Il drone dell’UE è un’altra minaccia per migranti e rifugiati

 

Fonte :  Human Rights Watch

La sorveglianza aerea di Frontex facilita il ritorno agli abusi in Libia

Mappa che mostra le rotte delle barche nel Mar Mediterraneo

Ricostruzione dell’intercettazione del 30 luglio 2021 facilitata dal drone Frontex. Oltre alla traccia del drone Frontex, la mappa mostra la traccia di Seabird (un aereo Sea-Watch) che ha assistito all’intercettazione. Mostra anche la nave della ONG Sea Watch 3 nelle vicinanze. Non ci sono dati di localizzazione della nave per la motovedetta della guardia costiera libica Ras Jadir o per la nave intercettata. Mappa per gentile concessione di Border Forensics.

“Non sapevamo che fossero i libici finché la barca non si è avvicinata abbastanza e abbiamo potuto vedere la bandiera. A quel punto abbiamo iniziato a urlare e piangere. Un uomo ha cercato di buttarsi in mare e abbiamo dovuto fermarlo. Abbiamo lottato il più possibile per non essere ripresi, ma non potevamo farci nulla”, ci ha detto Dawit. Era il 30 luglio 2021 e Dawit, dall’Eritrea, sua moglie e la giovane figlia stavano cercando rifugio in Europa.

Invece, erano tra le oltre 32.450 persone intercettate dalle forze libiche l’anno scorso e riportate a detenzioni arbitrarie e abusi in Libia .

Nonostante le prove schiaccianti della tortura e dello sfruttamento di migranti e rifugiati in Libia – crimini contro l’umanità , secondo le Nazioni Unite – negli ultimi anni l’Unione Europea ha sostenuto gli sforzi delle forze libiche per intercettare le barche. Ha ritirato le proprie navi e installato una rete di risorse aeree gestite da società private. Da maggio 2021, l’agenzia di frontiera dell’UE Frontex ha schierato un drone fuori Malta e i suoi schemi di volo mostrano il ruolo cruciale che svolge nel rilevamento delle barche vicino alle coste libiche. Frontex fornisce le informazioni del drone alle autorità costiere, inclusa la Libia. Continua a leggere “Il drone dell’UE è un’altra minaccia per migranti e rifugiati”

La crisi del Coronavirus e le conseguenze per le politiche europee

FONTE TRANSFORM-ITALIA.IT

Preambolo

La crisi sanitaria che il mondo sta affrontando alza il velo sui di una crisi strutturale già esistente e che il Partito della Sinistra Europea (PGE) non ha cessato di denunciare. Il Partito della Sinistra Europea si è assunto il compito di proporre un modello alternativo per questa Europa a seguito della diffusione del Covid-19. Per questo, è stata creata una piattaforma e stiamo lavorando molto attivamente per svilupparla, il più rapidamente e nel miglior modo possibile, concentrandoci non solo sulle soluzioni all’attuale crisi, ma anche in una prospettiva a lungo termine, per una trasformazione della economica in senso pubblico, sociale ed ecologico. È importante ripensare il ruolo delle istituzioni europee e globali, garantire investimenti nella direzione di un nuovo patto verde e sociale, proteggere i lavoratori e promuovere un futuro centrato sui bisogni umani e non solo sul profitto.

La situazione causata dalla pandemia di COVID-19 sta sconvolgendo tutta l’umanità. Quasi tutti i paesi hanno adottato misure drastiche per evitare la contrazione della malattia e contenere la pandemia. Tutti gli sforzi possibili devono, in effetti, essere fatti per proteggere la popolazione. Tali misure richiedono un coordinamento. Ma manca ancora un efficace coordinamento europeo da parte delle sue istituzioni, così come una risposta globale. In questo modo, i paesi più colpiti vengono lasciati a se stessi. Il rischio è quindi che il Patto di stabilità limiti la solidarietà tra i paesi di fronte alla crisi economica, portando a una dicotomia tra paesi privilegiati e paesi già colpiti dall’austerità in passato.

La diffusione del virus COVID-19 ha anche conseguenze significative per l’economia: accelera la globalizzazione neoliberista come modello egemonico della società e, quindi, il processo di ristrutturazione del capitalismo. La pandemia di coronavirus è una chiara prova del fallimento del modello economico e sociale neoliberale dominante. A causa della politica di austerità neoliberista perseguita attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici, i sistemi sanitari non sono in grado di soddisfare le esigenze della popolazione durante una pandemia.

Il Partito della Sinistra Europea chiede misure immediate per combattere le conseguenze della crisi e un cambiamento radicale della politica, aprendo una nuova strada per lo sviluppo della società, ponendo al centro le persone.

E’ necessario agire globalmente su cinque assi: tutto deve essere fatto per proteggere la popolazione. È urgente una trasformazione dell’economia in direzione pubblica, ambientale e sociale. Le istituzioni e i diritti democratici non devono essere messi a repentaglio dalle misure adottate per combattere la crisi: al contrario, in questi tempi difficili, la democrazia e i diritti civili devono essere difesi ed estesi. Non esiste altra risposta che la solidarietà internazionale di fronte alla dimensione globale della crisi: ora è il momento di una nuova iniziativa sul disarmo e di una politica di distensione.

Protezione della popolazione

Tutti gli sforzi possibili devono essere fatti per il miglior funzionamento dei sistemi sanitari. Abbiamo bisogno di risorse aggiuntive per i sistemi di sanità pubblica, nonché di una convergenza di standard in tutti i paesi in termini di personale, strutture e attrezzature negli ospedali pubblici e nei sistemi di prevenzione, nonché ‘un aumento della capacità produttiva degli strumenti di protezione della salute. È inoltre indispensabile disporre di servizi pubblici europei su tutto il continente che siano efficienti e coordinati con il resto del mondo. Chiediamo la creazione immediata di un fondo sanitario europeo finanziato tramite la BCE con titoli centenari non negoziabili sui mercati e la possibilità di ottenere più servizi pubblici abolendo il Patto di stabilità e crescita.

Sia socialmente che economicamente, le persone hanno bisogno di protezione. Migliaia di lavoratori e lavoratori sono a rischio di perdere il lavoro e il reddito, e molti li hanno già persi. Il virus colpisce i più deboli nel modo più brutale: le persone più colpite sono quelle che lavorano in condizioni precarie, mal pagate in particolare per il personale delle pulizie e coloro che fanno lavori di cura.

I governi di tutta Europa chiedono il telelavoro, ma questo non si applica a tutti, e in troppi casi è un privilegio. I lavoratori dei servizi essenziali o delle catene di produzione essenziali la cui presenza è richiesta sul posto di lavoro devono essere garantiti e protetti dalla diffusione del virus.

Chiediamo l’adozione di un piano di salvataggio economico per i lavoratori e le loro famiglie, compresi tutti i lavoratori precari, i disoccupati e privi di documenti, i migranti e i rifugiati o simili. In caso di perdita di reddito, è necessaria una compensazione finanziaria. Gli affitti e i mutui dovrebbero essere sospesi per coloro che non possono permetterseli a causa della perdita di reddito. Ci opponiamo a qualsiasi tentativo di peggiorare le condizioni di lavoro, come la sospensione dei contratti collettivi e la riduzione dei diritti dei lavoratori. I sistemi di protezione sociale, salari e pensioni dovrebbero essere adattati al massimo livello che abbiamo in Europa.

Le donne sono principalmente colpite da condizioni di lavoro precarie, in particolare babysitter, cassiere o governanti. La situazione delle donne migranti è particolarmente dura, nei campi o nei paesi in cui sono arrivate. Le donne non dovrebbero pagare il prezzo più alto per questa crisi: abbiamo bisogno di un piano concreto incentrato sulla protezione di tutte le donne (lavoratrici, disoccupate, migranti), specialmente quando sono vittime di violenza (in particolare di violenza domestica).

Ci opponiamo fermamente alla pressione esercitata dal mondo economico e industriale sui decisori affinché mettano fine alle misure di contenimento e riaprano le produzioni non essenziali senza garantire le condizioni di base della sicurezza dei lavoratori al fine di evitare l’aumento del contagio.

Abbiamo bisogno di un’azione urgente non solo per le grandi aziende, ma in particolare per le piccole e medie imprese e i lavoratori autonomi. Il sostegno finanziario per le imprese dovrebbe mirare a mantenere posti di lavoro, rispettando salari, orari e oneri Al fine di far fronte ai problemi di ridefinizione della produzione, va incoraggiata la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Recupero economico e trasformazione ecologica e sociale

Come misura immediata, abbiamo bisogno di maggiori investimenti nei servizi pubblici. Fin dall’inizio, dobbiamo porre fine alle politiche di austerità abbandonando l’intero Patto di stabilità e crescita. L’Europa deve abbandonare questo strumento, che è stato utilizzato per imporre l’austerità alla spesa pubblica, minando in tal modo l’assistenza sanitaria e altri servizi pubblici a danno delle persone che, di conseguenza, oggi soffrono nella crisi del coronavirus.

La Banca centrale europea (BCE) dovrebbe essere lo strumento per garantire oggi le enormi risorse necessarie per affrontare l’immensa emergenza sociale, economica e medica.

I soldi della BCE dovrebbero essere utilizzati per aiutare le persone a uscire dall’emergenza sanitaria e per combattere le conseguenze della crisi, non per mantenere il tasso di rendimento del capitale. La BCE deve assumersi la sua responsabilità per lo sviluppo economico e adottare tutte le misure necessarie per evitare speculazioni finanziarie. Questo è un prerequisito per garantire il coordinamento delle azioni nazionali e l’istituzione di un solido sistema di solidarietà per affrontare la crisi del coronavirus. La BCE e le banche nazionali dovrebbero essere utilizzate per aumentare la spesa per i servizi sociali e proteggere la popolazione. Inoltre la BCE deve finanziare un piano di investimenti europeo in grado di favorire l’occupazione e garantire un’evoluzione del modello ambientale e sociale della produzione e dell’economia. Abbiamo bisogno di un programma per ricostruire le capacità produttive, incluso la ricollocazione di industrie strategiche. Chiediamo un fondo di stimolo europeo, finanziato da obbligazioni emesse dal fondo stesso o dalla Banca europea per gli investimenti e acquisite dalla BCE. Allo stesso tempo, il meccanismo europeo di stabilità (MES), che rappresenta un modo inutile e dannoso di intervenire nei bilanci pubblici dei diversi paesi europei, dovrebbe essere abolito.

La Corte costituzionale tedesca ha messo in discussione le competenze della BCE e della Corte di giustizia dell’Unione europea e ignora i requisiti economici di cui abbiamo bisogno per lo sviluppo europeo. La sua decisione rappresenta per noi solo l’altra medaglia dell’austerità e del progetto neoliberista. La sua funzione è di scoraggiare ed evitare azioni di solidarietà e di minare la strada verso qualsiasi progetto di Europa sociale.

Proponiamo una moratoria generale sui debiti pubblici. I debiti detenuti dalla BCE dovrebbero essere cancellati. Inoltre, stiamo proponendo una conferenza europea sulla cancellazione della parte illegittima dei debiti pubblici e una discussione aperta sui criteri per la classificazione del debito.

Questa crisi COVID-19 mostra che il mercato non soddisfa affatto le esigenze dei cittadini. Non è nemmeno in grado di fornire il minimo necessario per la vita. Vogliamo rilanciare il ruolo pubblico, perso durante il periodo di privatizzazione, in tutti i settori: sistema creditizio, produzioni strategiche, sistema di ricerca e servizi. Abbiamo bisogno di un modello economico incentrato sul benessere pubblico e l’immenso accumulo di capitali da parte di pochi deve essere fermato. Per il maggior numero, non solo per pochi! (“Per molti, non solo per pochi!).

Il finanziamento dell’aumento della spesa sociale e gli investimenti nella riconversione del settore richiedono una politica di giustizia fiscale: chiediamo un nuovo modello di riscossione delle imposte che tassi le grandi fonti di capitale e ricchezza, sulla base criteri di progressività fiscale e che pone fine ai paradisi fiscali all’interno e all’esterno dell’UE. È necessaria una tassa su GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) e NATU (Netflix, Airbnb, Tesla, Uber).

La crisi fornisce ragioni sufficienti per mettere in discussione il nostro modello socioeconomico e cambiare radicalmente la politica. È necessario un profondo cambiamento, perché affrontiamo enormi sfide ecologiche come il cambiamento climatico, che ha gravi conseguenze sociali. Per la sinistra, il legame tra requisiti ecologici e bisogni sociali è cruciale. Abbiamo bisogno di una transizione nel settore verde. Tuttavia, abbiamo anche l’obbligo di proteggere i lavoratori e i dipendenti interessati da questo processo.

Il concetto di “giusta transizione” promosso dalla Confederazione internazionale dei sindacati ( CIS) intreccia transizione ecologica e protezione sociale. È necessaria una nuova politica industriale che includa concetti innovativi in ​​materia di energia e mobilità. Abbiamo bisogno di un piano di riconversione ambientale e sociale per l’economia che garantisca una piena e buona occupazione e protegga i diritti di tutti, a cominciare dalla parità di genere. Dal punto di vista di sinistra, una nuova politica industriale deve includere la partecipazione diretta dei lavoratori e, pertanto, andare di pari passo con la democrazia economica.

Democrazia

Il Partito della Sinistra Europea ritiene che la crisi COVID-19 possa minacciare le democrazie e il rischio che un’azione irresponsabile porti all’emergere dell’estrema destra e alla sua retorica della totale non solidarietà. Contro i tentativi di sfruttare la situazione di emergenza per limitare o sospendere i nostri diritti, Il Partito della Sinistra europea difende la democrazia e le sue istituzioni. Ad esempio, i parlamenti dovrebbero rimanere in carica e non essere sospesi, come nel caso dell’Ungheria. Sappiamo che sono necessarie misure molto severe per contenere la pandemia. Ma dobbiamo essere vigili e garantire che le restrizioni alla libertà ritenute necessarie per fermare la progressione della pandemia rimangano misure eccezionali.

Il PSE respinge anche fortemente ogni tentativo di abuso della pandemia di coronavirus per demagogia xenofoba o nazionalista.

Disarmo e pace

L’impegno incondizionato per la pace e il disarmo è uno degli elementi essenziali della politica di sinistra. Senza pace, non c’è futuro per l’umanità.

L’emergenza del coronavirus deve essere vista come un’opportunità per riportare il disarmo e la pace al centro della elaborazione politica. Le spese militari devono essere notevolmente ridotte a favore dell’assistenza sanitaria e della soddisfazione dei bisogni sociali. È tempo di prendere l’iniziativa per una nuova politica di distensione.

La manovra di guerra “Defender” fu interrotta dall’epidemia di coronavirus, ma non fu completamente cancellata. Pertanto, dobbiamo continuare e intensificare la nostra resistenza contro questi pericolosi esercizi militari. La NATO non è un’organizzazione che difende gli interessi degli europei. Con le sue attività aggressive, è un’organizzazione pericolosa. La NATO deve essere sciolta a favore di un nuovo sistema di sicurezza collettiva, che comprende anche la Russia.

Solidarietà europea e internazionale

Abbiamo bisogno di un’uscita sociale dalla crisi che vada oltre l’attuale modello di integrazione europea. Il nostro obiettivo è un’uscita sociale dalla crisi. Per fare ciò, ogni proposta deve includere diversi componenti:

– La nuova integrazione internazionale dell’Europa dovrà diversificare le sue relazioni internazionali con relazioni commerciali eque basate sul reciproco vantaggio e non sulla concorrenza a scopo di lucro.

– Sosteniamo la promozione di un processo di cooperazione paneuropea tra cui la Russia.

– Lo sviluppo di un modello di Stati socialmente avanzati caratterizzato da solidarietà e cooperazione “orizzontali”, con un programma di ricostruzione produttiva e sostenibile volto a raggiungere la sovranità alimentare attraverso un maggiore sostegno e innovazione per ‘Agricoltura.

– Sostegno all’OMS, in particolare finanziariamente, per svolgere un ruolo più efficace in tali crisi.

– La difesa delle Nazioni Unite minacciata dall’amministrazione degli Stati Uniti nell’interesse del multilateralismo.

– Non è solo un compito per l’Europa ma per il mondo intero. I paesi del sud hanno bisogno di un sostegno finanziario per proteggere le loro popolazioni e migliorare i loro sistemi sanitari.

Dobbiamo garantire che i rifugiati e i migranti siano trattati in conformità con il diritto internazionale ed europeo, che i loro diritti umani e civili siano pienamente rispettati e che la loro vita non sia minacciata dalla detenzione illegale , respingimenti, espulsioni nascoste al pubblico, o per mancanza di assistenza sanitaria, alloggio inadeguato, condizioni di vita inaccettabili, reazioni razziste e xenofobe, sfruttamenti, discorsi o atti di odio di violenza. Dobbiamo concentrarci sulla loro buona istruzione, sulle opportunità di lavoro dignitose e paritarie, sul loro sviluppo personale e sulla loro integrazione sociale.

– Avviare una risposta umanitaria alla situazione di milioni di esseri umani in tutto il mondo che devono lasciare le loro case per sfuggire alla povertà, alla fame, alle malattie e alla guerra e che ora vedranno peggiorare la loro situazione.

– Il mondo deve rimanere unito e la chiave per superare la crisi è la solidarietà internazionale. Vi è una particolare necessità di rafforzare la solidarietà con i popoli del Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina, che sono maggiormente a rischio di essere gravemente colpiti dalla pandemia di COVID-19.

– Sottolineiamo un nuovo accento da porsi sui principi culturali e fondato su valori che consentano il pieno sviluppo dell’essere umano in una società egualitaria ed ecologicamente protetta.

In questa prospettiva, il Partito della Sinistra europea invita tutte le organizzazioni delle forze progressiste, ecologiche e di sinistra, e in particolare quelle che partecipano al Forum europeo, a lavorare insieme per sviluppare una risposta progressiva comune all’attuale crisi nell’interesse delle persone.

Il mostro storico del «rovescismo» unisce il Pd e Orbán

AUTORE: Angelo D’orsi

FONTE ILMANIFESTO

La risoluzione del Parlamento europeo, fondata sulla equiparazione tra nazifascismo e comunismo, rappresenta insieme un mostro storico e una bestialità politica. Ma è anche una clamorosa conferma della superfluità “esistenziale” di questo organismo.

Se davvero si vuole una Europa unita, e se la si vuole come si dovrebbe, rifare a fundamentis, il Parlamento europeo sarà semplicemente da eliminare. Un gruppo di signori, godenti di privilegi, che hanno poco o nulla da fare nella vita, sono riusciti a formulare un testo basato su un modesto imparaticcio scolastico, senza capo né coda, un documento lunghissimo, farcito di premesse, di riferimenti interni alla legislazione eurounitaria, ma ahinoi, purtroppo, anche con una serie di ragguagli che pretendono di essere storici, ma sono un esempio di revisionismo ideologico all’ennesima potenza: insomma, il mai abbastanza vituperato «rovescismo», fase suprema del revisionismo, ed è il frutto finale di un lungo lavorio culturale, che dalle accademie è trapassato nel dibattito pubblico, tra giornalismo e politica professionistica.

Il rovescismo riesce a produrre esiti a cui il revisionismo tradizionale non ha avuto il coraggio di spingersi: questo documento è un esempio preclaro di questi esiti.

La linea di fondo, che il rovescismo ha raggiunto, e di cui in Italia abbiamo avuto numerose manifestazioni, è il rovesciamento della verità storica, sulla base di un equivoco parallelismo, che ha illustri precedenti nella filosofia politica, tra fascismo e comunismo, tra fascismo e antifascismo, tra partigiani e repubblichini (per concentrarsi sul nostro Paese): e questo sulla base della nefasta teoria delle memorie condivise, nel documento “europeo” riproposta al singolare, come fonte della “identità” del Continente, a cui l’organo legislativo di una sua parte, sebbene numerosa, pretende di sovrapporsi. L’Unione europea, sarà opportuno ricordare, non è l’Europa, e il Parlamento della Ue non esprime sentimenti, pensieri, sensibilità e, aggiungo, volontà, di alcune centinaia di milioni di cittadini e cittadine dei 27 Stati aderenti.

Ciò detto, la risoluzione, con temerario sprezzo della verità, attribuisce paritariamente la responsabilità della Seconda Guerra mondiale alla Germania nazista e alla Russia sovietica, e in particolare sarebbe la «conseguenza immediata» del Patto Ribbentrov-Molotov, e avendo sottolineato, di nuovo con un esempio di grottesca violenza alla realtà fattuale, che l’istanza unitaria nel Vecchio Continente nasce come risposta alla «tirannia nazista» e «all’espansione dei regimi totalitari e antidemocratici», si richiama alla legislazione di alcuni Paesi membri, che ha già provveduto a «vietare le ideologie comuniste e naziste», e invita gli Stati dell’Ue a prenderli ad esempio.

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Centinaia di europei, tra cui vigili del fuoco e sacerdoti, arrestati per “solidarietà” ai rifugiati: lo rivelano i dati

May Bulman, Independent – Sabato 18 Maggio 2019
– Link all’articolo originale (ENG)

Stando ad alcune ricerche, sono in netto aumento le persone incriminate per aver fornito cibo, riparo, trasporti ed altri “gesti elementari di gentilezza umana” ai richiedenti asilo in tutta Europa.

Traduzione a cura di: Giuseppina Ferrari, Alessandro De Blasio

Fonte: Meltingpot.org

Vigili del fuoco, sacerdoti e donne anziane sono tra le centinaia di europei arrestati, o indagati, per aver dimostrato “solidarietà” ai rifugiati e ai richiedenti asilo negli ultimi cinque anni. Casi del genere sono nettamente in aumento negli ultimi 18 mesi, lo dimostrano nuove ricerche.

Un database realizzato da openDemocracy, sito web su temi di attualità mondiali, rivela che 250 persone, in tutta Europa, sono state arrestate o incriminate, a vario titolo, per aver fornito cibo, riparo, trasporti e altri “gesti elementari di gentilezza umana” ai migranti.

Il numero di questi casi è aumentato notevolmente nel 2018, con oltre 100 casi registrati lo scorso anno: il doppio rispetto al 2017. Nella maggior parte dei casi del 2018, si è trattato di arresti e accuse per aver fornito cibo, trasporti o altro genere di supporti ai migranti irregolari.

Tra i casi identificati ci sono: un vigile del fuoco spagnolo che rischia fino a 30 anni di carcere per aver salvato alcuni migranti che stavano annegando in mare in Grecia, un olivicoltore francese arrestato per aver sfamato e offerto riparo ad alcuni migranti al confine con l’Italia e una donna anziana danese di 70 anni che è stata condannata, e multata, per aver offerto un passaggio a una famiglia con bambini piccoli.

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Rossana Rossanda: Macron l’americano

di Rossana Rossanda

Fonte Inchiestaonline.it

 

Diffondiamo da sbilanciamoci.info del 26 aprile 2018

Grande frastuono mediatico in Francia per la visita di Emmanuel Macron al presidente degli Stati Uniti: in questo momento, mentre scrivo, sta concludendosi con un discorso in inglese al congresso. Si sono sprecati gli abbracci, i baci e altre carinerie.

Tutti e due, il Donald e l’Emmanuel, avevano bisogno di una immagine rinfrescata; ma il bilancio politico del presidente francese appare modesto. Soprattutto sono emersi i dissensi a proposito del Medio Oriente e in particolare dell’Iran: Macron era molto più mite di quanto non sia stato il suo ospite americano, che ha addirittura alzato la voce contro i fatali persiani. “Abbiamo riempito il Medio Oriente con miliardi di dollari, senza averne nulla in cambio: adesso la musica cambia!” Macron ha cercato di rimediare la violenza di Trump, proponendo un rinnovo del contratto a suo tempo firmato da Obama, ma Trump non ha ceduto: la scadenza del vecchio contratto è il 12 del mese prossimo. In quel giorno, Trump farà sapere il suo parere.

Neanche sul problema dei dazi su acciaio e alluminio esportati dalla Francia si è lasciato commuovere, ma questo è secondario rispetto alle ambizioni di Macron di svolgere un ruolo internazionale come rappresentante degli stati europei. Effettivamente, è più lui ad aver bisogno dell’amico americano che il reciproco: Trump ha l’aria di stare benissimo anche da solo, mentre Macron si trova in una difficile situazione nel proprio paese.

Lo sciopero dei ferrovieri non declina, anche se è molto difficile da sopportare per gli utenti: anzi, i ferrovieri hanno segnato un punto rifiutandosi di continuare il dialogo fra sordi con la ministra dei trasporti Elisabeth Bornet. Hanno interrotto i rapporti con lei chiedendo di trattare direttamente col presidente del consiglio Edouard Philippe, e dopo qualche diniego, lo hanno ottenuto: l’incontro fra tutte e tre i sindacati e Philippe avrà luogo il 7 maggio. Sono in ballo non soltanto le sorti della SNCF e in particolare il suo ingente debito, ma anche lo statuto speciale dei ferrovieri, che il governo intende rinnovare: effettivamente, era diversa la condizione di lavoro quando i macchinisti dovevano riempire di carbone le locomotive in mezzo a un sudiciume e un calore asfissiante, tuttavia il pensionamento anticipato rispetto ad altre categorie e i vantaggi salariali non sono “privilegi” cui è facile rinunciare. Lo sciopero che si rinnova ogni 10 giorni e dura ogni volta 48 ore, non declina e fino ad oggi è appoggiato anche dall’opinione pubblica che continua ad amare i suoi cheminots. Non solo, ma la compagnia aerea di bandiera Air France si è aggiunta all’agitazione della SNCF, sia pure senza l’andamento a singhiozzo della mobilitazione dei ferrovieri. Anche alcune università si sono inserite nel movimento: niente però di simile alle molte rievocazioni del ’68.

In questa situazione, a Macron giova vantarsi di essere il primo rappresentante di un paese europeo che Trump ha invitato, non senza stendere il tappeto rosso e tutti gli onori del cerimoniale. Anche le due consorti Brigitte e Melania hanno fatto la loro parte: mentre gli uomini si occupavano di politica, cioè delle cose serie, esse, bianco vestite, visitavano una esposizione di Cézanne oppure (Melania) si occupavano del menu e della decorazione del tavolo serale. Naturalmente la stampa degli Stati Uniti ha dato all’evento minore rilievo di quella francese, che non ci ha risparmiato nulla dei tre giorni di visita.

Si taglia tutto, ma mai la spesa per le armi: nel 2018 aumenta del 7%

Fonte MILEX

Articolo di addioallearmi.it del 6 aprile 2018

Tagli alla sanità, ai servizi pubblici, alle pensioni. Tagli ovunque, spesso orizzontali, ignorando le necessità dei cittadini: il tutto nel sacro impegno dei risparmi per le casse dello Stato. Ma nessuno ha pensato di concentrarsi su un capitolo ricco, che non conosce crisi: le spese militari; che nel 2018 sfioreranno (salvo eventuali ritocchi al rialzo) i 25 miliardi di euro. Né tantomeno il governo Gentiloni ha previsto specifiche riduzioni di spesa per gli armamenti. Anzi, al contrario: rispetto allo scorso anno è stato messo in conto un incremento del 7%. Una questione che si pone al prossimo governo e al nuovo Parlamento, peraltro già gabbato sulle reazione per l’export delle armi made in Italy.

L‘Osservatorio Mil€x ha sintetizzato lo studio realizzato sull’ultima legislatura, in relazione alla spesa militare complessiva.

Nei cinque bilanci dello Stato 2014-2018 di diretta responsabilità di questa legislatura c’è stata una crescita di circa il 5% delle spese militari, valutate secondo la metodologia Mil€x. Si è passati da 23,6 miliardi annui ai quasi 25 miliardi appena deliberati, con una crescita avviata due anni fa dai Governi Renzi e Gentiloni che hanno deciso una risalita dell’8,6% (quasi 2 miliardi in più) rispetto al bilancio Difesa del 2015 (l’ultimo a risentire degli effetti della spending review decisa nel 2012 dal Governo Monti e applicata dal successivo Governo Letta anche al Ministero della Difesa).

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FALLIMENTO A DAVOS – R.Prodi – più disoccupazione e diseguaglianze, Eu 150mld? –

FONTE SINDACALMENTE 

Romano Prodi su Il Messaggero rifletteSul fallimento a Davos: più disoccupazione e disuguaglianza se il mondo rimane in mano ai big di Internet”. Silenzio a Davos.  L’iniquità del mercato se dilagano i big del web. Il compito che erano chiamati a svolgere a Davos i grandi della terra era quello di costruire un futuro condiviso in un mondo fratturato. Un compito nobile, la cui urgenza era sottolineata dalla contemporanea presentazione del rapporto Oxfam sulle disparità.

Rapporto in cui si legge che l’1% della popolazione mondiale controlla oltre la metà della ricchezza dell’intero pianeta e, soprattutto, che questo 1% ha incamerato l’82% della ricchezzacreata nello scorso anno. Lo stesso rapporto insiste sul fatto che a “coloro che cuciono i nostri vestiti, producono il nostro cibo quotidiano  e assemblano i nostri telefoni” è andata una parte trascurabile della ricchezza da loro stessi prodotta. (…)

Sul sito romanoprodi.it, nei giorni precedenti a Davos, è stato pubblicato un articolo in risposta all’articolo di Rita Querzè su Il Corriere della Sera del 24 gennaio 2018 in cui si legge:Oggi in Europa (a 28) si spendono 170 miliardi di euro l’ anno per tre fondamentali capitoli di spesa: educazione continua, salute e cura, alloggi con canoni accessibili. Il problema è che questi 170 miliardi non bastano a soddisfare i bisogni dei cittadini. Lo stato sociale arranca (non solo in Italia). Il risultato è che per questi tre capitoli di spesa mancano all’ appello altri 150 miliardi. Dove trovare questi soldi? …).

In allegatoIl Piano Prodi per l’investimento in infrastrutture sociali”. Alla domanda di Quarzè risponde il «Piano Prodi» per l’ investimento in infrastrutture sociali. Tutto è partito un anno fa, quando l’ Elti – l’ Associazione europea degli investitori di lungo termine di cui per l’ Italia fa parte la Cdp – ha chiesto al «professore» di presiedere una task force con un compito ambizioso: delineare i bisogni sociali insoddisfatti dell’ Europa e indicare una via per la loro soddisfazione. Ieri lo studio è stato presentato a Bruxelles. La stima dei fondi mancanti sarebbe di per sé frustrante se non venisse indicato il modo per reperire queste risorse. E la via sta nella finanza a impatto sociale. In grado di mettere insieme fondi pubblici con risorse private. Dando però a queste ultime una remunerazione di mercato proporzionata al rischio. (…)

Per più informazione aprire gli allegati.

Allegato Dimensione
fallimento_a_davos_piu_disoccupazione_e_diseguaglianze_prodi.doc 196 KB
il_piano_prodi_150_mld_per_welfare.doc 173.5 KB
 

Né generazione Erasmus, né fuga dei cervelli: cosa ci dicono le migrazioni interne in Europa?

fonte dinamopress 

Le favole sulle migrazioni interne all’Ue diffuse dalla stampa, nascondono la realtà di un fenomeno epocale: la costituzione di un mercato del lavoro europeo fatto di sfruttamento e razzializzazione contro cui si scontra il desiderio politico della fuga

Le favole sulle migrazioni interne all’Ue diffuse dalla stampa, nascondono la realtà di un fenomeno epocale: la costituzione di un mercato del lavoro europeo fatto di sfruttamento e razializzazione contro cui si scontra il desiderio politico della fuga. Nei primi anni Duemila, quando ancora i radar statistici faticavano a intercettare i partenti, si parlava dei migranti italiani come Generazione Erasmus; dopo il 2008 con la crisi strutturale del sistema universitario il tema è diventato la Fuga dei Cervelli. Siamo passati nel giro di un decennio da una visione delle migrazioni come dei brevi viaggi a scopo culturale, all’allarme generale per la perdita di un consistente numero di ricercatori e studiosi. Ancora oggi molti giornali come ad esempio “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” dedicano intere rubriche alle storie di successo dei nostri connazionali all’estero. Il messaggio, non si sa quanto volontario, è chiaro: l’Italia fa schifo, ma è solo un’eccezione perché altrove la norma è il paradiso. Una bella favoletta da raccontare a tutti i disoccupati e sotto-occupati italiani. La realtà ha tinte molto meno definite, nessuno ci sta aspettando per ricoprirci d’oro ma di sicuro chi decide di vivere nella penisola tra stipendi da fame, welfare decadente e costo della vita in aumento accetta, suo malgrado, di sacrificarsi. Continua a leggere “Né generazione Erasmus, né fuga dei cervelli: cosa ci dicono le migrazioni interne in Europa?”

Germania, l’ultima trattativa ventotto pagine prima del buio

 fonte strisciarossa.it

Ventotto pagine, buttate giù in cinque ore di negoziati tra gli sherpa. Questo, per ora, è l’esito delle difficili trattative tra il partito di Angela Merkel, la sua sorella bavarese CSU e la SPD per la formazione di un governo di grosse Koalition a Berlino. Il documento, che è stato annunciato insieme dai tre massimi capi dei partiti, la cancelliera, il cristiano-sociale Horst Seehofer e il presidente socialdemocratico nonché candidato (perdente) alla cancelleria nelle elezioni di settembre Martin Schulz, non è un programma. Il programma vero e proprio deve essere ancora negoziato e secondo le previsioni, se tutto va bene, non sarà pronto prima di marzo. Si tratta di una dichiarazione di intenti. I tre partiti hanno messo nero su bianco i punti più controversi sui quali hanno trovato un’intesa di massima. Sui dettagli, il che fare, quando e con quali strumenti legislativi, si discuterà dalla settimana entrante.

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Marsili: “DiEM25 alla prova del voto: saremo la Podemos europea”

FONTE MICROMEGA

“Non si tratta di fondare l’ennesimo partito ma di costruire ciò che ci è sempre sfuggito: una vera forza politica europea”. Lorenzo Marsili – 32enne fondatore della ong European Alternatives – ha le idee chiare per DiEM25. Le votazioni sul sito del movimento si sono appena concluse. Il 92% ha scelto di andare avanti sul cammino elettorale. Ha vinto dunque l’opzione caldeggiata insieme al frontman Yanis Varoufakis: “Vogliamo costruire un’alleanza capace di portare una lotta senza quartiere tanto contro l’establishment quanto contro la deriva nazionalista, DiEM25 è pronta per la sfida elettorale”. segue  >>> intervista a Lorenzo Marsili di Giacomo Russo Spena

I Paradise Papers sono molto più rivelatori di quanto si pensi

FONTE PRESSENZA.COM

07.11.2017 DiEM25

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

I Paradise Papers sono molto più rivelatori di quanto si pensi

Ormai nessuno resta più sorpreso dalle rivelazioni sul modo in cui le persone più ricche del mondo nascondono i loro soldi nei paradisi fiscali. Nel 2016 abbiamo visto i Panama Papers e ora ecco una nuova fuga di notizie: i Paradise Papers, che coinvolgono la Regina d’Inghilterra, il Presidente americano Donald Trump, lo Stato russo, multinazionali e personaggi famosi, mostrando anche i legami tra di loro.

Il vero scandalo, come disse Glenn Greenwald quando scoppiò il caso dei Panama Papers, è che tutte queste azioni sono legali. Non restiamo sorpresi perché conosciamo benissimo la mancanza di trasparenza dei potenti, dei ricchi e dei governi. Questa è una conseguenza diretta delle nostre democrazie sbiadite o assenti: la gente ha un potere elettorale limitato, soprattutto nell’Unione Europea.

Le rivelazioni di Snowden e i Panama e Paradise Papers ci mostrano quello contro cui ci troviamo a lottare. Mantenere scappatoie legali per questi paradisi fiscali non è solo immorale, ma offre anche un vantaggio economico a chi nasconde il suo denaro. I paradisi fiscali sono l’ennesimo esempio di un’Europa che mantiene lo status e distoglie lo sguardo mentre allo stesso permette alle élite di continuare con il loro comportamento rapace.

L’Unione Europea deve dare l’esempio ed eliminare i paradisi fiscali nei suoi territori periferici. Tutte le possibilità devono essere considerate: confisca dei beni, divieti di élite viaggio e controllo dei capitali.

I responsabili politici però non lo faranno di loro iniziativa – dobbiamo spingerli e organizzarci per rendere l’alternativa una realtà. Come DiEM25, lottiamo per un’Unione Europea giusta e democratizzata. Vogliamo coinvolgerti e sentire le tue idee, così che i prossimi Paradise Papers ci trovino più uniti!

Aris Telonis è un membro e un volontario del movimento DiEM25.

Fatti non foste a viver come bruti: la resistenza culturale di Sarajevo

 

 

 

La traduzione italiana del libro Sopravvivere a Sarajevo è finalmente acquistabile. Il 18 Ottobre la pubblicazione è stata presentata alla libreria Arcadia di Rovereto da Nicole Corritore e Marco Abram di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa (OBCT), e da Matteo Pioppi della casa editrice Bébert.

Questo libro raccoglie le testimonianze degli abitanti assediati di Sarajevo, dall’Aprile del 1992 per i successivi quattro anni. Si tratta di una collezione di idee originali per rispondere a bisogni primari, come mangiare e lavare i panni, fino alla realizzazione di concerti, installazioni artistiche e spettacoli teatrali, dando vita ad una vera e propria forma di resistenza culturale. Durante l’assedio, ad esempio, il Festival del Cinema di Sarajevo contò più di 20.000 visitatori, che uscivano di casa sotto le granate per raggiungere le sale cinematografiche.

“La guerra ha causato la morte di circa 11.500 persone a Sarajevo, tra cui più di 1.000 bambini. Nel libro si racconta quel che di “altro” è accaduto in questi anni in città” spiega Nicole Corritore, giornalista di OBCT. “In quegli anni, l’esercizio della creatività è stato estremamente importante”. “Importante quanto il pane, le medicine e l’acquaspiega Suada Kapić, autrice e curatrice di Sopravvivere a Sarajevo, nell’introduzione al libro. La Kapić è parte del collettivo di artisti bosniaci FAMA Collection, che nel 1994 divenne noto per aver realizzato la “Sarajevo Survival Guide”, una guida turistica per chi visitasse la città durante l’assedio, contenente informazioni al limite dell’assurdo, quali il costo di un taxi in centro dovendo correre sotto il tiro dei cecchini. Il materiale raccolto dal collettivo- foto, interviste audio, e molto altro- è stato riordinato nel 2012 in un museo virtuale visitabile online ed ora si concretizza in questo libro. “Sopravvivere a Sarajevo. Condizioni urbane estreme e resilienza: testimonianze di cittadini nella Sarajevo assediata (1992-1995)” è dunque l’ultimo anello di un percorso di raccolta di testimonianze lungo vent’anni.

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Bolkenstein, De Magistris a testa bassa contro la norma in una lettera all’Anci: “Restringere il campo di applicazione. Pericolo speculazione da parte delle lobbies”

Autore :fabrizio salvatori

FONTE : CONTROLACRISI.ORG

Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha inviato al Presidente dell’ANCI Antonio De Caro una nota riguardante la direttiva dell’ UE Bolkenstein. C’è molta agitazione su questa norma, che di fatto sta liberalizzando la gran parte delle attività lavorative di piccolo cabottaggio, più o meno corrispondenti al lavoro autonomo e al commercio. Nei mesi scorsi ci sono state diverse proteste da parte degli ambulanti.

Proteste che portarono il Governo Renzi a concedere una piccola proroga spostando il focus sulle amministrazioni regionali. Ora sta accadendo che ogni regione sta facendo per conto proprio, come in Liguria dove intendono salvare, tra gli altri, gli stabilimenti balneari. Le Regioni, va detto, su questo rischiano, come il caso dell’Emilia Romagna, il ricorso al Tar da parte dell’Antitrust. Il Pd, intanto, ha fatto passare alla Camera una mozione che ha l’obiettivo di “mitigare” gli effetti della direttiva europea. Cosa vorrà dire lo sanno solo loro. Cosa strana, però, Mdp no ha votato a favore mantenendo la sua linea fortemente liberalizzatrice. E’ chiaro che la lettera di De Magistris suona a questo punto come un segnale riscossa. 

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E’ uscito il numero 98 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

E’ uscito il numero 98 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n98-s.pdf

In questo numero:

28 e 30 settembre: le donne si riprendono la piazza

“Il Movimento 5 Stelle? Centrista e non estremista”
La politologa Nadia Urbinati a Lumsanews
di Christian Dalenz

La CGIL e il referendum per la “Autonomia” della Lombardia

L’apocalisse dei socialdemocratici. La Linke cresce, Berlino est è sua
di Jacopo Rosatelli

Ken Loach: «Sto con Corbyn, rifonderà la sinistra»
di Luigi Ippolito

Arnaldo Otegi: “la sinistra non può avere dubbi sul referendum catalano”
di Andrea Quaranta

Buona lettura e diffondete!

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Referendum “autonomista” in Lombardia, federalismo fiscale, regionalismo.
Milano 24 luglio 2017. Interessante seminario di Articolo 1 Lombardia con una introduzione di Onorio Rosati sull’iter del referendum, del prof. Alessandro Santoro sul cosiddetto federalismo fiscale e della prof.essa Maria Agostina Cabiddu sugli aspetti costituzionali e giuridici. Molto utile per orientarsi in vista della data del 22 ottobre quando in Lombardia e Veneto ci sarà il referendum…
http://www.puntorosso.it/seminari.html

***

EGITTO: LA STAMPA IMBAVAGLIATA, MEDIA PRIVATI SEMPRE PIÙ CONTROLLATI DALLO STATO 

 FONTE NIGRIZIA.IT

I media privati ??in Egitto sono sempre più dominati da uomini d’affari legati al governo e alle sue agenzie di intelligence. A denunciarlo è Reporters senza frontiere (Rsf), in un rapporto diffuso martedì.

