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Fonte Opendemocracy.net

La pandemia COVID-19 ha evidenziato la dipendenza strutturale del mondo dalla manodopera sfruttabile.

Randall Hansen
6 ottobre 2020

Nel novembre 2019, un funzionario del governo federale ha visitato la Munk School dell'Università di Toronto e ha chiesto alla sua facoltà di delineare le future minacce globali. Abbiamo parlato di disuguaglianza, fame, cambiamento climatico, servizi igienici e inquinamento da plastica, tra gli altri. Nessuno ha menzionato un microbo; una discussione sulla minaccia dell'immunità agli antibiotici è stata quanto di più vicina abbiamo avuto.

Quattro mesi dopo, tutti in quella stanza erano bloccati. COVID-19 ha colpito il mondo mentre un treno merci colpisce un'auto bloccata a un passaggio a livello. Il virus ha fatto a pezzi il ritmo della nostra vita quotidiana e riconfigurerà le nostre economie e la nostra politica.

Come esattamente lo farà non è chiaro, ma questo è certo: in tutto il mondo, gli standard di vita della classe media dipendono dal lavoro e - durante una pandemia globale - dalla morte di un esercito di lavoratori migranti a buon mercato. Il virus ha messo in luce questa dipendenza, ma non c'è nulla di nuovo al riguardo; è stata una caratteristica fondamentale del capitalismo nazionale e globale almeno dagli anni '70. E, nonostante tutti i discorsi su un mondo nuovo e più giusto che emergerà dalle ceneri di COVID-19, la dipendenza del mondo dal lavoro a basso costo non sta andando da nessuna parte.

Il virus ha evidenziato la dipendenza strutturale del mondo da manodopera a basso costo e sfruttabile. ...continua a leggere "COVID-19 e la dipendenza globale dalla manodopera migrante a basso costo"

 

FONTE  PRESSENZA.COM

 

Il “modello cileno”, mostrato all’estero come il più grande successo del neoliberismo, presenta una realtà molto diversa per milioni di famiglie cilene,” ha affermato Tomás Hirsch, deputato del Partito Umanista Cileno (Frente Amplio), in un intervista con ALAI. Questo si esprime nell’aumento della disparità di reddito e della concentrazione della ricchezza e nell’indebitamento soffocante in cui affonda la maggioranza dei lavoratori. Infatti, “tutti gli indicatori ci pongono come uno dei paesi più diseguali nell’OCSE, con i tassi peggiori di istruzione, sanità, pensioni, qualità delle abitazioni, aree verdi per abitante …”, aggiunge.

Questo “sistema profondamente inumano” non dà priorità alla qualità della vita. Di seguito, uno scambio sulle linee guida politiche del governo cileno, che mettono in discussione la sua qualità morale per poter criticare il Venezuela.

Deputato, il giudizio critico del Presidente Sebastián Piñera sul governo costituzionale di Nicolás Maduro in Venezuela è conosciuto, per quanto riguarda l’attacco da parte del gruppo di Lima e dell’OAS contro la Rivoluzione Boliviana. Vorremmo rivedere alcuni aspetti del vostro paese per verificare la coerenza nell’atteggiamento del governo cileno.

La posizione del presidente Piñera è di un’incoerenza che rasenta il surrealismo politico. Il Cile dev’essere l’unico paese al mondo che, 29 anni dopo la fine della dittatura, ha ancora una Costituzione generata durante la dittatura, scritta da un piccolo gruppo di uomini di estrema destra senza dibattito, “votata” senza registri elettorali, progettata per perpetuare un sistema profondamente antidemocratico. Tranne qualche piccolo aggiustamento, rimane la stessa che manteneva al potere il dittatore Augusto Pinochet. Per quasi 20 anni abbiamo avuto senatori selezionati puntando il dito e un sistema elettorale totalmente truccato. E poi vogliamo dare lezioni sulla democrazia?

Il Cile, pur vantandosi a livello internazionale del suo supposto successo economico, ha una delle peggiori distribuzioni di reddito del pianeta, con un salario minimo vergognoso che non è sufficiente per la sussistenza del milione di lavoratori che lo ricevono. E intendiamo dare lezioni sui diritti sociali? Il sistema pensionistico cileno, anch’esso creato in regime di dittatura e mantenuto dal potere degli affari sul mondo politico, fornisce pensioni misere, vicine al 25% del salario percepito al momento del pensionamento. È una vera e propria violazione dei diritti umani degli anziani. Allo stesso tempo, sanità e istruzione sono imprese e non diritti, definiti dallo stesso presidente come beni di consumo.

Il Cile è l’unico paese al mondo in cui l’acqua è privata al 100%. Le risorse di pesca sono state consegnate in forma perpetua dal primo governo di Piñera  a 7 famiglie, attraverso una legge che è stata pubblicamente riconosciuta come corrotta, approvata con tangenti a ministri e parlamentari. Rame, litio, foreste, energia, tutto, assolutamente tutto, è stato denazionalizzato e consegnato alle multinazionali, che ovviamente parlano molto bene del nostro paese.

...continua a leggere "Tomás Hirsch: Cile, un sistema profondamente inumano"

 

 

FONTE AREAONLINE.CH
di Serena Tinari

È il giornalismo dal respiro lungo, l’inchiesta che va avanti per anni e che un passo alla volta lascia il segno. Ma è soprattutto un ritratto impietoso dell’epoca balzana che ci è toccata in sorte. Il progetto “Trial and Terror” pubblicato da The Intercept toglie il fiato e se non fosse fondato su documenti ufficiali, si farebbe fatica a credere ai suoi esplosivi contenuti.

Fatti, numeri e storie che raccontano come l’Fbi abbia letteralmente fabbricato centinaia di presunti terroristi. Persone fragili, povere in canna e poco scolarizzate manipolate da collaboratori dell’agenzia che fingevano di essere attivisti di organizzazioni estremistiche e violente.

L’anno zero è stato l’undici settembre. Passato l’attentato, il governo americano sancì la tolleranza zero e proclamò, passateci il bisticcio, la guerra santa al terrorismo di matrice islamica, destinando alle attività di indagine dell’Fbi ben 3,3 miliardi di dollari l’anno. La strategia dei federali? Identificare i “lupi solitari” prima che passino all’azione. Suona ragionevole. Nella pratica l’Fbi, attraverso complicate messe in scena e ampio utilizzo di agenti manipolatori, ha finito per trasformare centinaia di innocenti in criminali di carta – caricature di terroristi che proprio i federali hanno indottrinato a passare all’azione violenta, allenato ad usare armi da fuoco, fornendo loro contatti e denari per procurarsele, oltre a filmarli mascherati da bombaroli e convincerli a leggere sotto dettatura solenni giuramenti pieni di strafalcioni. Una processione di pasticci da commedia dell’arte che incredibilmente sono diventati prove a carico in tribunale, valendo ai malcapitati condanne detentive di tutto rispetto. Dobbiamo l’allucinante scoperta a un giornalista che nel 2010 ha ricevuto prima una soffiata, e poi una borsa di studio dell’Università di Berkeley, in California per portare avanti il progetto. Trevor Aaronson da allora non ha mollato l’osso. La prima pubblicazione della sua incredibile inchiesta è stata nel 2011 sul sito Mother Jones. Nel 2013 è diventata un libro, “The Terror Factory: Inside the FBI’s Manufactured War on Terrorism” ovvero la fabbrica del terrore, viaggio nella finta guerra dell’Fbi al terrorismo; e ancora è stata trasformata in un avvincente documentario di Al Jazeera, “Informants”, disponibile online: https://trevoraaronson.com/film/

Dal 2016 Aaronson ha unito le forze con Margot Williams, oggi a capo del dipartimento ricerca del The Intercept dopo una carriera che l’ha vista vincere mille premi per il suo lavoro per grandi testate statunitensi, dal Washington Post a Npr al New York Times. Insieme i due hanno ampliato la ricerca e sono giunti ad analizzare una mole enorme di documenti della Procura, verbali dei processi, comunicati del Dipartimento giustizia e archivi del sistema penitenziario. Se masticate l’inglese, la creatura di Aaronson e Williams, continuamente aggiornata, è una lettura necessaria. Sette storie e un database navigabile, con grafiche che anche i meno anglofoni possono esplorare senza difficoltà: https://theintercept.com/series/trial-and-terror/.
Delle 873 persone portate in tribunale, la stragrande maggioranza aveva conoscenze sul terrorismo e persino sull’Islam elementari, un livello che chiunque può sfoggiare se ogni tanto guarda la tv. Oltre la metà delle persone condannate ha finito di scontare la pena e, fanno notare gli autori di “Trial and Terror”, “il governo crede che una manciata di anni di galera facciano il miracolo, oppure lo sanno anche loro che sono innocenti – visto che questi ‘pericolosi terroristi’ non sono oggi sottoposti a nessuna misura di sorveglianza”. Leggi le storie e ti scappa da ridere. Se non fosse che le vittime dei pasticci dell’Fbi sono persone poco scolarizzate, squattrinate e in qualche caso affette da handicap mentali. Soggetti vulnerabili incastrati da un crudele gioco delle parti. La commedia si è ripetuta uguale in centinaia di casi, ricostruiti con pazienza certosina da Trevor Aaronson e Margot Williams. Sempre lo stesso, il protocollo: prendi un soggetto fragile, che ha deciso di convertirsi all’Islam o si è fatto prendere dall’hobby molesto di postare messaggi di provocazione su Facebook. Presentati come l’emissario di una rete di attivisti violenti di una regione medio-orientale del pianeta e lavora senza risparmiare colpi di teatro per fare di quella persona.. un terrorista. Negli articoli e nel documentario scorrono dettagli allucinanti, con tanto di frammenti video depositati agli atti delle inchieste. Come la storia di “Liberty City 7”, gruppo di balordi squattrinati finito alla ribalta delle cronache al momento dell’hollywoodiano arresto. Avevano dato corda per mesi a un arabo che li riempiva di soldi, diceva un sacco di fesserie eppure metteva a loro disposizione cibo e bevande. Alla Corte hanno raccontato di essersi detti: “Spenniamo il pollo e ce la diamo a gambe”. Peccato che il pollo fosse pagato dall’Fbi per fabbricare le prove della loro colpevolezza, fornire evidenza del terroristico potenziale. E allora ci voleva il video del giuramento, e paradossi come spedire quest’armata Brancaleone a scattare foto sfuocate della sede dell’Fbi con una macchina fotografica... di proprietà dell’Fbi. Ci sarebbe da morire dal ridere, se non fosse che quelle foto sono diventate prova della loro intenzione di portare a termine attentati dinamitardi: cinque su sette sono stati condannati, fra i 6 e i 13 anni di carcere. Resta incomprensibile come le giurie, pur dubitando, abbiano finito per condannarli – può la stupidità, la fame di soldi, la sfortuna delle condizioni socioeconomiche farti finire in galera per terrorismo islamico? A quanto pare basta e avanza, se guardiamo a un altro caso iconico: due amici pizzicati a farfugliare, prendendo appunti su un fazzoletto di carta, di un fantomatico attentato. Uno si è dichiarato colpevole e dopo cinque anni è uscito di galera. L’altro è ancora dentro – deve scontare trent’anni. Se l’inglese proprio non vi piace, almeno guardate l’intervento di Aaronson al convegno Ted – ha i sottotitoli in italiano. Non le manda a dire: «L’Fbi ha organizzato più plot terroristici in America di qualunque altra organizzazione, e persino più di tutte quelle islamiche radicali messe insieme» (https://tinyurl.com/oufdav6).

FONTE PRESSENZA.COM

07.02.2019 - San Paolo, Brasile Paolo D'Aprile

Brasile: alla polizia licenza di uccidere
(Foto di GOVBA via Flickr)

Lo ha detto fin dal primo giorno, carta bianca alla polizia, carta bianca per uccidere.

Non ce n’era bisogno, basta leggere i dati ufficiali divulgati dalle agenzie internazionali e dallo stesso governo. Per il momento non sono ancora disponibili quelli dell’anno appena trascorso. Diamo una occhiata al 2017. Ma per capire meglio la situazione, è necessario il paragone con il 2016 e il 2015, quando dalle forze di polizia furono uccise 3330 persone. L’anno dopo, 4240. E finalmente nel 2017, cinquemila centocinquantanove, 5159. Per il codice penale l’omicidio in servizio non è un crimine quando l’azione di polizia avviene nello stretto compimento del dovere legale. Una interpretazione che di per sé lascia spazio a mille modi di nascondere o modificare la scena: basta che l’autorità dichiari che il presunto colpevole di qualche delitto abbia resistito all’arresto. Il super ministro della giustizia e dell’interno, ha presentato il nuovo decreto per la sicurezza. 63895 è la quantità di omicidi avvenuta in Brasile nel 2017. A scanso di equivoci lo riscrivo, sessantatremila ottocentonovantacinque. ...continua a leggere "Brasile: alla polizia licenza di uccidere"

FONTE NUJ 

29 gennaio 2019

La proficua legislazione volta a contrastare la criminalità all'estero creerà nuovi pericoli per i giornalisti e comprometterà la libertà di stampa, ha avvertito il NUJ.

Nonostante i ripetuti avvertimenti del sindacato sui pericoli contenuti nella legge sul crimine del governo (Overseas Production Orders), il governo ha insistito con il disegno di legge, che raggiungerà la sua fase di relazione in Parlamento domani, mercoledì 30 gennaio.

La legge sul crimine (Overseas Production Orders) consentirà al governo del Regno Unito di concludere accordi con i governi stranieri in modo che possano richiedere l'accesso alle informazioni archiviate nel Regno Unito. Questi nuovi poteri non saranno accompagnati da salvaguardie per i giornalisti che lavorano nel Regno Unito o per i giornalisti che vivono in esilio.

Da settembre il NUJ ha incontrato una serie di parlamentari che sottolineano come il progetto di legge non rispetti le salvaguardie di base contenute nel Police and Criminal Evidence Act (PACE) 1984 e le autorità hanno già ampi poteri di sorveglianza definiti nelle Potenze investigative Act (IPA) 2016. Questo nuovo disegno di legge consente alle autorità di accedere al contenuto delle comunicazioni elettroniche dei giornalisti e rappresenta un'ulteriore erosione dei diritti fondamentali alla privacy e alla libertà di espressione.

Michelle Stanistreet , segretario generale della NUJ, ha dichiarato:

"Questo governo conservatore ha ripetutamente dimostrato il suo disprezzo per il giornalismo e il disprezzo per la libertà di stampa, introducendo inesorabilmente nuove leggi e poteri che minano e compromettono la capacità dei giornalisti di svolgere il loro lavoro con integrità e sicurezza.Questo governo ha cercato di limitare la libertà esistente della legge sull'informazione, ha introdotto la legislazione sulla sorveglianza draconiana, ha cercato di rendere più facile perseguire i giornalisti riformando la legge sui segreti ufficiali e ora sta spingendo una legislazione che trascura le poche protezioni legali che ci sono per materiale e fonti giornalistiche. Ufficio per rinunciare al contenuto delle nostre comunicazioni elettroniche a governi stranieri.Quindi non dubitiamo - questo governo sta orchestrando un ambiente legale deliberatamente ostile per tutti i giornalisti ".

FONTE EFFIMERA.ORG

L’apartheid istituzionale si va rafforzando in Italia.

Il Sole 24 Ore ha pubblicato il 23 agosto i contenuti della bozza di decreto legge che il Ministero dell’Interno sta elaborando per quanto riguarda il diritto di asilo e i diritti delle persone richiedenti protezione internazionale in Italia[1].

I contenuti più rilevanti riguardano l’aumento del numero di mesi di detenzione nei centri di espulsione (da 3 a 6 mesi); l’allargamento della lista dei reati che abilitano al rifiuto o alla revoca dell’asilo; la drastica riduzione delle possibilità di ricorso nel caso di diniego della domanda di protezione; la riduzione delle possibilità di ottenere la protezione umanitaria; la limitazione dell’accoglienza negli Sprar solo ai beneficiari di protezione internazionale o sussidiaria; l’esclusione dalla possibilità di iscrizione all’anagrafe (cioè di ottenimento della residenza) per le persone richiedenti asilo, per le quali si prevede un documento di riconoscimento particolare; la proroga di un anno per scrivere un testo unico sull’asilo.

Con e oltre Minniti

Particolarmente serio è il cambiamento che verrebbe prodotto da tre misure: quella che nega la residenza, quella che riduce le possibilità di riconoscimento della protezione umanitaria, quella che limita le possibilità di ricorso alle decisioni avverse alle domande di asilo.

La prima, quella che nega la residenza, un diritto ad avere diritti come ricorda un recente report con toolkit della campagna LasciateCIEntrare[2], significherebbe per le persone richiedenti asilo, ad esempio, l’esclusione dalla possibilità di avere il medico di base e di usufruire, di fatto, del servizio sanitario nazionale.

La seconda, relativa al riconoscimento della protezione internazionale, mette in pericolo la divisione dei poteri tra esecutivo e giudiziario, in quanto interviene nell’autonomia del lavoro delle Commissioni territoriali che vagliano le domande di asilo o, in caso di ricorso, dei tribunali.

La terza, quella che limiterebbe le possibilità di ricorso, determinerebbe un trattamento speciale e penalizzante verso una specifica parte della popolazione (quella richiedente asilo) in virtù del suo status giuridico.

Se i contenuti della bozza saranno confermati saremo oltre il decreto Minniti-Orlando, che ha già ridotto i diritti delle persone richiedenti asilo, e si approfondirà in maniera ulteriore una condizione di apartheid e di razzismo istituzionale a danno di questa parte della popolazione. La separazione tra nazionali e non nazionali si aggraverebbe, dunque, in modo ulteriore e, con essa, la condizione di vulnerabilità e marginalità civile e sociale della popolazione immigrata.

Il circolo della repressione

Questo scenario è in realtà già anticipato da quanto sta accadendo con l’accelerazione e la moltiplicazione delle revoche di accoglienza e con l’ulteriore spinta del Ministero nei prossimi bandi verso centri di accoglienza di grandi dimensioni[3]. In particolare, diversi attivisti ed attiviste registrano già da alcuni mesi l’aumento dei controlli prefettizi punitivi contro i migranti (per esempio, sull’orario di presenza) che provocano revoche di accoglienza[4].

La tendenza è quella di approfondire l’attacco alle persone migranti e non alla malaccoglienza, dunque, indebolendo sempre più le condizioni di vita di parte della popolazione richiedente asilo, ma anche titolare di protezione. Si produce così un’umanità indebolita nei diritti e nelle condizioni di vita, da utilizzare poi, nel circuito della repressione in caso di commissione di reati (o, apparentemente in modo paradossale, anche se sottoposta a condizioni gravi di sfruttamento) a fini di propaganda, dicendo che i migranti sono un pericolo sociale in quanto criminali o lavoratori a buon mercato che abbassano i livelli salariali e di sicurezza degli italiani, per cui ci vogliono politiche sempre più di controllo e di contrasto: alimentando una logica che si muove così all’infinito.

Il Ministero dell’Interno, con questa strategia, produce il problema, peggiorando gravemente la vita di centinaia di migliaia di persone, per poi proporsi come risolutore. Ovviamente, il trucco è chiaro, ma non basta la critica della ricerca sociale o del ragionamento a metterlo in discussione.

La produzione di popolazione debole e con status giuridici differenziati e poveri serve ad una parte dell’economia nazionale per mantenere i profitti alti in settori a basso valore aggiunto (alcuni comparti dell’edilizia, dell’agricoltura, dei servizi alla persona, della prostituzione e del turismo, soprattutto) e serve ad un’altra parte, quella politica, per alimentare la propaganda e accrescere il consenso di una società nazionale sempre più razzista anche perché poco interessata (ancora, per ora) ad organizzarsi per lottare collettivamente per i propri diritti e bisogni e, quindi, incline a seguire chi le propone di essere forte con i deboli in quanto non riesce (non è interessata) ad esserlo con i forti.

È questo corto circuito che va messo in discussione e per questo sono necessari la proposta e la mobilitazione politica, concentrate sui bisogni reali della popolazione al di là delle appartenenze nazionali, in una logica meticcia, che rompe il quadro razzista che le istituzioni governative vanno rafforzando di giorno in giorno e che il decreto del Ministro dell’Interno aggraverebbe, se promulgato, in modo ulteriore.

 

[1]          http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-08-22/stretta-migranti—ecco-nuove-regole-bozza-decreto-salvini-220721.shtml?uuid=AEIo5odF

[2]          http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/357-diritti-on-line-il-toolkit-lasciatecientrare-per-l-iscrizione-anagrafica-di-stranieri-richiedenti-asilo-e-beneficiari-di-protezione-internazionale-una-guida-pratica-contro-discriminazioni-e-burocrazia

[3]          https://www.asgi.it/notizie/revoca-accoglienza-napoli/;https://altreconomia.it/accoglienza-bandi-prefetture/.

[4]           https://www.facebook.com/events/242142176503442/?notif_t=plan_user_invited&notif_id=1535196311399675

 Fonte Effimera.org

*Daniela Albrecht è laureata in psicologia e ricercatrice in servizio sociale, militante del movimento antimanicomiale e del PSOL di Rio de Janeiro

MP: Un mese fa, l’uccisione di Marielle Franco, consigliera comunale di Rio de Janeiro per il PSOL e militante nera, femminista e lesbica, e dell’autista Anderson Gomes hanno avuto una straordinaria eco globale, riverberata dalle reti sociali a centinaia di piazze cittadine. In Italia, il ruolo fondamentale nell’organizzazione è stato svolto da Non una di meno, facendo sì che l’attenzione fosse focalizzata (com’è legittimo) sulla militanza femminista di Marielle. Nella sfera mediatica italiana, quantomeno, ne è nata una narrazione concentrata sulla vicenda personale di Marielle e sulla sua figura potentissima, che ha forse trascurato il contesto di quella che Giuseppe Cocco su effimera ha definito «un’esecuzione politica» e ha isolato Marielle dalla sua militanza, cioè dal motivo per il quale è stata uccisa. Tuttavia, gli eventi successivi che hanno coinvolto il fondatore del PT hanno rifocalizzato l’attenzione mediatica italiana ed europea sul Brasile, producendo un moto di affetto politico – tanto comprensibile quanto spesso acritico – nei confronti di Lula. Non sono mancati interventi – tra i quali citerei quello di Eliane Brum uscito su El País e tradotto su Transglobal e Euronomade – che hanno avuto la capacità di analizzare il funzionamento della macchina mitologica del Lula in vita e le contraddizioni insuperabili del progetto politico del PT. Questa intervista – realizzata il 2 aprile 2018 – si pone come obiettivo quello di provare a comprendere la situazione politica brasiliana attraverso l’esecuzione di Marielle Franco e insieme le ragioni di quella esecuzione alla luce di quel contesto, in un dialogo con una voce interna al partito nel quale Marielle Franco militava.

MP: Qual è la situazione in Brasile?

DA: Per capire meglio il contesto del Brasile oggi, secondo me, è necessario partire dal 2013 – un anno di grande sconvolgimento sociale e mobilitazioni di piazza, che scoppiarono quasi all’improvviso, a seguito dell’aumento dei prezzi dei biglietti degli autobus. In quel momento, divenne chiaro alla borghesia che il Partido dos Trabalhadores (PT), dopo 12 anni al potere, non era più in grado di mantenere il suo ruolo nel patto sociale, di garantire il consenso sociale intorno al progetto borghese come aveva fatto fino ad allora. Allora la borghesia cominciò a interrogarsi sul suo progetto politico, a perdere unità intorno a questa sua rappresentanza politica, con una parte della borghesia che cominciò a volere la caduta del governo PT.  In quella occasione, la stampa brasiliana – che solitamente criminalizza fortemente le lotte sociali – di fronte alla portata delle manifestazioni popolari trasformò radicalmente la sua strategia e tentò di intestarsi le manifestazioni, dettandone le parole d’ordine. Tentò cioè di depoliticizzare quelle rivendicazioni che avevano un contenuto sociale e chi contestava l’ordine in questo senso, lanciando lo slogan della lotta alla corruzione. Una parte della stampa era già contro lo stesso PT.

...continua a leggere "Marielle presente! Intervista a Daniela Albrecht – di Michela Pusterla"

Fonte Dinamopress

Realizzata pochi giorni prima della ratifica della condanna a Lula, in questa intervista il filosofo brasiliano Vladimir Safatle denuncia la svolta autoritaria che sta vivendo il Brasile negli ultimi mesi.

Cosa sta accadendo in Brasile?

Gli ultimi eventi dimostrano chiaramente che siamo entrati in una fase di guerra civile sempre più esplicita. Non parlo solo degli spari contro il pullman dell’ex presidente Lula. L’assassinio di Marielle Franco non ha avuto fino ad ora nessuna risposta da parte delle autorità, non vi è stata risposta alcuna nemmeno dopo l’enorme commozione causata dalla sua morte. E’ sorprendente che Geraldo Alckmin, governatore dello stato più grande del paese, e altri rappresentanti istituzionali, presentino come naturale l’attentato contro Lula. Alckmin praticamente dice che l’ex presidente se lo sarebbe meritato, disconoscendo completamente la differenza tra la violenza simbolica della politica e la violenza reale dello sterminio.

Cosa o chi potrebbe risolvere questa impasse?

Non vi è una soluzione a breve termine. La società brasiliana va verso forme estreme di radicalizzazione politica. Non vedo altre vie di uscita. La questione è che solo uno dei due estremi si è organizzato, ed è il campo reazionario. I progressisti continuano a rimanere legati all’idea di un patto di normalità che regola la vita politica nazionale. Ma questo patto è già saltato. La politica nazionale non vive una situazione di normalità. E’ necessario tenerlo presente ed essere pronti.

Questa assenza di comprensione della realtà potrebbe spiegare il fatto che le manifestazioni spontenee dopo la norte di Marielle non si siano trasformate in qualcosa di più efficace ed organizzato?

Non esistono attori politici in Brasile capaci di estendere queste rivendicazioni e dargli un carattere generale rispetto alla situazione nazionale. La società vive una fase di grande effervescenza ma le manifestazioni sono tutte spontanee, como lo sono state lo scorso anno quelle contro il governo di Michel Temer e lo sciopero generale, che ha portato in piazza 35 milioni di lavoratori. Mancano però attori politici che riescano a sostenere nel tempo questa effervescenza sociale. I partiti sono in crisi e vivono una fase di degrado. C’è un deficit tremendo di organizzazione in tutto il paese. Tutta questa forza, enorme, viene dispersa.

In generale in Brasile momenti come questi hanno portato a soluzioni autoritarie. Esiste questo rischio oggi?

Sí, evidentemente. E’ importante per la sinistra prepararsi a tutte le possibili situazioni. Ogni volta che abbiamo vissuto una avanzata autoritaria, la sinistra è sempre stata l’ultima ad abbandonare la speranza nello Stato democratico di diritto. Stava ferma in attesa di qualcosa che non esisteva già più, mentre i reazionari organizzavano la via d’uscita autoritaria. E’ evidente oggi che questo fantasma è qui tra noi. Lo scorso anno, il generale Hamilton Mourão ha parlato in modo esplicito di un progetto di golpe militare e non è stato mai smentito dai suoi superiori. Stiamo vivendo una situazione sempre più tesa. Le elezioni, sappiamo, saranno una farsa, degna della Repubblica di Velha, dove si escludono i candidati che non si vogliono vittoriosi. Il patto minimo di democrazia non esiste più nel paese. Non è un caso che Temer ha appena dichiarato che nel 1964 non vi è stato un golpe militare, ma un movimento sostenuto dal popolo. La dichiarazione è anche falsa dal punto di vista storico. Studiosi dell’opinione pubblica dell’epoca hanno infatti dimostrano che João Goulart sarebbe stato il più votato alle elezioni presidenziali. Si tratta di una falsità che punta a trasformare in elezione popolare una decisione presa dalle elites (quella della dittatura militare del 1964, ndr). Questa dichiarazione di Temer non è per nulla strana nel contesto attuale.

