Cosa c’è di sbagliato nel capitalismo?

Fonte RedFlag.org.au che ringraziamo

di Hersha Kadkol

Il fondatore di Amazon Jeff Bezos, il fondatore del Virgin Group Richard Branson e il CEO di Tesla Elon Musk illustrano tutto ciò che non va nel capitalismo. Proprio quando pensavi che i tre miliardari non potessero essere più lontani dal contatto con l’umanità, hanno deciso di allontanarsi completamente dal pianeta, spendendo almeno 21,8 miliardi di dollari della loro ricchezza personale in progetti di voli spaziali.

Bezos è volato via per undici minuti su un razzo che, opportunamente, sembrava un cazzo gigante. La rivista Fortune riporta di aver speso almeno 5,5 miliardi di dollari per la sua compagnia spaziale, Blue Origin, che tuttavia è una goccia nell’oceano rispetto alla sua fortuna complessiva di quasi 200 miliardi di dollari.

Branson ha speso almeno 1 miliardo di dollari della sua ricchezza in Virgin Galactic. Ciò è avvenuto dopo che le società Virgin hanno ricevuto centinaia di milioni di fondi di salvataggio dai governi del Regno Unito e dell’Australia per coprire le perdite dovute alla pandemia. E Musk, un eroe di culto dei libertari, ha una partecipazione da 15,3 miliardi di dollari in SpaceX, che mira a lanciare razzi sulla luna e su Marte.

I tre miliardari spaziali hanno un patrimonio netto combinato di circa 400 miliardi di dollari. Il loro consumo cospicuo di nuovo stile arriva in un momento in cui più di 800 milioni di persone in tutto il mondo vanno a letto affamate ogni notte. Per cosa potrebbe essere utilizzata la loro ricchezza collettiva invece dei voli di gioia guidati dall’ego?

Secondo il progetto Ceres2030, una partnership di ricercatori della Cornell University, dell’International Food Policy Research Institute e dell’International Institute for Sustainable Development, i governi devono spendere 33 miliardi di dollari all’anno per sradicare la fame nel mondo entro il 2030. Bezos, Branson e Musk potrebbero farlo esso stesso e rimanere ancora con decine di miliardi di dollari di riserva.

Il costo della vaccinazione nel mondo contro il COVID-19 rappresenta un ostacolo per affrontare la peggiore pandemia che l’umanità abbia vissuto dai tempi dell’influenza spagnola. Eppure il prezzo stimato di 66 miliardi di dollari è poco più del triplo di quanto i tre miliardari hanno speso per i loro progetti hobby.

Se solo la ricchezza di questi tre potesse affrontare tali problemi, potremmo fare molto di più con la ricchezza di tutti i super ricchi del mondo. Secondo la rivista Forbes, la ricchezza complessiva dei 2.755 miliardari del mondo è di ben 13 trilioni di dollari. Aggiungi a ciò la ricchezza dei multimilionari con più soldi di quanto potrebbero ragionevolmente spendere in una vita.

I 73 trilioni di dollari necessari per finanziare una transizione globale alle energie rinnovabili fino al 2050, secondo un rapporto del 2019 pubblicato dalla Stanford University, sono piccole patate rispetto alla ricchezza che l’élite globale accumulerà nei prossimi decenni.

Ma il problema è molto più profondo dei propri fondi accumulati. I miliardari sono innegabilmente avidi, ma questo da solo non può spiegare come siano stati in grado di accumulare così tanta ricchezza individuale.

Bezos, Musk e tutti i super ricchi del mondo sostengono che le loro ricchezze sono una giusta ricompensa per investire saggiamente e innovare. Ma la loro ricchezza non riguarda solo il reddito. Appartengono a un gruppo selezionato nella società che controlla collettivamente la maggior parte delle risorse produttive.

Possiedono i terreni agricoli e rivendicano i minerali estratti dal terreno. Possiedono i veicoli e i porti necessari al trasporto delle merci e i vasti magazzini per immagazzinarle. Possiedono le raffinerie di petrolio e le fornaci di acciaio. Possiedono l’infrastruttura di telecomunicazioni e gli edifici per uffici. Queste risorse economiche sostengono la nostra società. Sono tenuti a produrre cibo ed elettricità, telefoni, frigoriferi e carta.

I ricchi decidono cosa viene prodotto, come vengono prodotte le cose, chi partecipa al processo di produzione e dove vanno i prodotti. Questo gruppo minoritario è la classe capitalista. Sono una classe sociale separata non solo per la ricchezza accumulata, ma anche per questo controllo economico.

Per questo motivo, ridistribuire gran parte della ricchezza monetaria, ad esempio introducendo tasse molto più elevate, sebbene auspicabile, non andrebbe al nocciolo del problema. Se domani prendessi la maggior parte della fortuna personale di Jeff Bezos, lui controllerebbe comunque Amazon e accumulerebbe semplicemente le sue ricchezze nel tempo.

Come fanno a trasformare i loro investimenti in sempre più soldi? Mettendo milioni di persone a lavorare senza lavorare da sole. Nel caso dell’Amazzonia di Bezos, 1,3 milioni di persone in tutto il mondo, per l’esattezza. Quei lavoratori non hanno voce in capitolo sulla direzione dell’azienda o su ciò per cui viene utilizzata la massiccia rete logistica. Al suo ritorno dall’orbita, lo stesso Bezos ha sottolineato che tutti i soldi per il suo volo spaziale provenivano dal lavoro dei lavoratori. “Voglio ringraziare ogni dipendente Amazon e ogni cliente Amazon perché voi ragazzi avete pagato per tutto questo”, ha detto.

Le famigerate condizioni e l’inflessibilità del lavoro di magazzino di Amazon rendono esplicito lo sfruttamento lì. Ma anche i lavoratori che sono pagati molto meglio e con lavori migliori guadagnano più soldi per il loro capo di quanto il capo gli restituisca come salario. Capitalisti e lavoratori non sono uguali nell’economia, perché uno controlla tutte le risorse economiche e l’altro possiede poco più della loro capacità di lavorare.

Questo sfruttamento è al centro del sistema. Sotto il controllo capitalista, le risorse della nostra società sono mobilitate per produrre affinché i mercati generino profitti per i proprietari di imprese, piuttosto che per soddisfare i bisogni umani. In questo quadro, le persone con i maggiori bisogni sono solitamente quelle con il minor accesso ai beni disponibili.

Fame e malnutrizione esistono anche nei paesi ricchi perché, per avere accesso a un bisogno come il cibo, devi essere in grado di pagarlo. L’unico modo in cui le persone possono pagare è che un capitalista offra loro un lavoro. Ma i capitalisti daranno lavoro solo se pensano di poter realizzare un profitto. E anche quando assumono persone, mantengono bassi i salari per generare quei profitti. Quindi, mentre l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura prevede un’elevata produzione di cereali quest’anno, le persone nei paesi più poveri come Yemen, Sudan e Libano stanno perdendo i prezzi di base a causa di rapidi aumenti dei costi e calo dei redditi. Anche negli Stati Uniti, oltre il 10 per cento delle famiglie è considerato “insicuro alimentare” dal Dipartimento dell’Agricoltura.

Prendi un’altra necessità. Nell’attuale pandemia, invece di fermare la diffusione virale rendendo i vaccini disponibili gratuitamente in tutto il mondo, i vaccini COVID-19 delle aziende farmaceutiche sono stati sviluppati e brevettati in modo competitivo in modo che si possa ricavare denaro dalla loro produzione. Invece della società che dirige collettivamente la produzione di massa di vaccini, il lancio è stato ostaggio dei blocchi della catena di approvvigionamento, delle aziende farmaceutiche che si rifiutano di condividere le loro ricette di vaccini e dei paesi più ricchi che acquistano più del necessario.

Quindi abbiamo lo spettacolo grottesco di Albert Boula, CEO di Pfizer, che ha guadagnato 21 milioni di dollari l’anno scorso, un aumento del 17%, mentre milioni di persone ora muoiono perché non possono accedere al vaccino.

E poiché l’investimento capitalista è calcolato solo per realizzare profitti, spesso produce spreco e distruzione. Non c’è esempio migliore dei combustibili fossili. Questi sono incorporati nell’attuale configurazione economica. Le terribili previsioni degli scienziati del clima e dell’ambiente sono sempre più riconosciute, ma non è stato permesso di informare una transizione verso un’economia verde perché costerebbe a troppi capitalisti i loro investimenti esistenti.

Per risolvere il problema del cambiamento climatico, la classe capitalista dovrebbe mettere da parte il desiderio di fare profitto, e invece spendere trilioni per rimodellare l’economia nell’interesse della società umana. È come chiedere a un branco di leoni di diventare vegetariani. Quale membro della classe capitalista comincerebbe questo processo di transizione? Farlo significherebbe rinunciare al proprio status sociale. Forse uno o due potrebbero. Ma la loro posizione sarebbe stata presa da qualcun altro.

La classe capitalista è quindi all’altezza dell’inquinamento da gas serra. La società di auto elettriche di Musk, Tesla, non fa eccezione: nel primo trimestre del 2021, la vendita di crediti di carbonio per un valore di 518 milioni di dollari a società sporche è stata l’unica ragione per cui l’impresa ha realizzato un profitto. E non importa che Bezos descriva la Terra come preziosa e degna di essere salvata mentre è in bilico sopra di essa: qui a terra, la sua classe è responsabile del degrado del pianeta.

Il capitalismo non causa solo problemi economici. Un sistema di sfruttamento di classe crea e perpetua anche l’oppressione sociale per sostenersi. Quando così pochi possiedono e controllano così tante ricchezze, mentre così tanti lottano con così poche risorse, chi sta al vertice deve tenere diviso il resto della popolazione, combattendo tra di noi. E usano un’enorme quantità di violenza per mantenere sottomessi i gruppi oppressi. Oggi, i capitalisti di tutto il mondo guadagnano denaro extra pagando a diverse sezioni della forza lavoro tariffe diverse e convincendo un gruppo che l’altro è responsabile della povertà. Le divisioni sociali lungo le linee di nazionalità, razza, genere e sessualità, imposte dall’oppressione, rompono la solidarietà degli sfruttati contro i padroni che ci governano.

Bezos, Branson e Musk sono solo la punta dell’iceberg: ad ogni angolo, il controllo delle risorse mondiali da parte di una piccola minoranza di persone è l’ostacolo principale alla creazione di una società gestita nell’interesse di tutte le persone del pianeta. Ogni anno che passa, la spinta competitiva al profitto produce effetti sempre più disastrosi. Intere fasce della popolazione mondiale sono condannate alla povertà, mentre ovunque gli oppressi subiscono discriminazioni e sofferenze. Ecco cosa c’è di sbagliato nel capitalismo.

 

ARGENTINA: REPRESSIONE E GRILLETTO FACILE

Tra il 17 e il 21 novembre 2021 la polizia ha ucciso due giovani, vittime di razzismo e pregiudizio. Il mapuche Elías Garay lottava per il diritto alla terra della sua comunità. Lucas González era un ragazzo delle periferie che sognava di fare il calciatore.

di David Lifodi (*)

In Argentina non si placa la polemica sulle forze di sicurezza dal grilletto facile. Tra il 17 e il 21 novembre scorsi, a 1.700 chilometri di distanza, la polizia ha ucciso due giovani, il mapuche Elías Garay e Lucas González.Entrambi sono rimasti vittime del gatillo facil, una pratica che in Argentina non è mai terminata e mette di nuovo al centro dell’accusa le forze dell’ordine, troppo propense ad utilizzare le armi in loro dotazione anche quando non ce ne sarebbe motivo. Vittime dell’odio e del pregiudizio, Elías Garay e Lucas González rappresentano solo gli ultimi di una serie infinita di casi in cui a prevalere, nella gran parte dei casi, è l’impunità degli agenti coinvolti, che si tratti della Federal o della Bonaerense, che spesso agiscono sull’onda delle dichiarazioni della politica all’insegna del cosiddetto manodurismo.