“Il dominio del regime sui media continua a crescere e sta anche interessando i media pro-governativi” avverte l’organizzazione per la difesa della libertà della stampa, secondo la quale praticamente tutti i mezzi di comunicazione egiziani sono apertamente a sostegno del governo, che negli ultimi mesi ha bloccato centinaia di siti web, tra cui molti gestiti da giornalisti indipendenti e organizzazioni per i diritti umani. A partire da maggio, le autorità hanno bloccato l’accesso ad almeno 424 siti e ai portali dei servizi VPN, che consentono agli utenti di aggirare tali blocchi. Anche il sito di Reporters senza frontiere è stato bloccato a partire dalla metà di agosto.

Le autorità, inoltre, controllano il lavoro dei giornalisti criminalizzando chi denuncia “false notizie” e arrestando chi è considerato “non allineato”.
La soppressione dei media indipendenti fa parte di una più grande repressione del dissenso, lanciata dopo il golpe militare che ha rovesciato il presidente eletto, Mohamed Morsi, nel luglio 2013.

Il rapporto fa notare che la rete televisiva popolare ONTV e i giornali locali Youm al-Sabea e Sout al-Omma, sono tutti di proprietà di Ahmed Abu Hashima, un imprenditore pro-governativo. Poco dopo aver acquisito la rete nel 2016, le autorità hanno deportato Liliane Daoud, un presentatore televisivo britannico-libanese, critico nei confronti di alcune politiche governative.
Rsf cita anche i casi di Al-Asema TV, di proprietà di un ex portavoce militare, e di Al-Hayat TV, acquistata da una società di sicurezza egiziana. (News 24)

Terminal

di Alessandra Daniele

Sbaglia chi accusa Macron di scarso europeismo perché tratta l’Italia a pesci in faccia. Macron è ancora europeista, solo che non considera l’Italia parte dell’Europa, la fortezza carolingia della quale è impegnato a difendere gli interessi commerciali e coloniali.
E non è certo il solo.
“Fuori dall’Europa”. Cosa prometteranno adesso i nostri abbronzati demagoghi? Siamo già fuori dall’Europa.
Dopo più d’un ventennio di sanguinosi sacrifici, imposti sempre agli stessi lavoratori dalle stesse classi dirigenti in nome dell’europeismo, siamo fuori dall’Europa che conta qualcosa, e ci resteremo per sempre.
Allo Château Macron-Merkel serviamo ancora solo come buttafuori.
Il buttafuori che sta fuori.
Questo compito infame e meschino è l’approdo terminale della stirpe italica: stare sulla soglia del terminal a respingere quelli che i nostri padroni ritengono indegni d’essere ammessi al loro servizio.
Renzi, Salvini, Di Maio, il coro è unanime: “Anneghiamoli a casa loro“.
Siamo i nuovi Gheddafi.
Cosa ci fa credere che alla fine non subiremo la stessa sorte?
Che negando la salvezza agli altri compreremo la nostra?

Per tutta la nostra Storia, per quanto la situazione potesse sembrare disperata, ci siamo sempre illusi che all’ultimo minuto l’avremmo fatta franca. L’Arca non sarebbe partita senza di noi.
E invece sta succedendo.
Chi ci salverà stavolta, Michelangelo, Buffon, Sophia Loren, Sorrentino?
Di certo non Renzi, che non è più in grado di salvare neanche se stesso.
Come i replicanti sintetici a sviluppo accelerato di Blade Runner, il Cazzaro è invecchiato alla stessa velocità alla quale era cresciuto. Adesso è politicamente più vecchio di Berlusconi, e ogni suo tentativo di recuperare il controllo non fa altro che accelerare la decomposizione della sua leadership e del suo partito, che ogni giorno perde un brandello putrefatto.
Per citare Blade Runner: “I topi abbandonano la nave che affonda. E poi la nave affonda”.
Che fine faremo?
Se dalle prossime elezioni non uscirà una maggioranza accettabile per le élite, il paese sarà definitivamente commissariato.
L’Italia sarà divisa in una good company, che comprenderà le bellezze naturali e artistiche, e una bad company, della quale faranno parte gli italiani.
La good company sarà venduta per un euro. La bad company sarà smantellata.

Barca: “Renzi ha fallito. Il cambiamento passa per la società civile”

 FONTE MICROMEGA

Dopo aver tentato senza successo di riformare il Pd, l’ex ministro si è focalizzato sulla cittadinanza attiva: “Bisogna recuperare spazi di confronto e di democrazia nella società. Reclamarli, al limite occuparli perché è necessario l’antagonismo anche duro”. E questo weekend sarà a L’Aquila per il Festival della Partecipazione: “Solo dal basso può rinascere qualcosa ma i tempi saranno lunghi”. Pisapia? “Un progetto perdente”.

intervista a Fabrizio Barca di Giacomo Russo Spena

E’ ancora iscritto al Pd ma il suo impegno politico è altrove. “E’ la mia contraddizione personale” ammette, ridacchiando, Fabrizio Barca il quale, da mesi, trascorre il suo tempo nel capire, ed organizzare, le ragioni dell’associazionismo diffuso nel Paese. Sì, perché dopo aver fallito nel tentativo di riformare il Pd partendo dai circoli e dalla base del partito – tentativo spazzato via da Renzi e i suoi adepti – Barca intravede, adesso, nella cittadinanza attiva l’unico motore per un cambiamento possibile: “Nella società civile esiste quel giusto mix tra teoria e prassi. E da lì che può rinascere qualcosa”. Non a caso, questo weekend sarà a L’Aquila per il Festival della Partecipazione – promosso e organizzato dal 6 al 9 luglio da ActionAid, Cittadinanzattiva e Slow Food Italia – dove terrà una lectio magistralis su “Disuguaglianze: cittadini organizzati, partiti, Stato”.

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E’ uscito il numero 90 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

E’ uscito il numero 90 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n90-s.pdf

In questo numero:

Soffiano in Italia e in altri paesi dell’Europa venti e venticelli nuovi e importanti
di Luigi Vinci

Il salto del Grillo nella pancia del neofascismo europeo
di Roberto Mapelli

Articolo Uno-Mdp sbarra la strada a Renzi (e alla sua idea di fare le primarie con Pisapia)
Enrico Rossi: “L’ex premier è un piazzista”.

Salario minimo e minijob in Germania
di Toralf Pusch, Hartmut Seifert

Buona lettura e diffondete!

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Riccardo Petrella: La tragedia della lotta al terrorismo

Riccardo Petrella: La tragedia della lotta al terrorismo

 

Quanto più gli Stati, soprattutto Usa e Ue, intensificano e ampliano le proprie azioni di guerra contro il terrorismo – in particolare di matrice islamica, jihadista – all’interno dei paesi considerati i focolai principali del terrorismo globale, più si assisterà alla distruzione di vite umane, alla devastazione economica e ambientale, senza neanche riuscire ad eliminare le cause del problema. Anzi, il contrario.

La tragedia si è consumata di nuovo durante il G7 a Taormina (26 e 27 maggio) in cui l’unico risultato di cui possono rallegrarsi i capi di Stato e di governo partecipanti è la “Dichiarazione comune sulla lotta contro il terrorismo”. Cosi, la prima ministra britannica May si è scapicollata a tornare nel suo paese per vendere come un gran successo la firma della dichiarazione. Gli attentati di Manchester e le elezioni politiche di giugno dettano le priorità. Dal canto suo, il guerrafondaio presidente americano Trump, ha riportato a casa non solo quella firma, ma anche numerosi contratti di vendita di armi all’Arabia Saudita, siglati il 21 maggio, per un valore di 110 miliardi di dollari. Secondo i firmatari, le costose armi sono assolutamente necessarie per aiutare l’Arabia saudita a sconfiggere il terrorismo nella regione e difendersi dalle “minacce” dell’Iran. Va tutto bene pure per gli altri capi di Stato e primi ministri europei, membri Nato, che hanno votato il 25 maggio a Bruxelles (ivi compreso il dittatore turco) per l’entrata della Nato nella “coalizione mondiale contro Daesh”, contravvenendo alle regole dello Statuto. Quante “iniziative” militari in soli cinque giorni! Ma tutto è permesso se fatto nel nome della lotta globale al terrorismo, per la “nostra” sicurezza. Continua a leggere “Riccardo Petrella: La tragedia della lotta al terrorismo”

LE CONDIZIONI DEL LAVORO NELLE CATENE EUROPEE DI PRODUZIONE. IL CASO DELL’AUTOMOTIVE

Tansform Europa, Punto Rosso, Fondazione C. Sabattini e Fiom Lombardia
organizzano

LE CONDIZIONI DEL LAVORO NELLE CATENE EUROPEE DI PRODUZIONE.
IL CASO DELL’AUTOMOTIVE

Milano Venerdì 9 giugno ore 9,30 – 14
CGIL Lombardia, via Palmanova 22 (MM2 Udine)

Saluti: Aimilia Koukouma (Transform Europa), Alessandro Pagano (FIOM Lombardia), CGIL Lombardia

Introduzione: Matteo Gaddi (Punto Rosso/Fondazione Claudio Sabattini)

Intervengono:

Michele De Palma (Responsabile Nazionale Automotive FIOM)

Delegati di fabbriche automotive del territorio

Romain Descottes (CGT Francia)

Carlos Chicano Sanchez (CC.OO. Catalogna)

Stratos Kapetanios (Sindacato dell’Acciaio Grecia)

Krzysztof Laszczak (OPZZ Polonia)

Roland Kulke (Fondazione Rosa Luxemburg Germania)

Tibor Mesman (Magyar Szakszervezetek Orszagos Szovetsege Ungheria)

Conclusioni: Francesco Garibaldo (Direttore Fondazione Claudio Sabattini)

Lingue: Italiano – Inglese (traduzione simultanea)
info@puntorosso.itwww@puntorosso.it

Grecia, la battaglia sul debito

L’accordo tecnico raggiunto tra il govero greco e i creditori il 2 maggio porta a compimento il processo di accordo politico intrapreso dal premier Alexis Tsipras fin dal vertice di Malta

L’accordo tecnico raggiunto tra il govero greco e i creditori il 2 maggio porta a compimento il processo di accordo politico intrapreso dal premier Alexis Tsipras fin dal vertice di Malta: usando la consueta strategia di rifiutare sempre ogni concezione “tecnica” e “puramente economica” delle strategia imposta al paese, Tsipras aveva sollecitato la cancelliera Merkel e i massimi responsabili dell’UE a mettere freno al pericoloso gioco che portava avanti il FMI con la complicità del ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schauble. Il risultato è stato un compromesso, doloroso per Atene, ma necessario per portare avanti lo scottante problema del debito.

Si può dare per scontata la conclusione favorevole della seconda valutazione, che era in sospeso fin dalla fine di novembre, alla prossima riunione dell’Eurogruppo. Obiettivo importante per Atene, non tanto per la tranche di quasi 8 miliardi che saranno versati per il pagamento di varie scadenze del debito. L’importanza consiste nel fatto che la Grecia può ragionevolente sperare di potere oramai entrare nel programma Quantitative Easing della BCE.

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Macron-Le Pen, non votare il male minore è una scelta assurda e tragica

Riprendiamo integralmente dal sito www.micromega.net”,  © Paolo Flores d’Arcais

di Paolo Flores d’Arcais

Il 25 aprile, festa nazionale perché festa della Liberazione, cioè della vittoriosa insurrezione antifascista, la testata on line dell’Espresso ha pubblicato una intervista all’economista di sinistra Emiliano Brancaccio (realizzata da Giacomo Russo Spena), il cui titolo, perfettamente perspicuo, recitava: “Perché io, di sinistra, non voterei Macron per fermare Le Pen”.

L’intervista era in realtà stata proposta a MicroMega, cui Brancaccio collabora (un suo saggio uscirà sul prossimo “Almanacco di economia” a metà giugno), e di cui Giacomo Russo Spena è anzi una colonna. Ma ho deciso di rifiutarla, proprio per non dare spazio a una tesi che ritengo logicamente assurda e politicamente tragica (nel senso attivo di foriera di tragedie).

Credo che di fronte al dilemma tra un banchiere liberista (espressione dunque del capitale finanziario internazionale, che ormai è mera speculazione selvaggia e produzione di azzardi tossici, responsabile della crisi in cui il mondo è avvitato,) e un politico fascista, la scelta dovrebbe scattare automatica, istintiva, addirittura pavloviana: si vota il banchiere, benché sia voto orripilante, perché il fascismo resta il male assoluto. Questa consapevolezza dovrebbe essere una sorta di anticorpo, di difesa immunitaria, presente come incancellabile DNA nell’organismo neuronal-ormonale di ogni democratico.

Una difesa immunitaria che invece sta rovinosamente venendo meno, e nelle giovani generazioni sembra ancor più che nelle altre, benché il fenomeno sia ormai generale. Il fascismo è visto solo come un male tra gli altri, una forma di sfruttamento tra le altre, per cui tra due mali diventa possibile e anzi auspicabile e perfino doveroso e infine gioioso (così un intellettuale della sinistra francese) astenersi.

L’argomentazione di Brancaccio (l’intervista ha avuto sul web una eco enorme, è stata ripresa da “Mediapart”, continua a circolare, e del resto è in sintonia con lo sciagurato ponziopilatismo di Melanchon) in sostanza è la seguente: la politica finanziaria iperliberista è la causa del lepenismo, dunque sarebbe assurdo immaginare di combattere l’effetto sostenendo la politica che l’ha causato.

L’argomento ha fatto presa, sembra accattivante, come del resto tutte le più efficaci fallacie logiche. Perché di violazione della logica innanzitutto si tratta.

La politica finanziaria (ma anche economica in tutti i suoi aspetti) liberista, infatti, non è la causa del lepenismo, è la responsabile della crisi economica, della mostruosa hybris di diseguaglianza che avvilisce e mina la democrazia in Europa e negli Usa, della crescente e giusta rabbia di masse popolari sempre più vaste, del loro anelito sacrosanto e razionale a punire gli establishment. Il lepenismo è solo una delle risposte a questa situazione. La politica di Sanders, di Podemos, e altre che potranno nascere, costituiscono altrettante risposte possibili alla mostruosità sociale e all’inefficienza economica che il liberismo sempre più selvaggio (ma egemone ahimè da tre decenni e mezzo) incuba e produce.

Insomma, il liberismo finanziario sfrenato, di cui Macron è grand commis, non produce una risposta politica (il lepenismo), produce una catastrofe sociale, il cui esito politico dipende dalla capacità delle culture, dei cittadini, e soprattutto delle elités politiche, che quel liberismo combattono.

Se la conseguenza del liberismo fosse il lepenismo, se il rapporto fosse di causa-effetto, vorrebbe solo dire che ogni agire a sinistra (non le “sinistre” di establishment, sia chiaro, che sinistre non sono e almeno dai tempi di Blair sono solo un’altra forma di destra), ogni impegno per giustizia-e-libertà è mera velleità, è un inconcludente e patetico agitarsi. Che insomma siamo davvero alla famosa fine della storia: hybris liberista o fascismo, il destino è ormai unico e in atto.

La domanda che a sinistra (la sinistra della società civile e della coerenza e intransigenza) ci si deve porre è perciò: la lotta per una crescente giustizia-e-libertà, dove diritti sociali e diritti civili vanno di pari passo inestricabilmente intrecciati, è più difficile se Presidente diventa un fascista o se vince un banchiere liberista? Quale delle due prospettive minaccia costi umani più grandi, sofferenze, sacrifici, per i cittadini e la lotta giustizia-e-libertà?

Qualcuno proclamerà che comunque anche un Presidente fascista non significherà il fascismo … che le istituzioni in Francia sono troppo solide … Vogliamo fare l’elenco di quanti in Italia mentre emergeva Mussolini, in Germania mentre crescevano i consensi per Hitler, hanno avanzato analoghi ragionamenti? Naturalmente è vero che la storia non si ripete mai tale e quale, ma che la prima volta sia tragedia e la seconda farsa è una generalizzazione di Karl Marx tanto brillante sul piano retorico quanto calamitosamente infondata.

Sia chiaro, che personaggi come Macron risultino a un cittadino di sinistra (ma direi a ogni cittadino coerentemente democratico) detestabili financo antropologicamente, è alquanto ovvio. Sarebbe anzi anormale, e segno di insensibilità etica e cecità politica, se non fosse questa la reazione standard, giustificatissima sul piano emotivo e addirittura ancor più sul piano razionale. Ma trarne l’equivalenza con il fascismo sarebbe razionalmente buio ed emotivamente misero. Vorrebbe dire, oltretutto, disconoscere il fondamento delle democrazie europee (di quel che ancora ne resta), la loro Grundnorm, che come insegnava Kelsen regge tutto l’edificio normativo ma non può essere a sua volta una norma, bensì un fatto storico. Quella Grundnorm è la Resistenza antifascista, che vieta di equiparare anche il più reazionario e detestabile dei politici al politico fascista.

(4 maggio 2017)

Workers Memorial Day – Remembering the dead and fighting for the living

28 Apr 2017, By

 

 

Every year more people are killed at work than in wars. Most don’t die in tragic “accidents”. They die because an employer decided their safety or health just wasn’t that important a priority. The total number of people whose lives are cut short because of an illness or injury that results from work is over 20,000. Most are cancers and lung diseases. Workers’ Memorial Day commemorates those workers.

Workers’ Memorial Day is held on 28 April every year. All over the world workers and their representatives conduct events, demonstrations, vigils and a whole host of other activities to mark the day, which is intended to serve as a rallying cry to “remember the dead, but fight for the living”.

This year International Workers Memorial Day will have the theme “Good health and safety for all workers whoever they are” and will focus on inequalities in occupational health and the role unions play in narrowing the inequalities gap.

This fits in well with what is happening in the UK with the rise of precarious and vulnerable employment, bogus self-employment and the growth of the GIG economy. All of these have the effect of depriving workers of their right to a safe workplace as employers deny responsibility for those who work for them or who operate “under the radar” of the diminishing number of health and safety inspectors and other regulators.

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I banchieri, i fascisti e la società dei due terzi che diventa di uno soltanto di Alfredo Morganti – 26 aprile 2017

FONTE : ATLANTIDE.ORG

Pubblicato il 28 aprile 2017 | di Alfredo Morganti

I banchieri, i fascisti e la società dei due terzi che diventa di uno soltanto

di Alfredo Morganti – 26 aprile 2017

Hanno già pronto il capro espiatorio, tanto per portarsi avanti col lavoro. Nel caso, improbabile, che la Le Pen prevalga, la colpa si riverserà su Mélenchon, che non avrebbe fornito indicazioni di voto per il secondo turno delle presidenziali. Copione facilissimo, quasi banale. Titolo del film: colpa della solita vecchia sinistra. Dopo di che andate a vedere come stanno davvero le cose. Secondo il politologo Henri Vernet (Repubblica di oggi) “molti elettori di Mélenchon provengono dal Front National. Sono quegli ex comunisti che avevano virato nel tempo verso l’estrema destra e che il candidato gauchiste ha saputo sedurre”, sottraendoli di fatto a Le Pen.

La verità è esattamente l’opposto, quindi. Senza l’azione di Mélenchon oggi la destra sarebbe più forte, senza questa sottrazione di consensi a sinistra adesso guiderebbe il primo turno, con effetti psicologici rilevantissimi sulla sfida finale. Certo, i sondaggi dicono che un terzo di elettorato gauchista è pronto a sostenere Le Pen, perché non vuole banchieri (il nuovo!) al potere, ma questa è un’altra storia, o almeno sempre la stessa: in assenza di un argine credibile a sinistra, molti ceti popolari sono suggestionati dalle sirene di destra e dal programma sociale della candidata del Front National.

Qual è la lezione? Che ci sono forze politiche che svolgono compiti essenziali, come quelli di filtrare e trattenere il consenso e la ribellione antisistema che altrimenti si radicalizzerebbe a destra, e così di tenere fuori i ceti popolari dal fronte fascista o razzista, impedendo che si sviluppi una saldatura completa tra popolo e radicalismo anche violento e antidemocratico. È una funzione che in Italia svolge ancora Grillo, per dire, ma che in Francia è compito soprattutto della sinistra radicale. Una funzione ben svolta peraltro da Mélenchon, il cui risultato è stato davvero eccellente. In virtù della semplificazione indotta dal ballottaggio a due, adesso quei voti ritornano però a ‘ballare’, e riconfluiranno in parte verso la Le Pen. D’altra parte di tratta di un sistema, quello del ballottaggio personalistico, che costringe a scegliere il meno peggio oppure richiede voto ‘utile’, spingendo con ciò alla radicalizzazione a destra anche del voto che tale non è.

Più in generale la grande complessità, il grande disagio, la società del due terzi che diventa società di un terzo soltanto, invocando il maggioritario per garantire la ‘governabilità’ con una scelta secca, di spirito comunque plebiscitario, toglie di fatto rappresentanza a vasti certi popolari, li costringe a una modalità di voto che, quando la crisi morde, spinge all’astensionismo oppure al voto rabbioso, antisistema, di destra. La crisi di rappresentanza è frutto di un sistema che ‘sfronda’ il consenso, lo taglia con l’accetta, lo bipolarizza a forza, sperando che ciò basti a far vincere i ‘banchieri’, ottenendo spesso, invece, l’effetto contrario, con i violenti, gli xenofobi, i razzisti, i nazionalisti a prevalere. In un gioco delle parti, sempre più scoperto, che inorridisce.

Nella crisi di rappresentanza casca l’asino della politica

fonte  NUOVATLANTIDE.ORG  che ringraziamo

di Alfredo Morganti – 25 aprile 2017

Il suo ghostwriter ha 27 anni. Il suo stratega 29. Il coordinatore della sua campagna appena 24. Macron è l’uomo nuovo, ed è al vertice di una cordata di collaboratori nemmeno trentenni. È bene, è male? Dite voi. Va pure detto che è un uomo senza partito, o almeno con un partito personalissimo, praticamente cucito indosso. Ha un programma molto vasto, di cui si tratterà di capire le priorità, come ha già evidenziato D’Alema. Mettere in un calderone tutto, anche cose buone, non vuol dire nulla, bisogna vedere da dove si parte. Al primo turno ha raccolto meno di un quarto dei voti. Secondo Marc Lazar, si è già trattato di voto utile, prodotto nel timore che la sua avversaria potesse prevalere da subito, anche al primo turno. Pare che sia stato votato in massima parte per il programma, a differenza degli elettori di Le Pen, che hanno scelto lei con convinzione. Macron prende voti nelle grandi città, nei territori più prosperi e coesi, tra le professioni e le eccellenze. Il suo elettorato è soprattutto di centrosinistra, ma, dice sempre Lazar, dovrà cercare voti a destra al secondo turno. Le Pen, al contrario, prende voti nei ceti popolari, nella Francia dove la crisi morde di più, nei territori più svantaggiati. Mélenchon invece ha sfondato tra i giovani di 18-24 anni, dove è stato primo. Se questa è la geografia del voto, donde tanto ottimismo?

Tant’è che lo stesso Lazar oggi su ‘Repubblica’ avanza qualche dubbio, e a ragione. Non c’entrano il fascismo e l’antifascismo, o almeno non bastano a spiegare la fenomenologia possibile del voto. Le ragioni sono altre, sociali, legate alla crisi, alle divaricazioni sociali, territoriali, al disagio diffuso, alla provincia che guarda in cagnesco i ceti urbani. Insomma, nessuno si porta da casa nulla, tanto più in una situazione di tale marasma politico. Ripetiamolo: i partiti politici cosiddetti tradizionali (ma io direi i partiti politici tout court) in Francia non sono andati al ballottaggio. Si parla esplicitamente di populismo vs europeismo-globalizzazione, non più di destra vs sinistra. E se c’era nel mondo politico un elemento di effettiva stabilità erano proprio i partiti politici e la divisione tra una destra e una sinistra ad assicurarla in massima parte. Non la legge elettorale garantiva maggioranze, ma parlamenti rappresentativi e ben funzionanti. La connessione tra istituzioni e popolo, non altro, contrastava il dissesto politico.

A forza di sparare su tutti questi elementi, nell’unico intento di offrire la strada spianata al neoliberismo e a una società individualizzata e mediatizzata, oggi la concreta rappresentanza politica e la stabilità che ne conseguiva non esistono più. È una società peggiore e meno coesa quella che abbiamo davanti. La politica non fa più 2+2: ci sono gli algoritmi più astrusi a governare il nostro destino di utenti e consumatori. E allora ditemi come potrebbe Macron dormire tra due guanciali? E come fanno a Bruxelles a sentirsi tanto sereni? Ma il punto è un altro: come potrà Macron presiedere il Paese, nel caso, con questa risicata minoranza elettorale e sociale dalla sua parte? Ed è proprio qui, nella debolezza del maggioritario in tempi di crisi come questi, nella mancanza di rappresentanza e legittimazione, e nella sciocca idea della governabilità, che casca l’asino della politica.

#Io sto con Gabriele. Libertà per il giornalista arrestato in Turchia

di Anna Polo

fonte PRESSENZA.COM

Organizzato in due giorni dal gruppo “Io sto con la sposa”, spostato all’ultimo momento da Piazza Scala a Largo Cairoli, il presidio milanese per la liberazione del documentarista Gabriele del Grande, attualmente in isolamento nel centro di identificazione ed espulsione di Mugla, in Turchia, ha attirato centinaia di persone.

Cartelli colorati posati per terra, striscioni e tanti fogli che riproducono le fattezze della gente che Gabriele ha incontrato nei suoi viaggi e di cui ha raccontato la storia, trasformando le vittime in eroi, esaltandone la bellezza, la forza e la determinazione.

Uno degli organizzatori, amico di Gabriele, ripercorre i giorni seguiti all’arresto al confine con la Siria, la raccomandazione di “tenere un profilo basso” e di “aspettare Pasqua e poi il referendum in Turchia”, la scoperta che Gabriele non sapeva niente dell’interessamento del console italiano, che non è ancora riuscito a incontrarlo e gli interrogatori senza avvocato e senza un capo d’accusa preciso. A quel punto, racconta,  abbiamo deciso di smetterla con il profilo basso e lanciato una mobilitazione che si è diffusa in tutta l’Italia. Cita l’appello per la liberazione di Gabriele, da sottoscrivere scrivendo alla mail iostocongabrielelibero@gmail.com e la visita prevista per domani del console italiano e di un avvocato – un primo successo, ottenuto grazie alla pressione.

Parla poi la sorella della compagna di Gabriele, Alexandra, ringraziando tutti, a nome della famiglia, per la presenza e la solidarietà. Segue l’invito a sollevare i fogli con i visi disegnati e l’hashtag #Iostocongabriele e la zona pedonale si trasforma in una moltitudine di braccia alzate.

Intervengono quindi i rappresentanti delle associazioni che hanno aderito al presidio, tra cui Razzismo brutta storia, la rete Milano senza Frontiere, da anni impegnata nella denuncia delle migliaia di morti nel Mediterraneo e Amnesty International, che ricorda le gravissime violazioni della libertà di stampa in Turchia, con centinaia di giornalisti in carcere. Gli amici di Gabriele si alternano al microfono nella lettura dei suoi scritti, lucide e umane denunce delle ingiustizie di cui è stato testimone nel corso del suo instancabile lavoro di documentazione, delle leggi sbagliate che impediscono di viaggiare in aereo, con un visto e che sono responsabili di migliaia di morti ai confini europei. E’ tempo di disobbedire, di ribellarsi, di dichiarare che nessun essere umano è illegale, concludono.

Poesie e testimonianze di siriani e curdi e poi la Banda degli Ottoni, per un finale musicale che piacerebbe molto a Gabriele. In attesa di rivederlo libero, al più presto possibile.

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E’ uscito il numero 82 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

E’ uscito il numero 82 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n82-s.pdf

In questo numero:

Giorni di festa ma non per tutti. L’illusione del commercio senza limiti
di Enrico Rossi

Pensioni in Brasile
a cura di Teresa Isenburg

“Il mondo al tempo dei quanti”. Perché il futuro non è più quello di una volta
Recensione del libro di Mario Agostinelli e Debora Rizzuto di Luigi Mosca,
direttore laboratorio Fisica delle Particelle di Modane (France)

Geopolitica : le intenzioni della Serbia di acquistare S-300

Il portavoce del presidente russo Dmitry Peskov ha commentato i piani della Serbia di comprare dalla Russia i sistemi missilistici S-300; ha dichiarato che il tema della cooperazione tecnico-militare (VCO) appare nell’agenda delle comunicazioni di alto livello.

“Il tema della cooperazione tecnico-militare è legato ad una serie di questioni molto sensibili. Certamente esso si trova all’ordine del giorno nelle comunicazioni di alto livello” ha risposto Peskov alla domanda se la questione delle consegne degli S-300 sia stata discussa con il presidente serbo.

La scorsa domenica il Premier serbo Aleksandr Vucic ha dichiarato che Belgrado ha bisogno di due divisioni di sistemi missilistici antiaerei S-300 e un reggimento di comando, e il loro acquisto è in corso di valutazione con la Russia e la Bielorussia. Il presidente serbo ha personalmente parlato con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente bielorusso Alexander Lukashenko.
FONTE SPUTNIK

Commento di Editor
Inquietante questa volontà del governo serbo di acquistare missili S-300 russi. Chi sono nell’immaginario del governo serbo i nemici da cui difendersi con questo sistema d’arma ?
Sulle concrete motivazioni per un acquisto importante di un sistema d’arma così potente da un paese economicamente modesto sarebbe opportuno avere maggiori conoscenze. Cosa dice in merito  la rappresentante dell’Europa Mogherini ? La crescita delle tensioni proprio nell’area balcanica, zona faglia tra occidente e medio oriente è motivo di seria preoccupazione. 

Alcune caratteristiche di questo sistema d’arma.

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Chomsky: “Stati Uniti la più grande minaccia per la pace nel mondo, non l’Iran”

Fonte : Nuovatlantide.org

di Cristina Amoroso – 7 aprile 2017

Il mondo è concorde. Non è l’Iran la più grande minaccia per la pace nel mondo, ma gli Stati Uniti. Da tempo lo sostiene Noam Chomsky, il dissidente politico di fama mondiale, linguista, autore di un centinaio di libri, professore emerito presso il Massachusetts Institute of Technology, dove ha insegnato per più di mezzo secolo. Nel corso dei primi 75 giorni dell’Amministrazione Trump, la Casa Bianca ha imboccato più passaggi per aumentare la possibilità di una guerra degli Stati Uniti con l’Iran. Trump ha incluso il Paese del Golfo in entrambi i divieti di viaggio per i Paesi musulmani. Come candidato alla presidenza, Trump ha minacciato di smantellare l’accordo nucleare con l’Iran.

A settembre del 2015, in un discorso alla New School di New York, Noam Chomsky, spiegando il motivo per cui egli riteneva gli Stati Uniti la più grande minaccia alla pace nel mondo, parlava degli Usa come di “uno Stato canaglia, indifferente al diritto e alle convenzioni internazionali, con il diritto a ricorrere alla violenza a volontà”.  In questi giorni in uno show televisivo, Democracy Now, condotto dal giornalista Juan González, Chomsky ha ripreso il tema dei rapporti statunitensi con l’Iran, sulla questione: “Perché gli Stati Uniti insistono su come impostare le potenziali cause di guerra con l’Iran?”.

E’ una vecchia questione che va avanti da molti anni. Proprio nel corso degli anni di Obama, l’Iran è stato considerato come la più grande minaccia alla pace nel mondo. “Tutte le opzioni sono aperte”, frase di Obama, che significa, se vogliamo usare le armi nucleari, siamo in grado, a causa di questo terribile pericolo per la pace. I motivi di preoccupazione vengono articolati molto chiaramente e ripetutamente da alti funzionari e dai commentatori negli Stati Uniti.

Ma esiste un mondo là fuori che ha le sue opinioni, che sono facilmente rintracciabili da fonti standard, come la principale agenzia di sondaggi statunitense; la Gallup che raccoglie sondaggi regolari di opinioni internazionali. Alla domanda: quale Paese pensi sia la più grave minaccia per la pace nel mondo? La risposta è inequivocabile: gli Stati Uniti con un margine enorme, rispetto agli altri Paesi. Molto distanziato il Pakistan, gonfiato sicuramente dal voto indiano. Ancora più distanziato l’Iran, appena accennato. Questa è una di quelle cose che non vanno dette, infatti i risultati che si trovano nella principale agenzia di sondaggi statunitense, non vengono riportati in quella che chiamiamo stampa libera.

Allora, perché l’Iran viene considerato la più grande minaccia alla pace nel mondo?

La risposta ci viene – afferma Chomsky – da una fonte autorevole di un paio di anni fa, la comunità di intelligence che fornisce valutazioni periodiche al Congresso sulla situazione strategica globale. Al centro del loro rapporto, naturalmente, c’è sempre l’Iran con relazioni abbastanza coerenti. Riferiscono che Teheran ha spese militari molto basse, anche per gli standard della regione, molto più basse dell’Arabia Saudita, di Israele e di altri Paesi. La sua strategia è di difesa. Vogliono scoraggiare gli attacchi abbastanza a lungo, perché siano trattati dalla diplomazia. La conclusione dell’intelligence, che è di un paio di anni fa, é la seguente: “Se si stanno sviluppando armi nucleari, che noi non conosciamo, sarebbero parte della loro strategia di dissuasione”.

Ora, quale è il motivo per cui gli Stati Uniti e Israele sono ancora più preoccupati per un deterrente?

Chi è preoccupato per un deterrente? Coloro che vogliono usare la forza. Coloro che vogliono essere liberi di usare la forza sono profondamente preoccupati per un potenziale deterrente. Quindi, “Sì, l’Iran è la più grande minaccia alla pace nel mondo, potrebbe scoraggiare il nostro uso della forza”, conclude Chomsky.

di Cristina Amoroso

 

Turchia: chieste condanne fino a 43 anni di carcere per giornalisti e dirigenti del quotidiano ‘Cumhuriyet’, accusati di aver sostenuto Gulen e il Pkk attraverso l’uso “fazioso e strumentale della libertà di stampa”

Dopo 151 giorni di carcere preventivo, deciso sulla base dello stato di emergenza seguito al tentato golpe dello scorso luglio, la procura di Istanbul ha accusato di golpismo giornalisti e dirigenti del quotidiano Cumhuriyet e presentato la richiesta di rinvio a giudizio per 19 imputati, in testa alla lista dei quali figura l’ex direttore Can Dundar, attualmente in Germania e già in carcere tra novembre 2015 e gennaio 2016 per un’altra vicenda.

Le richieste del pubblico ministero, segnala sul suo sito la Fnsi, variano tra i 7 anni e 6 mesi e i 15 anni di reclusione per Dundar, il suo successore alla direzione del quotidiano Murat Sabuncu e i membri del consiglio direttivo Kadri Gursel, Aydin Engin, Gunseli Ozaltay e Bulent Yener, tutti accusati di far parte di un’organizzazione terroristica armata e aver fornito sostegno a organizzazioni terroristiche senza esserne membri.

SEGUE SU FONTE  PRIMA

Piigs: critica dell’economia suina

Autore: Luca Cangianti

Fonte  Carmillaonline

Veder  scorrere una bibliografia di teoria economica nei titoli di coda non è qualcosa di comune, soprattutto se il documentario cui si è assistito aggancia l’attenzione dello spettatore su un tema ritenuto per soli addetti ai lavori: l’austerità europea e i suoi effetti nefasti sulla vita quotidiana di milioni di persone. Dopo cinque anni di studio sui testi, di riprese e di lavoro in post-produzione, Piigs – Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity sarà in sala il prossimo aprile. Realizzato anche grazie a un’azione di crowdfunding, il lungometraggio è diretto da Adriano Cutraro, Federico Greco e Mirko Melchiorre, mentre la voce narrante è quella di Claudio Santamaria.1
Intervistando alcuni noti economisti, saggisti e scrittori di orientamento eterodosso (tra cui Noam Chomsky, Yanis Varoufakis, Warren Mosler ed Erri De Luca) il film decostruisce il pensiero economico dominante e le sue applicazioni incorporate nella struttura istituzionale europea. Il montaggio è incalzante con molte sottolineature ironiche, l’esposizione è fluida e divulgativa anche grazie a grafici, animazioni e a una grande quantità di materiale audiovisivo d’archivio. Piigs si concentra sulla pars destruens, cioè sulla dimostrazione che le regole dei trattati europei sul deficit, sul debito e sull’inflazione sono frutto di casualità, pressapochismo e perfino di cialtroneschi errori di calcolo su file Excel. Ciò nonostante un effetto, e non di poco conto, tali regole finiscono per produrlo: Chomsky sostiene che la struttura dell’Ue sia stata un’arma fenomenale per distruggere lo stato sociale e riaffermare il più rigido comando sul lavoro; Vladimiro Giacché aggiunge che i trattati europei hanno finito per rappresentare una costituzione parallela in contrasto con molti dei diritti sociali sanciti da quella italiana.2 Nel frattempo, a causa delle politiche economiche previste dai trattati, i “paesi maiali”, i Piigs per l’appunto (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), sono confinati in una condizione semicoloniale nei confronti delle economie centrali guidate dalla Germania, mentre aumentano disoccupazione, povertà e desertificazione industriale.

Tale versante teorico è intersecato dalla storia esemplare della cooperativa sociale Il Pungiglione e della sua combattiva presidente Claudia Bonfini. Questa organizzazione non profit si occupa di erogare servizi sociali impiegando anche persone disabili e in condizioni di disagio, ma a causa dei vincoli imposti dal patto di stabilità ha maturato un credito nei confronti degli enti locali che rischia di condurla alla chiusura. Le vicende della cooperativa, i dialoghi con un’amministrazione pubblica incapace di gestire la catastrofe umana in corso, le voci dei lavoratori rotte dalla commozione durante le assemblee, la musica e i balli di chi riscopre vita e dignità nella protesta, sono enzimi emotivi che accompagnano il ragionamento macroeconomico.
Cutraro, Greco e Melchiorre ci dimostrano che nei palazzi di vetro e acciaio a Bruxelles e a Francoforte c’è qualcuno che ci sta prendendo per i fondelli. Piigs è un dispositivo filmico fatto per scatenare il dibattito: quando in sala si accendono le luci non si torna a casa in silenzio, è impossibile non discutere, non sentirsi chiamati in causa, non arrabbiarsi, magari proprio con quei tre registi che ci sottraggono alle narrazioni consolidate, che sostengono che basterebbe uscire dall’euro e stampare moneta perché tutto andasse per il verso giusto… In verità non è questa la tesi del documentario, anche se alcuni interventi sembrano sostenerla, perché il film non ha una posizione precisa da difendere. Gli intervistati sono europeisti critici, sostenitori della necessità di uscire dall’Eurozona, liberali, keynesiani e marxisti. Sappiamo che ognuno di questi ha la sua pars construens, ma qui si tratta di smontare un dogma tossico, poi verrà il resto. Pur all’interno di quest’approccio principalmente decostruttivo è comunque innegabile che il taglio prevalente sia quello del sottoconsumismo keynesiano: lo si può vedere per esempio nel richiamo a Roosevelt omettendo di segnalare che le sue politiche di stimolo alla domanda aggregata funzionarono solo con la ripresa degli investimenti bellici e dunque con la guerra; oppure nell’affermazione che gli Usa grazie alla sovranità monetaria hanno saputo affrontare meglio la crisi rispetto ai giri di valzer fatti da una banca senza stato come quella europea e da uno stato senza moneta come quello italiano.

Infine va segnalata la scelta d’inserire nelle ultime battute del film una frase malinconica e provocatoria di Erri De Luca. Lo scrittore rivolgendosi a chi sta dietro la telecamera dice: “il problema è che siete pochi, mentre noi negli anni settanta eravamo molti“. Qui, una volta completata l’inchiesta di controinformazione, il documentario diventa autoriflessivo e s’interroga sul perché di fronte alla messa in chiaro della realtà non si scateni una reazione adeguata, non subentri la soggettività sociale e politica. Chissà che dopo realizzato un documentario originale e godibile di teoria economica gli autori di Piigs non vogliano cimentarsi anche con la sociologia della composizione di classe. Ce ne sarebbe altrettanto bisogno.

Milagro Sala e la perseverante ostilità dello Stato argentino – intervista a Paola García Rey di Amnesty International

fonte pressenza.com

Milagro Sala e la perseverante ostilità dello Stato argentino – intervista a Paola García Rey di Amnesty International

Amnesty International Argentina è stata una tra le primissime organizzazioni di Diritti Umani a interessarsi del caso di Milagro Sala e ad agire con determinazione e risolutezza per richiedere da un lato la sua immediata scarcerazione e dall’altro per denunciare la criminalizzazione della protesta e della libertà di espressione portate avanti sistematicamente dal governo di Gerardo Morales nelle provincia di Jujuy.

Contestualmente, insieme al CELS (Centro de Estudios Legales y Sociales) e a ANDHES (Abogados y Abogadas del Noroeste Argentino en Derechos Humanos y Estudios Sociales), Amnesty ha reso possibile l’internazionalizzazione della vicenda di Sala grazie alle istanze presentate alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH). La convergenza di tali forze ha così permesso che le Nazioni Unite si esprimessero molto nettamente in merito alla vicenda sollecitando lo Stato argentino all’immediata liberazione di Milagro Sala.

La sua detenzione e la grave situazione di violazione dei diritti umani diventano sempre più tristemente note su scala mondiale e permettono di tenere alta l’attenzione e la pressione sul governo di Mauricio Macri. Ma con che risultati? E quali sono le azioni e le misure prese più recentemente da Amnesty International?

Nell’intervista rilasciataci da Paola García Rey, direttrice di Protezione e Promozione dei Diritti Umani di Amnesty Argentina, abbiamo ripercorso la vicenda di Milagro e fatto un punto sulla situazione ad oggi.

Tra attese, speranze e pressioni nazionali e internazionali sia il governo di Jujuy che quello nazionale di Mauricio Macri non solo sembrano sordi e indifferenti, ma perseverano in comportamenti di ostilità nei confronti degli organismi dei diritti umani

L’intervista a Paola García Rey di Amnesty International

Sinistra italiana allo sbando totale

di Loris Campetti
Dentro il trolley, niente di nuovo. Il viaggiatore può incollarci gli adesivi più improbabili – la foto di Gramsci o la parola “compagno” o il “noi” al posto dell’”io”– ma dentro c’è sempre e solo un toscano arrogante, corpo estraneo alla tradizione democratica italiana, persino a quella poliedrica democristiana.

