RITORNO A REIMS

fonte La Bottega del Barbieri 

 

di Alberto Prunetti (*)

 

Recensendo «Retour à Reims (Fragments)» Alberto Prunetti avverte il rischio che le storie working class vengano neutralizzate. Eppure queste biografie operaie aiutano a liberarsi dalle zavorre che ci portiamo dietro

 

Da un po’ di giorni ricevevo inviti a guardare il documentario francese Retour à Reims (Fragments) di Jean-Gabriel Périot. E sempre mi sottraevo. Ho un rapporto complesso, di attrazione e distanziamento, con l’opera di Didier Eribon a cui il documentario si ispira esplicitamente. Quando la lessi la prima volta mi ritrovai risucchiato in quelle pagine, assediato da flashback della mia infanzia. Quello che mi allontanava però dal memoir di Eribon era la mia traiettoria personale: per me gli studi non erano stati un elemento di mobilità sociale. Dopo la laurea non avevo fatto alcun dottorato, non ero entrato nel mondo della classe media intellettuale ma ero andato a lavorare in pizzerie e ristoranti per dieci anni. Avevo anche pulito merda di cavalli in resort di lusso in Italia. Non ero insomma un transfuga di classe e la classe media si guardava bene dall’accogliermi tra le sue braccia. Anzi, mi sfruttava alacremente.

Certo, me n’ero andato dalla mia città natale, con il suo altoforno che languiva e gli alti tassi di disoccupazione. Ma ero rimasto nella classe lavoratrice, saltando dalla padella alla brace, finendo a pulire cessi a Bristol, senza prendere nessun ascensore sociale. E quando ho provato a raccontare le mie disavventure working class in Gran Bretagna, un giornale conservatore, il Daily Mail, mi ha descritto come un «very sweary, grizzled old Italian Lefty», ossia un «volgare sinistrorso attempato», con il sottinteso che gente come me non dovrebbe scrivere libri ma stare al suo posto, a condire pizze con l’ananas e il prosciutto cotto.

Prima della visione

L’altro elemento che mi preoccupava era la ricezione da parte della classe media di opere culturali prodotte da autori con un background working class. Non è un problema solo delle opere di Eribon o Éduard Louis. Riguarda in forme diverse un po’ tutti. La narrativa working class rischia una paradossale eterogenesi dei fini. I memoir di donne proletarie abusate, che per le autrici hanno un valore terapeutico, alimentano il voyerismo middleclass di chi compatisce le vite dei poveri. Trainspotting di Irvine Welsh ha spedito nel fine settimana tour di studenti universitari ricchi a fare il poverty safari in Scozia per poi tornarsene con l’hangover nelle loro confortevoli case del sud dell’Inghilterra. E una mia inchiesta sulla malattia professionale di mio padre, Amianto, spesso mi garantisce una serie di pacche sulle spalle da persone che mi vogliono vedere come una vittima e non come uno che vorrebbe mettere a fuoco i privilegi di classe.

Stiamo insomma attraversando un periodo interessante per la letteratura working class, ma la strada è tutt’altro che in discesa. Aumenta l’impatto nell’industria culturale mainstream delle storie working class (penso a Maid di Stephanie Land e a Shuggie Bain di Douglas Stuart); si abbassa il livello di testosterone delle storie proletarie e la classe si intreccia sempre di più con altre forme di oppressione, come quelle di genere e di race. Viene meno la narrativa della rissa fuori dal pub e si mette in discussione la mascolinità tossica anche in ambiente operaio. Il rischio però è che queste storie di classe operaia passino attraverso un processo di normalizzazione che le renda accettabili agli occhi dei lettori di classe media, togliendo loro ogni elemento sovversivo. La storia di un ragazzo che soffre perché vede la propria omosessualità stigmatizzata in ambiente operaio e accettata nel passaggio verso la classe media, come accade nei memoir di Eribon e in quello di Eduard Louis, rischia di confortare il lettore middleclass sulla propria superiorità morale, demonizzando la classe operaia e presentando la borghesia come un luogo di emancipazione (Il film Pride in questo senso va nella direzione opposta, perché mostra la possibilità di cercare un’alleanza tra politiche di classe e di identità).

Il punto è che qualsiasi cosa facciamo o scriviamo, rischiamo l’eterogenesi dei fini. E certo questa non può essere una ragione per non scrivere. Ma dobbiamo riflettere sulla possibilità che la middleclass si appropri delle nostre storie e le usi per fini diversi da quelli per cui le abbiamo scritte. Ad esempio, raccontando storie working class, rischiamo di entrare nel paradigma della vittima, o del «bravo ragazzo che ce l’ha fatta» (in cui mi espongo con il mio 108 metri) o del criminale che si mette il passato alle spalle (The Young Team di Graeme Armstrong, altro libro grandissimo di questa stagione di letteratura working class). Insomma, qualsiasi mossa facciamo come autori di classe operaia, ci esponiamo alla possibilità di alimentare il mito del deserving poor vs l’underdeserving poor, del cherry picking, della ciliegia buona nel mazzo delle cattive.

Dobbiamo cominciare a combattere contro questo rischio, cercando di fissare dei paletti per evitare che le nostre opere subiscano un framing middleclass. Non è sempre possibile, ovviamente. Lo fa bene Cash Carraway, quando si rivolge al lettore di classe media del suo memoir Skint Estate accusandolo di voyerismo. Lo fa Éduard Louis riprendendo il filo della sua storia e raccontando quel padre, presentato come un perpetratore dell’ideologia reazionaria e eteronormata, in maniera completamente diversa, più umana, in un’opera successiva a quella del suo esordio: Chi ha ucciso mio padre (Qui a tué mon père). Lo fa spiegando come l’adesione del padre operaio a ideali di suprematismo bianco e di nazionalismo e di omofobia era il risultato di una pressione enorme esercitata sulla classe operaia: il tentativo di cooptare una parte della classe operaia bianca, legandola a quello che più assomigliava ai suoi sfruttatori, ossia il fatto di essere maschi. Depistando la violenza di classe verso il basso. Patriarcato, razzismo e suprematismo bianco sono forze che possono distruggere la solidarietà di classe. Come ci spiega benissimo questo adattamento cinematografico del notevole memoir di Didier Eribon.

Primo movimento

Ma cominciamo con ordine. Tutte queste cose alla prima visione non mi sono venute in mente. Anche perché il film mi ha preso assolutamente in contropiede. Invece di una narrazione solista, mi sono trovato di fronte un racconto corale, polifonico, raccontato col montaggio – suprema arte proletaria, da Eizenstejn fino all’ultimo dei saldatori – di voci di archivio, prelevate da materiale documentaristico e cinematografico francese, sorrette da un frame teorico che risente della lezione di Bourdieu. Voci che risuonano nella mia testa con timbro fin troppo familiare. Scene di famiglia. Endogamia di classe. Gli operai si sposano tra di loro perché la classe media non spreca il capitale familiare accumulato. Gli operai e le operaie si innamorano ai balli popolari. Scene di balli, interviste a giovani donne di classe operaia.