Elías Garay era un militante mapuche di ventinove anni che si batteva per il diritto alla terra della comunità Quemquemtrew, zona di Cuesta del Ternero ( Rio Negro). Ferito a morte dalle pallottole sparate dalla polizia, il giovane ha pagato la violenta campagna antimapuche promossa dal governo di Arabela Carrera e sostenuta dai grandi mezzi di comunicazione, tutti schierati a favore dell’oligarchia terrateniente. L’omicidio di Elías Garay, che lottava pacificamente per il diritto alla terra ancestrale, rappresenta l’ennesimo episodio di criminalizzazione ai danni dei movimenti sociali, dei popoli originari e dei giovani delle periferie urbane.

L’uccisione di Garay, provocata da due uomini armati vestiti in borghese entrati nella comunità mapuche Quemquemtrew, dove si trova un asentamiento destinato a recuperare un territorio ancestrale, è stato condannato dalla Liga Argentina por los Derechos Humanos, mentre il governo di Arabela Carrera il Cuerpo de Operaciones Especial de Rescate non avrebbe ricevuto alcun ordine di entrare in territorio mapuche, né era stata programmata un’operazione di questo tipo.

A smentire il governo sono state però le testimonianze di coloro che hanno denunciato l’isolamento e l’accerchiamento del territorio ad opera della polizia rionegrina, come riportato da Página/12. “La polizia pretende di entrare in territorio mapuche e questo provoca problemi di ordine pubblico, mentre il governo rifiuta qualsiasi forma di dialogo e continua ad uccidere chi si batte per rivendicare il diritto alla terra”, ha ribadito la comunità Quemquemtrew.

Dalla Casa Rosada, finora, non ci sono stati interventi significativi per risolvere il conflitto che vede opposto lo stato ai mapuche. Al dialogo i governi locali preferiscono rispondere con l’utilizzo della violenza, all’insegna dello slogan “los indios son todos terroristas”, come accadde nel 2017 quando a morire fu il militante mapuche Rafael Nahuel, raggiunto da un proiettile mentre fuggiva di fronte all’arrivo della polizia.

A Barracas (Buenos Aires), invece, è rimasto ucciso Lucas González, la cui auto è stata colpita dai proiettili sparati dalla polizia. Il ragazzo aveva terminato di allenarsi e si trovava all’interno della propria vettura insieme ad alcuni amici quando fu raggiunto dagli spari dell’ispettore Gabriel Isassi, dell’ufficiale maggiore Fabián López e dell’ufficiale José Nievas. Gli imputati, per discolparsi, avevano sostenuto di essersi identificati, con i loro giubbotti distintivi e la sirena, per effettuare un controllo sull’auto dei giovani.

I tre agenti sono indagati con accuse pesanti: omicidio aggravato, abuso delle loro funzioni, falso ideologico e privazione illegale della libertà. L’intervento era stato giustificato dai poliziotti nell’ambito di un’operazione antidroga.

Il filo rosso che lega l’omicidio del militante mapuche a quello del ragazzo che si allenava con il sogno di scendere in campo nella massima serie calcistica argentina sono il frutto di una società dove prevale la manipolazione dell’informazione e si giustificano violenza e razzismo.

Il paradosso dell’uccisione di Garay è che il fatto è avvenuto vicino ad una scuola intitolata a Lucinda Quintupuray, una donna uccisa a colpi di pistola perché aveva rifiutato di vendere la sua proprietà e su un terreno che era stato asseganto ai mapuche dall’Instituto Nacional de Asuntos Indígenas.
L’omicidio di Elías Garay e Lucas González è frutto del pregiudizio, quello dei “mapuche terroristi” e quello dei giovani delle periferie considerati loro malgrado dei “delinquenti” a prescindere. “Mi cara, mi ropa y mi barrio no son un delito” e la frase che è risuonata nei cortei di protesta per queste due morti assurde, insieme ad una domanda ormai fin troppo ricorrente: “chi ci protegge dalle forze di sicurezza?”

Nel solo 2020 la Coordinadora contra la Represión Policial e Institucional ha registrato oltre 400 morti provocate dalle forze dell’ordine. Per questo, a distanza di mesi, la società argentina si interroga e continua ad essere scossa dai troppi casi di gatillo facil.

All’interno dell’app “selfie” casalinga della Polonia

Fonte algorithmwatch.org

 

L’app obbligatoria del governo polacco “Home Quarantine” avrebbe dovuto sostituire le visite della polizia a domicilio. Gli utenti dicono che è uno scherzo.

 

Su un treno per la città di Breslavia durante le prime settimane caotiche in cui la Polonia era sotto blocco nell’aprile 2020, Sławomir Gadek ha scritto il suo numero di telefono su un modulo. Poco dopo, ha ricevuto una telefonata che gli diceva di mettersi in quarantena e ha prontamente scaricato la nuovissima app “Home Quarantine” del governo polacco, che era stata appena resa obbligatoria per chiunque fosse potenzialmente infetto dal coronavirus.  

Qui, Gadek avrebbe 20 minuti per fare un selfie per l’app dopo aver ricevuto un messaggio di testo. Il sistema di localizzazione utilizzerà quindi i dati sulla posizione GPS del suo smartphone per connettersi a un database nazionale per le persone in quarantena per verificare che si trovasse all’indirizzo che aveva fornito alle autorità sanitarie. Se l’app non riconosceva il suo volto o la sua posizione in tempo, avviserebbe automaticamente la polizia di andare a casa sua per controllarlo.

Quando il governo polacco ha introdotto la sua app “Home Quarantine” (la prima del suo genere in Europa) nel marzo 2020, il Ministero degli Affari Digitali si è vantato che la Polonia è stata un pioniere nello sviluppo di nuove tecnologie nella lotta contro il Covid-19. Ma da allora, l’app è diventata uno scherzo: le persone hanno condiviso suggerimenti su come ingannare l’app manipolando le impostazioni di posizione sui loro telefoni e hanno creato meme di se stessi che scattano selfie all’aperto mentre tengono ritagli di cartone delle loro stanze.

Al suo arrivo a casa nell’aprile 2020, Gadek ha utilizzato l’app per una settimana. Gli era stato promosso come, nelle sue parole, “un modo più conveniente per confermare alle autorità che sono davvero in quarantena ed evitare le visite della polizia”. Ma questa era una promessa vuota. 

Riceveva tre notifiche al giorno e ogni volta rispondeva prontamente con un selfie e i dettagli della sua posizione. Ma due agenti di polizia venivano comunque nel suo appartamento una volta al giorno. Lo chiamavano ogni volta utilizzando un numero di cellulare diverso e gli chiedevano di uscire sul balcone e salutarli. “Non so perché usano sempre numeri diversi”, ha detto Gadek. (Come membro del partito di opposizione di sinistra Razem, ha spesso contatti con gli agenti di polizia, l’ultimo quando ha contribuito a organizzare una protesta nella città occidentale di Lubin, dopo che un uomo è stato ucciso in custodia di polizia lo scorso agosto.) 

“Certo, questi erano i primi giorni”, dice Gadek.

Avanti veloce di venti mesi e gli utenti continuano a segnalare gli stessi problemi con l’app “Home Quarantine”. Gli utenti di GooglePlay e AppStore affermano ancora che l’app non funziona correttamente: delle oltre 20.000 recensioni, la stragrande maggioranza era negativa. Un utente, Pawel Fuchs, ha scritto: “È una specie di fallimento, i primi due giorni ha funzionato e poi non ha più funzionato e la polizia mi dà fastidio perché presumibilmente non svolgo i miei compiti. Non lo faccio, perché Non li capisco”.

Preoccupazioni relative alla privacy

Mentre alcuni utenti fanno meme sull’evasione dell’app, altri si lamentano con l’Ufficio polacco per la protezione dei dati personali.

“La maggior parte dei denuncianti ha espresso preoccupazione per la sicurezza dei dati elaborati nell’app, l’obbligo di installare l’app al ritorno dall’estero o le questioni relative alla fornitura del consenso per il trattamento dei dati personali”, afferma Adam Sanocki, portavoce Ufficio per la protezione dei dati personali. 

Al contrario, Sanocki ha affermato che il suo ufficio ha ricevuto solo due reclami per indicare che l’app non funzionava correttamente. Uno di loro non è stato in grado di registrarsi nell’applicazione e un altro ha ricevuto messaggi di testo che ricordavano loro di installarlo anche se la quarantena non si applicava.  

La mia esperienza di “quarantena domestica”.

Posso testimoniare io stesso i problemi dell’app: nell’aprile 2021, un anno dopo che l’app è diventata obbligatoria in Polonia, ho dovuto mettere in quarantena mentre aspettavo i risultati di un test Covid. Ho ricevuto un messaggio di testo: “Sei in quarantena. Hai l’obbligo legale di utilizzare l’app Home Quarantine” e ho scaricato l’app. Mi ha chiesto il mio numero di telefono, ha richiesto l’accesso alla fotocamera e alla posizione del mio telefono e mi ha chiesto di caricare un selfie. 

L’app mi ha informato che, durante i prossimi 10 giorni di quarantena, a qualsiasi ora del giorno e della notte, potevo aspettarmi istruzioni per fare un selfie entro 20 minuti per confermare che mi trovavo nello stesso posto. Il mancato completamento del compito, mi è stato detto, avrebbe portato una pattuglia di polizia a verificare che stessi seguendo le regole di quarantena. A differenza di Sławomir Gadek, l’app non mi ha inviato alcuna notifica durante la mia quarantena. Inoltre non ho ricevuto telefonate o visite da parte della polizia. 

I termini di servizio dell’app affermano inoltre che le foto degli utenti e le foto scattate dagli utenti e i loro dati vengono archiviati ed elaborati solo su server governativi solo mentre rimangono in quarantena.  

Tuttavia, alcuni mesi dopo la mia quarantena, quando ho reinstallato l’app per fare ricerche per questo articolo, sono stato turbato nello scoprire che potevo ancora accedervi. Ha anche mostrato la data sbagliata del mio rilascio dalla quarantena. Ai sensi dell’articolo 15 del GDPR, ho chiesto ripetutamente al responsabile della protezione dei dati del Dipartimento per gli affari digitali che tipo di dati sono ancora archiviati sulla mia quarantena. Non ho ricevuto risposta. 

Con così tanta intrusione nella privacy dei cittadini, l’app è anche efficace? Secondo i dati forniti dalla polizia, dall’inizio della pandemia la polizia ha visitato le persone in quarantena più di 82,5 milioni di volte.

Teatro della sicurezza

Quando Gadek ha scaricato l’app “Home Quarantine” nell’aprile 2020, alcuni dei suoi conoscenti erano diffidenti nei confronti del “tracciamento non necessario tramite app governative sui loro telefoni”, afferma. All’epoca, Gadek afferma: “Non mi aspettavo che il nostro governo fosse così avanzato nell’utilizzo degli strumenti di sorveglianza per rintracciare i cittadini immediatamente all’inizio della pandemia”. 

Venti mesi dopo, afferma: “Non è un’app avanzata. La mia ipotesi è che questo sia principalmente teatro, come una ricerca eccessiva all’aeroporto. Le persone sentono di essere osservate, quindi si comportano bene”. A questo punto della nostra conversazione su Skype, ha catturato lo sguardo della sua ragazza fuori campo e ha riso: “No, non avevo intenzione di dire “panopticon”.” 

Curdi in Italia in solidarietà con Mimmo Lucano

FONTE ANFDEUTCH

La comunità curda in Italia mostra solidarietà a Mimmo Lucano. L’ex sindaco di Riace è stato condannato a oltre 13 anni di carcere per aver fornito case abbandonate ai migranti.

