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FONTE MICROMEGA

"Non si tratta di fondare l’ennesimo partito ma di costruire ciò che ci è sempre sfuggito: una vera forza politica europea". Lorenzo Marsili – 32enne fondatore della ong European Alternatives – ha le idee chiare per DiEM25. Le votazioni sul sito del movimento si sono appena concluse. Il 92% ha scelto di andare avanti sul cammino elettorale. Ha vinto dunque l'opzione caldeggiata insieme al frontman Yanis Varoufakis: "Vogliamo costruire un’alleanza capace di portare una lotta senza quartiere tanto contro l’establishment quanto contro la deriva nazionalista, DiEM25 è pronta per la sfida elettorale”. segue  >>> intervista a Lorenzo Marsili di Giacomo Russo Spena

 

Diffondiamo da ilmanifesto.it del 16 ottobre 2017

 

 

 

 

Autore Riccardo Petrella

fonte INCHIESTAONLINE.INFO

C’è vita a sinistra? C’è vita se  c’è capacità utopica, dove per utopia s’intende anche l’immaginazione di “luoghi di vita” buoni, desiderati, da realizzare. La sinistra – l’insieme delle forze sociali organizzate anche piano politico al servizio dell’uguaglianza tra tutti gli esseri umani rispetto a diritti e dignità – ha purtroppo sperimentato a sue spese la perdita di immaginazione e capacità utopica.

I gruppi dominanti sono riusciti, a partire dagli anni ’70, ad imporre nuovamente la loro narrazione della vita, della società e del mondo. E per due ragioni principali. Da un lato, ritornati al potere all’epoca di Reagan e Thatcher, hanno operato una massiccia de-costruzione ideologica e sociale dello Stato del welfare. Dall’altro, non avendo sviluppato una visione politica autonoma della scienza e della tecnologia, la sinistra non ha potuto giocare alcun ruolo innovatore influente sulle strategie di controllo ed uso delle nuove tecnologie del vivente, cognitive, dell’informazione e della comunicazione, energetiche e delle tecnologie dei materiali, sulla base delle quali l’economia mondiale e le società “sviluppate” sono state profondamente ristrutturate.

...continua a leggere "Riccardo Petrella: C’è vita a sinistra? Immaginazione e utopia lasciate all’avversario"

fonte IL BLOG di Mauro Zani

Autore :  Mauro Zani

Nell’attuale momento storico dove s’è ormai imposto un pieno totalitarismo liberista, come forma di dittatura sulla politica, è, a mio avviso vano e sterile cercare di manovrare all’interno delle coordinate dettate, esplicitamente o implicitamente, dalla sua inesorabile logica.

Insomma continuare a giocare con carte truccate porta alla sconfitta “reale” sul piano dei valori e dei principi sociali fondamentali per una forza di sinistra, anche quando si dovesse formalmente vincere. Dato che la contrapposizione culturale, teorica e pratica non si è avuta,fino ad ora, restano solo due strade.

Quella del PD che segue come l’intendenza i dettami della dittatura liberal/liberista entro un progetto di trasformismo denominato centro-sinistra e quella di chi guarda con speranza e comunque ardimentosamente, pericolosamente verso “nuove vie della seta” per la sinistra, nell’unico modo possibile.

Ripartire daccapo. Forse dal livello zero Ritentare ancora. E’ quest’ultima una posizione ultra minoritaria che impone di fermarsi, prendere fiato e cercar di ripartire su basi diverse, radicalmente diverse, rispetto all’esperienza della sinistra comunista e socialdemocratica del novecento.

Per questo, al netto di qualche simpatia per i tentativi in atto a sinistra (del PD naturalmente) faccio fatica a ragionare in termini di razionalità politica a corto respiro. Non so bene a cosa serva. Non vedo dove porti una manovra classica entro le attuali coordinate.

Chi vuole ottenere peso politico ed elettorale per fare pressione sul PD e togliere dal campo Renzi e il suo arruffato trasformismo come condizione per ricostruire un centro-sinistra mi sembra rimanere del tutto interno alla realtà, sociale, politica psicologica plasmata da trent’anni di liberismo.

Alla fine anche se quest’operazione, dovesse andare (molto parzialmente) in porto, del ché è lecito dubitare, non farebbe altro che consolidare gli imperativi ideologici dell’attuale dominio dei poteri globali (per dirla sbrigativamente).

Tante volte ho detto a coloro che si ostinano ad intervenire su questa sottospecie di intermittente blog che c’è da intraprendere una traversata nel deserto. Necessariamente minoritaria ma non per questo priva di una sua interna e forte verità. Il coraggio di osare lasciandosi alle spalle il bagaglio di un passato che non passa, guardando oltre ogni attuale contingenza.

Oltre i limiti imposti da sistemi politici resi obsoleti da ormai tanto tempo. L’efficacia politica oggi mi sembra risiedere in un immersione, senza zattere di salvataggio, nei problemi sociali del nostro tempo con il coraggio di cercare di erodere i miti e gli idoli che sono stati imposti come diffuso senso comune.

Via e fuori dal senso comune è la prima condizione per ritentare la scalata verso una società di liberi ed uguali. Anche continuando a sbagliare. Ma ritentare occorre. Cosa vuol dire in termini pratici? Di prassi politica?

Secondo il mio, sempre provvisorio, parere converrebbe operare sul medio lungo periodo. Esempio, entro questa visione, da qui alle elezioni non c’è tempo né per seminare né per raccogliere. L’uva è del tutto acerba. Conviene, converrebbe puntare più in alto.

Persino saltare un giro dando forza eclatante al “partito” delle schede bianche. Condizione forse per presentare una lista civica nazionale, un’alleanza tra cittadini, al prossimo giro di boa elettorale che, con ogni evidenza, ci sarà nel giro di non molto tempo. E farlo, necessariamente con i protagonisti, la classe dirigente, che potrà formarsi nel frattempo.

E da lì ripartire dividendo la destra dalla sinistra in modo netto, al fine democratico in senso pieno e “reale”, per ricostituire l’autorità della politica basata sull’autorevolezza degli attori sociali. E tra questi il ruolo, finalmente e politicamente centrale e trainante della classe sociale maggioritaria dopo la proletarizzazione della classe media.

E’ un modo per non rassegnarsi. Per dirla in gergo mercatista :votiamo scheda bianca perché sul mercato della politica non c’è alcuna nuova offerta all’altezza delle prove ardue del presente e del futuro.

E intanto stiamo ventre a terra sui cosiddetti territori con un attivismo centrato su piccoli parziali successi che possano aggregare dal “basso” per far crescere idee nuove, proposte politiche non ancora elaborate.

Follia?

Questo articolo è stato pubblicato sul blog di Mauro Zani l’11 ottobre 2017

fonte  Inchiestaonline.info

Franco Di Giangirolamo: Tag der Deutschen Einheit

Nelle immagini marionette giganti per la festa di riunificazione della Germania a Berlino

Oggi, tre ottobre, si festeggia la riunificazione della Germania. I risultati delle elezioni politiche, sarebbero già sufficienti a fotografare „lo Stato dell’Unione“. Senza entrare nella complessa disamina del voto, basti dire che , nelle 6 regioni della ex DDR, i partiti che alcuni vorrebbero definire come rappresentanti degli opposti estremismi (Die Linke e AfD) rappresentano il 40% dell’elettorato, una consistenza elevatissima rispetto ai Laender occidentali. Inoltre, in non pochi collegi elettorali entrambe i partiti hanno raggiunto percentuali del 30, 35%. A Berlin, che non perde mai il palma res di metropoli di sinistra, i Die Linke toccano il 18,8% e sono il secondo partito dopo la CDU (22.7%) e lasciano al terzo posto la SPD che arriva a poco meno del 18%, pur essendo il partito che esprime il Sindaco Metropolitano.

In questa colorazione elettorale, dominata dal Nero di quelli che noi chiameremmo „democratici cristiani“, e da concentrazioni di rosa socialdemocratico, di verde ambientalista e di giallo liberale, le regioni dell’Est hanno una connotazione del tutto anomala e specifica che lasciano pensare ad esperienze fallite.

Se il reddito procapite all’Est è di 18.465 euro e all’Ovest è di 22.312 euro, se all’Est la disoccupazione è al 7,1% (non tenendo conto della precarietà dilagante) e all’Ovest è al 5,1%, se i centri di ricerca sono in occidente il triplo che all’oriente, se il pendolarismo da Est verso Ovest è il triplo di quello inverso, se all’Est l’età media degli abitanti è più alta di 4-5 anni, solo per citare alcuni dati, parlare di festa dell’annessione (Anschluss) non è del tutto fuori luogo. ...continua a leggere "Franco Di Giangirolamo: Tag der Deutschen Einheit"

07.09.2017 FONTE - Unimondo

Brasile, “La nostra storia non è iniziata nel 1988”
(Foto di http://www.survival.it/)

All’inizio di agosto era stata lanciata una vasta campagna internazionale per contrastare i tentativi del presidente brasiliano Michel Temer di commutare in legge un controverso parere legale sul possibile mancato riconoscimento territoriale ai popoli indigeni che non stavano occupando le loro terre ancestrali prima del del 5 ottobre 1988, quando l’attuale costituzione del paese è entrata in vigore. Questa nuova proposta, chiamata “marco temporal” o “limite temporale” dagli attivisti e dagli esperti in legge, lo scorso 16 agosto è stata rigettata da una sentenza unanime della Corte Suprema del Brasile, che si è espressa a favore dei diritti territoriali dei popoli indigeni in due casi di controversie terriere. Tutti e otto i giudici hanno votato a favore dei diritti indigeni e contro il governo dello stato del Mato Grosso, nell’Amazzonia, che aveva chiesto un risarcimento per alcune delle terre demarcate come territori indigeni alcuni decenni fa. ...continua a leggere "Brasile, “La nostra storia non è iniziata nel 1988”"

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n95-s.pdf

In questo numero:

Le false illusioni del mercato del lavoro
di Ciccio De Sellero

Il capolavoro di Minniti
di Alessandro Giglioli

L’estate in cui l’Italia oltrepassò il Rubicone del razzismo
di Peppino Caldarola

Gli accordi di Parigi e la scomparsa dei cambiamenti climatici
di Raffaele Salinari

Venezuela, l’opposizione si spacca e fa arrabbiare El País
di Gennaro Carotenuto

Buona lettura e diffondete!

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Referendum "autonomista" in Lombardia, federalismo fiscale, regionalismo.
Milano 24 luglio 2017. Interessante seminario di Articolo 1 Lombardia con una introduzione di Onorio Rosati sull'iter del referendum, del prof. Alessandro Santoro sul cosiddetto federalismo fiscale e della prof.essa Maria Agostina Cabiddu sugli aspetti costituzionali e giuridici. Molto utile per orientarsi in vista della data del 22 ottobre quando in Lombardia e Veneto ci sarà il referendum...
http://www.puntorosso.it/seminari.html

***

NUMERO 3 della RIVISTA di Punto Rosso-Lavoro21 - LUGLIO 2017
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-rivista-numero3-s.pdf

 FONTE MICROMEGA  CHE RINGRAZIAMO

di Angelo d'Orsi

Ancora qualche riflessione a partire dalla ricorrenza del primo anno dal sisma che distrusse città e villaggi del Centro Italia lo scorso 24 agosto 2016, a poche ore dalla piccola scossa che ha fatto seri danni, e un paio di morti e qualche ferito, a Ischia. Con una impudenza straordinaria il ceto politico si ripete negli annunci, nelle garanzie, nelle promesse. Faremo, porteremo, sgombreremo: una sovrabbondanza di tempi futuri per gente che reclama il presente. E l’immancabile fervorino ai soccorritori (ma che devono fare i professionisti del ramo, se non soccorrere?!), e soprattutto lo stucchevole richiamo allo Stato che “non lascerà sole queste popolazioni”. ...continua a leggere "La politica, arte di guardare lontano"

fonte SINISTRA.CH

Di seguito presentiamo il testo integrale del discorso del presidente cinese Xi Jinping alla cerimonia di apertura del Forum per la cooperazione internazionale della Belt and Road* nella sua versione italiana tradotta da Marco Pondrelli per il sito italiano Marx21.it.

Discorso di S.E. Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare cinese alla Cerimonia di Apertura del Forum per la cooperazione internazionale della Belt and Road: 14 maggio 2017.

