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fonte ILO 

 

Il lavoro minorile nel settore minerario e le cattive condizioni di lavoro sono al centro della riunione interregionale
Con il crescente movimento globale per sostenere solo la transizione e la formalizzazione delle miniere d'oro artigianali e su piccola scala, l'ILO ha riunito esperti e attori globali per affrontare il lavoro minorile e le condizioni di lavoro povere in una riunione interregionale tenutasi nelle Filippine.

MANILA (Notizie ILO) - Esperti e attori globali dall'Africa, dall'Asia e dal Sud America si sono riuniti a Manila per affrontare il lavoro minorile e le condizioni di lavoro povere nelle miniere d'oro artigianali e su piccola scala (ASGM).

Il primo Forum interregionale sulla condivisione delle conoscenze in materia di lavoro minorile e condizioni di lavoro in ASGM dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) fungeva da piattaforma per il dialogo.

Governi, organizzazioni di datori di lavoro e lavoratori, organizzazioni internazionali non governative, organizzazioni della società civile, gruppi di minatori e le loro comunità e attori della filiera ASGM hanno aderito al forum.

I paesi rappresentati comprendono Colombia, Congo, Costa d'Avorio, Francia, Ghana, Guyana, Indonesia, Italia, Mali, Mongolia, Nigeria, Filippine, Tailandia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti.

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FONTE RAIAWADUNIA

L’immagine che abbiamo dei migranti in Libia è quella di persone ridotte alla disperazione, brutalmente incarcerata e quotidianamente torturata nei centri di detenzione. Un quadro che senza dubbio corrisponde alla verità dei fatti, considerato le oramai innumerevoli testimonianze di sopravvissuti e di giornalisti, per tacere dei tanti report dell’Unhcr e di ong per i diritti umani che hanno a più riprese denunciato e documentato senza possibilità di smentita, gli abusi e le violazioni perpetrate nelle famigerate strutture di detenzioni. Violazioni, peraltro, confermata in molte interviste dallo stesso premier Fāyez al-Sarrāj.

Ma ci sono anche altri migranti, in Libia. Persone che, perlomeno all’inizio, non avevano nessuna intenzione di raggiungere l’Europa e che avevano come meta della loro migrazione proprio la Libia.

All’epoca di Gheddafi, la Libia era un grande attrattore di lavoratori provenienti per di più dall’Africa sub sahariana. Dal Chad, dalla Nigeria, dal Niger e anche da Sudan o dai Paesi del golfo di Guinea, migliaia di persone salivano verso la costa per svolgere quei lavori che, per dirla con un luogo comune, “i libici non volevano fare”. Manodopera a basso costo che veniva sfruttata, in particolare, nelle coltivazioni agricole, nell’edilizia, nei trasporti, nel settore petrolifero o come scaricatori nei porti. Lavori senza dubbio duri e mal pagati, con pochissime tutele statali e sindacali, ma che hanno permesso a decine di migliaia di migranti di costruirsi un futuro nel Paese, affittando casa e costruendo una famiglia.

Poi è arrivata la guerra civile. Il Paese si è spezzato in tre con un Governo a Tripoli, un altro nella Cirenaica ed il sud abbandonato alle organizzazioni criminali che fanno capo a milizie mercenarie alle dipendenze di vere e proprie città stato. Qualsiasi parvenza di legalità è stata spazzata via. E nessuno si è domandato che cosa ne sia stato di questi migranti.

Secondo una stima delle nazioni unite, oggi in Libia ci sono perlomeno 670 mila migranti. Coloro che sono stati regolarmente registrati dall’Unhcr sono esattamente 56 mila 455. All’incirca 6 mila e 200 sono detenuti nei centri per immigrazione irregolare. Ma questo è un dato sicuramente sottostimato considerando le continue violazioni alle più elementari procedure giuridiche che avvengono in questi luoghi.

In ogni caso, salta immediatamente agli occhi che attualmente in Libia ci sono alcune centinaio di migliaia di persone di cui nessuno sa nulla.

