi di non vedere il fenomeno purché le città che abita siano ripulite e i banditi finiscano altrove, non importa dove. L’altra asseconda gli istinti e rinuncia ai ragionamenti, sceneggiando prove di forza con i più deboli, alla ricerca di un lucro politico a breve, che mette fuori gioco ideali, storie, tradizioni, identità politiche, e cioè quella civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri che si vorrebbe difendere”[5].  Così abbiamo dovuto assistere all’indecente competizione tra chi gettava più fango addosso alle organizzazioni umanitarie che salvavano le vite nel Mediterraneo, al blocco degli sbarchi nei porti italiani,  alla negazione dei più elementari diritti, del diritto d’asilo a quanti, costretti  alla fuga dalla guerra e dalla fame, non sono messi in condizione di raggiungere i paesi dove questo diritto possa essere esercitato, al rinvio sine die della legge sulla cittadinanza, detta Ius Soli (vedi Se il sentimento umanitario finisse in minoranza).

...continua a leggere "Psicopatologia della politica"

E' uscito il numero 98 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n98-s.pdf

In questo numero:

28 e 30 settembre: le donne si riprendono la piazza

“Il Movimento 5 Stelle? Centrista e non estremista”
La politologa Nadia Urbinati a Lumsanews
di Christian Dalenz

La CGIL e il referendum per la "Autonomia" della Lombardia

L’apocalisse dei socialdemocratici. La Linke cresce, Berlino est è sua
di Jacopo Rosatelli

Ken Loach: «Sto con Corbyn, rifonderà la sinistra»
di Luigi Ippolito

Arnaldo Otegi: “la sinistra non può avere dubbi sul referendum catalano”
di Andrea Quaranta

Buona lettura e diffondete!

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Referendum "autonomista" in Lombardia, federalismo fiscale, regionalismo.
Milano 24 luglio 2017. Interessante seminario di Articolo 1 Lombardia con una introduzione di Onorio Rosati sull'iter del referendum, del prof. Alessandro Santoro sul cosiddetto federalismo fiscale e della prof.essa Maria Agostina Cabiddu sugli aspetti costituzionali e giuridici. Molto utile per orientarsi in vista della data del 22 ottobre quando in Lombardia e Veneto ci sarà il referendum...
http://www.puntorosso.it/seminari.html

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SEGNALIAMO LA NASCITA DI STRISCIAROSSA.IT, UN SITO DELLA SINISTRA CUI COLLABORANO PRESTIGIOSE FIRME DEL DEFUNTO QUOTIDIANO L'UNITA' "KILLERATO " DALL'ATTUALE DIRIGENZA PD (EDITOR ONDE CORTE )

Autore dell'articolo Paolo Soldini

fonte strisciarossa.it

Berlino, in questo scorcio d’estate, è come il salotto di casa: accogliente, comodo, prevedibile, benevolmente consueto. Il 24 settembre è vicinissimo, ma la campagna elettorale vivacchia sotto traccia. La sobrietà dei grandi partiti tedeschi, d’altronde, è proverbiale: qualche manifesto di candidati appeso ai lampioni o appiccicato alle colonnine della pubblicità (non sui muri, per carità!), qualche manifestazione pubblica, preferibilmente al chiuso, su cui le tv di stato riferiranno con esemplare imparzialità, qualche ragionato endorsement sui giornali. Se fosse un film, questa campagna, sarebbe noioso come tutti quelli il cui finale si intuisce dall’inizio. Mancano i cattivi. O meglio ci sono ma fanno le comparse: rumorosi, fastidiosi, ma mai al centro della scena. I fascistoidi di Alternative für Deutschland (chiamiamo le cose col loro nome) hanno avuto i loro exploits e in una elezione regionale nel lontano e negletto Meclemburgo hanno pure sorpassato la Cdu. Hanno inquietato un po’ tutti, ma è acqua passata. Oggi la loro capa Frauke Petry non è più la Marine Le Pen dei tedeschi: d’altronde non ha mai avuto la verve demagogica della francese. E poi s’è visto che fine ha fatto l’originale. Quelli di AfD hanno avuto il loro momento d’oro quando al comando c’era l’economista Bernd Lucke, il quale predicava l’uscita dall’euro ed altre eresie con l’aria di uno che comunque se ne intende e anche per questo incassava la simpatia di una parte del mondo industriale più aggressivamente nazional-egoista. La signora Petry invece è un’estremista pura e dura che non parla d’economia, cavalca le paure dell’immigrazione e della “islamizzazione”e tiene nel suo partito loschi figuri che vorrebbero demolire i monumenti all’Olocausto e cocotteggiano con i neonazisti. AfD prenderà l’8-9% dei voti, dicono i sondaggi. È molto, è troppo, ma non servirà a nulla, se non a segnalare che anche in Germania come in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale c’è uno zoccolo di elettori esposti alla demagogia più primitiva. Ci sono ma, come succede in Francia, nei Paesi Bassi, in Belgio e non (purtroppo) in Italia, non entrano nel gioco del potere. Nessuno li corteggia, nessuno li insegue: restano lì a segnalare disagi, fallimenti della politica, rovine della cultura popolare. Materia per i sociologi.
L’insidia che si nasconde sotto le acque chete di questa campagna tedesca è, semmai, un’altra. Se un cattivo c’è è la FDP, il partito liberale, che si è risollevato dal baratro in cui era caduto quattro anni fa, quando nella costernazione generale mancò la soglia per entrare nel Bundestag. Stavolta i liberali entreranno, ristabilendo la classica costellazione parlamentare della Germania. Ma sotto la guida del giovane e spregiudicato presidente Christian Lindner la FDP ha cambiato pelle. Dire che è diventato un partito antieuropeo forse sarebbe troppo, ma certo s’è allontanato parecchio dalla tradizione dei grandi liberali europeisti, i Genscher, gli Scheel, i Lambsdorff. Nell’alleanza di governo con la CDU, tra il 2009 e il 2013, fu l’ispiratore più coerente della politica di austerity che la Germania impose a Bruxelles, con tutti i guai che ne derivarono. E da allora le posizioni della FDP, che si è fissata come specifico compito quello di recuperare, inseguendoli, i voti “antieuropei” scivolati su AfD, si sono ulteriormente irrigidite. Al punto da giudicare troppo morbido verso i paesi dal debito alto perfino il durissimo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. Insomma, dietro l’anima nera dell’austerity ultraliberista made in Germany si profilano anime ancor più nere.

L'ARTICOLO SEGUE ALLA FONTE SU STRISCIAROSSA.IT

Luigi Manconi: Reato d’altruismo

Luigi Manconi | 4 agosto 2017 | Comments (0)

 

 

 

 

Diffondiamo da Il Manifesto del 4 agosto 2017

 

Reato umanitario: come capita non di rado, è stato il quotidiano «dei vescovi» a trovare la definizione più efficace, e moralmente e giuridicamente più intensa, per qualificare la colpevolizzazione delle Ong: e, nel caso specifico, della Jugend Rettet. Il che potrà indurre molti laici, anche solo per questa ragione, a schierarsi dalla parte della magistratura e dello Stato, quasi che gli orientamenti delle chiese e delle organizzazioni umanitarie fossero l’espressione di un profetismo antistatuale e anarcoide.

Altri, e io tra questi, vedono invece in quegli stessi orientamenti un’ispirazione, rigorosamente democratica e liberale, che si rifiuta di ricondurre l’agire umano e l’azione sociale nell’ambito esclusivo degli apparati istituzionali, delle loro norme e del loro ordine superiore.

È un’idea statolatrica, e tendenzialmente autoritaria, che i democratici e i garantisti non possono condividere.

Se gli appartenenti a Jugend Rettet o l’equipaggio della sua nave – ma il pm di Trapani ha parlato solo di «alcuni membri» – hanno commesso reati, vengano processati e, qualora riconosciuti colpevoli, condannati.

Ma finora, dai dati conosciuti e dalle stesse dichiarazioni della procura – avrebbero agito «non per denaro» ma per «motivi umanitari» – si tratterebbe solo ed esclusivamente della realizzazione di un «corridoio umanitario». Così ha suggerito Massimo Bordin nella sua rassegna stampa su Radio radicale.

E a me sembra proprio che di questo si tratti. Uno di quei rarissimi «corridoi umanitari» che possono consentire ingressi sicuri in un’Italia e in un’Europa, dove tutti gli accessi legali risultano ermeticamente serrati.

E, dunque, si può dire che – fatte salve l’indiscussa buona fede della magistratura e la necessità di attenderne le conclusioni – siamo in presenza, sul piano della pubblica opinione e del senso comune, di uno degli effetti della campagna di degradazione del ruolo e delle finalità delle organizzazioni non governative, in corso da mesi. E delle conseguenze di un processo – se possibile ancora più nocivo – di svilimento di alcune categorie fondamentali come quelle di salvataggio, soccorso, aiuto umanitario. Questo è il punto vero, il cuore della controversia in atto e la vera posta in gioco morale e giuridica. E, per ciò stesso, politica.

Dunque, e torniamo al punto di partenza, la falsa rappresentazione da cui guardarsi oggi è quella che vedrebbe uno schieramento, definito «estremismo umanitario», utopistico e velleitario (e tanto tanto naif), e, all’opposto, un fronte ispirato dal realismo politico e dalla geo-strategia, tutto concentrato sul calcolo del rapporto costi-benefici. Ma, a ben vedere, quest’ultimo mostra tutta la sua fragilità. Davvero qualcuno può credere che sia realistica e realizzabile l’ipotesi di chiudere i porti? E di attuare un «blocco navale» nel mare Mediterraneo?

Cosa c’è di più cupamente distopico dell’immaginare che la missione militare, appena approvata dal Parlamento italiano, possa essere efficace in un quadro segnato da un’instabilità oggi irreparabile, come quella del territorio libico e del suo mare?

Se considerato alla luce di questi interrogativi, il reato umanitario di cui si macchierebbero le Ong rappresenta davvero la riproposizione, dopo un secolo e mezzo, di quelle fattispecie penali che precedettero la formazione dello stato di diritto. Reati senza vittime e privi di quella offensività e materialità che sono i requisiti richiesti dal diritto contemporaneo: il vagabondaggio, l’anticlericalismo, il sovversivismo, la propaganda antimonarchica.

Di questi comportamenti, il reato di altruismo rappresenta una sorta di forma disinteressata («non per denaro») e ispirata dalla obbligazione sociale e da quel senso di reciprocità che fonda l’idea contemporanea di comunità e di cittadinanza.

FONTE  THESUBMARINE.IT 

Dopo l’inchiesta di Trapani contro Jugend Rettet, il discorso pubblico su questo tema è definitivamente deragliato.

“Ormai le Ong rischiano di cambiare significato. Non per colpa loro, ma di chi intende ri-definirle. Con intenti (anti)politici strumentali.” Così scriveva ieri su Repubblica Ilvo Diamanti, presentando un sondaggio Demos-Coop da cui risulta che soltanto il 26% della popolazione esprime una valutazione positiva sulle Ong che operano nel Mar Mediterraneo (la percentuale corrisponde a voti uguali o superiori al 7 su una scala da 1 a 10). Il sondaggio risale a giugno, ben prima dell’inchiesta di Trapani contro Jugend Rettet e dell’escalation di questi giorni — il che è tutto dire.

Se dal canto suo Ilvo Diamanti propone una soluzione quantomeno fantasiosa per riportare le Ong nelle grazie dell’opinione pubblica — ribattezzarle ABC, Associazioni per il Bene Comune, perché ONG suonerebbe troppo “minaccioso” — bisogna riconoscere che il dibattito pubblico attorno a questo tema è ormai irrimediabilmente deragliato. E la colpa è soprattutto di una copertura mediatica acritica, nel migliore dei casi, o intrecciata con la più bieca strumentalizzazione politica, nel peggiore.

Che da settimane non si parli d’altro è già paradossale di per sé.

Il tema dell’immigrazione in Europa può essere affrontato sotto un’infinità di prospettive, e sono tanti i problemi che meritano di essere discussi: i tempi lunghi per l’esame delle domande d’asilo, la procedura stessa che porta all’approvazione o al respingimento delle richieste, i malfunzionamenti del sistema dell’accoglienza — solo per citarne qualcuno. Invece, la politica e l’opinione pubblica sono impegnate a dibattere sull’unico punto su cui non dovrebbero esserci disaccordi: l’operato di organizzazioni di volontari che, nel rispetto delle leggi internazionali (a differenza del Codice del Viminale, che non ha nessun valore legale), cercano di limitare i costi umani di una strage che va avanti da anni soltanto per colpa dell’inazione politica europea. Non si dovrebbe neanche parlare, delle Ong.

Per chi ha seguito questa vicenda dall’inizio, appare chiarissimo invece il meccanismo “a valanga” con cui la campagna mediatica contro le Ong, da insinuazione messa in campo da un think tank olandese e dall’agenzia Frontex, si è ingigantita fino a diventare verità ufficiale, oltre che primo punto dell’agenda politica italiana.

 

Dal video dello youtuber Luca Donadel che svelava la “verità” sulle operazioni di search and rescue nel Mediterraneo al lento sdoganamento dell’espressione “taxi del mare” per riferirsi alle Ong; dalle illazioni del procuratore di Catania Zuccaro al Codice di comportamento voluto dal ministro Minniti, fino all’inchiesta di Trapani contro Jugend Rettet: tutto ha contribuito a trasformare un luogo comune borderline dell’estrema destra — che l’immigrazione sia un fenomeno architettato e favorito per la “sostituzione etnica” del popolo italiano, per la destabilizzazione economica del nostro paese, o anche soltanto per ingrassare le tasche di qualcuno — in narrazione mainstream. Così, anche quotidiani “rispettabili” e progressisti hanno titolato a gran voce, sotto la foglia di fico di un virgolettato, della collusione tra alcune Ong e gli scafisti — la stessa verità che veniva spacciata mesi fa senza uno straccio di prove o inchieste in corso, per cui a buon diritto oggi tutto l’asse xenofobo può esultare e dire di aver avuto sempre ragione.

Del reato di cui sono accusati i ragazzi di Jugend Rettet — favoreggiamento dell’immigrazione clandestina — colpisce soprattutto l’ipocrisia. Sarebbe più consolante se tutti gli agitatori di questa caccia alle streghe gettassero la maschera e si lasciassero andare a una dichiarazione liberatoria: non vogliamo che arrivino, punto e basta. Invece, l’approdo sulle nostre coste viene trasformato in una specie di macabro gioco di ruolo: il migrante attraversa il deserto, affida la propria vita a un viaggio della speranza per raggiungere l’Europa, ma solo se si trova abbastanza in pericolo può essere soccorso e scortato in Italia, altrimenti deve ritornare in Libia, e chi lo aiuta commette un reato (perché non ha bisogno di aiuto, giusto). Una politica molto simile a quella, altrettanto ipocrita, del “piede asciutto, piede bagnato,” applicata per molti anni dagli Stati Uniti nei confronti dei rifugiati cubani.

In questo quadro, ciò che manca disperatamente è un’affermazione di principio: crediamo o non crediamo nella libertà di spostamento delle persone? Nel fatto che una persona nata a Lagos abbia lo stesso diritto di trasferirsi in Inghilterra di una persona nata a Milano? Prima di ogni altra discussione capziosa su cosa sia legittimo fare a 12 o 24 miglia dalle coste libiche, occorrerebbe rispondere francamente a questa domanda.

La risposta “ufficiale,” in teoria, distingue tra migranti economici e rifugiati, e accorda soltanto a questi ultimi la libertà di spostarsi dal proprio paese per cercare maggiore sicurezza. Bene: anche in questo caso — nonostante le fragili basi della distinzione — bisognerebbe riconoscere a tutti la possibilità di presentare formalmente almeno una richiesta d’asilo. In entrambi i casi, tutto il dibattito di queste settimane non esisterebbe: non esisterebbero gli scafisti, e le Ong sarebbero a occuparsi d’altro, perché per i migranti africani non sarebbe più necessario attraversare il mare illegalmente nella speranza di ottenere una protezione legale.