Distinti Capi di Stato e di governo,
capi delle organizzazioni internazionali,
Signore e signori,
Cari amici,

In questa bella stagione di inizio estate mentre ogni cosa vivente è piena di energia, desidero accogliere tutti voi, illustri ospiti, che rappresentate più di 100 paesi, in questo importante forum sulla Belt and road Iniziative BRI* che si svolge a Pechino. Questo è davvero un incontro di grandi menti. Nei prossimi due giorni spero che, impegnandoci in uno scambio di opinioni, contribuiremo a perseguire l’iniziativa BRI, il progetto del secolo di cui possano beneficiare le persone di tutto il mondo.

Signore e signori,
Cari amici,

pushpin marking on China mapOltre 2000 anni fa i nostri antenati percorsero vaste steppe e deserti aprendo il passaggio transcontinentale che collega Asia, Europa ed Africa, conosciuto oggi come la via della Seta. I nostri antenati, navigando in acque difficili, crearono rotte marittime per collegare l’Oriente con l’Occidente, la Via della seta marittima. Queste antiche rotte della seta aprirono rapporti amichevoli tra le nazioni, aggiungendo un capitolo splendido alla storia del progresso umano. Il millenario “braccialetto di seta in bronzo” esposto al Museo di Storia della Cina di Shaanxi ed il “relitto di Belitung” scoperto in Indonesia testimoniano questo emozionante periodo della storia.

Attraverso migliaia di chilometri ed anni le antiche vie della seta incarnano lo spirito della pace e della cooperazione, l’apertura e l’inclusione, l’apprendimento reciproco ed il reciproco vantaggio. Lo spirito della via della seta è diventato un grande patrimonio della civiltà umana.

-Pace e cooperazione. In Cina durante la dinastia Han intorno al 140 a.c. Zhang Qian, un emissario reale, lasciò Chang’an capitale della Dinastia Han. Viaggiò verso ovest per una missione di pace e aprì una via terrestre per collegare l’Oriente e l’Occidente, un’impresa audace conosciuta come il viaggio di Zhang Qian nelle regioni occidentali. Secoli dopo durante gli anni delle dinastie Tang, Song e Yuan, si espansero questi sentieri sia in terra che in mare. I grandi avventurieri tra cui Du Huan dalla Cina, Marco Polo dall’Italia e Ibn Battuta dal Marocco hanno lasciato le loro orme lungo queste antiche rotte. All’inizio del Quattrocento, Zheng He, il famoso navigatore cinese della dinastia Ming, fece sette viaggi verso i mari occidentali, un’impresa ricordata ancora oggi. Questi pionieri hanno guadagnato il loro posto nella storia e non come conquistatori, con le loro navi da guerra, con le armi o con le spade. Sono piuttosto ricordati come emissari amichevoli che condussero carovane di cammelli e navi a vela con i loro tesori. Generazione dopo generazione i viaggiatori della via della seta hanno costruito un ponte per la pace e la cooperazione est-ovest.

...continua a leggere "La via della seta del XXI secolo: il discorso integrale di Xi Jinping"

Autore : Jean Olivier Mallet

Ho letto con una certa sorpresa che il Senato accademico della Statale di Milano di fronte ai tagli finanziari ministeriali e nonostante i continui aumenti delle rette universitarie (ma nel rispetto dell'autonomia accademica?) ha appena instaurato il numero chiuso anche per le materia umanistiche come storia e filosofia.
Rimango perplesso: sarà una idea da seguire in un Paese dove il tasso di laureati è già tra i più bassi d'Europa? Di più, molti giovani Italiani emigrano dopo la laurea in mancanza di prospettive attraenti...
E' anche un problema largo: l'Università di Parigi1 Sorbonne ha appena introdotto un numero chiuso a filosofia. A Milano la decisione è stata dell'Università di fronte a dubbi ministeriali, mentre a Parigi è il Ministero che imporrebbe il numero chiuso all'Università.
All'università di Pisa come altrove, costretti dai tagli finanziari ad accogliere sempre più studenti (nonostante l'aumento delle tasse universitarie), molti docenti di Corsi di Laurea umanistici ancora senza numero chiuso accettano l'idea di introdurlo magari per migliorare la qualità della didattica.
Cosi in tutta l'Europa, 50 anni fa, c'è chi denunciava l'Università dei baroni (mandarins , in francese) e che oggi si ritrova con l'Università- azienda (o pseudo-azienda) dalla missione sempre meno culturale (studenti come cittadini) e sempre più professionalizzante (studenti come consumatori). Allora, dobbiamo chiederci se queste due missioni non devono essere ricercate alla pari, particolarmente, quando si tratta di materie umanistiche, utili alla cultura di tutti, magari in indirizzi complementari a formazioni professionalizzante.
Da Francese, sono ancora più dubbioso: in Francia, una parte dell'Università le "grandes écoles" pubbliche o private sono iperselettive. La selezione si legittima della "meritocrazia": borse di studio ieri (les boursiers de la République) e prestiti bancari oggi (all'americana) non garantiscono una uguale opportunità sociale di accesso, ma soprattutto il titolo di studio selettivo come ticket de mantenimento (o d'ingresso) nei ceti medi-alti della gerarchia sociale è un fattore di riproduzione della società oligarchica contemporanea. Progressivamente i risultati di una intensa selezione universitari diventano deludenti, fino a produrre élites mostruose: autoreferenziali, arroganti e mediocri, ma decisamente rapaci Ci servirebbero meno élites e più cultura diffusa in vari ceti sociali. Di più, come anche l'insegna la Francia, il numerus clausus è difficile da programmare nella durata: gli studi medici e le "quote" (come il latte) agli studi infermieristici stanno provocando mancanze di professioni. Oggi e ancora di più domani scarseggiano i medici di diverse specializzazioni rimpiazzati da medici del Sud del mondo e vengono importate infermiere spagnole o dell'Est. Chiusura delle élites e mancanza di professionisti: non sempre il malthusiano numero chiuso dà buoni risultati!
JOM31Pisa

FONTE INCHIESTAONLINE.INFO

AUTORE :  Bruno Giorgini | 2 maggio 2017 | Comments (0)

 

Mio nipote liceale a Parigi è sceso in strada con i suoi compagni al grido di “Nè Le Pen nè Macron…” con quel che segue, grosso modo che l’unica via è la rivoluzione o qualcosa di simile – la parola rivoluzione essendo del resto quasi scomparsa dal lessico anche dei più ribelli tra i ribelli. E si capisce, sono ragazzi che ancora non hanno il diritto di voto e il cui modo di espressione politica altro non può che essere la democrazia della strada.

Ma diversa è la responsabilità di chi al voto ha diritto e lo pratica. Perchè tra Macron e Le Pen si tratta di una scelta obbligata, o l’uno o l’altra tertium non datur. A meno di non astenersi o votare scheda bianca. Ma siccome qualcuno voterà, pochi o molti, uno dei due diventerà comunque Presidente della Republique. Quella che in Costituzione vede scolpite Libertè, Egalitè, Fraternitè.

...continua a leggere "Bruno Giorgini: Viva Macron. O no"

 fonte ILMANIFESTOBOLOGNA.IT

Dal 2013 al 2016 il grande affresco Occupy Mordor, dipinto da Blu sulla parete di Xm24, ha messo in scena una battaglia per la città: le truppe del sindaco Sauron – armate di ruspe, mortadelle e sfollagente – si scontravano con un popolo che suonava, ballava, pedalava, leggeva, hackerava, coltivava e lanciava angurie con le catapulte.

Oggi l’affresco non c’è più, ma la battaglia è in pieno svolgimento. Proprio come in quella raffigurazione, la città ufficiale ha la forza dei partner economici per imporsi ai suoi avversari, ha la forza poliziesca per reprimerli, e ha mezzi enormi – infinitamente più grandi di un muro – per mettersi in scena e magnificarsi.

La Bologna ufficiale è una città boriosa, soffocante, sempre più allergica ai poveri e a marginali. Una città che sogna di sterilizzarsi dai germi del dissenso, e una di queste mattine potrebbe risvegliarsi sterile.

...continua a leggere "Bologna: difendere l’Xm24 per tornare a respirare"

di
Giuseppe Dunghi (fonte:  area7.ch che ringraziamo)
..
Ong, organizzazione non governativa, cioè indipendente dallo Stato. Come finanziano le loro attività le ong? Generalmente con le donazioni dei privati, i quali possono poi detrarre tali somme dalle imposte perché bisogna pagarne il meno possibile. Anzi, visto che – come ha affermato in questi giorni la Corte dei Conti italiana – un prelievo fiscale troppo alto «non aiuta il contrasto all’economia sommersa e la lotta all’evasione», per combattere l’evasione bisognerebbe ridurre le imposte. O almeno ne andrebbe eliminata la progressività, quell’aumento dell’aliquota in misura più che proporzionale all’aumento del reddito. Insomma le imposte dovrebbero diventare regressive, più sei ricco, meno paghi.

Le prigioni del terzo millennio hanno sbarre fatte di parole. Sono gli aggettivi, i sostantivi, i verbi e le frasi che tengono in ostaggio la società, fanno vivere nella paura e sequestrano il futuro. Mai come oggi mentre si parla di sostenibilità e biodiversità le foreste vengono distrutte a un ritmo forsennato per far posto a monoculture di soia, mais e palma da olio. Mai come quando si leggono servizi sul marchio bio e il chilometro zero i pomodori sono prodotti nello Xinjiang cinese, inscatolati in Italia e venduti in Africa a un prezzo così basso che ai contadini locali non conviene più coltivarli. Mai come quando si nega l’esistenza delle classi sociali (non si scrive più «salariati» o «classe operaia», ma «la parte più disagiata del ceto medio»), esiste la classe dei ricchi, che conduce la sua lotta di classe e la sta vincendo.

Quando il 12 febbraio scorso il popolo svizzero ha respinto gli ennesimi sgravi fiscali concessi alle imprese (e non «l’eliminazione dell’imposizione ridotta» delle multinazionali straniere, come affermato in modo truffaldino dal Consiglio federale), è stato detto che il quesito referendario era troppo complicato e in sostanza non sono state capite le ragioni dell’economia. Invece si sta finalmente comprendendo che l’economia non è quella cosa che intendono il ministro delle finanze Ueli Maurer e quello dell’economia Johann Schneider-Ammann, l’arte di arricchirsi o di fare investimenti redditizi o di rendere concorrenziale la propria nazione, insomma «il mondo delle imprese», ma è l’arte di far star bene il maggior numero possibile di persone al mondo. la lingua non è corvéable à merci da parte di coloro che dopo aver tolto dignità al lavoro stanno ora procedendo a toglierla anche alle parole.

L’oikonómos di Senofonte è il padre di famiglia che amministra saggiamente la casa, provvedendo a che ci sia sempre una scorta di farina e di olio, filo da tessere per le donne, paglia sufficiente per l’asino e una piccola bottega sul lato della casa che dà sulla strada per vendere i prodotti del lavoro domestico. Fra i moderni, chi più si è avvicinato al significato etimologico della parola è stato l’industriale Henry Ford che nel 1914 portò la paga giornaliera dei propri dipendenti da 2,50 a 5 dollari, e a un giornalista che gli domandava perché, rispose: per permettere ai miei operai di comprare le automobili che costruiscono. Scrivendo del lavoro oggi ridotto a merce e della lotta necessaria per riportarlo alla dignità fondativa del vivere civile, Paolo Favilli ha citato Piero Gobetti: «Al di fuori della lotta politica manca il criterio del rinnovamento etico». Non si esce dalla miseria se non attraverso il conflitto. Per scappare dalla prigione non bisogna aspettare che arrivi una ong dei diritti umani, bisogna incominciare a segare le sbarre.
Pubblicato il
12.04.17

L’appalto degli snack ha ucciso l’Alitalia

di Giorgio Meletti, da Il Fatto quotidiano, 25 aprile 2017

fonte MICROMEGA

A tutti questi salvatori dell’Alitalia in servizio permanente effettivo (ministri, sindacalisti, manager, capitani coraggiosi, consulenti a gettone e figli di papà con lo stipendione) dei posti di lavoro non gliene frega niente. Salvare l’Alitalia è il business preferito di una classe dirigente (non solo politica) irresponsabile e corrotta dai suoi pensieri ignobili, non dalle tangenti. Nessuno dei medici pietosi che si sono avvicendati al capezzale della “compagnia di bandiera” (titolo abusivo e abusato per dare parvenze vitali a un cadavere) ha il coraggio di dire chi è stato. Chi ha spinto l’Alitalia sempre più in basso, succhiando miliardi di euro pubblici e proclamando che il problema era in via di soluzione? Nessuno lo dice perché l’hanno fatto tutti insieme, per anni, dandosi il turno tra chi faceva e chi fingeva di non vedere.