Non posso non pensare alla mia famiglia. Mio padre e mia madre si sono conosciuti proprio in un posto come questo: una sala da ballo popolare. Un’operaia bella dice che vuole sposare un operaio, ma deve essere bello anche lui. Non posso non pensare ancora alle foto di famiglia. Alla bellezza strafottente di mio padre, che a vent’anni sembrava un cowboy del metallo e che alla fine dei suoi giorni in tuta blu diventerà un rottame da cui la sanità pubblica si sbrigherà a togliersi il peso con la diagnosi di un tumore polmonare. Il corpo degli operai ci dice la verità sulle loro vite. La loro bellezza si consuma, raschiata via dalle macchine, troppo presto. Essere di classe operaia non è solo una definizione da salario e indicatori economici: vuol dire essere qualcuno a cui è stata rubata la bellezza dalla vita.

Il film continua ma ormai la mia visione segue le dinamiche di contemplazione di uno sguardo interno. Le immagini sulla pellicola rimbalzano dalla mia retina al cervello e non riesco a permettermi lo sguardo esterno, oggettivo, borghese, di chi può guardare un film del genere a titolo informativo, espositivo o militante. Detta in altro modo, per me ogni fotogramma è una ferita di classe che sanguina e la voce off, femminile, assume una forza ipnotica e fa da contrappunto alla coralità delle voci proletarie dell’archivio.

Adesso – Bourdieu docet – si continua con la riproduzione sociale e l’esclusione dei figli dei proletari dal mondo della cultura. Sono immagini di bambini francesi quelle sullo schermo ma io continuo a pensare a mia madre, ai suoi racconti sulle medie separate, al suo desiderio di studiare che si è arenato nel sapere utilitaristico di una scuola professionale in cui anche la matematica era insegnata, come recitava il titolo di un suo vecchio manuale che ho trovato in un cassetto, «per l’avviamento industriale femminile». Mentre mio padre esce dalla scuola a testa alta, da uomo fatto, per iniziava a lavorare a 14 anni. Ingiustizie, un mondo di ingiustizie. La madre di Eribon commenta un licenziamento e la voce off ci dice: «da allora provo odio per le relazioni gerarchiche e di potere». Quanta empatia c’è in quell’odio di classe.

I fotogrammi scorrono. Arriva il momento più commovente. La situazione delle donne operaie è ancora più oppressiva di quella dei loro mariti. Le donne proletarie si fanno carico del lavoro di cura domestico e non retribuito e mancano di quei momenti fondamentali di socialità operaia che permette ai lavoratori maschi di andare avanti, con qualche sollievo emotivo: il bar, il bistrot, le sigarette con gli amici parlando di calcio e politica. Il sabato pomeriggio degli operai.

Ma la depressione operaia è dietro l’angolo. La voce di un operaio, associato a un’immagine di catena di montaggio, mi fa venire in mente Lulù di La classe operaia va in paradiso. Ma è meno spaccone del personaggio di Gian Maria Volonté. Le sue parole scavano dentro la coscienza ferita: «Sei come una macchina. Le mani mi fanno male. Quando cambio la bambina, non riesco a slacciarle i bottoni. Ci hanno mangiato le mani. Faccio fatica a scrivere, è difficile esprimersi. Quando non parli per 9 ore di seguito, hai così tanto da dire che non riesci a dire nulla. Hai paura. Noi sopravviviamo. In media un operaio vive 59 anni».

59 anni. Mio padre, dopo aver lavorato una vita da saldatore, è morto a 59 anni per un tumore professionale causato dall’amianto. 59 fottuti anni. Un operaio vive in media quindici anni meno di un impiegato, anche di piccola classe media.

A 50 anni mio padre ne dimostrava 70. A 20 anni era bello come un cowboy del metallo. A 50 anni aveva la tavola di Mendeleiev tatuata sui polmoni e sembrava un vecchio devastato, con gli occhi spenti, senza più la luce piena di irriverenza verso i quattrinai degli anni della sua giovinezza.

La classe sta nel corpo, è embodied, sta sotto la pelle, under your skin, come ha scritto la femminista britannica Annette Kuhn. A chi vi dice che le classi sociali non esistono, fate vedere il corpo di un operaio, di un’operaia di sessant’anni. Le ferite di classe incistate nel corpo degli operai che invecchiano. «Il corpo di una donna operaia quando invecchia mostra tutta la verità dell’esistenza delle classi», dice la voce off di Retour a Reims. Mi infilo in una deriva di pensieri, incalzato dalla voce di un adolescente che declama parole meravigliose: penso che una società sarà giusta quando anche gli operai saranno felici. Qui finisce il primo movimento dedicato alla classe operaia, quella classe destinata ad abolire lo stato delle cose presenti nel nome del suo universalismo.

Secondo movimento

E comincia il secondo movimento. Meno emotivo. Più espositivo-argomentativo. Il tema diventa quello della rappresentanza politica del mondo operaio. Del tradimento dei partiti e dei sindacati che, nati nel movimento operaio, hanno virato verso la classe media, sulla base del presupposto che «la classe operaia non esiste più». In realtà in tanti hanno fatto il funerale alla classe operaia – come ci ricorda Richard Hoggart nella sua introduzione all’edizione del 1989 di The Road to Wigan Pier di George Orwell – ma la bara era sempre vuota. Eppure in lustri di neoliberismo si è ripetuto come una litania il mantra tatcheriano per cui le classi non esistono: la società è un sistema omogeneo, da gestire con tecniche di management, senza che ci sia un conflitto di interessi contrapposti tra gruppi sociali distinti. Smantellata la classe e atomizzati i lavoratori, la forza operaia si spegne e si scopre impotente. L’impotenza genera rabbia e frustrazione. La forza di un tempo si rivolgeva contro il padrone e l’oppressore; la rabbia e la frustrazione sono incanalate contro i deboli e gli impotenti. La forza degli operai diventa maschilismo che colpisce le donne operaie, o i deboli della propria classe: i lavoratori immigrati. Così, spinti dalle destre, si finisce per diventare traditori di classe. E quando si cerca una ricomposizione nell’astrazione generale, invece che alla classe si guarda alla nazione. Di qui le tendenze verso il suprematismo bianco di certi settori della classe operaia. La destra in fondo ha fatto il suo gioco: ha colto la disperazione della gente comune e ha provato a deviarla verso i propri obiettivi, a difesa dei ricchi. La sinistra istituzionale, gentrificata, se ne sbatte della disperazione della gente, è diventata un partito di persone istruite che fanno scelte di consumo illuminate. Alimentando sempre di più il rancore degli oppressi.

Cattivi umori attraversano il secondo movimento della pellicola. Mark Fisher parlerebbe di giustizia negativa: che capiti agli altri quel che è capitato a me. Il razzismo, soffiato sulle ceneri del rancore dalla destra, guadagna campo. Non che elementi di conservatorismo – e il film lo spiega bene – non esistessero da sempre nel mondo operaio. Ma erano sussurri che non diventavano la base per campagne di mobilitazione politica, perché i partiti e i sindacati mobilitavano le energie dal basso verso l’alto, contro le imprese e il padronato. Oggi la destra cerca di occupare lo spazio retorico della sinistra per «difendere i lavoratori», dividendo la classe operaia sul fronte della linea del colore, per mobilitarla contro gli stranieri.

Un tempo famosi per la loro generosità e solidarietà, così lontane dall’utilitarismo commerciale e dall’individualismo dei borghesi, oggi gli operai sono raccontati come gretti, ignoranti e meschini. Ma non è così: ci stanno demonizzando. Mi viene in mente una citazione di Dorothy Allison. «Ci chiamano anche ceti bassi, plebaglia, classe operaia, poveri, proletari, pezzenti, rifiuti umani o feccia. Da tutto questo so far nascere storie», scriveva Allison in Due o tre cose che so di sicuro.

