ARGENTINA: LE COMUNITÀ INDIGENE DENUNCIANO L’AVANZATA DELL’ESTRAZIONE DEL LITIO A JUJUY

FONTE FARN

Le comunità indigene nel bacino di Salinas Grandes e Laguna Guayatayoc denunciano l’avanzamento delle attività di estrazione del litio e la violazione dei loro diritti sanciti dalla Costituzione, Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene.

Lunedi 4 febbraio le comunità si sono svolte nel posto provincia di Agua Dulce di Jujuy, per manifestare contro il campo minerario che le aziende stanno installando Losi e Ekeko lì per iniziare a sviluppare un progetto di litio mineraria.

All’inizio della protesta, hanno dato ai responsabili dell’installazione una nota in cui chiedevano loro di cessare le attività per violare i loro diritti come comunità indigene. Inoltre, hanno inviato il governatore di Jujuy, Gerardo Morales, un’altra lettera in cui si chiedeva:

  • Il ritiro dal campo minerario;
  • L’interruzione del concorso di Jujuy Energy and Mining State Society (JEMSE) che invita a presentare progetti per lo sfruttamento del litio nelle Salinas Grandes e Laguna de Guayatayoc,
  • La firma il decreto di applicazione del protocollo di consultazione precedente Kachi Yupi: progetto che ha promesso di firmare nel 2017.

Argentina. Benetton denuncia la comunità mapuche, la polizia interviene ancora una volta con arresti e sequestro dei loro cavalli.

FONTE PAGINA12.AR.COM

 

Violento operativo de Gendarmería tras una denuncia de Benetton
En Cushamen siguen los atropellos

A seis meses de la represión que derivó en la muerte de Santiago Maldonado, efectivos de la Gendarmería ingresaron esta mañana en la comunidad mapuche. Maniataron a varios de sus miembros e incautaron los caballos, que luego se llevaron en una camioneta propiedad del empresario Luciano Benetton. Denunciaron que el operativo fue ilegal y no descartan que haya sido para “plantar pruebas”.

Integrantes de la comunidad mapuche Pu Lof en Resistencia Cushamen, en Esquel, denunciaron que esta mañana efectivos de la Gendarmería realizaron un nuevo allanamiento ordenado por la jueza Graciela Rodríguez y el fiscal Díaz Meyer tras una denuncia de la estancia Leleque, propiedad del magnate italiano Luciano Benetton. Según contaron los integrantes de la comunidad, los efectivos los maniataron con precintos durante el operativo y se llevaron incautados sus caballos, a los que subieron a una camioneta de la compañía Tierras del Sud, propiedad de Benetton. Hay una mujer herida, que debió ser trasladada al hospital. Ayer se cumplieron seis meses de la desaparición y muerte de Santiago Maldonado, víctima de la represión de la Gendarmería en esa misma comunidad.

El relato de los integrantes de la comunidad se difundió por medio de la Red de Apoyo a las Comunidades en Conflicto, donde relataron que los efectivos llegaron a la comunidad a primera hora de la mañana y “mantuvieron precintados a los miembros de la comunidad en el sector de la guardia sin dejarlos siquiera ir al baño”. Contaron que en el procedimiento los uniformados se llevaron incautados los caballos que había en la comunidad, que subieron a un camión de la compañía Tierras del Sud, propiedad de Benetton. Luego del operativo, una mujer llamada Vanesa Millañanco debió ser trasladada al hospital de Maitén y dese la comunidad sostuvieron que se desconoce cuál es su estado de salud.

“Denunciamos este nuevo atropello a Pu Lof Resistencia Cushamen como totalmente ilegal debido a que no se contó con testigos del procedimiento, es decir que las fuerzas represivas hicieron lo que quisieron durante el tiempo que estuvieron dentro de Pu Lof y no descartamos que puedan generar algún tipo de montaje para culpar a los miembros de la comunidad a través de implantar falsas pruebas”, sostuvieron desde la comunidad en el comunicado. Apuntaron también contra la ministra de Seguridad, Patricia Bullrich, como responsable de una “cacería contra el pueblo Mapuche y una campaña mediática de difamación verdaderamente sin escrúpulos”.

Google trasferisce 15,9 miliardi alle Bermude per evitare Fisco. Lo riferisce Bloomberg citando documenti regolamentari olandesi

Google ha trasferito 15,9 miliardi di euro a una società di comodo nelle Bermuda nel 2016, risparmiando così miliardi di dollari in tasse quell’anno. Lo ha riferito l’agenzia Bloomberg, citando i documenti normativi olandesi.

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Brasile, lo studio: “Cosi’ Volkswagen collaborava con la dittatura”

FONTE CONTROLACRISI.ORG
“La sussidiaria brasiliana della Volkswagen, Volkswagen do Brasil, mostrava lealta’ senza alcuna riserva verso il regime militare”: la denuncia e’ contenuta in uno studio commissionato dalla stessa casa automobilistica tedesca. “Nonostante non abbia avuto alcun ruolo nel colpo di stato che ha rovesciato il governo legittimamente eletto – si legge nel documento – la compagnia riteneva che l’istituzione di un regime dittatoriale sempre piu’ oppressivo fosse uno sviluppo inequivocabilmente positivo”.