Sappiano allora i dipendenti Alitalia che stanno per perdere il lavoro che la loro sorte è segnata da 30 anni. Da quando lo scenario del trasporto aereo cambiò radicalmente: dai mercati protetti si passò alla competizione aperta. E nessuno in Italia si pose il problema.

Ci provò Romano Prodi, per la verità. Nel 1988, da presidente dell’Iri, silurò il potentissimo numero uno Umberto Nordio, accusandolo di non aver fatto niente per posizionare l’Alitalia nel nuovo scenario competitivo internazionale. Il plenipotenziario andreottiano Paolo Cirino fulminò Prodi con l’indimenticabile “è finita la stagione dei professori”. Prodi ci riprovò 20 anni dopo, da presidente del Consiglio. Stava per vendere l’Alitalia all’Air France. Ma c’erano le elezioni alle porte, Silvio Berlusconi annunciò le barricate contro lo straniero, e lo straniero disse a Prodi “arrivederci e grazie”.

In collaborazione con l'International Transport Workers Federation, federazione sindacale globale formata da 690 sindacati che rappresentano circa 4.5 milioni di lavoratori del settore del trasporto in 153 paesi.

 

I portuali del Madagascar si battono per i loro diritti. Sono stati licenziati per aver aderito al sindacato che lotta per porre fine al lavoro precario, al salario basso e a condizioni di lavoro insicure. Nel mese di marzo, i sindacati di tutto il mondo hanno consegnato lettere ai consolati del Madagascar chiedendo giustizia per quei lavoratori ai quali deve essere permesso di ritornare al lavoro. Centinaia di persone hanno consegnato direttamente il messaggio, inviandolo via e-mail al governo del Madagascar nel quale chiedono che siano applicate con urgenza le leggi del lavoro e che siano difesi i diritti dei lavoratori. Il 3 aprile del 2017, l'ITF, l'ITUC, e il sindacato dei lavoratori SYGMMA hanno presentato una denuncia all'OIL a nome dei 43 portuali.

Difenderete i portuali del Madagascar e invierete ora al ministro del Lavoro del Madagascar per assicurare che applichi le leggi locali del lavoro e reintegri questi lavoratori?

Guardate il video

PER ADERIRE ALL'APPELLO VAI ALLA FONTE  ACT NOW!

FONTE MICROMEGA

di Bernardo Valli, da Repubblica, 18 aprile 2017

Il risultato del referendum turco è rimasto in bilico tra un successo ufficiale e un affronto politico. Convinto di avere carisma e popolarità, Recep Tayyip Erdogan si aspettava di più. Contava su un vero plebiscito di consensi ed è invece per una manciata di voti che ha vinto la consultazione sulla super presidenza. Ha ottenuto una maggioranza risicata (51,4%) ed anche contestata. Per lui l’aritmetica elettorale è severa. L’opposizione chiede che si riconsideri la validità di due milioni e mezzo di suffragi espressi su schede senza timbro ufficiale. Il governo sostiene che già prima dell’elezione era stato riconosciuto il valore di quei bollettini.

La controversia rende ancora più fragile quello che doveva essere un trionfo e che invece ha rivelato la spaccatura quasi netta del Paese. Circa venticinque milioni di turchi hanno votato per i diciotto emendamenti alla Costituzione, cioè un milione e mezzo di più di quelli che li hanno respinti. I due milioni e mezzo di schede contestate rovescierebbero il risultato che Erdogan si è affrettato a definire storico.

Invece di esibirne la compattezza come lui sperava, l’esito della consultazione ha offerto l’immagine di un Paese insubordinato, tutt’altro che rassegnato a rinunciare di propria volontà allo Stato di dirittto e a conferire al rais il controllo dell’esecutivo e di larga parte del legislativo e del giudiziario. Erdogan non ha dunque avuto l’incoronazione solenne su cui puntava, promuovendo una Repubblica superpresidenziale fatta su misura per lui.

La nuova Costituzione entrerà in vigore entro due anni e gli dovrebbe garantire il potere fino al 2029. Ma il percorso non sarà tanto agevole dopo l’esito di domenica, che può appunto essere letto anche come un affronto politico, o perlomeno come il ridimensionamento dell’uomo forte, giudicato invincibile. Il carattere di Erdogan è in apparenza più incline alla collera che alla delusione. In questa occasione ha tenuto i due sentimenti per sé e ha esaltato una vittoria zoppa.

...continua a leggere "Turchia, il sultano azzoppato"


Nel mese di gennaio, funzionari delle autorità locali e la direzione della società per servizi petroliferi, OCC, hanno cercato di soffocare una pacifica protesta di massa dei lavoratori. Questa società fa parte della KazMunaiGas, la più grande società petrolifera e di gas del Kazakhstan.

Hanno arrestato due dirigenti sindacali Amin Yeleusinov e Nurbek Kushakbayev. Sono stati accusati in base al codice penale repressivo di aver indetto uno sciopero.

Agli inizi di aprile,  Kushakbayev è stato condannato a due anni e mezzo di lavori correttivi in una colonia.

Il giudice ha, inoltre, sostenuto la richiesta di indennizzo della società per un valore di circa 80.000 dollari per presunti danni.

L’OCC ha avviato licenziamenti di massa dei lavoratori che hanno partecipato alle proteste.

Questo è scandaloso e dobbiamo denunciarlo.

Insieme alla Confederazione Internazionale dei Sindacati e al sindacato globale, IndustriaALL, abbiamo lanciato una campagna online con la quale chiediamo che la società ritiri le sue richieste di indennizzo, fermi la repressione e avvii il dialogo con i lavoratori.

Per favore, dimostrate il vostro sostegno cliccando qui:

https://www.labourstartcampaigns.net/show_campaign.cgi?c=3425

Per favore, condividete questa campagna con i vostri amici, parenti e colleghi del sindacato.

Grazie

Eric Lee

fonte  GREENSTYLE   che ringraziamo

di Cristiano Ghidotti

 

Arriva dalla Germania una notizia importante nell’ottica di sviluppo delle soluzioni relative all’eolico offshore: l’ente Bundesnetzagentur ha pubblicato l’esito della gara indetta dal governo tedesco e finalizzata alla realizzazione di nuovi impianti nel Mare del Nord. Quattro i progetti che ne sono usciti vincitori, per una potenza totale pari a 1.490 MW e con un costo   medio dell’energia previsto in soli 0,04 euro/kWh, di gran lunga inferiore alle aspettative.
Due dei progetti fanno capo a DONG Energy: si chiamano OWP West e Borkum Riffgrund West 2 ed entrambi produrranno 240 MW. Un terzo è costituito da una centrale da 900 MW a cura di EnBW. Questi non richiederanno l’erogazione di alcun incentivo. Discorso differente, invece, per il quarto impianto: Gode Wind 3, sempre di DONG Energy, al quale invece verrà riconosciuto un sussidio quantificato in 0,06 euro/kWh.

Gli operatori hanno scelto di avanzare proposte non incentivate grazie a una serie di fattori favorevoli: in primis l’esclusione dei costi di connessione alla rete di distribuzione elettrica, che andrà a ricadere sulle bollette delle utenze, poi il termine fissato per le operazioni di costruzione fissato con un ampio margine, al 2024.

Tutti i dettagli degli investimenti dovranno invece essere stabiliti e comunicati entro il 2021: le due aziende avranno dunque tempo altri quattro anni per beneficiare delle continue innovazioni tecnologiche, in particolare quelle legate al grado di efficienza delle turbine. Gli impianti saranno poi operativi per un periodo previsto di 25-30 anni e sfrutteranno venti che in quota soffieranno a una velocità di oltre 10 m/s.

In altre parole, secondo DONG Energy e EnBW, assicurarsi oggi le aste significa poter far fruttare al meglio gli investimenti nel prossimo periodo, complice una progressiva riduzione delle spese legate all’installazione e alla manutenzione delle turbine. Questo dovrebbe favorire, in prospettiva, il processo di transizione della Germania verso l’approvvigionamento energetico da fonti rinnovabili, contribuendo così all’abbandono del carbone.

Il portavoce del presidente russo Dmitry Peskov ha commentato i piani della Serbia di comprare dalla Russia i sistemi missilistici S-300; ha dichiarato che il tema della cooperazione tecnico-militare (VCO) appare nell'agenda delle comunicazioni di alto livello.

"Il tema della cooperazione tecnico-militare è legato ad una serie di questioni molto sensibili. Certamente esso si trova all'ordine del giorno nelle comunicazioni di alto livello" ha risposto Peskov alla domanda se la questione delle consegne degli S-300 sia stata discussa con il presidente serbo.

La scorsa domenica il Premier serbo Aleksandr Vucic ha dichiarato che Belgrado ha bisogno di due divisioni di sistemi missilistici antiaerei S-300 e un reggimento di comando, e il loro acquisto è in corso di valutazione con la Russia e la Bielorussia. Il presidente serbo ha personalmente parlato con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente bielorusso Alexander Lukashenko.
FONTE SPUTNIK

Commento di Editor
Inquietante questa volontà del governo serbo di acquistare missili S-300 russi. Chi sono nell'immaginario del governo serbo i nemici da cui difendersi con questo sistema d'arma ?
Sulle concrete motivazioni per un acquisto importante di un sistema d'arma così potente da un paese economicamente modesto sarebbe opportuno avere maggiori conoscenze. Cosa dice in merito  la rappresentante dell'Europa Mogherini ? La crescita delle tensioni proprio nell'area balcanica, zona faglia tra occidente e medio oriente è motivo di seria preoccupazione. 

Alcune caratteristiche di questo sistema d'arma.

...continua a leggere "Geopolitica : le intenzioni della Serbia di acquistare S-300"

da MICROMEGA che ringraziamo

 

Possono i cittadini riconquistare la sovranità sulla tecnologia? Sì, ma solo a patto di riconquistare prima la sovranità sull’economia e la politica, andando oltre le favolette fabbricate dal contemporaneo capitalismo tecnologico. Per gentile concessione di Codice edizioni, proponiamo stralci dalla prefazione alla nuova edizione di “Silicon Valley: I signori del silicio” di Evgeny Morozov.

di Evgeny Morozov

La sinistra non è mai stata un asso nel creare eccitanti narrazioni a sfondo tecnologico, e infatti anche in questo caso non ha alcuna eccitante narrazione da offrirci. Peggio ancora: non ne avrà mai una se non riscriverà la storia di internet – l’humus intellettuale della Silicon Valley – come una storia di capitalismo e imperialismo neoliberista.

Già come concetto, internet non è una nitida fotografia della realtà. Somiglia più alla macchia d’inchiostro del test di Rorschach, e di conseguenza chi la guarda ne trarrà una lezione diversa a seconda della sua agenda politica o ideologica. Il problema di internet come concetto regolativo su cui basare una critica alla Silicon Valley è che la rete è così ampia e indeterminata – può contenere esempi che portano a conclusioni diametralmente opposte – che lascerebbe sempre alla Silicon Valley una facile via di fuga nella pura e semplice negazione. Dunque qualsiasi sua critica efficace dovrà anche sbarazzarsi del concetto stesso.

Persino progetti come Wikipedia si prestano a questa lettura duplice e ambigua. Nel sinistrorso ambiente accademico americano la tendenza dominante è leggere il suo successo come prova che le persone, lasciate a se stesse, sono in grado di produrre beni pubblici in modo del tutto altruistico e fuori dal contesto del mercato. Ma da una lettura liberista (o di destra) emerge un’interpretazione diversa: i progetti spontanei come Wikipedia ci dimostrano che non serve finanziare istituzioni perché producano beni pubblici come la conoscenza e la cultura quando qualcun altro – la proverbiale “massa” – può farlo gratis e per giunta meglio. […]

La nostra incapacità di smettere di vedere ogni cosa attraverso questa lente internet-centrica è il motivo per cui un concetto come la sharing economy risulta così difficile da decifrare. Stiamo assistendo all’emergere di un autentico post-capitalismo collaborativo o è sempre il buon vecchio capitalismo con la sua tendenza a mercificare tutto, solo elevata all’ennesima potenza? Ci sono moltissimi modi di rispondere a questa domanda, ma se partiamo risalendo agli albori della storia di internet – è stata avviata da una manica di geni intraprendenti che smanettavano nei garage o dai generosi fondi pubblici delle università? – difficilmente troveremo una risposta anche solo vagamente precisa. Vi do una dritta: per capire l’economia della condivisione bisogna guardare – indovinate un po’… – all’economia.