Ecco, di sicuro io so che dobbiamo tornare a Reims, alle nostre dannate città operaie, e riprendercele.  Dobbiamo raccontare della classe operaia anche la luce e non solo le ombre e smettere di pensare che la borghesia possa essere un luogo di emancipazione. Dobbiamo pensare a una classe operaia che sia anche intersezionale e queer, che lotti contro il patriarcato e l’eteronormatività. Con l’immaginario, con l’attivismo, con la forza delle nostre storie. Perché siamo il fottuto sale della terra e dobbiamo avere l’ orgoglio di resistere a una sinistra di persone bennate che ci tratta con condiscendenza e a una destra che avvelena i pozzi della solidarietà operaia.

Non so se è uno spin off del film che ho visto io, ma mi immagino che le storie raccontate da Didier Eribon, da Éduard Luis, dalla stessa Annie Ernaux, invece di rassicurare il lettore middleclass sulla presunta superiorità etica della classe media, servano a spronare la classe operaia sulla necessità di liberarsi dalle zavorre del sessismo, dell’eteronormatività, del razzismo, del patriarcato. Che esistono in tutte le classi, non solo in quella operaia. Mi immagino questi autori e queste autrici francesi lottare per una classe operaia nuova che può illuminarsi dalle loro traiettorie biografiche, senza sentirsene schiacciata. Che in queste opere veda la possibilità di ricostruire un nuovo immaginario. Come diceva David Graeber, lui stesso nato in una famiglia della working class statunitense, con l’immaginario le classi popolari si prendono cura di sé stesse. Prendersi cura di sé, fare della working class una caring class, riprendere percorsi di coscienza e di solidarietà di classe, lottando contro il capitalismo, il razzismo, il patriarcato, l’eteronormatività e i ricchi di merda. Ecco due o tre cose che di sicuro dobbiamo fare, con i conflitti sociali e con i romanzi, con gli scioperi e con l’immaginario working class. Coi piedi sempre dentro la classe.

(*) Alberto Prunetti, scrittore e traduttore, è autore di Nel girone dei bestemmiatori (Laterza, 2020), 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018) e Amianto. Una storia operaia (Alegre, 2014). Per Alegre dirige la collana di narrativa Working Class.

https://jacobinitalia.it/ritorno-a-reims/

QUI il film completo, su Arte.tv, con sottotitoli in italiano

Loris Campetti: La salute nel sindacato

 

Fonte: Inchiestaonline.it

Diffondiamo da il manifesto in rete del 29 ottobre

Serve ancora il sindacato, nel secondo decennio del terzo millennio dopo Cristo? Seconda domanda: chi rappresenta il sindacato nella stagione della globalizzazione neoliberista, quali figure sociali tutela e quali sono invece abbandonate allo strapotere del turbocapitalismo? Terza domanda: cosa è diventato il sindacato? Sono tre domande difficili, le risposte non possono essere semplici né individuali. Quel che posso tentare di fare è di inquadrarle nel contesto dato, qui e ora ma con un occhio al futuro analizzando le linee di tendenza.

 

La miseria della politica

La prima cosa che mi viene da dire è che non è mai stato così difficile come oggi fare sindacato e, al tempo stesso, non è mai stato così necessario. Indispensabile, aggiungerei. La ragione prima della difficoltà rimanda alla politica, alla sua mutazione nella chiave dell’autoreferenzialità, allo sfilacciamento e allo snaturamento della democrazia e allo svuotamento della partecipazione. Non solo in Italia, certo, ma sulle dinamiche in atto nostro paese val la pena soffermarsi. Bastava dare un’occhiata alla grande manifestazione di Firenze organizzata dal collettivo e dalle Rsu Fiom della Gkn per rendersi conto dell’abisso che separa la lotta operaia, le condizioni materiali dei lavoratori, dalla Grande Politica. Nelle interviste realizzate per un libro-inchiesta – Ma come fanno gli operai – mi aveva colpito il racconto di un giovane delegato di una fabbrica aerospaziale del Varesotto: “Vedi, lì dai tempi dei tempi è appesa una gigantografia di Enrico Berlinguer. Per i vecchi operai la sinistra incarnata dal segretario del Pci rappresentava un riferimento forte, identitario. Per i giovani operai, invece, gli eredi principali del Pci sono quelli che più scientificamente hanno abbattuto i diritti dei lavoratori, a partire dall’attacco allo Statuto dei lavoratori”. La rabbia può addirittura spingere gli operai convintamente di sinistra a votare per dispetto un partito con cui non si ha nulla a che fare pur di punire chi è accusato di essere passato dall’altra parte, dalla parte dei padroni. Un operaio della Fiat diceva parole condivise da tanti suoi compagni in tuta blu: “Ho votato per Appendino sindaca di Torino anche se non mi aspetto nulla dai grillini, perché il Pd ripresentava Piero Fassino, quello che nello scontro tra la Fiom e Marchionne si era schierato con Marchionne. Non ho votato come sarebbe stato normale per Giorgio Airaudo, ottimo compagno, perché il modo più sicuro per far perdere Fassino era votare per il M5S”. I lavoratori sono ormai privi di una rappresentanza politica forte, per essere più precisi non hanno sponde nella politica (so bene che a sinistra del Pd ci sono forze come il Prc che si battono al fianco dei lavoratori, ma se vuoi trovarle devi andare nelle manifestazioni di lotta, non in Parlamento e nelle istituzioni. Ma ciò richiederebbe una riflessione a parte che esula da questo articolo). E’ stupido e ipocrita meravigliarsi a ogni elezione per la fuga fuori dalla sinistra del voto operaio. I lavoratori sono soli, il centrosinistra cerca consensi e voti nei ceti alti, nei centri storici e nei quartieri bene delle città, nei cda delle banche più che tra i bancari, in quella che una volta si chiamava borghesia. Fare sindacato senza avere sponde nella politica e nelle istituzioni, con il Pd che è il più convinto sostenitore della dittatura del mercato, è davvero dura.

 

C’era una volta l’internazionalismo

Di un altro elemento di difficoltà a fare sindacato scrivo solo il titolo, è il passaggio dall’internazionalismo proletario all’individualismo proprietario: la fine del bipolarismo con l’inevitabile e tardiva implosione del socialismo reale ha “semplificato” lo scenario mondiale e abbattuto icone e riferimenti. Ciò ha contribuito, in assenza di un progetto politico alternativo, cioè di un’altra idea di sinistra e del mondo, ad accelerare lo scatenarsi della guerra tra poveri, tra lavoratori del nord e quelli del sud e dell’est, tra uno stabilimento e l’altro. Insomma, la crisi della solidarietà è cresciuta di pari passo con le diseguaglianze. Consiglio a tutti una gita a Monfalcone, davanti ai cancelli della Fincantieri, per farsene un’idea. Il sindacato, nato con l’idea che i proletari di tutto il mondo dovessero unirsi, oggi più che in passato avrebbe bisogno come il pane di un’ottica internazionale, globale se preferite, che invece manca da tempo. Senza una strategia e un coordinamento globali si può far poco per ridimensionare la prepotenza delle multinazionali, si può salvare per un po’ una fabbrica magari a discapito di un’altra collocata in un’altra città o in un altro continente. Ma così non si fa molta strada.

