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Fonte : La Rivista  del Mulino che ringraziamo

Di scuola si parla poco, pochissimo. Non lo si è fatto in campagna elettorale e non lo si sta facendo neppure in questo primo scorcio di legislatura. La cosiddetta “buona scuola” di Renzi, se non altro, ha avuto il merito di riaccendere l’attenzione sul nostro sistema formativo, pieno di falle e di problemi di lungo periodo.

Ma a colmare questo vuoto nel dibattito pubblico ci pensano, come sempre, i social, con la loro veemente e amplificata semplificazione, che in un attimo sa trasformarsi in falsificazione, alla faccia dei nostri dibattiti sul web. Questa volta a pagarne le conseguenze è una insegnante di un istituto tecnico palermitano.

Tutto parte alla fine di gennaio, quando sul profilo di un attivista di estrema destra, vicino a siti come “Vox” e “Primato nazionale”, compare un tweet in cui è taggato il ministro all’Istruzione Bussetti: «Salvini-Conte-Di Maio? Come il reich di Hitler, peggio dei nazisti. Succede all’Iti Vittorio Emanuele III di Palermo, dove una prof per la Giornata della memoria ha obbligato dei quattordicenni a dire che Salvini è come Hitler perché stermina i migranti. Al Miur hanno qualcosa da dire?» [corsivo nostro]. Il giorno dopo si accoda la senatrice leghista Lucia Borgonzoni, questa volta su Facebook: «Se è accaduto realmente andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere» [corsivo sempre nostro]. (Si noti che l’onorevole Bergonzoni, già candidata sindaca a Bologna e ancora oggi consigliera comunale, è sottosegretaria ai Beni culturali.) Subito scatta l’ispezione da parte dell’Ufficio scolastico provinciale (il cui direttore, si dà il caso, è in corsa per coprire la carica di dirigente regionale), che decreta per l’insegnante una sospensione per 15 giorni con conseguente dimezzamento dello stipendio.

I fatti risalgono al 27 gennaio scorso, quando, in occasione della Giornata della memoria, la professoressa chiede ai propri alunni di preparare un lavoro sulle leggi razziali, che sotto forma di slide verrà poi proiettato nell’aula magna dell’Istituto. In una di queste slide gli autori del power point accostano la prima pagina del “Corriere della Sera” del 1938 al selfie con cui l’attuale ministro dell’Interno mostra sorridente un cartello salutando l’approvazione del cd. «Decreto Sicurezza».

Tutto questo, sollevato come detto dagli immancabili tweet e post, fa scattare la solerte e accurata ispezione ministeriale: pure la Digos arriva a scuola. Oltre alla colpevole (nessun garantismo in questo caso da parte del potere leghista: la signora è una semplice docente di scuola superiore, mica un sottosegretario o un sindaco) vengono interrogati i ragazzi, il preside, gli insegnanti. Insomma, una roba in grande. Non è dato sapere se ci fossero anche i cani e i blindati parcheggiati fuori. Però ai diligentissimi vigilanti si pone subito un problema: il reato d'opinione non esiste. Che fare dunque? Bisogna trovarne un altro, di reato, pur di punire quell'insegnante. Così la professoressa viene sospesa per “omessa vigilanza” (delle opinioni, evidentemente).

Tutto questo per cosa? Lo ha spiegato bene (sempre su Twitter, ci perdonerete) Ermanno Ferretti. L'intento della Lega pare quello di lanciare un duplice avvertimento: il primo è «occhio, ragazzi, perché se pensate delle cose che non ci piacciono vi mandiamo la Digos in classe»; il secondo (non sono in quest’ordine, i due avvertimenti partono in contemporanea), «occhio, prof., perché se i vostri studenti pensano cose negative sul governo ce la prendiamo con voi».

Ora, non sempre è utile stare sul web. Anzi, spesso si perde un sacco di tempo. Ma in questo caso conviene perdere tre minuti e andare ad ascoltare le parole dell’insegnante colpita. Converrebbe soprattutto a chi ricopre incarichi di governo dovendosi occupare di cultura. Così facendo, si accorgerebbe che la signora, visibilmente provata dalla vicenda dopo una vita per la scuola, ha molto da insegnare non solo ai suoi ragazzi, come ha sempre fatto, ma anche e forse soprattutto a chi dalla scuola è uscito da un pezzo e ora se ne sta a palazzo a postare, twittare e sollecitare l’intervento della Digos, ogni qual volta l’opinione altrui si discosta troppo dalla “linea”. Lo dice con pacatezza ma in maniera straordinariamente chiara e didattica, l’insegnante. Insegnare significa abituare i propri allievi a ragionare, a formarsi delle opinioni fondate su più fonti. Abituarli a leggere, soprattutto (udite udite) libri e giornali, preferibilmente di orientamento diverso. Per questo, spiega sempre la prof, il lavoro per la Giornata della memoria era stato preparato in classe con incontri e discussioni, durante le quali tra i ragazzi sono emersi (evviva) anche orientamenti molto diversi. Questo deve fare chi ha in mano la formazione “dei giovani italiani e delle giovani italiane”, per dirla in un modo che possa piacere alla linea e ci eviti la censura.

Non dovremmo nemmeno essere qui a discuterne: un insegnante deve essere responsabile delle opinioni dei propri alunni? Dovremmo piuttosto essere felici, tremendamente felici, che nelle scuole italiane ci siano studenti che hanno opinioni che si sono formate grazie al lavoro e alle letture, grazie allo studio e alle discussioni, magari accese, dentro alle loro classi. Anche se le loro opinioni non ci piacciono.

Se dimentichiamo questo, se una vicenda come questa andrà a spegnersi come tutte le altre, allora vorrà dire che siamo andati davvero troppo oltre.

 

FONTE ARTICOLO21

Tagli! Tagli! Tagli! Tagli all’editoria! L’attuale Governo dice di aver raggiunto il suo obiettivo cercando di far credere ai cittadini che è un risparmio per le casse dello Stato. E’ tra le più grandi fakenews che esperti di mistificazione hanno impacchettato e servito come amaro regalo di Natale a 10mila persone che lavorano nelle 150 testate mirate e colpite da questa legge di bilancio già sbilanciata, a dir poco, nell’impostazione. Esultare per questo obiettivo raggiunto, invece, vuole dire danzare in modo macabro sulla pelle delle famiglie di 10mila persone. Vuol dire anche sottrarre occupazione ad un settore che garantisce pluralismo e democrazia, quello della libera editoria, appunto. Vuol dire attentare alla nostra Costituzione, in particolare all’articolo 21 sulla libertà di informazione.

...continua a leggere "ControCorrente: unico motivo dei tagli, imbavagliare l’informazione"

Fonte Primaonline

Riccardo Luna sta indagando su chi in Italia ha usato i servizi dì Cambridge Analytica e dice di essere “vicino alla soluzione”. Intanto ha fatto interessanti ricostruzioni su vecchi e nuovi protagonisti degli studi delle
Dinamiche Comportamentali che hanno l’obiettivo di studiare il funzionamento dei comportamenti di massa e come manipolarli.
Pubblichiamo qui di seguito il pezzo di Riccardo Luna uscito sull’Agi, di cui è direttore.

Il 17 marzo  Facebook ha deciso di oscurare sulla sua piattaforma Cambridge Analytica , la società dati britannica che ha aiutato il presidente Donald Trump durante le elezioni del 2016. La decisione e’ stata presa dopo gli articoli pubblicati sul New York Times e sul Guardian che raccontano della piu grande fuga di dati nella storia di Facebook che ha permesso a  Cambridge Analytica di sviluppare tecniche che hanno costituito la base del suo lavoro sulla campagna presidenziale di Donald Trump nel 2016.

L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE PRIMAONLINE

FONTE PRIMA COMUNICAZIONE
13/03/2018 | 10:54

 

 

 

C’è troppo potere nelle mani di Google e Facebook, il web si può trasformare in “un’arma”, serve “un intervento giuridico e normativo”. E’ questo il messaggio contenuto in una lettera aperta dal papà del World Wide Web Tim Berners Lee pubblicata dal Guardian in occasione del ventinovesimo compleanno della sua creatura.

“E’ un anno importante perché per la prima volta più della metà della popolazione mondiale è connessa” ha scritto Berners Lee, riflettendo sul fatto che “il web di qualche anno fa non è quello che i nuovi utenti trovano oggi” poiché all’inizio c’era “ricca selezione di blog e siti”, ora “compressa sotto il grande peso di poche piattaforme dominanti”.

Una concentrazione che permette a poche società “di controllare quali idee e opinioni vengono viste e condivise” e di “trasformare il web in un’arma”.