Da una prospettiva culturale, la questione non è se internet favorisca l’individualismo o la collaborazione (o se danneggi o agevoli i dittatori); la questione è perché ci poniamo domande così importanti su una cosa chiamata internet come se fosse un’entità a sé stante, separata dai meccanismi della geopolitica e dal contemporaneo capitalismo iperfinanziarizzato. Finché non riusciremo a pensare fuori da internet, non potremo tracciare un bilancio corretto e attendibile delle tecnologie digitali a nostra disposizione.

[…]Ci siamo fossilizzati sulla tesi della centralità di internet per spiegare la realtà (a seconda delle volte fosca o edificante) attorno a noi, e così continuiamo a cercare aneddoti che confermino la correttezza della nostra tesi; il che non fa che convincerci ancora di più che la nostra tesi preferita debba essere centrale in qualsiasi spiegazione dei nostri problemi attuali.

Ma cosa significa in pratica pensare fuori da internet? Be’, significa andare oltre le favolette fabbricate dal complesso industrial-congressuale della Silicon Valley. Significa prestare attenzione ai “dettagli” economici e geopolitici relativi al funzionamento di molte società hi-tech. Scopriremmo così che Uber – grande promotore della mobilità e della lotta alle élite – è un’azienda che vale più di 60 miliardi di dollari, in parte finanziata da Goldman Sachs. Allo stesso modo, ci renderemmo conto che l’attuale infornata di trattati commerciali come il TiSA, il TTIP e il TPP, nonostante siano ormai falliti, mira a promuovere anche il libero flusso di dati – scialbo eufemismo del ventunesimo secolo per “libero flusso di capitali” –, e che i dati saranno sicuramente uno dei pilastri del nuovo regime commerciale globale. […]

Una simile lente post-internet potrebbe far sembrare il mondo un posto assai deprimente, ma non più di quanto già lo sia la realtà stessa del capitalismo di oggi. Questo nuovo modo di vedere ci offrirebbe anche un’idea di quello che bisogna fare e dei soggetti a cui si potrebbe affidare un eventuale programma di emancipazione. Una discussione adulta e matura sulla costruzione di un solido futuro tecnologico deve iniziare dal riconoscimento che dovrà essere anche un futuro tecnologico non liberista.

Quindi, invece di continuare a discutere all’infinito su quanto emancipante possa essere il consumo o su come dobbiamo adattarci all’ultima calamità imparando a codificare la nostra soluzione individuale, dovremmo chiederci quale effetto hanno le politiche di austerity sugli stanziamenti per la ricerca. Dovremmo indagare sul fatto che l’evasione fiscale delle società tecnologiche impedisce alle alternative pubbliche di emergere. Dovremmo ammettere che l’incapacità delle persone di arrivare a fine mese a causa della crisi economica rende la sharing economy, con la possibilità che offre di mettere sul mercato tutto ciò che si possiede, non solo allettante ma anche inevitabile.

[…] Per tornare a una delle prime domande che ci siamo posti: possono i cittadini riconquistare la sovranità sulla tecnologia? Sì, ma solo a patto di riconquistare prima la sovranità sull’economia e la politica. Se la maggior parte di noi crede in qualche specie di “fine della Storia” – perché non ha voglia o non è capace di indagare la possibilità di una genuina alternativa sia al capitalismo globale sia al ruolo dominante del mercato nella vita sociale –, allora davvero non c’è speranza. Qualsiasi nuovo valore internet abbia potuto contenere al suo interno sarà schiacciato dall’attrattiva del soggettivismo neoliberista.

Tuttavia, se si pensa allo stato disastroso in cui versa oggi il capitalismo – dalla crisi finanziaria alle guerre in Medioriente al possibile sgretolamento dell’Unione Europea –, è difficile non dare per scontata una simile teoria della “fine della Storia”.

Insomma, la cattiva notizia è che, se vogliamo che internet esprima fino in fondo il suo potenziale, il capitalismo deve finire. La buona notizia è che questo potrebbe succedere prima di quanto pensiamo.

(14 aprile 2017)

 

FONTE PRESSENZA.COM

Il 23 marzo, presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi “Roma Tre” si è svolto l’incontro “Diritti Umani in Argentina”, una riflessione sui passi avanti realizzati nell’ultimo decennio in materia di diritti umani e sulle forti preoccupazioni emerse ultimamente circa i rischi di un’involuzione in questo settore.
La transizione dal kirchnerismo al “macrismo”, inaugurato dalla vittoria di Mauricio Macri alle presidenziali argentine nel 2015,è avvenuta in modo rapido e tutt’altro che indolore. Cristina Kirchner ha concluso il suo mandato tra accuse di corruzione e scelte che hanno spinto parte del suo elettorato a non rinnovare la fiducia alla sua coalizione, il Frente para la Victoria. Innegabili, comunque, i miglioramenti in materia di tutela dei diritti civili e politici registratisi negli ultimi anni. Si deve infatti a Nestor Kirchner, predecessore di Cristina, l’abolizione delle leggi che avevano garantito fino a quel momento l’impunità ai responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani compiute durante l’ultima dittatura militare, una tra le più spietate del Novecento. Negli ultimi anni sono state emesse centinaia di sentenze di condanna, nell’ambito di altrettanti processi, portati avanti spesso con difficoltà e timore da parte dei testimoni. Si è trattato di un passo avanti importante nella direzione del raggiungimento di quella giustizia che da decenni settori della società argentina chiedono venga assicurata. Giustizia che costituisce premessa necessaria per una ricomposizione delle fratture che da molto tempo dividono la popolazione.

...continua a leggere "Desaparecidos di ieri e di oggi"

fonte MICROMEGA

È utile rispolverare gli strumenti dell’istruzione liceale, come l’analisi del testo, di fronte agli editoriali che si ripetono sulla stampa italiana. Ad esempio quelli di Dario Di Vico sul Corriere della Sera. L’ultimo si scaglia contro la decisione della CGIL di portare avanti la campagna referendaria per l’abolizione dei voucher nonostante il tentativo governativo di disinnescare il voto.

La colpa della Cgil e di chi si ostina a pensare che i voucher vadano aboliti è quella di “di abbattere ponti [invece] che cercare soluzioni”. Quei ponti - ci spiega Di Vico – creati dalla crisi che ha unito lavoratori e imprese contro “il capitale finanziario, la competizione al ribasso indotta dalla globalizzazione e l’incapacità politica di trovare soluzioni”.

Finanziarizzazione dell’economia, competizione al ribasso e scelte politiche non sono eventi naturali e imprevedibili. La corsa delle imprese alla finanziarizzazione capace di creare più velocemente e senza ostacoli rendimenti per i proprietari (o azionisti), ma anche per tutti quei manager addetti a questa funzione e retribuiti in base a questi risultati, è stata una scelta ben precisa del tessuto produttivo italiano, europeo, internazionale. Se poi anche nella finanza si son creati monopoli, dispiace per Di Vico, ma è il capitalismo, bellezza!

Nel frattempo le stesse imprese prima durante e dopo la crisi non hanno trovato utile recuperare il ritardo sul fattore maggiormente obsoleto in Italia, il capitale (produttivo): macchinari, impianti, strutture produttive, mentre si chiedeva l’abolizione dell’articolo 18, la liberalizzazione dei contratti a termine. La politica ha presto trovato soluzioni: via con la riforma Fornero, via col Decreto Poletti, con la Garanzia Giovani, col Jobs Act e dulcis in fundus l’alternanza scuola-lavoro.
Il costo del lavoro non è solo sceso, ma è stato praticamente abbattuto accompagnando licenziamenti, tagli ai diritti e lavoro sempre più povero quando non gratuito.

Intanto, le scelte della politica da un lato producevano tagli al welfare, alla Naspi ai fondi per l’assistenza sociale, dalla scuola alla sanità, dall’altro regalavano miliardi alle imprese per stabilizzare un po’ di contratti, tagliavano l’Imu su tutte le prime case anche quelle milionarie (che solitamente non sono di proprietà dei lavoratori) e, per non farci mancare niente, hanno con l’ultima legge di stabilità ridotto l’Ires, la tassa sui profitti. In modo uguale per tutti. Ma pare che alle imprese non importa di esser trattate tutte in egual modo pur essendo molto differenti, la progressività, la giustizia sociale, queste sconosciute.

Insomma, la barricata comune di cui parla Di Vico nella realtà non esiste.

Al contrario, l’ideologia – che dice essere protagonista di una scena passata, scongiurandone il ritorno- è sempre stata viva e quella attualmente dominante ha lottato contro i lavoratori. Ci vuole una buona dose di falsa coscienza per non riuscire ad ammettere che l’evoluzione economica e politica è frutto di una precisa ideologia: quella neoliberista. La stessa che storicamente viene riassunta con le parole di Margaret Thatcher, “la società non esiste, esistono solo gli individui”: tutti contro tutti, ognuno è responsabile del proprio destino della propria fortuna e della propria miseria (economica, sociale e politica). Quell’ideologia che erige a religione la flessibilità nel lavoro, che sbandiera la superiorità del privato (o come piace chiamarlo per de-soggettivizzarlo, il mercato) sul pubblico. Quell’ideologia per cui solo le imprese possono creare lavoro, per cui l’istruzione e la salute non sono beni pubblici a garanzia dei diritti di cittadinanza, o meglio dei diritti umani, ma spettano a una élite, quella che ha la possibilità di pagare (e sempre di più) per questi beni e servizi.

Per fare un esempio concreto di come questa ideologia ha operato è possibile fare riferimento proprio ai referendum e in particolare quello sugli appalti. L’esternalizzazione sempre più massiccia di pezzi del settore pubblico a imprese, cooperative e chi più ne ha più ne metta – in base alla duplice ossessione del: bisogna tagliare la spesa e bisogna che se ne occupi il mercato – ha nella realtà generato maggiori costi sia per lo Stato sia per i cittadini, ha sostenuto tutti gli espedienti volti ad abbattere il costo del lavoro: cooperative che non rispettano i contratti nazionali, che convenientemente decidono di sparire e non retribuire i lavoratori. I servizi pubblici sono diminuiti sia in quantità sia in qualità, ma il loro costo è aumentato, escludendo dalla loro fruizione proprio coloro che ne hanno maggiore diritto perché più vulnerabili, perché semplicemente non possono permettersi la baby sitter h24 o la clinica privata per un’otturazione ai denti.

Da qui è quindi possibile rivendicare che la questione referendaria non riguarda esclusivamente la Cgil e un pezzo di politica parlamentare, ma riguarda tutto quel pezzo di società spogliata (quando non palesemente derubata): lavoratori, studenti, disoccupati.

Ed eccoci ai voucher, strumento nato e vissuto nella piena incostituzionalità (si vedano anche soltanto gli articoli 35 e 36 della Costituzione). Le proposte avanzate dal governo eludono sostanzialmente la questione di fondo che è alla base di una rivendicazione (forse ancora fin troppo silenziosa): non è possibile ammettere che esista lavoro senza diritti. Inoltre, anche il lavoro domestico (o le ripetizioni) per quanto accessorio (tutto da verificare) non esclude la subordinazione. Se chi decide quando, quanto, dove e come si lavora non è il lavoratore allora quest’ultimo è subordinato alle decisioni altrui, da cui evidentemente dipende. Perché se le famiglie non riescono a conciliare vita e lavoro e non riescono a pagare dignitosamente chi le aiuta, il problema probabilmente è che le famiglie si sono impoverite, che i tempi di lavoro si sono allungati a parità di salari, che gli asili nido non esistono e così via.

