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Fonte Opendemocracy.net

La pandemia COVID-19 ha evidenziato la dipendenza strutturale del mondo dalla manodopera sfruttabile.

Randall Hansen
6 ottobre 2020

Nel novembre 2019, un funzionario del governo federale ha visitato la Munk School dell'Università di Toronto e ha chiesto alla sua facoltà di delineare le future minacce globali. Abbiamo parlato di disuguaglianza, fame, cambiamento climatico, servizi igienici e inquinamento da plastica, tra gli altri. Nessuno ha menzionato un microbo; una discussione sulla minaccia dell'immunità agli antibiotici è stata quanto di più vicina abbiamo avuto.

Quattro mesi dopo, tutti in quella stanza erano bloccati. COVID-19 ha colpito il mondo mentre un treno merci colpisce un'auto bloccata a un passaggio a livello. Il virus ha fatto a pezzi il ritmo della nostra vita quotidiana e riconfigurerà le nostre economie e la nostra politica.

Come esattamente lo farà non è chiaro, ma questo è certo: in tutto il mondo, gli standard di vita della classe media dipendono dal lavoro e - durante una pandemia globale - dalla morte di un esercito di lavoratori migranti a buon mercato. Il virus ha messo in luce questa dipendenza, ma non c'è nulla di nuovo al riguardo; è stata una caratteristica fondamentale del capitalismo nazionale e globale almeno dagli anni '70. E, nonostante tutti i discorsi su un mondo nuovo e più giusto che emergerà dalle ceneri di COVID-19, la dipendenza del mondo dal lavoro a basso costo non sta andando da nessuna parte.

Il virus ha evidenziato la dipendenza strutturale del mondo da manodopera a basso costo e sfruttabile. ...continua a leggere "COVID-19 e la dipendenza globale dalla manodopera migrante a basso costo"

Nella mattinata del 25 settembre si è svolta a Berlino la prima manifestazione/sciopero del dopo lockdown contro il cambiamento climatico e per politiche ambientali e di sistema che impediscano i disastri ambientali cui rischiamo già di abituarci.
Alla Porta del Brandeburgo migliaia di ragazzi giovanissimi, più liceali che universitari si sono schierati con ordine distanziati di un metro e mezzo con i loro cartelli , con i volti coperti con mascherine.Gli organizzatori avevano già predisposto con piccoli cerchietti bianchi disegnati sull'asfalto le postazioni di ciascun manifestante…

 

Un severo servizio d'ordine svolto da ragazzine e ragazzini hanno fatto rispettare i distanziamenti tra i partecipanti, inflessibili e determinati a mantenere le promesse alle autorità di garantire una manifestazione senza assembramenti e conforme alle norme anti contagio.Era freddo stamane a Berlino e pioveva ma questa avversità non ha scalfito la determinazione di queste ragazze e ragazzi a fare sentire propria voce,a richiamare l'attenzione rispetto al futuro, al loro futuro, alle loro speranze per una vita che non sia ritmata dal susseguirsi di eventi ambientali catastrofici. C'era anche molta ironia nelle scritte in diversi cartelli….

 

 

Al contempo molte centinaia di ciclisti hanno sfilato per le vie di Berlino su velocipedi, tricicli ad energia solare, i mezzi più fantasiosi che si possa immaginare. Una manifestazione consapevole delle grandi difficoltà per il futuro rispetto ad una battaglia che sarà durissima e al contempo leggera, elegante e gioiosa.

Foto e articolo  di Gino Rubini 

 

 

Fonte Articolo21

“Sto bene e spero che anche voi stiate bene”. Questa frase, scritta su un foglio tirato via da quello che pare un quaderno di appunti, è stata consegnata il 5 settembre ai familiari di Patrick Zaky dalla direzione della prigione di Tora, in occasione della consegna settimanale di cibo e abiti.
Una frase lapidaria, formale, che ha messo in agitazione la famiglia di Patrick e poi gli amici e tutte le persone che dall’Italia sono mobilitate da febbraio per la sua scarcerazione. C’è da sperare che quel messaggio secco sia stato solo determinato dalla volontà di superare la censura e di continuare a far arrivare all’esterno, in qualche modo, informazioni. Nei giorni precedenti era infatti emerso che molte lettere scritte da Patrick e a Patrick non erano mai giunte a destinazione.
L’impossibilità di comunicare in modo normale e regolare rischia di aggiungere ulteriore ansia a quella che Patrick già deve provare a causa della diffusione della pandemia da Covid-19 nelle prigioni egiziane e dell’incertezza sulla sua condizione giuridica.
Non si sa neanche quando si svolgerà la prossima udienza: in teoria, essendo stati ordinati ulteriori 45 giorni di detenzione preventiva il 12 luglio, avrebbe dovuto tenersi a fine agosto. Ma il 26 luglio c’è stata una udienza non annunciata (una sorta di riesame? una nuova effettiva udienza?) in cui i 45 giorni sono stati confermati, il ché porta a immaginare, pur in una situazione totalmente arbitraria, che la prossima udienza si terrà intorno a metà settembre.
Per mantenere alta l’attenzione e rinnovare la richiesta di libertà,  sabato 12 settembre a Cervia si leverà in volo un aquilone col volto di Patrick, disegnato dall’artista-attivista Gianluca Costantini. L’iniziativa, che si terrà alle 14.30 nell’ambito di “Sprint Kite”, sarà preceduta alle 11 da una conferenza sui diritti umani in Egitto: è promossa da Amnesty International Italia, Festival dei diritti umani e Articolo 21, in collaborazione con l’associazione Cervia Volante e col patrocinio dell’Università di Bologna e del Comune di Cervia

L'Associazione brasiliana dei giuristi per la democrazia (ABJD) ha ottenuto il sostegno di 223 organizzazioni civili, partiti politici e movimenti sociali in Brasile, nella loro mozione contro il presidente Jair Bolsonaro presso la Corte penale internazionale (ICC).

Martedì scorso (11), il sostegno di queste entità è stato ufficialmente depositato presso il Tribunale, a sostegno delle accuse mosse contro il presidente, che chiedono la sua condanna per crimini contro l'umanità. Tra questi, la mozione menziona  l'esposizione di Bolsonaro di cittadini brasiliani al covid-19 , stimolando il contagio e la proliferazione del virus.

Fino ad ora, l'ICC non ha risposto ufficialmente al deposito dell'ABDJ, registrato il 3 aprile. La richiesta è in fase di stallo nelle mani del procuratore penale internazionale Fatou Bensouda, incaricato di analizzare il caso.

L'avvocato Ricardo Franco Pinto, che ha firmato il documento presentato dall'ABDJ, afferma che il sostegno di queste entità potrebbe fare pressioni sull'accusa per portare il caso in giudizio.

"Aiuta nel senso di una richiesta collettiva, in modo che i pubblici ministeri del tribunale che decidono se avviare o meno le indagini, vedano che non è  solo un'associazione a sostenere la mozione ", dice l'avvocato.

Secondo Franco, alcuni giuristi si rifiutano di ammettere che i crimini commessi da Bolsonaro saranno considerati punibili presso la Corte penale internazionale, un tribunale che per la maggior parte si occupa di crimini di guerra. Tuttavia, sottolinea che con un sostegno rafforzato, è possibile che questa nozione possa essere superata dai pubblici ministeri.

“Questo è un allarme, un grido di aiuto, è una necessità investigativa che viene  richiesta da tutta la società brasiliana , rappresentata da queste entità, che parlano a nome di una vasta schiera di brasiliani, immagino milioni di loro. Questa è la differenza principale, prima avevamo il supporto individuale, ora abbiamo il supporto collettivo ”, dice il giurista.

La mozione

La mozione presentata all'ICC elenca una serie di azioni che il presidente della Repubblica ha  intrapreso e difeso . Tra questi: i pronunciamenti che chiedono la fine dell'isolamento sociale e la riapertura dei servizi non essenziali, la campagna “Il Brasile Can't Stop”; presenze a raduni politici e sedi commerciali, che hanno stimolato grandi assembramenti della popolazione, nonché un decreto presidenziale che ha consentito la riapertura di chiese e lotterie durante la pandemia.

Creato nel 2002 con il sostegno brasiliano, il Tribunale accusa e giudica esclusivamente individui accusati di promuovere genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra e, dal 2018, crimini di aggressione. La CPI ha la giurisdizione per condannare all'interno del territorio brasiliano, visto che il Congresso nazionale ha approvato l'inclusione dello statuto della Corte nel sistema giudiziario del paese.

 

Fonte Unimondo che ringraziamo

Ci sono almeno 110 popolazioni indigene volontariamente isolate in tutto il mondo. La maggior parte di loro vive nel bacino amazzonico, tra Bolivia, Brasile e Perù e da decenni devono far fronte alla deforestazione e alle violenze provocate dal land grabbing e dallo sfruttamento delle risorse presenti nei loro territori, oltre che alla minaccia rappresentata dalle malattie infettive. In particolare in Brasile, dove, come avevamo già ricordato, oltre a sottovalutare il Covid-19 aumentando in tutto lo Stato il rischio di infezione, il presidente Jair Bolsonaro (anch’esso risultato positivo lo scorso mese) ha legittimato l’esproprio dell’Amazzonia limitando notevolmente le competenze e le capacità delle agenzie brasiliane di protezione ambientaleIl risultato è che le popolazioni indigene in Brasile soffrono ancora di più che in passato a causa degli invasori illegali che estraggono l’oro, disboscano le foreste per il legname o bruciano la foresta pluviale per l’allevamento del bestiame e la coltivazione della soia. Per questo lo scorso mese su richiesta dei popoli Yanomami e Ye’kwana, la Commissione per i diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA) chiede ora al governo brasiliano che intervenga con misure adeguate. ...continua a leggere "Contattati e contagiati contro volontà"

Fonte Pressenza.com 

Con l’operazione militare Chamada de Verde Brasil 2, iniziata l’11 maggio scorso grazie a un decreto del Governo brasiliano guidato dal presidente Jair Bolsonaro,  sono stati messi sotto controllo dell’esercito l’Instituto Brasileiro de Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis(Ibama) e l’Instituto Chico Mendes de Conservação da Biodiversidade(ICMBio). Così, dopo che le agenzie ambientali brasiliane hanno subito con Bolsonaro una drastica riduzione del personale e del budget, con un forte impatto sulle loro operazioni di ispezione, ora perdono anche qualsiasi autonomia di azione nella lotta contro la deforestazione. Ma non solo! Individuato dal Governo come la via più veloce per risolvere i problemi ambientali, l’intervento dell’esercito si è dimostrato inconcludente fin dal primo mese e, nonostante ciò, il suo mandato è stato prorogato fino a fine luglio. L’obiettivo sbandierato da Bolsonaro di “tutelare con la forza” le risorse della foresta amazzonica, fino ad ora, non è stato raggiunto, anzi, al pari dell’emergenza per il Covid-19, per Greenpeace Brasil, “Dopo mesi di governo indifferente alla corrosione degli organismi di ispezione ambientale e al crimine forestale, la reazione di inviare le forze armate in Amazzonia in risposta ai più alti tassi di deforestazione negli ultimi anni sembra essere nient’altro che una grande sceneggiata”.

A metterlo nero su bianco a fine giugno è stato il documento “O desmatamento que o general não viu della ong ambientalista, che ha denunciato comeil Governo del presidente Bolsonaro e il Conselho Nacional da Amazônia, capeggiato dal vice-presidente e generale Hamilton Mourão, ignorino e tollerino sistematicamente la presenza di grandi aree deforestate. Le immagini satellitari a disposizione degli ambientalisti mostrano che tra gennaio e maggio di quest’anno sono comparse nella foresta amazzonica degli Stati di Amazonas, Mato Grosso e Pará nuove enormi radure che si estendono su aree che arrivano fino a 1.700 ettari. Per Greenpeace “Una distruzione che verrebbe facilmente interrotta se l’intelligenza e l’interesse reale del Governo fossero stati utilizzati sin dall’inizio per combattere i crimini ambientali e non per ingrassare i generali”. Con un costo mensile di 60 milioni di real, equivalente a quasi l’80% del bilancio annuale delle ispezioni dell’Ibama, queste operazioni non sono riuscite a contrastare la deforestazione dell’Amazzonia nei mesi precedenti la stagione degli incendi. Secondo Romulo Batista, coordinatore della Campanha Amazônia di Greenpeace Brasil, “con l’inizio della siccità e il fuoco che batte alle porte, il quadro che si sta disegnando non è solo catastrofico per il numero di alberi che cadranno a causa degli incendi, ma anche per il peggioramento della vulnerabilità delle popolazioni dell’Amazzonia verso il Covid -19”.

A quanto pare nel rivelare i risultati dell’azione delle forze armate in Amazzonia, il Governo ha gonfiato i dati dell’operazione militare Chamada de Verde Brasil e secondo un rapporto di Estadão, sono state conteggiate anche le informazioni di una mega operazione effettuata nel Pará un mese prima che i militari fossero inviati nella foresta. Una forzatura notata anche da Wwf-Brasil che denuncia come, “Le prestazioni delle forze armate in Amazzonia sono state classificate dagli ispettori Ibama come goffe, inesperte e persino malvagie”. Così, mentre all’inizio di giugno il generale Mourão aveva detto che a maggio la deforestazione era stata la più bassa degli ultimi anni, in realtà per Greenpeace oggi in Amazzonia si registra anche il livello di allerta sanitaria più alto degli ultimi anni, tanto che “il numero di bambini ricoverati in ospedale per problemi respiratori è raddoppiato nelle aree maggiormente colpite dagli incendi”. Secondo uno studio di Fundação Oswaldo Cruz (Fiocruz), a maggio e giugno 2019, ci sono stati circa 2.500 ricoveri al mese, in circa 100 comuni dell’Amazzonia: “Oggi, gli ospedali nella regione settentrionale sono già pieni. Nella prima settimana di maggio, c’è stato un aumento del 38,8% degli incendi rispetto allo stesso periodo del 2019. In altre parole, questa è un’equazione che ci mette di fronte a un quadro drammatico”, soprattutto perché gli inquinanti generati con i roghi possono percorrere grandi distanze e colpire città lontane da dove è scoppiato l’incendio.

Con queste premesse è difficile pensare che la catastrofe ambientale dovuta agli incendi vista l’anno scorso sarà minore nel 2020. A fine di giugno il Brasile ha segnato l’ennesimo record negativo con il maggior numero di incendi in Amazzonia da 13 anni a questa parte. Secondo l’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais(INPE), nel giugno 2020, in Amazzonia sono stati registrati 2.248 incendi, il numero più alto dal 2007, quando ce ne erano stati 3.517. Rispetto al giugno 2019, rappresenta un aumento del 19,57% ed è del 36% superiore alla media dei 10 anni precedenti con 1.651 incendi. Per Greenpeace “Dopotutto, il contenimento del collasso è nelle mani di un Governo che usa una falsa narrazione per inventare e migliorare le sue azioni per combattere la deforestazione ma che, in pratica, non è assolutamente in grado di combattere la distruzione del più grande bene comune di tutti i brasiliani: l’Amazzonia, e di proteggere la sua gente”. Come ben sappiamo gli incendi contribuiscono contemporaneamente alle crisi climatiche, della biodiversità e della salute che stiamo vivendo a livello mondiale e il Brasile dovrà fare molto di più se vuole fermarle, rafforzando gli organi di controllo, con piani permanenti e obiettivi chiari, e non con operazioni specifiche, costose e inefficienti.  Per Mauricio Voivodic, direttore esecutivo del Wwf-Barsil, “Il Governo può e deve prendere misure immediate, come il permesso di utilizzare il fuoco solo per gli usi tradizionali delle popolazioni autoctone, vietando invece la pratica per altri usi. L’assunzione di nuovi PrevFogo  del Sistema Nacional de Prevenção e Combate aos Incêndios Florestais è poi ancora agli inizi”. A quanto pare l’incapacità di governare della destra brasiliana non si limita alla gestione del Covid-19 e si è trasformata in una tragedia ambientale, sociale ed economica, oltre che sanitaria.

Alessandro Graziadei

foto Pressenza.com

Fonte : Pressenza.com

Autore Paolo D'Aprile

Lo sterminio deliberato di una comunità, un gruppo etnico, un popolo intero, per azione diretta od omissione di determinate azioni che potrebbero impedirlo, non fa più parte di una nefasta ipotesi, di un timore precoce determinato dalle parole proferite in comizi di piazza: lo sterminio genocida è la realtà che respiriamo ogni giorno. E adesso non più solamente attraverso le frasi mille volte usate durante la campagna elettorale come una promessa per risolvere i mali della nazione; ora quelle frasi sono divenute politica di governo, azione di Stato. L’autoritarismo fascistoide della nuova economia imposto da un mercato onnipresente, ci obbliga a leggere le statistiche e i numeri con la tipica indifferenza di chi ormai ha tutto si è abituato.

I mille morti al giorno… (in realtà 1200, 1300, 1400… ogni giorno, dai primi di maggio fino ad oggi) ormai sono una innocua nota a piè di pagina. E quando si fa menzione al termine “genocidio” non è certamente per banalizzare una parola che fa rabbrividire, ma per dire le cose come stanno veramente.

I documenti parlano chiaro: gli organi dello stesso ministero della salute, tre mesi fa avvisavano il nuovo ministro (il terzo dall’inizio della pandemia, un generale dell’esercito), sulla carenza delle sostanze necessarie alla fabbricazione dei medicinali fondamentali per il trattamento del Covid. E non solo: i documenti avvisavano la mancanza cronica di apparecchi e l’assenza di una logistica distributiva nel territorio nazionale di medicinali e materiali. I documenti arrivano alla stampa che incalza il ministro: “i responsabili della organizzazione sanitaria sono i singoli municipi e i singoli stati, non è il governo federale, né tanto meno il ministero della salute”.

I governatori di Stato implorano il governo affinché liberi quel settanta per cento di fondi destinati alla lotta contro il Covid, ancora immobilizzati nelle maglie burocratiche e che fino ad ora sono serviti per la compra e vendita dei voti parlamentari effettuata da Bolsonaro in modo da garantirsi l’appoggio del mondo politico alle sue azione governative. Niente. I governatori di Stato implorano, i sindaci implorano l’invio di fondi, apparecchi, medicine. Niente. Il ministro dice che non è compito suo. Arrangiatevi.

E così l’assenza di un piano generale, di un protocollo nazionale, di un comitato di crisi, l’insistenza a negare la pandemia, l’abbandono della popolazione alla propria sorte, si trasformano in azione/omissione con la finalità di sterminare fisicamente una popolazione indesiderabile. Se nelle periferie e nelle smisurate favelas urbane, tra la popolazione nera, il Covid ha una letalità tre volte maggiore, se questa popolazione che dipende esclusivamente dal servizio pubblico viene lasciata morire per la mancanza degli strumenti necessari alla cura, possiamo fare nostra la frase di Frei Betto: sì, in Brasile si sta consumando un genocidio. ...continua a leggere "Brasile, Covid-19: la nuova normalità del nuovo fascismo"

Una nuova richiesta di impeachment che accusa il Presidente Jair Bolsonaro di aver commesso reati di responsabilità è stata inviata questo martedì (14 luglio) al Presidente della Camera dei Deputati, Rodrigo Maia (DEM-RJ). Il documento di 133 pagine è supportato da nomi come il compositore Chico Buarque, lo scrittore Fernando Morais, l’ex calciatore Walter Casagrande, l’economista Bresser-Pereira e padre Júlio Lancellotti.

In un ampio elenco di presunti reati di responsabilità commessi dal presidente, la richiesta di impeachment cita gli attacchi contro la stampa, la presa di mira ideologica delle risorse audiovisive, la cattiva condotta in campo ambientale e il mancato intervento del governo durante l’epidemia di Covid-19.

Le politiche sanitarie sono state gravemente influenzate dalle azioni criminali di Jair Bolsonaro. Oltre alla disarticolazione del Sistema sanitario unificato (SUS), già in fase di attuazione nel primo anno di gestione, la pandemia di Covid-19 ha aperto il disprezzo dell’attuale governo per la tutela della salute della popolazione”, si legge nel testo.

Il documento ha l’adesione delle seguenti organizzazioni politiche, sociali e sindacali: Central Única dos Trabalhadores (CUT), Movimento Negro Unificado (MNU), União Nacional dos Estudantes (UNE), Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (Apib), ISA – Instituto Socioambiental, Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST), Associação Brasileira de Lésbicas, Gays, Bissexuais, Travestis, Transexuais e Intersexos (ABGLT) e Associação Brasileira de Juristas pela Democracia (ABJD).

L’iniziativa prevede la sospensione delle funzioni presidenziali di Bolsonaro e la sua sottoposizione al processo di impeachment, per essere rimosso dall’incarico e perdere il diritto di esercitare le funzioni pubbliche. Di seguito il comunicato sottoscritto da Deborah Duprat, Iago Montalvão, João Pedro Stedile, Mauro Menezes e Sérgio Nobre, pubblicato dal Folha de Sao Paulo.

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Dal suo insediamento, il Presidente della Repubblica Jair Bolsonaro ha praticato successivi e gravi affronti al testo della Costituzione federale. Oltre a commettere trasgressioni di natura istituzionale, a mettere in pericolo la democrazia, la buona convivenza tra i poteri e l’armonia della Federazione, Bolsonaro agisce anche contro l’integrità dei diritti individuali e sociali. Il suo governo sponsorizza la demolizione della credibilità internazionale del Paese e nega le condizioni minime per garantire la sovranità nazionale.

Tutto ciò configura la sua incidenza in diversi reati di responsabilità, previsti dalla legge, che ci ha portato a presentare alla Camera dei Rappresentanti, martedì 14 luglio 2020, la richiesta popolare di impeachment presidenziale. La petizione è firmata da centinaia di organizzazioni della società civile, sindacati e movimenti popolari.

La petizione che abbiamo firmato porta la rappresentatività delle forze popolari impegnate nelle numerose lotte sociali del nostro Paese e si aggiunge ad altre già presentate dopo l’insediamento di Bolsonaro.

Il ripetersi di queste richieste coincide, non a caso, con la pandemia di Covid-19 nel Paese. Sotto la guida sbagliata e irresponsabile dell’attuale presidente, il governo federale ha disprezzato le conoscenze scientifiche e sabotato gli sforzi della società e delle autorità di altre sfere di governo per combattere la pandemia. Questo quadro di negligenza e di disorganizzazione amministrativa ha seriamente danneggiato le azioni per combattere la più grave crisi sanitaria della nostra storia.

La responsabilità personale di Jair Bolsonaro negli oltre 1,8 milioni di casi e 70.000 morti di Covid-19 registrati finora nel paese è indiscutibile. Questo da solo è motivo sufficiente perché il Congresso nazionale assuma il suo dovere costituzionale e, in nome della difesa della vita del popolo brasiliano, interrompa il mandato di Bolsonaro.

Tuttavia, il repertorio dei reati di responsabilità sta crescendo praticamente in tutti i settori del governo federale.

Le agenzie ambientali, sotto gli ordini del presidente, sono ora dirette con l’obiettivo dichiarato di indebolire le ispezioni e di sostenere la distruzione e i crimini ambientali. I programmi di sostegno alla produzione dell’agricoltura familiare e la promozione di un’equa distribuzione della terra nel paese sono stati completamente svuotati. Il governo agisce per legalizzare l’occupazione irregolare di terreni pubblici (“land grabbing”), e ha anche proposto un provvedimento provvisorio a tal fine.

La popolazione indigena e i popoli e le comunità tradizionali, che hanno fatto riconoscere i loro diritti storici nella Costituzione, sono oggetto di odiose persecuzioni e ostilità, proprio da parte degli organismi che dovrebbero garantirne la protezione. La promozione dell’uguaglianza razziale è stata sostituita dalla negazione del razzismo, accompagnata da un aumento della violenza contro la popolazione nera, praticata principalmente dalle forze di Stato.

Il prestigio laico della politica estera brasiliana, zelante per la cooperazione e la promozione della pace tra le nazioni, è stato sprecato di fronte alla vergognosa subordinazione agli interessi degli Stati Uniti e all’ingiustificabile aggressività contro le nazioni vicine e storicamente amiche. Non esiste un progetto per lo sviluppo dell’istruzione e i ministri si succedono tra incompetenza amministrativa e disordini ideologici.

La politica culturale viene assurdamente erosa e il patrimonio culturale e storico nazionale è minacciato dal taglio delle risorse e dalla sostituzione del personale tecnico con indicazioni politiche. La libertà di espressione e di stampa è vittima di attacchi quotidiani, mentre il presidente usa le risorse del governo a beneficio dei suoi alleati nella comunicazione e nei media.

Il deterioramento dei diritti dei lavoratori è sorprendente. La politica di valorizzazione del salario minimo, in vigore da circa quindici anni, è stata chiusa ed il Ministero del Lavoro è stato rimosso. L’ispezione delle condizioni degradanti e opprimenti per i lavoratori lotta per sopravvivere, di fronte ai ripetuti attacchi del governo per indebolirlo.

Questi crimini di responsabilità massimizzano la tragica condotta della politica macroeconomica brasiliana, che ha prodotto il fomento della disuguaglianza, della miseria e della contrazione dell’economia nazionale. Il Presidente della Repubblica è in gran parte responsabile della profondità della crisi sanitaria ed economica in cui il Paese è immerso.

Tutto ciò ci porta alla logica conclusione che il Brasile non troverà una via d’uscita da questa situazione con la continuità del governo di un presidente incapace di onorare il giuramento di rispetto della Costituzione. Il processo di impeachment fornisce l’indispensabile regolamento dei conti di fronte a questa dura realtà. I reati di responsabilità sono chiaramente evidenti. E la denuncia sostenuta dai movimenti sociali e popolari segnala che la pazienza del popolo brasiliano si è esaurita.

Mauro de Azevedo Menezes, avvocato, ex presidente della Commissione Etica Pubblica della Presidenza della Repubblica (2016-2018) e Master in Diritto Pubblico dell’UFPE e membro deel’Associazione brasiliana dei giuristi per la democrazia

Deborah Duprat, Vice Procuratore Generale della Repubblica in pensione

Iago Montalvão, Presidente dell’UNE (Unione Nazionale Studenti)

João Pedro Stédile, membro del coordinamento nazionale del MST (Movimento dei lavoratori rurali senza terra)

Sérgio Nobre, Presidente della CUT (Central Única dos Trabalhadores)

il riposo del mimo

Per le vie di Berlino - Photostreet - foto di gierre 

 

di Franco DiGiangirolamo 

Non c'è dubbio che i decessi (di o da) Covid sono un argomento che si tratta malvolentieri. Se mi soffermo è perchè le conclusioni della Commissione Regionale Lombarda sul caso Trivulzio, il frasario che ha imperversato sui social e le tesi del capo della AfD,partito di destra con non pochi deputati nel Bundestag, hanno provocato un cortocircuito nei miei pochi neuroni funzionanti, al punto che "se non mi sfogo in qualche modo, scoppio“.
L'affermazione della Commissione secondo la quale il coronavirus avrebbe accelerato per alcuni pazienti processi degenerativi già in stato avanzato, ancorchè basata su una verità incontestabile, la classificherei tra le scoperte inutili che, tuttavia, se vengono strombazzate con la delicatezza di un rinoceronte, alludono ad una deresponsabilizzazione del virus nei confronti di una persona che era già incamminata verso "l'al di là.“. Non so se si voleva manifestare un intento "consolatorio“, ma sono convinto che l'affermazione, oltre che inutile, nella sua ridondanza si è manifestata, purtroppo, anche dannosa.Vorrei
annoverare questo caso, mettendolo da parte, nel quadro del modello comunicativo sulla crisi pandemica che i posteri avranno modo di valutare freddamente e che io trovo (ma guai a dirlo !!) uno dei punti più critici della gestione politica italiana della Pandemia.

...continua a leggere "Ignoranze pericolose"

Autore Gianni Giovanelli che ringraziamo

Fonte Effimera

Per questo bisognerebbe anzitutto

che le masse  europee

decidessero di svegliarsi,

si scuotessero il cervello e cessassero

di giocare al gioco irresponsabile

della bella addormentata nel bosco.

Frantz Fanon, I dannati della terra

(Traduzione di Carlo Cignetti, Einaudi, 1962, p. 85)

 

Accadono strane cose, contraddittorie e difficili da ricondurre all’interno di un disegno politico unitario, di un progetto complessivo capace di riunire l’intera compagine che detiene il potere. Certamente tuttavia, e sul punto non ci possono essere dubbi, siamo alla vigilia di un mutamento. La transizione era gia iniziata, con l’ingresso impetuoso della comunicazione informatica e la profonda modifica del tradizionale rapporto di forza che caratterizzava lo scontro di classe. La sempre più rapida diffusione della condizione precaria e il susseguirsi di crisi finanziarie, già negli anni scorsi, hanno poi reso visibile l’inadeguatezza delle strutture di gestione governativa, di controllo sociale nel territorio, di organizzazione produttiva, dei movimenti migratori. Dopo il crollo della vecchia Unione Sovietica il comunismo cinese è rimasto autoritario, ma si è sviluppato in una nuova forma di capitalismo ibrido, finanziario, manageriale, con un ramificato controllo statale di ogni comunità e di ogni territorio; altri paesi di minore dimensione hanno percorso strade analoghe. Nelle democrazie liberali del cosiddetto Occidente  sono comparsi movimenti reazionari, nazionalsovranisti, non di rado apertamente razzisti, con un notevole consenso elettorale che ha consentito il loro ingresso al governo; Trump negli Stati Uniti, Orban in Ungheria e Kaczynski in Polonia hanno vinto grazie al voto popolare ottenuto mescolando i sussidi alla xenofobia prepotente. In Asia, Africa e America Latina dittature, esperimenti fragili di socialdemocrazia, guerre, neocolonialismo feroce compongono nel loro insieme un variegato mosaico, mobile e senza coerenza. Nel gran disordine mondiale i progetti di un nuovo ordine erano davvero tanti, nascevano e morivano in breve volger di tempo, senza quasi lasciar traccia del loro effimero esistere.