La comunità curda in Italia esprime vicinanza e solidarietà all’ex sindaco di Riace. Mimmo Lucano è un simbolo della cultura dell’accoglienza, della solidarietà e dell’integrazione sociale, secondo una dichiarazione pubblicata sabato dal centro di informazione curdo sulla condanna del politico. Lucano, vincitore del Premio per la pace di Dresda del 2017, è stato condannato giovedì a 13 anni e due mesi di reclusione per abuso d’ufficio, formazione di organizzazione criminale e favoreggiamento all’immigrazione clandestina, nonché per truffa, concussione e falso di documenti. Con il loro verdetto, i giudici sono andati ben oltre la richiesta dell’accusa, che aveva chiesto quasi otto anni di carcere.

Lucano è stato sindaco del piccolo comune della costa meridionale calabrese dal 2004 al 2018 e aveva fornito case abbandonate di residenti emigrati a centinaia di migranti nel remoto quartiere di Riace Borgo nell’entroterra collinare. Il Kurdish Information Center in Italia riporta: “Lucano nasce nel 1998 con un gruppo di 200 curdi che fuggivano dalla guerra dello stato turco contro il popolo curdo e dalla dura repressione del regime di Ankara sulla costa erano sbarcati. Ha aperto le case abbandonate nella città di Riace e accolto profughi curdi a cui erano stati negati i diritti e le libertà più elementari per ripristinare la loro dignità umana e avviare così la rinascita di un’area segnata dalla povertà.

È sempre stato vicino al popolo curdo e non ha mai esitato a schierarsi contro il regime autoritario della Turchia e per la libertà del nostro popolo, come è avvenuto di recente con l’attacco al modello del confederalismo democratico in Rojava. Esprimiamo la nostra solidarietà a Mimmo e siamo certi che il suo caso si risolverà positivamente e verrà riconosciuto il valore del suo progetto di integrazione e solidarietà tra i popoli».

Lucano e la sua squadra di difesa hanno parlato di un “incidente inaudito” dopo l’annuncio del verdetto e hanno annunciato che avrebbero presentato ricorso. I legali di Lucano avevano sostenuto che l’ex sindaco era “ontologicamente incapace” di arricchirsi a scapito di altri, se non altro per il proprio vantaggio politico.

 

Comunicato dei e delle docenti di discipline giuridiche degli Atenei italiani a seguito della sentenza di condanna nei confronti di Mimmo Lucano

Fonte ADIR L’altro Diritto

La sentenza di primo grado che condanna Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, a 13 anni e 2 mesi interroga il nostro senso di giustizia.

Da giuristi e giuriste, e studiosi e studiose del diritto e delle istituzioni, attendiamo, prima di ogni valutazione nel merito, di leggere le motivazioni della sentenza e con fiducia pensiamo ai successivi gradi di giudizio come a momenti in cui maggiore chiarezza potrà essere fatta.

Sin da subito, però, non possiamo esimerci dal sottolineare come il Tribunale di Locri abbia ritenuto, per i reati di associazione, truffa sulle erogazioni pubbliche e di peculato, ai cui singoli episodi è stata riconosciuta la continuazione, di applicare una pena estremamente elevata, a fronte di uno stimato danno erariale di meno di 800.000 euro di cui è stato comunque imposto il risarcimento. La sentenza irroga di conseguenza un ammontare complessivo di pena che raramente è stato disposto per reati analoghi anche in procedimenti in cui il vantaggio ingiusto era ben più consistente e rivolto a finalità ben più individualistiche di quelle attribuite a Mimmo Lucano. Basti pensare alle condanne inflitte, nell’ambito del cosiddetto processo “Mafia capitale”, poi diventato “Mondo di mezzo”, a Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, che pur relative a sedici episodi corruttivi, sette di turbativa d’asta, uno di traffico di influenze illecite e uno di trasferimento fraudolento di valori, sono state di gravità inferiore a quella stabilita per l’ex sindaco di Riace.

Questo lascia spazio a dubbi, stupore, e al timore legittimo di un accanimento verso un uomo e una vicenda divenuti simbolo di una visione dell’accoglienza in Italia mirata alla costruzione di percorsi inclusivi effettivi e non alla burocratica osservanza dei protocolli ministeriali.

Ci meraviglia in particolare il fatto che il collegio non abbia ritenuto di applicare alcuna attenuante. Dichiariamo la nostra preoccupazione per un clima di ostilità che si respira a volte anche nelle aule giudiziarie nei confronti di chi, a vario titolo e in vari contesti, appartiene al mondo che esprime fattivamente solidarietà alle persone migranti, e la volontà di monitorare con tutti gli strumenti a nostra disposizione le fasi successive del procedimento aperto nei confronti di Mimmo Lucano.

Primi firmatari:

Emilio Santoro, Università di Firenze; Alessandra Sciurba, Università di Palermo; Aldo Schiavello, Università di Palermo; Perla Allegri, Università di Torino; Salvatore Amato, Università di Catania; Adalgiso Amendola, Università di Salerno; Alberto Andronico, Università di Catania; Luca Baccelli, Università di Camerino; Adriano Ballarini, Università di Macerata; Mauro Barberis, Università di Trieste; Clelia Bartoli, Università di Palermo; Viviana Battaglia, Università di Palermo; Barbara Giovanna Bello, Università di Milano Statale; Francesco Belvisi, Università di Modena e Reggio Emilia; Maria Giulia Bernardini, Università di Ferrara; Francesco Biondo, Università di Palermo; Giovanni Bisogni, Università di Salerno; Cecilia Blengino, Università di Torino; Silvio Bologna, Università di Palermo; Silvia Borelli, Università di Ferrara; Marco Borraccetti, Università di Bologna; Carlo Botrugno, Università di Firenze; Maria Borrello, Università di Torino; Marco Brigaglia, Università di Palermo; Raffaella Brighi, Università di Bologna; Gianvito Brindisi, Università della Campania Luigi Vanvitelli; Enrico Camilleri, Università di Palermo; Roberto Cammarata, Università di Milano Statale; Giuseppe Campesi, Università di Bari Aldo Moro; Damiano Canale, Università Bocconi; Carlo Caprioglio, Università di Roma tre; Cinzia Carta, Università di Genova; Thomas Casadei, Università di Modena e Reggio Emilia; Bruno Celano, Università di Palermo; Paola Chiarella, UMG – Università Magna Graecia di Catanzaro; William Chiaromonte, Università di Firenze; Daniela Chinnici, Università di Palermo; Fabio Ciaramelli Università di Napoli Federico II; Luigi Cinquemani, Università di Palermo; Sofia Ciuffoletti, Università di Firenze; Paolo Comanducci, Università di Genova; Luigi Cominelli, Università di Milano La Statale; Elena Consiglio, Università di Palermo; Fabio Corigliano, Università di Parma; Cecilia Corsi, Università di Firenze; Lucia Corso, Università di Enna Unikore; Giovanni Cosi, Università di Siena; Marco Cossutta, Università di Trieste; Rosaria Crupi, Università di Palermo; Paolo Cuttitta, IDPS, Université Sorbonne Paris-Nord; Roberta Dameno, Università di Milano Bicocca; Teresa Degenhardt, Queen’s University Belfast; Alessandro De Giorgi, San Jose State University; Luciana De Grazia, Università di Palermo; Cinzia De Marco, Università di Palermo; Francesco De Vanna Università di Modena e Reggio Emilia; Giuseppe Di Chiara, Università di Palermo; Alberto di Martino, Università Sant’Anna di Pisa; Chiara Di Stasio, Università di Brescia; Madia D’Onghia, Università di Foggia; Giulia Fabini, Università di Bologna; Alessandra Facchi Università di Milano La Statale; Isabel Fanlo Cortès, Università di Genova; Carla Faralli, Università di Bologna; Simona Feci, Università di Palermo; Luigi Ferrajoli, Università Roma tre; Maria Rosaria Ferrarese, Università di Cagliari; Vicenzo Ferrari Università di Milano La Statale; Valeria Ferraris, Università di Torino; Giovanni Fiandaca, Università di Palermo; Nicola Fiorita, Università della Calabria; Micaela Frulli, Università di Firenze; Giovanni Galasso, Università di Palermo; Orsetta Giolo, Università di Ferrara; Valeria Giordano, Università di Salerno; Tommaso Greco, Università di Pisa; Guido Gorgoni, Università di Padova; Riccardo Guastini, Università di Genova; Paolo Heritier, Università di Torino; Giulio Itzcovich, Università di Brescia; Anna Jellamo, Università della Calabria; Giulia Maria Labriola, Università Suor Orsola Benincasa; Marina Lalatta Costerbosa, Università di Bologna; Agostino Ennio La Scala, Università di Palermo; Nicola Lettieri, Università del Sannio; Carlo Lottieri Università di Verona; Claudio Luzzati, Università di Milano Statale; Francesca Malzani, Università di Brescia; Letizia Mancini, Università di Milano Statale; Massimo Mancini, Università di Perugia; Alessio Lo Giudice, Università di Messina; Fabio Macioce, Università di Roma Tor Vergata; Francesco Mancuso, Università di Salerno; Giorgio Maniaci, Università di Palermo; Marco Manno, Università di Palermo; Elisa Marchi, Università dell’Arizona; Leonardo Marchettoni, Università di Parma; Costanza Margiotta, Università di Padova; Realino Marra Università di Genova; Federico Martelloni, Università di Bologna; Luca Masera, Università di Brescia; Silvio Mazzarese, Università di Palermo; Michelina Masia, Università di Cagliari; Fabrizio Mastromartino, Università di Roma tre; Tecla Mazzarese, Università di Brescia; Giulia Melani, Università di Firenze; Dario Mellossi Università di Bologna; Ferdinando Menga, Università della Campania Luigi Vanvitelli; Giovanni Messina, Università di Napoli Federico II; Lorenzo Milazzo, Università di Pisa; Bruno Montanari, Università di Catania; Lalage Mormile, Università di Palermo; Luca Nivarra, Università di Palermo; Valeria Nuzzo, Università della Campania Luigi Vanvitelli; Francesco Pallante, Università di Torino; Giuseppa Palmeri, Università di Palermo; Giuseppe Palmisano, Università Roma tre; Letizia Palumbo, Università Ca Foscari di Venezia; Lina Panella, Università di Messina; Luigi Pannarale, Università di Bari Aldo Moro; Baldassare Pastore, Università di Ferrara Francesco Parisi, Università di Palermo; Paola Parolari, Università di Brescia; Davide Petrini, Università di Torino; Stefano Pietropaoli, Università di Firenze; Cesare Pinelli, Università di Roma La Sapienza; Anna Pintore, Università di Cagliari; Attilio Pisanò, Università del Salento; Tamar Pitch, Università di Perugia; Valerio Pocar, Università di Milano Bicocca; Francesca Poggi, Università di Milano; Ulderico Pomarici, Università della Campania Luigi Vanvitelli; Daniel Pomier, Università di Roma La Sapienza; Andrea Porciello, UMG – Università Magna Graecia di Catanzaro; Franco Prina, Università di Torino; Alessandro Purpura, Università di Palermo; Susanna Pozzolo, Università di Brescia; Isabella Quadrelli, Università di Urbino Carlo Bo; Marco Ragusa, Università di Palermo; Maura Ranieri Università Magna Graecia di Catanzaro; Vincenzo Rapone, Università di Napoli Federico II; Adrian Renteria Diaz, Università dell’Insubria; Giovan Battista Ratti, Università di Genova; Maria Cristina Reale, Università dell’Insubria; Maria Cristina Redondo, Università di Genova; Antonio Riccio, Università di Cassino e del Lazio Meridionale; Alessandro Riccobono, Università di Palermo; Francesco Riccobono, Università di Napoli Federico II; Enrica Rigo, Università Roma tre; Matteo Rinaldini, Università di Modena e Reggio Emilia; Eugenio Ripepe, Università di Pisa; Nicola Riva, Università di Milano Statale; Graziella Romeo, Università di Milano Bocconi; Daniela Ronco, Università di Torino; Paola Ronfani, Università di Milano Statale; Annamaria Rufino, Università della Campania Luigi Vanvitelli; Vincenzo Ruggiero, Middlesex University; Filippo Ruschi, Università di Firenze; Angelo Salento, Università del Salento; Giovanna Savorani, Università di Genova; Pier Francesco Savona, Università di Napoli Federico II; Caterina Scaccianoce, Università di Palermo; Vincenzo Scalia, Università di Firenze; Francesca Scamardella, Università di Napoli Federico II; Alberto Scerbo, UMG – Università Magna Graecia di Catanzaro; Angelo Schillaci, Università di Roma La Sapienza; Laura Scudieri, Università di Genova; Iacopo Senatori, Università di Modena e Reggio Emilia; M. Ausilia Simonelli, Università del Molise; Stefano Simonetta, Università di Milano Statale; Guido Smorto, Università di Palermo; Stefania Spada, Università di Bologna; Eleonora Spaventa, Università di Milano Bocconi; Ciro Tarantino, Università della Calabria; Gianluca Urbisaglia, Università di Roma La Sapienza; Alfredo Terrasi, Università di Palermo; Persio Tincani, Università di Bergamo; Giovanni Torrente, Università di Torino; Enza Maria Tramontana, Università di Palermo; Isabel Trujillo, Università di Palermo; Vito Velluzzi, Università di Milano Statale; Maria Carmela Venuti, Università di Palermo; Valeria Verdolini Università di Milano Bicocca; Massimiliano Verga, Università di Milano Bicocca; Susanna Vezzadini, Università di Bologna; Francesca Vianello, Università di Padova; Gloria Viarengo Università di Genova; Giacomo Viggiani, Università di Brescia; Francesco Viola, Emerito, Università di Palermo; Maria Virgilio Università di Bologna; Ermanno Vitale, Università della Val D’Aosta; Massimo Vogliotti, Università del Piemonte Orientale; Giuseppe Zaccaria Università di Padova; Loriana Zanuttigh, Università di Brescia; MatiJa Zgur, Università di Roma tre; Silvia Zullo, Università di Bologna