Intervista di  Sergio Lirio a Vladimir Safatle, pubblicata lo scorso 28 marzo 2018 su Carta Capital. Discepolo di Bento Prado Junior, Vladimir Safatle è un filosofo.

I suoi lavori, dalla tesi di dottorato La pasión del Negativo: Lacan y la dialéctica (2006), si occupano dell’intrreccio tra filosofia e psicoanalisi. Ha scritto Cinismo y falencia de la critica (2008), Lo que resta de la dictadura: la excepción brasileña (con Paulo Arantes, 2010), Una izquierda que no teme decir su nombre (LOM, 2012) y El circuito de los afectos: cuerpos politicos, desamparo y el fin del individuo (2015) e Solo un esfuerzo más (2017 ).

Tratto dal blog LOBO SUELTO, traduzione in italiano a cura della redazione di DINAMOpress.

fonte pressenza.com

Autore Alberto Cacopardi 
Oggi, 21 marzo 2018, equinozio di primavera, il capo della Polizia della Repubblica Italiana ha pronunciato una flagrante menzogna davanti alla stampa, ai media e a tutto il popolo italiano.
Franco Gabrielli stava manifestando la sua alta indignazione per le parole del sostituto procuratore generale di Genova Enrico Zucca, già pubblico ministero al processo per le torture della scuola Diaz, il quale, davanti alla madre di Giulio Regeni, aveva osato sostenere che è difficile pretendere che l'Egitto ci consegni i suoi torturatori, quando noi teniamo i nostri torturatori ai vertici della polizia.
Zucca si riferiva al fatto che diversi responsabili di quei tristi e indimenticabili episodi, pur essendo stati riconosciuti colpevoli e condannati per i loro misfatti, sono stati reintegrati nelle loro funzioni e addirittura promossi a posizioni di alto livello nella Polizia di Stato, non appena scaduti i termini dell'interdizione dai pubblici uffici conseguente alle condanne penali.

Fonte Primaonline

Riccardo Luna sta indagando su chi in Italia ha usato i servizi dì Cambridge Analytica e dice di essere “vicino alla soluzione”. Intanto ha fatto interessanti ricostruzioni su vecchi e nuovi protagonisti degli studi delle
Dinamiche Comportamentali che hanno l’obiettivo di studiare il funzionamento dei comportamenti di massa e come manipolarli.
Pubblichiamo qui di seguito il pezzo di Riccardo Luna uscito sull’Agi, di cui è direttore.

Il 17 marzo  Facebook ha deciso di oscurare sulla sua piattaforma Cambridge Analytica , la società dati britannica che ha aiutato il presidente Donald Trump durante le elezioni del 2016. La decisione e’ stata presa dopo gli articoli pubblicati sul New York Times e sul Guardian che raccontano della piu grande fuga di dati nella storia di Facebook che ha permesso a  Cambridge Analytica di sviluppare tecniche che hanno costituito la base del suo lavoro sulla campagna presidenziale di Donald Trump nel 2016.

L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE PRIMAONLINE

 

«Apprendiamo con grande sconcerto e preoccupazione dell’intenzione di istituire un osservatorio per monitorare l’attività dei media locali. E non è la prima volta che sindacato e Ordine sono costretti a occuparsi di intimidazioni, esplicite o velate, fatte a chi si occupa di informare i cittadini sul processo ‘Aemilia’», commentano i vertici regionali e nazionali degli enti di categoria.
 

«Apprendiamo con grande sconcerto e preoccupazione dell’iniziativa intrapresa dalla Camera Penale di Modena di istituire un osservatorio per monitorare l’attività dei media locali sui temi di cronaca e politica giudiziaria sostenendo che l’analogo Osservatorio nazionale dell’Unione delle Camere Penali, dopo un’approfondita indagine, è giunto alla conclusione che spesso l’informazione ‘diventa strumento dell’accusa per ottenere consensi e così inevitabilmente condizionare l’opinione pubblica e di conseguenza il giudicante’». Lo affermano, in una nota congiunta, la presidente dell’Aser, Serena Bersani, il segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso, il presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna, Giovanni Rossi e il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna.«La Camera Penale di Modena – spiegano – fa esplicitamente riferimento al processo ‘Aemilia’, in corso da oltre un anno a Reggio Emilia, che per la prima volta ha alzato il velo sulle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna, per decenni sottovalutate. E lo fa proprio in concomitanza con un’udienza dello stesso processo in cui un pentito ha rivelato che, tra i progetti degli ‘ndranghetisti in Emilia, c’era anche quello di uccidere un giornalista scomodo. Notizia che pare non aver toccato in maniera altrettanto significativa la sensibilità degli avvocati». ...continua a leggere "Modena, la Camera Penale vuole mettere sotto osservazione il lavoro dei giornalisti. Fnsi e Odg: «Iniziativa inquietante»"

FONTE FIOM.CGIL.IT 

 

 

Ecco a che punto siamo come pianeta nel 2018: dopo tutte le guerre, le rivoluzioni e i summit internazionali degli ultimi cento anni, viviamo in un mondo dove un gruppo minuscolo di individui incredibilmente ricchi può esercitare un controllo spropositato sulla vita economica e politica della comunità globale.

Nonostante sia difficile da capire, la verità è che le sei persone più ricche del mondo adesso possiedono più ricchezza della parte più povera della popolazione mondiale – 3,7 miliardi di persone. Inoltre, l’1% più benestante adesso ha più soldi del restante 99%. Nel frattempo, mentre i miliardari ostentano la loro ricchezza, quasi una persona su sette cerca di sopravvivere con meno di un dollaro e 25 al giorno e – orribile – circa 29.000 bambini muoiono ogni giorno per cause totalmente prevedibili come la diarrea, la malaria e la polmonite.

Al contempo, in tutto il mondo élite corrotte, oligarchi e monarchie anacronistiche spendono miliardi nelle stravaganze più assurde. […] In Medio Oriente, che vanta cinque dei dieci monarchi più ricchi al mondo, giovani reali fanno la bella vita in giro per il mondo mentre la regione soffre per il tasso di disoccupazione giovanile più alto del mondo e almeno 29 milioni di bambini vivono in povertà senza avere accesso ad alloggi decenti, acqua pulita e cibo nutriente. Inoltre, mentre centinaia di milioni di persone vivono in condizioni terribili, i mercanti d’armi diventano sempre più ricchi mentre i governi spendono migliaia di miliardi in armi.

...continua a leggere "Padroni del mondo di Bernie Sanders"

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

La miseria continua a crescere nel nostro paese.
La Caritas denuncia che solo a Roma i nuovi poveri sono 16.000, ALTRE 16.000 persone finite in strada.

Tra questi, anziani e bambini e tanti bambini con disabilità e ad essere colpito è soprattutto quel ceto medio composto da diplomati che mai avrebbe pensato solo pochi anni fa di subire questa sorte.

Persone assolutamente inserite nel tessuto sociale che sono finite così, in particolar modo per la perdita dell’occupazione.
Gli anziani a rischio, sempre solo a Roma, sono 1 su 3.
Per non parlare del precariato che equivale a vivere sulla porta della miseria assoluta.

Il dato più agghiacciante è quello dell’emergenza abitativa, una piaga cancrenosa che ha colpito tutta Italia ma che particolarmente a Roma è drammatica.
Sono circa 30.000 le famiglie coinvolte.
A Roma gli sfratti sono di circa 7-8000 l’anno.
Le richieste di casa popolare, circa 10.000.
L’offerta circa 1000.

 

Ma la miseria di chi è diventato povero è unicamente riconducibile alla miseria di un sistema politico che, pur definendosi di sinistra anticapitalista e antiliberista, continua e continuerà a NON farsi carico del problema.

 
Anche questa è di fatto un’emergenza, viste le condizioni del paese.
La miseria della classe politica rappresenta perciò l’altra faccia della medagli dell’emergenza. ...continua a leggere "L’EMERGENZA DELLA MISERIA E LA MISERIA DELLA POLITICA"

Google ha trasferito 15,9 miliardi di euro a una società di comodo nelle Bermuda nel 2016, risparmiando così miliardi di dollari in tasse quell’anno. Lo ha riferito l’agenzia Bloomberg, citando i documenti normativi olandesi.

L'articolo continua alla fonte PRIMAONLINE

fonte  comune-info

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di Marco Bersani*

Entro il 31 dicembre di quest’anno gli Stati che nel 2012 avevano sottoscritto il Fiscal Compact (deficit strutturale annuale delle amministrazioni pubbliche inferiore allo 0,5% del Pil, obbligo di ridurre il rapporto debito/Pil di un ventesimo ogni anno fino a portarlo al di sotto del 60%) dovrebbero decidere se incardinare l’accordo all’interno del diritto europeo, determinandone di fatto la prevalenza sulla legislazione nazionale.

Logica avrebbe voluto che tale decisione fosse presa da ogni Parlamento di ogni Stato che aveva a suo tempo approvato il Fiscal Compact. Così non sarà: non si prevede infatti nessuna discussione democratica all’interno delle istituzioni elettive, bensì l’inserimento della questione all’interno di una più ampia riforma dell’Eurozona che verrà inserita in una Direttiva del Consiglio Europeo da approvare entro la metà del 2019.

In un documento di 40 pagine, la Commissione Europea ha presentato in questi giorni le proprie proposte. Tre sono le novità previste. ...continua a leggere "Quando il nemico è la democrazia"

La novità del giorno è la proposta di Berlusconi: l'ex generale dei Carabinieri, il Sig.Gallitelli, come candidato alla Presidenza del Consiglio. Certamente il Sig. Gallitelli è uomo integerrimo e di valore e degno del massimo rispetto.  E' quanto meno sconfortante  comunque  per una qualsiasi forza politica, sia pure di centro destra,   proporre un ex generale già comandante di un Corpo separato dello Stato come candidato alla Presidenza del Consiglio. E' penoso  in termini politici perché dimostra la debolezza della politica del centro destra che va a richiedere il soccorso ad un ex militare per  rappresentare il paese. Questa scelta assume il profilo amaro e triste, un pò latino americano, della resa della dirigenza politica di centro destra e della società civile che intende rappresentare  che non riesce a trovare al proprio interno una rappresentanza e va a richiedere il soccorso a militari, sia pure in congedo.

Questa proposta segna la debolezza dei gruppi dirigenti del centro destra alla ricerca di una leadership nelle caserme o nei loro dintorni  e non nella società "borghese". Crediamo , in ogni caso, che l'Italia repubblicana e democratica abbia molte  risorse nella società e nella politica tali da non dovere scomodare un ex  Generale dell'Arma dei  Carabinieri.

Editor

Riferimento: Berlusconi: "Passato o futuro? Sono il presente". E lancia candidato premier, il generale Gallitelli

 

 

FONTE MICROMEGA

La carica delle Procure: redazioni e case private perquisite, l’ultimo caso è Nicola Borzi del Sole24Ore: autore di un’inchiesta sui soldi dei Servizi segreti.

di Giorgio Meletti, da il Fatto quotidiano, 22 novembre 2017

Una serie di decisioni illegittime di diverse procure della Repubblica stanno di fatto abrogando il segreto professionale dei giornalisti. Basta il semplice sospetto di una minima violazione di segreto d’ufficio e scatta la perquisizione per scoprire le fonti del giornalista. È una pratica più volte censurata dalla Cassazione e ancor più energicamente condannata da norme e sentenze europee. Eppure accade sempre più spesso.

FONTE PRESSENZA.COM

22.11.2017 - Rodolfo Schmal

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Cile: quello che è rimasto dalle elezioni
(Foto di Agencia UNO)

I risultati delle elezioni presidenziali e parlamentari cilene sorprendono anche se non dovrebbero. Ormai da tempo i sondaggi non sono più strumenti affidabili, per via della crescente astensione, dell’alto numero di indecisi man mano che si avvicinano le elezioni e della loro manipolazione da parte dei poteri di fatto.

L’astensione e l’indecisione sono dovute essenzialmente alla depoliticizzazione che si sta vivendo, in cui pare che la vita dei cittadini segua un percorso diverso dalla politica. Come se la politica non influenzasse le nostre vite, la direzione presa dalla nazione, come se non avesse importanza chi sono le nostre autorità. Ormai un’elezione non si basa su ideali o un’immagine di futuro, ma su quanto sia conosciuta una  persona. Si spiega così l’esplosione di candidati provenienti dal mondo dello spettacolo, molti dei quali sono stati eletti.

E’ la banalizzazione della politica. Dopo il cibo e i film spazzatura, adesso c’è anche una politica spazzatura, con una grande quantità di politici tutti uguali.

Il rischio che corriamo, come diceva a suo tempo Platone, è che disinteressandoci della politica finiremo per essere governati dagli uomini peggiori.

D’altra parte i sondaggi si sono rivelati sbagliati. Davano per vincitore Piñera, molto al di sopra del 40% e assegnavano alla candidata del Frente Amplio, Beatriz Sánchez, una tendenza in calo che l’attestava più o meno intorno al 10%. A partire dai sondaggi e in collusione con i mezzi di comunicazione di massa, si è fabbricato uno scenario del secondo turno con Piñera contro Guillier, pensando a una distanza di oltre 20 punti tra di loro. Tuttavia i cittadini, o almeno molti di quelli che hanno votato, non si sono lasciati influenzare dai sondaggi e hanno smentito le previsioni.

In termini di aspettative, Piñera è stato sconfitto perché non ha ottenuto il risultato sperato e ora dovrà fare i salti mortali per arrivare al 50% e vincere al secondo turno. I voti di Kast non gli basteranno. Dovrà muoversi verso l’estrema destra e verso il centro, una specie di missione impossibile.

Dall’altra parte Guillier non può presentarsi come trionfatore, visto che è arrivato secondo, ma i risultati gli  permettono di vedere la luce alla fine del tunnel: la distanza da Piñera infatti non è grande come si pensava e c’è tutta una parte del Frente Amplio da conquistare, che non vuole Piñera presidente. Neanche per lui sarà facile, però. Non potrà avere intenzioni occulte.

Il 20% del Frente Amplio permette ai suoi dirigenti si collocarsi in una posizione alla pari con Guillier e i suoi. Queste conversazioni andranno fatte davanti al paese, riguardo a pochi temi specifici su cui si potrebbero stringere accordi chiari.

In ogni caso il nostro dramma è che abbiamo un paese diviso politicamente in due parti quasi uguali, con alcuni che vogliono mantenere il modello neoliberista individualista e competitivo in tutte le sue espressioni e altri che lo vogliono sostituire in modo radicale con un modello basato sulla solidarietà. Una metà lievemente superiore, corrispondente circa al 55% , aspira a quest’ultimo modello.

Finora si è tentato senza successo di rompere questa semi parità. Per farlo sarebbe necessario un grande accordo nazionale che abbia come punti centrali l’istruzione, la sanità e le pensioni, da considerare un bene pubblico e non privato. Questo comporterebbe un grande sforzo nazionale per assicurare educazione e cure sanitarie gratuite e di buon livello e farla finita con i fondi pensione come sono concepiti attualmente.

 

 

FONTE POPOFF. CHE RINGRAZIAMO

di Leonardo Boff
a cura di Marina Zenobio

manifestazione contro Temer Brasile 705

Lo scorso 28 agosto, in una intervista a Radio Itatiaia di Belo Horizonte, l’ex presidente brasiliano Inácio Lula da Silva ha “minacciato” che, se sarà necessario a non far vincere l’opposizione, per le prossime elezioni presidenziali del 2018 potrebbe scendere di nuovo in campo. “Sinceramente – ha dichiarato Lula – spero ci siano altre persone disponibili. Ma se l’opposizione pensa di vincere, se pensa che non ci sarà duello e che il Partito dei Lavoratori è finito, può essere sicura di una cosa, se necessario io entrerò in campo e lavorerò affinché l’opposizione non vinca le elezioni”.
Nonostante la condanna di primo grado per corruzione inerente all’inchiesta Petrobras, Lula alza il tiro ma l’opposizione sta già da tempo montando una campagna diffamatoria nei suoi confronti per distruggere il “mito” di Lula, campagna diffamatoria alla quale risponde, tra i primi, Leonardo Boff, teologo brasiliano, esponente della Teologia della Liberazione, corrente progressista della chiesa cattolica latinoamericana.
Popoff propone un articolo firmato da Leonardo Boff e pubblicato il 30 agosto scorso su Alainet, America Latina in Movimento.

***

Leonardo-Boff 145x145 La gravità della nostra crisi generalizzata ci fa sentire come una barca alla deriva, alla mercé dei venti e delle onde. Il timoniere, il presidente (Michel Temer, ndt) è accusato di reati, circondato da marinai-pirati per la maggiora parte (con nobili eccezioni) ugualmente corrotti o accusato di altri reati. E’ incredibile che un presidente, detestato dal 90% dei brasiliani, senza alcuna credibilità né carisma, voglia governare una barca alla deriva.

Non so se è ostinazione o vanità elevata ad un livello stratosferico. Tuttavia, impavido, continua ad essere lì, nel palazzo, comprando voti, elargendo benefici, corrompendo chi è già corrotto per evitare che rispondano, davanti al STF (Supremo Tribunale Federale, ndt), alle dure accuse di cui è imputato. Praticamente è prigioniero di sé stesso perché, dovunque appaia in pubblico, presto arriva il grido “Fuori Temer”.

E’ una vergogna internazionale essere arrivati a questo punto, dopo aver conosciuto l’ammirazione di tanti paesi per le coraggiose politiche in favore della gran maggioranza dei poveri, grazie ai governi progressisti di Lula e Dilma.

La diffamazione, sostenuta da gruppi legati all’establishment internazionale che vogliono allineare tutti alle loro strategie, può cercare di demonizzare la figura di Lula e di annullare il merito dei benefici che l’ex presidente ha dato ai diseredati del paese. Ma non riusciranno ad arrivare al cuore del popolo […] perché nonostante gli errori e gli equivoci, è innegabile che Lula ha sempre amato i poveri ed è stato sempre dalla loro parte. Più che il pane, la luce, la casa, l’accesso all’istruzione tecnica o superiore, lui ha restituito la dignità; ora siamo persone non più condannate all’invisibilità sociale.

...continua a leggere "IL TEOLOGO LEONARDO BOFF DIFENDE LULA, CHE POTREBBE SCENDERE IN CAMPO ALLE PROSSIME PRESIDENZIALI, E ATTACCA IL GOVERNO TEMER DEFINENDOLO “VENDEPATRIA”"

La redazione di Onde Corte ritiene importante rendere pubblici e diffondere Comunicati e Documenti interessanti anche quando non ne condivide  pienamente o parzialmente i contenuti.

FONTE INDIPENDENZA E COSTITUZIONE

Comunicato stampa

Attacco a Gheddafi: serve un dibattito parlamentare per mettere sotto processo Napolitano e Berlusconi in quanto non hanno tutelato l’interesse nazionali e hanno violato la Costituzione.

La lettera aperta ai Parlamentari: “Di chi è la colpa dell’invasione? ” nella quale Indipendenza e Costituzione, Riscossa Italia, Risorgimento Socilialista chiedevano un dibattito sulla mancata opposizione e la partecipazione all’attacco poi alla Libia è stata ripresa da alcuni esponenti politici ed ha aperto la discussione.

Le dichiarazioni contraddittorie di Berlusconi, Napolitano ed altri ministri dell’epoca avvalla la necessità di fare chiarezza a livello istituzionale. È ora che questo Parlamento abbia un sussulto di dignità e di verità. Infatti, come tutti possono ben vedere, la colpa di quanto accade: il carico di dolore e di morti, i soldi spesi ed i fallimenti di Mare nostrum, Frontex, Sophia nascono proprio dalla distruzione della Libia perpetrata da Francia, Inghilterra, Usa, Italia. Le stesse confuse scelte di questi giorni sono testimonianza di quegli errori. ...continua a leggere "Attacco a Gheddafi: serve un dibattito parlamentare …."

 fonte NUOVATLANTIDE

di Luca Billi, 28 luglio 2017

Hanno abolito i vitalizi! Evviva, evviva. Il popolo applaude alla distribuzione delle brioches; peraltro avariate.
Noi che abbiamo votato NO al referendum del 4 dicembre per difendere i valori fondanti della nostra Costituzione e in particolare il principio della centralità del parlamento, oggi non possiamo essere soddisfatti, perché questa legge è figlia della stessa ideologia perversa su cui era impostata la modifica costituzionale su cui fortunatamente i cittadini hanno espresso, a larga maggioranza, il loro giudizio negativo.
Questa legge, approvata con una così larga maggioranza parlamentare e su cui c’è un consenso così ampio nell’opinione pubblica, dimostra quanto quella vittoria fosse fragile, perché tanti di quei NO, probabilmente la maggioranza, furono semplicemente voti contro Renzi e il pd, contro il governo, contro la politica, contro la “casta”, furono voti che non entravano nel merito della questione. Non erano voti per difendere la Costituzione e i suoi principi, e purtroppo in questi mesi non siamo riusciti a far crescere un movimento che continuasse e facesse crescere quella fondamentale battaglia politica ed etica.

...continua a leggere "Hanno tolto i vitalizi. Evviva?"

 FONTE PRESSENZA.COM

21.07.2017 - Amnesty International

Turchia: aumentano le pressioni internazionali per il rilascio dei difensori dei diritti umani
Il flash mob di giovedì 20 luglio a Roma con gli attivisti di Amnesty simbolicamente ammanettati davanti al Colosseo (Foto di Amnesty International italia)
Pochi giorni dopo il rinvio in detenzione preventiva di sei difensori dei diritti umani in Turchia, la Commissione europea si è aggiunta ai governi e ai leader mondiali, tra cui Angela Merkel, per chiedere il loro rilascio immediato e incondizionato.
 
Il 20 luglio un portavoce della Commissione europea ha chiesto il “rilascio immediato” dei sei difensori dei diritti umani, compresa Idil Eser, direttrice di Amnesty International Turchia.
 
Un’analoga richiesta è stata fatta dai governi di Germania, Usa, Francia, Belgio, Irlanda e Austria.

FONTE AGENZIA PRESSENZA.COM

03.07.2017 - Redazione Italia

Quest'articolo è disponibile anche in: Francese

Nuova Campagna internazionale per la liberazione di Milagro Sala
(Foto di Magalí Buj)

Inizierà oggi, 3 luglio, alle 11 di mattina, ora di Buenos Aires, con una conferenza stampa di fronte alla Corte Suprema, la nuova campagna per chiedere a Mauricio Macri, dall’Argentina ma da anche da tutto il resto mondo, la liberazione di Milagro Sala e di tutti i dirigenti sociali della Tupac Amaru e di quelli delle altre organizzazioni incarcerati a Jujuy, a Mendoza e in varie province dell’Argentina. Alle 11 si lancerà la campagna di raccolta di firme digitali internazionali sul nuovo sito liberenamilagro.org

Contemporaneamente inizierà il “twiteazo” su Twitter con questi tweet suggeriti:

Basta de presos políticos en Argentina. Firmá la petición para pedir que #LiberenAMilagro http://www.liberenamilagro.com/
Frenemos la violación de derechos humanos en Argentina. Basta de presos políticos #LiberenAMilagro http://www.liberenamilagro.com/
Presidente @MauricioMacri, basta de presos políticos en Argentina #LiberenAMilagro http://www.liberenamilagro.com/
Hoy es Milagro. Mañana podés ser vos. Firmá la petición para que #LiberenAMilagro http://www.liberenamilagro.com/
Sumate a la campaña internacional para pedir que #LiberenAMilagro dirigente social argentina detenida ilegalmente http://www.liberenamilagro.com/
Con presos políticos no hay democracia. Firmá la petición para que #LiberenAMilagro http://www.liberenamilagro.com/
Firmá para exigir que #LiberenAMilagro y a todos los presos políticos en Argentina: http://www.liberenamilagro.com/
Milagro Sala, mujer, negra, indígena. Presa por luchar #LiberenAMilagro http://www.liberenamilagro.com/
Exigimos a la @CorteSupremaAR poner fin a la violación de DDHH en Argentina #LiberenAMilagro http://www.liberenamilagro.com/
Milagro Sala está detenida ilegalmente desde hace mas de 500 días. Firmá para exigir que #LiberenAMilagro http://www.liberenamilagro.com/
PS: il sito per twitter cambia perché il sito .org è stato definito spam da Twitter.

La data è stata scelta in coincidenza delle sessioni straordinarie della CIDH, la Comisión Interamericana de Derechos Humanos, in corso da oggi a Lima.

FONTE CONTROLACRISI.ORG

Sì definitivo dell'Aula della Camera al disegno di legge che introduce nell'ordinamento italiano il reato di tortura. Il testo è stato approvato alla Camera con 198 voti a favore, 35 contrari e 104 astenuti. A favore del testo hanno votato Pd e Ap. Contro Fi, Cor, Fdi e Lega. Ad astenersi sono stati M5S, Si, Mdp, Scelta civica e Civici e innovatori. 

A 30 anni dalla convenzione Onu contro la tortura e a 16 anni dai fatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto (per i quali l'Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo) arriva un testo controverso che lascia aperti ancora molti interrogativi. 

Vi proponiamo l'intervista al senatore Manconi pubblicata il 14 giugno scorso sul sito www.abuondiritto.it

Senatore Manconi, lei ha presentato il testo del disegno di legge il 15 marzo 2013. Che cosa è accaduto in questi 4 anni?
Si è messo subito in discussione il mio disegno di legge che si rifaceva nella sostanza alla Convenzione delle Nazioni unite. E soprattutto conteneva il senso più profondo che tutta la giurisprudenza e il diritto attribuiscono a un reato di tortura. Cioè il fatto che questo reato non sia misurabile sulla base dell’efferatezza, della crudeltà o dell’intensità delle sofferenze che infligge, bensì sulla sua origine. Questo è il nodo che nessuno vuol comprendere: non è un atto tra due individidui capace di produrre sofferenze fisiche o psichiche, ma è l’atto commesso e realizzato da chi detiene legalmente il potere di tenere sotto controllo un’altra persona. Questa parola “legalmente” è cruciale.

Mi faccia un esempio.
Spostiamoci su un campo meno abusato e parliamo di un caso classico di possibile tortura che ho seguito passo passo: la contenzione di 87 ore inflitta a Franco Mastrogiovanni ricoverato per un Tso. I medici e gli infermieri che avevano legato il maestro elementare ai quattro angoli del letto lo privavano della libertà legalmente. Oppure, per fare altri esempi, il poliziotto che porta in caserma il clochard lo fa legalmente, così come il poliziotto penitenziario che tiene in cella un detenuto. La tortura, quindi, nasce dall’abuso di potere legale. Se non si capisce questo, non si capisce nulla! La tortura, per intenderci, non è quella di Er Canaro contro l’usuraio, quella è un’altra roba.

Perché non si è capito tutto ciò in Senato?
Questa mia impostazione è stata sconfitta da un’alleanza, non così rara, tra componenti sinistriche e destriche. Le prime sono tornate a farsi sentire nel dibattito finale sostenendo testualmente che questo era più efficace come reato comune e non come reato proprio perché allarga il campo… Ma non è vero che se tu un reato lo puoi attribuire a più persone sia più figo! È una scemenza colossale. Dopo di che si rende ancora più impervia la possibibilità di identificarlo perché la Convenzione delle Nazioni unite parla di “ogni violenza” e qui diventano subito “le violenze”. Ancora: “le violenze” diventano “le violenze reiterate”. Quando nel luglio 2016 riuscimmo a far saltare quel “reiterate” salta anche la discussione. Quando riprende, al posto di “reiterate” troviamo le parole “più condotte”. Io ora arrivo a dire che “reiterate” sarebbe stato meglio di “più condotte” perché nel senso comune“reiterate” richiama una successione di violenze concentrate in uno stesso tempo che può essere più o meno lungo ma è lo stesso tempo. Invece, “più condotte” sembra persino estendere la violenza a più giorni, quindi la tortura c’è solo se e solo quando la condotta fatta oggi viene ripetuta.