A proposito degli scafisti, una precisazione quasi sempre assente dal discorso è che la riprovazione del loro comportamento criminale non deriva dal fatto che permettano il viaggio dei migranti, ma dal fatto che lo facciano in totale spregio della loro incolumità fisica, sottoponendoli a vessazioni di ogni genere, e costringendoli a pagare somme altissime, con cui vengono finanziati altri traffici illeciti. Cédric Herrou, l’agricoltore nizzardo che aiutava i migranti a passare la frontiera italo-francese, non è assimilabile a uno scafista; e così non lo sono gli attivisti di Jugend Rettet, che, secondo lo stesso procuratore di Trapani, hanno agito unicamente per finalità umanitarie — quelle “ideologiche” che “non ci possiamo permettere,” secondo qualche esponente del Pd.

Ma la rimozione costante nella copertura mediatica riguarda in primis i protagonisti stessi di questi spostamenti: i migranti, sempre e colpevolmente trattati come una massa inerte, senza volontà e distinzioni, trasbordati da una sponda all’altra del Mediterraneo e da una nave all’altra dei soccorritori. Anche quando si vorrebbe dare un messaggio positivo, si finisce a parlare di “disperati grezzi da trasformare.”

Molto raramente si parla dei paesi di provenienza, e ancor meno delle rotte seguite prima di raggiungere la Libia — come quella che passa attraverso il Niger, presidiato dai militari francesi che proteggono gelosamente i giacimenti di uranio che alimentano le centrali nucleari d’Oltralpe. Molto raramente si parla dei paesi di destinazione, di cosa vorrebbero fare queste persone e del perché hanno lasciato le proprie case.

Disorientata, una certa opinione pubblica di sinistra si è trovata costretta a rivolgersi alla stampa cattolica, l’unica che, insieme a mosche bianche come il manifesto, ha provato ad alzare un dito contro la nuova vulgata anti-Ong. ...continua a leggere "Tutto il dibattito sulle Ong è completamente surreale"

FONTE POPOFF

di Ercole Olmi

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«Tutte le Ong scelgano da che parte stare», tuona Minniti dalle colonne del Fatto di Travaglio, organo ufficiale del partito no Ong. Minniti, ex pezzo grosso dalemiano del Pci calabrese è ministro di polizia per conto del Pd, lo stesso partito di Esposito (quello che non ci possiamo permettere di salvare tutti ma dobbiamo permetterci il Tav), della sindaca di Codigoro, nel ferrarese, che alza le tasse a chi ospita profughi e, soprattutto di Renzi e Gentiloni. «Chi non ha firmato non potrà far parte del sistema di salvataggio che risponde all’Italia, fermo restando il rispetto della legge del mare e dei trattati internazionali. Ma per firmare c’è ancora tempo». «Auspico una piena assunzione di responsabilità da parte di tutti, compresa Msf. Nessuno può far finta di non vedere quanto è emerso dalle indagini della Procura di Trapani», prosegue Minniti, che sulla Jugend Rettet commenta: «Dagli elementi che ho non posso sostenere che le motivazioni siano altre, ma non possono decidere loro di aprire corridori umanitari venendo a patti con i carnefici». Sulla missione in Libia, «non è un’operazione combact, ma solo supporto tecnico-logistico alla Guardia costiera tripolina concesso, su sua richiesta, al governo Sarraj, l’esecutivo libico riconosciuto dalla comunità internazionale», rileva Minniti.

Anche Msf nel mirino della polizia

Mentre la Procura di Trapani indaga sulla ong tedsca Jungend Rettet che operava attraverso nave Iuventa, altre organizzazioni non governative sono oggetto delle verifiche degli investigatori sull’ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per veri e propri ‘viaggi organizzati’ con i trafficanti di profughi dalle coste dell’Africa all’Italia. Nel mirino dello Sco, Servizio centrale operativo della Polizia, anche Medici senza Frontiere. Interrogato il 27 febbraio scorso, Cristian Ricci, titolare della Imi Security Service che si occupava dei servizi di sicurezza sulla Vos Hestia di Save the Children ha detto che «la nave Iuventa fungeva da piattaforma e quindi si limitava a soccorrere i migranti per poi trasbordarli. Era sempre necessario l’intervento di una nave più grande su cui trasferire i migranti soccorsi dal piccolo natante. E in alcuni casi, secondo le testimonianze raccolte, imbarcazioni di Msf sarebbero intervenute per soccorrere e trasbordare i migranti senza essere state allertate dalla Guardia Costiera. Tra le navi i cui movimenti sono ora sotto osservazione ci sono la ‘Dignity One’, la ‘Bourbon Argos’ e la ‘Vos Prudence’. Nei mesi scorsi, sarebbero stati accertati ‘sconfinamenti ripetuti’ verso la costa libica ad almeno 8 miglia rispetto alle 12 consentite.

...continua a leggere "INCHIESTA IUVENTA, CI SAREBBE UN LEGAME TRA I CONTRACTORS CHE HANNO DENUNCIATO LA ONG TEDESCA E I RAZZISTI IDENTITARI. IL RICATTO DI MINNITI A CHI NON FIRMA IL CODICE"

FONTE PRESSENZA.COM

Autore :  ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

ASGI sul codice di condotta : non è un atto avente valore di legge, ma solo una proposta di accordo, dove il necessario coinvolgimento paritario delle parti è clamorosamente mancato. Non sarà legittima alcuna reazione del Governo nei confronti delle ONG non firmatarie se non nei casi e nei limiti già sanciti dalle norme nazionali e internazionali .

L’ASGI esprime grave sconcerto per le modalità di conduzione e di conclusione della vicenda relativa al cosiddetto codice di condotta per le ONG che effettuano i salvataggi in mare.
L’Associazione  evidenzia innanzitutto come diverse “disposizioni”, contenute nel cosiddetto codice di condotta, pongano serie problematiche giuridiche relativamente al rispetto del diritto internazionale del mare, apparendo in contrasto sia con l’obbligo di garantire lo sbarco in un porto sicuro alle persone salvate, sia più in generale con gli obblighi derivanti dal diritto internazionale in materia di asilo, come sottolineato nell’ analisi più generale già resa nota nei giorni scorsi dall’associazione.

L’ASGI richiama con forza l’attenzione del mondo politico e dei mezzi di informazione sui seguenti aspetti, rimasti largamente sottaciuti nel dibattito pubblico:

1) Parte rilevante delle proposte contenute nel cosiddetto codice di condotta appaiono del tutto superfluepoiché si limitano a ribadire positive prassi operative già attuate da tempo da parte delle ONG che operano nel soccorso, dalla Guardia Costiera e dalle altre istituzioni pubbliche coinvolte.

Se si fosse voluto ulteriormente rinforzare dette prassi operative, allo scopo di migliorarle, sarebbe stato necessario attivare un effettivo confronto con le associazioni umanitarie. Confronto che invece è mancato. Anzi, le stesse ONG, che pure meritoriamente suppliscono in larga parte alle carenze del sistema pubblico dei soccorsi, sono state oggetto di un’incredibile campagna di discredito.

2) Il cosiddetto codice di condotta è stato presentato ai mezzi di informazione come una sorta di atto normativo, seppure alquanto atipico, tramite il quale il Governo intende disciplinare l’attività del soccorso in mare, in corso da anni sotto il coordinamento delle autorità legittimamente preposte, che però oggi viene presentata come se fosse avvenuta finora in modo del tutto disordinato e improprio.

Il punto nodale della questione risulta invece che il cosiddetto codice di condotta non è un atto avente valore di legge, né una disposizione regolamentare, emanata in attuazione di una norma primaria.Per di più si rivolge ad una pluralità di soggetti non gerarchicamente collegati con la pubblica amministrazione. Si tratta in sostanza, di una proposta di accordo, che, come tale, necessita quel coinvolgimento paritario delle parti che invece è clamorosamente mancato.

La mancata sottoscrizione, perciò, non può avere alcuna conseguenza giuridica: non sarà legittima alcuna reazione del governo nei confronti delle ONG non firmatarie se non nei casi e nei limiti già sanciti dalle norme nazionali e internazionali  .

3) Al di là della adesione o meno al cosiddetto codice di condotta, le organizzazioni operanti nel soccorso in mare dei migranti sono obbligate al primario ed esclusivo rispetto delle norme internazionali, di quelle didiritto interno e agli eventuali atti regolamentari di attuazione delle normative stesse.

Occorre evidenziare che in buona parte le motivazioni addotte dalle ONG per rifiutare la sottoscrizione della proposta di codice risultano ampiamente ragionevoli e condivisibili; in particolare il rifiuto della richiesta di non effettuare trasbordi da una nave all’altra (anche quando ciò è necessario per salvare vite umane durante la concreta operazione di soccorso) è del tutto doveroso e pienamente conforme agli obblighi imposti dalle norme sul soccorso. Parimenti la contestata opposizione alla richiesta di consentire sempre e in ogni caso la presenza a bordo del personale di polizia è del tutto comprensibile e giustificabile proprio in quanto l’attività di soccorso umanitario deve potersi svolgere in condizioni di piena autonomia, non essendo per nulla in contrasto con il vincolo della piena collaborazione, attiva ed indiscussa da anni, con le autorità investigative per l’individuazione dei trafficanti.

4) E’ eticamente inaccettabile che il Ministero dell’Interno, abbia oscuramente prospettato gravi conseguenze nei confronti di quelle organizzazioni, tra le quali figura MSF, Premio Nobel per la Pace, che non hanno sottoscritto il cosiddetto codice di condotta.

5) Va ricordato che è illegittimo e può costituire grave violazione di legge anche penale impedire l’accesso ai porti da parte di una imbarcazione che trasporta persone soccorse in mare che hanno bisogno di supporto immediato legato alle esigenze primarie per la sopravvivenza e/o la tutela del diritto all’integrità psico-fisica.

L’ASGI rinnova il proprio profondo apprezzamento per l’operato eccezionale delle ONG e della Guardia Costiera italiana nel condurre le operazioni di salvataggio in mare e invita fermamente il Governo italiano a rivedere in maniera profonda l’attuale linea politica, tanto inconsistente sul piano della legittimità, quantopericolosa nel creare smarrimento nell’opinione pubblica e nel minare l’efficacia delle attività di soccorso.

 fonte NUOVATLANTIDE

di Luca Billi, 28 luglio 2017

Hanno abolito i vitalizi! Evviva, evviva. Il popolo applaude alla distribuzione delle brioches; peraltro avariate.
Noi che abbiamo votato NO al referendum del 4 dicembre per difendere i valori fondanti della nostra Costituzione e in particolare il principio della centralità del parlamento, oggi non possiamo essere soddisfatti, perché questa legge è figlia della stessa ideologia perversa su cui era impostata la modifica costituzionale su cui fortunatamente i cittadini hanno espresso, a larga maggioranza, il loro giudizio negativo.
Questa legge, approvata con una così larga maggioranza parlamentare e su cui c’è un consenso così ampio nell’opinione pubblica, dimostra quanto quella vittoria fosse fragile, perché tanti di quei NO, probabilmente la maggioranza, furono semplicemente voti contro Renzi e il pd, contro il governo, contro la politica, contro la “casta”, furono voti che non entravano nel merito della questione. Non erano voti per difendere la Costituzione e i suoi principi, e purtroppo in questi mesi non siamo riusciti a far crescere un movimento che continuasse e facesse crescere quella fondamentale battaglia politica ed etica.

...continua a leggere "Hanno tolto i vitalizi. Evviva?"

 FONTE MICROMEGA

Dopo aver tentato senza successo di riformare il Pd, l'ex ministro si è focalizzato sulla cittadinanza attiva: “Bisogna recuperare spazi di confronto e di democrazia nella società. Reclamarli, al limite occuparli perché è necessario l'antagonismo anche duro”. E questo weekend sarà a L'Aquila per il Festival della Partecipazione: “Solo dal basso può rinascere qualcosa ma i tempi saranno lunghi”. Pisapia? “Un progetto perdente”.

intervista a Fabrizio Barca di Giacomo Russo Spena

E' ancora iscritto al Pd ma il suo impegno politico è altrove. "E' la mia contraddizione personale" ammette, ridacchiando, Fabrizio Barca il quale, da mesi, trascorre il suo tempo nel capire, ed organizzare, le ragioni dell'associazionismo diffuso nel Paese. Sì, perché dopo aver fallito nel tentativo di riformare il Pd partendo dai circoli e dalla base del partito – tentativo spazzato via da Renzi e i suoi adepti – Barca intravede, adesso, nella cittadinanza attiva l'unico motore per un cambiamento possibile: "Nella società civile esiste quel giusto mix tra teoria e prassi. E da lì che può rinascere qualcosa". Non a caso, questo weekend sarà a L'Aquila per il Festival della Partecipazione – promosso e organizzato dal 6 al 9 luglio da ActionAid, Cittadinanzattiva e Slow Food Italia – dove terrà una lectio magistralis su "Disuguaglianze: cittadini organizzati, partiti, Stato”.

...continua a leggere "Barca: “Renzi ha fallito. Il cambiamento passa per la società civile”"

Fattispecie di reato: la tortura

Pubblicato il ·

di Armando Lancellotti

FONTE CARMILLAONLINE

Marina Lalatta Costerbosa, Il silenzio della tortura. Contro un crimine estremo, DeriveApprodi, Roma, 2016, pp. 136, € 15,00

Tra pochi giorni, a fine giugno, la legge sull’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento penale italiano arriverà a Montecitorio, per concludere, forse, l’iter di approvazione parlamentare. Si potrebbe pensare che stia per essere scritta una pagina positiva della storia legislativa e politica del nostro paese, ma la realtà delle cose è ben diversa e per almeno due grandi ordini di ragioni: innanzi tutto perché il ritardo con cui il codice penale italiano riconosce la fattispecie del reato di tortura è a dir poco epocale, visto che la stessa Italia ratificò la Convenzione internazionale contro la tortura (Onu, 1984) nel gennaio 1988, insomma una trentina di anni fa; in secondo luogo perché il testo approvato al Senato il 17 maggio scorso è talmente rabberciato e contraddittorio da tradire lo spirito stesso di una legge che dovrebbe in modo netto e senza equivoci riconoscere la tortura come fattispecie di reato e delle peggiori. Un “tradimento” che lo stesso Luigi Manconi, che nel maggio del 2013 aveva presentato il progetto di legge in qualità di presidente della commissione parlamentare sui diritti umani, non ha esitato a definire inaccettabile, avanzando le stesse critiche e perplessità espresse da associazioni quali Amnesty International ed Antigone o dalle vittime della tortura di Stato italiana e dai parenti delle stesse. Vittime, che nel paese dei fatti di Genova 2001, di Cucchi e di Aldrovandi tra gli altri, sono numerose e ancora in attesa (vana) che venga fatto un minimo di giustizia e venga loro restituita quella dignità di uomini e cittadini che è stata a loro negata dai violenti abusi di potere di uomini dello Stato, dell’arbitrio dei quali sono caduti in balia.

...continua a leggere "Fattispecie di reato: la tortura di Armando Lancellotti"

E' uscito il numero 90 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n90-s.pdf

In questo numero:

Soffiano in Italia e in altri paesi dell’Europa venti e venticelli nuovi e importanti
di Luigi Vinci

Il salto del Grillo nella pancia del neofascismo europeo
di Roberto Mapelli

Articolo Uno-Mdp sbarra la strada a Renzi (e alla sua idea di fare le primarie con Pisapia)
Enrico Rossi: “L’ex premier è un piazzista”.

Salario minimo e minijob in Germania
di Toralf Pusch, Hartmut Seifert

Buona lettura e diffondete!