«In Argentina viene violato il diritto umano al cibo»

FONTE : LA VACA.ORG  CHE RINGRAZIAMO 

Marcos Filardi è un avvocato specializzato in diritti umani e sovranità alimentare e fa crollare un mito tra molti: «Non produciamo cibo per 400 milioni di persone». Un discorso emozionante su ciò che sta accadendo nel paese con fame e malnutrizione. Le malattie che sono una conseguenza di ciò che mangiamo. Il modello estrattivo che commercializza cibo mentre i territori e la salute pubblica sono sempre più contaminati e distrutti. Il ruolo delle nuove generazioni contro la crisi climatica. E uno sguardo alla nuova gestione e alle ipotesi sulla presunta salvezza della Patria in Vaca Muerta. Dati per tenere conto di ciò che ci fanno deglutire. (Ascolta il programma completo)

 

Attenti al decreto sicurezza bis Salvini e Di Maio uniti nella lotta vogliono demolire lo stato di diritto

Articolo di Nadia Urbinati

Pubblicato su Strisciarossa.it

 

L’Enciclopedia Treccani ci dà questa definizione di “stato di diritto”:
“Forma di Stato di matrice liberale, in cui viene perseguito il fine di controllare e limitare il potere statuale attraverso la posizione di norme giuridiche generali e astratte. L’esercizio arbitrario del potere viene contrastato con una progressiva regolazione dell’organizzazione e del funzionamento dei pubblici poteri, che ha come scopo sia la «diffusione» sia la «differenziazione» del potere, rispettivamente, attraverso istituti normativi (unicità e individualità del soggetto giuridico; eguaglianza giuridica dei soggetti individuali; certezza del diritto; riconoscimento costituzionale dei diritti soggettivi) e modalità istituzionali (delimitazione dell’ambito di esercizio del potere politico e di applicazione del diritto; separazione tra istituzioni legislative e amministrative; primato del potere legislativo, principio di legalità e riserva di legislazione; subordinazione del potere legislativo al rispetto dei diritti soggettivi costituzionalmente definiti; autonomia del potere giudiziario), comunemente considerati come parti integranti della nozione di Stato di diritto”. (Leggi quiApre in una nuova finestra la definizione completa)

Chi governa sta sotto la legge e non sopra

Nei paesi anglosassoni l’espressione è forse meglio resa: lo stato di diritto si chiama “the rule of law” – è la legge che governa; i governanti stanno “sotto” non sopra la legge e non la deturpano a loro piacere o secondo le loro convenienze di partito, di maggioranza o di audience. Il governo Lega-5stelle è parzialmente fuori dello stato di diritto, in violazione del governo della legge. Lo è non tanto per le esternazioni e i comportamente dei ministri – la dimensione della pubblicità li fa essere burattini e burattinai di un circo equestre: al mare a fare bacetti con la fidanzata o in spaggia a torso nudo genuflessi ad adorare la venere sotto un bichini (Salvini ama mostrarsi a torso nudo come Mussolini). Ma non è questa la dimensione da considerare quando vogliamo vedere in atto la violazione dello stato di diritto.

Verso uno stato di polizia

Andiamo al DL sicurezza bisApre in una nuova finestra su immigrazione e ordine pubblico, una falcata poderosa verso uno stato di polizia, che assegna al ministero degli Interni un ruolo preponderante nel decidere sulle libertà di tutti, cittadini e non. Il decreto prevede un’ulteriore criminalizzazione del soccorso in mare, la riforma del codice penale, maggiori finanziamenti per i rimpatri e l’estensione dei poteri delle forze di polizia. Litigiosi su quasi tutto, il MoVimento e la Lega si sono trovati in amorevole accordo su questo decreto proto-autoritario, che prevede multe per ogni persona soccorsa in mare e la sospensione o revoca della licenza di nagivazione, che toglie al ministero delle Infrastrutture tutte le pertinente della navigazione assegnando all’Interno il potere di vietare o limitare il transito o la sosta nelle acque territoriali per motivi di ordine pubblico.

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ABUSI IN LIBIA: LA COMPLICITA’ DEI SOVRANISTI

 

FONTE R/PROJECT.IT

di Fulvio Vassallo Paleologo

Non bastano i report e le testimonianze sugli abusi subiti dai migranti intercettai in acque internazionali dalla Guardia costiera libica e riportati nei lager dai quali erano fuggiti. Sempre più tragica, in particolare, la situazione dei somali e degli eritrei internati nei centri di detenzione contollati dalle milizie, senza alcuna distinzione possibile tra centri governativi e centri “informali”. Ovunque spadroneggiano i mercanti di esseri umani, che nessuna indagine penale sembra fermare.

Non interessano i documenti di Amnesty International che confermano la gravi violazioni dei diritti umani in Egitto ed in altri paesi dell’Africa del nord. Non bastano neppure le conferme della corruzione delle polizie dei paesi di origine o di transito con i quali gli stati europei, e la stessa Unione Europea, non esitano a concludere accordi bilaterali per contrastare quella che definiscono soltanto come “immigrazione illegale”. Interessi economici e calcoli elettorali schiacciano i diritti umani e li rimettono alla discrezionalità della politica. In nome degli interessi nazionali si strappano le Convenzioni internazionali, ed i rapporti tra gli stati diventano un campo nel quale si esercitano ricatti basati sulla forza militare ed economica. Tutto quello che si vorrebbe nascondere dietro la campagna del fango intentata contro le ONG e chiunque si ostini ad operare soccorsi umanitari, in mare, ed anche in terra.

Il vertice euro-arabo di Sharm el Scheikh ha confermato la politica europea di esternalizzazione delle attività di controllo delle frontiere, senza che ci sia stato alcun riguardo per le ragioni delle popolazioni e dei migranti oppressi dai regimi e dai governi che sono finanziati dagli stati europei all’esclusivo fine di impedire le partenze dei migranti verso l’Europa. La cooperazione internazionale tanto evocata nei documenti internazionali rimane priva di risorse adeguate e di qualsiasi controllo sulla effettiva destinazione dei finanziamenti quando questi arrivano nei paesi terzi. La questione ambientale costituisce soltanto un paravento per nascondere la sostanza degli accordi, centrati sulla divisione delle risorse energetiche tra i paesi più forti, e sulla ghettizzazione delle popolazioni più deboli, condannate ad un destino di fame e di morte.

Il vertice ha segnato il fallimento definitivo del Processo di Khartoum, avviato dal governo italiano nel 2014, con l’avallo del Consiglio Europeo del 12 maggio 2015, e quindi del Piano di azione Juncker. Forse qualcuno si è accorto che il dittatore sudanese Bashir, sotto accusa da parte della Corte Penale internazionale, non era proprio un partner affidabile, al punto che a Sharm Al Scheikh gli è stata interdetta la partecipazione. Chi scrive del Sudan viene minacciato, ma anche questo sembra trascurabile, nell’indifferenza generale. In Italia ancora si ritiene necessario ed opportuno collaborare con la polizia sudanese, quella stessa polizia che ancora in questi giorni sta massacrando l’opposizione che manifesta in piazza a Khartoum.

Ma il nuovo multilateralismo, rilanciato sotto l’egida del dittatore egiziano Al Sisi, non garantisce i diritti dei popoli ma i privilegi dei grandi gruppi economici. Che anche i dittatori possono assicurare. E infatti la questione centrale degli incontri si è centrata sullo sfruttamento delle grandi risorse energetiche del Mediterraneo orientale, con una attenzione estesa anche alla spartizione della Libia, dove le forze del generale Haftar, sostenute dagli egiziani, dai russi, e sottobanco dai francesi, avanzano ogni giorno sottraendo territorio ( e pozzi petroliferi) al traballante governo Serraj a Tripoli, sponsorizzato dall’Italia e da alcuni paesi europei soltanto per spartirsi risorse economiche e ottenere un maggiore contrasto dell’immigrazione.

La Conferenza internazionale sulla Libia, svoltasi a Palermo lo scorso anno, rimane soltanto una vetrina usata a scopi elettorali, ma è ormai superata dall’involuzione bellica tra la Tripolitania e la Cirenaica, sostenuta dal generale Haftar e dai suoi alleati al Cairo, a Parigi, a Mosca. Il premier Conte, ed i suoi due vice-presidenti del Consiglio, tanto abili nella propaganda elettorale, dovrebbero farsene una ragione, e magari parlare agli italiani senza raccontare altre menzogne. Il risveglio dal sonno dell’indifferenza potrebbe essere assai brusco. Non sembra proprio che ci siano le premesse per una rilancio del ruolo dell’Italia nella soluzione della crisi libica.

Si avvicina la guerra, una guerra commerciale in Europa, tante guerre nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ed ancora più a sud, fino all’Africa sub-sahariana, come in Niger, dove si vuole esternalizzare la frontiera europea. Forse sarà proprio la guerra, l’unica vera tragedia che costringerà il “popolo sovrano” ad interrogarsi sulla reale portata delle politiche di odio ed esclusione contro gli stranieri e contro chi presta loro assistenza. Il capovolgimento del principio di realtà sul quale si sta fondando l’attuale politica dei governi di destra in carica in Europa non potrà che produrre conflitti alle frontiere ed una disfatta economica dell’intero continente con una forte riduzione dei diritti fondamentali che verranno negati non solo agli stranieri ma agli stessi cittadini.

L’Unione Africana ha da tempo respinto i piani europei che prevedevano rimpatri collettivi e piattaforme di sbarco nei paesi nordafricani, ma in Europa si ritiene ancora che sia possibile riportare in Africa i migranti bloccati in acque internazionali nel Mediterraneo. Non sembra che la presenza dell’UNHCR in Libia riesca a garantire davvero i diritti dei migranti trattenuti nei centri di detenzione da quando sono diminuite le possibilità di fuga verso il Mediterraneo. In realtà le rotte migratorie più recenti sono interne al continente africano, e non portano necessariamente all’emigrazione verso l’Europa. Dunque i plitici nostrani non possono continuare a lucrare vantaggi elettorali su una emergenza che non esiste.