Poi c’è la questione della violenza psichica.
Sì e questa cosa mi ha proprio turbato. Perché il trauma psichico, secondo la letteratura scientifica internazionale, non è qualcosa che si rileva con una tac, tanto più realizzata dopo tre anni. I processi di tortura si fanno dopo dieci, venti anni, ma cosa si può rilevare? Ho fatto una piccola ricerca e ho scoperto che la roulette russa, forse la più famosa tortura sotto il profilo dell’immaginario e dell’iconografia, non è rilevabile clinicamente.

Nella sua analisi del percorso travagliato della legge lei ha definito la classe politica italiana subalterna alle forze dell’ordine.
La penso proprio così. Qui si lavora per stereotipi. Se tu proteggi la polizia da qualsiasi tipo di imputazione, la devi proteggere tutta, come corpo, come istituzione. Da questo punto di vista, la classe politica è più arretrata di quanto lo siano le forze dell’ordine. Ricordo che ho accompagnato Ilaria Cucchi in una visita molto importante dal comandante generale dell’arma dei carabinieri Tullio Del Sette. In quel colloquio il generale riconobbe ciò che io vo dicendo e ho scritto, e cioè che se noi sanzioniamo i responsabili di tortura salviamo l’onore di quelli che responsabili di tortura non sono.

La storia di una legge sul reato di tortura è lunga. Il primo a proporla fu un comunista, Nereo Battello, nel 1989.
Era un garantista, amico di Massimo Cacciari, un rappresentante di una bella cultura politica di quegli anni e in quelle regioni, dove i comunisti non erano reazionari.

La Corte europea dei diritti umani sostiene che l’assenza di un reato di tortura dipende da un “problema strutturale” dell’Italia. Ma una politica che non riconosce i diritti umani, che politica è? Non le sembra che così si vanifichi tutto il resto?
Non è vero! Lo sa perché? Quello di cui stiamo parlando io e lei alla stragrande maggioranza di quella “roba” che si chiama opinione pubblica di sinistra, interessa pochissimo. A quella larga parte di opinione pubblica, ripeto, che si definisce di sinistra, interessa solo il caso Minzolini. È tutto qui, glielo giuro.

...continua a leggere "“Ecco perché questa legge sulla tortura non va bene”. Intervista a Luigi Manconi di Donatella Coccoli"

 FONTE MICROMEGA

Dopo aver tentato senza successo di riformare il Pd, l'ex ministro si è focalizzato sulla cittadinanza attiva: “Bisogna recuperare spazi di confronto e di democrazia nella società. Reclamarli, al limite occuparli perché è necessario l'antagonismo anche duro”. E questo weekend sarà a L'Aquila per il Festival della Partecipazione: “Solo dal basso può rinascere qualcosa ma i tempi saranno lunghi”. Pisapia? “Un progetto perdente”.

intervista a Fabrizio Barca di Giacomo Russo Spena

E' ancora iscritto al Pd ma il suo impegno politico è altrove. "E' la mia contraddizione personale" ammette, ridacchiando, Fabrizio Barca il quale, da mesi, trascorre il suo tempo nel capire, ed organizzare, le ragioni dell'associazionismo diffuso nel Paese. Sì, perché dopo aver fallito nel tentativo di riformare il Pd partendo dai circoli e dalla base del partito – tentativo spazzato via da Renzi e i suoi adepti – Barca intravede, adesso, nella cittadinanza attiva l'unico motore per un cambiamento possibile: "Nella società civile esiste quel giusto mix tra teoria e prassi. E da lì che può rinascere qualcosa". Non a caso, questo weekend sarà a L'Aquila per il Festival della Partecipazione – promosso e organizzato dal 6 al 9 luglio da ActionAid, Cittadinanzattiva e Slow Food Italia – dove terrà una lectio magistralis su "Disuguaglianze: cittadini organizzati, partiti, Stato”.

...continua a leggere "Barca: “Renzi ha fallito. Il cambiamento passa per la società civile”"

"Il cuculo non fa il nido. Non ne ha bisogno, dato che approfitta di quello degli altri. La femmina dopo aver scelto una covata, preferendo quelle dei passeracei, butta fuori un uovo e vi depone il suo, seguendo un perfetto copione. E’ un esempio di parassitismo assassino, dal momento che anche il cuculo appena nato, per non avere concorrenti, butta fuori dal nido i fratellastri, figli della madre adottiva che lo ha inconsapevolmente ospitato." ( fonte )

La metafora del cuculo è sovrapponibile a quanto è successo nel PD, dalla fondazione del Lingotto in poi.
Posso testimoniare che in tempi non sospetti, ben prima della resistibile ascesa del Renzi, già si avvertiva nell'aria la reciproca antipatia tra provenienti dalle fila del vecchio Pci e i nuovi margheritini... Per cultura sacrificale i provenienti più vecchi dal Pci invitavano alla pazienza, a fare trascorrere i tempi necessari per la "fusione" di due culture che si erano combattute per anni...
Il "cuculo" Renzi e il suo cerchio magico erano già all'opera per disseminare di uova i "nidi" della Toscana fino al "nido" centrale del PD.

...continua a leggere "Renzi e la metafora del cuculo …."

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n91-s.pdf

In questo numero:

Fare la sinistra, non solo per prendere i voti... per sopravvivere e rigenerarsi
di Roberto Mapelli

Dal Brancaccio inizia un nuovo percorso, non ancora un partito
di Luciana Castellina

D’Alema: «A sinistra è vietata la rottura, per tutti noi è l’ultima chiamata»
di Daniela Preziosi

Una sinistra che non c’è ancora, fondata sulla attuazione della Costituzione
Parla Anna Falcone, dopo l’assemblea del Brancaccio.

Buona lettura e diffondete!

***

PROSSIME INIZIATIVE DI PUNTO ROSSO
http://www.puntorosso.it/iniziative.html

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n89-s.pdf

In questo numero:

Il programma e una democrazia partecipata per riunire la sinistra
di Enrico Rossi

Il rischiatutto di Pisapia e la saggezza pragmatica
di Roberto Mapelli

Fare i conti col paese dell'ingiustizia
di Ciccio De Sellero

Buona lettura e diffondete!

***

Gentiloni e Trudeau

di Coordinamento Nazionale del MovES

Mentre impazza la discussione sull’obbligatorietà dei vaccini (che caso…) in Consiglio dei Ministri stanno per decidere le nostre sorti in merito al famigerato trattato CETA.

Nel silenzio generale dei media, a brevissimo, il Parlamento deciderà di consegnarci definitivamente al nuovo strumento dell’imperialismo americano, (importato con la mediazione del Canada): quello dei trattati di partenariato, dove i nostri diritti che dovrebbero essere generali e pubblici soggiacciono completamente sotto la forza dell’interesse privato e, quindi, del profitto.

In sordina sta per compiersi uno dei peggiori scempi della nostra possibilità di autodeterminarci.

...continua a leggere "CETA: IN MORTE DI UNA DEMOCRAZIA"

FONTE MICROMEGA CHE RINGRAZIAMO

“Continueremo ad essere richiamati dall’Onu”. Il presidente onorario di Antigonegiudica inefficace la legge appena votata in Senato: “La formulazione del reato è inadeguata e contraddittoria rispetto agli standard internazionali, alla prescrizione costituzionale, alle domande di giustizia delle vittime e alle attese dell’opinione pubblica”. Decisive le pressioni delle forze di polizia: “Sono una riserva di consenso essenziale per partiti e movimenti che si contendono voti principalmente in nome della sicurezza”.

intervista a Stefano Anastasia di Giacomo Russo Spena

“L’approvazione di una legge contro la tortura non può che essere una buona notizia ma...”. E i ma sembrano tanti e di una certa rilevanza. Almeno a sentire Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio e dell’Umbria, nonché  presidente onorario dell’associazione Antigone. Negli anni sono state organizzate decine di iniziative pubbliche e raccolte migliaia di firme insieme ad altre associazioni ed organismi per quella che è sempre stata considerata una battaglia di civiltà: l’introduzione di una legge sulla tortura nel nostro sistema giudiziario. Adesso restano i mugugni: “Se questa legge dovesse essere approvata definitivamente – afferma Anastasia – continueremmo a essere richiamati dalle Nazioni Unite per l’inadeguatezza della previsione legislativa”.

Dopo 28 anni, siamo vicini ad una legge che introduce il reato di tortura nel nostro codice penale. Che ne pensa?

Non solo sono passati 28 anni dalla ratifica della Convenzione Onu con cui l’Italia si è obbligata a introdurre il reato di tortura nel proprio ordinamento, ma non dobbiamo dimenticare che quest’anno festeggiamo il settantesimo anniversario della Costituzione repubblicana che, all’art. 13, comma 4, stabilisce che “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. Si tratta dell’unico obbligo di punire previsto dalla Costituzione, evidentemente motivato dalla storia e dalla sensibilità dei costituenti, che di violenze fisiche e morali sulle persone sottoposte a privazione della libertà ne sapevano – spesso – per esperienza diretta. Ciò detto, e riconosciuta l’importanza del passaggio parlamentare, dobbiamo però dirci che la formulazione del reato è inadeguata e contraddittoria rispetto agli standard internazionali, alla prescrizione costituzionale, alle domande di giustizia delle vittime e alle attese dell’opinione pubblica.

Quali sono i punti più controversi della legge appena approvata al Senato e che ora passerà a Montecitorio?

Il primo punto di critica non può che essere quella specie di peccato originale da cui è partito impropriamente il dibattito parlamentare: la definizione della tortura come reato comune, eseguibile da chiunque, e non come reato proprio, imputabile esclusivamente al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio. E’ vero che dal punto di vista tecnico il reato comune copre più fatti di quanti non ne copra il reato proprio, e potrebbe essere idoneo a perseguire anche privati che torturassero per qualsivoglia ragione altri cittadini, ma la rottura simbolica rispetto alla Convenzione delle Nazioni unite e al comune senso di giustizia è evidente: la preoccupazione degli organismi internazionali come della opinione pubblica più avvertita è di fugare finanche il pericolo che pubblici ufficiali o incaricati di pubblici servizi abusino della propria funzione per scopi illegittimi e contrari ai fondamenti dello Stato di diritto costituzionale, non certo di perseguire privati cittadini già ampiamente perseguibili a legislazione vigente.

Un testo stravolto a Palazzo Madama, tra l’altro...

Rotto l’argine simbolico, sono arrivati gli scivolamenti successivi. Su tutti, la pluralità delle condotte necessarie a realizzare il reato di tortura e la qualificazione del trauma psichico con la pelosa aggettivazione di “verificabile”, come se in giudizio non dovesse essere accertata ogni cosa. Fino alla surreale previsione che non sia punibile il fatto commesso nell’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti: che significa? Che il nostro ordinamento ammette pratiche di tortura? Se fosse così, andrebbero immediatamente espunte da leggi e prassi perché costituzionalmente illegittime. Se non è così, come penso, che bisogno c’è di prevedere questa causa di non punibilità?

Mi sta dicendo che secondo lei il Senato ha approvato una legge sulla tortura internazionalmente impresentabile, in cui la definizione del reato è in evidente contrasto con quanto imposto dalla Convenzione internazionale contro la tortura?

Sì, penso che sia proprio così. Penso che dopo decenni di richiami delle Nazioni unite sulla mancanza del reato di tortura nel nostro ordinamento, se questa legge dovesse essere approvata definitivamente, continueremmo a essere richiamati, da allora in poi per l’inadeguatezza della previsione legislativa.

Però, come sulla legge sulle unioni civili, è comunque un passo di civiltà. Non trova? Meglio un compromesso di nulla, o no?

A mezza bocca si ammette che il problema esiste, ma con l’altra metà lo si nega. Con tutti i suoi limiti, la legge sulle unioni civili ha consentito a centinaia di coppie omosessuali di essere riconosciute dallo Stato e di acquisire diritti. Quanto riuscirà questa proposta, se diventerà legge, a punire e a prevenire le violenze fisiche o morali sulle persone private della libertà lo vedremo.

Sta passando un concetto per cui una legge di questo tipo legherebbe le mani alle forze dell’ordine, impedendo di garantire sicurezza ai cittadini ...

La sicurezza dei cittadini non si garantisce lasciando mano libera a comportamenti violenti nei confronti delle persone fermate, arrestate o detenute. E non è solo questione di principio, è questione eminentemente concreta: se per garantire la sicurezza ammettiamo pratiche violente di polizia, riduciamo proprio la sicurezza dei cittadini, esposti a ogni abuso da parte delle forze dell’ordine. Si tratta di argomenti inaccettabili, che dovrebbero essere contestati e respinti proprio dagli appartenenti alle forze dell’ordine e dalle loro rappresentanze professionali e istituzionali: in questo modo la già discutibile, e troppo facilmente assolutoria, retorica della mela marcia lascia spazio a una sorta di chiamata in correità della stessa istituzione di polizia e di tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine, cosa che – se fossi uno di loro – non accetterei mai.

Quindi un’occasione mancata. E secondo lei c’è speranza di migliorare il testo alla Camera?

Temo di no: la legislatura sta scivolando verso la fine e, come tutte le legislature morenti, dà il peggio di sé, lasciando spazio solo a iniziative propagandistiche. Viceversa, per correggere questa legge servirebbe onestà intellettuale e il coraggio necessario a combattere atteggiamenti retrivi che si annidano nelle forze dell’ordine e che fanno leva su discutibili sentimenti popolari. Ma nella campagna elettorale di fatto già in corso queste qualità morali appaiono quantomeno accantonate.

Se pensiamo al codice penale militare di guerra o alla Magna Carta inglese, in entrambi e in pochissime righe il concetto di tortura e maltrattamento è molto chiaro. Perché da noi invece nel dibattito sul reato di tortura si cerca di introdurre compromessi e mediazioni? Chi ha paura di introdurre una legge così di civiltà?

“Chi parla male, pensa male”, diceva Michele Apicella, l’alter ego di Nanni Moretti in Palombella Rossa. Le contorsioni linguistiche del Parlamento sono un effetto diretto della mancanza di volontà di riconoscere la tortura per quello che è, di prevenirla e di punirla quando dovesse essere illegittimamente praticata. Qualche tempo fa Luigi Manconi – primo firmatario della proposta, originariamente ispirata alla Convenzione Onu, che ora coerentemente disconosce e non approva – scrisse della paura che il ceto politico ha delle forze di polizia, temendone l’autonomia e l’insubordinazione. Non so se è proprio così, certo è che le forze di polizia – in quanto responsabili della pubblica sicurezza – costituiscono una riserva di consenso essenziale per partiti e movimenti che si contendono voti principalmente in nome della sicurezza.

Il procuratore generale ha riconosciuto che il caso Cucchi è stato un caso di tortura. Ma ci sono anche le morti di Uva, Aldrovandi e tante altre. Le famiglie, oggi, quanto sono state abbandonate, e prese in giro, dallo Stato?

Ogni caso è un caso a sé e faremmo torto ai non pochi investigatori, pubblici ministeri e giudici che hanno fatto il possibile e l’impossibile per arrivare a un giudizio di responsabilità sui fatti sottoposti alla loro attenzione se dicessimo che lo Stato ha abbandonato o preso in giro tutti. Non è così, ma dobbiamo anche essere consapevoli che indagare e giudicare le responsabilità di appartenenti alle forze di polizia è terribilmente difficile anche per la vicinanza oggettiva che c’è tra gli uni e gli altri, tra investigatori, magistrati e indagati. Dobbiamo esserne consapevoli e dobbiamo ricordarcene. Oggi e quando la legge (qualsiasi legge) sarà approvata resterà il problema di farla applicare, vincendo le resistenze culturali e le vere e proprie connivenze che possono annidarsi anche negli apparati dello Stato.

(19 maggio 2017)

di Vincenzo Vita

fonte ilmanifestobologna.it

Si è celebrata la giornata mondiale per la libertà di stampa, promossa dalle Nazioni unite nel 1993. Si grida all’effimero successo in Italia, perché si è passati dal 77° al 52° posto nella classifica annuale di “Reporters Sans Frontières”, ma il quadro delle concentrazioni editoriali (da Mondazzoli, a Gedi: il super gruppo Repubblica, Stampa, Secolo XIX, al controllo governativo sulla Rai, al vecchio trust Mediaset, all’affare Vivendi) e del precariato dilagante non fa ben sperare. Interferenze, interventi a gamba tesa divengono regola e non eccezione. Qui lo scontro per lo meno si ferma alle parole e agli editti censori. In numerose aree del mappamondo testate indipendenti, giornalisti ed operatori dell’informazione sono a rischio anche fisico e il carcere è la pratica consueta e crudele dell’amputazione di un diritto fondamentale: a parole in cima alle convenzioni internazionali e alle Costituzioni, nei fatti negato.

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FONTE PRESSENZA.COM

12.05.2017 - Redacción Argentina  di Pressenza.com 

Il Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrarie ha incontrato Milagro Sala
(Foto di Tupac Amaru)

Ieri, 11 Maggio, nel corso del primo giorno della sua  permanenza a Jujuy, una delegazione del Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrarie dell’ONU ha visitato il carcere femminile di Alto Comedero e si è riunito con  Milagro Sala. Più tardi, in una riunione con membri della società civile, il presidente Sedonji Roland Adjovi ha confermato che l’Opinione 31 del 27 Ottobre 2016, che ordina allo Stato Argentino l’immediata liberazione della deputata del  Parlasur, non è soggetta a revisione e che è una risoluzione presa e che lo scopo del viaggio è quello di valutarne il compimento da parte del governo.

Nell’incontro con le detenute si sono denunciate le torture, l’utilizzo di celle di punizione e la perenne persecuzione di cui è oggetto Milagro Sala. Anche Mirta Aizama, Gladys Diaz, Mirta Guerrero e Graciela Lopez hanno denunciato le condizioni di detenzione facendo vedere ai membri della commissione come siano stati cambiati i materassi a tutte le detenute proprio ieri, prima della visita.

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Ringrazio Vincenzo Comito per avere affidato a Onde Corte questo importante  saggio sul lavoro che propone una rappresentazione puntuale delle criticità e delle prospettive del lavoro nel mondo prossimo venturo. Per ora prevalgono  molte domande senza una risposta: è da questi interrogativi  che occorre ripartire. La ricostruzione di una sinistra riparte dalla sfida ad affrontare il  nodo inestricabile tra la svalorizzazione del lavoro,  l'incremento di un numero enorme di persone destinate ad essere "eccedenti" ,   e il bisogno sempre più  difficile da realizzare di  una occupazione duratura in grado di consentire a milioni di persone di realizzare un progetto di vita dignitoso . Il saggio  di Vincenzo Comito ci consegna l'opportunità di aprire su Onde Corte un confronto "senza rete"  sui temi del lavoro.

Gino Rubini, editor di Onde corte 

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Vincenzo Comito

Note sulla situazione e sulle prospettive del lavoro nel mondo

1.premessa

Il mondo del lavoro sta affrontando delle grandissime trasformazioni in tutto il mondo, trasformazioni che dovrebbero, secondo tutte le previsioni, anche accelerare e di molto nei prossimi anni. Le note che seguono, lungi dal tentare di analizzare il quadro complessivo di tali mutamenti a livello mondiale, regionale, nazionale, settoriale, cercano di individuare soltanto alcune delle tendenze in atto e di immaginare alcune di quelle future, seguendo in particolare il grande dibattito in corso sul tema ai due lati dell’Atlantico, dibattito che, in particolare su alcuni punti, è ben lontano dal raggiungere conclusioni unanimi.

L’autore di queste note, peraltro, preciserà il suo punto di vista sulla materia, abbastanza pessimistico almeno in presenza di una sostanziale inerzia di intervento da parte dei governi in particolare europei, o anche di loro azioni maldestre, come sembra in qualche modo plausibile pensare sulla base anche di quanto si è visto sinora.

Le note si concentrano sui mutamenti quantitativi del lavoro nella prima parte del testo e su quelli qualitativi nella seconda, anche se mantenere una distinzione netta tra i due temi appare certamente difficile. Seguiranno delle brevi conclusioni sul che fare, vasto campo di analisi ancora molto poco esplorato per ragioni anche, ma non solo, oggettive.

Molte delle considerazioni delineate nel testo sono tratte da un recente libro dell’autore e da un articolo sullo stesso soggetto di poco posteriore (Comito, 2016, a e b); esse sono integrate da diverse informazioni sulle novità nel frattempo maturate e da un arricchimento ed approfondimento di alcune idee precedenti sempre da parte dell’autore.

2.L’avvento dei robot

2.1.aspetti generali

Stefan Zweig, un grande intellettuale austriaco che ha operato tra le due guerre mondiali, costretto a lasciare l’Europa negli anni trenta a seguito dell’avvento del nazismo, si trasferì nella Americhe e trovò in particolare rifugio per un certo tempo in Brasile. Colpito dalle bellezze del paese e dalle sue ricchezze potenziali egli dichiarò ad un certo punto che il Brasile era il paese del futuro. Ma, ahimè, la previsione non si è poi avverata (stava forse in qualche modo per farlo durante il governo Lula) e ancora oggi laggiù si può soltanto sperare nel futuro.

Qualcosa di simile sembrava sino a poco tempo fa stesse accadendo all’industria della robotica. Già negli anni settanta del Novecento si pensava che le macchine avrebbero avuto una grande diffusione; esse avrebbero trasformato fortemente i modi di produzione ed avrebbero rimpiazzato per una larga parte il lavoro umano.

Ma per molti decenni la previsione non si è in alcun modo avverata e il settore ha avuto a lungo solo una moderata espansione nel mondo. Da noi è rimasto nella memoria, tra l’altro, il caso di una grande fabbrica italiana del gruppo Fiat nella quale diversi decenni fa si era tentata una automazione sostanzialmente totale degli impianti produttivi, che era sostanzialmente fallita; si dovette tornare a impiegare largamente il lavoro umano.

Ma ora le cose stanno cambiando decisamente.

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Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n84-s.pdf

In questo numero:

Il più grande sciopero nella storia del Brasile
a cura di Teresa Isenburg

Enrico Rossi sulle primarie: “Il Pd s’è perso la sinistra, a quel popolo che non ha più una casa dico: Vi aspettiamo”
Intervista di Gabriella Cerami

“La sinistra torni a fare la sinistra, sto con Articolo Uno”
di Jonathan Rimicci, operaio

Il giornale prima di tutto Il ricordo di Valentino Parlato.
di Luciana Castellina

Buona lettura e diffondete!

***

E' uscito il numero 2 della RIVISTA di Punto Rosso - Lavoro 21

http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-rivista-numero2-s.pdf

fonte UNIMONDO.ORG  CHE RINGRAZIAMO 

Oggi, 3 Maggio, è la giornata mondiale per la libertà di stampa e sembra più che mai fondamentale celebrarla. Dedicando qualche riga a ricordare i problemi per la libertà dei media e dei giornalisti oggigiorno, le difficoltà per la libera espressione giornalistica sembrano essere sulla cresta dell’onda. Per citarne un paio: crescono gli attacchi fisici e verbali, e gli arresti, verso i giornalisti che seguono temi critici e cresce l’ingerenza dei governi e delle grandi multinazionali dell’informazione sulla circolazione, soprattutto digitale, delle notizie.

Di recente i maggiori media italiani si sono ricordati della situazione problematica per la libertà di stampa, a livello internazionale e domestico, in seguito al caso Del Grande- giornalista italiano arrestato (e ora rilasciato) in Turchia- e al recente report di Reporters Without Borders, che riprende l’Italia per la violenza fisica, verbale e psicologica esercitata contro i giornalisti “scomodi”. Ma andiamo con ordine.

...continua a leggere "Buon compleanno libertà di stampa !"

 

 

 

 

Il 29 aprile si è svolta a Berlino una manifestazione contro la fusione Bayer Monsanto. Una manifestazione piccola, non più di 500 giovani e ragazze, studenti universitari o delle scuole superiori.
I media affrontano la vicenda complessa delle trattive per la fusione soltanto dal punto di vista economicista. Non una parola viene spesa dai giornali e dai media per quanto riguarda i futuri impatti per l'ambiente e per la salute delle popolazioni.
Sugli aspetti di rischio per la salute rinviamo ad alcuni articoli in rete l'approfondimento. Riteniamo invece importante sottolineare che questo tema sollevato dai ragazzi e dalle ragazzine del corteo di ieri sia di grande rilevanza.

Elenchiamo alcuni articoli d'informazione ed approfondimento sul tema

Fusione Bayer-Monsanto, un disastro da evitare per l’agricoltura mondiale

PROTESTE A BRUXELLES CONTRO LA FUSIONE BAYER-MONSANTO

FONTE PRESSENZA.COM

Per una rete di informazione nonviolenta

29.04.2017 - Redazione Italia

Per una rete di informazione nonviolenta
(Foto di Cesare de Stefano via Flickr)

Durante la riunione della redazione di Pressenza, pochi giorni fa, abbiamo dibattuto con vari amici sul tema di come dare risposta a un sistema mediatico (il coriddetto mainstream) che sta diventando in molti casi sempre più orientato dalla propaganda, cercando di imporre un modello basato sul nichilismo, sul profitto, la legge del più forte e, in sintesi, la violenza.

Ci siamo riletti questo materiale che avevamo elaborato tempo fa e che riprodiuciamo qui sotto e che vuol essere una specie di manifesto per costruire, con più forza, quella rete che già esiste tra media, associazioni, comitati di base, gruppi di pressione ecc ecc, diversi ma accomunati dalla volglia di cambiare il mondo con mezzi nonviolenti.

Chi è interessato a lavorare con maggior forza in questo senso ce lo faccia sapere a redazioneitalia@pressenza.com

 

DARE VOCE AD UN NUOVO MONDO

Per una rete di informazione nonviolenta

 

In quest’epoca di caos sistemico e sociale, esiste un mondo che non ha voce e che non trova spazio espressivo. Il vecchio mondo delle violenza (economica, sociale, mediatica, interpersonale) è andato via, lasciando i suoi strascichi; il nuovo mondo si esprime e cresce ma non trova ancora il suo spazio. I media tradizionali credono ancora di essere il famoso quarto potere ma sono sempre più al servizio della speculazione finanziaria e di quel modello socio-culturale costruito da una minoranza accentratrice ed affarista.
In tale scenario, allo stesso tempo, esiste una tendenza informativa e mediatica: un’altra-voce, un nuovo modello che è iniziato dalle prime radio libere, dai fogli di quartiere e da altre forme di divulgazione di prossimità e oggi, è cresciuto consolidando un nuovo concetto di informare e fare informazione, grazie all’avvento di Internet e delle Reti sociali.

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Fonte ALFABETA2.IT che ringraziamo

Populismo 2.0 e populismo oligarchico

Pubblicato il · in alfapiù, libri · 1 Commento

Lelio Demichelis

the-new-populism-1482659671-9641Forma politica ambigua e scivolosa, il populismo. Trionfa nei periodi di crisi economica e sociale, quando la democrazia implode su se stessa divenendo non-democrazia e tecnocrazia. Cancella le mediazioni e la società civile, ritenendole inutili e promuovendo una rappresentanza verticale e leaderistica. Non ha un’ideologia se non quella del né di destra né di sinistra (la peggiore).

