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19.08.2018 - Redazione Italia

Migranti sulla nave Diciotti, appello di Eleonora Forenza
(Foto di https://www.facebook.com/ForumLampedusaSolidale/)

L’europarlamentare di Rifondazione Comunista Eleonora Forenza, che tra fine giugno e inizio luglio ha seguito in prima persona la vicenda dei migranti a bordo delle navi Astral e Open Arms, della ong spagnola Proactiva Open Arms, lancia dalla sua pagina Facebook un appello a intervenire sulla vicenda della nave Diciotti,  ancora bloccata al largo di Lampedusa.

“E così, mentre noi discutiamo di applausi e fischi, il Ministro degli Interni minaccia di rimpatriare in Libia le oltre 170 persone a bordo della nave #Diciotti, da quattro giorni nel Mediterraneo. Trattasi di fatto della minaccia di violare le convenzioni internazionali in materia di diritti umani, dato che la Libia non è un paese sicuro.

Chiedo, dunque, al Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani di prendere parola e a ciascun/a parlamentare europea/o di attivarsi”.

 

FONTE : IL BLOG DI FRANCO CARDINI CHE RINGRAZIAMO

 

Molti mi chiedono, dopo i recentissimi fatti di Gaza, quali siano le radici storiche della tragedia: prima 21 morti e 1400 feriti circa, la settimana scorsa; e quindi, il 6 scorso, un altro “Venerdì di Sangue” con altri 7 palestinesi morti e un altro migliaio di feriti. Sassate, bombe molotov e cortine fumogene create da pneumatici bruciati per difendersi dai soldati israeliani, che sparano non già per “rispondere al fuoco” (sassi, molotov e fumo non sono “fuoco” nel senso militare del termine), ma solo per impedire ai manifestanti di avvicinarsi a un confine che, oltretutto, non è uno di quelli stabiliti e internazionalmente riconosciuti ma solo una recinzione creata per decisione e nell’interesse di uno stato e di una forza armata che rifiutano la definizione di “occupanti”. Ma il fuoco israeliano è giustificato dalla necessità di “impedire le infiltrazioni”.

E’ stato notato che le manifestazioni di questi giorni sono state monopolizzate da Hamas, che è il partito leader della “Striscia di Gaza” ma che non rappresenta la volontà di tutti i palestinesi che vi sono rinchiusi, e che ormai arrivano a circa 2 milioni. Certo, l’attuale capo di Hamas nella “Striscia”, Yahya Sinwar (56 anni, scarcerato dagli israeliani nel 2011 nel gruppo dei 1000 imprigionati che vennero “scambiati” con il soldato israeliano Gilad Shalit) è un fautore deciso della “linea dura”. I tribunali d’Israele gli avevano inflitto condanne multiple che giungevano a totalizzare ben quattro ergastoli: è lui l’anima della “Marcia del Ritorno” avviatasi prima di Pasqua e che culminerà il 15 maggio prossimo, tre giorni prima del settantesimo anniversario di quel 18 maggio 1948 che vide la fondazione dello stato d’Israele e che per i palestinesi fu la Nakba,il giorno della “sciagura”.

Pianificata, quindi, l’azione di Hamas: e prevedibile che non tutti i palestinesi di Gaza, che ne subiranno le conseguenze, l’auspichino e l’approvino. Ma queste sono le regole del gioco: il perpetuarsi di una situazione già condannata dalle Nazioni Unite (dalla celebre “risoluzione 242” in poi) ha reso inevitabile che si arrivasse a tanto. La gente di Gaza è ormai provata fino alla disperazione: e una vecchia regola politico-militare, in casi come questi, prescrive che non si debba mai condurre un avversario in condizioni d’inferiorità alla disperazione. I disperati diventano micidiali. Ma il comunicato degli organizzatori della “Marcia del Ritorno” parla chiaro: “Non abbiamo nient’altro da perdere se non la nostra vita”.

Abu Mazen, presidente dell’Authority nazionale palestinese ed erede riconosciuto della linea dell’OLP di Arafat, non ama né Hamas né il partito sciita libanese Hezbollah che l’appoggia: e non ne è riamato. Israele non ha certo bisogno di esser consigliata, sul piano della politica, eppure non dovrebbe mai dimenticare l’aurea massima latina del Divide et impera, che in passato ha magistralmente messo in pratica. Sarà che Bibi Nethanyahu è attualmente preoccupato di ben altre cose che non i palestinesi e che teme molto per il suo posto e i suoi interessi privati, per non parlare della sua immagine pesantemente compromessa: sta di fatto che negli ultimi tempi sembra aver abbassato la guardia in termini di prudenza in misura inversamente proporzionale a quanto ha alzato le mani in termini di aggressività. Non si spara su chi “si avvicina a un confine”, specie se non lo ha nemmeno ancor superato e se quello non è un confine internazionalmente legittimo: non ci si può permettere di far ciò neppure se si è difesi a oltranza da un inquilino della Casa Bianca (a sua volta piuttosto nei guai). Il risultato delle scelte sbagliate di Nethanyahu è stato che Abu Mazen, messe da parte le sue riserve su Hamas, si è rivolto accorato all’ONU, all’Unione Europea e alla Lega Araba affinché vengano fermate “le uccisioni e la repressione da parte delle forze di occupazione israeliane a fronte di una pacifica manifestazione di massa”. Prima dell’ecatombe del 6 scorso, hanno ripetuto i media internazionali, “inviti alla calma” erano arrivati da Jason Greenblatt, inviato del presidente Trump nel Vicino Oriente, dall’Unione Europea, dal presidente egiziano. “Inviti alla calma” rivolti ai manifestanti, affinché desistessero dall’avvicinarsi alle linee difese dai soldati israeliani? O ai vertici delle forze armate (e della politica) d’Israele, affinché si tenesse presente che il rispondere a una manifestazione di protesta usando le armi da fuoco e seminando la morte è qualcosa che almeno da noi italiani, dai tempi di Bava Beccaris in poi, è stata universalmente disapprovata?

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FONTE PRESSENZA.COM

04.12.2017 - Michela Giovannini - Unimondo

Elezioni in Cile: nuovi scenari istituzionali?
(Foto di Elciudadano)

Domenica 19 novembre si è svolto in Cile il primo turno delle elezioni presidenziali, in concomitanza con le elezioni per il rinnovo del parlamento. Sebastián Piñera, l’ex presidente imprenditore milionario che aveva retto le sorti del paese dal 2010 al 2014, era dato come vincitore secondo i sondaggi. Alla fine è stato sì il candidato più votato, ma è riuscito a racimolare un magro 26,6% dei voti, quando i sondaggi gli davano almeno 18 punti percentuali in più. Il fatto dei sondaggi poco attendibili ha fatto scattare numerose polemiche, dirette principalmente verso il CEP, Centro di Studi Pubblici, think tank fondato in piena dittatura e tradizionalmente legato agli ambienti di destra. ...continua a leggere "Elezioni in Cile: nuovi scenari istituzionali?"

Riccardo Petrella: La tragedia della lotta al terrorismo

 

Quanto più gli Stati, soprattutto Usa e Ue, intensificano e ampliano le proprie azioni di guerra contro il terrorismo – in particolare di matrice islamica, jihadista – all’interno dei paesi considerati i focolai principali del terrorismo globale, più si assisterà alla distruzione di vite umane, alla devastazione economica e ambientale, senza neanche riuscire ad eliminare le cause del problema. Anzi, il contrario.

La tragedia si è consumata di nuovo durante il G7 a Taormina (26 e 27 maggio) in cui l’unico risultato di cui possono rallegrarsi i capi di Stato e di governo partecipanti è la “Dichiarazione comune sulla lotta contro il terrorismo”. Cosi, la prima ministra britannica May si è scapicollata a tornare nel suo paese per vendere come un gran successo la firma della dichiarazione. Gli attentati di Manchester e le elezioni politiche di giugno dettano le priorità. Dal canto suo, il guerrafondaio presidente americano Trump, ha riportato a casa non solo quella firma, ma anche numerosi contratti di vendita di armi all’Arabia Saudita, siglati il 21 maggio, per un valore di 110 miliardi di dollari. Secondo i firmatari, le costose armi sono assolutamente necessarie per aiutare l’Arabia saudita a sconfiggere il terrorismo nella regione e difendersi dalle “minacce” dell’Iran. Va tutto bene pure per gli altri capi di Stato e primi ministri europei, membri Nato, che hanno votato il 25 maggio a Bruxelles (ivi compreso il dittatore turco) per l’entrata della Nato nella “coalizione mondiale contro Daesh”, contravvenendo alle regole dello Statuto. Quante “iniziative” militari in soli cinque giorni! Ma tutto è permesso se fatto nel nome della lotta globale al terrorismo, per la “nostra” sicurezza. ...continua a leggere "Riccardo Petrella: La tragedia della lotta al terrorismo"

02.05.2017 - Napoli - Il Dialogo

La resistenza è un lavoro sacro

La politica anti-migranti della UE , come del governo Gentiloni, si fa sempre più pesante. La UE, dopo aver siglato quel criminale accordo con la Turchia (costato sei miliardi di euro!) per bloccare i profughi siriani, ha stipulato simili accordi con l’Egitto di Al Sisi (un miliardo di euro) e con il Niger (cinquecento milioni di euro) per bloccare i migranti sub-sahariani. Anche l’Italia, con il governo Renzi ed ora con Gentiloni, ha perseguito la stessa politica del Migration Compact firmando un patto scellerato con la Libia di El Serraj e un altro con i capi ‘tribali’ del Fezzan, per bloccare i migranti dell’Africa nera. Il governo italiano ha fatto altrettanto con il governo del Niger regalandogli duecento milioni di euro. Questa è la politica europea : esternalizzare le frontiere siglando patti con i peggiori dittatori e pagata a caro prezzo dai disperati della terra. Inoltre la UE ha pesantemente militarizzato il Mediterraneo trasformandolo in un cimitero(sono oltre cinquantamila i migranti che vi sono sepolti!).

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FONTE : ATLANTIDE.ORG

Pubblicato il 28 aprile 2017 | di Alfredo Morganti

I banchieri, i fascisti e la società dei due terzi che diventa di uno soltanto

di Alfredo Morganti – 26 aprile 2017

Hanno già pronto il capro espiatorio, tanto per portarsi avanti col lavoro. Nel caso, improbabile, che la Le Pen prevalga, la colpa si riverserà su Mélenchon, che non avrebbe fornito indicazioni di voto per il secondo turno delle presidenziali. Copione facilissimo, quasi banale. Titolo del film: colpa della solita vecchia sinistra. Dopo di che andate a vedere come stanno davvero le cose. Secondo il politologo Henri Vernet (Repubblica di oggi) “molti elettori di Mélenchon provengono dal Front National. Sono quegli ex comunisti che avevano virato nel tempo verso l’estrema destra e che il candidato gauchiste ha saputo sedurre”, sottraendoli di fatto a Le Pen.

La verità è esattamente l’opposto, quindi. Senza l’azione di Mélenchon oggi la destra sarebbe più forte, senza questa sottrazione di consensi a sinistra adesso guiderebbe il primo turno, con effetti psicologici rilevantissimi sulla sfida finale. Certo, i sondaggi dicono che un terzo di elettorato gauchista è pronto a sostenere Le Pen, perché non vuole banchieri (il nuovo!) al potere, ma questa è un’altra storia, o almeno sempre la stessa: in assenza di un argine credibile a sinistra, molti ceti popolari sono suggestionati dalle sirene di destra e dal programma sociale della candidata del Front National.

Qual è la lezione? Che ci sono forze politiche che svolgono compiti essenziali, come quelli di filtrare e trattenere il consenso e la ribellione antisistema che altrimenti si radicalizzerebbe a destra, e così di tenere fuori i ceti popolari dal fronte fascista o razzista, impedendo che si sviluppi una saldatura completa tra popolo e radicalismo anche violento e antidemocratico. È una funzione che in Italia svolge ancora Grillo, per dire, ma che in Francia è compito soprattutto della sinistra radicale. Una funzione ben svolta peraltro da Mélenchon, il cui risultato è stato davvero eccellente. In virtù della semplificazione indotta dal ballottaggio a due, adesso quei voti ritornano però a ‘ballare’, e riconfluiranno in parte verso la Le Pen. D’altra parte di tratta di un sistema, quello del ballottaggio personalistico, che costringe a scegliere il meno peggio oppure richiede voto ‘utile’, spingendo con ciò alla radicalizzazione a destra anche del voto che tale non è.

Più in generale la grande complessità, il grande disagio, la società del due terzi che diventa società di un terzo soltanto, invocando il maggioritario per garantire la ‘governabilità’ con una scelta secca, di spirito comunque plebiscitario, toglie di fatto rappresentanza a vasti certi popolari, li costringe a una modalità di voto che, quando la crisi morde, spinge all’astensionismo oppure al voto rabbioso, antisistema, di destra. La crisi di rappresentanza è frutto di un sistema che ‘sfronda’ il consenso, lo taglia con l’accetta, lo bipolarizza a forza, sperando che ciò basti a far vincere i ‘banchieri’, ottenendo spesso, invece, l’effetto contrario, con i violenti, gli xenofobi, i razzisti, i nazionalisti a prevalere. In un gioco delle parti, sempre più scoperto, che inorridisce.