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FONTE AREA7.CH

L’aveva giurato: se perdo il referendum torno a casa. Ha perso ma a casa è tornato solo per qualche ora, poi è nuovamente uscito e ha ripreso a dettare leggi e agende politiche. Matteo Renzi aveva due obiettivi: vincere le primarie del Pd e liberarsi di tutti i suoi oppositori e subito dopo buttare a mare il governo portaborse con l’ormai classico “Gentiloni stai sereno”, tornare alle urne e riprendere il comando della nave accendendo le luci a poppa e a prua. Sempre che le troppe luci non mandino a picco la nave come capitò al Titanic.

...continua a leggere "C’è puzza di “Renzusconi” di Loris Campetti"

fonte CONTROLACRISI.ORG

Domenica 21 maggio davanti la Műszaki Egyetem, la storica Universitá di Ingegneria e Tecnologia di Budapest, da dove partirono i moti studenteschi del 1956, si sono riunite decine di migliaia di persone per continuare le proteste contro il governo Orbán.

Le motivazioni, gli slogan e la composizione dei manifestanti e dell’organizzazione era sempre la stessa sebbene stavolta gli organizzatori e gli oratori erano differenti. Orbán all’inizio della primavera ha fatto presentare e votare lo stesso giorno un decreto di legge in base al quale le universitá private in mano straniera siano impossibilitate a proseguire le loro attivitá didattiche. Chiaro riferimento alla CEU, la Central European University finanziata dal magnate ungaro-statunitense György Soros, la cui persona, stando alla propaganda filo-governativa, anzi, direttamente governativa, influenza di non poco le vicende politiche ungheresi finanziando movimenti, ONG e partiti per organizzare il cambio del governo.

...continua a leggere "Ungheria, cresce il movimento degli studenti contro Orban: il 18 giugno la prossima mobilitazione"

“Internet non funziona più”, si è “rotto”. Lapidario il commento al ‘New York Times‘ di Evan Williams, fondatore di Twitter e di Medium (2012), lo spazio digitale pensato per contenuti di qualità.

Evan Williams, ceo e fondatore di Medium

“Pensavo che se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi liberamente e scambiarsi idee e informazioni, il mondo sarebbe diventato automaticamente migliore. Mi sbagliavo”, dice Williams.

“Internet finisce per premiare gli estremi”, precisa. E “se è vero che Trump non sarebbe diventato presidente se non fosse stato su Twitter, beh sì, mi spiace”.

“Dobbiamo aggiustare la Rete: dopo 40 anni ha iniziato a corrodere se stessa e noi”, ribadisce. “Resta un’invenzione meravigliosa e miracolosa, ma ci sono insetti alle fondamenta e pipistrelli nel campanile”.

FONTE EFFIMERA CHE RINGRAZIAMO 

Ci sono storie che sintetizzano intere epoche. Una di queste ce la racconta Willy Pelletier in una recente edizione di Le Monde Diplomatique. Titolo: “Il mio vicino vota per il fronte nazionale”.

Pelletier è un attivista delle organizzazioni anti-razziste radicali, e nell’articolo racconta varie azioni contro il Front National. Il suo racconto però è legato a un dubbio e a un’autocritica: in fondo queste mobilitazioni sono state inutili per fermare la crescita del FN. Tra le linee si offre una spiegazione: nessuna di queste azioni ha influito sui simpatizzanti del Fronte, perché si sono sempre svolte dentro circuiti chiusi, fra attivisti che vivono in certi quartieri, parlano in un certo modo hanno certi valori e così via.

Pelletier incontra Eric, un simpatizzante del FN quando, semi-ritirato dall’attivismo, se ne va a vivere in campagna nell’aria di Aisne in Piccardia.

Eric è un operaio specializzato nel packaging industriale. Diventano grandi amici, e un giorno, dopo avere un po’ bevuto, Eric confessa di aver votato per  Marine Le Pen. “Quando la ascolto mi viene la pelle d’oca, il modo in cui parla dei francesi mi rende orgoglioso. Inoltre, il Fronte ha aiutato un sacco di gente da queste parti.”

Che razza di posto è Aisne? È uno scenario tipico della crisi: quasi cadente, quasi del tutto privo di servizi per il trasporto e la salute, privo di luoghi di incontro perché i bar e anche le parrocchie stanno chiudendo. Non c’è lavoro, tutti sono indebitati, i giovani se ne vanno, la violenza contro le donne aumenta come il senso generale di insicurezza, anche se le rapine sono rare.

Ma nell’area ci sono anche dei ghetti per ricchi: degli impiegati o professionisti che arrivano da Parigi e comprano una casa decente o delle fattorie abbandonate per prezzi molto bassi.

...continua a leggere "Una forza vulnerabile: il malessere come energia per la trasformazione sociale – di Amador Fernández-Savater"

FONTE NUOVATLANTIDE.ORG

Intervista a Massimo Cacciari di FRANCESCA PACI – 10 maggio 2017

La crisi della sinistra è venuta a noia a Massimo Cacciari, che pure l’ha indagata a fondo come pochi. Ma, nella difficoltà di afferrare il nuovo ordine (o disordine) globale, il Novecento si prende la rivincita sulla Storia e ci riporta sempre al punto di partenza, tornando a proporre le logiche politiche di ieri.

Cosa possiamo dedurre dal trionfo di Hamon, la sinistra della sinistra francese?

«Ma di quale trionfo parliamo? Di quale vittoria parliamo? Il problema, in Francia e nel resto d’Europa, non è quale sinistra o cosiddetta sinistra vinca le elezioni interne ma se la sinistra ce la fa poi alle elezioni che contano. E la risposta è no. È già capitato che alle primarie del centro-sinistra, anche alle primarie locali, prevalesse la sinistra sinistra. Come Hamon a Parigi, a Venezia a suo tempo passò Casson. Ma poi si perde regolarmente. Nessuna sinistra, socialdemocratica o meno, può vincere oggi in Europa».

Allora rovesciamo la domanda: perché la sinistra non vince più?

«Ecco la domanda giusta. E la risposta è che ci sono ragioni storiche e strutturali, ragioni obiettive. Da una parte è venuta meno la classe operaia, il suo blocco sociale di riferimento, dall’altra la sinistra non ha capito la crisi fiscale dello Stato. Non c’è più spazio per la sinistra tradizionale, che si ricicli o meno. Certamente non c’è più spazio per i D’Alema e i Bersani. Ma in realtà non ce ne sarebbe neppure per i grandi leader socialdemocratici del passato come Willy Brandt, e non solo perché sono morti ma perché il mondo è cambiato e la sinistra tradizionale appartiene al mondo di ieri. Esattamente come la destra».

La destra, no. Altrimenti come spieghiamo l’elezione di Trump? 

«Trump non viene dalla destra tradizionale, tanto che i repubblicani non lo volevano. La destra tradizionale non c’è più, non vengono da quella esperienza né i Grillo, né i Salvini e neppure i pro Brexit del Regno Unito, dove i Tory erano piuttosto europeisti come Churchill. L’unica forza politica un po’ riconducibile al passato è Fratelli d’Italia, che però, non a caso, conta il 2%. Allo stesso modo Renzi non viene dalla sinistra tradizionale. Tutto questo è il mondo di ieri. Basta pensare che la prima clamorosa mossa di Trump è stata riavvicinarsi a Putin e che nel frattempo Putin si è ancor più clamorosamente avvicinato alla Turchia per intuire la portata del cambiamento rispetto al quale i concetti di destra e sinistra non spiegano più niente. O capiamo che i parametri del passato sono finiti, e non per incultura ma per motivi strutturali, o andremo incontro alla catastrofe».

I nuovi populismi intercettano il cambiamento in corso: saranno anche in grado di governarlo?

«La parola populismi dice poco o nulla. Sono forze a volte più di destra, a volte più di sinistra e di sicuro non si oppongono al cambiamento in corso e non sono in grado di interpretarlo. Ma almeno rappresentano la testimonianza della fine delle politiche tradizionali e dei mutamenti radicali di questi anni. Oggi diciamo “populismi” come le antiche carte geografiche dicevano “hic sunt leones” per indicare le zone inesplorate: ci sembra che il problema siano loro ma il problema è capire dove andiamo smettendola di ragionare con gli schemi del passato».

Gli schemi del passato comprendono le probabilmente obsolete categorie destra e sinistra ma comprendo anche il rapporto tra capitale e lavoro, che invece sembra ancora piuttosto attuale. O no?

«Anche il capitale e il lavoro non sono più gli stessi. Il capitalismo si è deterritorializzato, lo Stato nazionale non ha più la sovranità politica sui flussi di capitale, il lavoro dipendente è ormai polverizzato e non si organizza più come faceva nell’800 e nel ’900 nei grandi opifici. In realtà sarebbe bastato leggere Marx con attenzione per capire come sarebbe andata a finire, ma ormai ci siamo. Le diseguaglianze globali crescono a dismisura e in modo intollerabile. Questo è un colossale problema che prima o poi potrebbe far scoppiare tutto anche perché le grandi potenze politiche non sono per loro natura capaci di affrontarlo».

Cosa potrebbe fare la politica se, come suggerisce, decidesse di togliersi gli occhiali del passato? 

«Dovrebbe provare a capire e soprattutto dire la verità. Oggi il massimo che un politico può fare è essere onesto. Bisogna smetterla con le chiacchiere e invece elencare le poche cose che si possono fare illustrando come potrebbero funzionare meglio coordinandosi con altri. È assurdo continuare a sbandierare la sovranità illimitata che i politici non hanno più. Sono personalmente molto felice di questo intermezzo di Gentiloni in Italia, perché non dice un gran ché ma almeno non promette nulla».

Per quanto sia ancora una volta il mondo di ieri: ha ragione il filosofo sloveno Slavoj Žižek, quando sostiene che la destra cresce cavalcando i temi che un tempo appartenevano alla sinistra?

«In qualche modo sì. Bisogna guardare ai problemi con modestia. Il lavoro non è più “massa” come quello del passato e i politici non l’hanno capito. I sindacati, per esempio, dovrebbero iniziare a occuparsi del lavoro dipendente disperso, della galassia del lavoro giovanile, del precariato a 500 euro al mese, dei cosiddetti voucher».

A onor del vero qualcuno in Europa ci prova. Il francese Hamon ne parla e anche Martin Schulz si è candidato contro la Cancelliera Merkel per recuperare terreno con le classi operaie migrate dalla socialdemocrazia alla nuova destra. Non è così?

«Sinceramente mi auguro che in Germania vinca la Merkel, speriamo che prevalga alle elezioni e diventi leader: all’orizzonte la Cancelliera tedesca è l’unica che possa farlo. Lo ripeto: nessun partito socialdemocratico può oggi vincere in Europa. È passato il tempo. Vent’anni fa Tony e Blair e Clinton interpretarono la svolta epocale accodandosi al flusso egemonico della globalizzazione vincente senza alcuna critica. Da allora è andata sempre peggio, le sinistre hanno fatto tutti gli errori possibili, dal seguire l’America nelle sue scellerate guerre alla risposta, quella risposta, alle primavere arabe. E poi ancora, la Grecia, la Brexit, una sequenza di scelte sbagliate. Accodarsi come fecero Blair e Clinton non è una scelta politica ma sub-politica».

C’è ancora spazio per l’ambizione dei giovani ad avere un sogno?

«Poco. Ma è pessimo che i politici facciano finta di niente promettendo loro la sovranità illimitata che non hanno, come avvenuto in Italia negli ultimi tempi. Bisogna spiegare ai giovani come stanno le cose invece di elargire elemosina, come nel caso degli 80 o i 500 euro».

Il reddito di cittadinanza è un buon punto di partenza?

«Quella è la strada giusta. Se ci illudiamo che ci sarà di nuovo uno sviluppo capace di produrre più lavoro sbagliamo. È ancora il mondo di ieri, quello in cui si credeva che la rivoluzione tecnologica avrebbe aperto nuovi settori. È un fatto: sebbene in occidente la ricchezza continui a crescere si riducono le chance per il lavoro. Ma non per questo bisogna lasciare la gente senza le risorse minime. È una delle poche cose serie e vere dette dal Movimento 5 Stelle: bisogna sganciare le aspettative di vita dal fatto che si lavori, non è impossibile da fare né disastroso. Il reddito di cittadinanza o come altro viene chiamato passa per un’utopia mentre è un approccio pragmatico, solidale e può ricostruire una comunità».

Solidale, comunità: non sono parole del mondo di ieri?

«Da Aristotele a oggi non esiste comunità che possa esistere funzionando solo come un condominio. È razionale, logico. In un condominio, ammesso che sia vero, puoi startene chiuso in casa ma in un Paese, a livello nazionale, è difficile. L’America non funziona come un condominio e neppure la Russia e la Cina: o l’Europa lo capisce e smette di comportarsi come fosse un condominio dove si fanno solo i conti comuni o ci faranno il mazzo. Dobbiamo ragionare per provare a evitare il disastro oppure siamo finiti. Parlo dell’Europa ma anche dell’Italia. Ci sono già delle avvisaglie per noi, abbiamo votato no per salvare la Costituzione e adesso sarà tutto più difficile, ci chiederanno una manovrina, vedremo. Dovremmo ricordarci della Grecia, ho letto che in tre anni di Troika la ricchezza è diminuita del 35%. E voi credete che qui potremmo reggere misure di austerità del genere imposte ad Atene? Pensate che in Italia passerebbero senza sparare? I greci hanno retto ma le condizioni sono diverse, e non parlo solo di dimensione: se cadi dal primo piano puoi sperare di salvarti ma se cadi dal terzo piano crepi».

FONTE SBILANCIAMOCI

La Francia ha dunque il suo presidente. È stato votato dal 66,06% degli elettori, in sostanza oltre 20 milioni di persone. Marine Le Pen ha totalizzato il 33,94% cioè 10 milioni e 600 mila francesi, cioè il doppio di quanto era riuscito a suo padre nel 2002. L’astensione è stata del 25,38, pari a 12 […]

La Francia ha dunque il suo presidente. È stato votato dal 66,06% degli elettori, in sostanza oltre 20 milioni di persone. Marine Le Pen ha totalizzato il 33,94% cioè 10 milioni e 600 mila francesi, cioè il doppio di quanto era riuscito a suo padre nel 2002. L’astensione è stata del 25,38, pari a 12 milioni di francesi; i voti bianchi o nulli sono stati più di 4 milioni.

Viste più da vicino queste cifre confermano grandi processi per ora in corso. Anzitutto la vittoria indiscutibile di Macron, che un anno fa neppure era conosciuto; in secondo luogo la divisione sociale del paese. Hanno votato per Macron soltanto i grandi centri urbani; per Le Pen le campagne e le periferie cittadine. Il 32 per cento e quasi il 30 sono stati, rispettivamente il massimo e il minimo dell’affluenza nelle città. Un’altra connotazione del voto è stata la grande astensione, di norma mai raggiunta in una presidenziale (salvo quando sono stati in lizza due candidati repubblicani); lo stesso può dirsi dei voti bianchi e nulli.

È un’indicazione politica inequivocabile: certo, la cancellazione dei due partiti (socialisti e repubblicani) che si sono divisi il parlamento e il potere, nella quinta repubblica, si deve anche al sistema elettorale indecente, che non per caso attira qualcuno anche in Italia. Esso, limitando il risultato finale a due nomi, ha aiutato a cancellare i due partiti fino a ieri sempre essenziali, ma è un fatto che nessuno dei due è stato capace di gareggiare con il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, che la sua strada se la è scavata. Neppure davanti alla provocazione fascista la sinistra è riuscita ad esistere.