Non è inoltre chiaro come mai categorie già di per sé più marginali nel mercato del lavoro, quelle a cui si vuole restringere l’uso dei voucher, debbano continuare a vivere nella marginalità. I voucher escludono non soltanto diritti come ferie retribuite, diritto al cumulo per gli assegni di disoccupazione, diritto alla malattia retribuita, ecc ecc, ma con una contribuzione previdenziale pari al 13% viene anche negato il diritto a una pensione degna (se mai l’avranno in generale). Ancora, i voucher non danno diritto all’assegno di ricollocazione, quel baluardo delle politiche attive tanto agognate da certi commentatori.

Temi che ovviamente non riguardano solo i lavoratori voucherizzati, ma tutto il mondo del lavoro, a parte quei pochi manager o AD di giornali, dirigenti vari sui quali lo stravolgimento del diritto del e al lavoro non è mai stato messo in discussione. E non è un caso perché l’ideologia ha bisogno di gambe, braccia e voci per diventare egemonica.

(15 marzo 2017)

vedi originale e commenti su MICROMEGA

fonte pressenza.com

Milagro Sala e la perseverante ostilità dello Stato argentino – intervista a Paola García Rey di Amnesty International

Amnesty International Argentina è stata una tra le primissime organizzazioni di Diritti Umani a interessarsi del caso di Milagro Sala e ad agire con determinazione e risolutezza per richiedere da un lato la sua immediata scarcerazione e dall’altro per denunciare la criminalizzazione della protesta e della libertà di espressione portate avanti sistematicamente dal governo di Gerardo Morales nelle provincia di Jujuy.

Contestualmente, insieme al CELS (Centro de Estudios Legales y Sociales) e a ANDHES (Abogados y Abogadas del Noroeste Argentino en Derechos Humanos y Estudios Sociales), Amnesty ha reso possibile l’internazionalizzazione della vicenda di Sala grazie alle istanze presentate alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH). La convergenza di tali forze ha così permesso che le Nazioni Unite si esprimessero molto nettamente in merito alla vicenda sollecitando lo Stato argentino all’immediata liberazione di Milagro Sala.

La sua detenzione e la grave situazione di violazione dei diritti umani diventano sempre più tristemente note su scala mondiale e permettono di tenere alta l’attenzione e la pressione sul governo di Mauricio Macri. Ma con che risultati? E quali sono le azioni e le misure prese più recentemente da Amnesty International?

Nell’intervista rilasciataci da Paola García Rey, direttrice di Protezione e Promozione dei Diritti Umani di Amnesty Argentina, abbiamo ripercorso la vicenda di Milagro e fatto un punto sulla situazione ad oggi.

Tra attese, speranze e pressioni nazionali e internazionali sia il governo di Jujuy che quello nazionale di Mauricio Macri non solo sembrano sordi e indifferenti, ma perseverano in comportamenti di ostilità nei confronti degli organismi dei diritti umani

L'intervista a Paola García Rey di Amnesty International

di Loris Campetti
Dentro il trolley, niente di nuovo. Il viaggiatore può incollarci gli adesivi più improbabili – la foto di Gramsci o la parola “compagno” o il “noi” al posto dell’”io”– ma dentro c’è sempre e solo un toscano arrogante, corpo estraneo alla tradizione democratica italiana, persino a quella poliedrica democristiana.

Matteo Renzi è ripartito con il suo trolley dal Lingotto, ex fabbrica, miracolo architettonico cantato da Le Corbusier, con la pista di prova sopra il tetto e la scala elicoidale, per più di mezzo secolo cuore della sofferenza e del riscatto operaio. Ma il Lingotto del rottamatore di valori e speranze è un altro, quello nato dopo la sua chiusura, ipermercato di merce, cultura e postmodernità, a cento metri da Eataly del suo sodale Farinetti, “maître à penser”, astro un po’ sfocato nella stagione di Masterchef. È il Lingotto-non-luogo il punto di ripartenza di un politico sconfitto che non ci sta a gettare la spugna mentre eccelle nel gettare in discarica idee, persone e democrazia.
Renzi figlio ha in mente l’uno-due, la vittoria alle primarie a tre del Pd e poi quella alle elezioni che quasi nessuno vuole più anticipare, da Gentiloni a Mattarella, da Berlusconi a molte anime del Pd. Uno-due per riprendere le due posizioni di comando che la sberla presa al referendum l’aveva costretto a lasciare. Ma Renzi non è Cincinnato e a tutto pensa tranne a darsi all’agricoltura. Renzi figlio si illudeva di liberarsi dai “gufi” con la fuoriuscita di Bersani, D’Alema, Speranza, Errani, Epifani e altri leader che si sono chiamati Dp, il palindromo del Pd, salvo poi aggiungere davanti una M proprio per non sembrare un palindromo o, peggio, la vecchia Democrazia proletaria. Invece deve fare i conti con altri oppositori, pezzi di “sinistra” interna guidati dal ministro Orlando, cavalli pazzi come il presidente della Puglia Emiliano, quello che “me ne vado, anzi resto e sbaraglio Renzi”. Non c’è pace in quel che rimane del Pd. Capire quali contenuti divida il Pd dal Mdp richiede impegno: tutti e due giurano fedeltà al governo, si scontrano più sul metodo e sulle regole interne che sulle politiche per il lavoro, fisco, ambiente, immigrazione. Un po’ più liberista chi resta di chi se ne va. Più favorevole a un’apertura a sinistra il Mdp, che pure continuerà a votare con Alfano. E di nuova legge elettorale, per la quale era stato varato il governo Gentiloni, chi ne parla più? Poi c’è l’ex sindaco Pisapia che, allontanato l’abbraccio (mortale) con Renzi si propone come mediatore e chiede come Orlando aperture a sinistra. Poi c’è Sinistra italiana che dopo aver perso un po’ di pezzi in fuga verso Renzi si interroga sul rapporto con i fuoriusciti dal Pd, ma polemizza sul sostegno al governo.
Anche Renzi padre, Tiziano per l’anagrafe e la procura, si è dovuto dimettere. Lui la sberla l’ha ricevuta non dai cittadini come il figlio ma dalla magistratura, imputato in una loffia vicenda di appalti e traffico di influenze che ha portato in galera l’imprenditore Romeo e indagato, oltre a lui stesso, Luca Lotti, ministro-portaborse di Matteo. Secondo i giudici erano in combutta tra di loro e con il gotha dei carabinieri e del Consip, la società che si occupa di tutti gli acquisti della pubblica amministrazione. Così Renzi padre si è dovuto dimettere da segretario del Pd di Rignano, ridente centro toscano e retrovia della famiglia. Per riprendersi dallo choc è tornato dalla sua amata madonna di Medjugorje: perché mai, tra le tante madonne a disposizione, avrà scelto proprio quella i cui miracoli sono contestati persino dal Vaticano, mentre nessuno mette più in dubbio i legami dei frati che la accudiscono con le peggiori correnti ustascia durante la guerra in Bosnia, traffici d’armi inclusi? Tommaso R. non si limita ai viaggi individuali, organizza pellegrinaggi. Ma questa è un’altra storia. O no?
Nei sondaggi l’implosione politica, morale e umana del Pd non premia quel che di confuso si muove a sinistra di Renzi. I ceti sociali abbandonati a sé stessi non sognano più uscite collettive dalla crisi, tentano di aggiustarsi, ognun per sé. Perciò, nonostante i suoi disastri amministrativi, a vendemmiare consensi è Grillo, vissuto come una scopa: que se vayan todos. O peggio, Salvini con il suo odio razzista in difesa del quale si è compattato l’establishment: lo si lasci parlare, ha diritto a berciare contro “negri” e napoletani “che puzzano” fomentando ultrà padani che negli stadi invocano il Vesuvio per spazzar via, con Insigne e Mertens l’intera comunità partenopea. Povero Salvini, contestato dai centri sociali strumentalizzati dal sindaco De Magistris. Renzi dal Lingotto, dopo aver deriso chi canta Bandiera rossa, si è scatenato contro uno dei migliori sindaci italiani. Il nemico non è il razzismo ma la maleducazione napoletana.

Pubblicato il 

16.03.17 ..

 

This post originally appeared on the European Politics and Policy (LSE) blog.

 

The European Commission’s new white paper ‘On the Future of Europe’ recognises how serious the EU’s crisis of legitimacy is. Perhaps for the first time from the Commission itself, there is an acknowledgement that the Union faces a number of options for its future, not merely involving greater integration but potentially a reigning in of regulatory competences and a greater focus on areas where EU-level regulation works best. It even floats the option of a movement back to solely focusing on the single market.

While assertively neutral on five options, the paper seems to support a multi-speed approach, with more integration for member states who want it, and more opt outs for those who don’t. Our view is that this ‘differentiated’ approach is pragmatically useful, but it carries a number of risks for transparency and accountability. Better inclusion and openness for the public in EU decision-making must accompany any kind of differentiated integration, along with further democratisation, if the EU wishes to rebuild the trust and legitimacy the white paper acknowledges it has lost.

Matt Wood

Matt Wood

The ‘Democratic Deficit’ – Old Problem, Old Solution?

Discussion about the EU’s ‘democratic deficit’ has been going on for decades, so the issues the white paper brings up are not new. However, for the first time there seems to be a genuine recognition of the need for change. The Commission’s discussion paper is remarkably candid about widespread public distrust of Brussels, stating for example that “citizens’ trust in the EU has decreased in line with that for national authorities. Around a third of citizens trust the EU today, when about half of Europeans did so ten years ago.” Overcoming this trust issue will not be easy, the white paper states: “Communities are not always aware that their farm nearby, their transport network or universities are partly funded by the EU.”

At its heart, the white paper emphasises managing expectations as being critical for future success. Where the Commission builds up expectations for economic growth and cross-border harmony driven from Brussels, it makes itself vulnerable to attack. When suggesting faster and stronger integration as one option (the fifth and final), the Commission notes ‘there is the risk of alienating parts of society which feel that the EU lacks legitimacy or has taken too much power away from national authorities’. But at the other extreme, it makes clear that going back to the single market alone is not a good (second) option. Moreover, its first option, going along pretty much as it currently does, although presented very positively, is equally a non-starter, given the difficulties of reaching agreements under the current unanimity rules.

Therefore, the more nuanced approaches the Commission itself seems to favour involving ‘differentiated integration’ – contained in especially the third but also the fourth options – would be preferable. This could involve, on the one hand, some member states deepening cooperation in core policy areas while others stay on the sidelines, at least initially. Or it could mean the Union focusing on what it does well and trying to do it better, while returning other competences back to the member states.

The Appeal Of Pragmatism

Differentiated Integration at this point may be an attractive and viable option to the Commission, given that deeper integration seems to have hit a brick wall over the past five years as a result of member-state divisions over how to respond to the EU’s ‘polycrisis’. It may be the easiest way to implement a solution as well. Allowing strongly pro-European states to integrate further where possible makes good sense, in particular since different member-states may prefer to integrate more (or less) in different areas.

One significant omission from the white paper is how such differentiated integration would work within existing institutional arrangements. The original reason for harmonising policies at the EU level was to introduce clearer accountability and transparency through consistent and clear decision making routes. Allowing member states to pick and choose could damage core normative commitments to integration and fundamental rights, while at the same time it could also create even more complexity and blurred lines. Moreover, enabling member states to speed up integration in some areas, for example in fiscal policy, while permitting dis-integration in another, such as immigration policy, potentially creates new unforeseen tensions, arguably even worse than those which exist at the moment.

So how does the EU ensure accountability and transparency in a multi-speed Europe? The Commission does not address this issue, despite its statement of concern. Accountability and transparency require clear and consistent procedures with an obvious centre of authority to ensure accountability, or at least a clear ‘paper trail’ regarding who made what decision, when and with what advice.

This is an issue the EU already struggles with. As some academics describe it, the EU faces an ‘accountability overload’ of reporting and paperwork, not to mention its lack of transparency or its democratic deficit. To deal with these questions, it is also important to make certain that all member-states are sitting around the table, with a voice if not always a vote, as new policy initiatives are considered. But even this is not enough.

The Need For Openness And Inclusion

To address the problems of accountability as well as transparency, the EU needs to find ways to devise more inclusive and open processes of public engagement at the European level, providing clear links into the policy making process. In many respects, the EU is actually considered a normal and unproblematic part of people’s lives across Europe. Common standards in food, medicines, aviation safety and other areas of EU responsibility are largely supported by all relevant members of the public. The key, as the Commission itself in some ways notices, is to make a connection in terms of identity at the local level, and to provide better and clearer channels of engagement from national parliaments and local civil society.