Matteo Renzi è ripartito con il suo trolley dal Lingotto, ex fabbrica, miracolo architettonico cantato da Le Corbusier, con la pista di prova sopra il tetto e la scala elicoidale, per più di mezzo secolo cuore della sofferenza e del riscatto operaio. Ma il Lingotto del rottamatore di valori e speranze è un altro, quello nato dopo la sua chiusura, ipermercato di merce, cultura e postmodernità, a cento metri da Eataly del suo sodale Farinetti, “maître à penser”, astro un po’ sfocato nella stagione di Masterchef. È il Lingotto-non-luogo il punto di ripartenza di un politico sconfitto che non ci sta a gettare la spugna mentre eccelle nel gettare in discarica idee, persone e democrazia.
Renzi figlio ha in mente l’uno-due, la vittoria alle primarie a tre del Pd e poi quella alle elezioni che quasi nessuno vuole più anticipare, da Gentiloni a Mattarella, da Berlusconi a molte anime del Pd. Uno-due per riprendere le due posizioni di comando che la sberla presa al referendum l’aveva costretto a lasciare. Ma Renzi non è Cincinnato e a tutto pensa tranne a darsi all’agricoltura. Renzi figlio si illudeva di liberarsi dai “gufi” con la fuoriuscita di Bersani, D’Alema, Speranza, Errani, Epifani e altri leader che si sono chiamati Dp, il palindromo del Pd, salvo poi aggiungere davanti una M proprio per non sembrare un palindromo o, peggio, la vecchia Democrazia proletaria. Invece deve fare i conti con altri oppositori, pezzi di “sinistra” interna guidati dal ministro Orlando, cavalli pazzi come il presidente della Puglia Emiliano, quello che “me ne vado, anzi resto e sbaraglio Renzi”. Non c’è pace in quel che rimane del Pd. Capire quali contenuti divida il Pd dal Mdp richiede impegno: tutti e due giurano fedeltà al governo, si scontrano più sul metodo e sulle regole interne che sulle politiche per il lavoro, fisco, ambiente, immigrazione. Un po’ più liberista chi resta di chi se ne va. Più favorevole a un’apertura a sinistra il Mdp, che pure continuerà a votare con Alfano. E di nuova legge elettorale, per la quale era stato varato il governo Gentiloni, chi ne parla più? Poi c’è l’ex sindaco Pisapia che, allontanato l’abbraccio (mortale) con Renzi si propone come mediatore e chiede come Orlando aperture a sinistra. Poi c’è Sinistra italiana che dopo aver perso un po’ di pezzi in fuga verso Renzi si interroga sul rapporto con i fuoriusciti dal Pd, ma polemizza sul sostegno al governo.
Anche Renzi padre, Tiziano per l’anagrafe e la procura, si è dovuto dimettere. Lui la sberla l’ha ricevuta non dai cittadini come il figlio ma dalla magistratura, imputato in una loffia vicenda di appalti e traffico di influenze che ha portato in galera l’imprenditore Romeo e indagato, oltre a lui stesso, Luca Lotti, ministro-portaborse di Matteo. Secondo i giudici erano in combutta tra di loro e con il gotha dei carabinieri e del Consip, la società che si occupa di tutti gli acquisti della pubblica amministrazione. Così Renzi padre si è dovuto dimettere da segretario del Pd di Rignano, ridente centro toscano e retrovia della famiglia. Per riprendersi dallo choc è tornato dalla sua amata madonna di Medjugorje: perché mai, tra le tante madonne a disposizione, avrà scelto proprio quella i cui miracoli sono contestati persino dal Vaticano, mentre nessuno mette più in dubbio i legami dei frati che la accudiscono con le peggiori correnti ustascia durante la guerra in Bosnia, traffici d’armi inclusi? Tommaso R. non si limita ai viaggi individuali, organizza pellegrinaggi. Ma questa è un’altra storia. O no?
Nei sondaggi l’implosione politica, morale e umana del Pd non premia quel che di confuso si muove a sinistra di Renzi. I ceti sociali abbandonati a sé stessi non sognano più uscite collettive dalla crisi, tentano di aggiustarsi, ognun per sé. Perciò, nonostante i suoi disastri amministrativi, a vendemmiare consensi è Grillo, vissuto come una scopa: que se vayan todos. O peggio, Salvini con il suo odio razzista in difesa del quale si è compattato l’establishment: lo si lasci parlare, ha diritto a berciare contro “negri” e napoletani “che puzzano” fomentando ultrà padani che negli stadi invocano il Vesuvio per spazzar via, con Insigne e Mertens l’intera comunità partenopea. Povero Salvini, contestato dai centri sociali strumentalizzati dal sindaco De Magistris. Renzi dal Lingotto, dopo aver deriso chi canta Bandiera rossa, si è scatenato contro uno dei migliori sindaci italiani. Il nemico non è il razzismo ma la maleducazione napoletana.

Pubblicato il 

16.03.17 ..

New White Paper Underlines Why Europe Needs To Be More Open by Vivien Schmidt and Matt Wood on 13 March 2017

 

This post originally appeared on the European Politics and Policy (LSE) blog.

 

The European Commission’s new white paper ‘On the Future of Europe’ recognises how serious the EU’s crisis of legitimacy is. Perhaps for the first time from the Commission itself, there is an acknowledgement that the Union faces a number of options for its future, not merely involving greater integration but potentially a reigning in of regulatory competences and a greater focus on areas where EU-level regulation works best. It even floats the option of a movement back to solely focusing on the single market.

While assertively neutral on five options, the paper seems to support a multi-speed approach, with more integration for member states who want it, and more opt outs for those who don’t. Our view is that this ‘differentiated’ approach is pragmatically useful, but it carries a number of risks for transparency and accountability. Better inclusion and openness for the public in EU decision-making must accompany any kind of differentiated integration, along with further democratisation, if the EU wishes to rebuild the trust and legitimacy the white paper acknowledges it has lost.

Matt Wood

Matt Wood

The ‘Democratic Deficit’ – Old Problem, Old Solution?

Discussion about the EU’s ‘democratic deficit’ has been going on for decades, so the issues the white paper brings up are not new. However, for the first time there seems to be a genuine recognition of the need for change. The Commission’s discussion paper is remarkably candid about widespread public distrust of Brussels, stating for example that “citizens’ trust in the EU has decreased in line with that for national authorities. Around a third of citizens trust the EU today, when about half of Europeans did so ten years ago.” Overcoming this trust issue will not be easy, the white paper states: “Communities are not always aware that their farm nearby, their transport network or universities are partly funded by the EU.”

At its heart, the white paper emphasises managing expectations as being critical for future success. Where the Commission builds up expectations for economic growth and cross-border harmony driven from Brussels, it makes itself vulnerable to attack. When suggesting faster and stronger integration as one option (the fifth and final), the Commission notes ‘there is the risk of alienating parts of society which feel that the EU lacks legitimacy or has taken too much power away from national authorities’. But at the other extreme, it makes clear that going back to the single market alone is not a good (second) option. Moreover, its first option, going along pretty much as it currently does, although presented very positively, is equally a non-starter, given the difficulties of reaching agreements under the current unanimity rules.

Therefore, the more nuanced approaches the Commission itself seems to favour involving ‘differentiated integration’ – contained in especially the third but also the fourth options – would be preferable. This could involve, on the one hand, some member states deepening cooperation in core policy areas while others stay on the sidelines, at least initially. Or it could mean the Union focusing on what it does well and trying to do it better, while returning other competences back to the member states.

The Appeal Of Pragmatism

Differentiated Integration at this point may be an attractive and viable option to the Commission, given that deeper integration seems to have hit a brick wall over the past five years as a result of member-state divisions over how to respond to the EU’s ‘polycrisis’. It may be the easiest way to implement a solution as well. Allowing strongly pro-European states to integrate further where possible makes good sense, in particular since different member-states may prefer to integrate more (or less) in different areas.

One significant omission from the white paper is how such differentiated integration would work within existing institutional arrangements. The original reason for harmonising policies at the EU level was to introduce clearer accountability and transparency through consistent and clear decision making routes. Allowing member states to pick and choose could damage core normative commitments to integration and fundamental rights, while at the same time it could also create even more complexity and blurred lines. Moreover, enabling member states to speed up integration in some areas, for example in fiscal policy, while permitting dis-integration in another, such as immigration policy, potentially creates new unforeseen tensions, arguably even worse than those which exist at the moment.

So how does the EU ensure accountability and transparency in a multi-speed Europe? The Commission does not address this issue, despite its statement of concern. Accountability and transparency require clear and consistent procedures with an obvious centre of authority to ensure accountability, or at least a clear ‘paper trail’ regarding who made what decision, when and with what advice.

This is an issue the EU already struggles with. As some academics describe it, the EU faces an ‘accountability overload’ of reporting and paperwork, not to mention its lack of transparency or its democratic deficit. To deal with these questions, it is also important to make certain that all member-states are sitting around the table, with a voice if not always a vote, as new policy initiatives are considered. But even this is not enough.

The Need For Openness And Inclusion

To address the problems of accountability as well as transparency, the EU needs to find ways to devise more inclusive and open processes of public engagement at the European level, providing clear links into the policy making process. In many respects, the EU is actually considered a normal and unproblematic part of people’s lives across Europe. Common standards in food, medicines, aviation safety and other areas of EU responsibility are largely supported by all relevant members of the public. The key, as the Commission itself in some ways notices, is to make a connection in terms of identity at the local level, and to provide better and clearer channels of engagement from national parliaments and local civil society.

Anyone who’s been to Brussels will tell you it is a ‘bubble’, perhaps even more so than national capitals often are. Corporate lobbyists and NGOs abound, and ‘the public’ are left out of the equation. Paradoxically, there are various ways the public can contribute in principle to EU legislation via online public consultations at various stages. Yet, these processes are already obscure and monopolised by lobbyists – the ‘expert stakeholders’ EU bodies like to talk about.

In some ways then, EU institutions are more transparent and accountable than their national counterparts. Yet, there are few channels through which these institutions speak to the public. The European Citizens’ Initiative, launched in 2012, is barely known across the continent and needs at least 1 million people to sign a petition for anything useful to happen. Where there have been successful Initiatives, these have been monopolised by lobbyists and NGOs.

The Way To Legitimacy

We recently interviewed a Dutch MEP who said that “the Commission works very well, the experts work well. But where are the public?” His off-the-cuff solution was to have the Parliament take Committees and MEPs out of Brussels and spend most of their time in local communities engaging with the public and learning about their issues and opinions. This could be facilitated through national parliaments and promoted by political parties. All very idealistic, and given recent populist developments we might be sceptical about its viability. But inclusion and openness have to start somewhere.

For decades, academics and EU politicians assumed the ‘outputs’ the Union provides – economic stability and social harmony – would be enough to secure ‘ever greater Union’. They have been proved wrong, but the solution is not to reinforce the very obscurity and complexity that fuel distrust in Brussels in the first place. While a good start, the Commission’s suggestion of more ‘differentiation’ could exacerbate rather than close the ‘expectations gap’ so long as it does not find ways to ensure greater accountability and transparency. The EU needs to find ways to be more democratic – open and inclusive – so as to allow the European public genuine participation in the process of EU decision making, as it progresses through the Commission, Parliament and Council. Internal political reform is remarkable for its absence in the white paper, but it will be crucial in any strategy to renew trust in the Union.

This post originally appeared on the European Politics and Policy (LSE) blog.

Viva il populismo di sinistra

Viva il populismo di sinistra
di
Franco Cavalli
Fonte area7.ch
Non ne posso ormai più di vedere quasi tutti i media trattare dispregiativamente di populista Sanders, Mélanchon, Podemos e simili equiparandoli a squallidi personaggi quali Trump, Le Pen o il fascistoide Orbán. Questa evidente confusione concettuale dimostra l’ignoranza abissale di questi commentatori: potremmo quindi lasciar perdere, senonché c’è il grosso pericolo che la si usi contro chiunque voglia rilanciare un vero progetto di sinistra.

Il 15 dicembre ho visto che Thomas Piketty aveva intitolato la sua colonna su Le Monde “Vive le populisme!”. Se lo fa lui, mi sono detto, perché non farlo anche io? Secondo Piketty il populismo non è nient’altro che una risposta confusa ma legittima al sentimento di abbandono delle classi popolari dei paesi sviluppati di fronte alla mondializzazione e alla crescita delle disuguaglianze. Il trionfo degli xenofobi potrà quindi essere evitato solo se gli “internazionalisti” (Sanders, Mélanchon, Iglesias etc.) sapranno trovare delle soluzioni in grado di correggere le cause del fenomeno. Sin qui Piketty. La sua critica riecheggia in fondo quella di chi pensa che il trionfo del nazi-fascismo durante la crisi degli anni 30 del secolo scorso sia stata favorita anche da una sinistra non solo divisa, ma anche poco concreta e non sufficientemente empatica.

È quindi giunto il momento di riprendere a discutere sui vari tipi di populismo, visto anche che c’è tutta una corrente filosofica (Lacau, Mouffe) che di fronte al venir meno di chiare distinzioni di classe ed in una situazione di “società liquida”, dove la contraddizione maggiore sembra sempre più essere quella tra l’élite ed il popolo, da tempo sta ispirando l’azione politica per esempio di Podemos o del movimento bolivariano in America latina. Chiaramente questo movimento non ha niente a che fare con il populismo di destra, che vede come causa di tutti i mali non il sistema capitalista ma bensì “l’inferiore” (ebreo, musulmano, rifugiato etc.) focalizzandosi quindi su un discorso puramente identitario che nella sua totale irrazionalità arriva a negare anche evidenze scientifiche: si veda per esempio cosa dice Trump della crisi climatica o dell’efficacia delle vaccinazioni. Il populismo di sinistra invece, partendo da un’analisi oggettivamente corretta, cerca di semplificarla e radicalizzarla, onde scuotere le coscienze delle persone ormai spesso anestetizzate dalla cagnara mediatica controllata dai grandi poteri economici.

Questo atteggiamento parte da precise indagini sociologiche, che hanno mostrato come di fronte alle post-verità del populismo di destra a ben poco servano le dimostrazioni dettagliate e precise del contrario, il cosiddetto fact checking. Faccio un esempio per farmi capire. Se voglio presentare un’analisi ineccepibile su come risolvere i problemi della LAMal, il mio discorso diventerà presto abbastanza incomprensibile per molte persone. Se invece mi limito a dire “se introduciamo premi proporzionali al reddito, almeno il 60% delle persone si vedranno i premi ridotti alla metà”, tutti mi capiranno. Questa mia affermazione, anche se tendenzialmente giusta, non è esattissima al centesimo. E quindi Cassis ed il Corriere del Ticino potranno accusarmi di essere populista. A quel punto, ne sarei abbastanza fiero.

Pubblicato il
22.02.17 ..
Edizione cartacea
anno XVI, n° 3 – 24 febbraio

Dopo l’Unione Europea di Franco Berardi Bifo

Fonte  effimera.org

Il filo aggrovigliato del possibile

È possibile ridurre l’infinita complessità delle forme sociali in caotica evoluzione a una tendenza centrale, a un attrattore universale del divenire del mondo? Dal punto di vista filosofico non è legittimo farlo, perché occorre mantenere ben fermo il principio di un eccesso infinito e perciò irriducibile del divenire rispetto al conosciuto.

Ma dal punto di vista dell’orientamento nel divenire sociale sì, possiamo anzi dobbiamo farlo. Un gesto interrompe il regresso ad infinitum e inaugura l’azione di cui parla Virno in E così via all’infinito.

Dobbiamo cercare un bandolo dell’intricata matassa, per sapere su quali leve agire, ammesso che siamo in tempo per farlo (e non è detto), ammesso che possediamo la potenza per farlo (e non è detto).

La celebratissima undicesima tesi su Feuerbach, il pilastro centrale della metodologia rivoluzionaria dell’ultimo secolo e mezzo forse andrebbe semplicemente rovesciata.

“Finora i filosofi hanno interpretato il mondo si tratta ora di cambiarlo.” scriveva Marx, e i filosofi dell’ultimo secolo ci hanno provato. I risultati sono catastrofici, se guardiamo al panorama del secolo ventunesimo che ormai dispiega le sue fattezze orribili, più orribili di quanto fosse lecito aspettare.

Compito dei filosofi non è cambiare il mondo, che è anche una frase del cazzo se me lo permettete, visto che il mondo cambia continuamente e non c’è bisogno né di me né di te per cambiarlo. Compito dei filosofi è interpretarlo, cioè cogliere la tendenza e soprattutto enunciare le possibilità che vi sono iscritte. È compito precipuo dei filosofi perché l’occhio dei politici non vede il possibile, attratto com’è dal probabile. E il probabile non è amico del possibile: il probabile è la Gestalt che ci permette di vedere quel che già conosciamo, e al tempo stesso ci impedisce di vedere ciò che non conosciamo eppure è lì davanti ai nostri occhi.

Cogliere il possibile, vedere dentro l’intrico del presente il filo che permette di sciogliere i nodi. Se non cogli quel filo allora i nodi si stringono, e prima o poi ti strangolano.

Abbiamo pensato che fosse più importante cambiare il mondo che interpretarlo, così che nessuno ha interpretato il groviglio che si è costituito a partire dal decennio della grande rivolta. Qualcuno sì c’ha provato, minoritario e quasi solitario. Qualcuno ha detto: il filo essenziale del groviglio presente è quello che collega il sapere la tecnologia e il lavoro.

Il filo essenziale è quello che libera il tempo dal lavoro grazie all’evoluzione del sapere applicato in forma tecnologica.

Il solo modo per evitare che il filo si aggrovigli fino a diventare un nodo inestricabile è seguire il metodo che Marx suggerisce in un altro (meno celebrato ma più attuale) testo, il Frammento sulle macchine. Trasformare la tendenza verso la riduzione del tempo di lavoro necessario in processo attivo di riduzione del tempo di lavoro a parità di ricchezza. Liberare il tempo di vita dal vincolo del salario. Scollegare la sopravvivenza dal lavoro, abbandonare la superstizione centrale dell’epoca moderna, quella che sottomette la vita al lavoro.

Nel Frammento Marx interpreta, non pretende di cambiare, vuole semplicemente indicare quello che è possibile leggendo nelle viscere del rapporto tra sapere tecnologia e tempo di lavoro. Abbiamo pensato che si potesse sfuggire alla catastrofe incaponendoci a cambiare il mondo, e dimenticando la questione centrale, l’unica capace di dirimere il groviglio.

Di fronte alla tendenza verso la riduzione del tempo di lavoro necessario, che si manifestò fin dagli anni ’80 come tendenza principale, il movimento operaio ha pensato che si trattasse di resistere. Mai parola fu più disgraziata, più perniciosa per l’intelligenza. Resistere alla tendenza e cambiare il mondo: bella coppia di scemenze.

La riscossa degli impotenti

Il movimento operaio ha difeso l’occupazione e la composizione esistente del lavoro, così che la tecnologia è apparsa come un nemico dei lavoratori, e il capitale se n’è impadronito per accrescere lo sfruttamento e per legare a un lavoro inutile i destini della società.

Tutti i governi del mondo hanno predicato la necessità di lavorare di più proprio quando era il momento di organizzare la fuoriuscita dal regime del lavoro salariato, proprio quando era il momento di trasferire il tempo umano dalla sfera della prestazione alla sfera della cura di sé.

L’effetto è stato un enorme sovraccarico di stress, e un impoverimento della società. Dato che di lavoratori non ce n’era più bisogno il lavoro si è deprezzato, costa sempre meno ed è sempre più precario e disgraziato.

I lavoratori ci hanno provato con la democrazia e con la sinistra a fermare l’offensiva liberista, ma hanno soltanto misurato l’impotenza della democrazia mentre la sinistra predicava la competizione, la privatizzazione, prometteva lavoro e procurava precarietà.

Alla fine i lavoratori si sono imbestialiti, e il risultato è la riscossa degli impotenti che sta rovesciando l’ordine liberista, la riscossa di coloro che il neoliberismo ha privato della gioia di vivere. Costretti a lavorare sempre di più, a guadagnare sempre di meno, privati del tempo per godere la vita e per conoscere la dolcezza degli altri esseri umani in condizione non competitiva, privati di accesso al sapere, costretti a rivolgersi alle agenzie mediatiche di propagazione dell’ignoranza, e infine convinti per ignoranza che il loro nemico sono quelli più impotenti di loro.

Si fermerà questa onda idiota? Non si fermerà fin quando non avrà esaurito la sua energia che proviene dall’impotenza, e dalla rabbia che nasce dall’impotenza. La classe sociale che ha portato al potere Trump per reagire alla depressione non ci guadagnerà molto. Qualcosa sì, all’inizio. Per esempio invece di assumere 2.200 lavoratori in uno stabilimento messicano la Ford è stata costretta ad assumerne 700 in una fabbrica sul territorio degli Stati Uniti. Bel guadagno.

Ma se gli operai internazionalisti erano capaci di solidarietà, gli impotenti non conoscono quella parola, al punto che l’hanno ribattezzata buonismo. A un certo punto coloro che hanno votato per Trump (o per i molti Trump che proliferano in Europa) si accorgeranno che il loro salario non aumenta, e che lo sfruttamento si fa più intenso. Ma allora non si ribelleranno contro il loro presidente, al contrario daranno la colpa ai messicani, oppure agli afroamericani oppure agli intellettuali del New York Times. L’onda è solo all’inizio e chi si illude di poterla contenere non ha capito bene. Quest’onda sta distruggendo tutto: la democrazia, la pace, la coscienza solidale e alla fine la sopravvivenza.

Dobbiamo sperare nella sinistra?

Ora anche coloro che hanno governato nei governi di centro-sinistra si stanno accorgendo del disastro che hanno combinato. Se ne accorgono soltanto perché l’onda li sta spazzando via.

Tutt’a un tratto, come risvegliati da un sogno, gli attori politici dei governi che hanno riformato i paesi europei secondo le linee del neoliberismo, e che hanno imposto la gabbia del Fiscal compact, scoprono il disastro e si lanciano alla rincorsa di un treno che se n’è andato da un pezzo.

Cosa possiamo aspettarci dall’evoluzione delle sinistre europee?

Un bell’articolo di Marco Revelli sul manifesto del 14 febbraio descriveva la crisi del situazione politica italiana in termini di psicopatia, o piuttosto di entropia del senso.

Il discorso di Revelli non va inteso come una metafora. La psicopatia non è una metafora, ma la descrizione scientifica dell’onda trumpista e (in maniera rovesciata) della decomposizione della sinistra.

Le zone sociali in cui Trump trionfa in Nord America sono quelle in cui la miseria psichica è più devastante. L’epidemia depressiva e il diluvio degli oppioidi, il consumo di eroina quintuplicato in un decennio, il picco di suicidi: questa è la condizione materiale della cosiddetta classe media americana, operai spremuti come limoni, disoccupati devastati dall’impotenza. Il fascismo trumpista nasce come reazione dell’inconscio maschile bianco all’impotenza sessuale e politica dell’epoca Obama.

Il presidente nero si presentò sulla scena dicendo: Yes we can. Ma l’esperienza ha mostrato che invece non possiamo più niente, neanche chiudere Guantanamo, neanche impedire agli squilibrati di comprare armi da guerra dal droghiere qui sotto, né uscire dalla guerra infinita di Bush.

La destra si alimenta di questa impotente reazione all’impotenza, la sinistra comincia a rendersi conto di quel che ha combinato, ma è troppo tardi.

O forse non è troppo tardi, semplicemente non si riesce a vedere che la soluzione del problema sta esattamente nella direzione contraria a quella che ha imposto il liberismo con l’aiuto decisivo della sinistra.

Dov’è la soluzione? La soluzione sta nel rapporto tra sapere tecnologia e lavoro, che rende il lavoro umano superfluo ma non scioglie il nodo del salario. L’aumento di produttività reso possibile dalle tecnologie da molto tempo ha avviato l’erosione del tempo di lavoro, ma ora l’inserimento dell’intelligenza artificiale nei congegni di automazione spazzerà via il lavoro di milioni di persone in ogni ambito della vita produttiva, ed è inutile opporre a questa tendenza inarrestabile la difesa del posto di lavoro. Soltanto un’offensiva culturale e politica per la riduzione del tempo di lavoro e per la rescissione del rapporto fra reddito e lavoro può sciogliere il nodo.

Non è un problema politico ma cognitivo, e psichico: si tratta propriamente di un doppio legame, o ingiunzione contraddittoria chiamala come vuoi. L’ingiunzione cui la sinistra soggiace (e che impone all’intera società) è l’obbligo sociale al lavoro dipendente, l’obbligo di scambiare tempo di vita per sopravvivere. Sciogliere questo vincolo epistemico e pratico è la premessa per dispiegare liberamente le energie cognitive verso il bene di tutti.

L’estinzione del lavoro è un processo che non si riesce ad elaborare ma si tenta di contrastare con effetti culturalmente e politicamente disastrosi.

I popoli si sentono minacciati e si convertono al nazionalismo, che si risolve in una forma semi-consapevole di suprematismo bianco.

Il precipizio europeo

Su questo sfondo la crisi europea resta come sospesa sull’orlo di un precipizio.

Le misure di austerity che dovevano stabilizzare il quadro finanziario hanno disastrato il quadro sociale fino al punto che ormai per la maggior parte della popolazione europea l’Unione Europea è diventato sinonimo di trappola. La democrazia si è mostrata impotente a contenere l’invadenza del sistema finanziario, e la frustrazione si è trasformata in un’onda torva in cui la competizione economica prende forme nazionaliste e razziste.

Sulla questione europea è mancata una strategia autonoma dei movimenti.

Nel 2005 la sinistra critica europea scelse di sostenere il “sì” al referendum sulla costituzione (ma di fatto sulla liberalizzazione del mercato del lavoro) che si tenne in Francia e in Olanda, e in questo modo consegnò al Front National lepenista la direzione della rivolta anti-finanziaria.

Da quel momento i movimenti sono stati paralizzati nell’alternativa tra globalismo liberista e nazionalismo sovranista.

Durante l’estate dell’umiliazione greca lo abbiamo visto bene: non c’è stato nessun movimento europeo, nessuna solidarietà politica col popolo greco.

I dirigenti della sinistra europea (a cominciare dall’italiano Renzi) hanno mostrato tutta la loro pochezza, ma il silenzio della società è stato ancor più agghiacciante. L’umiliazione greca (e l’auto-disprezzo che ha accompagnato da quel momento tutta la sinistra europea) ha provocato un definitivo cambiamento di percezione. Da allora il processo europeo fa paura, percepito come un predatore da cui proteggersi. La conseguenza del tutto prevedibile (anzi così prevedibile da ripetere il copione degli anni ’20 del secolo passato) è il ritorno del sovranismo nazionalista.

L’emergente nazionalismo europeo va però inserito in un contesto globale di tipo nuovo, che Sergey Lavrov ha definito post-west-order.

L’ordine occidentale (fondato sulla difesa della democrazia contro il socialismo sovietico) pare dileguarsi, ora che l’opposizione ideologica contro la Russia è sostituita da una sorta di patto suprematista bianco.

In un articolo pubblicato da The American Interest nel giugno 2016, Zbignew Brzesinski descrive il panorama dei prossimi anni secondo uno schema allarmante: Daesh potrebbe essere solo il primo segnale di una sollevazione di lungo periodo a carattere di volta in volta terrorista, nazionalista, fascista: l’inizio di una sorta di guerra civile planetaria.

I popoli devastati dalla violenza del colonialismo stanno avviando una rivolta contro la supremazia bianca.

In questo contesto la politica di Trump verso la Russia rivela un disegno strategico di tipo bianco suprematista. Trump procede in maniera contraddittoria con la Russia, ma il suo disegno strategico va in direzione dell’unità dei cristiani, dei bianchi, della razza guerriera superiore. Se c’è un filo di ragionamento nell’incubo distopico che Trump ha in mente, questo filo è il suprematismo bianco.

L’Europa è marcia ma noi facciamone un’altra

E’ probabile che questo incubo stia per inghiottire l’Europa. L’Unione europea è in agonia da tempo, presto inizierà la sua decomposizione.

Gli antidoti sembrano esauriti, e l’austerity non attenua la sua stretta.

Il nazionalismo appare come una vendetta che i popoli imbestialiti dall’impotenza hanno scatenato contro le sinistre neoliberali. E’ difficile pensare che l’onda possa fermarsi prima di avere esaurito le sue energie nella direzione che già si può intravvedere.

L’esito più probabile nel medio periodo è la guerra civile europea, nel contesto della guerra civile globale.

C’è una via d’uscita?

Solo degli idioti possono indicare la strada del ritorno alla sovranità nazionale, della moneta nazionale. E’ la ricetta che ci porterà a ripetere la guerra civile jugoslava su scala continentale.

La via d’uscita non sta certamente nelle mezze parole di autocritica mai esplicita che vengono fuori dalle bocche dei dirigenti della sinistra tedesca, francese, italiana. Né la via d’uscita sta nella promessa di un improbabile impegno per il salario di cittadinanza in un paese, la Francia, in cui i socialisti non hanno quasi alcuna possibilità di raggiungere il ballottaggio. (E nel caso che Hamon raggiungesse il ballottaggio la prima cosa che cancellerebbe dal suo programma sarebbe proprio il salario di cittadinanza).

La via d’uscita non sta nella campagna contro il Brexit che ha lanciato Tony Blair, criminale di guerra ed esecutore della devastazione neoliberista della società. In molti hanno votato Brexit proprio per odio e per vendetta contro questa sinistra. Io voterei per il Brexit, se l’alternativa è Tony Blair, e molti altri farebbero come me.

Ma allora c’è una via d’uscita dalla guerra civile europea?

La via d’uscita sta soltanto in un movimento gigantesco, in un risveglio cosciente della parte pensante della società europea. Resta soltanto la speranza che una minoranza rilevante della prima generazione connettiva trovi la strada della solidarietà e del sabotaggio. Solo l’occupazione di cento università europee, solo un’insurrezione del lavoro cognitivo potrebbe avviare una re-invenzione del progetto europeo. E’ improbabile, ma il possibile non è amico del probabile.

Occorre un movimento che prenda atto del fallimento che non è il nostro fallimento, non è il fallimento della generazione Erasmus, non è il fallimento dei lavoratori precari e cognitivi, è il fallimento della sinistra neoliberale, del ceto politico sottomesso al sistema finanziario.

Grazie a costoro l’Europa è morta, ma noi facciamone un’altra. Immediatamente, senza por tempo in mezzo, un’Europa sociale, un’Europa dell’uguaglianza e della libertà dal lavoro salariato.

* * * * *

Intervento preparato per l’Incontro Nazionale Universitario che si terrà il 12 marzo 2017 a Bologna in via Zamboni 38: È Tempo di riscatto!, organizzato da Collettivo Universitario Autonomo Bologna
Immagine in apertura: un’opera di Blu, a Melilla, in Spagna

Stubborn Germans: Stuck In Austerity/Stability by Björn Hacker and Cédric Koch on 27 February 2017

Ringraziamo la fonte SOCIALEUROPE.EU 

He did it again: German finance minister Wolfgang Schäuble repeatedly reflected on a possible Grexit in February 2017, after having raised this threat already in the negotiations on the third bailout programme in summer 2015. International observers cannot believe Germany has started playing hardball again in this delicate affair just when the European idea is on the line due to growing support for populist nationalists in upcoming elections. So why is Schäuble forcibly creating new ripples on the seemingly quiet front of the Eurocrisis?

The German majority: Advocates of a stability union

Led by the current and previous federal government under Chancellor Angela Merkel and her CDU, the advocates of a stability union for the most part favour preservation of the status quo of the EMU architecture. The fundamental reasons for the Eurozone crisis are from this angle to be blamed on the failure of the crisis states to stick to existing rules and economic policies, thereby harming their competitiveness. Accordingly, the paramount objective in combating the crisis and further developing the Eurozone has been to correct these purportedly “wrong” policies in these countries and close possible loopholes in the rules. A whole host of measures have been implemented along these lines, from the launch of national debt brakes in the guise of the fiscal compact to stipulating quasi-automatic sanctions with the reversed majority voting in the reformed Stability and Growth Pact. Additionally, structural reforms promoting competition and fiscal consolidation in the Euro Plus Pact and in the European Semester as well as the enforcement of these if necessary within the framework of credit assistance programmes have been brought on the way.

Such views have been supported by a clear majority of actors from academia and employers representatives as well reflected within a media landscape that has only sporadically ventured any critical analysis. Indeed, centre stage in the debate has been occupied by topics like the consolidation of budgets, market-friendly structural reforms and corresponding mechanisms to enforce compliance at the Eurozone level.

The minority: Supporters for expanding or rolling back the Eurozone

While supporters of a stability union blame the Eurocrisis on these failings within those states hit hardest by the crisis, the much smaller grouping of proponents of a fiscal union point the finger at fundamental flaws in the EMU design. Critical scholars, intellectuals and journals along with the trade unions have urged that EMU be buttressed by elements of cross-border liability and coordinated policies. But these voices are weak in the German debate: The contours of the camp striving for more fiscal integration, with instruments such as Eurobonds, automatic stabilisers in form of a common insurance mechanism or a fiscal capacity to curb and contain asymmetric shocks, remain pale. This can be explained by the absence of a strong political body behind these alternative proposals. In particular, the Social Democratic Party (SPD) has manoeuvred between support for Keynesian and heterodox concepts on the one hand and positions firmly ensconced in the majority opinion in favour of a stability union on the other. Overall, the SPD can be considered to nestle within the fold of the CDU’s approach, and this might change only in 2017 with Martin Schulz aiming to break the peaceful coexistence of the two biggest parties in German politics on European affairs.

In addition, there is a new group of actors with the potential for obtaining a majority that is very heterogeneous in terms of both its composition and its specific demands, which rejects both the vision of a stability union as well as a fiscal union. The demand for a reversal of currency integration is being spearheaded from two diametrically different directions: conservative-liberal critics associated with the right-wing nationalistic party Alternative für Deutschland (AfD) view any ties to purportedly crisis- and debt-ridden states as posing a serious danger to German taxpayers. In contrast, critics from the far left of the political spectrum are raising the spectre of an erosion of national welfare states and democracies due to the increasingly radical market approach of the Euro regimes. This heterogeneous camp and its growing support in the population are putting pressure on the established actors, who increasingly tend to shy away from policy proposals supporting deeper European integration.

Not sustainable: Schäuble on repeat

This constellation in the continuing political discourse, as described in more detail in a study recently published by Friedrich-Ebert-Stiftung, is why the debate on the Eurocrisis, the review of the one-sided austerity approach and possible reform options for EMU remain stuck in Germany. The stability union is supported by a solid group of actors and benefits from the relative mild impact of the crisis as perceived by the German population. As long as growth and employment in Germany remain higher than in many neighbouring states, a change in course despite a stagnating economy, deflationary threats and high levels of unemployment in many crisis countries is highly unlikely. Thus, again and again we will hear Schäuble grumbling at Eurozone countries out of line with his stability approach.

Very few factors could alter the terrain of the German debate over the future of the currency union One is the SPD’s positioning, which so far fails to shift to such an extent that it could breathe real life into a fiscal union as laid down in its party program. Another is the growing attractiveness of the camp supporting a roll-back. The sustainability of the stability-at-all-costs approach, fundamental to the beliefs of the finance minister, is an illusion. As partial stagnation in the Eurozone wears on, the question of expansion or roll-back of the currency union will clearly become ever more pressing. Forcing another Greek stand-off in the summer, with the harmful economic consequences so clearly exhibited already in 2015, will further undermine the status quo that Schäuble so desperately seeks to cement in the Eurozone.

About Björn Hacker and Cédric Koch

Dr. Björn Hacker is Professor of Economic Policy at the Berlin University of Applied Sciences (Hochschule für Technik und Wirtschaft). Cédric M. Koch works in the Department of Economics and Law at the Berlin University of Applied Sciences (Hochschule für Technik und Wirtschaft) as well as for the Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ).

I primi dieci giorni di Donald Trump

GB Zorzoli

 

donald-trumps-hairDurante le primarie repubblicane ci rassicuravano così: i discorsi sopra le righe gli servono per battere i competitors; ottenuto il risultato, modererà i toni.

Analogo ritornello nel corso delle elezioni presidenziali: dopo, dovrà fare i conti con la Realpolitik.

Adesso è la Realpolitik a dover fare i conti col presidente Donald Trump. E non solo lei. Per riuscirci, occorre però cambiare registro, lezione che i media tradizionali non hanno ancora imparato.

Giornali, radio, televisioni hanno addolcito la notizia sull’ executive order anti-migranti, accompagnandola con i servizi sulle manifestazioni di protesta. OK sul piano dell’informazione, ma – forse sono stato disattento – non è stato fatto notare che nessuna di queste iniziative si è svolta in Alabama o nell’Arkansas, cioè negli stati che hanno fatto vincere Trump. È un bene che l’America sconfitta reagisca; per fortuna c’è ancora una giudice federale a New York; fa piacere che i vertici di Google, Facebook, Netflix, Airbnb e di altre aziende digitali si siano espressi contro il blocco all’immigrazione. Tuttavia, agli occhi di chi ha votato Trump tutti costoro, come pure i media tradizionali, fanno parte dell’élite, che strilla perché alla Casa Bianca è arrivato qualcuno deciso a mantenere la promessa «America first», chiudendo le frontiere e riportando all’interno del paese la vecchia, buona industria.

Considerazioni analoghe valgono per il muro al confine col Messico o per la “Velocizzazione della valutazione ambientale e della successiva approvazione dei progetti infrastrutturali con alta priorità”, affiancata dalla revoca del blocco per i due controversi oleodotti Keystone XL e Dakota Access. Obiettivo che, tradotto dal latino in lingua volgare, significa realizzarli – con effetti positivi, seppur temporanei su economia e occupazione – fregandosene dell’ambiente e del rischio per i circa 8.000 membri della tribù Sioux di Standing Rock, derivante dal possibile inquinamento delle acque del lago Oahe, da cui dipendono anche le forniture idriche di molti altri cittadini americani.

Continua a leggere “I primi dieci giorni di Donald Trump”

L’avvento di Trump e il rischio per la democrazia nel mondo

Ringraziamo Luigi Troiani per questo articolo apparso sul Blog     Lavocedinewyork.com

Il nuovo presidente USA a parole per “gli uomini dimenticati”, nei fatti per il liberismo sfrenato di Reagan e Thatcher

Reaganomics e thatcherismo mutano il modello di società nata in Occidente nel dopoguerra per volontà anglo-americana. Sono i semi che hanno generato la folle situazione dell’economia mondiale attuale dove l’1% della popolazione mondiale detiene quasi il 55% della ricchezza. Danald Trump che modello seguirà? A parte la sua retorica, i segnali sono chiari
donald trump giuramento

Donald Trump giura sulla Costituzione degli Stati Uniti (Immagine ripresa da youtube)

di Luigi Troiani

Nel guardare come si va conformando la mappa dei governi nei paesi che contano, in attesa del responso del biennio elettorale europeo che coinvolgerà Germania, Francia, Olanda e forse Italia, ci si chiede verso quale tipo di regimi nazionali e di successive alleanze internazionali stiamo andando. e se il nuovo quadro politico mondiale potrà comportare la retrocessione delle nostre società democratiche a regimi semi-autoritari, con la fine della società “tana libera tutti” che dalle utopie del ’68 si è in qualche modo venuta affermando, non solo in occidente.

Occorre partire proprio dal termine “occidente”,  che scrivo da sempre con lettera minuscola, essendo la sua conformazione certa solo per quanto riguarda la geografia, non la politica. Pur avendo, quel termine, subito gli abusi della propaganda e delle umane presunzioni, ha tuttavia significato, nella cultura dei più, il riferimento di una civiltà, quella che parte dall’illuminismo, dal privilegio della ragione su ogni altra capacità umana, dalla liberazione degli esseri umani da poteri come le aristocrazie di ogni tipo e le superstizioni. Grazie a quelle premesse, nei secoli successivi, i paesi dove quella civiltà ha prevalso, hanno potuto avvantaggiarsi in termini di sviluppo tecnologico e progresso scientifico, ricchezza e progresso sociale, generando un potere mondiale che trova espressione ancora ai nostri giorni. Quell’occidente avrebbe rivendicato, in taluni pensatori, radici greco-romane; in altri cristiane. La diatriba qui non rileva.

Interessa che da quella vicenda storica siano venuti nei secoli successivi nel chiamato occidente, beni politici ritenuti essenziali come le  tante libertà di cui godiamo: di pensiero, parola, genere, religione, ricerca scientifica, impresa, associazionismo, e così via. Per affermare e difendere quei beni, in occidente si sono fatte terribili guerre e sanguinarie rivoluzioni, si sono promossi sommovimenti sociali e politici epocali. Nel Novecento, nel segno di quei beni, American  Boys hanno attraversato due volte l’Atlantico immolando le vite. Nello stesso segno, i presidenti degli Stati Uniti hanno tutti, coerentemente, combattuto e vinto prima il nazi-fascismo, poi negli anni del bipolarismo il totalitarismo comunista.

Dentro quel concetto, vigeva un elenco di undisputed given, che nessun governo, fino all’avvento di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, aveva immaginato di rimuovere. Tra i tanti, la separazione tra politica e affari, il ruolo dello stato come equilibratore delle più aspre diseguaglianze sociali e di barriera agli appetiti del grande capitale, il rafforzamento dei ceti medi come garanzia dell’ascensore sociale che avrebbe consentito a chiunque di migliorare la propria situazione socio-economica, una tensione all’apertura verso le altre nazioni e alla diplomazia multilaterale. A sostegno della realizzabilità di quel modello, stato e sue articolazioni come le autonomie locali e regionali, avrebbero finanziato un vasto settore di spesa pubblica a carattere “sociale” che avrebbe consentito ai percettori di basso reddito di far accedere i figli all’istruzione, ricevere assistenza sanitaria, disporre di pensioni, e così via. Sul piano internazionale, l’empatia sociale interna si sarebbe trasferita in politiche di aiuto ai paesi poveri, garanzie per i migranti, costruzione di istituzioni internazionali condivise.