E allora, qui ci si dichiara subito non populisti, anzi: anti-populisti, anche quando il populismo si propone come di sinistra. Perché il populismo semplifica e verticalizza, mentre abbiamo bisogno di un pensiero complesso e orizzontale. Perché al popolo indistinto ed eterodiretto (folla, massa, moltitudine?) preferiamo una ‘società di cittadini’ e l’idea di cittadinanza (sia pure rivista e corretta). Perché ogni populismo è sempre e strutturalmente massificante e deresponsabilizzante (bisogna rileggere Massa e potere di Elias Canetti e oggi Il capo e la folla, di Emilio Gentile) oltre a essere esso stesso una teologia politica (parafrasando Carl Schmitt: anche tutti i concetti e le pratiche del populismo sono concetti e pratiche teologiche secolarizzate ), portato a omologare e a far sciogliere ciascuno dentro l’Uno/Tutto del popolo - o del leader che lo rappresenta e che lo usa. Perché il populismo, conseguentemente, è una forma di ‘potere pastorale’ (direbbe Michel Foucault) e quindi religioso (nel legare gli esclusi, gli impoveriti e i deprivati al pastore-populista) che da laici è impossibile accettare; perché il populismo – e il neopopulismo di questi ultimi anni - gioca sulla contrapposizione del basso (il popolo) contro l’alto (le caste, il potere, le oligarchie, l’Euro, la globalizzazione), dimenticando che oggi il potere (il biopotere del tecno-capitalismo) è diffuso, orizzontale e trasversale, è diventato una forma di vita, per cui non basta opporsi all’alto in nome del basso (che tende a restare tecno-capitalista), ma occorre un discorso di-verso.

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Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n83-s.pdf

In questo numero:

Portella delle ginestre
di Ignazio Buttitta

“Il governo trovi le risorse perché Alitalia continui a volare”.
Pressing di Articolo 1 su Gentiloni e Calenda

“Una sinistra dall'identità forte è in grado di contenere le spinte a destra”
Intervista a Massimo D'Alema

Sciopero generale in Brasile
a cura di Teresa Isenburg

Turchia. La vostra Resistenza ispira la nostra lotta contro la dittatura
Di Hişyar Özsoy

Buona lettura e diffondete!

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E' uscito il numero 2 della RIVISTA di Punto Rosso - Lavoro 21

http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-rivista-numero2-s.pdf

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SUL NUOVO SITO DI PUNTO ROSSO

QUALI DIRITTI PER IL LAVORO IN EUROPA?
Milano, sabato 22 aprile - ore 10-16 - Casa della Cultura

Puoi vedere il convegno e le interviste ai relatori:
http://www.puntorosso.it/convegni.html

fonte  NUOVATLANTIDE.ORG  che ringraziamo

di Alfredo Morganti – 25 aprile 2017

Il suo ghostwriter ha 27 anni. Il suo stratega 29. Il coordinatore della sua campagna appena 24. Macron è l’uomo nuovo, ed è al vertice di una cordata di collaboratori nemmeno trentenni. È bene, è male? Dite voi. Va pure detto che è un uomo senza partito, o almeno con un partito personalissimo, praticamente cucito indosso. Ha un programma molto vasto, di cui si tratterà di capire le priorità, come ha già evidenziato D’Alema. Mettere in un calderone tutto, anche cose buone, non vuol dire nulla, bisogna vedere da dove si parte. Al primo turno ha raccolto meno di un quarto dei voti. Secondo Marc Lazar, si è già trattato di voto utile, prodotto nel timore che la sua avversaria potesse prevalere da subito, anche al primo turno. Pare che sia stato votato in massima parte per il programma, a differenza degli elettori di Le Pen, che hanno scelto lei con convinzione. Macron prende voti nelle grandi città, nei territori più prosperi e coesi, tra le professioni e le eccellenze. Il suo elettorato è soprattutto di centrosinistra, ma, dice sempre Lazar, dovrà cercare voti a destra al secondo turno. Le Pen, al contrario, prende voti nei ceti popolari, nella Francia dove la crisi morde di più, nei territori più svantaggiati. Mélenchon invece ha sfondato tra i giovani di 18-24 anni, dove è stato primo. Se questa è la geografia del voto, donde tanto ottimismo?

Tant’è che lo stesso Lazar oggi su ‘Repubblica’ avanza qualche dubbio, e a ragione. Non c’entrano il fascismo e l’antifascismo, o almeno non bastano a spiegare la fenomenologia possibile del voto. Le ragioni sono altre, sociali, legate alla crisi, alle divaricazioni sociali, territoriali, al disagio diffuso, alla provincia che guarda in cagnesco i ceti urbani. Insomma, nessuno si porta da casa nulla, tanto più in una situazione di tale marasma politico. Ripetiamolo: i partiti politici cosiddetti tradizionali (ma io direi i partiti politici tout court) in Francia non sono andati al ballottaggio. Si parla esplicitamente di populismo vs europeismo-globalizzazione, non più di destra vs sinistra. E se c’era nel mondo politico un elemento di effettiva stabilità erano proprio i partiti politici e la divisione tra una destra e una sinistra ad assicurarla in massima parte. Non la legge elettorale garantiva maggioranze, ma parlamenti rappresentativi e ben funzionanti. La connessione tra istituzioni e popolo, non altro, contrastava il dissesto politico.

A forza di sparare su tutti questi elementi, nell’unico intento di offrire la strada spianata al neoliberismo e a una società individualizzata e mediatizzata, oggi la concreta rappresentanza politica e la stabilità che ne conseguiva non esistono più. È una società peggiore e meno coesa quella che abbiamo davanti. La politica non fa più 2+2: ci sono gli algoritmi più astrusi a governare il nostro destino di utenti e consumatori. E allora ditemi come potrebbe Macron dormire tra due guanciali? E come fanno a Bruxelles a sentirsi tanto sereni? Ma il punto è un altro: come potrà Macron presiedere il Paese, nel caso, con questa risicata minoranza elettorale e sociale dalla sua parte? Ed è proprio qui, nella debolezza del maggioritario in tempi di crisi come questi, nella mancanza di rappresentanza e legittimazione, e nella sciocca idea della governabilità, che casca l’asino della politica.

QUALI DIRITTI PER IL LAVORO IN EUROPA?

Milano, sabato 22 aprile - ore 10-16
Casa della Cultura
Via Borgogna 3, Milano

Programma

Mattina
“Multinazionali in Europa, delocalizzazioni e industria 4.0”
Matteo Gaddi (Associazione Punto Rosso)

“Sharing Economy e Uberizzazione del lavoro”
Prof. Vincenzo Comito (già Professore di Finanza aziendale nell'Università di Urbino).

Interventi di:
RSU ABB
Enrico Barbanti – delegato ALSTOM
Ugo Cherubini – segretario Filctem Brescia
Lavoratori KFLEX
Giovanni Maggiolo – Taxista (UNICA Taxi CGIL);
Maurizio Dotti – delegato WIND 3G
Sergio Bianco – delegato CEVA
Curzio Maltese
(Eurodeputato Gue/Ngl - L’Altra Europa con Tsipras)

Pausa pranzo con buffet gratuito per i partecipanti

Pomeriggio
Interventi di:
Nanni Alleva
(Avvocato del lavoro, Consigliere Regionale Emilia Romagna)
Ricardo Antunes
(Sociologo, docente all’Università di Campinas)
Heinz Bierbaum
(Economista Università di Saarland, membro di IGM e Die Linke)
Tiziano Rinaldini
(Fondazione Claudio Sabattini)
Moni Ovadia
(Attore, regista e scrittore)
Curzio Maltese
(Eurodeputato Gue/Ngl - L’Altra Europa con Tsipras)

Organizza
Gue-Ngl
Gruppo unitario della sinistra europea - sinistra nordica
al Parlamentop europeo

E' uscito il numero 82 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n82-s.pdf

In questo numero:

Giorni di festa ma non per tutti. L’illusione del commercio senza limiti
di Enrico Rossi

Pensioni in Brasile
a cura di Teresa Isenburg

“Il mondo al tempo dei quanti”. Perché il futuro non è più quello di una volta
Recensione del libro di Mario Agostinelli e Debora Rizzuto di Luigi Mosca,
direttore laboratorio Fisica delle Particelle di Modane (France)

FONTE INCHIESTAONLINE

Au secours, les communistes reviennent !

Alors que Mélenchon concentre les attaques depuis sa percée dans les sondages, la peur du rouge fait toujours recette en campagne, écrit Yves Bordenave, journaliste au service politique du « Monde », dans sa chronique.

 

E’ un titolo rubato a Le Monde del 14 aprile, semironico ma non del tutto, di un pezzo che con altri riempie due pagine con vicende e gesta di Mélenchon, leader del Front de Gauche e candidato dell’estrema sinistra o sinistra radicale che dir si voglia [vedi in alto foto di Mélanchon e titolo di  "Le Monde" del 14 aprile]. Queste due pagine, dedicategli dal prestigioso giornale francese, costituiscono una investitura che va oltre i pur lusinghieri risultati dei sondaggi. E’ la prima volta nella storia della V Repubblica che un esponente a sinistra del PS (Partito Socialista) potrebbe arrivare al ballottaggio. E per di più, se accadesse contro Marine Le Pen, Mélenchon vincerebbe alla grande (60% a 40%) , e con la stessa percentuale batterebbe Fillon, perdendo invece se il ballottaggio fosse con Macron (45% a 55%). Tra i giornali quelli di destra strepitano assai e il capostipite Le Figarò quasi cita la famosa frase del Manifesto di Marx e Engels che recita: Uno spettro s’aggira per l’Europa –lo spettro del comunismo. Al posto dell’Europa mettiamoci Parigi e il gioco è fatto.

...continua a leggere "Bruno Giorgini: Elezioni francesi. Aiuto tornano i comunisti!"

Pugno duro sui migranti. Per una manciata di voti

A cura di Gavino Maciocco che ringraziamo

Per trovare consenso a buon mercato al giorno d’oggi la carta vincente sembra essere quella di prendersela con i migranti e con i più poveri.  Con due Decreti legge – n. 13 e n. 14 – emanati lo scorso febbraio (e ora approvati dal Parlamento con la fiducia) il Governo mette in riga chi fugge da guerra e fame, nonché chi mendica nelle città mettendo a repentaglio il decoro urbano.   Ma molte associazioni – tra cui ASGI, Magistratura Democratica, SIMM, ARCI, Comunità di S. Egidio, ACLI, Oxfam, CGIL, CISL, UIL – si oppongono a ciò che a loro parere rappresenta un passo indietro sul piano dei diritti e della civiltà giuridica del nostro Paese.


 

Con l’emanazione del Decreto Legge 17 febbraio 2017, n. 13 (Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale), – sostiene il documento di Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e Magistratura Democratica , (vedi risorse) –   il Governo ha scelto di operare mediante lo strumento della legislazione di urgenza introducendo modifiche di sistema che presentano profili di estrema delicatezza per la salvaguardia di principi costituzionali ed internazionali, e che non appaiono idonee a risolvere le attuali problematiche del sistema di protezione internazionale italiano.

Nel merito le previsioni relative ai procedimenti in materia di protezione internazionale appaiono avere l’effetto di allontanare il cittadino straniero dal Giudice, limitando le possibilità di contraddittorio, anche mediante l’utilizzo della videoregistrazione dell’audizione del richiedente asilo, strumento che può essere considerato utile alla verifica e all’integrazione istruttoria solo se viene garantita la comparizione delle parti e la presenza di un mediatore linguistico-culturale.

L’uso della videoregistrazione dell’audizione del richiedente potenzialmente sostitutivo dell’audizione dello straniero da parte del giudice non è conforme all’obiettivo indicato dalle disposizioni previste dal legislatore dell’Unione europea, orientate a rafforzare i diritti dei richiedenti protezione internazionale. A tal proposito occorre osservare che il diritto dell’Unione valorizza la valutazione piena e diretta del giudice ex nunc di tutte le fonti di prova. A tal fine appare essenziale l’ascolto diretto e personale del richiedente, essendo spesso le dichiarazioni rese dallo stesso gli unici elementi su cui si basa la domanda (art. 46 della Direttiva 2013/32/UE).

Lo stesso risultato di obiettiva riduzione delle garanzie processuali viene prodotto dall’eliminazione del grado di appello, come denunciato dalla stessa Associazione nazionale magistrati – sezione Cassazione che, nel proprio comunicato [PDF: 180 Kb] del 14.02.2017, ha evidenziato l’irragionevolezza di tale scelta in un ordinamento processuale come il nostro in cui la garanzia del doppio grado di merito è prevista anche per controversie civili di ben minor valore rispetto all’accertamento se sussista o meno in capo allo straniero un fondato rischio di persecuzione o di esposizione a torture, trattamenti disumani e degradanti o eventi bellici in caso di rientro nel proprio Paese, e l’inevitabile trasferimento nel giudizio dinanzi alla Corte di cassazione delle criticità e delle disfunzioni che si dichiara di voler eliminare. La previsione di sole 14 sezioni specializzate per trattare i principali procedimenti aventi come interlocutori le persone straniere renderà inoltre più difficoltoso il diritto di difesa della parte, che si troverà lontana dal Foro di discussione della propria controversia, ostacolando sotto il profilo logistico la concreta possibilità di accesso alla giurisdizione. L’accentramento dei procedimenti in pochi Tribunali rischia di accentuare le attuali difficoltà degli Uffici giudiziari coinvolti, che vedranno ulteriormente aumentare il carico di lavoro.

In relazione alle novità in tema di prima identificazione e di rimpatrio degli stranieri irregolari, si osserva che appare persistere una prevalente ottica repressiva del fenomeno, con l’accentuazione degli strumenti di rimpatrio forzoso, attraverso alcune modifiche di dettaglio della disciplina del rimpatrio (come la previsione del trattenimento anche per gli stranieri non espulsi ma respinti, o l’allungamento del termine di trattenimento per coloro che hanno già scontato un periodo di detenzione in carcere), ma, soprattutto, con la decisione di dare inizio all’apertura di numerosi nuovi centri di detenzione amministrativa in attesa del rimpatrio (ora chiamati Centri di permanenza per i rimpatri, invece che CIE).

Su questo punto si concentra la critica al Decreto legge n. 13 da parte della Società Italiana Medicina delle Migrazioni (SIMM), dove nel suo documento(a) (vedi risorse) si legge:

Esprimiamo notevole preoccupazione per l’introduzione di nuovo centri di detenzione, denominati Centri di Permanenza per i Rimpatri (in luogo di Centri di Identificazione e Espulsione – CIE, secondo la legge vigente). Il cambio di denominazione non ne cambia le funzioni, ma le estende ai richiedenti asilo che abbiano presentato ricorso contro un primo diniego.  Nelle raccomandazioni finali del XIV Congresso SIMM nel 2016 [PDF: 197 Kb] avevamo già reiterato la nostra forte preoccupazione per gli effetti dannosi dei CIE, e ne avevamo auspicato la chiusura. La detenzione di uno straniero richiedente asilo – perché tale è fino al giudizio definitivo – collide drammaticamente con il dettato delle norme internazionali e nazionali e costituisce un vulnus gravissimo e potenzialmente irrecuperabile per la salute delle persone che si erano affidate alla Repubblica per avere protezione. A fronte dei significativi stanziamenti previsti per l’apertura di nuovo centri di detenzione, sarebbero essenziali, invece, interventi di miglioramento della qualità dell’accoglienza per i richiedenti protezione.
Tra questi vanno comprese azioni di supporto al lavoro del personale impegnato a vario titolo nella gestione del percorso (componenti le commissioni, giudici, forze dell’ordine, etc.), attraverso un impiego di risorse proporzionate al carico di lavoro ed un costante supporto in termini formativi e di sostegno, quando necessario.  Adeguati investimenti in questo senso, oltre che ad abbreviare i tempi di attesa di valutazione (ad oggi eccessivamente prolungati) limiterebbe il tasso di decisioni erronee e tutelerebbe il personale stesso. Verrebbe ridotto inoltre lo stress aggiuntivo prodotto sui richiedenti asilo, minimizzando il rischio di fenomeni di nuova traumatizzazione. Il decreto, al contrario, devolve alla formazione dei magistrati delle “sezioni specializzate” poche migliaia di euro, mentre 13 milioni sono destinati alla realizzazione dei centri di espulsione”.

Ancora la SIMM:

“Non si ravvisa la necessità di istituire un ‘diritto speciale’ per gli stranieri richiedenti protezione, poiché si trovano, all’interno delle norme previste dal nostro ordinamento, procedure adeguate e coerenti con le garanzie relativamente ai diritti soggettivi della persona: il diritto alla protezione internazionale e il diritto alla salute. Ravvisiamo invece la necessità di dare piena attuazione allo spirito e alla lettera della legislazione laddove prevede percorsi di inclusione per i richiedenti protezione internazionale.
In particolare, per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, è ineludibile la piena applicazione dell’Accordo della Conferenza Stato-Regioni del 20.12.2012 ‘Indicazioni per la corretta applicazione della normativa per l’assistenza sanitaria alla popolazione straniera da parte delle Regioni e Province Autonome italiane’, il quale disciplina la tempestiva iscrizione della persona richiedente asilo al sistema sanitario nazionale con piena inclusione nelle cure”.

Un gruppo di associazioni (A Buon Diritto, ACLI, ANOLF, Antigone, ARCI, ASGI, CGIL, Centro Astalli, CILD, CISL, Comunità Nuova, Comunità Progetto Sud, Comunità di S.Egidio, CNCA,  Focus – Casa dei Diritti Sociali, Fondazione Migrantes, Legambiente, Lunaria, Oxfam Italia, SEI UGL, UIL) hanno firmato un appello che critica duramente sia il decreto legge del 17 febbraio, n. 13, (Contrasto all’immigrazione illegale) che  quello immediatamente successivo del 20 febbraio 2017, n. 14, (Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città).  Si legge in particolare nel loro comunicato (vedi risorse):

Il Decreto Legge Minniti-Orlando e il Decreto ‘Sicurezza’, entrati recentemente in vigore ed in fase di conversione in Parlamento, rappresentano un passo indietro sul piano dei diritti e della civiltà giuridica del nostro Paese. Attraverso un uso improprio della legislazione di urgenza, i due decreti, anziché intervenire sulle tante contraddizioni e i limiti dell’attuale legislazione, introducono nuove norme di discutibile efficacia, senza peraltro migliorare l’efficienza del sistema. Ad esempio si rilancia il ruolo dei Centri Permanenti per il Rimpatrio, nuova denominazione per gli attuali CIE, senza che ne venga modificata la funzione e assicurato il pieno rispetto dei diritti delle persone trattenute.

Gestire e governare in modo efficace e lungimirante il fenomeno migratorio non significa – noi crediamo – limitarsi ad irrealistiche azioni di deterrenza. Occorrono, invece, norme che favoriscano i flussi d’ingresso e la permanenza regolare dei cittadini stranieri, contrastando così il lavoro nero e lo sfruttamento. Ribadiamo inoltre l’urgenza di aprire corridoi umanitari e aumentare considerevolmente i reinsediamenti, per consentire alle persone che fuggono da guerre, persecuzioni, fame e povertà di entrare in Italia e in Europa senza mettere in pericolo la loro vita.

Riteniamo inaccoglibile la pretesa di ricondurre la materia del “decoro urbano” al tema della sicurezza, avallando una concezione dell’ordine pubblico che non produce vera sicurezza ma, al contrario, rischia di creare maggiore insicurezza criminalizzando la marginalità sociale senza preoccuparsi di intervenire per combattere la povertà e la marginalità di un numero crescente di cittadini”.

 

Risorse

Nota

  • a) SIMM ed il Coordinamento dei GrIS fanno proprio il comunicato presentato dal GrIS Liguria, condividendone i contenuti e la ferma condanna del Decreto.

fonte PRESSENZA.COM

10.04.2017 - Riccardo Petrella

All’erta: stanno criminalizzando i diritti

La criminalizzazione dei migranti, degli impoveriti ed esclusi, dei cittadini manifestanti è la fine della giustizia, della democrazia della libertà.

Alcuni giorni fa, a Ventimiglia, diverse persone sono state condannate per aver dato del cibo agli immigranti. In certi comuni italiani, agire con carità è diventato un atto criminale. Gli immigranti sono persone non grate. Da anni anche la criminalizzazione degli impoveriti, degli esclusi, della “gente di viaggio” (specie i Rom) è un fenomeno diffuso, non solo nel nostro paese. I “senza casa”, per esempio,  sono sistematicamente rigettati dal “soggiorno” in luoghi pubblici accusati di insudiciare il decoro delle nostre città. Infine, ora, la semplice intenzione, di partecipare ad una manifestazione pubblica autorizzata può, addirittura, “giustificare” l’interdizione di manifestare in pubblico e l’ingiunzione di un ritorno obbligatorio (il foglio di via) al proprio luogo di residenza. Incredibile, eppure ciò è accaduto il 25 marzo scorso in occasione delle manifestazioni per il 60° anniversario dei trattati di Roma. Tre pullman di manifestanti sono stati fermati per controlli di polizia e successivamente condotti presso il centro di Tor Cervara dove i manifestanti sono stati trattenuti per ore inibendo cosi loro la partecipazione al corteo. Nel corso delle perquisizioni sarebbe stato rinvenuto un coltellino da formaggio. A ventitre “manifestanti intenzionali” trattenuti erano stati preventivamente notificati fogli di via per il periodo di 3 anni; trattasi di persone incensurate a cui non è stato contestato alcun comportamento illegale.

Lo stesso sta accadendo in queste settimane ai cittadini del Salento che manifestano, insieme ai loro sindaci, contro la costruzione del gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline). Questa prevede lo sradicamento di centinaia di ulivi secolari e la perforazione del terreno lungo spiagge non ancora devastate e in zone agricole, con grave pregiudizio per il patrimonio paesaggistico e naturale e le attività turistiche ed agricole del salentino.

Opporsi ad una decisione governativa, usando il diritto di libertà di pensiero e di opinione non per rigettare gli altri, non per far violenza contro i più deboli, i più fragili, non per praticare l’odio e la guerra economica competitiva fra i popoli, ma per difendere i diritti umani e della natura, la giustizia e la democrazia, è considerato oramai un atto criminale. Come nel caso delle manifestazioni anti-TAV, i cittadini che manifestano rispettando la democrazia e i diritti sono minacciati di condanne per atti “sovversivi” contro lo stato in nome del denaro, dietro l’alibi mistificatore dello “sviluppo” e del “benessere economico” (dei pochi e per i potenti).

I tre fenomeni di criminalizzazione descritti sono una dimostrazione gravissima della violenza sempre più senza limiti operata contro i cittadini dalle oligarchie che hanno preso il potere in Italia ed in Europa nel corso degli ultimi trent’anni. È urgente lottare affinché i nostri giovani non debbano gridare fra alcuni anni, come dovette fare il popolo francese nel 1792 contro gli oppressori interni ed esterni, “Aux armes citoyens”. La rivolta armata, la guerra civile, non sono il nostro futuro né debbono diventarlo.

PIERFRANCO PELLIZZETTI - Disintermediazione: come sbaraccare 150 anni di lotte del lavoro

fonte MICROMEGA

ppellizzettiI pappagalli modernisti, quelli che ti ripetono la giaculatoria per sentito dire sulla potenza della rete, spiegandoti che non sei sufficientemente aggiornato in materia di rivoluzione grillina del web, bisognerebbe che venissero a loro volta informati di una verità sconvolgente: i vettori del cambiamento non sono solo tecnologici ma anche organizzativi. Difatti, se tale messaggio fosse arrivato a destinazione, ci saremmo risparmiati l’ennesimo tormentone lessicale d’appartenenza, ad opera delle pedisseque casse di risonanza del Verbo di Sant’Ilario (rimaneggiato dallo staff di linguisti asserragliati nella milanese via Gerolamo Morone): vaffa… rosiconi… click-democrazia… Ora “disintermediazione”.

Un secolo e mezzo di lotte del lavoro gettate impunemente e con disprezzo nel cassonetto della storia. Estrema superficialità o spurgo di umori reazionari?

Quanto gli ideologi a Cinquestelle chiamano “disintermediazione”; ossia taglio delle bardature burocratiche che condussero all’asfissia l’età socialdemocratica-welfariana (preparando l’avvento della controrivoluzione neo-liberista che oggi fornisce l’orizzonte culturale dei managerial-efficientisti alla Davide Casaleggio; quelli per cui “o ti adegui precarizzandoti oppure ti becchi stipendi da fame cinese”), trascura un particolare non da poco: l’atomizzazione delle moltitudini, all’insegna del thatcheriano “la società non esiste”, non è altro che l’abile tattica con cui si è messo fuori gioco il movimento operaio novecentesco. Ossia la consapevolezza che il rapporto squilibrato, in termini di risorse a disposizione e forza contrattuale, tra datore di lavoro e lavoratore poteva essere sanato nella sua prevaricatoria asimmetria soltanto grazie all’aggregazione dei molti senza potere. Un processo storico che ha incivilito la società attraverso quelle che Luigi Einaudi chiamava “le lotte del lavoro”, prima nella fase del mutualismo proletario e poi della sindacalizzazione.

Ma a Beppe Grillo e i suoi ghost-writer il sindacato non piace, come non piaceva a Matteo Renzi, confermando la matrice piccoloborghese della loro cultura. Dunque, non critica della rappresentanza nelle sue patologie (sacrosanta per via delle derive professionali a tendenza castale che infestano le strutture organizzative del lavoro, producendo intollerabili e costosissimi privilegi), bensì sbaraccamento dell’idea stessa di un contropotere che tragga forza dal consenso dei ceti più deboli; di quel lavoro che continua a essere una colonna portante della società, anche se la restaurazione plutocratica di questo quarantennio tende a oscurarlo come soggetto politico collettivo. Ma che terrorizza soprattutto i neoborghesi, il ceto che si è arricchito nelle praterie deregolate dell’Italia a partire dagli anni Ottanta (la stagione del CAF, il concerto Craxi-Andreotti-Forlani, del saccheggio del pubblico denaro), che se ne sentono minacciati dalle sue aspirazioni egualitarie. D’altro canto se si era tamarri allora, si resta sempre tamarri, anche se ripuliti (e magari con villa sulla collina VIP ai confini di Genova).

Visto che si continua a parlare e sproloquiare di democrazia, si dovrebbe avere ben chiaro il concetto liberale che questo modo di “fare società” si basa sulla dinamica (spesso conflittuale) della competizione tra soggetti e interessi. Il suo contrario è l’autocrazia, in cui qualcuno – Uomo Forte o Garante – decide per le moltitudini ridotte a greggi di pecoroni. All’insegna del “fidatevi”. Un diktat subliminale che si accompagna allo sbaraccamento di ogni corpo intermedio; anche stavolta in singolare simmetria con il fallimentare riformismo renziano (e i maldestri tentativi di normalizzazione del ventennio berlusconiano). In un paese dove l’egemonia della cafonaggine neo-borghese diventa devastazione civile.

Pierfranco Pellizzetti

(11 aprile 2017)

Fonte : Nuovatlantide.org

di Cristina Amoroso – 7 aprile 2017

Il mondo è concorde. Non è l’Iran la più grande minaccia per la pace nel mondo, ma gli Stati Uniti. Da tempo lo sostiene Noam Chomsky, il dissidente politico di fama mondiale, linguista, autore di un centinaio di libri, professore emerito presso il Massachusetts Institute of Technology, dove ha insegnato per più di mezzo secolo. Nel corso dei primi 75 giorni dell’Amministrazione Trump, la Casa Bianca ha imboccato più passaggi per aumentare la possibilità di una guerra degli Stati Uniti con l’Iran. Trump ha incluso il Paese del Golfo in entrambi i divieti di viaggio per i Paesi musulmani. Come candidato alla presidenza, Trump ha minacciato di smantellare l’accordo nucleare con l’Iran.