A parità di prestazione parità di trattamento

Privati di ogni rappresentanza (e sponda) politica, i lavoratori rischiano di trovarsi soli di fronte all’arroganza del potere. Là dove non esiste neppure una rappresentanza sindacale, il passo è breve per arrivare alla cancellazione dell’insegnamento di Giuseppe Di Vittorio: mai più con il cappello in mano davanti al padrone. Allo svaporarsi della centralità del lavoro in sede politica e, ahimè, nell’immaginario collettivo, si accompagna la massiccia rivoluzione portata dal capitalismo nell’organizzazione del lavoro, nelle relazioni sociali, nella composizione della classe lavoratrice. La crescita esponenziale della logistica agevolata dalla pandemia, inoltre, sta scardinando il bagaglio dei diritti conquistati nel secolo breve, personalizzando il rapporto padrone-dipendente, e a occuparsi della mediazione non è certo il sindacato bensì il caporale. E non solo nella logistica ma anche nell’agricoltura, nell’edilizia, fino al cuore della produzione industriale dove le scelte politiche e dunque la legislazione hanno accompagnato e favorito la frammentazione del ciclo moltiplicando le diseguaglianze e scatenando il dumping sociale. Il vecchio adagio ‘a parità di prestazione parità di salario, orario, diritti’ è stato travolto dal sistema di appalti e subappalti e dalla possibilità concessa alle imprese di scegliere la forma contrattuale più conveniente grazie a un menù disponibile di decine di forme diverse. Spesso il sindacato è in grado di rappresentare e tutelare solo la parte alta del lavoro nella piramide in cui esso è stratificato. Ma fino a quando riuscirà a rappresentare, facciamo un esempio, i dipendenti diretti della Fincantieri? Cioè, fino a quando i lavoratori della Fincantieri riusciranno a difendere i propri diritti, sotto la grandine del dumping prodotto dal sistema degli appalti? Credo che non ci sia futuro, persino per un sindacato di classe come è ancora la Fiom, senza la capacità di andare a mettere mani e cuore nelle fasce più deboli del mondo lavoro, riconquistando proprio quell’idea che a parità di prestazione deve corrispondere parità di trattamento.

La solitudine del nuovo proletariato

La pandemia ha ulteriormente spinto verso un superamento dei corpi intermedi, detto in parole povere sta ulteriormente indebolendo il sindacato. Essendo mutato nel profondo l’impianto della produzione, della distribuzione e dei consumi anche il sistema legislativo andrebbe riscritto, e persino lo Statuto dei lavoratori – quel che ne resta dopo i colpi d’accetta degli ultimi anni – andrebbe aggiornato per includere e tutelare le nuove figure sociali, il nuovo proletariato. I sindacati confederali sono in grave ritardo nella conoscenza dei nuovi lavori; soltanto negli ultimi mesi la Cgil, che ha impiegato un paio d’anni per capire che quello dei rider è un lavoro a tutti gli effetti dipendente, ha messo a fuoco i ciclofattorini che solo grazie alla loro soggettività e le loro battaglie in bicicletta condotte in solitaria sono riusciti a imporsi all’attenzione di tutti. Nella logistica le prime lotte sono state portate avanti con il fragile appoggio dei sindacati di base e i confederali a fatica stanno cercando di mettere qualche radice tra i lavoratori. Quando un camionista travolse un facchino ai cancelli durante uno sciopero si scoprì che i camionisti sono (debolmente) rappresentati dalla Cgil e i facchini (debolmente) dai sindacati di base. Se si perde di vista il nemico vero si finisce in una guerra dei penultimi contro gli ultimi.

 

Il covid al lavoro

Tra le conseguenze più pesanti del covid sul lavoro c’è il suo uso ricattatorio da parte del sistema delle imprese: con la perdita di centinaia di migliaia di posti, tentano di imporre il peggioramento delle condizioni lavorative con annessa riduzione di salario, diritti, sicurezza e dunque dignità. Se vuoi lavorare, è la parola d’ordine, accetta le mie condizioni perché la ripresa in una competizione internazionale senza esclusione di colpi impone i suoi diktat e c’è la fila di persone disposte a prendere il tuo posto. Del milione e duecentomila posti cancellati nel primo anno di pandemia se ne sono recuperati cinquecentomila nel primo semestre del 2021, ma per la quasi totalità si tratta di lavori variamente precari, a termine e in somministrazione cioè in affitto. E parlano con altrettanta chiarezza i numeri dei morti sul lavoro che continuano a crescere paurosamente (più di mille nei primi 8 mesi dell’anno a cui si aggiungono quasi 200 tra medici e infermieri vittime del covid).

 

L’inadeguatezza del sindacato

Questo è il contesto, reso più aspro dalla debacle del sistema dei partiti che hanno commissariato a un banchiere un’Italia già cloroformizzata dal coronavirus. I sindacati sono usciti indeboliti dalla pandemia, dopo più di un anno di riunioni e assemblee da remoto: il distanziamento è un ostacolo al rapporto tra organizzazioni sindacali e lavoratori, cioè alla pratica dei valori fondanti dell’azione collettiva e della stessa democrazia. Sic stantibus rebus, non basta dire che il sindacato è fondamentale, che è uno dei pochi strumenti di autodifesa dei lavoratori. Bisogna chiedersi se il sindacato dato è all’altezza della sfida che ha di fronte. Detto che più che di sindacato bisogna parlare di sindacati, è difficile negare l’inadeguatezza delle organizzazioni dei lavoratori. Per tutte le ragioni oggettive sin qui enunciate o solo accennate (per prima la mancanza di una dimensione internazionale), ma anche per cause soggettive. Nel tempo i sindacati sono diventati una costola dello stato e, nei casi peggiori, dei governi. L’autonomia sindacale si è indebolita ed è cresciuta la burocratizzazione, quasi un’abitudine a vivere di rendita, trasformandosi da organizzazioni di lotta in strutture di servizio, caf e via dicendo. Era proprio obbligatorio tenere chiuse per un anno e mezzo le Camere del lavoro? Anche dentro la Cgil – taccio su Cisl e Uil, ma anche sul cosiddetto sindacato europeo, la Ces, per evitare querele – il corpaccione dei funzionari vede ogni cambiamento come un attentato allo status – e allo stipendio – acquisito. Anche così si spiegano le difficoltà incontrate da Maurizio Landini nel suo tentativo di rigenerazione o rifondazione che dir si voglia dell’organizzazione, riportandola in strada (il sindacato di strada è un buon esempio laddove viene sperimentato) e dentro i luoghi di lavoro. Ha sostanzialmente retto, invece, la struttura dei delegati, le Rsu che hanno, spesso in solitudine, tenuto vivo e costante il rapporto con i lavoratori.

La resistenza e il cambiamento

Che il sindacato serva lo dimostra l’esempio della Gkn: la Fiom ha lasciato liberi i suoi quadri di costituire un collettivo che insieme alle Rsu sta gestendo una difficile vertenza e ha intentato causa all’azienda per antisindacalità, vincendola. Certo, per vizi di forma, il modo (del licenziamento via mail) ancor m’offende. Ha consentito ai lavoratori di tirare una boccata d’ossigeno ma nella sostanza il problema resta immutato per l’acquiescenza della politica alle imprese e alla pratica delle multinazionali di chiudere stabilimenti per delocalizzare la produzione là dove di diritti ce ne sono ancora meno. Almeno, la Fiom si conferma un sindacato di resistenza, ne fa fede l’esperienza straordinaria degli operai napoletani della Whirlpool; non che non abbia un progetto sociale in testa, ma questo si impantana nelle stanze della politica e fatica ad avviare un percorso unitario con le altre categorie della sua stessa confederazione. Il nobile tentativo di costruire una coalizione con movimenti e forze sociali avviato qualche anno fa dall’unico sindacato che già a inizio secolo aveva scelto di stare con il movimento cosiddetto no-global, si è presto arenato, un po’ per la debolezza e la frammentazione degli interlocutori, un po’ per la diffidenza della Cgil e un po’ perché non basta mettere insieme le teste pensanti, i leader, per trascinare con sé tutto il resto. Le alleanze non possono che costruirsi dal basso. Come ai tempi della Flm e dei delegati di gruppo omogeneo, verrebbe da dire.