 

...continua a leggere "Aria di tempesta – di Gianni Giovannelli"

FONTE CONTRETEMPS.EU

Tuttavia, nonostante l'ondata di Trump, nessun segnale viene registrato sul lato aziendale, il che mostrerebbe una diminuzione dell'outsourcing della produzione verso paesi con bassi costi del lavoro. Al contrario, l'aumento delle competenze delle aziende in questi paesi consente loro di migliorare la propria offerta di servizi verso prodotti di fascia alta. D'altra parte, l'automazione influisce su tutte le attività, ma su lavori specializzati più fortemente intermedi. Questi sono caratterizzati da un lavoro di routine che coinvolge compiti intellettuali e manuali, eseguiti secondo un insieme esplicito di regole: industria manifatturiera (dagli elettrodomestici alle automobili) e attività di servizio (contatore, consulente clienti). Questa esternalizzazione e automazione sono le due principali cause identificate come che portano alla polarizzazione dei lavori che sembra preoccupare così tanto il FMI e l'OCSE. Questi fenomeni sono stati identificati in molti paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti[3] , Germania [4] e Francia [5] .

La polarizzazione dei posti di lavoro e i crescenti fenomeni che la accompagnano, come la flessibilità e la precarietà, in particolare attraverso lo sviluppo del subappalto di attività dalle più grandi aziende alle più piccole, portano a ciò che David Weil designa con il termine di luoghi di lavoro fessurati [6]  : un luogo in cui la diversità dello status dei lavoratori, una concorrenza sfrenata organizzata tra loro o tra i subappaltatori minano i salari, le condizioni di lavoro e la solidarietà. Phoebe Moore era particolarmente interessata all'influenza della digitalizzazione ( digitalizzazione) attività come strumento che accompagna (e consente in larga misura) questa destrutturazione del lavoro umano per profitti sempre maggiori per le aziende che avviano catene di valore con in cambio attività più vincolate e meno remunerate per la maggioranza dei lavoratori [7 ] .

Questo articolo fa parte di questa logica. Usando esempi concreti tratti dagli eventi attuali degli ultimi due anni, mostra la crescente tentazione che alcune persone sentono di considerare il lavoratore come un sostituto dell'automa: che è virtuale quando è è un algoritmo o nella forma molto reale di un robot nel settore.

 

Tanto lavoro umano il cui merito va all'algoritmo

Nel frattempo i robot. Indagando sul lavoro a click [8] , Antonio Casilli ha dimostrato quanto l'apprendimento, ma anche il funzionamento quotidiano dell'intelligenza artificiale, dipenda ancora dagli umani. Spesso il lavoro ripetitivo e poco remunerato, la mancanza di protezione sociale, l'isolamento professionale, lo status di lavoratore autonomo di questi lavoratori a scatto contribuisce a minare le basi della regolamentazione dell'organizzazione del lavoro attuata dalla fine del XIX secolo grazie le lotte dei lavoratori e quelle dei sistemi di protezione sociale.

Analogamente, negli ultimi anni è stato osservato che lo sviluppo di tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC) in forme sempre più avanzate può avere l'effetto di degradare significativamente le condizioni di lavoro e aumentare i rischi. professionisti, mentre l'automazione sotto controllo sociale potrebbe avere risultati opposti: riduzione delle difficoltà fisiche e intellettuali, riduzione dell'orario di lavoro, ecc.

La cosa più sorprendente in questo caso è che sembra accadere in una relativa indifferenza del corpo sociale (a parte alcune lotte dei lavoratori), come se la presenza di software, algoritmo, automa eliminasse le abitudini datore di lavoro delle sue responsabilità in termini di salute e sicurezza sul lavoro e anestetizzato la risposta della società, anche degli Stati e degli organi competenti in materia di regolamentazione e controllo del lavoro e delle sue condizioni. Certo, i sindacati organizzano la risposta, ma sembra avere meno peso (o anche meno legittimità) che se si trattasse di aziende convenzionali e non di imprese dell'economia digitale.

La situazione è tanto più impegnativa in quanto la porosità sta aumentando di giorno in giorno tra le cosiddette compagnie classiche e quelle dell'economia dei concerti , i metodi di lavoro di questi ultimi percorrono sempre più verso i primi, in un momento in cui si stanno formando alleanze. , dove vengono organizzati i buyout e vengono create filiali comuni. Cosa sta succedendo allora? Come è cambiata la situazione negli ultimi anni che giustificherebbe prestare meno attenzione alla persona umana? ...continua a leggere "Quando le decisioni sul lavoro vengono prese dalla macchina"

Mentre il Brasile sta diventando uno dei principali epicentri della pandemia Covid-19, l’antropologo Eduardo Viveiros De Castro lancia un grido d’allarme sugli effetti devastanti della politica del presidente Jair Bolsonaro. E ci parla di come la pandemia ci renda tutti “indigeni”, espropriati delle nostre terre e dei nostri corpi.

Mentre traducevamo questa importante intervista all’antropologo brasiliano Eduardo Viveiros de Castro, una nuova sorprendente notizia è arrivata dal Brasile. L’entourage del presidente Bolsonaro è coinvolto in una nuova inchiesta, con un’accusa senza precedenti : quella di aver costituito un’organizzazione finalizzata alla sistematica falsificazione delle notizie. Ci sembra che le pagine che seguono possano essere molto importanti per comprendere il contesto nel quale queste accuse emergono e lo scontro istituzionale oggi in atto in Brasile. Al di là di questo aspetto, di grande interesse è anche l’interpretazione più generale della crisi del Covid-19 proposta da Viveiros de Castro. Un paese complesso come il Brasile incarna infatti con molta facilità tendenze che sono oggi assolutamente globali, soprattutto per quello che riguarda la gestione della crisi da parte dell’estrema destra mondiale e la sua connessione con lo scenario dell’Antropocene [ndt]

 

Lei è confinato da due mesi in campagna, nei dintorni di Rio de Janeiro, dove insegna abitualmente all’Università federale. Qual è la situazione in Brasile?

Eduardo Viveiros de Castro: La situazione è catastrofica e peggiora di giorno in giorno. Toccato più tardi degli altri, il Brasile sta diventando l’epicentro della pandemia.  Ufficialmente, ci sarebbero a oggi 250.000 contagi e 17.000 decessi (al 19/5, ndt), Ma, secondo vari studi indipendenti, i contagi sarebbero da 2 a 3,5 milioni, uno dei tassi di contagio più elevati al mondo, e il numero delle vittime potrebbe elevarsi a circa 200.000 nel giro di qualche mese. Tuttavia, il Presidente della Repubblica insiste nel suo atteggiamento negazionista, opponendosi alle misure di distanziamento fisico e lockdown  decise dai sindaci e dai governatori degli Stati e incitando i suoi sostenitori a metterle in questione. Tutto ciò mentre il personale della sanità lotta eroicamente  contro l’epidemia. La situazione è davvero spaventosa.

 

Ciò che sta accadendo in Brasile – e lo dico cosciente del peso di queste parole – è un genocidio: un genocidio per negligenza o incompetenza nel caso di alcuni funzionari, un genocidio invece deliberato nel caso di altri.

 

Questo perché il governo di Bolsonaro sarebbe ben contento di potersi sbarazzare non solo degli indigeni – che resistono ai suoi progetti di sfruttamento dell’Amazzonia – ma anche di una parte della popolazione povera, quella che non avrà più accesso alle cure quando il sistema di salute sarà saturo. L’epidemia è destinata ad avere lo stesso effetto di una pulizia etnica per coloro che dipendono dell’assistenza pubblica. È terribile da dire, ma in Brasile, lo Stato è un alleato della pandemia. Senza contare la crisi economica, con la nostra moneta, il Real, in caduta libera. Ci troviamo in una perfect storm: una pandemia, una crisi economica mondiale, dei dirigenti politici mostruosi!

 

Gianluigi Gurgigno, Rio de Janerio, elezioni ottobre 2018

 

I ministri della Sanità sono stati licenziati o hanno dato le dimissioni. E il presidente Jair Bolsonaro è arrivato perfino a dire che siamo davanti a un «complotto internazionale per utilizzare la pandemia e instaurare il comunismo»…

Se almeno potessimo riderci su, ma non abbiamo nemmeno questa possibilità, tanto la situazione è tragica. Bolsonaro è un uomo sull’orlo della psicopatia, un pericolo pubblico. Basta guardare il suo mentore, l’ideologo Olavo de Carvalho, un astrologo-filosofo intriso di anticomunismo delirante che vive negli Stati Uniti, in Virginia, da dove lancia affermazioni pazzesche a milioni di followers su YouTube. Questo è il nuovo Rasputin del Brasile! ...continua a leggere "Viveiros De Castro: in Brasile sta avvenendo un genocidio"

FONTE : CONTRETEMPS.EU

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L'attuale situazione in Brasile è sia catastrofica a livello sociopolitico sia disastrosa a livello sanitario ed epidemiologico. Dallo scorso 20 maggio, questo paese-continente di 210 milioni di abitanti ha concentrato più della metà dei decessi del Covid-19 in America Latina (con oltre 20.000 morti). Questo, mentre l'affascinante e militaristico potere di Jair Bolsonaro continua a respingere apparentemente qualsiasi piano per combattere la pandemia a livello federale, riaffermando il suo orientamento ultra-liberale a livello economico e reazionario a livello politico.

Come ci siamo arrivati ​​dopo 15 anni di governo del partito dei lavoratori? Il ricercatore Fabio Luis Barbosa dos Santos, professore all'Università Federale di San Paolo e autore di "La  paura ha superato la speranza. Il Brasile da Lula a Bolsonaro ”  (Syllepse, 2020), ci offre una lettura critica della storia recente del suo paese.

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Nel 2002, la vittoria di Lula alle elezioni presidenziali brasiliane aveva suscitato speranze di cambiamento sociale in America Latina e oltre. Nato alla fine della dittatura militare (1964-1985), il Partito dei Lavoratori (PT) si consolidò negli anni '80 prendendo parte alla lotta per la democratizzazione e poi portando resistenza al neoliberismo durante il decennio Il prossimo. Mentre saliva al potere, il PT iniziò ad adottare un discorso e una pratica di riconciliazione di classe. Durante un decennio di forte crescita economica, il partito è riuscito a pacificare il paese e vincere altre tre elezioni presidenziali. Tuttavia, nel 2016, il secondo mandato di Rousseff è stato interrotto da un controverso processo di licenziamento e due anni dopo Lula è stata incarcerata.[1] .

Questo testo affronta questo riorientamento della politica brasiliana in relazione allo spostamento del centro di gravità della politica verso destra, che si osserva su scala internazionale. La mia ipotesi principale è che stiamo assistendo a una trasformazione del quadro alla base della riproduzione del capitale in Brasile. Questo cambiamento può essere riassunto da due idee: c'è stato uno spostamento dal "neoliberismo inclusivo" alla espropriazione sociale e dalla riconciliazione al confronto di classe.

Questo cambiamento in primo luogo minaccia le istituzioni associate alla Costituzione del 1988 (soprannominata "Costituzione dei cittadini"), considerata la pietra angolare della cosiddetta Nuova Repubblica, che è succeduta per 25 anni di dittatura. Da una prospettiva più ampia, il Brasile avanza verso quello che Christian Laval ha definito un "nuovo neoliberismo", in cui si aggravano le contraddizioni tra capitalismo e democrazia. Il nuovo neoliberismo impone la violenza economica attraverso un impopolare programma sociale ed economico, nonché la violenza politica, perché ha abbandonato il suo contenuto democratico liberale (Laval: 2018).

Da un punto di vista politico, questo cambiamento è evidenziato dalla rotta del PT (tra il licenziamento di Roussef nel 2016 e l'arresto di Lula nel 2018) e l'elezione di Bolsonaro. Analizzerò questo processo in tre fasi: la caduta del PT; l'elezione di Bolsonaro e il progetto del nuovo governo. Concluderò evidenziando la logica perversa all'opera nella gestione della pandemia da parte del Presidente.

 

Come spiegare la caduta del Partito dei Lavoratori (PT)?

Le amministrazioni del PT hanno fatto affidamento sulla conciliazione di classe per riformare il capitalismo brasiliano. Questa strategia era ragionevole: data l'importanza delle disuguaglianze che caratterizzano il paese, si può fare molto per combatterli senza affrontare le strutture che li perpetuano. Il programma Fame Zero, la cui guida è stata affidata a un fratello cattolico, illustra questo approccio: dopo tutto, chi si opporrebbe alla fine della fame?

In questo contesto, il "modo lulista di regolare i conflitti sociali" combina due dimensioni. Da un lato, i più poveri hanno fatto progressi modesti grazie all'estensione delle politiche di trasferimento di denaro e ad una leggera variazione del salario minimo. D'altra parte, le banche e il capitale internazionale sono stati in grado di continuare a gestire il paese come una merce e di ricevere gli utili che di solito sono collegati ad esso. Questo doppio movimento ha permesso di pacificare relativamente il Paese per oltre un decennio.

Secondo Braga, l'egemonia di Lulist si basava sull'articolazione di due forme distinte ma complementari di consenso. Se il governo era soddisfatto del consenso passivo delle classi inferiori, lavorava per cooptare le burocrazie sindacali, i leader dei movimenti sociali e alcuni settori intellettuali al fine di creare le basi per il consenso attivo al lulismo. Quest'ultimo tipo di consenso era inteso a difendere la presenza della parte nell'apparato statale (Braga; Santos: 2019).

La rottura del consenso passivo al Patto di Lulist è diventata evidente dalle manifestazioni di giugno 2013 che hanno costituito il più grande ciclo di mobilitazioni popolari dalla fine della dittatura nel 1985.

Per farla breve: il PT è emerso in politica negli anni '80 portando le persone in strada. Poi è salito al potere nei decenni successivi ponendo fine alla protesta di strada. Le dimostrazioni di giugno hanno mostrato che il partito non aveva più il potere di mobilitare la popolazione o di calmarla. Il suo ruolo è stato quindi ampiamente messo in discussione.

Giugno 2013 ha aperto una nuova congiuntura politica, segnata dall'esaurimento del modo lulista di regolare i conflitti sociali. Negli anni seguenti, gli scandali di corruzione messi in scena dai media mainstream sono stati aggiunti a una crisi economica che si è trasformata in una recessione dal 2015. Il campo di applicazione della riconciliazione di classe è stato ridotto e il la pressione per aggiornare il regime di accumulo è aumentata.

PT versione comprensivo di neoliberismo ha dato modo di deprivazione sociale, mentre nell'era della conciliazione è stato sostituito da guerra 's classi. Sebbene avviata dal governo Rousseff, questa inflessione fu consumata dal suo licenziamento e approfondita con la prigionia di Lula e l'elezione di Bolsonaro.

Visto attraverso questo prisma, il licenziamento di Rousseff nel 2016 fa parte della crisi nel cosiddetto modo "lulista" di regolare i conflitti sociali, così come l'arresto di Lula. Poiché la strategia della classe dominante si spostava a destra, la gestione proposta dal PT non era più utile per loro.

In sintesi, le recenti tendenze della politica brasiliana non dovrebbero essere viste come una svolta radicale di 180 gradi, ma piuttosto come una metastasi delle amministrazioni PT. Una metastasi nel senso che gli interessi anti-popolari che sembravano contenuti ma che non erano mai stati affrontati sotto il PT possono ora svilupparsi senza ostacoli: agro-industria, finanza, società mediatiche, neopentecostalismo, esercito e così via proprio adesso. Dal breve governo di Temer (il vicepresidente di Rousseff), i professionisti corrotti che hanno assicurato la governabilità del PT hanno smesso di svolgere il ruolo di comparse e hanno ripreso il controllo dello stato. In breve, l'esaurimento del lulismo ha indebolito le mediazioni tra i disegni predatori della borghesia brasiliana e i diritti e le aspirazioni dei lavoratori.

Il governo anti-popolare e impopolare di Temer (2016-2018) deve essere compreso in questo contesto, come nel caso dell'elezione di Bolsonaro. Tuttavia, al di là del lulismo e del bolsonarismo, questa tendenza verso un nuovo neoliberismo minaccia la stessa Nuova Repubblica. Ciò è stato evidente nelle elezioni presidenziali del 2018.

 

Le elezioni presidenziali del 2018

Per la classe dirigente, l'economia non è stata una questione centrale nelle ultime elezioni. Il vincitore affronterebbe i problemi del neoliberismo con più neoliberismo, sia per via utopica di un "neoliberalismo inclusivo" predicato dal PT, sia per l'ultraneoliberalismo dei Tucani (storici oppositori del PT) o di Bolsonaro.

Ciò che era in gioco per questa classe era la forma politica che avrebbe preso la gestione della crisi brasiliana. In altre parole, il volto dell'accordo istituzionale, giuridico e culturale che avrebbe sostituito la Nuova Repubblica, ora definitivamente condannato. Sono stati proposti due modi per gestire la colossale crisi brasiliana: il PT ha offerto l'ordine attraverso i negoziati, mentre Bolsonaro ha promesso l'ordine attraverso la violenza.

Dato che nessuno dei tre candidati che rappresentavano chiaramente il capitale si era qualificato per il secondo turno [2] , è emersa quindi la questione di quale percorso potesse servire al meglio i suoi interessi.

Se il PT vincesse, sarebbe difficile governare. Come convincere coloro che hanno chiesto il licenziamento e la reclusione di Lula ad accettare che tutto ciò conduca all'elezione di Haddad (il candidato che ha sostituito Lula)?

Con la vittoria di Bolsonaro, il problema sorge per i governati. La sua base tra i potenti è fragile; il suo livello di rifiuto è alto e il suo personaggio imprevedibile. Chi potrebbe domare il domatore?

Il PT e Bolsonaro furono visti come risposte provvisorie e necessariamente instabili da una classe dirigente in riorganizzazione.

Tuttavia, la classe dirigente scelse di sostenere Bolsonaro perché la fine della nuova Repubblica compromise anche i Tucani. Tuttavia, l'ideale per la classe dirigente è il bolsonarismo senza Bolsonaro. In Francia, Marine le Pen si lamenta di coloro che si sono incontrati per sconfiggerla al secondo turno, perché alla fine il funzionario eletto implementa la sua politica ma senza vantarsi. Sotto la polvere delle elezioni, la classe dirigente brasiliana sta cercando il suo Macron.

Tra il crollo del lulismo, iniziato durante la ribellione di giugno 2013, e un bolsonarismo presentabile in preparazione, la classe dirigente si riorganizzò, provocando la dispersione dei candidati. Come nel 1989, quando nacque la Nuova Repubblica, la classe dominante cercò la sua strada, ma questa volta per seppellirla [3] .

Tuttavia, il futuro sotto Bolsonaro è imprevedibile. Molti lo hanno sostenuto per sbarazzarsi del PT, ma nessuno sa chi libererà il Brasile da Bolsonaro. In Cile, i democratici cristiani hanno appoggiato il colpo di stato nel 1973 per tornare al potere. Di certo non si aspettavano di dover aspettare 17 anni perché ciò accadesse realmente.

Bolsonaro aveva le sue idee: fondare una dinastia con i suoi tre figli che entrarono in politica, sostenuti dai militari e dalla polizia. Deve quindi sostituire il supporto effimero che ha sui social network con una base che gli è letteralmente fedele. Per questo intende fare affidamento sugli evangelisti, presto più numerosi dei cattolici nel paese.

Non c'è nulla di nuovo nell'appartenenza di quelli sopra a Bolsonaro. Sebbene brutale e volgare, la violenza che incarna è soprattutto violenza di classe. Il dramma è l'adesione delle classi inferiori. In assenza del leader carismatico, il sottoproletariato che sosteneva il lulismo si rivolse a Bolsonaro, tranne che nel nord-est del paese. Tutti i brasiliani conoscono qualcuno che ha già votato per Lula ma che ha finito per votare per il capitano. Lula era in prigione, ma gli elettori no. Allora, cos'è successo?

Escludendo l'ipotesi che tutti coloro che hanno votato per lui siano fascisti o siano stati manipolati contro il PT, questo risultato suggerisce l'ipotesi scomoda che ci siano punti in comune tra bolsonarismo e lulismo. In questo senso, si sono opposti, ma non sono esattamente opposti.

È vero che l'anti-PTismo ha avvelenato il dibattito, ma diversi candidati hanno sostenuto questo striscione. Uomo di vecchia politica, Bolsonaro ha incarnato con successo il rinnovamento. Il segreto sta piuttosto nella forma che nel contenuto: il capitano usa il linguaggio della brutalità, che un popolo brutalizzato conosce e comprende. Parla in modo perverso con le persone, come fa Lula, il che gli ha permesso di distinguersi dai normali candidati. Se Lula emerse come un Messia, Bolsonaro divenne il mito (come lo chiamano i suoi sostenitori).

Sebbene in modo falso, Bolsonaro si posizionò dalla parte di coloro che, come lui, non articolano bene le idee o non capiscono molto le cose. Piuttosto che un programma, ha difeso un insieme di valori appositamente costruiti, quindi il dialogo fluido che mantiene con gli evangelisti.

La campagna PT, da parte sua, ha scommesso sulla vittimizzazione di Lula, poi sul renderlo il candidato dietro Haddad. In breve, Lula intendeva trasformare le elezioni in un plebiscito su se stesso - si potrebbe dire che sognava di diventare Mandela. In tal modo, il PT ha contribuito a depoliticizzare il conflitto e spostarlo su questioni morali.

Mentre la campagna di PT ruotava attorno al concetto di giustizia, il valore principale evocato da Bolsonaro era l'ordine, che per lui significava concludere il lavoro incompiuto della dittatura. Forse questo è, dopo tutto, il suo programma.

 

Bolsonaro al potere

Se propone lo stato di polizia, che è il quadro del nuovo neoliberismo, in realtà non ha un programma. Per dirla semplicemente, possiamo dire che subappalta la sua produzione a grande capitale.

Questo è il messaggio che voleva trasmettere con il suo comportamento ingenuo durante la campagna: ha rifiutato di rispondere a domande economiche sostenendo che sarebbero state trattate dal suo Ministro dell'Economia, un ex ragazzo di Chicago.

Ciò a cui punta il grande capitale è trasformare il quadro in cui la riproduzione del capitale avviene in Brasile attraverso riforme contro i lavoratori. L'idea coltivata dai militari e presa dal PT secondo cui il Brasile potrebbe essere un potere su scala internazionale è stata abbandonata.

Lo possiamo vedere chiaramente nel cambiamento di atteggiamento dei militari. In passato, l'esercito associava il suo potere all'industrializzazione del paese, che tra l'altro iniziò e si consolidò tra due dittature: l'Estado Novo (1937-1946) e il colpo di stato 'Stato del 1964. Di fronte alla regressione industriale e al degrado sociale, i militari hanno gettato la spugna, rinunciando a rendere il Brasile una potenza internazionale. Ora si stanno concentrando sulla gestione armata della vita sociale al fine di mantenere in piedi un paese in rovina. Scommettono quindi su una relazione privilegiata con gli Stati Uniti, in un contesto globale che può salvare.

Ecco un'illustrazione di questa tendenza. Lula aveva inviato il generale Augusto Heleno a guidare la missione delle Nazioni Unite ad Haiti, credendo che ciò avrebbe reso il Brasile un "attore globale". Il generale è tornato in Brasile pensando a come impedire al Brasile di diventare Haiti. A Heleno è stato impedito di essere vice-presidente di Bolsonaro dal suo partito, e ora utilizza questa esperienza come direttore dell'Ufficio di sicurezza istituzionale del governo, che riferisce direttamente al presidente (Harig: 2018).

Le riforme pianificate dal capitale mirano ad andare oltre il quadro istituzionale associato alla "costituzione del cittadino". Non è un caso che l'onnipotente Ministro dell'Economia di Bolsonaro sia un ex ragazzo di Chicago che ha lavorato nel Cile di Pinochet negli anni 80. Paulo Guedes disprezza tutte le politiche economiche attuate dalla fine del la dittatura brasiliana che considera "di sinistra" e che definisce "interventismo statale".

Bolsonaro trae anche ispirazione dal Cile di Pinochet, un regime che riorganizzò la società in modo globale. Questa esperienza neoliberista fondamentalista e pionieristica in economia ha avuto importanti effetti sulla sfera politica e sulla soggettività in senso lato (Bocardo; Ruiz: 2015). Fino alla ribellione scoppiata nell'ottobre 2019, il paese è stato considerato un esempio del successo del neoliberismo a livello globale. Oggi, sono proprio gli effetti sociali devastanti di questa agenda che vengono combattuti in Cile con un potere notevole.

La riforma del sistema pensionistico intrapresa dal governo dimostra la sua volontà di distruggere la "costituzione dei cittadini". L'argomento principale utilizzato è quello del deficit, che esploderà negli anni a venire. Tuttavia, si suppone che il sistema di sicurezza sociale progettato dalla Costituzione sia bilanciato dal pagamento di contributi da parte di lavoratori e datori di lavoro, cosa che non accade oggi. Lo stato brasiliano non sta adempiendo al proprio dovere, poiché sempre più risorse sono destinate al pagamento degli interessi sul debito.

Questa nuova logica implica la distruzione del sistema di sicurezza sociale per sostituirlo con un sistema in cui tutti sono liberi di scegliere se salvare o meno per proteggersi dai rischi sociali. Stiamo passando da una logica collettiva a una logica individuale, da un diritto sociale a un prodotto finanziario. Questa riforma del sistema pensionistico implica una rottura con il modello sociale su cui si basano la costituzione del cittadino e la nuova repubblica.

Ecco perché è in discussione una riforma dell'amministrazione. Ha lo scopo di sbarazzarsi dell'articolo della costituzione che obbliga ad assegnare una percentuale minima del bilancio statale all'istruzione e alla salute, ad esempio. Ciò segue il congelamento della spesa pubblica decretato per i prossimi 20 anni dal governo Temer. Dal momento che Bolsonaro non vuole sfidare questo limite, cerca di cambiare le basi del finanziamento della sicurezza sociale. Oltre a contraddire la costituzione, un tale cambiamento avrebbe profonde conseguenze sul tessuto sociale del Paese.

 

Bolsonaro testato da Coronavirus

La sfida del presidente è quella di convertire il supporto online che gli ha permesso di essere eletto in una vera mobilitazione. Trasforma gli utenti di Internet in camicie nere.

Su questa strada segue sempre la stessa sceneggiatura: designa i nemici che attacca ponendosi come vittima. Accusa non solo le persone ma anche le istituzioni e la stampa nel suo insieme di essere ostacoli al suo progetto, che genera profezie che si autoavverano. Quando il presidente accusa il Congresso di boicottarlo, trasferisce la responsabilità dei suoi fallimenti a coloro che "non glielo lasciano governare". Allo stesso tempo mobilita il sostegno popolare per opporsi alle istituzioni che, agli occhi dei cittadini, incarnano la politica marcia e corrotta. Quando il congresso reagisce, il presidente vede la sua storia legittimata e alza la voce. Quando tace, il presidente avanza di uno spazio. In questo gioco di opposti, Bolsonaro appare sovversivo mentre la sinistra brandisce la costituzione per difendere l'ordine.

A Brasilia vengono richieste risposte semplici a problemi complessi. Questo segue la storia dell'eroe che affronta una serie di cattivi e che è lo stesso di quello prevalente sui canali di video online e nei videogiochi. In questa logica, ciò che il governo effettivamente fa conta poco. Si tratta piuttosto di eccitare i suoi sostenitori e rendere naturale ciò che era ancora intollerabile fino a poco tempo fa. Bolsonaro muove il quadro della normalità e allarga l'orizzonte delle aspirazioni della sua base.

È un movimento che non può arretrare. Al contrario, come una palla di neve accumula solo massa, velocità e violenza. In questo movimento, il presidente ha preso la sua base per strada il 15 marzo per chiedere la chiusura del congresso nazionale. Tre giorni dopo, la dimostrazione pianificata in difesa dell'educazione sembrava una contro-dimostrazione.

È in questo contesto che i Covid-19 sbarcarono in Brasile. La manifestazione del 15 marzo è stata annullata, ma alcuni irriducibili sono scesi in strada per salutare personalmente il presidente. Di fronte a questo, la dimostrazione di 18 si è trasformata in un panelaço nazionale (concerto di pan) e ha messo in evidenza il declino del sostegno a Bolsonaro tra i ricchi e la classe media, che sono stati i primi a essere colpiti da un virus che è venuto con quelli con passaporto.

Il presidente ha poi rafforzato la sua negazione dell'Olocausto e ha iniziato a raccogliere nemici. Ad ogni nuovo discorso pronunciato, i vasi tintinnavano alle finestre. Il presidente si perderebbe nel suo mondo parallelo? La strategia di sopravvivenza di questo animale politico perverso considera ogni pulsione di morte come un'opportunità politica. Dobbiamo quindi cercare la logica al lavoro dietro la follia.

Bolsonaro riconosce che la crisi ha due dimensioni: sanitaria ed economica. Sta scommettendo che le persone saranno più sensibili agli effetti del secondo. Il suo discorso contro l'isolamento orizzontale è quindi rivolto a coloro che muoiono di fame, non ai Covid. Bolsonaro presume correttamente che i lavoratori vogliano lavorare: ho sentito i venditori ambulanti criticare il governatore che sostiene il parto e difende Bolsonaro. Oltre ai commercianti e agli imprenditori, i leader evangelici sono anche contrari al confinamento che svuota le loro chiese.

Questa politica si basa anche sulla certezza che lo stato brasiliano, essendo stato fondato sulla schiavitù, non aiuterà mai i lavoratori come in Europa. Al contrario, le misure provvisorie facilitano la riduzione dei salari e i licenziamenti. Il fondamentalismo neoliberista del Ministro dell'Economia è la base per il calcolo politico di Bolsonaro.

Ovviamente questa è una scommessa rischiosa, che può portare il paese al disastro. Come ha sottolineato Pierre Salama, se la lotta contro il Covid è descritta come una guerra, allora Bolsonaro è un criminale di guerra. In questo contesto, il fatto che un presidente in stile Hitler suicida e genocida sia tollerato dalla popolazione e dal Congresso ci dà una misura dello scoraggiamento di quelli sotto e del cinismo di quelli sopra.

Questo cinismo include Lula e il Partito dei Lavoratori (PT) come membri a pieno titolo della famiglia Brasília. A marzo, la festa era contro il licenziamento di Bolsonaro. È corretto affermare che una rivolta al congresso darebbe a Bolsonaro qualcosa da masticare. Ma questo argomento rivela che i principi (vita umana) sono subordinati agli interessi (calcoli politici).