“Le società lo sanno e stanno mettendo in campo sforzi per risolvere il problema”, ha spiegato il professore del Mit, sottolineando che la soluzione non può venire però dalle stesse aziende che cercano di massimizzare i loro profitti e che i tempi sono maturi per “un intervento normativo e giuridico”.

Infine, una riflessione sulla concentrazione di potere anche nell’innovazione e nell’evoluzione delle tecnologie, poiché “le piattaforme dominanti” avendo mezzi per acquisire startup e i migliori talenti creano “barriere per i concorrenti”.

Di questo passo, ha concluso, “i prossimi 20 anni saranno molto meno innovativi degli ultimi 20”.

FONTE  IFJ

The IFJ has called on Facebook to take action to remove death threats against Palestinian journalists posted on the social media network. Palestinian journalists covering recent protests against the decision by the US government to recognize Jerusalem as the capital of Israel have been targeted by online trolls.

Writing in Hebrew one post calls says: “The journalists are everywhere, remove them from the field with a bullet in the head before you kill the terrorists.”

Another urges violence against photographers documenting the demonstrations and the violence suffered by protestors stating: “ Hey guys, one comment, get out these photographers, a bullet in the leg will deter them.”

One post calls for photographers to be shot. It reads: “ We need to shoot those photographers, good thing for our forces.”

The IFJ has urged urgent action to stop the threats.

IFJ General Secretary Anthony Bellanger said: “These threats are vile and unacceptable. They amount to incitement to commit murder. Facebook talks a lot about its social responsibility now it needs to act and remove these threats and ban those who post such violent abuse.”

The IFJ also urged the Israeli authorities to act against those making the threats.

Mr Bellanger said: “The Israeli authorities have taken action against Palestinians they accuse of inciting violence not they must show they are prepared to take action against Israeli’s calling for murder. This is not an academic question – Palestinian journalist are being shot at, arrested, threatened and beaten. As long as they take no action the Israeli authorities stand accused of being complicit in such unlawful violence”.

 

Israeli incitment on Palestinian journalists Initiates file downloadhere.  


For more information, please contact IFJ on + 32 2 235 22 16

The IFJ represents more than 600,000 journalists in 146 countries

fonte Qualcosadisinistra

Il problema della neutralità della rete è l’idea secondo cui esisterebbe il diritto ad avere una connessione internet. In realtà non esiste. Ci sono il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità. Ti servono dei gigabit per giocare a un videogioco? Paghi il prezzo imposto dal mercato. E lo fai, perché il gioco è fichissimo.”

Con queste parole, l’esponente del Partito repubblicano statunitense Austin Petersen ha preso le parti del capo della Federal Communications Commition (FCC), Ajit Pai, nominato da Trump con un solo obiettivo: cancellare la net neutrality. Perché il tycoon intende abrogare l’ennesima legge targata Obama? E soprattutto che cos’è la net neutrality?

La net neutrality, in italiano neutralità della rete, è la politica che devono rispettare le aziende nell’offrire i propri pacchetti ai consumatori. Secondo questo principio, gli operatori devono garantire all’utenza un servizio equo e trasparente, basato su un trattamento rigorosamente identico per tutti i siti, senza favorire certi argomenti a discapito di altri. Negli Stati Uniti questa norma è stata introdotta nel 2015 da Barack Obama quasi alla fine del suo secondo mandato, malgrado la resistenza del Congresso, composto per la maggior parte da membri del Partito repubblicano.

Il dibattito negli USA riguardo la neutralità della rete è coinciso con la diffusione di internet alla fine degli anni Novanta e l’opinione pubblica, come spesso succede in America, si è divisa in due schieramenti profondamente polarizzati. Chi è a favore sostiene che sul web debba necessariamente esserci un’imparzialità di fondo, per scongiurare un pericolosissimo controllo dei contenuti che di fatto sfocerebbe in censura.

Nessuno meglio di Tim Berners-Lee, inventore del World Wide Web, potrebbe spiegare perché è doverosa la net neutrality: “Internet prospera di mancanza di regole. Ma alcuni valori fondamentali devono essere preservati. Per esempio, l’economia dipende dalla regola che non puoi fotocopiare il denaro. La democrazia dipende dalla libertà di parola. Libertà di connessione, in qualsiasi modo e in ogni luogo, è la base sociale fondamentale di internet e ciò su cui è fondata adesso la società.

Insomma, alla radice ci sarebbero questioni piuttosto serie come la libertà di espressione, ma questo non sembrerebbe interessare ai più scettici, che hanno individuato in Donald Trump, acerrimo nemico dei media tradizionali, la loro guida. La modifica che vorrebbero apportare i repubblicani prevede una rigida regolamentazione che avvantaggia i più ricchi e si configura come un blocco per qualunque nuova azienda: senza la net neutrality, il provider può permettersi di far pagare 5 dollari aggiuntivi per il pacchetto social (quindi un potenziale libero accesso a Facebook, Twitter, LinkedIN, Instagram e via dicendo) e altri 5 per un pacchetto media, per i bisogni di musica, film e serie TV. Qualora non si volesse sottoscrivere tali offerte, ci si potrebbe ritrovare a visitare tali siti con la connessione limitata ad una velocità preimpostata, effettivamente rallentandone l’utilizzo, oppure direttamente trovarsi con l’accesso totalmente bloccato. Questo significa che, a seconda del provider, si dovrebbe pagare per l’accesso a servizi che sono gratuiti nel resto del mondo.

Il prossimo 14 dicembre il nuovo progetto di riforma passerà al vaglio del Congresso e il rischio che lo sforzo fatto da Obama nei suoi 8 anni alla Casa Bianca venga vanificato è concreto.
Il partito di Trump infatti ha la maggioranza e potrebbe agilmente scavalcare l’opposizione dei democratici. In pochissimo tempo l’America potrebbe venire travolta da una inquietante deriva autoritaria che molti, un po’ per scherzo e un po’ per preoccupazione, prevedevano dopo l’elezione di Trump. Tuttavia, anche stavolta l’ultima parola toccherà alla Corte suprema, in cui ripongono fiducia tutti gli ISP (Internet Service Provider) e che ha già tentato inutilmente di smantellare il “Muslim Ban”.

In definitiva, la neutralità della rete è indispensabile perché oggi rappresenta uno dei pochi baluardi contro il dispotismo del terzo millennio. E non saranno le esigenze neoliberiste e lobbiste a permettere che scompaia. Non nella terra dei liberi e la patria dei coraggio

fonte Qualcosadisinistra.it

FONTE MICROMEGA

La carica delle Procure: redazioni e case private perquisite, l’ultimo caso è Nicola Borzi del Sole24Ore: autore di un’inchiesta sui soldi dei Servizi segreti.

di Giorgio Meletti, da il Fatto quotidiano, 22 novembre 2017

Una serie di decisioni illegittime di diverse procure della Repubblica stanno di fatto abrogando il segreto professionale dei giornalisti. Basta il semplice sospetto di una minima violazione di segreto d’ufficio e scatta la perquisizione per scoprire le fonti del giornalista. È una pratica più volte censurata dalla Cassazione e ancor più energicamente condannata da norme e sentenze europee. Eppure accade sempre più spesso.

 

fonte ilmanifestobologna.it

Nel disegno di legge sul bilancio (n. 2960), uno degli ultimi atti della legislatura, c’è un vero e proprio colpo di mano. L’articolo n. 89, infatti, si butta sul complicato tema delle frequenze radiotelevisive e di telecomunicazione in assenza di una seria riforma del sistema. Si utilizza il veicolo sicuro della legge finanziaria -la cui approvazione è sempre certa- per riorganizzare un sistema colpevolmente sconquassato negli ultimi trent’anni e tuttora privo di un ordine democratico.

Passi per la delega all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni a pianificare il percorso della tecnologia 5G previsto dalla Commissione europea. Se mai, si potrebbe obiettare che una simile enfasi tecnologica è figlia di un determinismo un po’ fuori tempo massimo nell’attuale stagione del capitalismo cognitivo che ci interpella se mai su contenuti e paradigmi, piuttosto che su ulteriori “gadget”, per di più gravosi per l’inquinamento elettromagnetico. E così è comprensibile che il passaggio della prelibata banda 700 MHz dalla televisione alla banda larga (rinviato peraltro al 2022 rispetto al 2020 indicato da Bruxelles) sia normato. E mettiamoci pure i proventi delle gare prevista per l’attribuzione degli spazi alle telecomunicazioni.