E forse proprio dal basso bisognerà ripartire per costruire un sindacato adeguato alle nuove sfide.

Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. Al “manifesto” fino al 2012 ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e nel 2020 è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.

BRASILE: RAZZISMO E SFRUTTAMENTO NELLA GRANDE DISTRIBUZIONE

Ringraziamo la Fonte : la bottega del barbieri 

Lo scorso 21 novembre ha fatto scalpore l’uccisione di João Alberto Silveira de Freitas ad opera di uomini della sicurezza privata di Carrefour e della polizia militare a Porto Alegre. Nel più grande paese dell’America latina sono molte le multinazionali della grande distribuzione, degli alimenti, delle bibite e della moda ad essere responsabili di episodi simili.

di David Lifodi

Lo scorso 21 novembre hanno fatto il giro del mondo le immagini delle videocamere di sicurezza di Carrefour che hanno ripreso un uomo del servizio di vigilanza mentre picchiavano, fino ad uccidere, João Alberto Silveira de Freitas, insieme a membri della polizia militare. Il fatto è accaduto in Brasile, a Porto Alegre, a seguito di una presunta lite tra l’uomo e un commesso del supermercato.

L’episodio ha fatto scalpore per tre motivi.

In primo luogo perché situazioni di questo tipo si ripetono spesso nelle favelas e nei quartieri più poveri delle grandi città brasiliane. Gli ultimi dati evidenziano che ogni 23 minuti, in Brasile, viene uccisa una persona di colore.

In secondo luogo, ha sottolineato il giornalista Eric Nepomuceno nel suo articolo Ser negro sul quotidiano argentino Página/12, in Brasile non è la prima volta che Carrefour è coinvolta in casi del genere.

Infine, in terza istanza, la stessa Carrefour, insieme alle altre due grandi catene della grande distribuzione tra le più diffuse in Brasile, Pão de Açúcar e Big-Walmart, vendono frutta raccolta sfruttando i lavoratori più poveri del paese, secondo quanto ha denunciato Oxfam Brasil, evidenziando condizioni di lavoro molto vicine alla schiavitù e particolarmente pericolose soprattutto per via delle sostanze agrotossiche presenti nei campi di raccolta.

Marques Casara, sul quotidiano on line Brasil de Fato, nell’articolo Racismo y muerte en Carrefour son la punta de iceberg que involucra multinacionales ha ripercorso i molteplici episodi di razzismo di cui si sono resi colpevoli i grandi marchi della grande distribuzione organizzata e non solo in Brasile, a partire proprio da Carrefour. Nel 2009 due dipendenti della catena francese, nella città di Osasco (stato di San Paolo), picchiarono un nero, Januário Alves de Santana, pensando che stesse cercando di rubare un’automobile, rivelatasi poi essere di proprietà dello stesso Januário.

E ancora, il 14 agosto 2020, a Recife, sempre in un supermercato Carrefour, la morte di uomo di colore che lavorava per una ditta a cui lo stesso marchio aveva appaltato alcuni lavori fu nascosta dietro una lunga fila di ombrelli aperti affinché il negozio potesse continuare a rimanere aperto.

Se nella sede principale di Carrefour, quella francese, il razzismo non è tollerato, perché in Brasile avviene il contrario? A chiederselo è proprio Marques Casara, giornalista specializzato nell’analizzare l’attenzione dei grandi marchi globali per il rispetto dell’ambiente, dei diritti umani e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Tuttavia, Carrefour non è certo l’unica ad essere responsabile di episodi di questo tipo. L’utilizzo di lavoro schiavo e lavoro minorile, l’invasione di territori indigeni, la violazione dei diritti sindacali e la diffusione degli agrotossici accomunano tutte le grandi transnazionali presenti in Brasile, da Nestlé a Coca Cola, solo per citare alcuni dei marchi più noti.

È per questo che lo scorso 23 novembre, quando l’afrodiscendente João Alberto Silveira de Freitas, un saldatore di 40 anni, è stato ucciso da uomini della vigilanza privata di Carrefour e della polizia militare, centinaia di persone si sono radunate di fronte al supermercato di Porto Alegre per protestare al grido di “Vidas negras importam” e manifestazioni simili sono avvenute anche a Rio de Janeiro e San Paolo, ma il governo, come facilmente immaginabile, ha fatto di tutto per ridimensionare l’episodio e farlo passare sotto silenzio.

João Alberto Silveira de Freitas, bloccato da uno degli uomini della sicurezza, è stato picchiato per circa cinque minuti prima di essere immobilizzato e morire asfissiato.

Da parte sua Carrefour Brasile ha fatto sapere, tramite un comunicato, che si adopererà da ora in poi per combattere i pregiudizi e il razzismo strutturale presente nel paese e il direttore generale Alexandre Bompard, su twitter, ha definito quanto accaduto “un atto orribile” e le immagini delle videocamere di sorveglianza come “insopportabili”.

Spetta alla società civile e in particolare ai consumatori, scegliere cosa comprare e dove, ma gran parte dei grandi marchi, dalla grande distribuzione organizzata agli alimenti, dalla moda alle bibite, difficilmente deciderà di operare in maniera trasparente, equa e rispettando I diritti dei propri dipendenti e delle comunità su cui va ad impattare se l’opinione pubblica non chiamerà a fare “massa critica”.

L’”istinto di classe” del virus di Marco Revelli

Fonte : Volerelaluna 

Napoli – La mensa dei poveri al Santuario del Carmine

Che il virus, come la sfortuna, non fosse cieco, anzi ci vedesse benissimo – che fosse dotato di una solida coscienza di classe alla rovescia, colpendo molto più duro in basso che in alto -, l’avevamo capito fin dalla prima ondata. Ce lo dicevano le mappe più che non le tabelle dell’Iss, quelle (poche, purtroppo, ma eloquentissime) con la distribuzione dei contagi per quartieri nelle grandi città, con le ZTL (Parioli a Roma, Crocetta e Centro a Torino, Magenta e Sempione a Milano) quasi risparmiate dal morbo e quelle periferiche (l’oltre raccordo anulare, le barriere, l’aldilà del cerchio dei viali) flagellate. Ora lo certifica anche il Censis, rivelando che ne è consapevole il 90,2% degli italiani.