Di fronte al numero di protocolli di impeachment innescati per la maggior parte dai nuovi nemici di Bolsonaro ad aprile, il PT ha sfumato la sua posizione. Ma è uno degli elementi che impedisce a questa lotta di avanzare perché nessuno vuole intraprendere questa strada per far trionfare qualcun altro. In altre parole, il licenziamento di Bolsonaro avverrà solo quando i parlamentari ritengono che avrebbero guadagnato di più che sfruttando le debolezze del governo.

Nel frattempo, Bolsonaro ha raddoppiato la scommessa. Il suo governo, che comprende più soldati di quelli della dittatura, si è liberato dalle due figure che potrebbero metterlo in ombra. È stato innanzitutto il Ministro della Salute a non essere d'accordo con il Presidente a considerare questo virus "un po 'di influenza". Poi alla fine di aprile è stata la volta di Sergio Moro, ministro della giustizia responsabile della prigionia di Lula, ora sostituito da un evangelista. Il costo della defezione di un uomo visto come il paladino della lotta contro la corruzione non è ancora chiaro. Moro se ne andò facendo una dichiarazione scioccante: disse che il presidente voleva mettere la polizia federale sotto il suo controllo, il che portò a una denuncia dinanzi alla Corte suprema, un altro obiettivo del presidente.

Criticato dalla stampa, minato dalla giustizia, fischiato dalla classe dirigente e vedendo minacciata la sua popolarità, Bolsonaro si lanciò in una corsa precipitosa. Ha annunciato un aiuto di emergenza di 600 real [100 euro] per oltre 50 milioni di persone. Vale a dire quattro volte più denaro destinato a quattro volte più persone rispetto al piano Bolsa familia , il programma di punta del lulismo. Nel processo, è apparso circondato da soldati e senza Paulo Guedes ha annunciato un massiccio piano di investimenti pubblici, mettendo da parte l'ortodossia neoliberale. L'obiettivo è chiaro: rafforzare il legame diretto con quelli di seguito facendo affidamento sui militari e quindi mettendo da parte la sua solidarietà di classe con quelli di cui sopra. Il filosofo Paulo Arantes parla di "lulismo arretrato" per descrivere questa situazione.

Tuttavia, il presidente sta camminando sulle uova. Il tumulto politico che preoccupa il capitale ha già costretto Bolsonaro a ritirarsi e riaffermare i pieni poteri al Ministro dell'Economia. Contro la corrente dei "panelaços", i fedeli del governo hanno manifestato in auto e hanno suonato il clacson di fronte agli ospedali contro il contenimento e tutto ciò che si è opposto al loro leader.

Per il momento nessuno ha il potere di prevalere e il futuro del Paese è nelle mani di questo parlamento che il presidente vorrebbe chiudere. Dal momento che non ha la forza di farlo, Bolsonaro acquista stabilità con il "centrão", un'assemblea eterogenea di piccoli partiti veniali pronti a sostenere chiunque in cambio di budget pubblici e posizioni nell'apparato di 'Stato. In breve, interpreta la politica come è sempre stata praticata.

A maggio, fuori Brasilia, il paese stava per diventare l'epicentro dell'epidemia nonostante la famigerata sottovalutazione del numero di casi. Gli studi mostrano una correlazione tra la popolarità del presidente, la violazione del confinamento e il crollo del sistema sanitario pubblico in varie regioni. In periferia, il contenimento è impossibile e gli operai si radunano davanti alle banche per ricevere i loro 600 reali. Nelle campagne, la copertura medica è minuscola e il virus ha iniziato a raggiungere i territori delle popolazioni native, il che può avere un effetto devastante. Il sistema sanitario pubblico è sull'orlo del collasso e le compagnie assicurative non rinunciano a nulla durante i negoziati con il governo, che vuole usare i letti nelle cliniche private. In breve, l'apartheid sociale continua.

Molti bussano alle loro pentole, ma hanno continuato a portare i loro collaboratori domestici. Altri hanno trascorso la prigionia con i loro dipendenti, che non potevano più tornare a casa. Le compagnie di consegna a domicilio hanno aumentato le loro commissioni in modo che i telelavoratori non perdano nulla e le persone che hanno effettuato la consegna hanno protestato invano su strade vuote.

Sebbene abbiamo assistito a molti episodi di solidarietà, è la dinamica autoassorbente tipica del neoliberismo che prevale. La pandemia può aprire il cibo al pensiero ma sembra incapace di provocare da solo l'emergere di nuove soggettività. In Brasile, la sinistra sembra più che mai condannata all'insignificanza.

Il crimine è calato, i cieli si sono schiariti e gli uccelli cantano alle finestre della classe media. Ma dietro la pausa si nasconde la sofferenza. La crisi economica colpisce tutti, anche se in modo diverso. Questo crea tensione in una società che si aspetta un futuro migliore del presente, ma non oltre il passato. In Brasile non ci sarà alcun reflusso keynesiano né il ristabilimento di uno stato sociale che non è mai esistito. Piuttosto, la tendenza è verso la furiosa ripresa della spogliazione sociale, mentre la popolazione spera di poter riguadagnare una certa normalità i cui standard sono sempre più bassi, con o senza Bolsonaro.

 

Riferimenti

BRAGA, Ruy; SANTOS, Fabio Luis B. "L'economia politica del lulismo e le sue conseguenze". Prospettive latinoamericane , c. 46, p. 1, 2019.

GUEDES, Paulo. "Atolados no Pântano". O Globo , 1/5/2017.

HARIG, Christop (2018). "Reimportazione della" svolta robusta "nel mantenimento della pace delle Nazioni Unite: missioni di pubblica sicurezza interna del mantenimento della pace internazionale militare del Brasile" DOI:  10.1080 / 13533312.2018.1554442

LAVAL, cristiano. Anatomia del nuovo neoliberismo. Testo presentato all'Universidade de São Paulo, settembre 2018.

RUIZ, Carlos; BOCCARDO, Giorgio. Los chilenos bajo el neoliberalismo . Santiago: Fundación Nodo XXI, 2015.

 

Appunti

[1] Nel bilancio dei governi progressisti dell'America Latina, vedi: F. Gaudichaud, M. Modonesi, J. Webber, Fin de partie? I governi progressisti latinoamericani nel vicolo cieco , Syllpse, 2020 e anche il file: https://www.contretemps.eu/dossier-amerique-latine/ .

[2] Geraldo Alckmin, allora governatore dello stato di San Paolo, corse di nuovo per il PSDB; Henrique Mereilles ha assunto il compito ingrato di rappresentare il partito di Temer; e João Amoedo, rappresentante di un nuovo partito di ricchi brasiliani, che adottarono giustamente questo nome: "Partito Nove". Tuttavia, l'aggiunta dei voti di questi tre candidati non ha nemmeno raggiunto il 10% dei voti al primo turno.

[3] Nelle elezioni del 1989 c'erano 22 candidati, cinque dei quali erano considerati potenzialmente efficaci. Il collor de Mello ha sconfitto Lula con un piccolo vantaggio nel secondo turno. Nel dicembre 1992, Collor fu rimosso dall'incarico per impeachment , tra accuse di corruzione.

FONTE TRANSFORM-ITALIA.IT

Preambolo

La crisi sanitaria che il mondo sta affrontando alza il velo sui di una crisi strutturale già esistente e che il Partito della Sinistra Europea (PGE) non ha cessato di denunciare. Il Partito della Sinistra Europea si è assunto il compito di proporre un modello alternativo per questa Europa a seguito della diffusione del Covid-19. Per questo, è stata creata una piattaforma e stiamo lavorando molto attivamente per svilupparla, il più rapidamente e nel miglior modo possibile, concentrandoci non solo sulle soluzioni all’attuale crisi, ma anche in una prospettiva a lungo termine, per una trasformazione della economica in senso pubblico, sociale ed ecologico. È importante ripensare il ruolo delle istituzioni europee e globali, garantire investimenti nella direzione di un nuovo patto verde e sociale, proteggere i lavoratori e promuovere un futuro centrato sui bisogni umani e non solo sul profitto.

La situazione causata dalla pandemia di COVID-19 sta sconvolgendo tutta l’umanità. Quasi tutti i paesi hanno adottato misure drastiche per evitare la contrazione della malattia e contenere la pandemia. Tutti gli sforzi possibili devono, in effetti, essere fatti per proteggere la popolazione. Tali misure richiedono un coordinamento. Ma manca ancora un efficace coordinamento europeo da parte delle sue istituzioni, così come una risposta globale. In questo modo, i paesi più colpiti vengono lasciati a se stessi. Il rischio è quindi che il Patto di stabilità limiti la solidarietà tra i paesi di fronte alla crisi economica, portando a una dicotomia tra paesi privilegiati e paesi già colpiti dall’austerità in passato.

La diffusione del virus COVID-19 ha anche conseguenze significative per l’economia: accelera la globalizzazione neoliberista come modello egemonico della società e, quindi, il processo di ristrutturazione del capitalismo. La pandemia di coronavirus è una chiara prova del fallimento del modello economico e sociale neoliberale dominante. A causa della politica di austerità neoliberista perseguita attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici, i sistemi sanitari non sono in grado di soddisfare le esigenze della popolazione durante una pandemia.

Il Partito della Sinistra Europea chiede misure immediate per combattere le conseguenze della crisi e un cambiamento radicale della politica, aprendo una nuova strada per lo sviluppo della società, ponendo al centro le persone.

E’ necessario agire globalmente su cinque assi: tutto deve essere fatto per proteggere la popolazione. È urgente una trasformazione dell’economia in direzione pubblica, ambientale e sociale. Le istituzioni e i diritti democratici non devono essere messi a repentaglio dalle misure adottate per combattere la crisi: al contrario, in questi tempi difficili, la democrazia e i diritti civili devono essere difesi ed estesi. Non esiste altra risposta che la solidarietà internazionale di fronte alla dimensione globale della crisi: ora è il momento di una nuova iniziativa sul disarmo e di una politica di distensione.

Protezione della popolazione

Tutti gli sforzi possibili devono essere fatti per il miglior funzionamento dei sistemi sanitari. Abbiamo bisogno di risorse aggiuntive per i sistemi di sanità pubblica, nonché di una convergenza di standard in tutti i paesi in termini di personale, strutture e attrezzature negli ospedali pubblici e nei sistemi di prevenzione, nonché ‘un aumento della capacità produttiva degli strumenti di protezione della salute. È inoltre indispensabile disporre di servizi pubblici europei su tutto il continente che siano efficienti e coordinati con il resto del mondo. Chiediamo la creazione immediata di un fondo sanitario europeo finanziato tramite la BCE con titoli centenari non negoziabili sui mercati e la possibilità di ottenere più servizi pubblici abolendo il Patto di stabilità e crescita.

Sia socialmente che economicamente, le persone hanno bisogno di protezione. Migliaia di lavoratori e lavoratori sono a rischio di perdere il lavoro e il reddito, e molti li hanno già persi. Il virus colpisce i più deboli nel modo più brutale: le persone più colpite sono quelle che lavorano in condizioni precarie, mal pagate in particolare per il personale delle pulizie e coloro che fanno lavori di cura.

I governi di tutta Europa chiedono il telelavoro, ma questo non si applica a tutti, e in troppi casi è un privilegio. I lavoratori dei servizi essenziali o delle catene di produzione essenziali la cui presenza è richiesta sul posto di lavoro devono essere garantiti e protetti dalla diffusione del virus.

Chiediamo l’adozione di un piano di salvataggio economico per i lavoratori e le loro famiglie, compresi tutti i lavoratori precari, i disoccupati e privi di documenti, i migranti e i rifugiati o simili. In caso di perdita di reddito, è necessaria una compensazione finanziaria. Gli affitti e i mutui dovrebbero essere sospesi per coloro che non possono permetterseli a causa della perdita di reddito. Ci opponiamo a qualsiasi tentativo di peggiorare le condizioni di lavoro, come la sospensione dei contratti collettivi e la riduzione dei diritti dei lavoratori. I sistemi di protezione sociale, salari e pensioni dovrebbero essere adattati al massimo livello che abbiamo in Europa.

Le donne sono principalmente colpite da condizioni di lavoro precarie, in particolare babysitter, cassiere o governanti. La situazione delle donne migranti è particolarmente dura, nei campi o nei paesi in cui sono arrivate. Le donne non dovrebbero pagare il prezzo più alto per questa crisi: abbiamo bisogno di un piano concreto incentrato sulla protezione di tutte le donne (lavoratrici, disoccupate, migranti), specialmente quando sono vittime di violenza (in particolare di violenza domestica).

Ci opponiamo fermamente alla pressione esercitata dal mondo economico e industriale sui decisori affinché mettano fine alle misure di contenimento e riaprano le produzioni non essenziali senza garantire le condizioni di base della sicurezza dei lavoratori al fine di evitare l’aumento del contagio.

Abbiamo bisogno di un’azione urgente non solo per le grandi aziende, ma in particolare per le piccole e medie imprese e i lavoratori autonomi. Il sostegno finanziario per le imprese dovrebbe mirare a mantenere posti di lavoro, rispettando salari, orari e oneri Al fine di far fronte ai problemi di ridefinizione della produzione, va incoraggiata la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Recupero economico e trasformazione ecologica e sociale

Come misura immediata, abbiamo bisogno di maggiori investimenti nei servizi pubblici. Fin dall’inizio, dobbiamo porre fine alle politiche di austerità abbandonando l’intero Patto di stabilità e crescita. L’Europa deve abbandonare questo strumento, che è stato utilizzato per imporre l’austerità alla spesa pubblica, minando in tal modo l’assistenza sanitaria e altri servizi pubblici a danno delle persone che, di conseguenza, oggi soffrono nella crisi del coronavirus.

La Banca centrale europea (BCE) dovrebbe essere lo strumento per garantire oggi le enormi risorse necessarie per affrontare l’immensa emergenza sociale, economica e medica.

I soldi della BCE dovrebbero essere utilizzati per aiutare le persone a uscire dall’emergenza sanitaria e per combattere le conseguenze della crisi, non per mantenere il tasso di rendimento del capitale. La BCE deve assumersi la sua responsabilità per lo sviluppo economico e adottare tutte le misure necessarie per evitare speculazioni finanziarie. Questo è un prerequisito per garantire il coordinamento delle azioni nazionali e l’istituzione di un solido sistema di solidarietà per affrontare la crisi del coronavirus. La BCE e le banche nazionali dovrebbero essere utilizzate per aumentare la spesa per i servizi sociali e proteggere la popolazione. Inoltre la BCE deve finanziare un piano di investimenti europeo in grado di favorire l’occupazione e garantire un’evoluzione del modello ambientale e sociale della produzione e dell’economia. Abbiamo bisogno di un programma per ricostruire le capacità produttive, incluso la ricollocazione di industrie strategiche. Chiediamo un fondo di stimolo europeo, finanziato da obbligazioni emesse dal fondo stesso o dalla Banca europea per gli investimenti e acquisite dalla BCE. Allo stesso tempo, il meccanismo europeo di stabilità (MES), che rappresenta un modo inutile e dannoso di intervenire nei bilanci pubblici dei diversi paesi europei, dovrebbe essere abolito.

La Corte costituzionale tedesca ha messo in discussione le competenze della BCE e della Corte di giustizia dell’Unione europea e ignora i requisiti economici di cui abbiamo bisogno per lo sviluppo europeo. La sua decisione rappresenta per noi solo l’altra medaglia dell’austerità e del progetto neoliberista. La sua funzione è di scoraggiare ed evitare azioni di solidarietà e di minare la strada verso qualsiasi progetto di Europa sociale.

Proponiamo una moratoria generale sui debiti pubblici. I debiti detenuti dalla BCE dovrebbero essere cancellati. Inoltre, stiamo proponendo una conferenza europea sulla cancellazione della parte illegittima dei debiti pubblici e una discussione aperta sui criteri per la classificazione del debito.

Questa crisi COVID-19 mostra che il mercato non soddisfa affatto le esigenze dei cittadini. Non è nemmeno in grado di fornire il minimo necessario per la vita. Vogliamo rilanciare il ruolo pubblico, perso durante il periodo di privatizzazione, in tutti i settori: sistema creditizio, produzioni strategiche, sistema di ricerca e servizi. Abbiamo bisogno di un modello economico incentrato sul benessere pubblico e l’immenso accumulo di capitali da parte di pochi deve essere fermato. Per il maggior numero, non solo per pochi! (“Per molti, non solo per pochi!).

Il finanziamento dell’aumento della spesa sociale e gli investimenti nella riconversione del settore richiedono una politica di giustizia fiscale: chiediamo un nuovo modello di riscossione delle imposte che tassi le grandi fonti di capitale e ricchezza, sulla base criteri di progressività fiscale e che pone fine ai paradisi fiscali all’interno e all’esterno dell’UE. È necessaria una tassa su GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) e NATU (Netflix, Airbnb, Tesla, Uber).

La crisi fornisce ragioni sufficienti per mettere in discussione il nostro modello socioeconomico e cambiare radicalmente la politica. È necessario un profondo cambiamento, perché affrontiamo enormi sfide ecologiche come il cambiamento climatico, che ha gravi conseguenze sociali. Per la sinistra, il legame tra requisiti ecologici e bisogni sociali è cruciale. Abbiamo bisogno di una transizione nel settore verde. Tuttavia, abbiamo anche l’obbligo di proteggere i lavoratori e i dipendenti interessati da questo processo.

Il concetto di “giusta transizione” promosso dalla Confederazione internazionale dei sindacati ( CIS) intreccia transizione ecologica e protezione sociale. È necessaria una nuova politica industriale che includa concetti innovativi in ​​materia di energia e mobilità. Abbiamo bisogno di un piano di riconversione ambientale e sociale per l’economia che garantisca una piena e buona occupazione e protegga i diritti di tutti, a cominciare dalla parità di genere. Dal punto di vista di sinistra, una nuova politica industriale deve includere la partecipazione diretta dei lavoratori e, pertanto, andare di pari passo con la democrazia economica.

Democrazia

Il Partito della Sinistra Europea ritiene che la crisi COVID-19 possa minacciare le democrazie e il rischio che un’azione irresponsabile porti all’emergere dell’estrema destra e alla sua retorica della totale non solidarietà. Contro i tentativi di sfruttare la situazione di emergenza per limitare o sospendere i nostri diritti, Il Partito della Sinistra europea difende la democrazia e le sue istituzioni. Ad esempio, i parlamenti dovrebbero rimanere in carica e non essere sospesi, come nel caso dell’Ungheria. Sappiamo che sono necessarie misure molto severe per contenere la pandemia. Ma dobbiamo essere vigili e garantire che le restrizioni alla libertà ritenute necessarie per fermare la progressione della pandemia rimangano misure eccezionali.

Il PSE respinge anche fortemente ogni tentativo di abuso della pandemia di coronavirus per demagogia xenofoba o nazionalista.

Disarmo e pace

L’impegno incondizionato per la pace e il disarmo è uno degli elementi essenziali della politica di sinistra. Senza pace, non c’è futuro per l’umanità.

L’emergenza del coronavirus deve essere vista come un’opportunità per riportare il disarmo e la pace al centro della elaborazione politica. Le spese militari devono essere notevolmente ridotte a favore dell’assistenza sanitaria e della soddisfazione dei bisogni sociali. È tempo di prendere l’iniziativa per una nuova politica di distensione.

La manovra di guerra “Defender” fu interrotta dall’epidemia di coronavirus, ma non fu completamente cancellata. Pertanto, dobbiamo continuare e intensificare la nostra resistenza contro questi pericolosi esercizi militari. La NATO non è un’organizzazione che difende gli interessi degli europei. Con le sue attività aggressive, è un’organizzazione pericolosa. La NATO deve essere sciolta a favore di un nuovo sistema di sicurezza collettiva, che comprende anche la Russia.

Solidarietà europea e internazionale

Abbiamo bisogno di un’uscita sociale dalla crisi che vada oltre l’attuale modello di integrazione europea. Il nostro obiettivo è un’uscita sociale dalla crisi. Per fare ciò, ogni proposta deve includere diversi componenti:

– La nuova integrazione internazionale dell’Europa dovrà diversificare le sue relazioni internazionali con relazioni commerciali eque basate sul reciproco vantaggio e non sulla concorrenza a scopo di lucro.

– Sosteniamo la promozione di un processo di cooperazione paneuropea tra cui la Russia.

– Lo sviluppo di un modello di Stati socialmente avanzati caratterizzato da solidarietà e cooperazione “orizzontali”, con un programma di ricostruzione produttiva e sostenibile volto a raggiungere la sovranità alimentare attraverso un maggiore sostegno e innovazione per ‘Agricoltura.

– Sostegno all’OMS, in particolare finanziariamente, per svolgere un ruolo più efficace in tali crisi.

– La difesa delle Nazioni Unite minacciata dall’amministrazione degli Stati Uniti nell’interesse del multilateralismo.

– Non è solo un compito per l’Europa ma per il mondo intero. I paesi del sud hanno bisogno di un sostegno finanziario per proteggere le loro popolazioni e migliorare i loro sistemi sanitari.

Dobbiamo garantire che i rifugiati e i migranti siano trattati in conformità con il diritto internazionale ed europeo, che i loro diritti umani e civili siano pienamente rispettati e che la loro vita non sia minacciata dalla detenzione illegale , respingimenti, espulsioni nascoste al pubblico, o per mancanza di assistenza sanitaria, alloggio inadeguato, condizioni di vita inaccettabili, reazioni razziste e xenofobe, sfruttamenti, discorsi o atti di odio di violenza. Dobbiamo concentrarci sulla loro buona istruzione, sulle opportunità di lavoro dignitose e paritarie, sul loro sviluppo personale e sulla loro integrazione sociale.

– Avviare una risposta umanitaria alla situazione di milioni di esseri umani in tutto il mondo che devono lasciare le loro case per sfuggire alla povertà, alla fame, alle malattie e alla guerra e che ora vedranno peggiorare la loro situazione.

– Il mondo deve rimanere unito e la chiave per superare la crisi è la solidarietà internazionale. Vi è una particolare necessità di rafforzare la solidarietà con i popoli del Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina, che sono maggiormente a rischio di essere gravemente colpiti dalla pandemia di COVID-19.

– Sottolineiamo un nuovo accento da porsi sui principi culturali e fondato su valori che consentano il pieno sviluppo dell’essere umano in una società egualitaria ed ecologicamente protetta.

In questa prospettiva, il Partito della Sinistra europea invita tutte le organizzazioni delle forze progressiste, ecologiche e di sinistra, e in particolare quelle che partecipano al Forum europeo, a lavorare insieme per sviluppare una risposta progressiva comune all’attuale crisi nell’interesse delle persone.

Fonte La Vaca

In questo articolo rivelatore di The Interccept, la giornalista canadese Naomi Klein analizza la firma dell'ex CEO di Google Eric Schmidt a capo di una commissione per "reimmaginare la realtà post-Covid" a New York dove, dice, inizia a prendere forma un futuro dominato dall'associazione degli Stati con gli Stati Uniti. Giganti della tecnologia: "Ma le ambizioni vanno ben oltre i confini di qualsiasi stato o paese". Klein definisce una Dottrina di Pandemic Shock, che definisce la Nuova Alleanza o New Screen Deal. Pone il chiaro e semplice rischio che questa politica aziendale minacci di distruggere il sistema educativo e sanitario. Tracciamento dei dati, commercio senza contanti, telehealth, scuola virtuale e persino palestre e carceri, parte di una proposta "senza contatto e altamente redditizia". Quarantena come laboratorio dal vivo, uno "specchio nero" e l'accelerazione di questa distopia dal coronavirus: "Ora, in un contesto straziante di morte di massa, ci viene venduta la dubbia promessa che queste tecnologie sono l'unico modo possibile per proteggere la nostra vita da una pandemia " Quali sono i (sempre) dubbi e come, sotto il pretesto dell'intelligenza artificiale, le corporazioni lottano di nuovo per il potere di controllare le vite.(Tradotto da Agencia Lavaca.org).

Di Naomi Klein per The Intercept

Eric Schmidt, un dirigente di Google, era stato osservato dal governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo.

Durante il briefing quotidiano sul coronavirus del Governatore di New York Andrew Mercoledì, la triste smorfia che ha riempito i nostri schermi per settimane è stata brevemente sostituita da qualcosa di simile a un sorriso.

L'ispirazione per queste vibrazioni insolitamente buone è stata un contatto video dell'ex CEO di Google Eric Schmidt, che si è unito al briefing del governatore per annunciare che sarà a capo di una commissione per reinventare la realtà post-Covid dello Stato di New York , con enfasi integrare in modo permanente la tecnologia in tutti gli aspetti della vita civile.

"Le prime priorità di ciò che stiamo cercando di fare", ha affermato Schmidt, "sono incentrate sulla telehealth, sull'apprendimento remoto e sulla banda larga ... Dobbiamo trovare soluzioni che possano essere presentate ora e accelerare l'uso della tecnologia per migliorare le cose". Per non dubitare che gli obiettivi dell'ex CEO di Google fossero puramente benevoli, il suo background video presentava un paio di ali d'angelo d'oro incorniciate. ...continua a leggere "Distopia high-tech: la ricetta che si sta sviluppando a New York per il post-coronavirus. Di Naomi Klein"

FONTE:  CONTROLACRISI.ORG

 

 

Uno degli ufficiali della Marina che partecipò nel 1977 al sequestro e all'uccisione dello scrittore e giornalista argentino Rodolfo Walsh, ricordato come un mito di resistenza alla dittatura (1976-1983), è stato catturato ieri in Brasile.
Si tratta di Gonzalo 'Chispa' Sánchez, che polizia brasiliana ha localizzato a Paraty, sul litorale di Rio de Janeiro, in esecuzione di un ordine di arresto internazionale firmato molti anni fa, nel 2009, dal giudice argentino Sergio Torres.
Autore di 'Operación Masacre', considerato come il primo romanzo di genere 'No Fiction', sorta di sintesi fra il romanzo tradizionale e la testimonianza storiografica, Walsh mostrò fin dall'adolescenza le sue propensioni letterarie.
Dopo una stagione vicina a movimenti di destra, viaggiò a Cuba, partecipando con Gabriel Garcia Marquez alla fondazione dell'agenzia di stampa Prensa latina, e segnalandosi come precursore di Wikileaks quandò intercettò e decifrò comunicazioni della Cia con agenti in Guatemala con cui era stata preparata la fallita invasione della Baia dei Porci a Cuba.
Negli anni '70 aderì al movimento dei Montoneros e, dopo il golpe del generale Jorge Rafael Videla, creò l'agenzia di stampa Ancla, facendo circolare oltre 200 dispacci contro la dittatura.
In pericolo, Walsh rifiutò di esiliarsi come avevano fatto altri dirigenti dei Montoneros, e continuò l'attività clandestina. E il 24 marzo 1977, primo anniversario del colpo di Stato, pubblicò l'ultima sua opera, 'La carta abierta de un escritor a la Junta militar', in cui denunciò i tanti desaparecidos e criticò la politica neoliberalista governativa.
Il giorno dopo un 'Grupo de tarea' della Scuola di meccanica della marina (Esma), guidato dall''Angelo biondo', Alfredo Astiz, e da Jorge 'Tigre' Acosta, e integrato dal 'prefetto' Sánchez arrestato ieri, gli tese una imboscata. Walsh morì in una sparatoria, ed il suo corpo non fu mai più ritrovato.

FONTE RAWAIADUNA 

 

Nelson Teich, nominato ministro della salute in Brasile appena un mese fa, ha deciso di mollare. In meno di un mese è stato di fatto esautorato ogni giorno dal suo presidente della Repubblica, un Jair Bolsonaro oramai trasformatosi nel nemico numero uno al mondo di tutto ciò che è scienza e di ogni politica di serio contenimento dell’epidemia di coronavirus nel gigante sudamericano.

Gli ospedali sono al collasso, le cifre ufficiali, bugiarde visto il limitato numero di tamponi per scoprire gli infetti e il non censimento della povera gente morta a casa senza alcuna assistenza, fanno del Brasile il paese più infetto dell’area e tra poco del mondo intero. La risposta di Bolsonaro a questa immane tragedia è stata ed è di un cinismo senza limiti. Il coronavirus è una banale influenza, chiudersi in casa è da vigliacchi, usate la clorochina sempre, nonostante più ricerche abbiano attestato l’alta tossicità di questo medicinale che in ogni caso non è né cura né prevenzione.

Prima di Teich, era stato costretto alle dimissioni Luis Mandetta. Mentre l’allora ministro della salute e la gran parte dei governatori spingevano per misure di contenimento e lockdown, Bolsonaro convocava manifestazioni dei suoi sostenitori, bollava di “comunisti” chiunque volesse tenere la gente a casa, incitava i suoi “patrioti” a rivoltarsi contro le istituzioni “traditrici”. Praticamente li invitava al golpe.

Di fronte a questo caos sanitario, al collasso democratico in corso, molti paesi stanno richiamando il personale delle loro ambasciate. Nella comunità internazionale si parla oramai chiaramente di “rischio Bolsonaro”.

” Bolsonaro non vuole un medico ad aver cura della salute dei brasiliani. Vuole un fanatico, un ciarlatano. O un militare che obbedisca, senza pensare, ai suoi ordini. Due ministri della salute dimessi in piena pandemia non rappresentano solo un segnale di incompetenza. Siamo di fronte a un crimine, ad un tentativo di omicidio contro la nostra nazione”, dichiara un esponente politico di opposizione mentre tanti altri, quasi un coro, lanciano un disperato “si salvi chi può”.