...continua a leggere "Il cittadino Macron arriva all’Eliseo"

fonte NUOVATLANTIDE.ORG che ringraziamo

di Alfredo Morganti – 4 maggio 2017

Ho sempre pensato che, per rivolgersi adeguatamente ai cittadini-elettori, fosse necessario attuare delle politiche che rispondessero in qualche modo a domande, bisogni, disagi ed esigenze degli stessi. Non in termini sindacali, di rivendicazione, come se fosse una specie di stimolo-risposta. Ma predisponendo una strategia di interventi che puntasse allo sviluppo e alla giustizia sociale, a partire dalla vita quotidiana e dalle esigenze collettive. Sappiamo, anche, come il ‘No’ al referendum sia in buona parte frutto del voto contrario alla riforma da parte dei più giovani. E abbiamo visto come ai seggi delle primarie si fossero recati soprattutto i più anziani. Ciò, per dire che il PD ha un problema ‘giovani’ non da poco, anche paradossale per certi aspetti, visto che il suo Capo si presenta come il ‘nuovo’ e si parla soprattutto di innovazione, futuro, speranza (se ne parla solo, appunto). Detto ciò, vi aspettereste, com’è normale, delle politiche sagge, adeguate, efficaci, non propagandistiche, per recuperare il gap di consenso del partito verso i più giovani. E invece no.

Anche qui, per i renziani, si tratta solo di un ‘difetto di comunicazione’. La controffensiva sarà perciò condotta a colpi di web, e diverrà una battaglia digitale contro quelli che sembrano detenere il voto giovane, ossia i grillini. E così ‘Bob’, la nuova piattaforma web piddina, è pronta a partire. Il lancio avverrà in coincidenza con la proclamazione di Renzi segretario (sempre che si raccapezzino con i voti espressi alle primarie, e si mettano un po’ tutti d’accordo sulle cifre). La battaglia per conquistare i giovani sarà condotta a colpi di click, e avrà come nemico n. 1 Grillo. Senza perdere tempo a predisporre testi di legge e politiche ad hoc, senza la necessità di rivolgersi ai giovani in carne e ossa, Il PD ripartirà col digitale, as usual, punterà al virtuale, tenterà di bucare lo schermo del PC con le parole e le immagini di Renzi profuse a go-go, come uno sciame d’api.

Siccome non sanno che il punto non è un ‘difetto’ di comunicazione, ma al contrario un suo ‘eccesso’, i renziani provano noiosamente a ripartire nell’unico modo che conoscono, ossia coi cannoni mediali e digitali. Il tentativo è quello di intasare le fibre ottiche, non solo la TV, con tonnellate di giga byte di propaganda, saturando i cavi e, vedrete, pure la nostra pazienza. È la stessa cosa accaduta al referendum: Renzi ovunque. Uno e trino. E l’effetto sarà il medesimo: il rigetto e la nausea. I guru renziani non capiscono che, se fosse solo un problema di piattaforma web, non servirebbe un buon governo, né la politica, ma solo un server molto capace e degli smanettatori accaniti. E invece le cose non stanno così. D’altronde, se al governo sai concedere solo bonus, una buona scuola che è un casino e un jobs act che premia in termini occupazionali solo gli ultra55enni, non è che adesso bastino i frizzi e lazzi della comunicazione web per riparare tre anni di sonno e di sciocca dispersione delle risorse. Non è che la comunicazione totemistica del proprio leader possa surrogare il vuoto prodotto dall’esecutivo. Non è che la disoccupazione decresce, entrando nelle tendenze di twitter oppure ottenendo milioni di like sotto qualche post. Perciò non illudetevi (è il minimo che possa dirvi).

PS, e nemmeno è sufficiente pubblicare un libro intitolato ‘Avanti’. Sembra la parafrasi di ‘En Marche’. E a me ricorda quel detto che fa: “Va avanti tu, che a me me viè da ride”.

Riprendiamo integralmente dal sito www.micromega.net”,  © Paolo Flores d’Arcais

di Paolo Flores d'Arcais

Il 25 aprile, festa nazionale perché festa della Liberazione, cioè della vittoriosa insurrezione antifascista, la testata on line dell’Espresso ha pubblicato una intervista all’economista di sinistra Emiliano Brancaccio (realizzata da Giacomo Russo Spena), il cui titolo, perfettamente perspicuo, recitava: “Perché io, di sinistra, non voterei Macron per fermare Le Pen”.

L’intervista era in realtà stata proposta a MicroMega, cui Brancaccio collabora (un suo saggio uscirà sul prossimo “Almanacco di economia” a metà giugno), e di cui Giacomo Russo Spena è anzi una colonna. Ma ho deciso di rifiutarla, proprio per non dare spazio a una tesi che ritengo logicamente assurda e politicamente tragica (nel senso attivo di foriera di tragedie).

Credo che di fronte al dilemma tra un banchiere liberista (espressione dunque del capitale finanziario internazionale, che ormai è mera speculazione selvaggia e produzione di azzardi tossici, responsabile della crisi in cui il mondo è avvitato,) e un politico fascista, la scelta dovrebbe scattare automatica, istintiva, addirittura pavloviana: si vota il banchiere, benché sia voto orripilante, perché il fascismo resta il male assoluto. Questa consapevolezza dovrebbe essere una sorta di anticorpo, di difesa immunitaria, presente come incancellabile DNA nell’organismo neuronal-ormonale di ogni democratico.

Una difesa immunitaria che invece sta rovinosamente venendo meno, e nelle giovani generazioni sembra ancor più che nelle altre, benché il fenomeno sia ormai generale. Il fascismo è visto solo come un male tra gli altri, una forma di sfruttamento tra le altre, per cui tra due mali diventa possibile e anzi auspicabile e perfino doveroso e infine gioioso (così un intellettuale della sinistra francese) astenersi.

L’argomentazione di Brancaccio (l’intervista ha avuto sul web una eco enorme, è stata ripresa da “Mediapart”, continua a circolare, e del resto è in sintonia con lo sciagurato ponziopilatismo di Melanchon) in sostanza è la seguente: la politica finanziaria iperliberista è la causa del lepenismo, dunque sarebbe assurdo immaginare di combattere l’effetto sostenendo la politica che l’ha causato.

L’argomento ha fatto presa, sembra accattivante, come del resto tutte le più efficaci fallacie logiche. Perché di violazione della logica innanzitutto si tratta.

La politica finanziaria (ma anche economica in tutti i suoi aspetti) liberista, infatti, non è la causa del lepenismo, è la responsabile della crisi economica, della mostruosa hybris di diseguaglianza che avvilisce e mina la democrazia in Europa e negli Usa, della crescente e giusta rabbia di masse popolari sempre più vaste, del loro anelito sacrosanto e razionale a punire gli establishment. Il lepenismo è solo una delle risposte a questa situazione. La politica di Sanders, di Podemos, e altre che potranno nascere, costituiscono altrettante risposte possibili alla mostruosità sociale e all’inefficienza economica che il liberismo sempre più selvaggio (ma egemone ahimè da tre decenni e mezzo) incuba e produce.

Insomma, il liberismo finanziario sfrenato, di cui Macron è grand commis, non produce una risposta politica (il lepenismo), produce una catastrofe sociale, il cui esito politico dipende dalla capacità delle culture, dei cittadini, e soprattutto delle elités politiche, che quel liberismo combattono.

Se la conseguenza del liberismo fosse il lepenismo, se il rapporto fosse di causa-effetto, vorrebbe solo dire che ogni agire a sinistra (non le “sinistre” di establishment, sia chiaro, che sinistre non sono e almeno dai tempi di Blair sono solo un'altra forma di destra), ogni impegno per giustizia-e-libertà è mera velleità, è un inconcludente e patetico agitarsi. Che insomma siamo davvero alla famosa fine della storia: hybris liberista o fascismo, il destino è ormai unico e in atto.

La domanda che a sinistra (la sinistra della società civile e della coerenza e intransigenza) ci si deve porre è perciò: la lotta per una crescente giustizia-e-libertà, dove diritti sociali e diritti civili vanno di pari passo inestricabilmente intrecciati, è più difficile se Presidente diventa un fascista o se vince un banchiere liberista? Quale delle due prospettive minaccia costi umani più grandi, sofferenze, sacrifici, per i cittadini e la lotta giustizia-e-libertà?

Qualcuno proclamerà che comunque anche un Presidente fascista non significherà il fascismo … che le istituzioni in Francia sono troppo solide … Vogliamo fare l’elenco di quanti in Italia mentre emergeva Mussolini, in Germania mentre crescevano i consensi per Hitler, hanno avanzato analoghi ragionamenti? Naturalmente è vero che la storia non si ripete mai tale e quale, ma che la prima volta sia tragedia e la seconda farsa è una generalizzazione di Karl Marx tanto brillante sul piano retorico quanto calamitosamente infondata.

Sia chiaro, che personaggi come Macron risultino a un cittadino di sinistra (ma direi a ogni cittadino coerentemente democratico) detestabili financo antropologicamente, è alquanto ovvio. Sarebbe anzi anormale, e segno di insensibilità etica e cecità politica, se non fosse questa la reazione standard, giustificatissima sul piano emotivo e addirittura ancor più sul piano razionale. Ma trarne l’equivalenza con il fascismo sarebbe razionalmente buio ed emotivamente misero. Vorrebbe dire, oltretutto, disconoscere il fondamento delle democrazie europee (di quel che ancora ne resta), la loro Grundnorm, che come insegnava Kelsen regge tutto l’edificio normativo ma non può essere a sua volta una norma, bensì un fatto storico. Quella Grundnorm è la Resistenza antifascista, che vieta di equiparare anche il più reazionario e detestabile dei politici al politico fascista.

(4 maggio 2017)

02.05.2017 - Napoli - Il Dialogo

La resistenza è un lavoro sacro

La politica anti-migranti della UE , come del governo Gentiloni, si fa sempre più pesante. La UE, dopo aver siglato quel criminale accordo con la Turchia (costato sei miliardi di euro!) per bloccare i profughi siriani, ha stipulato simili accordi con l’Egitto di Al Sisi (un miliardo di euro) e con il Niger (cinquecento milioni di euro) per bloccare i migranti sub-sahariani. Anche l’Italia, con il governo Renzi ed ora con Gentiloni, ha perseguito la stessa politica del Migration Compact firmando un patto scellerato con la Libia di El Serraj e un altro con i capi ‘tribali’ del Fezzan, per bloccare i migranti dell’Africa nera. Il governo italiano ha fatto altrettanto con il governo del Niger regalandogli duecento milioni di euro. Questa è la politica europea : esternalizzare le frontiere siglando patti con i peggiori dittatori e pagata a caro prezzo dai disperati della terra. Inoltre la UE ha pesantemente militarizzato il Mediterraneo trasformandolo in un cimitero(sono oltre cinquantamila i migranti che vi sono sepolti!).

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FONTE INCHIESTAONLINE.INFO

AUTORE :  Bruno Giorgini | 2 maggio 2017 | Comments (0)

 

Mio nipote liceale a Parigi è sceso in strada con i suoi compagni al grido di “Nè Le Pen nè Macron…” con quel che segue, grosso modo che l’unica via è la rivoluzione o qualcosa di simile – la parola rivoluzione essendo del resto quasi scomparsa dal lessico anche dei più ribelli tra i ribelli. E si capisce, sono ragazzi che ancora non hanno il diritto di voto e il cui modo di espressione politica altro non può che essere la democrazia della strada.

Ma diversa è la responsabilità di chi al voto ha diritto e lo pratica. Perchè tra Macron e Le Pen si tratta di una scelta obbligata, o l’uno o l’altra tertium non datur. A meno di non astenersi o votare scheda bianca. Ma siccome qualcuno voterà, pochi o molti, uno dei due diventerà comunque Presidente della Republique. Quella che in Costituzione vede scolpite Libertè, Egalitè, Fraternitè.

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Fonte ALFABETA2.IT che ringraziamo

Populismo 2.0 e populismo oligarchico

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Lelio Demichelis

the-new-populism-1482659671-9641Forma politica ambigua e scivolosa, il populismo. Trionfa nei periodi di crisi economica e sociale, quando la democrazia implode su se stessa divenendo non-democrazia e tecnocrazia. Cancella le mediazioni e la società civile, ritenendole inutili e promuovendo una rappresentanza verticale e leaderistica. Non ha un’ideologia se non quella del né di destra né di sinistra (la peggiore).

E allora, qui ci si dichiara subito non populisti, anzi: anti-populisti, anche quando il populismo si propone come di sinistra. Perché il populismo semplifica e verticalizza, mentre abbiamo bisogno di un pensiero complesso e orizzontale. Perché al popolo indistinto ed eterodiretto (folla, massa, moltitudine?) preferiamo una ‘società di cittadini’ e l’idea di cittadinanza (sia pure rivista e corretta). Perché ogni populismo è sempre e strutturalmente massificante e deresponsabilizzante (bisogna rileggere Massa e potere di Elias Canetti e oggi Il capo e la folla, di Emilio Gentile) oltre a essere esso stesso una teologia politica (parafrasando Carl Schmitt: anche tutti i concetti e le pratiche del populismo sono concetti e pratiche teologiche secolarizzate ), portato a omologare e a far sciogliere ciascuno dentro l’Uno/Tutto del popolo - o del leader che lo rappresenta e che lo usa. Perché il populismo, conseguentemente, è una forma di ‘potere pastorale’ (direbbe Michel Foucault) e quindi religioso (nel legare gli esclusi, gli impoveriti e i deprivati al pastore-populista) che da laici è impossibile accettare; perché il populismo – e il neopopulismo di questi ultimi anni - gioca sulla contrapposizione del basso (il popolo) contro l’alto (le caste, il potere, le oligarchie, l’Euro, la globalizzazione), dimenticando che oggi il potere (il biopotere del tecno-capitalismo) è diffuso, orizzontale e trasversale, è diventato una forma di vita, per cui non basta opporsi all’alto in nome del basso (che tende a restare tecno-capitalista), ma occorre un discorso di-verso.

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di Rossana Rossanda

I risultati del primo turno delle elezioni presidenziali a Parigi sono stati un poco lugubri: al secondo turno accanto a Emmanuel Macron è uscita Marine Le Pen, con sette milioni e mezzo di voti, più deldoppio di quanti ne avesse fatti suo padre nello scontro con Chirac nel 2002. Il risultato finale non è affatto sicuro.

Le cose sono andate finora così: il Partito Socialista aveva indetto le primarie per scegliere il candidato. Ma quando è uscito Benoît Hamon – uno dei leader della sinistra, l’altro era Montebourg, e già defilato Jean-Luc Mélenchon -, il Partito Socialista non è stato contento, a cominciare da Hollande. Credo che sia stato Hollande medesimo a introdurre al governo Emmanuel Macron, giovane brillante economista, allievo della banca Rothschild. Senonché Macron, a un anno delle elezioni presidenziali, ha deciso per conto suo di presentarsi, contando sul fatto che il PS non si sarebbe mobilitato per Hamon.

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FONTE PRESSENZA.COM   che ringraziamo

16.04.2017 - Murat Cinar

Turchia: referendum, chiusi i seggi, irregolarità e primi risultati
(Foto di Bianet)

Oggi in Turchia si vota per un cambiamento costituzionale molto radicale. I cittadini sono chiamati alle urne per approvare, solo con un sì o con un no,  un pacchetto composta da 18 punti. La maggior parte dei punti si concentra sull’aumento del potere del Presidente della Repubblica dal punto di vista legislativo, giuridico ed amministrativo.

La prima parte della votazione si è conclusa l’8 aprile tra i cittadini  residenti all’estero. Secondo i primi dati non ufficiali sono circa tre milioni di persone. Invece a livello nazionale si è votato solo in un giorno, ossia oggi, il 16 aprile. Alle ore 17:00 locali i seggi si sono chiusi ed è partito lo scrutinio. Secondo i dati sempre non ufficiali diffusi dalla Rete dei Giornalisti Indipendenti (BiaNet) l’affluenza è stata abbastanza alta: 84%, quindi sono circa 58 milioni e 400 mila voti.

E’ stata una giornata di voto piena di incidenti, irregolarità e brogli,  iniziata con la notizia dell’uccisione di tre persone nella città di Diyarbakir-Amed. Secondo la prima versione dei fatti sembra che si tratti di uno scontro a fuoco tra partigiani del sì e del no al referendum.