L’epidemia ha scavato voragini negli strati popolari, sia sul piano del bios, nella nuda vita, considerata spesso vita di scarto, comandata al lavoro quando le fasce alte si difendevano col lockdown, costretta a elemosinare un posto sempre più raro in terapia intensiva mentre per gli altri c’era il reparto “Diamante” al San Raffaele; sia sul piano dell’oikos ovvero dell’”economia domestica” dove le misure anti-contagio (certo sacrosante) hanno operato con effetti inversamente proporzionali alla collocazione lungo la piramide sociale: tanto più duramente quanto più fragili erano le figure colpite. Gli occupati con funzioni manuali in settori esposti alla cassa integrazione e ai suoi meccanismi spesso lesionati da ritardi e decurtazioni, che se va bene si sono visti un reddito già risicato ulteriormente ridotto del 20 o 30%. O, più sotto, quelli che stan sospesi in settori industriali già in crisi prima della pandemia (e sono tanti), ora avviati a un “fine vita” lavorativa senza orizzonte. E poi giù giù, fino ai penultimi, i lavoratori marginali, le categorie deboli della manifattura e soprattutto dei servizi, quelli a tempo determinato, delle imprese piccole e piccolissime, che temono ad ogni scadenza la “discesa agli inferi della disoccupazione” (è già toccato a 400.000 di loro). E agli ultimi, i precari, quelli della “gig economy”, del lavoro a giornata (“casuale” lo chiama il Censis), del sommerso e del nero, quelli che, appunto, se non lavorano non mangiano perché non hanno cuscinetti di grasso messi da parte per i tempi difficili per la semplice ragione che non hanno mai vissuto ”tempi facili”. Se va bene ricorreranno al silver welfare offerto da nonni o genitori pensionati, altrimenti saranno soli a contendersi un reddito di cittadinanza benedetto ma avaro (da marzo a settembre 2020 582.485 individui in più vi hanno fatto ricorso, con una crescita del 22,8%, con buona pace dei non pochi oppositori di un istituto troppo spesso liquidato con la retorica “del divano”). Continua a leggere “L’”istinto di classe” del virus di Marco Revelli”

La lotta per la sopravvivenza dei riders di Città del Messico

testo Caterina Morbiato foto Stefano Morrone -tratto da Altreconomia 229

Fonte Americalatina

 

Quando indossa caschetto e borsone termico per lanciarsi nel traffico di Città del Messico, Saúl Gómez ha una parola stampata in mente: guerra. In bicicletta ha distribuito tacos, hamburger e pizze per quasi ognuna delle piattaforme digitali di food delivery che esistono nella capitale messicana. Ha anche assistito colleghi feriti e abbracciato le famiglie di quelli che invece non ce l’hanno fatta. Nel 2018, insieme a una manciata di altri riders, ha fondato Ni Un Repartidor Menos (Non un rider in meno): il primo collettivo messicano di lavoratori di applicazioni. Hanno deciso di organizzarsi dopo la morte di José Manuel Matias Flores, rider di 22 anni investito da un camion dopo aver lavorato per appena tre giorni per la  piattaforma UberEATS.

“Qui prendi la patente senza l’obbligo di fare l’esame di guida, gli automobilisti non sono sanzionati quando uccidono qualcuno e le piste ciclabili vengono fatte senza nessuna pianificazione”, dice Gómez per cui il lavoro di rider non può che coincidere con un atto belligerante: la lotta per la sopravvivenza in una metropoli governata dalle quattro ruote, attraversata da camion con rimorchio e in cui, secondo i dati della Segreteria di sicurezza cittadina, 372 persone hanno perso la vita in incidenti stradali o automobilistici durante il 2019.

In un contesto così aggressivo, una delle prime attività del collettivo è stata la pubblicazione del “Diario di Guerra”, un registro degli incidenti che coinvolgono i fattorini, e la costruzione di un database che raccoglie informazioni utili in caso di incidente: nome del fattorino, codice di registro nell’applicazione, telefono, gruppo sanguigno, allergie o malattie specifiche, contatti di emergenza. Con strumenti limitati ma radicati nel mutualismo, i membri del collettivo suppliscono all’assenza delle imprese e rivendicano il proprio diritto alla sicurezza sul lavoro.

La piattaforma digitale UberEATS è stata la prima ad approdare a Città del Messico. Era il 2016 e da allora la concorrenza non si è fatta aspettare. Nel giro di quattro anni le strade della capitale hanno cambiato volto: borsoni termici arancioni, rossi e neri si sono aggiunti a quelli verdi di UberEATS, simbolo di nuove e agguerrite piattaforme come la colombiana Rappi e la cinese Didi. Il moltiplicarsi delle applicazioni ha significato un aumento dei posti di lavoro ma anche il peggioramento delle condizioni per i riders che hanno visto diminuire sia la quantità di lavoro sia il guadagno per ogni consegna fatta.

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Aria di tempesta – di Gianni Giovannelli

Autore Gianni Giovanelli che ringraziamo

Fonte Effimera

Per questo bisognerebbe anzitutto

che le masse  europee

decidessero di svegliarsi,

si scuotessero il cervello e cessassero

di giocare al gioco irresponsabile

della bella addormentata nel bosco.

Frantz Fanon, I dannati della terra

(Traduzione di Carlo Cignetti, Einaudi, 1962, p. 85)

 

Accadono strane cose, contraddittorie e difficili da ricondurre all’interno di un disegno politico unitario, di un progetto complessivo capace di riunire l’intera compagine che detiene il potere. Certamente tuttavia, e sul punto non ci possono essere dubbi, siamo alla vigilia di un mutamento. La transizione era gia iniziata, con l’ingresso impetuoso della comunicazione informatica e la profonda modifica del tradizionale rapporto di forza che caratterizzava lo scontro di classe. La sempre più rapida diffusione della condizione precaria e il susseguirsi di crisi finanziarie, già negli anni scorsi, hanno poi reso visibile l’inadeguatezza delle strutture di gestione governativa, di controllo sociale nel territorio, di organizzazione produttiva, dei movimenti migratori. Dopo il crollo della vecchia Unione Sovietica il comunismo cinese è rimasto autoritario, ma si è sviluppato in una nuova forma di capitalismo ibrido, finanziario, manageriale, con un ramificato controllo statale di ogni comunità e di ogni territorio; altri paesi di minore dimensione hanno percorso strade analoghe. Nelle democrazie liberali del cosiddetto Occidente  sono comparsi movimenti reazionari, nazionalsovranisti, non di rado apertamente razzisti, con un notevole consenso elettorale che ha consentito il loro ingresso al governo; Trump negli Stati Uniti, Orban in Ungheria e Kaczynski in Polonia hanno vinto grazie al voto popolare ottenuto mescolando i sussidi alla xenofobia prepotente. In Asia, Africa e America Latina dittature, esperimenti fragili di socialdemocrazia, guerre, neocolonialismo feroce compongono nel loro insieme un variegato mosaico, mobile e senza coerenza. Nel gran disordine mondiale i progetti di un nuovo ordine erano davvero tanti, nascevano e morivano in breve volger di tempo, senza quasi lasciar traccia del loro effimero esistere.

 

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Il furore di sfruttare e di accumulare – di Gianni Giovannelli e Turi Palidda

FONTE EFFIMERA che ringraziamo

Il diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini Karl Kraus

Solo chi è prigioniero dell’ideologia dominante può accettare con felice soddisfazione l’odierna struttura dell’economia e dei rapporti sociali. Il sistema di comunicazione costruito dal liberismo contemporaneo ha trasformato la rappresentazione in realtà e il mondo sembra, nonostante tutto (come sussurrano prudentemente i più critici), un porto felice, o, quanto meno, l’unica vita possibile nel terzo millennio. La servitù volontaria, nata per contrastare il timore dell’esclusione e della miseria, rende ciechi, impedisce di vedere gli effetti di una quotidiana violenta prevaricazione che caratterizza il meccanismo di estrazione del valore. L’esame, nudo e crudo, dell’esistenza di gran parte delle persone che ci circondano dovrebbe invece rendere palese la verità: quella di un oggettivo accanimento, di uno sfruttamento crudele e senza freni inibitori, a volte perfino inspiegabile nella sua sostanziale irragionevolezza. Non a caso viene evocato il concetto di neoschiavitù per descrivere le insostenibili condizioni in cui si trovano i soggetti soggiogati dai funzionari del capitalismo ultraliberista.