FONTE PRESSENZA.COM che ringraziamo

26.04.2017 - Stoccolma, Svezia - Pressenza Budapest

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Francese, Greco

La spesa militare mondiale: secondo il SIPRI, in aumento negli USA e in Europa e in flessione nei paesi esportatori di petrolio
L'elicottero Black Hawk dell'esercito statunitense staziona sopra il cacciatorpediniere guida missili USS Farragut (Foto di Marina Militare USA)

La spesa militare mondiale totale è salita a 1.686 miliardi di dollari nel 2016, con un incremento dello 0,4 per cento in termini reali a partire dal 2015, secondo i nuovi dati dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI). Le spese militari in Nord America hanno visto il loro primo aumento annuo nel 2010, mentre la spesa in Europa occidentale è cresciuta per il secondo anno consecutivo. L’aggiornamento annuale completo del database di spese militari del SIPRI è accessibile da oggi sul sito www.sipri.org.

Le spese militari mondiali sono aumentate per il secondo anno consecutivo per un totale di 1.686 miliardi di dollari nel 2016 – il primo aumento annuale consecutivo dal 2011, quando la spesa ha raggiunto il suo picco di 1.699 miliardi di dollari.* Le tendenze e modelli delle spese militari variano considerevolmente a seconda delle zone. Le spese militari hanno continuato a crescere in Asia e Oceania, Europa centrale e orientale e Nord Africa. Al contrario, sono diminuite in America Centrale e nei Caraibi, in Medio Oriente (sulla base dei paesi per i quali sono disponibili i dati), in Sud America e in Africa sub-sahariana.

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FONTE CONTROLACRISI.IRG

I dati forniti dall’odierno rapporto del SIPRI sulle spese militari mondiali nel 2016 confermano l’incremento globale del settore, giunto a 1.686 miliardi di dollari. Dopo diversi anni gli Stati Uniti hanno aumentato le loro spese (611 miliardi di dollari) dell’1,7% rispetto all’anno precedente, seguiti dalla Cina (215 miliardi) con un incremento del 5,4%. Terza è la Russia (69,2 miliardi) con un aumento del 5,9%. Si registra una crescita in alcuni paesi dell’area mediorientale (Iran e Kuwait), mentre in altri una diminuzione (Arabia Saudita e Iraq).

"Diversi paesi produttori di petrolio – non solo mediorientali -, a causa dei suoi prezzi bassi, hanno dovuto contrarre le spese - si legge in una nota firmata da Maurizio Simoncelli Vicepresidente IRIAD. Già si era rilevato a partire dal 2010 sino al 2015 un aumento delle spese militari russe e cinesi, che avevano procurato allarme in Occidente (USA e UE), anche se mediamente le prime rappresentano solo un decimo di quelle occidentali e le seconde solo un quarto. Anche in Europa occidentale, per il secondo anno consecutivo, si riscontra un incremento delle spese per la difesa del 2,6%".

La nuova amministrazione Trump ha recentemente promesso un significativo incremento di quelle statunitensi con ulteriori 54 miliardi di $ che si andranno ad aggiungere ai 611 dello scorso anno, rappresentando più di un terzo del totale mondiale. "Mentre permane una diffusa crisi economica e si accentua il divario tra paesi ricchi e paesi poveri - continua Simoncelli - sembra che il settore della spesa militare non conosca particolari difficoltà, come è dimostrato anche dall’incremento che si sta registrando nel commercio mondiale di armamenti, corollario della maggiore disponibilità finanziaria nel settore: si è passati infatti dai 19 del 2000 ai 26 miliardi di dollari del 2010 sino ai 31 del 2016. E va ricordato che questo dato non comprende il settore delle armi piccole e leggere (pistole, fucili, mitra, bazooka, lanciarazzi ecc.), più difficile da quantificare, ma stimato intorno al 10-20% del totale mondiale. E il 29% dell’export globale è stato diretto nel quinquennio 2012-2016 proprio verso il Medio Oriente".

21 Apr 2017, By

fonte strongerunions.org 

As we approach the 4th anniversary of terrible tragedy at Rana Plaza in Bangladesh, it’s important to hold on to the sense of shock we all had when we heard that over a thousand workers, full aware that their building was unsafe, went to work as usual so they wouldn’t lose their jobs, and instead lost their lives.

It’s important to remember because it’s this reality that drives the campaigning from unions around the world for fundamental rights. The fact is, unions can save lives, as well as livelihoods, where workers have the right to join them.

It’s also important because the government of Bangladesh seems to need reminding.

In the aftermath of Rana Plaza, unions both on the ground in Bangladesh and internationally, were involved in the creation of the Bangladesh Accord on Fire and Safety, an agreement between brands sourcing from Bangladesh and trade unions to systematically drive improvements to working conditions, with democratically elected workers’ representatives a key part of the monitoring process and the right for workers to refuse to enter unsafe premises.

As Owen Tudor noted last week, unions and their members now have a stronger voice in confronting unsafe conditions, making Bangladesh safer for workers and a better investment for brands seeking suppliers free of the taint of human rights abuse.

Instead of being rewarded for this, this year Bangladesh’s unions have been persecuted. The government and the country’s employers spent the first few weeks of 2017 sweeping up trade union leaders and activists under a range of flimsy charges, clearly looking to break the growing influence of unions.

The good news is that it soon became clear that they had miscalculated. A concerted international campaign by unions, soon backed by key brands and a threatened boycott of a prestigious employer summit, spooked the government into releasing the trade unionists and pledging to drop the charges against them. It also meant, in order to fix the mess they’d got themselves into, the government found themselves sitting around table with Bangladesh unions, in the country’s first formal tripartite talks. Far from being crushed, the unions are now suddenly formal social partners.

The government, however, is slow to learn, and whispers suggest that it is keen to reduce the scope of the Accord when its remit comes up for review. The next battle will be to keep the full range of powers the Accord can wield in intervening in dangerous workplaces, and its contribution to protecting the role of trade unionists as whistle blowers.

This weekend, a new international effort – again backed by global unions – is launched, looking to make it easier for unions to work with companies to ensure that fundamental workers’ rights are respected in their supply chains. The Transparency Pledge looks to change the secretive and complex nature of international sourcing by persuading companies to publish details of where they get their products, just as those signed up the Accord do. So far 17 companies have agreed to the terms of the pledge, but there’s a long way to go.

However, it’s clear that for all that the government is keen to forget it, the haunting memory of Rana Plaza continues to be a stark reminder of why workers need unions.

In collaborazione con l'International Transport Workers Federation, federazione sindacale globale formata da 690 sindacati che rappresentano circa 4.5 milioni di lavoratori del settore del trasporto in 153 paesi.

 

I portuali del Madagascar si battono per i loro diritti. Sono stati licenziati per aver aderito al sindacato che lotta per porre fine al lavoro precario, al salario basso e a condizioni di lavoro insicure. Nel mese di marzo, i sindacati di tutto il mondo hanno consegnato lettere ai consolati del Madagascar chiedendo giustizia per quei lavoratori ai quali deve essere permesso di ritornare al lavoro. Centinaia di persone hanno consegnato direttamente il messaggio, inviandolo via e-mail al governo del Madagascar nel quale chiedono che siano applicate con urgenza le leggi del lavoro e che siano difesi i diritti dei lavoratori. Il 3 aprile del 2017, l'ITF, l'ITUC, e il sindacato dei lavoratori SYGMMA hanno presentato una denuncia all'OIL a nome dei 43 portuali.

Difenderete i portuali del Madagascar e invierete ora al ministro del Lavoro del Madagascar per assicurare che applichi le leggi locali del lavoro e reintegri questi lavoratori?

Guardate il video

PER ADERIRE ALL'APPELLO VAI ALLA FONTE  ACT NOW!

FONTE PRESSENZA.COM   che ringraziamo

16.04.2017 - Murat Cinar

Turchia: referendum, chiusi i seggi, irregolarità e primi risultati
(Foto di Bianet)

Oggi in Turchia si vota per un cambiamento costituzionale molto radicale. I cittadini sono chiamati alle urne per approvare, solo con un sì o con un no,  un pacchetto composta da 18 punti. La maggior parte dei punti si concentra sull’aumento del potere del Presidente della Repubblica dal punto di vista legislativo, giuridico ed amministrativo.

La prima parte della votazione si è conclusa l’8 aprile tra i cittadini  residenti all’estero. Secondo i primi dati non ufficiali sono circa tre milioni di persone. Invece a livello nazionale si è votato solo in un giorno, ossia oggi, il 16 aprile. Alle ore 17:00 locali i seggi si sono chiusi ed è partito lo scrutinio. Secondo i dati sempre non ufficiali diffusi dalla Rete dei Giornalisti Indipendenti (BiaNet) l’affluenza è stata abbastanza alta: 84%, quindi sono circa 58 milioni e 400 mila voti.

E’ stata una giornata di voto piena di incidenti, irregolarità e brogli,  iniziata con la notizia dell’uccisione di tre persone nella città di Diyarbakir-Amed. Secondo la prima versione dei fatti sembra che si tratti di uno scontro a fuoco tra partigiani del sì e del no al referendum.

Verso la chiusura dei seggi l’Associazione per la Difesa dei Diritti Umani (IHD) ha comunicato una serie di violazioni registrate e documentate. Secondo questo rapporto dell’IHD, nonostante il divieto elettorale, in quasi tutto il paese erano presenti ancora i materiali di propaganda. L’Associazione specifica che, nonostante la regola dei 15 metri di distanza dai seggi, soprattutto nel sud est del paese la polizia e la gendarmeria erano fortemente presenti. L’IHD elenca diverse città in cui alcune persone hanno votato più di una volta, diverse schede si sono trovate già col timbro sul “Sì” pronte per essere imbucate; in diversi casi non  è stato permesso ai suoi membri di svolgere l’attività ufficiale di osservatorio indipendente.

Secondo diverse fonti si sono registrate alcune irregolarità. Il giornalista del quotidiano nazionale conservatore Yeni Safak, Ali Bayramoglu, famoso per la sua posizione a favore del “No” è stato malmenato dagli osservatori del partito al governo (AKP). Questo fatto è stato documentato con una video-ripresa. Uno dei parlamentari dell’AKP, Samil Tayyar, dopo aver votato ha fotografato la sua scheda e l’ha postata sul suo account Twitter. Secondo l’Agenzia di notizia russa Sputnik in un seggio è stato ripreso il caso di un volontario che ha messo il timbro su numerose schede al posto del “Sì”. Nel mentre Ersal Koç, il vice presidente della distretto di Afsin nella città di Maras, appartenente al Partito del Movimento Nazionalista(MHP), si è fatto fotografare mentre metteva il timbro sull’opzione “Sì” fuori dalla cabina elettorale e poi ha diffuso la foto in rete. Attraverso gli account Twitter e Facebook diversi volontari hanno fotografato e diffuso le lettere di denuncia ufficiali delle irregolarità. Quindi già con le prime notizie e prove sembra che si tratti di un voto pieno di irregolarità e violazioni.

Tuttavia la decisione più scandalosa è stata comunicata dall’Ente Superiore per le Elezioni (YSK). Durante la giornata ci sono stati numerosi casi di denuncia in cui sono state identificate varie schede prive di timbro ufficiale dell’Ente; quindi si tratterebbe di un lavoro di copisteria improvvisato all’ultimo momento. A proposito di queste denunce lo YSK ha deciso di contare comunque il parere del cittadino espresso sulle schede anche non ufficiali.

In questo momento secondo l’agenzia di stampa di Stato, Anadolu Ajansi, gli scrutini si sono conclusi quasi del tutto ed il risultato è del 51% a favore del Sì. Tuttavia nasce un grande dubbio su come si è riusciti a contare quasi tutti i 58 milioni di voti in meno di tre ore. Dunque sia il Partito Democratico dei Popoli (HDP) sia il Partito Repubblicano del Popolo (CHP) invitano gli osservatori a non abbandonare i seggi perché secondo loro si tratta di un risultato falso.

Nel mentre il sito web ufficiale dell’Ente Superiore per le Elezioni (YSK) è down. Secondo Erdal Aksunger, vice segretario generale del CHP, lo YSK ha registrato per ora circa il 15% dei voti. quindi i dati comunicati dall’Anadolu Ajansi non sarebbero veritieri. Alle ore 19:00 italiane nelle città di Istanbul ed Ankara, a differenza dei primi dati, sembra che il “No” stia crescendo notevolmente.

Secondo i primi dati alcuni numeri interessanti vengono dalle città fortezza dell’AKP come Bayburt, Aksaray, Rize, Konya, Cankiri dove ha vinto fortemente il “Sì”. Invece nelle città dove sono forti l’HDP e il CHP – Dersim, Kirklareli, Edirne, Sirnak, Hakkari – vince notevolmente il “No”.

E' uscito il numero 80 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n80-s.pdf

In questo numero:

Il Pd di Renzi ricorda Brecht: “Il popolo non è d’accordo, nominiamo un nuovo popolo”
di Pietro Folena

Dati sull’occupazione: continuano a prenderci per il culo
di Enrico Rossi

L’impatto della crisi sulla disuguaglianza salariale in Italia
di Michele Raitano

Sul Venezuela, guardando le cose dal basso
di Gennaro Carotenuto

Presidenziali Ecuador, ha vinto Lenín Moreno
di Gianni Beretta

Buona lettura e diffondete!

***

E' uscito il numero 2 della RIVISTA di Punto Rosso - Lavoro 21

http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-rivista-numero2-s.pdf

fonte PREESSENZA.COM

Più di un centinaio di intellettuali, artisti difensori dei Diritti Umani, comunicatori e personalità politiche e associative di tutto il mondo aderiscono alla dichiarazione in cui manifestano “la pienissima e totale solidarietà al popolo argentino, che si trova ad affrontare le politiche neoliberali del governo di Mauricio Macri”.