...continua a leggere "Frequenze: fermiamo il colpo di mano dell’articolo 89"

Fonte PrimaComunicazione che ringraziamo 

 

“Pare che oggi non conoscere le Capitali europee e del mondo, confondere i Paesi, non conoscere i congiuntivi, sia considerato chic, sinonimo di originalità. Mentre usare un linguaggio minimamente corretto profuma di antico”. Esordisce così Emma Bonino, oggi a Milano dal palco della Conferenza mondiale ‘Science for Peace’, dedicata quest’anno al tema delle post-verità.

Emma Bonino

Emma Bonino

Per Bonino l’unico scudo contro le fake news è la conoscenza. “Siamo tutti chiamati a tornare a difendere un principio basilare del sistema democratico che oggi è messo in discussione: quello del conoscere per deliberare – spiega – Se conosci solo bufale, le deliberazioni non saranno brillanti o adeguate. Oggi vediamo che si crea un corto circuito dove le bufale che circolano in Rete si rinforzano, vengono rilanciate dalla carta stampata, ed entrano nel senso comune e nella politica. Ma non la politica del buon senso, piuttosto quella del senso comune che segue soluzioni semplicistiche”.

Ed ecco perché Bonino si rivolge direttamente ai ragazzi con un invito: “Fate il vostro mestiere, studiate. E sarete più resistenti alle bufale e agli imbonitori che sfruttano la paura, uno strumento di
campagna elettorale che va fortissimo”. Quella contro le post-verità è”una battaglia civile che possiamo e dobbiamo vincere. Ciascuno di noi può essere strumento. Possiamo smettere di passare il tempo su Internet fra like e post” e leggere “un buon libro, recuperare il piacere di scrivere a mano. Se studiate, voi ragazzi sarete attori protagonisti e responsabili”. (AdnKronos)

FONTE PRIMAONLINE CHE RINGRAZIAMO

Il governo turco mette all’asta le proprietà di 8 tra i gruppi editoriali posti sotto sequestro nelle settimane successive al fallito colpo di stato del luglio 2016. Stando a quanto segnala lo Stockholm Center for freedom – che riprende un comunicato del Savings Deposit Insurance Fund (TMSF), fondo di garanzia del sistema bancario del paese – la vendita riguarda i beni di Can Erzincan, Barış e Ört TV stations, comprese le loro licenze di broadcasting, ma anche Nazar, Yerel Bakış, Turgutlu Havadis, Taraf newspapers e Özgür Radio.

segue su fonte PRIMAONLINE

“Internet non funziona più”, si è “rotto”. Lapidario il commento al ‘New York Times‘ di Evan Williams, fondatore di Twitter e di Medium (2012), lo spazio digitale pensato per contenuti di qualità.

Evan Williams, ceo e fondatore di Medium

“Pensavo che se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi liberamente e scambiarsi idee e informazioni, il mondo sarebbe diventato automaticamente migliore. Mi sbagliavo”, dice Williams.

“Internet finisce per premiare gli estremi”, precisa. E “se è vero che Trump non sarebbe diventato presidente se non fosse stato su Twitter, beh sì, mi spiace”.

“Dobbiamo aggiustare la Rete: dopo 40 anni ha iniziato a corrodere se stessa e noi”, ribadisce. “Resta un’invenzione meravigliosa e miracolosa, ma ci sono insetti alle fondamenta e pipistrelli nel campanile”.

Fonte Newsletter Primaonline.com

11 maggio 2017 | 13:08

Le tv curde in Europa di nuovo a rischio oscuramento, appello ad Eutelsat da Fnsi e giornalisti francesi

La Federazione nazionale della stampa italiana e i sindacati francesi dei giornalisti Snj/SnjCgt hanno inviato una lettera al direttore generale di Eutelsat, Rodolphe Belmer per esprimere la forte preoccupazione sul fatto che vengano oscurate le emittenti curde. In particolare, in Italia l’emittente Med Nuce Italia, che ha sede a Campobasso, continua ad avere problemi malgrado Eutelsat sia stata condannata dai giudici francesi a togliere l’oscuramento disposto lo scorso autunno. Ieri, 9 maggio, si è tenuta a Parigi una conferenza stampa davanti alla sede di Eutelsat.

Di seguito la lettera dei sindacati a Belmer:

FONTE PRESSENZA.COM

08.05.2017 - Redazione Italia

Il governo turco censura persino Wikipedia, l’Enciclopedia libera di internet
Logo della protesta di Wikipedia contro la censura operata dal governo turco (Foto di Wikipedia)
Il Governo turco di Erdogan che attualmente detiene illegalmente oltre 180 giornalisti nelle proprie carceri, pochi giorni fa ha bloccato in Turchia tutte le pagine di Wikipedia, l’enciclopedia libera di internet. Fra le motivazioni addotte dal Governo turco per il blocco ai danni di Wikipedia, la principale è quella in cui si sostiene che Wikipedia, con la diffusione delle proprie notizie, di fatto appoggi i terroristi che operano contro la Nazione turca. Una motivazione del tutto ridicola, per non dire esilarante, se non fosse che tutto ciò sta veramente accadendo.

La disposizione di questo blocco va ad aggiungersi alle molte altre messe in atto dal Governo turco, tutte volte a soffocare ogni forma di dissenso e di libertà minima d’informazione. Di fatto il Governo turco, che adesso appare quanto ci sia di più vicino a un vero e proprio regime, va stringendo ancora di più le maglie di una rete di controllo ormai a dir poco diventata asfissiante. Ci sorprendiamo inoltre, che purtroppo quasi nessuno dei principali media abbia dato risalto a questa importante notizia.

Pubblichiamo il testo della protesta di Wikipedia e la sua raccolta firme che appoggiamo in pieno. Rinnoviamo inoltre tutta la nostra solidarietà ai molti giornalisti che da oltre sei mesi di fatto sono prigionieri politici di un Governo che pare sia uscito dalla più buia notte del medioevo.

Sabato 29 aprile 2017 le autorità turche hanno bloccato l’accesso a Wikipedia nel Paese. Ciò ha comportato la perdita di accesso per la popolazione a una imponente quantità di informazioni storiche, culturali e scientifiche.

Noi, i sottoscritti membri del movimento Wikimedia, crediamo che tutte le persone abbiano diritto all’accesso a informazioni libere di alta qualità nella lingua di loro scelta e in un formato utilizzabile. Siamo felici di rispondere a dubbi riguardo ai nostri contenuti, ma non sono i governi o le corporazioni a stabilire i nostri contenuti. L’ultima parola su queste decisioni spetta al consenso della comunità, basato su fonti indipendenti. Sosteniamo la libertà di espressione e di accesso alle informazioni.

Alcuni mezzi di comunicazione hanno affermato, sulla base di affermazioni attribuite alle autorità turche, che i wikipediani sarebbero sostenitori del terrorismo o che abbiano creato contenuti che «supportano il terrorismo». Siamo amareggiati e sorpresi dall’insinuazione secondo cui la nostra comunità sosterrebbe il terrorismo o azioni violente di qualsivoglia genere. Questo è in contrasto con la stessa natura del nostro lavoro, che consiste nel fornire in modo neutrale i fatti e i punti di vista più importanti. Non appoggiamo programmi politici su Wikipedia. Non appoggiamo il terrorismo.

Questa la dichiarazione integrale emessa dalla Wikimedia Foundation.

L’accordo tecnico raggiunto tra il govero greco e i creditori il 2 maggio porta a compimento il processo di accordo politico intrapreso dal premier Alexis Tsipras fin dal vertice di Malta

L’accordo tecnico raggiunto tra il govero greco e i creditori il 2 maggio porta a compimento il processo di accordo politico intrapreso dal premier Alexis Tsipras fin dal vertice di Malta: usando la consueta strategia di rifiutare sempre ogni concezione “tecnica” e “puramente economica” delle strategia imposta al paese, Tsipras aveva sollecitato la cancelliera Merkel e i massimi responsabili dell’UE a mettere freno al pericoloso gioco che portava avanti il FMI con la complicità del ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schauble. Il risultato è stato un compromesso, doloroso per Atene, ma necessario per portare avanti lo scottante problema del debito.

Si può dare per scontata la conclusione favorevole della seconda valutazione, che era in sospeso fin dalla fine di novembre, alla prossima riunione dell’Eurogruppo. Obiettivo importante per Atene, non tanto per la tranche di quasi 8 miliardi che saranno versati per il pagamento di varie scadenze del debito. L’importanza consiste nel fatto che la Grecia può ragionevolente sperare di potere oramai entrare nel programma Quantitative Easing della BCE.