Amarissime, a tal proposito, le parole di Luis Mandetta, ex ministro della salute: ” Non ci resta che sperare in Dio”.

silvestro montanaro

FONTE CONTROLACRISI.ORG

Rifondazione Comunista denuncia in una nota che l'incendio a Marghera di un'azienda chimica che produce additivi e detersivi, la 3V Sigma Spa, non è un incidente "ma il prodotto di un contesto già ampiamente denunciato da lavoratori". Dalle prime notizie il bilancio è per ora di due feriti gravissimi.
I lavoratori avevano scioperato proprio per denunciare le condizioni di sfruttamento degli operai, contro l'obbligo di fare straordinari con turni di otto ore che diventavano anche di dodici e più. "Questa situazione derivante dalla volontà dell'azienda di non fare nuove assunzioni non poteva che produrre la massima insicurezza in una fabbrica chimica a due passi da un quartiere di Marghera i cui abitanti ancora una volta sono costretti a chiudersi in casa al suono delle sirene di allarme", continua il Prc. I sindacati avevano avanzato dei dubbi sulla regolarità degli stoccaggi e chiesto incontri chiarificatori che in realtà non sono mai arrivati. Sono due anni che denunciamo quanto stava avvenendo alla 3V Sigma, che ha 47 dipendenti. Cinque giorni fa abbiamo spedito all’azienda una richiesta urgente di incontro proprio sui temi della sicurezza. Ma due mesi fa siamo andati davanti al prefetto per spiegare che la situazione era insostenibile. Secondo le informazioni in possesso dei sindacati, in passato denunciati dalla ditta per un’intervista rilasciata a una testata giornalistica locale, l’azienda produce solventi e additivi per le plastiche, sostanze tossiche e nocive.

"Ancora una volta viene fuori che il vero problema del nostro paese - conclude il Prc - è l'irresponsabilità sociale di un padronato a cui i governi - destra o PD non fa molta differenza - hanno consentito da anni con "riforme" sciagurate di cancellare il potere contrattuale dei lavoratori. Ancora una volta si manifesta come sia pericolosa la presenza di produzioni chimiche nei pressi dei centri abitati. Da sempre diciamo che questo non è accettabile e che le produzioni vanno riconvertire per la salute delle cittadine/i per tutelare l'ambiente".

FONTE ARTICOLO21

 

Sapevamo sarebbe accaduto, era prevedibile, Dopo aver incassato l’approvazione della legge che gli ha assegnato pieni poteri, il premier Viktor Orban ha usato le misure ‘antiallarmismo’ per far arrestare gli oppositori e tacitare l’opinione pubblica.
E l’Europa che fa? Cosa dice di fronte a questa spirale autoritaria? Per ora si accontenta dell’annuncio del primo ministro, arrivato in serata, di aspettarsi che il governo “possa restituire al Parlamento i poteri speciali ricevuti a causa della pandemia alla fine del mese di maggio”
Si vedrà, per ora  la svolta autoritaria ungherese appare irreversibile nel silenzio colpevole di un’Unione Europea intimorita da Orban.
In queste ore, i fatti confermano i nostri timori. La cosiddetta ‘legge antiallarmismo’ fatta approvare da Orban viene usata per intimidire l’opinione pubblica qualificata, i media, l’opposizione politica e dissuaderli dal criticare l’operato del governo sulla gestione della crisi sanitaria ed economica e più in generale l’azione di Orban tout court. Persino parlamentari vengono arrestati, interrogati con l’evidente scopo di tacitare il dissenso.
Un bavaglio che soffoca ogni vice libera e critica in Ungheria.

“Questa crisi dovrebbe aprire le nostre menti a lungo confinate sull’im­mediato”. Per il sociologo e filosofo francese, 99 anni, la corsa alla redditività e le carenze nel nostro modo di pensare sono responsabili di innumerevoli catastrofi umane causate dalla pandemia di Covid-19. Nato nel 1921, ex combattente della resistenza, sociologo e filosofo, pensatore interdisciplinare e indisciplinato, dottore honoris causa di 34 università in tutto il mondo, Edgar Morin dal 17 marzo è confinato nel suo appartamento a Montpellier con sua moglie, la sociologa Sabah Abouessalam. È da rue Jean-Jacques-Rousseau, dove risiede, che l’autore di La Voie (2011) e Terre-Patrie (1993), e che ha recentemente pubblicato Les Souvenirs viennent à ma rencontre (Fayard, 2019), un’opera di oltre 700 pagine in cui l’intellettuale ricorda in profondità le storie e gli incontri più forti della sua esistenza, ridefinisce un nuovo contratto sociale, si impegna in alcune confessioni e analizza una crisi globale che – dice – lo “stimola enormemente”.

 

A cura di Nicolas Truong

 

 

La pandemia, dovuta a questa forma di coronavirus, era prevedibile?

...continua a leggere "Edgar Morin: sull’epidemia"

foto wikipedia

FONTE PRESSENZA.COM

Il filosofo e linguista statunitense ha criticato con toni molto duri la gestione della pandemia da parte di Donald Trump, asserendo che «ciò che ha fatto all’OMS è un vero crimine».

Per il filosofo e linguista Noam Chomsky, la prima grande lezione dell’attuale pandemia è che siamo di fronte a un «altro colossale errore del capitalismo neoliberista» che, nel caso degli Stati Uniti, è aggravato dall’indole dei «buffoni psicopatici che guidano il governo» capitanato da Donald Trump.

Dalla sua casa in Tucson (Arizona) e lontano dal suo ufficio nel Massachusetts Institute of Technology (MIT), in cui rivoluzionò per sempre il campo della linguistica, Chomsky esamina – in un’intervista con Efe – le conseguenze di un virus  che dimostra come i governi siano sempre stati «il problema e non la soluzione».

Quali lezioni positive possiamo ricavare dalla pandemia?

La prima lezione è che siamo di fronte a un altro errore colossale del capitalismo neoliberista. Se non capiamo questo, la prossima volta che ci succederà qualcosa di simile andrà ancora peggio. È ovvio dopo quello che successe in seguito all’epidemia della SARS nel 2003. Gli scienziati sapevano che sarebbero arrivate altre pandemie, forse del tipo del coronavirus. In quel momento sarebbe stato possibile prepararsi e trattarlo come si fa con l’influenza, ma non è stato fatto.

Le aziende farmaceutiche hanno le risorse e sono ricchissime, ma non lo fanno perché i mercati dicono che non ci sono benefici nel prepararsi a una catastrofe dietro l’angolo. Poi arriva la batosta neoliberista. I governi non possono fare nulla. Continuano a essere il problema e non la soluzione. Gli Stati Uniti sono una catastrofe per il gioco che portano avanti a Washington. Sanno come incolpare tutti eccetto se stessi, nonostante siano responsabili. Adesso siamo l’epicentro, in un paese talmente disfunzionale che non riesce nemmeno a fornire informazioni sul contagio all’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS).

...continua a leggere "Noam Chomsky e la crisi causata dal Covid-19: siamo di fronte a un altro errore colossale del capitalismo neoliberista"

Riportiamo dal sito di Amnesty Italia l'addio  a Luis Sepulveda 

Il nostro addio a Luis Sepulveda è attraverso le sue parole. Quelle che ci ha donato scrivendo la prefazione di “Non sopportiamo la tortura“, libro di Amnesty International Italia edito da Rizzoli, Milano, nel 2000.

Venti anni fa, mi sono fermato davanti alla porta di una casa ad Amburgo. Lì viveva una persona di cui conoscevo appena il nome, Ute Klemmer e, nonostante avessi ricevuto da lei una dozzina di lettere, nel risponderle non mi era mai capitato di chiederle l’età o se avesse una famiglia. Stavo per conoscerla e per questo non dovevo fare altro che suonare il campanello, però una forza poderosa mi impediva di alzare la mano. Era una forza che mi obbligava a rivedere I dettagli della mia vita che mi avevano portato fino a lì.

Nessuno è capace di precisare quale sia la cosa peggiore del carcere, dell’essere prigioniero di una dittatura, di qualunque dittatura, e nemmeno io posso indicare se il peggio di tutto ciò che ho dovuto sopportare sia stata la tortura, I lunghi mesi di isolamento in una fossa che mi appestava, il non sapere se fosse giorno oppure notte, l’ignorare da quanto tempo stessi nelle mani degli sbirri di Pinochet, I simulacri di fucilazione, I compagni morti o la denigrazione costante e sistematica. Tutto è peggio in carcere, e ricordo specialmente un momento in cui I militari quasi ottennero ciò che volevano: che accettassi volontariamente di essere annichilito e condannato all’atroce solitudine degli sconfitti.

Al termine di un processo sommario del tribunale militare in tempo di guerra, tenuto a Temuco nel febbraio 1975 e nel quale fui accusato di tradimento della patria, cospirazione sovversiva e appartenenza a gruppi armati, insieme ad altri delitti, il mio difensore d’ufficio (un tenente dell’esercito cileno) uscì dalla sala dove si celebrava il processo senza la presenza di noi accusati – che aspettavamo in una stanza vicina – e con gesti euforici mi informò che era andato tutto bene per me: ero riuscito a liberarmi della pena di morte e in cambio mi si condannava solamente a ventotto anni di prigione.

Allora io ero un uomo giovane, avevo venticinque anni e non seppi come reagire quando, dopo un calcolo elementare, scoprii che avrei recuperato la libertà a cinquantatré anni.

È anche certo che allora ero un ottimista a oltranza – ancora lo sono – e mi ripetevo che la dittatura non sarebbe durata tanto, ma alle volte, soprattutto durante le lunghe notti, la ragione si imponeva e cominciai ad accettare che forse la dittatura sarebbe stata lunga, molto lunga, e che avrei perso I migliori anni della mia vita tra i muri del carcere.

I compagni, le lettere della famiglia e di alcuni amici mi davano coraggio, anche se non smettevano di ripetermi che per disgrazia non potevano fare più niente per aiutarmi e che l’unica cosa importante era che io fossi vivo. Si. Ero vivo, però la vita cominciò ad avere un terribile sapore di solitudine di fronte all’ingiustizia fino a che, una mattina, un soldato mi consegnò una lettera. La aprii e dopo averla letta seppi che, a migliaia di chilometri di distanza, ad Amburgo, c’era una persona, Ute Klemmer, che era disposta ad aiutarmi fino a tirarmi fuori dalla prigione.

Così iniziò uno scambio epistolare che rese meno brutali I giorni della segregazione. Nelle sue lettere, Ute mi parlava degli sforzi della sezione amburghese di Amnesty International per aiutare I numerosi cileni che si trovavano in condizioni simili alla mia, e le descrizioni della sua città e delle centinaia di atti di solidarietà ai quali assisteva, portavano brezze di libertà fino al carcere di Temuco.

Un giorno nel 1977, grazie al lavoro, alla costanza dei membri di Amnesty International, ottenni che I militari cileni rivedessero il mio caso e alla fine mi cambiarono I venticinque anni di prigione con otto di esilio, che in realtà e a dimostrazione del rispetto dei militari cileni per la giustizia, si prolungarono a sedici lunghi anni senza poter calpestare la terra cilena.

Per questo, detto in maniera più semplice, devo la mia libertà ad Amnesty International, alle sigle di AI, a Ute Klemmer e a tutte e tutti coloro che in tanti paesi lavorano instancabilmente in difesa dei diritti umani, in difesa dei perseguitati in tutti gli angoli del pianeta.

Quella mattina, ad Amburgo, quando ho avuto finalmente la forza, ho alzato la mano e suonato il campanello. Dopo pochi secondi, si è aperta la porta e mi sono trovato di fronte una ragazza dall’aspetto molto fragile.

– Vive qui Ute Klemmer? –, ho chiesto.
– Si. Sono io –.

Quindi ho preso le sue mani e le ho detto “GRAZIE”.

Grazie per la mia libertà e per la libertà di tanti. Grazie per quella forza, per quella coerenza, per quella determinazione nella lotta, per quella generosità che esalta l’essere umano. E oggi, come faccio da vent’anni, ripeto quel “Grazie” nell’unico modo possibile: partecipando a tutte le azioni di Amnesty International e invitando I miei lettori e amici ad appoggiare gli sforzi di Amnesty International, l’unica istituzione che vegli per la dignità umana, per il diritto fondamentale alla giustizia e per il dovere di coscienza di opporsi alle tirannie.

Ad Amnesty International tutta la mia gratitudine, la mia ammirazione e la sempre presente disposizione a collaborare in tutto quanto sia necessario.

Un abbraccio fraterno alla sezione italiana di Amnesty International.
Luis Sepulveda

Fonte Angelodorsi

Il Coronavirus sta ottundendo le facoltà cerebrali, prima ancora che attaccare i polmoni. Navighiamo in un oceano di follia. Ho scritto più volte che la prima “emergenza” in Italia è la cosiddetta informazione, che è controllata in gran parte da due gruppi finanziari, ed è assolutamente omologata culturalmente, oltre che politicamente a senso unico, e povera, spesso poverissima sul piano della mera capacità giornalistica, non di rado anche nella padronanza della lingua italiana. ...continua a leggere "LIBERTÀ DI STAMPA O LIBERTÀ DI MENZOGNA?"

Fonte Pressenza.com

La leader sociale Milagro Sala ha compiuto 56 anni giovedì. Attualmente è agli arresti domiciliari nella sua casa di San Salvador de Jujuy. È stata arrestata nel contesto di una manifestazione all’inizio del 2015. Da allora non ha mai riavuto la libertà.

Il 16 gennaio, la referente dell’organizzazione di quartiere Tupac Amaru ha celebrato quattro anni di detenzione, prima nel carcere “Alto Comedero” e dal 2018 nella sua casa nel quartiere di Cuyaya, a San Salvador de Jujuy, dove condivide le sue giornate con il suo partner Raúl Noro e con i visitatori che provengono da diverse parti del paese – e anche da altri paesi – per incoraggiarla e sostenerla.

Di recente in un’intervista pubblicata dal quotidiano Página 12, Sala ha affermato che «farei di nuovo ciò che ho fatto, perché sono convinto che il bisogno dell’altro debba essere soddisfatto. Le persone si aspettano che i leader risolvano i loro problemi. Sfortunatamente, ci sono molti leader che non risolvono i problemi per l’altro, ma per sé stessi. Quello che mi manca di più, ora che sono rinchiusa in casa mia – e quello che mi è mancato di più in prigione – è la militanza”.

In quell’intervista, Milagro Sala ha contestato duramente al governatore Gerardo Morales di essere “perseguitata in modo permanente” dal presidente. L’obiettivo dell’organizzazione, ha affermato, “non è mai stato quello di competere con lo Stato. Tutto è stato sempre fatto in base ai bisogni delle persone, siano esse case, scuole, fabbriche o piscine. ”

“Morales prova un odio viscerale nei miei confronti; un odio che non capisco perché si comporta come se gli avessi preso qualcosa e non credo che sia neanche per rivalità politica”, ha spiegato Milagro Sala nell’intervista, aggiungendo: “Non gli ho mai preso nulla, neanche la ribalta politica. Mi ha reso virale ciò che mi ha fatto lui. E sembra non avere limiti.”

Per quanto riguarda la possibilità di ritornare in libertà, la leader di Tupac Amaru ha sottolineato di avere “molta speranza” e ha aggiunto: “Vorrei che quest’agonia finisse, la mia come anche quella dei miei compagni. Siamo ostaggi della politica di opposizione”.

Alla fine, la leader jujeña ha detto: “La cosa peggiore di questi quattro anni è che mi hanno trattato come un oggetto. E sapere che accadono cosa al di fuori che non puoi risolvere stando dentro. Chi ti ama non vuole che tu le sappia, ma tu le cose le vieni a sapere lo stesso”.

Milagro Sala è stato condannata a 13 anni di carcere per il crimine di “associazione illecita”, secondo la sentenza del Tribunale Penale n. 3 di Jujuy nel quadro del caso chiamato “Pibes Villeros”. Questa sentenza è stata impugnata dinanzi alla Corte Suprema di Giustizia e se ne sta attendendo la revisione.

 

FONTE ARTICOLO21.ORG

È stato presentato dal Consigliere di Amministrazione della Rai eletto dai dipendenti, Riccardo Laganà, e dal Segretario dell’Usigrai, Vittorio di Trapani, nei confronti di Bruno Vespa. La richiesta è quella di valutare – ciascuno per le proprie competenze – profili disciplinari e deontologici rispetto alle accuse rivolte da Vespa nei confronti di una ong, seccamente smentite dai diretti interessati. Questo fatto ha esposto la Rai a rischi di immagine da parte di un proprio collaboratore. Inoltre, nei giorni precedenti, Vespa ha rivolto gravi accuse nei confronti del proprio datore di lavoro, accusandolo di aver sospeso la trasmissione ‘Porta a Porta’ “senza un motivo ragionevole” ipotizzando una decisione dal “sapore politico”.

...continua a leggere "Vespa. Doppio esposto. Al Comitato per il Codice etico della Rai e al Consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio"

FONTE : VIEWPOINTMAG.COM CHE RINGRAZIAMO

"Non sono 30 pesos, sono 30 anni"

All'inizio di ottobre 2019, un aumento di $ 0,04 della tariffa della metropolitana è entrato in vigore nella città di Santiago. Pochi giorni dopo, gli studenti delle scuole superiori hanno iniziato a organizzare giorni di azione diretta, invitando le persone a sfuggire al pagamento del biglietto in segno di protesta contro le misure imposte dal governo. L'atto di saltare sui tornelli nelle stazioni della metropolitana si è diffuso rapidamente e le organizzazioni studentesche hanno richiesto un giorno di grande evasione venerdì 18 ottobre, con lo slogan "Evadi, non pagare, un'altra forma di lotta". La popolazione ha risposto massicciamente alla chiamata e le proteste hanno avuto luogo nelle principali stazioni della metropolitana della città, che hanno incontrato una brutale repressione da parte dei Carabineros del Cile (una forza di polizia armata sotto il Ministero degli Interni) e la sospensione dei trasporti pubblici in diversi punti centrali della Santiago. Questa situazione ha portato al caos nelle ore di punta, mentre milioni di residenti stavano tornando a casa dal lavoro. Al calar della notte, la popolazione, indignata per l'azione della polizia e la reazione del governo, si riversò per le strade, sbattendo pentole e padelle. Le barricate salirono in tutta la città e nel giro di poche ore era iniziata la più grande rivolta sociale del paese, passando da una reazione all'aumento della tariffa a una sfida generale alle condizioni di vita imposte in più di quarant'anni di neoliberismo ortodosso . ...continua a leggere "Rivolta in Cile: la vita contro il capitale Pierina Ferretti e Mia Dragnic 13 febbraio 2020"

FONTE PRESSENZA.COM 

 

Le registrazioni audio recentemente diffuse in cui il presidente della Corte Suprema di giustizia di Jujuy – Pablo Baca – riconosce che Milagro Sala è detenuta per decisione del governatore Gerardo Morales, hanno provocato uno scandalo tra i diversi poteri della provincia.

Queste prove sono la base per un processo politico contro Baca, promosso dal blocco di deputati del Partito Peronista, con l’accordo di un settore degli ufficialisti. Il caso ha acquistato risonanza nella provincia e ha scatenato una serie di dichiarazioni incrociate in cui viene messa in discussione l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo.

Il blocco si sta anche concentrando sul ruolo del procuratore Sergio Lello Sanchez, capo della Procura della Repubblica. Sulla base delle audizioni tra Baca e la sua amica, Lello Sanchez è coinvolto nell’estorsione di giudici e pubblici ministeri. Inoltre, insieme al figlio del governatore, ha redatto un testo di legge fatta su misura per potere esecutivo.

Dopo che sono state diffuse le registrazioni, Pablo Baca ha ammesso che la voce era sua ma che i file audio erano stati manipolati, modificati e mal interpretati. “El Cohete a la luna”, che ha reso pubbliche le registrazioni, ha risposto che solo la voce dell’interlocutore è stata modificata, per proteggere la sua identità.

Lunedì scorso, visto lo scandalo causato dalle sue dichiarazioni, Baca ha chiesto una sospensione dalle sue funzioni, ma ha dichiarato che non si sarebbe dimesso perché ciò equivarrebbe ad ammettere la sua colpa, dichiarandosi in modo inconsistente vittima di “un’imboscata”.

Un ripasso sulla vicenda

Gerardo Morales è entrato in carica come governatore il 10 dicembre 2015. Nella prima settimana del suo mandato ha modificato la struttura del Ramo giudiziario. Solo 5 giorni dopo l’assunzione dell’incarico ha proposto l’aumento del numero di membri della Corte Suprema di Giustizia da 5 a 9. Quel voto favorevole al progetto, ha fatto sì che due deputati radicali (che hanno votato a favore), siano stati nominati giudici del Tribunale il giorno dopo. Uno di loro era Pablo Baca. Gli altri due nuovi giudici erano ex deputati radicali. Ciò ha garantito una maggioranza automatica di cinque voti con l’allora presidente Clara Langhe de Falcone, anch’essa radicale ed ex avvocato di Morales. Quest’ultima è ricordata per aver dichiarato pubblicamente che Milagro Sala è in carcere perché è la gente a volerlo.

Due giorni dopo l’ampliamento del Tribunale, il Legislatore ha deliberato la creazione della Pubblico Ministero dell’Accusa, che è stato affidato a Lello Sanchez, amico del figlio del governatore, che, secondo Baca, ha messo in piedi il piano di persecuzione.

Ricordiamo che il 14 dicembre di quell’anno Milagro Sala e la sua organizzazione Tupac Amaru, hanno iniziato un presidio in Plaza Belgrano davanti all’ufficio del governatore per chiedere impegni produttivi per le cooperative, in vista della chiara decisione di Morales di non includere l’organizzazione in quei progetti.

Un mese dopo per questa protesta Milagro Sala è stato arrestata, con l’accusa di disturbo dell’ordine pubblico. Trattandosi di una lieve violazione, il fermo non sarebbe potuto durare più di 48 ore. Questo è il tempo che è stato sufficiente a Morales e al sistema giudiziario sotto il suo comando per presentare denunce e intentare cause contro la leader sociale. Sono passati più di 4 anni e Milagro è ancora detenuta (oggi agli arresti domiciliari) così come altri membri della Tupac, in quello che rappresenta il caso più immorale di persecuzione politica in una democrazia.

Con grande tempismo, questa settimana a Jujuy la radicale Josefa Herrera, consigliera di Gerardo Morales al Senato, ha preso in mano l’Ufficio anticorruzione. Interrogata sulla sua vicinanza al governatore, Herrera ha fatto una dichiarazione che rimarrà nella memoria di questo periodo a Jujuy: “Sarò indipendente perché queste sono le istruzioni del Signor Governatore”.

FONTE LEPAROLEELECOSE

di Sergio Messina

 

[Pubblichiamo un estratto dal volume di Sergio Messina, Eco-democrazia. Per una fondazione ecologica del diritto e della politica, uscito di recente per i tipi di Orthotes].

 

L’improbabile necessità di una eco-democrazia cosmopolita

 

Una forma alternativa di democrazia ecologica “radicale” – non identificabile con la Global Enviromental Governance “sistemica” – è descritta dai teorici dei commons (e dei natural commons in particolare) senza che però vi sia stata una simile elaborazione teorica nel campo “globale” […]. Situazione dovuta essenzialmente al fatto che il diritto internazionale dell’ambiente mostra ancora (come evidenziato dai giuristi della Earth jurisprudence e del rule of law for nature) un’incoerenza di fondo poiché riflette uno scollamento dell’economia dal sapere ecologico[1], [una] mancanza di coordinazione tra obiettivi di carattere economico e ambientale [ed è] caratterizzato da forme di co-decisione demandate principalmente al multilateralismo degli esecutivi.[2]

>>> L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE  LEPAROLEELECOSE

FONTE  PRESSENZA.COM

 

28.01.2020 - Marco Bersani Comune-info

Al congresso sono tanti, dotti, medici e sapienti, per parlare, giudicare, valutare e provvedere”. Non serve scomodare Edoardo Bennato per percepire come a Davos,  tra sorrisi rassicuranti e sguardi cortesi, la paura dei potenti abbia assunto, per la prima volta, le vesti della padrona di casa. Il fatto è che sono giunti contemporaneamente al pettine due nodi potenzialmente devastanti per il destino del capitalismo, tanto caro ai partecipanti, accorsi da tutto il pianeta.

...continua a leggere "A Davos la paura fa novanta"

 

FONTE INCHIESTAONLINE

I nazional populisti (d’ora in poi sincopati in nazipopulisti) guidati dalla Lega tracotante di Salvini, percorsi da brividi di febbre fascista, hanno tentato l’invasione dell’Emilia “rossa” per occuparla. Ma sono rimasti scornati, perdendo le elezioni 51 a 43. Così la racconta Fausto Anderlini: “La scudisciata della Via Emilia, grande madre regionale, splendida metropoli civica, lascia il segno sulle chiappe dei balordi calati dalle plaghe irredente del lombardo – veneto.”

...continua a leggere "Bruno Giorgini: I nazipopulisti sconfitti alle elezioni dell’Emilia"

 

In un documento della Counter Terrorism Policing, una guida  ad uso degli agenti di polizia sui movimenti terroristi,  nella quale sono indicati movimenti eco nazisti e suprematisti,  sono stati inseriti anche Green Peace e movimenti animalisti innocui. Da questo evento denunciato dal Guardian sono nate proteste e denunce .  Il fatto dimostra la superficialità e l'incompetenza degli analisti del CTP i cui dirigenti sono stati costretti a riconoscere gli errori e la necessità di modificare la guida....
Per saperne di più vai alla fonte Infosurhoy

Autore : Bruno Giorgini 

Fonte : Inchiestaonline

 

Istituiremo il 26 gennaio dopo il 25 aprile come data della liberazione dai comunisti, ha detto Calderoli senatore leghista. Facendo rivoltare nella tomba i fratelli Cervi sterminati dai nazifascisti, e tutti gli altri partigiani armati e disarmati morti durante la Resistenza, molti con la stella rossa sul berretto. Quella Resistenza che ha prodotto la nostra Costituzione.

Calderoli farebbe bene a non dimenticarlo. La lega nazipopulista (sincope di nazionalpopulista) anche deve fare molta attenzione a scatenare l’odio e a minacciare nelle libere orgogliose terre d’Emilia e Romagna.

Salvini batte la pianura palmo a palmo. Come un cacciatore vuole stanare e abbattere l’Emilia rossa. Anzi, come ha proclamato uno dei suoi luogotenenti: sradicare l’Emilia rossa. Questo strano animale cui concorrono la conservazione stalinista e il riformismo socialcomunista, inestricabilmente intrecciati. Animale che è sopravvisuto fino a oggi, a dispetto del crollo dell’Unione Sovietica e della caduta del muro di Berlino.

Si tratta di una battaglia per la libertà, e per la vita proclama il capo leghista.Bisogna abbattere il giogo comunista, egli fa intendere a ogni piè sospinto. Spera il Truce nelle cittadine della bassa e nei paesi dell’Appenino, così come negli abitanti del contado, quelli che si sentono trascurati (egli pensa), marginali e periferici rispetto alle dinamiche urbane e cosmopolite che animano il tessuto sociale attorno la via Emilia, nella megalopoli che da Piacenza corre fino a Rimini, coniugando i distretti metalmeccanici, delle ceramiche, della maglieria con l’industria del turismo. Epperò Piacenza e Ferrara, sono già governate da sindaci di centrodestra (a vario titolo), Parma da Pizzarotti, sindaco indipendente prima cinque stelle, oggi progressista. Un sindaco di destra governa financo Forlì, che fu terra di repubblicani mazziniani carbonari e terroristi, di camicie rosse insorgenti, la famosa trafila garibaldina, di partigiani che unici assieme alle truppe alleate, salirono fino in alta Italia a caccia di fascisti. ...continua a leggere "Bruno Giorgini: Contro l’invasione leghista dell’Emilia rossa"

FONTE PRESSENZA.COM

Il Comitato formatosi per lottare per il suo rilascio sta organizzando un accampamento all’Obelisco nella città di Buenos Aires e oggi compie un atto contro “l’ingiusta e arbitraria detenzione” perpetrata il 16 gennaio 2016. “Speriamo che il cambiamento di contesto contribuisca ad assicurare che sia fatta giustizia e che Milagro sia rimessa in libertà”, ha detto il membro del comitato Ivan Wrobel.

Quattro anni dopo “l’ingiusta e arbitraria detenzione” di Milagro Sala, il Comitato per la liberazione della leader sociale e dei prigionieri politici di Jujuy, insieme alle organizzazioni sociali, politiche, di difesa dei diritti umani e sindacali, si sono accampati all’Obelisco da ieri, e oggi parteciperanno a un evento alle 11:00 per “chiedere che le nostre sorelle e i nostri fratelli siano rimessi in libertà”.

Ivan Wrobel, membro del comitato, ha detto a Va Con Firme che “fin dal primo momento abbiamo detto che Milagro era una prigioniera politica” del governatore della provincia Gerardo “Morales, che c’era un accordo tra l’esecutivo e la magistratura di Jujuy per perseguitare le organizzazioni sociali e popolari con lo scopo di impedire l’accesso ai diritti, per costruire una società e una provincia per pochi, e anche con l’obiettivo di creare un laboratorio o un processo repressivo che poi ha finito per diffondersi in tutto il Paese, che è stata la persecuzione, per mezzo della giustizia, dei compagni militanti”.

L’attivista, che si occupa di Diritti Umani per l’ATE-Capitale ed è Segretario per i Diritti Umani del CTA Autonomo, ha spiegato che al di là del fatto che i casi contro Sala hanno “una sentenza ferma, di prima istanza o di riesame del caso, non c’è mai stata un giudizio indipendente o una vera e propria indagine”.

“Non stiamo dicendo che c’è stato un procedimento legale corretto, in cui si indaga se una certa persona ha commesso o meno un crimine e per questo c’è un’indagine, vengono presentate prove, ci sono testimoni imparziali”. Egli ha invece sostenuto che “quello che è successo è che la giustizia sapeva già quale sarebbe stata la sentenza e il processo era solo una procedura per una condanna scritta in precedenza”.

“Innumerevoli irregolarità”

Wrobel ha descritto che tra le “innumerevoli irregolarità” nei processi contro Milagro c’era, per esempio, “un giudice che non aveva nemmeno superato l’esame per accedere alla sua posizione”. Ci sono stati anche casi di “testimoni che hanno testimoniato contro” la referente della Tupac Amaru e “poi hanno ricevuto denaro nelle loro cooperative o venivano assunti nel governo della provincia”, e anche atti di “persecuzione e minacce” come “quando il giudice ha portato un imputato nel suo ufficio” e lì “lo ha minacciato e gli ha detto che se non avesse indicato Milagro come colpevole, avrebbe passato il resto della sua vita in prigione”.