Tra i primi a firmare il documento spicca il filosofo statunitense Noam Chomsky, la colombiana Piedad Córdoba, attivista per i Diritti Umani, l’attore nordamericano Danny Glover, il giornalista brasiliano Emir Sader, il filosofo italiano Domenico Losurdo e, tra gli altri, l’eminente professore dell’Università del Sussex, István Mészáros.

Nel documento i firmatari sottolineano che “l’Argentina è balzata agli onori della cronaca internazionale per diversi casi di corruzione in cui sono indagati il presidente e ciò che lo vede implicato: Panamá Papers, Odebrecht, Avianca, Correo Argentino”.  Successivamente, si contesta la detenzione di Milagro Sala, sottolineando leprese di posizione dell’ONU, del Parlasur, dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) e di Amnesty, in relazione “all’arbitraria” incarcerazione.

“Dall’inizio del mandato di Macri, in Argentina vi sono un milione e mezzo di nuovi poveri, il che dimostra in cifre la gravità della situazione,” dicono, manifestando la propria solidarietà anche all’ex presidentessa Cristina Fernández de Kirchner, che “sta affrontando un’aggressione giuridica e mediatica ogni volta sempre più marcata, che finisce per delineare un quadro di grave aggressione alla democrazia”.

I firmatari rappresentano una ventina di paesi: Stati Uniti, Canada, Italia, Svizzera, Francia, Regno Unito, Portogallo, Cile, Messico, Colombia, Perù, Venezuela, Cuba, Bolivia, Puerto Rico, Paraguay, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Uruguay e Brasile. Al termine del comunicato, affermano che “contro gli abusi del governo di Macri, diciamo: il mondo sta a fianco dell’Argentina”.

COMUNICATO COMPLETO

CONTRO GLI ABUSI DI MACRI
IL MONDO STA A FIANCO DELL ‘ARGENTINA

I firmatari e le firmatarie che seguono, intellettuali, artisti, difensori dei Diritti Umani, comunicatori e personalità politiche e associative di tutto il mondo, vogliono manifestare la piena e totale solidarietà al popolo argentino che si trova ad affrontare le politiche neoliberali del governo di Mauricio Macri.

In appena quindici mesi, Macri ha licenziato migliaia di persone, sia nel pubblico che nel privato, ha svalutato la moneta, ha eliminato i diritti dei lavoratori con la nuova legge dell’ART, ha eliminato il diritto dei pensionati alle cure gratuite e ha cercato di mettere un tetto ai reclami salariali di fronte a un’inflazione che non diminuisce. La profonda caduta dell’attività economica, in particolare dell’industria, è evidenziata dal profondo depauperamento sociale: in Argentina vi sono un milione e mezzo di nuovi poveri, il che dimostra in cifre la gravità della situazione.

In questi mesi, l’Argentina è balzata agli onori della cronaca internazionale per diversi casi di corruzione in cui sono indagati il presidente e ciò che lo vede implicato: Panamá Papers, Odebrecht, Avianca, Correo Argentino, tra i tanti. A questo, si aggiunge l’ingiusta detenzione della dirigente sociale Milagro Sala, nella provincia di Jujuy; fatto, questo, che ha portato diverse organizzazioni internazionali (ONU, Parlasur, OEA, Amnesty, tra le altre) a qualificare come “arbitraria”, la detenzione, chiedendo l’immediata scarcerazione della parlamentare di Mercosur.

Manifestiamo, al tempo stesso, la nostra piena e totale solidarietà con l’ex presidentessa Cristina Fernández de Kirchner, che sta affrontando un’aggressione giuridica e della comunicazione ogni volta sempre più marcato, che finisce per delineare un quadro di grave aggressione alla democrazia.

Contro gli abusi del governo di Macri, diciamo: il mondo sta a fianco dell’Argentina.

Primi Firmatari:

Noam Chomsky (Filosofo, USA); István Mészáros (Filosofo. Università del Sussex, Regno Unito); Danny Glover (Attore, USA); Roberto Fernández Retamar (Presidente Casa de las Américas, Cuba); Domenico Losurdo (Filosofo, Italia); Atilio Boron (REDH Argentina); Piedad Córdoba (Poder Ciudadano, Colombia); Emir Sader (Giornalista, Brasile); Miguel d’Escoto Brockmann (ex Cancelliere del Nicaragua); Paulo Pimenta (Deputato PT, Brasile); Roy Chaderton Matos (Diplomatico, Venezuela); Carmen Bohórquez (REDH Venezuela); Ángel Guerra (REDH Messico); Fernando Buen Abad (Fiosofo Messico); Gilberto López y Rivas (La Jornada, Messico); Stella Calloni (Giornalista, Argentina); Luis Britto García (Scrittore, Venezuela); Alfredo Serrano Mancilla (Direttore CELAG); Juliana Marino (Ex Ambasciatrice dell’Argentina a Cuba); Telma Luzzani (Giornalista, Argentina); Fernando Rendón (Poeta, Colombia); Katu Arkonada (REDH Bolivia); Alicia Castro (Ex Ambasciatrice dell’Argentina nel Regno Unito); Vilma Soto Bermúdez (MINH Puerto Rico); Omar González (REDH Cuba); Gayle McLaughlin (Consigliere di Richmond, California, USA); Hugo Urquijo (Psichiatra, Argentina); Rosario Cardenas (Coreografa, Cuba); Horacio López (CCC, Argentina); Aurelio Alonso (Casa de las Américas, Cuba); Juan Manuel Karg (REDH Argentina); Paula Klachko (Undav, Argentina); Wilma Jung (Giornalista, Svizzera); Luis Cuello (Otra Prensa, Chile); Winston Orrillo (Premio Nacional de Cultura, Perù); Ammar Jabour (Venezuela); Volker Hermsdorf (Giornalista, Germania); Alicia Jrapko (REDH USA); Ricardo Canese (Parlamentare Parlasur, Paraguay); José Steinsleger (Giornalista, Messico); Homero Saltalamacchia (UNTREF, Argentina); Márgara Millán (UNAM México); Saúl Ibargoyen (Poeta, Uruguay); Francisco José Lacayo (REDH Nicaragua); Liliana Duering (Pittrice, Messico); Pablo Vilas (Segretario Política Internacional La Cámpora, Argentina); Bruce Franklin (Scrittore, USA); Cristina Steffen (UAM, Messico); Marta de Cea (Promotrice cultura, Messico); Luigino Bracci Roa (Comunicatore, Venezuela); Pablo Imen (CCC, Argentina); Modesto López (Documentarista, México); Antonio Eduardo Soarez (Portogallo); Rino Muscato (Italia); Pedro Véliz Martínez (Presidente Sociedad Cubana de Medicina, Cuba); Sofia M. Clark d’Escoto (Politologa, Nicaragua); Jane Franklin (Storiografa, USA); Judith Valencia (Economista, Venezuela); Joan Brown Campbell (Ex Segretaria General de Consejo Nacional de Iglesias, USA); Graylan Hagler (Pastore Congregación de Iglesias Unidas de Cristo, Washington, USA); Luis Suárez Salazar (Instituto Superior de Relaciones Internacionales, Cuba); Gonzalo Gosalvez Sologuren (Economista, Bolivia); Arturo Corcuera (Premio Poesia Casa de las Américas, Perú); Hildebrando Pérez Grande (Premio Poesia Casa de las Américas, Perú); Iván Padilla Bravo (Giornalista, Venezuela); Diana Conti (Deputata, Argentina); Jorge Barrón (Direttore Videoteca Barbarroja, Bolivia); Julio Escalona (Scrittore, Venezuela); Chiqui Vicioso (Scrittrice, República Dominicana); Ariana López (REDH Cuba); Hernando Calvo Ospina (Scrittore, Francia); Farruco Sesto (Professore, Venezuela); Jorge Ángel Hernandez (Cuba); Pedro Calzadilla (Ex Ministro dell’Istruzione, Venezuela); Vicente Otta (Sociologo, Perù); Bruno Portuguez (Pittore, Perù); Juan Cristobal (Premio Nacional de Poesía, Perù); Alirio Contreras (Scrittore, Venezuela); Carlos Aznarez (Giornalista, Argentina); María do Socorro Gomes Coelho (Presidente Consejo Mundial de la Paz); Jorge Drkos (Ex Senatore Argentina, FPV); Néstor Francia (Comunicatore, Venezuela); Verónica González (Consigliere Río Grande, Tierra del Fuego, Argentina); Roger Landa (REDH, Venezuela); Alejandro Dausá (Teologo, Bolivia); Liliana Franco (Disegnatrice, Uruguay); Reynaldo Naranjo (Poeta, Perù); Ana María Intili (Poeta, Perù); Rosina Valcárcel (Poeta, Perú); Fanny Palacios Izquierdo (Poeta, Perù); Jorge Luis Roncal (Editore, Perù); Julio Dagnino (Educatore, Perù); Feliciano Atoche (Architetto, Perù).

 

Income inequalities and employment patterns in Europe before and after the Great Recession

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fonte Eurofou
This report addresses growing concerns about income inequalities in academic and policy debates by offering a comprehensive study of income inequalities during the years of the Great Recession starting in 2008–2009 (income data relating to 2004–2013). It has the twofold objective of adopting an EU-wide perspective and providing an updated picture of inequalities across different sources of income and in most Member States. The results show that EU-wide income inequality declined notably prior to 2008, driven by a strong process of income convergence between European countries – but the Great Recession broke this trend and pushed inequalities upwards both for the EU as a whole and across most countries. While previous studies have pointed to widening wage differentials as the main driver behind the long-term trend towards growing household disposable income inequalities across many European countries, this report identifies unemployment and its associated decline in labour income as the main reason behind the inequality surges occurring in recent years. Real income levels have declined and the middle classes have been squeezed from the onset of the crisis across most European countries. The role played by the family pooling of income in reducing inequalities and the impact of European welfare policies in cushioning the effect of economic turbulences on the distribution of income are also explored. An executive summary is also available - see Related content.

Authors: Fernández-Macías, EnriqueVacas‑Soriano, Carlos
Number of Pages: 70
Document Type: Report
Reference No: EF1663
Published on: 13 March 2017
ISBN: 978-92-897-1573-7
Catalogue: TJ-02-17-166-EN-N
DOI: 10.2806/370969
Topic: Economic crisisFamiliesIncome inequalityLabour market changeLow income householdsRecessionWelfare State

Viva il populismo di sinistra
di
Franco Cavalli
Fonte area7.ch
Non ne posso ormai più di vedere quasi tutti i media trattare dispregiativamente di populista Sanders, Mélanchon, Podemos e simili equiparandoli a squallidi personaggi quali Trump, Le Pen o il fascistoide Orbán. Questa evidente confusione concettuale dimostra l’ignoranza abissale di questi commentatori: potremmo quindi lasciar perdere, senonché c’è il grosso pericolo che la si usi contro chiunque voglia rilanciare un vero progetto di sinistra.

Il 15 dicembre ho visto che Thomas Piketty aveva intitolato la sua colonna su Le Monde “Vive le populisme!”. Se lo fa lui, mi sono detto, perché non farlo anche io? Secondo Piketty il populismo non è nient’altro che una risposta confusa ma legittima al sentimento di abbandono delle classi popolari dei paesi sviluppati di fronte alla mondializzazione e alla crescita delle disuguaglianze. Il trionfo degli xenofobi potrà quindi essere evitato solo se gli “internazionalisti” (Sanders, Mélanchon, Iglesias etc.) sapranno trovare delle soluzioni in grado di correggere le cause del fenomeno. Sin qui Piketty. La sua critica riecheggia in fondo quella di chi pensa che il trionfo del nazi-fascismo durante la crisi degli anni 30 del secolo scorso sia stata favorita anche da una sinistra non solo divisa, ma anche poco concreta e non sufficientemente empatica.

È quindi giunto il momento di riprendere a discutere sui vari tipi di populismo, visto anche che c’è tutta una corrente filosofica (Lacau, Mouffe) che di fronte al venir meno di chiare distinzioni di classe ed in una situazione di “società liquida”, dove la contraddizione maggiore sembra sempre più essere quella tra l’élite ed il popolo, da tempo sta ispirando l’azione politica per esempio di Podemos o del movimento bolivariano in America latina. Chiaramente questo movimento non ha niente a che fare con il populismo di destra, che vede come causa di tutti i mali non il sistema capitalista ma bensì “l’inferiore” (ebreo, musulmano, rifugiato etc.) focalizzandosi quindi su un discorso puramente identitario che nella sua totale irrazionalità arriva a negare anche evidenze scientifiche: si veda per esempio cosa dice Trump della crisi climatica o dell’efficacia delle vaccinazioni. Il populismo di sinistra invece, partendo da un’analisi oggettivamente corretta, cerca di semplificarla e radicalizzarla, onde scuotere le coscienze delle persone ormai spesso anestetizzate dalla cagnara mediatica controllata dai grandi poteri economici.

Questo atteggiamento parte da precise indagini sociologiche, che hanno mostrato come di fronte alle post-verità del populismo di destra a ben poco servano le dimostrazioni dettagliate e precise del contrario, il cosiddetto fact checking. Faccio un esempio per farmi capire. Se voglio presentare un’analisi ineccepibile su come risolvere i problemi della LAMal, il mio discorso diventerà presto abbastanza incomprensibile per molte persone. Se invece mi limito a dire “se introduciamo premi proporzionali al reddito, almeno il 60% delle persone si vedranno i premi ridotti alla metà”, tutti mi capiranno. Questa mia affermazione, anche se tendenzialmente giusta, non è esattissima al centesimo. E quindi Cassis ed il Corriere del Ticino potranno accusarmi di essere populista. A quel punto, ne sarei abbastanza fiero.