...continua a leggere "Grecia, la battaglia sul debito"

FONTE SBILANCIAMOCI.INFO

Il controllo dell’informazione appartiene quasi totalmente ai grandi monopoli digitali che costruiscono un’immagine del mondo specchio dei loro interessi. L’analisi del Transnational Institute

State of Power è il rapporto annuale presentato dal Transnational Institute (TNI) che indaga il processo culturale tramite cui le grandi imprese e le élite militari rendono il loro potere apparentemente naturale e irreversibile. L’infografica Manufactured Consent mostra numeri su cui riflettere. Secondo una stima del 2012, solo 6 compagnie possiedono il 90% dei media statunitensi e solo Google e Facebook controllano il 70% dei siti di informazione. Il fenomeno è in crescita: nel 1983 erano 50 imprese a detenere il 90% dei media.

...continua a leggere "L’egemonia mediatica. Il Rapporto del TNI"

fonte NUOVATLANTIDE.ORG che ringraziamo

di Alfredo Morganti – 4 maggio 2017

Ho sempre pensato che, per rivolgersi adeguatamente ai cittadini-elettori, fosse necessario attuare delle politiche che rispondessero in qualche modo a domande, bisogni, disagi ed esigenze degli stessi. Non in termini sindacali, di rivendicazione, come se fosse una specie di stimolo-risposta. Ma predisponendo una strategia di interventi che puntasse allo sviluppo e alla giustizia sociale, a partire dalla vita quotidiana e dalle esigenze collettive. Sappiamo, anche, come il ‘No’ al referendum sia in buona parte frutto del voto contrario alla riforma da parte dei più giovani. E abbiamo visto come ai seggi delle primarie si fossero recati soprattutto i più anziani. Ciò, per dire che il PD ha un problema ‘giovani’ non da poco, anche paradossale per certi aspetti, visto che il suo Capo si presenta come il ‘nuovo’ e si parla soprattutto di innovazione, futuro, speranza (se ne parla solo, appunto). Detto ciò, vi aspettereste, com’è normale, delle politiche sagge, adeguate, efficaci, non propagandistiche, per recuperare il gap di consenso del partito verso i più giovani. E invece no.

Anche qui, per i renziani, si tratta solo di un ‘difetto di comunicazione’. La controffensiva sarà perciò condotta a colpi di web, e diverrà una battaglia digitale contro quelli che sembrano detenere il voto giovane, ossia i grillini. E così ‘Bob’, la nuova piattaforma web piddina, è pronta a partire. Il lancio avverrà in coincidenza con la proclamazione di Renzi segretario (sempre che si raccapezzino con i voti espressi alle primarie, e si mettano un po’ tutti d’accordo sulle cifre). La battaglia per conquistare i giovani sarà condotta a colpi di click, e avrà come nemico n. 1 Grillo. Senza perdere tempo a predisporre testi di legge e politiche ad hoc, senza la necessità di rivolgersi ai giovani in carne e ossa, Il PD ripartirà col digitale, as usual, punterà al virtuale, tenterà di bucare lo schermo del PC con le parole e le immagini di Renzi profuse a go-go, come uno sciame d’api.

Siccome non sanno che il punto non è un ‘difetto’ di comunicazione, ma al contrario un suo ‘eccesso’, i renziani provano noiosamente a ripartire nell’unico modo che conoscono, ossia coi cannoni mediali e digitali. Il tentativo è quello di intasare le fibre ottiche, non solo la TV, con tonnellate di giga byte di propaganda, saturando i cavi e, vedrete, pure la nostra pazienza. È la stessa cosa accaduta al referendum: Renzi ovunque. Uno e trino. E l’effetto sarà il medesimo: il rigetto e la nausea. I guru renziani non capiscono che, se fosse solo un problema di piattaforma web, non servirebbe un buon governo, né la politica, ma solo un server molto capace e degli smanettatori accaniti. E invece le cose non stanno così. D’altronde, se al governo sai concedere solo bonus, una buona scuola che è un casino e un jobs act che premia in termini occupazionali solo gli ultra55enni, non è che adesso bastino i frizzi e lazzi della comunicazione web per riparare tre anni di sonno e di sciocca dispersione delle risorse. Non è che la comunicazione totemistica del proprio leader possa surrogare il vuoto prodotto dall’esecutivo. Non è che la disoccupazione decresce, entrando nelle tendenze di twitter oppure ottenendo milioni di like sotto qualche post. Perciò non illudetevi (è il minimo che possa dirvi).

PS, e nemmeno è sufficiente pubblicare un libro intitolato ‘Avanti’. Sembra la parafrasi di ‘En Marche’. E a me ricorda quel detto che fa: “Va avanti tu, che a me me viè da ride”.

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n84-s.pdf

In questo numero:

Il più grande sciopero nella storia del Brasile
a cura di Teresa Isenburg

Enrico Rossi sulle primarie: “Il Pd s’è perso la sinistra, a quel popolo che non ha più una casa dico: Vi aspettiamo”
Intervista di Gabriella Cerami

“La sinistra torni a fare la sinistra, sto con Articolo Uno”
di Jonathan Rimicci, operaio

Il giornale prima di tutto Il ricordo di Valentino Parlato.
di Luciana Castellina

Buona lettura e diffondete!

***

E' uscito il numero 2 della RIVISTA di Punto Rosso - Lavoro 21

http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-rivista-numero2-s.pdf

fonte UNIMONDO.ORG  CHE RINGRAZIAMO 

Oggi, 3 Maggio, è la giornata mondiale per la libertà di stampa e sembra più che mai fondamentale celebrarla. Dedicando qualche riga a ricordare i problemi per la libertà dei media e dei giornalisti oggigiorno, le difficoltà per la libera espressione giornalistica sembrano essere sulla cresta dell’onda. Per citarne un paio: crescono gli attacchi fisici e verbali, e gli arresti, verso i giornalisti che seguono temi critici e cresce l’ingerenza dei governi e delle grandi multinazionali dell’informazione sulla circolazione, soprattutto digitale, delle notizie.

Di recente i maggiori media italiani si sono ricordati della situazione problematica per la libertà di stampa, a livello internazionale e domestico, in seguito al caso Del Grande- giornalista italiano arrestato (e ora rilasciato) in Turchia- e al recente report di Reporters Without Borders, che riprende l’Italia per la violenza fisica, verbale e psicologica esercitata contro i giornalisti “scomodi”. Ma andiamo con ordine.

...continua a leggere "Buon compleanno libertà di stampa !"

FONTE PUNTOINFORMATICO.IT  CHE RINGRAZIAMO 
Il vertice della Federal Communications Commission voluto da Trump risponde alle proteste dei colossi del Web fissando una nuova scadenza. Il 18 maggio si vota per smantellare la neutralità della rete e tornare al passato
Roma - Ajit Pai, neoeletto presidente della Federal Communication Commission (FCC) voluto da Trump per imprimere una svolta alla commissione che vigila sulle telecomunicazioni, è tornato a parlare di Net Neutrality. O meglio, della fine della neutralità della rete. Il 18 maggio la FCC esprimerà il suo voto su una nuova proposta volta a "cancellare l'errore del Titolo II", come affermato dallo stesso Pai, "per tornare al più leggero regolamento che per tanti anni ha ben servito la nostra nazione durante le presidenze Clinton e Bush"
...continua a leggere "FCC, nuovo voto per la fine della net neutrality"

FONTE PRESSENZA.COM

Per una rete di informazione nonviolenta

29.04.2017 - Redazione Italia

Per una rete di informazione nonviolenta
(Foto di Cesare de Stefano via Flickr)

Durante la riunione della redazione di Pressenza, pochi giorni fa, abbiamo dibattuto con vari amici sul tema di come dare risposta a un sistema mediatico (il coriddetto mainstream) che sta diventando in molti casi sempre più orientato dalla propaganda, cercando di imporre un modello basato sul nichilismo, sul profitto, la legge del più forte e, in sintesi, la violenza.

Ci siamo riletti questo materiale che avevamo elaborato tempo fa e che riprodiuciamo qui sotto e che vuol essere una specie di manifesto per costruire, con più forza, quella rete che già esiste tra media, associazioni, comitati di base, gruppi di pressione ecc ecc, diversi ma accomunati dalla volglia di cambiare il mondo con mezzi nonviolenti.

Chi è interessato a lavorare con maggior forza in questo senso ce lo faccia sapere a redazioneitalia@pressenza.com

 

DARE VOCE AD UN NUOVO MONDO

Per una rete di informazione nonviolenta

 

In quest’epoca di caos sistemico e sociale, esiste un mondo che non ha voce e che non trova spazio espressivo. Il vecchio mondo delle violenza (economica, sociale, mediatica, interpersonale) è andato via, lasciando i suoi strascichi; il nuovo mondo si esprime e cresce ma non trova ancora il suo spazio. I media tradizionali credono ancora di essere il famoso quarto potere ma sono sempre più al servizio della speculazione finanziaria e di quel modello socio-culturale costruito da una minoranza accentratrice ed affarista.
In tale scenario, allo stesso tempo, esiste una tendenza informativa e mediatica: un’altra-voce, un nuovo modello che è iniziato dalle prime radio libere, dai fogli di quartiere e da altre forme di divulgazione di prossimità e oggi, è cresciuto consolidando un nuovo concetto di informare e fare informazione, grazie all’avvento di Internet e delle Reti sociali.