“Volkswagen do Brasil condivideva completamente gli obbiettivi economici e di politica interna della giunta militare” ha detto Christopher Kopper, storico dell’universita’ Bielefeld che ha condotto la ricerca. “I vertici tedeschi dell’azienda a Wolfsburg erano al corrente della repressione politica e sociale messa in atto dalla dittatura militare, ma minimizzavano la cosa come una situazione
inevitabile, in pieno stile colonialista” ha continuato Kopper.

Il documento e’ stato presentato allo stabilimento di Volkswagen do Brasil di Sao Bernardo do Campo, vicino San Paolo, alla presenza del vicepresidente della Volkswagen per il sudamerica e il Brasile, Pablo Di Si, che ha dichiarato: “Non abbiamo nulla da nascondere. Abbiamo presentato lo studio al ministro della Giustizia brasiliano nella maniera piu’ trasparente possibile. Accettiamo le scoperte che sono emerse e siamo profondamente rammaricati per quanto avvenuto”.

Argentina: United Colors of Murder

 FONTE :  PRESSENZA.COM

13.12.2017 Redazione Italia

Quest’articolo è disponibile anche in: Tedesco

Argentina: United Colors of Murder

da Observatorio Argentino

In Argentina, il governo di Mauricio Macri, in combutta con i grandi gruppi petroliferi, minerari e agroindustriali, ha scatenato una violenza feroce e omicida contro le comunità indigene dell’intero paese, con la complicità del sistema giudiziario e l’appoggio dei principali gruppi di informazione. La comunità globale e le istituzioni internazionali devono agire ora prima che il massacro raggiunga proporzioni ancora maggiori.

Uno stato razzista ha bisogno di costruire un nemico violento e bestiale dalla cui eliminazione dipende il bene comune. Ciò che permetterà di vivere alla comunità, alla “gente” è la morte dell’altro — ebreo, mussulmano, indigeno- che viene così stigmatizzato: questa è la logica implacabile dei moderni razzismi. Il 25 novembre, poco prima che il summit del G20 si spostasse nella città patagonica di Bariloche, è stato assassinato con un tiro alle spalle il giovane muratore Rafael Nahuel, 22 anni, durante un’operazione della Prefettura contro la comunità mapuche Lafken Winkul, comunità che reclama i propri diritti ancestrali sui territori. L’operazione era stata decisa dal giudice federale di Bariloche, Gustavo Villanueva; allo stesso Villanueva è stata poi affidata l’inchiesta sul caso, definito di “morte sospetta”, nonostante il calibro del proiettile coincida esattamente con quello delle mitragliatrici usate dalle forze di polizia. Pochi mesi prima, durante un’altra operazione contro la comunità mapuche Lof Cushamen, coordinata dal Capo di Gabinetto del Ministero degli Interni, Pablo Noceti, dall’estanciadi Luciano Benetton -che i mapuche accusano di aver loro rubato le terre — è desaparecido il giovane Santiago Maldonado; il corpo senza vita del giovane è stato ritrovato nel fiume alcuni mesi dopo, in circostanze oscure. Nessuno dal Governo riesce a spiegare perché Maldonado, che non sapeva nuotare, si sia buttato “di propria volontà” nel fiume, proprio quando la Gendarmeria stava reprimendo la protesta. Continua a leggere “Argentina: United Colors of Murder”

Turquie : 140 travailleurs réclament leurs salaires à Zara

 

FONTE  EQUALTIMES.ORG

Depuis l’été 2016, les rendez-vous au siège du syndicat Disk Tekstil à Merter, quartier populaire d’Istanbul, sont devenus fréquents.

Filiz Tutya est assise dans le bureau du président. La cinquantaine, elle travaillait à l’usine Bravo Tekstil depuis sa création il y a six ans. 70 % des articles qu’elle confectionnait étaient destinés à la marque Zara, dont la maison-mère est le groupe Inditex. Tout se passait très bien, jusqu’au 25 juillet 2016.

« La veille, des hommes sont entrés dans l’usine. Notre patron leur devait de l’argent. Nous pensions que la situation allait s’arranger mais lorsque nous sommes venus travailler le lendemain, le bâtiment était vide et notre patron s’était enfui », se souvient l’ouvrière.

En s’enfuyant, le patron laissait alors derrière lui 140 employés à la rue.

« Il y avait des problèmes économiques », admet Azem Atmaca. Ce grand bavard travaillait en tant que machiniste depuis quatre ans. Ouvrier depuis les années 1970, il n’a jamais connu une telle situation : « Les derniers mois nous n’étions pas payés à temps, ou seulement la moitié. Mais nous pensions vraiment que la société trouverait une solution ».

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