Non si dimentichi che, in piena Seconda guerra mondiale, quando ancora le sorti del conflitto erano tutt’altro che scontate, Londra e Washington, una con un primo ministro come Winston Churchill ferocemente conservatore l’altra con il presidente forse più progressista d’America, Franklin Delano Roosevelt, giocano le carte di propaganda bellica in previsione del dopo, su due paralleli documenti: la Carta Atlantica (12 agosto 1941) e il Rapporto Beveridge (20 novembre 1942). Il primo promette diritti politici e sociali, l’altro il welfare state. Sorprenderà sapere che Hitler, che alla Germania sulle orme del Primo Reich guglielmino di Bismarck aveva regalato uno stato sociale che all’epoca non prevedeva confronti, temette soprattutto gli effetti del secondo (circolava alle grande tra i soldati alleati, ed era stato illustrato in più conferenze in America dallo stesso lord Beveridge), tanto da averne il testo, con annotazioni di suo pugno, nel bunker berlinese.

Reaganomics e thatcherismo mutano alla radice il modello di società che in occidente è nata nel dopoguerra per volontà anglo-americana.

Sono gettati nei loro anni di governo i semi che hanno generato la folle situazione dell’economia mondiale attuale dove l’1% della popolazione mondiale detiene quasi il 55% della ricchezza e 8 individui l’equivalente di ciò che hanno per vivere i 3, 6 miliardi di persone più povere. E’ dagli anni di Reagan e grazie ai cambiamenti strutturali che lui induce nella società e nell’economia, che i presidenti democratici non avranno capacità e/o volontà di violentare, che i salariati statunitensi si trovano a non intercettare un solo centesimo dell’arricchimento che nei decenni ha percorso l’America, finito tutto nelle tasche delle élite finanziarie ed economiche e delle loro propaggini politiche. E qui si riscontra il primo paradosso del voto americano del novembre 2016 e della retorica populista della quale il presidente ha infarcito il discorso d’insediamento. Si affida l’esigenza di miglioramento a chi ha scelto di porsi nel solco di Reagan, dimenticando che Obama aveva preso l’America con l’economia devastata da Bush W. e la lascia con disoccupazione al 4,5% e il Pil in crescita, su base annua, superiore al 3%. Il fatto che il primo decreto firmato da Trump riduca le misure di equità sanitaria fissate da Obama, illustra quanto possa essere vendicativo e sprezzante la risposta a quell’esigenza.

L’ipotesi dell’estremismo conservatore parte, soprattutto nella versione thatcheriana, da due principi: all’interno si distruggano i corpi intermedi e le loro rappresentanze, all’esterno l’interesse nazionale prevalga su ogni altra considerazione. E’ il sedimento sul quale germoglieranno, nei decenni successivi, tutti i movimenti populisti, compreso quello trumpiano, che, come si è scritto su questo giornale, sono essenzialmente nazionalismi della più bell’acqua, che si accompagnano all’inevitabile ingresso dei grandi interessi economici e finanziari nella stanza del potere politico.

Da quei principi, la guerra feroce ai sindacati dei lavoratori, ai giornali, alle autonomie universitarie e territoriali, alle imprese che non si identifichino nel progetto di stato chiuso. Sono gli unici soggetti che possono contrastare l’occupazione dello stato da parte delle forze economiche e finanziarie.

Cancellare il diaframma tra potere costituito e società, significa consentire ai poteri forti e ben strutturati, della finanza e dell’economia, della cultura e delle religioni, di fare ordine sociale, in combutta con il potere pubblico che essi stessi hanno contribuito a formare. Le tecnologie informatiche danno un grande strumento alla realizzabilità dell’obiettivo, consentendo il dialogo diretto con elettori e consumatori, senza alcun filtro dei corpi intermedi classici. Se l’elettore e consumatore casca nella trappola, non c’è più nulla che possa salvaguardarlo dal nuovo potere. Si guardi ai miliardari, espressi dai grandi gruppi finanziari e petroliferi, membri del nuovo governo statunitense. Quegli uomini, che hanno creato, le sperequazioni terribili della distribuzione della ricchezza in questa nostra contemporaneità, dovrebbero fare gli interessi dei lavoratori? Suvvia!

La capacità profetica di Baruch Spinoza, aiuta a capire cosa sia accaduto. Scriveva in Tractatus philosophicus: “E’ inoltre certo che una Città è sempre minacciata più dai suoi cittadini che dai nemici: perché i buoni sono rari. Da qui che colui al quale è attribuito il diritto tutto intero dello Stato, dovrà sempre temere i cittadini più dei nemici, e che di conseguenza si sforzerà, quanto a lui, di guardarsene, e quanto a detti soggetti, non di vegliare su di loro, ma di tendere loro trappole, soprattutto a coloro resi illustri dalla loro saggezza, o potenti dalla fortuna”.

Quando il presidente degli Stati Uniti celebra l’”America First”, i “prodotti americani”, il “lavoro per gli americani”, è in estrema coerenza con il modo populista di guardare le cose. Peccato che gli sfuggano le conseguenze, o che, se non gli sfuggono, le accetta e sollecita, il che rende persino più preoccupante la situazione. Il nazionalismo economico genera disordine e conflitti e, in ultima istanza, guerre, come ricordò François Mitterrand nell’ultimo discorso al Parlamento Europeo. Né è possibile rinchiudere nei confini un’economia, come quella statunitense, che è forte perché aperta, che ha bisogno di comprare e di vendere se vuole stare in piedi. Trump vuole un dollaro forte per attrarre capitali e remunerarli? Chi comprerà più merci americane se costeranno troppo? E se le merci non si vendono, cosa fanno i lavoratori che le producono se non starsene a casa? E come le nazioni che si sono indebitate in dollari (perché così Washington, D.C., e Banca Mondiale, anche’essa washingtoniana le hanno sollecitate a fare), ripagheranno i loro debiti? E la Cina messa in difficoltà dall’annunciato protezionismo americano come risponderà alla difficoltà nella quale viene cacciata, investendo negli Stati Uniti dal dollaro forte?

Sono solo alcuni degli interrogativi che sorgono spontanei, dopo aver ascoltato il discorso presidenziale dell’inaugurazione.

Alla vigilia si era anche sentito il rintocco della campana a morto dell’Unione Europea che, sull’onda dell’uscita britannica, dovrebbe, nel pensiero (?) del presidente Trump, disgregarsi e chiudere i battenti. Quantum mutata ab illa, America!, scriverebbe Virgilio! Neppure un anno fa, coerentemente con sette decenni di politica estera statunitense, ascoltavamo la rampogna di Obama ai britannici minacciati di irrilevanza nel caso di uscita dall’Ue. Oggi sentiamo gli attacchi ad Angela Merkel e alla Germania, paese leader di una Ue che, pur nelle sue difficoltà  e contraddizioni, resta, nella fascia geopolitica che parte dalla Cina e finisce in Mediterraneo, l’unica isola di democrazia e progresso socio-economico del quale disponiamo.

E non si considerino le insane idee espresse sulla Nato, unico strumento di sicurezza multinazionale disponibile. Se mai, si attenda, fiduciosi, l’annuncio della prossima chiusura del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, noto edificio inutile e costosissimo, in quel di Manhattan.

Viene da chiedersi: davvero  Trump può ritenere che questa possa essere la visione politica di un presidente degli Stati Uniti ad inizio mandato, nel XXI secolo? Chissà che non abbia ragione Hannah Arendt quando ricorda: “Più un bugiardo ha successo, più gente riesce a convincere, più è probabile che finirà anche lui per credere alle proprie bugie”.

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Comincia l’era di Trump: il rapporto Cina-Usa e il rischio di una guerra

fonte  analisidifesa.it  che ringraziamo

 

di Wei Jingsheng

Washington (AsiaNews) – L’Ufficio di propaganda del Partito comunista cinese ha ordinato ai media della Cina di “maneggiare con cura” ogni articolo legato all’inaugurazione della presidenza di Donald Trump, che avverrà oggi. “Ogni articolo su Trump – si legge nella direttiva – deve essere maneggiato con cura e non è permessa alcuna critica non autorizzata delle sue parole o azioni”.

La cautela espressa in questi ordini fa a pugni con l’ironia e le critiche riversate settimane fa, dopo che Trump ha accusato la Cina di essere “un manipolatore di valuta” e di voler tassare i prodotti cinesi da export, che distruggono i posti di lavoro negli Usa. In più vi è stata la battuta sul non sentirsi obbligati a mantenere la politica dell’unica Cina, accettando una conversazione telefonica con la presidente di Taiwan.
Il timore di una guerra commerciale – e forse anche una guerra reale per il controllo del mar Cinese meridionale – è espresso da molti analisti dell’Asia, i quali concludono – come George Yeo, ex ministro degli esteri di Singapore – che è meglio per le due superpotenze non scontrarsi.
Va aggiunto che diversi dissidenti cinesi negli Stati Uniti, come Yang Jianli, si sentono onorati di partecipare alla cerimonia di inaugurazione a Washington. Essi sperano che Trump sostenga la causa dei diritti umani in una maniera più forte di quanto abbia fatto Hillary Clinton e Barack Obama, sempre ricattati dalle lobby economiche.
Per Wei Jingsheng, il “padre della democrazia” in Cina, ora esule negli Usa, ci sarà una guerra fra Cina e Stati Uniti e la Cina sarà costretta a cambiare molti aspetti della sua economia e società. Presentiamo qui una sua riflessione. Sulla presidenza di Donald Trump siamo sicuri di alcune cose:

1) Donald Trump è il prossimo presidente degli Usa, ciò significa che una politica estera debole, come quella dell’amministrazione Obama è giunta a termine.
2) La politica fondamentale di Trump sarà quella di correggere relazioni commerciali irragionevoli e lo sforzo maggiore sarà di trasformare i rapporti di “libero scambio” in rapporti di “scambio equo”.
3) L’obbiettivo è fermo sulla nazione che ha il commercio più ingiusto, la Cina.
4) Donald Trump è pronto a evitare gli strumenti di negoziato usati in passato usando invece il blocco del mercato, cioè attuando una guerra commerciale, per forzare la Cina e altre nazioni ad accettare regole più eque.
5) La sua strategia internazionale si muove verso un alleggerimento del rapporto con la Russia per focalizzarsi sull’espansione della Cina.
6) Unirsi in alleanza con le nazioni in Asia e con l’India per sopprimere l’espansione strategica della Cina e per forzare o indurre le nazioni del Sudest asiatico a ritornare all’abbraccio con gli Stati Uniti.

Quanto elencato sopra è ciò che succede anche dapprima che Trump prenda possesso della casa Bianca. Per riassumere, possiamo vedere che il principale obbiettivo è il regime comunista in Cina. E vi sono due scopi fondamentali: uno è il rapporto commerciale Cina-Usa; l’altro è il controllo del mar Cinese orientale e meridionale. Donald Trump ha la possibilità di vincere queste due battaglie? Oppure Xi ha qualche possibilità di vincere una di queste? Proviamo a fare un’analisi un po’ rozza.
Trump deve riformare le relazioni commerciali fra Cina e Stati Uniti. L’esperienza del passato mostra che i negoziati con il governo cinese non cambiano il teppismo di quest’ultimo. Perfino il pacifista Mohandas Gandhi ha detto che quando una banda armata di ladri penetra nel villaggio, non c’è modo di negoziare, ma occorre buttarli fiori con la forza. E questo lo fa la polizia. Ora gli Stati Uniti sono in qualche modo la polizia mondiale.

Qual è l’arma degli Stati Uniti? È il mercato Usa. In passato la Cina metteva blocchi al proprio mercato invadendo gli Usa con i suoi prodotti. Ciò ha permesso ai capitalisti di Cina e Stati Uniti di avere profitti eccezionali, mentre negli Usa si perdevano un mucchio di posti di lavoro. Lo scopo finale di Trump è di equilibrare il commercio fra Cina e Stati Uniti e di accrescere il tasso di occupazione negli Usa.

Quale sarà la strategia di Trump? Premettendo che la Cina gode dei vantaggi del commercio, ma non è pronta ad aprire il suo mercato, Trump è pronto a guidare il lancio di una guerra commerciale, proteggendo il mercato Usa e bloccando gli economici prodotti cinesi dal raggiungere tale mercato. Qualunque sia la reazione della Cina, questa misura dovrebbe vincere, essa porterà a un accrescimento dell’industria manifatturiera Usa e a una crescita dell’occupazione.
Quale sarà la reazione di Xi Jinping?

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La Germania nella crisi dell’Europa

L’austerità voluta dai tedeschi ha portato non solo al perdurare di una crisi economica senza precedenti ma anche all’affermarsi sempre più importante di sentimenti nazionalisti e xenofobi

L’anno da poco finito lascia, per unanime considerazione, diverse pesanti eredità a quello nuovo.

Tra di esse, vogliamo ricordare i problemi economici, sociali, politici, del nostro continente, che, tra l’altro, sembrano per alcuni aspetti aggravarsi con il tempo. Va in particolare sottolineato che chi, nel corso degli ultimi anni, ha almeno un po’ sperato che la Germania, i suoi politici, la sua opinione pubblica, alla fine arrivassero non solo a capire sino in fondo il quadro della situazione, ma anche a cercare di contribuire ad alleviare i rilevanti punti di crisi che la loro rigida politica di austerità ha portato all’Europa, ormai dovrebbe essersi ampiamente ricreduto; questo, a meno di rifiutarsi ancora, cosa che di frequente capita e a molte persone, di guardare in faccia la realtà e di arrendersi all’evidenza dei fatti, che, come è noto, sono testardi.

In effetti, l’analisi degli avvenimenti degli ultimi mesi sembra suggerire chiaramente che la costruzione europea si sta a poco a poco ormai letteralmente disfacendo. Non si tratta soltanto del fatto che l’economia di molti paesi non riesce più a riprendere veramente slancio, ma anche dello sviluppo di forti sintomi di rigetto della costruzione europea da parte di strati crescenti della popolazione del continente, dell’affermarsi sempre più importante di sentimenti nazionalisti e xenofobi, della mancanza di qualsiasi seria reazione al riguardo nell’UE e nell’eurozona. Tutte cose, peraltro, ampiamente note.

Certo, non sono soltanto i tedeschi ad avere delle colpe evidenti in quello che sta succedendo; così accuse molto rilevanti si possono giustificatamente addossare alla Francia e, per altro verso, i guai dell’Italia sono per una parte consistente colpa nostra.

Per quanto riguarda il paese transalpino, poi, si può aggiungere en passant che il candidato che più probabilmente dovrebbe conquistare la presidenza della repubblica alle prossime elezioni, François Fillon, promette, tanto per cambiare, di applicare un programma di austerità interna piuttosto duro. Egli minaccia, tra l’altro, di mandare a casa 500.000 funzionari pubblici e di intervenire pesantemente sulla sanità, oltre, ovviamente, a prendersela in ogni modo con gli immigrati.

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Il fallimento del Jobs Act

Giacomo Forges Davanzati

fonte: sbilanciamoci.info

È ormai chiaro che, rispetto all’obiettivo dichiarato (accrescere l’occupazione), il Jobs Act si è rivelato fallimentare. Il provvedimento, che ha introdotto contratti a tutele crescenti (frequentemente ed erroneamente definiti a tempo indeterminato) è stato accompagnato da ingenti sgravi contributivi a favore delle imprese per la ‘stabilizzazione’ dei contratti di lavoro. Secondo la propaganda governativa, si sarebbe fatta marcia indietro rispetto alle misure di precarizzazione del lavoro messe in atto con intensità crescente negli ultimi decenni. Nei fatti, si è trattato di un provvedimento che ha semmai reso le condizioni di lavoro ancora più precarie, sia per l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale (il contratto a tutele crescenti) che non stabilizza il rapporto di lavoro (ma rende più difficile e costoso il licenziamento al crescere dell’anzianità di servizio), sia per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. In più, contrariamente agli obiettivi dichiarati, si è accentuato il dualismo del mercato del lavoro italiano, inserendo una inedita cesura – datata 7 marzo 2015 – fra lavoratori assunti con veri contratti a tempo indeterminato e lavoratori assunti con contratti a tutele crescenti.

Come da più parti previsto, si è trattato di un provvedimento del tutto inefficace, e per alcuni aspetti controproducente, per la crescita dell’occupazione. Dopo un aumento dell’occupazione ‘a tempo indeterminato’, evidentemente determinato dalla convenienza da parte delle imprese a riconvertire i contratti per avvalersi della detassazione, riducendosi i fondi pubblici per gli sgravi fiscali alle imprese, si è registrata una rapidissima inversione di tendenza: è aumentato il tasso di disoccupazione e i contratti sono diventati sempre più precari. In sostanza, si è trattato di un’operazione che ha temporaneamente “drogato” il mercato del lavoro italiano. Nulla più di questo, se non si fosse trattato di un vero e proprio spreco di risorse pubbliche per un obiettivo non raggiunto e verosimilmente non raggiungibile con gli strumenti utilizzati. Terminata questa fase, ci si ritrova in una condizione sotto molti aspetti peggiore della precedente, una triste eredità del Governo Renzi, per due ordini di ragioni.

1.Secondo le ultime rilevazioni ISTAT, il tasso di disoccupazione, in Italia, torna nel 2016 a quasi il 12%, dopo una leggera flessione nel 2015, attestandosi a oltre due punti percentuali in più rispetto alla media europea (11.9% a fronte del 9.8%). Si registra anche una significativa riduzione del numero di inattivi, fenomeno che, di norma, viene valutato positivamente come segnale di dinamismo del mercato del lavoro. Si tende, cioè, a ritenere che una maggiore partecipazione nel mercato del lavoro sia, di per sé, desiderabile.

E’ bene chiarire che è, questa, una valutazione che riflette una visione del funzionamento del mercato del lavoro interamente declinata ‘dal lato dell’offerta’: in altri termini, più forza-lavoro disponibile dovrebbe implicare maggiore occupazione. Il che non è nei fatti, né oggi in Italia né è quasi mai accaduto da quando il fenomeno è oggetto di rilevazione statistica.

La riduzione del numero di inattivi, se letta in chiave macroeconomica, può non essere affatto un segnale di vitalità del mercato del lavoro e, in più, può essere il segnale di un meccanismo niente affatto virtuoso. Ciò a ragione del fatto che la riduzione del numero di inattivi è associato a un fenomeno noto come ‘effetto del lavoratore aggiunto’: in fasi recessive e di caduta della domanda di lavoro, con conseguente riduzione dei salari reali, entrano nel mercato del lavoro altri componenti dell’unità familiare per provare a garantire all’unità familiare il livello di consumi considerato ‘normale’. Il che significa che la riduzione del numero di inattivi è innanzitutto un segnale di impoverimento dei lavoratori occupati e, al tempo stesso, di erosione dei risparmi delle famiglie (dal momento che una condizione di inattività è consentita solo attingendo a redditi non da lavoro).

Vi è poi da considerare che l’aumento del numero di individui alla ricerca di lavoro, accrescendo la concorrenza fra lavoratori, contribuisce a ridurre i salari, in una spirale perversa per la quale la domanda interna continua a contrarsi, così come la domanda di lavoro e dunque i salari e i consumi. In altri termini, l’aumento dei tassi di partecipazione al mercato del lavoro è l’effetto della caduta dei salari e, al tempo stesso, contribuisce a generarla.

2. Il Jobs Act ha contribuito alla precarizzazione del lavoro anche per mezzo dell’estensione della platea di lavoratori pagati con buoni lavoro (voucher), per ogni settore produttivo e committente. I buoni lavoro, già presenti nella c.d. Legge Biagi, erano stati pensati per remunerare mansioni accessorie e occasionali, spesso prestate in condizioni di illegalità. Tipicamente: lavori domestici saltuari, badanti. Occorre ricordare che il lavoro con voucher non configura un contratto di lavoro e, per questa ragione, non dà al lavoratore diritto a ferie, maternità, né, in caso di non rinnovo del rapporto, si configura un licenziamento1. Il risultato dell’estensione della platea di potenziali beneficiari è impressionante: nel corso del 2016, sono stati staccati 115 milioni di tagliandi, coinvolgendo circa 700 mila lavoratori (a fronte di 25mila nel 2008) per un importo complessivo stimato intorno agli 800 milioni di euro.

La recente decisione della Consulta di consentire il referendum abrogativo dei voucher (uno dei tre proposti dalla CGIL) va accolta con favore, sebbene si tratti di una decisione opinabile e oggetto di critiche (http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=27177), avendo impedito ai cittadini italiani di esprimersi contro l’abolizione dell’art.18. I buoni lavoro costituiscono la nuova frontiera del precariato, e ogni azione di contrasto al precariato è da valutare positivamente sia per garantire dignità al lavoro, sia perché è ampiamente mostrato – sul piano teorico ed empirico – che la precarizzazione del lavoro non accresce l’occupazione, riduce la quota dei salari sul Pil, ed è un freno alla crescita2.

E’ lo stesso Governo ad ammettere che l’uso dei voucher va maggiormente regolamentato a ragione del fatto che di questo strumento le imprese avrebbero “abusato”. Ma è lo stesso Governo a continuare a reiterare l’argomento (falso) per il quale i buoni lavoro sono uno strumento efficace per contrastare il lavoro nero. Per decretare la falsità di questo argomento, può essere sufficiente considerare che, su fonte ISTAT, l’incidenza del sommerso sul Pil è costantemente aumentata negli ultimi anni, pur essendo stato fornito alle imprese lo strumento dei buoni lavoro. Ed è proprio l’ISTAT a imputare l’aumento del sommerso all’aumento del tasso di disoccupazione – non all’eccessiva rigidità del mercato del lavoro, come nell’interpretazione governativa e dominante – in linea con la posizione dell’INPS3.

È poi interessante osservare che, su fonte INPS, l’uso dei voucher è maggiormente diffuso al Nord (fatta eccezione per il boom di voucher venduti in Sicilia), dove, per le informazioni di cui si dispone, è normalmente minore l’incidenza del lavoro sommerso o irregolare. Il che potrebbe dipendere dalla maggiore numerosità di imprese lì localizzate e dalla loro crescente propensione a competere comprimendo i salari e accelerando (grazie alla massima flessibilità sui tempi garantita dai voucher) i tempi di produzione e vendita. E, per quanto attiene l’offerta di lavoro, è ragionevole ipotizzare che in quell’area sia presente, e in crescita, una platea di lavoratori disposti a lavorare a qualsiasi condizione. Il che, a sua volta, può innescare un fenomeno irreversibile. Lavoratori che hanno accettato di essere pagati con voucher saranno evidentemente considerati dalle imprese lavoratori disponibili a erogare le loro prestazioni con i minimi diritti in un ‘gioco al ribasso’ che i meccanismi spontanei di mercato non frenano, anzi promuovono.

1 La letteratura accademica sul fenomeno, per quanto attiene all’Italia, è ancora molto scarna. Per un inquadramento generale del fenomeno si rinvia a D. Serafin, V come voucher. La nuova frontiera del precariato, Report “Possibile”, novembre 2016.
2 Per una ricostruzione del dibattito, si rinvia, fra gli altri, a G.Forges Davanzati e G.Paulì, Precarietà del lavoro, occupazione e crescita economica, “Costituzionalismo”, 2015 n.1.
3 V. C. De Gregorio e A. Giordano, The heterogeneity of irregular employment in Italy, ISTAT working paper n.1 2015.

Hanno pagato caro, ma non hanno ancora pagato tutto

di Sandro Moiso

4-leader-sconfitti-no Si erano giocati tutto, convinti di vincere.
Hanno stravolto i vertici delle TV di Stato per impedire qualsiasi infiltrazione di dubbi sulla bontà della loro proposta politica ed economica. Hanno contribuito a cambiare anche i direttori di testate giornalistiche della Destra per accaparrarsene i favori. Hanno mentito, falsificato i dati economici e della Storia. Hanno portato in palma di mano camorristi e mafiosi e i progetti delle grandi opere inutili che più stavano loro a cuore.

Hanno insultato, denunciato, perseguitato, minacciato, coperto di infamia chiunque manifestasse il desiderio o anche solo l’idea di opporsi al loro progetto concentrazionario. Hanno promesso contratti pubblici che non contengono null’altro se non ulteriori fregature per i lavoratori. Hanno promesso denaro che non avrebbero mai avuto il coraggio di sequestrare davvero e in quantità adeguata per bonificare territori devastati da un’industrializzazione priva di regole.

Hanno preso per il culo milioni di giovani, lavoratori, disoccupati, inoccupati, pensionati sull’orlo del baratro con promesse inutili, ridicole e d offensive. Hanno riportato in auge i fasti mussoliniani e cercato di ridare fiato alle leggi promulgate tra il 1923 e il 1926.1 Hanno chiamato immaturi gli elettori che non la pensavano come loro. Hanno dichiarato che in alcuni casi è preferibile l’autoritarismo ad una democrazia che non giunga a realizzare i progetti della finanza internazionale e dei suoi lacchè.

>>> segue alla fonte CARMILLAONLINE

Trump e il futuro degli accordi commerciali

fonte Sbilanciamoci.info

L’atteggiamento del neopresidente Usa accentua la spinta in atto allo spostamento del nucleo centrale dell’economia mondiale verso il Pacifico e in particolare verso l’Asia del sud est e la Cina

Apparentemente, stando alle dichiarazioni fatte da Trump durante la campagna elettorale e anche dopo, i trattati “commerciali” che Obama aveva con tanta cura cercato di portare avanti nei suoi anni di presidenza, sembrano ormai saltati. Si va, come è noto, dal TPP, che riguardava i rapporti con l’America Latina e l’Asia, al TTIP, che investiva invece quelli con l’Europa, infine al CESA, che toccava il settore dei servizi.

In effetti, ogni attività politico-diplomatica in proposito sui vari fronti sembra essere cessata, o formalmente “sospesa”, in attesa di tempi migliori, mentre assistiamo anche alle dichiarazioni sconsolate dei molti che speravano che le cose andassero avanti ed anche a quelle di chi auspica ancora che le cose tornino ancora alla “normalità” di obamiana memoria. Non è certamente il nostro caso.

E’ noto che il TPP era stato ormai sottoscritto dai paesi interessati e mancava nella sostanza solo l’approvazione da parte del Congresso americano, mentre per il TTIP si era ancora in una fase di negoziazione tra le parti, in presenza comunque di una forte opposizione della società civile di diversi paesi europei e anche di quella di diversi ambienti politici, in particolare in Francia e in Germania. Il CESA, infine, si trovava in uno stadio ancora più arretrato del suo ciclo di messa a punto e comunque presentava tutti i difetti degli altri due, più qualcuno di suo.

E’ opinione diffusa che gli obiettivi di tali trattati, almeno in parte a torto definiti semplicemente commerciali, e che riguardavano in realtà una tematica molto più ampia, avevano come obiettivi principali quelli di far avanzare il dominio economico delle multinazionali statunitensi e quello politico degli Stati Uniti, mentre cercavano invece di frenare parallelamente l’avanzata della Cina, che era comunque non a caso esclusa dalla partita.

Ora che tutto questo sembra finito, cosa succederà? Come si rimedierà all’ horror vacui?

Asean, Apec, Ftaac, Rcep

Bisogna a questo punto ricordare che la gran parte dei paesi emergenti e anche delle realtà come l’Australia, la Nuova Zelanda, la Corea, il Giappone, vedono ancora come fondamentale il ruolo del commercio internazionale nelle loro politiche di sviluppo economico. Tale visione è in questo momento anche accentuata dal rallentamento economico di cui tali paesi soffrono.

Così all’incontro dell’Apec (si veda meglio più avanti) che si è concluso il 20 di novembre, il presidente del Perù, rispecchiando sostanzialmente il sentimento della gran parte degli altri paesi emergenti, ha sottolineato come la retorica protezionistica di Trump e il voto britannico per l’uscita dall’Unione Europea rappresentino degli sviluppi minacciosi per l’economia globale. “E’ fondamentale che il commercio internazionale cresca ancora e che il protezionismo sia sconfitto”, così egli ha dichiarato. Ed anche il primo ministro australiano, stretto alleato politico e militare degli Stati Uniti da sempre, ha usato in proposito toni allarmati.

Il sentimento generale è quello che non si vuole in nessun caso un ritorno al protezionismo.

Ricordiamo ancora, prima di procedere oltre, l’esistenza di due organizzazioni economiche importanti, quella dell’Asean, Association of South-East Asian Nations, che raggruppa dieci paesi del sud est asiatico e quella dell’Apec, Asia Pacific Economic Cooperation, che mette invece insieme diciassette paesi latino-americani ed asiatici, nonché Usa, Cina, Giappone, Russia.

Nell’ambito di tali organizzazioni si discute da tempo del varo di due distinti trattati commerciali; per quanto riguarda l’Apec, si tratta del FTAAP, Free Trade Area of the Asia-Pacific, mentre per quanto tocca all’Asean, si fa riferimento al RCEP, Regional Comprehensive Economic Partnership, che dovrebbe comprendere, oltre ai paesi membri dell’organizzazione, anche Cina, India, Corea del Sud, Giappone, Australia. Ambedue i trattati includono la Cina mentre almeno il secondo esclude gli Stati Uniti. Va sottolineato che almeno sette dei dodici paesi che avrebbero dovuto partecipare al TPP sono membri potenziali del RCEP.

La FTAAP è stata proposta per la prima volta nel 2006, mentre nel 2014 è stata messa a punto una sua road map, in pratica una strategia in fasi per arrivare all’obiettivo finale di ridurre le barriere commerciali tra i paesi. Ma gli Stati Uniti facevano resistenza e volevano che fosse data priorità ai negoziati per il TPP.

La RCEP è stata invece lanciata nel 2013 nell’ambito dell’Asean. Questo secondo trattato è in una fase relativamente avanzata e potrebbe essere varato in tempi relativamente brevi. Vi aderiscono in totale 16 paesi.

Si tratta di due possibili accordi che hanno obiettivi più modesti di quelli statunitensi e si limitano sostanzialmente alla riduzione delle barriere commerciali, mentre non coprono, al contrario del TPP e del TTIP, aree quali il ridimensionamento delle imprese pubbliche , i flussi di dati tra i vari paesi, o i tribunali speciali per le controversie commerciali.

Ora la Cina, cogliendo evidentemente la palla al balzo, ha cominciato a aumentare gli sforzi perché l’iter dei due trattati venga accelerato. Il suo Presidente ha subito dichiarato a Lima che il paese non è per il protezionismo, ma per aprire ancora di più le frontiere ed ha ufficialmente manifestato la volontà che le cose vadano rapidamente avanti. Diversi paesi vogliono associarsi al RCEP, pur non facendo parte dell’Asean, mentre la Cina viene vista in maniera crescente come leader naturale del processo. Persino l’Australia ha gettato tutto il suo peso dietro gli sforzi cinesi. Così il ministro del commercio di quest’ultimo paese ha dichiarato che qualsiasi mossa che riduca le barriere al commercio e lo faciliti è un passo nella giusta direzione.

Intanto l’India manifesta in modo molto chiaro la sua volontà di far parte in modo molto attivo del processo.

Ricordiamo anche, per sovrannumero, che nelle ultime settimane si va registrando un intiepidirsi dei legami con gli Stati Uniti di paesi come le Filippine, la Malaysia e la Tailandia ed un avvicinamento degli stessi alla Cina.

Conclusioni

Sembra intanto inevitabile cominciare a imparare a memoria le nuove sigle delineate nelle pagine precedenti. In effetti la mossa di Trump accentua la spinta in atto allo spostamento del nucleo centrale dell’economia mondiale verso il Pacifico e in particolare verso l’Asia del sud est e la Cina. La tendenza sembra ormai inevitabile.

Alla fine così ci potremmo trovare di fronte ad un paradosso: gli Stati Uniti avevano lanciato il TPP e il TTIP per escludere la Cina dai giochi e comunque per evitare che fosse la Cina a scriverne le regole. La Cina è ora al centro della scena dell’avvio dei nuovi trattati da cui gli Stati Uniti sono esclusi almeno in parte e tutti chiedono che sia la stessa Cina a scrivere le regole o almeno a collaborarvi in maniera importante.

Ma naturalmente non sono esclusi dei colpi di scena.

Speciale verso il referendum – Il nuovo senato, ovvero il bundesrat “de’ noantri”

fonte ManifestoBologna

di Piergiovanni Alleva

Nel corso di questa esasperata campagna elettorale, il sostenitore del “sì” non hanno mai davvero chiarito in cosa consista la riforma costituzionale, tanto rumorosamente propagandata, né quali siano i suoi supposti mirabolanti benefici, che dovrebbero “mettere le ali” alla nostra depressa situazione socio-economica.

Non si può davvero trattare di qualche risparmio finanziario sulle spese di funzionamento del Senato e di tempo sulla durata degli iter legislativi, perché altrimenti sarebbe stato semplicemente logico abolire il Senato invece che mantenerlo in vita, riducendolo ad una sorta di nano deforme ma comunque costoso.

Occorre, allora “esaminare dal di dentro” la riforma per comprenderne essenza e meccanismi e constatare come essa si risolva nel consueto inganno, già sperimentato con il Job’s Act tra una apparenza neutra o positiva e un contenuto reale pessimo e pericoloso. Il vero è, detto in breve, che la riforma costituzionale del governo Renzi consiste, essenzialmente in una cattiva imitazione del sistema bicamerale tedesco, con la trasformazione del nostro Senato in qualcosa all’apparenza molto simile alla seconda camera del parlamento tedesco, detta “Bundesrat”.

Il Bundesrat – come si sa – rappresenta i “Länder” (Regioni – Stato) e affianca la Camera dei deputati, detta Bundestag che rappresenta invece la nazione.

Il “nuovo Senato” ha infatti molte somiglianze formali con il Bundesrat, a cominciare dal fatto che i suoi membri non sono eletti direttamente dal popolo bensì provengono dai governi o assemblee regionali, ma la sostanza dell’operazione risulta, alla fine, ben diversa da una semplice importazione di un istituto da un ordinamento straniero ed è invece perfettamente coerente con un fine, tipicamente renziano, di accentramento dei poteri.

Sottolinieamo, per spiegare i termini della questione, che nella Repubblica Federale tedesca i Länder godono di ampia autonomia normativa su molte materie, anche in concorrenza con lo Stato Federale, e che il Bundesrat svolge in favore dei Länder una funzione di garanzia mediante la sua partecipazione alla formazione delle leggi nazionali, proprio allo scopo che queste non possano ledere gli interessi e i diritti degli stessi Länder. Non per nulla i membri (69 in tutto) del Bundesrat sono anzitutto membri dei Giverni dei Länder che li delegano.

Il Bundesrat svolge la sua funzione di garanzia nell’ambito della legislazione nazionale in due modi: esiste un nutrito elenco di leggi che tipicamente toccano gli interessi dei Länder, le quali devono essere approvate anche dal Bundesrat per poter essere emanate. È importante ricordare che hanno rappresentato, anno per anno, più della metà di tutte le leggi nazionali.

Ma anche per le altre leggi, diverse da quelle esplicitamente bicamerali il Bundesrat ha dei poteri reali perché, se ritiene che una legge possa avere una incidenza negativa sull’interesse dei Länder, può interporre un veto sospensivo all’emanazione della legge, ed è un veto che la Camera dei Deputati o Bundesrag può superare ma solo con maggioranza qualificata.

Qual è stata invece, la strategia del Governo Renzi nella operazione di importazione “finta” del Bundesrat?? Qui è fondamentale cogliere il nesso tra l’art. 117 del progetto di riforma che ridefinisce i rapporti Stato Regioni e l’art. 70 che definisce i residui poteri legislativi del nuovo Senato.

Il fatto è che da un lato l’art. 117 ha posto in essere una violenta operazione di accentramento, che riduce al minimo l’autonomia regionale, perché diventano di esclusiva competenza statale i 3/4 delle materie che oggi sono di competenza concorrente. Dall’altro lato, poi, a livello della legislazione nazionale il nuovo Senato non può svolgere le funzioni di garanzia svolte in Germania dal Bundesrat perché non ha sufficienti poteri.

Sono assai poche le materie in cui ha il potere di legiferare alla pari della Camera e per ironia riguardano assai più l’interesse nazionale (riforme costituzionali, referendum rapporti con l’Europa ) che quelli dei territori. Per le altre leggi “monocamerali” cioè decise solo dalla camera dei deputati, il Senato non può emettere alcun veto sospensivo ma solo proporre delle modifiche sulla quale la Camera può pronunciarsi negativamente a maggioranza semplice dei votanti.

In definitiva, il Senato ad onta della sua proclamata qualità di rappresentanza delle istanze territoriali, può solo emettere flebili lamenti in difesa di queste (ovvero dei “mugugni”) ma non può partecipare davvero alla produzione legislativa a tutela dei loro interessi.

Risultando alla fine simile ad un soldatino male in arnese messo a guardia, con un fuciletto caricato a salve, di un bidone vuoto o, per meglio dire svuotato. Il Bundesrat è ben diverso e molto meglio armato a tutela di un sistema fiorente di autonomia e, dunque, per questo e non per quello è giusto impiegare risorse.

È naturale infine chiedersi però perché il Governo insista tanto nel tentativo di imitazione con trasformazione del Senato in un falso Bundesrat visto che da ciò non può logicamente derivare alcun beneficio né al Pil né all’occupazione?

C’è una sola risposta: non importa, per così dire, al Governo Renzi ciò che si disegna, ma ciò che si cancella, e ciò che si cancella è qui un pezzo di sovranità popolare, cioè l’elettività del Senato, umiliando nel contempo anche l’autonomia regionale, altra sede di esercizio democratico.

La progressione del Governo è impressionante, via le Province elettive, via il Senato elettivo, riduzione all’irrilevanza delle regioni e loro consigli perché resti solo la camera dei deputati tuttavia drogata e truccata da un premio di maggioranza che a ben guardare da luogo ad una sorta di postulato antidemocratico.

Infatti, stante la situazione di reale tripartitismo o quadripartitismo nella società nessun partito riceverà più del 30% dei voti ma quello che in relativo né avrà di più, otterrà i 55% dei seggi ottenendo così di poter comandare al 70% dei cittadini elettori che si sono divisi tra gli atri partiti. Come chiamare allora, se non “anti-democrazia” un sistema nel quale la minoranza comanda istituzionalmente contro la maggioranza?

Comunicazione strategica o pastrocchio per giustificare una politica europea sbagliata verso la Federazione Russa ?

 
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Mercoledì 23 novembre l’Europarlamento ha adottato la risoluzione intitolata “Comunicazioni strategiche della UE come contrasto della propaganda di terze parti”, in cui si traccia un parallelo tra le attività dei media russi e quelle dei terroristi del Daesh. A sostegno del documento hanno votato 304 deputati, i no sono stati 179, mentre si sono astenuti in 208.

Comunicazione strategica o pastrocchio per giustificare una politica sbagliata verso la Federazione Russa ? Nel documento di maggioranza si confondono e si mettono sullo stesso piano la Federazione Russa e il Daesh . Si richiedono norme statuali a riduzione della libertà d’espressione : le opinioni divergenti dal pensierino unico potranno essere definite “armi propagandistiche” e censurate.

Il documento sulla ” Comunicazione strategica della UE ” approvato dalla maggioranza rappresenta una pericolosa tendenza verso  forme di riduzione della libertà d’espressione. editor

 

 

14 ottobre 2016

PE 582.060v03-00 A8-0290/2016
Relazione sulla comunicazione strategica dell’UE per contrastare la propaganda nei suoi confronti da parte di terzi

(2016/2030(INI))

Commissione per gli affari esteri
Relatore: Anna Elżbieta Fotyga
PROPOSTA DI RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO
PARERE DI MINORANZA
PARERE della commissione per la cultura e l’istruzione
ESITO DELLA VOTAZIONE FINALEIN SEDE DI COMMISSIONE COMPETENTE PER IL MERITO

Continua a leggere “Comunicazione strategica o pastrocchio per giustificare una politica europea sbagliata verso la Federazione Russa ?”

La riforma Renzi – Boschi è operazione di distrazione di massa

Intervista di Giulio Cavalli a Anna Falcone – 16 novembre 2016

«Questa riforma è ben diversa dalla propaganda che stiamo ascoltando» dice. E aggiunge: «Siamo di fronte a una preoccupante lesione del diritto dei cittadini di votare informati».

Anna Falcone, avvocato cassazionista e vice presidente del Comitato del No è uno dei volti “nuovi” di questa campagna referendaria. Impegnata sul fronte del referendum è attivissima negli interventi e nelle partecipazioni a dibattiti (televisivi e non).  Abbiamo voluto porle alcune domande sulle ultime polemiche di questi giorni.

La campagna referendaria si sta scaldando: scoppiano le polemiche contro la personalizzazione del referendum da parte del premier Renzi e l’ultima in ordine di tempo è la questione della lettera agli italiani all’estero che il premier ha inviato per perorare la causa del no. Come vede la situazione attuale?

Questo è l’effetto immediato e diretto di un’anomalia: il fatto che questa riforma costituzionale sia stata proposta dal governo. E questo è veramente all’origine di tutte queste disfunzioni: un esecutivo (di cui Renzi è responsabile) che si permette non di revisionare la Costituzione (così come previsto dall’articolo 138) ma addirittura di scriverla stravolgendola e toccando l’equilibrio di poteri e il loro principio di separazione. La Costituzione così cambia natura: le Costituzioni nascono proprio per limitare il potere esecutivo dandogli delle regole condivise da tutti per garantire che il potere esecutivo non venga attuato in maniera arbitraria ma in rispetto della sovranità popolare.

Ritenete quindi che il Governo abbia forzato la mano?

Avendo stravolto questa origine per cui le Costituzioni le scrivono i popoli e non i governi e se devono essere modificate così profondamente serve un’assemblea costituente o quantomeno un Parlamento eletto dal popolo con questo mandato (e non certo con una maggioranza eletta da una legge incostituzionale come questa). Essendo partiti da qui siamo arrivati all’anomalia per cui questo stesso governo (che dovrebbe preoccuparsi del diritto degli italiani di partecipare consapevolmente a una consultazione referendaria così importante) si occupa della propaganda. Noi stiamo affrontando questa stagione referendaria senza un soggetto garante dei diritti alla corretta informazione su entrambi i fronti.