Era prevedibile questo scenario, a ben pensarci. La concezione liberista della società tende ad esasperare ogni cosa, perfino le modalità dello sviluppo e l’idea del cosidetto progresso. L’esasperazione travolge davvero tutto: il libero arbitrio dell’imprenditore, del padrone e del sotto padrone, del caporale, e ancora omologa i comportamenti dei gendarmi, dei lobbisti, dei politici e delle banche. Tutto si tiene ancor più di prima. L’abuso e la violenza sono tornati ad essere, come spesso accade nel tempo delle transizioni, lo strumento istituzionale, percepito come necessario e non evitabile, richiesto ai funzionari delle polizie e ai tutori dell’ordine pubblico. Il popolo degli illegalismi esprime uno stato che li garantisce e approva sia le grandi opere devastatrici come la TAV sia l’accanimento dello sfruttamento. Un ordine che pubblico non è di certo e che coincide invece con la rimozione di qualsiasi ostacolo si frapponga alle esigenze dello sfruttamento; dunque è sua logica conseguenza la crescente predilezione per l’intolleranza (tolleranza zero), per la punizione esemplare, per l’esclusione, per il carcere per chi cerca di resistere anche se è una 73enne come Nicoletta Dosio. Sempre più spesso i soldati del sistema liberista si abbandonano ad esporre le loro prede come un trofeo, utilizzando perfino lo strumento del media mentre l’impunità per i loro illeciti garantisce la legittimità dell’agire per il supersfruttamento.

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Miniere d’oro artigianali e su piccola scala

fonte ILO 

 

Il lavoro minorile nel settore minerario e le cattive condizioni di lavoro sono al centro della riunione interregionale
Con il crescente movimento globale per sostenere solo la transizione e la formalizzazione delle miniere d’oro artigianali e su piccola scala, l’ILO ha riunito esperti e attori globali per affrontare il lavoro minorile e le condizioni di lavoro povere in una riunione interregionale tenutasi nelle Filippine.

MANILA (Notizie ILO) – Esperti e attori globali dall’Africa, dall’Asia e dal Sud America si sono riuniti a Manila per affrontare il lavoro minorile e le condizioni di lavoro povere nelle miniere d’oro artigianali e su piccola scala (ASGM).

Il primo Forum interregionale sulla condivisione delle conoscenze in materia di lavoro minorile e condizioni di lavoro in ASGM dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) fungeva da piattaforma per il dialogo.

Governi, organizzazioni di datori di lavoro e lavoratori, organizzazioni internazionali non governative, organizzazioni della società civile, gruppi di minatori e le loro comunità e attori della filiera ASGM hanno aderito al forum.

I paesi rappresentati comprendono Colombia, Congo, Costa d’Avorio, Francia, Ghana, Guyana, Indonesia, Italia, Mali, Mongolia, Nigeria, Filippine, Tailandia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti.

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Il mercato infinito e assassino dei migranti schiavi in Libia

FONTE RAIAWADUNIA

L’immagine che abbiamo dei migranti in Libia è quella di persone ridotte alla disperazione, brutalmente incarcerata e quotidianamente torturata nei centri di detenzione. Un quadro che senza dubbio corrisponde alla verità dei fatti, considerato le oramai innumerevoli testimonianze di sopravvissuti e di giornalisti, per tacere dei tanti report dell’Unhcr e di ong per i diritti umani che hanno a più riprese denunciato e documentato senza possibilità di smentita, gli abusi e le violazioni perpetrate nelle famigerate strutture di detenzioni. Violazioni, peraltro, confermata in molte interviste dallo stesso premier Fāyez al-Sarrāj.

Ma ci sono anche altri migranti, in Libia. Persone che, perlomeno all’inizio, non avevano nessuna intenzione di raggiungere l’Europa e che avevano come meta della loro migrazione proprio la Libia.

All’epoca di Gheddafi, la Libia era un grande attrattore di lavoratori provenienti per di più dall’Africa sub sahariana. Dal Chad, dalla Nigeria, dal Niger e anche da Sudan o dai Paesi del golfo di Guinea, migliaia di persone salivano verso la costa per svolgere quei lavori che, per dirla con un luogo comune, “i libici non volevano fare”. Manodopera a basso costo che veniva sfruttata, in particolare, nelle coltivazioni agricole, nell’edilizia, nei trasporti, nel settore petrolifero o come scaricatori nei porti. Lavori senza dubbio duri e mal pagati, con pochissime tutele statali e sindacali, ma che hanno permesso a decine di migliaia di migranti di costruirsi un futuro nel Paese, affittando casa e costruendo una famiglia.

Poi è arrivata la guerra civile. Il Paese si è spezzato in tre con un Governo a Tripoli, un altro nella Cirenaica ed il sud abbandonato alle organizzazioni criminali che fanno capo a milizie mercenarie alle dipendenze di vere e proprie città stato. Qualsiasi parvenza di legalità è stata spazzata via. E nessuno si è domandato che cosa ne sia stato di questi migranti.

Secondo una stima delle nazioni unite, oggi in Libia ci sono perlomeno 670 mila migranti. Coloro che sono stati regolarmente registrati dall’Unhcr sono esattamente 56 mila 455. All’incirca 6 mila e 200 sono detenuti nei centri per immigrazione irregolare. Ma questo è un dato sicuramente sottostimato considerando le continue violazioni alle più elementari procedure giuridiche che avvengono in questi luoghi.

In ogni caso, salta immediatamente agli occhi che attualmente in Libia ci sono alcune centinaio di migliaia di persone di cui nessuno sa nulla.

P. B. era uno di questi migranti. E’ arrivato a Tripoli dal nativo Niger nel 2008 o nel 2009 (non se lo ricorda bene). Ha lavorato nei campi e poi al porto di Tripoli come scaricatore e stivatore. “Ci facevano fare i turni più pesanti e ci pagavano la metà di quanto guadagnava un libico per lo stesso lavoro. Dormivamo nei capannoni o anche a bordo delle navi ma almeno avevamo di che campare. Io riuscivo anche a mandare qualcosa a casa”. P. è arrivato in Italia due anni fa e oggi svolge lavori saltuari nel porto di Venezia. “Con Salvini è sempre più dura. Pare che abbiano timore di ritorsioni a farti lavorare. Eppure non manca il lavoro attorno alle navi. E’ chiaro che ci sarebbe bisogno di noi. Mi pare di rivivere la stessa situazione che ho vissuto in Libia quando è cominciata la guerra ed è esploso il razzismo. Tutti stanno diventando cattivi ed hanno sempre più paura”.

Dopo la morte di Gheddafi, le condizioni dei lavoratori stranieri in Libia sono precipitate. “Capitava che alla fine della giornata non ci dessero lo stipendio, semplicemente perché non volevano darcelo. E se protestavamo, minacciavano di non farci lavorare domani. Se andava bene ce ne davano solo una parte, proprio per non farci morire di fame, e l’altra se la intascavano loro. Capitava anche che ci minacciassero con la pistola. Tutti giravano armati al porto. Chi protestava, spariva”. Una situazione di violenza e sopraffazione che ha investito, sia pure in misura minore, anche i lavoratori libici. “Una volta, loro perlomeno, avevano dei diritti. Oggi non più. Quando sono andato via, buttava male anche per loro”.

