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Fonte Volerelaluna

Libri e fascisti: un nodo antico, oggi declinato dai media nel modo più ipocrita, in un inquietante dilagare della zona grigia che consente a quella nera di allargarsi, preparandosi a governare il Paese. Perfino in Toscana si moltiplicano i segni di questa drammatica involuzione.

Leopoldo Boscherini, Ebrei a Castiglion Fiorentino. Guerra, internamenti, deportazioni 1940-1944. E ancora: Ivo Biagianti, Dal fascismo alla democrazia: Castiglion Fiorentino negli anni della Seconda Guerra mondiale. Sono solo due delle centinaia di libri che sono stati scaricati, lungo gli scorsi mesi, all’isola ecologica del comune di Castiglion Fiorentino, nella Valdichiana aretina. La notizia clamorosa è che a gettarli via non era stato un privato: era la Biblioteca Comunale. Che si spogliava, così barbaramente, di parte del suo pubblico patrimonio. Gli almeno sette viaggi del motocarro comunale Ape 50 carico di volumi mandati al macero hanno richiamato l’attenzione, e quindi l’indignazione, di alcuni cittadini e di consiglieri comunali di opposizione: ed è scoppiato lo scandalo. Si è così appreso che molti volumi provenivano dall’importante biblioteca lasciata al Comune (con precisi vincoli sulla sua destinazione) da monsignor Angelo Tafi, notissimo erudito autore di rilevanti studi storici sul territorio. In una sorta di suicidio culturale, poi, la Biblioteca ha gettato via anche interi scatoloni contenenti la collana dei suoi Quaderni, assai pregevoli pubblicazioni storiche realizzate con un (sacrosanto) investimento di denaro pubblico. ...continua a leggere "La Resistenza in discarica e il neofascismo sdoganato"

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Redazione | 24 novembre 2016 | Comments (0)

FONTE INCHIESTAONLINE.INFO

Testimonianze del Settantasette operaio di Torino (nella foto manifestazione alla Fiat nel 1977)

Intervista a Luciano Pregnolato, 5° Lega Flm, a cura di Simone Vecchi Torino 24 aprile 2007

 

D. Claudio Sabattini arriva a Torino all’inizio del 1977. Dopo la stagione 1969-‘73, e prima dell’arrivo di Sabattini, che contesto abbiamo, e al suo interno come si muove il sindacato a Torino, alla Fiat? Siamo in una fase in cui alla Fiat si susseguono innovazioni di carattere tecnologico e organizzativo. Fino a che punto le innovazioni di quegli anni vengono contrattate o inserite unilateralmente dalla Fiat?

 

Per capire il 1977 alla Fiat occorre ricordare che esistono due grandi spartiacque, il primo è il biennio 1968-‘69, e poi il 1980. Il 1968-‘69 per i lavoratori Fiat è stata la prima esperienza di conflitto a partire dalle condizioni di lavoro per nuove conquiste sindacali, e nel 1980 la Fiat determinò la sconfitta di quelle che furono le conquiste degli anni Settanta e del potere contrattuale acquisito dal 1968-‘69 sino alla seconda metà degli anni Settanta.

Claudio arrivò a Torino, come responsabile di Segreteria per il settore auto – e quindi per la Fiat – nel gennaio del 1977, in contemporanea al passaggio fra Bruno Trentin e Pio Galli, ed è la prima volta che non è il segretario generale della Fiom a seguire direttamente il settore auto e la Fiat.

Fino al febbraio del 1971 io avevo lavorato in Fiat-Aeritalia, poi la Fiom provinciale mi chiese di fare l’esperienza sindacale alla 1° Lega di B. S. Paolo a Torino, nel 1972 andai alla Lega Fiom di Mirafiori a seguire le Fonderie, e dal 1975 le Carrozzerie con la responsabilità della 5° Lega Fiom, poi alla fine del 1979 andai in Cgil regionale. La mia esperienza con la Fiat Mirafiori, quindi, nasce con la 5° Lega, è il periodo dell’unità sindacale, della Flm, è il periodo dei Consigli di fabbrica. A quel tempo a Mirafiori c’erano 60.000 dipendenti.

Occorre quindi ricordare com’è nato nel 1968 il grande conflitto all’interno della fabbrica: gli operai che dal Sud venivano a lavorare a Torino si son trovati in un ambiente di lavoro, di linea, di catena di montaggio (basta immaginare la Saldatura, la Lastroferratura) dove c’erano piccole stazioni, con mansioni scomposte, mansioni semplici. Era un ambiente saturo di polvere e di fumo, di puzza, e pieno di schegge prodotte dai dischi che levigavano le scocche. Si lavorava in mezzo alla nebbia. In più c’erano i capi, che determinavano tutto. E gli operai piemontesi, i vecchi che avevano subìto tutte le precedenti fasi – dal Dopoguerra agli anni Sessanta, con le repressione subìte – da una parte erano vigili, militanti e avanguardie, dall’altra però una parte di loro diceva: «Giovani, attenti a come vi muovete, non esponetevi». Questo era il clima all’interno della fabbrica. Una condizione di lavoro dura, inaccettabile, dove se la produzione non veniva eseguita secondo i tempi che la Fiat assegnava, il capo pretendeva che gli operai la recuperassero e se non riuscivano a farlo, tagliava il salario nel rapporto col rendimento, col cottimo. Le pause non c’erano, se dovevi andare in bagno dovevi correre, per mangiare dovevi correre. L’ambiente era considerato un inferno.

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