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FONTE : ATLANTIDE.ORG

Pubblicato il 28 aprile 2017 | di Alfredo Morganti

I banchieri, i fascisti e la società dei due terzi che diventa di uno soltanto

di Alfredo Morganti – 26 aprile 2017

Hanno già pronto il capro espiatorio, tanto per portarsi avanti col lavoro. Nel caso, improbabile, che la Le Pen prevalga, la colpa si riverserà su Mélenchon, che non avrebbe fornito indicazioni di voto per il secondo turno delle presidenziali. Copione facilissimo, quasi banale. Titolo del film: colpa della solita vecchia sinistra. Dopo di che andate a vedere come stanno davvero le cose. Secondo il politologo Henri Vernet (Repubblica di oggi) “molti elettori di Mélenchon provengono dal Front National. Sono quegli ex comunisti che avevano virato nel tempo verso l’estrema destra e che il candidato gauchiste ha saputo sedurre”, sottraendoli di fatto a Le Pen.

La verità è esattamente l’opposto, quindi. Senza l’azione di Mélenchon oggi la destra sarebbe più forte, senza questa sottrazione di consensi a sinistra adesso guiderebbe il primo turno, con effetti psicologici rilevantissimi sulla sfida finale. Certo, i sondaggi dicono che un terzo di elettorato gauchista è pronto a sostenere Le Pen, perché non vuole banchieri (il nuovo!) al potere, ma questa è un’altra storia, o almeno sempre la stessa: in assenza di un argine credibile a sinistra, molti ceti popolari sono suggestionati dalle sirene di destra e dal programma sociale della candidata del Front National.

Qual è la lezione? Che ci sono forze politiche che svolgono compiti essenziali, come quelli di filtrare e trattenere il consenso e la ribellione antisistema che altrimenti si radicalizzerebbe a destra, e così di tenere fuori i ceti popolari dal fronte fascista o razzista, impedendo che si sviluppi una saldatura completa tra popolo e radicalismo anche violento e antidemocratico. È una funzione che in Italia svolge ancora Grillo, per dire, ma che in Francia è compito soprattutto della sinistra radicale. Una funzione ben svolta peraltro da Mélenchon, il cui risultato è stato davvero eccellente. In virtù della semplificazione indotta dal ballottaggio a due, adesso quei voti ritornano però a ‘ballare’, e riconfluiranno in parte verso la Le Pen. D’altra parte di tratta di un sistema, quello del ballottaggio personalistico, che costringe a scegliere il meno peggio oppure richiede voto ‘utile’, spingendo con ciò alla radicalizzazione a destra anche del voto che tale non è.

Più in generale la grande complessità, il grande disagio, la società del due terzi che diventa società di un terzo soltanto, invocando il maggioritario per garantire la ‘governabilità’ con una scelta secca, di spirito comunque plebiscitario, toglie di fatto rappresentanza a vasti certi popolari, li costringe a una modalità di voto che, quando la crisi morde, spinge all’astensionismo oppure al voto rabbioso, antisistema, di destra. La crisi di rappresentanza è frutto di un sistema che ‘sfronda’ il consenso, lo taglia con l’accetta, lo bipolarizza a forza, sperando che ciò basti a far vincere i ‘banchieri’, ottenendo spesso, invece, l’effetto contrario, con i violenti, gli xenofobi, i razzisti, i nazionalisti a prevalere. In un gioco delle parti, sempre più scoperto, che inorridisce.

Somalia: fermate gli attacchi contro i giornalisti e gli altri sindacalisti

In collaborazione con il Sindacato nazionale dei giornalisti somali (NUSOJ)

 

Il Governo federale della Somalia ha attaccato negli ultimi quattro anni il Sindacato nazionale dei giornalisti somali (NUSOJ) e la Federazione dei sindacati somali (FESTU), perché questi sindacati si sono rifiutati di farsi controllare dal governo. Il governo ha vietato le riunioni sindacali del NUSOJ a Mogadiscio, imposto membri non appartenenti al sindacato come dirigenti del FESTU e del NUSOJ, intimidito dirigenti e membri sindacali, compresi arresti, restrizioni alla libera circolazione, rifiuto di registrare i sindacati per renderli illegali, licenziato la maggior parte degli alti giudici del paese che avevano adottato decisioni a favore del sindacato nel febbraio del 2016, e negato al FESTU il diritto di rappresentare i lavoratori nelle piattaforme tripartite. La Corte suprema della Somalia e l’OIL hanno appoggiato la richiesta che il governo dichiari legittima la dirigenza del NUSOJ e del FESTU riconosciute a livello internazionale e fermi gli attacchi contro i sindacati.


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FONTE CARMILLAONLINE.INFO 

Pubblicato il · in Controinformazione ·

di Alexik

missili-siriaNessun bambino dovrebbe soffrire come hanno sofferto quelli siriani !

Con queste parole Donald Trump ha esternato, il 5 aprile scorso, la sua incontenibile indignazione davanti alle immagini dei bambini di Idlib. Esternazione seguita dal rituale lancio di missili contro il mostruoso assassino, e dalla corale piaggeria degli alleati europei, estasiati dal tuonar delle cannoniere.
Dalla Merkel alla May, da Hollande all’ex pacifista Gentiloni, tutti si sono affannati a dimostrare a Trump il proprio incondizionato consenso, pronti a spergiurare che dietro tanto amore per l’infanzia non si celi alcun secondo fine e che, questa volta, la faccenda del sarin di Assad non sia un’altra montatura.

Del resto non si può certo affermare che gli USA e i loro alleati non facciano di tutto per evitare ai bambini inutili sofferenze.
Al contrario delle armi chimiche, infatti, le bombe convenzionali lanciate sul Siraq dalla Coalizione a guida americana (CJTF-OIR) sortiscono spesso l’effetto di ucciderli sul colpo, risparmiandogli l’orribile agonia.

Come nella cittadina irachena di Tal Afar (l’areoporto di Mosul), bombardata dalla Coalizione giusto il 4 aprile, il giorno prima che l’inquilino della Casa Bianca si accorasse per le stragi degli innocenti.
A Tal Afar fonti locali hanno denunciato la morte sotto le bombe di 20 civili, bambini compresi, mentre i portavoce della Coalizione recitavano la classica versione di circostanza: “Near Tal Afar, one strike engaged an ISIS tactical unit and destroyed an ISIS-held building”.1

Al Tafar1

4 aprile 2017: Tal Afar, dopo il bombardamento.(Fonte: Iraqi Spring Media Center)

Chi avesse sperato, a Mosul, che tanto interesse presidenziale per la salvaguardia degli infanti fosse il segnale di una svolta umanitaria nella politica statunitense, è certo andato incontro ad una cocente delusione: proprio il 5 aprile – più o meno in contemporanea alle dichiarazioni di Trump – nel quartiere Rifai, la famiglia del barbiere Nizar Mahdi veniva annientata da un bombardamento della Coalizione, con un bilancio di due genitori uccisi assieme ai due figli piccoli.

Stesso giorno e stessa sorte per 16 civili, tutti membri della stessa famiglia, ad Al Shafa, un altro quartiere di Mosul ovest, e per 40 civili del villaggio di Mayouf, a nordovest della città, che si erano riuniti nelle loro case in attesa di poter fuggire. Il 6 aprile è stato il turno di una madre e due bambini, uccisi in casa propria nel quartiere di Zanjili.2

Tutti avevano obbedito ai volantini, lanciati a migliaia dagli aerei, che invitavano gli abitanti di Mosul ovest e dintorni a rimanere chiusi in casa, allontanandosi unicamente dai centri di comando del Daesh. ‘Solo quelli‘ – si annunciava – ‘sarebbero stati bombardati3Per questo intere famiglie sono morte tutte insieme nella distruzione delle loro case.

14 aprile 2017. Mosul, bombardamento del quartiere di Mahatta. (Foto: Jérémy André)

14 aprile 2017. Mosul, bombardamento del quartiere di Mahatta. (Foto: Jérémy André)

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di Anna Polo

fonte PRESSENZA.COM

Organizzato in due giorni dal gruppo “Io sto con la sposa”, spostato all’ultimo momento da Piazza Scala a Largo Cairoli, il presidio milanese per la liberazione del documentarista Gabriele del Grande, attualmente in isolamento nel centro di identificazione ed espulsione di Mugla, in Turchia, ha attirato centinaia di persone.