Ma l’AGCOM non dovrebbe servire proprio a questo?

L’AGCOM non può sopperire. Ha già denunciato uno squilibrio a favore del sì ma non ha il dovere di garantire la corretta informazione essendo solo un organo di controllo.

E il Presidente della Repubblica?

Il Presidente della repubblica potrebbe intervenire ma è un potere neutro. Può intervenire nel processo legislativo (rimandando alle Camere una legge che non funziona) oppure potere di monito. Ma purtroppo il Presidente della Repubblica si è già rivelato particolarmente timido in queste vicende referendarie.

Del resto anche l’argomento non è di facile comprensione…

Sì, l’argomento è ostico ma purtroppo noi ci ritroviamo di fronte a una campagna, quella del sì, che si fonda su argomenti menzogneri. Riuscire a avere la par condicio solo nell’ultima parte della campagna referendaria (senza parità di mezzi) pone un problema di un’oggettiva sproporzione di mezzi, di visibilità e c’è un abuso di posizioni. Il Presidente del Consiglio dovrebbe preoccuparsi di garantire una corretta informazione: all’estero andava mandata una scheda con delle sintetiche ragioni del sì e del no. Inviare una lettera firmata solo “Matteo Renzi” è un modo per indirizzare il voto. Questo referendum sembra sempre di più una semplice ratifica di decisioni già prese.

Dice Renzi che i principi della Costituzione (la prima parte) non vengono toccati.

La seconda parte sono le braccia e le gambe: se le tagli di fatto rendi impossibile la piena attuazione dei principi della prima parte. Attenzione: noi diciamo da tempo che la Costituzione è modificabile ma bisogna cercare di migliorare la Costituzione e il collegamento tra la prima e la seconda parte. Noi lamentiamo la mancata attuazione di alcuni articoli fondamentali. Molte modifiche (come la riforma del titolo V e l’introduzione del pareggio di bilancio) sono servite a travisare il senso dei principi fondamentali e di alcuni diritti garantiti.

Tipo?

Penso al diritto alla salute: l’articolo 32 tutela il diritto alla salute come diritto universale. In questa riforma si dice che finalmente viene inserita una norma che garantirà a tutti i cittadini italiani lo stesso livello di cura. Noi partiamo da un’anomalia dell’ultima modifica del titolo V che aveva costituito diversi sistemi sanitari quante sono le regioni e che aveva portato a una mancanza di omogeneità. Essendo la salute un diritto economicamente condizionato le ragioni più povere ovviamente non riescono a garantirlo come altri. Con questa riforma si è duplicata la norma già prevista dall’articolo 117 2 comma lettera M che prevedeva già i LEA e i LEP (livelli essenziali di assistenza e prestazioni) secondo cui spettava allo Stato stabilire i principi essenziali di tutela alla salute ma se non costituzionalizzi una garanzia concreta, se non riempi di contenuti queste norme ma indichi solo una competenza vuota diventa l’ennesima norma di rinvio. Non c’è nessuna garanzia. Quando parlano di “farmaci antitumorali” si dimenticano di dire che hanno mantenuto in capo alle regioni le competenze di programmazione e organizzazione, proprio quelle fortemente condizionate dalle risorse economiche delle regioni. Tutta questa riforma è un’operazione di distrazione di massa disseminata di specchietti per le allodole che non garantisce efficienza e che mira semplicemente a un accentramento di poteri in campo al governo.

Dicono che in realtà il popolo però avrà più strumenti come iniziative di legge popolare o referendum.

Si parla di obbligo di calendarizzazione ma basterebbe guardare nella riforma per accorgersi che non c’è scritto da nessuna parte. Anzi, il rinvio della disciplina è vero i regolamenti parlamentari. Peccato che i regolamenti parlamentari siano approvati a maggioranza assoluta dal Parlamento e quindi noi ad ogni governo potremmo vedere cambiare questi meccanismi. Così come per il referendum propositivo e altro. Gli obbiettivi che il governo propaganda vanno verificati. Tutti.

Ora Renzi sembra avere preso una nuova piega “anticasta”. Togliere le bandiere dell’Unione Europea nei suoi ultimi video che significato ha?

È un tentativo di sfruttare a suo vantaggio la vicenda americana ma qui le situazioni non sono assimilabili. La lezione piuttosto è che la mancata partecipazione dei cittadini alla vita politica produca nei cittadini la voglia di un voto che sia schiaffo. Renzi ha poco da sorridere, non vuole capire che questa riforma da molta meno partecipazione (come il diritto di voto ai senatori, solo per fare un esempio). E poi c’è il modo: se il problema era la riduzione dei costi della politica sarebbe bastato diminuire il numero dei deputati. Qui si parla si un risparmio dello 0,10%.

Che aria tira sua questa campagna referendaria?

Mi preoccupa la rabbia. Mi fa molto sperare vedere come questa campagna sia stata capace di riportare all’impegno attivo tante persone che si erano allontanate, tanti giovani e tanti volontari.

continua su: http://www.fanpage.it/parla-anna-falcone-tutta-questa-riforma-e-un-operazione-di-distrazione-di-massa/

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Il medico attivista Giorgos Vichas: “Farmaci e latte in polvere, in Grecia c’è bisogno di tutto”

di Thomas Giourgas, traduzione di Haris Lamprou

A parlare è Giorgos Vichas, medico, attivista e cofondatore dell’Ambulatorio sociale metropolitano di Ellinikò (Mkie), ad Atene.

Come è la situazione all’Ellinikò e come possiamo sostenere concretamente questo importantissimo lavoro di solidarietà?

La situazione è la stessa come quella degli ultimi anni. Persino dopo la legge che hanno votato per le persone prive di assicurazione sanitaria che continuano a venire al ambulatorio perché non hanno altra scelta. Sto parlando sia degli assicurati che dei non assicurati.

Ci sono delle malattie che sono in aumento?

Recentemente ci sono le malattie psichiche in aumento. In una sola giornata abbiamo avuto tre casi di persone provenienti dall’ospedale di Dromokaition he sono venuti per prendere le loro farmaci. A un paziente che protestava e faceva ‘casino’ hanno detto che stavano sistemando la farmacia per evitare di dirgli che non avevano i farmaci. In generale, sono aumentati i casi di depressione e il consumo di psicofarmaci. Da semplici tranquillanti sino a pesanti antidepressivi.

Questo aumento è legato alla crisi economica?

È sicuramente legato alla crisi. Il rapporto di Elstat per l’anno 2015 è stato pubblicato. La mortalità infantile è salita al 4%. Era 2,6% nel 2012, passata al 3,65% nel 2013, si stabilizza al 3,75% nel 2014 – dovuto forse questo all’espansione degli ambulatori sociali e al loro ruolo determinante – e poi vediamo una crescita al 4%. Adesso persino le strutture di solidarietà non possono contenere le conseguenze della politica dell’austerità, questo è molto inquietante. Facciamo un appello ai cittadini a portare farmaci di qualsiasi tipo che non sono scaduti o non vicino alla scadenza, e anche latte in polvere per bambini.

Nel settore della salute, vedi delle differenze sostanziali tra il periodo di Pollakis-Ksanthos (Syriza, i ministri attuali) è quella di Georgiadis (ministro precedente durante il governo di Nea Democratia)?

La politica è rimasta uguale. I ministri attuali seguono e gestiscono lo stesso memorandum che seguivano anche i precedenti. I diktat esterni sono determinati in tutti i settori della salute. L’unica differenza è che gli attuali hanno una urgenza che i precedenti non avevano. Salvare qualcosa dal loro ipotetico profilo di sinistra.

Lei ha un’idea di cosa succede nel settore di salute in Europa?

Negli ultimi giorni mi sono trovato a Bruxelles dopo l’invito di sindacati e collettività autogestite in Belgio per discutere del tema della salute in Grecia. Alla fine, abbiamo discusso più dalla situazione belga, la quale comincia a assomigliare a quella in Grecia. Entrano in una fase simile con la nostra. E sono abbastanza preoccupati dalla situazione nel loro Paese. In tutta l’Europa, nei movimenti l’impressione che è la Grecia funzioni come una cavia. Che è là che si producono delle politiche che dopo andranno anche da loro. Dunque la situazione interessa tutti. È inoltre condivisa l’impressione che Syriza ha svenduto la lotta. La parola «tradimento» torna spesso nelle parole della gente dei movimenti europei. Syriza ha creato un grande danno alla sinistra non solo in Grecia, ma anche in tutta l’Europa.

La svolta di Syriza verso i diktat del memorandum avrà degli effetti ai movimenti di solidarietà?

Senza dubbio, e questo lo sto osservando nei ambulatori sociali. Delle persone, dei volontari che sono ancora in Syriza o che hanno una posizione favorevole nei confronti del governo, hanno fatto dei passi indietro sul campo delle richieste e delle lotte.

Qual è la differenza tra carità e solidarietà?

Dentro la solidarietà esiste un rapporto orizzontale. La persona che offre e la persona che riceve solidarietà si trovano in una situazione omologa. Perché questi due ruoli sono frequentemente intercambiabili. È una situazione dinamica. Oggi ho la capacità di offrire, domani mi posso trovare nella posizione in cui ho bisogno di solidarietà. Esiste una relazione reciproca di uguaglianza. Oppure si può facilmente avere questi due ruoli in contemporanea. Mentre nella carità c’è un rapporto unilaterale, statico e autoritario. Quando una persona è caduta per terra, devi aiutarla alzarsi con una mano e con l’altra puntare verso chi l’ha buttata giù. Se non lo fai, hai compiuto un mezzo lavoro perché cadrà di nuovo.

Questo articolo è stato pubblicato dal giornale Dromos tis Aristeras (Strada di sinistra) l’8 novembre 2016

fonte ILMANIFESTOBOLOGNA

Referendum/Generale Fabio Mini: “No a riforma che sottrae al Parlamento decisione su dichiarazione di guerra”

FONTE LIBERTAEGIUSTIZIA.IT  CHE RINGRAZIAMO . EDITOR

 

Intervista di Rossella Guadagnini al generale Fabio Mini (*)

Riforme, democrazia, governabilità e inganni. Ne parliamo con una voce fuori dal coro, un uomo che per 46 anni è stato nelle Forze Armate e oggi si definisce molto progressista. Ci racconta di una legge ‘immaginaria’ e di un Parlamento ‘defraudato’, di una maggioranza non rappresentativa del Paese e di una ‘guerra fredda interna’ all’Italia. Di spazi informativi pubblici a favore del marketing governativo e di una grande festa della dis-unità a cui, volenti o no, siamo tutti invitati.

D. Generale Fabio Mini cosa pensa delle riforme costituzionali?

R. Non sono contrario alle riforme costituzionali, ma sono nettamente contrario a questa riforma. Respingo il sillogismo che chi vota “sì” vuole un’Italia “efficiente, stabile e responsabile, e quindi capace di esercitare il suo ruolo in Europa” e chi vota No vuole “un’Italia idiosincratica ed eccentrica, eternamente prigioniera delle proprie ombre”. E’ un sillogismo apodittico che squalifica sul piano intellettuale chi lo propone e offende chi non lo condivide. E’ il primo segnale che la riforma proposta intende dividere gli italiani ed io penso invece che una Costituzione debba unire i cittadini.

D. Il fronte del No è molto variegato e ispirato da ideologie addirittura opposte: come si conciliano?

R. Personalmente, mi schiero con il No proposto da un Movimento di cittadini e non da un partito, mi riconosco negli idealisti e non negli ideologi, nelle persone responsabili che pensano al futuro dell’Italia unita e non in coloro che operano per dividerla ulteriormente e  intendono affondare la nave per assumere il comando di una scialuppa. Non condivido l’obiezione che il No sia improponibile perché voluto anche da partiti e movimenti d’ispirazione fascista, veterocomunista, populista e quant’altro, che vogliono soltanto la caduta del governo. Non condivido le loro finalità, ideologie e prassi, ma riconosco legittime e fondate alcune delle loro motivazioni. Sono infatti queste comuni motivazioni a fare del No un fronte trasversale espressione di molte anime, e non di un pensiero unico, e quindi – nel suo complesso – essenzialmente democratico.

D. Con il No cosa succederebbe al Governo ?

R. Non collego il No alla caduta del Governo. Penso che sia stata una grossa sciocchezza legare il Referendum alla sopravvivenza politica del capo del Governo: un narcisismo inopportuno che non è finito con la tardiva e strumentale ammissione dell’errore. Anzi è stato fatto qualcosa di peggio, perché tutto l’esecutivo, a partire dal suo vertice, ha riversato sull’Italia la prospettiva di fallimento e sfascio nazionale in caso di prevalenza del No, alimentando così la disunione all’interno e i sospetti d’instabilità nazionale all’esterno. Viste le conseguenze in campo internazionale e nella speculazione economica a danno dell’Italia, questa operazione, in altri tempi e Stati, sarebbe stata considerata e perseguita come “Alto tradimento”. Da noi è una “furbata”. Dopo il voto ciascuna parte politica dovrà trarre le conclusioni e agire di conseguenza, ma se il Referendum non realizza una massiccia affluenza alle urne nessuno potrà veramente cantare vittoria: avrà perso l’Italia. E il conteggio dei voti dovrà far riflettere invece di far gioire. La prevalenza risicata del “si” inasprirà ancor di più il clima politico e indurrà il Governo a irrigidirsi su posizioni non condivise. Secondo me, tutto questo porterà nel giro di breve tempo alla fine dell’esecutivo o della stessa legislatura. Se dovesse prevalere il No, tecnicamente sarebbe soltanto il rinvio della Riforma e con questo Parlamento il Governo potrebbe restare in carica fino al termine di legislatura. Ma gli equilibri politici sarebbero mutati e il Governo non potrebbe imporsi sul Parlamento come ora. Non è detto che questo sia necessariamente un male. Inoltre, se oggi il No di altri gruppi tende solo allo sfascio del Governo bisogna riflettere sulle ragioni e le responsabilità di tale atteggiamento. In questi ultimi anni il dissenso democratico non ha avuto né attenzione né alternativa onorevole. Quando quasi mezzo Parlamento è costretto a lasciare l’aula, per non essere coinvolto in uno schema  che non condivide e i restanti festeggiano come allo stadio, si celebra l’effimera vittoria di una parte e si detta il necrologio della democrazia.

D. Entrando nel merito della riforma, perché vota NO?

R. E’ stato detto che questa riforma, “dopo un dibattito trentennale infruttuoso e controverso”, era diventata improcrastinabile. Non è stato detto che la controversia non derivava dalla carenza di norme, ma dalla necessità (riconosciuta dalle stesse commissioni bilaterali e da tutti gli altri proponenti di riforme alla Costituzione) di procedere alle riforme con il più largo consenso delle forze politiche. Lo stesso meccanismo dell’articolo 138 della Costituzione, prevedendo più esami incrociati tra Camera e Senato, cauti passi successivi e tempi di riflessione intendeva promuovere un largo consenso. Tant’è che nel caso esso fosse venuto a mancare si prevedeva la possibilità di ricorrere alla consultazione diretta del popolo. Ora, si è arrivati a questa riforma pasticciata e opaca perché invece di ricercare il largo consenso si è preferito imporre la volontà di una maggioranza non rappresentativa della Nazione. Abbiamo assistito a manovre di qualsiasi genere, a ricatti politici, disinformazione, emarginazione dei dissidenti o soltanto dei non favorevoli, sostituzione di membri di commissioni parlamentari scomodi, agitazione di spauracchi, promesse populistiche, ghigliottine, canguri, sedute fiume e molto altro. Di peggio è avvenuto nell’ombra. La forma non è stata violata, ma il metodo si è rivelato ingiusto e scorretto perché nel frattempo la rappresentatività parlamentare e governativa era passata, con successive “porcate” e “leggi incostituzionali”,  dal sistema proporzionale a quello maggioritario a sbarramento. E soprattutto perché le finalità della riforma erano e rimangono tanto confuse da giustificare ogni sospetto di manipolazione.

D. Lo ritiene un fenomeno nuovo?

R. No, ma nel passato, quando gli obiettivi delle riforme costituzionali erano chiari, puntuali e condivisi sono state promulgate leggi costituzionali senza difficoltà. Dal 1948 ad oggi sono state approvate 38 leggi costituzionali tra cui provvedimenti importanti come le pari opportunità, l’abolizione della pena di morte anche per i reati militari in tempo di guerra, il voto degli italiani all’estero, l’estradizione per delitti di genocidio, il giusto processo, il pareggio di bilancio ecc. I problemi si sono posti quando le riforme si presentavano strumentali o soltanto imparziali e soprattutto quando rispecchiavano interessi di potere particolari e clientelari.

D. La riforma vorrebbe snellire la burocrazia legislativa, ridurre i costi della politica.

R. Purtroppo questa riforma non snellisce e non fa risparmiare. Si sarebbe invece risparmiato molto utilizzando strumenti legislativi ordinari senza scomodare la Costituzione. E anche ammettendo che ci sia qualche risparmio sul piano contabile, la riforma comporta costi enormi  in credibilità delle istituzioni, bilanciamento dei poteri e quindi in democrazia. Non sono costi teorici o morali, a ognuno di tali elementi sono collegate pratiche politiche e amministrative che se non adeguatamente controllate generano corruzione, sprechi, abusi di potere, imposizioni di tasse esose, aumento del debito e dissoluzione dei rapporti di fiducia tra Stato e cittadini. E’ vero, ci è stato detto che   “Abbiamo bisogno di capacità decisionali e di procedimenti legislativi più rapidi e non di un sistema immaginato e pensato a quei tempi, in cui forse si credeva si dovesse decidere raramente”. Ebbene, dobbiamo ricordare che  la rapidità non è sinonimo di migliore qualità o efficacia dei provvedimenti. Anzi. Siamo ancora impantanati  nei problemi creati dalla fretta dei governi e dalle loro false priorità. Inoltre, il sarcasmo fuori posto è sempre una forma di denigrazione e, in questa frase, è chiara la volontà di delegittimare un’Italia che i denigratori  non hanno né conosciuto né studiato.

D. Cosa trascurano?

R. Più che trascurare, in realtà non sanno e quindi non possono nemmeno ricordare. Questo progetto fa parte dello schema di rottamazione non di ciò che non funziona, ma di ciò che non si conosce. Siccome l’ignoranza è molta, non deve stupire che la cosiddetta rottamazione colpisca a vanvera in molti settori. Se i denigratori non possono ricordare, potrebbero ascoltare, ma di solito l’ignoranza va di pari passo con l’arroganza e perciò bisogna accontentarsi di dire cose che non ascolteranno mai. Noi però possiamo ricordare che quel sistema immaginato nel 1948 è stato realizzato e ha preso le decisioni più difficili della nostra storia. Con successi e insuccessi abbiamo recuperato credibilità internazionale, risollevato l’economia, affrontato emergenze naturali senza scandali, combattuto il terrorismo e la mafia, ristrutturato le Forze Armate e le abbiamo spedite in ogni angolo della Terra a rappresentare l’Italia e abbiamo raggiunto il quarto posto fra sette delle maggiori economie (G-7). Poi, con una breve stagione di “decisionisti” e  fantasiosi innovatori abbiamo decuplicato il debito nazionale, aumentato la disoccupazione e il precariato, diminuito la nostra competitività. Infine, grazie alle virtù taumaturgiche del mercato, dei tecnocrati e dei rottamatori abbiamo centuplicato il debito e siamo stati malamente coinvolti in una crisi che non ci avrebbe riguardato così da vicino, se non avessimo avuto immaginifici finanzieri di Stato e speculatori privati rivolti esclusivamente allo sfruttamento delle bolle finanziarie.

D. E oggi come siamo messi?

R. Andiamo a votare per una legge veramente immaginaria e siamo più deboli in Europa, sminuiti nella capacità di sicurezza,  succubi delle decisioni altrui, allontanati dai tavoli di discussione globali ed europei, ultimi nella graduatoria del G7, incapaci di provvedere al rilancio dell’economia e costretti ad elemosinare non denaro (che nessuno regala), ma la possibilità di fare altri debiti. Non si può addossare la responsabilità di tutto questo solo al sistema bicamerale o ai governi del passato. Negli ultimi dieci anni sono state approvate più leggi richieste dal Governo che quelle promosse dal Parlamento. In alcuni periodi delle legislature passate e di quella presente si è legiferato con le procedure di urgenza su cose che non erano affatto urgenti, si sono blindate leggi e leggine d’iniziativa governativa (109 in questa legislatura), facendo ricorso eccessivo ai colpi di maggioranza, alle deleghe al governo (13 a quello attuale su temi  fondamentali come lavoro, scuola, comunicazione pubblica ecc.) e al voto di fiducia al governo (ben 56 volte negli ultimi due anni e mezzo). Oggi non andiamo a votare per migliorare, ma per  istituzionalizzare un Parlamento defraudato del potere legislativo e assoggettato al potere esecutivo molto di più di quanto non lo sia già ora.

D. Un altro elemento su cui insistono i fautori della riforma è la governabilità. Argomento convincente, a suo parere?

R. La “governabilità è ormai un dogma. Ma non è un’invenzione di oggi. Il tema è stato sollevato per primo da Bettino Craxi (fine anni ‘70), quando con i voti di un partito largamente minoritario voleva guidare per sempre l’intero Paese. Non a caso parlava di governi di legislatura (che stessero al governo “certamente” almeno per turni di 5 anni) o di “governo presidenziale”, pensando di diventare presidente. Ma i governi erano comunque coalizioni di grandi partiti che godevano anche dell’appoggio esterno di alcune opposizioni. La democrazia non era in pericolo, semmai era evidente l’insofferenza di un leader carismatico nei confronti dei grandi partiti. Lo stesso tema fu affrontato da Spadolini nel 1982 in maniera geniale, anche se inattuabile. Anche lui leader carismatico, esponente di un partito abbondantemente minoritario, ma giuridicamente molto più preparato di Craxi, individuò il collante fra le coalizioni, non nell’egemonia del partito più numeroso, ma in una presunta forza istituzionale del Presidente del Consiglio. Di fatto, sostituiva la forza dei partiti con la forza del ruolo di Capo del Governo. Intendeva istituire il “regime del primo ministro” al posto del “regime dei partiti”. “Perché -diceva- il governo della Repubblica deve governare anche per chi gli vota contro, anche per i senza partito, anche per gli extraparlamentari, anche per chi ancora non vota e voterà domani». Era una proposta al limite della liceità costituzionale e valeva finché ci si credeva. Ma lui era Spadolini e governò a modo suo, non per molto, ma senza modificare una sola virgola della Costituzione. Nel caso si fosse resa necessaria una riforma, Spadolini ebbe a dire: “Il governo ricercherà sempre con l’opposizione lo “idem sentire de Constitutione”. Questa riforma è lontana anni luce dall’idem sentire di Spadolini e di tutti i Padri costituenti. Non vuole eliminare “il regime dei partiti”, ma istituire il regime di un partito, anche se oggettivamente non maggioritario, come lo sono tutti i grandi partiti di oggi.

D. E’ stato detto che la riforma è necessaria per realizzare “un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione Europea, Stato e Autonomie territoriali”.

R. Magari lo fosse, e magari fosse stato spiegato chiaramente cosa sarebbe necessario. E’ stato invece raffazzonato un discorso che parla di razionalizzare “alla luce dei provvedimenti già presi in relazione allo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”. Sono parole testuali della proposta, ma più che un proposito, lo sproloquio sembra una “captatio benevolentiae” nei confronti dell’Europa. Una inutile piaggeria, che non ha più senso visto che l’integrazione europea è più lontana che mai, la governance europea è in crisi grazie anche agli atteggiamenti estemporanei del nostro governo (prima, durante e dopo Bratislava) e che nella cosiddetta riforma non c’è nulla che risponda alle sfide “dell’internazionalizzazione economica”. Oggi in campo internazionale siamo ad un livello di guerra fredda molto vicino alla guerra calda tra blocchi contrapposti, come nel 1946, in Europa, in Asia e quindi in tutto il mondo. Gli equilibri stanno cambiando rapidamente e in modo pressoché incontrollato. Gli stessi Stati Uniti non sanno dove andare e domani forse scopriranno di non voler e non poter andare da nessuna parte. Oggi, in Italia siamo sicuramente in piena guerra fredda interna: da vent’anni siamo prigionieri di una dicotomia fra destra e sinistra che ancora parla di comunismo e fascismo. Grazie all’arroganza di partiti personalizzati il Paese è spaccato apparentemente in due, ma sostanzialmente in cento pezzi.

D. E’ una questione che riguarda esclusivamente i partiti politici?

R. No, è dovuta anche all’avidità dei poteri economici, industriali e finanziari che sostengono i partiti per i propri interessi, i quali non necessariamente coincidono con l’interesse collettivo, meno che mai con il bene pubblico. Ma i partiti hanno un’aggravante: hanno interpretato l’articolo 49 della Costituzione come l’investitura di ciascuno di essi alla rilevanza costituzionale. Il segretario di un partito si sente – e di fatto è stato considerato dagli stessi presidenti della Repubblica – come un “organo costituzionale”. In realtà l’articolo 49 stabilisce la libertà dei cittadini di associarsi in partiti, ma non assegna a essi altra funzione se non quella di permettere che i cittadini concorrano con metodo democratico a determinare la politica nazionale. La rilevanza costituzionale è dei cittadini, non dei partiti. In realtà i tre partiti maggiori del panorama italiano non assicurano affatto il metodo democratico, ma quello monocratico o al massimo oligarchico, autoritario e personalizzato. Non danno alcuno spazio di dissenso al loro interno e sono da tempo impegnati in una delegittimazione reciproca che ha prodotto la sclerosi delle strutture interne e la completa sfiducia dei cittadini nella politica in generale.

D. Eppure questa riforma è passata con l’avallo del Parlamento.

R. Certo, ma non nella misura necessaria alla sua promulgazione. Tant’è che andiamo al Referendum proprio perché non è stato raggiunto l’accordo richiesto dalla stessa Costituzione. In compenso ci è stato detto che questa riforma ha rispettato tutti i parametri costituzionali e democratici. In realtà, l’iter di questa riforma, come quella bocciata nel 2006, è stato caratterizzato dalla prevalenza del metodo “a colpi di maggioranza”, abbandonando l’equilibrio previsto dalla Costituzione tra leggi “consensuali” e “maggioritarie”.  Si è invece rafforzata la presunta equivalenza fra principio democratico e principio maggioritario. Le modifiche alla Costituzione o alla forma di governo e della rappresentanza (come nel caso della legge elettorale) scaturiscono dalla convenienza della maggioranza di turno: nel periodo 2000-2015, ben nove (su dieci) leggi di revisione della Costituzione sono state approvate con i soli voti della maggioranza parlamentare, senza cercare larghe intese all’interno delle forze.

D. La nuova legge ha il sostegno di intellettuali, sindacalisti, forze economiche e finanziarie.

R. Non mi sorprende. Molti sono in buona fede perché attratti dal canto delle sirene sui risparmi e sulla limitazione dei politici o soltanto dalla voglia di punire il sistema o i partiti avversari. Alcuni poteri cosiddetti forti sono attratti dalla prospettiva di avere un governo a propria disposizione. Altri pensano alla pancia quotidiana e sostengono chi promette di più o elargisce elemosine elettorali. Qui il governo ha buon gioco perché è l’unico in grado di promettere, anche se sa benissimo di non poter mantenere. Ma è soltanto un escamotage che deve durare un mesetto ed è una sorta di competizione sleale perché gli oppositori, non essendo in campagna elettorale per la legislatura, non possono promettere niente altro che la fine del governo. Aumentando così l’incertezza di chi spera nei bonus e la diffidenza degli stranieri.

D. A detta dei fautori del Sì, non vengono alterate le Istituzioni democratiche. E’ così?

R. Secondo la definizione socio-economica più moderna e coerente, lo scopo di una “Istituzione” (e il Senato è una Istituzione) è quello di garantire la corretta applicazione delle  norme stabilite tra l’individuo e la società o tra l’individuo e lo Stato, sottraendole  all’arbitrio individuale e all’arbitrio del potere in generale (Haidar J.I.-2012). Ebbene, questa riforma nega e offende le Istituzioni democratiche: nei fatti stravolge l’impianto istituzionale dello Stato aumentando l’arbitrio individuale, o di un gruppo, e l’arbitrio del potere in generale. Il mio non è un giudizio teorico o di principio. Come uomo, soldato e cittadino con oltre 46 anni di servizio nell’ambito di una istituzione fondamentale come le Forze Armate, deputate alla difesa della Patria, anche in guerra, non posso condividere una riforma che sottrae al Parlamento la decisione sulla più drammatica evenienza di uno Stato: la dichiarazione di guerra. La norma proposta indica infatti nel Governo, attraverso la sua ovvia e artificiosa maggioranza monocamerale, il responsabile di tale decisione.

D. Ma la guerra non è un’evenienza remota?

R. E’ vero che sul piano pratico la cosa può sembrare ininfluente: nessuno più dichiara apertamente la guerra, ad eccezione degli Stati Uniti che ormai scendono in guerra per ogni cosa. Ma anche loro, pur chiamando ‘guerra’ qualsiasi sforzo interno ed internazionale, pur individuando nemici in ogni interlocutore, pur usando gli strumenti di guerra come prima risorsa d’emergenza e pur avendo inventato la guerra preventiva che non previene, ma anzi anticipa la guerra, sono ben attenti ad evitare con cura qualsiasi dichiarazione formale di guerra. Oggi, specialmente da parte dei Paesi europei e della Nato, la guerra si fa senza dichiararla o semplicemente cambiandone il nome. E, comunque, neppure l’impegno della Nato nella difesa collettiva (articolo 5 del Trattato) costringe in modo automatico ad intervenire con le armi. Ogni Paese membro può (e deve) scegliere in che maniera contribuire alla difesa collettiva.

Tuttavia, se la norma che equipara la dichiarazione di guerra a qualsiasi altro atto amministrativo può sembrare ininfluente sul piano pratico, non lo è affatto sul piano istituzionale e della filosofia del diritto. In questo caso, l’abolizione del bicameralismo perfetto è la chiara manifestazione della volontà di banalizzare il ruolo delle istituzioni a partire dall’atto più drammatico delle loro funzioni: la deliberazione sulla guerra. Il Parlamento riformato ha uno squilibrio a favore della Camera e questa, per effetto della legge elettorale maggioritaria e dei premi di maggioranza esagerati, ha uno squilibrio a favore del Governo. Di fatto, il nuovo Parlamento e lo stesso Governo cessano di essere organi legislativi rappresentativi di tutto il Paese e perdono la qualità fondamentale per autorizzare la guerra in nome del popolo italiano e quindi anche la facoltà di assumere ogni altra decisione che comporti analoghi sacrifici per tutta la popolazione e il trasferimento di risorse, poteri e funzioni da una istituzione all’altra.

D. Sono squilibri pericolosi ?

R. Nella sostanza sì. Se tali squilibri consentono di accelerare le decisioni del Governo in nome della cosiddetta governabilità, non è detto che favoriscano solo i provvedimenti giusti ed equanimi, adottati in nome e per conto del bene pubblico. Abbiamo continuamente esperienze di provvedimenti ad personam e a favore di gruppi di potere e di avventure che non hanno nulla a che vedere con il bene pubblico. Il Senato riformato  che non è più una Istituzione, perché non ha poteri equilibratori nell’ambito del Parlamento, è una costosa conferenza saltuaria di amministratori locali, la cui legittimazione nell’incarico “complementare” dipende dall’arbitrio di chi li ha  designati. Voto No all’eliminazione dell’equilibrio dei poteri e dei contrappesi istituzionali che di fatto conduce all’arbitrio del potere del partito di maggioranza del momento. Voto No al vilipendio delle istituzioni parlamentari (e non solo) esercitato da un partito che designa parlamentari e senatori non per esigenze di rappresentatività, ma per clientelismo e corruzione. Voto No perché non voglio essere rappresentato in Parlamento e nelle altre istituzioni nazionali ed europee da personaggi ignoranti, compromessi, immorali e pregiudicati. Abbiamo già vissuto il tempo del disprezzo nei confronti delle nostre Istituzioni  quando a occuparle venivano designati amici, clienti e compagni o compagne d’alcova. Me ne sono vergognato profondamente quando in campo internazionale, politico e militare, si lanciavano battutacce sui nostri governanti. Voto No perché ciò non si ripeta. E comunque non si ripeterà con il mio sostegno o la mia indifferenza.

D. Riflessioni come le sue hanno avuto la possibilità di raggiungere i cittadini?

R. Se lo hanno fatto non è certo per merito del Governo o della comunicazione pubblica. Ci avevano detto di voler rispettare le regole democratiche anche nella comunicazione. In realtà le voci di coloro che, come me, hanno servito lo Stato e difeso le istituzioni democratiche con disciplina e onore, e quelle di coloro che, come tantissimi,  hanno lavorato per l’Italia rappresentandone l’eccellenza culturale, tecnologica, economica, istituzionale e di solidarietà sono state soffocate dal vocio della propaganda di Stato. Ben prima della decisione di ricorrere al Referendum il Governo intero ha occupato tutti gli spazi di comunicazione, tramutando il legittimo sostegno a una propria proposta in bagarre affaristica e campagna ideologica a dispetto e scapito dell’equilibrio e dell’unità nazionale. Con il ricorso al referendum, la consultazione si è trasformata in una sfida tra sì e no, a prescindere da cosa significassero. C’è stata la conta degli amici e dei nemici, dei clienti riconoscenti e dei candidati a posti e poltrone accondiscendenti. La giusta perorazione della causa riformistica è stata volutamente personalizzata, fino a farla diventare una scommessa sulla stessa sopravvivenza del Governo. Come tutte le scommesse è stato un gioco, un azzardo, un bluff, un rischio e un ricatto sostenuti da una mobilitazione mediatica senza precedenti. Ogni canale di discussione moderata e costruttiva è stato occupato da comizi e spettacoli celebranti una grande festa della Dis-Unità. Gli spazi d’informazione pubblica (una risorsa di e per tutti) sono stati spesi (anche in senso economico) solo a favore del marketing governativo, in Italia e all’estero.

D. Come definirebbe la sua posizione, conservatrice o progressista?

R. Direi molto progressista. Esprimo il mio No a questa riforma  con spirito costruttivo, perché  non voglio che il mio Paese rimanga intrappolato in un sistema che assegna i poteri dello Stato a una maggioranza risicata e faziosa, frutto dell’allontanamento dei cittadini dalla politica, senza nessun organo di controllo e bilanciamento dei poteri. Mi è stato fatto osservare che in tutti i Paesi del mondo “va al comando” il partito di maggioranza relativa, e che l’evanescenza delle opposizioni non dipende dalla legge elettorale. E’ vero, e infatti non ho mai apprezzato il concetto di un partito “al comando”. I partiti dovrebbero essere al servizio della comunità, esattamente come le istituzioni, i governi e le amministrazioni pubbliche.

Ma anche dove i partiti godono di ampia maggioranza ci sono differenze sostanziali.  Ho vissuto abbastanza a lungo nei due paesi a sistemi opposti per capirne gli effetti: la democrazia americana e il regime del partito comunista cinese. La democrazia americana non è tale perché votano i cittadini, che fra l’altro non votano per eleggere l’uomo al comando, ma perché esistono istituzioni in grado di limitare gli abusi del potere. Il Congresso, a prescindere dalla maggioranza del momento, è il più feroce censore del potere esecutivo. La magistratura suprema segue a ruota, ma una serie di comitati parlamentari hanno poteri che possono indirizzare e raddrizzare la politica del governo. Inoltre, spesso sono gli stessi partiti, i media, le lobby e i comitati di cittadini a limitare i propri leader.

In Cina c’è un partito che occupa tutto e impone la propria politica a tutti. Si avvale di strutture legislative permanenti per gli affari correnti e di un’assemblea annuale dei rappresentanti del popolo per approvare le grandi leggi: si vota per alzata di mano su ogni proposta e si torna a lavorare. C’è anche una sorta di senato: è la Conferenza Consultiva che raggruppa i rappresentanti dei partiti, varie etnie, associazioni popolari, amministratori locali e personalità indipendenti. Non ha alcun potere effettivo ed è diretta dallo stesso Partito Comunista, che comunque la utilizza come foglia di fico per spacciare una parvenza di democrazia. In Cina il vero equilibrio fra i poteri e la garanzia di una dialettica politica si realizzano all’interno del partito stesso che è tutt’altro che monolitico o cristallizzato. L’ostentata ammirazione per il sistema americano da parte del nostro Governo è smentita proprio dalla riforma: il sistema che vuole instaurare con la riforma è lontanissimo da quello americano e vicinissimo al sistema cinese. Con due  differenze: da noi il partito di regime non assicura alcuna dialettica equilibratrice interna e i rappresentanti alla Camera bivaccano in permanenza a Roma.

D. E l’intervento popolare tramite il Referendum?

R. E’ importante ma non sarà determinante finché la partecipazione non sarà veramente significativa. Non si può ricorrere sempre ai referendum per colmare le incapacità della politica, anche perché gli stessi referendum costituzionali, che dovrebbero essere i più importanti, dimostrano la disaffezione popolare nei confronti della politica e s’indeboliscono nella capacità effettiva di rappresentare la Nazione. Alla prima consultazione referendaria sulla Costituzione della nostra storia, il 7 ottobre 2001,  si recò a votare solo il 34,1 % degli aventi diritto e i voti validamente espressi furono per il 64,2 % favorevoli alla modifica costituzionale: erano appena il 21% degli aventi diritto. Alla seconda, quella del 25-26 giugno 2006, votò il 52,30% degli aventi diritto e la legge voluta da Berlusconi fu respinta dal  61,32% dei votanti: appena il 32% degli aventi diritto.

D. Come riassumerebbe le sue motivazioni?

R. Voto No ad una riforma che spacca il paese e prelude ad una frattura ancora più ampia e pericolosa fatta di disprezzo per le Istituzioni, rigetto delle opposizioni, soppressione delle minoranze  e ghettizzazione delle intelligenze non allineate: tutti segni storicamente premonitori di dittatura e  guerra civile.

Voto No perché il sistema proposto è già in atto e non funziona, anzi mortifica le istituzioni e minaccia la democrazia. Soltanto con il No  si può pensare di rettificare questo stato di fatto e avviare la stagione delle riforme equilibrate ed efficaci.

Voto No perché il governo, qualunque esso sia, e le istituzioni nazionali a partire dal 5 dicembre si dedichino a risolvere i problemi strutturali  che gravano sulla nostra nazione, i problemi della ripresa economica, di compattazione sociale e di disaffezione politica e formuli  finalmente un progetto per riunire i cittadini italiani e le forze politiche attorno ad una Costituzione rinnovata ma condivisa.

Voto No oggi per avere domani (e non dopodomani) la possibilità di vedere una riforma seria e corretta.

Voto No perché mi si chiede di esprimermi con un monosillabo su un insieme di elementi disomogenei, appartenenti a materie molto diverse e  dagli effetti indecifrabili se non indagati dal punto di vista tecnico-giuridico. Invece di approfondire e sviscerare tali aspetti, mi si chiede di votare senza considerarli, quasi a voler nascondere il fatto che proprio tra essi  si annidano tutti gli elementi distruttivi e destabilizzanti della riforma. Mi si chiede un voto di fiducia cieca, ideologico, che non lascia a me, e a nessun cittadino libero di ragionare con la propria testa, altra alternativa che il No.

D. Secondo lei, è questa l’ultima occasione per fare le riforme?

R. Il No è l’ultima occasione per  stroncare sul nascere i propositi inaugurali di una stagione di continue ulteriori modifiche alla Costituzione, rese via via più facili e incontrollate da questa stessa riforma, tendenti a stravolgere completamente l’assetto istituzionale del nostro Stato. In questo senso, non mente chi dice che il 4 dicembre non è un traguardo finale, ma uno striscione di partenza. Tuttavia, soltanto con il No parte l’Italia Unita, di tutte le fedi e convinzioni, per riaffermare la Democrazia, la Giustizia e la Libertà volute da tutti gli Italiani che per esse hanno sofferto privazioni, vessazioni, torture e che per esse hanno versato il proprio sangue in guerra e in pace. In caso contrario, con il Sì,  parte la vera corsa al potere assoluto di una maggioranza di palazzo. Anche questa è stata una delle cause storiche delle dittature, delle guerre civili, dei colpi di stato, delle rivoluzioni.

 .

(*) Fabio Mini, generale di Corpo d’Armata, è stato capo di Stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa e, a partire dal gennaio 2001, ha guidato il Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani. Dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003 è stato comandante delle Operazioni di pace a guida Nato, nello scenario di guerra in Kosovo nell’ambito della missione KFOR (Kosovo Force).

 

Referendum costituzionale: perché voto NO – Pierre Carniti

simbolo NOPrescindo da molte delle critiche alla proposta di riforma costituzionale, già sollevate da costituzionalisti, commentatori e politici, che in larga parte condivido. Le ragioni specifiche che mi determinano a votare no sono fondamentalmente tre.

Primo. Gli articoli della costituzione possono ovviamente essere modificati. Non però all’ingrosso ma al minuto. Tema per tema, uno alla volta, con emendamenti soppressivi o correttivi. Per coinvolgere i cittadini consentendo loro di capire davvero la necessità e le ragioni del cambiamento di una norma. Ora invece si pretenderebbe di cambiare, in un colpo solo, oltre un terzo degli articoli della Carta.

Per quanto mi riguarda continuo a credere nella lezione di Dossetti (ricordata recentemente anche da Raniero La Valle) il quale non si stancava di spiegare che deve essere sempre cercata una corrispondenza tra la costituzione e lo spirito del Paese. Nel senso che le Costituzioni non precedono la società, ma ne sono l’espressione proiettata in avanti. La Costituzione del ’48 infatti fu la conseguenza della grande rigenerazione spirituale, sociale e culturale prodotta dall’immenso dolore della guerra, e da sentimenti di eguaglianza, libertà, dignità, solidarietà che erano radicati nelle masse prima di giungere alla formulazione costituzionale. Tuttavia, non si deve ritenere che solo i valori fossero legati allo spirito pubblico di quel tempo e non anche le scelte dei costituenti sulle forme e le regole del sistema politico.