P. B. era uno di questi migranti. E’ arrivato a Tripoli dal nativo Niger nel 2008 o nel 2009 (non se lo ricorda bene). Ha lavorato nei campi e poi al porto di Tripoli come scaricatore e stivatore. “Ci facevano fare i turni più pesanti e ci pagavano la metà di quanto guadagnava un libico per lo stesso lavoro. Dormivamo nei capannoni o anche a bordo delle navi ma almeno avevamo di che campare. Io riuscivo anche a mandare qualcosa a casa”. P. è arrivato in Italia due anni fa e oggi svolge lavori saltuari nel porto di Venezia. “Con Salvini è sempre più dura. Pare che abbiano timore di ritorsioni a farti lavorare. Eppure non manca il lavoro attorno alle navi. E’ chiaro che ci sarebbe bisogno di noi. Mi pare di rivivere la stessa situazione che ho vissuto in Libia quando è cominciata la guerra ed è esploso il razzismo. Tutti stanno diventando cattivi ed hanno sempre più paura”.

Dopo la morte di Gheddafi, le condizioni dei lavoratori stranieri in Libia sono precipitate. “Capitava che alla fine della giornata non ci dessero lo stipendio, semplicemente perché non volevano darcelo. E se protestavamo, minacciavano di non farci lavorare domani. Se andava bene ce ne davano solo una parte, proprio per non farci morire di fame, e l’altra se la intascavano loro. Capitava anche che ci minacciassero con la pistola. Tutti giravano armati al porto. Chi protestava, spariva”. Una situazione di violenza e sopraffazione che ha investito, sia pure in misura minore, anche i lavoratori libici. “Una volta, loro perlomeno, avevano dei diritti. Oggi non più. Quando sono andato via, buttava male anche per loro”.

Ma il vero problema che ha spinto P. e tanti altri migranti arrivati in Libia per lavorare, a prendere il mare per l’Europa è stato il crollo della moneta locale. Uno stipendio base di 700 dinari equivalgono sulla carta a 500 dollari ma al mercato nero non ottieni più di 100, 150 dollari Usa al massimo. Impossibile quindi riuscire a ricavare qualcosa da spedire a casa per aiutare le famiglie, come facevano prima della guerra.

Con la perdita di valore del dinaro, la guerra ha portato anche disoccupazione. E proprio i lavoratori stranieri, meno tutelati, sono stati i primi a pagarne le spese. Nella campagne soprattutto, molte aziende sono state chiuse e i campi coltivati ridotti. I lavoratori salariati sono stati pressoché rimpiazzati da schiavi. Ed intendiamo dire proprio “schiavi”. Perché non ci sono altri termini per definire una persona rapita e costretta a lavorare a forza di botte sino alla morte.

Da sottolineare che lo schiavismo, in Libia, è stato pressoché legalizzato, nell’indifferenze del mondo intero, anche se i militari libici continuano pudicamente ad usare il termine “lavoratori”. “Qui in Libia, abbiamo bisogno di lavoratori migranti. Ad essere onesti, non potremmo fare niente senza di loro – ha spiegato in una intervista a Irin il generale Mohammed al-Tamimi, comandante militare di un posto di blocco a nord di Sebha – Quando catturiamo dei migranti preferiamo tenerli con noi e impiegarli nei campi come lavoratori, invece di spedirli in un centro di detenzione. Senza di loro non tireremmo avanti”.

Chiamiamola schiavitù, allora. Tanto è una parola che oggi non fa più orrore a nessuno.

 

Riccardo Bottazzo per DOSSIERLIBIA

Fonte Ituc 

 

 

Michael O'Leary è stato proclamato vincitore del peggior capo del mondo al 4 ° Congresso mondiale della Confederazione sindacale internazionale a Copenaghen. L'ITUC, che rappresenta 207 milioni di lavoratori, si riunisce a Copenaghen con oltre 1200 delegati provenienti da 132 paesi.

I dieci uomini che hanno riempito la shortlist del 2018 gestiscono aziende con modelli di business che sfruttano i lavoratori attraverso bassi salari, lavori precari che negano i diritti delle persone di formare e unirsi a un sindacato e di contrattare collettivamente. Invece di assumersi la responsabilità dei lavoratori sui quali fanno affidamento per i loro profitti, le aziende stanno esternalizzando i rischi del lavoro ai lavoratori stessi in falsi contratti di lavoro autonomo.

