Vai al contenuto

Condividiamo la Campagna di Amnesty 

CODICI IDENTIFICATIVI SUBITO

Chiediamo di prevedere misure di identificazione per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico.

Vent’anni dopo il G8 di Genova del 2001, molti dei responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani commesse in quell’occasione sono sfuggiti alla giustizia, restando di fatto impuniti.

In parte, il motivo è legato all’impossibilità di identificare gli esecutori materiali da parte dell’autorità giudiziaria.

Negli anni successivi, altri casi di persone che hanno subito un uso sproporzionato della forza durante manifestazioni o assemblee pubbliche, chiamano in causa la responsabilità di appartenenti alle forze di polizia.

Per porre fine alle violazioni dei diritti umani che vedono un coinvolgimento delle forze di polizia e riaffermare il ruolo centrale di queste nella protezione dei diritti umani, è essenziale che le lacune esistenti vengano al più presto colmate.

Tra queste ci sono i codici o numeri identificativi individuali, elemento importante di accountability; il fatto che i singoli agenti e funzionari siano identificabili è un messaggio importante di trasparenza che mostrerebbe la volontà delle forze di polizia di rispondere delle proprie azioni e allo stesso tempo accrescerebbe la fiducia dei cittadini.

La richiesta è quella di esporre un codice identificativo alfanumerico sulle divise e sui caschi per gli agenti e i funzionari di polizia (senza distinzione di ordine e grado) impegnati in operazioni di ordine pubblico.

Ciò avrebbe un duplice effetto di trasparenza: verso i cittadini, che saprebbero chi hanno di fronte, e a garanzia di tutti gli agenti delle forze dell’ordine che svolgono correttamente il loro servizio.

PER ADERIRE A QUESTO APPELLO VAI ALLA PAGINA DI AMNESTY 

 

Fonte Comune-info.net

In Italia il controllo politico sulle polizie è diventato limitato, del resto non c’è mai stata attenzione dei politici su come funzionano le polizie, tanto che i neo-ministri dell’interno se non vogliono scivolare in gaffe hanno interesse a seguire quanto consigliano loro i funzionari dell’apparato ministeriale. Intanto, mentre qualsiasi operatore di polizia oggi sa bene che l’andamento della criminalità mostra un netto calo di tutti i reati e in particolare di quelli più gravi, l’ultimo ministro approdato, come spiega Salvatore Palidda, continua a recitare “il ruolo di tribuno imitando un po’ il duce e un po’ Trump… In sostanza mister Salvini ripete il gioco della distrazione di massa…: agitare false insicurezze per nascondere le insicurezze che colpiscono la maggioranza della popolazione… La Pianura padana ad esempio è una delle due zone più inquinate d’Europa… E anche la zona la più alta diffusione di economie sommerse…”. Ecco perché è “più che mai importante sostenere i pochi operatori delle polizie che sono antifascisti, antirazzisti e antisessisti…”

Una vignetta di Mauro Biani pubblicata sul manifesto del 22 febbraio 2018

 

di Salvatore Palidda*

Non è arbitrario dire che, a parte Mario Scelba, tutti i ministri dell’interno soprattutto dal 1994 ad oggi non sembra che abbiano segnato in qualche modo in maniera significativa la storia di questo ministero e in generale del governo della sicurezza interna in Italia. Nessuno di questi può essere comparato a quanto fece Scelba (nel “male” più che nel “bene” dal punto di vista di uno stato di diritto effettivamente democratico e quindi nel bene della res publica). Appare invece assai plausibile dire che nei fatti tutti i ministri sono sempre stati “subordinati” all’apparato ministeriale e in particolare al Viminale e ai comandi dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.

Certo, dal 1945 in Italia il potere politico domina le polizie perché è il governo che decide le nomine ai più alti livelli delle forze di polizia e anche dei prefetti e questori. Tant’è che le carriere si “giocano” sempre a condizione di avere un “santo in paradiso”, cioè una protezione politica che effettivamente conta. Ai tempi della Dc “partito-stato” bisognava saper destreggiarsi fra le correnti democristiane. Ma dopo, col compromesso storico e poi con i sindacati della polizia di stato e le rappresentanze del personale anche delle altre forze di polizia ancora a statuto militare, il gioco delle nomine dei vertici a livello nazionale e locale è approdato a una negoziazione articolata fra politici, vertici delle diverse forze di polizia, sindacati e rappresentanti del personale (sempre super corporativi). In altre parole, in Italia il controllo politico sulle polizie è diventato sempre più limitato. Lo scambio consisteva e consiste ancora nel garantire da parte delle polizie fedeltà al potere politico a condizione di avere autonomia di gestione da parte di ogni forza e concessioni continue di quasi tutte le rivendicazioni di ogni polizia (sempre in concorrenza fra loro, con momenti alquanto accesi come quando il governo D’Alema fece diventare i CC quarta forza armata e di fatto la forza di polizia con più peso rispetto alla PS nel cosiddetto “comparto sicurezza”).

...continua a leggere "Il gioco dello sbirro improvvisato"