Le conclusioni del vertice euro-arabo di Sharm el Scheikh sono state seguite da una aberrante mozione fatta passare da Fratelli d’Italia in un parlamento, ancora intontito dall’esito delle elezioni in Sardegna, che programma un blocco navale davanti alle coste libiche e chiude definitivamente all’adesione dell’Italia al cd. Migration Compact.

Un progetto vecchio, quello del blocco davanti alle coste libiche, di chi dall’estrema destra sa solo diffondere odio per conquistare una fetta di consenso elettorale. Senza però chiarire con quali navi e con quali uomini, mentre la missione Eunavfor-Med (definita anche come Operazione Sophia) si avvia ad un epilogo fallimentare, dopo la chiusura altrettanto ingloriosa della missione NAURAS della Marina italiana. Vedremo chi andrà davvero a fare il blocco navale davanti le coste libiche. Di certo l’Unione Europea non appoggerà mai con propri mezzi una proposta simile.

I cittadini italiani potranno anche illudersi di essere più sicuri perchè un paio di ministri hanno “chiuso” i porti alle navi di soccorso delle ONG ed hanno costretto al ripiegamento i mezzi della Guardia Costiera. Ma dietro queste scelte disumane si aggrava l’isolamento internazionale del nostro paese, acuita dalla concorrenza con la Francia in Libia, e non solo, una situazione che ci esporrà ancora di più alla prossima crisi economica internazionale, sempre più probabile dopo le elezioni europee di maggio. Nessun paese europeo può pensare di uscire da solo dalla crisi economica, soprattutto se è indebitato come l’Italia, così come nessun paese europeo può pensare che adottando misure di blocco navale, unilateralmente, possa risolvere la crisi dei rifugiati e raggiungere una maggiore efficacia nella lotta contro l’immigrazione irregolare. Solo aprendo canali legali di ingresso, attraverso il rilascio di visti umanitari, e rilanciando una grande missione di soccorso in acque internazionali, si potranno battere le organizzazioni criminali che lucrano proprio sullo sbarramento delle frontiere.

Soltanto chi saprà costruire e realizzare progetti basati sulla solidarietà internazionale e sulla soluzione pacifica dei conflitti, avrà un futuro. Quelli che scelgono di rinchiudersi dentro le frontiere nazionali, e quindi dentro le mura di casa, potranno soltanto armare le polizie ed armarsi per la propria difesa personale, ma non saranno certo più sicuri. La vera sicurezza la troveranno soltanto coloro che si organizzeranno per affrontare la crisi senza scaricarla sui più deboli, ma attaccando i veri responsabili a livello nazionale ed internazionale, riattivando processi di partecipazione democratica, e realizzando scelte di vita e di lavoro che creino opportunità di incontro e di solidarietà.

Soccorsi nel Mediterraneo, l’appello di Unhcr e l’ennesimo schiaffo di Salvini

FONTE ARTICOLO21

 

Nonostante il freddo intenso dell’inverno, il rischio per le condizioni del mare e I continui naufragi dall’inizio dell’anno 4.507 persone hanno già attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Di chi non è sopravvissuto si sa poco o nulla, tranne che, come nel caso del gommone con a bordo 200 persone, sprofondato al largo della Libia, non ci sia la testimonianza di chi è scampato alla morte.
L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che segue con crescente apprensione la situazione dei flussi migratori provenienti dalle coste libiche, lancia un appello dopo gli ultimi eventi dei giorni scorsi e i numerosi ‘incidenti’ legati a operazioni di soccorso, come quello del mercantile che ha ricondotto in Libia persone soccorse in mare e l’incapacità, o meglio la mancanza di volontà, delle Guardia Costiera libica di garanti interventi nell’area di ricerca e di soccorso (SAR) di propria competenza.

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Canada: la rete per i diritti dei migranti mira a unire migranti e lavoratori

Pubblicato il 3 gennaio 2019
Di Zaid Noorsumar

Fonte : Rankandfile.ca

Trentacinque organizzazioni in tutto il Canada si sono coalizzate per formare la rete per i diritti dei migranti il 18 dicembre, la Giornata internazionale dei migranti. L’alleanza mira a lottare per i diritti dei migranti e combattere l’ondata crescente di razzismo nel paese.

Unifor, Migrant Centre Resource Center Canada e No One is Illegal sono tra i membri della coalizione, che è composta prevalentemente da gruppi per i diritti dei migranti e organizzazioni sindacali.

Una piattaforma antirazzista e “educazione popolare”
Syed Hussan, coordinatore della Migrant Network Alliance for Change, ha detto che la rete lancerà una piattaforma in vista delle elezioni federali del 2019 sui principi dell’anticapitalismo, dell’antirazzismo e della giustizia dei migranti.

“Daremo un messaggio chiaro, coerente, forte ai partiti politici che non permetteremo loro di manipolare ulteriormente e dividerli come un modo per ottenere voti”, ha detto Hussan, citando il tono sempre più nativista del partito conservatore e l’estrema destra

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No a questa Italia incattivita

FONTE SALUTEINTERNAZIONALE

Autore: Gavino Maciocco

L’Italia si è incattivita. La lunga crisi l’ha impoverita materialmente e moralmente, mentre si sono dilatate le diseguaglianze socio-economiche che gli ultimi governi non hanno in alcun modo saputo e voluto mitigare. Così il peso della presenza straniera si è scaricato, quasi ovunque, sugli strati popolari più disagiati della società, quelli che maggiormente hanno patito la crisi. Così hanno avuto buon gioco coloro che hanno indicato negli stranieri i responsabili  della scarsità dei servizi a disposizione.  Ma cosa succederà quando quei cittadini si accorgeranno che la cattiveria praticata e ostentata da parte del Governo contro i migranti non avrà migliorato in alcun modo la loro condizione – l’accesso alla sanità, all’istruzione, alla casa, ai  trasporti -, e neppure la loro sicurezza?


“Avverto i miei lettori: tutti coloro che non si inseriscono nella canea anti immigrazione e contro le Organizzazioni non governative (Ong) saranno soli. In questo momento l’odio verso le Ong e verso gli immigrati non ha pari, magari le mafie avessero avuto contro tutto questo impegno e questa solerzia” (Roberto Saviano, Repubblica, 5 agosto 2017).

“Di questa estate italiana resterà una svolta nel senso comune dominante, dove per la prima volta il sentimento umanitario è finito in minoranza. E ciò peserà sul futuro” (Ezio Mauro, Repubblica, 9 agosto 2017).

“Dietro la riduzione dei salvataggi in mare, ottenuta con il sostegno alle autorità libiche nella loro decisione di limitare l’area d’intervento delle navi impegnate nel soccorso umanitario, si consuma una gravissima e sistematica violazione dei diritti fondamentali delle persone: in mancanza di una via sicura e legale all’Europa, si nega il diritto d’asilo a quanti, costretti alla fuga dalla guerra e dalla fame, non sono messi in condizione di raggiungere i Paesi dove questo diritto possa essere esercitato; con il trattenimento nei centri di detenzione libici i migranti, scampati alle tragedie dei Paesi di provenienza, diventano vittime dei trattamenti inumani e degradanti che in questi luoghi abitualmente si praticano” (Mariarosa Guglielmi, segretario generale di Magistratura Democratica, 20 agosto 2017).

Abbiamo riportato qui alcuni brani tratti dal post, Se il sentimento umanitario finisce in minoranza, pubblicato su Saluteinternazionale il primo settembre 2017 , in cui ricostruivamo le varie tappe che avevano portato agli inizi di agosto del 2017 alla creazione di un “muro” nel Mediterraneo, attraverso il blocco delle navi delle Ong e gli accordi con la LibiaOperazione “tripartisan” che portava la firma del ministro dem Marco Minniti, ma da tempo invocata da Lega (Salvini: Affondare navi Ong) e dal Movimento 5 Stelle (Di Maio: Ong, taxi del Mediterraneo).  Si avvicinavano le elezioni politiche e tutti avevano bene in mente che la questione dei migranti (in tutte le possibili più o meno distorte declinazioni: l’invasione, le malattie, i costi, l’insicurezza, la competizione con gli italiani più poveri, etc) sarebbe stata al centro della contesa elettorale. Infondere la paura degli stranieri a scopi elettorali è ovunque un classico della destra xenofoba, quando non dichiaratamente razzista. È successo con la Brexit, con l’elezione di Trump in USA, di Orban in Ungheria, di Kurz in Austria.  Ed è successo anche in Italia, con la vittoria dei partiti che avevano impugnato le bandiere anti-migranti e anti-Ong.

Quei partiti – Lega e Movimento 5 Stelle – si sono poi trovati a governare il Paese, avendo idee diverse su quasi tutti i temi, tranne che su un punto: la lotta ai migranti e alle Ong. Per questo da quando si è costituito il nuovo governo giallo-verde, l’attacco ai migranti e agli stranieri è diventata una costante – condita di vessazioni, soprusi, discriminazioni – che ha avuto il suo epilogo con l’approvazione del Decreto sicurezza. Continua a leggere “No a questa Italia incattivita”

Là dove la vita vale poco

È stata uccisa una persona, che ha avuto una vita, che era in viaggio, un migrante, nel silenzio più assordante e indifferenza di ogni mezzo mediatico.

Là dove la vita vale pocoCredits: fanpage.it

COMO. Questa è una storia vera, la storia di Abdellah Toure. Il suo corpo è stato trovato il 12 ottobre, privo di vita, ucciso. Siamo a Como, al confine con la Svizzera. Qui negli ultimi anni sono arrivati molti più migranti degli anni precedenti. La cronaca, non soltanto quella dei giornali locali, è stata sul pezzo con protagonisti centinaia di migranti bloccati alla stazione ferroviaria, sui prati vicini, in un campo profughi allestito e da pochi giorni chiuso, non ancora smantellato perché qualcuno propone di utilizzarlo come centro di accoglienza per i senza tetto soprattutto adesso che è in arrivo l’inverno.

Sono in corso le indagini della Polizia. Pare che Abdellah sia stato ucciso in un luogo differente da quello in cui è stato ritrovato il cadavere, avvolto in un lenzuolo con un cuscino coperti di sangue. Accanto a lui c’era un cellulare, il corpo era lì da una dozzina di giorni. Nel corso delle indagini si è scoperto che Abdellah sembra sia stato ucciso lanciato da uno dei piani del Centro Salesiani a Sagnino, periferia nord di Como da cui si vede Chiasso, periferia sud della Svizzera. Continua a leggere “Là dove la vita vale poco”

L’apartheid istituzionale si va rafforzando in Italia. Sulla bozza di decreto Salvini e sulle crescenti revoche dell’accoglienza – di Gennaro Avallone

FONTE EFFIMERA.ORG

L’apartheid istituzionale si va rafforzando in Italia.

Il Sole 24 Ore ha pubblicato il 23 agosto i contenuti della bozza di decreto legge che il Ministero dell’Interno sta elaborando per quanto riguarda il diritto di asilo e i diritti delle persone richiedenti protezione internazionale in Italia[1].

I contenuti più rilevanti riguardano l’aumento del numero di mesi di detenzione nei centri di espulsione (da 3 a 6 mesi); l’allargamento della lista dei reati che abilitano al rifiuto o alla revoca dell’asilo; la drastica riduzione delle possibilità di ricorso nel caso di diniego della domanda di protezione; la riduzione delle possibilità di ottenere la protezione umanitaria; la limitazione dell’accoglienza negli Sprar solo ai beneficiari di protezione internazionale o sussidiaria; l’esclusione dalla possibilità di iscrizione all’anagrafe (cioè di ottenimento della residenza) per le persone richiedenti asilo, per le quali si prevede un documento di riconoscimento particolare; la proroga di un anno per scrivere un testo unico sull’asilo.

Con e oltre Minniti

Particolarmente serio è il cambiamento che verrebbe prodotto da tre misure: quella che nega la residenza, quella che riduce le possibilità di riconoscimento della protezione umanitaria, quella che limita le possibilità di ricorso alle decisioni avverse alle domande di asilo.