Pubblicato il
22.02.17 ..
Edizione cartacea
anno XVI, n° 3 - 24 febbraio

Manifestazione a Londra in difesa del Servizio Sanitario Nazionale
04.03.2017 - Pressenza London

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

Manifestazione a Londra in difesa del Servizio Sanitario Nazionale

250.000 persone hanno manifestato oggi a Londra per protestare contro ulteriori tagli ai servizi sanitari e sociali e la potenziale privatizzazione del servizio sanitario nazionale (NHS), minacciato da tagli da 20 miliardi di sterline richiesti dal governo entro il 2020. E’ stata uno dei più grandi raduni della storia per salvare il servizio sanitario. Secondo gli organizzatori “continuare con l’austerità significa un rischio per la sicurezza dei pazienti e del servizio.” Alcuni attivisti chiedevano di destinare al NHS i fondi per il costosissimo rinnovo del programma di missili nucleari Trident.

In migliaia sono arrivati a Londra in treno e pulman da Liverpool, Manchester, Preston, Southampton, Portsmouth, Norwich, Cambridge, Derby, Nottingham, Brighton, Bristol, Exeter, Birmingham, Stoke, Newcastle, Carlisle, Leeds, Sheffield, York e dall’isola di Wight.

Il leader laburista Jeremy Corbyn si è rivolto alla folla in Parliament Square, incitandola a difendere il NHS con tutta la forza possibile. “Difendere il NHS significa difendere un valore umano fondamentale, un diritto umano fondamentale” ha detto. Corbyn ha poi ringraziato tutti i lavoratori del NHS per il loro contributo all’”istituzione più civile del paese. Il NHS è in crisi” ha aggiunto. “In crisi a causa dei finanziamenti insufficienti all’assistenza sociale, così che la gente non riceve l’attenzione e l’appoggio di cui ha bisogno. Ci sono persone costrette ad aspettare in barella e altri che aspettano ore al pronto soccorso. La colpa non è del personale, ma di un governo che ha fatto una scelta politica. Non ti giri dall’altra parte quando qualcuno è in difficoltà o ha bisogno di aiuto.”

Fonte  effimera.org

Il filo aggrovigliato del possibile

È possibile ridurre l’infinita complessità delle forme sociali in caotica evoluzione a una tendenza centrale, a un attrattore universale del divenire del mondo? Dal punto di vista filosofico non è legittimo farlo, perché occorre mantenere ben fermo il principio di un eccesso infinito e perciò irriducibile del divenire rispetto al conosciuto.

Ma dal punto di vista dell’orientamento nel divenire sociale sì, possiamo anzi dobbiamo farlo. Un gesto interrompe il regresso ad infinitum e inaugura l’azione di cui parla Virno in E così via all’infinito.

Dobbiamo cercare un bandolo dell’intricata matassa, per sapere su quali leve agire, ammesso che siamo in tempo per farlo (e non è detto), ammesso che possediamo la potenza per farlo (e non è detto).

La celebratissima undicesima tesi su Feuerbach, il pilastro centrale della metodologia rivoluzionaria dell’ultimo secolo e mezzo forse andrebbe semplicemente rovesciata.

“Finora i filosofi hanno interpretato il mondo si tratta ora di cambiarlo.” scriveva Marx, e i filosofi dell’ultimo secolo ci hanno provato. I risultati sono catastrofici, se guardiamo al panorama del secolo ventunesimo che ormai dispiega le sue fattezze orribili, più orribili di quanto fosse lecito aspettare.

Compito dei filosofi non è cambiare il mondo, che è anche una frase del cazzo se me lo permettete, visto che il mondo cambia continuamente e non c’è bisogno né di me né di te per cambiarlo. Compito dei filosofi è interpretarlo, cioè cogliere la tendenza e soprattutto enunciare le possibilità che vi sono iscritte. È compito precipuo dei filosofi perché l’occhio dei politici non vede il possibile, attratto com’è dal probabile. E il probabile non è amico del possibile: il probabile è la Gestalt che ci permette di vedere quel che già conosciamo, e al tempo stesso ci impedisce di vedere ciò che non conosciamo eppure è lì davanti ai nostri occhi.

Cogliere il possibile, vedere dentro l’intrico del presente il filo che permette di sciogliere i nodi. Se non cogli quel filo allora i nodi si stringono, e prima o poi ti strangolano.

Abbiamo pensato che fosse più importante cambiare il mondo che interpretarlo, così che nessuno ha interpretato il groviglio che si è costituito a partire dal decennio della grande rivolta. Qualcuno sì c’ha provato, minoritario e quasi solitario. Qualcuno ha detto: il filo essenziale del groviglio presente è quello che collega il sapere la tecnologia e il lavoro.

Il filo essenziale è quello che libera il tempo dal lavoro grazie all’evoluzione del sapere applicato in forma tecnologica.

Il solo modo per evitare che il filo si aggrovigli fino a diventare un nodo inestricabile è seguire il metodo che Marx suggerisce in un altro (meno celebrato ma più attuale) testo, il Frammento sulle macchine. Trasformare la tendenza verso la riduzione del tempo di lavoro necessario in processo attivo di riduzione del tempo di lavoro a parità di ricchezza. Liberare il tempo di vita dal vincolo del salario. Scollegare la sopravvivenza dal lavoro, abbandonare la superstizione centrale dell’epoca moderna, quella che sottomette la vita al lavoro.

Nel Frammento Marx interpreta, non pretende di cambiare, vuole semplicemente indicare quello che è possibile leggendo nelle viscere del rapporto tra sapere tecnologia e tempo di lavoro. Abbiamo pensato che si potesse sfuggire alla catastrofe incaponendoci a cambiare il mondo, e dimenticando la questione centrale, l’unica capace di dirimere il groviglio.

Di fronte alla tendenza verso la riduzione del tempo di lavoro necessario, che si manifestò fin dagli anni ’80 come tendenza principale, il movimento operaio ha pensato che si trattasse di resistere. Mai parola fu più disgraziata, più perniciosa per l’intelligenza. Resistere alla tendenza e cambiare il mondo: bella coppia di scemenze.

La riscossa degli impotenti

Il movimento operaio ha difeso l’occupazione e la composizione esistente del lavoro, così che la tecnologia è apparsa come un nemico dei lavoratori, e il capitale se n’è impadronito per accrescere lo sfruttamento e per legare a un lavoro inutile i destini della società.

Tutti i governi del mondo hanno predicato la necessità di lavorare di più proprio quando era il momento di organizzare la fuoriuscita dal regime del lavoro salariato, proprio quando era il momento di trasferire il tempo umano dalla sfera della prestazione alla sfera della cura di sé.

L’effetto è stato un enorme sovraccarico di stress, e un impoverimento della società. Dato che di lavoratori non ce n’era più bisogno il lavoro si è deprezzato, costa sempre meno ed è sempre più precario e disgraziato.

I lavoratori ci hanno provato con la democrazia e con la sinistra a fermare l’offensiva liberista, ma hanno soltanto misurato l’impotenza della democrazia mentre la sinistra predicava la competizione, la privatizzazione, prometteva lavoro e procurava precarietà.

Alla fine i lavoratori si sono imbestialiti, e il risultato è la riscossa degli impotenti che sta rovesciando l’ordine liberista, la riscossa di coloro che il neoliberismo ha privato della gioia di vivere. Costretti a lavorare sempre di più, a guadagnare sempre di meno, privati del tempo per godere la vita e per conoscere la dolcezza degli altri esseri umani in condizione non competitiva, privati di accesso al sapere, costretti a rivolgersi alle agenzie mediatiche di propagazione dell’ignoranza, e infine convinti per ignoranza che il loro nemico sono quelli più impotenti di loro.

Si fermerà questa onda idiota? Non si fermerà fin quando non avrà esaurito la sua energia che proviene dall’impotenza, e dalla rabbia che nasce dall’impotenza. La classe sociale che ha portato al potere Trump per reagire alla depressione non ci guadagnerà molto. Qualcosa sì, all’inizio. Per esempio invece di assumere 2.200 lavoratori in uno stabilimento messicano la Ford è stata costretta ad assumerne 700 in una fabbrica sul territorio degli Stati Uniti. Bel guadagno.

Ma se gli operai internazionalisti erano capaci di solidarietà, gli impotenti non conoscono quella parola, al punto che l’hanno ribattezzata buonismo. A un certo punto coloro che hanno votato per Trump (o per i molti Trump che proliferano in Europa) si accorgeranno che il loro salario non aumenta, e che lo sfruttamento si fa più intenso. Ma allora non si ribelleranno contro il loro presidente, al contrario daranno la colpa ai messicani, oppure agli afroamericani oppure agli intellettuali del New York Times. L’onda è solo all’inizio e chi si illude di poterla contenere non ha capito bene. Quest’onda sta distruggendo tutto: la democrazia, la pace, la coscienza solidale e alla fine la sopravvivenza.

Dobbiamo sperare nella sinistra?

Ora anche coloro che hanno governato nei governi di centro-sinistra si stanno accorgendo del disastro che hanno combinato. Se ne accorgono soltanto perché l’onda li sta spazzando via.

Tutt’a un tratto, come risvegliati da un sogno, gli attori politici dei governi che hanno riformato i paesi europei secondo le linee del neoliberismo, e che hanno imposto la gabbia del Fiscal compact, scoprono il disastro e si lanciano alla rincorsa di un treno che se n’è andato da un pezzo.

Cosa possiamo aspettarci dall’evoluzione delle sinistre europee?

Un bell’articolo di Marco Revelli sul manifesto del 14 febbraio descriveva la crisi del situazione politica italiana in termini di psicopatia, o piuttosto di entropia del senso.

Il discorso di Revelli non va inteso come una metafora. La psicopatia non è una metafora, ma la descrizione scientifica dell’onda trumpista e (in maniera rovesciata) della decomposizione della sinistra.

Le zone sociali in cui Trump trionfa in Nord America sono quelle in cui la miseria psichica è più devastante. L’epidemia depressiva e il diluvio degli oppioidi, il consumo di eroina quintuplicato in un decennio, il picco di suicidi: questa è la condizione materiale della cosiddetta classe media americana, operai spremuti come limoni, disoccupati devastati dall’impotenza. Il fascismo trumpista nasce come reazione dell’inconscio maschile bianco all’impotenza sessuale e politica dell’epoca Obama.

Il presidente nero si presentò sulla scena dicendo: Yes we can. Ma l’esperienza ha mostrato che invece non possiamo più niente, neanche chiudere Guantanamo, neanche impedire agli squilibrati di comprare armi da guerra dal droghiere qui sotto, né uscire dalla guerra infinita di Bush.

La destra si alimenta di questa impotente reazione all’impotenza, la sinistra comincia a rendersi conto di quel che ha combinato, ma è troppo tardi.

O forse non è troppo tardi, semplicemente non si riesce a vedere che la soluzione del problema sta esattamente nella direzione contraria a quella che ha imposto il liberismo con l’aiuto decisivo della sinistra.

Dov’è la soluzione? La soluzione sta nel rapporto tra sapere tecnologia e lavoro, che rende il lavoro umano superfluo ma non scioglie il nodo del salario. L’aumento di produttività reso possibile dalle tecnologie da molto tempo ha avviato l’erosione del tempo di lavoro, ma ora l’inserimento dell’intelligenza artificiale nei congegni di automazione spazzerà via il lavoro di milioni di persone in ogni ambito della vita produttiva, ed è inutile opporre a questa tendenza inarrestabile la difesa del posto di lavoro. Soltanto un’offensiva culturale e politica per la riduzione del tempo di lavoro e per la rescissione del rapporto fra reddito e lavoro può sciogliere il nodo.

Non è un problema politico ma cognitivo, e psichico: si tratta propriamente di un doppio legame, o ingiunzione contraddittoria chiamala come vuoi. L’ingiunzione cui la sinistra soggiace (e che impone all’intera società) è l’obbligo sociale al lavoro dipendente, l’obbligo di scambiare tempo di vita per sopravvivere. Sciogliere questo vincolo epistemico e pratico è la premessa per dispiegare liberamente le energie cognitive verso il bene di tutti.

L’estinzione del lavoro è un processo che non si riesce ad elaborare ma si tenta di contrastare con effetti culturalmente e politicamente disastrosi.

I popoli si sentono minacciati e si convertono al nazionalismo, che si risolve in una forma semi-consapevole di suprematismo bianco.

Il precipizio europeo

Su questo sfondo la crisi europea resta come sospesa sull’orlo di un precipizio.

Le misure di austerity che dovevano stabilizzare il quadro finanziario hanno disastrato il quadro sociale fino al punto che ormai per la maggior parte della popolazione europea l’Unione Europea è diventato sinonimo di trappola. La democrazia si è mostrata impotente a contenere l’invadenza del sistema finanziario, e la frustrazione si è trasformata in un’onda torva in cui la competizione economica prende forme nazionaliste e razziste.

Sulla questione europea è mancata una strategia autonoma dei movimenti.

Nel 2005 la sinistra critica europea scelse di sostenere il “sì” al referendum sulla costituzione (ma di fatto sulla liberalizzazione del mercato del lavoro) che si tenne in Francia e in Olanda, e in questo modo consegnò al Front National lepenista la direzione della rivolta anti-finanziaria.

Da quel momento i movimenti sono stati paralizzati nell’alternativa tra globalismo liberista e nazionalismo sovranista.

Durante l’estate dell’umiliazione greca lo abbiamo visto bene: non c’è stato nessun movimento europeo, nessuna solidarietà politica col popolo greco.