Sala è stata imprigionata il 16 gennaio 2016 dopo aver partecipato a un accampamento davanti alla casa del governo nella provincia di Jujuy. Secondo quanto riportato dal CELS (Centro di Studi Legali e Sociali), da lì “c’è stata una rete di accuse consecutive, cioè un dispiegamento di casi giudiziari e un contesto di violazione dell’indipendenza giudiziaria, volto a sostenere la privazione della libertà di Sala a tempo indeterminato, come definito dal Gruppo delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, nell’ottobre 2016”.

Il Comitato per la libertà ha dichiarato in un comunicato che “in tutto questo tempo, diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno osservato che la persecuzione di Milagro Sala e del resto dei compagni del Tupac Amaru è stata una persecuzione basata su motivi politici”.

Ha aggiunto che “tuttavia, il governatore Gerardo Morales ha deciso di ignorare queste disposizioni e ha continuato con le vessazioni della magistratura”. In questo senso, il suddetto comitato invita all’evento di oggi alle 11:00 sotto lo slogan “con i prigionieri politici non c’è democrazia”.

Con il Presidente Fernandez

Questa settimana il presidente Alberto Fernández ha ricevuto alla Casa Rosada le organizzazioni per i diritti umani, tra cui Madri e Nonne di Plaza de Mayo, e tra i tanti argomenti trattati, è stato discusso anche quello di Milagro Sala e della sua prigionia.

Per Wrobel, “il presidente si è preoccupato più volte della situazione dei nostri compagni di prigionia, fin dal primo momento in cui è stato in contatto con Milagro”. Ricorda a questo proposito che “il primo Natale passato in prigione, le ha fatto visita in carcere e più volte le ha espresso la sua solidarietà”.

Fernandez “ha detto innumerevoli volte di essere a favore di una giustizia giusta e imparziale, che la giustizia sia indipendente, e sappiamo che crede che nulla di tutto questo stia accadendo”, ha detto l’attivista. “Quindi lo vediamo positivamente e speriamo che il cambiamento di contesto aiuti a fare finalmente giustizia e che Milagro sia finalmente liberata”.

«Di questi tempi abbiamo bisogno di solidarietà e modi migliori di lavorare insieme – dice al manifesto – Serve allertare le persone, ma anche prepararsi a resistere»

«Abbiamo solo avuto un piccolo assaggio di ciò che le comunità musulmane e altri gruppi di attivisti hanno ricevuto per anni», ha scritto su Facebook Gail Bradbrook commentando la rimozione del movimento ecologista dal programma dell’antiterrorismo britannico Prevent. Bradbrook, 47 anni, figlia di un minatore di South Kirkby, è studiosa di biofisica molecolare e co-fondatrice di Extinction rebellion (Xr).

Qual è il bilancio del primo anno di Xr?

Esistono 500 gruppi locali in 72 Paesi e altri 200 solo in Uk. Qui la crisi ecologica era poco presente nel dibattito, adesso ha un posto enorme. Il 54% dei cittadini afferma che il tema condiziona il loro voto. Chiaramente questo non ha a che fare solo con Xr, ma anche con i Fridays for future e con film e report pubblicati di recente. Rispetto alle nostre rivendicazioni, invece: alcuni «consigli unitari», cioè corpi di governo locale, stanno dichiarando l’emergenza climatica ed ecologica e anche il parlamento lo ha fatto; Theresa May, quando era ancora primo ministro, ha fissato al 2050 il limite per il processo di decarbonizzazione e chiesto un’assemblea di cittadini con un ruolo consultivo. Non sono esattamente le cose che vogliamo, ma una loro versione annacquata. Comunque segnalano che stiamo lavorando bene.

Uno dei concetti chiave di Xr è la cultura rigenerativa. Cos’è?

La cultura in cui lavoriamo è importante quanto le nostre rivendicazioni, o forse di più. Potremmo anche non ottenere ciò che chiediamo, ma se impariamo a lavorare bene insieme ci stiamo preparando a resistere all’ecofascismo, uno dei rischi più grandi della nostra epoca. La cultura rigenerativa ha quattro parti. La prima è prendersi cura di se stessi. La seconda riguarda le modalità inclusive di lavoro in gruppo. La terza è prendersi cura uno dell’altra prima, durante e dopo le azioni. La quarta è la connessione con la natura, un aspetto fondativo del nostro movimento.

Il concetto di ecofascismo è poco discusso in Italia. Cosa indica?

Il libro di Margaret Atwood Il racconto dell’ancella lo ha presentato a tanti, anche se non sempre è associato ad esso. In generale ci sono vari indicatori di fascismo che misurano i livelli di misoginia, xenofobia, militarismo, etc. Oggi sono tutti in aumento. Il fascismo cresce quando le persone sono spaventate, circolano meno soldi e si approvano rigide politiche patriarcali. Se le persone capiscono che c’è un’emergenza, il rischio è che vadano nel panico, vogliano meno democrazia e chiedano modelli di comportamento più rigidi. In Xr, invece, sosteniamo che serve più democrazia. Per questo chiediamo assemblee di cittadini che decidano come affrontare la catastrofe climatica. Abbiamo bisogno di una democrazia migliore, non di meno democrazia.

Le élites politiche ed economiche saranno d’accordo?

Douglas Rushkoff è un professore di tecnologia di New York. Ha un blog sulle élites che parlano del cosiddetto «evento», cioè il punto di collasso ecologico e sociale del sistema. Rushkoff ha ricevuto la metà del suo salario da docente universitario per un incontro con cinque top manager di fondi di investimento che volevano sapere in quali zone del mondo la catastrofe arriverà più tardi o come proteggere i loro beni dopo il crack. Ad esempio, se è meglio avere delle guardie con collari elettronici o ricattarle attraverso riserve di cibo tenute sotto codice. Questo tipo di pensiero viene dalla disperazione e dalla separazione, che rendono l’ecofascismo un rischio reale. In questi tempi abbiamo bisogno di solidarietà e modi migliori di lavorare collettivamente. Xr non sta solo lanciando l’allarme, sta anche stabilendo nuove forme di cooperazione prefigurative di come si può resistere alla tendenza all’ecofascismo. Prima o poi ci saranno carenze alimentari, picchi dei prezzi del cibo e accadranno cose che destabilizzano la società. Su questi temi non c’è abbastanza ricerca, ma la Anglia Ruskin University (Uk) sostiene che entro il 2040 il cibo scarseggerà. L’Istituto Goddard per gli studi spaziali, che fa parte della Nasa, ritiene che fenomeni simili accadranno prima. Con questo rischio in gioco, il pericolo dell’ecofascismo può solo crescere. C’è bisogno di allertare le persone, ma anche di prepararsi a resistere.

Ha menzionato varie volte il patriarcato. Le donne o il pensiero femminista hanno un ruolo particolare in Xr?

Nel movimento ci sono un sacco di donne fantastiche. In Uk la direzione del team artistico è di Clare Farrell, di estrazione proletaria. Esther Stanford-Xosei si occupa di come condividere risorse attraverso l’International Solidarity Network. Skeena Rathor, donna musulmana, è a capo del «vision team». C’è poi un ragionamento sui 10 principi di base, creati con un’idea di liberazione che tenga in considerazione le esperienze che ognuno vive in un sistema patriarcale. Uno di questi è not blaming and shaming, cioè evitare di biasimare e incolpare. Non sta a noi creare una cultura del dito puntato o della caccia alle streghe o far vergognare le persone mentre cerchiamo di affrontare il modo in cui la cultura patriarcale si manifesta nei movimenti. Quando la sinistra forma un plotone d’esecuzione è come se stesse in piedi in cerchio: attacca se stessa. La nostra ombra è colpirci l’un l’altro. Abbiamo bisogno di fare dei passi in avanti, verso una nuova cultura di rigenerazione.

Servizio da Berlino di Tonia Mastrobuoni su Repubblica del 12 gennaio 2020

Crescono minacce e aggressioni ai primi cittadini che danno assistenza ai rifugiati: molti costretti alle dimissioni per paura

 

BERLINO Andreas Hollstein è sindaco di Altena, piccolo borgo medievale cullato dalle campagne del Nordreno-Westfalia. Quando arrivò l'emergenza profughi, li accolse a braccia aperte. E quando gli arrivarono le prime minacce razziste, non si preoccupò. Ma un giorno, mentre stava ordinando un kebab, si ritrovò un coltello alla gola. È vivo per miracolo: due uomini ebbero una reazione fulminea e buttarono a terra l'aggressore. Un caso isolato? Neanche per sogno.

Da tempo si accumulano in Germania le dimissioni di sindaci che finiscono nel mirino dei neonazisti, il più delle volte perché si sono mostrati solidali o semplicemente non ostili con i migranti. E purtroppo, conquistano le prime pagine soltanto quando gettano la spugna. O quando dalle minacce si passa alle aggressioni fisiche, come nel caso più famoso, quello di Henriette Reker, la sindaca di Colonia che fu accoltellata cinque anni fa da un estremista di destra, durante un comizio. Di recente, quando è stata di nuovo minacciata da un gruppo di nostalgici del Reich che si firmano "Staatsreichorchester", "Orchestra del colpo di Stato", la notizia è scivolata tra le brevi. Così come è stato notato appena che il candidato della Cdu alle elezioni regionali della Turingia, Mike Mohring, ha ricevuto dallo stesso gruppo una mail in cui lo invitavano a ritirarsi dalla corsa o altrimenti lo avrebbero fatto saltare con un autobomba. Firmato "Sieg Heil".

Non tutti alzano bandiera bianca. Nel caso di Christoph Landscheidt, primo cittadino di Kamp-Lintfort, molti politici si sono detti scandalizzati perché ha deciso di reagire. E sta facendo una battaglia per procurarsi un porto d'armi. Discutibile, ovvio, e lui stesso ha detto di non voler andare in giro come uno sceriffo texano ma di voler proteggere se stesso e la sua famiglia dalle continue minacce di morte. Ma in qualche caso, come ricorda il tragico caso di Walter Luebcke, il presidente del distretto di Kassel ucciso a giugno con un colpo di pistola sul suo terrazzo di casa da un neonazista, la protezione dello Stato è arrivata tardi.

Volker Bouffier ha definito Luebcke "un costruttore di ponti", ed è ciò che accomuna questi sindaci di una resistenza diffusa ma irregolare, nascosta spesso nelle zone rurali, lontane dai riflettori. Dove i neonazisti stanno sistematicamente costruendo colonie hitleriane e terrorizzando chi vi si oppone.

Per aver condannato il brutale pestaggio di un profugo iracheno da parte di quattro uomini, la sindaca di Arnsdorf Martina Angermann è stata subissata per mesi di insulti e minacce di morte. C'è un video che non lascia dubbi sulla violenza dell'azione contro il rifugiato, eppure gli aggressori si sono autobattezzati "difensori dei cittadini" e hanno persino sporto denuncia contro la sindaca. Che dopo essersi data malata per mesi, ha registrato un video in cui piange a dirotto spiegando i motivi della sua resa.   >>>

L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE SU REPUBBLICA.IT

 

I vescovi della regione si schierano con un documento ufficiale: i politici difendano la Costituzione, basta offese e falsità.

BOLOGNA - In Emilia-Romagna "non possiamo tollerare" che si ceda il passo a "sovranismi e populismi". E' questo il monito lanciato in vista delle prossime elezioni regionali dalla Chiesa dell'Emilia-Romagna, attraverso l'Osservatorio regionale sulle tematiche politico-sociali intitolato a Giovanni Bersani, nato nei mesi scorsi per volontà dei vescovi della conferenza episcopale regionale.

L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE SU REPUBBLICA BOLOGNA

Il Southern Poverty Law Center monitora gruppi di odio e altri estremisti negli Stati Uniti ed espone le loro attività alle forze dell'ordine, ai media e al pubblico.

I movimenti organizzati suprematisti e neo nazi negli USA sono numerosi e pericolosi. La documentazione su questi movimenti è ampia. Tra le fonti disponibili segnaliamo il sito del Centro " THE SOUTHERN POVERTY LAW CENTER ".
L'SPLC è dedicato alla lotta contro l'odio e il bigottismo e alla ricerca della giustizia per i membri più vulnerabili della nostra società. Usando contenzioso, educazione e altre forme di patrocinio, l'SPLC lavora verso il giorno in cui gli ideali di pari giustizia e pari opportunità saranno una realtà.
Il Centro svolge azione di monitoraggio e di contrasto legale ai gruppi di odio suprematisti, neo nazisti.Attualmente gli operatori del SPLC stanno monitorando più di 1.600 gruppi estremisti che operano in tutto il paese. Pubblicano rapporti investigativi, formano le forze dell'ordine e condividono le informazioni chiave e offrono analisi di esperti ai media e al pubblico.L'elenco dei movimenti monitorati negli USA è impressionante.

THE SOUTHERN POVERTY LAW CENTER

Riportiamo come segnalazione il  link  ad un articolo apparso su DW.COM. Il pericolo eversivo neo nazi non è una fantasia espressa da qualche "buonista sprovveduto". Il problema esiste, l'ideologia nazi si è appropriata anche del tema ecologia. Esiste una corrente neo nazi survivalista (preppers ) . Preppers è un termine usato per descrivere coloro che si preparano per il collasso sociale o il disastro naturale accumulando cibo e forniture di emergenza. Per combattere questi fenomeni emergenti eversivi occorre conoscerli ....  L'articolo è apparso sul sito DW.COM il 29/06/2019.

 

German neo-Nazi doomsday prepper network 'ordered body bags, made kill lists'

Presentazione articolo

L'agenzia di intelligence interna tedesca afferma che un gruppo di neonazisti compilò un elenco di oppositori politici e ordinò 200 sacche per il corpo e calce viva in preparazione per un potenziale crollo dell'ordine statale, chiamato "Giorno X".

La maggior parte degli oltre 30 prepper, che si chiamavano Nordkreuz (Croce del Nord), erano associati alla polizia e ai militari della Germania, tra cui diversi ex e un membro attivo dell'unità delle forze d'élite della polizia di stato del Meclemburgo-Pomerania occidentale.

Preppers è un termine usato per descrivere coloro che si preparano per il collasso sociale o il disastro naturale accumulando cibo e forniture di emergenza. Parlando al quotidiano locale Märkische Allgemeine nel 2017, i membri di Nordkreuz si sono descritti come persone con un "sano atteggiamento conservatore" che hanno semplicemente raccolto forniture per un grave disastro.

L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE D.W.

 

FONTE EFFIMERA che ringraziamo

Il diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini Karl Kraus

Solo chi è prigioniero dell’ideologia dominante può accettare con felice soddisfazione l’odierna struttura dell’economia e dei rapporti sociali. Il sistema di comunicazione costruito dal liberismo contemporaneo ha trasformato la rappresentazione in realtà e il mondo sembra, nonostante tutto (come sussurrano prudentemente i più critici), un porto felice, o, quanto meno, l’unica vita possibile nel terzo millennio. La servitù volontaria, nata per contrastare il timore dell’esclusione e della miseria, rende ciechi, impedisce di vedere gli effetti di una quotidiana violenta prevaricazione che caratterizza il meccanismo di estrazione del valore. L’esame, nudo e crudo, dell’esistenza di gran parte delle persone che ci circondano dovrebbe invece rendere palese la verità: quella di un oggettivo accanimento, di uno sfruttamento crudele e senza freni inibitori, a volte perfino inspiegabile nella sua sostanziale irragionevolezza. Non a caso viene evocato il concetto di neoschiavitù per descrivere le insostenibili condizioni in cui si trovano i soggetti soggiogati dai funzionari del capitalismo ultraliberista.

Era prevedibile questo scenario, a ben pensarci. La concezione liberista della società tende ad esasperare ogni cosa, perfino le modalità dello sviluppo e l’idea del cosidetto progresso. L’esasperazione travolge davvero tutto: il libero arbitrio dell’imprenditore, del padrone e del sotto padrone, del caporale, e ancora omologa i comportamenti dei gendarmi, dei lobbisti, dei politici e delle banche. Tutto si tiene ancor più di prima. L’abuso e la violenza sono tornati ad essere, come spesso accade nel tempo delle transizioni, lo strumento istituzionale, percepito come necessario e non evitabile, richiesto ai funzionari delle polizie e ai tutori dell’ordine pubblico. Il popolo degli illegalismi esprime uno stato che li garantisce e approva sia le grandi opere devastatrici come la TAV sia l’accanimento dello sfruttamento. Un ordine che pubblico non è di certo e che coincide invece con la rimozione di qualsiasi ostacolo si frapponga alle esigenze dello sfruttamento; dunque è sua logica conseguenza la crescente predilezione per l’intolleranza (tolleranza zero), per la punizione esemplare, per l’esclusione, per il carcere per chi cerca di resistere anche se è una 73enne come Nicoletta Dosio. Sempre più spesso i soldati del sistema liberista si abbandonano ad esporre le loro prede come un trofeo, utilizzando perfino lo strumento del media mentre l’impunità per i loro illeciti garantisce la legittimità dell’agire per il supersfruttamento.

...continua a leggere "Il furore di sfruttare e di accumulare – di Gianni Giovannelli e Turi Palidda"

 

FONTE PRESSENZA.COM 

08.01.2020 - Santiago de Chile Redacción Chile

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Santiago del Cile: una fotografia della città all’inizio di una nuova decade
(Foto di La Agenda del Diablo)

Da Helodie Fazzalari

Ad oggi Santiago è come una bambina che da un giorno all’altro si è resa conto di essere diventata adulta”. Sono queste le parole che Pìa Figueroa, Co-Direttrice di Presenza, utilizza durante un nostro incontro, per descrivere ciò che è avvenuto in Cile negli ultimi mesi. Lo scorso 18 ottobre 2019, un rialzo di 30 pesos del prezzo del biglietto dei trasporti pubblici, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma dietro questa motivazione, apparentemente superficiale, si nascondono decenni si abusi di potere, disuguaglianze e ingiustizie sociali. Una dittatura in democrazia”, si legge in diversi striscioni affissi dai manifestanti sui muri della città. Oggi Santiago appare così, distrutta ed in ginocchio ma paradossalmente più forte degli anni in cui i cileni hanno dovuto forzatamente abbassare la testa. Questa bambina da un giorno all’altro, in maniera del tutto irrazionale si è resa conto di essere diventata adulta. Ha gettato uno ad uno tutti i giocattoli che non le servivano più, ed ha preso consapevolezza di quello che stava diventando e del fatto che aveva la possibilità di scegliere chi essere nel suo futuro. ...continua a leggere "Santiago del Cile: una fotografia della città all’inizio di una nuova decade"

FONTE : THEVISION .COM CHE RINGRAZIAMO 

 

Umberto Eco, in un piccolo saggio intitolato Il fascismo eternodedicato alla cultura che al fascismo sopravvive sotto “abiti civili” e “spoglie innocenti”, scriveva: “Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!’. Ahimé, la vita non è così facile”.

Parlare di “ritorno del fascismo”, infatti, resta tuttora un’arma spuntata, un’idea esagerata se col termine “fascismo” ci si limita al regime terminato nel 1943. Ma il fascismo non fu solo un regime storicamente definito. Il fascismo è anche e soprattutto un’ideologia – che evidentemente non è morta – e come tale si è costruita su un certo tipo di cultura. Ultimamente si è parlato spesso di fascismo. La retorica demagogica del populismo, il suo infarcirsi di un’idea di italianità astratta e usata come feticcio contro le “invasioni”, la crescita esponenziale di episodi di razzismo, se non di dichiarato neofascismo, le cene di partito dedicate alla Marcia su Roma con tanto di mascellare Mussolini stampato sul menù, le minacce a Segre perché ebrea: anche agli occhi dei più scettici, senza dover smascherare chissà quale arcano, tutto questo dovrebbe mettere in luce i contorni che la crisi della democrazia rappresentativa sta assumendo in Italia.

Fin dalla nascita dei moderni stati-nazione europei, l’Italia – uno stato nazionale nato tardi e faticosamente, con grandi divisioni interne – ereditò fin da subito un modello di polizia autoritario, volto al mantenimento dell’ordine inteso non tanto come difesa della cittadinanza, ma del sovrano da eventuali moti di ribellione. La prima legge di pubblica sicurezza dello Stato unitario risale al 1865, anno a cui possiamo far risalire anche due aspetti che si rivelarono cruciali nella storia delle nostre forze dell’ordine: da un lato, il largo margine di interpretabilità della nozione di “ordine pubblico” secondo il diritto di polizia; dall’altro, la sua pericolosità alla luce della dipendenza politica dei corpi di polizia, diretti dal ministero dell’Interno. Nonostante la più liberale legge crispina del 1889 puntasse a ridurre questo margine, la nozione di “ordine pubblico” restava poco definita e basata, fin dall’inizio, su norme di decoro e diligenza derivate dalla stessa mentalità borghese su cui il fascismo costruì, qualche decennio dopo, il suo consenso. A richiedere particolare sorveglianza erano figure poco conformi alla “norma” come gli “oziosi”, i “vagabondi”, i “ciceroni”, i “saltimbanchi”, i “ciarlatani”, i “cantanti”, gli “ubriachi” e le “prostitute”, come si legge nel testo di legge sulla polizia a piedi del 1880.

Fu Mussolini a definire per primo, e con estrema precisione, il concetto di “ordine pubblico” in Italia. “L’era delle rappresaglie, delle devastazioni e della violenza è finita”, sbraitava inaugurando il suo principale strumento di repressione. Nel Tulps – il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, del 1931 – la nozione di “ordine pubblico”, prima sporadica e vagamente definita, era ovunque e forniva al Paese, per la prima volta, una dettagliatissima legislazione. È superfluo descrivere a cosa la nozione di “ordine” corrispondesse nel pieno del regime fascista. Si trattava di un concetto interpretato in senso assoluto e “ideale”, alla luce del quale ogni espressione di dissenso poteva esser letta come l’avvisaglia di una guerra civile.

Nonostante la fine del fascismo e nonostante la Liberazione, la riforma della polizia arrivò solo nel 1981. Una pietra d’inciampo molto grossa – forse la più significativa, data l’importanza cruciale del legame tra forze dell’ordine e democrazia – nella transizione italiana dal fascismo alla Repubblica. Soprattutto alla luce della cultura giuridica liberale espressa dalla nostra Costituzione. Una cultura in cui il cittadino è portatore di diritti inviolabili che a lui competono come uomo prima che come cittadino, e che vengono a lui riconosciuti piuttosto che concessi. La Costituzione forniva ampi spunti per una riforma della polizia e di un concetto di “ordine” inteso in senso “materiale” e minimo, unicamente volto all’incolumità e sicurezza dei cittadini. Nonostante questo, però, la legge di polizia restò “fascista” fino al 1981. Benché riformato, il Tulps resta a oggi il nostro testo di legge per la pubblica sicurezza: norme vessatorie introdotte durante il Ventennio sono tutt’oggi in vigore, quella per i numeri identificativi della polizia è una battaglia ancora in corso, e nel 2004 la legge numero 226 inseriva l’aver prestato servizio militare volontario tra i requisiti per l’ingresso in polizia, rimilitarizzando, di fatto, un corpo a ordinamento civile.

Le conseguenze di tutto ciò sono emerse chiaramente nel 2001 coi fatti del G8. La morte di Giuliani, gli slogan fascisti e nazisti nelle caserme di Bolzaneto, la sistematica violazione della legge da parte dei poliziotti, la violenza indiscriminata e ingiustificata sui manifestanti, per tacere della catena di omertà, falsità, manipolazione e distruzione di prove, e ostracismo alle indagini della magistratura. Una descrizione dettagliata di quello che accadde a Genova, completa di sentenze giudiziarie, è consultabile nel libro di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci intitolato L’eclisse della democrazia e pubblicato nel 2011. Per capire che in quella occasione si andò oltre basti pensare alle parole del funzionario di polizia che, la sera della Diaz, chiese ai propri vertici un intervento a fronte della sua incapacità di gestire i poliziotti: “Io i miei uomini non li tengo più”.

Certo bisogna farne di strada / da una ginnastica d’obbedienza / fino ad un gesto molto più umano / che ti dia il senso della violenza”, cantava De Andrè.

Cultura e diritto vanno infatti di pari passo, influenzandosi a vicenda. Decenni di militarizzazione e autoritarismo hanno creato una vera e propria “cultura” nella polizia italiana. Quello della police culture è un aspetto che la ricerca storica e sociologica ha messo a fuoco in diversi Paesi, ed è da qui che bisogna partire per una riforma radicale – e finalmente liberale – della polizia. L’attuale concezione di “ordine” e “sicurezza” resta asfissiante e direttamente mediata da quella stessa mentalità su cui il fascismo costruì il suo consenso, e che sul “disobbediente” costruì un addobbo di stereotipi. Giovane, maschio, comunista, “agitatore sociale”, “mela marcia” da rieducare, il disobbediente è chi devia, per stile di vita o stile di comportamento, da norme di diligenza e decoro che assumono una connotazione morale. È questo che hanno in comune i morti per mano dello Stato degli ultimi vent’anni.

Dopo Carlo Giuliani “lo spaccavetrine”, Federico Aldrovandi “l’invasato violento” che tornava dalla discoteca assuefatto da qualche pasticca, morto sull’asfalto in una pozza di sangue come Giuliani. E poi Riccardo Rasman “il matto”, morto nello stesso identico modo, per finire con la catena di “drogati” che la polizia ha ritenuto giusto educare “a forza di botte”: Aldo Bianzino, arrestato per possesso di cannabis e morto meno di 48 ore dopo in carcere. Giuseppe Uva, che faceva troppo rumore per strada, spingendo i residenti infastiditi – magari anche scandalizzati – a chiamare la polizia. E Stefano Cucchi, naturalmente. Quello che – stando alle parole di Giovanardi prima e Salvini poi – in qualche modo se l’è cercata, perché la droga fa male (peccato che la droga non c’entri nulla con la sua morte). Ma non solo. Una morte all’anno, come mosche, nelle mani delle forze dell’ordine. Ribelli, psichiatrici, deboli, problematici prima che individui portatori di un diritto inalienabile alla vita, mele marce cui raddrizzare la schiena, come voleva Mussolini, che alla pena dava un valore morale, coerentemente con l’idea che il popolo fosse “un minore da educare”, come ha sottolineato lo storico Antonio Gibelli in un saggio del 2005 intitolato Il popolo bambino. Capiamo così tutto il significato dell’epiteto “ragazzo” con cui Giuliani è ricordato, così come i versi del cantautore romano Mannarino dedicati a Cucchi in Scendi giù, canzone premiata nel 2015 da Amnesty International. Cogliamo, infine, la potente citazione nel film del 2018 di Alessio Cremonini, Sulla mia pelle, dedicato alla storia di Stefano Cucchi, in cui la sua morte è modellata su quella di Ettore in Mamma Roma, il famoso film del 1962 di Pier Paolo Pasolini, forse il critico più lucido del fascismo come “fenomeno culturale” prima ancora che politico, e della sua sopravvivenza nella mentalità borghese.

La sinistra istituzionale, di fronte a tutto ciò, continua a tacere. Quello della “polizia fascista”, a oggi, resta solo uno slogan da “spaccavetrine”, e il clima politico attuale sembra fomentare in ogni modo una cultura securitaria e repressiva. Come scrisse Calvino, bisogna “saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. E forse non si tratta di stare da una parte o dall’altra della barricata, quanto di capire quali siano i valori che ci guidano come società civile. Vale allora la pena concludere con le parole di un poliziotto, raccolte in un volume a cura di Franco Fedeli accompagnato da una prefazione di Leonardo Sciascia, comprendente una serie di lettere scritte da agenti della polizia tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta.

Scriveva Armando Fontana da Imperia nel 1980, ai suoi superiori, a proposito dell’uccisione di un giovane ladro: “Le sembra giusto che queste indiscriminate ed incivili esecuzioni, possano verificarsi continuamente in un Paese che vanta di avere la più democratica delle Costituzioni, di ospitare il Papa e di essere al 90 per cento cattolico, quando le forze politiche mostrano la più assoluta indifferenza e totale cinismo […]? I miei colleghi hanno la pistola facile […], sono convinto che basterebbe che […] i nostri superiori dessero, invece delle solite minchionerie sui capelli troppo lunghi, delle camicie sbottonate, delle scarpe poco lucide e del berretto messo male, qualche nozione sull’uso delle armi, su come e quando devono essere impiegate; che sprecassero qualche parola sull’importanza della vita umana, sulle finalità del nostro compito che è quello di tutelare la vita e l’incolumità dei cittadini e di sottoporre questi, se commettono reati, al giudizio dello Stato”.

 ALESSANDRA PELLEGRINI DE LUCA

3/1/2020 thevision.com

 

La questione ambientale è divenuta una priorità nell'agenda di molti governi per la ricerca di soluzioni, di nuovi modelli di organizzazione sociale che rappresentino la possibilità di vita per tutti sul pianeta terra.

L'approccio democratico alla questione ambientale si fonda sul principio che la continuazione della vita sul pianeta riguardi tutti gli umani di qualsiasi etnia, religione , convinzioni politiche, orientamento sessuale …

Non possiamo ignorare tuttavia che esiste da tempo un movimento sotterraneo eco nazista che tenta di coniugare la questione ambientale con una visione che ha come obiettivo la selezione di chi, nel futuro, dovrà sopravvivere sul pianeta: gli uomini e le donne di razza bianca.
Questo movimento presente in diversi paesi europei, ma non solo, è in crescita e diffonde il suo credo fanatico in rete, in forum riservati cui si accede solo su invito e su presentazione di adepti già convalidati. Si stanno formando comunità on line econazi, suprematisti bianchi, ossessionati dalla natura, antisemiti, che sostengono che la purezza razziale è l'unico modo per salvare il pianeta. Gli ecofascisti credono che vivere nelle regioni d'origine ed evitare il multiculturalismo sia l'unico modo per salvare il pianeta a cui danno la priorità sopra ogni altra cosa.

Come si afferma nell'articolo del Newstatesman di cui riportiamo il link, l'eco-fascismo si può manifestare in modi diversi: sotto l'ombrello della cultura eco fascista trovano ospitalità credenze come veganismo, anti-multiculturalismo, nazionalismo bianco, plastica anti-monouso, antisemitismo e, quasi sempre, un interesse appassionato per la mitologia norrena ( nord europea ) . La maggior parte dei profili Twitter di eco-fascisti auto-definiti sono un cocktail su misura di meme di estrema destra, immagini di foreste, odio verso gli ebrei e insulti ai "buonisti" . Tra richieste di purezza razziale e divieti di plastica monouso la maggior parte degli account ha tweet o retweet in onore di Thor, che celebra Tyr Day o glorifica Sunna, la dea del sole norrena.
Il legame con la mitologia norrena rappresenta "l'estetica" condivisa tra ecofascisti bianchi ed eroi norreni bianchi e che le immagini della natura e l'adorazione degli antenati della mitologia norrena si adattano agli ideali degli ecofascisti, che si vedono come combattenti per la terra , così come la supremazia bianca.