A settembre del 2015, in un discorso alla New School di New York, Noam Chomsky, spiegando il motivo per cui egli riteneva gli Stati Uniti la più grande minaccia alla pace nel mondo, parlava degli Usa come di “uno Stato canaglia, indifferente al diritto e alle convenzioni internazionali, con il diritto a ricorrere alla violenza a volontà”.  In questi giorni in uno show televisivo, Democracy Now, condotto dal giornalista Juan González, Chomsky ha ripreso il tema dei rapporti statunitensi con l’Iran, sulla questione: “Perché gli Stati Uniti insistono su come impostare le potenziali cause di guerra con l’Iran?”.

E’ una vecchia questione che va avanti da molti anni. Proprio nel corso degli anni di Obama, l’Iran è stato considerato come la più grande minaccia alla pace nel mondo. “Tutte le opzioni sono aperte”, frase di Obama, che significa, se vogliamo usare le armi nucleari, siamo in grado, a causa di questo terribile pericolo per la pace. I motivi di preoccupazione vengono articolati molto chiaramente e ripetutamente da alti funzionari e dai commentatori negli Stati Uniti.

Ma esiste un mondo là fuori che ha le sue opinioni, che sono facilmente rintracciabili da fonti standard, come la principale agenzia di sondaggi statunitense; la Gallup che raccoglie sondaggi regolari di opinioni internazionali. Alla domanda: quale Paese pensi sia la più grave minaccia per la pace nel mondo? La risposta è inequivocabile: gli Stati Uniti con un margine enorme, rispetto agli altri Paesi. Molto distanziato il Pakistan, gonfiato sicuramente dal voto indiano. Ancora più distanziato l’Iran, appena accennato. Questa è una di quelle cose che non vanno dette, infatti i risultati che si trovano nella principale agenzia di sondaggi statunitense, non vengono riportati in quella che chiamiamo stampa libera.

Allora, perché l’Iran viene considerato la più grande minaccia alla pace nel mondo?

La risposta ci viene – afferma Chomsky – da una fonte autorevole di un paio di anni fa, la comunità di intelligence che fornisce valutazioni periodiche al Congresso sulla situazione strategica globale. Al centro del loro rapporto, naturalmente, c’è sempre l’Iran con relazioni abbastanza coerenti. Riferiscono che Teheran ha spese militari molto basse, anche per gli standard della regione, molto più basse dell’Arabia Saudita, di Israele e di altri Paesi. La sua strategia è di difesa. Vogliono scoraggiare gli attacchi abbastanza a lungo, perché siano trattati dalla diplomazia. La conclusione dell’intelligence, che è di un paio di anni fa, é la seguente: “Se si stanno sviluppando armi nucleari, che noi non conosciamo, sarebbero parte della loro strategia di dissuasione”.

Ora, quale è il motivo per cui gli Stati Uniti e Israele sono ancora più preoccupati per un deterrente?

Chi è preoccupato per un deterrente? Coloro che vogliono usare la forza. Coloro che vogliono essere liberi di usare la forza sono profondamente preoccupati per un potenziale deterrente. Quindi, “Sì, l’Iran è la più grande minaccia alla pace nel mondo, potrebbe scoraggiare il nostro uso della forza”, conclude Chomsky.

di Cristina Amoroso

 

 

 

FONTE SBILANCIAMOCI.INFO

Il nostro paese spende ogni anno per le sue forze armate oltre 23 miliardi di euro (64 milioni di euro al giorno). E oltre a spendere molto, l’Italia spende male, in modo irrazionale e inefficiente

Secondo i dati contenuti nel primo rapporto annuale sulle spese militari italiane presentato dall’Osservatorio MIL€X, presentato alla Camera dei Deputati lo scorso 15 febbraio, l’Italia spende ogni anno per le sue forze armate oltre 23 miliardi di euro (64 milioni di euro al giorno), di cui oltre 5 miliardi e mezzo (15 milioni al giorno) in armamenti.

Una spesa militare in costante aumento (+21% nelle ultime tre legislature), che rappresenta l’1,4% del PIL nazionale: esattamente la media NATO (USA esclusi), ma ancora troppo poco per l’Alleanza Atlantica, che chiede di arrivare al 2% in base a una decisione (mai sottoposta al vaglio del Parlamento) che incoraggia a spendere di più, invece che a spendere meglio, secondo una logica distorta che arriva al paradosso quando la NATO si congratula con la Grecia per la sua spesa militare al 2,6% del PIL, ignorando la bancarotta dello Stato ellenico. 

Oltre alla “virtuosa” Grecia, in buona compagnia del Portogallo (1,9% del PIL), gli Stati europei che spendono in difesa più dell’Italia sono le potenze nucleari francese e inglese (intorno al 2% del PIL) e le nazioni dell’ex Patto di Varsavia con la paranoia della minaccia russa come Polonia (2,2%) ed Estonia 2%. Altre grandi nazioni europee come Germania, Olanda e Spagna spendono molto meno di noi (intorno all’1,2% del PIL).

Oltre a spendere molto in difesa, l’Italia spende male, in modo irrazionale e inefficiente.

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da PRESSENZA.COM

06.04.2017 - Riccardo Noury

L’ammissione della tortura: il governo risarcisce sei detenuti di Bolzaneto
(Foto di Ares Ferrari)

La Corte Europea dei Diritti Umani ha accettato la proposta dell’Italia di risarcire con 45.000 euro ciascuno sei delle oltre 60 persone che, dopo aver subito torture nel centro di detenzione genovese di Bolzaneto nel 2001, si erano rivolte alla giustizia europea. Con la scelta del patteggiamento, la Corte ha accettato la “risoluzione amichevole” di quei casi.

A orientare l’accettazione della Corte è stato l’impegno del governo italiano che ha accompagnato la proposta di risarcimento. Il governo italiano ha “riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l’assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l’obbligo di condurre un’indagine efficace e l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura”.

Manca un’indicazione temporale. Suona anche strano che il governo italiano prenda un impegno con la Corte europea mentre in Parlamento continua a non venir calendarizzata la discussione sul reato di tortura, il cui testo è fermo al Senato dopo l’approvazione della Camera. E resta il fatto che, a 16 anni di distanza dalle torture del G8 di Genova, solo un torturato su 10 dei ricorrenti alla Corte di Strasburgo ha accettato il risarcimento.

Dunque, quella di oggi è una buona notizia solo a metà.

Lelio Demichelis

fakenews-1Da sempre il potere vive di fake news e di post-verità, anche se un tempo si chiamavano in altro modo. Scriveva Thomas Hobbes: «vero e falso sono attributi delle parole, non delle cose». Ovvero, ciò che è vero è contenuto all’interno dello stesso discorso linguistico adottato dal potere per definire i fenomeni della realtà, che possono essere modificati, trasformati, aggirati, nascosti, mascherati. Cioè, non è vero ciò che è vero ma ciò che si dice (e si fa credere) essere vero . In questo modo, Hobbes rovescia il principio di Platone – nel mito della caverna - per il quale invece: «Vero è il discorso che dice le cose che sono come sono; quello che le dice come non sono, è falso». Entrambi usano il concetto di discorso. Ma in modi radicalmente opposti. Perché è evidente che quello usato da Hobbes sconfina nella manipolazione, o nell’ideologia e nella religione, certamente nel totalitarismo (forma moderna di stato assoluto), e oggi appunto nelle fake news e nella post-verità, che resta verità (anche se non lo è) fino a quando non si dimostra che è una falsità. Michel Foucault li definiva meccanismi di veridizione, procedimenti discorsivi utili appunto a trasformare in vero anche ciò che in realtà vero non è ma è utile a legittimare un determinato potere, come oggi quello della Silicon Valley (in ciò che è e in ciò che rappresenta – nel senso di mettere in scena se stessa). Anche la pubblicità è una forma di fake truth, utile appunto a legittimare il capitalismo (il potere).

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E' uscito il numero 80 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n80-s.pdf

In questo numero:

Il Pd di Renzi ricorda Brecht: “Il popolo non è d’accordo, nominiamo un nuovo popolo”
di Pietro Folena

Dati sull’occupazione: continuano a prenderci per il culo
di Enrico Rossi

L’impatto della crisi sulla disuguaglianza salariale in Italia
di Michele Raitano

Sul Venezuela, guardando le cose dal basso
di Gennaro Carotenuto

Presidenziali Ecuador, ha vinto Lenín Moreno
di Gianni Beretta

Buona lettura e diffondete!

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E' uscito il numero 2 della RIVISTA di Punto Rosso - Lavoro 21

http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-rivista-numero2-s.pdf

Dopo 151 giorni di carcere preventivo, deciso sulla base dello stato di emergenza seguito al tentato golpe dello scorso luglio, la procura di Istanbul ha accusato di golpismo giornalisti e dirigenti del quotidiano Cumhuriyet e presentato la richiesta di rinvio a giudizio per 19 imputati, in testa alla lista dei quali figura l’ex direttore Can Dundar, attualmente in Germania e già in carcere tra novembre 2015 e gennaio 2016 per un’altra vicenda.

Le richieste del pubblico ministero, segnala sul suo sito la Fnsi, variano tra i 7 anni e 6 mesi e i 15 anni di reclusione per Dundar, il suo successore alla direzione del quotidiano Murat Sabuncu e i membri del consiglio direttivo Kadri Gursel, Aydin Engin, Gunseli Ozaltay e Bulent Yener, tutti accusati di far parte di un’organizzazione terroristica armata e aver fornito sostegno a organizzazioni terroristiche senza esserne membri.

SEGUE SU FONTE  PRIMA

 

FONTE PRESSENZA.COM

Il 23 marzo, presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi “Roma Tre” si è svolto l’incontro “Diritti Umani in Argentina”, una riflessione sui passi avanti realizzati nell’ultimo decennio in materia di diritti umani e sulle forti preoccupazioni emerse ultimamente circa i rischi di un’involuzione in questo settore.
La transizione dal kirchnerismo al “macrismo”, inaugurato dalla vittoria di Mauricio Macri alle presidenziali argentine nel 2015,è avvenuta in modo rapido e tutt’altro che indolore. Cristina Kirchner ha concluso il suo mandato tra accuse di corruzione e scelte che hanno spinto parte del suo elettorato a non rinnovare la fiducia alla sua coalizione, il Frente para la Victoria. Innegabili, comunque, i miglioramenti in materia di tutela dei diritti civili e politici registratisi negli ultimi anni. Si deve infatti a Nestor Kirchner, predecessore di Cristina, l’abolizione delle leggi che avevano garantito fino a quel momento l’impunità ai responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani compiute durante l’ultima dittatura militare, una tra le più spietate del Novecento. Negli ultimi anni sono state emesse centinaia di sentenze di condanna, nell’ambito di altrettanti processi, portati avanti spesso con difficoltà e timore da parte dei testimoni. Si è trattato di un passo avanti importante nella direzione del raggiungimento di quella giustizia che da decenni settori della società argentina chiedono venga assicurata. Giustizia che costituisce premessa necessaria per una ricomposizione delle fratture che da molto tempo dividono la popolazione.

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FONTE PREESSENZA.COM

28.03.2017 - Diego Guardiani - Pressenza Berlin

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Tedesco

Evento con Pablo Iglesias a Berlino per la sanità pubblica in Spagna
(Foto di Diego Guardiani)

Sabato scorso si è tenuto a Berlino, di fronte alla Porta di Brandeburgo, un evento organizzato da membri del locale circolo di Podemos, con la partecipazione di Pablo Iglesias, Segretario Generale di Podemos e Irene Montero, deputata per Madrid. Si è contestata la recente decisione del governo Rajoy di abolire il diritto universale alla sanità in Spagna. La tessera sanitaria europea infatti non è più garantita e viene sostituita da un certificato temporaneo valido per tre mesi, spesso non accettato dai medici in Germania.

Di conseguenza molti immigrati spagnoli non ancora perfettamente in regola con il sistema sociale e sanitario tedesco hanno difficoltà a ottenere l’assistenza sanitaria e sono persino soggetti a multe all’atto di registrarsi presso una Krankenkasse [cassa malattia, NdT]. Più di 350.000 persone sono emigrate dalla Spagna dal 2012, di cui più di 45.000 solo verso la Germania.

Iglesias è stato molto aperto e disponibile ad ascoltare le istanze e i problemi quotidiani della comunità spagnola a Berlino. Ho potuto notare in molte persone un forte senso di impotenza. Ha inoltre rilasciato interviste alla TV spagnola, ma purtroppo ha poi abbandonato la piazza senza tenere un discorso pubblico.

In contemporanea si teneva alla Porta di Brandeburgo, come in molte altre città europee, l’affollata manifestazione pro-europeista “March for Europe”, celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, che segnano la nascita della CEE nel 1957.

Foto: Diego Guardiani

FONTE CARMILLAONLINE

Pubblicato il · in Interventi ·

di Associazione Antigone Emilia-Romagna

Pawel-Kuczynski1I decreti sulla Sicurezza delle città e sull’Immigrazione – recentemente emanati dal governo italiano con la firma del Ministro dell’interno Minniti – rispondono alla logica di contenere ed escludere una parte della popolazione.
La soluzione proposta si configura come risposta repressiva e semplicistica a fenomeni sociali complessi correlati, da un lato, a una gestione miope dei flussi migratori e, dall’altro, alla prolungata e intensa crisi economica e sociale che continua a produrre i soggetti marginali che risultano poi i principali destinatari di queste misure.

Questi decreti si pongono in continuità rispetto al delinearsi di un paradigma della sicurezza pervasivo e dannoso, ma allo stesso tempo evidentemente funzionale alle forze politiche – di destra e di sinistra – che cercano un riscontro rapido in termini di consenso elettorale.
Ma non è più solo quella della paura la logica organizzatrice delle misure qui proposte: riemerge la difesa del decoro.
I decreti in questo senso forniscono una nuova occasione di dibattito su alcune questioni fondamentali relative alla regolamentazione verticale degli spazi urbani e delle interazioni sociali che vi prendono corpo:

Chi definisce che cos’è uno spazio pubblico, chi ha diritto ad attraversarlo e chi ne può venire escluso?
Chi ha il potere di definire decoro e sicurezza?
Chi in definitiva ha diritto di parola rispetto a questi temi?
E’ sufficiente essere parte della cittadinanza che deve essere “rassicurata”?

Dopo alcuni anni di allentamento, sembra tornare in auge l’idea che la sicurezza urbana possa derivare dal mero abbassamento dei rischi (percepiti) di vittimizzazione da criminalità di strada, ottenibile con misure repressive e in alcuni casi attraverso misure di prevenzione situazionale1.
Questa narrativa, ormai classica, comprime il ruolo dello Stato all’interno di uno schema di rassicurazione autoritaria che si avvale in primis degli strumenti del penale e, sempre più, anche di dispositivi di matrice amministrativa, dall’assai rilevante portato repressivo e afflittivo.

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fonte PREESSENZA.COM

Più di un centinaio di intellettuali, artisti difensori dei Diritti Umani, comunicatori e personalità politiche e associative di tutto il mondo aderiscono alla dichiarazione in cui manifestano “la pienissima e totale solidarietà al popolo argentino, che si trova ad affrontare le politiche neoliberali del governo di Mauricio Macri”.

Tra i primi a firmare il documento spicca il filosofo statunitense Noam Chomsky, la colombiana Piedad Córdoba, attivista per i Diritti Umani, l’attore nordamericano Danny Glover, il giornalista brasiliano Emir Sader, il filosofo italiano Domenico Losurdo e, tra gli altri, l’eminente professore dell’Università del Sussex, István Mészáros.

Nel documento i firmatari sottolineano che “l’Argentina è balzata agli onori della cronaca internazionale per diversi casi di corruzione in cui sono indagati il presidente e ciò che lo vede implicato: Panamá Papers, Odebrecht, Avianca, Correo Argentino”.  Successivamente, si contesta la detenzione di Milagro Sala, sottolineando leprese di posizione dell’ONU, del Parlasur, dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) e di Amnesty, in relazione “all’arbitraria” incarcerazione.

“Dall’inizio del mandato di Macri, in Argentina vi sono un milione e mezzo di nuovi poveri, il che dimostra in cifre la gravità della situazione,” dicono, manifestando la propria solidarietà anche all’ex presidentessa Cristina Fernández de Kirchner, che “sta affrontando un’aggressione giuridica e mediatica ogni volta sempre più marcata, che finisce per delineare un quadro di grave aggressione alla democrazia”.

I firmatari rappresentano una ventina di paesi: Stati Uniti, Canada, Italia, Svizzera, Francia, Regno Unito, Portogallo, Cile, Messico, Colombia, Perù, Venezuela, Cuba, Bolivia, Puerto Rico, Paraguay, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Uruguay e Brasile. Al termine del comunicato, affermano che “contro gli abusi del governo di Macri, diciamo: il mondo sta a fianco dell’Argentina”.

COMUNICATO COMPLETO

CONTRO GLI ABUSI DI MACRI
IL MONDO STA A FIANCO DELL ‘ARGENTINA

I firmatari e le firmatarie che seguono, intellettuali, artisti, difensori dei Diritti Umani, comunicatori e personalità politiche e associative di tutto il mondo, vogliono manifestare la piena e totale solidarietà al popolo argentino che si trova ad affrontare le politiche neoliberali del governo di Mauricio Macri.

In appena quindici mesi, Macri ha licenziato migliaia di persone, sia nel pubblico che nel privato, ha svalutato la moneta, ha eliminato i diritti dei lavoratori con la nuova legge dell’ART, ha eliminato il diritto dei pensionati alle cure gratuite e ha cercato di mettere un tetto ai reclami salariali di fronte a un’inflazione che non diminuisce. La profonda caduta dell’attività economica, in particolare dell’industria, è evidenziata dal profondo depauperamento sociale: in Argentina vi sono un milione e mezzo di nuovi poveri, il che dimostra in cifre la gravità della situazione.

In questi mesi, l’Argentina è balzata agli onori della cronaca internazionale per diversi casi di corruzione in cui sono indagati il presidente e ciò che lo vede implicato: Panamá Papers, Odebrecht, Avianca, Correo Argentino, tra i tanti. A questo, si aggiunge l’ingiusta detenzione della dirigente sociale Milagro Sala, nella provincia di Jujuy; fatto, questo, che ha portato diverse organizzazioni internazionali (ONU, Parlasur, OEA, Amnesty, tra le altre) a qualificare come “arbitraria”, la detenzione, chiedendo l’immediata scarcerazione della parlamentare di Mercosur.

Manifestiamo, al tempo stesso, la nostra piena e totale solidarietà con l’ex presidentessa Cristina Fernández de Kirchner, che sta affrontando un’aggressione giuridica e della comunicazione ogni volta sempre più marcato, che finisce per delineare un quadro di grave aggressione alla democrazia.

Contro gli abusi del governo di Macri, diciamo: il mondo sta a fianco dell’Argentina.

Primi Firmatari:

Noam Chomsky (Filosofo, USA); István Mészáros (Filosofo. Università del Sussex, Regno Unito); Danny Glover (Attore, USA); Roberto Fernández Retamar (Presidente Casa de las Américas, Cuba); Domenico Losurdo (Filosofo, Italia); Atilio Boron (REDH Argentina); Piedad Córdoba (Poder Ciudadano, Colombia); Emir Sader (Giornalista, Brasile); Miguel d’Escoto Brockmann (ex Cancelliere del Nicaragua); Paulo Pimenta (Deputato PT, Brasile); Roy Chaderton Matos (Diplomatico, Venezuela); Carmen Bohórquez (REDH Venezuela); Ángel Guerra (REDH Messico); Fernando Buen Abad (Fiosofo Messico); Gilberto López y Rivas (La Jornada, Messico); Stella Calloni (Giornalista, Argentina); Luis Britto García (Scrittore, Venezuela); Alfredo Serrano Mancilla (Direttore CELAG); Juliana Marino (Ex Ambasciatrice dell’Argentina a Cuba); Telma Luzzani (Giornalista, Argentina); Fernando Rendón (Poeta, Colombia); Katu Arkonada (REDH Bolivia); Alicia Castro (Ex Ambasciatrice dell’Argentina nel Regno Unito); Vilma Soto Bermúdez (MINH Puerto Rico); Omar González (REDH Cuba); Gayle McLaughlin (Consigliere di Richmond, California, USA); Hugo Urquijo (Psichiatra, Argentina); Rosario Cardenas (Coreografa, Cuba); Horacio López (CCC, Argentina); Aurelio Alonso (Casa de las Américas, Cuba); Juan Manuel Karg (REDH Argentina); Paula Klachko (Undav, Argentina); Wilma Jung (Giornalista, Svizzera); Luis Cuello (Otra Prensa, Chile); Winston Orrillo (Premio Nacional de Cultura, Perù); Ammar Jabour (Venezuela); Volker Hermsdorf (Giornalista, Germania); Alicia Jrapko (REDH USA); Ricardo Canese (Parlamentare Parlasur, Paraguay); José Steinsleger (Giornalista, Messico); Homero Saltalamacchia (UNTREF, Argentina); Márgara Millán (UNAM México); Saúl Ibargoyen (Poeta, Uruguay); Francisco José Lacayo (REDH Nicaragua); Liliana Duering (Pittrice, Messico); Pablo Vilas (Segretario Política Internacional La Cámpora, Argentina); Bruce Franklin (Scrittore, USA); Cristina Steffen (UAM, Messico); Marta de Cea (Promotrice cultura, Messico); Luigino Bracci Roa (Comunicatore, Venezuela); Pablo Imen (CCC, Argentina); Modesto López (Documentarista, México); Antonio Eduardo Soarez (Portogallo); Rino Muscato (Italia); Pedro Véliz Martínez (Presidente Sociedad Cubana de Medicina, Cuba); Sofia M. Clark d’Escoto (Politologa, Nicaragua); Jane Franklin (Storiografa, USA); Judith Valencia (Economista, Venezuela); Joan Brown Campbell (Ex Segretaria General de Consejo Nacional de Iglesias, USA); Graylan Hagler (Pastore Congregación de Iglesias Unidas de Cristo, Washington, USA); Luis Suárez Salazar (Instituto Superior de Relaciones Internacionales, Cuba); Gonzalo Gosalvez Sologuren (Economista, Bolivia); Arturo Corcuera (Premio Poesia Casa de las Américas, Perú); Hildebrando Pérez Grande (Premio Poesia Casa de las Américas, Perú); Iván Padilla Bravo (Giornalista, Venezuela); Diana Conti (Deputata, Argentina); Jorge Barrón (Direttore Videoteca Barbarroja, Bolivia); Julio Escalona (Scrittore, Venezuela); Chiqui Vicioso (Scrittrice, República Dominicana); Ariana López (REDH Cuba); Hernando Calvo Ospina (Scrittore, Francia); Farruco Sesto (Professore, Venezuela); Jorge Ángel Hernandez (Cuba); Pedro Calzadilla (Ex Ministro dell’Istruzione, Venezuela); Vicente Otta (Sociologo, Perù); Bruno Portuguez (Pittore, Perù); Juan Cristobal (Premio Nacional de Poesía, Perù); Alirio Contreras (Scrittore, Venezuela); Carlos Aznarez (Giornalista, Argentina); María do Socorro Gomes Coelho (Presidente Consejo Mundial de la Paz); Jorge Drkos (Ex Senatore Argentina, FPV); Néstor Francia (Comunicatore, Venezuela); Verónica González (Consigliere Río Grande, Tierra del Fuego, Argentina); Roger Landa (REDH, Venezuela); Alejandro Dausá (Teologo, Bolivia); Liliana Franco (Disegnatrice, Uruguay); Reynaldo Naranjo (Poeta, Perù); Ana María Intili (Poeta, Perù); Rosina Valcárcel (Poeta, Perú); Fanny Palacios Izquierdo (Poeta, Perù); Jorge Luis Roncal (Editore, Perù); Julio Dagnino (Educatore, Perù); Feliciano Atoche (Architetto, Perù).

 

Fonte CONTROLACRISI.ORG

Innumerevoli restano i motivi per i quali i padroni continuano a piangere sulla eliminazione del voucher con i giornali e le riviste dei poteri economici dominanti a decantare ancora oggi le lodi del buono. Se al voucher subentrerà il contratto a chiamata è previsto un buon 50% di spese aggiuntive per le aziende
Il Voucher, come il lavoro gratuito, sono le vere novità deli ultimi anni, l'economia della promessa ha favorito il diffondersi di forme alienanti di sfruttamento a costo zero, il voucher poi aveva portato a galla una economia le cui attività sono per lo piu' sommerse. Il voucher non era lo strumento di regolarizzazione del lavoro nero ma il risultato di un compromesso sociale: abbassare ai minimi termini il costo del lavoro e allo stesso tempo vendere una immagine di legalità fittizia per altro perché a gran parte dei buoni corrispondevano ore aggiuntive al nero.

Il voucher, come l'apprendistato e il lavoro gratuito, erano orai parte integrante del sistema aziendale, lo strumento aveva preso la mano del legislatore stesso per cui il buono da uso selettivo era passato a strumento generalizzato con cui sostituire innumerevoli contratti di lavoro Da una parte è innegabile che il voucher abbia aiutato regolarizzare alcuni rapporti saltuari solitamente in nero, ma lo ha fatto solo in minima parte perché un buono da 10 euro serviva in tanti casi a giustificare una giornata lavorativa con gran parte del compenso di quella giornata pagato in nero.

Non sappiamo cosa intenda fare il Ministro Poletti quando parla di nuove forme di regolamentazione del lavoro accessorio e occasionale da costruire con il sindacato, il voucher potrebbe tornare dalla finestra visto che il lavoro a chiamata (o intermittente), un rapporto di lavoro subordinato, ha dei costi per le aziende decisamente piu' alti che molte aziende hanno già definito insostenibile e puo' riguardare solo lavoratori giovani laddove invece i beneficiari del voucher erano di tutte le età.

Il Voucher era quindi assai piu' conveniente, il lavoro a chiamata costa di piu' e presenta alcuni paletti normativi difficili da aggirare come il limite delle 400 giornate nell’arco di 3 anni solari (tranne per i settori dello spettacolo, del turismo e dei pubblici esercizi), per non parlare poi delle indennità maturate dai lavoratori a chiamata per la loro disponibilità.

Pietro Ichino sul Corriere della Sera del 25 Marzo scrive in favore del voucher, di quel lavoro marginale da non mettere a rischio.
paventando l'ipotesi che senza il buono non saranno piu' assunti le figure sociali deboli, i disoccupati di lunga durata, gli emarginati, gli ex detenuti impiegati in catering a rotazione .A parte il fatto che bisognerebbe guardare alle retribuzioni del lavoro in carcere che ha come modello gli Usa dove una giornata di 8 ore viene pagata solo pochi dollari, sarebbe bene guardare agli ultimi ogni giorno a partire dalle decisioni assunte in Parlamento che non discute sul reddito sociale.

In ogni caso le cooperative sociali possono fare ricorso al lavoro intermittente per i lavoratori discontinui oltre a dei part time di poche ore che con il contratto nazionale da loro applicato hanno un costo irrisorio.

Avevamo letto di tutto e di piu' per giustificare il ricorso al voucher, ci mancava solo passare come nemici dell'inserimento sociale e lavorativo degli ex detenuti, quindi respingiamo al mittente le invettive dell'on Ichino il cui scopo era forse quello di scatenare in noi un senso di colpa (facendo leva sulla disinformazione in merito alle tipologie del lavoro purtroppo esistenti) .