I dirigenti della sinistra europea (a cominciare dall’italiano Renzi) hanno mostrato tutta la loro pochezza, ma il silenzio della società è stato ancor più agghiacciante. L’umiliazione greca (e l’auto-disprezzo che ha accompagnato da quel momento tutta la sinistra europea) ha provocato un definitivo cambiamento di percezione. Da allora il processo europeo fa paura, percepito come un predatore da cui proteggersi. La conseguenza del tutto prevedibile (anzi così prevedibile da ripetere il copione degli anni ’20 del secolo passato) è il ritorno del sovranismo nazionalista.

L’emergente nazionalismo europeo va però inserito in un contesto globale di tipo nuovo, che Sergey Lavrov ha definito post-west-order.

L’ordine occidentale (fondato sulla difesa della democrazia contro il socialismo sovietico) pare dileguarsi, ora che l’opposizione ideologica contro la Russia è sostituita da una sorta di patto suprematista bianco.

In un articolo pubblicato da The American Interest nel giugno 2016, Zbignew Brzesinski descrive il panorama dei prossimi anni secondo uno schema allarmante: Daesh potrebbe essere solo il primo segnale di una sollevazione di lungo periodo a carattere di volta in volta terrorista, nazionalista, fascista: l’inizio di una sorta di guerra civile planetaria.

I popoli devastati dalla violenza del colonialismo stanno avviando una rivolta contro la supremazia bianca.

In questo contesto la politica di Trump verso la Russia rivela un disegno strategico di tipo bianco suprematista. Trump procede in maniera contraddittoria con la Russia, ma il suo disegno strategico va in direzione dell’unità dei cristiani, dei bianchi, della razza guerriera superiore. Se c’è un filo di ragionamento nell’incubo distopico che Trump ha in mente, questo filo è il suprematismo bianco.

L’Europa è marcia ma noi facciamone un’altra

E’ probabile che questo incubo stia per inghiottire l’Europa. L’Unione europea è in agonia da tempo, presto inizierà la sua decomposizione.

Gli antidoti sembrano esauriti, e l’austerity non attenua la sua stretta.

Il nazionalismo appare come una vendetta che i popoli imbestialiti dall’impotenza hanno scatenato contro le sinistre neoliberali. E’ difficile pensare che l’onda possa fermarsi prima di avere esaurito le sue energie nella direzione che già si può intravvedere.

L’esito più probabile nel medio periodo è la guerra civile europea, nel contesto della guerra civile globale.

C’è una via d’uscita?

Solo degli idioti possono indicare la strada del ritorno alla sovranità nazionale, della moneta nazionale. E’ la ricetta che ci porterà a ripetere la guerra civile jugoslava su scala continentale.

La via d’uscita non sta certamente nelle mezze parole di autocritica mai esplicita che vengono fuori dalle bocche dei dirigenti della sinistra tedesca, francese, italiana. Né la via d’uscita sta nella promessa di un improbabile impegno per il salario di cittadinanza in un paese, la Francia, in cui i socialisti non hanno quasi alcuna possibilità di raggiungere il ballottaggio. (E nel caso che Hamon raggiungesse il ballottaggio la prima cosa che cancellerebbe dal suo programma sarebbe proprio il salario di cittadinanza).

La via d’uscita non sta nella campagna contro il Brexit che ha lanciato Tony Blair, criminale di guerra ed esecutore della devastazione neoliberista della società. In molti hanno votato Brexit proprio per odio e per vendetta contro questa sinistra. Io voterei per il Brexit, se l’alternativa è Tony Blair, e molti altri farebbero come me.

Ma allora c’è una via d’uscita dalla guerra civile europea?

La via d’uscita sta soltanto in un movimento gigantesco, in un risveglio cosciente della parte pensante della società europea. Resta soltanto la speranza che una minoranza rilevante della prima generazione connettiva trovi la strada della solidarietà e del sabotaggio. Solo l’occupazione di cento università europee, solo un’insurrezione del lavoro cognitivo potrebbe avviare una re-invenzione del progetto europeo. E’ improbabile, ma il possibile non è amico del probabile.

Occorre un movimento che prenda atto del fallimento che non è il nostro fallimento, non è il fallimento della generazione Erasmus, non è il fallimento dei lavoratori precari e cognitivi, è il fallimento della sinistra neoliberale, del ceto politico sottomesso al sistema finanziario.

Grazie a costoro l’Europa è morta, ma noi facciamone un’altra. Immediatamente, senza por tempo in mezzo, un’Europa sociale, un’Europa dell’uguaglianza e della libertà dal lavoro salariato.

* * * * *

Intervento preparato per l’Incontro Nazionale Universitario che si terrà il 12 marzo 2017 a Bologna in via Zamboni 38: È Tempo di riscatto!, organizzato da Collettivo Universitario Autonomo Bologna
Immagine in apertura: un’opera di Blu, a Melilla, in Spagna

Ringraziamo la fonte SOCIALEUROPE.EU 

He did it again: German finance minister Wolfgang Schäuble repeatedly reflected on a possible Grexit in February 2017, after having raised this threat already in the negotiations on the third bailout programme in summer 2015. International observers cannot believe Germany has started playing hardball again in this delicate affair just when the European idea is on the line due to growing support for populist nationalists in upcoming elections. So why is Schäuble forcibly creating new ripples on the seemingly quiet front of the Eurocrisis?

The German majority: Advocates of a stability union

Led by the current and previous federal government under Chancellor Angela Merkel and her CDU, the advocates of a stability union for the most part favour preservation of the status quo of the EMU architecture. The fundamental reasons for the Eurozone crisis are from this angle to be blamed on the failure of the crisis states to stick to existing rules and economic policies, thereby harming their competitiveness. Accordingly, the paramount objective in combating the crisis and further developing the Eurozone has been to correct these purportedly “wrong” policies in these countries and close possible loopholes in the rules. A whole host of measures have been implemented along these lines, from the launch of national debt brakes in the guise of the fiscal compact to stipulating quasi-automatic sanctions with the reversed majority voting in the reformed Stability and Growth Pact. Additionally, structural reforms promoting competition and fiscal consolidation in the Euro Plus Pact and in the European Semester as well as the enforcement of these if necessary within the framework of credit assistance programmes have been brought on the way.

Such views have been supported by a clear majority of actors from academia and employers representatives as well reflected within a media landscape that has only sporadically ventured any critical analysis. Indeed, centre stage in the debate has been occupied by topics like the consolidation of budgets, market-friendly structural reforms and corresponding mechanisms to enforce compliance at the Eurozone level.

The minority: Supporters for expanding or rolling back the Eurozone

While supporters of a stability union blame the Eurocrisis on these failings within those states hit hardest by the crisis, the much smaller grouping of proponents of a fiscal union point the finger at fundamental flaws in the EMU design. Critical scholars, intellectuals and journals along with the trade unions have urged that EMU be buttressed by elements of cross-border liability and coordinated policies. But these voices are weak in the German debate: The contours of the camp striving for more fiscal integration, with instruments such as Eurobonds, automatic stabilisers in form of a common insurance mechanism or a fiscal capacity to curb and contain asymmetric shocks, remain pale. This can be explained by the absence of a strong political body behind these alternative proposals. In particular, the Social Democratic Party (SPD) has manoeuvred between support for Keynesian and heterodox concepts on the one hand and positions firmly ensconced in the majority opinion in favour of a stability union on the other. Overall, the SPD can be considered to nestle within the fold of the CDU’s approach, and this might change only in 2017 with Martin Schulz aiming to break the peaceful coexistence of the two biggest parties in German politics on European affairs.

In addition, there is a new group of actors with the potential for obtaining a majority that is very heterogeneous in terms of both its composition and its specific demands, which rejects both the vision of a stability union as well as a fiscal union. The demand for a reversal of currency integration is being spearheaded from two diametrically different directions: conservative-liberal critics associated with the right-wing nationalistic party Alternative für Deutschland (AfD) view any ties to purportedly crisis- and debt-ridden states as posing a serious danger to German taxpayers. In contrast, critics from the far left of the political spectrum are raising the spectre of an erosion of national welfare states and democracies due to the increasingly radical market approach of the Euro regimes. This heterogeneous camp and its growing support in the population are putting pressure on the established actors, who increasingly tend to shy away from policy proposals supporting deeper European integration.

Not sustainable: Schäuble on repeat

This constellation in the continuing political discourse, as described in more detail in a study recently published by Friedrich-Ebert-Stiftung, is why the debate on the Eurocrisis, the review of the one-sided austerity approach and possible reform options for EMU remain stuck in Germany. The stability union is supported by a solid group of actors and benefits from the relative mild impact of the crisis as perceived by the German population. As long as growth and employment in Germany remain higher than in many neighbouring states, a change in course despite a stagnating economy, deflationary threats and high levels of unemployment in many crisis countries is highly unlikely. Thus, again and again we will hear Schäuble grumbling at Eurozone countries out of line with his stability approach.

Very few factors could alter the terrain of the German debate over the future of the currency union One is the SPD’s positioning, which so far fails to shift to such an extent that it could breathe real life into a fiscal union as laid down in its party program. Another is the growing attractiveness of the camp supporting a roll-back. The sustainability of the stability-at-all-costs approach, fundamental to the beliefs of the finance minister, is an illusion. As partial stagnation in the Eurozone wears on, the question of expansion or roll-back of the currency union will clearly become ever more pressing. Forcing another Greek stand-off in the summer, with the harmful economic consequences so clearly exhibited already in 2015, will further undermine the status quo that Schäuble so desperately seeks to cement in the Eurozone.

About Björn Hacker and Cédric Koch

Dr. Björn Hacker is Professor of Economic Policy at the Berlin University of Applied Sciences (Hochschule für Technik und Wirtschaft). Cédric M. Koch works in the Department of Economics and Law at the Berlin University of Applied Sciences (Hochschule für Technik und Wirtschaft) as well as for the Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ).

fonte area7.ch
Barbara Spinelli è stata espulsa dalle autorità turche nella notte tra il 13 e il 14 gennaio scorso. L’avvocata, impegnata da anni nella difesa dei diritti delle donne turche e della minoranza curda, era diretta ad Ankara per prendere parte ad un convegno sugli effetti dello stato di emergenza sul sistema giuridico turco. «Mi hanno fermata in aeroporto. Sono stata rinchiusa in una stanza con tre poliziotti. Qui mi hanno comunicato l’espulsione. E che avrei dovuto prendere il primo volo disponibile per l’Italia», ha dichiarato ad area Barbara Spinelli.

«Mi hanno comunicato di essere stata espulsa per motivi di sicurezza. Un poliziotto ha cercato di intimidirmi. E infine hanno preso la batteria del mio cellulare», ha spiegato l’avvocata che ha ottenuto la solidarietà di numerosi Consigli degli ordini degli avvocati in Italia, una volta rientrata. Sarebbe stata la prima partecipazione dell’avvocata a un convegno dove sarebbe dovuta intervenire in prima persona per denunciare le violazioni dei diritti perpetrate dalle autorità turche. «Avrei raccontato la mia esperienza di osservatore internazionale. Dopo la proclamazione dello stato di emergenza in Turchia, sono stati approvati decreti lesivi dei diritti delle persone messe in stato di fermo. Ormai gli arresti hanno censurato ogni voce critica e messo al bando le più importanti associazioni che difendono i diritti umani», ha aggiunto Spinelli.
La censura delle voci critiche ha raggiunto delle vette senza precedenti in seguito al fallito golpe del 15 luglio 2016. «Con la detenzione dei leader del partito della sinistra filo-curda (Hdp), Salahettin Demirtas e Figen Yuksekdag, la Turchia si è trasformata in una vera dittatura. In base alla riforma costituzionale appena approvata il governo eleggerà tutti gli organi istituzionali. Questo garantisce l’impunità del governo e l’isolamento delle forze democratiche», ha proseguito l’avvocata. I primi a pagarne le spese sono ancora una volta i curdi turchi. «Gli esponenti di Hdp subiscono una costante criminalizzazione. Prima hanno tentato di annullare la loro credibilità politica. Ora vogliono eliminarli fisicamente. Tutto si è iniziato con l’arresto di sindaci delle municipalità governate dal partito filo-curdo. Poi è stata annullata l’immunità parlamentare dei deputati Hdp. A questo punto non esiste un’opposizione parlamentare a Erdogan. Gli osservatori internazionali non possono avere contatti con i deputati Hdp arrestati che di fatto sono in uno stato di totale isolamento», ha denunciato Spinelli.
Nonostante tutto questo resta in vigore l’accordo tra Unione europea e Turchia in materia di gestione dei flussi migratori. «Non c’è un solo motivo per giustificare la permanenza dell’accordo con la Turchia sui migranti. Sul piano giuridico questa è una grande colpa imputabile all’Ue. In altre parole l’Unione europea in questo modo legittima un dittatore come Erdogan. Le diplomazie europee non hanno fatto abbastanza per denunciare le violenze sui civili commesse in Turchia e il vero e proprio genocidio della popolazione curda», ha aggiunto l’avvocata. Particolarmente gravi sono le violazioni dei diritti umani che subiscono le donne turche e curde. «I sindaci arrestati sono soprattutto donne; le guerrigliere del Pkk, uccise dai soldati turchi, vengono esposte per strada. È stata presentata una proposta di legge discriminante per lo stupro. Le condizioni delle donne sono peggiorate, non viene accettata nessuna forma di autodeterminazione della soggettività femminile», ha concluso l’avvocata.
Si svolgerà tra il 2 e il 9 aprile prossimo il referendum costituzionale per l’approvazione della riforma presidenzialista voluta da Erdogan. Al centro della riforma, il trasferimento del potere esecutivo nelle mani del presidente, che potrà nominare e revocare i ministri, emanare decreti e sciogliere il Parlamento, restando anche formalmente leader del suo partito. Il capo dello Stato nominerà i giudici costituzionali e del Csm, oltre ai principali dirigenti statali, controllerà il bilancio e potrà decretare lo stato di emergenza. Se eletto, Erdogan potrà restare al potere anche fino al 2029. La riforma snatura così il sistema politico turco trasformando la carica presidenziale da neutrale a politica, con poteri assoluti. La Turchia andrà al voto in un contesto di allerta terrorismo dopo l’attentato di Capodanno a Istanbul, rivendicato dallo Stato islamico (Isis), che ha causato 39 vittime, e in una fase di emergenza democratica, con oltre 40.000 arresti e 130.000 epurazioni, almeno 151 giornalisti in prigione e decine di media chiusi.