Verso la chiusura dei seggi l’Associazione per la Difesa dei Diritti Umani (IHD) ha comunicato una serie di violazioni registrate e documentate. Secondo questo rapporto dell’IHD, nonostante il divieto elettorale, in quasi tutto il paese erano presenti ancora i materiali di propaganda. L’Associazione specifica che, nonostante la regola dei 15 metri di distanza dai seggi, soprattutto nel sud est del paese la polizia e la gendarmeria erano fortemente presenti. L’IHD elenca diverse città in cui alcune persone hanno votato più di una volta, diverse schede si sono trovate già col timbro sul “Sì” pronte per essere imbucate; in diversi casi non  è stato permesso ai suoi membri di svolgere l’attività ufficiale di osservatorio indipendente.

Secondo diverse fonti si sono registrate alcune irregolarità. Il giornalista del quotidiano nazionale conservatore Yeni Safak, Ali Bayramoglu, famoso per la sua posizione a favore del “No” è stato malmenato dagli osservatori del partito al governo (AKP). Questo fatto è stato documentato con una video-ripresa. Uno dei parlamentari dell’AKP, Samil Tayyar, dopo aver votato ha fotografato la sua scheda e l’ha postata sul suo account Twitter. Secondo l’Agenzia di notizia russa Sputnik in un seggio è stato ripreso il caso di un volontario che ha messo il timbro su numerose schede al posto del “Sì”. Nel mentre Ersal Koç, il vice presidente della distretto di Afsin nella città di Maras, appartenente al Partito del Movimento Nazionalista(MHP), si è fatto fotografare mentre metteva il timbro sull’opzione “Sì” fuori dalla cabina elettorale e poi ha diffuso la foto in rete. Attraverso gli account Twitter e Facebook diversi volontari hanno fotografato e diffuso le lettere di denuncia ufficiali delle irregolarità. Quindi già con le prime notizie e prove sembra che si tratti di un voto pieno di irregolarità e violazioni.

Tuttavia la decisione più scandalosa è stata comunicata dall’Ente Superiore per le Elezioni (YSK). Durante la giornata ci sono stati numerosi casi di denuncia in cui sono state identificate varie schede prive di timbro ufficiale dell’Ente; quindi si tratterebbe di un lavoro di copisteria improvvisato all’ultimo momento. A proposito di queste denunce lo YSK ha deciso di contare comunque il parere del cittadino espresso sulle schede anche non ufficiali.

In questo momento secondo l’agenzia di stampa di Stato, Anadolu Ajansi, gli scrutini si sono conclusi quasi del tutto ed il risultato è del 51% a favore del Sì. Tuttavia nasce un grande dubbio su come si è riusciti a contare quasi tutti i 58 milioni di voti in meno di tre ore. Dunque sia il Partito Democratico dei Popoli (HDP) sia il Partito Repubblicano del Popolo (CHP) invitano gli osservatori a non abbandonare i seggi perché secondo loro si tratta di un risultato falso.

Nel mentre il sito web ufficiale dell’Ente Superiore per le Elezioni (YSK) è down. Secondo Erdal Aksunger, vice segretario generale del CHP, lo YSK ha registrato per ora circa il 15% dei voti. quindi i dati comunicati dall’Anadolu Ajansi non sarebbero veritieri. Alle ore 19:00 italiane nelle città di Istanbul ed Ankara, a differenza dei primi dati, sembra che il “No” stia crescendo notevolmente.

Secondo i primi dati alcuni numeri interessanti vengono dalle città fortezza dell’AKP come Bayburt, Aksaray, Rize, Konya, Cankiri dove ha vinto fortemente il “Sì”. Invece nelle città dove sono forti l’HDP e il CHP – Dersim, Kirklareli, Edirne, Sirnak, Hakkari – vince notevolmente il “No”.

fonte SINISTRAINRETE
di Anna Curcio

Da AA.VV, Salari rubati. Economia, politica e conflitto ai tempi del salario gratuito, Ombre Corte, 2017

gratis“Lo chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato”. Questo l’esergo che Silvia Federici sceglie per un testo fondativo della campagna internazionale Salario al lavoro domestico1. Erano gli anni Settanta e il femminismo marxista era impegnato in un duro confronto critico con Marx, per portare in primo piano la produzione di valore del lavoro riproduttivo. Si intendeva in particolare denunciare la gratuità del lavoro domestico e della cura, svelando le forme intrinseche dello sfruttamento del lavoro delle donne2.

La suggestione di Federici, tutt’altro che datata, ritorna pressoché intatta nel presente, mentre il lavoro gratuito dilaga imponendosi quale nuova frontiera dell’accumulazione capitalistica. Stage, tirocini, esperienze di praticantato, straordinari non pagati, volontariato, le innumerevoli forme di gratuità del lavoro intellettuale e artistico e ogni altra sorta di lavoro non retribuito fino alla lavorizzazione del consumo (si pensi soprattutto alle attività che quotidianamente svolgiamo nel web 2.0) stanno ridisegnando la geografia del lavoro contemporaneo. E il lavoro in quanto tale, sganciato dal rapporto salariale, diventa un atto d’amore. È precisamente un atto d'amore quello che oggi il capitale domanda quando chiede di lavorare senza il compenso di un salario, proprio come ha storicamente chiesto alle donne di svolgere gratuitamente e per amore la cura e il lavoro domestico.

Provando a riflettere in parallelo tra la gratuità della riproduzione (naturalizzata al ruolo femminile) e le più recenti esperienze di de-salarizzazione del lavoro, queste brevi note attingono dall’archivio del femminismo marxista, per leggere le trasformazioni produttive e del lavoro in atto, svelarne il contenuto mistificatorio, immaginare i (possibili) percorsi di lotta e le strategie di resistenze alle forme dell’accumulazione capitalistica nella crisi. Perché se, data l’iniqua redistribuzione del plusvalore, il lavoro è sempre sfruttamento, il lavoro fuori dal rapporto salariale finisce per rassomigliare alla schiavitù (benché il non essere coattivo ne costituisce una importante differenza) che si sa, è un formidabile spazio di accumulazione.

Questo scritto, nel contesto della perdurante crisi del neoliberismo, tratteggia dapprima le forme dell’accumulazione contemporanea considerando i dispositivi di cattura del lavoro (§§ 1 e 2) per riflettere poi sulla disposizione soggettiva e sui possibili spazi di resistenza da aprire e coltivare; ovvero con quali armi combattere il dilagare del lavoro gratuito (§ 3).

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Pugno duro sui migranti. Per una manciata di voti

A cura di Gavino Maciocco che ringraziamo

Per trovare consenso a buon mercato al giorno d’oggi la carta vincente sembra essere quella di prendersela con i migranti e con i più poveri.  Con due Decreti legge – n. 13 e n. 14 – emanati lo scorso febbraio (e ora approvati dal Parlamento con la fiducia) il Governo mette in riga chi fugge da guerra e fame, nonché chi mendica nelle città mettendo a repentaglio il decoro urbano.   Ma molte associazioni – tra cui ASGI, Magistratura Democratica, SIMM, ARCI, Comunità di S. Egidio, ACLI, Oxfam, CGIL, CISL, UIL – si oppongono a ciò che a loro parere rappresenta un passo indietro sul piano dei diritti e della civiltà giuridica del nostro Paese.


 

Con l’emanazione del Decreto Legge 17 febbraio 2017, n. 13 (Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale), – sostiene il documento di Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e Magistratura Democratica , (vedi risorse) –   il Governo ha scelto di operare mediante lo strumento della legislazione di urgenza introducendo modifiche di sistema che presentano profili di estrema delicatezza per la salvaguardia di principi costituzionali ed internazionali, e che non appaiono idonee a risolvere le attuali problematiche del sistema di protezione internazionale italiano.

Nel merito le previsioni relative ai procedimenti in materia di protezione internazionale appaiono avere l’effetto di allontanare il cittadino straniero dal Giudice, limitando le possibilità di contraddittorio, anche mediante l’utilizzo della videoregistrazione dell’audizione del richiedente asilo, strumento che può essere considerato utile alla verifica e all’integrazione istruttoria solo se viene garantita la comparizione delle parti e la presenza di un mediatore linguistico-culturale.

L’uso della videoregistrazione dell’audizione del richiedente potenzialmente sostitutivo dell’audizione dello straniero da parte del giudice non è conforme all’obiettivo indicato dalle disposizioni previste dal legislatore dell’Unione europea, orientate a rafforzare i diritti dei richiedenti protezione internazionale. A tal proposito occorre osservare che il diritto dell’Unione valorizza la valutazione piena e diretta del giudice ex nunc di tutte le fonti di prova. A tal fine appare essenziale l’ascolto diretto e personale del richiedente, essendo spesso le dichiarazioni rese dallo stesso gli unici elementi su cui si basa la domanda (art. 46 della Direttiva 2013/32/UE).

Lo stesso risultato di obiettiva riduzione delle garanzie processuali viene prodotto dall’eliminazione del grado di appello, come denunciato dalla stessa Associazione nazionale magistrati – sezione Cassazione che, nel proprio comunicato [PDF: 180 Kb] del 14.02.2017, ha evidenziato l’irragionevolezza di tale scelta in un ordinamento processuale come il nostro in cui la garanzia del doppio grado di merito è prevista anche per controversie civili di ben minor valore rispetto all’accertamento se sussista o meno in capo allo straniero un fondato rischio di persecuzione o di esposizione a torture, trattamenti disumani e degradanti o eventi bellici in caso di rientro nel proprio Paese, e l’inevitabile trasferimento nel giudizio dinanzi alla Corte di cassazione delle criticità e delle disfunzioni che si dichiara di voler eliminare. La previsione di sole 14 sezioni specializzate per trattare i principali procedimenti aventi come interlocutori le persone straniere renderà inoltre più difficoltoso il diritto di difesa della parte, che si troverà lontana dal Foro di discussione della propria controversia, ostacolando sotto il profilo logistico la concreta possibilità di accesso alla giurisdizione. L’accentramento dei procedimenti in pochi Tribunali rischia di accentuare le attuali difficoltà degli Uffici giudiziari coinvolti, che vedranno ulteriormente aumentare il carico di lavoro.

In relazione alle novità in tema di prima identificazione e di rimpatrio degli stranieri irregolari, si osserva che appare persistere una prevalente ottica repressiva del fenomeno, con l’accentuazione degli strumenti di rimpatrio forzoso, attraverso alcune modifiche di dettaglio della disciplina del rimpatrio (come la previsione del trattenimento anche per gli stranieri non espulsi ma respinti, o l’allungamento del termine di trattenimento per coloro che hanno già scontato un periodo di detenzione in carcere), ma, soprattutto, con la decisione di dare inizio all’apertura di numerosi nuovi centri di detenzione amministrativa in attesa del rimpatrio (ora chiamati Centri di permanenza per i rimpatri, invece che CIE).

Su questo punto si concentra la critica al Decreto legge n. 13 da parte della Società Italiana Medicina delle Migrazioni (SIMM), dove nel suo documento(a) (vedi risorse) si legge:

Esprimiamo notevole preoccupazione per l’introduzione di nuovo centri di detenzione, denominati Centri di Permanenza per i Rimpatri (in luogo di Centri di Identificazione e Espulsione – CIE, secondo la legge vigente). Il cambio di denominazione non ne cambia le funzioni, ma le estende ai richiedenti asilo che abbiano presentato ricorso contro un primo diniego.  Nelle raccomandazioni finali del XIV Congresso SIMM nel 2016 [PDF: 197 Kb] avevamo già reiterato la nostra forte preoccupazione per gli effetti dannosi dei CIE, e ne avevamo auspicato la chiusura. La detenzione di uno straniero richiedente asilo – perché tale è fino al giudizio definitivo – collide drammaticamente con il dettato delle norme internazionali e nazionali e costituisce un vulnus gravissimo e potenzialmente irrecuperabile per la salute delle persone che si erano affidate alla Repubblica per avere protezione. A fronte dei significativi stanziamenti previsti per l’apertura di nuovo centri di detenzione, sarebbero essenziali, invece, interventi di miglioramento della qualità dell’accoglienza per i richiedenti protezione.
Tra questi vanno comprese azioni di supporto al lavoro del personale impegnato a vario titolo nella gestione del percorso (componenti le commissioni, giudici, forze dell’ordine, etc.), attraverso un impiego di risorse proporzionate al carico di lavoro ed un costante supporto in termini formativi e di sostegno, quando necessario.  Adeguati investimenti in questo senso, oltre che ad abbreviare i tempi di attesa di valutazione (ad oggi eccessivamente prolungati) limiterebbe il tasso di decisioni erronee e tutelerebbe il personale stesso. Verrebbe ridotto inoltre lo stress aggiuntivo prodotto sui richiedenti asilo, minimizzando il rischio di fenomeni di nuova traumatizzazione. Il decreto, al contrario, devolve alla formazione dei magistrati delle “sezioni specializzate” poche migliaia di euro, mentre 13 milioni sono destinati alla realizzazione dei centri di espulsione”.

Ancora la SIMM:

“Non si ravvisa la necessità di istituire un ‘diritto speciale’ per gli stranieri richiedenti protezione, poiché si trovano, all’interno delle norme previste dal nostro ordinamento, procedure adeguate e coerenti con le garanzie relativamente ai diritti soggettivi della persona: il diritto alla protezione internazionale e il diritto alla salute. Ravvisiamo invece la necessità di dare piena attuazione allo spirito e alla lettera della legislazione laddove prevede percorsi di inclusione per i richiedenti protezione internazionale.
In particolare, per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, è ineludibile la piena applicazione dell’Accordo della Conferenza Stato-Regioni del 20.12.2012 ‘Indicazioni per la corretta applicazione della normativa per l’assistenza sanitaria alla popolazione straniera da parte delle Regioni e Province Autonome italiane’, il quale disciplina la tempestiva iscrizione della persona richiedente asilo al sistema sanitario nazionale con piena inclusione nelle cure”.

Un gruppo di associazioni (A Buon Diritto, ACLI, ANOLF, Antigone, ARCI, ASGI, CGIL, Centro Astalli, CILD, CISL, Comunità Nuova, Comunità Progetto Sud, Comunità di S.Egidio, CNCA,  Focus – Casa dei Diritti Sociali, Fondazione Migrantes, Legambiente, Lunaria, Oxfam Italia, SEI UGL, UIL) hanno firmato un appello che critica duramente sia il decreto legge del 17 febbraio, n. 13, (Contrasto all’immigrazione illegale) che  quello immediatamente successivo del 20 febbraio 2017, n. 14, (Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città).  Si legge in particolare nel loro comunicato (vedi risorse):

Il Decreto Legge Minniti-Orlando e il Decreto ‘Sicurezza’, entrati recentemente in vigore ed in fase di conversione in Parlamento, rappresentano un passo indietro sul piano dei diritti e della civiltà giuridica del nostro Paese. Attraverso un uso improprio della legislazione di urgenza, i due decreti, anziché intervenire sulle tante contraddizioni e i limiti dell’attuale legislazione, introducono nuove norme di discutibile efficacia, senza peraltro migliorare l’efficienza del sistema. Ad esempio si rilancia il ruolo dei Centri Permanenti per il Rimpatrio, nuova denominazione per gli attuali CIE, senza che ne venga modificata la funzione e assicurato il pieno rispetto dei diritti delle persone trattenute.

Gestire e governare in modo efficace e lungimirante il fenomeno migratorio non significa – noi crediamo – limitarsi ad irrealistiche azioni di deterrenza. Occorrono, invece, norme che favoriscano i flussi d’ingresso e la permanenza regolare dei cittadini stranieri, contrastando così il lavoro nero e lo sfruttamento. Ribadiamo inoltre l’urgenza di aprire corridoi umanitari e aumentare considerevolmente i reinsediamenti, per consentire alle persone che fuggono da guerre, persecuzioni, fame e povertà di entrare in Italia e in Europa senza mettere in pericolo la loro vita.