La prima, quella che nega la residenza, un diritto ad avere diritti come ricorda un recente report con toolkit della campagna LasciateCIEntrare[2], significherebbe per le persone richiedenti asilo, ad esempio, l’esclusione dalla possibilità di avere il medico di base e di usufruire, di fatto, del servizio sanitario nazionale.

La seconda, relativa al riconoscimento della protezione internazionale, mette in pericolo la divisione dei poteri tra esecutivo e giudiziario, in quanto interviene nell’autonomia del lavoro delle Commissioni territoriali che vagliano le domande di asilo o, in caso di ricorso, dei tribunali.

La terza, quella che limiterebbe le possibilità di ricorso, determinerebbe un trattamento speciale e penalizzante verso una specifica parte della popolazione (quella richiedente asilo) in virtù del suo status giuridico.

Se i contenuti della bozza saranno confermati saremo oltre il decreto Minniti-Orlando, che ha già ridotto i diritti delle persone richiedenti asilo, e si approfondirà in maniera ulteriore una condizione di apartheid e di razzismo istituzionale a danno di questa parte della popolazione. La separazione tra nazionali e non nazionali si aggraverebbe, dunque, in modo ulteriore e, con essa, la condizione di vulnerabilità e marginalità civile e sociale della popolazione immigrata.

Il circolo della repressione

Questo scenario è in realtà già anticipato da quanto sta accadendo con l’accelerazione e la moltiplicazione delle revoche di accoglienza e con l’ulteriore spinta del Ministero nei prossimi bandi verso centri di accoglienza di grandi dimensioni[3]. In particolare, diversi attivisti ed attiviste registrano già da alcuni mesi l’aumento dei controlli prefettizi punitivi contro i migranti (per esempio, sull’orario di presenza) che provocano revoche di accoglienza[4].

La tendenza è quella di approfondire l’attacco alle persone migranti e non alla malaccoglienza, dunque, indebolendo sempre più le condizioni di vita di parte della popolazione richiedente asilo, ma anche titolare di protezione. Si produce così un’umanità indebolita nei diritti e nelle condizioni di vita, da utilizzare poi, nel circuito della repressione in caso di commissione di reati (o, apparentemente in modo paradossale, anche se sottoposta a condizioni gravi di sfruttamento) a fini di propaganda, dicendo che i migranti sono un pericolo sociale in quanto criminali o lavoratori a buon mercato che abbassano i livelli salariali e di sicurezza degli italiani, per cui ci vogliono politiche sempre più di controllo e di contrasto: alimentando una logica che si muove così all’infinito.

Il Ministero dell’Interno, con questa strategia, produce il problema, peggiorando gravemente la vita di centinaia di migliaia di persone, per poi proporsi come risolutore. Ovviamente, il trucco è chiaro, ma non basta la critica della ricerca sociale o del ragionamento a metterlo in discussione.

La produzione di popolazione debole e con status giuridici differenziati e poveri serve ad una parte dell’economia nazionale per mantenere i profitti alti in settori a basso valore aggiunto (alcuni comparti dell’edilizia, dell’agricoltura, dei servizi alla persona, della prostituzione e del turismo, soprattutto) e serve ad un’altra parte, quella politica, per alimentare la propaganda e accrescere il consenso di una società nazionale sempre più razzista anche perché poco interessata (ancora, per ora) ad organizzarsi per lottare collettivamente per i propri diritti e bisogni e, quindi, incline a seguire chi le propone di essere forte con i deboli in quanto non riesce (non è interessata) ad esserlo con i forti.

È questo corto circuito che va messo in discussione e per questo sono necessari la proposta e la mobilitazione politica, concentrate sui bisogni reali della popolazione al di là delle appartenenze nazionali, in una logica meticcia, che rompe il quadro razzista che le istituzioni governative vanno rafforzando di giorno in giorno e che il decreto del Ministro dell’Interno aggraverebbe, se promulgato, in modo ulteriore.

 

[1]          http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-08-22/stretta-migranti—ecco-nuove-regole-bozza-decreto-salvini-220721.shtml?uuid=AEIo5odF

[2]          http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/357-diritti-on-line-il-toolkit-lasciatecientrare-per-l-iscrizione-anagrafica-di-stranieri-richiedenti-asilo-e-beneficiari-di-protezione-internazionale-una-guida-pratica-contro-discriminazioni-e-burocrazia

[3]          https://www.asgi.it/notizie/revoca-accoglienza-napoli/;https://altreconomia.it/accoglienza-bandi-prefetture/.

[4]           https://www.facebook.com/events/242142176503442/?notif_t=plan_user_invited&notif_id=1535196311399675

La violenza dell’ignoranza: il migrante tra mitologia e propaganda

Forse dovremmo chiederci cosa sta accadendo, all’Italia e non solo. La così detta crisi migratoria credo sia “solo” lo spaccato in cui più chiaramente, con più vigore e maggior trasparenza, si manifesta una dinamica di gran lunga più complessa. Una dinamica estesa di tipo sociale, culturale e antropologico, che finirà per produrre uno spartiacque forse epocale, per effetto di conseguenze di un’importanza e un impatto tale da divenire “storiche”.

L’Italia degli ultimi 20 anni ha vissuto cambiamenti quasi incredibili, ma che al contempo definirei palpabili, dirompenti e innegabili. La lenta elaborazione che nel secondo dopoguerra si fece degli orrori del conflitto, testimoniata dalle convenzioni internazionali e dalla carta dei diritti, che fu l’epilogo ma anche il rinnovato slancio di una riflessione profonda sui più alti valori dell’umano, sembrava avesse prodotto una società ormai definitivamente liberà dalle barbarie, mai più disposta a sottovalutare, normalizzare e propagandare le amenità razziste e nazi-fasciste. Negli anni ’60 e ’70, un ulteriore passo avanti sul piano della rivendicazione dei diritti è stato compiuto dalle lotte che hanno segnato a livello mondiale una stagione di opposizione alle costrizioni, all’ingiustizia sociale, e alle discriminazioni. L’Italia degli anni ’80 pare dunque esser stata ricca, emancipata e libera, infarcita di un’educazione tollerante e pacifista, o forse solo un po’ meno bigotta e moralista. Di fatto, alcuni concetti essenziali in ordine alla società e alla convivenza hanno avuto durante gli anni del mio diventar membro della società civile un’aurea di assolutezza, la sostanza paradigmatica di un a-priori, un’apparente ma convincente sembianza di eternità. Poi qualcosa è cambiato, il boom economico è cessato, la qualità dell’istruzione è implosa e il diritto al lavoro ha vacillato. L’incertezza è diventata il risvolto psicologico diffuso della flessibilità, la precarietà economica ha inaugurato la stagione dei suicidi, dell’esodo degli investimenti stranieri e dei progetti futuri dei connazionali. Responsabili non ce ne sono, la crisi non ha avuto mandanti ne esecutori pare. È successa. La guerra quotidiana per la sopravvivenza non ha nemici né amici, la si combatte soli una rinuncia dopo l’altra, fin quando agli sgoccioli delle rinunce possibili, è apparsa all’orizzonte l’occasione del riscatto. Continua a leggere “La violenza dell’ignoranza: il migrante tra mitologia e propaganda”

Dentro le ragioni dell’assalto a Lula

 

fonte ComuneInfo

di Raúl Zibechi

La votazione degli undici giudici del Supremo Tribunale Federale (STF), nella notte di mercoledì 4 aprile, presuppone la fine della carriera politica di Luiz Inácio Lula da Silva, così come desideravano i militari, i grandi imprenditori, il governo degli USA e un importante settore della società brasiliana.

L’offensiva permanente della destra durante gli ultimi cinque anni, gli ha permesso di compiere il suo sogno più desiderato: disarcionare Lula dalle elezioni presidenziali di ottobre, per le quali era il favorito con il 35% di sostegno popolare, molto lontano dagli altri candidati.

Il STF ha votato negativamente l’habeas corpus presentato da Lula, che gli avrebbe permesso di aspettare il risultato del processo per arricchimento illecito, che è stato confermato in seconda istanza. Il tribunale si è appellato alla giurisprudenza che dice che ogni processato, la cui pena è confermata in seconda istanza, entrerà in prigione. In effetti, il passato gennaio Lula è stato condannato da un tribunale federale a 12 anni.

Sembra necessario ripassare le ragioni che hanno portato ciascuno di quei settori ad appoggiare la condanna di Lula, al di là della sua presunta colpevolezza. Anche molti politici dovrebbero stare nei tribunali per delitti ancor più gravi, come l’attuale presidente Michel Temer, in una chiara dimostrazione di una doppia misura della giustizia, delle istituzioni e della stessa società brasiliana.

In primo luogo, per gli USA i governi di Lula non furono specialmente problematici, per lo meno se ci atteniamo alle dichiarazioni di ambedue le parti. Salvo su un punto: il progetto di autonomia nella difesa, concretizzatasi nella costruzione di un sottomarino nucleare, oltre alla capacità di fabbricare caccia di quinta generazione e al potenziamento della base di satelliti di Alcántara, vicina alla linea equatoriale.

“Casualmente”, da quando Dilma Rousseff fu disarcionata dal governo nell’agosto del 2016, i tre progetti affrontano delle serie difficoltà, anche se le autorità si impegnano a negarlo. Il terzo fabbricante mondiale di aerei commerciali, l’Embraer, che ha firmato un accordo con la svedese Saab per i caccia brasiliani, è in via di fusione con la statunitense Boeing, fatto che può rendere vano lo sviluppo che renderebbe autonoma la forza aerea.

Riguardo al sottomarino nucleare, insistere solo sul fatto che è a carico della ditta di costruzioni Odebrecht, in alleanza con la francese DCNS, che è seriamente indagata dalla giustizia, e che può mandare all’aria tutto il programma strategico. Non può essere casuale che solo l’Odebrecht stia nell’occhio della giustizia quando tutte le imprese di costruzioni operano allo stesso modo.

8 aprile 2018, Lula e il suo popolo

Gli USA sono vicini a giungere ad un accordo con il governo di Temer per operare nella base di Alcántara, che per la sua ubicazione geografica permette un risparmio fino al 30% del combustibile. Questo è unito al sottomarino nucleare, uno dei punti più sensibili per il Pentagono.

La seconda questione sono i grandi imprenditori, che avevano mantenuto un atteggiamento favorevole ai governi del PT, per lo meno fino all’anno 2012. Nonostante ciò, il rafforzamento del movimento sindacale e l’irruzione delle nidiate più povere dei lavoratori nel movimento degli scioperi del 2013, che batté tutti i record storici nella quantità di scioperi, li convinsero della necessità di interrompere il corso della presa di potere del movimento operaio.

In questo senso, bisogna ricordare che la federazione industriale di San Paolo (PIESP), la più potente del paese e una delle più ricche del mondo, è tornata a giocare il medesimo ruolo che ebbe nel 1964 quando fu la principale artefice del colpo di stato militare che abbatté Joao Goulart.

La terza incognita sono le forze armateSotto i governi di Lula (2003-2010) furono uno dei settori più privilegiati. Fu programmato un importante riarmo, come era avvenuto solo sotto la dittatura militare (1964-1985). Fu rafforzato il complesso industriale-militare con sede nella città paulista di Sao José dos Campos, con accordi con imprese europee che hanno aperto nuovi affari alle compagnie brasiliane coinvolte nella difesa.

Ma soprattutto, è stata definita una Strategia Nazionale di Difesa che è stata concordata con gli alti comandi, il governo e gli imprenditori, che definisce nuovi e più ambiziosi progetti per le Forze Armate.

Due di questi stabiliscono la creazione di una seconda base navale alla foce del Rio delle Amazzoni, che si aggiungerebbe all’attuale situata a Río de Janeiro. Parallelamente, il rafforzamento della vigilanza sui giacimenti off-shore della piattaforma marittima, implica la progettazione di una potente flotta di sottomarini convenzionali e nucleari.