 

31.01.2017  Fonte  Pressenza New York

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Bando dei musulmani, Trump colpisce ancora

Lunedì notte il Presidente Donald Trump ha licenziato il Ministro della Giustizia Sally Yates,  poche ore dopo il suo annuncio che il ministero non avrebbe difeso l’ordine esecutivo che impedisce temporaneamente l’ingresso negli Stati Uniti ai profughi e ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana – Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Trump le aveva chiesto di svolgere la funzione di Ministro della Giustizia fino alla conferma da parte del Senato del suo stretto alleato Jeff Sessions, definito dal Washington Post il “padrino intellettuale” del bando anticostituzionale dei musulmani.

“Jeff Sessions è un razzista e un islamofobo. Non deve essere il nostro prossimo Ministro della Giustizia,” ha detto il Colonnello in pensione Ann Wright, mentre veniva arrestata e trascinata via dalla Commissione Giustizia del  Senato.

Il Presidente della National Association for the Advancement of Colored People Cornell Brooks è stato arrestato due volte durante i sit-in organizzati davanti all’ufficio di Jeff Sessions in Georgia.

Fonti:

https://www.democracynow.org

http://www.codepink.org/

fonte PRESSENZA che ringraziamo

La capacità di analizzare e ragionare in anticipo per scenari è decisiva per chi opera nei vasti campi della prevenzione. Di questa capacità di analisi e di prefigurazione di scenari vi è estremo bisogno in questa epoca.
Sono in atto cambiamenti geopolitici che avranno profonde ripercussioni sul lavoro, sulle condizioni di vita, sulle generazioni future…

La discontinuità rappresentata dalla elezione di Donald Trump a Presidente degli USA sta sconvolgendo molte delle certezze date per acquisite nel campo dei diritti umani, del necessario impegno per arrestare o mitigare il cambio climatico con la produzione di energia con fonti rinnovabili, del fatto che l’amianto, bianco o blu che sia, non “è sicuro al cento per cento ” come afferma invece il neo presidente degli USA.
La risposta che viene data da Trump ai problemi sociali generati da una globalizzazione out of control rischia di produrre ancor più danni della globalizzazione stessa.

La chiusura delle frontiere ai cittadini di sette paesi di religione mussulmana, con un decreto esecutivo che ha bloccato negli aeroporti, residenti da tempo negli USA, muniti di Carta verde, studenti , professori, professionisti, dirigenti d’impresa e loro famigliari rappresenta pienamente la vision rozza semplicistica di questa amministrazione che sceglie con ostinazione la chiusura e l’isolamento dal mondo.

Un isolamento che è fuori da quest’epoca, impossibile da gestire se non a prezzo di una regressione a modelli primitivi del funzionamento della società. Il discorso del Sig Trump può apparire convincente agli avventori di uno dei tanti saloon disseminati lungo le strade blu, mentre gareggiano a chi beve più boccali di birra….
Quali saranno le difficoltà che potrà creare questa Amministrazione degli USA per chi si occupa di ambiente, salute e sicurezza ed organizzazione ecologica della vita delle città ?
Il primo impatto cui sarà necessario fare fronte derivante dalla scelta di “chiusura” degli USA all’interno dei propri confini riguarderà il destino delle istituzioni e degli Enti di ricerca in materia di ambiente, salute e sicurezza nel lavoro e oltre il lavoro, federali e internazionali. Per gli Enti USA, come EPA, OSHA è prevedibile che vengano a breve “cloroformizzati” dai nuovi dirigenti che , con lo spoils system, verrano posti al vertice da Trump. Per le grandi Agenzie internazionali delle Nazioni Unite come IARC , OMS , i rischi sono rappresentati da una preoccupante ipoteca: qualora operino in autonomia tecnico scientifica con la produzione di risultati di ricerca oggettivi che contraddicano il rozzo assunto che i problemi ambientali non esistono, saranno neutralizzate con la sospensione dei finanziamenti….
Questi sono gli scenari attesi, questo è il momento per l’Europa, quella vera, di alzare la testa e contrastare questi tristi scenari che l’Amministrazione Trump si predispone a rendere concreti. L’Europa per ora dispone di valide Agenzie scientifiche (AEA,ECHA , EFSA,OSHA, ecc ), la loro efficientizzazione sarebbe la prima risposta alla scelta regressiva messa in atto dagli USA, continuando il finanzamento delle Agenzie delle N.U.

Gino Rubini, editor di Diario Prevenzione

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Notizie Salute Sicurezza
Lavoro Ambiente
Gennaio 2017
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24.01.2017 - San Salvador de Jujuy - Dario Lo Scalzo

Fonte Pressenza che ringraziamo

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Tupac Amaru, la solitudine e il dolore della distruzione
(Foto di Dario Lo Scalzo)

Sono giorni difficili quelli che trascorrono gli attivisti dell’organizzazione della Tupac Amaru. Ad un anno dalla detenzione della leader Milagro Sala le attività della sede centrale di San Salvador de Jujuy sono quasi del tutto ferme.

All’interno della sede centrale vi sono diverse strutture e vari servizi. Oltre al museo sui popoli indigeni sito all’ingresso, esistono diverse aree ricreative, padiglioni in cui si svolgono attività culturali e artistiche ed ancora alcune strutture sportive (campetti di basket, pallavolo e calcetto e piscina) e delle altre votate a offrire dei servizi per la salute con una farmacia e vari ambulatori (radiologia, TAC, analisi di laboratorio, dentista, ginecologo, ecc).

Esiste anche una radio e un’area stampa così come degli uffici che si occupano di diritti umani, di accoglienza agli immigranti e di assistenza agli anziani, di assistenza giuridico-fiscale e sociale. E ancora una biblioteca e vari altri spazi di ricezione e assembleari.

Oggi girando per l’imponente immobile tutto è fermo, vuoto. S’incontrano pochissime persone mentre si può facilmente immaginare il grande flusso di beneficiari che lo frequentava soli pochi mesi fa. Per i corridori e per le stanze le sedie sono accatastate negli angoli, i materassi posti l’uno sopra l’altro e molti altri oggetti assemblati alla meno peggio nelle sali e nelle stanze più grandi.

...continua a leggere "Tupac Amaru, la solitudine e il dolore della distruzione"

L'amministrazione USA sotto la Presidenza del Sig.Trump, dopo il decreto esecutivo per mettere al bando i cittadini provenienti dai sette paesi di religione mussulmana  e il caos che si è verificato negli aeroporti USA, appare allo sbando.
Ieri dovevano essere fermati e rispediti indietro tutti i cittadini provenienti da quei paesi, anche i residenti negli USA, muniti di Carta verde, studenti, professori, manager, ricercatori...
In ragione delle proteste e dell'evidenza della stupidità con la quale era stato redatto il dispositivo firmato da Donald Trump, per il contraccolpo mediatico negativo prodotto su scala internazionale, ora sembra vogliano modificare le procedure in ogni caso odiose e inutili di questo decreto esecutivo sulla immigrazione.
La motivazione con la quale Trump sostiene i suoi provvedimenti esecutivi sulla immigrazione nel migliore dei casi sono una caricatura grottesca: associare il blocco dei flussi di migliaia i persone che provengono da paesi di religione islamica molti dei quali  già risiedono , lavorano e studiano insegnano negli USA con la lotta al terrorismo è un'operazione stupida e dannosa. Altrettanto stupido è bloccare il flusso di persone, già munite di visto e controllate  ....
I procuratori di 15 stati degli USA nel frattempo hanno rilasciato una dichiarazione durissima di condanna dei decreti esecutivi di Trump definendoli incostituzionali.

I giornali US

White House Official, in Reversal, Says Green Card Holders Won’t Be Barred

Trump official appears to walk back inclusion of green-card holders in travel ban even as others defend it

fonte Carmillaonine

di Alessandra Daniele  ( che ringraziamo )

putin-mirrorshadesA quanto pare, possiamo smettere di preoccuparci per la Terza Guerra Mondiale, perché in realtà è già stata combattuta e vinta.
La cosiddetta rivoluzione Ucraina, le truppe NATO nei paesi baltici, l’ISIS adoperato come casus belli per distruggere la Siria, il trattato USA con l’Iran, il fallito golpe Turco, tutti presumibilmente parte d’una manovra NATO d’accerchiamento della Russia che ha reagito colpo su colpo, con ferocia, ma non solo militarmente, perché non sarebbe bastato.
Putin ha vinto la Terza Guerra Mondiale non con una mossa di Risiko, ma con una mossa di scacchi.
Ha preso il Re avversario.
Ha stretto un accordo con la lobby protezionista e isolazionista degli Stati Uniti in nome degli interessi comuni, e quando l’incazzatura popolare ha prevedibilmente portato alla presidenza il candidato che prometteva di fermare il massacro sociale delle classi medie (“stop the carnage”) e riportare i posti di lavoro in patria, cioè il cavallo matto sul quale astutamente aveva puntato, Putin s’è ritrovato fra i vincitori.
Non sono stati però i mitologici hacker russi, spauracchio dei teorici delle Guerre Cyberpunike, ad azzoppare la sanguinaria imperatrice Democratica, è stata la sprezzante arroganza con la quale lei stessa e tutta la sua corte politico-mediatica hanno dato per scontata la vittoria fino all’ultimo, fottendosene del voto della Rust Belt.
Si dice che la Clinton abbia avuto numericamente più voti di Trump, ma questo è vero soltanto contando New York e le grandi metropoli della California. Il voto popolare del resto del paese è andato in maggioranza a Trunp, non perché l’orrido miliardario se lo meritasse davvero, ma perché ha saputo incarnare lo Zeitgeist col quale tutte le élite si ritrovano adesso a fare i conti.
Le lobby imperialiste degli Stati Uniti non s’arrenderanno facilmente, questo è ovvio, ma organizzare un Regime Change o una Rivoluzione Colorata stavolta all’interno del loro stesso paese non gli sarà così facile, e poterebbe costargliene la distruzione.
Al momento la Ruota è girata, verso il nazionalismo di stampo fascista.
Perché il Fascismo è il fail safe del Capitalismo per quando la gente s’incazza.
Assorbe la spinta rivoluzionaria per incanalarla di nuovo all’interno del sistema capitalistico, e individua un capro espiatorio, come gli immigrati, gli stranieri, contro il quale deflettere la rabbia popolare.
Promettendo il ritorno ad un’inesistente Età dell’Oro quando le Invasioni Barbariche e la Decadenza dei Costumi, cioè i diritti civili, saranno debellati.
Non a caso uno dei primi atti ufficiali del viscido vicepresidente Mike Pence è stato partecipare a una marcia antiabortista, mentre Trump chiudeva le frontiere ai rifugiati.
Il vecchio trucco funzionerà di nuovo?
La Globalizzazione morente lascerà il posto a uno scontro terminale tra fascio-nazionalismi?
Possiamo smettere di preoccuparci per la Terza Guerra Mondiale, e cominciare a preoccuparci per la Quarta.

fonte Carmillaonine

Visa-Holders From 7 Barred Nations Are Left Stranded

  • Refugees and other travelers who were in the air when President Trump signed an executive order on “extreme vetting” were detained at airports in the U.S.
  • Rights groups say U.S. permanent residents and foreign students are also being denied entry.

Are you affected by President Trump’s executive order on immigration — or know someone who is? If you have information, please contact us: immigration@nytimes.com.

Questo è l'articolo di spalla  del New York Time online di un'ora fa . I decreti esecutivi del Presidente Trump stanno sconvolgendo la vita di molte persone provenienti dai 7 paesi messi al bando dai decreti presidenziali. Professori e studenti con visti Usa in regola e residenti Usa con  carte verdi sono stati bloccati al JFK di New York. Il primo impatto del cambiamento indotto dai decreti anti immigrazione di Trump si profila come un vero e proprio disastro per quanto riguarda le relazioni tra gli Usa e il mondo intero. Vedremo cosa succederà nelle prossime ore.

bauman

Il 9 gennaio scorso è morto all’età di 91 anni Zygmunt Bauman sociologo e filosofo polacco di formazione marxista.

Di lui vi proponiamo la traduzione di uno dei suoi ultimi scritti a proposito della vittoria di Trump alle presidenziali della fine dello scorso anno: in esso Bauman denuncia fin dal titolo le gravi responsabilità della politica e della ideologia neoliberista, ma al tempo stesso ci mette in guardia dalla retorica fascistoide di Trump e dei suoi accoliti.

Ricordo ancora vividamente ciò che sempre meno persone, col passare del tempo, possono fare e fanno: le definizioni che Nikita Kruscev, avendo deciso di esporre e di screditare pubblicamente e di condannare i crimini del regime Sovietico per prevenire il loro ripetersi, ha dato alla cecità morale e alla disumanità che sono stati fino ad allora il marchio distintivo di quel regime: egli li chiamò “errori e deformazioni”, commessi da Joseph Stalin nel corso della riuscita implementazione di una politica sana, corretta e profondamente etica.