Ad esempio, è evidente che il ritrovato pluralismo politico, affratellato nel sangue della Resistenza e nel percorso verso la costituente, faceva ritenere scontate, da non dovere essere nemmeno menzionate nel testo costituzionale, le modalità e le forme per la formazione della rappresentanza.

Né meno forte è stato il sentimento diffuso e la rivalsa tra il passaggio alla Repubblica e la forma politica che l’Italia aveva avuto fino ad allora Sentimento che trovava nel Parlamento la sua massima espressione simbolica e reale. Caduto il re il Parlamento era il sovrano. Ovvero la sovranità visibile del popolo. Per questo, proprio perché c’era stato un Senato del Regno doveva esserci un Senato della Repubblica. E poiché il Senato in precedenza era di nominati a vita doveva ora essere formato da eletti dal popolo, per realizzare non solo un parlamentarismo differenziato nel rapporto con il governo, ma anche nel rapporto con il territorio.

Oltre tutto c’erano pure delle ragioni più profonde che hanno spinto la Costituente a puntare su un parlamentarismo leale, forte e rappresentativo di tutta la società. La prima era il grande prestigio di cui era circondata la rappresentanza repubblicana che veniva dall’impegno politico antifascista, dal confino, dalle carceri, dalla clandestinità. Era una classe politica che, nella sua maggioranza conduceva vita austera, era mal pagata e non era sospettabile di intenzioni di carrierismo. La seconda era il rispetto e la stima che non solo circondava la rappresentanza politica, ma anche il legame di importanti masse popolari con i loro partiti e nello stesso tempo di reciproco rispetto, con marginali eccezioni, dei rappresentanti politici tra loro, pur essendo e restando avversari politici.

Basterà ricordare le parole di altissima considerazione che il partigiano Dossetti ebbe a pronunciare riferendo la testimonianza di un partigiano comunista del reggiano. Oppure il rapporto di amicizia, durato tutta la vita, di Zaccagnini con il comandante partigiano comunista Bulov. Infine c’era il senso comune che l’uscita dell’Italia dalla pesante situazione del dopoguerra era possibile con uno sforzo che richiedeva la rinuncia di ciascuno alla pretesa di attuare esclusivamente i propri interessi, le proprie idee personali, o di parte. Purtroppo da tempo questa armonia si è rotta.

Uno sviluppo economico sregolato e tumultuoso, un importante mutamento dei costumi, ripetuti sovvertimenti dell’ordine economico e politico internazionale ed infine lo tsunami mediatico hanno inaridito e reciso i legami sociali, senza che le grandi strutture religiose, sociali, culturali ed informative fornissero la linfa per rigenerarli.

Sicché né le culture politiche, né la dialettica politica quotidiana, né i comportamenti dei cittadini si sono dimostrati all’altezza delle nuove sfide. Non si sono saputo produrre analisi e proposte adeguate. Con la ammirevole eccezione di Papa Francesco, praticamente nessuno ha saputo contrastare il potere incontrastato del denaro, delle scandalose ineguaglianze, sia a livello mondiale che nazionale, dell’economia che uccide.

Quindi oggi la società è più barbara da quella in cui è stata concepita e realizzata la Costituzione del ’48. Secondo le statistiche europee in Italia ci sono 7 milioni di poveri. Ma sono solo dei numeri, non delle facce, delle dolorose storie personali e famigliari. La svalutazione del lavoro viene giustificata come strada obbligata per assicurare la competizione produttiva. Infine il primato della finanza e della speculazione rispetto all’economia reale continua e cresce sostanzialmente indisturbato. Al punto che sessantadue persone nel mondo vantano una ricchezza pari a quella di tre miliardi e mezzo di persone.

In questo quadro ci sono motivi per ritenere che la riforma costituzionale non posa nemmeno essere considerata una priorità assoluta. in ogni caso deve essere affrontata con estrema ponderazione e senso del limite. Il che non è quando ci si propone di riscrivere interamente la seconda parte della Costituzione. Cioè un pacchetto di 47 articoli. Dimenticando che le modifiche costituzionali non sono un semplice esercizio di scrittura. Oltre tutto in questo caso mal riuscito.

Teniamo presente che quando si scrive in un documento solenne come la Costituzione, nato dalla Resistenza e quindi dal sacrificio di tante vite umane, che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli, che limitando di fatto l’eguaglianza tra le persone che non consentono l’effettiva partecipazione dei lavoratori alla vita economica, sociale, culturale, civile alla vita del paese, si è detto moltissimo. Praticamente tutto. Perché si è caricata la Repubblica di un impegno perenne, continuo. Non fosse altro perché si è data ad essa un traguardo ed un orizzonte che non è mai definitivamente e pienamente raggiungibile. Il che naturalmente nulla toglie al fatto che questo fine debba essere continuamente ed instancabilmente perseguito. Con il contributo dello Stato e la contestuale partecipazione dei gruppi sociali intermedi. In pratica dell’intera società.

Questa concezione spiega perché diversi padri costituenti si siano sempre opposti alle ricorrenti pretese di progetti di stravolgimento della Costituzione. Infatti, come molti ricorderanno, ciò si è verificato sia in rapporto al disegno definito “organico” elaborato dalla commissione Bicamerale presieduta da D’Alema, affossato prima di arrivare al voto parlamentare. Ed una decina di anni dopo al tentativo pericoloso e confuso del cantro-destra, definito a “blocchi” e riferito all’intera parte seconda della Costituzione, bocciato dal voto popolare. E’ opportuno richiamare questi precedenti perché un cambiamento integrale della seconda parte della Costituzione è stato riproposto dal governo, presentandolo come indispensabile, cruciale. Ed è appunto sulla sua proposta che il 4 dicembre si svolgerà il referendum.

L’aspetto che colpisce e preoccupa è che il premier ha considerato il percorso che si concluderà con il voto referendario “una occasione storica che va assolutamente colta” ed alla quale si lega la “vita del governo e della legislatura”, anche se successivamente ha in parte cambiato versione. Per altro, la domanda che ci si deve porre è: perché mai deve essere il governo ad assumersi il compito di formulare a far camminare una riforma costituzionale, al punto di ipotecare la vita del governo e la durata della legislatura?

Il fatto è che attorno al tema di una radicale revisione costituzionale si è da tempo concentrata una enfasi mediatica (con motivazioni diverse e, non di rado, opposte) al punto da farla considerare una questione ineludibile. Da qui la speranza (o l’illusione) per la maggioranza di governo di poterne lucrare popolarità e consenso. Di fronte a questo calcolo ritengo, per quanto li ho conosciuti, che cristiani di sinistra, “repubblicani” democratici ed autentici, come: Dossetti, La Pira, Lazzati, Don Mazzolari ed altri, non avrebbero esitato a rispondere con Luca (Lc 6, 26) “Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi!”. Ma forse erano, non solo altri tempi, ma soprattutto altri uomini. Con una tensione democratica ed una moralità politica pubblica, oggi largamente sconosciuta.

Secondo. Una scelta condivisa avrebbe potuto essere quella di concentrare il dibattito e la proposta di riforma su un solo punto: il superamento del bicameralismo perfetto. Anche se, per la verità, contrariamente a diffuse interpretazioni, analizzando i dati della produzione parlamentare, non sembra essere questa la causa principale dei ritardi legislativi. La spiegazione dell’impotenza e paralisi che spesso si verifica va piuttosto ricercata nelle contrapposizioni politiche ed interne ai vari gruppi parlamentari. In ogni caso su tale questione si sarebbe potuto, presumibilmente,                   realizzare un largo consenso. Invece, inserita nel calderone della riscrittura dell’intera seconda parte della Costituzione ne è sortito un obbrobrio. Nel senso che, secondo la proposta sottoposta a referendum il bicameralismo perfetto verrebbe sostituito da un bicameralismo confuso e pasticciato. Del resto basta leggere l’articolo relativo alle competenze del nuovo Senato (composto da Sindaci e da Consiglieri regionali, con il risultato che presumibilmente finiranno per non assolvere bene né l’uno né l’altro compito) per farsi una idea che quel garbuglio diventerà sopratutto fonte di contenziosi e di conflitti, rendendo ancora più e lunga e complicata l’attività legislativa.

Terzo. Il collegamento tra la riscrittura di 47 articoli della Costituzione e la legge elettorale (Italicum) desta comprensibilmente motivi, non solo di grave preoccupazione, ma anche di rigetto. La ragione è semplice. La legge elettorale ha infatti un carattere oligarchico che finirebbe per indebolire ulteriormente il già fragile tessuto democratico e l’indispensabile divisione dei poteri. Il premier che per diverso tempo l’ha difesa a spada tratta ora si dichiara disposto a discuterne ed eventualmente a modificarla. Al momento però non è chiaro se, come e quando ciò si verificherà. E, soprattutto, quali potranno essere i possibili esiti.

Sono quindi convinto che ci siano più che fondate ragioni per votare No al referendum del 4 dicembre.

 

Pierre Carniti

Roma, 2 ottobre 2016

In Europa i partiti di “sinistra” non rappresentano più il lavoro

Sinistra - Foto di Sel

di Vittorio Capecchi

In questo numero di Inchiesta i testi si interrogano sulla scomparsa del lavoro dalla politica e dalle istituzioni. Francesco Garibaldo ricostruisce il processo di aziendalizzazione delle relazioni sindacali e di involuzione aziendalistica dei sindacati in Europa.

Come scrive Garibaldo, “se i lavoratori possono essere rappresentati solo come parte dell’azienda, allora non esiste più un punto di vista, una ipotesi sul lavoro che sia rappresentativa del mondo del lavoro come soggetto collettivo; il che non significa che non vi siano più conflitti tra manager e lavoratori, ma essi riguardano quel mondo chiuso e quindi hanno sempre come limite la comune esigenza di combattere, come sottolinea Marchionne, per sopravvivere contro le altre imprese”. L’aziendalizzazione arriva a inglobare le materie del welfare e prepara “un’ulteriore escalation di privatizzazione dei servizi sociali”. Come sintetizza Garibaldo “il lavoro è depoliticizzato e de-istituzionalizzato”.

Il lavoro esce in Europa dai partiti di “sinistra” e come analizza Alessandro Somma, è profetico l’ultimo testo di Peter Mair (politologo irlandese morto nel 2011) che descrivere la politica che “governa il vuoto” avendo lasciato il potere all’economia delle banche e delle multinazionali. L’immagine di questa politica è quella descritta da Bruno Giorgini nell’incontro a Maranello: l’alleanza tra un Renzi a capo del “partito della nazione”, la Merkel, Marchionne ed Elkann. Luigi Vinci si pone l’interrogativo utilizzato per questo editoriale “Come è potuto accadere?” e parla di una politica europea “populista”, basata “sulla movimentazione di atteggiamenti e comportamenti popolari, sulla sfiducia nella politica e negli assetti istituzionali, sul rapporto diretto tra seguaci e leadership, sulla banalizzazione del discorso politico e sulla centralità del richiamo emotivo”.

Sono avvenute profonde trasformazioni sia nel rapporto capitale/lavoro che nel rapporto capitale/natura. Sul primo di questi rapporti Umberto Romagnoli sottolinea le difficoltà di un diritto del lavoro che si trova in una fase con prospettive, come in Italia, di “crescita zero” che coesistono con i successi di Industria 4.0 descritti da Matteo Gaddi. Le ricadute sulla salute e sulla sicurezza di chi lavora sono descritte da Gino Rubini. Marco Assennato, che analizza il quadro sindacale francese e le lotte che attraversano Parigi, vede la situazione attuale come risultato di una non convergenza delle lotte, convergenza “da cercarsi direttamente sul terreno metropolitano, nei servizi, nella logistica, sul territorio”. Da tener poi presente che quando si cerca di uscire dal modello neoliberista i contraccolpi politici sono immediati, come spiega Railidia Carvalho che descrive il veloce retrocedere dei diritti del lavoro nel Brasile del golpe portato avanti contro Dilma Rousseff da parte dell’apparato di potere industriale, che vuole un ritorno trionfale del neoliberismo messo in discussione da Lula.

Sulla relazione capitale-natura sono importanti le considerazioni di Mario Agostinelli dopo il Forum Sociale Mondiale di Montreal a cui ha partecipato e in questa direzione è anche il dossier curato da Laura Corradi che riflette sul libro scritto da lei insieme a Raewyn Connell, Il silenzio della terra, che rappresenta il punto di arrivo di una esplorazione ventennale nelle teorie sociali dei paesi non occidentali e nelle realtà aborigene, nel tentativo di imparare da esse mettendo al centro la terra.

Esiste ancora una sinistra?

Le analisi storiche e le diagnosi presentate nei saggi prima ricordati sembrerebbero convergere verso una risposta negativa, ma sia al livello internazionale che al livello nazionale vi sono risposte che mostrano scenari politici, economici e culturali alternativi al neoliberismo dominante.

Al livello internazionale sono importanti le iniziative e proposte che provengono dal Forum Sociale Mondiale descritto da Mario Agostinelli: cambiamenti nelle fonti energetiche, spostamento verso un sistema agricolo più localizzato ed ecologico, abolizione dei trattati commerciali che interferiscono con i tentativi di ricostruire le economie locali, accoglimento di rifugiati e migranti che cercano sicurezza e una vita migliore, introduzione di un reddito minimo universale, interruzione di sussidi ai combustibili fossili, tassazione sulle transazioni finanziarie, tasse più elevate per le corporation e per i ricchi, una tassa progressiva per il carbonio.

In questo scenario si collocano le iniziative politiche italiane di sinistra. La scomparsa di partiti che si riferiscano al lavoro come base sociale aumenta le responsabilità politiche del sindacati e della Fiom in particolare. Gianni Rinaldini delinea “un Sindacato Confederale, autonomo, indipendente e democratico, espressione di un progetto di cambiamento della società (..) che non può che essere fondato su un proprio progetto di cambiamento della società, da cui derivano le proprie compatibilità nella stessa iniziativa rivendicativa

Un Sindacato democratico nella vita dell’Organizzazione, nella forma e nella modalità di elezione dei gruppi dirigenti e nel rapporto democratico con l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici. Da qui dovrebbe cominciare una vera discussione, senza ipocrisie ed infingimenti”. In questo scenario si muovono le iniziative della Fiom in materia di formazione raccontate da Giuseppe Ciarrocchi e Gabriele Polo e quelle descritte da Bruno Papignani (intervistato da Tommaso Cerusici) che analizza quattro temi di grande rilevanza: l’accordo raggiunto in Fincantieri, il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, i referendum promossi dalla Cgil contro il Jobs Act e il referendum costituzionale.

Sull’esistenza di una sinistra in Italia e in Europa si muovono poi le interviste fatte in questo numero da Luciano Berselli a Paul Ginsborg e Sergio Labate (autori del libro Passioni e politica, uscito recentemente da Einaudi) e da Sergio Caserta a Laura Urbinati, impegnata nella campagna per il NO, da lei considerata una lotta essenziale “per la difesa della democrazia costituzionale”. La sinistra esiste ed è impegnata su più fronti.

Ordinare se stessi per governare il mondo

Questa frase proviene da un antico testo cinese di recente pubblicato in italiano, il Neiye (Neiye, Il tao dell’armonia interiore a cura di Amina Crisma, Garzanti 2016) ed è anche il senso profondo dell’intervento di Emilio Rebecchi in questo numero che ci invita a guardare dentro di noi se si vuole affrontare la complessità del reale e distinguere tra il buono e il cattivo. Il disegno riportato in questo editoriale è quello della mappa Loshu (una delle due mappe dell’Yijing, il Classico dei Mutamenti) impressa sulla tartaruga (simbolo di longevità) che naviga in acque difficili. E’ il mio personale augurio di longevità e cambiamento (Yi) per la sinistra.

Questo articolo è stato pubblicato da Inchiesta online l’8 novembre 2016 ed è l’editoriale di Inchiesta 193 (luglio-settembre 2016)

#StopCETAday – 5 novembre. Attivati anche tu

#StopCETAday – 5 novembre. Attivati anche tu

folla-ceta

Saremo in varie città d’Italia, con iniziative pubbliche e in piazze virtuali, ancora una volta per opporci dal basso agli accordi di libero scambio nemici delle persone e del pianeta. Dopo la grande manifestazione del 7 maggio a Roma, la Campagna Stop TTIP rilancia la mobilitazione sui territori con lo #StopCETAday di sabato 5 novembre. Contestualmente, diffonderemo “CETA: attacco al cuore dei diritti“, un adattamento del dossier “Making Sense of CETA” pubblicato a settembre da numerose organizzazioni della società civile europea.

Di seguito:
– le città che si mobilitano
– il dossier da inviare a europarlamentari del vostro comprensorio e ai capigruppo di Camera e Senato
– i tweet da inviare durante il tweetstorm del 5 novembre

Siamo chiamati a ribadire il nostro no all’accordo UE-Canada, il cavallo di Troia del TTIP. Oltre ad essere altrettanto pericoloso, il CETA apre le porte dell’Europa a più di 40 mila multinazionali statunitensi con una sede in territorio canadese. Dopo accelerazioni e brusche frenate, Bruxelles e Ottawa sono sicure di firmare il trattato entro l’11 novembre. Poi toccherà al Parlamento Europeo ratificare, e infine ai governi nazionali. Ma a quel punto, il CETA sarà già per buona parte in vigore a causa dell’applicazione provvisoria, proposta dalla Commissione UE e avallata dai capi di Stato. Riteniamo inaccettabile scavalcare i parlamenti nazionali su materie di tale importanza per la vita dei cittadini. Non condividiamo l’impostazione dei grandi accordi commerciali, costruiti su misura per il grande business a discapito dei diritti e dei beni comuni. Per questo invitiamo tutte le cittadine e i cittadini a scendere in piazza per fermarli ancora una volta.

fonte STOPCETA

Forenza (Gue: «La firma del Ceta è una pessima notizia ma si può ancora fermare». Mobilitazione in tutta Italia il 5 novembre

Mobilitazione in tutta Italia il 5 novembre

di Giulio AF Buratti

fonte POPOFF

«La firma del Ceta oggi a Bruxelles – ha detto ieri sera Eleonora Forenza, eurodeputata de L’Altra Europa con Tsipras/GUE/NGL – è una pessima notizia per milioni di cittadine e cittadini in Europa e in Canada. Abbiamo più volte evidenziato le pericolose conseguenze del Ceta su occupazione, salute alimentare, principio di precauzione, agricolture di qualità, sovranità popolare, e non solo. Migliaia di attiviste e attivisti hanno manifestato la loro contrarietà al Ceta. E la presa di posizione del Parlamento della Vallonia ha dimostrato non solo che queste paure sono tutt’altro che infondate, ma che CETA, TTIP e TISA si possono fermare. La lotta continua, dunque».

A partire dalla giornata di mobilitazione del 5 novembre in tante città italiane promossa dalla rete #StopttipItalia. La Commissione Commercio Internazionale del Parlamento europeo e la Plenaria dell’Europarlamento si esprimeranno solo con un voto di ratifica (sì/no) senza risoluzione per evitare le insidie di un dibattito pubblico. «La discussione fa paura ai Signori del commercio.

Dopo l’eventuale ratifica del Ceta da parte del Parlamento europeo, il trattato entrerà in vigore con una applicazione provvisoria.  Nei prossimi due anni i Parlamenti nazionali saranno chiamati a discutere del CETA: dunque, possiamo ancora bloccarlo – continua l’eurodeputata – non basterà la nostra opposizione in Parlamento. Mi sento impegnata a rilanciare la mobilitazione e la controinformazione dentro e fuori le aule parlamentari. E’ davvero una sfida importantissima. Non ci arrendiamo!».

Il negoziato con la Vallonia, la regione francofona del Belgio che si è coraggiosamente opposta all’accordo, si è concluso con la scelta di accostare al testo consolidato una dichiarazione interpretativa e alcune prese di posizione messe nero su bianco da Commissione Europea e Consiglio Europeo. La Campagna Stop TTIP conferma le mobilitazioni del 5 novembre in diverse città italiane, lanciando uno #StopCETAday con l’intento di sollevare un dibattito all’altezza nel Parlamento italiano ed europeo. Sebbene le divisioni degli ultimi giorni siano state ricomposte e il summit UE-Canada confermato, restano gravi perplessità e preoccupazioni su un trattato commerciale che non protegge i cittadini e l’ambiente.

Secondo Stop TTIP Italia, il braccio di ferro del Parlamento della Vallonia con il Canada e l’Unione Europea ha permesso di portare a casa alcuni punti di avanzamento, seppur limitati: sarà la Corte Europea di Giustizia, ad esempio, su input del Belgio, a valutare la legalità del meccanismo ISDS/ICS, il tribunale sovranazionale per gli investimenti che permette alle aziende di denunciare gli Stati. Inoltre, basterà un voto contrario anche nel Parlamento regionale di uno Stato federale a far saltare l’applicazione provvisoria del CETA in caso certe modifiche non vengano apportate in modo sostanziale. Altri potenziali passi avanti riguardano la promessa di una completa esclusione dalla liberalizzazione per i servizi che gli Stati membri decidono di qualificare come “servizi pubblici” e per i cosiddetti “servizi di interesse generale”. A ciò si aggiunge un impegno a tutelare l’agricoltura, vietare le importazioni di OGM e carne agli ormoni, proteggere il principio di precauzione.

«Come purtroppo temevamo il colpo di coda è arrivato. In ogni caso, la coraggiosa posizione della Vallonia, lasciata isolata dai Governi europei e in primis da quello italiano, ha obbligato l’Unione Europea a fare alcune concessioni su temi che i movimenti della società civile denunciano da anni», sottolinea Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia. «Resta da capire come il testo del CETA, sdoganato nel settembre 2014 e che va in direzione del tutto opposta, possa essere vincolato a una dichiarazione interpretativa che mina alle fondamenta alcuni suoi organi chiave, come il comitato per la cooperazione regolatoria. Questo tavolo di esperti, aperto all’influenza delle grandi imprese, nasce con l’obiettivo specifico di eliminare barriere regolamentari che proteggono i servizi, il mercato del lavoro, l’ambiente e la sicurezza alimentare».

La Commissione, infine, si è impegnata a rivedere «il più presto possibile» il meccanismo di arbitrato, «allo scopo di garantire l’indipendenza e imparzialità dei giudici» e un «rigoroso processo di selezione» per quelli che andranno a comporre il tribunale e la corte d’appello. L’ICS, dichiara la Commissione, dovrà progredire verso «un sistema in cui i giudici sono assunti full time». Fino a quel momento, tuttavia, resterà in vigore il pericolosissimo salario “a cottimo”, che li invoglia a decidere in favore degli investitori privati, unici soggetti che possono adire la Corte e quindi garantire continuità di emolumenti.

«Queste modifiche, affidate da Bruxelles a una dichiarazione che non fissa tempi certi per l’entrata in vigore, non possono convincere la società civile», dichiara Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP. «Vogliamo che l’Italia inizi una approfondita discussione in Parlamento su questo accordo rischioso, che espone a forti rischi tutto il comparto della produzione agricola, cercando di mascherarlo con lo specchietto per le allodole delle 42 Indicazioni geografiche italiane parzialmente tutelate (su oltre 280 riconosciute dal Ministero) e non ha nessuna norma vincolante capace di tutelare i diritti del lavoro e le questioni legate allo sviluppo sostenibile, come la lotta al cambiamento climatico. Anche il Parlamento Europeo deve sollevare la testa e impedire l’applicazione provvisoria, una truffa per scavalcare le ratifiche nazionali. Come Campagna Stop TTIP crediamo sia comunque necessario un dibattito pubblico in cui sia coinvolto il Parlamento a cui chiediamo di non ratificare il trattato, per questo rilanciamo lo #StopCETAday il 5 novembre prossimo».

Il 5 novembre diverse città italiane tra cui Milano, Roma, Torino, Verona, Udine si mobiliteranno con presidi e iniziative per chiedere all’Italia dibattito pubblico e al Parlamento la non ratifica del CETA.

L’elenco delle iniziative in continuo aggiornamento è consultabile a questa pagina

FONTE POPOFF

 

L’avventurismo del governo italiano che intende inviare militari italiani alle frontiere con la Federazione Russa

 

 

(da repubblica.it ) ” Un contingente di militari italiani sarà schierato in Lettonia, nell’ambito di una forza multinazionale Nato sotto comando canadese ­ complessivamente tra i 3 e i 4mila uomini sottoposti a rotazione ­ a difesa delle frontiere esterne con la Russia nelle repubbliche baltiche enella Polonia orientale. La notizia, emersa da un’intervista al segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, viene confermata dai ministri Pinotti e Gentiloni. Con una precisazione: la missione non contraddice la politica italiana improntata al dialogo con la Russia. Ma Mosca accusa la Nato di creare nuove divisioni. Mentre in Italia le opposizioni insorgono e chiedono all’esecutivo di riferire al più presto a un Parlamento del tutto ignaro del prossimo impegno militare.”

L’Alleanza Atlantica ( NATO ), sopravvissuta alla guerra fredda si rigenera con il rilancio di nuove tensioni alle frontiere con la Federazione Russa. Il Patto di Varsavia non esiste più, la NATO invece viene rilanciata per una politica internazionale tesa a mettere in difficoltà la UE e ad impedire che l’Europa abbia una propria politica estera indipendente dagli USA.
Si parla di un contingente di 3 o 4 mila uomini ( azione simbolica ) da schierare con esercitazioni sulle frontiere esterne dell’Europa con la Federazione Russa.
Un’operazione che non ha alcuna valenza militare, serve solo a provocare, a creare ulteriori tensioni. L’Italia ha sempre curato le relazioni con la Russia, prima con l’URSS ora con la Federazione Russa. Il governo italiano partecipa con 140 militari a questa operazione di provocazione pericolosa senza che il Parlamento sia stato consultato. La compromissione dell’Italia in questa impresa dissennata ha un solo scopo: distruggere quel piccolo spazio di autonomia del nostro paese nella politica internazionale e rompere quelle relazioni commerciali ed economiche  con la Federazione Russa già messe in discussione dalle sanzioni.
In poche parole la ministra della Difesa Pinotti e il ministro degli Esteri stanno attivando un percorso pericoloso, inutile e fuori controllo.
Quando si scherza con il fuoco si rischia di bruciarsi le mani…

Crisi ambientali e migrazioni forzate di Guglielmo Ragozzino

La battaglia ambientale e la crisi dei rifugiati: l’ondata silenziosa oltre la fortezza Europa. Una raccolta di saggi e articoli pubblicata dall’associazione A Sud

Nel vecchio secolo la Fiat era considerata il peggio del peggio. Cattiva, ignorante, prepotente, paurosa. Tutti volevano trasformarla, molti abbatterla. Non che non sia cambiata abbastanza da allora, sotto l’urto dei tempi; ma negli anni è rimasta sempre la peggiore di tutte. I quotidiani della nuova sinistra che erano allora tre, si prodigavano offrendo soluzioni, talvolta impraticabili, spesso molto generose. Ho in mente un’immagine che mostrava una gigantesca Fiat, una imprendibile fortezza di cemento e mattoni che però aveva sopra al tetto un certo numero di minuscoli operai dotati di picconi che dall’alto e di lato, cercando di distruggerla cominciavano a farla a piccoli pezzi. Come sia andata a finire, qualcuno lo sa. Roberto Zamarin, il vignettista che disegnava Gasparazzo per “Lotta Continua” e quando aveva finito in redazione, a notte, partiva in macchina per distribuire il giornale, morì nella notte in un incidente stradale. Quanto alla Fiat, bastava aspettare e – come si è visto – si sarebbe cancellata da sé.

segue su fonte sbilanciamoci.info

Marcinelle, 8 agosto 1956: carbone in cambio di vite umane

di Fiorenzo Angoscini

libretto 3 [Oggi si sente spesso ripetere che l’attuale Unione Europea avrebbe tradito, con le sue misure economiche draconiane, lo spirito fondatore della stessa. Eppure, esattamente sessant’anni fa, la tragedia mineraria di Marcinelle aveva già rivelato il patto di sangue che fondava la CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio).
Il trattato costitutivo della stessa fu firmato a Parigi il 18 aprile 1951 ed entrò in vigore il 24 luglio 1952. Il “mercato comune” previsto dal trattato venne inaugurato il 10 febbraio 1953 per il carbone e il ferro e il 1º maggio seguente per l’acciaio. Il trattato aveva una durata di 50 anni e la CECA successivamente divenne parte dell’Unione europea. I paesi firmatari erano: Belgio, Francia, Repubblica Federale Tedesca, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. S.M.]

Marcinelle, sobborgo operaio di Charleroi, lembo di terra vallona dove si è combattuto un frammento di guerra di classe, si trova nel cuore del bacino minerario dello stato artificiale belga.
Polvere nera di mina assassina. Umili abitazioni, piccoli esercizi commerciali di poco svago e relativo divertimento, al cui interno, come in tutto il borgo, si respirano miseria, povertà e silicosi.
Nel resto della nazione, quella con spirito fiammingo, sulle porte e vetrine dei pubblici locali, campeggia un cartello perentorio: “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”.

marcinelle interdit A Le Bois du Cazier (nome della miniera vigliacca) torri di estrazione, un’infinità di pozzi innaturali, scavati, violentandola, nelle viscere della terra, ingoiano tutti i giorni, tramite montacarichi criminali, uomini (unici e veri infoibati) e vagoncini da riempire di carbone (coke) da barattare, poi, con le loro vite. Alti camini di ciminiere sputano in continuazione fumo e fuliggine insieme a sudore e sangue di immigrati. Una coltre di polvere grigiastra sporca case, giardini, parchi e monumenti.

segue su fonte CARMILLAONLINE

“RIFORMA” DELLA COSTITUZIONE, BASTA CON GLI SLOGAN, LEGGIAMO IL TESTO DI QUESTO CAPOLAVORO DEL DIRITTO COSTITUZIONALE !!!

 

Lo spettacolo da curva nord o sud dello Stadio , promosso con particolare passione da diversi media e da alcuni esponenti del Governo non si addice a promuovere la conoscenza del testo della “Riforma della Costituzione” redatta sotto l’autorevole guida della chiarissima costituzionalista on. Maria Elena Boschi.
Invece di perdere tempo ad insultare e ad essere insultati sui social è più opportuno leggere con attenzione il testo vigente e i testi modificati degli articoli della Costituzione.
Solo con la lettura attenta dei testi si possono individuare i rischi presenti in questo elaborato scritto male, impreciso con il quale si vorrebbe “semplificare” e “modernizzare” l’Italia.
Non diciamo altro perchè ognuno possa, con alcune ore di studio, rendersi conto su cosa si va a votare in ottobre. Si tenga conto che il Testo di una Costituzione ha un ciclo di vita molto lungo e deve essere scritto con cura e con un orizzonte che va ben al di là del ciclo di vita di un Governo. Questo testo appare come il prodotto fatto su misura per le esigenze dell’attuale governo, non sulle prospettive di sviluppo della democrazia di medio lungo periodo della Repubblica Italiana che avrà, come in molti auspichiamo, vita molto più lunga dell’attuale esecutivo.

IL TESTO COMPARATO

Al renzismo non c’è mai fine

Dai diritti alle regalie ai poveri e ai giovani. È la filosofia di Matteo Renzi. Ma per le regalie servono soldi, dove va a cercarli il “sindaco d’Italia”? Nei patrimoni dei ricchi e dagli evasori fiscali, o rinunciando a Tav e ponte sullo Stretto? Macché, così si fermerebbe una crescita che solo Renzi vede. Meglio seguire altre strade: spremere i lavoratori bloccando i rinnovi contrattuali nel pubblico, cancellando il contratto nazionale nel privato e – riconsegnato con il jobs act tutto il potere ai padroni – puntando tutto sul secondo livello a cui una minoranza può accedere, sostituendo gli aumenti salariali nella parte fissa del salario con aumenti variabili, detassati, legati all’andamento aziendale; tagliando sanità, previdenza, istruzione e sostituendo l’universalità dei diritti con il welfare aziendale; colpendo ancora i pensionati – ultimo ammortizzatore sociale per i giovani senza lavoro e senza reddito di cittadinanza – già fatti a pezzi dalla Fornero, strizzando le pensioni di reversibilità ai coniugi dei lavoratori deceduti.
Eppure Renzi tiene, e se si crede ai sondaggi aumenta i consensi così come il Pd. Gli italiani sono matti? Più che matti sfiancati, paralizzati dalla crisi della rappresentanza politica e sociale. La forza di Renzi sta nell’assenza di alternative, e se la democrazia agonizza tanto vale tenersi l’uomo solo al comando, mica è la prima volta nel Belpaese. L’unico scontro in atto, dentro e fuori il Pd, è sulle unioni civili con il riemergere dell’eterna subalternità di tanta politica alle fatwe vaticane. Per il resto, basta guardare alle prossime comunali nelle principali città: a Roma, commissariata per Mafia capitale, dove l’impresentabile Pd va sfiduciato alle primarie mentre la destra si scanna sul Bertolaso dei grandi eventi, pupillo di Berlusconi, l’uomo dei massaggi speciali nei centri benessere e dello scandalo del G8 mancato all’Aquila terremotata; a Milano, drogata dall’Expo che dice addio al modello Pisapia anche grazie a Pisapia e ai suoi infedeli seguaci che si autocancellano e mette due figure identiche a combattere per la poltrona di sindaco, il neo-renziano Sala, già deus ex machina di Moratti, ex ad Pirelli e dg Telecom ed Expo per il Pd (te la do io la classe operaia) e Parisi, già deus ex machina di Albertini, già Cgil e Psi per la destra; Napoli, dove per battere il sindaco di sinistra De Magistris dal cappello del Pd esce un Bassolino d’annata sfidato da una ex bassoliniana, mentre la destra non si vede all’orizzonte; Bologna, dove il Pd spera che la maggioranza degli scontenti resti a casa e i pochi contenti possano confermarlo al potere, magari di nuovo con il 37% dei votanti, mentre si cerca un candidato che unisca quel che resta a sinistra; sembra resistere l’alleanza Pd-Sel solo nella Cagliari del sindaco di sinistra Zedda; infine Torino, dove il sindaco Fassino con azionisti di destra, pd e centro non ha rivali, salvo la buona candidata 5 Stelle e dove la sinistra si è unita intorno al nome di Giorgio Airaudo, un nome di qualità allevato in casa Fiom. Ma chi in alcune città rischia vincere è fuori dalla mischia, i 5 Stelle degrillizati (solo) nel simbolo, forti delle miserie altrui al punto da permettersi di schierare candidati sconosciuti ai più.
In attesa del braccio di ferro sulle unioni civili, Renzi sogna il miracolo a Milano mentre dà per quasi persa Roma e mette le mani avanti: chiunque vinca, hic manebimus optime e punta tutto sul referendum d’autunno sulle riforme istituzionali che smantellano Costituzione e democrazia parlamentare. Non senza aver prima impedito l’election day tra amministrative e referendum contro le trivellazioni del povero Adriatico, che si svolgerà prima al costo aggiuntivo di 300 milioni nella speranza che fallisca il quorum.fonte area7.ch

RAVENNA, SALUTE E SICUREZZA NEL LAVORO OGGI, INTERVISTA AD ANDREA MARCHETTI

SALUTE E SICUREZZA NEL LAVORO A RAVENNA
INTERVISTA AD ANDREA MARCHETTI CGIL RAVENNA

 


Abbiamo intervistato Andrea Marchetti, responsabile per la Cgil del Coordinamento Salute e Sicurezza nel Lavoro sullo stato dell’arte nel territorio di Ravenna.
Come stanno andando le cose a Ravenna, un territorio con molte realtà produttive di grande complessità, dal porto all’industria chimica ove la gestione dei rischi da parte delle aziende è il fattore primario per evitare gravi incidenti sul lavoro e ridurre l’impatto sulla salute non solo dei lavoratori ma anche della popolazione ?
Queste ed altre sono le domande che abbiamo rivolto ad Andrea Marchetti.

L’INTERVISTA

“Frau Merkel, con gli USA non andiamo da nessuna parte”

Un attacco frontale al filo-atlantismo e alla politica di rigore della Merkel Dalla leader dell’opposizione Sahra Wagenknecht una dura critica alle ingerenze USA in Europa. Dai rapporti con la Russia all’approvazione del TTIP, dal caso Grecia alla sudditanza alla Troika.
Supervisione editoriale Adolfo Marino, traduzione Maria Heibel, editing Santiago Martinez de Aguirre. Pandora TV – 2015

Podcast Notizie Ambiente Lavoro Salute di Diario Prevenzione – 21 gennaio 2016 – n° 34

 

Podcast Notizie Ambiente Lavoro Salute di Diario Prevenzione – 21 gennaio 2016 – n° 34
a cura di Gino Rubini

In questo numero parliamo di

– Un clima pesante per chi vive del proprio lavoro, Jobs Act e dintorni

– LA SEMPLIFICAZIONE RICHIEDE INTELLIGENZA. L’ABROGAZIONE DEL REGISTRO INFORTUNI, UNA SEMPLIFICAZIONE FATTA SENZA TESTA

– Tecnostress: il punto di vista del sindacato

– LAVORO AGILE, TANTO “AGILE” DA ESSERE VOLATILE E INSICURO PER LA SALUTE E SICUREZZA

– Bruno Maggi: Il “vero paziente è il lavoro ”

 

LAVORO AGILE, TANTO “AGILE” DA ESSERE VOLATILE E INSICURO PER LA SALUTE E SICUREZZA

 

Abbondano i disegni di legge per dare una parvenza di “legalità” alle forme di lavoro “precario” con la sostituzione delle parole che lo definiscono.
Da “precario” il lavoro diviene “agile”, e in alcune accezzioni diviene addirittura “smart” dove di “smart” per il lavoratore vi è molto poco.
Tutto diviene indefinito, la cosìdetta cornice costruita per dare una parvenza di “legalità” per alcuni elementi diviene risibile rispetto, ad esempio, alle norme per la gestione della sicurezza sul lavoro.

Abbiamo tra le mani un ibrido che sta tra il regolamento aziendale tipo e e un contratto commerciale ove il lavoratore è un fornitore in una relazione di potere sbilanciata. L’aspetto della prestazione è affidato al contratto individuale tra lavoratore e impresa, in una condizione di totale subalternità del lavoratore.

Orari, tempi di lavoro, aspetti gestionali sono consegnati alla trattativa individuale tra lavoratore e impresa. Abusi, truffe e compensi non pagati in ragione di contestazione della qualità della prestazione erogata dal lavoratore saranno possibili e numerosi in quanto le clausole contro gli abusi riguardano solo gli aspetti formali del contratto. Il dominus è l’azienda committente versus il lavoratore che è monade isolata e debole. Non esiste nessun accenno che richiami l’ergonomicità delle attrezzature fornite dal committente o proprie del lavoratore. Per fare un esempio i lavoratori agili del call center potranno operare con cuffie da tre soldi, apparecchiature di bassa qualità…
Non parliamo poi della prevenzione dello stress lavoro correlato totalmente ignorata in quanto il lavoro “agile” non sarebbe stressante per definizione. 🙂

I commi 2 e 3 dell’articolo 6 sono emblematici dell’assenza di tutela della salute di questi lavoratori.
Il Parlamento dovrà discutere seriamente prima di licenziare questo pericoloso pastrocchio ove di “agile” vi è solo l’amabile disinvoltura ad evitare di affrontare la complessità dei problemi che questa tipologia di lavoro produrrà nel mercato del lavoro.
La  pericolosità sta nella diffusione di un rapporto di lavoro di natura altamente subordinata spacciato come rapporto di lavoro autonomo “leggero” e senza rischi per la salute . La sua “pericolosità sociale” è pari solo a quella generata dai Voucher.

Art. 6. Sicurezza sul lavoro.

1. Il datore di lavoro deve garantire la tutela della salute e della sicurezza del lavoratore che svolge la propria prestazione lavorativa in modalità di lavoro agile.

2. Al fine di dare attuazione all’obbligazione di sicurezza, e tenuto conto dell’impossibilità di
controllare i luoghi di svolgimento della prestazione lavorativa, il datore di lavoro deve
consegnare una informativa periodica, con cadenza almeno annuale, nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alle modalità di svolgimento della prestazione.

3. Il lavoratore che svolge la propria prestazione lavorativa in modalità di lavoro agile, per i
periodi nei quali si trova al di fuori dei locali aziendali, deve cooperare all’attuazione delle
misure di prevenzione predisposte dal datore di lavoro.

LA BOZZA DEL DDL SUL LAVORO AGILE

Mister Eternit blocca il libro sul disastro ambientale

LA CENSURA SU AMAZON

Mister Eternit

Mister Eternit blocca il libro sul disastro ambientale

di Piero Bosio
Domenica 06 dicembre 2015 ore 02:39
“Quel libro non deve uscire su Amazon nella sua versione inglese. Bloccatelo”. E così è stato. Il capo dell’Eternit Stephan Schmidheiny ha scatenato i migliori avvocati svizzeri per bloccare l’uscita dell’ e-book promosso dalla casa editrice Falsopiano e l’Isral (Istituto storico della Resistenza di Alessandria).

Il libro digitale in versione inglese, dal titolo The Big Trial (Il Grande Processo) , era stato scritto dal magistrato Sara Panelli, uno dei tre pubblici ministeri (insieme a Guariniello e Colace) del maxi processo di Torino contro l’Eternit , e da Rosalba Altopiedi, consulente per la Procura in quella inchiesta. Il testo racconta e ricostruisce alcune fasi del processo Eternit e del principale accusato, Stephan Schmidheiny.

> l’articolo segue sulla fonte radiopopolare.it

commento: Mr Eternit non è stato assolto dalle accuse per cui era stato condannato in primo e secondo grado di giudizio, il processo non ha potuto concludersi con la conferma delle condanne di primo e secondo grado in quanto i reati erano caduti in prescrizione ….

