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Fonte:  la rivista LEFT che ringraziamo,   cui invitiamo i nostri lettori ad abbonarsi 

Ecco alcuni elementi giuridici che aiutano a capire come sia potuto accadere che l'ex sindaco di Riace sia stato condannato in primo grado a 13 anni e due mesi

Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e due mesi di reclusione, oltre a confische per importi elevatissimi. Una condanna che, giustamente, la maggior parte dei commentatori ha definito abnorme. In particolare questa abnormità risalta, perché tutte le violazioni che gli sono state contestate sono di modesta entità.
Passata l’onda delle prime reazioni, prevalentemente di segno politico, occorre provare ad aggiungere qualche elemento giuridico che aiuti a capire come è potuto accadere.
Occorre fare un passo indietro. Il diritto penale si forgia sul fatto fisico, istantaneo, spesso violento: la coltellata, lo scippo. Qui l’azione punita è un fatto umano, dai contorni concreti.
Nel corso degli anni, si sono aggiunti reati di secondo livello. La norma penale non punisce più un fatto fisico ben individuato, ossia la coltellata di cui si diceva, ma può riguardare anche la violazione di una norma di primo livello. Il reato consiste quindi, ad esempio, nella violazione di una norma amministrativa. Qui la spiegazione si fa necessariamente più complicata.

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Alcuni accadimenti della realtà ti raccontano la verità dei fatti più di tanti nobili convegni di studi. Il perentorio avviso di conclusione della vita editoriale nella casa madre GEDI da parte del direttore della divisione stampa nazionale (con letterina telegrafica) a Paolo Flores d’Arcais è un monito generale. Se da gennaio il glorioso bimestrale sarà costretto ad andare avanti contando quasi esclusivamente sulle sue forze, con i rischi del caso, il messaggio si fa chiaro ed esplicito.

Nella crisi storica dell’editoria, alle prese con l’età digitale e l’immanenza dei robot in redazione, la miopia del capitalismo del settore porta a una selezione darwiniana. Chi è fuori dal coro del mercato mainstream va espulso e non un euro merita di essere investito o speso. Guai, ovviamente, ad aprire una seria riflessione autocritica sugli errori madornali di un mondo che ha supposto di vivere di rendita, senza accorgersi del movimento carsico della rete via via egemonizzata dagli Over The Top. E senza cogliere la portata del futurismo tecnologico. Tra l’altro, il decreto cosiddetto ristori in aula al Senato (con voto di fiducia) è stato inclemente proprio sui temi dell’editoria, dando un ulteriore colpo a corpi già malati. E nubi si addensano pure sugli emendamenti omologhi presentati alla proposta di legge di bilancio ora alla Camera dei deputati.

Torniamo a MicroMega. Si tratta di una testata storica (nata nel 1986), che ha animato con vivacità il dibattito politico e culturale. Lo spazio di ricerca è sempre stato largo e inclusivo, con una fertile miscela tra le culture di sinistra e quelle liberali. Una testata laica e progressista. La rivista ha un tratto distintivo chiaro, figlio e continuatore dello spirito antico e originario immaginato da Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari.

Quell’impostazione politica ed editoriale è andata avanti per tanti anni, con picchi alterni, ma pur sempre legati al ceppo costitutivo. Da quando la famiglia De Benedetti ha lasciato il campo agli Agnelli-Elkann, avendo già indebolito la tensione iniziale, le crepe si sono allargate inghiottendo identità e numerose professionalità non per caso uscite dalle redazioni.

Si è detto del capitalismo dell’informazione, ma le gradazioni e gli stili sono nel frattempo profondamente cambiati. Probabilmente, il famoso avvocato avrebbe chiamato Flores alle sei del mattino, invitandolo alla partita della Juventus per parlargli. Il risultato, magari, non sarebbe cambiato nel lungo periodo, ma la transizione sì. Ragione economica e brutalità non sono la stessa cosa.

Il caso MicroMega è la spia di una tendenza omologante e venata di autoritarismo. I principali gruppi, chi più chi meno, si chiudono secondo le convenienze immediate delle proprietà e l’eresia non è perdonata. Già, il bimestrale che rischia di chiudere è sempre stato eccentrico rispetto alle tifoserie dominanti. Non incline ad assecondare le sinistre storiche, ma severo contro le immoralità e le cialtronerie dei vecchi pentapartiti. Ferocemente polemico con il berlusconismo nelle sue varie forme e nei numerosi complici ed epigoni.