Nei discorsi lunghi molte ore di Kruscev non trovò spazio il minimo sospetto che ci dovesse essere stata una qualche iniquità, indecenza e immorale malvagità con la quale quella politica fu fin dall’inizio alterata e avvelenata; e che – a meno che fosse stata fermata e rivista completamente – aveva portato alle atrocità allora denunciate e deprecate. La norma del sistema fu presentata come una serie di errori commessi da un solo uomo, al massimo in cooperazione con altri, anche personalmente individuabili.

Ricordo vividamente anche le pubbliche reazioni alla rivelazioni di Kruscev. Alcuni cresciuti, condizionati e accuditi, come avveniva, sotto il controllo del Ministero Sovietico della Verità, abbracciarono e accettarono, sebbene con qualche residuo disagio, la successiva proclamazione dall’alto. Molti di più piansero, lamentando lo storico dramma delle loro vite per una seconda volta – ma questa volta degradato al rango (contingente e certamente non intenzionale ) di gaffe e sviste di un uomo sostanzialmente infallibile e integro che perseguiva un obiettivo assolutamente nobile.

Ma la maggior parte rise, sebbene l’amarezza in quella risata fosse fin troppo percepibile.

Sto ricordando tutti questi fatti (dopo tutto lontani) proprio perché i vecchi come me tendono ad appassionarsi e a dipendere dai ricordi – ma anche perché sono stranamente simili alle reazioni degli sconfitti e dei loro simpatizzanti alla clamorosa pesante batosta inflitta a Hillary Clinton , al Partito Democratico che essa rappresentava, e alle politiche neoliberali che essi hanno erroneamente condotto e promesso di continuare a condurre se avessero vinto le elezioni.

Anche termini come “errori” o “deformazioni”, con i nomi dei colpevoli debitamente collegati, in entrambe le reazioni messe a confronto, sono stati utilizzati come spiegazione fondamentale, sufficiente ed esaustiva.

Orban, Kaczynski, Fico, Trump – questa è una lista incompleta di coloro che hanno già realizzato o sono in procinto di farlo - cioè imporre un governo che ha il suo solo (e sufficiente!) fondamento e la sua legittimazione nel volere di chi governa, in altre parole, mettere in pratica la definizione di Carl Schmitt (un tempo pretendente al ruolo di filosofo di corte di Adolf Hitler) del potere assoluto (si veda il suo “Teologia politica”) come un governo “decisionista”. La lista di coloro che guardano avidamente la loro audace e sfacciata insolenza, pieni di ammirazione e di voglia scalpitante di seguire i loro esempi, si sta allungando velocemente. Ahimè, la pubblica acclamazione e la rivendicazione in favore dell’uno e dell’altro [di Schmitt e di Hitler ndr] e perciò del principio Ein Volk, ein Reich, ein Fuhrer (un popolo, una nazione, un capo) elaborata verbalmente da Hitler nel 1935 e quindi prontamente messa in pratica, sta crescendo velocemente e forse sempre di più.

Quello che fino a poco tempo fa era un mercato in cui si offrivano leader che avrebbero voluto essere “uno e uno solo” è diventato rapidamente un mercato dove si esprime proprio una tale domanda. Trump è diventato il Presidente degli USA perché egli ha chiarito agli Americani che lui vuol essere quel tipo di leader e perché gli Americani hanno voluto essere guidati da un leader di quel tipo.

Un capo “decisionista” non ha bisogno di nulla se non di una pubblica acclamazione ad agire             ( spontanea o artificiosa, volontaria o imposta). Le sue decisioni non sopportano altre limitazioni – neppure quella che si suppone possa derivare e/o possa essere imposta da reali o presunte “più alte motivazioni” o da comandamenti supremi, indiscutibili, che stanno al di sopra dell’umanità – come nel caso dei re “unti del Signore” del Medio Evo. Un capo decisionista si colloca vicino all’assoluto: come Dio nella sua risposta alla domanda di Giobbe, egli si rifiuta di spiegare le sue decisioni e rifiuta a Giobbe (o a qualunque altro per lo stesso motivo) il diritto a chiedere spiegazioni e ad attendersi che gli vengano date.

La sola spiegazione che la decisione del capo richiedeva ed era dovuta a coloro che ne erano coinvolti e che veniva data loro era il volere del capo stesso.

La certezza che cose importanti per la vita possano avvenire oppure no è il più avido dei sogni che possa essere sognato da persone vessate e oppresse dalla loro incertezza (sebbene questa certezza possa anche essere, come William Pitt il giovane osservò già nel 1783, “ la giustificazione per ogni tipo di violazione della libertà umana” e “l’argomento dei tiranni”). La politica guidata dal principio decisionista è il punto d’incontro tra i gustosi argomenti dei tiranni e il vorace appetito dei loro sostenitori. Possiamo dire che la nuova era della democrazia liberale, il cui imminente affermarsi fu presagito da Pitt tra i primi, si dedicò a prevenire che tale incontro si realizzasse per il bene della ragione e dei più autentici interessi umani.

Nel corso dei seguenti decenni che si fusero in secoli, giuristi e professionisti, così come filosofi della politica coalizzarono le forze per sviluppare – e una volta sviluppato salvaguardare – questo proposito. Tutto il loro pensiero e ingegno fu dispiegato per raggiungere quell’obiettivo. La strada per adempiere a quel proposito (identificato praticamente col passaggio del potere dai re e dai principi al popolo) si sviluppò secondo l’opinione prevalente attraverso misure istituzionali: divisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, simultaneamente e reciprocamente autonomi e strettamente, intimamemte correlati – spingendoli perciò a coinvolgersi permanentemente nella negoziazione di un accordo e nel contempo allontanandoli dalle tentazioni di un potere solitario, potenzialmente assoluto.

Questa tendenza fu integrata da un’altra – di provenienza culturale più che istituzionale. Il suo manifestarsi avvenne attraverso lo slogan Liberté, Egalité, Fraternitè coniato dai filosofi dell’Illuminismo e poco dopo ricamato sulle bandiere portate da un capo all’altro dell’Europa dagli eserciti rivoluzionari francesi. I sostenitori di quello slogan erano consapevoli che i suoi tre elementi avevano la possibilità di realizzarsi solo se restavano uniti insieme.

Liberté può produrre Fratenité esclusivamente se collegata con Egalité; tagliate fuori dalla triade questo postulato di medietà/mediazione – e Liberté porterà molto probabilmente alla disuguaglianza e nei fatti alla divisione, alla reciproca inimicizia e al conflitto, al posto dell’unità e della solidarietà. Solo la triade nella sua interezza è capace di assicurare la costruzione di una società    pacifica e fiorente , ben integrata e imbevuta dello spirito di reciproca cooperazione.

Sia esplicitamente o implicitamente questa posizione fu strettamente associata con il “classico” liberalismo dei precedenti due secoli, che concordava sul fatto che gli uomini possono essere realmente liberi solo a condizione di possedere la capacità di fare uso della loro libertà – e solo quando entrambe le qualità, libertà e fratellanza, sono raggiunte, la vera Fraternité può realizzarsi.

John Stuart Mill trasse conclusioni socialiste dalle sue profonde convinzioni liberali; mentre Lord Beveridge, lo spirito guida e l’agitatore di un welfare universale in Inghilterra (così come l’ispiratore degli altri paesi europei a seguire il suo esempio), considerava e presentava quel modello raccomandandolo come indispensabile per l’implementazione degli ideali compiutamente liberali.

Ma per far breve questa lunga storia: il neo-liberalismo, ora filosofia egemonica condivisa da quasi tutto lo spettro della politica ( e sicuramente dall’intera parte classificata da Trump e da quelli del suo genere come “establishment” destinato all’annientamento da parte della collera e della ribellione popolare) si è allontanato dai suoi predecessori e si è davvero collocato in una dura contrapposizione facendo esattamente ciò che il liberalismo classico combatteva valorosamente per evitare che volgendosi all’indietro si ribaltasse ciò che era stato fatto: e cioè esiliare il precetto dell’Egalité – per tutti i suoi propositi e intenti pratici, dal patto tripartito dei principi e dei postulati dell’Illuminismo – anche se non sempre dalla sua titolarità sul piano puramente verbale.

Dopo trenta/quaranta anni di egemonia assoluta e mai seriamente sfidata della filosofia neo-liberale in un paese con grandi attese e ancora, grazie ai suoi governanti neo-liberali, anche di non minori frustrazioni, la vittoria elettorale di Trump è arrivata totalmente imprevista. Date le circostanze, agli errori e alle deformazioni cercate o costruite avidamente e discusse così caldamente dalla maggioranza degli opinion-makers avrebbe dovuto esser lasciato il ruolo di glassa su una torta completamente cotta (o troppo cotta?).

Per gli autonominati portatori di grandi attese e conquistatori di grande frustrazione, demagoghi e arringatori di tutti i tipi, insomma: personaggi che si autoproclamano e credono di essere forti uomini/donne la cui forza si misura sulla loro capacità di rompere piuttosto che di rispettare le regole del gioco imposte e amate dall’establishment, il loro comune nemico – quelle circostanze equivalgono a una giornata campale. Noi ( intendo così riferirmi alla gente disgustata dalle loro azioni e ancor più dal loro potenziale non ancora pienamente disvelato) siamo avvertiti, comunque, di essere scettici a proposito delle soluzioni rapide e istantanee dei problemi. A maggior ragione per quelle opzioni che affrontiamo in queste circostanze che sono state presentate come le scelte tra un diavolo e un mare di un blu profondo.

Poco prima di morire, il grande Umberto Eco tratteggiò nel suo brillante saggio “Costruire un nemico” la seguente triste conclusione dai suoi numerosi studi sulla materia: “ Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità, ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro”. In altre parole: abbiamo bisogno di un nemico per capire chi siamo e chi non siamo; sapere questo è indispensabile per la nostra auto-approvazione e autostima. E aggiunge: “Pertanto quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo.”

Un codicillo:” I nemici sono differenti da noi e seguono usanze che non sono le nostre. L’epitome della differenza è il forestiero”.

Bene, il problema con un forestiero è che spesso egli è davvero straniero – non tanto nel senso che segue abitudini diverse, ma anche - e più significativamente – perché risiede al di là dell’ambito della nostra sovranità e così anche al di là della nostra possibilità di raggiungerlo e controllarlo. Non sta propriamente a noi fare di questo tipo di gente dei nemici e mettere in pratica la nostra inimicizia ( a meno che, naturalmente, essi non attraversino il confine con l’intenzione di stabilirsi in mezzo a noi). Se la sovranità consiste nella capacità decisionista di agire esclusivamente di propria volontà, allora più di un forestiero è inadatto a ricoprire il ruolo di un vero e proprio nemico secondo quanto scrive Eco.

In molti casi ( o forse in tutti ?) è meglio cercare , trovare o inventarsi un nemico più vicino a casa e soprattutto all’interno del recinto. Un nemico in vista e a portata è per molte ragioni più adatto (e soprattutto più facile da controllare e manipolare ) del soggetto raramente visto o udito appartenente a una totalità immaginaria. Già nel Medio Evo nel caso degli stati cristiani la funzione del nemico era svolta perfettamente dagli eretici, dai saraceni e dagli ebrei – tutti residenti all’interno dei reami delle dinastie e delle chiese dalle quali erano stati designati. Oggi nell’era che favorisce l’esclusione più dell’inclusione mentre la prima (ma non la seconda) sta diventando velocemente una misura di routine alla quale ricorrere quasi meccanicamente, le scelte interne assumono ancora più attrazione e facilità.

La scelta più popolare tra gli attuali uomini/donne forti o aspiranti tali quando si tratti di attribuire il ruolo di nemico (cioè, come enunciato da Eco, di realizzare il processo di auto-definizione, integrazione e auto-affermazione) è normalmente l’establishment – davvero una piena e vera meta-scelta, che determina tutte le altre scelte per associazione o per derivazione: un qualcosa di difficilmente impacchettabile (per la felicità di coloro che l’hanno scelto e dei loro aspiranti soldatini) come un nebbioso e indefinito raggruppamento di sorpassati che sono sopravvissuti al loro tempo e che con molto ritardo devono essere relegati alla storia e ricordati nei suoi annali come un aggregato di egoisti ipocriti e di falliti inetti. In termini semplici: establishment sta per un passato repulsivo, tagliato fuori e poco attraente e gli uomini/donne forti, pronti a mandarlo nella discarica alla quale appartiene, stanno per le guide di un nuovo inizio, dopo il quale essi che sono stati niente saranno tutto.

Traduzione di Riccardo Barbero

Zygmunt Bauman 16 novembre 2016 – pubblicato da Social Europe

foto da sobreamericalatina.com

25.01.2017 - Michela Giovannini - Unimondo  che ringraziamo

Il 10 gennaio scorso duecento agenti della Gendarmería Nacional hanno lanciato un’offensiva contro un piccolo gruppo di indigeni mapuche nella provincia di Chubut, nella Patagonia argentina. Un’azione sproporzionata nel dispiegamento di forze in cui, con la scusa di abilitare la ferrovia per il passaggio di un treno turistico, la piccola comunità mapuche è stata attaccata ed isolata completamente, impedendo così il sostegno da parte di organizzazioni e movimenti sociali che operano a sostegno del popolo indigeno. Sono stati sparati proiettili di gomma, impiegati droni ed un uso brutale della forza contro una comunità di molto inferiore nei numeri rispetto alle forze dell’ordine. Il giorno seguente la polizia di Chubut è tornata a colpire, questa volta impiegando non solo proiettili di gomma ma anche proiettili regolari, lasciando sul terreno almeno due feriti gravi e ha proceduto all’arresto di sette persone della comunità. Anche Amnesty International ha denunciato l’accaduto, sottolineando come non sia ammissibile l’azione repressiva da parte dello Stato, soprattutto per quanto riguarda le violenze contro donne, bambini e bambine. Mariela Belski, direttrice di Amnesty Argentina, ha evidenziato l’opacità e la mancanza di trasparenza dell’operazione di polizia e la totale sproporzione fra la realtà dei fatti e la reazione delle forze dell’ordine. Già l’anno scorso Amnesty ed altre organizzazioni per i diritti umani ed organizzazioni indigene avevano denunciato la preoccupante escalation di stigmatizzazione e persecuzione nei confronti del popolo mapuche.