Erdogan, cosa vuole (e perché non lo avrà)

 

di | 30 novembre 2015

L’obiettivo primario di Erdogan è stato, ed è, quello di abbattereBashar al-Assad. Lo spingono le sue ambizioni neo-ottomane, il suo islamismo sunnita ma anche capitalista, comunque anti-sciita. Lo spinge il calcolo tattico di compiacere i neo-conamericani (che sono alleati di Israele e, quindi, puntano a liquidare la Siria, ostacolo principale alla costruzione della Grande Israele, dal Sinai fino all’Eufrate). Lo spinge la convergenza di interessi anti sciiti tra Israele, Arabia Saudita e Qatar. Da non dimenticare il“presidential order” con cui Obama, in fotocopia con l’analogo “order che costituiva la dichiarazione di morte di Gheddafi, affermò nel 2011 che il governo di Damasco costituiva una minaccia per gli interessi americani nell’area.

Erdogan sa di essere nella Nato con lo scopo di difendere quegli interessi strategici, in attesa di costruirsene di propri. La fine di Bashar era il punto di convergenza di tutti questi disegni. Si aggiunga a questo che la Turchia è l’unico paese che può svolgere il ruolo (molto proficuo) di compratore del petrolio che lo Stato Islamico preleva in Siria e Iraq.

l’articolo segue >>> alla fonte  >>> ilfattoquotidiano.it

Il Rapporto sul terrorismo globale

 

report

Il Rapporto sul terrorismo globale

Maurizio Murru

Nel 2014, le vittime del terrorismo sono state 32.658, un aumento dell’80% rispetto alle 18.111 del 2013. Il 78% di esse è concentrato in cinque paesi: Afghanistan, Iraq, Nigeria, Pakistan e Siria. Dal 2000, quando furono 3.329, sono aumentate nove volte. Boko Haram, l’organizzazione terrorista più sanguinaria.

Global Terrorism Index 2015

È da poco stato pubblicato il “Global Terrorism Index 2015”. Una analisi documentata e ad ampio raggio eseguita dall’Institute for Economics and Peace, un gruppo di studio senza scopo di lucro con sedi a Sidney, New York e Città del Messico (www.economicsandpeace.org). Questo studio esamina 162 paesi che, assieme, contengono il 99,6% della popolazione mondiale. Ne tentiamo una sintesi. Quando non altrimenti specificato, i dati citati provengono da questo documento che chiameremo, per semplicità, “il Rapporto”.

l’articolo segue alla fonte su saluteinternazionzale.info

TTIP: UNA MINACCIA PER LE NORME EUROPEE E NAZIONALI CHE REGOLANO AMBIENTE LAVORO SALUTE

TTIP: UNA MINACCIA PER LE NORME EUROPEE E NAZIONALI CHE REGOLANO AMBIENTE LAVORO SALUTE

Non so quanti lettori conoscano sia pure in superficie cosa è il TTIP e i relativi rischi di azzeramento dei sistemi giuridici degli stati membri dell’Europa che tutelano ambiente, diritti dei lavoratori e salute, intesa come diritto alla salute dei cittadini.

Il fatto che la maggioranza dei cittadini non conosca cosa sia il TTIP, quale sia il merito e il contenuto di questi accordi, quali impatti positivi e negativi potranno avere sulla vita quotidiana, non è un caso, è il risultato di una scelta politica dei governi e della Commissione Europea che ha emarginato il ruolo dello stesso Parlamento europeo rispetto alla trattativa.

La mancanza d’informazione su questo Trattato è inversamente proporzionale alla sua importanza e alla sua capacità di influire sulle nostre vite future.

Il TTIP è un trattato internazionale quadro composto da una serie di negoziati specifici sul commercio che ha lo scopo di de/regolamentare il commercio tra Stati Uniti ed Europa.

Per raggiungere questo risultato il TTIP prevede di ridurre se non eliminare  le barriere regolamentari esistenti e differenti tra USA ed Europa: in particolare, l’Unione Europea dovrà abbassare  le barriere poste per la protezione dell’ambiente, della salute dei consumatori attraverso le politiche di deregolamentazione del cibo e di altri prodotti, limitare la tutela del consumatore, dovrà  riconsegnare al mercato le prestazioni sanitarie erogate dai SSN pubblici, in modo da agevolare gli scambi con gli operatori statunitensi che operano in un regime meno regolamentato.

Il TTIP prevede l’istituto del ISDS (Investor-state dispute settlement) anche noto come “trattato per la risoluzione delle controversie tra investitore e stato” il quale consentirà alle aziende di far causa ai governi citandoli davanti ad un collegio arbitrale costituito da tre avvocati esperti di diritto societario. Si tratterebbe di un collegio arbitrale dove le altre parti in causa non avrebbero alcuna rappresentanza e che non prevede alcuna possibilità di riesame davanti ad un’autorità giudiziaria.

L’inserimento di questa clausola in alcuni trattati commerciali già esistenti (ma d’importanza inferiori a quella del TTIP) ha permesso ad una serie di grandi aziende multinazionali  di opporsi alle decisioni prese da alcuni governi allo scopo di fornire una protezione a beni costituzionamente indisponibili alle logiche di scambio, quali l’ambiente e la salute dei cittadini, citando gli Stati in giudizio.

Alcuni esempi tratti dalla stampa internazionale: la Philip Morris sta già facendo causa ai governi di Uruguay e Australia per le loro politiche dure contro il fumo;  Occidental, un’azienda petrolifera, ha ottenuto un risarcimento di 2,3 miliardi di dollari dall’Ecuador, reo di aver revocato all’azienda la concessione per le trivellazioni in Amazzonia dopo aver scoperto che la stessa aveva infranto la legge. La Vattenfall ha intentato causa al governo tedesco, responsabile di aver rinunciato all’energia nucleare. Un’azienda australiana ha citato in causa il governo di El Salvador che non aveva dato le concessioni di sfruttamento per una miniera d’oro che rischia di inquinare l’acqua potabile.
Con questa  logica  le multinazionali dell’amianto potrebbero promuovere cause di risarcimento per gli investitori chiamando in causa i governi che hanno messo al bando la produzione e il commercio di manufatti in amianto….

I mass media italiani non hanno speso una parola per informare i cittadini sul percorso “occulto” di questi negoziati. Quelli che ne hanno parlato hanno riprodotto le veline della Commissione Europea.

Il governo per voce del Presidente  del Consiglio ha affermato che il TTIP una volta approvato sarà una grande opportunità …. Non ha precisato per chi .

Sabato 10 ottobre u.s. sono stato testimone a Berlino, città dove risiedo per alcuni mesi ogni anno,  di una straordinaria e pacifica manifestazione che ha visto sfilare da HauptBanhof alla stele Siegessaule più di 200 mila persone, uomini donne, famiglie con i figli in carrozzina che aveva come slogan STOP TTIP. La manifestazione è stata promossa da sindacati dei lavoratori dipendenti DGB, VER.DI, IG METALL,  da associazioni di produttori agricoli, da centinaia di associazioni ambientali e di promozione del welfare…

La richiesta più decisa oltre a richiedere lo STOP degli attuali negoziati è quella della trasparenza, del diritto dei cittadini a conoscere con precisione i termini del trattato. Conoscenza che è stata negata agli stessi parlamentari  europei che hanno potuto sbirciare alcuni documenti in una sala speciale senza quaderni o penne per prendere appunti…
Abbiamo parlato di TTIP perche avrà, se non sarà fermato, effetti devastanti  anche sulle legislazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Per questo motivo invitiamo i lettori a documentarsi e ad essere vigilanti ed esigenti per quanto riguarda la trasparenza.

Gino Rubini, editor

Riferimenti e Documenti

1) TTIP, nessun vincolo su ambiente, clima e lavoro

http://www.vita.it/it/article/2015/10/26/ttip-nessun-vincolo-su-ambiente-clima-e-lavoro/137122/

2) FILTRA LA PROPOSTA EUROPEA SULLO SVILUPPO SOSTENIBILE NEL TTIP: TANTI BUONI PROPOSITI, NESSUN VINCOLO A RISPETTARLI

http://stop-ttip-italia.net/2015/10/26/ttip-e-sviluppo-sostenibile-nessun-vincolo-solo-parole/

3) TTIP: trattato Usa-Ue sul commercio, lati oscuri e rischi che i governi non contino più nulla

http://www.repubblica.it/solidarieta/equo-e-solidale/2015/07/09/news/ttip_il_trattato_della_discordia_sul_commercio_usa-ue-118729492/

4)FERMA IL TTIP

http://www.greenpeace.org/italy/it/Cosa-puoi-fare-tu/partecipa/stop-ttip/

5) Berlin anti-TTIP trade deal protest attracts hundreds of thousands

http://www.theguardian.com/world/2015/oct/10/berlin-anti-ttip-trade-deal-rally-hundreds-thousands-protesters

6) TTIP: Jeremy Corbyn, Nigel Farage, Nicola Sturgeon and Natalie Bennett sign appeal to exempt NHS from trade deal
The organisers, from Unite, say that they approached the Conservatives asking for support but were refused

http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/ttip-jeremy-corbyn-nigel-farage-nicola-sturgeon-and-natalie-bennett-sign-appeal-to-exempt-nhs-from-a6708156.html

DRAMMA GRECIA: L’EUROPA “NANO POLITICO”

La crisi greca ha messo in luce il disastro politico dell’Europa che si è presentata per quello che è : un nano politico . L’isteria dei leader di Germania e paesi satelliti è pari alla mancanza di una vision geopolitica che vada al di là della contingenza. L’Europa esce, comunque vada, frantumata e più debole incapace di governo continentale. Saranno ancora una volta USA, Federazione Russa e Cina a giocare la grande partita del futuro: è nelle loro mani il progetto del futuro del continente formato da 28 stati incapaci di darsi una strategia. A causa di questo nanismo politico legato alla fede nelle politiche di austerità l’Europa si prepara a tempi molto difficili, drammatici. Non si può dipendere dalle isterie e dalla miopia del governo tedesco. Un’altra europa può emergere da questa crisi, ma a quale prezzo?

Jobs Act, Garante privacy: “No a controlli invasivi”. Un altro pastrocchio del governo Renzi

 

L’appello alla chiarezza del Garante, Antonello Soro, nella relazione annuale al Parlamento. Si unisce anche la presidente Boldrini: “Mi auguro che ci sia un confronto parlamentare che faccia chiarezza”.
( da Repubblica )

E’palese che gli estensori del testo specifico del Jobs Act in materia di “controlli a distanza” dei lavoratori tramite smartphone, tablets e altri devices elettronici non hanno richiesto pareri preventivi al Garante nella fase della elaborazione, o se li hanno richiesti, non ne hanno tenuto conto.

E’verosimile pensare che altri siano stati i “suggeritori” del testo che dovrebbe tra l’altro eliminare il primo comma dell’art.4 della Legge 300/70 che è l’architrave sul quale appoggiano anche le Linee Guida del Garante della Privacy in materia di lavoro.

Nei fatti le precisazioni del ministro del Lavoro e di Palazzo Chigi per voce della ministra Boschi appaiono sempre più come maldestri tentativi di coprire in qualche maniera un testo scritto male non si sa se per insipienza o per malizia.

Le contraddizioni e le “perversioni” di questo testo sono ben descritte nell’articolo “ Jobs Act: Grande Fratello o Grande Pasticcio ? ” di Guido Scorza apparso su “il Fatto Quotidiano”

Vedremo se nelle Commissioni parlamentari vi sarà la capacità di fare uscire un testo dignitoso che tuteli la personalità e la privacy dei lavoratori dipendenti dagli abusi che con l’utilizzo improprio da parte aziendale dei dati personali che provengono da questi strumenti potrebbero verificarsi. L’attuale testo è un pastrocchio che da una parte lascia ampi spazi per abusi e dall’altra, se fosse approvato così com’è, alimenterà un’ondata di contenziosi i cui costi sono difficili da valutare.
Auspichiamo per davvero che l’attuale testo con l’abolizione del primo comma dell’art.4 della Legge 300/70 sia cassato.
In ogni caso si pone il problema del controllo sociale della “profilazione” possibile che con questi strumenti su aspetti anche privati della vita del lavoratore.
I lavoratori purtroppo sono inermi, come uomini e donne di “vetro”, trasparenti e vulnerabili, rispetto ai nuovi rischi derivanti dalla “profilazione” che può essere fatta minuto per minuto durante l’orario di lavoro e oltre il lavoro.

Occorre costruire una cultura della prevenzione in materia di violazione della privacy in relazione al lavoro che allo stato dell’arte è quasi inesistente.
Le tecnologie disponibili per la “profilazione” dei comportamenti sono sempre più sofisticate e invasive e consentono a coloro che possono raccogliere e organizzare i dati di programmare e influire sulla vita delle persone “profilate” ben oltre quanto previsto dal rapporto di lavoro formale.

Non è sufficiente che il datore di lavoro “informi” il lavoratore sulla tipologia dei controlli che l’azienda potrà effettuare tramite il device elettronico dato in uso. Bisogna che i lavoratori e i loro rappresentanti sappiano valutare queste tipologie di controllo e la loro legittimità e divengano un soggetto contrattuale attivo in grado di interagire con l’azienda per definire e limitare i controlli.

Su questa materia occorre fare crescere una capacità di contrattazione e di controllo sociale da parte dei rappresentanti dei lavoratori e prevedere un ruolo maggiore di vigilanza e di consulenza del Garante della privacy in modo che sia in grado d’intervenire laddove vengano segnalate violazioni e abusi.

Infine occorre sviluppare una cultura preventiva di base che metta in condizione il lavoratore di autotutelarsi, di non offrire un eccesso d’informazioni su di sè che possono essergli usate contro e a suo danno. Sono troppi i giovani e le ragazze che offrono un profilo di sè su facebook che diviene fattore di esclusione rispetto all’assunzione poichè i selettori di HR consultano facebook come primo step del loro lavoro….

Cosa emerge da questa vicenda ?

1) La voglia del Governo di consegnare sempre più potere alle aziende: un eccesso di zelo servile che rischia di fare pure del danno alle imprese più organizzate ed eticamente corrrette che non hanno bisogno di “profilare” e spiare di nascosto i lavoratori in quanto governano le relazioni con i lavoratori con il consenso e con la contrattazione bilanciata dei diritti e dei doveri;

2) L’inaffidabilità del Ministro del Lavoro inconsapevole della delicatezza della materia che tratta e incapace di organizzare il lavoro degli apparati del ministero che hanno prodotto questa proposta “pastrocchio” nei fatti impresentabile e per certi aspetti risibile;

3) Il ritardo del sindacato nella informazione e formazione dei lavoratori su tutta la materia della privacy in relazione allo sviluppo delle tecnologie che consentono la profilazione e sulle pratiche di autotutela dei lavoratori.

Su ognuno di questi aspetti occorre lavorare per uscire dal vicolo cieco del Jobs Act , un sistema di norme tese a svalorizzare il lavoro e a sottrarre dignità ai lavoratori.

Gino Rubini, editor di diario prevenzione

Bologna

L’Europa e l’uso politico delle “riforme” di James K. Galbraith

L’Europa e l’uso politico delle “riforme”

[di James K. Galbraith] Quelle che i creditori chiedono alla Grecia non sono riforme. Sono contro-riforme che mirano a ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e a imporre un singolo modello di politica economica in tutta Europa.

di James K. Galbraith

Di ritorno da Berlino, la settimana scorsa, il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis mi ha fatto notare come l’attuale uso della parola “riforma” abbia origine nel periodo intermedio dell’Unione Sovietica, all’epoca di Kruscev, quando si cercò di introdurre degli elementi di decentralizzazione e di mercato in un sistema pianificato sempre più sclerotico. In quegli anni, quando in America ci si batteva per i diritti civili e in Europa occidentale molti giovani sognavano ancora di fare la rivoluzione, la parola “riforma” non era molto diffusa in Occidente. Oggi, in una curiosa convergenza, è diventata la parola d’ordine delle classi dominanti.

Le riforme sono al centro del braccio di ferro tra la Grecia ed i suoi creditori. Un alleggerimento del debito greco non viene escluso – ma solo se i greci acconsentono a fare “le riforme”. Ma di quali riforme stiamo parlando, e a che fine? La parola è sbandierata quotidianamente dalla stampa, come se il significato del termine fosse scontato.

La verità è che le riforme che vengono oggi richieste alla Grecia dai creditori sono di una variante particolare: mirano tutte a ridurre il ruolo dello Stato nell’economia. In questo senso si possono definire “di mercato”. Ma esse non hanno nulla a che vedere con la promozione della decentralizzazione e del dinamismo. Al contrario, servono a distruggere le istituzioni locali e a imporre un singolo modello di politica economica in tutta Europa, con la Grecia nel ruolo di avanguardia anziché di fanalino di coda. In un altro senso, dunque, non sarebbe esagerato definire queste proposte totalitarie; se il loro padre filosofico è Friedrich von Hayek, il loro predecessore politico si può considerare Stalin, per metterla in maniera un po’ brutale.

Lo “stalinismo di mercato” oggi propagandato in Europa si articola su tre livelli, almeno per quello che concerne la Grecia. Le pensioni, il mercato del lavoro e le privatizzazioni. Poi ci sono le questioni più generali delle tasse, dell’austerità e della sostenibilità del debito, su cui ritorneremo più avanti.

Per quanto riguarda le pensioni, i creditori chiedono già da quest’anno un taglio della spesa pensionistica pari all’incirca all’1% del PIL, in un paese in cui la maggior parte degli esborsi pensionistici sono inferiori alla soglia di povertà. Più precisamente, chiedono un taglio di circa 120 euro a pensioni che si aggirano già sui 350 euro al mese o meno. Da parte sua, il governo riconosce che il sistema pensionistico greco va riformato – l’attuale limite d’età per ricevere il pensionamento anticipato è insostenibile – ma obietta che deve trattarsi di una riforma graduale e associata all’introduzione di un sussidio di disoccupazione effettivo.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, i creditori hanno già ottenuto la quasi totale cancellazione della contrattazione collettiva e la riduzione del salario minimo. Il governo ha fatto notare che questo ha avuto l’effetto di “informalizzare” il mercato del lavoro, allargando il bacino del lavoro sommerso e diminuendo i contributi previdenziali, minando ancora di più la stabilità del sistema pensionistico. La proposta del governo è di creare un nuovo sistema di contrattazione collettiva in linea con gli standard dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL).

Infine, le privatizzazioni: i creditori chiedono la messa in vendita – e in fretta – di porti, aeroporti e imprese elettriche, oltre a tutta un’altra serie di asset pubblici. Ciò che il governo critica non è la possibilità che alcuni asset siano gestiti da privati e/o da stranieri, ma che questi vengano svenduti senza condizioni e senza ritenere alcuna partecipazione statale. Giusto per fare un esempio, nella trattative per la vendita del porto del Pireo al colosso cinese Cosco, il governo insiste affinché l’accordo preveda un piano di investimento e misure a difesa dei diritti dei lavori.

Sul fronte delle tasse, i creditori hanno chiesto un aumento significativo dell’IVA, la cui aliquota massima è già del 23%. Nel mirino dei creditori vi sono in particolare i medicinali (il cui aumento dei costi colpirebbe soprattutto gli anziani) e le aliquote speciali di cui godono le isole greche, dove si concentra il grosso dell’attività turistica e dove i costi sono già più alti che nel resto del paese. La replica del governo è che questo danneggerà la competitività dell’industria turistica greca e avrà l’effetto paradossale di ridurre l’attività economica, peggiorando la situazione debitoria del paese. Ciò che serve è una migliore esazione fiscale: ridurre l’evasione dell’IVA, infatti, permetterebbe tranquillamente di ridurre le aliquote medie.

In definitiva, quello che manca nelle richieste dei creditori sono proprio le riforme. I tagli alle pensioni e l’aumento dell’IVA non sono riforme; non contribuiscono minimamente ad aumentare l’attività economica o la competitività della Grecia. Le privatizzazioni selvagge possono facilmente generare pericolosi monopoli privati, come dimostra l’esempio dell’America Latina. La deregolamentazione del mercato del lavoro non è altro che un crudele – e controproducente dal punto di vista economico – esperimento sociale, come dimostrano anche numerosi studi del Fondo monetario internazionale (FMI). Nessuno può seriamente sostenere che ridurre i salari greci serve a rendere il paese più competitivo nei confronti della Germania o dell’Asia. Al contrario, non farà che spingere proprio coloro che possiedono le competenze più competitive fuori dal paese.

Qualunque riforma che sia degna di questo nome richiede tempo, pazienza, pianificazione e denaro. La riforma del sistema pensionistico e di sicurezza sociale, l’introduzione di standard del lavoro moderni, una politica di privatizzazione oculata, la creazione di un sistema di riscossione delle imposte efficiente: queste sono vere riforme. Così come lo sono le misure relative all’amministrazione pubblica, al sistema giudiziario, all’integrità statistica e così via, su cui il governo sarebbe ben felice di muoversi, se solo i creditori glielo permettessero. Anche un programma di investimenti rivolto al settore dei servizi avanzati – sanità, assistenza agli anziani, istruzione superiore, ricerca, arte – darebbe ottimi risultati in un paese come la Grecia. Persino una ristrutturazione del debito che permetta alla Grecia di tornare sui mercati (sì, si potrebbe fare, e i greci hanno presentato una proposta molto ragionevole in merito) potrebbe a tutti gli effetti considerarsi una riforma.

Il programma dei creditori, al contrario, è una contro-riforma, un semplice programma di recupero crediti, basato sull’assunto secondo cui tagliare pensioni e ai salari, aumentare la pressione fiscale e privatizzare il privatizzazabile aiuterà la ripresa economica invece di ridurre ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie e favorire il rimpatrio all’estero dei proventi delle privatizzazioni, come è ovvio. È una riproposizione della stessa fallimentare “cura” imposta alla Grecia negli ultimi cinque anni, che ha distrutto il 25% del PIL greco e fatto lievitare il debito pubblico dal 100 al 180% del PIL. Ammettere il fallimento del programma greco, però, minerebbe la credibilità di tutta l’architettura economica europea, oltre che dei suoi sponsor politici.

È per questo che i negoziati tra la Grecia e l’UE al momento sono entrati in una fase di stallo. Ovviamente è uno scontro impari: se i greci non accettano le condizioni imposte dai creditori, il sistema bancario greco potrebbe implodere, costringendo il paese a fuoriuscire dall’euro, con conseguenze estremamente destabilizzanti (almeno nel breve termine). Questo i creditori lo sanno bene. Ed è per questo continuano a tenere la Grecia con le spalle al muro: da un lato si rifiutano di fare la benché minima concessione, dall’altro non fanno altro che accusare il governo greco di non voler collaborare. E per ogni passo in avanti fatto dal governo greco, i creditori fanno due passi indietro.

È una dinamica tipica dei negoziati che vedono contrapposti un partito forte e uno debole, per di più sottoposto a forti pressioni. In questo caso, poi, la trattativa è ulteriormente complicata dal fatto che i creditori non hanno una leadership unificata e dunque qualcuno – a parte forse Angela Merkel – che può effettuare delle concessioni per raggiungere un accordo. Per cui il ventaglio delle opzioni è piuttosto limitato. O Syriza accetta le condizioni dei creditori, rischiando di provocare una crisi di governo che spianerebbe la strada ad Alba Dorata o ad un nuovo protettorato europeo. O i greci saranno costretti a prendere in mano il proprio destino, nonostante gli enormi rischi che questo comporta, e sperare che qualcuno sia disposto ad aiutarli.

Pubblicato su Social Europe Journal il 15 giugno 2015.

Intervista a Alex Zanotelli

Il disastro umanitario in Libia, la guerra in Ucraina, la necessità dell’uscita dell’Italia dalla Nato sono alcuni dei temi toccati da Alex Zanotelli.
Un’esclusiva di Pandora TV in collaborazione con Road TV.
Intervista realizzata a Napoli il 19 maggio 2015.

Ripensare la politica (dal sito Valore Lavoro)

Nota di editor

Questo articolo che fa sintesi delle riflessioni emerse in un seminario di formazione politica del PD ci mostra “l’altra faccia della luna “: non esiste solo un PD compatto e granitico che si fa Partito della Nazione, diretto da un gruppo dirigente cooptato e inserito in una sorta di “cerchio magico” stretto a mò di clan attorno al leader indiscusso Renzi. Esistono forze di pensiero che con lucidità si pongono le domande legittime di dove si stia andando e su come “ripensare la politica”. Come “onde corte” non sappiamo se queste forze di pensiero riflessive riusciranno a introdurre una dialettica seria e democratica all’interno del PD ma è senz’altro positivo e importante il loro lavoro di elaborazione e di proposta. editor

Ripensare la politica
di Maria C. Fogliaro
Pubblicato il 29-04-2015 su VALORE LAVORO
L’articolo raccoglie le riflessioni emerse dal seminario di formazione politica dal titolo «Partiti: modello, leadership, primarie», organizzato a Roma, il 28 marzo 2015, dai dipartimenti «Cultura» e «Formazione politica» del Partito Democratico.
Dire «politica» oggi significa, nel migliore dei casi, dire «impotenza», «inadeguatezza», «debolezza». Delegittimata (per colpe sue proprie e anche grazie a un intenso battage mediatico) agli occhi dei cittadini, che ormai la considerano fonte e origine di ogni male; frequentemente percepita come subalterna agli interessi dei poteri economico-finanziari e piegata al rispetto di logiche sovranazionali spesso riconosciute lontane dall’interesse nazionale, la politica sembra oggi incapace di tracciare un percorso autonomo che configuri una realistica via d’uscita da una situazione i cui esiti appaiono sempre più fluidi e incerti. Di fronte all’attuale crisi economica, al malcontento diffuso e alla disaffezione nei confronti della politica, alla crisi della rappresentanza, dello Stato e dei partiti, allo sbiadire (in realtà solo apparente) del cleavage destra-sinistra, all’impoverimento sempre più massiccio di vasti strati della popolazione, gli studiosi e coloro che fanno politica oggi sono chiamati a interrogarsi su come e perché questa deriva sia avvenuta, e se e come sia possibile uscirne, attraverso quali strumenti e decisioni.

Una seria riflessione – caratterizzata da una pluralità dei punti di analisi e di indagine – su alcuni dei temi caldi presenti nel discorso pubblico è stata affrontata nel seminario di formazione politica, organizzato dai dipartimenti «Cultura» e «Formazione politica» del Partito Democratico – svoltosi a Roma il 28 marzo del 2015 –, dal titolo Partiti: modello, leadership, primarie. Come già il titolo assegnato all’incontro lasciava presagire, «quello di sabato 28 marzo – ha dichiarato Andrea De Maria, deputato, componente della segreteria nazionale e responsabile del dipartimento «Formazione politica» del Partito Democratico – è stato certamente un momento formativo, ma al tempo stesso lo abbiamo immaginato e costruito con un obiettivo più generale, affinché fosse un contributo al dibattito e alla riflessione politica di tutto il PD».

Seguendo una prospettiva che muove dai tempi lunghi della storia e che è rafforzata dalla riflessione critica della filosofia politica, Carlo Galli, filosofo politico e deputato, ha collocato le gravi questioni che il neoliberismo ha aperto e non chiuso – fra tutti la perdita di potere della politica e dei partiti, e l’aumento esponenziale della disuguaglianza, almeno in Occidente, con grave compromissione del ceto medio – in quello che è lo sfondo teorico del nostro tempo. Se il contesto storico di riferimento è la rivoluzione conservatrice neoliberale inaugurata da Thatcher e Reagan e l’affermarsi in Europa – attraverso i trattati istitutivi dell’Unione Europea – dell’ordoliberalismo, la perdita di potere politico dei partiti è strettamente legata alla sua quasi totale adesione alla autonarrazione neoliberale, che sembra aver mandato definitivamente in frantumi l’idea che «il conflitto sociale possa nominarsi come conflitto politico, attraverso i nomi convenzionali di destra e sinistra». La sfida all’altezza della quale porsi è di superare lo schema nel quale pare essersi arenato il sistema politico italiano – semplificato da Galli nella formula «partito della nazione contro resto del mondo» – e di aprire un nuovo spazio per una politica, caratterizzata tanto dalla leadership quanto dalla partecipazione partitica, in grado di far emergere le contraddizioni che sono alla base delle posizioni antisistema e della voragine partecipativa che si è aperta in questa fase della storia politica d’Italia.

La centralità della dicotomia destra-sinistra attraversa anche la riflessione di Giorgio Tonini, senatore e giornalista. «Dire che sinistra è lotta per l’uguaglianza – afferma Tonini, seguendo in questo la lezione di Norberto Bobbio – significa avere della politica un’idea forte» e «concepirla come forza di trasformazione della società». In questo percorso, che impone la rimozione degli ostacoli che impediscono la concreta riduzione delle disuguaglianze, ci si scontra con tre grandi questioni del nostro tempo: la riduzione del peso della politica nazionale a favore di istituzioni sovranazionali; la fuga del potere dalla politica verso altri luoghi (nello specifico verso i poteri economico-finanziari); la contraddizione, «per un certo tempo feconda ma oggi da superare, tra l’ambizione “rivoluzionaria” della prima parte della Costituzione e la debolezza strutturale della seconda», che ha impedito – nella prospettiva delineata dal senatore – l’affermazione di una leadership forte, in grado – attraverso il consenso democratico – di incidere profondamente sulla realtà del Paese e di consentire una vera trasformazione sociale. Parallelamente alla questione della legittimazione di un governo e di una leadership forti è necessario, però, – prosegue Tonini – «predisporre un nuovo sistema di pesi e contrappesi, che dia al governo la garanzia di poter decidere in tempi certi e assicuri all’opposizione i tempi giusti per poter proporre le sue alternative al Parlamento e al Paese». In questa prospettiva, il partito – inteso come luogo di selezione e di produzione della leadership – rappresenta un forte contrappeso, in grado di bilanciare il peso della leadership e di metterla democraticamente in discussione.

Il tema della leadership e dei pesi e contrappesi ritorna anche nelle riflessioni successive. Nel suo intervento Donato Di Santo, uno dei massimi esperti in Italia dei Paesi latinoamericani, esaminando la situazione politico-istituzionale di alcuni Stati dell’America Latina – che nella maggioranza dei casi hanno adottato il modello presidenziale nordamericano – ha mostrato come essi abbiano trovato delle proprie originali vie per bilanciare il forte potere del leader e del partito che vince le elezioni (come nel caso dell’Argentina, dove è stato istituito un registro dei partiti e dove è lo Stato a organizzare, due mesi prima delle elezioni presidenziali, le primarie). Anthony Renzulli, diplomatico americano, afferma che negli Stati Uniti «i partiti sono istituzioni peculiari, fuori dall’ordine costituzionale, ma fondamentali per il funzionamento della nostra democrazia. Vecchi, ma sempre in evoluzione». I due partiti principali, prosegue Renzulli, condividono gli stessi valori fondamentali e i loro compiti si concentrano sulla selezione dei candidati con primarie aperte, sulla mobilitazione degli elettori e sull’informazione dell’opinione pubblica, sul controllo della maggioranza. Il caso tedesco, infine, – esaminato da Silvia Bolgherini, ricercatrice di Scienza politica presso l’Università Federico II di Napoli – è quello di uno Stato a cancellierato forte (Kanzlerdemokratie), che è stato caratterizzato, per gran parte della sua storia, da una grande stabilità – incentrata sulla dinamica bipolare dei «due partiti e mezzo» [SPD (socialdemocratici) e CDU/CSU (democristiani), con FDP (liberali) come ago della bilancia]. Oggi, afferma Bolgherini, anche a causa della crisi, che alimenta insofferenze e disagi, «cominciano a cambiare le condizioni sistemiche». Questo induce, secondo la ricercatrice, a ipotizzare che siamo all’inizio di una fase nuova nella storia politica tedesca, caratterizzata da sempre maggiore incertezza e fluidità – con i partiti classici sempre più in difficoltà a far fronte alle sfide e alle esigenze messe in moto anche dall’emergere di nuovi partiti (Piraten Partei e Alternative für Deutschland) –, che fa presagire un futuro sistema politico caratterizzato da maggioranze e coalizioni ancora più fluide o difficili.

Questi, in estrema sintesi, sono stati i passaggi principali dell’incontro seminariale, che – nell’intenzione dei suoi organizzatori – doveva costituire un momento di riflessione aperta, interdisciplinare e inclusiva. Come ha dichiarato De Maria, a conclusione dei lavori: «Credo che la formazione politica abbia un compito da svolgere in questo percorso» verso un’idea condivisa di partito e verso una visione comune di società. «La formazione in un partito – ha affermato De Maria – resta sempre e soprattutto la leva principale per condividere una cultura politica e il tema di come nel PD si costruisce una nuova cultura politica condivisa è ancora in buona parte da svolgere».

Bologna 28 aprile 2015

fonte VALORE LAVORO

 

Parlamento non voterà la legge elettorale ma un plebiscito per Renzi

Questa è la lettera che il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha inviato questa mattina ai militanti, indirizzata ai segretari dei circoli dem. La lettera giunge mentre alla Camera si avvia la discussione in aula sulla legge elettorale

Care compagne e compagni, care amiche e cari amici, care democratiche e cari democratici,
scrivo a voi responsabili dei circoli del nostro partito in un momento delicato della vita istituzionale del Paese.

Dopo anni di crisi e di austerità, finalmente l’Italia inizia a rimettersi in moto. Le regole europee stanno cambiando, anche grazie al fatto che il PD è stato il partito più votato d’Europa. Migliaia di persone vedono trasformato il proprio lavoro precario in un contratto a tutele crescenti e conoscono finalmente il significato di parole come mutuo, ferie, diritti. I provvedimenti sull’economia – dagli 80 euro fino alla decontribuzione per i nuovi assunti – stanno spingendo molti settori a ripartire e le previsioni dei prossimi mesi sono finalmente positive (grazie anche ad eventi come Expo su cui abbiamo fatto pulizia perché crediamo profondamente che sarà una grande opportunità per l’Italia e un’occasione di confronto globale su temi come la lotta alla fame e la povertà).

Stiamo lavorando duro sulla giustizia: grazie al lavoro del PD è nata finalmente l’Autorità Anti Corruzione, si è introdotto il reato di autoriclaggio, la responsabilità civile dei magistrati, regole più serie per la custodia cautelare. E tra qualche settimana saranno legge le nuove norme sulla corruzione (pene più dure, prescrizione più difficile), sul falso in bilancio, sui reati ambientali, sui furti in appartamento. Una nuova stagione dei diritti si è aperta, dopo anni di tentennamenti: dal divorzio breve fino alla legge sul terzo settore, passando dalla discussione parlamentare sulla cittadinanza e sulle unioni civili.
La rivoluzione digitale porterà fisco e pubblica amministrazione a cambiare passo, smettendo di essere controparte degli utenti, ma finalmente consulenti e amici del cittadino. La fatturazione elettronica, la dichiarazione precompilata, l’imminente pin unico dimostra che possiamo davvero rendere questo Paese più semplice e efficiente. Per questo l’infrastruttura più grande sulla quale stiamo lavorando è quella digitale, la rete banda ultra larga. Ma non dimentichiamo la necessità di mettere in sicurezza le opere lasciate a metà da una burocrazia che ha visto negli appalti pubblici lavorare più gli avvocati che gli ingegneri: ecco perché il codice appalti, ad esempio, è fondamentale per dare regole certe e portare a compimenti i lavori. Ed ecco perché abbiamo sbloccato le opere contro il dissesto idrogeologico.

La vera sfida però riguarda la possibilità di tornare a investire nel capitale umano. Sulla ricerca, sull’innovazione, sulle città sostenibili. E tutto parte dalla scuola. Il nostro disegno di legge – maturato dopo una campagna di ascolto lunga mesi – può essere migliorato ancora. Siamo aperti e pronti all’ascolto. Ma un punto deve essere chiaro: la scelta dell’autonomia è decisiva. Significa che la scuola non deve essere nelle mani delle circolari ministeriali e dei sindacati, ma dei professori, delle famiglie, degli studenti. Grazie alle scelte del PD in Parlamento per la prima volta dopo anni ci saranno più soldi per le scuole e per l’edilizia scolastica, si torna ad assumere e si faranno di nuovo i concorsi, i professori avranno più risorse per la loro formazione, il merito dovrà essere valutato in modo puntuale e dagli asili nido al diritto allo studio il sistema educativo sarà più giusto.

Lo stiamo facendo in un momento non facile. Avanza in Europa un’ondata di contestazione che è forte in tutti i Paesi, a cominciare dalla Francia di Le Pen. In Italia questa sfida demagogica è incardinata su due forze, non solo su una: la Lega di Salvini, i Cinque Stelle di Grillo. Il PD è stato argine a questa deriva, grazie alla scelta di fare le riforme attese da anni su cui altri governi si sono, invece, fermati e impantanati in passato. Le riforme istituzionali e costituzionali sono il simbolo di questa battaglia. C’è chi contesta il sistema e chi propone di cambiarlo: noi siamo questo cambiamento, possibile e necessario.

Gli italiani ci hanno dato credito. Eravamo al 25% nel 2013, siamo passati al 41% nel 2014. In un anno abbiamo aumentato in modo incredibile il consenso. Abbiamo vinto nel 2014 cinque regioni su cinque: una era l’Emilia Romagna, le altre quattro le abbiamo strappate al centrodestra. Siamo oggi la forza politica che può restituire speranza e orgoglio all’Italia. Ma non possiamo fare melina. Non possiamo puntare a star qui solo per conservare la poltrona: siamo al Governo per servire l’Italia, cambiandola. Non ci abitueremo mai alla palude di chi vorrebbe rinviare, rinviare, rinviare.

Ecco perché la legge elettorale che domani va in Aula alla Camera diventa decisiva. Non solo perché è una legge seria, in linea con le precedenti proposte del nostro partito. Ma anche perché non approvare la legge elettorale adesso significherebbe bloccare il cammino di riforme di questa legislatura. E significherebbe dire che il PD non è la forza che cambia il Paese, ma il partito che blocca il cambiamento. Sarebbe il più grande regalo ai populisti. Ma sarebbe anche il più grande regalo ai tanti che credono nel potere dei tecnici: quelli che pensano che la parola politica sia una parolaccia e bisogna affidarsi ai presunti specialisti che ci hanno condotto fin qui, prima dell’arrivo al governo del PD.

Nel merito la legge elettorale è modellata sulla base dell’esperienza dei sindaci. Chi vince governa per cinque anni. È previsto il ballottaggio. Il premio è alla lista per evitare che i partiti più piccoli possano dividersi dal giorno dopo le elezioni e mettere veti. Circa la metà dei seggi viene attribuita a candidati espressione del collegio (candidato di collegio, non più liste bloccate come nel porcellum) e l’altra metà con preferenze (massimo due, una donna e un uomo). Si può sempre fare meglio, per carità. Ma questa legge rottama il Porcellum delle chilometriche liste bloccate con candidati sconosciuti e il Consultellum che tanto assomiglia al proporzionale puro della prima repubblica, imponendo inciuci e larghe intese.

Questa legge l’ha voluta il PD. L’abbiamo definita una urgenza e ora dovremmo fermarci? L’abbiamo proposta alle primarie del dicembre 2013, con due milioni di persone che ci hanno votato. L’abbiamo ribadita alla prima assemblea a Milano. L’abbiamo votata in direzione a gennaio 2014. L’abbiamo votata, modificata sulla base delle prime richieste della minoranza interna, alla Camera nel marzo 2014. L’abbiamo di nuovo modificata d’accordo con tutta la maggioranza e l’abbiamo votata al Senato nel gennaio 2015. L’abbiamo riportata in direzione nazionale e l’abbiamo votata. Poi abbiamo fatto assemblea dei deputati e l’abbiamo votata ancora una volta. L’abbiamo votata in Commissione e adesso siamo alla terza lettura alla Camera, in un confronto parlamentare che è stato puntuale, continuo, rispettoso.

Vi domando: davvero è dittatura quella di chi chiede di rispettare il volere della stragrande maggioranza dei nostri iscritti, dei nostri parlamentari, del nostro gruppo dirigente? Davvero è così assurdo chiedere che dopo 14 mesi di dialogo parlamentare si possa finalmente chiudere questa legge di cui tutti conosciamo il valore politico? Davvero vi sembra logico che dopo tutta questa trafila ci dobbiamo fermare perché una parte della minoranza non vuole?

Se questa legge elettorale non passa è l’idea stessa di Partito Democratico come motore del cambiamento dell’Italia che viene meno. Se davanti alle prime difficoltà, anche noi ci arrendiamo come potremo costruire un’Italia migliore per i nostri figli? Se gli organi di un partito (primarie, assemblea, direzione, gruppi parlamentari) indicano una strada e poi noi non la seguiamo come possiamo essere ancora credibili? Abbiamo portato il PD a prendere tanti voti degli italiani: davvero oggi possiamo fermarci davanti ai veti?

Ecco perché nel voto di queste ore c’è in ballo la legge elettorale, certo. Ma anche e soprattutto la dignità del nostro partito. La prima regola della democrazia è rispettare, tutti insieme, la regola del consenso interno. Quando ho perso le primarie, ho riconosciuto che la linea politica doveva darla chi aveva vinto. Adesso non sto chiedendo semplicemente lealtà; sto chiedendo rispetto per una intera comunità che si è espressa più volte su questo argomento, a tutti i livelli. Perché questa legge elettorale l’abbiamo cambiata tre volte per ascoltare tutti, per ascoltarci tutti. Ma a un certo punto bisogna decidere.

Ho preso l’impegno con voi, iscritti al PD, di guidare il partito fino al dicembre 2017, quando si terranno le primarie. In quell’appuntamento toccherà a voi, alla nostra comunità, scegliere se cambiare segretario. Ma fino a quel giorno lavorerò senza tregua per dare alla nostra comunità la possibilità di essere utile all’Italia. Milioni di nostri concittadini affidano le loro speranze al nostro lavoro: già altre volte in passato le divisioni della nostra parte hanno consentito agli altri di tornare al potere e di fare ciò che abbiamo visto. Farò di tutto perché questo non risucceda. Possono mandare a casa il Governo se proprio vogliono, ma non possono fermare l’urgenza del cambiamento che il PD di oggi rappresenta.