Anyone who’s been to Brussels will tell you it is a ‘bubble’, perhaps even more so than national capitals often are. Corporate lobbyists and NGOs abound, and ‘the public’ are left out of the equation. Paradoxically, there are various ways the public can contribute in principle to EU legislation via online public consultations at various stages. Yet, these processes are already obscure and monopolised by lobbyists – the ‘expert stakeholders’ EU bodies like to talk about.

In some ways then, EU institutions are more transparent and accountable than their national counterparts. Yet, there are few channels through which these institutions speak to the public. The European Citizens’ Initiative, launched in 2012, is barely known across the continent and needs at least 1 million people to sign a petition for anything useful to happen. Where there have been successful Initiatives, these have been monopolised by lobbyists and NGOs.

The Way To Legitimacy

We recently interviewed a Dutch MEP who said that “the Commission works very well, the experts work well. But where are the public?” His off-the-cuff solution was to have the Parliament take Committees and MEPs out of Brussels and spend most of their time in local communities engaging with the public and learning about their issues and opinions. This could be facilitated through national parliaments and promoted by political parties. All very idealistic, and given recent populist developments we might be sceptical about its viability. But inclusion and openness have to start somewhere.

For decades, academics and EU politicians assumed the ‘outputs’ the Union provides – economic stability and social harmony – would be enough to secure ‘ever greater Union’. They have been proved wrong, but the solution is not to reinforce the very obscurity and complexity that fuel distrust in Brussels in the first place. While a good start, the Commission’s suggestion of more ‘differentiation’ could exacerbate rather than close the ‘expectations gap’ so long as it does not find ways to ensure greater accountability and transparency. The EU needs to find ways to be more democratic – open and inclusive – so as to allow the European public genuine participation in the process of EU decision making, as it progresses through the Commission, Parliament and Council. Internal political reform is remarkable for its absence in the white paper, but it will be crucial in any strategy to renew trust in the Union.

This post originally appeared on the European Politics and Policy (LSE) blog.

Manifestazione a Londra in difesa del Servizio Sanitario Nazionale
04.03.2017 - Pressenza London

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

Manifestazione a Londra in difesa del Servizio Sanitario Nazionale

250.000 persone hanno manifestato oggi a Londra per protestare contro ulteriori tagli ai servizi sanitari e sociali e la potenziale privatizzazione del servizio sanitario nazionale (NHS), minacciato da tagli da 20 miliardi di sterline richiesti dal governo entro il 2020. E’ stata uno dei più grandi raduni della storia per salvare il servizio sanitario. Secondo gli organizzatori “continuare con l’austerità significa un rischio per la sicurezza dei pazienti e del servizio.” Alcuni attivisti chiedevano di destinare al NHS i fondi per il costosissimo rinnovo del programma di missili nucleari Trident.

In migliaia sono arrivati a Londra in treno e pulman da Liverpool, Manchester, Preston, Southampton, Portsmouth, Norwich, Cambridge, Derby, Nottingham, Brighton, Bristol, Exeter, Birmingham, Stoke, Newcastle, Carlisle, Leeds, Sheffield, York e dall’isola di Wight.

Il leader laburista Jeremy Corbyn si è rivolto alla folla in Parliament Square, incitandola a difendere il NHS con tutta la forza possibile. “Difendere il NHS significa difendere un valore umano fondamentale, un diritto umano fondamentale” ha detto. Corbyn ha poi ringraziato tutti i lavoratori del NHS per il loro contributo all’”istituzione più civile del paese. Il NHS è in crisi” ha aggiunto. “In crisi a causa dei finanziamenti insufficienti all’assistenza sociale, così che la gente non riceve l’attenzione e l’appoggio di cui ha bisogno. Ci sono persone costrette ad aspettare in barella e altri che aspettano ore al pronto soccorso. La colpa non è del personale, ma di un governo che ha fatto una scelta politica. Non ti giri dall’altra parte quando qualcuno è in difficoltà o ha bisogno di aiuto.”

Fonte  effimera.org

Il filo aggrovigliato del possibile

È possibile ridurre l’infinita complessità delle forme sociali in caotica evoluzione a una tendenza centrale, a un attrattore universale del divenire del mondo? Dal punto di vista filosofico non è legittimo farlo, perché occorre mantenere ben fermo il principio di un eccesso infinito e perciò irriducibile del divenire rispetto al conosciuto.

Ma dal punto di vista dell’orientamento nel divenire sociale sì, possiamo anzi dobbiamo farlo. Un gesto interrompe il regresso ad infinitum e inaugura l’azione di cui parla Virno in E così via all’infinito.

Dobbiamo cercare un bandolo dell’intricata matassa, per sapere su quali leve agire, ammesso che siamo in tempo per farlo (e non è detto), ammesso che possediamo la potenza per farlo (e non è detto).

La celebratissima undicesima tesi su Feuerbach, il pilastro centrale della metodologia rivoluzionaria dell’ultimo secolo e mezzo forse andrebbe semplicemente rovesciata.

“Finora i filosofi hanno interpretato il mondo si tratta ora di cambiarlo.” scriveva Marx, e i filosofi dell’ultimo secolo ci hanno provato. I risultati sono catastrofici, se guardiamo al panorama del secolo ventunesimo che ormai dispiega le sue fattezze orribili, più orribili di quanto fosse lecito aspettare.

Compito dei filosofi non è cambiare il mondo, che è anche una frase del cazzo se me lo permettete, visto che il mondo cambia continuamente e non c’è bisogno né di me né di te per cambiarlo. Compito dei filosofi è interpretarlo, cioè cogliere la tendenza e soprattutto enunciare le possibilità che vi sono iscritte. È compito precipuo dei filosofi perché l’occhio dei politici non vede il possibile, attratto com’è dal probabile. E il probabile non è amico del possibile: il probabile è la Gestalt che ci permette di vedere quel che già conosciamo, e al tempo stesso ci impedisce di vedere ciò che non conosciamo eppure è lì davanti ai nostri occhi.

Cogliere il possibile, vedere dentro l’intrico del presente il filo che permette di sciogliere i nodi. Se non cogli quel filo allora i nodi si stringono, e prima o poi ti strangolano.

Abbiamo pensato che fosse più importante cambiare il mondo che interpretarlo, così che nessuno ha interpretato il groviglio che si è costituito a partire dal decennio della grande rivolta. Qualcuno sì c’ha provato, minoritario e quasi solitario. Qualcuno ha detto: il filo essenziale del groviglio presente è quello che collega il sapere la tecnologia e il lavoro.

Il filo essenziale è quello che libera il tempo dal lavoro grazie all’evoluzione del sapere applicato in forma tecnologica.

Il solo modo per evitare che il filo si aggrovigli fino a diventare un nodo inestricabile è seguire il metodo che Marx suggerisce in un altro (meno celebrato ma più attuale) testo, il Frammento sulle macchine. Trasformare la tendenza verso la riduzione del tempo di lavoro necessario in processo attivo di riduzione del tempo di lavoro a parità di ricchezza. Liberare il tempo di vita dal vincolo del salario. Scollegare la sopravvivenza dal lavoro, abbandonare la superstizione centrale dell’epoca moderna, quella che sottomette la vita al lavoro.

Nel Frammento Marx interpreta, non pretende di cambiare, vuole semplicemente indicare quello che è possibile leggendo nelle viscere del rapporto tra sapere tecnologia e tempo di lavoro. Abbiamo pensato che si potesse sfuggire alla catastrofe incaponendoci a cambiare il mondo, e dimenticando la questione centrale, l’unica capace di dirimere il groviglio.

Di fronte alla tendenza verso la riduzione del tempo di lavoro necessario, che si manifestò fin dagli anni ’80 come tendenza principale, il movimento operaio ha pensato che si trattasse di resistere. Mai parola fu più disgraziata, più perniciosa per l’intelligenza. Resistere alla tendenza e cambiare il mondo: bella coppia di scemenze.

La riscossa degli impotenti

Il movimento operaio ha difeso l’occupazione e la composizione esistente del lavoro, così che la tecnologia è apparsa come un nemico dei lavoratori, e il capitale se n’è impadronito per accrescere lo sfruttamento e per legare a un lavoro inutile i destini della società.

Tutti i governi del mondo hanno predicato la necessità di lavorare di più proprio quando era il momento di organizzare la fuoriuscita dal regime del lavoro salariato, proprio quando era il momento di trasferire il tempo umano dalla sfera della prestazione alla sfera della cura di sé.

L’effetto è stato un enorme sovraccarico di stress, e un impoverimento della società. Dato che di lavoratori non ce n’era più bisogno il lavoro si è deprezzato, costa sempre meno ed è sempre più precario e disgraziato.

I lavoratori ci hanno provato con la democrazia e con la sinistra a fermare l’offensiva liberista, ma hanno soltanto misurato l’impotenza della democrazia mentre la sinistra predicava la competizione, la privatizzazione, prometteva lavoro e procurava precarietà.

Alla fine i lavoratori si sono imbestialiti, e il risultato è la riscossa degli impotenti che sta rovesciando l’ordine liberista, la riscossa di coloro che il neoliberismo ha privato della gioia di vivere. Costretti a lavorare sempre di più, a guadagnare sempre di meno, privati del tempo per godere la vita e per conoscere la dolcezza degli altri esseri umani in condizione non competitiva, privati di accesso al sapere, costretti a rivolgersi alle agenzie mediatiche di propagazione dell’ignoranza, e infine convinti per ignoranza che il loro nemico sono quelli più impotenti di loro.

Si fermerà questa onda idiota? Non si fermerà fin quando non avrà esaurito la sua energia che proviene dall’impotenza, e dalla rabbia che nasce dall’impotenza. La classe sociale che ha portato al potere Trump per reagire alla depressione non ci guadagnerà molto. Qualcosa sì, all’inizio. Per esempio invece di assumere 2.200 lavoratori in uno stabilimento messicano la Ford è stata costretta ad assumerne 700 in una fabbrica sul territorio degli Stati Uniti. Bel guadagno.

Ma se gli operai internazionalisti erano capaci di solidarietà, gli impotenti non conoscono quella parola, al punto che l’hanno ribattezzata buonismo. A un certo punto coloro che hanno votato per Trump (o per i molti Trump che proliferano in Europa) si accorgeranno che il loro salario non aumenta, e che lo sfruttamento si fa più intenso. Ma allora non si ribelleranno contro il loro presidente, al contrario daranno la colpa ai messicani, oppure agli afroamericani oppure agli intellettuali del New York Times. L’onda è solo all’inizio e chi si illude di poterla contenere non ha capito bene. Quest’onda sta distruggendo tutto: la democrazia, la pace, la coscienza solidale e alla fine la sopravvivenza.

Dobbiamo sperare nella sinistra?

Ora anche coloro che hanno governato nei governi di centro-sinistra si stanno accorgendo del disastro che hanno combinato. Se ne accorgono soltanto perché l’onda li sta spazzando via.

Tutt’a un tratto, come risvegliati da un sogno, gli attori politici dei governi che hanno riformato i paesi europei secondo le linee del neoliberismo, e che hanno imposto la gabbia del Fiscal compact, scoprono il disastro e si lanciano alla rincorsa di un treno che se n’è andato da un pezzo.

Cosa possiamo aspettarci dall’evoluzione delle sinistre europee?

Un bell’articolo di Marco Revelli sul manifesto del 14 febbraio descriveva la crisi del situazione politica italiana in termini di psicopatia, o piuttosto di entropia del senso.

Il discorso di Revelli non va inteso come una metafora. La psicopatia non è una metafora, ma la descrizione scientifica dell’onda trumpista e (in maniera rovesciata) della decomposizione della sinistra.

Le zone sociali in cui Trump trionfa in Nord America sono quelle in cui la miseria psichica è più devastante. L’epidemia depressiva e il diluvio degli oppioidi, il consumo di eroina quintuplicato in un decennio, il picco di suicidi: questa è la condizione materiale della cosiddetta classe media americana, operai spremuti come limoni, disoccupati devastati dall’impotenza. Il fascismo trumpista nasce come reazione dell’inconscio maschile bianco all’impotenza sessuale e politica dell’epoca Obama.