Riteniamo inaccoglibile la pretesa di ricondurre la materia del “decoro urbano” al tema della sicurezza, avallando una concezione dell’ordine pubblico che non produce vera sicurezza ma, al contrario, rischia di creare maggiore insicurezza criminalizzando la marginalità sociale senza preoccuparsi di intervenire per combattere la povertà e la marginalità di un numero crescente di cittadini”.

 

Risorse

Nota

  • a) SIMM ed il Coordinamento dei GrIS fanno proprio il comunicato presentato dal GrIS Liguria, condividendone i contenuti e la ferma condanna del Decreto.

PIERFRANCO PELLIZZETTI - Disintermediazione: come sbaraccare 150 anni di lotte del lavoro

fonte MICROMEGA

ppellizzettiI pappagalli modernisti, quelli che ti ripetono la giaculatoria per sentito dire sulla potenza della rete, spiegandoti che non sei sufficientemente aggiornato in materia di rivoluzione grillina del web, bisognerebbe che venissero a loro volta informati di una verità sconvolgente: i vettori del cambiamento non sono solo tecnologici ma anche organizzativi. Difatti, se tale messaggio fosse arrivato a destinazione, ci saremmo risparmiati l’ennesimo tormentone lessicale d’appartenenza, ad opera delle pedisseque casse di risonanza del Verbo di Sant’Ilario (rimaneggiato dallo staff di linguisti asserragliati nella milanese via Gerolamo Morone): vaffa… rosiconi… click-democrazia… Ora “disintermediazione”.

Un secolo e mezzo di lotte del lavoro gettate impunemente e con disprezzo nel cassonetto della storia. Estrema superficialità o spurgo di umori reazionari?

Quanto gli ideologi a Cinquestelle chiamano “disintermediazione”; ossia taglio delle bardature burocratiche che condussero all’asfissia l’età socialdemocratica-welfariana (preparando l’avvento della controrivoluzione neo-liberista che oggi fornisce l’orizzonte culturale dei managerial-efficientisti alla Davide Casaleggio; quelli per cui “o ti adegui precarizzandoti oppure ti becchi stipendi da fame cinese”), trascura un particolare non da poco: l’atomizzazione delle moltitudini, all’insegna del thatcheriano “la società non esiste”, non è altro che l’abile tattica con cui si è messo fuori gioco il movimento operaio novecentesco. Ossia la consapevolezza che il rapporto squilibrato, in termini di risorse a disposizione e forza contrattuale, tra datore di lavoro e lavoratore poteva essere sanato nella sua prevaricatoria asimmetria soltanto grazie all’aggregazione dei molti senza potere. Un processo storico che ha incivilito la società attraverso quelle che Luigi Einaudi chiamava “le lotte del lavoro”, prima nella fase del mutualismo proletario e poi della sindacalizzazione.

Ma a Beppe Grillo e i suoi ghost-writer il sindacato non piace, come non piaceva a Matteo Renzi, confermando la matrice piccoloborghese della loro cultura. Dunque, non critica della rappresentanza nelle sue patologie (sacrosanta per via delle derive professionali a tendenza castale che infestano le strutture organizzative del lavoro, producendo intollerabili e costosissimi privilegi), bensì sbaraccamento dell’idea stessa di un contropotere che tragga forza dal consenso dei ceti più deboli; di quel lavoro che continua a essere una colonna portante della società, anche se la restaurazione plutocratica di questo quarantennio tende a oscurarlo come soggetto politico collettivo. Ma che terrorizza soprattutto i neoborghesi, il ceto che si è arricchito nelle praterie deregolate dell’Italia a partire dagli anni Ottanta (la stagione del CAF, il concerto Craxi-Andreotti-Forlani, del saccheggio del pubblico denaro), che se ne sentono minacciati dalle sue aspirazioni egualitarie. D’altro canto se si era tamarri allora, si resta sempre tamarri, anche se ripuliti (e magari con villa sulla collina VIP ai confini di Genova).

Visto che si continua a parlare e sproloquiare di democrazia, si dovrebbe avere ben chiaro il concetto liberale che questo modo di “fare società” si basa sulla dinamica (spesso conflittuale) della competizione tra soggetti e interessi. Il suo contrario è l’autocrazia, in cui qualcuno – Uomo Forte o Garante – decide per le moltitudini ridotte a greggi di pecoroni. All’insegna del “fidatevi”. Un diktat subliminale che si accompagna allo sbaraccamento di ogni corpo intermedio; anche stavolta in singolare simmetria con il fallimentare riformismo renziano (e i maldestri tentativi di normalizzazione del ventennio berlusconiano). In un paese dove l’egemonia della cafonaggine neo-borghese diventa devastazione civile.

Pierfranco Pellizzetti

(11 aprile 2017)

Il presidente americano Donald Trump ha firmato la legge approvata dal Congresso degli Stati Uniti che azzera le tutele della privacy su internet. La normativa cancella così le misure di protezione dei dati degli utenti del web, adottata dal suo predecessore Barack Obama. I provider ora non saranno più tenuti a chiedere il permesso degli utenti prima di poter vendere le loro informazioni alle agenzie pubblicitarie, per esempio lo storico delle ricerche e la geolocalizzazione.

SEGUE SU FONTE PRIMA COMUNICAZIONE

Dopo 151 giorni di carcere preventivo, deciso sulla base dello stato di emergenza seguito al tentato golpe dello scorso luglio, la procura di Istanbul ha accusato di golpismo giornalisti e dirigenti del quotidiano Cumhuriyet e presentato la richiesta di rinvio a giudizio per 19 imputati, in testa alla lista dei quali figura l’ex direttore Can Dundar, attualmente in Germania e già in carcere tra novembre 2015 e gennaio 2016 per un’altra vicenda.

Le richieste del pubblico ministero, segnala sul suo sito la Fnsi, variano tra i 7 anni e 6 mesi e i 15 anni di reclusione per Dundar, il suo successore alla direzione del quotidiano Murat Sabuncu e i membri del consiglio direttivo Kadri Gursel, Aydin Engin, Gunseli Ozaltay e Bulent Yener, tutti accusati di far parte di un’organizzazione terroristica armata e aver fornito sostegno a organizzazioni terroristiche senza esserne membri.

SEGUE SU FONTE  PRIMA

Fonte CONTROLACRISI.ORG

Innumerevoli restano i motivi per i quali i padroni continuano a piangere sulla eliminazione del voucher con i giornali e le riviste dei poteri economici dominanti a decantare ancora oggi le lodi del buono. Se al voucher subentrerà il contratto a chiamata è previsto un buon 50% di spese aggiuntive per le aziende
Il Voucher, come il lavoro gratuito, sono le vere novità deli ultimi anni, l'economia della promessa ha favorito il diffondersi di forme alienanti di sfruttamento a costo zero, il voucher poi aveva portato a galla una economia le cui attività sono per lo piu' sommerse. Il voucher non era lo strumento di regolarizzazione del lavoro nero ma il risultato di un compromesso sociale: abbassare ai minimi termini il costo del lavoro e allo stesso tempo vendere una immagine di legalità fittizia per altro perché a gran parte dei buoni corrispondevano ore aggiuntive al nero.

Il voucher, come l'apprendistato e il lavoro gratuito, erano orai parte integrante del sistema aziendale, lo strumento aveva preso la mano del legislatore stesso per cui il buono da uso selettivo era passato a strumento generalizzato con cui sostituire innumerevoli contratti di lavoro Da una parte è innegabile che il voucher abbia aiutato regolarizzare alcuni rapporti saltuari solitamente in nero, ma lo ha fatto solo in minima parte perché un buono da 10 euro serviva in tanti casi a giustificare una giornata lavorativa con gran parte del compenso di quella giornata pagato in nero.

Non sappiamo cosa intenda fare il Ministro Poletti quando parla di nuove forme di regolamentazione del lavoro accessorio e occasionale da costruire con il sindacato, il voucher potrebbe tornare dalla finestra visto che il lavoro a chiamata (o intermittente), un rapporto di lavoro subordinato, ha dei costi per le aziende decisamente piu' alti che molte aziende hanno già definito insostenibile e puo' riguardare solo lavoratori giovani laddove invece i beneficiari del voucher erano di tutte le età.

Il Voucher era quindi assai piu' conveniente, il lavoro a chiamata costa di piu' e presenta alcuni paletti normativi difficili da aggirare come il limite delle 400 giornate nell’arco di 3 anni solari (tranne per i settori dello spettacolo, del turismo e dei pubblici esercizi), per non parlare poi delle indennità maturate dai lavoratori a chiamata per la loro disponibilità.

Pietro Ichino sul Corriere della Sera del 25 Marzo scrive in favore del voucher, di quel lavoro marginale da non mettere a rischio.
paventando l'ipotesi che senza il buono non saranno piu' assunti le figure sociali deboli, i disoccupati di lunga durata, gli emarginati, gli ex detenuti impiegati in catering a rotazione .A parte il fatto che bisognerebbe guardare alle retribuzioni del lavoro in carcere che ha come modello gli Usa dove una giornata di 8 ore viene pagata solo pochi dollari, sarebbe bene guardare agli ultimi ogni giorno a partire dalle decisioni assunte in Parlamento che non discute sul reddito sociale.

In ogni caso le cooperative sociali possono fare ricorso al lavoro intermittente per i lavoratori discontinui oltre a dei part time di poche ore che con il contratto nazionale da loro applicato hanno un costo irrisorio.

Avevamo letto di tutto e di piu' per giustificare il ricorso al voucher, ci mancava solo passare come nemici dell'inserimento sociale e lavorativo degli ex detenuti, quindi respingiamo al mittente le invettive dell'on Ichino il cui scopo era forse quello di scatenare in noi un senso di colpa (facendo leva sulla disinformazione in merito alle tipologie del lavoro purtroppo esistenti) .

Ma parlare di voucher significa anche mettere sotto accusa la pubblica amministrazione che ha utilizzato tanto e male il voucher determinando situazioni di dumping salariale. Un ente locale o una azienda sanitaria non hanno certo bisogno di ricorrere al lavoro occasionale, esistono gli appalti, i global service, i rapporti di lavoro a tempo indeterminato e determinato, le assunzioni con rapporto fiduciario che permettono ai sindaci di stipendiare personale di fiducia a chiamata diretta e senza alcuna selezione.

il costo di un esecutore tecnico o amministrativo negli enti locali è di circa 14 euro lorde all'ora laddove un buono pagato dieci euro rappresentava un vantaggio economico;il valore del voucher coincideva spesso con il pagamento di una ora di lavoro e in questo modo il costo veniva ridotto ai minimi termini, si abbassava ai minimi termini il costo per le aziende e in un colpo solo si annullava ogni riferimento ai contratti nazionali, agli inquadramenti, alla natura della prestazione erogata per stabilire un prezzo unico per qualunque tipologia lavorativa, il costo appunto del voucher

E in questo modo il voucher ha determinato il deprezzamento del costo del lavoro che poi resta il vero motivo per cui nel pubblico e nel privato si è fatto tanto ricorso al buono ma con una evidente forzatura, quella di sostituire al lavoro subordinato una prestazione ben diversa e a costi decisamente irrisori.

Fino a poche settimane fa, da quando si è scoperto che 7 comuni erano tra i principali utilizzatori del voucher, era sfuggito a tutti che il voucher era diventato uno strumento di dumping salariale per tutto il mondo del lavoro, non solo per le prestazioni di basso profilo nel lavoro privato ma alla occorrenza anche nel pubblico impiego e per ruoli cognitivi.

In tutta questa triste vicenda la Ministra Madia non ha aperto bocca nascondendosi dietro alla prossima stabilizzazione dei precari con 3 anni di anzianità nella Pa, sarebbe bene aprire un confronto per allargare le maglie della stabilizzazione andando a capire quanti e quali rapporti di lavoro ci sono nel pubblico.

E nel frattempo non sarebbe male corrispondere non lo stipendio da ministro alla Madia ma pagarla con il voucher tanto per ricordarle

Income inequalities and employment patterns in Europe before and after the Great Recession

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fonte Eurofou
This report addresses growing concerns about income inequalities in academic and policy debates by offering a comprehensive study of income inequalities during the years of the Great Recession starting in 2008–2009 (income data relating to 2004–2013). It has the twofold objective of adopting an EU-wide perspective and providing an updated picture of inequalities across different sources of income and in most Member States. The results show that EU-wide income inequality declined notably prior to 2008, driven by a strong process of income convergence between European countries – but the Great Recession broke this trend and pushed inequalities upwards both for the EU as a whole and across most countries. While previous studies have pointed to widening wage differentials as the main driver behind the long-term trend towards growing household disposable income inequalities across many European countries, this report identifies unemployment and its associated decline in labour income as the main reason behind the inequality surges occurring in recent years. Real income levels have declined and the middle classes have been squeezed from the onset of the crisis across most European countries. The role played by the family pooling of income in reducing inequalities and the impact of European welfare policies in cushioning the effect of economic turbulences on the distribution of income are also explored. An executive summary is also available - see Related content.

Authors: Fernández-Macías, EnriqueVacas‑Soriano, Carlos
Number of Pages: 70
Document Type: Report
Reference No: EF1663
Published on: 13 March 2017
ISBN: 978-92-897-1573-7
Catalogue: TJ-02-17-166-EN-N
DOI: 10.2806/370969
Topic: Economic crisisFamiliesIncome inequalityLabour market changeLow income householdsRecessionWelfare State

Autore: Luca Cangianti

Fonte  Carmillaonline

Veder  scorrere una bibliografia di teoria economica nei titoli di coda non è qualcosa di comune, soprattutto se il documentario cui si è assistito aggancia l’attenzione dello spettatore su un tema ritenuto per soli addetti ai lavori: l’austerità europea e i suoi effetti nefasti sulla vita quotidiana di milioni di persone. Dopo cinque anni di studio sui testi, di riprese e di lavoro in post-produzione, Piigs – Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity sarà in sala il prossimo aprile. Realizzato anche grazie a un’azione di crowdfunding, il lungometraggio è diretto da Adriano Cutraro, Federico Greco e Mirko Melchiorre, mentre la voce narrante è quella di Claudio Santamaria.1
Intervistando alcuni noti economisti, saggisti e scrittori di orientamento eterodosso (tra cui Noam Chomsky, Yanis Varoufakis, Warren Mosler ed Erri De Luca) il film decostruisce il pensiero economico dominante e le sue applicazioni incorporate nella struttura istituzionale europea. Il montaggio è incalzante con molte sottolineature ironiche, l’esposizione è fluida e divulgativa anche grazie a grafici, animazioni e a una grande quantità di materiale audiovisivo d’archivio. Piigs si concentra sulla pars destruens, cioè sulla dimostrazione che le regole dei trattati europei sul deficit, sul debito e sull’inflazione sono frutto di casualità, pressapochismo e perfino di cialtroneschi errori di calcolo su file Excel. Ciò nonostante un effetto, e non di poco conto, tali regole finiscono per produrlo: Chomsky sostiene che la struttura dell’Ue sia stata un’arma fenomenale per distruggere lo stato sociale e riaffermare il più rigido comando sul lavoro; Vladimiro Giacché aggiunge che i trattati europei hanno finito per rappresentare una costituzione parallela in contrasto con molti dei diritti sociali sanciti da quella italiana.2 Nel frattempo, a causa delle politiche economiche previste dai trattati, i “paesi maiali”, i Piigs per l’appunto (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), sono confinati in una condizione semicoloniale nei confronti delle economie centrali guidate dalla Germania, mentre aumentano disoccupazione, povertà e desertificazione industriale.