Ma parlare di voucher significa anche mettere sotto accusa la pubblica amministrazione che ha utilizzato tanto e male il voucher determinando situazioni di dumping salariale. Un ente locale o una azienda sanitaria non hanno certo bisogno di ricorrere al lavoro occasionale, esistono gli appalti, i global service, i rapporti di lavoro a tempo indeterminato e determinato, le assunzioni con rapporto fiduciario che permettono ai sindaci di stipendiare personale di fiducia a chiamata diretta e senza alcuna selezione.

il costo di un esecutore tecnico o amministrativo negli enti locali è di circa 14 euro lorde all'ora laddove un buono pagato dieci euro rappresentava un vantaggio economico;il valore del voucher coincideva spesso con il pagamento di una ora di lavoro e in questo modo il costo veniva ridotto ai minimi termini, si abbassava ai minimi termini il costo per le aziende e in un colpo solo si annullava ogni riferimento ai contratti nazionali, agli inquadramenti, alla natura della prestazione erogata per stabilire un prezzo unico per qualunque tipologia lavorativa, il costo appunto del voucher

E in questo modo il voucher ha determinato il deprezzamento del costo del lavoro che poi resta il vero motivo per cui nel pubblico e nel privato si è fatto tanto ricorso al buono ma con una evidente forzatura, quella di sostituire al lavoro subordinato una prestazione ben diversa e a costi decisamente irrisori.

Fino a poche settimane fa, da quando si è scoperto che 7 comuni erano tra i principali utilizzatori del voucher, era sfuggito a tutti che il voucher era diventato uno strumento di dumping salariale per tutto il mondo del lavoro, non solo per le prestazioni di basso profilo nel lavoro privato ma alla occorrenza anche nel pubblico impiego e per ruoli cognitivi.

In tutta questa triste vicenda la Ministra Madia non ha aperto bocca nascondendosi dietro alla prossima stabilizzazione dei precari con 3 anni di anzianità nella Pa, sarebbe bene aprire un confronto per allargare le maglie della stabilizzazione andando a capire quanti e quali rapporti di lavoro ci sono nel pubblico.

E nel frattempo non sarebbe male corrispondere non lo stipendio da ministro alla Madia ma pagarla con il voucher tanto per ricordarle

Autore: Luca Cangianti

Fonte  Carmillaonline

Veder  scorrere una bibliografia di teoria economica nei titoli di coda non è qualcosa di comune, soprattutto se il documentario cui si è assistito aggancia l’attenzione dello spettatore su un tema ritenuto per soli addetti ai lavori: l’austerità europea e i suoi effetti nefasti sulla vita quotidiana di milioni di persone. Dopo cinque anni di studio sui testi, di riprese e di lavoro in post-produzione, Piigs – Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity sarà in sala il prossimo aprile. Realizzato anche grazie a un’azione di crowdfunding, il lungometraggio è diretto da Adriano Cutraro, Federico Greco e Mirko Melchiorre, mentre la voce narrante è quella di Claudio Santamaria.1
Intervistando alcuni noti economisti, saggisti e scrittori di orientamento eterodosso (tra cui Noam Chomsky, Yanis Varoufakis, Warren Mosler ed Erri De Luca) il film decostruisce il pensiero economico dominante e le sue applicazioni incorporate nella struttura istituzionale europea. Il montaggio è incalzante con molte sottolineature ironiche, l’esposizione è fluida e divulgativa anche grazie a grafici, animazioni e a una grande quantità di materiale audiovisivo d’archivio. Piigs si concentra sulla pars destruens, cioè sulla dimostrazione che le regole dei trattati europei sul deficit, sul debito e sull’inflazione sono frutto di casualità, pressapochismo e perfino di cialtroneschi errori di calcolo su file Excel. Ciò nonostante un effetto, e non di poco conto, tali regole finiscono per produrlo: Chomsky sostiene che la struttura dell’Ue sia stata un’arma fenomenale per distruggere lo stato sociale e riaffermare il più rigido comando sul lavoro; Vladimiro Giacché aggiunge che i trattati europei hanno finito per rappresentare una costituzione parallela in contrasto con molti dei diritti sociali sanciti da quella italiana.2 Nel frattempo, a causa delle politiche economiche previste dai trattati, i “paesi maiali”, i Piigs per l’appunto (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), sono confinati in una condizione semicoloniale nei confronti delle economie centrali guidate dalla Germania, mentre aumentano disoccupazione, povertà e desertificazione industriale.

Tale versante teorico è intersecato dalla storia esemplare della cooperativa sociale Il Pungiglione e della sua combattiva presidente Claudia Bonfini. Questa organizzazione non profit si occupa di erogare servizi sociali impiegando anche persone disabili e in condizioni di disagio, ma a causa dei vincoli imposti dal patto di stabilità ha maturato un credito nei confronti degli enti locali che rischia di condurla alla chiusura. Le vicende della cooperativa, i dialoghi con un’amministrazione pubblica incapace di gestire la catastrofe umana in corso, le voci dei lavoratori rotte dalla commozione durante le assemblee, la musica e i balli di chi riscopre vita e dignità nella protesta, sono enzimi emotivi che accompagnano il ragionamento macroeconomico.
Cutraro, Greco e Melchiorre ci dimostrano che nei palazzi di vetro e acciaio a Bruxelles e a Francoforte c’è qualcuno che ci sta prendendo per i fondelli. Piigs è un dispositivo filmico fatto per scatenare il dibattito: quando in sala si accendono le luci non si torna a casa in silenzio, è impossibile non discutere, non sentirsi chiamati in causa, non arrabbiarsi, magari proprio con quei tre registi che ci sottraggono alle narrazioni consolidate, che sostengono che basterebbe uscire dall’euro e stampare moneta perché tutto andasse per il verso giusto… In verità non è questa la tesi del documentario, anche se alcuni interventi sembrano sostenerla, perché il film non ha una posizione precisa da difendere. Gli intervistati sono europeisti critici, sostenitori della necessità di uscire dall’Eurozona, liberali, keynesiani e marxisti. Sappiamo che ognuno di questi ha la sua pars construens, ma qui si tratta di smontare un dogma tossico, poi verrà il resto. Pur all’interno di quest’approccio principalmente decostruttivo è comunque innegabile che il taglio prevalente sia quello del sottoconsumismo keynesiano: lo si può vedere per esempio nel richiamo a Roosevelt omettendo di segnalare che le sue politiche di stimolo alla domanda aggregata funzionarono solo con la ripresa degli investimenti bellici e dunque con la guerra; oppure nell’affermazione che gli Usa grazie alla sovranità monetaria hanno saputo affrontare meglio la crisi rispetto ai giri di valzer fatti da una banca senza stato come quella europea e da uno stato senza moneta come quello italiano.

Infine va segnalata la scelta d’inserire nelle ultime battute del film una frase malinconica e provocatoria di Erri De Luca. Lo scrittore rivolgendosi a chi sta dietro la telecamera dice: “il problema è che siete pochi, mentre noi negli anni settanta eravamo molti“. Qui, una volta completata l’inchiesta di controinformazione, il documentario diventa autoriflessivo e s’interroga sul perché di fronte alla messa in chiaro della realtà non si scateni una reazione adeguata, non subentri la soggettività sociale e politica. Chissà che dopo realizzato un documentario originale e godibile di teoria economica gli autori di Piigs non vogliano cimentarsi anche con la sociologia della composizione di classe. Ce ne sarebbe altrettanto bisogno.

fonte MICROMEGA

È utile rispolverare gli strumenti dell’istruzione liceale, come l’analisi del testo, di fronte agli editoriali che si ripetono sulla stampa italiana. Ad esempio quelli di Dario Di Vico sul Corriere della Sera. L’ultimo si scaglia contro la decisione della CGIL di portare avanti la campagna referendaria per l’abolizione dei voucher nonostante il tentativo governativo di disinnescare il voto.

La colpa della Cgil e di chi si ostina a pensare che i voucher vadano aboliti è quella di “di abbattere ponti [invece] che cercare soluzioni”. Quei ponti - ci spiega Di Vico – creati dalla crisi che ha unito lavoratori e imprese contro “il capitale finanziario, la competizione al ribasso indotta dalla globalizzazione e l’incapacità politica di trovare soluzioni”.

Finanziarizzazione dell’economia, competizione al ribasso e scelte politiche non sono eventi naturali e imprevedibili. La corsa delle imprese alla finanziarizzazione capace di creare più velocemente e senza ostacoli rendimenti per i proprietari (o azionisti), ma anche per tutti quei manager addetti a questa funzione e retribuiti in base a questi risultati, è stata una scelta ben precisa del tessuto produttivo italiano, europeo, internazionale. Se poi anche nella finanza si son creati monopoli, dispiace per Di Vico, ma è il capitalismo, bellezza!

Nel frattempo le stesse imprese prima durante e dopo la crisi non hanno trovato utile recuperare il ritardo sul fattore maggiormente obsoleto in Italia, il capitale (produttivo): macchinari, impianti, strutture produttive, mentre si chiedeva l’abolizione dell’articolo 18, la liberalizzazione dei contratti a termine. La politica ha presto trovato soluzioni: via con la riforma Fornero, via col Decreto Poletti, con la Garanzia Giovani, col Jobs Act e dulcis in fundus l’alternanza scuola-lavoro.
Il costo del lavoro non è solo sceso, ma è stato praticamente abbattuto accompagnando licenziamenti, tagli ai diritti e lavoro sempre più povero quando non gratuito.

Intanto, le scelte della politica da un lato producevano tagli al welfare, alla Naspi ai fondi per l’assistenza sociale, dalla scuola alla sanità, dall’altro regalavano miliardi alle imprese per stabilizzare un po’ di contratti, tagliavano l’Imu su tutte le prime case anche quelle milionarie (che solitamente non sono di proprietà dei lavoratori) e, per non farci mancare niente, hanno con l’ultima legge di stabilità ridotto l’Ires, la tassa sui profitti. In modo uguale per tutti. Ma pare che alle imprese non importa di esser trattate tutte in egual modo pur essendo molto differenti, la progressività, la giustizia sociale, queste sconosciute.

Insomma, la barricata comune di cui parla Di Vico nella realtà non esiste.

Al contrario, l’ideologia – che dice essere protagonista di una scena passata, scongiurandone il ritorno- è sempre stata viva e quella attualmente dominante ha lottato contro i lavoratori. Ci vuole una buona dose di falsa coscienza per non riuscire ad ammettere che l’evoluzione economica e politica è frutto di una precisa ideologia: quella neoliberista. La stessa che storicamente viene riassunta con le parole di Margaret Thatcher, “la società non esiste, esistono solo gli individui”: tutti contro tutti, ognuno è responsabile del proprio destino della propria fortuna e della propria miseria (economica, sociale e politica). Quell’ideologia che erige a religione la flessibilità nel lavoro, che sbandiera la superiorità del privato (o come piace chiamarlo per de-soggettivizzarlo, il mercato) sul pubblico. Quell’ideologia per cui solo le imprese possono creare lavoro, per cui l’istruzione e la salute non sono beni pubblici a garanzia dei diritti di cittadinanza, o meglio dei diritti umani, ma spettano a una élite, quella che ha la possibilità di pagare (e sempre di più) per questi beni e servizi.

Per fare un esempio concreto di come questa ideologia ha operato è possibile fare riferimento proprio ai referendum e in particolare quello sugli appalti. L’esternalizzazione sempre più massiccia di pezzi del settore pubblico a imprese, cooperative e chi più ne ha più ne metta – in base alla duplice ossessione del: bisogna tagliare la spesa e bisogna che se ne occupi il mercato – ha nella realtà generato maggiori costi sia per lo Stato sia per i cittadini, ha sostenuto tutti gli espedienti volti ad abbattere il costo del lavoro: cooperative che non rispettano i contratti nazionali, che convenientemente decidono di sparire e non retribuire i lavoratori. I servizi pubblici sono diminuiti sia in quantità sia in qualità, ma il loro costo è aumentato, escludendo dalla loro fruizione proprio coloro che ne hanno maggiore diritto perché più vulnerabili, perché semplicemente non possono permettersi la baby sitter h24 o la clinica privata per un’otturazione ai denti.

Da qui è quindi possibile rivendicare che la questione referendaria non riguarda esclusivamente la Cgil e un pezzo di politica parlamentare, ma riguarda tutto quel pezzo di società spogliata (quando non palesemente derubata): lavoratori, studenti, disoccupati.

Ed eccoci ai voucher, strumento nato e vissuto nella piena incostituzionalità (si vedano anche soltanto gli articoli 35 e 36 della Costituzione). Le proposte avanzate dal governo eludono sostanzialmente la questione di fondo che è alla base di una rivendicazione (forse ancora fin troppo silenziosa): non è possibile ammettere che esista lavoro senza diritti. Inoltre, anche il lavoro domestico (o le ripetizioni) per quanto accessorio (tutto da verificare) non esclude la subordinazione. Se chi decide quando, quanto, dove e come si lavora non è il lavoratore allora quest’ultimo è subordinato alle decisioni altrui, da cui evidentemente dipende. Perché se le famiglie non riescono a conciliare vita e lavoro e non riescono a pagare dignitosamente chi le aiuta, il problema probabilmente è che le famiglie si sono impoverite, che i tempi di lavoro si sono allungati a parità di salari, che gli asili nido non esistono e così via.

Non è inoltre chiaro come mai categorie già di per sé più marginali nel mercato del lavoro, quelle a cui si vuole restringere l’uso dei voucher, debbano continuare a vivere nella marginalità. I voucher escludono non soltanto diritti come ferie retribuite, diritto al cumulo per gli assegni di disoccupazione, diritto alla malattia retribuita, ecc ecc, ma con una contribuzione previdenziale pari al 13% viene anche negato il diritto a una pensione degna (se mai l’avranno in generale). Ancora, i voucher non danno diritto all’assegno di ricollocazione, quel baluardo delle politiche attive tanto agognate da certi commentatori.

Temi che ovviamente non riguardano solo i lavoratori voucherizzati, ma tutto il mondo del lavoro, a parte quei pochi manager o AD di giornali, dirigenti vari sui quali lo stravolgimento del diritto del e al lavoro non è mai stato messo in discussione. E non è un caso perché l’ideologia ha bisogno di gambe, braccia e voci per diventare egemonica.

(15 marzo 2017)

vedi originale e commenti su MICROMEGA

fonte pressenza.com

Milagro Sala e la perseverante ostilità dello Stato argentino – intervista a Paola García Rey di Amnesty International

Amnesty International Argentina è stata una tra le primissime organizzazioni di Diritti Umani a interessarsi del caso di Milagro Sala e ad agire con determinazione e risolutezza per richiedere da un lato la sua immediata scarcerazione e dall’altro per denunciare la criminalizzazione della protesta e della libertà di espressione portate avanti sistematicamente dal governo di Gerardo Morales nelle provincia di Jujuy.

Contestualmente, insieme al CELS (Centro de Estudios Legales y Sociales) e a ANDHES (Abogados y Abogadas del Noroeste Argentino en Derechos Humanos y Estudios Sociales), Amnesty ha reso possibile l’internazionalizzazione della vicenda di Sala grazie alle istanze presentate alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH). La convergenza di tali forze ha così permesso che le Nazioni Unite si esprimessero molto nettamente in merito alla vicenda sollecitando lo Stato argentino all’immediata liberazione di Milagro Sala.

La sua detenzione e la grave situazione di violazione dei diritti umani diventano sempre più tristemente note su scala mondiale e permettono di tenere alta l’attenzione e la pressione sul governo di Mauricio Macri. Ma con che risultati? E quali sono le azioni e le misure prese più recentemente da Amnesty International?

Nell’intervista rilasciataci da Paola García Rey, direttrice di Protezione e Promozione dei Diritti Umani di Amnesty Argentina, abbiamo ripercorso la vicenda di Milagro e fatto un punto sulla situazione ad oggi.

Tra attese, speranze e pressioni nazionali e internazionali sia il governo di Jujuy che quello nazionale di Mauricio Macri non solo sembrano sordi e indifferenti, ma perseverano in comportamenti di ostilità nei confronti degli organismi dei diritti umani

L'intervista a Paola García Rey di Amnesty International

di Loris Campetti
Dentro il trolley, niente di nuovo. Il viaggiatore può incollarci gli adesivi più improbabili – la foto di Gramsci o la parola “compagno” o il “noi” al posto dell’”io”– ma dentro c’è sempre e solo un toscano arrogante, corpo estraneo alla tradizione democratica italiana, persino a quella poliedrica democristiana.

Matteo Renzi è ripartito con il suo trolley dal Lingotto, ex fabbrica, miracolo architettonico cantato da Le Corbusier, con la pista di prova sopra il tetto e la scala elicoidale, per più di mezzo secolo cuore della sofferenza e del riscatto operaio. Ma il Lingotto del rottamatore di valori e speranze è un altro, quello nato dopo la sua chiusura, ipermercato di merce, cultura e postmodernità, a cento metri da Eataly del suo sodale Farinetti, “maître à penser”, astro un po’ sfocato nella stagione di Masterchef. È il Lingotto-non-luogo il punto di ripartenza di un politico sconfitto che non ci sta a gettare la spugna mentre eccelle nel gettare in discarica idee, persone e democrazia.
Renzi figlio ha in mente l’uno-due, la vittoria alle primarie a tre del Pd e poi quella alle elezioni che quasi nessuno vuole più anticipare, da Gentiloni a Mattarella, da Berlusconi a molte anime del Pd. Uno-due per riprendere le due posizioni di comando che la sberla presa al referendum l’aveva costretto a lasciare. Ma Renzi non è Cincinnato e a tutto pensa tranne a darsi all’agricoltura. Renzi figlio si illudeva di liberarsi dai “gufi” con la fuoriuscita di Bersani, D’Alema, Speranza, Errani, Epifani e altri leader che si sono chiamati Dp, il palindromo del Pd, salvo poi aggiungere davanti una M proprio per non sembrare un palindromo o, peggio, la vecchia Democrazia proletaria. Invece deve fare i conti con altri oppositori, pezzi di “sinistra” interna guidati dal ministro Orlando, cavalli pazzi come il presidente della Puglia Emiliano, quello che “me ne vado, anzi resto e sbaraglio Renzi”. Non c’è pace in quel che rimane del Pd. Capire quali contenuti divida il Pd dal Mdp richiede impegno: tutti e due giurano fedeltà al governo, si scontrano più sul metodo e sulle regole interne che sulle politiche per il lavoro, fisco, ambiente, immigrazione. Un po’ più liberista chi resta di chi se ne va. Più favorevole a un’apertura a sinistra il Mdp, che pure continuerà a votare con Alfano. E di nuova legge elettorale, per la quale era stato varato il governo Gentiloni, chi ne parla più? Poi c’è l’ex sindaco Pisapia che, allontanato l’abbraccio (mortale) con Renzi si propone come mediatore e chiede come Orlando aperture a sinistra. Poi c’è Sinistra italiana che dopo aver perso un po’ di pezzi in fuga verso Renzi si interroga sul rapporto con i fuoriusciti dal Pd, ma polemizza sul sostegno al governo.
Anche Renzi padre, Tiziano per l’anagrafe e la procura, si è dovuto dimettere. Lui la sberla l’ha ricevuta non dai cittadini come il figlio ma dalla magistratura, imputato in una loffia vicenda di appalti e traffico di influenze che ha portato in galera l’imprenditore Romeo e indagato, oltre a lui stesso, Luca Lotti, ministro-portaborse di Matteo. Secondo i giudici erano in combutta tra di loro e con il gotha dei carabinieri e del Consip, la società che si occupa di tutti gli acquisti della pubblica amministrazione. Così Renzi padre si è dovuto dimettere da segretario del Pd di Rignano, ridente centro toscano e retrovia della famiglia. Per riprendersi dallo choc è tornato dalla sua amata madonna di Medjugorje: perché mai, tra le tante madonne a disposizione, avrà scelto proprio quella i cui miracoli sono contestati persino dal Vaticano, mentre nessuno mette più in dubbio i legami dei frati che la accudiscono con le peggiori correnti ustascia durante la guerra in Bosnia, traffici d’armi inclusi? Tommaso R. non si limita ai viaggi individuali, organizza pellegrinaggi. Ma questa è un’altra storia. O no?
Nei sondaggi l’implosione politica, morale e umana del Pd non premia quel che di confuso si muove a sinistra di Renzi. I ceti sociali abbandonati a sé stessi non sognano più uscite collettive dalla crisi, tentano di aggiustarsi, ognun per sé. Perciò, nonostante i suoi disastri amministrativi, a vendemmiare consensi è Grillo, vissuto come una scopa: que se vayan todos. O peggio, Salvini con il suo odio razzista in difesa del quale si è compattato l’establishment: lo si lasci parlare, ha diritto a berciare contro “negri” e napoletani “che puzzano” fomentando ultrà padani che negli stadi invocano il Vesuvio per spazzar via, con Insigne e Mertens l’intera comunità partenopea. Povero Salvini, contestato dai centri sociali strumentalizzati dal sindaco De Magistris. Renzi dal Lingotto, dopo aver deriso chi canta Bandiera rossa, si è scatenato contro uno dei migliori sindaci italiani. Il nemico non è il razzismo ma la maleducazione napoletana.

Pubblicato il 

16.03.17 ..

fonte INCHIESTAONLINE

Il quarantennale del ’77 non è proprio scansabile. Almeno se si vive a Bologna. Per un verso l’establishment politico istituzionale, o nomenclatura, teme un revival magari sul’onda delle iniziative politiche del cua, il collettivo autonomo universitario che fa parecchio tribolare i poteri costituiti, per l’altro i collettivi universitari e centri sociali comunque definiti che di sriffa o di sraffa in quel movimento pretendono di innestarsi. Mentre coloro che lo agirono da protagonisti moltiplicano gli eventi della memoria dei giorni che furono, cercando di evitare il “reducismo” e/o la retorica da “ex combattenti”.

Avviene così che la mattina dell’11 marzo, quando orsono quarantanni Francesco Lorusso studente già militante di Lotta Continua morì fucilato da un carabiniere, e da allora ogni anno i suoi compagni si ritrovano, il cua minacciando sfracelli, non siano presenti nè rappresentanti delle istituzioni politiche elettive, diciamo il Comune, e neppure dell’Università, diciamo il Rettore e/o qualche suo delegato. Non gli par vero a sindaco e rettore di evitare così l’imbarazzo di una presenza sotto la lapide che ricorda l’omicidio di Francesco : «I compagni di Francesco Lorusso qui assassinato dalla ferocia armata di regime l’11 marzo 1977 sanno che la sua idea di uguaglianza di libertà di amore sopravviverà ad ogni crimine. Francesco è vivo e lotta insieme a noi.».

Già, una lapide mai sottoscritta e/o riconosciuta nella sua verità dalle istituzioni politiche tanto quanto accademiche. Sono venuti quando proprio non potevano farne a meno, ma sempre quatti quatti rasente i muri, perchè mai assunsero gli eventi del’77 e l’assassinio di Lorusso nella loro inequivocabile realtà. Ovvero per paradosso l’intransigente volontà militante del cua che dice: Lorusso è nostro, nostra memoria che sindaco e rettore non possono condividere, mette al riparo proprio i poteri costituiti, li conforta nella loro assenza e mancanza, e in un certo qual senso offre giustificazione alla loro vigliaccheria e incapacità di fare i conti con quanto accadde quaranta anni fa. O peggio: offre il dito dietro cui nascondere la loro complicità più o meno dispiegata di allora con i fucilatori in divisa.

Per non dire dell’osceno funerale cileno di Francesco, confinato ai margini della città tra elicotteri e schiere di armati che il sindaco Zangheri accettò, e che purtroppo il movimento subì, funerale che sembra ormai scancellato dalla memoria di questa nostra città rincagnata e ottusa, dimentica della generosità. Nel mentre la vulgata racconta  di un movimento del ’77 irremediabilmente violento fin dal suo dna, quasi esplosione di barbarie nella civile e democratica Bologna, che poverina dovette soffrire l’affronto delle sue celebri vetrine frantumate a colpi di pietra. Ma se si rimette sui piedi quel movimento ecco apparire il disegno di una realtà ben diversa. Sul piano generale si può dire che quel movimento era composto di giovani donne  e uomini che aspiravano e volevano essere liberi e uguali. Niente di più e niente di meno. Nonchè volevano autogestire ampi spazi culturali, scientifici, materiali all’interno dell’università e in proiezione anche in città. Con diverso linguaggio: tentavano di definire e praticare un diritto di cittadinanaza “comunista” a Bologna. Ma non in modo utopico e/o totalmente anarchico. Anzi il movimento andò costituendosi attorno a strutture organizzate e di pensiero precise. Innanzitutto A/traverso, il giornale animato essenzialmente da Bifo con in parallelo l’invenzione di Radio Alice, la comunicazione via etere libera e libertaria. Per dirla in termini dotti, A/traverso e Radio Alice costruiscono una vera e propria praxis linguistica rivoluzionaria (Gramsci) su cui non mi soffermo, ma che, se si vuole, è significata dalla diffusione nel movimento di un robusto testo psicofilosofico come l’Antiedipo di Deleuze e Guattari nonchè dalle poesie e dalla poetica di Majakovskij, compreso il suo suicidio – si pensi al ’68 quando buona parte dei militanti agitava, se non leggeva, il libretto rosso di Mao, compendio di approssimate massime di derivazione marxista leninista, e si misurerà la differenza. Qui la Repubblica in un numero del suo settimanale culturale Robinson, in parte dedicato al movimento del ’77, supera se stessa in quanto a mistificazione, non solo riproponendo il feticcio di un’ala creativa del movimento (gli indiani metropolitani cosidetti) contrapposta a un’ala militante pura e dura, ma riuscendo a parlare di A/traverso senza mai citare Bifo!

Quindi incontriamo il collettivo Jacquerie inventato tra gli altri da Diego Benecchi, il riferimento alle rivolte che precedettero la rivoluzione francese è esplicito e voluto. Jacquerie che si qualifica tra l’altro per la pratica delle autoriduzioni nei ristoranti di lusso, non nelle mense universitarie e/o aziendali. Perchè il diritto non attiene semplicemente la sopravvivenza biologica mangiando un cibo povero per i poveri a poco prezzo, ma invece quello di godersi un pasto ricco e buono, a un prezzo possibile per tasche normali, un prezzo autodefinito e che si ottiene con l’autorganizzazione che diventa autoriduzione. Un terzo nucleo costituente il movimento del ‘77 è il collettivo dei lavoratori precari dell’università, dove si individua il precariato intellettuale non come una patologia transeunte del sistema di studi, insegnamento, formazione e ricerca, ma come un asse portante di lungo periodo della produzione e diffusione del sapere universitario. E dove si pone il problema fondamentale della riappropriazione e uso sociale da parte dei cittadini tutti dell’intelligenza scientifica prodotta nelle aule e nei laboratori, problema ancora aperto; anzi oggi più urgente che mai se si vuole sperare di contrastare in qualche modo efficace il cambiamento climatico globale in corso.

Poi c’erano le assemblee di facoltà, lettere, fisica, giurisprudenza eccetera che discutevano,deliberavano, agivano di giorno e di notte, i cortei notturni essendo un’altra delle caratteristiche di quel fantastico febbraio del 1977 nella zona universitaria “liberata”.  Infine gli spezzoni dei vari gruppi extraparlamentari e della cosidetta all’epoca sinistra rivoluzionaria. Lotta Continua si era sciolta nel congresso del settembre 1976, Potere Operaio si stava trasformando nell’Autonomia Operaia, il Manifesto vivacchiava stentatamente, epperò legami politici rimanevano e alcune strutture continuavano più o meno per inerzia a esistere, in particolare i servizi d’ordine. Tutto questo e altro ancora non precisamente definibile, per esempio la partecipazione di giovani proletari provenienti dalle periferie, confluiva nel movimento. Un movimento a ampio spettro che ebbe ben presto anche i suoi cantori, uno su tutti Claudio Lolli con quella splendida ballata che è “Ho visto anche degli zingari felici” scritta nel 1976, anticipando se non annunciando il ’77. Un movimento denso di gioia, empatia dei corpi, intelligenze in sinergia, dove si respiravano libertà, eguaglianza, fantasia. Un movimento tutt’altro che violento, certo occupando l’università dove al massimo echeggiavano i cori di scemo scemo all’indirizzo dei giovin burocrati della SUC, la sezione universitaria del PCI, scesi in campo a difendere il compromesso storico e la politica dei sacrifici.