Firme prestigiose, da Camilleri a Tabucchi a Rodotà a Dario Fo e Franca Rame; da don Andrea Gallo a Gustavo Zagrebelsky a Sandra Bonsanti. Insomma, un luogo di riferimento di un rilevante movimento di opinione (il celebrato ceto medio riflessivo), i cui progenitori si possono ritrovare in vari protagonisti del glorioso Partito d’azione. C’è da sperare che vi sia un ripensamento. In ogni caso, niente deve passare nella rassegnazione. Se finisce una storia editoriale è necessario lanciare l’allarme.

Oggi a MicroMega, e domani a chi toccherà? I comitati di redazione di GEDI hanno fatto sentire qualche voce, come pure si è sentita la protesta della Federazione della stampa. Non basta, però. Ciò che accade attorno alla libertà di espressione in Italia non ha le sembianze virulente degli attacchi in corso in numerosi paesi, ma il quadro è preoccupante. Disoccupazione, precariato, ricorso massivo alle querele temerarie, minacce e intimidazioni sono lo sfondo atroce delle chiusure e delle censure. Se, poi, colleghiamo i fili alle sgradevoli sorprese normative, è bene cominciare a urlare. Il silenzio non è d’oro.

L’articolo è tratto da il manifesto del 16 dicembre

FONTE ARTICOLO21

 

Sapevamo sarebbe accaduto, era prevedibile, Dopo aver incassato l’approvazione della legge che gli ha assegnato pieni poteri, il premier Viktor Orban ha usato le misure ‘antiallarmismo’ per far arrestare gli oppositori e tacitare l’opinione pubblica.
E l’Europa che fa? Cosa dice di fronte a questa spirale autoritaria? Per ora si accontenta dell’annuncio del primo ministro, arrivato in serata, di aspettarsi che il governo “possa restituire al Parlamento i poteri speciali ricevuti a causa della pandemia alla fine del mese di maggio”
Si vedrà, per ora  la svolta autoritaria ungherese appare irreversibile nel silenzio colpevole di un’Unione Europea intimorita da Orban.
In queste ore, i fatti confermano i nostri timori. La cosiddetta ‘legge antiallarmismo’ fatta approvare da Orban viene usata per intimidire l’opinione pubblica qualificata, i media, l’opposizione politica e dissuaderli dal criticare l’operato del governo sulla gestione della crisi sanitaria ed economica e più in generale l’azione di Orban tout court. Persino parlamentari vengono arrestati, interrogati con l’evidente scopo di tacitare il dissenso.
Un bavaglio che soffoca ogni vice libera e critica in Ungheria.

 

Fonte : Repubblica

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la nota di editor

Questa vicenda fa rabbrividire. La caccia ossessiva e la repressione di qualsiasi forma di divergenza dal minuscolo  Salvini pensiero è ora pratica quotidiana. Dai vigili del fuoco che con le scale esterne vengono mandati a staccare striscioni che non danno il benvenuto al ministro a tempo perso,  alla penalizzazione di una docente per un video prodotto da ragazzini quattordicenni. Questo video, le eventuali affermazioni esagerate potevano essere oggetto di discussione pacata e occasione per un libero confronto educativo. Sarebbe stata una occasione di crescita per tutti. Anche per la zelante ispettrice ministeriale e per l'ossequente Ufficio Provinciale... Per quanto attiene alle dichiarazioni della sottosegretaria alla cultura , la bolognese Borgonzoni, una signora che , si dice,  non ami la lettura dei classici, no comment... Un augurio di cuore che questa vicenda si ridimensioni e venga revocata questa sanzione borbonica che ci rammenta tempi bui.

La notte più buia eterna non è...

editor

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FONTE GLOBALIST

 

Rosa Maria Dell’Aria è stata sospesa per due settimane perché non avrebbe vigilato sul lavoro dei suoi studenti 14enni che in un video hanno paragonato le leggi razziali al decreto sicurezza