Tale versante teorico è intersecato dalla storia esemplare della cooperativa sociale Il Pungiglione e della sua combattiva presidente Claudia Bonfini. Questa organizzazione non profit si occupa di erogare servizi sociali impiegando anche persone disabili e in condizioni di disagio, ma a causa dei vincoli imposti dal patto di stabilità ha maturato un credito nei confronti degli enti locali che rischia di condurla alla chiusura. Le vicende della cooperativa, i dialoghi con un’amministrazione pubblica incapace di gestire la catastrofe umana in corso, le voci dei lavoratori rotte dalla commozione durante le assemblee, la musica e i balli di chi riscopre vita e dignità nella protesta, sono enzimi emotivi che accompagnano il ragionamento macroeconomico.
Cutraro, Greco e Melchiorre ci dimostrano che nei palazzi di vetro e acciaio a Bruxelles e a Francoforte c’è qualcuno che ci sta prendendo per i fondelli. Piigs è un dispositivo filmico fatto per scatenare il dibattito: quando in sala si accendono le luci non si torna a casa in silenzio, è impossibile non discutere, non sentirsi chiamati in causa, non arrabbiarsi, magari proprio con quei tre registi che ci sottraggono alle narrazioni consolidate, che sostengono che basterebbe uscire dall’euro e stampare moneta perché tutto andasse per il verso giusto… In verità non è questa la tesi del documentario, anche se alcuni interventi sembrano sostenerla, perché il film non ha una posizione precisa da difendere. Gli intervistati sono europeisti critici, sostenitori della necessità di uscire dall’Eurozona, liberali, keynesiani e marxisti. Sappiamo che ognuno di questi ha la sua pars construens, ma qui si tratta di smontare un dogma tossico, poi verrà il resto. Pur all’interno di quest’approccio principalmente decostruttivo è comunque innegabile che il taglio prevalente sia quello del sottoconsumismo keynesiano: lo si può vedere per esempio nel richiamo a Roosevelt omettendo di segnalare che le sue politiche di stimolo alla domanda aggregata funzionarono solo con la ripresa degli investimenti bellici e dunque con la guerra; oppure nell’affermazione che gli Usa grazie alla sovranità monetaria hanno saputo affrontare meglio la crisi rispetto ai giri di valzer fatti da una banca senza stato come quella europea e da uno stato senza moneta come quello italiano.

Infine va segnalata la scelta d’inserire nelle ultime battute del film una frase malinconica e provocatoria di Erri De Luca. Lo scrittore rivolgendosi a chi sta dietro la telecamera dice: “il problema è che siete pochi, mentre noi negli anni settanta eravamo molti“. Qui, una volta completata l’inchiesta di controinformazione, il documentario diventa autoriflessivo e s’interroga sul perché di fronte alla messa in chiaro della realtà non si scateni una reazione adeguata, non subentri la soggettività sociale e politica. Chissà che dopo realizzato un documentario originale e godibile di teoria economica gli autori di Piigs non vogliano cimentarsi anche con la sociologia della composizione di classe. Ce ne sarebbe altrettanto bisogno.

Mining: initial study shows trade unions save lives

fonte  INDUSTRIEALL

14.03.2017

The findings of a preliminary study have confirmed IndustriALL Global Union’s global campaign message on mine health and safety - trade unions save lives.

New research has found strong evidence that health and safety representatives supported by a trade union were more effective in getting important safety matters addressed and resolved than health and safety representatives acting on their own.

The comparative research project, led by Professor David Walters from Cardiff University, was based on the experiences of worker health and safety representatives in five countries: Australia, Canada, India, Indonesia and South Africa. The research involved interviews with trade unions nationally and regionally, miners, and government inspectors, as well as other key parties.

The research also showed that mine management is not playing its facilitation role, and as a result health and safety representatives are denied the benefits of that support.

“This welcome research reinforces our message that trade unions play a critical role in health and safety awareness and training. We believe that workers have rights, employers an obligation and governments a responsibility to improve safety in mining,” said IndustriALL’s Mining Director, Glen Mpufane.

The present global research report, which is the first of a two stage research project, represents an initial scoping study concerned with the role of worker representation in mines in a range of national economies and how that role is supported or constrained locally, nationally and globally.

The study seeks to determine how the four basic health and safety worker rights contained in International Labour Organziation’s (ILO) Convention 176 are encouraged or restricted. These four basic worker rights are:

  1. The right to refuse to do dangerous work.
  2. The right to education and training.
  3. The right to information.
  4. The right to representation and participation.

The authors of the research, Professor Walters, and Professor Richard Johnstone from the Faculty of Law at Queensland University of Technology/Australian National University delivered the preliminary findings at an FES funded workshop on 7 March held in Johannesburg, South Africa. The workshop, organized by the University of the Witwatersrand’s Centre for Sustainability in Mining and Industry, together with IndustriALL, was attended by health and safety representatives and officials from the National Union of Mineworkers (NUM), National Union of Metalworkers of South Africa (NUMSA), the ILO’s East and Southern Africa Office, the Chamber of Mines of South Africa, and health and safety training practitioners.

Salto d'epoca. Finita la ruota della fortuna siamo entrati nella ruota del criceto, tanti smanettoni invisibili e sommersi, precari a partita Iva con la paura e il rancore che si fa razzismo

Aldo Bonomi   Il Manifesto 8-3-17  che

È interrogante l’ultimo libro di Marco Revelli. Mi domando se non ci resti che sussurrare, o urlare «non ti riconosco più» e ritirarci in buon ordine nel racconto di microcosmi e di territori resilienti, magari con Magnaghi e la sua rete dei territorialisti.

Oppure se valga la pena di alzare lo sguardo e continuare a cercare per capire oltre l’invito di Candido «Dobbiamo coltivare il nostro orto», evocato in un altro scritto di Revelli sul manifesto. O ancora se valga la pena continuare nella fatica di Sisifo dello scomporre e ricomporre il farsi della società nel salto d’epoca dell’accelerazione, con lo sguardo delle lunghe derive braudeliane del potere, del mercato, della civiltà materiale.

Sono tempi di sorvolatori del mondo, di storytelling, di flussi che impattano nei luoghi mutandoli antropologicamente, culturalmente, socialmente ed economicamente. Partirei, come sempre, dal basso, dal processo di deposito delle polveri sottili dei flussi nei polmoni delle “vite minuscole”, della vita quotidiana, nel loro, un po’ come per noi, non riconoscersi più in ciò che era abituale. Può sembrare retrò, ma credo che la parola chiave di tanti comportamenti collettivi sia “sommerso”. Che diventa, nella discontinuità di inizio secolo, sommerso carsico e non più sommerso ascendente. Questo sommerso carsico ha poco a che fare con il “ben scavato vecchia talpa” di marxiana memoria.

Riappare il tema del rendersi invisibili ai poteri, alle tasse, ai mercati, così confluendo, come detriti, nel fiume dei tanti precipitati nel sommerso della povertà, della società dello scarto e dei dannati della terra, il cui fiume è diventato il cimitero/Mediterraneo. Scomporre e ricomporre i detriti di questo fiume mi pare questione sociale e politica, avendo chiaro che pochi sono i salvati e tanti i sommersi. In questo magma carsico si evidenzia un’altra questione: lo sfarinamento della società di mezzo, intesa sia come crisi del tessuto prepolitico della rappresentanza sociale e lo sfarinamento dei ceti medi cui si aggiunge oggi la forma partito. Il sommerso ascendente dei tardi anni ’60 sembra, nel piccolo, un’epopea da far west: contadini che, nella migrazione interna, si fanno operaio massa, operai specializzati che emergono dai sottoscala costruendo capannoni e disegnando con i sindaci aree industriali che si fanno distretto; cooperative di consumo e di lavoro che diventano grandi gruppi della distribuzione o della produzione. La piccola borghesia si fa ceto medio, come ebbe a rilevare Paolo Sylos Labini nella sua analisi.

...continua a leggere "Eclissi della classe media, pochi i salvati tanti i sommersi"

Viva il populismo di sinistra
di
Franco Cavalli
Fonte area7.ch
Non ne posso ormai più di vedere quasi tutti i media trattare dispregiativamente di populista Sanders, Mélanchon, Podemos e simili equiparandoli a squallidi personaggi quali Trump, Le Pen o il fascistoide Orbán. Questa evidente confusione concettuale dimostra l’ignoranza abissale di questi commentatori: potremmo quindi lasciar perdere, senonché c’è il grosso pericolo che la si usi contro chiunque voglia rilanciare un vero progetto di sinistra.

Il 15 dicembre ho visto che Thomas Piketty aveva intitolato la sua colonna su Le Monde “Vive le populisme!”. Se lo fa lui, mi sono detto, perché non farlo anche io? Secondo Piketty il populismo non è nient’altro che una risposta confusa ma legittima al sentimento di abbandono delle classi popolari dei paesi sviluppati di fronte alla mondializzazione e alla crescita delle disuguaglianze. Il trionfo degli xenofobi potrà quindi essere evitato solo se gli “internazionalisti” (Sanders, Mélanchon, Iglesias etc.) sapranno trovare delle soluzioni in grado di correggere le cause del fenomeno. Sin qui Piketty. La sua critica riecheggia in fondo quella di chi pensa che il trionfo del nazi-fascismo durante la crisi degli anni 30 del secolo scorso sia stata favorita anche da una sinistra non solo divisa, ma anche poco concreta e non sufficientemente empatica.

È quindi giunto il momento di riprendere a discutere sui vari tipi di populismo, visto anche che c’è tutta una corrente filosofica (Lacau, Mouffe) che di fronte al venir meno di chiare distinzioni di classe ed in una situazione di “società liquida”, dove la contraddizione maggiore sembra sempre più essere quella tra l’élite ed il popolo, da tempo sta ispirando l’azione politica per esempio di Podemos o del movimento bolivariano in America latina. Chiaramente questo movimento non ha niente a che fare con il populismo di destra, che vede come causa di tutti i mali non il sistema capitalista ma bensì “l’inferiore” (ebreo, musulmano, rifugiato etc.) focalizzandosi quindi su un discorso puramente identitario che nella sua totale irrazionalità arriva a negare anche evidenze scientifiche: si veda per esempio cosa dice Trump della crisi climatica o dell’efficacia delle vaccinazioni. Il populismo di sinistra invece, partendo da un’analisi oggettivamente corretta, cerca di semplificarla e radicalizzarla, onde scuotere le coscienze delle persone ormai spesso anestetizzate dalla cagnara mediatica controllata dai grandi poteri economici.

Questo atteggiamento parte da precise indagini sociologiche, che hanno mostrato come di fronte alle post-verità del populismo di destra a ben poco servano le dimostrazioni dettagliate e precise del contrario, il cosiddetto fact checking. Faccio un esempio per farmi capire. Se voglio presentare un’analisi ineccepibile su come risolvere i problemi della LAMal, il mio discorso diventerà presto abbastanza incomprensibile per molte persone. Se invece mi limito a dire “se introduciamo premi proporzionali al reddito, almeno il 60% delle persone si vedranno i premi ridotti alla metà”, tutti mi capiranno. Questa mia affermazione, anche se tendenzialmente giusta, non è esattissima al centesimo. E quindi Cassis ed il Corriere del Ticino potranno accusarmi di essere populista. A quel punto, ne sarei abbastanza fiero.

Pubblicato il
22.02.17 ..
Edizione cartacea
anno XVI, n° 3 - 24 febbraio

Fonte  effimera.org

Il filo aggrovigliato del possibile

È possibile ridurre l’infinita complessità delle forme sociali in caotica evoluzione a una tendenza centrale, a un attrattore universale del divenire del mondo? Dal punto di vista filosofico non è legittimo farlo, perché occorre mantenere ben fermo il principio di un eccesso infinito e perciò irriducibile del divenire rispetto al conosciuto.

Ma dal punto di vista dell’orientamento nel divenire sociale sì, possiamo anzi dobbiamo farlo. Un gesto interrompe il regresso ad infinitum e inaugura l’azione di cui parla Virno in E così via all’infinito.

Dobbiamo cercare un bandolo dell’intricata matassa, per sapere su quali leve agire, ammesso che siamo in tempo per farlo (e non è detto), ammesso che possediamo la potenza per farlo (e non è detto).

La celebratissima undicesima tesi su Feuerbach, il pilastro centrale della metodologia rivoluzionaria dell’ultimo secolo e mezzo forse andrebbe semplicemente rovesciata.

“Finora i filosofi hanno interpretato il mondo si tratta ora di cambiarlo.” scriveva Marx, e i filosofi dell’ultimo secolo ci hanno provato. I risultati sono catastrofici, se guardiamo al panorama del secolo ventunesimo che ormai dispiega le sue fattezze orribili, più orribili di quanto fosse lecito aspettare.

Compito dei filosofi non è cambiare il mondo, che è anche una frase del cazzo se me lo permettete, visto che il mondo cambia continuamente e non c’è bisogno né di me né di te per cambiarlo. Compito dei filosofi è interpretarlo, cioè cogliere la tendenza e soprattutto enunciare le possibilità che vi sono iscritte. È compito precipuo dei filosofi perché l’occhio dei politici non vede il possibile, attratto com’è dal probabile. E il probabile non è amico del possibile: il probabile è la Gestalt che ci permette di vedere quel che già conosciamo, e al tempo stesso ci impedisce di vedere ciò che non conosciamo eppure è lì davanti ai nostri occhi.

Cogliere il possibile, vedere dentro l’intrico del presente il filo che permette di sciogliere i nodi. Se non cogli quel filo allora i nodi si stringono, e prima o poi ti strangolano.

Abbiamo pensato che fosse più importante cambiare il mondo che interpretarlo, così che nessuno ha interpretato il groviglio che si è costituito a partire dal decennio della grande rivolta. Qualcuno sì c’ha provato, minoritario e quasi solitario. Qualcuno ha detto: il filo essenziale del groviglio presente è quello che collega il sapere la tecnologia e il lavoro.

Il filo essenziale è quello che libera il tempo dal lavoro grazie all’evoluzione del sapere applicato in forma tecnologica.

Il solo modo per evitare che il filo si aggrovigli fino a diventare un nodo inestricabile è seguire il metodo che Marx suggerisce in un altro (meno celebrato ma più attuale) testo, il Frammento sulle macchine. Trasformare la tendenza verso la riduzione del tempo di lavoro necessario in processo attivo di riduzione del tempo di lavoro a parità di ricchezza. Liberare il tempo di vita dal vincolo del salario. Scollegare la sopravvivenza dal lavoro, abbandonare la superstizione centrale dell’epoca moderna, quella che sottomette la vita al lavoro.

Nel Frammento Marx interpreta, non pretende di cambiare, vuole semplicemente indicare quello che è possibile leggendo nelle viscere del rapporto tra sapere tecnologia e tempo di lavoro. Abbiamo pensato che si potesse sfuggire alla catastrofe incaponendoci a cambiare il mondo, e dimenticando la questione centrale, l’unica capace di dirimere il groviglio.

Di fronte alla tendenza verso la riduzione del tempo di lavoro necessario, che si manifestò fin dagli anni ’80 come tendenza principale, il movimento operaio ha pensato che si trattasse di resistere. Mai parola fu più disgraziata, più perniciosa per l’intelligenza. Resistere alla tendenza e cambiare il mondo: bella coppia di scemenze.

La riscossa degli impotenti

Il movimento operaio ha difeso l’occupazione e la composizione esistente del lavoro, così che la tecnologia è apparsa come un nemico dei lavoratori, e il capitale se n’è impadronito per accrescere lo sfruttamento e per legare a un lavoro inutile i destini della società.

Tutti i governi del mondo hanno predicato la necessità di lavorare di più proprio quando era il momento di organizzare la fuoriuscita dal regime del lavoro salariato, proprio quando era il momento di trasferire il tempo umano dalla sfera della prestazione alla sfera della cura di sé.

L’effetto è stato un enorme sovraccarico di stress, e un impoverimento della società. Dato che di lavoratori non ce n’era più bisogno il lavoro si è deprezzato, costa sempre meno ed è sempre più precario e disgraziato.

I lavoratori ci hanno provato con la democrazia e con la sinistra a fermare l’offensiva liberista, ma hanno soltanto misurato l’impotenza della democrazia mentre la sinistra predicava la competizione, la privatizzazione, prometteva lavoro e procurava precarietà.