Sharan Burrow, Segretario Generale, Confederazione internazionale dei sindacati ha detto

"Stiamo prendendo la lotta per i diritti dei lavoratori per queste società una per una e stiamo vincendo. Aziende come Marriott che questa settimana hanno raggiunto un accordo provvisorio con Unite, ponendo fine al più grande sciopero degli hotel multi-città negli Stati Uniti. Aziende come Samsung che ora hanno aperto una conversazione con i sindacati. Stiamo notando che aziende come Amazon notano che continuando a trattare i lavoratori come i robot e negando ai loro sindacati i loro diritti sindacali, il loro potere monopolistico verrà spezzato.

"Il vincitore del 2018 va a un uomo che negli ultimi 30 anni ha detto" l'inferno si congelerebbe "prima che ci fossero sindacati nella sua compagnia. Un uomo che ha costruito la sua azienda su un modello economico a basso costo, a basso costo, che sfrutta i lavoratori. Chi dice che la flessibilità è la chiave del suo successo. Un uomo che ha licenziato i lavoratori che volevano organizzarsi in sindacato. Un uomo che ha affrontato i più grandi scioperi della sua storia quest'anno ".

Stephen Cotton, segretario generale della Federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti ha detto

"Non sorprende che Michael O'Leary sia stato nominato il peggior capo del mondo nel 2018. Ha promosso pratiche di lavoro sleali dall'inizio di Ryanair. Ci sono stati nove scioperi in Europa, come hanno detto abbastanza gli uomini e le donne che lavorano per la compagnia aerea - non accettiamo più questo trattamento. Le persone vogliono dignità sul posto di lavoro e l'ITF farà tutto il possibile per lottare per il diritto dei lavoratori di Ryanair e per ottenere buoni accordi collettivi di contrattazione.

"Un anno fa Ryanair ha accettato di riconoscere i sindacati - e ora abbiamo il 50% di riconoscimento o dialogo. C'è il 50 percento da percorrere e non ci fermeremo finché ogni lavoratore avrà diritti, un lavoro dignitoso e condizioni di lavoro sicure. Con questo premio, il movimento sindacale globale sta inviando un messaggio a Michael O'Leary - stiamo arrivando per assicurarci che i tuoi lavoratori abbiano dignità, rispetto di sé, salute e sicurezza sul lavoro ".

Il sondaggio World Worst Boss del 2018 ha incluso: 
-  Jeff Bezos, CEO Amazon.com 
-  Vincent Bolloré, Presidente e CEO Bolloré 
-  Ivan Glasenberg, CEO Glencore 
-  Dara Khosrowshahi, CEO Uber 
-  Lee Kun-hee, Presidente Samsung Group 
-  Doug McMillon, Presidente e CEO Walmart Inc. 
-  Michael O'Leary, CEO Ryanair 
-  Will Shu, co-fondatore e CEO Deliveroo 
-  Arne Sorenson, presidente e CEO Marriott International 
-  Harvey Weinstein, ex CEO Weinstein Company e fondatore Miramax

Il congresso mondiale ITUC si conclude venerdì 7 dicembre 2018. Guardalo 
in diretta streaming https://congress2018.ituc-csi.org/ e segui su Twitter # ITUC18.

FONTE   ILMANIFESTOBOLOGNA

di Giulia Zaccariello

Lavorare per 10, 12 ore, a volte addirittura 14. In un solo giorno. Con pause per il bagno conquistate con fatica, quasi fosse una concessione, mentre quintali di carne scorrono veloci sul nastro: i ritmi impongono a ciascun operaio di pulire decine, anche centinaia di pezzi. Sono questi i racconti che fanno da sfondo alla protesta degli ormai ex-operai in appalto della Castelfrigo, azienda di Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena, dove si sezionano parti di maiali, in particolare pancette e gole.

Qui i lavoratori lasciati a casa nell’autunno del 2017 dalle coop Work Service e Ilia D.A (a cui la Castelfrigo aveva dato in appalto i servizi di logistica) hanno superato il 90esimo giorno di sciopero. E da oltre un mese stanno vivendo, giorno e notte, davanti allo stabilimento, nelle tende montate dalla Flai-Cgil, dandosi il cambio per il presidio notturno e combattendo il freddo umido che punge la pianura, allungando le mani su una sorta di bidone stufa, utile anche per scaldare il cibo. ...continua a leggere "Castelfrigo, il distretto delle carni: finte coop, stranieri sotto ricatto"