Cartelli colorati posati per terra, striscioni e tanti fogli che riproducono le fattezze della gente che Gabriele ha incontrato nei suoi viaggi e di cui ha raccontato la storia, trasformando le vittime in eroi, esaltandone la bellezza, la forza e la determinazione.

Uno degli organizzatori, amico di Gabriele, ripercorre i giorni seguiti all’arresto al confine con la Siria, la raccomandazione di “tenere un profilo basso” e di “aspettare Pasqua e poi il referendum in Turchia”, la scoperta che Gabriele non sapeva niente dell’interessamento del console italiano, che non è ancora riuscito a incontrarlo e gli interrogatori senza avvocato e senza un capo d’accusa preciso. A quel punto, racconta,  abbiamo deciso di smetterla con il profilo basso e lanciato una mobilitazione che si è diffusa in tutta l’Italia. Cita l’appello per la liberazione di Gabriele, da sottoscrivere scrivendo alla mail iostocongabrielelibero@gmail.com e la visita prevista per domani del console italiano e di un avvocato – un primo successo, ottenuto grazie alla pressione.

Parla poi la sorella della compagna di Gabriele, Alexandra, ringraziando tutti, a nome della famiglia, per la presenza e la solidarietà. Segue l’invito a sollevare i fogli con i visi disegnati e l’hashtag #Iostocongabriele e la zona pedonale si trasforma in una moltitudine di braccia alzate.

Intervengono quindi i rappresentanti delle associazioni che hanno aderito al presidio, tra cui Razzismo brutta storia, la rete Milano senza Frontiere, da anni impegnata nella denuncia delle migliaia di morti nel Mediterraneo e Amnesty International, che ricorda le gravissime violazioni della libertà di stampa in Turchia, con centinaia di giornalisti in carcere. Gli amici di Gabriele si alternano al microfono nella lettura dei suoi scritti, lucide e umane denunce delle ingiustizie di cui è stato testimone nel corso del suo instancabile lavoro di documentazione, delle leggi sbagliate che impediscono di viaggiare in aereo, con un visto e che sono responsabili di migliaia di morti ai confini europei. E’ tempo di disobbedire, di ribellarsi, di dichiarare che nessun essere umano è illegale, concludono.

Poesie e testimonianze di siriani e curdi e poi la Banda degli Ottoni, per un finale musicale che piacerebbe molto a Gabriele. In attesa di rivederlo libero, al più presto possibile.

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Fonte : Nuovatlantide.org

di Cristina Amoroso – 7 aprile 2017

Il mondo è concorde. Non è l’Iran la più grande minaccia per la pace nel mondo, ma gli Stati Uniti. Da tempo lo sostiene Noam Chomsky, il dissidente politico di fama mondiale, linguista, autore di un centinaio di libri, professore emerito presso il Massachusetts Institute of Technology, dove ha insegnato per più di mezzo secolo. Nel corso dei primi 75 giorni dell’Amministrazione Trump, la Casa Bianca ha imboccato più passaggi per aumentare la possibilità di una guerra degli Stati Uniti con l’Iran. Trump ha incluso il Paese del Golfo in entrambi i divieti di viaggio per i Paesi musulmani. Come candidato alla presidenza, Trump ha minacciato di smantellare l’accordo nucleare con l’Iran.

A settembre del 2015, in un discorso alla New School di New York, Noam Chomsky, spiegando il motivo per cui egli riteneva gli Stati Uniti la più grande minaccia alla pace nel mondo, parlava degli Usa come di “uno Stato canaglia, indifferente al diritto e alle convenzioni internazionali, con il diritto a ricorrere alla violenza a volontà”.  In questi giorni in uno show televisivo, Democracy Now, condotto dal giornalista Juan González, Chomsky ha ripreso il tema dei rapporti statunitensi con l’Iran, sulla questione: “Perché gli Stati Uniti insistono su come impostare le potenziali cause di guerra con l’Iran?”.

E’ una vecchia questione che va avanti da molti anni. Proprio nel corso degli anni di Obama, l’Iran è stato considerato come la più grande minaccia alla pace nel mondo. “Tutte le opzioni sono aperte”, frase di Obama, che significa, se vogliamo usare le armi nucleari, siamo in grado, a causa di questo terribile pericolo per la pace. I motivi di preoccupazione vengono articolati molto chiaramente e ripetutamente da alti funzionari e dai commentatori negli Stati Uniti.

Ma esiste un mondo là fuori che ha le sue opinioni, che sono facilmente rintracciabili da fonti standard, come la principale agenzia di sondaggi statunitense; la Gallup che raccoglie sondaggi regolari di opinioni internazionali. Alla domanda: quale Paese pensi sia la più grave minaccia per la pace nel mondo? La risposta è inequivocabile: gli Stati Uniti con un margine enorme, rispetto agli altri Paesi. Molto distanziato il Pakistan, gonfiato sicuramente dal voto indiano. Ancora più distanziato l’Iran, appena accennato. Questa è una di quelle cose che non vanno dette, infatti i risultati che si trovano nella principale agenzia di sondaggi statunitense, non vengono riportati in quella che chiamiamo stampa libera.

Allora, perché l’Iran viene considerato la più grande minaccia alla pace nel mondo?

La risposta ci viene – afferma Chomsky – da una fonte autorevole di un paio di anni fa, la comunità di intelligence che fornisce valutazioni periodiche al Congresso sulla situazione strategica globale. Al centro del loro rapporto, naturalmente, c’è sempre l’Iran con relazioni abbastanza coerenti. Riferiscono che Teheran ha spese militari molto basse, anche per gli standard della regione, molto più basse dell’Arabia Saudita, di Israele e di altri Paesi. La sua strategia è di difesa. Vogliono scoraggiare gli attacchi abbastanza a lungo, perché siano trattati dalla diplomazia. La conclusione dell’intelligence, che è di un paio di anni fa, é la seguente: “Se si stanno sviluppando armi nucleari, che noi non conosciamo, sarebbero parte della loro strategia di dissuasione”.

Ora, quale è il motivo per cui gli Stati Uniti e Israele sono ancora più preoccupati per un deterrente?

Chi è preoccupato per un deterrente? Coloro che vogliono usare la forza. Coloro che vogliono essere liberi di usare la forza sono profondamente preoccupati per un potenziale deterrente. Quindi, “Sì, l’Iran è la più grande minaccia alla pace nel mondo, potrebbe scoraggiare il nostro uso della forza”, conclude Chomsky.

di Cristina Amoroso

 

Lelio Demichelis

fakenews-1Da sempre il potere vive di fake news e di post-verità, anche se un tempo si chiamavano in altro modo. Scriveva Thomas Hobbes: «vero e falso sono attributi delle parole, non delle cose». Ovvero, ciò che è vero è contenuto all’interno dello stesso discorso linguistico adottato dal potere per definire i fenomeni della realtà, che possono essere modificati, trasformati, aggirati, nascosti, mascherati. Cioè, non è vero ciò che è vero ma ciò che si dice (e si fa credere) essere vero . In questo modo, Hobbes rovescia il principio di Platone – nel mito della caverna - per il quale invece: «Vero è il discorso che dice le cose che sono come sono; quello che le dice come non sono, è falso». Entrambi usano il concetto di discorso. Ma in modi radicalmente opposti. Perché è evidente che quello usato da Hobbes sconfina nella manipolazione, o nell’ideologia e nella religione, certamente nel totalitarismo (forma moderna di stato assoluto), e oggi appunto nelle fake news e nella post-verità, che resta verità (anche se non lo è) fino a quando non si dimostra che è una falsità. Michel Foucault li definiva meccanismi di veridizione, procedimenti discorsivi utili appunto a trasformare in vero anche ciò che in realtà vero non è ma è utile a legittimare un determinato potere, come oggi quello della Silicon Valley (in ciò che è e in ciò che rappresenta – nel senso di mettere in scena se stessa). Anche la pubblicità è una forma di fake truth, utile appunto a legittimare il capitalismo (il potere).

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Il presidente americano Donald Trump ha firmato la legge approvata dal Congresso degli Stati Uniti che azzera le tutele della privacy su internet. La normativa cancella così le misure di protezione dei dati degli utenti del web, adottata dal suo predecessore Barack Obama. I provider ora non saranno più tenuti a chiedere il permesso degli utenti prima di poter vendere le loro informazioni alle agenzie pubblicitarie, per esempio lo storico delle ricerche e la geolocalizzazione.