Naturalmente, la stragrande maggioranza degli ambientalisti contemporanei - quelli impegnati nella nobile e disperata lotta per salvare il pianeta dalle conseguenze della sconsideratezza umana - sono progressisti politici e persino di sinistra radicale. Non sono responsabili della cooptazione del pensiero ambientale da parte dell'estrema destra, né dovremmo confondere la loro posizione con quella dei nazionalisti bianchi.

ll fenomeno econazi è assai complesso, quello che cercheremo di fare da questo piccolo sito è quello di richiamare l'attenzione e la conoscenza sul fenomeno con la segnalazione di link ad articoli e documenti su questo tema. Purtroppo nei media italiani, eccetto alcuni articoli della corrispondente di Repubblica Tonia Mastrobuoni da Berlino sul fenomeno degli econazi "protettori della zolla" che stanno occupando villaggi come comunità integraliste chiuse, non si registrano particolari attenzioni al fenomeno.

DOCUMENTAZIONE

Eco-fascism: The ideology marrying environmentalism and white supremacy thriving online (Newstatesman 21/09/2018)

Viaggio in Germania nel paradiso degli econazisti articolo di Tonia Mastrobuoni (Repubblica 13/10/2016) 

Eco-fascism is undergoing a revival in the fetid culture of the extreme right  (20/03/2019) ( Guardian - Autore : Jason Wilson)

Nazi "Ecology" ( Columbia.edu)

Riproduciamo questo articolo già pubblicato su fortebraccionews che condividiamo  pienamente come condividiamo la piena solidarietà ad Arturo Scotto. Gino Rubini , Editor di Onde Corte

Anna Frank nel 1940 ( fonte foto: Wikipedia )

 

La squadraccia fascista che ha aggredito Arturo Scotto e sua moglie Elsa Bertholet inneggiava a Benito Mussolini e insultava Anna Frank. Perché i fascisti sono sempre fascisti, anche nel 2020. Ignoranti, violenti, vigliacchi: nell’anno nuovo proprio come in tutti gli anni vecchi. In otto contro uno, a volto coperto, gridando gli slogan più turpi e vergognosi che possano essere concepiti. Innamorati, ogni volta, di un leader che si scelgono accuratamente tra quanto di peggio – e anche onestamente di più ridicolo- passi in quel momento.

C’è sempre un’intima e radicata natura razzista, nei fascisti. Per questo continuano ad insultare Anna Frank nei loro canti, usano il suo volto come “offesa” nelle curve degli stadi dove spadroneggiano, ne irridono la memoria e la tragedia nei cori delle loro adunate. Perché Anna Frank è ebrea, innanzitutto. Nascosti da anni dietro le più ignobili “teorie negazioniste” sull’olocausto, i fascisti (nostrani e di tutto il mondo) continuano a coltivare il proprio feroce antisemitismo e ad ostentarlo come un gagliardetto.

E la insultano perché ne hanno paura. Sono terrorizzati da quella dolcissima ragazzina che ha subito il Male che l’uomo può fare nelle sue forme peggiori: costretta ad abbandonare la sua vita, rintanata come un topo in gabbia col costante terrore di essere scoperta, tradita dai propri vicini, deportata dai nazisti, uccisa in un campo di sterminio. Ne sono terrorizzati, i fascisti, perché Anna Frank è la vittima simbolica di tutto ciò che il fascismo è, di tutto ciò che il fascismo significa. Ed è il simbolo forte e vivo, al tempo stesso, di tutto il bello che l’essere umano può essere: della fiducia, della speranza, della tenacia di chi continua “a credere nell’intima bontà dell’uomo”… E’ il simbolo, in parole povere, di tutto ciò che è l’opposto del fascismo.

I fascisti sono sempre gli stessi, anche nel 2020. Ma se c’è stata negli ultimi anni una destra italiana che ne ha sdoganato i rigurgiti per provare a cavalcarli, è arrivato ora il momento di non minimizzare, non accettare chi li blandisce come “folklore”, respingere ed inchiodare alle proprie colpe sia quei dirigenti politici nazionali, sia quegli otto vigliacchi di Venezia che -nella notte di capodanno- hanno deciso di rappresentare la vergogna del Mondo.

Ad Elsa e ad Arturo, dunque, che si sono ribellati e per questo sono stati aggrediti, non va solo la nostra solidarietà: deve andare anche il nostro ringraziamento. Così come il nostro ringraziamento deve andare al giovane intervenuto coraggiosamente in soccorso di Scotto. Perché il fascismo cresce nell’indifferenza e nell’impunità e bene hanno fatto non solo a reagire, ma anche a denunciare: del resto il fascismo, diceva Sandro Pertini, non è un’opinione qualsiasi ma è un crimine.

Andrea Malpassi

 

Autore: Giorgio Pirina .
Fonte Effimera che ringraziamo

Il periodo storico in cui viviamo è stato definito con due accezioni, fortemente collegate tra loro: società post-industriale e società dell’informazione. Queste definizioni indicano un fenomeno preciso, ovvero il maggior rilievo assunto nei paesi a economia avanzata dal settore terziario (servizi e informazione) rispetto al settore secondario. Parimenti, questa fase è stata accompagnata dalla retorica dell’immaterialità della produzione e del consumo (e dunque dell’impatto ambientale) posizionandosi gioco forza in una prospettiva eurocentrica. Al contrario, se analizziamo il sistema socio-economico come un’unità organica, ci accorgiamo che la supposta dematerializzazione nel Nord globale (contraddetta a sua volta dalla persistenza di forme di lavoro vivo profondamente degradate), si poggia sulla produzione e sul consumo delle risorse umane e ambientali del Sud globale. Il caso dei cosiddetti ‘minerali insanguinati’ è illuminante da questo punto di vista: essi indicano l’insieme di quelle risorse naturali provenienti da zone di guerra o nelle quali si fa ricorso al lavoro forzato. Tra questi i più conosciuti fino agli albori del XXI secolo erano l’oro e i diamanti, le cui filiere sono state regolamentate dal Protocollo di Kimberley. Tuttavia, con le innovazioni tecnologiche nel campo dell’informatica, della cibernetica, dell’elettronica e dell’automobile, altri minerali sono diventati risorse cruciali per le industrie di riferimento; per esempio il coltan (una combinazione di niobio e tantalio), il cobalto e, ancor più recentemente, il litio. Queste risorse sono centrali, in quanto base da cui realizzare le infrastrutture socio-materiali dell’attuale modello di accumulazione del capitale. Numerosi articoli hanno portato alla ribalta la questione delle condizioni di vita estremamente degradanti nel processo lavorativo di estrazione dei minerali insanguinati, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo (RDC): l’ultimo caso riguarda una class action mossa da un gruppo di cittadini congolesi contro i giganti dell’Hi-Tech per sfruttamento di lavoro minorile[1]. Oppure la questione del lavoro forzato nell’estrazione del cobalto, un minerale fondamentale per le batterie agli ioni di litio[2] (altro metallo ormai al centro dell’attenzione, in quanto centrale per la durata delle batterie delle macchine elettriche e dei nostri smartphone). Ma, prima ancora, si parlava di “corsa al coltan” (coltan rush)[3], in riferimento all’intensificazione dell’estrazione della columbite-tantalite (appunto coltan) nelle miniere artigianali del Kivu, nella regione orientale della RDC. ...continua a leggere "Il costo ecologico dell’economia di piattaforma. Ovvero, l’inquinamento connesso alle nuove tecnologie – di Giorgio Pirina"

 

Segnaliamo questo articolo apparso su Patria Indipendente, Rivista dell'Anpi   che denuncia la  nascita e la crescita di piccoli gruppi di nazifascisti italiani che utilizzano il socialnetwork russo VKontakte  per diffondere propaganda razzista  e anti ebraica.

 

Gruppo di lavoro Patria su neofascismo e web

Sul socialnetwork russo i deliri criminali di organizzazioni naziste anche italiane come Ordine Ario Romano, i cui membri sono indagati nel nostro Paese. Un florilegio delle mostruose immagini pubblicate su VKontakte

In questo articolo vengono proposte, a scopo illustrativo, testi ed immagini della propaganda nazista e fascista, italiana ed internazionale. Nonostante abbiamo escluso tutto il materiale a carattere sessuale o con immagini di cadaveri o rappresentazioni di efferatezze, quelli che seguono rimangono contenuti non adatti a tutte le sensibilità.

Leggi l'articolo su Patria Indipendente Rivista dell'ANPI

Giovedì scorso nel quartiere San Donato Zohaib, 31 anni, è stato investito mentre faceva le consegne. È in fin di vita. Dopo un primo corteo selvaggio di colleghi e amici, la mobilitazione prosegue oggi

Giovedì scorso un rider è stato investito nel quartiere San Donato a Torino. È stato travolto, trascinato per diversi metri e lasciato sull’asfalto assieme alla sua bici. La persona alla guida è poi scappata, abbandonandolo lì. Le condizioni di Zohaib, 31 anni, sono state critiche fin dall’inizio: trasportato subito in ospedale in codice rosso, è tuttora in coma in rianimazione, lottando tra la vita e la morte.

Fin da subito colleghe, colleghi e persone della comunità pakistana sono accorse in ospedale dove hanno trovato, a favore di telecamere, l’Head of Operation Manager di Glovo che, a colloquio coi medici, affermava: «In realtà non dovremmo neanche essere qui, perché lui non è nostro dipendente ma solo un collaboratore».

Il giorno successivo, venerdì, esplode la rabbia rider: un presidio sotto la pioggia diventa rapidamente un corteo solidale che blocca due volte una delle piazze principali di Torino, attraversando il quartiere e soffermandosi a lungo davanti al luogo dell’incidente di Zohaib, proseguendo poi verso il centro città.

Strade affollate per lo shopping natalizio dell’ultimo momento, tante e tanti curiosi affacciati ai balconi a osservare lo scorrere del corteo punteggiato dagli zaini giallo Glovo e azzurro Deliveroo, in molti a chiedere perché chi di solito gli consegna la pizza stesse invece bloccando le strade. Rider che lungo il percorso si fermano, smettono di correre per un attimo, annuiscono. C’è chi già sa, chi ascolta, chi si unisce al corteo. Sono presenti componenti della comunità pakistana a Torino, rider in bici o in sella ai loro motorini, solidali e amici che ricordano come Zohaib lavorasse per aiutare la propria famiglia rimasta in Pakistan.

Zohaib in quel momento lavorava per Glovo, multinazionale del food delivery che vive un momento di forte affermazione in Italia, dove nel 2018 ha acquisito Foodora e dove per il prossimo anno punta a triplicare le città in cui è presente, mentre a livello globale ha appena superato il miliardo di quotazione in borsa. Glovo rastrella quindi capitali da ogni angolo del Pianeta, ma per il momento precisa di volersi concentrare sul vecchio continente, dove assumerà diverse centinaia di persone tra sviluppatori, ingegneri informatici, store manager e addetti a imballaggi e logistica, che lavoreranno nei “dark store” – piccoli magazzini nei quali raccogliere le merci più richiesta per velocizzarne lo consegna – e che si andranno ad aggiungere ai già 1500 dipendenti e ai 50mila rider che effettuano consegne di beni di ogni genere, dal cibo ai farmaci, per oltre 5 milioni di utenti attivi.

Zohaib, come migliaia di suoi colleghi rider, è assunto da Glovo con un contratto di collaborazione occasionale, per quella che collaborazione occasionale non è, ed è pagato a cottimo, senza un’assicurazione e senza che gli vengano forniti i necessari dispositivi di sicurezza, né un mezzo con cui lavorare o la possibilità di manutenerlo. Zohaib deve lavorare con qualsiasi clima, gelo o neve o pioggia che siano, 7 giorni su 7, 18 ore su 24. Se rifiuta un ordine, se non ne prende abbastanza, se si ammala, perde punti e quindi ordini e guadagna meno. Ma di che cifre stiamo parlando? Per cosa rischia la vita Zohaib?

Ogni ordine viene pagato 1,60 euro, più 40 centesimi al km di consegna. Questo vuol dire che, se tutto va bene, correndo come matti per la città, si riescono a portare a casa 5-6 euro l’ora, sperando di non farsi male o non avere un incidente. Zohaib deve correre sempre e sempre di più. Se non corri, se non ti prendi dei rischi, se non rischi la vita, non guadagni. Se ti fai male lavorando sono affari tuoi, non c’è assicurazione, non verrai pagato e ti scenderà il punteggio.

L'ARTICOLO PROSEGUE SU DINAMOPRESS.IT

FONTE : LA VACA.ORG  CHE RINGRAZIAMO 

Marcos Filardi è un avvocato specializzato in diritti umani e sovranità alimentare e fa crollare un mito tra molti: «Non produciamo cibo per 400 milioni di persone». Un discorso emozionante su ciò che sta accadendo nel paese con fame e malnutrizione. Le malattie che sono una conseguenza di ciò che mangiamo. Il modello estrattivo che commercializza cibo mentre i territori e la salute pubblica sono sempre più contaminati e distrutti. Il ruolo delle nuove generazioni contro la crisi climatica. E uno sguardo alla nuova gestione e alle ipotesi sulla presunta salvezza della Patria in Vaca Muerta. Dati per tenere conto di ciò che ci fanno deglutire. (Ascolta il programma completo)

 

 

Pubblicato da Il Manifesto.it  il 24 dicembre 2019. Ringraziamo Il Manifesto

Autrice   Claudia Fanti

La rivolta contro Piñera. Virale il video del giovane schiacciato tra due blindati. «Mostro dell’Interno» sotto accusa. E al Congresso passa la trappola del «processo costituente» a misura di destra

La scena, ripresa in un video che ha fatto subito il giro del web, è tra le più brutali viste in oltre due mesi di proteste: un mezzo blindato che insegue un giovane e lo schiaccia, provocandogli una frattura al bacino, contro un altro blindato, prima di allontanarsi inseguito da migliaia di manifestanti inferociti.

È L’EFFETTO della «tolleranza zero» promessa dall’intendente della regione metropolitana Felipe Guevara nel caso di manifestazioni non autorizzate, come quella che si è svolta venerdì in Plaza de la Dignidad, come è stata ribattezzata Plaza Italia, il cuore della rivolta contro il governo Piñera. «Mio figlio Oscar – ha scritto su Twitter la madre, Marta Cortez – è stato brutalmente, intenzionalmente investito e schiacciato da due veicoli anti-sommossa. È vivo per miracolo. Questa barbarie avallata dal “mostro dell’Interno” e dallo Stato cileno deve finire».

Una barbarie di cui è emerso nei giorni scorsi un nuovo inquietante dettaglio: nell’acqua lanciata dagli idranti dei carabineros durante le proteste è stata rintracciata, secondo uno studio diffuso dal Movimiento Salud en Resistencia, la presenza di gas urticante e di soda caustica. E mentre nella piazza militarizzata alcune migliaia di manifestanti subivano la repressione di sempre, il Congresso, dando il via libera al «processo costituente», faceva nuove, e inutili, concessioni in vista del plebiscito del 26 aprile, quando il popolo cileno dovrà non solo esprimersi a favore o contro l’elaborazione di una nuova Carta costituzionale, ma anche scegliere l’organismo incaricato di redigerla: una Convenzione mista costituzionale (composta al 50% da rappresentanti eletti e per l’altra metà dagli attuali parlamentari) o una Convenzione costituzionale (interamente votata dal popolo).

COSÌ, NELLO SFORZO DI RENDERE più credibile quella che resta una colossale trappola – il criterio della maggioranza dei due terzi per l’approvazione di ogni singolo articolo della nuova Costituzione assicura alla destra un solido potere di veto -, i parlamentari hanno infine introdotto la parità di genere e le quote per i popoli originari e per i candidati indipendenti (eccessivamente penalizzati dall’attuale sistema elettorale) che erano state inizialmente escluse. Ma se l’obiettivo è quello ben noto di mantenere lo status quo e di porre fine alle proteste, il tentativo di gettare briciole alle forze scese in piazza pare stia dando già qualche frutto: per quanto lo scontento resti inalterato, con la tregua di fatto decisa dalla Mesa de Unidad Social le mobilitazioni sono venute man mano perdendo forza.

GRANDE È STATA invece l’affluenza alla consultazione non vincolante organizzata da 226 (su 345) municipi del paese sul tema della Costituzione: il 91% dei due milioni di cittadini che hanno partecipato alla votazione si è pronunciato a favore di una nuova Carta, di cui il 78% ha optato per la Convenzione costituzionale interamente votata dal popolo. Tra le principali priorità sociali indicate dagli elettori, l’aumento delle pensioni (con il conseguente innalzamento delle condizioni di vita degli anziani) è risultato al primo posto, seguito dal miglioramento della qualità della salute pubblica, dall’accesso a una buona educazione, dalla riduzione della disuguaglianza del reddito e dalla lotta all’impunità.

 

Riproduciamo da articolo21.org che ringraziamo

Tina Costa aveva solo 7 anni quando reagì per la prima volta al fascismo. Solo 7 anni. A scuola, si rifiutò di indossare la divisa di figlia della lupa. Il risultato fu il subire ulteriori angherie da parte della maestra fascista. Ma non quello di abbandonare quell’antifascismo che già sbocciava in lei. Negli anni successi, durante la Guerra, Tina divenne infatti una partigiana. Una staffetta, per la precisione. Portava viveri e informazioni agli altri partigiani su e giù per la Linea Gotica. E nel tempo divenne un simbolo per la sua forza, il suo coraggio, la sua determinazione. Tanto da averle dedicato, neanche venti giorni fa, una targa in un parco di Roma.

Oggi quella targa è stata vandalizzata. Con questo simbolo. Un simbolo di odio, di rancore. Viscerale, inumano. Cupo. Un simbolo che ha significato la morte per milioni di uomini, donne e bambini. E che è stato posto da qualcuno sopra il nome di questa grande donna con un obiettivo ben preciso: seppellirla sotto quel simbolo. Farla “divorare” da esso. Lei e tutto ciò che ha rappresentato.

Per quel qualcuno, abbiamo però un messaggio: avete sprecato tempo e risorse. Perché una donna come Tina, voi, voi piccoli uomini, non ce la fate a infangarla. E l’unica cosa che ottenete con questi gesti non è cancellare la memoria della Resistenza. Ma rafforzarla facendoci stringere ancora di più attorno ai suoi valori. E convincendoci sempre di più che, dall’altro lato, il vostro lato, non ci sono uomini e idee, ma solo e soltanto una cosa: la viltà.

 

FONTE PRESSENZA.COM

#FreeAssange! Questa richiesta dovrebbe essere letta su tutti i giornali, sentita in tutte le radio e vista in tutte le televisioni, ma la maggior parte dei media mainstream non ne parla e se lo fa, di solito lo trasforma in un “denunciante”, negandogli lo status di giornalista.

Qui in Germania o in Europa, quasi nessuno saprebbe nulla di Julian Assange e del suo percorso verso l’isolamento se non fosse per i media indipendenti, che però non hanno la forza di confrontarsi con i media mainstream.

Viviamo in un’epoca di contraddizioni e sconvolgimenti. È sempre più chiaro che la politica e i media ufficiali non svolgono più i compiti loro assegnati. La politica trascura sempre più i cittadini e rappresenta sempre più apertamente gli interessi di pochi.

Il racconto prestabilito

I media mainstream- il “quarto potere” tanto spesso citato – non mettono più in discussione e non controllano più le azioni dei politici. In larga misura sono diventati una macchina di distribuzione di notizie politiche a sé stante, il cui contenuto non è quasi più informativo. Esiste un giornalismo “copia e incolla”, che utilizza sempre più spesso le stesse fonti di informazione e quindi impedisce alle persone di formarsi una loro opinione.

In generale, i media indipendenti sono indicati come “media alternativi”, ma questo termine può essere fuorviante, perché può suggerire ad alcune persone che sarebbero una sorta di controparte dei media consolidati o dominanti. Ma a mio parere non è così, perché la rete in teoria dà a tutti la possibilità di fare giornalismo, quindi anche a chi segue la narrazione predeterminata.

Liberi da vincoli, con diversi punti di vista

In generale vedo più i “media alternativi” come media indipendenti. Non appartengono a un particolare gruppo mediatico di proprietà di una famiglia o di una società. Non si finanziano con la pubblicità, né sono soggetti ai vincoli delle aziende, dove il tempo e i modi di pensare prestabiliti sono le direttive principali.

Non che essi agiscano come “guardiani della verità”. Viviamo in un mondo estremamente complesso e sfaccettato. Ciò che la maggior parte di loro fa è descrivere le cose da prospettive diverse, mostrare punti di vista diversi. Si sforzano di portare alla luce gli elementi lasciati nell’oscurità dagli altri. La pretesa della maggior parte di loro è quella di essere il più oggettivi e credibili possibile.

Posso e voglio spiegare perché attribuisco tanta importanza ai media liberi e indipendenti solo dal mio punto di vista personale. È il risultato del fatto che ogni persona ha la propria percezione del mondo.

“Noi siamo i buoni!”

Come ho detto all’inizio, la maggior parte dei media mainstream segue una certa narrazione politica. A mio parere, questo rende quasi impossibile all’individuo avere una migliore visione d’insieme. È quindi condannato a pensare e a giudicare in base a percorsi obbligati e questo ha molto poco a che fare con la maturità e l’indipendenza.

“Noi siamo i buoni” è un detto quasi inflazionato nel cabaret politico dei paesi di lingua tedesca, ma è il risultato di un giornalismo che per decenni, giorno dopo giorno, ha cercato di convincere la gente di essere l’unico giusto. Il risultato è un modo di pensare uniforme che fa ormai parte del subconscio e non riflette in alcun modo ciò che il mondo è realmente e le condizioni in esso prevalenti. Questo vale per tutti i settori della vita.

Cosa bisogna fare?

Il problema con i media indipendenti è che ognuno lavora per conto suo e raggiunge un pubblico limitato. In questo modo non si arriva alle masse, ma si vive in una nicchia. Parecchi di loro hanno certamente molte aspirazioni, ma alla fine conducono un’esistenza di nicchia.

Ciò di cui hanno urgente bisogno sono diverse cose: il sostegno dei loro lettori, ascoltatori e spettatori e soprattutto la capacità e la disponibilità a collaborare e a mettere in secondo piano le sensibilità personali e politiche. Non per raggiungere l’uniformità, no, ma per diffondere una notizia, un evento, in modo più efficace di prima, per farne un argomento di ampio dibattito, per metterlo sulla bocca di tutti e quindi per generare pressione.

Una pressione di cui Julian Assange, ad esempio, ha un disperato bisogno, per non finire a consumarsi e magari a morire nell’indegno isolamento dei “buoni”.

Piena solidarietà a Julian Assange e ai media indipendenti!

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

 

FONTE GAS

Di 

Quando pensate di avere visto e sentito tutto, quando pensate di avere raccolto le ultime bassezze che la politica sia in grado di servire su vassoi d’argento, quando pensate che oltre quel limite non si va, dovete ricredervi.

Non siamo nella repubblica iraniana o in un territorio controllato dai talebani, ma a Porta a Porta di Bruno Vespa, con ospite l’immancabile Salvini. Quello che nonostante l’uscita dal governo è sempre ben presente in salotti compiacenti. Nella sua ultima boutade, Salvini fa una cosa grave, supera quello che è il ridicolo, almeno per noi, gente laica e ragionevole, per parlare alla parte del popolo misera, quella che si inginocchia di fronte a i santi e chiede la grazia a San Gennaro.

Conte sta mentendo, ha detto Matteo Salvini, e lui lo sa perché a suo dire ha ricevuto una sorta di messaggio dalla Madonna di Medjugorje. Se noi ridiamo, di sicuro ci sono legioni di creduloni che se non credono in dialoghi diretti con la Madre Celeste, di sicuro pensano che il loro “capitano” abbia una specie di investitura divina.

Che lo stesso pontefice abbia espresso dubbi nei confronti del culto della cittadina bosniaca è un dato di fatto, ma ormai Bergoglio, che ha posizioni cattoliche legate alla genuinità religiosa francescana, è un nemico. Questo lo mette all’indice tra le orde salviniane, e di conseguenza non è più l’autorevole capo della Chiesa cattolica ma, come addirittura è arrivato a scrivere Antonio Socci, giornalista e conduttore televisivo, una pedina del PD.

Ricapitoliamo. Salvini, campione della fede parla con la Madonna. Papa Bergoglio, massima autorità della Chiesa, sarebbe asservito al PD. Perché? Beh, perché ha criticato la strumentalizzazione mariana da parte del ducetto leghista, cosa anche abbastanza ovvia.

Apriti o cielo. Torniamo a Socci, che nel suo delirio scrive:

“…Ma al di la di questo, il popolo cattolico (quello di destra e sovranista NdR) è rimasto sconcertato. Si chiede: perché si bastona con questa veemenza chi affida il Paese alla Madonna e non si è fatta nessuna opposizione alle leggi laiciste dei governi PD, anzi, si è fatto votare quel partito?”

Se domani Salvini uscisse di casa a cavallo di un destriero immacolato con la corazza lucente e uno stendardo con scritto “in hoc signo vinces” non ci stupiremmo più di tanto. Giovanna d’Arco in fondo, nel nome di Gesu liberò la Francia dagli inglesi.

Ah…pensavate fosse roba da medioevo? Sbagliato, il medioevo è qui e forse non se n’è mai andato.

Fonte : Dinamopress

«Il mondo della destra politica polacca è una nebulosa davvero complicata, in cui si mischiano definizioni, portali, proclami, etc. e in cui è forse difficile identificare chi è chi. Ad ogni modo, è possibile sintetizzare gli schieramenti attuali attraverso quattro blocchi e raggruppamenti che sono anche abbastanza semplici e a loro modo ovvi.

 

ULTRA-CONSERVATORI E CRISTIANO-CONSERVATORI

In Italia avete Fratelli d’Italia, qua abbiamo Prawo i Sprawiedliwość (Pis) che è un partito molto simile, fatta eccezione per il diverso peso politico attuale. Cercano di presentarsi come una via di mezzo fra forza anti-establishement e partito di governo, posizionandosi molto ben dentro le istituzioni europee e beneficiando anche di fondi europei. Se si dovesse chiedere al loro leader Kaczyński, risponderebbe: «Meno coinvolgimento nelle politiche identitarie propugnate dall’Ue, ma sì un esercito europeo e ad altre forme di collaborazione e unione fra gli stati membri». Ma ancora, sono come delle piovre: tentano anche di compiacere il più possibile gli Stati Uniti, lasciando loro intendere che possono stabilire in Polonia delle loro basi, e il tutto secondo una visione strategica basata sulla previsione (totalmente fuori dalla realtà) per cui la Germania (il leader europeo, cioè) starebbe per collassare a causa dell’immigrazione e a causa di politiche progressiste. Quindi esprimono almeno 3-4 posizione contraddittorie allo stesso tempo.

C’è inoltre una corrente interna al Pis che è chiamata United Right Wing (non viene quasi mai usato questo nome nel discorso pubblico, ma tecnicamente si tratta di un gruppo parte del Pis). La loro posizione dal fatto che uno dei loro leader viene da un’altra area politica e da lui ereditano una posizione di ultra-liberismo nel mercato, che va in contraddizione con l’assetto generale del PiS ma, ad ogni modo, sono ultra-conservatori in materia di costruzione identitaria.

Poi c’è Solidarna Polska, che è alla destra del blocco governativo. Molto religiosi e ultra-conservatori al limite del nazionalismo. Si tratta di una corrente che è nei fatti dentro all’alleanza di governo ma che ha anche intensi contatti con il blocco di Konfederacja, che sta invece più a destra. In qualche modo funge da “cancello d’entrata” per i politici di destra estrema che vogliono entrare a far parte dell’establishment senza dover “perdere la propria verginità” con il Pis ma accoppiandosi a qualcuno di più piccolo, meno visibile e un filo più rispondente alle loro convinzioni.

Altri due gruppi di questo campo sono Europa Christi e Prawica Rzeczypospolitej.

Europa Christi è legato alla figura di Tadeusz Rydzyk, che è un sacerdote-oligarca a capo di una televisione, una radio e un’università. Un personaggio dunque molto influente, che riesce a spostare una quota di elettorato corrispondente più o meno a un 7% dei votanti. Rydzyk è molto intelligente: siccome non vuole appoggiarsi solo a Kaczyński, si è creato il suo piccolo partito, mettendogli a capo una persona fidata ma senza promuoverlo più di tanto. In pratica, se lo sta tenendo come “forza politica di riserva”: se dovessero affievolirsi i rapporti fra lui e il leader del Pis, ecco che inizierebbe a promuoverlo di più. È un “partito-gremlin” che per il momento viene tenuto fuori dall’acqua.

Prawica Rzeczypospolitej si trova più o meno nella stessa situazione. Orbita attorno al Pis ed è fortemente legato alla Chiesa. È composto da ultra-cattolici fondamentalisti, ma non così di estrema destra al punto da sostenere che è necessario abbattere la democrazia per instaurare uno stato autoritario.

L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE DINAMOPRESS

 

 

FONTE IL TIMES

Autore: Giorgio Levi

Un paio di settimane fa ho comprato un’auto nuova. Il prezzo mi sembrava un po’ alto (ed effettivamente lo è), poi il venditore, che non è un pirla, siccome siamo a fine anno, e lui deve fatturare, ha cominciato ad elencare tutta una serie di sconti e omaggi e presunte agevolazioni, che alla fine sembrava mi stesse facendo un regalo. E io, che sono molto sensibile a chi fa bene il proprio mestiere, ho acquistato l’auto.

John Elkann, quando si è affacciato alla concessionaria De Benedetti, deve avere avuto la stessa sensazione. A differenza mia però stava per acquistare una macchina usata e quasi sull’orlo della rottamazione. Ma siccome, anche lui, come il mio venditore, non è un pirla di acquirente ha approfittato dell’occasione e si è portato a casuccia sua il primo gruppo editoriale italiano di quotidiani. Abbastanza malandato, ma la ciccia c’è e il prezzo d’acquisto è stato più che ragionevole.