Alla fine i lavoratori si sono imbestialiti, e il risultato è la riscossa degli impotenti che sta rovesciando l’ordine liberista, la riscossa di coloro che il neoliberismo ha privato della gioia di vivere. Costretti a lavorare sempre di più, a guadagnare sempre di meno, privati del tempo per godere la vita e per conoscere la dolcezza degli altri esseri umani in condizione non competitiva, privati di accesso al sapere, costretti a rivolgersi alle agenzie mediatiche di propagazione dell’ignoranza, e infine convinti per ignoranza che il loro nemico sono quelli più impotenti di loro.

Si fermerà questa onda idiota? Non si fermerà fin quando non avrà esaurito la sua energia che proviene dall’impotenza, e dalla rabbia che nasce dall’impotenza. La classe sociale che ha portato al potere Trump per reagire alla depressione non ci guadagnerà molto. Qualcosa sì, all’inizio. Per esempio invece di assumere 2.200 lavoratori in uno stabilimento messicano la Ford è stata costretta ad assumerne 700 in una fabbrica sul territorio degli Stati Uniti. Bel guadagno.

Ma se gli operai internazionalisti erano capaci di solidarietà, gli impotenti non conoscono quella parola, al punto che l’hanno ribattezzata buonismo. A un certo punto coloro che hanno votato per Trump (o per i molti Trump che proliferano in Europa) si accorgeranno che il loro salario non aumenta, e che lo sfruttamento si fa più intenso. Ma allora non si ribelleranno contro il loro presidente, al contrario daranno la colpa ai messicani, oppure agli afroamericani oppure agli intellettuali del New York Times. L’onda è solo all’inizio e chi si illude di poterla contenere non ha capito bene. Quest’onda sta distruggendo tutto: la democrazia, la pace, la coscienza solidale e alla fine la sopravvivenza.

Dobbiamo sperare nella sinistra?

Ora anche coloro che hanno governato nei governi di centro-sinistra si stanno accorgendo del disastro che hanno combinato. Se ne accorgono soltanto perché l’onda li sta spazzando via.

Tutt’a un tratto, come risvegliati da un sogno, gli attori politici dei governi che hanno riformato i paesi europei secondo le linee del neoliberismo, e che hanno imposto la gabbia del Fiscal compact, scoprono il disastro e si lanciano alla rincorsa di un treno che se n’è andato da un pezzo.

Cosa possiamo aspettarci dall’evoluzione delle sinistre europee?

Un bell’articolo di Marco Revelli sul manifesto del 14 febbraio descriveva la crisi del situazione politica italiana in termini di psicopatia, o piuttosto di entropia del senso.

Il discorso di Revelli non va inteso come una metafora. La psicopatia non è una metafora, ma la descrizione scientifica dell’onda trumpista e (in maniera rovesciata) della decomposizione della sinistra.

Le zone sociali in cui Trump trionfa in Nord America sono quelle in cui la miseria psichica è più devastante. L’epidemia depressiva e il diluvio degli oppioidi, il consumo di eroina quintuplicato in un decennio, il picco di suicidi: questa è la condizione materiale della cosiddetta classe media americana, operai spremuti come limoni, disoccupati devastati dall’impotenza. Il fascismo trumpista nasce come reazione dell’inconscio maschile bianco all’impotenza sessuale e politica dell’epoca Obama.

Il presidente nero si presentò sulla scena dicendo: Yes we can. Ma l’esperienza ha mostrato che invece non possiamo più niente, neanche chiudere Guantanamo, neanche impedire agli squilibrati di comprare armi da guerra dal droghiere qui sotto, né uscire dalla guerra infinita di Bush.

La destra si alimenta di questa impotente reazione all’impotenza, la sinistra comincia a rendersi conto di quel che ha combinato, ma è troppo tardi.

O forse non è troppo tardi, semplicemente non si riesce a vedere che la soluzione del problema sta esattamente nella direzione contraria a quella che ha imposto il liberismo con l’aiuto decisivo della sinistra.

Dov’è la soluzione? La soluzione sta nel rapporto tra sapere tecnologia e lavoro, che rende il lavoro umano superfluo ma non scioglie il nodo del salario. L’aumento di produttività reso possibile dalle tecnologie da molto tempo ha avviato l’erosione del tempo di lavoro, ma ora l’inserimento dell’intelligenza artificiale nei congegni di automazione spazzerà via il lavoro di milioni di persone in ogni ambito della vita produttiva, ed è inutile opporre a questa tendenza inarrestabile la difesa del posto di lavoro. Soltanto un’offensiva culturale e politica per la riduzione del tempo di lavoro e per la rescissione del rapporto fra reddito e lavoro può sciogliere il nodo.

Non è un problema politico ma cognitivo, e psichico: si tratta propriamente di un doppio legame, o ingiunzione contraddittoria chiamala come vuoi. L’ingiunzione cui la sinistra soggiace (e che impone all’intera società) è l’obbligo sociale al lavoro dipendente, l’obbligo di scambiare tempo di vita per sopravvivere. Sciogliere questo vincolo epistemico e pratico è la premessa per dispiegare liberamente le energie cognitive verso il bene di tutti.

L’estinzione del lavoro è un processo che non si riesce ad elaborare ma si tenta di contrastare con effetti culturalmente e politicamente disastrosi.

I popoli si sentono minacciati e si convertono al nazionalismo, che si risolve in una forma semi-consapevole di suprematismo bianco.

Il precipizio europeo

Su questo sfondo la crisi europea resta come sospesa sull’orlo di un precipizio.

Le misure di austerity che dovevano stabilizzare il quadro finanziario hanno disastrato il quadro sociale fino al punto che ormai per la maggior parte della popolazione europea l’Unione Europea è diventato sinonimo di trappola. La democrazia si è mostrata impotente a contenere l’invadenza del sistema finanziario, e la frustrazione si è trasformata in un’onda torva in cui la competizione economica prende forme nazionaliste e razziste.

Sulla questione europea è mancata una strategia autonoma dei movimenti.

Nel 2005 la sinistra critica europea scelse di sostenere il “sì” al referendum sulla costituzione (ma di fatto sulla liberalizzazione del mercato del lavoro) che si tenne in Francia e in Olanda, e in questo modo consegnò al Front National lepenista la direzione della rivolta anti-finanziaria.

Da quel momento i movimenti sono stati paralizzati nell’alternativa tra globalismo liberista e nazionalismo sovranista.

Durante l’estate dell’umiliazione greca lo abbiamo visto bene: non c’è stato nessun movimento europeo, nessuna solidarietà politica col popolo greco.

I dirigenti della sinistra europea (a cominciare dall’italiano Renzi) hanno mostrato tutta la loro pochezza, ma il silenzio della società è stato ancor più agghiacciante. L’umiliazione greca (e l’auto-disprezzo che ha accompagnato da quel momento tutta la sinistra europea) ha provocato un definitivo cambiamento di percezione. Da allora il processo europeo fa paura, percepito come un predatore da cui proteggersi. La conseguenza del tutto prevedibile (anzi così prevedibile da ripetere il copione degli anni ’20 del secolo passato) è il ritorno del sovranismo nazionalista.

L’emergente nazionalismo europeo va però inserito in un contesto globale di tipo nuovo, che Sergey Lavrov ha definito post-west-order.

L’ordine occidentale (fondato sulla difesa della democrazia contro il socialismo sovietico) pare dileguarsi, ora che l’opposizione ideologica contro la Russia è sostituita da una sorta di patto suprematista bianco.

In un articolo pubblicato da The American Interest nel giugno 2016, Zbignew Brzesinski descrive il panorama dei prossimi anni secondo uno schema allarmante: Daesh potrebbe essere solo il primo segnale di una sollevazione di lungo periodo a carattere di volta in volta terrorista, nazionalista, fascista: l’inizio di una sorta di guerra civile planetaria.

I popoli devastati dalla violenza del colonialismo stanno avviando una rivolta contro la supremazia bianca.

In questo contesto la politica di Trump verso la Russia rivela un disegno strategico di tipo bianco suprematista. Trump procede in maniera contraddittoria con la Russia, ma il suo disegno strategico va in direzione dell’unità dei cristiani, dei bianchi, della razza guerriera superiore. Se c’è un filo di ragionamento nell’incubo distopico che Trump ha in mente, questo filo è il suprematismo bianco.

L’Europa è marcia ma noi facciamone un’altra

E’ probabile che questo incubo stia per inghiottire l’Europa. L’Unione europea è in agonia da tempo, presto inizierà la sua decomposizione.

Gli antidoti sembrano esauriti, e l’austerity non attenua la sua stretta.

Il nazionalismo appare come una vendetta che i popoli imbestialiti dall’impotenza hanno scatenato contro le sinistre neoliberali. E’ difficile pensare che l’onda possa fermarsi prima di avere esaurito le sue energie nella direzione che già si può intravvedere.

L’esito più probabile nel medio periodo è la guerra civile europea, nel contesto della guerra civile globale.

C’è una via d’uscita?

Solo degli idioti possono indicare la strada del ritorno alla sovranità nazionale, della moneta nazionale. E’ la ricetta che ci porterà a ripetere la guerra civile jugoslava su scala continentale.

La via d’uscita non sta certamente nelle mezze parole di autocritica mai esplicita che vengono fuori dalle bocche dei dirigenti della sinistra tedesca, francese, italiana. Né la via d’uscita sta nella promessa di un improbabile impegno per il salario di cittadinanza in un paese, la Francia, in cui i socialisti non hanno quasi alcuna possibilità di raggiungere il ballottaggio. (E nel caso che Hamon raggiungesse il ballottaggio la prima cosa che cancellerebbe dal suo programma sarebbe proprio il salario di cittadinanza).

La via d’uscita non sta nella campagna contro il Brexit che ha lanciato Tony Blair, criminale di guerra ed esecutore della devastazione neoliberista della società. In molti hanno votato Brexit proprio per odio e per vendetta contro questa sinistra. Io voterei per il Brexit, se l’alternativa è Tony Blair, e molti altri farebbero come me.

Ma allora c’è una via d’uscita dalla guerra civile europea?

La via d’uscita sta soltanto in un movimento gigantesco, in un risveglio cosciente della parte pensante della società europea. Resta soltanto la speranza che una minoranza rilevante della prima generazione connettiva trovi la strada della solidarietà e del sabotaggio. Solo l’occupazione di cento università europee, solo un’insurrezione del lavoro cognitivo potrebbe avviare una re-invenzione del progetto europeo. E’ improbabile, ma il possibile non è amico del probabile.

Occorre un movimento che prenda atto del fallimento che non è il nostro fallimento, non è il fallimento della generazione Erasmus, non è il fallimento dei lavoratori precari e cognitivi, è il fallimento della sinistra neoliberale, del ceto politico sottomesso al sistema finanziario.

Grazie a costoro l’Europa è morta, ma noi facciamone un’altra. Immediatamente, senza por tempo in mezzo, un’Europa sociale, un’Europa dell’uguaglianza e della libertà dal lavoro salariato.

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Intervento preparato per l’Incontro Nazionale Universitario che si terrà il 12 marzo 2017 a Bologna in via Zamboni 38: È Tempo di riscatto!, organizzato da Collettivo Universitario Autonomo Bologna
Immagine in apertura: un’opera di Blu, a Melilla, in Spagna

fonte SOCIALEUROPE.EU

by on

The election of Donald Trump to the US Presidency as well as the seemingly inexorable ascendency of right-wing populism in Europe has raised troubling questions about the future of democracy. In his new book, Branko Milanovic (BM) discusses the relationship between global inequality and the future of capitalism and democracy, respectively (a related interview has been published here). Whereas BM thinks that inequality and capitalism can co-exist, he is sceptical with respect to democracy. While he characterizes the American form of plutocracy as “maintaining globalization while sacrificing key elements of democracy” (p. 211), he sees European populism as “trying to preserve a simulacrum of democracy while reducing exposure to globalization” (ibid).

However, the Trump election teaches us that plutocracy and populism eventually go well together. With reference to Milanovic’s famous “elephant graph”, it is straightforward to see why this should happen. Three important observations can be inferred from the graph: firstly, very remarkable income gains in emerging economies, in particular China and India, have led to the emergence of a new middle class in the Global South. Second, income for the middle class in advanced Western countries has stagnated. Thirdly, the income of the Top 1 percentile, i.e. the global super rich, has also grown very substantially, while being still underestimated according to BM.

The elephant, Trump and the working class

Two political interpretations of these facts are obvious. A left narrative would draw the central political conflict line in the EU and US between the working population and the rich elite and call for redistribution from the rich to the middle and lower strata of the population. Clearly, such an interpretation constitutes a threat to the privileges of the plutocratic elites.

The populism of Donald Trump should thus be seen as a Gramscian hegemonic strategy based on an alternative reading of the elephant graph. His brand of populism combines two elements. First, by way of exploiting the correct fact that large segments of the US working class have indeed not benefitted from globalization, he is juxtaposing the US middle class against workers in emerging economies by invoking antagonisms such as “We Americans” against “Mexican immigrants” or “our jobs” against “cheap imports from China”. Thus he reframes an economic issue into one of identity and diverts attention away from class antagonisms between rich and poor. Second, upon that basis Trump has promoted a political project of “America First”, which reconstructs an imaginary community of “hard-working” Americans.

The hegemonic project of populism thus combines a narrative of imagined political community along national, ethnic, cultural or religious dividing lines with limited material promises in terms of more jobs for its members. The political culture becomes marked by dramatization of the cult of leadership, strong-handed demonstrations of authority and ruthless use of language coupled with denial of facts and intimidation of opponents.

Trade-off between hyper-globalization and democracy

So then, what is the prospect for an alternative political agenda that wants to advance an egalitarian project, both between and within nation states? Dani Rodrik has introduced the “political trilemma of the world economy” as a heuristic tool to analyse the political options available under globalization. The three elements of the trilemma are (i) national sovereignty, (ii) hyper-globalization, i.e. deep economic integration of the world economy, and (iii) democratic politics. The trilemma posits that only two out of three elements are compatible. Thus, if one thinks that a substantial transfer of powers to the international level with a view to creating some form of democratic global governance is impossible given the continued prevalence of nation states, and if one thinks that a combination of populist/authoritarian national politics in combination with a deepening of hyper-globalization is undesirable, then the basic trade-off any progressive political project has to face is that between hyper-globalization and democracy. For democrats this choice should be straightforward.

Against this background, the current debate on Trump’s populism appears misguided. In reductionist fashion, the liberal press (see e.g. here and here) portrays the economic core of the emerging populist projects as consisting of protectionism. However, by refusing to sign TTP and criticizing NAFTA, while indicating a readiness to negotiate bilateral trade deals in future, Trump has advanced a mercantilist approach that wants to increase the gains from globalization for the US. Consequently, he initialled a de-regulatory agenda for the highly globalized US financial sector and tax reductions for the corporate sector in general, evidently in order to improve its international competitive position. Similarly, the strategy of populist forces in power in the EU (e.g. in Hungary and Poland) is not directed against economic integration, but against political federalism, i.e. the transfer of power to the supra- or international level, while at the same time eroding the institutional division of powers and democratic participation within their countries. Thus, the strategic focus of populism both in the US and the EU is oriented towards establishing an authoritarian combination of nation state and hyper-globalization. While it is restrictive with regard to the mobility of labour and has a more interventionist policy approach, it is arguably not directed against economic globalization per se, but against liberal democracy and global governance.

Liberal calls on the forces opposing populism to focus their efforts on the defence of hyper-globalization could prove potentially disastrous for the political left. While not denying the heightened potential for conflict, a progressive political project should welcome a multi-polar world order and focus on fighting for democracy by reinvigorating its potential for a more egalitarian and solidaristic society. Besides strengthening democratic participation, upholding human rights and expanding social inclusion and equity, this will involve a more stringent regulation of hyper-globalization. In certain areas, a partial de-globalization and re-regionalisation of economic activities, respectively, for instance in the financial sector, in agriculture or with respect to public services seems warranted. In contrast to right-wing populism, such a project would thus be principled with respect to democracy, instrumental with respect to globalization and realistic with respect to the pro tempore prevalence of the nation state.