Il presidente nero si presentò sulla scena dicendo: Yes we can. Ma l’esperienza ha mostrato che invece non possiamo più niente, neanche chiudere Guantanamo, neanche impedire agli squilibrati di comprare armi da guerra dal droghiere qui sotto, né uscire dalla guerra infinita di Bush.

La destra si alimenta di questa impotente reazione all’impotenza, la sinistra comincia a rendersi conto di quel che ha combinato, ma è troppo tardi.

O forse non è troppo tardi, semplicemente non si riesce a vedere che la soluzione del problema sta esattamente nella direzione contraria a quella che ha imposto il liberismo con l’aiuto decisivo della sinistra.

Dov’è la soluzione? La soluzione sta nel rapporto tra sapere tecnologia e lavoro, che rende il lavoro umano superfluo ma non scioglie il nodo del salario. L’aumento di produttività reso possibile dalle tecnologie da molto tempo ha avviato l’erosione del tempo di lavoro, ma ora l’inserimento dell’intelligenza artificiale nei congegni di automazione spazzerà via il lavoro di milioni di persone in ogni ambito della vita produttiva, ed è inutile opporre a questa tendenza inarrestabile la difesa del posto di lavoro. Soltanto un’offensiva culturale e politica per la riduzione del tempo di lavoro e per la rescissione del rapporto fra reddito e lavoro può sciogliere il nodo.

Non è un problema politico ma cognitivo, e psichico: si tratta propriamente di un doppio legame, o ingiunzione contraddittoria chiamala come vuoi. L’ingiunzione cui la sinistra soggiace (e che impone all’intera società) è l’obbligo sociale al lavoro dipendente, l’obbligo di scambiare tempo di vita per sopravvivere. Sciogliere questo vincolo epistemico e pratico è la premessa per dispiegare liberamente le energie cognitive verso il bene di tutti.

L’estinzione del lavoro è un processo che non si riesce ad elaborare ma si tenta di contrastare con effetti culturalmente e politicamente disastrosi.

I popoli si sentono minacciati e si convertono al nazionalismo, che si risolve in una forma semi-consapevole di suprematismo bianco.

Il precipizio europeo

Su questo sfondo la crisi europea resta come sospesa sull’orlo di un precipizio.

Le misure di austerity che dovevano stabilizzare il quadro finanziario hanno disastrato il quadro sociale fino al punto che ormai per la maggior parte della popolazione europea l’Unione Europea è diventato sinonimo di trappola. La democrazia si è mostrata impotente a contenere l’invadenza del sistema finanziario, e la frustrazione si è trasformata in un’onda torva in cui la competizione economica prende forme nazionaliste e razziste.

Sulla questione europea è mancata una strategia autonoma dei movimenti.

Nel 2005 la sinistra critica europea scelse di sostenere il “sì” al referendum sulla costituzione (ma di fatto sulla liberalizzazione del mercato del lavoro) che si tenne in Francia e in Olanda, e in questo modo consegnò al Front National lepenista la direzione della rivolta anti-finanziaria.

Da quel momento i movimenti sono stati paralizzati nell’alternativa tra globalismo liberista e nazionalismo sovranista.

Durante l’estate dell’umiliazione greca lo abbiamo visto bene: non c’è stato nessun movimento europeo, nessuna solidarietà politica col popolo greco.

I dirigenti della sinistra europea (a cominciare dall’italiano Renzi) hanno mostrato tutta la loro pochezza, ma il silenzio della società è stato ancor più agghiacciante. L’umiliazione greca (e l’auto-disprezzo che ha accompagnato da quel momento tutta la sinistra europea) ha provocato un definitivo cambiamento di percezione. Da allora il processo europeo fa paura, percepito come un predatore da cui proteggersi. La conseguenza del tutto prevedibile (anzi così prevedibile da ripetere il copione degli anni ’20 del secolo passato) è il ritorno del sovranismo nazionalista.

L’emergente nazionalismo europeo va però inserito in un contesto globale di tipo nuovo, che Sergey Lavrov ha definito post-west-order.

L’ordine occidentale (fondato sulla difesa della democrazia contro il socialismo sovietico) pare dileguarsi, ora che l’opposizione ideologica contro la Russia è sostituita da una sorta di patto suprematista bianco.

In un articolo pubblicato da The American Interest nel giugno 2016, Zbignew Brzesinski descrive il panorama dei prossimi anni secondo uno schema allarmante: Daesh potrebbe essere solo il primo segnale di una sollevazione di lungo periodo a carattere di volta in volta terrorista, nazionalista, fascista: l’inizio di una sorta di guerra civile planetaria.

I popoli devastati dalla violenza del colonialismo stanno avviando una rivolta contro la supremazia bianca.

In questo contesto la politica di Trump verso la Russia rivela un disegno strategico di tipo bianco suprematista. Trump procede in maniera contraddittoria con la Russia, ma il suo disegno strategico va in direzione dell’unità dei cristiani, dei bianchi, della razza guerriera superiore. Se c’è un filo di ragionamento nell’incubo distopico che Trump ha in mente, questo filo è il suprematismo bianco.

L’Europa è marcia ma noi facciamone un’altra

E’ probabile che questo incubo stia per inghiottire l’Europa. L’Unione europea è in agonia da tempo, presto inizierà la sua decomposizione.

Gli antidoti sembrano esauriti, e l’austerity non attenua la sua stretta.

Il nazionalismo appare come una vendetta che i popoli imbestialiti dall’impotenza hanno scatenato contro le sinistre neoliberali. E’ difficile pensare che l’onda possa fermarsi prima di avere esaurito le sue energie nella direzione che già si può intravvedere.

L’esito più probabile nel medio periodo è la guerra civile europea, nel contesto della guerra civile globale.

C’è una via d’uscita?

Solo degli idioti possono indicare la strada del ritorno alla sovranità nazionale, della moneta nazionale. E’ la ricetta che ci porterà a ripetere la guerra civile jugoslava su scala continentale.

La via d’uscita non sta certamente nelle mezze parole di autocritica mai esplicita che vengono fuori dalle bocche dei dirigenti della sinistra tedesca, francese, italiana. Né la via d’uscita sta nella promessa di un improbabile impegno per il salario di cittadinanza in un paese, la Francia, in cui i socialisti non hanno quasi alcuna possibilità di raggiungere il ballottaggio. (E nel caso che Hamon raggiungesse il ballottaggio la prima cosa che cancellerebbe dal suo programma sarebbe proprio il salario di cittadinanza).

La via d’uscita non sta nella campagna contro il Brexit che ha lanciato Tony Blair, criminale di guerra ed esecutore della devastazione neoliberista della società. In molti hanno votato Brexit proprio per odio e per vendetta contro questa sinistra. Io voterei per il Brexit, se l’alternativa è Tony Blair, e molti altri farebbero come me.

Ma allora c’è una via d’uscita dalla guerra civile europea?

La via d’uscita sta soltanto in un movimento gigantesco, in un risveglio cosciente della parte pensante della società europea. Resta soltanto la speranza che una minoranza rilevante della prima generazione connettiva trovi la strada della solidarietà e del sabotaggio. Solo l’occupazione di cento università europee, solo un’insurrezione del lavoro cognitivo potrebbe avviare una re-invenzione del progetto europeo. E’ improbabile, ma il possibile non è amico del probabile.

Occorre un movimento che prenda atto del fallimento che non è il nostro fallimento, non è il fallimento della generazione Erasmus, non è il fallimento dei lavoratori precari e cognitivi, è il fallimento della sinistra neoliberale, del ceto politico sottomesso al sistema finanziario.

Grazie a costoro l’Europa è morta, ma noi facciamone un’altra. Immediatamente, senza por tempo in mezzo, un’Europa sociale, un’Europa dell’uguaglianza e della libertà dal lavoro salariato.

* * * * *

Intervento preparato per l’Incontro Nazionale Universitario che si terrà il 12 marzo 2017 a Bologna in via Zamboni 38: È Tempo di riscatto!, organizzato da Collettivo Universitario Autonomo Bologna
Immagine in apertura: un’opera di Blu, a Melilla, in Spagna

Ringraziamo la fonte SOCIALEUROPE.EU 

He did it again: German finance minister Wolfgang Schäuble repeatedly reflected on a possible Grexit in February 2017, after having raised this threat already in the negotiations on the third bailout programme in summer 2015. International observers cannot believe Germany has started playing hardball again in this delicate affair just when the European idea is on the line due to growing support for populist nationalists in upcoming elections. So why is Schäuble forcibly creating new ripples on the seemingly quiet front of the Eurocrisis?

The German majority: Advocates of a stability union

Led by the current and previous federal government under Chancellor Angela Merkel and her CDU, the advocates of a stability union for the most part favour preservation of the status quo of the EMU architecture. The fundamental reasons for the Eurozone crisis are from this angle to be blamed on the failure of the crisis states to stick to existing rules and economic policies, thereby harming their competitiveness. Accordingly, the paramount objective in combating the crisis and further developing the Eurozone has been to correct these purportedly “wrong” policies in these countries and close possible loopholes in the rules. A whole host of measures have been implemented along these lines, from the launch of national debt brakes in the guise of the fiscal compact to stipulating quasi-automatic sanctions with the reversed majority voting in the reformed Stability and Growth Pact. Additionally, structural reforms promoting competition and fiscal consolidation in the Euro Plus Pact and in the European Semester as well as the enforcement of these if necessary within the framework of credit assistance programmes have been brought on the way.

Such views have been supported by a clear majority of actors from academia and employers representatives as well reflected within a media landscape that has only sporadically ventured any critical analysis. Indeed, centre stage in the debate has been occupied by topics like the consolidation of budgets, market-friendly structural reforms and corresponding mechanisms to enforce compliance at the Eurozone level.

The minority: Supporters for expanding or rolling back the Eurozone

While supporters of a stability union blame the Eurocrisis on these failings within those states hit hardest by the crisis, the much smaller grouping of proponents of a fiscal union point the finger at fundamental flaws in the EMU design. Critical scholars, intellectuals and journals along with the trade unions have urged that EMU be buttressed by elements of cross-border liability and coordinated policies. But these voices are weak in the German debate: The contours of the camp striving for more fiscal integration, with instruments such as Eurobonds, automatic stabilisers in form of a common insurance mechanism or a fiscal capacity to curb and contain asymmetric shocks, remain pale. This can be explained by the absence of a strong political body behind these alternative proposals. In particular, the Social Democratic Party (SPD) has manoeuvred between support for Keynesian and heterodox concepts on the one hand and positions firmly ensconced in the majority opinion in favour of a stability union on the other. Overall, the SPD can be considered to nestle within the fold of the CDU’s approach, and this might change only in 2017 with Martin Schulz aiming to break the peaceful coexistence of the two biggest parties in German politics on European affairs.

In addition, there is a new group of actors with the potential for obtaining a majority that is very heterogeneous in terms of both its composition and its specific demands, which rejects both the vision of a stability union as well as a fiscal union. The demand for a reversal of currency integration is being spearheaded from two diametrically different directions: conservative-liberal critics associated with the right-wing nationalistic party Alternative für Deutschland (AfD) view any ties to purportedly crisis- and debt-ridden states as posing a serious danger to German taxpayers. In contrast, critics from the far left of the political spectrum are raising the spectre of an erosion of national welfare states and democracies due to the increasingly radical market approach of the Euro regimes. This heterogeneous camp and its growing support in the population are putting pressure on the established actors, who increasingly tend to shy away from policy proposals supporting deeper European integration.

Not sustainable: Schäuble on repeat

This constellation in the continuing political discourse, as described in more detail in a study recently published by Friedrich-Ebert-Stiftung, is why the debate on the Eurocrisis, the review of the one-sided austerity approach and possible reform options for EMU remain stuck in Germany. The stability union is supported by a solid group of actors and benefits from the relative mild impact of the crisis as perceived by the German population. As long as growth and employment in Germany remain higher than in many neighbouring states, a change in course despite a stagnating economy, deflationary threats and high levels of unemployment in many crisis countries is highly unlikely. Thus, again and again we will hear Schäuble grumbling at Eurozone countries out of line with his stability approach.