Ha pagato 0,46 centesimi per azione per 102,4 milioni di euro e per assicurarsi il 43,78% del capitale. Appena 2 anni fa Gedi quotava 0,80 centesimi. In due anni il mondo di Gedi si è capovolto. Il valore di mercato oggi era calcolato intorno ai 150 milioni di euro. Secondo alcuni osservatori la cifra giusta avrebbe dovuto essere sui 130 milioni. Dunque, John ha fatto di meglio.

Stupisce la frase che Marco De Benedetti avrebbe detto prima dell’accordo annunciato ieri sera: “Elkann ha fatto un’offerta che non si può rifiutare”. Allora,  il gruppo non era alla frutta, ma al digestivo dozzinale che ti blocca lo stomaco. Gedi era ad un passo dal crollo, che avrebbe trascinato non solo La Stampa e decine di quotidiani locali ma anche La Repubblica, considerata una corazzata.

D’altra parte, si era capito da tempo Gedi era una palla al piede di Cir. Kos e Sogefi (due altre attività della holding), producono utili operativi per 50 milioni la prima e per 37 milioni la seconda, l’editoria di Gedi ha raccolto appena 7 milioni. Secondo quanto pubblicato da Affaritaliani l’editoria faceva ricavi per 648 milioni con utile operativo negativo per 11 milioni. Mentre Kos con ricavi per 544 milioni produceva utili operativi positivi per 66 milioni e Sogefi con 1,6 miliardi di fatturato ha un utile operativo di 62 milioni. E’ evidente che il management di Gedi ha fatto la scuola dell’obbligo e si è fermato lì.

Un disastro, Elkann si è infilato nella concessionaria, spendendo meno della metà di quello che Exor ha appena investito (300 milioni di euro) per rimpolpare le casse della Juventus.

Se sarà un affare lo dirà il tempo. Quello che è certo è che peggio di così non poteva andare. Ora che si alza il velo sui conti e sul valore della società a Piazza Affari si capiscono molto più cose, compresi i tagli dei poligrafici, le restrizioni economiche ai giornalisti e il fatto che in quasi 3 anni l’editore non abbia mai presentato un piano industriale e uno editoriale.

(La riproduzione di questo articolo è libera, secondo quanto previsto dall’attribuzione di Creative Commons, all’unica  e inderogabile condizione che nel riprodurlo sia citato il nome di questo blog IL TIMES e che attraverso il link sia permesso al lettore di raggiungerlo)

 

 

FONTE CARMILLAONLINE

di Alessandra Daniele

 

In piazza contro Salvini ci sono le Sardine.
Ma dove sono i pastori sardi ai quali aveva promesso il latte a 1€ al litro?
Dove sono i lavoratori ai quali aveva assicurato l’abolizione totale della legge Fornero, e delle accise, al primo consiglio dei ministri dell’ormai defunto governo Grilloverde?
Perché gli elettori di Salvini ai comizi non gli chiedono conto delle cazzate che spara, invece di chiedergli un selfie?
E perché gli elettori grillini non riempiono le piazze per chiedere conto al Movimento 5 Stelle di tutti i continui voltafaccia, tradimenti, svendite, e sputtanamenti?
Com’è possibile che Matteo Renzi possa ancora mostrare in giro il suo faccione gommoso, senza che glielo spianino come la pasta della pizza?
Perché Zingaretti non viene spernacchiato a vista, quando proclama che la missione del PD è il titolo dell’ultimo pezzo sanremese di Elio e le Storie Tese, cioè “Vincere L’Odio”?
Il problema degli italiani non è la rabbia.
È la pazienza.
La rassegnazione.
I cileni, i francesi, i cinesi, i libanesi, gli iracheni, i boliviani, i catalani, gli iraniani s’incazzano.
Gli italiani sopportano.
Si sfogano sui social.
Ogni autunno, l’Italia frana. S’allaga, e si spappola nel fango.
Oggi è crollato un altro ponte.
E siamo solo a novembre.
In Italia ci sono ormai centinaia di crisi aziendali.
Le ditte licenziano, e se ne vanno.
Decine di migliaia di lavoratori aspettano che cali la scure.
Chi di loro protesta, lo fa in maniera completamente civile e pacifica.
Quando ogni tanto qualche manifestante davvero s’incazza, magari perché il padre è morto di Eternit, rovescia un cassonetto, o incrina una vetrina.
Il giorno dopo tutti i media gridano alla “devastazione”. E poi invocano lo Scudo Penale Totale Globale per le acciaierie che trasformano Taranto in un pianeta inabitabile per la specie umana.
Il simbolo delle Sardine ricorda il Pesce dei proto-cristiani.
Dalla Bestia social di Salvini hanno risposto con la foto d’un gatto che mastica un pesciolino. Si credono leoni del Colosseo. Ma sono solo leoni da tastiera.
In piazza ci sono le Sardine.
Però non basteranno, se nessun altro perderà la pazienza, vincerà la rassegnazione.
Diceva il vecchio slogan d’una marca di biscotti: il destino dei troppo buoni è finire mangiati.

FONTE PRESSENZA.COM

Il caso conosciuto dai media come “La balacera de Azopardo” (sparatoria di Azopardo”) si è occupato di cosa è successo il 27 ottobre 2007. In questo episodio Alberto “Beto” Cardozo, leader sociale dell’organizzazione Tekure e membro della Rete delle Organizzazioni Sociali, è stato inseguito da Fabián Ávila, l’unico condannato in questo caso, e da Jorge Rafael Páes, che è stato assolto. Secondo i testimoni, entrambi hanno sparato a Cardozo; un ragazzo di 11 anni è rimasto gravemente ferito.

Il giudice Pablo Pullen Llermanos ha usato questo caso per arrestare arbitrariamente Milagro Sala e Alberto Cardozo, che era stato vittima degli eventi oggetto di indagine. Tuttavia, il giudice lo ha illegalmente privato della libertà per estorcergli una testimonianza contro la leader sociale. Questa settimana la Corte di Cassazione ha confermato l’assoluzione sia di Sala che di Cardozo, come deciso dalla Corte n. 1 nel dicembre 2018.

L’accusa contro la leader sociale è stata fatta dal giudice Pullen Llermanos sulla base della testimonianza di Jorge Rafael Paés, coinvolto nei crimini oggetto di indagine. Latitante per due anni, fu assolto dopo aver testimoniato contro l’allora deputata del Parlasur. È necessario sottolineare il ruolo degli avvocati difensori della leader sociale Elizabeth Gómez Alcorta, Paula Álvarez Carrera e Luis Paz.

Il Comitato per la liberazione di Milagro Sala e dei prigionieri politici di Jujuy ha accolto con soddisfazione la conferma dell’assoluzione e hanno assicurato che si tratta di un primo passo verso la completa riabilitazione di Milagro Sala.

 

FONTE : MICROMEGA

Applaudito alla kermesse del Pd, l’ex ministro e portavoce del Forum disuguaglianze e diversità auspica che Zingaretti inauguri una nuova stagione: “Si è aperta una lunga strada che prova a riportare – in una sinistra da anni egemonizzata dal neoliberismo – una cultura che vede la giustizia ambientale e sociale come i veicoli dello sviluppo. Certo, sarà una battaglia”. E poi aggiunge: “Bisogna porsi il problema di rappresentare i subalterni, solo così si sconfigge la destra”.

intervista a Fabrizio Barca di Giacomo Russo Spena
 
“Non è il tempo di essere moderati: bisogna affermare una radicalità positiva in contrapposizione alla radicalità della peggior destra. E per radicale non intendo la redistribuzione dei fondi ma di poteri, qui è la sfida”. Fabrizio Barca, da mesi, sta lavorando con il suo Forum disuguaglianze e diversità per strutturarsi sui territori e costruire ponti tra culture differenti che si ritrovano nell'articolo 3 della Costituzione: “Dietro il nostro progetto c'è una certa trasversalità dell'agire politico, siamo mettendo insieme le conoscenze dei mondi della ricerca e della cittadinanza attiva”. Da ActionAid alla Caritas, da Legambiente a varie fondazioni passando per l'associazionismo diffuso, si stanno sviluppando campagne per contrastare le enormi diseguaglianze presenti nel Paese. Un grande lavoro di accumulazione sociale che stride con la crisi, a sinistra, della rappresentanza. Su questo Barca non ha dubbi: “Chi non si pone il problema della rappresentanza dei subalterni, è il vero irresponsabile perché non fa altro che continuare a regalare consensi a Salvini”.
L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE : MICROMEGA

Ringraziamo Fiom e Tiziana Parisi per questa testimonianza. Editor

Fonte Fiom Notizie

Mi chiamo Tiziana Parisi, lavoro in Automobili Lamborghini come impiegata commerciale da circa 16 anni e sono al primo mandato come delegata sindacale Fiom all’interno della mia azienda.

Uno dei progetti che subito mi ha visto entusiasta quando sono entrata in Fiom è stato l’accordo che Automobili Lamborghini insieme alla RSU aziendale e le Organizzazioni sindacali esterne hanno fatto con Emergency.

Certo è difficile associare due realtà completamente diverse. Un’azienda che produce automobili di lusso ed una Onlus che si occupa di offrire cure medico-chirurgiche gratuite alle vittime delle guerre e della povertà. Ma tutto ciò è diventato reale grazie all’impegno dei delegati sindacali che prima di me hanno siglato questo progetto e che l’hanno fortemente voluto, all’azienda che si è messa in gioco e ad Emergency che si è attivata per far sì che tutto funzionasse al meglio.
Secondo criteri precisi (tra l’altro tale esperienza è considerata come una trasferta formativa con la durata di circa una settimana), è stata offerta l’opportunità a tutti i dipendenti di prendere parte a questo progetto, chiamato “Progetto Italia” all’interno di un Politruck a Milano che svolge attività di supporto ai volontari della clinica mobile.
Questo truck (una specie di camion attrezzato di tutto punto) attraversa i quartieri meno fashion per fornire attività di medicina generale, pediatrica, mediazione culturale e orientamento socio sanitario.
La mia avventura con Emergency inizia un lunedì di pioggia su un treno in direzione Milano.
Guardo fuori dallo specchietto e mi chiedo cosa aspettarmi e che senso abbia una struttura del genere in Italia , perché è vero che da noi ci sono i poveri ma è altrettanto vero che l’art 32 della Costituzione parla chiaro : “ La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto all’individuo ed interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”

Tutti i cittadini extracomunitari o comunitari hanno diritto a ricevere le cure necessarie anche se privi di regolare documento di soggiorno.

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Quando arrivo in via Odazio, scorgo da lontano un camion lungo circa 12 metri, ed un uomo intento ad allacciare la corrente ad un generatore, incurante della pioggia insistente che lo stava bagnando. Arrivo e mi accoglie con un grande sorriso. Dopo neanche 10 minuti tutto lo staff (dottore, infermieri, mediatori) mi fanno sentire parte integrante del team.
Li ho travolti con mille domande, con tanti dubbi e sul perché della loro presenza nel territorio di Milano ma è bastato poco per comprendere.
In quei giorni ho visto decine e decine di persone: italiani, comunitari, extracomunitari salire su quel camion rosso, perché non è vero che in Italia siamo tutti uguali, perché se sei povero, non parli la nostra lingua o semplicemente non sai orientarti nel sistema sanitario, ti senti solo ed inerme.
Perché ho capito, in quei giorni, che aldilà delle cure, le persone che salgono sul quel truck, vogliono essere accolte, ed i ragazzi di Emergency lo fanno con professionalità e gentilezza.
Chi sceglie di andare lì, lo fa anche per sentirsi almeno per pochi attimi accudito e non emarginato, in poche parole meno solo.
Chi va lì non è considerato povero, extracomunitario, malato, chi va lì viene solo visto come un essere umano.
Questa esperienza mi ha messo in contatto con la parte più intima di me, mi ha colpito nella mia fragilità.
Mi sono resa conto di come io fossi inconsapevolmente una privilegiata solo per essere nata in un posto che nonostante le sue difficoltà, mi ha garantito di studiare, di lavorare, di crearmi un futuro.
Che quelle persone invece le mie stesse opportunità, nel loro paese non le hanno avute.
Ci sono esperienze che lasciano inevitabilmente un segno nel cuore. Questa esperienza con Emergency ha avuto il potere di farlo.
Molto spesso quando leggiamo articoli di giornale o semplicemente guardiamo le notizie in un TG, quello che viviamo è una storia che comunque è lontana dalla nostra realtà.
Quando invece ti metti in prima linea e ti spogli dei tuoi pregiudizi, ogni persona che incontri, ogni povero, ogni emarginato, per magia non è più una storia che non ti interessa, ma invece ti appartiene, perché ha un nome, un volto, un odore.

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Ecco questo non potrò mai dimenticare della mia settimana di volontariato a Milano: Gli occhi delle persone, a tratti tristi, arrabbiati, vuoti, ma anche speranzosi, fiduciosi .
Occhi che hanno attraversato i miei ed hanno toccato la mia anima
Dovremmo vivere tutti con la consapevolezza di essere uguali e che dietro ogni disagio esiste una mancata opportunità, dietro ogni discriminazione si nasconde l’ignorare la storia di un individuo, del suo viaggio in questo mondo, a volte fatto di difficoltà e carenza.
La mia avventura è finita il venerdì sera, a Milano non pioveva anzi c’era un timido sole.
Ho ripreso il treno verso Bologna e mentre scorrevo le foto scattate in quei giorni mi è rimbalzato agli occhi questa scritta sul dorso del Politruck:
“Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”
Preambolo dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – 10 Dicembre 1948.

Tiziana Parisi delegata Fiom Automobili Lamborghini

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Il 18 ottobre, dopo aver saltato per alcuni giorni i tornelli della metropolitana per evitare di pagare la tariffa, gli studenti delle scuole superiori hanno raggiunto una speciale sintonia con la popolazione che ha scatenato continue proteste in tutto il paese, un fenomeno che è stato chiamato “Cile si è svegliato” o “la marcia della dignità”.

Ecco le cifre per l’anniversario di un mese, probabilmente il più intenso della nostra storia:

23 morti – 2.365 feriti curati negli ospedali (42 da proiettili, 45 da armi a pallini, 400 da armi da fuoco non identificate, 774 da pallettoni, 1.104 da colpi, gas e altro) – 258 persone ferite agli occhi.

22.957 Carabineros nelle caserme – 15.911 Carabineros sul campo – 28.908 membri in uniforme delle Forze Armate nelle strade – 51.000 membri delle Forze Armate nelle caserme.

4.317.076 manifestanti in tutto il paese, di cui 2.314.356 nella regione metropolitana*.

Il servizio fotografico è di Laura Feldguer, Riccardo Marinai e Claudia Aranda:

*fonte: papeldigital.latercera.com

 

FONTE RAIAWADUNIA

La battaglia campale di Sacaba (dipartimento andino di Cochabamba), che ha visto affrontarsi  “cocaleros” seguaci di Evo Morales e militari dal grilletto facile, ha fatto innalzare ulteriormente  il numero totale di vittime del golpe in atto in Bolivia.

“Ci sono almeno 23 persone uccise e 215 ferite dall’inizio della crisi istituzionale e politica (un mese fa)”, ha confermato la Commissione interamericana per i diritti umani (IACHR) questa domenica, che ha anche avvisato il mondo dei pericoli del decreto del governo che esonera i militari da ogni responsabilità  “in caso di legittima difesa”.

“Il  decreto stimola la repressione violenta”, ha avvertito lo IACHR.

I “cocaleros” hanno tenuto una riunione  sabato sera vicino al luogo in cui i corpi dei loro compagni uccisi erano depositati. La maggioranza ha optato per un ultimatum di 48 ore al presidente provvisorio Jeanine Áñez: o si dimette o loro bloccheranno il Paese.

L'ARTICOLO PROSEGUE ALLA FONTE SU RAIAWADUNIA

 

Autore : Angelo D'Orsi

FONTE : IL BLOG DI ANGELO D'ORSI

Uno scorcio di Campinas, terza città del BrasileUno scorcio di Campinas, terza città dello Stgato di San Paolo in Brasile

Campinas è la terza città in ordine di importanza dello Stato di San Paolo. L’area metropolitana si avvicina ai tre milioni di abitanti. Si tratta in verità di una piccola San Paolo, senza il fascino tremendo della megalopoli brasiliana.

Il campus di Unicamp a Campinas

Anche Campinas ha però grattacieli, una economia postindustriale abbastanza fiorente, e una rinomata università «estadual», ossia dello Stato di San Paolo, mentre altre università sono «federais», cioè nazionali, essendo il Brasile una Repubblica Federale. Poi naturalmente vi sono le università private, che si dividono in quelle religiose (cattoliche e evangeliche, nelle diverse sette) e quelle legate a industrie, banche e centri finanziari. Infine, le università straniere, sostanzialmente statunintensi. UniCamp ha un’ottima reputazione, e resiste all’azione violenta di Bozo, volta a cancellare i fondi, a ridurre l’autonomia, a sottoporre a pressione politica tutti gli atenei pubblici, sia quelli federali (di solito i meno ricchi finanziariamente), sia quelli statali (che godono sovente di finanziamenti anche privati in aggiunta a quelli pubblici).

ENTRANDO NEL CAMPUS – in Brasile tutte le università sono collocate in campus, di regole esterni alla cinta cittadina – la prima cosa che si nota sono i manifesti che ricordano Marielle Franco, la sociologa e attivista uccisa nel marzo 2018, ormai divenuta una icona della resistenza antibozonarista.

Capannelli di studenti chiacchierano dei programmi di studio, ma anche di politica. Mi raccontano che l’elezione del capitano dell’esercito alla presidenza della Repubblica, ha rappresentato un fattore di divisione nella società, e persino all’interno delle famiglie. Una studentessa scherzosamente ma non troppo parla di divorzi provocati dalla contrapposizione tra coniugi, di rotture di relazioni tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle. Alcuni, sento, hanno sostenuto Bolsonaro accogliendo, più o meno in buona fede, il messaggio anticorruzione e di modernizzazione che gli spin doctors americani prepararono per la campagna elettorale vincente del truce Bozo.

A questi sudenti e ai loro professori, e professoresse, numerosissime, vado a parlare di fascismo, in chiave storica e politologica: un confronto, che mi viene quasi imposto a viva forza, tra il fascismo classico e le forme odierne che ad esso possano essere avvicinate…

LA DOMANDA CHE PERCORRE docenti e discenti, è se il Brasile di Bozo sia paragonabile al paese che diede i natali ai Fasci di Combattimento, e se la linea politica bolsonarista sia simile o addirittura uguale nella sostanza a quella fascista. Ma quando, dopo la conferenza, mi ritrovo con un gruppo ristretto, a mangiare una pizza, e bere una birra, provo a chiedere a ciascuno dei presenti le ragioni della vittoria di Bozo, immediatamente le opinioni si dividono, entrano in contrasto, anche assai vivace.

LE FAKE NEWS DIFFUSE dallo staff di Bolsonaro sono considerate da tutti la sua arma vincente, ma v’è chi insiste sulla debolezza e la divisione del campo avverso, quello «progressista». E alla fine, emerge una delle spiegazioni più interessanti, che mi riportano con la mente in Italia: Bolsonaro ha vinto perché il PT, il Partido dos Trabalhadores, il partito di Lula, era ormai da tempo afflitto dalla corruzione, e Bolsonaro ha insistito su questo elemento, aiutato dalla campagna «Lava Jato» (letteralmente «Autolavaggio») di cui fu animatore il giudice Sérgio Moro, poi finito nei guai, a sua volta.

COME DIRE, LA SINISTRA viene sconfitta quando diventa «come gli altri», o se si vuole, quando rinuncia a fare la sua parte, sulla base di discriminanti verso la destra, e si trasforma in una costola della destra…
C’è voglia di discutere, bisogno di capire, e mi rendo conto che questa fetta di popolazione che è la futura classe dirigente o una sua parte importante, è smarrita, quasi incredula: coloro a cui pongo la domanda: come è potuto accadere ciò che è accaduto negli ultimi anni in Brasile? L’inchiesta giudiziaria, il fango su Dilma Rousseff, e il golpe (qui dicono proprio così: «Il golpe del 2016»), che detronizzò Dilma e mandò in prigione Lula come due malfattori, hanno rappresentato un vero tsunami sulla società brasiliana, e la borghesia progressista, il «ceto medio riflessivo», non solo non si sono ripresi, ma ancor cercano vie per capire e per reagire.

LO STESSO ADDAD, il competitor sfortunato di Bozo, su cui sento solo giudizi positivi, ha tuttavia la colpa di essere del PT, e di venir percepito come parte del «sistema», contro cui si è scagliato Bolsonaro, presentandosi, al solito, come quello che è fuori della casta, ma che ne fa parte pienamente da sempre.
Un messaggio che evidentemente paga. Noi italiani ne sappiamo qualcosa. Un senso di smarrimento mi colpisce a mia volta, quando vuotati i bicchieri, ci alziamo dai tavoli dove studenti e colleghi si sono assiepati bisognosi non soltanto di ascoltare lo studioso straniero, ma anche e soprattutto di esternargli la propria angoscia, quasi a cercare rifugio nell’analisi teorica davanti al fallimento dell’azione politica.

II Puntata del reportage brasiliano (“il Manifesto”, 21 settembre 2019)

 

FONTE ARTICOLO21 CHE RINGRAZIAMO 

Lei si chiama Marwa Mahmoud ed stata nominata presidente della Commissione “Diritti Umani” del Comune di Reggio Emilia ma ancora prima che l’organismo consiliare cominciasse i lavori è partita un’insolita nota di censura firmata da tutti i gruppi di opposizione e in cui il primo firmatario è il capogruppo della Lega, Matteo Melato. Cosa è accaduto di così grave da portare alla censura formale? Sostengono le opposizioni che la Presidente ha avviato incontri istituzionali senza passare prima dalla Commissione e che abbia votato una mozione del Pd (passata a maggioranza) su percorsi di pace in Bosnia mentre ha espresso voto contrario ad un’altra mozione, delle minoranze, sulla cancellazione di una strada intitolata a Tito. Ciò, secondo la richiesta di censura depositata dalla Lega, inficia l’indipendenza e l’imparzialità che devono, invece, caratterizzare il ruolo dei Presidenti delle Commissioni e in specie di questa Commissione che si occupa di temi delicati afferenti, appunto, i diritti umani.

Ma stanno davvero così le cose, oppure siamo davanti all’ennesima azione di razzismo più o meno strisciante, posto che la Mahmoud è egiziana, seppur cresciuta a Massenzatico? E’ inevitabile in un momento come quello che si sta vivendo in Italia porsi questo tipo di domande, tanto più che si sta parlando di una giovane donna impegnata sul fronte dei diritti civili degli immigrati e sull’integrazione culturale della seconda generazione di stranieri presenti in Italia. E poi è una donna, che lavora nel mondo della comunicazione. Non sarà questo, per caso, il suo vero “difetto”? Marwa Mahmoud è stata anche responsabile progetti di educazione interculturale del Centro Culturale Mondoinsieme di Reggio Emilia. Nata ad Alessandria d’Egitto, è arrivata in Italia da bambina insieme ai genitori, è laureata in Lingue e Letterature Straniere, collabora con il Centro Culturale Mondinsieme dal 2004, inizialmente come educatrice e redattrice di progetti giornalistici.

Fa inoltre parte del direttivo del Coordinamento Nazionale delle Nuove Generazioni Italiane e del consiglio nazionale dell’Istituto Cervi di Gattico. Scrive su Piattaforma Infanzia e ha lavorato per la Gazzetta di Reggio. Un curriculum che era sembrato più che sufficiente per affidarle la delicata commissione sui diritti umani. Invece è bastato un voto espresso liberamente, come spetta a qualunque esponente politico, per mettere in discussione proprio lei, la giovane Presidente sgradita alla Lega.

Dall'Agenzia cilena lavaca.org riprendiamo questo articolo: 

 

 

 

 

Come è stata vissuta e cosa ha detto ieri la massiccia mobilitazione a La Moneda, a Santiago, in Cile, dove il clima si riscalda sempre di più. Un uomo morto in Concepción, ferito da pallini che indicano gli occhi, insegnanti e operatori sanitari repressi ma ancora avanzando. Cronaca urgente dalle strade in cui è scritto il futuro latinoamericano.

Di Maxi Goldschmidt di Santiago per lavaca.org

Master fioriere represse. Così inizia martedì nelle strade di Santiago, dove si è svolta un'altra marcia massiccia, questa volta a La Moneda.

L'odore del bruciore si sente forte su La Alameda Avenue: le manifestazioni di lunedì si sono concluse con più incendi commerciali rispetto ad altri giorni e in alcuni casi si sono persino diffuse negli edifici che dovevano essere evacuati. Il tempo per le strade si riscalda di più, mentre le risposte ufficiali sembrano solo aggiungere più combustibile al fuoco.

-Vai, capre, non indietreggiare: devi arrivare a La Moneda.

Il motto di martedì era quello di manifestare in quel luogo storico, ma spostarsi attraverso le strade circostanti non era facile: gli agenti di polizia hanno difeso l'edificio con benzina e spari. Più tardi, il direttore generale dei Carabineros, Mario Rozas, dirà che la sua forza non ha commesso errori in questi giorni e che è "molto contento del lavoro svolto".

Ieri, tra le nuove decine di feriti c'era un funzionario del National Institute of Human Rights (NHRI), che ha ricevuto sette pallottole nel suo corpo. Secondo quell'agenzia statale, fino a ieri sera c'erano 1233 feriti che venivano curati negli ospedali. Di questi, almeno 140 soffrono di danni agli occhi.

"I primi giorni in cui i pacos hanno sparato alle gambe, ora indicano la testa e gli occhi", è la testimonianza ripetuta da medici e infermieri nelle postazioni sanitarie autogestite che continuano a spuntare in tutta la città. Uno striscione mostra un paio di occhi infranti. Si chiede: "Quanti altri per  aprire i tuoi ?"

La salute del modello

E come, come e come è il weá? I pazienti muoiono e nessuno fa nulla.

La canzone viene ascoltata attraverso il centro di Santiago, nel mezzo di una processione di cinque blocchi afflitta da entrambi i dottori di tutti i colori. Scendono in Mac Giver Street, dal Ministero della Salute a La Alameda.

"È la prima volta che tutti i settori sanitari sono uniti: medici, infermieri, studenti", afferma Leonor Palma, entrambi fioriti, 42 anni, 15 infermieri di emergenza. Porta un cartello: "Per i miei pazienti ricoverati in ospedale nei corridoi".

- Sono venuto per loro, che trascorrono fino a cinque o sei giorni in attesa di un letto. Le persone che muoiono senza essere curate, e questo non è detto, perché è vietato filmare, fare foto o diffondere ciò che accade negli ospedali pubblici.

Fischi e un suono di percussioni diverso: oltre alle pentole, vengono aggiunti vassoi d'argento che di solito contengono bisturi e altri strumenti chirurgici. Un gruppo di dentisti li colpisce con tazze in acciaio inossidabile e secchi di metallo per fare impronte dentali.

-Se ricevo un prematuro e non ho spazio in ospedale, ho l'obbligo di indirizzarti a una clinica privata. E lo Stato preferisce pagare i premi piuttosto che guadagnare più posti letto o investire nella sanità pubblica. Gran parte della risorsa va al servizio privato.

Irene è una neonatologa, lavora 39 anni fa in un ospedale pubblico e fornisce un esempio pratico di ciò che, a pochi metri dietro la lunga roulotte, ha appena spiegato Sebastian Wendt. “Lo Stato sovvenziona le aziende anziché le persone. E quello che vale, paga dieci. Ciò si ottiene grazie della porta girevole.  Gli uomini d'affari diventano legislatori, votano le leggi e poi divengono direttori di società sanitarie private finanziate da accordi con lo Stato. Ecco come viene gestito il neoliberismo ”, afferma Sebastian, uno psicologo, 40 anni, con un grembiule bianco e un megafono in mano.

"Violento è chiamare un paziente per la chemio due mesi dopo la sua morte", dice un altro dei manifesti il ​​cui slogan, con diversi esempi, si ripete lungo la marcia che avanza lungo una delle corsie di La Alameda verso Piazza italia.

Nell'altra corsia, a passo lento e curvo su un medico di 77 anni, grembiule bianco, mezzo secolo di lavoro in un ospedale pubblico. Si chiama Andrés, è tossicologo e dice: «Per la prima volta nella mia vita vedo che è possibile un profondo cambiamento nel sistema sanitario. Dobbiamo cogliere questo momento, perché ora può essere raggiunto ».

Daniela Miranda è una sociologa, 34 anni. Tutto intorno c'è fumo nero, odore di gas, camion dei pompieri che passano a tutta velocità. Sirene, urla. Salutate e lasciate fluttuare un'altra frase che come "assassini" e "Cile si sono svegliati", è una delle più sentite in strada: «Le persone non sono disposte a tornare indietro nelle loro richieste. C'è paura, ovviamente, ma la paura più grande è un'altra. La paura di molti è che questo sia finito e che nulla cambi.

Oggi c'è uno sciopero nazionale e fin dall'inizio nuove manifestazioni, che si replicano in altre città. Una carovana è partita ieri sera da Valparaiso e intende raggiungere La Moneda oggi alle 20.

Il governo e i media, nel frattempo, insistono nel concentrarsi sulla violenza dei manifestanti.

Daniela è una di queste, armata di padella e cucchiaio di legno. E dice:

-Se non ora, quando ?


Cos'è l'Agenzia lavaca.org ?

lavaca.org  è la casa virtuale della nostra cooperativa. Abbiamo abitato la rete dall'aprile 2002, ma la nostra nascita è avvenuta il 19 e 20 dicembre 2001, per strada e gridando "Lasciateli andare tutti". È nata la nostra prima nota, che distribuiamo per posta tra i nostri contatti e con il motto "anticopyright". Oggi fa parte del libro  Grandi cronache giornalistiche , curato dal Fondo de Cultura Económica, insieme a testi di José Martí, John Reed, Elena Poniatowska, tra gli altri classici.

Da allora fino ad oggi,  Lavaca  intende generare strumenti, informazioni, collegamenti e conoscenze che migliorano l'autonomia delle persone e delle loro organizzazioni sociali.