Finchè non arrivò la repressione brutale dello stato sub specie di una colonna di carabinieri che aprì il fuoco contro un piccolo gruppo di manifestanti praticamente a freddo, uccidendo Francesco. Il primo morto in manifestazioni di piazza che si ebbe a Bologna, ovvero un evento eccezionale. Un atto congruente con la strategia della tensione ben nota messa in campo dalle forze più reazionarie del nostro paese. Col concorso di Comunione e Liberazione che stava tenendo una sua riunione all’università da cui furono cacciati in malo modo alcuni compagni del movimento, e tutto ebbe inizio: azione e reazione con l’arrivo delle forze di polizia, che fin qui non avevano trovato pretesti per attaccare il movimento. Forze di polizia che subito apparvero indipendenti da qualunque possibile mediazione – Gori allora capo della Digos, in seguito morto per un incidente stradale da alcuni giudicato non limpido, lo disse in modo esplicito a alcuni manifestanti: tira una brutta aria, fate attenzione, facendo capire che ormai loro, i poliziotti del dialogo, erano esautorati dalla gestione della piazza. Stando al Resto del Carlino di qualche anno fa il capo di Gladio Cossiga avrebbe dichiarato: “Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco la città (…). Dopodiche forti del consenso popolare (…) le forze dell’ordine (sic! Ndr) non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano”. Sembra la descrizione di ciò che successe al G8 di Genova nel 2001,  di cui le repressioni del movimento del ’77 furono in un certo qual senso i prolegomeni quando Kossiga era soltanto (?!) ministro degli interni.

Comunque sia la morte di Lorusso fu seguita da un corteo con migliaia di persone che aveva di mira la DC individuata come mandante politico morale dell’omicidio, corteo che si scontrò più volte con la polizia, fracassando soprattutto le famose vetrine dello scandalo, vuoi mai che avessero a soffrirne il sacro commercio e mercato. Il giorno dopo poi gli studenti difesero la zona universitaria dall’assalto delle forze di polizia, mentre la notte del 13 marzo verso le quattro intervenivano i blindati dei carabinieri a occupare il quartiere universitario ormai vuoto. Il movimento è sconfitto, la fase dei liberi e uguali chiusa, l’ordine regna di nuovo a Berlino, pardon a Bologna. Un ordine plumbeo ma si sa , non si può avere tutto dalla vita. Soprattutto i carri armati scancellano i colori e calpestano la gioia di vivere e di conoscere.
Fu eccessiva la violenza dei cortei del movimento? Intanto nessuno praticò o propose il precetto biblico che prescrive occhio per occhio e dente per dente. Quindi furono distrutte cose e colpiti dei simboli, ma non ci furono attacchi nè tantomeno attentati contro le persone, neppure gli “sbirri”. Poi ciascuno può dare il suo giudizio, ma per favore senza scandalo e alti lai contro “i violenti”, e senza dimenticarsi en passant dell’omicidio brutale di Francesco, omicidio cui la città nel suo insieme e le sue istituzioni non risposero, anzi il PCI inventò di sana pianta la teoria del complotto ordito da Radio Alice succursale della CIA, un delirio in senso proprio. Certamente qualcuno fu indotto da ciò che accadde in quei giorni a pensare fosse giunto il momento di costruire in Italia un partito armato di massa, e qualcun altro invece credette fosse l’ora di un partito armato d’avanguardia, ma  a Bologna molto pochi, e non per merito dei partiti o del Comune.

In fine perchè quaranta anni dopo alcune centinaia di persone ormai coi capelli bianchi ancora si incontrano in via Mascarella laddove Francesco fu ucciso. Non sono reduci e nemmeno ex combattenti. Soltanto donne  e uomini che così affermano la loro esistenza e appartenenza a quel movimento del ’77, certificando con la loro presenza e amicizia l’ingiustizia della morte di Lorusso, che pesa sull’intera città ieri come oggi. Molte cose sono cambiate anche drasticamente ma quella morte, quell’omicidio impunito sta lì, inamovibile, piantato nel cuore stesso di questa città che da allora non fu più la stessa perchè vive con un cadavere al suo interno.

fonte Carmillaonline

del Centro di Documentazione dei Movimenti Francesco Lorusso – Carlo Giuliani

77

[Il Centro di Documentazione Lorusso – Giuliani ha pubblicato uno dei libri più utili e completi su origini, svolgimento, clima generale e conseguenze della rivolta giovanile iniziata a Bologna l’11 marzo 1977, a seguito dell’uccisione di Francesco Lorusso da parte delle forze dell’ordine (’77 Storia di un assalto al cielo, pp. 146, € 12,00). Il libro può essere acquistato in questo sito, oppure presso la sede del Centro, c/o Vag 61, via Paolo Fabbri 110, Bologna. Lasciamo che a presentarlo siano gli stessi autori del volume, che da parte nostra consigliamo vivamente.]

I fatti dell’undici marzo e il lunghissimo anno del ‘77 appartengono alla storia dei movimenti come pietre inamovibili: ci hanno segnato, ci hanno ucciso e ci hanno fatto rinascere; nulla è rimasto integro; ogni cosa, da quegli avvenimenti in poi, è stata riletta, analizzata e sviscerata. Parlarne ora non vuole essere una rievocazione, ma un percorso a ritroso, un reincontrarci, un riconoscerci, un modo ancora per raccontare vicende, avvenimenti, valutazioni, sentimenti che sono rimasti in disparte, accantonati, non narrati, come se non fossero mai accaduti.  Questo libro prova di raccontare quello “strano movimento di strani giovani”.  Sfogliando le 144 pagine di questa “piccola enciclopedia” del ’77 bolognese troviamo parole come proletariato giovanile, jacquerie, movimento femminista, compromesso storico.

Si parla della Bologna del sindaco Zangheri, dell’uso “legittimo” delle armi in piazza da parte delle forze dell’ordine, della repressione e delle leggi d’emergenza. La parte centrale del libro è dedicata alla comunicazione del movimento, la storia di radio Alice e l’enorme produzione di fanzine, fogli e giornali. Anche la musica si è presa molto spazio, come, del resto, se lo prese allora. Si racconta del festival del Parco Lambro, del pianista che suonava “Chicago” sulle barricate in via Zamboni e degli autori che piacevano al movimento: gli Stormy Six, Gianfranco Manfredi, Claudio Lolli, Rino Gaetano, Eugenio Finardi, Alberto Camerini, Enzo del Re, gli Skiantos e l’universo dei gruppi rock bolognesi. E poi ancora: il teatro nelle strade e nelle piazze, le feste alle repressioni, la guerriglia fatta con la matita dei fumettisti, il romanzo del ’77 bolognese, i film e i documentari su quell’annus horribilis. Le pagine finali sono riempite dalla cronologia per una “vetrina infranta”. Si tratta del  racconto ragionato degli episodi, avvenuti a Bologna, dal 1973 al 1979, con un risalto più accentuato alle giornate della rivolta del marzo, all’assassinio di Francesco Lorusso, alla chiusura poliziesca di radio Alice, ai carri armati nella cittadella universitaria, al convegno di settembre contro la repressione.

Questo libro si è potuto mettere assieme perché, da diversi anni, un gruppo di compagne e di compagni ha cominciato a raccogliere e, poi, a sistemare e catalogare un’enorme quantità di materiali, scovati nelle case, nelle soffitte e nelle cantine. Per riempire queste pagine sono stati “saccheggiati” gli archivi del Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani” e dei giornali “Mongolfiera” e “Zero in condotta”. Quindi anche i  (furono) giovani redattori di queste riviste alternative bolognesi hanno contribuito con la loro scrittura e i loro articoli. Ma, se questo volume si è potuto fare, è perché migliaia di ragazze e ragazzi, per tutto il lunghissimo anno del 1977 riempirono le strade, le piazze, le aule universitarie con cortei, feste di strada, assemblee, scontri con la polizia. Usarono anche le frequenze modulate di una radio e tanti fogli di carta (diversamente impaginati) per far circolare le loro voci e le loro idee e amplificare la loro rabbia. Senza la loro creatività queste pagine non si sarebbero riempite. Si dice che il 31 dicembre del ’77 non sia mai arrivato, ecco perché ne abbiamo approfittato per dare alle stampe queste pagine.

Salto d'epoca. Finita la ruota della fortuna siamo entrati nella ruota del criceto, tanti smanettoni invisibili e sommersi, precari a partita Iva con la paura e il rancore che si fa razzismo

Aldo Bonomi   Il Manifesto 8-3-17  che

È interrogante l’ultimo libro di Marco Revelli. Mi domando se non ci resti che sussurrare, o urlare «non ti riconosco più» e ritirarci in buon ordine nel racconto di microcosmi e di territori resilienti, magari con Magnaghi e la sua rete dei territorialisti.

Oppure se valga la pena di alzare lo sguardo e continuare a cercare per capire oltre l’invito di Candido «Dobbiamo coltivare il nostro orto», evocato in un altro scritto di Revelli sul manifesto. O ancora se valga la pena continuare nella fatica di Sisifo dello scomporre e ricomporre il farsi della società nel salto d’epoca dell’accelerazione, con lo sguardo delle lunghe derive braudeliane del potere, del mercato, della civiltà materiale.

Sono tempi di sorvolatori del mondo, di storytelling, di flussi che impattano nei luoghi mutandoli antropologicamente, culturalmente, socialmente ed economicamente. Partirei, come sempre, dal basso, dal processo di deposito delle polveri sottili dei flussi nei polmoni delle “vite minuscole”, della vita quotidiana, nel loro, un po’ come per noi, non riconoscersi più in ciò che era abituale. Può sembrare retrò, ma credo che la parola chiave di tanti comportamenti collettivi sia “sommerso”. Che diventa, nella discontinuità di inizio secolo, sommerso carsico e non più sommerso ascendente. Questo sommerso carsico ha poco a che fare con il “ben scavato vecchia talpa” di marxiana memoria.

Riappare il tema del rendersi invisibili ai poteri, alle tasse, ai mercati, così confluendo, come detriti, nel fiume dei tanti precipitati nel sommerso della povertà, della società dello scarto e dei dannati della terra, il cui fiume è diventato il cimitero/Mediterraneo. Scomporre e ricomporre i detriti di questo fiume mi pare questione sociale e politica, avendo chiaro che pochi sono i salvati e tanti i sommersi. In questo magma carsico si evidenzia un’altra questione: lo sfarinamento della società di mezzo, intesa sia come crisi del tessuto prepolitico della rappresentanza sociale e lo sfarinamento dei ceti medi cui si aggiunge oggi la forma partito. Il sommerso ascendente dei tardi anni ’60 sembra, nel piccolo, un’epopea da far west: contadini che, nella migrazione interna, si fanno operaio massa, operai specializzati che emergono dai sottoscala costruendo capannoni e disegnando con i sindaci aree industriali che si fanno distretto; cooperative di consumo e di lavoro che diventano grandi gruppi della distribuzione o della produzione. La piccola borghesia si fa ceto medio, come ebbe a rilevare Paolo Sylos Labini nella sua analisi.

...continua a leggere "Eclissi della classe media, pochi i salvati tanti i sommersi"

 

Fonte Pressenza.com

Quello che sta accadendo a Jujuy, quello che sta accadendo alla Tupac Amaru, a Milagro Sala non è un fenomeno isolato; è parte di un laboratorio politico con cui il nuovo neoliberismo vuole mettere in silenzio le organizzazioni sociali”.

“Le organizzazioni sociali, Tupac Amaru in argentina come i Sim Terra in Brasiele sono state la risposta sociale alla crisi della politica istituzionale; organizzazioni che hanno ridato dignità ai popoli, alle frange discriminate della società. Questo risulta intollerabile ai grandi poteri trnsazionali, al neoliberismo attuale, diverso da quello degli anni ’90”.

“In questo laboratorio ci sono tre pilastri: un potere politico corrotto, una magistratura senza indipendenza e la grande concentrazione dei media che cerca di stabilire un pensiero unico; il giornalismo come lo abbiamo conosciuto non esiste più, c’è solo la verità della propaganda del potere”.

Questi alcuni dei topici dell’incontro con Sandra Russo che si è svolto a Roma alla Città dell’Altra Economia . La giornalista argentina, ha coinvolto un pubblico attento e pieno di domande in una conversazione collettiva in cui si sono coinvolti anche i membri del Comitato per la Liberazione di Milagro Sala presenti che, insieme a Pressenza, erano gli organizzatori dell’incontro.

Alla fine l’ormai tradizionale selfie di protesta e solidarietà.

#LiberenAMilagro

Sito del Comitato per la Liberazione di Milagro Sala

fonte SOCIALEUROPE.EU

by on

The election of Donald Trump to the US Presidency as well as the seemingly inexorable ascendency of right-wing populism in Europe has raised troubling questions about the future of democracy. In his new book, Branko Milanovic (BM) discusses the relationship between global inequality and the future of capitalism and democracy, respectively (a related interview has been published here). Whereas BM thinks that inequality and capitalism can co-exist, he is sceptical with respect to democracy. While he characterizes the American form of plutocracy as “maintaining globalization while sacrificing key elements of democracy” (p. 211), he sees European populism as “trying to preserve a simulacrum of democracy while reducing exposure to globalization” (ibid).

However, the Trump election teaches us that plutocracy and populism eventually go well together. With reference to Milanovic’s famous “elephant graph”, it is straightforward to see why this should happen. Three important observations can be inferred from the graph: firstly, very remarkable income gains in emerging economies, in particular China and India, have led to the emergence of a new middle class in the Global South. Second, income for the middle class in advanced Western countries has stagnated. Thirdly, the income of the Top 1 percentile, i.e. the global super rich, has also grown very substantially, while being still underestimated according to BM.

The elephant, Trump and the working class

Two political interpretations of these facts are obvious. A left narrative would draw the central political conflict line in the EU and US between the working population and the rich elite and call for redistribution from the rich to the middle and lower strata of the population. Clearly, such an interpretation constitutes a threat to the privileges of the plutocratic elites.

The populism of Donald Trump should thus be seen as a Gramscian hegemonic strategy based on an alternative reading of the elephant graph. His brand of populism combines two elements. First, by way of exploiting the correct fact that large segments of the US working class have indeed not benefitted from globalization, he is juxtaposing the US middle class against workers in emerging economies by invoking antagonisms such as “We Americans” against “Mexican immigrants” or “our jobs” against “cheap imports from China”. Thus he reframes an economic issue into one of identity and diverts attention away from class antagonisms between rich and poor. Second, upon that basis Trump has promoted a political project of “America First”, which reconstructs an imaginary community of “hard-working” Americans.

The hegemonic project of populism thus combines a narrative of imagined political community along national, ethnic, cultural or religious dividing lines with limited material promises in terms of more jobs for its members. The political culture becomes marked by dramatization of the cult of leadership, strong-handed demonstrations of authority and ruthless use of language coupled with denial of facts and intimidation of opponents.

Trade-off between hyper-globalization and democracy

So then, what is the prospect for an alternative political agenda that wants to advance an egalitarian project, both between and within nation states? Dani Rodrik has introduced the “political trilemma of the world economy” as a heuristic tool to analyse the political options available under globalization. The three elements of the trilemma are (i) national sovereignty, (ii) hyper-globalization, i.e. deep economic integration of the world economy, and (iii) democratic politics. The trilemma posits that only two out of three elements are compatible. Thus, if one thinks that a substantial transfer of powers to the international level with a view to creating some form of democratic global governance is impossible given the continued prevalence of nation states, and if one thinks that a combination of populist/authoritarian national politics in combination with a deepening of hyper-globalization is undesirable, then the basic trade-off any progressive political project has to face is that between hyper-globalization and democracy. For democrats this choice should be straightforward.

Against this background, the current debate on Trump’s populism appears misguided. In reductionist fashion, the liberal press (see e.g. here and here) portrays the economic core of the emerging populist projects as consisting of protectionism. However, by refusing to sign TTP and criticizing NAFTA, while indicating a readiness to negotiate bilateral trade deals in future, Trump has advanced a mercantilist approach that wants to increase the gains from globalization for the US. Consequently, he initialled a de-regulatory agenda for the highly globalized US financial sector and tax reductions for the corporate sector in general, evidently in order to improve its international competitive position. Similarly, the strategy of populist forces in power in the EU (e.g. in Hungary and Poland) is not directed against economic integration, but against political federalism, i.e. the transfer of power to the supra- or international level, while at the same time eroding the institutional division of powers and democratic participation within their countries. Thus, the strategic focus of populism both in the US and the EU is oriented towards establishing an authoritarian combination of nation state and hyper-globalization. While it is restrictive with regard to the mobility of labour and has a more interventionist policy approach, it is arguably not directed against economic globalization per se, but against liberal democracy and global governance.

Liberal calls on the forces opposing populism to focus their efforts on the defence of hyper-globalization could prove potentially disastrous for the political left. While not denying the heightened potential for conflict, a progressive political project should welcome a multi-polar world order and focus on fighting for democracy by reinvigorating its potential for a more egalitarian and solidaristic society. Besides strengthening democratic participation, upholding human rights and expanding social inclusion and equity, this will involve a more stringent regulation of hyper-globalization. In certain areas, a partial de-globalization and re-regionalisation of economic activities, respectively, for instance in the financial sector, in agriculture or with respect to public services seems warranted. In contrast to right-wing populism, such a project would thus be principled with respect to democracy, instrumental with respect to globalization and realistic with respect to the pro tempore prevalence of the nation state.

fonte AREA7.CH 

Un servizio del Telegiornale cercava di rendere l’idea del successo di popolo della candidata alle presidenziali francesi del Front national, Marine Le Pen, lasciando esprimere alcuni ospiti attorno a un tavolo: al lepenista convinto sin dagli anni Ottanta, si sono aggiunti, convinti di fresco, un socialista schifato, nonostante continui a credere nelle sue idee; una sindacalista del sindacato di sinistra (Cgt) delusa dall’inefficienza politica dei suoi; un repubblicano, in fuga dalla confusione nel suo partito. Questo genere di aggregazione non è solo francese, avviene in tutta Europa (e negli Stati Uniti). Gli si dà un denominatore comune con il termine “populismo”.

Populismo è una ideologia? Forse. Appare comunque facile la sua combinazione con ideologie che hanno un contenuto più pesante, come il nazionalismo o il socialismo. Anche se, a differenza di queste, non dà risposte ai grandi problemi. Si accontenta di dividere la società in due gruppi: da un lato il popolo, naturalmente onesto e virtuoso; d’altro lato le élites che hanno confiscato la sovranità che appartiene di diritto al primo.
Il populismo si batte dunque per ristabilire la sovranità del popolo. Diventa una strategia per quei grandi attori dell’odierna scena politica europea (Svizzera compresa) che vanno per la maggiore e che si sentono i veri e unici portavoce del popolo, uomini e donne provvidenziali.

Chi è membro del popolo al quale si rivolgono i populisti? Per gli uni il popolo è costituito dalla nazione e s’oppone allo straniero, è pure ostile all’apertura della società che si manifesta con l’integrazione europea o con l’immigrazione o l’afflusso di islamici. Per altri ciò che distingue il popolo dalle élites è l’appartenenza di classe. Forse per questi parametri diversi anche i populisti sono di destra o di sinistra. Con una pretesa: il popolo è omogeneo, ha solo perso i punti di riferimento, le relazioni sociali cui era abituato.

Non è assurdo che socialisti, sindacalisti, classe media, emigrano verso queste formazioni populiste? Forse si possono indicare tre motivazioni tra loro connesse. L’una culturale, dovuta al venir meno di quella che si riteneva una propria identità sociale e a uno svilimento e deprezzamento dei valori del proprio paese o del territorio in cui si è nati e cresciuti, minacciati dall’esterno (ciò che accresce incertezza o paura). Una seconda è dovuta al tipo di economia impostosi dagli anni 80: globalizzazione, diseguaglianze, scombussolamenti nel lavoro ridotto a merce e competitività, mortificazione del reddito da lavoro, precarietà, impoverimento, hanno generato una situazione (dimostrata con uno studio fondamentale da un economista americano, Moses Shayo) per cui si sono moltiplicate le persone che fondano sempre meno la propria identità sociale nel proprio statuto economico e sociale, sostituendola con l’unica certa, l’identità nazionale (il nazionalismo). Una terza si riscontra nel fatto che i partiti di sinistra (soprattutto se al potere) hanno riorientato il loro discorso, occupandosi poco delle priorità degli ambienti popolari per tentare di sedurre un elettorato più vasto, in un clima culturale molto influenzato dalle idee liberiste a partire dagli anni ’80. Hanno così voluto apparire mercantilmente affidabili, perdendosi, o tecnocrati per dimostrarsi altrettanto bravi nella gestione degli affari pubblici.

Siamo alla vigilia di importanti elezioni. Può darsi che le altre forze politiche di centro o di sinistra riescano ad essere più forti dei partiti populisti. Tuttavia non si può negare che coloro che definiamo populisti rappresentano idee molto radicate nelle nostre società e che quindi li troveremo a lungo sulla scena politica. Servissero almeno come pungolo!
FONTE AREA7.CH che ringraziamo

Pubblicato il  08.02.17

 

Sabato 4 febbraio ore 17

Casa dei Diritti -Via E. De Amicis, 10 Milano

Proiezione del documentario “Tupac Amaru, algo està cambiando” di Magali Buj e Federico Palumbo.

Il film documentario racconta la storia, il lavoro e il percorso di rivendicazione di diritti umani di una comunità nativa del nord dell’Argentina e della sua leader Milagro Sala, donna aborigena, attivista sociale e deputata eletta del ParlaSur, che dal gennaio 2016 è in carcere come detenuta politica, con l’accusa di “promuovere il disordine sociale”.

Illustri personalità mondiali, il Parlamento Europeo e l’ONU stanno da tempo esercitando pressioni sul governo argentino per chiedere la liberazione di questa donna esemplare.

Programma dell’evento:

17:00 Saluto di Benvenuto e Ringraziamenti.

Presentazione dell’Associazione “Argentinos para la Victoria”

Introduzione di Diana Caggiano del Comitato Italiano per la Liberazione di Milagro Sala (Roma)

18:00 Proiezione del Documentario “Tupac Amaru, algo està cambiando”.

19:00 Pausa caffè.

19:15 Saluto e Intervento di Federico Palumbo, regista italiano del documentario.

Dibattito e Riflessioni.

20:00 Saluti finali

Come argentini residenti fuori dal paese, abbiamo la responsabilità di denunciare la violenza e gli abusi esercitati dal nuovo governo Macri.

La dittatura militare degli anni ’70 ha provocato più di 30.000 Desaparecidos che non possiamo dimenticare. Per questo alziamo la voce e diciamo Nunca Mas! Mai più!

Mai più terrorismo di Stato e libertà per Milagro Sala.

Argentinos para la Victoria

fonte micromega che ringraziamo .

L’elezione di Tajani a presidente del Parlamento europeo ha evidenziato la rottura delle larghe intese tra Pp e Pse, che aveva scelto l'italiano Pittella come candidato e che ora parla di “rottamazione del Fiscal Compact”. Ma ciò non è sufficiente per attestare una discontinuità dei socialisti rispetto al passato: soltanto mettendo sotto accusa il paradigma della Terza Via, le socialdemocrazie possono tornare a rappresentare un’alternativa all'Europa dell’austerità. Ipotesi che al momento appare improbabile.

di Matteo Puciarelli e Giacomo Russo Spena

L’ultimo tradimento in ordine cronologico è quello dei socialisti spagnoli che hanno deciso di dare il proprio appoggio esterno al governo conservatore di Mariano Rajoy. Una scelta sofferta, costata la leadership di Pedro Sanchez, contrario alla capitolazione verso le ragioni della destra. Ma è la conferma, l’ennesima, di come le socialdemocrazie europee abbiano abbandonato le ragioni della sinistra – sposando spesso e volentieri le larghe intese, ma anche a livello programmatico – da quando si è assunto come proprio il paradigma della “terza via” di Tony Blair, la stessa stagione di Bill Clinton e dei tanti emuli successivi. I quali hanno utilizzato la parola “riformismo” per sostenere guerre umanitarie, privatizzazioni, deregulation, restringimento del welfare state e precarizzazione della vita dei cittadini.

Quella dei socialdemocratici è stata una mutazione genetica. Dovuta sia ad errori soggettivi (la riaffermazione del primato assoluto dell’economia e del mercato sulla politica; la subalternità culturale all’ideologia delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni rispetto alla pubblica programmazione e pianificazione; il salario e l’occupazione come variabili dipendenti dai moderni processi di valorizzazione del capitale) che alla insufficiente analisi e comprensione nel «mare in subbuglio di quel capitalismo in via di mutazione», per parafrasare lo storico Eric Hobsbawm.

Le socialdemocrazie hanno, in massima parte, esaltato le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione liberista, rimuovendo allo stesso tempo il contesto di nascita e di pervasività di un capitale finanziario predatorio che sempre più assumeva una dimensione biopolitica, di coinvolgimento violento delle vite stesse dei cittadini. Un nuovo capitalismo impossibile da gestire e dominare, sovranazionale, tecnicamente avanzato, capace di imporre l’agenda ai governi, pena la crisi economica di interi Stati.

I dirigenti del centrosinistra italiano sono stati i primi a precarizzare il mondo del lavoro o a proporre le detenzioni come risposta agli esodi massicci ed inarrestabili di migranti; i “socialdemocratici” hanno scelto, e scelgono ancora, la via dei Cpt (Centri di permanenza temporanea) e dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione), cioè dei lager mascherati che privano di libertà gli esseri umani. Così, in moltissimi campi, con il pretesto delle famigerate “riforme” hanno intrapreso un percorso poi proseguito dalle destre. Come dimenticarsi del pacchetto Treu, della Turco-Napolitano o delle guerre “umanitarie”?
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Ringraziamo Luigi Troiani per questo articolo apparso sul Blog     Lavocedinewyork.com

Il nuovo presidente USA a parole per "gli uomini dimenticati", nei fatti per il liberismo sfrenato di Reagan e Thatcher

Reaganomics e thatcherismo mutano il modello di società nata in Occidente nel dopoguerra per volontà anglo-americana. Sono i semi che hanno generato la folle situazione dell’economia mondiale attuale dove l’1% della popolazione mondiale detiene quasi il 55% della ricchezza. Danald Trump che modello seguirà? A parte la sua retorica, i segnali sono chiari
donald trump giuramento

Donald Trump giura sulla Costituzione degli Stati Uniti (Immagine ripresa da youtube)

di Luigi Troiani -

Nel guardare come si va conformando la mappa dei governi nei paesi che contano, in attesa del responso del biennio elettorale europeo che coinvolgerà Germania, Francia, Olanda e forse Italia, ci si chiede verso quale tipo di regimi nazionali e di successive alleanze internazionali stiamo andando. e se il nuovo quadro politico mondiale potrà comportare la retrocessione delle nostre società democratiche a regimi semi-autoritari, con la fine della società “tana libera tutti” che dalle utopie del ’68 si è in qualche modo venuta affermando, non solo in occidente.

Occorre partire proprio dal termine “occidente”,  che scrivo da sempre con lettera minuscola, essendo la sua conformazione certa solo per quanto riguarda la geografia, non la politica. Pur avendo, quel termine, subito gli abusi della propaganda e delle umane presunzioni, ha tuttavia significato, nella cultura dei più, il riferimento di una civiltà, quella che parte dall’illuminismo, dal privilegio della ragione su ogni altra capacità umana, dalla liberazione degli esseri umani da poteri come le aristocrazie di ogni tipo e le superstizioni. Grazie a quelle premesse, nei secoli successivi, i paesi dove quella civiltà ha prevalso, hanno potuto avvantaggiarsi in termini di sviluppo tecnologico e progresso scientifico, ricchezza e progresso sociale, generando un potere mondiale che trova espressione ancora ai nostri giorni. Quell’occidente avrebbe rivendicato, in taluni pensatori, radici greco-romane; in altri cristiane. La diatriba qui non rileva.