SEGUE SU FONTE PRIMA COMUNICAZIONE

FONTE ALFABETA2 che ringraziamo

Fabrizio Tonello

Se si cerca in rete alla voce “Hillary Clinton arrested” compaiono 439.000 occorrenze, per la maggior parte legate a un video dell’ottobre scorso presente su YouTube nel quale una voce molto professionale scandisce quello che si presenta come un comunicato della polizia di New York che avrebbe annunciato l’imminente fermo della candidata democratica perché coinvolta in un giro di pedofilia e tratta di esseri umani. Una rete di criminali la cui esistenza sarebbe stata rivelata dalle famose email di Hillary scambiate con i suoi collaboratori usando un indirizzo privato e non quello ufficiale assegnatole dal Dipartimento di Stato.

Naturalmente questa è solo una delle mille storie fantastiche circolate nei mesi precedenti alle elezioni dell’8 novembre, tra cui la bufala che Papa Francesco aveva dato il suo sostegno a Trump (un milione di condivisioni su Facebook) o quella che Obama voleva vietare il giuramento di fedeltà alla bandiera americana (due milioni tra commenti e condivisioni). Da questo a trarre la conclusione che i russi avevano influenzato le elezioni presidenziali americane a vantaggio di Donald Trump non c’era che un passo, allegramente varcato dai grandi media americani ed europei. Scandalo e orrore, seguiti da editoriali a valanga sulla “democrazia inghiottita dalle fake news”.

Il problema di questo storytelling è che assomiglia un po’ troppo a un caso di panico morale, come definito a suo tempo dal sociologo Stanley Cohen, per essere credibile. La caratteristica delle ondate di panico morale, infatti, è un’esagerazione della gravità della questione portata all’attenzione dell’opinione pubblica, come quando nel 1964 i giornali inglesi crearono il mito dei giovani come nemico pubblico sfruttando le risse di poche decine di motociclisti annoiati e turbolenti nelle fredde stazioni balneari del sud dell’Inghilterra.

I rockers e i mods ovviamente non stavano minacciando di dare l’assalto al Parlamento di Westminster, ma Cohen comprese che l’isteria giornalistica era un fenomeno più profondo di quanto non potesse sembrare a prima vista. Il panico morale si scatena quando “una condizione, episodio, persona o gruppo di persone viene definito come una minaccia ai valori e agli interessi della società; la loro natura viene presentata in modo stilizzato e stereotipato dai mass media; il pulpito morale viene affollato da direttori di giornali, vescovi, politici e altri benpensanti; esperti socialmente riconosciuti pronunciano le loro diagnosi e le loro soluzioni; si ricorre a vari modi di affrontare la situazione; la condizione poi scompare, o degenera e diviene più visibile. Talvolta l’oggetto del panico è assai nuovo mentre in altri momenti si tratta di qualcosa che esisteva da tempo, ma improvvisamente sale alla ribalta”.

In altre parole, la percezione della minaccia si trasforma nella scelta di capri espiatori che vengono resi responsabili di problemi ben più grandi di loro, com’è il caso oggi con le bufale in rete, rese responsabili della vittoria di Donald Trump. Che le fake news siano una spiegazione assai comoda lo si capisce leggendo il rapporto ufficiale delle varie agenzie di intelligence americane, dove sostanzialmente si ammette che non c’è stata alcuna interferenza materiale dei russi nelle operazioni elettorali e quindi tutto si riduce alla propaganda anti-Clinton di media e politici legati al Cremlino.

Soprattutto, ciò che il rapporto non spiega (e gli editoriali dei giornali liberal ignorano) è per quale meccanismo la confusione creata dalle menzogne in rete avrebbe danneggiato Clinton più di Trump. Certo, quest’ultimo era a sua volta un produttore instancabile di frottole cosmiche ma allora sarebbe più esatto dire che le false notizie erano propaganda dei repubblicani (spesso ripresa da media “seri” come Fox News e Wall Street Journal) e non complotti di Putin. Com’è ovvio, tutte le presunte notizie legate alle email di Clinton, ai suoi scandali, crimini e misfatti, venivano da siti o individui legati all’area dei suprematisti bianchi, in particolare a quello Steve Bannon che Trump si è affrettato ad assumere prima come direttore della campagna elettorale e ora come consigliere speciale della presidenza.

I difensori più sofisticati della teoria che le fake news sono una minaccia per la democrazia puntano il dito sulla confusione e sull’impossibilità, per il cittadino, di formarsi un’opinione corretta dei candidati e delle politiche se tutto viene ridotto al livello di pettegolezzi scandalistici. In questa forma la tesi ha una sua plausibilità ma si dimentica che il problema è tutt’altro che nuovo: come scriveva 50 anni fa Hannah Arendt, “nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l’una con l'altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche. Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non solo del mestiere del politico o del demagogo, ma anche di quello dello statista”. E la Arendt continuava speigando che, per sua natura, la facoltà umana del linguaggio consente di comunicare infiniti “stati del mondo” che possono essere o no corrispondere alla realtà (non entriamo qui nell’antico dibattito filosofico su cosa sia la “verità”, discussione che – da Platone a Gianni Vattimo e Richard Rorty – ci porterebbe lontano).

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, le false notizie sui politici e le celebrità difficilmente possono essere considerate un fenomeno del 2016 visto che, per fare un solo esempio, da decenni esistono, e fanno lauti profitti, i cosiddetti supermarket tabloids, che si chiamano così appunto perché vengono venduti alle casse dei supermercati e non nelle edicole. Esiste addirittura un vecchio, esilarante, romanzo di Donald Westlake intitolato Fidati di me (nell’originale Trust me on this) ambientato nella redazione di uno di questi settimanali.

I “giornali seri” hanno sempre fatto finta di ignorarli ma della loro influenza si parla almeno da vent’anni: il famoso caso Lewinsky, che condusse al procedimento di impeachment in cui alla fine Bill Clinton fu assolto nacque da un sito di gossip, il Matt Drudge Report, e poi invase l’intero sistema dei media. Già allora gli stessi grandi giornali avevano scelto di competere sul mercato dei pettegolezzi e la velocità con cui comparivano le notizie on line aveva rimodellato l’ecosistema, unificando di colpo il mercato dell’informazione/intrattenimento e precipitando siti web, quotidiani nazionali, quotidiani locali, settimanali, radio e televisione in un unico calderone informativo. Tutti insieme, in furiosa competizione gli uni con gli altri per rivelare di che colore era il vestito indossato dalla stagista nell’ufficio ovale e se davvero conservava una macchia con materiale biologico dell’imprudente Bill.

Se internet ha cambiato le regole del gioco, questo non è certo avvenuto di colpo: la comunicazione diretta sotto forma di blog e siti improvvisati era in grado di saltare la mediazione dei giornalisti già vent’anni fa. La novità del 2016 è ovviamente il fatto che con Facebook e Twitter tutto è più facile e più rapido. Ma perché le notizie diventano “virali”? Forse converrebbe chiedersi perché molti credano a una notizia come quella dell’imminente arresto di Hillary, invece di precipitarsi a cercare lo zampino di Putin, o degli hacker rumeni.

Un vecchio signore tedesco con la barba che scriveva cose noiosissime nell’Ottocento affermò tra l’altro che “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Si potrebbe obiettare che le conclusioni a cui portava questa impostazione non sempre si sono rivelate corrette, ma limitiamoci al caso americano: i maschi bianchi senza educazione universitaria che vivono nelle zone rurali che hanno votato per Trump sono quelli lasciati indietro dalla ripresa economica negli anni di Obama. Sopravvivono di lavoro precario, o dei magri sussidi della Social Security.

Secondo un recente studio dell’economista Alan Krueger sono oltre 7 milioni gli americani maschi tra i 25 e i 54 anni che non hanno lavoro e non lo cercano perché scoraggiati, quindi non sono contati fra i disoccupati. Il tasso ufficiale di disoccupazione, attorno al 5%, maschera un forte calo del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, che nel 2007 era il 66,4% e adesso è il 62,9%, tre punti e mezzo in meno, dieci milioni di persone. C’è da stupirsi che il loro risentimento verso Washington e verso la coppia Clinton che aprì le porte alla globalizzazione sia legato all’insicurezza economica? È il risentimento che apre la porta alle fake news, non le cospirazioni di Putin.

L’antropologa Katharine Cramer, autrice di un lungo lavoro sul campo con la working class del Wisconsin, aveva registrato un forte grado di ostilità verso Hillary Clinton molto prima della campagna elettorale del 2016. Le notizie sui suoi discorsi superpagati a Wall Street, o sulle attività all’estero della fondazione Clinton non hanno fatto che rafforzare l’impressione di una “crooked Hillary”, qualcuno che aveva mille cose da nascondere.