Le ragioni che hanno portato al cambio di direzione militare hanno due basi. La prima è la politica sottile ma persistente degli USA, che non hanno mai visto di buon occhio la costruzione del sottomarino nucleare né l’autonomia satellitare, progetti che hanno persistentemente minato dietro le quinte. Anche se un settore dei militari brasiliani ha delle forti inclinazioni nazionaliste, c’è un altro settore molto dipendente dalla logica statunitense che pone il Venezuela, la Russia e l’Iran come nuovi demoni che giocano lo stesso ruolo del comunismo, sotto la dottrina della sicurezza nazionale che portò ai colpi di stato dei decenni del 1960 e 1970.

Il secondo, è il crescente ruolo della destra civile nelle caserme. Molti alti comandi rifiutano qualsiasi menzione dei crimini di lesa umanità commessi durante la dittatura. La ex presidente Rousseff fu torturata da militari, comportamento che è esaltato da vari alti comandi che non hanno mai accettato la minima critica della repressione della dittatura.

Da ultimo, le classi medie e medio alte hanno intensamente militato contro Lula e i quattro governi del PT. Così come non ci fu rottura con la dittatura, in Brasile nemmeno c’è stata una  decolonizzazione sociale e culturale che avrebbe democratizzato la società e le relazioni tra bianchi e neri (il 54% dei brasiliani). Questi ostacoli hanno provocato l’attuale polarizzazione sociale e politica, in risposta all’ascesa dei più poveri al rango di classi medie. Ma queste eredità sono, anche, alla base della crescente decomposizione di un paese che si proponeva come potenza globale.

Gli umanisti brasiliani ripudiano l’incarcerazione illegale di Lula

Fonte Pressenza.com

10.04.2018 Partido Humanista do Brasil

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Portoghese, Greco

Gli umanisti brasiliani ripudiano l’incarcerazione illegale di Lula

Il Movimento Umanista Internazionale  si oppone all’ingiusto ordine di incarcerazione politica dell ex-presidente del Brasile, Luis Inácio Lula da Silva.

Denunciamo un processo kafkiano

Noi ci opponiamo a questa decisione frettolosa, manipolata dal Ministro Carmen Lucia, e spinta dai media e dai generali dell’esercito che non hanno seguito le normali procedure, semplicemente per far fuori Lula dalle elezioni del 2018.

Denunciamo una carcerazione politica

Noi ci opponiamo a questa angosciante e frettolosa carcerazione che dimostra la disperazione delle elites brasiliane di cogliere questa opportunità, a tutti i costi, prima che si apra il registro dei candidati . Dimostrazione del fallimento delle elites, dato che non hanno candidati sostenibili a difesa del loro programma di ritorno al passato.

Denunciamo accuse senza prove

Noi ci opponiamo all’insolita accusa basata su un power point  e la  confusa sentenza di Moro che ordina gli arresti per “convinzione” senza presentare uno straccio di prova.

Denunciamo le bugie dei media

Noi ci opponiamo al linciaggio dei media portato avanti dal network di Globo TV, che mente sistematicamente all’intera popolazione, manipolando l’informazione a servizio di un golpe giudiziario e degli interessi nordamericani.

Denunciamo la propaganda di Netflix

Ci opponiamo alle armi della propaganda mascherate come film e serie tv che si presuppone siano basate su eventi reali, che hanno lo scopo di distorcere i fatti e creare una visione storicamente falsa del momento attuale, incitando all’odio e confondendo la popolazione.

Denunciamo l’intervento militare

Ci opponiamo alle minacce dei generali in pensione e in servizio, che hanno voluto la carcerazione di Lula e che tacciono sull’impunità di Aécio, Temer, che mettono sotto silenzio l’assassinio di Marielle Franco, relatrice della commissione d’inchiesta sull’intervento militare a Rio de Janeiro.

Denunciamo l’autoritarismo giudiziario

Ci opponiamo alla decisione arbitraria del tribunale speciale di Curitiba sul caso Lava Jato (l’inchiesta sulla corruzione che si pretende coinvolga Lula, N.d. T.),  che serve a nutrire le falsità dei media, a perseguitare gli oppositori politici del neoliberalismo e delle grandi imprese nazionali.

Denunciamo l’interferenza americana

Ci opponiamo all’accordo di cooperazione tra  dipartimenti degli USA e i promotori di Lava Jato, che mettono sotto inchiesta le imprese brasiliane per aprire la strada alle multinazionali straniere.

Denunciamo la perdita dei diritti

Ci opponiamo al taglio delle pensioni e alla riduzione dei diritti dei lavoratori, alla chiusura delle scuole e delle università, al congelamento per 20 anni degli investimenti pubblici nel campo dell’educazione, alla sanità e la sicurezza sociale di questo governo, basato su un colpo di stato, che sta favorendo le banche e le multinazionali straniere.

Denunciamo la persecuzione dei più poveri

Ci opponiamo all’incitamento dell’odio politico verso i poveri, i neri e le persone precarie, adducendo come scusa la battaglia contro i traffici di droga, un processo noto come “messicanizzazione” del Brasile.

Denunciamo lo svilimento della democrazia

Ci opponiamo allo svilimento della Costituzione del 1988, e all’interruzione del processo elettorale per cercare di estromettere Lula dalla competizione, imponendo nuove regole elettorali che accorceranno i tempi della campagna elettorale da 90 a 45 giorni con lo scopo di ridurre il processo di rinnovamento del Parlamento nazionale.

Denunciamo gli accordi basati su un colpo di stato

Noi ci opponiamo agli accordi con settori golpisti che non danno alcuna fiducia, come possiamo credere che rispetteranno i nuovi accordi se non hanno rispettato i precedenti? E’ molto ingenuo negoziare la consegna di Lula credendo che verranno rispettati gli accordi.

Faremo pressione su coloro che hanno il potere di decidere

Per cambiare la situazione corrente, è necessaria moltissima pressione popolare e dobbiamo imparare ad usare i metodi della nonviolenza attiva in maniera massiva e sistematica, pretendendo che la Costituzione sia osservata e i diritti di tutti siano rispettati.

Guardiamo al futuro

Nessuna galera può imprigionare il cuore, le idee o lo spirito di persone come Lula, che a dispetto di molte contraddizioni del suo governo, che noi spesso criticavamo, non merita di essere trattato in maniera scorretta e illegale.

Noi metteremo in moto un fronte amplio

In questo momento abbiamo bisogno di capire il contesto attuale e unire le forze in un fronte amplio contro il fascismo e l’autoritarismo, con la priorità di formare forti blocchi in tutti i parlamenti e con una forte presenza nelle periferie e anche nelle campagne.

E’ necessario disobbedire

E’ un obbligo resistere ad una ingiusta prigionia. Quelli che non rispettano le leggi sono quelli che condannano senza prove e non rispettano la costituzione.

Quando le decisioni sono ingiuste è necessario disobbedire.

Partido Humanista do Brasil

 

Traduzione di Annalaura Erroi

Il Brasile dopo l’omicidio di Marielle Franco – Intervista a Giuseppe Cocco

Fonte Effimera.org

Il Brasile dopo l’omicidio di Marielle Franco – Intervista a Giuseppe Cocco

Ringraziamo Giuseppe Orlandini per la traduzione dal portoghese.

Cosa significa in termini politici l’esecuzione della consigliera di Rio de Janeiro Marielle Franco?

In base a ciò che è stato scoperto dalle prime investigazioni, ci sono sufficienti elementi per dire che non è stata solo “una” esecuzione, ma una esecuzione politica, un attentato. Si tratta di una esecuzione la cui dimensione politica ha almeno tre elementi: il primo è che Marielle era una militante del PSOL (Partito Socialismo e Libertá, una dissidenza di sinistra del PT, creato nel 2004), in particolare del PSOL di Rio; il secondo è che Marielle era espressione di una generazione di “giovani poveri, neri e nere di favela” che hanno cominciato a fare politica in prima persona, autonomamente; il terzo è che l’omicidio avviene nell’ambito dell’intervento federale a Rio, decretato dal presidente Temer.

Com’è ovvio, ci sono molti altri elementi, ma per un primo approccio penso sia necessario ordinarli a partire da qui.

1)     Marielle era del PSOL di Rio de Janeiro. Il PSOL di Rio è stato capace di uscire dal ghetto nel quale si trova il PSOL nazionale e costituirsi come una forza elettorale con peso e consistenza. É importante comprendere come il PSOL di Rio abbia ottenuto questo ruolo da protagonista, in termini sia di attivismo che elettorali. Senza pretendere di essere esaustivo, credo ci siano tre principali spiegazioni: il PSOL a Rio è diventata l’unica opposizione al consorzio politico-mafioso comandato a livello federale dal PT e a livello fluminense e carioca dai compari del PMDB: se a livello nazionale il marketing lulista riusciva a non rendere esplicite le negoziazioni infami alle quali si associava (quando non le promuoveva), a Rio tutto questo è evidente perlomeno dal 2010.

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Rio: assassinata la consigliera che doveva monitorare l’intervento militare

fonte Pressenza.com

16.03.2018 Mariano Quiroga

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Rio: assassinata la consigliera che doveva monitorare l’intervento militare

 

Se l’assassinio di leader indigeni nell’Amazzonia brasiliana è direttamente collegato alla polizia, a Rio de Janeiro, uno Stato sotto intervento militare, l’assassinio della consigliera municipale Marielle Franco congela il sangue.

La dirigente del  PSOL (piccolo partito di sinistra particolarmente impegnato sui diritti umani, N.d.T.), 38 anni, stava lavorando nelle favelas e aveva denunciato l’escalation di violenza in quei territori, sostenendo che sarebbe diventata più complicata con l’intervento militare.

Nelle prime ore del mattino si sono moltiplicati gli appelli a manifestare l’indignazione per il crimine e denunciare il “genocidio nero” di cui è vittima la popolazione più povera del Brasile. Azioni di protesta sono previste anche a Belo Horizonte e San Paolo.

Franco era entrata nel Consiglio comunale di Rio alle elezioni del 2016 come quinto consigliere comunale più votato, con 46.000 voti. Le bande di narcotrafficanti e le milizie di vigilantes avevano ammazzato circa 20 candidati a sindaco o consigliere a Rio prima delle elezioni di quell’anno.

La città aveva vissuto un’escalation di corruzione e violenza legata all’organizzazione dei Mondiali di calcio e poi delle Olimpiadi. Questo è stato fatto con  il violento spostamento di interi quartieri poveri finalizzato alla liberazione di spazi commerciali per i ricchi e i vips.

Due settimane fa, Marielle Franco aveva assunto il ruolo di relatrice della commissione della Camera dei consiglieri di Rio, che doveva monitorare le azioni delle truppe incaricate dell’intervento militare decretato da Temer, una misura senza precedenti dal ritorno alla democrazia nel 1985.

“Le operazioni di polizia nelle favelas e nelle aree emarginate generalmente causano aumenti significativi di sparatorie e morti”, nota un rapporto di Amnesty International, che a sua volta elenca le uccisioni della polizia nelle favelas nel 2017.

Amnesty denuncia inoltre il sovraffollamento delle carceri, le loro condizioni “subumane” e una chiara discriminazione, poiché il 64% dei detenuti è di origine africana.

Marielle Franco aveva postato su Twitter un commento sull’omicidio di un giovane mentre usciva chiesa di Jacarezinho: “Quanti altri dovranno morire perché questa guerra finisca?”.