Very few factors could alter the terrain of the German debate over the future of the currency union One is the SPD’s positioning, which so far fails to shift to such an extent that it could breathe real life into a fiscal union as laid down in its party program. Another is the growing attractiveness of the camp supporting a roll-back. The sustainability of the stability-at-all-costs approach, fundamental to the beliefs of the finance minister, is an illusion. As partial stagnation in the Eurozone wears on, the question of expansion or roll-back of the currency union will clearly become ever more pressing. Forcing another Greek stand-off in the summer, with the harmful economic consequences so clearly exhibited already in 2015, will further undermine the status quo that Schäuble so desperately seeks to cement in the Eurozone.

About Björn Hacker and Cédric Koch

Dr. Björn Hacker is Professor of Economic Policy at the Berlin University of Applied Sciences (Hochschule für Technik und Wirtschaft). Cédric M. Koch works in the Department of Economics and Law at the Berlin University of Applied Sciences (Hochschule für Technik und Wirtschaft) as well as for the Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ).

fonte SOCIALEUROPE.EU

by on

The election of Donald Trump to the US Presidency as well as the seemingly inexorable ascendency of right-wing populism in Europe has raised troubling questions about the future of democracy. In his new book, Branko Milanovic (BM) discusses the relationship between global inequality and the future of capitalism and democracy, respectively (a related interview has been published here). Whereas BM thinks that inequality and capitalism can co-exist, he is sceptical with respect to democracy. While he characterizes the American form of plutocracy as “maintaining globalization while sacrificing key elements of democracy” (p. 211), he sees European populism as “trying to preserve a simulacrum of democracy while reducing exposure to globalization” (ibid).

However, the Trump election teaches us that plutocracy and populism eventually go well together. With reference to Milanovic’s famous “elephant graph”, it is straightforward to see why this should happen. Three important observations can be inferred from the graph: firstly, very remarkable income gains in emerging economies, in particular China and India, have led to the emergence of a new middle class in the Global South. Second, income for the middle class in advanced Western countries has stagnated. Thirdly, the income of the Top 1 percentile, i.e. the global super rich, has also grown very substantially, while being still underestimated according to BM.

The elephant, Trump and the working class

Two political interpretations of these facts are obvious. A left narrative would draw the central political conflict line in the EU and US between the working population and the rich elite and call for redistribution from the rich to the middle and lower strata of the population. Clearly, such an interpretation constitutes a threat to the privileges of the plutocratic elites.

The populism of Donald Trump should thus be seen as a Gramscian hegemonic strategy based on an alternative reading of the elephant graph. His brand of populism combines two elements. First, by way of exploiting the correct fact that large segments of the US working class have indeed not benefitted from globalization, he is juxtaposing the US middle class against workers in emerging economies by invoking antagonisms such as “We Americans” against “Mexican immigrants” or “our jobs” against “cheap imports from China”. Thus he reframes an economic issue into one of identity and diverts attention away from class antagonisms between rich and poor. Second, upon that basis Trump has promoted a political project of “America First”, which reconstructs an imaginary community of “hard-working” Americans.

The hegemonic project of populism thus combines a narrative of imagined political community along national, ethnic, cultural or religious dividing lines with limited material promises in terms of more jobs for its members. The political culture becomes marked by dramatization of the cult of leadership, strong-handed demonstrations of authority and ruthless use of language coupled with denial of facts and intimidation of opponents.

Trade-off between hyper-globalization and democracy

So then, what is the prospect for an alternative political agenda that wants to advance an egalitarian project, both between and within nation states? Dani Rodrik has introduced the “political trilemma of the world economy” as a heuristic tool to analyse the political options available under globalization. The three elements of the trilemma are (i) national sovereignty, (ii) hyper-globalization, i.e. deep economic integration of the world economy, and (iii) democratic politics. The trilemma posits that only two out of three elements are compatible. Thus, if one thinks that a substantial transfer of powers to the international level with a view to creating some form of democratic global governance is impossible given the continued prevalence of nation states, and if one thinks that a combination of populist/authoritarian national politics in combination with a deepening of hyper-globalization is undesirable, then the basic trade-off any progressive political project has to face is that between hyper-globalization and democracy. For democrats this choice should be straightforward.

Against this background, the current debate on Trump’s populism appears misguided. In reductionist fashion, the liberal press (see e.g. here and here) portrays the economic core of the emerging populist projects as consisting of protectionism. However, by refusing to sign TTP and criticizing NAFTA, while indicating a readiness to negotiate bilateral trade deals in future, Trump has advanced a mercantilist approach that wants to increase the gains from globalization for the US. Consequently, he initialled a de-regulatory agenda for the highly globalized US financial sector and tax reductions for the corporate sector in general, evidently in order to improve its international competitive position. Similarly, the strategy of populist forces in power in the EU (e.g. in Hungary and Poland) is not directed against economic integration, but against political federalism, i.e. the transfer of power to the supra- or international level, while at the same time eroding the institutional division of powers and democratic participation within their countries. Thus, the strategic focus of populism both in the US and the EU is oriented towards establishing an authoritarian combination of nation state and hyper-globalization. While it is restrictive with regard to the mobility of labour and has a more interventionist policy approach, it is arguably not directed against economic globalization per se, but against liberal democracy and global governance.

Liberal calls on the forces opposing populism to focus their efforts on the defence of hyper-globalization could prove potentially disastrous for the political left. While not denying the heightened potential for conflict, a progressive political project should welcome a multi-polar world order and focus on fighting for democracy by reinvigorating its potential for a more egalitarian and solidaristic society. Besides strengthening democratic participation, upholding human rights and expanding social inclusion and equity, this will involve a more stringent regulation of hyper-globalization. In certain areas, a partial de-globalization and re-regionalisation of economic activities, respectively, for instance in the financial sector, in agriculture or with respect to public services seems warranted. In contrast to right-wing populism, such a project would thus be principled with respect to democracy, instrumental with respect to globalization and realistic with respect to the pro tempore prevalence of the nation state.

Fonte Inchiestaonline.it

 

 

Il testo “Il mondo al tempo dei quanti” di Mario Agostinelli e Debora Rizzuto (ed. Mimesis, Milano, Gennaio 2017) offre un audace e innovativo punto di vista su molti aspetti che riguardano la vita degli uomini e delle donne, il loro organizzarsi in società, la struttura iniqua delle relazioni economiche e la crisi di democrazia che caratterizza il nostro tempo.

Diversi sono i destinatari cui suggerire una riflessione sul testo qui proposto. La tesi di fondo del libro, che individua nella rivoluzione scientifica del XX secolo il punto di svolta per l’interpretazione della realtà intera da cui siamo circondati – “dall’infinitamente piccolo all’infinitamente esteso” – non si limita alla materialità del mondo fisico, come potrebbe far intravvedere la permanente separazione delle culture umanistica e scientifica. Come era avvenuto con il compimento del “momento newtoniano”, nei suoi risvolti istituzionali (l’indebolimento dell’assolutismo), produttivi (la nascita dell’industria), antropologici (la natura diventa quantitativamente e illimitatamente trasformabile in merce e ricchezza), il “momento relativistico-quantistico”, che stiamo percorrendo pur rimanendone concettualmente lontani, andrebbe portato all’attenzione di chiunque abbia il compito di orientare la società in questi tempi di sconvolgimenti tanto repentini da lasciarci privi di chiavi di lettura e, pertanto, senza visioni di lungo periodo. Il ricorso all’impiego delle più recenti intuizioni e scoperte scientifiche è il compito che si danno gli autori usando metafore di forte suggestione per la trasposizione al mondo sensibile, pur mantenendo la sostanza scientifica dell’approccio che ha sconvolto fisica, chimica, biologia e neuroscienze a partire da Plank, Einstein e Bohr.

Perciò, prima destinataria è la politica per la sua estraniazione dalla società, semplificata in esclusi e inclusi, padroni della natura e del tempo e derubati della vita e dei beni comuni. Questa fase storica è segnata da cambio di dimensioni, inomogeneità, discontinuità, incertezza e probabilità al posto di determinismo e causalità. L’Universo è un mondo curioso ma non lo riteniamo reale, perché continuiamo a vivere nel “momento newtoniano”, come se Einstein e Heisenberg fossero esistiti solo per chi progetta smartphone, internet, GPS e laser e non per chi ne fa uso quotidiano.

La nuova scienza – dalla fisica, alla chimica, alla biologia, alle neuroscienze – in parte causa essa stessa del cambiamento, può e deve fornire nuovi occhiali agli ambientalisti, ai responsabili delle organizzazioni del lavoro, alle associazioni culturali, alle espressioni di lotte territoriali e per i beni comuni, agli accoglitori di migranti, che vedono solo come curiosità nozioni specialistiche come salto quantico, velocità relativa, indeterminazione, che invece entrano prepotentemente nella realtà che- come dice Rovelli – non è quella che ci appare

Viviamo in ambienti dove si simula l’intelligenza a velocità irraggiungibili per la mente umana, con il lavoro controllato da robot e macchine che rispondono ai tempi prefissati da un flusso che va dal progettista al consumatore e che è organizzato per impedire ad ogni costo i “colli di bottiglia”. Comunichiamo attraverso piattaforme che hanno modificato il linguaggio e che codificano a velocità sub-luminari i nostri profili affidati inconsapevolmente a imprese private che strutturano la conoscenza e la memoria, influenzando così il futuro in cui piomberemo. Nel tempo in cui clicchiamo sul nostro conto bancario, un algoritmo a noi sconosciuto esegue migliaia di operazioni finalizzate a produrre denaro su denaro, con transazioni finanziarie eseguite accelerando fotoni nelle fibre ottiche e utilizzando magari quel titolo che io sto gelosamente conservando per tempi migliori. L’esaurimento delle risorse naturali procede in tempi non biologici pregiudicando vita, salute, clima. La moltitudine di informazioni ormai presenti nel Cloud, merce preziosa per multinazionali e governi rese possibili dalla meccanica quantistica, è stata raccolta e “misurata” ricorrendo a osservatori che sono parte in causa del fenomeno osservato. Di conseguenza, la gestione dei “big data” e il loro utilizzo a scopi più o meno benevoli, non sarà avulsa dagli attori in causa, tra cui, i governi. I dati sanitari della popolazione USA raccolti da Trump o da Obama non sono la stessa cosa.

La scienza potrebbe quindi diventare un alleato prezioso per la classe politica e per la società che democraticamente si fa rappresentare o si autorappresenta e che mai come oggi è chiamata ad un compito impegnativo e interconnesso all’azione di fenomeni che viaggiano alle velocità più elevate codificati in onde, particelle, dentro un universo tutto fatto della medesima polvere di stelle… Di questo nuovo mondo se ne erano accorti gli artisti – Braque, Picasso, Manet, Matisse, Boccioni – che alla scoperta della realtà dentro di noi, mettevano sule loro tele le “illuminazioni” che turbavano Plank, Pauli o Schroedinger, come illustra un capitolo del libro.

A dispetto del titolo che richiama un principio scientifico, i “quanti”, forse bizzarro e oscuro ai più, è la visione filosofica della società post-moderna il vero cuore del libro ed è sicuramente anche al mondo della filosofia che il testo si rivolge, con un monito che riecheggia più volte nel testo: è profondamente sbagliato ritenere la scienza esclusivo appannaggio di tecnologi e ingegneri. Anche il mondo dell’Umanesimo ha il dovere di occuparsene e di valutare gli effetti delle sue ricadute ideologiche sul mondo di oggi. Gli accadimenti attorno a noi ce lo impongono e vengono presi in considerazione secondo schemi non rituali nelle conclusioni. Guardando al futuro con una lente non rituale, si sono tracciati un programma e una gerarchia di priorità che si sottraggono al gioco degli specchi delle notizie quotidiane: la sfida climatica, la democratizzazione dell’economia, il modello energetico, la riappropriazione del tempo, la critica della velocità associata alla tecnocrazia, la riduzione dell’orario di lavoro, il rapporto finanza-economia reale, il tema nucleare, la guerra, il fenomeno dei rifugiati, la società “smart”. Ed anche un’idea per una più adeguata rappresentanza, che vada oltre il meccanicismo classico di cui si è fin qui impregnata la nozione e l’organizzazione del “partito”.

Leggere questo libro può rappresentare una avventura di viaggio, una seppur faticosa risposta alla curiosità, che è incoraggiata da insospettati punti vista e il lettore può trovare spunti afferenti al proprio interesse specifico, nel nome di una dichiarata interdisciplinarietà.