Le conseguenze politiche del risentimento verso le élites sono state amplificate dalle debolezze strutturali del giornalismo americano. La prima è la sua ossessione per le dichiarazioni dei politici, tanto più pubblicizzate, analizzate, commentate, quanto più sono clamorose. “Trump è dannatamente buono per gli indici di ascolto” diceva nel febbraio scorso Leslie Moonves, il presidente della rete televisiva CBS. Da uomo di spettacolo, Trump aveva capito perfettamente che ogni giorno occorreva dare alle televisioni ciò che chiedevano, e rincarava la dose. Quelle che ai giornalisti apparivano proposte insensate (far pagare al Messico il muro da costruire sul confine) erano in realtà abili provocazioni per mantenere alta l’attenzione e catturare anche lo spettatore distratto o marginale.

Internet, da almeno due decenni, ha unificato il mercato giornalistico precipitando prestigiosi quotidiani nazionali e modesti quotidiani locali, storici settimanali e oscuri blog, insieme a radio, televisioni e quant’altro in un unico calderone informativo; tutti insieme, in furiosa competizione gli uni con gli altri, a caccia di clic. Il cosiddetto giornalismo di qualità ha modificato i suoi parametri di riferimento e i suoi criteri di scelta delle notizie cercando di mantenersi a galla e di sopravvivere al calo delle vendite o degli indici di ascolto.

Secondo uno specialista di monitoraggio dei programmi televisivi, Andrew Tyndall, citato da Nicholas Kristof sul New York Times del primo gennaio, nei telegiornali della sera del 2016 il tempo dedicato alla povertà, al cambiamento climatico o alla dipendenza da stupefacenti è stato esattamente di zero minuti. I grandi media sono stati letteralmente ipnotizzati da Trump, dalle sue accuse, dalle sue buffonate, dalle sue minacce; mentre l’approfondimento, o anche il solo discutere di issues, le questioni di fondo, veniva dimenticato.

Il secondo problema è che il modello economico dell’industria editoriale da tempo è in crisi. I media sono imprese private che, in una società capitalistica, esistono in quanto fanno profitti e i giornalisti, prima di essere paladini dell’informazione, sono umili salariati che si occupano di ciò che l’editore e il direttore decidono. Se la proprietà vuole dare credito alle bugie di George W. Bush sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, con conseguenze disastrose per gli Stati Uniti e per il mondo, non saranno né il giovane cronista né il prestigioso editorialista a rovesciare la situazione. Il giornalismo mainstream – in America come in Italia – vive in un rapporto incestuoso con il potere politico per ragioni di efficienza industriale, non per servilismo o cattiveria: semplicemente non si possono fare giornali come Washington Post e New York Times (e nemmeno Repubblica o Corriere) se le fonti governative non collaborano. Lo ha ben capito l’Huffington Post che, dopo aver attaccato Trump per mesi e mesi, dopo la sua elezione ha cambiato bruscamente rotta.

Questa situazione è all’origine della terza debolezza del giornalismo americano: l’impopolarità di giornali e giornalisti. Quando Trump twitta contro i “media disonesti” va a toccare una corda sensibile dell’opinione pubblica, che già vent’anni fa si diceva convinta che i quotidiani “drammatizzano alcune storie solo per vendere di più” (85% degli intervistati) e che “i giornalisti inventano in tutto o in parte ciò che scrivono” (66%). La diffidenza verso la grande stampa ha radici antiche nell’America rurale, quella ignorata dai cronisti, e il successo dei siti alternativi, compresi quelli che sfornano bugie a raffica, è la conseguenza di un risentimento verso i giornalisti, percepiti (non del tutto a torto) come parte dell’establishment.

Ora tutti si chiedono cosa fare, come impedire che le campagne elettorali diventino di nuovo un festival di esagerazioni e menzogne. Purtroppo non ci sono soluzioni semplici, tanto più in una società politicamente divisa e antagonista come quella americana: non saranno i ritocchi agli algoritmi di Facebook o la chiusura di una manciata di account Twitter a risolvere il problema. Chi vuole credere che Obama è nato in Kenya o che Hillary Clinton protegge un’organizzazione di pedofili continuerà a crederci, soprattutto se i rispettabili Fox News e Wall Street Journal di Rupert Murdoch continueranno a lanciare il sasso e nascondere la mano. Forse è la sinistra che dovrebbe smettere di alimentare il panico morale attorno alle fake news e reimparare a comunicare. Una difficoltà che nasce non dalla scarsità di piattaforme ma dalla povertà della sua visione del mondo.

Notizie false e inventate, campagne demenziali che spaventano i genitori che, impauriti,  sottraggono i figli alle vaccinazioni, imbroglioni che promettono cure miracolose per malattie gravissime che hanno poche speranze di guarigione, bullismo e violenza tramite i social network..
Da alcuni mesi sta crescendo un allarme sociale verso i rischi presenti nel cyberspazio che pare orientato verso un solo obiettivo: aumentare i controlli in rete, introdurre sanzioni, ecc

Per la verità non ci sarebbe bisogno di particolari norme poichè le leggi per colpire chi diffonde notizie false e allarmistiche o per contrastare campagne demenziali esistono già nel codice penale. Sarebbe necessaria una maggiore capacità d'investigazione e d'intervento degli organi di polizia  per neutralizzare molte delle nefandezze che circolano in rete.

Ciò che sconcerta invece è la totale mancanza di riflessione sul fatto che molti, troppi cittadini che frequentano la rete siano così indifesi culturalmente da bersi le panzane e le bufale che vengono loro propinate da certi siti che si sono specializzati a fare audience in questo modo. Purtroppo le persone credono in quello che vogliono sentirsi raccontare e si bevono con disinvoltura panzane mostruose.
Come si può contrastare questo inquietante inquinamento della rete costituito da notizie fasulle, panzane e bufale, campagne che fomentano odio e violenza verso le persone diverse per genere, preferenze sessuali, religione o etnia ?

E' necessario che i siti istituzionali delle Organizzazioni Sanitarie pubbliche (ASL REGIONI) , ad esempio, escano dal torpore burocratico e facciano campagne di verità scientifica per smontare le bufale sulle vaccinazioni. I media tradizionali, radio televisione, quotidiani on line possono dare un grande contributo nello smascherare i siti che pubblicano bufale e a smontare le falsità che vengono diffuse in rete. Basta con i piagnistei sul fatto che la rete " è piena di cattivi e di malvagi" , la rete è un campo di battaglia sociale ove occorre combattere per contrastare truffatori e manipolatori con l'arma della precisione scientifica, della chiarezza e della tempestività.

In rete vi sono centinaia di siti di associazioni che invece svolgono un ruolo d'informazione corretta sui grandi temi della salute, dei diritti che vanno valorizzati e indicati come riferimenti affidabili...

Infine vogliamo dire che vi è una responsabilità primaria dei cittadini ad informarsi con attenzione e cura , ad essere vigili nell'accedere alle fonti informative, ad apprendere a riconoscere le fonti affidabili da quelle tossiche. Questo compito non è delegabile a terzi, occorre che cresca una cultura dell'uso della rete più avveduto e colto che riduca il numero dei creduloni che si bevono le panzane perchè "l'ho letto su internet".

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Mercoledì 23 novembre l'Europarlamento ha adottato la risoluzione intitolata "Comunicazioni strategiche della UE come contrasto della propaganda di terze parti", in cui si traccia un parallelo tra le attività dei media russi e quelle dei terroristi del Daesh. A sostegno del documento hanno votato 304 deputati, i no sono stati 179, mentre si sono astenuti in 208.

Comunicazione strategica o pastrocchio per giustificare una politica sbagliata verso la Federazione Russa ? Nel documento di maggioranza si confondono e si mettono sullo stesso piano la Federazione Russa e il Daesh . Si richiedono norme statuali a riduzione della libertà d'espressione : le opinioni divergenti dal pensierino unico potranno essere definite "armi propagandistiche" e censurate.

Il documento sulla " Comunicazione strategica della UE " approvato dalla maggioranza rappresenta una pericolosa tendenza verso  forme di riduzione della libertà d'espressione. editor

 

 

14 ottobre 2016

PE 582.060v03-00 A8-0290/2016
Relazione sulla comunicazione strategica dell'UE per contrastare la propaganda nei suoi confronti da parte di terzi

(2016/2030(INI))

Commissione per gli affari esteri
Relatore: Anna Elżbieta Fotyga
PROPOSTA DI RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO
PARERE DI MINORANZA
PARERE della commissione per la cultura e l'istruzione
ESITO DELLA VOTAZIONE FINALEIN SEDE DI COMMISSIONE COMPETENTE PER IL MERITO

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