Interessa che da quella vicenda storica siano venuti nei secoli successivi nel chiamato occidente, beni politici ritenuti essenziali come le  tante libertà di cui godiamo: di pensiero, parola, genere, religione, ricerca scientifica, impresa, associazionismo, e così via. Per affermare e difendere quei beni, in occidente si sono fatte terribili guerre e sanguinarie rivoluzioni, si sono promossi sommovimenti sociali e politici epocali. Nel Novecento, nel segno di quei beni, American  Boys hanno attraversato due volte l’Atlantico immolando le vite. Nello stesso segno, i presidenti degli Stati Uniti hanno tutti, coerentemente, combattuto e vinto prima il nazi-fascismo, poi negli anni del bipolarismo il totalitarismo comunista.

Dentro quel concetto, vigeva un elenco di undisputed given, che nessun governo, fino all’avvento di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, aveva immaginato di rimuovere. Tra i tanti, la separazione tra politica e affari, il ruolo dello stato come equilibratore delle più aspre diseguaglianze sociali e di barriera agli appetiti del grande capitale, il rafforzamento dei ceti medi come garanzia dell’ascensore sociale che avrebbe consentito a chiunque di migliorare la propria situazione socio-economica, una tensione all’apertura verso le altre nazioni e alla diplomazia multilaterale. A sostegno della realizzabilità di quel modello, stato e sue articolazioni come le autonomie locali e regionali, avrebbero finanziato un vasto settore di spesa pubblica a carattere “sociale” che avrebbe consentito ai percettori di basso reddito di far accedere i figli all’istruzione, ricevere assistenza sanitaria, disporre di pensioni, e così via. Sul piano internazionale, l’empatia sociale interna si sarebbe trasferita in politiche di aiuto ai paesi poveri, garanzie per i migranti, costruzione di istituzioni internazionali condivise.

Non si dimentichi che, in piena Seconda guerra mondiale, quando ancora le sorti del conflitto erano tutt’altro che scontate, Londra e Washington, una con un primo ministro come Winston Churchill ferocemente conservatore l’altra con il presidente forse più progressista d’America, Franklin Delano Roosevelt, giocano le carte di propaganda bellica in previsione del dopo, su due paralleli documenti: la Carta Atlantica (12 agosto 1941) e il Rapporto Beveridge (20 novembre 1942). Il primo promette diritti politici e sociali, l’altro il welfare state. Sorprenderà sapere che Hitler, che alla Germania sulle orme del Primo Reich guglielmino di Bismarck aveva regalato uno stato sociale che all’epoca non prevedeva confronti, temette soprattutto gli effetti del secondo (circolava alle grande tra i soldati alleati, ed era stato illustrato in più conferenze in America dallo stesso lord Beveridge), tanto da averne il testo, con annotazioni di suo pugno, nel bunker berlinese.

Reaganomics e thatcherismo mutano alla radice il modello di società che in occidente è nata nel dopoguerra per volontà anglo-americana.

Sono gettati nei loro anni di governo i semi che hanno generato la folle situazione dell’economia mondiale attuale dove l’1% della popolazione mondiale detiene quasi il 55% della ricchezza e 8 individui l’equivalente di ciò che hanno per vivere i 3, 6 miliardi di persone più povere. E’ dagli anni di Reagan e grazie ai cambiamenti strutturali che lui induce nella società e nell’economia, che i presidenti democratici non avranno capacità e/o volontà di violentare, che i salariati statunitensi si trovano a non intercettare un solo centesimo dell’arricchimento che nei decenni ha percorso l’America, finito tutto nelle tasche delle élite finanziarie ed economiche e delle loro propaggini politiche. E qui si riscontra il primo paradosso del voto americano del novembre 2016 e della retorica populista della quale il presidente ha infarcito il discorso d’insediamento. Si affida l’esigenza di miglioramento a chi ha scelto di porsi nel solco di Reagan, dimenticando che Obama aveva preso l’America con l’economia devastata da Bush W. e la lascia con disoccupazione al 4,5% e il Pil in crescita, su base annua, superiore al 3%. Il fatto che il primo decreto firmato da Trump riduca le misure di equità sanitaria fissate da Obama, illustra quanto possa essere vendicativo e sprezzante la risposta a quell’esigenza.

L’ipotesi dell’estremismo conservatore parte, soprattutto nella versione thatcheriana, da due principi: all’interno si distruggano i corpi intermedi e le loro rappresentanze, all’esterno l’interesse nazionale prevalga su ogni altra considerazione. E’ il sedimento sul quale germoglieranno, nei decenni successivi, tutti i movimenti populisti, compreso quello trumpiano, che, come si è scritto su questo giornale, sono essenzialmente nazionalismi della più bell’acqua, che si accompagnano all’inevitabile ingresso dei grandi interessi economici e finanziari nella stanza del potere politico.

Da quei principi, la guerra feroce ai sindacati dei lavoratori, ai giornali, alle autonomie universitarie e territoriali, alle imprese che non si identifichino nel progetto di stato chiuso. Sono gli unici soggetti che possono contrastare l’occupazione dello stato da parte delle forze economiche e finanziarie.

Cancellare il diaframma tra potere costituito e società, significa consentire ai poteri forti e ben strutturati, della finanza e dell’economia, della cultura e delle religioni, di fare ordine sociale, in combutta con il potere pubblico che essi stessi hanno contribuito a formare. Le tecnologie informatiche danno un grande strumento alla realizzabilità dell’obiettivo, consentendo il dialogo diretto con elettori e consumatori, senza alcun filtro dei corpi intermedi classici. Se l’elettore e consumatore casca nella trappola, non c’è più nulla che possa salvaguardarlo dal nuovo potere. Si guardi ai miliardari, espressi dai grandi gruppi finanziari e petroliferi, membri del nuovo governo statunitense. Quegli uomini, che hanno creato, le sperequazioni terribili della distribuzione della ricchezza in questa nostra contemporaneità, dovrebbero fare gli interessi dei lavoratori? Suvvia!

La capacità profetica di Baruch Spinoza, aiuta a capire cosa sia accaduto. Scriveva in Tractatus philosophicus: “E’ inoltre certo che una Città è sempre minacciata più dai suoi cittadini che dai nemici: perché i buoni sono rari. Da qui che colui al quale è attribuito il diritto tutto intero dello Stato, dovrà sempre temere i cittadini più dei nemici, e che di conseguenza si sforzerà, quanto a lui, di guardarsene, e quanto a detti soggetti, non di vegliare su di loro, ma di tendere loro trappole, soprattutto a coloro resi illustri dalla loro saggezza, o potenti dalla fortuna”.

Quando il presidente degli Stati Uniti celebra l’”America First”, i “prodotti americani”, il “lavoro per gli americani”, è in estrema coerenza con il modo populista di guardare le cose. Peccato che gli sfuggano le conseguenze, o che, se non gli sfuggono, le accetta e sollecita, il che rende persino più preoccupante la situazione. Il nazionalismo economico genera disordine e conflitti e, in ultima istanza, guerre, come ricordò François Mitterrand nell’ultimo discorso al Parlamento Europeo. Né è possibile rinchiudere nei confini un’economia, come quella statunitense, che è forte perché aperta, che ha bisogno di comprare e di vendere se vuole stare in piedi. Trump vuole un dollaro forte per attrarre capitali e remunerarli? Chi comprerà più merci americane se costeranno troppo? E se le merci non si vendono, cosa fanno i lavoratori che le producono se non starsene a casa? E come le nazioni che si sono indebitate in dollari (perché così Washington, D.C., e Banca Mondiale, anche’essa washingtoniana le hanno sollecitate a fare), ripagheranno i loro debiti? E la Cina messa in difficoltà dall’annunciato protezionismo americano come risponderà alla difficoltà nella quale viene cacciata, investendo negli Stati Uniti dal dollaro forte?

Sono solo alcuni degli interrogativi che sorgono spontanei, dopo aver ascoltato il discorso presidenziale dell’inaugurazione.

Alla vigilia si era anche sentito il rintocco della campana a morto dell’Unione Europea che, sull’onda dell’uscita britannica, dovrebbe, nel pensiero (?) del presidente Trump, disgregarsi e chiudere i battenti. Quantum mutata ab illa, America!, scriverebbe Virgilio! Neppure un anno fa, coerentemente con sette decenni di politica estera statunitense, ascoltavamo la rampogna di Obama ai britannici minacciati di irrilevanza nel caso di uscita dall’Ue. Oggi sentiamo gli attacchi ad Angela Merkel e alla Germania, paese leader di una Ue che, pur nelle sue difficoltà  e contraddizioni, resta, nella fascia geopolitica che parte dalla Cina e finisce in Mediterraneo, l’unica isola di democrazia e progresso socio-economico del quale disponiamo.

E non si considerino le insane idee espresse sulla Nato, unico strumento di sicurezza multinazionale disponibile. Se mai, si attenda, fiduciosi, l’annuncio della prossima chiusura del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, noto edificio inutile e costosissimo, in quel di Manhattan.

Viene da chiedersi: davvero  Trump può ritenere che questa possa essere la visione politica di un presidente degli Stati Uniti ad inizio mandato, nel XXI secolo? Chissà che non abbia ragione Hannah Arendt quando ricorda: “Più un bugiardo ha successo, più gente riesce a convincere, più è probabile che finirà anche lui per credere alle proprie bugie”.

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fonte  analisidifesa.it  che ringraziamo

 

di Wei Jingsheng

Washington (AsiaNews) – L’Ufficio di propaganda del Partito comunista cinese ha ordinato ai media della Cina di “maneggiare con cura” ogni articolo legato all’inaugurazione della presidenza di Donald Trump, che avverrà oggi. “Ogni articolo su Trump – si legge nella direttiva – deve essere maneggiato con cura e non è permessa alcuna critica non autorizzata delle sue parole o azioni”.

La cautela espressa in questi ordini fa a pugni con l’ironia e le critiche riversate settimane fa, dopo che Trump ha accusato la Cina di essere “un manipolatore di valuta” e di voler tassare i prodotti cinesi da export, che distruggono i posti di lavoro negli Usa. In più vi è stata la battuta sul non sentirsi obbligati a mantenere la politica dell’unica Cina, accettando una conversazione telefonica con la presidente di Taiwan.
Il timore di una guerra commerciale – e forse anche una guerra reale per il controllo del mar Cinese meridionale – è espresso da molti analisti dell’Asia, i quali concludono – come George Yeo, ex ministro degli esteri di Singapore – che è meglio per le due superpotenze non scontrarsi.
Va aggiunto che diversi dissidenti cinesi negli Stati Uniti, come Yang Jianli, si sentono onorati di partecipare alla cerimonia di inaugurazione a Washington. Essi sperano che Trump sostenga la causa dei diritti umani in una maniera più forte di quanto abbia fatto Hillary Clinton e Barack Obama, sempre ricattati dalle lobby economiche.
Per Wei Jingsheng, il “padre della democrazia” in Cina, ora esule negli Usa, ci sarà una guerra fra Cina e Stati Uniti e la Cina sarà costretta a cambiare molti aspetti della sua economia e società. Presentiamo qui una sua riflessione. Sulla presidenza di Donald Trump siamo sicuri di alcune cose:

1) Donald Trump è il prossimo presidente degli Usa, ciò significa che una politica estera debole, come quella dell’amministrazione Obama è giunta a termine.
2) La politica fondamentale di Trump sarà quella di correggere relazioni commerciali irragionevoli e lo sforzo maggiore sarà di trasformare i rapporti di “libero scambio” in rapporti di “scambio equo”.
3) L’obbiettivo è fermo sulla nazione che ha il commercio più ingiusto, la Cina.
4) Donald Trump è pronto a evitare gli strumenti di negoziato usati in passato usando invece il blocco del mercato, cioè attuando una guerra commerciale, per forzare la Cina e altre nazioni ad accettare regole più eque.
5) La sua strategia internazionale si muove verso un alleggerimento del rapporto con la Russia per focalizzarsi sull’espansione della Cina.
6) Unirsi in alleanza con le nazioni in Asia e con l’India per sopprimere l’espansione strategica della Cina e per forzare o indurre le nazioni del Sudest asiatico a ritornare all’abbraccio con gli Stati Uniti.

Quanto elencato sopra è ciò che succede anche dapprima che Trump prenda possesso della casa Bianca. Per riassumere, possiamo vedere che il principale obbiettivo è il regime comunista in Cina. E vi sono due scopi fondamentali: uno è il rapporto commerciale Cina-Usa; l’altro è il controllo del mar Cinese orientale e meridionale. Donald Trump ha la possibilità di vincere queste due battaglie? Oppure Xi ha qualche possibilità di vincere una di queste? Proviamo a fare un’analisi un po’ rozza.
Trump deve riformare le relazioni commerciali fra Cina e Stati Uniti. L’esperienza del passato mostra che i negoziati con il governo cinese non cambiano il teppismo di quest’ultimo. Perfino il pacifista Mohandas Gandhi ha detto che quando una banda armata di ladri penetra nel villaggio, non c’è modo di negoziare, ma occorre buttarli fiori con la forza. E questo lo fa la polizia. Ora gli Stati Uniti sono in qualche modo la polizia mondiale.

Qual è l’arma degli Stati Uniti? È il mercato Usa. In passato la Cina metteva blocchi al proprio mercato invadendo gli Usa con i suoi prodotti. Ciò ha permesso ai capitalisti di Cina e Stati Uniti di avere profitti eccezionali, mentre negli Usa si perdevano un mucchio di posti di lavoro. Lo scopo finale di Trump è di equilibrare il commercio fra Cina e Stati Uniti e di accrescere il tasso di occupazione negli Usa.

Quale sarà la strategia di Trump? Premettendo che la Cina gode dei vantaggi del commercio, ma non è pronta ad aprire il suo mercato, Trump è pronto a guidare il lancio di una guerra commerciale, proteggendo il mercato Usa e bloccando gli economici prodotti cinesi dal raggiungere tale mercato. Qualunque sia la reazione della Cina, questa misura dovrebbe vincere, essa porterà a un accrescimento dell’industria manifatturiera Usa e a una crescita dell’occupazione.
Quale sarà la reazione di Xi Jinping?

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Taty Almeida, de Madres de Plaza de Mayo Línea Fundadora, cuestionó la decisión del presidente Mauricio Macri de modificar por decreto la inamovilidad del feriado del 24 de marzo, cuando se conmemora el Día de la Memoria, por la Verdad y la Justicia.

“Es insólito, pero no inesperado”, dijo la dirigente de derechos humanos ante la decisión del mandatario y afirmó que “es un nuevo agravio de los tantos de Macri y su Gobierno”. “Ofende la memoria de nuestros hijos, la memoria de los 30 mil”, agregó en diálogo con el programa Verano imposible de radio La Imposible.

A través del decreto 52/2017 publicado hoy en el Boletín Oficial, Macri dispuso un nuevo esquema de feriados que elimina los “feriados puente” creados para fomentar el turismo y dispone que los únicos inamovibles sean el 1° de enero, el lunes y martes de Carnaval, el viernes Santo, el 1° y 25 de mayo, el 9 de julio y el 8 y 25 de Diciembre. De esta manera, el Día de la Memoria, 24 de marzo, será trasladado al lunes anterior o siguiente. Este año el feriado se pasará al lunes 27.

“Al ser un decreto de necesidad y urgencia, nos movilizaremos al Congreso para que no lo ratifiquen”, adelantó Taty Almeida.

También convocó a que la marcha del 24 de marzo de este año, cuando se conmemorarán 41 años del último golpe cívico-militar, sea masiva. “Esperamos un 24 de marzo con una gran movilización popular, que sea igual o mejor en cuanto a convocatoria que el anterior”, expresó la dirigente y afirmó que “con eso se demuestra que la gente quiere memoria, verdad y justicia”.

fonte pagina12.ar.com

L’austerità voluta dai tedeschi ha portato non solo al perdurare di una crisi economica senza precedenti ma anche all’affermarsi sempre più importante di sentimenti nazionalisti e xenofobi

L’anno da poco finito lascia, per unanime considerazione, diverse pesanti eredità a quello nuovo.

Tra di esse, vogliamo ricordare i problemi economici, sociali, politici, del nostro continente, che, tra l’altro, sembrano per alcuni aspetti aggravarsi con il tempo. Va in particolare sottolineato che chi, nel corso degli ultimi anni, ha almeno un po’ sperato che la Germania, i suoi politici, la sua opinione pubblica, alla fine arrivassero non solo a capire sino in fondo il quadro della situazione, ma anche a cercare di contribuire ad alleviare i rilevanti punti di crisi che la loro rigida politica di austerità ha portato all’Europa, ormai dovrebbe essersi ampiamente ricreduto; questo, a meno di rifiutarsi ancora, cosa che di frequente capita e a molte persone, di guardare in faccia la realtà e di arrendersi all’evidenza dei fatti, che, come è noto, sono testardi.

In effetti, l’analisi degli avvenimenti degli ultimi mesi sembra suggerire chiaramente che la costruzione europea si sta a poco a poco ormai letteralmente disfacendo. Non si tratta soltanto del fatto che l’economia di molti paesi non riesce più a riprendere veramente slancio, ma anche dello sviluppo di forti sintomi di rigetto della costruzione europea da parte di strati crescenti della popolazione del continente, dell’affermarsi sempre più importante di sentimenti nazionalisti e xenofobi, della mancanza di qualsiasi seria reazione al riguardo nell’UE e nell’eurozona. Tutte cose, peraltro, ampiamente note.

Certo, non sono soltanto i tedeschi ad avere delle colpe evidenti in quello che sta succedendo; così accuse molto rilevanti si possono giustificatamente addossare alla Francia e, per altro verso, i guai dell’Italia sono per una parte consistente colpa nostra.

Per quanto riguarda il paese transalpino, poi, si può aggiungere en passant che il candidato che più probabilmente dovrebbe conquistare la presidenza della repubblica alle prossime elezioni, François Fillon, promette, tanto per cambiare, di applicare un programma di austerità interna piuttosto duro. Egli minaccia, tra l’altro, di mandare a casa 500.000 funzionari pubblici e di intervenire pesantemente sulla sanità, oltre, ovviamente, a prendersela in ogni modo con gli immigrati.

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Giacomo Forges Davanzati

fonte: sbilanciamoci.info

È ormai chiaro che, rispetto all’obiettivo dichiarato (accrescere l’occupazione), il Jobs Act si è rivelato fallimentare. Il provvedimento, che ha introdotto contratti a tutele crescenti (frequentemente ed erroneamente definiti a tempo indeterminato) è stato accompagnato da ingenti sgravi contributivi a favore delle imprese per la ‘stabilizzazione’ dei contratti di lavoro. Secondo la propaganda governativa, si sarebbe fatta marcia indietro rispetto alle misure di precarizzazione del lavoro messe in atto con intensità crescente negli ultimi decenni. Nei fatti, si è trattato di un provvedimento che ha semmai reso le condizioni di lavoro ancora più precarie, sia per l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale (il contratto a tutele crescenti) che non stabilizza il rapporto di lavoro (ma rende più difficile e costoso il licenziamento al crescere dell’anzianità di servizio), sia per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. In più, contrariamente agli obiettivi dichiarati, si è accentuato il dualismo del mercato del lavoro italiano, inserendo una inedita cesura – datata 7 marzo 2015 – fra lavoratori assunti con veri contratti a tempo indeterminato e lavoratori assunti con contratti a tutele crescenti.

Come da più parti previsto, si è trattato di un provvedimento del tutto inefficace, e per alcuni aspetti controproducente, per la crescita dell’occupazione. Dopo un aumento dell’occupazione ‘a tempo indeterminato’, evidentemente determinato dalla convenienza da parte delle imprese a riconvertire i contratti per avvalersi della detassazione, riducendosi i fondi pubblici per gli sgravi fiscali alle imprese, si è registrata una rapidissima inversione di tendenza: è aumentato il tasso di disoccupazione e i contratti sono diventati sempre più precari. In sostanza, si è trattato di un’operazione che ha temporaneamente “drogato” il mercato del lavoro italiano. Nulla più di questo, se non si fosse trattato di un vero e proprio spreco di risorse pubbliche per un obiettivo non raggiunto e verosimilmente non raggiungibile con gli strumenti utilizzati. Terminata questa fase, ci si ritrova in una condizione sotto molti aspetti peggiore della precedente, una triste eredità del Governo Renzi, per due ordini di ragioni.

1.Secondo le ultime rilevazioni ISTAT, il tasso di disoccupazione, in Italia, torna nel 2016 a quasi il 12%, dopo una leggera flessione nel 2015, attestandosi a oltre due punti percentuali in più rispetto alla media europea (11.9% a fronte del 9.8%). Si registra anche una significativa riduzione del numero di inattivi, fenomeno che, di norma, viene valutato positivamente come segnale di dinamismo del mercato del lavoro. Si tende, cioè, a ritenere che una maggiore partecipazione nel mercato del lavoro sia, di per sé, desiderabile.

E’ bene chiarire che è, questa, una valutazione che riflette una visione del funzionamento del mercato del lavoro interamente declinata ‘dal lato dell’offerta’: in altri termini, più forza-lavoro disponibile dovrebbe implicare maggiore occupazione. Il che non è nei fatti, né oggi in Italia né è quasi mai accaduto da quando il fenomeno è oggetto di rilevazione statistica.

La riduzione del numero di inattivi, se letta in chiave macroeconomica, può non essere affatto un segnale di vitalità del mercato del lavoro e, in più, può essere il segnale di un meccanismo niente affatto virtuoso. Ciò a ragione del fatto che la riduzione del numero di inattivi è associato a un fenomeno noto come ‘effetto del lavoratore aggiunto’: in fasi recessive e di caduta della domanda di lavoro, con conseguente riduzione dei salari reali, entrano nel mercato del lavoro altri componenti dell’unità familiare per provare a garantire all’unità familiare il livello di consumi considerato ‘normale’. Il che significa che la riduzione del numero di inattivi è innanzitutto un segnale di impoverimento dei lavoratori occupati e, al tempo stesso, di erosione dei risparmi delle famiglie (dal momento che una condizione di inattività è consentita solo attingendo a redditi non da lavoro).

Vi è poi da considerare che l’aumento del numero di individui alla ricerca di lavoro, accrescendo la concorrenza fra lavoratori, contribuisce a ridurre i salari, in una spirale perversa per la quale la domanda interna continua a contrarsi, così come la domanda di lavoro e dunque i salari e i consumi. In altri termini, l’aumento dei tassi di partecipazione al mercato del lavoro è l’effetto della caduta dei salari e, al tempo stesso, contribuisce a generarla.

2. Il Jobs Act ha contribuito alla precarizzazione del lavoro anche per mezzo dell’estensione della platea di lavoratori pagati con buoni lavoro (voucher), per ogni settore produttivo e committente. I buoni lavoro, già presenti nella c.d. Legge Biagi, erano stati pensati per remunerare mansioni accessorie e occasionali, spesso prestate in condizioni di illegalità. Tipicamente: lavori domestici saltuari, badanti. Occorre ricordare che il lavoro con voucher non configura un contratto di lavoro e, per questa ragione, non dà al lavoratore diritto a ferie, maternità, né, in caso di non rinnovo del rapporto, si configura un licenziamento1. Il risultato dell’estensione della platea di potenziali beneficiari è impressionante: nel corso del 2016, sono stati staccati 115 milioni di tagliandi, coinvolgendo circa 700 mila lavoratori (a fronte di 25mila nel 2008) per un importo complessivo stimato intorno agli 800 milioni di euro.

La recente decisione della Consulta di consentire il referendum abrogativo dei voucher (uno dei tre proposti dalla CGIL) va accolta con favore, sebbene si tratti di una decisione opinabile e oggetto di critiche (http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=27177), avendo impedito ai cittadini italiani di esprimersi contro l’abolizione dell’art.18. I buoni lavoro costituiscono la nuova frontiera del precariato, e ogni azione di contrasto al precariato è da valutare positivamente sia per garantire dignità al lavoro, sia perché è ampiamente mostrato – sul piano teorico ed empirico – che la precarizzazione del lavoro non accresce l’occupazione, riduce la quota dei salari sul Pil, ed è un freno alla crescita2.

E’ lo stesso Governo ad ammettere che l’uso dei voucher va maggiormente regolamentato a ragione del fatto che di questo strumento le imprese avrebbero “abusato”. Ma è lo stesso Governo a continuare a reiterare l’argomento (falso) per il quale i buoni lavoro sono uno strumento efficace per contrastare il lavoro nero. Per decretare la falsità di questo argomento, può essere sufficiente considerare che, su fonte ISTAT, l’incidenza del sommerso sul Pil è costantemente aumentata negli ultimi anni, pur essendo stato fornito alle imprese lo strumento dei buoni lavoro. Ed è proprio l’ISTAT a imputare l’aumento del sommerso all’aumento del tasso di disoccupazione – non all’eccessiva rigidità del mercato del lavoro, come nell’interpretazione governativa e dominante – in linea con la posizione dell’INPS3.

È poi interessante osservare che, su fonte INPS, l’uso dei voucher è maggiormente diffuso al Nord (fatta eccezione per il boom di voucher venduti in Sicilia), dove, per le informazioni di cui si dispone, è normalmente minore l’incidenza del lavoro sommerso o irregolare. Il che potrebbe dipendere dalla maggiore numerosità di imprese lì localizzate e dalla loro crescente propensione a competere comprimendo i salari e accelerando (grazie alla massima flessibilità sui tempi garantita dai voucher) i tempi di produzione e vendita. E, per quanto attiene l’offerta di lavoro, è ragionevole ipotizzare che in quell’area sia presente, e in crescita, una platea di lavoratori disposti a lavorare a qualsiasi condizione. Il che, a sua volta, può innescare un fenomeno irreversibile. Lavoratori che hanno accettato di essere pagati con voucher saranno evidentemente considerati dalle imprese lavoratori disponibili a erogare le loro prestazioni con i minimi diritti in un ‘gioco al ribasso’ che i meccanismi spontanei di mercato non frenano, anzi promuovono.

1 La letteratura accademica sul fenomeno, per quanto attiene all’Italia, è ancora molto scarna. Per un inquadramento generale del fenomeno si rinvia a D. Serafin, V come voucher. La nuova frontiera del precariato, Report “Possibile”, novembre 2016.
2 Per una ricostruzione del dibattito, si rinvia, fra gli altri, a G.Forges Davanzati e G.Paulì, Precarietà del lavoro, occupazione e crescita economica, “Costituzionalismo”, 2015 n.1.
3 V. C. De Gregorio e A. Giordano, The heterogeneity of irregular employment in Italy, ISTAT working paper n.1 2015.

Fonte  https://www.pagina12.com.ar/7377-el-asesinato-de-milagro-sala

 

Por Juan Grabois *

 

Confieso que dudé en escribir esta nota y lo hago sólo ante lo desesperante de la situación. Joaquín Morales Sola, Carlos Pagni y Ricardo Roa me dieron el impulso final con sus columnas del domingo, lunes y martes respectivamente. Los tres usaron la imagen del martirio para describir la situación de Milagro Sala. Morales Sola, uno de los primeros en marcar las irregularidades de este proceso kafkiano, enuncia en toda su crudeza un objetivo que sin perjuicio de la diversidad de nuestras motivaciones, muchos compartimos. Frente a las maquinaciones de los que quieren ver sangre, intentamos abrir los ojos ciegos del Ingeniero Mauricio Macri, único que puede y debe “evitar que se convierta en mártir”.

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