Grazie per il sostegno
Matteo

Commento: oltre al messaggio palese vi è in questa epistola ai “fedeli” che sono rimasti ” in comunità ” un altro messaggio meno evidente ma molto chiaro. Cari signori voi fate parte di una comunità della quale io sono il capo che deciderà chi di voi sarà dentro o fuori dalle liste nelle prossime elezioni…
Quindi non rompete le scatole, dimenticate la vostra autonomia di parlamentari ( art.67 della Costituzione ) e fate come vi dico io … Sembra dire il Renzi. In altri termini si può dire che si tratta di un testo minaccioso che delinea chi sarà dentro al “cerchio magico ” e chi sarà mandato a casa con l’esclusione dalle liste. Il tacchino impettito avrà da alzare la voce con qualche deputato e alla fine tutto finirà con la cosiddetta sinistra che voterà tutto, anche il proprio suicidio politico definitivo. Il voto alla Camera non sarà un voto per la legge elettorale ma su Renzi.Ancora una bufala

2014-2020 SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO . ESISTE ANCORA UNA STRATEGIA EUROPEA? GLI ATTI

Atti del Convegno in formato audio .wav
 
2014-2020 Salute e sicurezza sul lavoro . Esiste ancora una strategia Europea?
 
Italia ed Europa a confronto: tendenze delle strategie su Salute e sicurezza sul lavoro  fra mercato e diritto alla salute .
 
Convegno promosso dalla Cgil Emilia Romagna – 20 aprile 2015
 
 
– Introduzione di Andrea Caselli  Responsabile Area Salute Sicurezza Lavoro Cgil Emilia Romagna Audio 
 
– Relazione di Laurent Vogel ,  Ricercatore presso l’Unità Condizioni di lavoro, Salute e Sicurezza dell’Istituto Sindacale Europeo ETUI
“Come rilanciare la politica europea di salute e sicurezza dopo dieci anni di paralisi ” AUDIO
 
Interventi preordinati
 
Dott.ssa Lalla Bodini , Società Nazionale degli Operatori della Prevenzione Audio 
 
– Giuseppe Monterastelli – Assessorato politiche per la Salute Regione Emilia Romagna Audio 
 
– Gino Rubini – Rivista on-line “Diario  per la Prevenzione” Audio 
 
– Sebastiano Calleri – CGIL Nazionale  Audio 
 
Dibattito e interventi dal pubblico
 
– Fulvio Ferri , medico del lavoro, Asl Reggio Emilia  Audio 
 
Donatella Ianelli , avvocato  Audio 
 
Luca Lenzi, Rls Basf Pontecchio Marconi  Audio 
Nanda Mantovani , Ambiente Lavoro E.R. Audio 
 Merli , Rls Lamborghini Auto  Audio 
 
Rls Coop Estense  Audio
 
Rappresentante AIAS  Emilia Romagna Audio
 
Dibattito e risposte dei relatori  Audio 
 
– Conclusioni di Antonio Mattioli , Segretario Cgil ER  Audio 

 

Un no all’uomo di vetro !!

Un no all’uomo di vetro !!

I lavoratori non sono uomini e donne di vetro, trasparenti e scrutabili all’interno per misurarne la conformità alle esigenze aziendali . Questo desiderio malsano di potere di controllo è stato in qualche misura bloccato da una raccomandazione del Consiglio d’Europa che pone dei limiti al potere delle aziende di “monitorare” i lavoratori. La disinvoltura del governo nel concedere alle aziende, nel Jobs Act, i controlli a distanza sui lavoratori tramite gli strumenti di lavoro elettronici ( pc, smartphone, sistemi di geolocalizzazione nei trasporti, bracciali elettronici e chip inseriti nelle scarpe da lavoro e …altro ancora ) ha subito, sia pure indirettamene, una censura severa da parte del Consiglio d’Europa

La raccomandazione del Consiglio d’Europa non mette in discussione le strumentazioni di controllo “difensive” ai fini della sicurezza aziendale, mette invece in discussione, come si evince dal documento, tutte quelle azioni di “monitoraggio” che consentono all’impresa di costruire un “profilo” del lavoratore che va ben oltre la relazione di lavoro. Le tecniche di profilazione dei comportamenti sono ora accessibili con software a basso costo e possono divenire strumenti di violazione della privacy della persona per aspetti che poco hanno a che fare con la prestazione lavorativa. Il rischio di una violazione di massa della privacy è stata la preoccupazione che verosimilmente ha mosso il Consiglio dei ministri europei.

Una preoccupazione che ha origine dalla cultura liberale classica ( non neoliberista ) in questo caso è tornata utile ai lavoratori. Una cultura liberale che pare non essere patrimonio dei nostri governanti. L’equazione che i lavoratori italiani sono anche cittadini europei portatori di diritti, tra i quali quello della privacy, non ha neppure sfiorato la mente di Renzi e Poletti e dei loro illustri consulenti giuridici.

Il Jobs Act apriva le porte ad un uso disinvolto delle nuove tecnologie per il controllo a distanza dei lavoratori. Dal Consiglio d’Europa è arrivato uno stop con un chiaro divieto ai datori di lavoro di monitorare e raccogliere dati sensibili dei loro dipendenti. Questo non è l’unico limite che le aziende dovranno rispettare per non invadere la vita privata dei loro dipendenti. Nella raccomandazione del Consiglio dei ministri europei vi sono poi una serie di paletti sia rispetto al controllo della corrispondenza sia rispetto all’utilizzo di queste informazioni raccolte tramite le nuove tecnologie di tracciamento presenti in molte macchine elettroniche.

E’ probabile che i decreti attuativi del Jobs Act in materia di controlli a distanza subiscano un forte ritardo se non un prudenziale accantonamento: sarebbe saggio e sarebbe auspicabile che il governo desse ascolto alla raccomandazione del Consiglio d’Europa.

Oltre il lavoro, su questa tematica dei controlli a distanza o meglio sulle potenzialità di profilazione delle persone tramite i comportamenti in rete, in particolare sui social network, sarebbe opportuna una campagna d’informazione preventiva che suggerisse alle persone di non consegnare inconsapevolmente un insieme di dati che organizzati divengono un profilo che può essere giocato contro di loro.

Sono troppi i giovani che raccontano i propri fatti privati in rete e sono molti gli addetti degli uffici del personale delle aziende che vanno a ricercare informazioni in rete sui candidati ad un’assunzione e a volte qualcuno viene escluso proprio in ragione dell’immagine che ha dato di sè su facebook o twitter.

Gino Rubini

fonte diario prevenzione

“Frau Merkel, con gli USA non andiamo da nessuna parte”

“Frau Merkel, con gli USA non andiamo da nessuna parte”

Un attacco frontale al filo-atlantismo e alla politica di rigore della Merkel. Dalla leader dell’opposizione Sahra Wagenknecht una dura critica alle ingerenze USA in Europa. Dai rapporti con la Russia all’approvazione del TTIP, dal caso Grecia alla sudditanza alla Troika.
Supervisione editoriale Adolfo Marino, traduzione Maria Heibel, editing Santiago Martinez de Aguirre. Pandora TV – 2015
Intervento integrale di Sahra Wagenknecht (Die Linke) al Bundestag il 19 marzo 2015. Sottotitoli in italiano.

La Fiom sfida Renzi: la partita non è finita

La Fiom sfida Renzi: la partita non è finita
di Loris Campetti ( da area7.ch )

Il segretario lo chiama “il genio di Firenze” e gli consiglia di «stare sereno perché voti di fiducia e varo del Jobs Act non ci fermano». Il delegato vuole essere ancora più esplicito, «è il califfo di Firenze». Il chirurgo in collegamento dalla Sierra Leone dove dirige uno degli avamposti nella lotta contro Ebola dice con la schiettezza che lo contraddistingue: «Ho preso la tessera della Fiom, uno dei pochi rimasugli della democrazia, e ne sono orgoglioso perché è una delle poche organizzazioni che può contrastare la cancellazione dei diritti, la deriva dell’indifferenza, la violenza quotidiana che è entrata nella nostra società come l’Ebola. Condivido l’idea di aggregare intorno al vostro sindacato tutte le persone per bene che vogliono cambiare questo paradigma, per affermare i diritti, il sociale, l’uguaglianza. Io sono con voi».
Il segretario è Maurizio Landini, il delegato uno dei 600 rappresentanti dei lavoratori metalmeccanici riuniti a Cervia per costruire una coalizione sociale in grado di disegnare una nuova primavera della democrazia, contro l’offensiva reazionaria senza precedenti dalla caduta del fascismo guidata dalla coalizione confindustriale di Matteo Renzi, il genio, o forse il califfo di Firenze. Il chirurgo è naturalmente Gino Strada, uno dei principali interlocutori di Landini, insieme con il presidente di Libera e fondatore del Gruppo Abele don Luigi Ciotti, e un bello schieramento di giuristi, giuslavoristi, costituzionalisti della forza di Rodotà, Zagrebelsky, Romagnoli. Ci sono gli studenti di sinistra impegnati contro la trasformazione del sapere in impresa capitalistica, c’è la bombardata costellazione del precariato. Se una fabbrica metalmeccanica chiude e i suoi dipendenti vengono licenziati, quegli operai smettono di essere metalmeccanici? E la Fiom dovrebbe smettere di seguirli e rappresentarli? Così, semplicemente com’è suo costume Landini spiega l’esigenza che il sindacato compia un salto di paradigma aiutando la costruzione di una coalizione sociale di chi lavora, o non lavora più, o non riesce a trovare un lavoro o ad andare in pensione. Di chi è il bersaglio del liberismo all’italiana ed è spinto a individuare il suo nemico tra coloro che dovrebbero essere i suoi compagni, di chi non può più curarsi perché la salute è diventata un lusso per pochi o non può più permettersi di mandare all’università i figli. In poche parole, una coalizione sociale di chi non ha rappresentanza politica nell’Italia renziana, per unire ciò che il renzismo-marchionnismo divide e contrappone.

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A proposito di merito di Bruno Trentin, 13 Luglio 2006

In quest’epoca nella quale si discute e si polemizza  anche sull’utilizzo della memoria di un grande leader riteniamo opportuno che si studino le carte e le argomentazioni autentiche di Bruno Trentin. La ricerca dei percorsi per l’affermazione della dignità del lavoro non può bypassare i nodi critici irrisolti affrontati da Trentin in quest’articolo del 13 luglio 2006 . editor

 

A proposito di merito di Bruno Trentin,13 Luglio 2006

Era stata respinta come una sostituzione della formazione e dell’educazione, che solo possono essere assunte come criterio di riconoscimento dell’attitudine di qualsiasi lavoratore di svolgere la funzione alla quale era candidato. Già Rousseau e, con lui, Condorcet respingevano con rigore qualsiasi criterio, diverso dalla conoscenza e dalla qualificazione specializzata, di valutazione del «valore» della persona e lo riconoscevano come una mera espressione di un potere autoritario e discriminatorio. Ma da allora, con il sopravvento nel mondo delle imprese di una cultura del potere e dell’autorità il ricorso al «merito» (e non solo e non tanto alla qualificazione e alla competenza accertata) ha sempre avuto il ruolo di sancire, dalla prima rivoluzione industriale al fordismo, il potere indivisibile del padrone o del governante, e il significato di ridimensionare ogni valutazione fondata sulla conoscenza e il «sapere fare», valorizzando invece, come fattori determinanti, criteri come quelli della fedeltà, della lealtà nei confronti del superiore, di obbedienza e, in quel contesto, negli anni del fordismo, dell’anzianità aziendale. Nella mia storia di sindacalista ho dovuto fare ogni giorno i conti la meritocrazia, e cioè con il ricorso al concetto di «merito», utilizzato (anche in termini salariali) come correttivo di riconoscimento della qualificazione e della competenza dei lavoratori. E, soprattutto negli anni 60 del secolo passato, quando mi sono confrontato con la struttura della retribuzione, alla Fiat e in altre grandi fabbriche e ho scoperto la funzione antisindacale degli «assegni» o «premi» di merito, quando questi, oltre a dividere i lavoratori della stessa qualifica o della stessa mansione, finirono per rappresentare un modo diverso di inquadramento, di promozione e di comando della persona, sanzionato, per gli impiegati, da una divisione normativa, che nulla aveva a che fare con l’efficienza e la funzionalità, ma che sancivano fino agli anni 70 la garanzia del posto di lavoro e quindi la fedeltà all’impresa. Un sistema di inquadramento e di organizzazione del lavoro apertamente alternativo alla qualifica definita dalla contrattazione nazionale e aziendale. Ma molto presto questa utilizzazione dei premi di merito o dei premi tout court giunse alla penalizzazione degli scioperi e delle assenze individuali (anche per malattia), quando di fronte a poche ore di sciopero o alla conseguenza di un infortunio sul lavoro (mi ricordo bene una vertenza all’Italcementi a questo proposito), le imprese sopprimevano anche 6 mesi di premio. È questa concezione del merito, della meritocrazia, della promozione sulla base di una decisione inappellabile di un’autorità «superiore» che è stato cancellato con la lotta dei metalmeccanici nel ‘69 e con lo Statuto dei diritti del lavoro che nel 1970 dava corpo alla grande idea di Di Vittorio di dieci anni prima. Purtroppo una parte della sinistra, i parlamentari del Pci, si astennero al momento della sua approvazione, solo perché esclusa dalla partecipazione al Governo. Ma quello che è più interessante osservare è come, alla crisi successiva del Fordismo e alla trasformazione della filosofia dell’impresa, con la flessibilità ma anche con la responsabilità che incombe sul lavoratore sui risultati quantitativi e qualitativi delle sue opere, si sia accompagnato in Italia a una risorgenza delle forme più autoritarie del Taylorismo, particolarmente nei servizi, santificata non solo dal mito del manager che si fa strada con le gomitate e le stock options, ma dalla ideologia del liberismo autoritario. Con gli «yuppies» che privilegiano l’investimento finanziario a breve termine, ritorna così per gli strati più fragili (in termini di conoscenza) l’impero della meritocrazia. A questa nuova trasformazione (e qualche volta degrado) del sistema industriale italiano ha però contribuito, bisogna riconoscerlo, l’egualitarismo salariale di una parte del movimento sindacale, a partire dall’accordo sul punto unico di scala mobile, che ha offerto, in un mercato del lavoro in cui prevale la diversità (anche di conoscenze) e nel quale diventa necessario ricostruire una solidarietà fra persone e fra diversi, una sostanziale legittimazione alle imprese che hanno saputo ricostruire un rapporto diverso (autoritario ma compassionevole) con la persona sulla base di una incomprensibile meritocrazia. Non è casuale, del resto, che, di questi tempi, il concetto di merito, sinonimo di obbedienza e di dovere, abbia ritrovato un punto di riferimento nel sistema di promozione e di riconoscimento delle organizzazioni militari nel confronto del comportamento dei loro sottoposti. Le stesse osservazioni si possono fare per i «bisogni», contrapposti negli anni 60 del secolo scorso, alle domande che prevalgono nel vissuto dei cittadini nella società dei consumi. Era questa anche la convinzione di un grande studioso marxista come Paul Sweezy. Sweezy opponeva i «needs» (i bisogni reali, le necessità) ai «wants» (le domande, i desideri), attribuendo implicitamente ad uno stato illuminato e autoritario la selezione, «nell’interesse dei cittadini» fra gli uni e gli altri. Come se non fossero giunti i tempi in cui le domande e i desideri, pur influenzati dalla pubblicità, di fronte alle dure scelte e alle priorità imposte dalla condizione del lavoro e dalle lotte dei lavoratori si trasformano gradualmente in diritti universali, attraverso i quali, i cittadini, i lavoratori (non un padrone o uno stato illuminato), con il conflitto sociale, riuscirono a far progredire la stessa nozione di democrazia. Meriti e bisogni o capacità e diritti? Può sembrare una questione di vocabolario ma in realtà la meritocrazia nasconde il grande problema dell’affermazione dei diritti individuali di una società moderna. E quello che sorprende è che la cultura della meritocrazia (magari come antidoto alla burocrazia, quando la meritocrazia è il pilastro della burocrazia) sia riapparsa nel linguaggio corrente del centrosinistra e della stessa sinistra, e con il predominio culturale del liberismo neoconservatore e autoritario, come un valore da riscoprire. Mentre in Europa e nel mondo oltre che nel nostro paese, i più noti giuristi, i più noti studiosi di economia e di sociologia, da Bertrand Swartz a Amartya Sen, a Alain Supiot si sono affannati ad individuare e a riscoprire dei criteri di selezione e di opportunità del lavoro qualificato, capaci di riconciliare – non per pochi ma per tutti- libertà e conoscenza, di immaginare una crescita dei saperi come un fattore essenziale, da incoraggiare e da prescrivere, introducendo così un elemento dinamico nella stessa crescita culturale della società contemporanea. La «capability» di Amartya Sen non comporta soltanto la garanzia di una incessante mobilità professionale e sociale che deve ispirare un governo della flessibilità che non si traduca in precarietà e regressione. Ma essa rappresenta anche l’unica opportunità (solo questo, ma non è poco) di ricostruire sempre nella persona le condizioni di realizzare se stessa, «governando» il proprio lavoro. Perché questa sordità? Forse perché con una scelta acritica per la «modernizzazione», ci pieghiamo alla riesumazione – in piena rivoluzione della tecnologia e dei saperi – dei più vecchi dettami di una ideologia autoritaria. Forse qui si trova la spiegazione (ma mi auguro di sbagliare) della ragione per cui malgrado importanti scelte programmatiche del centrosinistra in Italia, per affermare una società della conoscenza come condizione non solo di «dare occupazione» ma anche per affermare nuovi spazi di libertà alle giovani generazioni, la classe dirigente, anche di sinistra, finisce per fermarsi, in definitiva, di fronte alla scelta, certo molto costosa, di praticare nella scuola e nell’Università ma anche nelle imprese e nei territori, un sistema di formazione lungo tutto l’arco della vita, aperto, per tutta la durata della vita lavorativa, come sosteneva il patto di Lisbona, a tutti i cittadini di ogni sesso di ogni età e di ogni origine etnica (e non solo per una ristretta élite di tecnici o di ricercatori, dalla quale è pur giusto partire). Speriamo che Romano Prodi che così bene ha iniziato questo mandato, sia capace di superare questa confusione di linguaggi, e di rompere questo handicap della cultura meritocratica del centro sinistra. Anche un auspicabile convegno sui valori, le scelte di civiltà di un nuovo partito aperto alle varie identità e alla storia dei partiti come della società civile, dovrebbe, a mio parere, assumere il governo e la socializzazione della conoscenza come insostituibile fattore di inclusione sociale.

La coalizione sociale e i serpenti a sonagli

 

 

Un sistema mediatico in larga parte asservito al potente del momento scatta come un serpente a sonagli appena spunta all’orizzonte qualcosa che sembra un’aggregazione fuori del coro che parla di cose concrete che vivono ogni giorno le persone normali.

Questo è ciò che sta succedendo appena è apparsa sulla scena la proposta di Maurizio Landini di costruire   “Coalizione Sociale ” per  dare  rappresentanza sociale  a chi non ha  voce nè rappresentanza dopo la trasformazione che hanno subito i partiti tradizionali della sinistra.

I lavoratori poveri, le false partite IVA, precari e disoccupati sono lasciati senza rappresentanza nè sociale nè politica, una grande massa di persone senza riferimenti, senza un’offerta associativa di rappresentanza sociale e politica.

Senza sindacato di riferimento, senza un partito di riferimento migliaia di persone debbono arrangiarsi a difendere uno straccio di dignità nel lavoro, nella ricerca del lavoro  e nella vita.

Coalizione Sociale appare come un nuovo soggetto  politico e sociale che si propone di rimettere insieme i frammenti delle esperienze di vita e i bisogni di una moltitudine di persone condannate alla emarginazione sociale e alla povertà.

Il progetto politico post democratico portato avanti nell’intera Europa dalle nuove leadership è invece quello di trasformare questa massa di persone in plebe, senza progetti di vita e consapevolezza dei propri diritti.

Nessun problema per il potere se queste migliaia di nuovi paria non partecipano alla vita attiva, se non votano, tanto si può governare con il 40% dei consensi sulla base di una partecipazione al voto di poco superiore al 50 % degli aventi diritto.

Il pericolo che una moltitudine di soggetti che ora  non partecipano alla vita politica e sociale si mobilitino per propri obiettivi sociali e trovino  anche nuove leadership politiche che li rappresentino è insostenibile per questa classe dirigente un pò parassitaria che ha conquistato il potere usurpando la reputazione di vecchie forme di partito già del movimento operaio.

Questa è la grande paura, la paura che qualcuno colmi il vuoto che sta tra il PD ed una moltitudine di donne e uomini che sono ora senza rappresentanza.

Hanno capito benissimo tutto questo il Renzi e i suoi sodali e il cerchio magico dei poteri di sempre che utilizzano i media come clave contro qualsiasi proposta che possa incrinare il sistema .

Per questo il tentativo generoso di Landini e della Fiom ha un valore in sè come banco di prova per costruire un orizzonte diverso da quello prospettato da Renzi & C

L’accettazione della linea Renzi significa per la Cgil la fine del sindacato confederale, ovvero la fine della Cgil. Speriamo che Camusso e compagni lo capiscano in tempo se non vogliono essere confinati dal governo in una “riserva indiana” verso un’estinzione lenta e inesorabile .

Va dato atto a Maurizio Landini di avere intuito questo pericolo e di avere reagito. Non va lasciato solo.

Gino Rubini

 

 

 

 

Podcast Notizie Ambiente Lavoro Salute Diario Prevenzione 19/03/2015

 

In questo numero :

– Vogel (Etui), l’Unione Europea ha abbandonato la sicurezza sul lavoro

– La ricorrenza della MecNavi, una storia tragica da non dimenticare perchè ci parla del mondo di oggi

– MORTI BIANCHE 2015: NON CAMBIA NULLA. 50 VITTIME REGISTRATE A GENNAIO, ERANO 51 NEL 2014.

– Svizzera. Turni di lavoro al limite per i macchinisti da AREA7.CH

– LA STORIA DELLA PREVENZIONE : Inchiesta 1980 – La programmazione nei servizi territoriali di medicina del lavoro

– LA STORIA DELLA PREVENZIONE : INCHIESTA N°43 – 1980 – La nuova soggettività operaia nella prevenzione

– NOTIZIE IN BREVE

IL NOTIZIARIO AUDIO  (31 minuti, wav )

 

 

La Parola a Andrea Baranes – Dittatura della finanza e fine della democrazia.

L’austerità è il prezzo che i cittadini pagano per il crollo dei mercati. Perché la finanza quando vince incassa enormi profitti, ma quando perde scarica i propri debiti sui cittadini.
Andrea Baranes, economista, analizza le minacce alla democrazia, il mercato delle armi, la possibilità di una finanza etica, il caso Grecia.

Ivan Cicconi: Expo 2015 e la corruzione negli appalti pubblici

Diffondiamo da “Inchiesta 181 aprile-giugno 2014 questo testo di Ivan Cicconi, intervistato da Tommaso Cerusici

 

Tommaso Cerusici In queste settimane è esploso lo scandalo per gli appalti di Expo 2015. Ci descrivi – dal tuo punto di vista – cosa sta succedendo nel mondo degli appalti, proprio a partire da questa ennesima vicenda di tangenti e corruzione che vede implicati politici, imprenditori e affaristi?

Ivan Cicconi Il 17 aprile 2014 sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea tre nuove direttive: le numero 23, 24 e 25, che vanno ad aggiornare le precedenti direttive europee sugli appalti pubblici; si tratta dell’aggiornamento delle regole del governo della spesa e degli investimenti pubblici. Stiamo parlando di un settore che riguarda circa il 25-30% del Pil europeo e, per quanto riguarda l’Italia, un valore che si aggira sui 300-350 miliardi di euro. Qualsiasi discorso che punti alla spending review, all’ottimizzazione della spesa e degli investimenti pubblici, non può prescindere dalle regole definite dall’ordinamento europeo con queste tre direttive. Il 25 maggio abbiamo votato: non c’è stato alcun partito politico e nessun candidato che abbia minimamente accennato a queste tre direttive europee.

Lo scandalo di Expo 2015 è il figlio di questa assoluta disattenzione rispetto alle regole che governano la spesa pubblica. Oltre a questo si somma anche la scarsa consapevolezza o – se si vuole – la totale ignoranza della classe dirigente del nostro Paese delle modifiche profonde, che sono intervenute in questi ultimi anni negli apparati produttivi, nel sistema politico dei partiti, nell’assetto organizzativo e istituzionale e nella gestione dell’amministrazione pubblica.

Questo nuovo scandalo ci viene offerto con una lettura che è condita soprattutto da banalità e luoghi comuni. Uno dei principali – bipartisan in questo caso – è che “tangentopoli” continua come prima e non è cambiato niente. In realtà, il rapporto tra politica e affari è cambiato radicalmente: sta investendo in maniera strutturale la relazione e ci presenta una situazione nella quale “tangentopoli” è radicalmente mutata. Infatti, i magistrati l’avevano definita come il “sistema della corruzione”, quindi un sistema con delle regole precise. A governare il sistema della corruzione era la cupola dei partiti e la cupola della grande impresa. Si trattava di sistemi solidi, ben strutturati, che per finanziare in maniera occulta la politica avevano determinato delle regole precise. In sostanza, le regole degli appalti venivano rispettate e, dietro le quinte, si stabilivano le regole di questa transazione occulta dalle imprese verso i partiti politici, per facilitare l’esecuzione dei contratti. I magistrati hanno parlato, oltre che di sistema, anche di “triangolazione”: cioè un sistema triangolare che era caratterizzato dalla cupola dei partiti e dalla cupola degli imprenditori, che definivano le regole, e un terzo soggetto – il tecnico interno ed esterno all’amministrazione – che validava le modificazioni dei contratti per determinare l’aumento del prezzo dell’appalto di lavoro o di servizio e così costruire, all’interno del bilancio dell’impresa, il finanziamento occulto ai partiti politici. Quello che è successo in questi ultimi venti anni è che tutti questi soggetti sono mutati radicalmente. È mutato il partito politico, è mutata l’impresa ma è mutato anche l’ordinamento statale, le regole con le quali si realizza il rapporto fra il pubblico e il privato, quindi, fra la politica e gli affari.

“Mani pulite” ebbe un relativo successo nei confronti del sistema di “tangentopoli” perché contestava il reato di corruzione nel rapporto tra il pubblico e il privato, cioè l’esito positivo di quelle indagini fu determinato anche dalla limitatezza del reato contestato. Non venivano contestati illeciti amministrativi o contabili, che sicuramente erano connessi con la gestione dell’appalto pubblico, ma veniva contestato esclusivamente il reato di corruzione e altri due reati molto spesso collegati, cioè l’abuso d’ufficio per il corrotto – l’amministratore o il tecnico infedele che sforava le procedure – e il falso in bilancio per il corruttore, che costruiva all’interno del proprio bilancio la copertura per il pagamento delle tangenti alla politica.

 

Tommaso Cerusici Cos’è cambiato negli ultimi anni nel mondo degli appalti e nella relazione tra pubblico e privato?

Ivan Cicconi Quello che è successo in questi anni è che sia il reato di falso in bilancio che l’abuso d’ufficio sono stati, sostanzialmente, depenalizzati. C’è però anche qualcosa che non è successo – ed è l’elemento più determinante – cioè che l’Italia è rimasto l’unico Paese europeo a non aver recepito le indicazioni del Trattato di quindici anni fa, con il quale si invitavano gli Stati membri a introdurre il reato di corruzione nel rapporto tra privati. Oltre al depotenziamento degli strumenti giuridici – con la depenalizzazione del reato del falso in bilancio e dell’abuso d’ufficio – i magistrati oggi si trovano, nelle indagini sul rapporto illegale fra politica e affari, tra settore pubblico e settore privato, senza uno strumento fondamentale come la contestazione del reato di corruzione tra privati. Fra le modifiche profonde, che sono intervenute nella relazione fra pubblico e privato in questi ultimi vent’anni, ci sono, da un lato, i processi di privatizzazione e, dall’altro, l’introduzione d’istituti contrattuali che trasferiscono nella relazione privatistica la gestione del denaro pubblico.

Ad esempio, non esiste più la situazione dell’inizio degli anni Novanta, cioè prima di “tangentopoli”, nella quale la gestione dei servizi pubblici erano in capo ad aziende di diritto pubblico. Queste erano regolate da leggi dello Stato che definivano la nomina dei Consigli di Amministrazione e fissavano le indennità percepite, vi era poi la presenza diretta della Corte dei Conti che attuava un controllo preventivo degli atti e delle delibere di tali soggetti. La stessa condizione l’avevamo a livello territoriale con le aziende municipalizzate, anche esse aziende di diritto pubblico, regolate per legge, con Cda nominati da organi elettivi e che prevedevano addirittura sistemi di votazione a garanzia di tutta la rappresentanza. I Consigli comunali votavano i cinque consiglieri delle aziende municipalizzate, con la possibilità di indicare un solo nominativo. Quindi, la maggioranza del Consiglio comunale poteva catturare la maggioranza del Cda – 3 su 5 – solo se preventivamente indicava ai singoli consiglieri tre nominativi. Comunque, questo metodo garantiva all’opposizione di nominare uno o due consiglieri, secondo la rappresentanza che esprimeva nel Consiglio comunale.

Negli ultimi anni, passiamo da circa 1.500 società di diritto pubblico a circa 20.000 Spa o Srl, sotto il controllo diretto o indiretto dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali. Questo significa, da un lato, 20.000 Presidenti, Cda e Collegi sindacali – nominati da questo sistema dei partiti – e, dall’altro, 20.000 Spa e Srl che, nel diritto privato, governano una fetta consistente della spesa pubblica. Il tutto avviene in un contesto in cui si perde spesso il limite tra cosa è pubblico e cosa è privato, con una buona possibilità che si creino dei ruoli intercambiabili: il politico che diventa manager, l’imprenditore che partecipa alle decisioni, il tecnico che diventa presidente, eccetera.

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Dove vola l’avvoltoio

di Alessandra Cecchi

PAH-Blackstone2“Questo è un messaggio dalla Spagna per Blackstone. Noi siamo gli abitanti delle vostre nuove case, case che erano il nostro focolare. Può darsi che voi non ci conosciate… ma ci conoscerete! Il governo spagnolo e la banca, salvata dal fallimento, vi stanno vendendo le nostre case con uno sconto enorme, uno sconto che a noi è stato negato. Ora state alzando i prezzi, ponendoci tutti a rischio di sgombero. Può darsi che vi riteniate intoccabili, nascosti nei vostri uffici a Manhattan. Ma non lo siete. Voi non sapete di cosa siamo capaci… lotteremo per le nostre case, per i nostri diritti, per la nostra dignità, per i nostri figli e figlie, per i nostri nipoti. Lotteremo contro i vostri interessi economici, contro tutto quello che rappresentate. Noi ci impegnamo affinché tutto il mondo sappia chi siete e cosa fate. Tenetevi pronti ! Noi lo siamo !”

segue su fonte carmillaonline.it

 

Vincenzo Comito: Quando la Germania era un debitore flessibile

Diffondiamo da www.sbilanciamoci.info del 23 febbraio 2015

 

 

 

Tra l’Ottocento e il Novecento dello scorso millennio lo stato tedesco ha fatto default o ha ottenuto degli alleggerimenti dei suoi debiti ben otto volte

È ben noto come la Germania abbia assunto un atteggiamento intransigente sulla questione del debito pubblico all’interno dell’eurozona e come essa tenda a spingere duramente perché i vari paesi adottino, per risolverlo, delle strette politiche di austerità, politiche che peraltro rischiano di uccidere il malato. Ne abbiamo avuto ancora una riprova con l’attuale crisi greca; nel corso dei negoziati i responsabili del paese teutonico sono stati i capifila e i portabandiera del partito dell’intransigenza, sino ad arrivare all’insulto verso un governo democraticamente eletto.

Ma da diverse parti, negli ultimi tempi, si tende a sottolineare come in passato il paese non sia stato quel campione di virtù che oggi cerca di apparire; in effetti, alcuni studiosi si sono chiesti quale sia stato in concreto, nel corso del tempo, il curriculum di tale paese sulla stessa questione ed hanno trovato degli elementi interessanti.

Si può cominciare ricordando come, certo, la gran parte dei paesi in tutte le regioni del globo sia passata attraverso una o più fasi di default, o comunque di ristrutturazione del proprio debito, nei confronti dei prestatori esteri, ma anche come la Germania sia stata tra i più assidui ad incappare in tale problema.

Apprendiamo così (Reinardt & Rogoff, 2009) che tra l’Ottocento e il Novecento dello scorso millennio lo stato tedesco, in effetti, ha fatto defaulto ha ottenuto degli alleggerimenti dei suoi debiti ben otto volte nel periodo, come del resto la Francia e contro una sola volta per l’Italia e cinque per la Grecia. Va peraltro riconosciuto che i campioni europei in questo sport sono stati gli spagnoli, con ben tredici volte. I tedeschi hanno comunque conquistato un brillante secondo posto a pari merito con il paese transalpino.

La rivalità franco-tedesca e le riparazioni dopo la grande guerra

In un certo senso, la Germania ha cercato di sottoporre la Grecia allo stesso trattamento inflitto alla Francia dopo la guerra franco-prussiana del 1870, quando i cittadini transalpini, dopo la veloce sconfitta, furono obbligati a pagare un grande volume di danni di guerra, 5 miliardi di franchi, pari al 20% del pil di allora del paese; esso dovette inoltre cedere l’Alsazia, una parte della Lorena e dei Vosgi, ai vincitori, che comunque occuparono una vasta area della Francia sino a che non fu effettuato l’intero pagamento del debito, ciò che avvenne, con molta solerzia, nel 1873. Sempre i francesi furono inoltre obbligati a concedere ai nemici la clausola della nazione più favorita.

E viene la prima guerra mondiale. Come è noto, questa volta, alla fine, si rovesciano le parti, la Francia si trova nel rango dei vincitori e la Germania invece in quella degli sconfitti.

L’obiettivo fondamentale del primo ministro francese del tempo, Georges Benjamin Clemenceau, fu allora quello di vendicarsi della sconfitta del 1870 e di annullare praticamente i progressi economici fatti dalla Germania dopo quella data. Egli riuscì ad imporre rilevanti perdite territoriali al paese nemico e cercò parallelamente, nella sostanza, di distruggere, o quantomeno di danneggiare al massimo, il suo sistema economico.

Ecco che lo statista francese riesce ad imporre alla Germania anche il pagamento di danni di guerra molto ingenti. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti si accodarono alla fine alle richieste dell’alleato.

Il problema finanziario che si poneva era comunque abbastanza complesso. Da una parte stavano i prestiti interalleati fatti prevalentemente per acquistare le armi e gli equipaggiamenti relativi (la Gran Bretagna aveva preso a prestito dagli Stati Uniti, la Francia dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti), dall’altra il problema delle riparazioni tedesche a Francia e Inghilterra. Le somme in gioco erano enormi: i debiti interalleati erano stimati in circa 26,5 miliardi di dollari, la gran parte dei quali dovuti agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, mentre la commissione per le riparazioni del 1921 fissò in maniera definita, dopo vari summit preliminari che andavano più o meno nello stesso senso, il debito della Germania in 33 miliardi di dollari, la gran parte dovuti a Francia ed Inghilterra (Aldcroft, 1993). Tali riparazioni avrebbero dovuto essere regolate in rate trimestrali a cominciare dal gennaio del 1922.

Mentre la Francia legava le due questioni, dichiarando che il paese avrebbe ripagato i suoi debiti quando gli sarebbero stati versati i proventi delle riparazioni, la Gran Bretagna e gli Usa avevano chiaro che gli indennizzi non potevano superare certi limiti.

I dubbi di Keynes e i vari tentativi di ristrutturazione del debito

Nel 1919 Maynard Keynes aveva 36 anni e aveva partecipato alla conferenza di pace come rappresentante del governo inglese per le questioni finanziarie. Ma egli si dimise presto, essendosi trovato in totale disaccordo con l’impostazione che gli alleati stavano dando alla sistemazione dell’Europa dopo la guerra.

Egli pubblicò così subito dopo “Le conseguenze economiche della pace”, un saggio molto polemico contro la follia della “pace cartaginese” che i vincitori della guerra stavano, a suo dire, imponendo alla Germania. Le riparazioni avevano un onere finanziario, affermò l’autore, che la Germania non era in grado di sostenere (egli calcolò a questo proposito che il paese avrebbe potuto restituire, grosso modo, solo un quarto della somma stabilita) e previde lucidamente che le conseguenze del trattato di pace sarebbero state molto dannose per il futuro del continente.

I tedeschi cominciarono a versare le prime rate, ma nel corso del 1922 la situazione economica del paese si deteriorò rapidamente, con l’accelerazione dei processi di inflazione e di svalutazione della moneta; i tedeschi chiesero dunque una moratoria dei pagamenti, ma essa fu loro negata. Ma la Germania non era più in grado di pagare (Aldcroft, 1993) e, comunque, non fece nessuno sforzo per tentare.

Nel gennaio del 1923, i francesi e i belgi, di fronte al fatto che i tedeschi non pagavano le somme richieste, decisero di occupare la Ruhr. Ma tale mossa concorse a completare il collasso economico e finanziario della Germania.

Si stabilì, a questo punto, di convocare una conferenza internazionale, che si tenne a Londra nel 1924 e che diede origine al piano Dawes, dal nome del presidente della conferenza, un banchiere americano. Secondo questo piano, la moneta tedesca avrebbe dovuto essere stabilizzata dopo l’enorme livello raggiunto dall’inflazione e le truppe francesi avrebbero dovuto essere ritirate dalla Ruhr. Un flusso di aiuti americani alla Germania avrebbe permesso a quest’ultima di rimborsare i suoi creditori. L’importo totale dei debiti della Germania veniva lasciato quale fissato nel 1921, ma venivano allungati i tempi di pagamento.

Così nel periodo 1924-1930 la Germania prese a prestito soprattutto dagli Stati Uniti circa 28 miliardi di marchi e ne restituì ai paesi alleati come danni di guerra circa 10,3 (Aldcroft, 1993).

Ma, quando nei tardi anni venti, i prestiti statunitensi smisero di arrivare e molte banche straniere richiesero la restituzione di prestiti precedenti, la situazione si fece di nuovo difficile.

Un ulteriore accordo venne così negoziato nel 1929; era il piano Young, dal nome di un altro plenipotenziario statunitense. Il piano proponeva ormai una riduzione del totale del debito tedesco e degli importi da pagare annualmente.

La situazione economica internazionale intanto non fece funzionare l’accordo che per due anni. Nel 1931 la moratoria Hoover sospese per un anno i pagamenti, ma di fatto si trattò di una moratoria definitiva.

Alla fine gli Stati Uniti avevano ricevuto in restituzione dagli alleati circa 2,6 miliardi di dollari, contro crediti per prestiti ed interessi di 22 miliardi. La Francia a sua volta aveva ricevuto in pagamento dalla Germania circa un terzo dell’importo stimato dei danni di guerra (Aldcroft, 1993).

Le riparazioni dopo la seconda guerra mondiale

E viene poi la seconda guerra mondiale. Anche in questo caso, dopo la fine delle ostilità, si trattava di sistemare la questione delle riparazioni.

La conferenza di Postdam nell’agosto del 1945 fissò subito il principio delle restituzione dei danni di guerra e un accordo di base in proposito venne ipotizzato per le zone occidentali del paese nel 1950. Intanto era stato avviato il piano Marshall, con il quale gli Stati Uniti concessero al paese rilevanti somme di denaro per far ripartire la loro economia.

Furono gli Stati Uniti a guidare tutta l’operazione dei risarcimenti nel 1953, consci che fosse necessario aiutare la ripresa della Germania e dell’Europa dopo una guerra devastante, evitando di commettere gli stessi errori del primo dopoguerra. Pesava fortemente, peraltro, anche la volontà degli Stati Uniti di fare della Germania Occidentale un baluardo contro il blocco sovietico.

Così nell’agosto del 1953, dopo trattative durante diversi mesi, ventuno paesi firmarono a Londra un trattato, noto come London Debt Agreement, che consentì alla Germania di suddividere la questione in due parti. La prima corrispondeva ai debiti accumulati fino al 1933, stimati in 16 miliardi di marchi; fu consentito di rateizzare il loro pagamento in 30 anni, a tassi di interesse molto bassi, ciò che equivaleva alla pratica cancellazione dello stesso. L’altra parte, corrispondente ad altri 16 miliardi di marchi e che faceva riferimento ai debiti dell’epoca nazista e della guerra, avrebbe dovuto essere ripagata, secondo modalità da concordare, dopo l’eventuale riunificazione del paese. Ma nel 1990, a processo di unificazione concluso, il governo tedesco si oppose alla rinegoziazione dell’accordo, a ragione in particolare dei costi che sarebbero stati necessari per risollevare economicamente la parte est del paese.

In ambedue le occasioni tra i creditori c’era anche la Grecia, che dovette accettare molto a malincuore tali decisioni.

La stessa Grecia ha sollevato a più riprese, ma invano, la questione dei danni di guerra subiti da parte della Germania. Tra l’altro, in effetti, nel corso delle vicende belliche il paese, occupato dai tedeschi, era stato costretto a prestare al Reich 476 milioni di reichsmark senza interessi. Tale somma corrispondeva ormai nel 2012, secondo alcuni calcoli, a circa 14 miliardi di dollari e a circa 95 miliardi se si calcolavano anche degli interessi al tasso molto ragionevole del 3% annuo. A fine 2014 la cifra totale dovrebbe aver superato i 100 miliardi di dollari.

La Germania si rifiuta a tutt’oggi di prendere in considerazione l’intera partita.

 

Testi citati nell’articolo

-Reinardt C. M., Rogoff K. S., This time is different, Eight centuries of financial follies, Princeton University Press, Princeton, N. J., 2009

-Aldcroft D. H., The european economy 1914-1990, Routledge, Londra, 3a ed., 1993