Ma il vero problema che ha spinto P. e tanti altri migranti arrivati in Libia per lavorare, a prendere il mare per l’Europa è stato il crollo della moneta locale. Uno stipendio base di 700 dinari equivalgono sulla carta a 500 dollari ma al mercato nero non ottieni più di 100, 150 dollari Usa al massimo. Impossibile quindi riuscire a ricavare qualcosa da spedire a casa per aiutare le famiglie, come facevano prima della guerra.

Con la perdita di valore del dinaro, la guerra ha portato anche disoccupazione. E proprio i lavoratori stranieri, meno tutelati, sono stati i primi a pagarne le spese. Nella campagne soprattutto, molte aziende sono state chiuse e i campi coltivati ridotti. I lavoratori salariati sono stati pressoché rimpiazzati da schiavi. Ed intendiamo dire proprio “schiavi”. Perché non ci sono altri termini per definire una persona rapita e costretta a lavorare a forza di botte sino alla morte.

Da sottolineare che lo schiavismo, in Libia, è stato pressoché legalizzato, nell’indifferenze del mondo intero, anche se i militari libici continuano pudicamente ad usare il termine “lavoratori”. “Qui in Libia, abbiamo bisogno di lavoratori migranti. Ad essere onesti, non potremmo fare niente senza di loro – ha spiegato in una intervista a Irin il generale Mohammed al-Tamimi, comandante militare di un posto di blocco a nord di Sebha – Quando catturiamo dei migranti preferiamo tenerli con noi e impiegarli nei campi come lavoratori, invece di spedirli in un centro di detenzione. Senza di loro non tireremmo avanti”.

Chiamiamola schiavitù, allora. Tanto è una parola che oggi non fa più orrore a nessuno.

 

Riccardo Bottazzo per DOSSIERLIBIA

Michael O’Leary di Ryanair vince il Poll’s Worst Boss Poll di ITUC

Fonte Ituc 

 

 

Michael O’Leary è stato proclamato vincitore del peggior capo del mondo al 4 ° Congresso mondiale della Confederazione sindacale internazionale a Copenaghen. L’ITUC, che rappresenta 207 milioni di lavoratori, si riunisce a Copenaghen con oltre 1200 delegati provenienti da 132 paesi.

I dieci uomini che hanno riempito la shortlist del 2018 gestiscono aziende con modelli di business che sfruttano i lavoratori attraverso bassi salari, lavori precari che negano i diritti delle persone di formare e unirsi a un sindacato e di contrattare collettivamente. Invece di assumersi la responsabilità dei lavoratori sui quali fanno affidamento per i loro profitti, le aziende stanno esternalizzando i rischi del lavoro ai lavoratori stessi in falsi contratti di lavoro autonomo.

Sharan Burrow, Segretario Generale, Confederazione internazionale dei sindacati ha detto

“Stiamo prendendo la lotta per i diritti dei lavoratori per queste società una per una e stiamo vincendo. Aziende come Marriott che questa settimana hanno raggiunto un accordo provvisorio con Unite, ponendo fine al più grande sciopero degli hotel multi-città negli Stati Uniti. Aziende come Samsung che ora hanno aperto una conversazione con i sindacati. Stiamo notando che aziende come Amazon notano che continuando a trattare i lavoratori come i robot e negando ai loro sindacati i loro diritti sindacali, il loro potere monopolistico verrà spezzato.

“Il vincitore del 2018 va a un uomo che negli ultimi 30 anni ha detto” l’inferno si congelerebbe “prima che ci fossero sindacati nella sua compagnia. Un uomo che ha costruito la sua azienda su un modello economico a basso costo, a basso costo, che sfrutta i lavoratori. Chi dice che la flessibilità è la chiave del suo successo. Un uomo che ha licenziato i lavoratori che volevano organizzarsi in sindacato. Un uomo che ha affrontato i più grandi scioperi della sua storia quest’anno “.

Stephen Cotton, segretario generale della Federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti ha detto

“Non sorprende che Michael O’Leary sia stato nominato il peggior capo del mondo nel 2018. Ha promosso pratiche di lavoro sleali dall’inizio di Ryanair. Ci sono stati nove scioperi in Europa, come hanno detto abbastanza gli uomini e le donne che lavorano per la compagnia aerea – non accettiamo più questo trattamento. Le persone vogliono dignità sul posto di lavoro e l’ITF farà tutto il possibile per lottare per il diritto dei lavoratori di Ryanair e per ottenere buoni accordi collettivi di contrattazione.

“Un anno fa Ryanair ha accettato di riconoscere i sindacati – e ora abbiamo il 50% di riconoscimento o dialogo. C’è il 50 percento da percorrere e non ci fermeremo finché ogni lavoratore avrà diritti, un lavoro dignitoso e condizioni di lavoro sicure. Con questo premio, il movimento sindacale globale sta inviando un messaggio a Michael O’Leary – stiamo arrivando per assicurarci che i tuoi lavoratori abbiano dignità, rispetto di sé, salute e sicurezza sul lavoro “.

Il sondaggio World Worst Boss del 2018 ha incluso: 
-  Jeff Bezos, CEO Amazon.com 
-  Vincent Bolloré, Presidente e CEO Bolloré 
-  Ivan Glasenberg, CEO Glencore 
-  Dara Khosrowshahi, CEO Uber 
-  Lee Kun-hee, Presidente Samsung Group 
-  Doug McMillon, Presidente e CEO Walmart Inc. 
-  Michael O’Leary, CEO Ryanair 
-  Will Shu, co-fondatore e CEO Deliveroo 
-  Arne Sorenson, presidente e CEO Marriott International 
-  Harvey Weinstein, ex CEO Weinstein Company e fondatore Miramax

Il congresso mondiale ITUC si conclude venerdì 7 dicembre 2018. Guardalo 
in diretta streaming https://congress2018.ituc-csi.org/ e segui su Twitter # ITUC18.

Castelfrigo, il distretto delle carni: finte coop, stranieri sotto ricatto

FONTE   ILMANIFESTOBOLOGNA

di Giulia Zaccariello

Lavorare per 10, 12 ore, a volte addirittura 14. In un solo giorno. Con pause per il bagno conquistate con fatica, quasi fosse una concessione, mentre quintali di carne scorrono veloci sul nastro: i ritmi impongono a ciascun operaio di pulire decine, anche centinaia di pezzi. Sono questi i racconti che fanno da sfondo alla protesta degli ormai ex-operai in appalto della Castelfrigo, azienda di Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena, dove si sezionano parti di maiali, in particolare pancette e gole.

Qui i lavoratori lasciati a casa nell’autunno del 2017 dalle coop Work Service e Ilia D.A (a cui la Castelfrigo aveva dato in appalto i servizi di logistica) hanno superato il 90esimo giorno di sciopero. E da oltre un mese stanno vivendo, giorno e notte, davanti allo stabilimento, nelle tende montate dalla Flai-Cgil, dandosi il cambio per il presidio notturno e combattendo il freddo umido che punge la pianura, allungando le mani su una sorta di bidone stufa, utile anche per scaldare il cibo. Continua a leggere “Castelfrigo, il distretto delle carni: finte coop, stranieri sotto ricatto”