Traduzione dallo spagnolo: traduttori Pressenza

“Gli economisti non sanno più contare”: intervista a Christian Marazzi

Dietro la modesta ripresa economica interrotta dal susseguirsi di flash crash dei mercati finanziari, si nasconde l’incapacità dei modelli economici dominanti di leggere la realtà. Sullo sfondo, la svolta autoritaria del neoliberismo

Dopo un lungo periodo di relativa stabilità dei mercati finanziari a inizio febbraio si sono manifestate delle nuove turbolenze. Sono state fornite diverse spiegazioni contrastanti sull’origine di questo flash crash. I più pessimisti parlano dell’inizio di una nuova ondata di crisi, altri dicono che è il risultato di una ‘eccesiva autonomia’ degli algoritmi che controllano oltre il 60% delle transazioni nelle borse mondiali e sono capaci di determinare vere e proprie profezie auto-avveranti, altri analisti invece – e questo è il dato più interessante – spiegano la volatilità dei mercati con la ripresa dei salari in Usa e con l’accordo salariale che l’IG Metal ha raggiunto in Germania. Ne abbiamo parlato con Christian Marazzi, economista, docente presso la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana. Continua a leggere ““Gli economisti non sanno più contare”: intervista a Christian Marazzi”

Tim Berners-Lee: servono regole per impedire che la Rete diventi un’arma

FONTE PRIMA COMUNICAZIONE
13/03/2018 | 10:54

 

 

 

C’è troppo potere nelle mani di Google e Facebook, il web si può trasformare in “un’arma”, serve “un intervento giuridico e normativo”. E’ questo il messaggio contenuto in una lettera aperta dal papà del World Wide Web Tim Berners Lee pubblicata dal Guardian in occasione del ventinovesimo compleanno della sua creatura.

“E’ un anno importante perché per la prima volta più della metà della popolazione mondiale è connessa” ha scritto Berners Lee, riflettendo sul fatto che “il web di qualche anno fa non è quello che i nuovi utenti trovano oggi” poiché all’inizio c’era “ricca selezione di blog e siti”, ora “compressa sotto il grande peso di poche piattaforme dominanti”.

Una concentrazione che permette a poche società “di controllare quali idee e opinioni vengono viste e condivise” e di “trasformare il web in un’arma”.

“Le società lo sanno e stanno mettendo in campo sforzi per risolvere il problema”, ha spiegato il professore del Mit, sottolineando che la soluzione non può venire però dalle stesse aziende che cercano di massimizzare i loro profitti e che i tempi sono maturi per “un intervento normativo e giuridico”.

Infine, una riflessione sulla concentrazione di potere anche nell’innovazione e nell’evoluzione delle tecnologie, poiché “le piattaforme dominanti” avendo mezzi per acquisire startup e i migliori talenti creano “barriere per i concorrenti”.

Di questo passo, ha concluso, “i prossimi 20 anni saranno molto meno innovativi degli ultimi 20”.

Le calvaire des réfugiés coincés dans les Balkans

fonte Equaltime

Le calvaire des réfugiés coincés dans les Balkans

NEWS

(Julia Druelle)

Une des choses les plus précieuses que Feitas Moussa possède est son incisive. Ce jeune Libyen de 29 ans la garde dans sa poche, soigneusement enveloppée dans un mouchoir. « Ils m’ont jeté par terre et m’ont roué de coups de pied », raconte Feitas à Equal Times en montrant une photo de son visage ensanglanté, prise juste après l’agression.

Eux, c’est la police des frontières croate. Les coups sont arrivés quand les policiers ont surpris un groupe de réfugiés – parmi lesquels se trouvait Feitas – lors du passage illégal de la frontière serbo-croate. « C’était violent », se rappelle Ahmad Arabaout d’Algérie, qui était avec Feitas cette nuit-là. Il s’en est sorti avec une coupure sur la joue droite.

Alors que les réfugiés avaient déjà pénétré sur le territoire croate, la police les a renvoyés en Serbie. Feitas et Ahmad se sont ensuite retrouvés à Šid, une petite ville endormie de 16.000 habitants dans la campagne serbe.

Si parmi les quelque 150 personnes qui se trouvent aujourd’hui à Šid il y en a qui sont là depuis des mois, voire un an, ce n’est pas parce que la volonté de partir leur manque. Même si la route des Balkans est officiellement fermée depuis la mise en place de l’accord entre l’Union européenne et la Turquie, en mars 2016, nombreux sont ceux qui, comme Feitas et Ahmad, essaient toujours de rejoindre l’Europe. Continua a leggere “Le calvaire des réfugiés coincés dans les Balkans”

Perché le proposte di Emma Bonino finirebbero per distruggere economia e diritti sociali

FONTE PRESSENZA.COM

La prima proposta, per ridurre addirittura di 22 punti percentuali il debito, è di bloccare “la spesa pubblica primaria nominale” al livello del 2017 per 5 anni.

Che cos’è la spesa pubblica primaria?
È la spesa pubblica al netto della spesa per interessi sul debito pubblico, cioè si tratta della spesa per far funzionare la macchina statale e distribuire servizi sociali e contributi alle famiglie. Che si tratti di spesa nominale vuol dire che non si considera l’aumento dovuto all’inflazione. In pratica, se blocco la mia spesa ai 100 euro del 2017, nel 2022 continuerò a spendere 100 euro, anche se con quella somma potrò comprare meno beni e servizi, perché nel frattempo il prezzo di acquisto è aumentato. È abbastanza semplice capire che, sebbene l’inflazione sia bassa, Bonino propone di diminuire l’importo reale della spesa, che già oggi è insufficiente a garantire adeguati servizi a tutti i cittadini, ad esempio nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti, eccetera.
Ma c’è un’altra questione importante: la crescita del debito non dipende dalla spesa primaria.

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Facciamo fuori i poveri, ma senza darlo a vedere…

Mio dio, quanti poveri… Non se ne potrebbero eliminare un bel po’? Fa veramente impressione vederseli tra i piedi dalla mattina alla sera… Castriamoli, dài, così ne nascono di meno…”

Non è una battuta letteraria, non è una citazione del Dickens che descrive un aristocratico del primo Ottocento, ma il pensiero attuale di un giovanissimo e rampantissimo deputato inglese. Non un deputato qualsiasi, oltretutto, ma nientemeno che il vicepresidente del partito Tory, appena nominato da Theresa May come reposnsabile del dipartimento giovanile con l’obiettivo di riconquistare le fasce più “fresche” dell’elettorato, ormai conquistate dall’anziano progressista Jeremy Corbyn.

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Padroni del mondo di Bernie Sanders

FONTE FIOM.CGIL.IT 

 

 

Ecco a che punto siamo come pianeta nel 2018: dopo tutte le guerre, le rivoluzioni e i summit internazionali degli ultimi cento anni, viviamo in un mondo dove un gruppo minuscolo di individui incredibilmente ricchi può esercitare un controllo spropositato sulla vita economica e politica della comunità globale.

Nonostante sia difficile da capire, la verità è che le sei persone più ricche del mondo adesso possiedono più ricchezza della parte più povera della popolazione mondiale – 3,7 miliardi di persone. Inoltre, l’1% più benestante adesso ha più soldi del restante 99%. Nel frattempo, mentre i miliardari ostentano la loro ricchezza, quasi una persona su sette cerca di sopravvivere con meno di un dollaro e 25 al giorno e – orribile – circa 29.000 bambini muoiono ogni giorno per cause totalmente prevedibili come la diarrea, la malaria e la polmonite.

Al contempo, in tutto il mondo élite corrotte, oligarchi e monarchie anacronistiche spendono miliardi nelle stravaganze più assurde. […] In Medio Oriente, che vanta cinque dei dieci monarchi più ricchi al mondo, giovani reali fanno la bella vita in giro per il mondo mentre la regione soffre per il tasso di disoccupazione giovanile più alto del mondo e almeno 29 milioni di bambini vivono in povertà senza avere accesso ad alloggi decenti, acqua pulita e cibo nutriente. Inoltre, mentre centinaia di milioni di persone vivono in condizioni terribili, i mercanti d’armi diventano sempre più ricchi mentre i governi spendono migliaia di miliardi in armi.

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L’EMERGENZA DELLA MISERIA E LA MISERIA DELLA POLITICA

 

di Ivana FABRIS – Coordinatrice Nazionale Responsabile Movimento Essere Sinistra MovES

 

La miseria continua a crescere nel nostro paese.
La Caritas denuncia che solo a Roma i nuovi poveri sono 16.000, ALTRE 16.000 persone finite in strada.

Tra questi, anziani e bambini e tanti bambini con disabilità e ad essere colpito è soprattutto quel ceto medio composto da diplomati che mai avrebbe pensato solo pochi anni fa di subire questa sorte.

Persone assolutamente inserite nel tessuto sociale che sono finite così, in particolar modo per la perdita dell’occupazione.
Gli anziani a rischio, sempre solo a Roma, sono 1 su 3.
Per non parlare del precariato che equivale a vivere sulla porta della miseria assoluta.

Il dato più agghiacciante è quello dell’emergenza abitativa, una piaga cancrenosa che ha colpito tutta Italia ma che particolarmente a Roma è drammatica.
Sono circa 30.000 le famiglie coinvolte.
A Roma gli sfratti sono di circa 7-8000 l’anno.
Le richieste di casa popolare, circa 10.000.
L’offerta circa 1000.

 

Ma la miseria di chi è diventato povero è unicamente riconducibile alla miseria di un sistema politico che, pur definendosi di sinistra anticapitalista e antiliberista, continua e continuerà a NON farsi carico del problema.

 
Anche questa è di fatto un’emergenza, viste le condizioni del paese.
La miseria della classe politica rappresenta perciò l’altra faccia della medagli dell’emergenza. Continua a leggere “L’EMERGENZA DELLA MISERIA E LA MISERIA DELLA POLITICA”

Un anno di Daspo urbano

 fonte dinamopress

Un primo bilancio sull’applicazione delle misure sulla sicurezza urbana di Minniti che stanno trasformando le città italiane in luoghi di controllo ed espulsione per i poveri. Spianando la strada all’estrema destra

Il 31 Dicembre alcuni importanti quotidiani italiani hanno riportato i dati diffusi dal Viminale su migranti e sicurezza. Si tratta soprattutto di dati su accoglienza ed espulsioni che è possibile trovare sul sito del Viminale. Sul versante sicurezza sia Repubblica che Il Sole 24 Ore hanno riportato lo stesso laconico righino «i dati del ministero dell’Interno dicono che il Daspo urbano è stato adottato quest’anno in 465 casi, era già in vigore in 270, per un totale di 735» un dato che però non è stato possibile riscontrare sul sito del Viminale.

Si tratta di un’informazione difficile da interpretare poiché il Daspo urbano, tecnicamente, non esiste. “Daspo urbano” è un termine giornalistico utilizzato per spiegare le nuove misure introdotte dal Decreto legge del 20 febbraio 2017, ( D.L. 14/2017 ) meglio noto come Decreto Minniti.

Le nuove “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città” hanno introdotto nell’ordinamento italiano nuovi provvedimenti amministrativi di polizia: l’ordine di allontanamento, di competenza delle forze dell’ordine, e due diverse tipologie di divieto di accesso, emanate dal questore.

L’ordine di allontanamento, detto anche “mini-Daspo” è un provvedimento amministrativo preventivo-cautelare e può essere imposto da tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine anche prive della qualifica di agente di pubblica sicurezza. L’allontanamento della durata di 48 ore può essere così impartito anche dagli appartenenti alle Polizie locali e deve limitarsi a vietare la circolazione o lo stazionamento in una zona ben delimitata.

Il Divieto di Accesso Urbano (c.d. D.AC.UR.) è ciò a cui generalmente ci si riferisce con la dicitura “Daspo urbano”. Si tratta di un divieto di accesso della durata di sei mesi, che può estendersi sino ai due anni nel caso in cui il destinatario non abbia una fedina penale immacolata. Il divieto di accesso viene emanato dal questore nel caso di «reiterazione delle condotte che impediscono l’accessibilità e la fruizione di infrastrutture urbane», e può essere emanato relativamente ad una o più aree, le quali devono essere espressamente specificate e dunque precedentemente individuate attraverso una delibera comunale. Considerando che molti capoluoghi hanno deliberato solo recentissimamente sulle zone “a rischio Daspo” e che molti non lo hanno ancora fatto, si può affermare senza grossi dubbi che il reale impatto di queste misure sui territori è ancora tutto da verificare. Continua a leggere “Un anno di Daspo urbano”