Ma cosa spiega lo scatenarsi di una tale violenza da parte dello Stato argentino contro un piccolo gruppo di indigeni inermi? Forse la statura (economica, non certo morale) del contendente. L’intervento è stato infatti eseguito in seguito alla richiesta della Compañía de Tierras Sud Argentino, che appartiene a Luciano e Carlo Benetton, del Benetton Group, arcinota multinazionale italiana del tessile. La Compañía si è rivolta alla giustizia con il pretesto di ripulire le piccole barricate di rami e tronchi di alberi posizionate dagli indigeni che ingombravano i binari del treno patagonico “La Trochita”. L’utilizzo di questo treno è impedito ai mapuche, ed essi reclamano di poter usufruire del servizio, per uscire dall’isolamento in cui si trovano a vivere. Questa parte di territorio apparteneva a Benetton, ma nel marzo 2015 è stato recuperato dalla comunità mapuche, in quanto parte del proprio territorio ancestrale.

Benetton possiede nella Patagonia argentina, attraverso la citata Compañia de Tierras Sud Argentino, oltre 900.000 ettari di terra, un’estensione pari a 45 volte la superficie della capitale federale Buenos Aires. Tale area è utilizzata prevalentemente per l’allevamento intensivo di capi di bestiame, principalmente ovini, destinati alla produzione di lana (circa 500 tonnellate all’anno). Gli interessi di Benetton ricadono però anche sulla coltivazione intensiva di cereali e produzione di carne bovina e ovina, nonché secondo alcunefonti sull’estrazione mineraria, attraverso l’azienda Minera Sud Argentina Sa, dove i Benetton sarebbero azionisti di maggioranza.

Come accennato, le terre su cui la comunità vive nel dipartimento di Cushamen sono terre recuperate dai mapuche in virtù del fatto che si tratta di territori ancestrali, da loro abitati nel corso dei secoli secoli. I mapuche erano infatti presenti ancora prima che quelle terre venissero donate a dieci cittadini inglesi nel 1896 dall’allora presidente argentino. Si trattava di 900.000 ettari di terra donate in violazione delle leggi vigenti all’epoca, che impedivano donazioni così ingenti nonché una tale concentrazione di terreno nelle mani di una sola società o persona. Nel 1994 il presidente Carlos Menem, protagonista delle dissennate politiche economiche che contribuirono pesantemente alla crisi che si abbatté sul paese tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del decennio successivo, vendette a Benetton quelle terre ad un prezzo irrisorio e gli abitanti mapuche vennero relegati in zone marginali e improduttive, o costretti alla migrazione verso i centri urbani.

La riforma costituzionale del 1994 prevede il riconoscimento del diritto alla proprietà e al possesso delle terre tradizionalmente occupate dalle popolazioni indigene, la personalità giuridica delle comunità che si riconoscono come tali e la partecipazione delle stesse alla gestione delle risorse naturali. L’Argentina ha anche ratificato la Convenzione n. 169 dell’ILO sui diritti dei popoli indigeni e tribali, che all’art. 14 recita: “I diritti di proprietà e di possesso sulle terre che questi popoli abitano tradizionalmente devono essere loro riconosciuti”, nonché, al secondo comma: “I Governi devono adottare misure adeguate per l’identificazione delle terre tradizionalmente occupate dai popoli interessati, e per garantire l’effettiva tutela dei loro diritti di proprietà e di possesso.”

Nonostante questa convenzione sia legalmente vincolante, molto scarse sono le misure politiche intraprese dal governo argentino per garantire l’effettività di queste enunciazioni di principio, che restano pertanto largamente inapplicate, come testimoniato anche da questa specifica vicenda, che non è certo isolata. I diritti dei popoli indigeni riportati nella costituzione e nella convenzione ILO non fanno altro che prendere atto del particolare legame che queste comunità hanno con le loro terre ancestrali e con le risorse naturali, dettate da una specifica cosmovisione che vede la reciprocità come principio fondante nelle relazioni tra natura ed essere umano. I popoli indigeni sono considerati veri e propri custodi delle foreste, delle risorse naturali, del territorio in generale. I metodi tradizionali indigeni di coltivazione e utilizzo delle risorse non sono basati sull’estrattivismo, ossia l’indiscriminato e massivo utilizzo di risorse naturali, ma su di un uso razionale e rinnovabile, sulla rotazione delle colture, sul rispetto globale del territorio che assume valenza anche spirituale nella forma di un attaccamento specifico e sacro alla terra, considerata come madre, come colei che dona la vita agli esseri umani. La difesa dei diritti di questi popoli ha dunque un impatto che va molto al di fuori e molto più lontano rispetto alle loro singole comunità.

In Patagonia, tanto quella argentina quanto quella cilena, i conflitti per la terra si sono inaspriti negli ultimi decenni, parallelamente ad una forte presa di coscienza e rivendicazione da parte del popolo mapuche. L’aumento del conflitto è dovuto principalmente agli interessi economici a causa delle risorse presenti nei territori ancestrali, sia in termini di possibilità turistiche, che immobiliari, che di coltivazione e allevamento intensivo, sia per l’ingresso delle compagnie petrolifere e minerarie decise a sfruttare i giacimenti di materie prima presenti in quelle aree e a fare dell’estrattivismo il loro credo assoluto, in barba alle vite di donne, uomini e bambini che da secoli abitano quei territori.

Después de firmar el decreto que pone en marcha la creación del muro con México, el presidente de Estados Unidos, Donald Trump, ratificó otra de sus propuestas de campaña y se volvió a manifestar a favor de la aplicación del “submarino” (“waterboarding” en inglés) como método de interrogatorio en la llamada “guerra contra el terrorismo”, a pocas horas de que los diarios The New York Times y The Washington Post hicieron público un supuesto borrador para reabrir las cárceles secretas y revisar los métodos de interrogación.

“Voy a hacer lo necesario para mantener a nuestro país seguro”, argumentó Trump durante una entrevista a la candena norteamericana ABC frente a la consulta sobre aquella promesa de campaña de restablecer prácticas de tortura. “Cuando digo que ellos hacen cosas que nadie escuchaba desde tiempos medievales y podemos sentirnos fuertes con el submarino es porque considero que tenemos que pelear de igual a igual a partir de ahora”, continuó su argumentación a favor de la tortura.

El presidente de Estados Unidos subrayó que confía en su Gabinete y aseguró que “confiará” en sus consejos para tomar la decisión de permitir abiertamente el uso de la tortura al Ejército norteamericano. “Hablé hace menos de 24 horas con personas de alto nivel de inteligencia y les pregunté: ‘¿La tortura funciona?’ Y su respuesta fue: ‘Sí, absolutamente’.

“Usted es ahora el presidente. Quiere el submarino...”, le insistió el periodista de ABC. “No quiero que le corten la cabeza a nadie en Medio Oriente porque sea cristiano, musulmán o lo que fuere... Mire, ellos le cortan la cabeza a alguien en cámara y se lo mandan a todo el mundo. Tenemos eso y no tenemos permitido hacer nada... No planeamos llevarlo al campo, pero lo que digo es que voy a confiar en mi gabinete y lo que ellos quieren hacer estará bien, y si ellos quieren hacerlo, vamos a trabajar en eso. Quiero hacer todo lo que esté en el marco de lo legal, pero sí creo que funciona. Absolutamente creo que funciona”, afirmó el mandatario norteamericano.

Las palabras de Trump fueron adelantas por la cadena ABC, que realizó una entrevista mano a mano con el presidente, mientras el vocero presidencial Sean Spicer aseguraba que no era un documento de la Casa Blanca el supuesto borrador publicado por los diarios The New York Times y The Washington Post acerca de la reinstauración de las detenciones ilegales en cárceles secretas.

El texto divulgado por los diarios propone revisar las reglas con las que el gobierno estadounidense pelea la llamada "guerra contra el terrorismo", un conflicto con alcance global que inició el ex presidente George W. Bush y continuó, con algunas modificaciones, su sucesor, Barack Obama. Entre esas reformas del presunto borrador de decreto presidencial, titulado "Detención e interrogatorios de combatientes extranjeros", se destaca la reapertura de las cárceles secretas de la CIA y la revisión del manual de operaciones, que establece qué métodos de interrogación son legales y cuáles son considerados tortura.

fonte pagina12.ar.com

Ap, Afp, Reuters y Xinhua
Periódico La Jornada
Miércoles 25 de enero de 2017, p. 26

Santiago.

El canciller chileno, Heraldo Muñoz, anunció este martes que su país dejará el Acuerdo Transpacífico (ATP), luego de que el presidente de Estados Unidos, Donald Trump, ordenó la salida de su país del proyecto, por lo que buscará su integración con países de Asia-Pacífico, informaron medios locales. Mientras, el presidente de Perú, Pablo Kuczynski, dijo que la región Asia-Pacífico debe buscar otro tratado de libre comercio que incluya a China.

Muñoz explicó que Chile va a persistir en la apertura al mundo y en la integración con distintas modalidades, como lo hemos hecho en el pasado, con acuerdos bilaterales, subregionales y regionales, y agregó que la cancillería evalúa organizar un encuentro con algunos de los países que forman parte del ATP.

Además de Chile y Estados Unidos, el ATP fue firmado por Japón, Australia, Malasia, Brunei, Nueva Zelanda, Singapur, Vietnam, Canadá, México y Perú.

El acuerdo de 2015, que Estados Unidos había suscrito pero no había ratificado, era un pilar del ex presidente Barack Obama en materia comercial. Sin embargo, Donald Trump retiró a su país del acuerdo.

En su tercer día en la Casa Blanca, el magnate afirmó que la salida de Estados Unidos del mayor convenio comercial de las últimas dos décadas es algo grande para el trabajador estadunidense.

L'ARTICOLO SEGUE ALLA FONTE  JORNADA.MX.COM

fonte micromega che ringraziamo .

L’elezione di Tajani a presidente del Parlamento europeo ha evidenziato la rottura delle larghe intese tra Pp e Pse, che aveva scelto l'italiano Pittella come candidato e che ora parla di “rottamazione del Fiscal Compact”. Ma ciò non è sufficiente per attestare una discontinuità dei socialisti rispetto al passato: soltanto mettendo sotto accusa il paradigma della Terza Via, le socialdemocrazie possono tornare a rappresentare un’alternativa all'Europa dell’austerità. Ipotesi che al momento appare improbabile.

di Matteo Puciarelli e Giacomo Russo Spena

L’ultimo tradimento in ordine cronologico è quello dei socialisti spagnoli che hanno deciso di dare il proprio appoggio esterno al governo conservatore di Mariano Rajoy. Una scelta sofferta, costata la leadership di Pedro Sanchez, contrario alla capitolazione verso le ragioni della destra. Ma è la conferma, l’ennesima, di come le socialdemocrazie europee abbiano abbandonato le ragioni della sinistra – sposando spesso e volentieri le larghe intese, ma anche a livello programmatico – da quando si è assunto come proprio il paradigma della “terza via” di Tony Blair, la stessa stagione di Bill Clinton e dei tanti emuli successivi. I quali hanno utilizzato la parola “riformismo” per sostenere guerre umanitarie, privatizzazioni, deregulation, restringimento del welfare state e precarizzazione della vita dei cittadini.

Quella dei socialdemocratici è stata una mutazione genetica. Dovuta sia ad errori soggettivi (la riaffermazione del primato assoluto dell’economia e del mercato sulla politica; la subalternità culturale all’ideologia delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni rispetto alla pubblica programmazione e pianificazione; il salario e l’occupazione come variabili dipendenti dai moderni processi di valorizzazione del capitale) che alla insufficiente analisi e comprensione nel «mare in subbuglio di quel capitalismo in via di mutazione», per parafrasare lo storico Eric Hobsbawm.

Le socialdemocrazie hanno, in massima parte, esaltato le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione liberista, rimuovendo allo stesso tempo il contesto di nascita e di pervasività di un capitale finanziario predatorio che sempre più assumeva una dimensione biopolitica, di coinvolgimento violento delle vite stesse dei cittadini. Un nuovo capitalismo impossibile da gestire e dominare, sovranazionale, tecnicamente avanzato, capace di imporre l’agenda ai governi, pena la crisi economica di interi Stati.

I dirigenti del centrosinistra italiano sono stati i primi a precarizzare il mondo del lavoro o a proporre le detenzioni come risposta agli esodi massicci ed inarrestabili di migranti; i “socialdemocratici” hanno scelto, e scelgono ancora, la via dei Cpt (Centri di permanenza temporanea) e dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione), cioè dei lager mascherati che privano di libertà gli esseri umani. Così, in moltissimi campi, con il pretesto delle famigerate “riforme” hanno intrapreso un percorso poi proseguito dalle destre. Come dimenticarsi del pacchetto Treu, della Turco-Napolitano o delle guerre “umanitarie”?
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