Comprendiamo per autonomia:

  • Autogestione di progetti di vita personali e collettivi.
  • Il libero flusso di nuovi modi di pensare e di agire.
  • L'esercizio della libertà, inteso come una forma di potere sociale.

PROSEGUE SU LAVACA.ORG

 

 

 

FONTE DINAMOPRESS

In queste ore i giornalisti della cooperativa argentina La Vaca – Mu sono in Cile per documentare la rivolta contro il presidente Piñera e la repressione dei militari

I giornalisti della cooperativa di Buenos Aires Lavaca – Mu, che conosciamo e con cui abbiamo condiviso la copertura degli incendi in Amazzonia, sono in queste ore in Cile per documentare la rivolta della popolazione e la durissima repressione dei militari.

Proprio adesso ci è arrivata la notizia che la loro pagina Facebook è stata oscurata. Traduciamo e rilanciamo il loro comunicato.

#MUINCILE: LA COPERTURA CHE FACEBOOK CENSURA

Facebook ha censurato la nostra pagina il giorno che coprivamo dal vivo la protesta di massa e pacifica contro le politiche del governo di Sebastián Piñera repressa dai carabinieri nelle strade di Santiago.

Pensiamo si tratti di un attentato in più alla libertà di espressione e di accesso all’informazione. Inoltre, è un attacco alla nostra possibilità di lavorare e di informare, a due giorni dal processo elettorale [in Argentina si terranno nel fine settimana le elezioni politiche, ndt].

Condividiamo le principali informazioni dI un’altra giornata segnata da una ribellione storica in Cile. Questa copertura è possibile soltanto grazie a voi, lettori e lettrici. Continuate a seguirci nella nostra pagina Instagram @mu.lavaca. Sul nostro account twitter: @lavactuitera. E sul nostro sito, con il materiale completo: www.lavaca.org.

Aiutateci a condividere.

Alcuni materiali di Lavaca – Mu dal Cile:

LA PRIMAVERA CHILENA: CRÓNICA URGENTE DESDE LA CRISIS DEL NEOLIBERALISMO

#MUEnChile: Volar hacia la revuelta

FONTE PRESSENZA.COM

Autore . 25.10.2019 - Yasha Maccanico

Siamo in una fase in cui la distruttività delle attuali politiche contro l’immigrazione è all’ordine del giorno. Gli abusi e le morti di persone non europee provocate colpevolmente dall’Unione Europea e dai suoi stati sono note da vari decenni, ma non sembra che importi a nessuno a livello politico e di elaborazione delle politiche nazionali ed europee in questo campo. Sono dei danni calcolati e considerati utili per perfezionare le politiche contro l’immigrazione, dalle migliaia di morti in mare al finanziamento di campi di tortura e detenzione in Libia, allo smantellamento delle norme del diritto internazionale e comunitario in violazione delle Costituzioni nazionali. I migranti cosiddetti irregolari vanno esclusi da ogni salvaguardia e diritto, e bisogna impedire ai richiedenti asilo di arrivare. Se arrivano in Europa, bisogna annacquare le garanzie, rendere inutilizzabili i gradi di giudizio ed elaborare delle procedure per il rifiuto automatico delle richieste in base a nozioni come quelle dei paesi sicuri, subordinando lo stato di diritto alla priorità di escludere le persone dai procedimenti in modo celere e inappellabile.

LA GUERRA CONTRO I PROFUGHI 

Dopo la sospensione dell’operazione Mare Nostrum nell’autunno del 2014, le politiche d’immigrazione sono state usate come un martello demolitore per smontare i diritti umani, lo stato di diritto e alcuni principi fondamentali di civiltà per perseguire gli obiettivi strategici dell’Agenda Europea sull’Immigrazione. La guerra contro i migranti si è trasformata in una guerra contro chi non la sostiene, in particolare contro chi resiste aiutando le persone che si trovano in difficoltà proprio a causa della condizione di clandestinità amministrativa applicata a chi entra nell’UE senza autorizzazione. Anche i giudici che applicano le leggi disobbedendo alle autorità esecutive, i pm che investigano i reati che queste compiono e i cittadini che si adoperano per coprire gli obblighi che sarebbero degli Stati ma che questi ultimi ignorano, sono ormai sotto attacco. Persino il Papa viene attaccato perché evoca dei principi della dottrina cristiana legati all’accoglienza e all’aiuto del prossimo.

Dopo avere messo in discussione il diritto alla vita, le norme del diritto del mare, l’obbligo di soccorrere le persone in pericolo e il principio di solidarietà, l’Italia ha normalizzato la tortura (anche per gli europei soccorritori di migranti e rifugiati) in mare e l’omissione di soccorso istituzionalizzata, con la colpevole complicità dell’UE. In mare si continua a morire, mentre gli Stati sequestrano i mezzi di soccorso autofinanziati dai cittadini e arretrano il raggio d’azione delle loro risorse.

Se tutto ciò non bastasse, ora il presidente turco Erdogan ha compiuto il passo successivo, giustificando una azione armata, il bombardamento di un territorio e la sua occupazione per sgomberare una regione da destinare all’accoglienza dei rifugiati. Tale operazione ha l’acre odore della pulizia etnica contro la popolazione curda e rischia di produrre un importante numero di nuovi rifugiati in fuga dal conflitto, oltre ad alimentare una ripresa delle attività belliche in una zona ormai sicura. Ma l’Unione Europea si è resa ricattabile stipulando l’accordo del 2016, con il quale ha pagato ingenti somme a un governo, quello di Erdogan, impegnato a  mettere la museruola alla società civile turca attraverso la persecuzione di chiunque esprima dissenso. Questa deriva autoritaria è stata attuata, e continua ad esserlo, tramite il licenziamento degli impiegati pubblici e l’incriminazione dei dissidenti, anche in ambito universitario, giornalistico, legale e giudiziario. Coloro che si battono per i diritti umani, politici e civili sono in pericolo, ma la UE ha scelto di finanziare un presidente mentre promuove l’autoritarismo pur di  essere protetta dall’arrivo dei rifugiati. Si è legata le mani da sola, rendendo impossibile il dichiarato obiettivo di promuovere i diritti umani nel mondo che avrebbe imposto una censura degli sviluppi in corso in Turchia.

Tale cortocircuito si è reso palese quando, ottobre 2019, Erdogan ha avvisato l’Europa di non criticare l’operazione da lui stesso battezzata “Fonte di pace”. Evocando la minaccia di un’invasione di profughi. Inoltre, il desiderio turco di dotarsi di una zona cuscinetto oltre i propri confini per la sicurezza interna ha messo in secondo piano la vera emergenza di questa regione, la presenza dell’Isis. L’attacco alle milizie curde, che hanno aiutato l’Occidente nella guerra contro lo Stato Islamico, ha infatti la diretta conseguenza di lasciare campo libero all’estremismo jihadista in una zona pacificata nella quale si stava realizzando un progetto di democrazia inclusiva, multiculturale, ecologista e femminista, antitesi dell’autoritarismo che sta sempre più prendendo piede in molti angoli del mondo.

Le minacce di Erdogan sono simili a quelle che periodicamente lanciava il colonnello Gheddafi, entrambi consapevoli della debolezza del Vecchio Continente attanagliato nella propria ossessione anti-migratoria. Anche l’appoggio e il finanziamento di regimi autoritari appare una costante delle politiche europee, a partire dall’Egitto di al-Sisi, con il quale la cooperazione e l’accordo di riammissione funzionante sono considerati una pratica esemplare. Mentre è vero che la rotta Egitto-Italia è stata bloccata, è anche vero che le sparizioni, uccisioni e detenzioni di oppositori politici nel paese nordafricano sono all’ordine del giorno, e il caso del ricercatore italiano Giulio Regeni ne è un esempio che non si deve ignorare.

In Marocco, la rinnovata intensificazione dei rapporti dopo la ripresa delle partenze lungo la rotta del Mediterraneo occidentale verso la Spagna nella primavera del 2018 (dopo gli sforzi per chiudere le rotte del Mediterraneo centrale e occidentale) ha portato a una recrudescenza della caccia al migrante – nero – nel nord del paese. Sia in mare sia sulla terraferma, si è registrato un aumento dei morti, come succede in ogni luogo dove si affacciano queste politiche europee di esternalizzazione. I finanziamenti alle varie milizie e regimi, come i memorandum di intesa che stanno sostituendo gli accordi formali, sono diventati ormai strumenti tecnici e operativi, interventi decisi direttamente dagli esecutivi evitando il dibattito e il controllo parlamentare. Un esempio su tutti, l’intesa dell’agosto 2016 tra il Dipartimento di Sicurezza Pubblica italiano e la Polizia Nazionale Sudanese.

L’AGENDA EUROPEA E LA DESTRA UTILE

Oltre a subordinare i diritti umani e lo stato di diritto all’efficacia delle politiche contro l’immigrazione, attraverso l’Agenda Europea la Commissione e Frontex hanno deciso di servirsi dell’estrema destra per sconfiggere le resistenze provenienti dalla società civile contro politiche basate sul razzismo e sulla discriminazione istituzionale. Le hanno fornito degli argomenti che l’hanno legittimata, portandola al centro dell’arena politica, in modo eclatante nel caso italiano dopo l’arrivo della Task Force Regionale di Frontex a Catania nel contesto dell’implementazione dell’approccio hotspot. Da lì, sono partite le insinuazioni che hanno fomentato la guerra contro le ONG e contro gli immigrati, tanto da reinterpretare quella che era una vulgata razzista dell’estrema destra in un pensiero “normalizzato”. Chi non sostiene le politiche e gli interventi contro i migranti è stato tacciato di essere un fattore di attrazione, i famosi pull factor, dei migranti. Le ONG sono diventate invece “taxi del mare” o, ancora peggio, “complici dei trafficanti”.  Nel frattempo, invece, i trafficanti veri negoziavano direttamente con il governo italiano e venivano convertiti in una guardia costiera con la quale collabora la missione EUNAVFOR MED.

Tornando alla Turchia, il patto UE-Turchia rappresenta l’essenza del refoulement, il principio del respingimento e dunque sono stati applicati alcuni stratagemmi. Innanzitutto è stato siglato usando una formula che non espone l’Europa a possibili sanzioni o censure: i capi di stato e di governo degli Stati membri dell’UE.

In secondo luogo è stato trovato un escamotage per giustificare il “trasferimento” in Turchia. Il trucco della nazionalità usato negli  hotspot italiani per limitare le relocation verso gli altri Stati membri, non poteva funzionare in Grecia, dove arrivano soprattutto persone in fuga da conflitti come Siria e Iraq e poi Afghanistan e Yemen). Dunque, è stata arbitrariamente fissata una data, il 21 marzo 2016, oltre la quale chiunque fosse arrivato sarebbe stato ineludibilmente ritrasferito in Turchia, incredibilmente considerato un luogo sicuro per i rifugiati. E in attesa di questo trasferimento, sarebbe stato tenuto, a volte anche per lunghi periodi, nei centri di accoglienza delle isole greche, le cui condizioni di pericoloso sovraffollamento sono note. Un modo utile ed efficace per poter anche negare sistematicamente di fatto l’asilo e per mantenere a oltranza i rifugiati nei campi allestiti ai bordi del continente. Tra settembre e ottobre 2019, ci sono stati alcuni incendi nei campi di Lesbos e di Samos, entrambi sovraffollati e con condizioni di vita ignobili sin dal momento della loro creazione e poi via via peggiorate.

L’UE e i suoi Stati membri hanno condotto una pressante azione sovversiva negli ultimi cinque anni per raggiungere gli obiettivi fissati nell’Agenda Europea. In rapida successione, e ignorando le insistenti critiche dell’ONU, dei suoi relatori speciali e della società civile europea, sono stati subordinati alle politiche d’immigrazione: il diritto internazionale e comunitario; le Costituzioni nazionali; il diritto del mare; la proibizione del refoulement e della tortura, i trattamenti inumani e degradanti; il diritto alla vita attraverso l’omissione di soccorso istituzionalizzata; il dovere di solidarietà e i diritti civili e politici dei cittadini europei e il diritto all’informazione.

Al di là delle colpe e dei meriti dei diversi governi, va sottolineata la regia della Commissione Europea, in violazione del suo ruolo di guardiana dei trattati europei. Nei fatti, però, gli obiettivi di queste politiche sono serviti come pretesti per smontare dei cardini della civiltà europea, giungendo fino alla soglia della tortura in mare dei naufraghi e anche dei cittadini europei che li hanno soccorsi rifiutandosi di ottemperare alla volontà sempre più esplicita dell’UE e degli Stati di non mettere in salvo vite umane. Insieme al diritto alla vita, anche i doveri di soccorso in mare e di solidarietà (sancito anche dalla Costituzione italiana ancor prima che dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani) sono stati messi in dubbio in nome dell’efficacia di queste politiche di chiusura.

LA CHIUSURA DEL CERCHIO 

La chiusura del cerchio si è avuta nel passaggio dall’uso di queste politiche per giustificare dei crimini di Stato commessi in modo indiretto al loro uso come giustificazione per bombardare, uccidere e sgomberare un’area dove depositare rifugiati  ai quali l’Europa rifiuta sistematicamente l’ingresso.

Rifugiati che la Turchia ha usato come pretesto per fare i conti con una sua nemesi storica, i curdi, colpevoli di aver portato avanti un esperimento di governo dal basso che rischia di attecchire.

LOGICHE INTERNE NEL SOSTEGNO A REGIMI ESTERNI 

Come segnalato da una rete di accademici europei critici, queste politiche promuovono la discrezionalità nell’esercizio del potere da parte degli Stati internamente e questo si traduce inevitabilmente nel sostegno a regimi o governi autoritari all’estero. La devastante logica strumentale che permette la lotta contro l’immigrazione illegale o contro i trafficanti a scapito di ogni altro valore, principio o regola si sta rivelando sempre più come una forma di autolesionismo che degrada sia l’Europa che il mondo. Il collegamento di queste politiche con la nuova guerra nella Siria settentrionale è esplicito nell’invito della suddetta rete di accademici per fare cessare le morti e l’attacco turco, nelle seguenti rivendicazioni:

Chiediamo al Consiglio Europeo e ai governi dell’UE di:

  • Porre fine all’accordo UE-Turchia.
  • Porre fine al partnerariato con il governo di Erdogan, far cessare le forniture di armi e usare ogni via disponibile per fermare subito la guerra contro il Rojava nel nord della Siria.
  • Evacuare immediatamente i campi per migranti sulle isole greche, e permettere a chi vi risiede la libertà di movimento in Europa, e la loro accoglienza da parte delle Città della Solidarietà.
  • Fissare delle nuove fondamenta politiche per l’immigrazione e l’asilo in Europa, con delle politiche che si compromettano a difendere i diritti umani dei rifugiati e dei migranti in Siria, nel Mediterraneo e nella stessa Europa.”      

Yasha Maccanico è rappresentante di Statewatch, ricercatore presso l’Università di Bristol e uno dei cofondatori di Osservatorio Solidarietà

 

 

AUTORE: Angelo D'orsi

FONTE ILMANIFESTO

La risoluzione del Parlamento europeo, fondata sulla equiparazione tra nazifascismo e comunismo, rappresenta insieme un mostro storico e una bestialità politica. Ma è anche una clamorosa conferma della superfluità “esistenziale” di questo organismo.

Se davvero si vuole una Europa unita, e se la si vuole come si dovrebbe, rifare a fundamentis, il Parlamento europeo sarà semplicemente da eliminare. Un gruppo di signori, godenti di privilegi, che hanno poco o nulla da fare nella vita, sono riusciti a formulare un testo basato su un modesto imparaticcio scolastico, senza capo né coda, un documento lunghissimo, farcito di premesse, di riferimenti interni alla legislazione eurounitaria, ma ahinoi, purtroppo, anche con una serie di ragguagli che pretendono di essere storici, ma sono un esempio di revisionismo ideologico all’ennesima potenza: insomma, il mai abbastanza vituperato «rovescismo», fase suprema del revisionismo, ed è il frutto finale di un lungo lavorio culturale, che dalle accademie è trapassato nel dibattito pubblico, tra giornalismo e politica professionistica.

Il rovescismo riesce a produrre esiti a cui il revisionismo tradizionale non ha avuto il coraggio di spingersi: questo documento è un esempio preclaro di questi esiti.

La linea di fondo, che il rovescismo ha raggiunto, e di cui in Italia abbiamo avuto numerose manifestazioni, è il rovesciamento della verità storica, sulla base di un equivoco parallelismo, che ha illustri precedenti nella filosofia politica, tra fascismo e comunismo, tra fascismo e antifascismo, tra partigiani e repubblichini (per concentrarsi sul nostro Paese): e questo sulla base della nefasta teoria delle memorie condivise, nel documento “europeo” riproposta al singolare, come fonte della “identità” del Continente, a cui l’organo legislativo di una sua parte, sebbene numerosa, pretende di sovrapporsi. L’Unione europea, sarà opportuno ricordare, non è l’Europa, e il Parlamento della Ue non esprime sentimenti, pensieri, sensibilità e, aggiungo, volontà, di alcune centinaia di milioni di cittadini e cittadine dei 27 Stati aderenti.

Ciò detto, la risoluzione, con temerario sprezzo della verità, attribuisce paritariamente la responsabilità della Seconda Guerra mondiale alla Germania nazista e alla Russia sovietica, e in particolare sarebbe la «conseguenza immediata» del Patto Ribbentrov-Molotov, e avendo sottolineato, di nuovo con un esempio di grottesca violenza alla realtà fattuale, che l’istanza unitaria nel Vecchio Continente nasce come risposta alla «tirannia nazista» e «all’espansione dei regimi totalitari e antidemocratici», si richiama alla legislazione di alcuni Paesi membri, che ha già provveduto a «vietare le ideologie comuniste e naziste», e invita gli Stati dell’Ue a prenderli ad esempio.

...continua a leggere "Il mostro storico del «rovescismo» unisce il Pd e Orbán"

Decine di militanti del partito di Matteo Salvini gli hanno urlato di tutto, e il servizio di sicurezza l'ha dovuto scortare al sicuro

Il giornalista Gad Lerner è stato pesantemente insultato da decine di militanti della Lega durante l’annuale raduno del partito in programma oggi a Pontida, in provincia di Bergamo. Secondo la testimonianza del giornalista di Repubblica Matteo Pucciarelli, Lerner è stato «ricoperto di insulti, grida e improperi» e successivamente «accerchiato» da alcuni militanti. Gli addetti alla sicurezza della Lega lo hanno poi dovuto scortare fino all’area riservata ai giornalisti, aggiunge Pucciarelli.

il video

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FONTE CONTROLACRISI.ORG

È allarme per la sicurezza delle scuole italiane. Quasi il 40% degli edifici ha bisogno di manutenzione straordinaria urgente, mentre in oltre l'80% non sono state realizzate indagini per verificare la sicurezza dei solai. Oltre il 60% degli istituti, inoltre, non dispone del certificato di agibilità e più del 76% delle amministrazioni non ha effettuato le verifiche di vulnerabilità sismica. Vanno quindi "sbloccati immediatamente i fondi rimasti senza decreto attuativo, per stanziare subito 1,5 miliardi per scuole più sicure ed efficienti". E' quanto emerge da 'Ecosistema scuola', l'indagine di Legambiente, basata sui dati del Miur, sulla qualità dell'edilizia e dei servizi scolastici, di cui l'associazione ha diffuso un'anteprima. Legambiente, che ha scritto in proposito anche una lettera aperta al Governo, sottolinea come la necessità di interventi urgenti di manutenzione straordinaria non riguarda in maniera omogenea il Paese, dato che interessa il nord per il 28,8%, il centro per il 41,9%, ma il sud per il 44,8% e le isole per il 70,9%. Si tratta di una fotografia, spiega l'associazione, di un Paese sostanzialmente senza sviluppo, visto che dieci anni fa, la media nazionale era del 32,8% con una percentuale del 21% che riguardava il nord, il 26,4% il centro, il 47,3% il sud e il 40,8% le isole. Differenze notevoli anche per il certificato di agibilità, di cui si sono dotati il 48,8% degli edifici scolastici al nord, il 66,8% al centro, il 69,4% al Sud e il 77,3% nelle isole, mentre le verifiche di vulnerabilità sismica, fondamentali in gran parte del Belpaese, sono state realizzate solo dal 76,2% dei comuni capoluogo. Nel complesso, solo il 22,2% dei Comuni capoluogo in aree con rischio sismicità più alto ha realizzato le verifiche di vulnerabilità sismica su tutti gli edifici. Tra le inadempienti, anche città altamente a rischio come Napoli e Messina che denunciano però di avere necessità di interventi per adeguare le norme ed eliminare i rischi rispettivamente nel 34 e nel 100% dei casi. In questo quadro a tinte fosche Mantova spicca come unica amministrazione italiana ad aver realizzato indagini di vulnerabilità sismica e di sicurezza dei solai in tutti i suoi edifici scolastici. Non c'è poi solo il problema sicurezza per le scuole, visto che il 74% degli edifici non ha servizio mensa e nel 57,6% non c'è servizio di trasporto per alunni disabili. "Questi dati - ha dichiarato Vanessa Pallucchi, vicepresidente e responsabile Scuola e Formazione di Legambiente - evidenziano ancora una volta le disuguaglianze e le diverse velocità in cui marcia il nostro Paese anche in tema di scuole sicure e servizi di qualità. Occorre sbloccare immediatamente i fondi rimasti senza decreto attuativo, quali ad esempio i BEI-CEB che consentiranno lo stanziamento di 1,5 miliardi netti per scuole più sicure, nuove ed efficienti, e ripristinare le funzioni di monitoraggio dei cantieri finanziati e il supporto progettuale agli enti locali bloccati con la chiusura della struttura di Missione per l'edilizia scolastica".

FONTE PRESSENZA.COM

 

Il Club Ferro Carril Oeste ha ospitato l’incontro di parenti, amici e compagni degli oltre 50 prigionieri politici del governo di Mauricio Macri. L’attività è stata convocata da un centinaio di organizzazioni politiche, per i diritti umani e altre organizzazioni, come il Forum per la democrazia e la libertà dei prigionieri politici, la Lega argentina per i diritti umani e il Comitato per la liberazione di Milagro Sala.

Milagro Sala, Mirta Guerrero, Gladys Días, Mirta Aizama, Javier Nieva, Graciela López, Patricia “Pachila” Cavana, María Condorí, Adriana Condorí, Iván Altamirano, Miguel Ángel Sibila, Julio Miguel de Vido, Roberto Baratta, Fernando Esteche, Amado Boudou, Daniel Ruiz, Luis D’Elía, José María Carrizo, Carlos Kirchner, Mariano Bruera, Atanacio Pérez Osuna, Fabián de Sousa, Gerardo Luis Ferreyra, Cristóbal López, Juan Pablo Schiavi, Oscar Thomas, Sebastián Mcdowall, Emanuel Lázzaro, Pablo Barriano, Luciano Fiochi, Facundo Jones Huala sono le persone nominate dal giornalista  Daniel Tognetti, all’inizio della manifestazione, più “25 mapuches imprigionati nelle cause connesse a Benetton”.

“Libertà a chi è in galera perché sta lottando!” hanno risposto i presenti.

respondieron con cánticos lxs presentes. Il cantautore Ariel Prat ha poi eseguito due canzoni, ma prima ha citato una frase di uno schiavo afro-americano che ha lavorato nella costruzione delle ferrovie negli Stati Uniti e che l’attivista e combattente per i diritti civili, Angela Davis, ha trasformato nel titolo di uno dei suoi libri: “Dicono che la libertà sia una lotta costante”.

Mentre sul lato del palco uno schermo mostrava le immagini delle manifestazioni per chiedere la libertazione dei prigionieri politici hanno preso la parola Estela Díaz e Daniel Catalano. La Segretaria della commissione Genere e Opportunità della CTA  e fondatrice del  Comité por la Libertad de Milagro Sala,ha detto: “L’arresto di Milagro Sala è venuto a costruire e dimostrare la pedagogia della crudeltà necessaria per mettere in funzione questa nuova fase del regime oligarchico in Argentina. Il modello di saccheggio della nostra ricchezza, delle nostre risorse, del nostro reddito, è sempre stato accompagnato da processi repressivi e criminalizzanti, e questa volta non ha fatto eccezione.

“Lo abbiamo detto quando misero dentro Milagro: ‘Oggi lei, domani chiunque di noi. Il sistema funziona, il sistema giudiziario, i media, il disprezzo e la condanna dei media, per garantire in seguito l’arbitrarietà nella detenzione”, ha detto Diaz e ha aggiunto: “Questo popolo ha memoria. L’inganno dei canti della sirena sta finendo ed è stato ascoltato domenica 11 agosto. Abbiamo avuto l’enorme felicità con i compagni APDH  di essere a Ezeiza il giorno 12  e ci siamo abbracciati l’un l’altro per l’enorme felicità di sentire che stiamo cominciando a lasciare questo capitolo di un’altra nuova ignominia per il popolo argentino. Per questo ci mettono in galera. Ma noi sappiamo che per costruire la strada della giustizia sociale, dell’uguaglianza, dell’inclusione abbiamo bisogno della libertà e per questo non smetteremo mai di lottare un solo giorno per la liberazione di tutti i prigionieri politici in Argentina.

Sullo schermo sono stati proiettati i saluti di Julio de Vido e Fernando Esteche, Luis D’Elía, Gerardo Ferreyra, Carlos Kirchner, Mario Bruera e Amado Boudou, mentre Luciana Danquis del PST ha letto un messaggio di Daniel Ruiz. “Non è rimasto molto. So che ne è rimasto poco. Non solo per recuperare la libertà dei prigionieri politici, ma anche la libertà di tutti i prigionieri argentini di vivere veramente una vera democrazia”, ha detto Milagro Sala in un saluto dalla sua prigione di Jujuy, che ha anche ringraziato i suoi compagni per la loro instancabile lotta per la libertà di tutti i prigionieri politici argentini. “Una militanza forte per ottobre, che ci siamo quasi arrivati. Hasta La Victoria Siempre”, ha concluso.

Infine, la chiusura dell’atto è stata affidata al chitarrista e cantante Iván Camaño.

FONTE ARTICOLO21.ORG

 

L’uomo che ha vinto la battaglia legale al Tar contro il divieto di sbarco si appresta ad un altro affondo sul  decreto sicurezza monstre e contro lo slogan (vuoto) dei “porti chiusi”.

...continua a leggere "Caso Open Arms, l’avvocato Salerni parla dell’esposto alla Procura di Agrigento. Chieste verifiche sui reati di sequestro di persona e violenza privata"

Alla trasmissione In Onda il prof.Della Loggia è apparso sdraiato sul Decreto Sicurezza, pronto ad affermare un consenso quasi entusiasta al Decreto Sicurezza bis. Siamo di fronte ad un altro partecipante alla corsa sul carro del presunto prossimo vincitore ?
E' noto che i partecipanti alla corsa sul carro del vincitore sono portatori di una strana sindrome: la desensibilizzazione della capacità critica rispetto a dati di fatto incontrovertibili. Staremo a vedere. Nel merito:
non c'era alcun bisogno per quanto riguarda l'ordine pubblico di nuove leggi: le norme vigenti prima dei 2 Decreti propaganda di Salvini erano più che sufficienti per gestire l'ordine pubblico.
Volere incriminare gli organizzatori ufficiali di una manifestazione pacifica per atti violenti vandalici compiuti magari da gruppi di provocatori prezzolati pone la norma oltre e fuori del principio della responsabilità personale punto cardine del diritto penale.
Quando una nave salva dall'affogamento in mare dei naufraghi salva la vita delle persone o si sta invece accingendo a compiere il reato di favoreggiamento della immigrazione clandestina ?
Al Professore non viene il dubbio che il cosidetto Decreto Sicurezza serva solo a fare propaganda, a riempire i tribunali di processi inutili senza produrre un milligrammo di sicurezza in più ?

Articolo di Nadia Urbinati

Pubblicato su Strisciarossa.it

 

L’Enciclopedia Treccani ci dà questa definizione di “stato di diritto”:
“Forma di Stato di matrice liberale, in cui viene perseguito il fine di controllare e limitare il potere statuale attraverso la posizione di norme giuridiche generali e astratte. L’esercizio arbitrario del potere viene contrastato con una progressiva regolazione dell’organizzazione e del funzionamento dei pubblici poteri, che ha come scopo sia la «diffusione» sia la «differenziazione» del potere, rispettivamente, attraverso istituti normativi (unicità e individualità del soggetto giuridico; eguaglianza giuridica dei soggetti individuali; certezza del diritto; riconoscimento costituzionale dei diritti soggettivi) e modalità istituzionali (delimitazione dell’ambito di esercizio del potere politico e di applicazione del diritto; separazione tra istituzioni legislative e amministrative; primato del potere legislativo, principio di legalità e riserva di legislazione; subordinazione del potere legislativo al rispetto dei diritti soggettivi costituzionalmente definiti; autonomia del potere giudiziario), comunemente considerati come parti integranti della nozione di Stato di diritto”. (Leggi quiApre in una nuova finestra la definizione completa)

Chi governa sta sotto la legge e non sopra

Nei paesi anglosassoni l’espressione è forse meglio resa: lo stato di diritto si chiama “the rule of law” – è la legge che governa; i governanti stanno “sotto” non sopra la legge e non la deturpano a loro piacere o secondo le loro convenienze di partito, di maggioranza o di audience. Il governo Lega-5stelle è parzialmente fuori dello stato di diritto, in violazione del governo della legge. Lo è non tanto per le esternazioni e i comportamente dei ministri – la dimensione della pubblicità li fa essere burattini e burattinai di un circo equestre: al mare a fare bacetti con la fidanzata o in spaggia a torso nudo genuflessi ad adorare la venere sotto un bichini (Salvini ama mostrarsi a torso nudo come Mussolini). Ma non è questa la dimensione da considerare quando vogliamo vedere in atto la violazione dello stato di diritto.

Verso uno stato di polizia

Andiamo al DL sicurezza bisApre in una nuova finestra su immigrazione e ordine pubblico, una falcata poderosa verso uno stato di polizia, che assegna al ministero degli Interni un ruolo preponderante nel decidere sulle libertà di tutti, cittadini e non. Il decreto prevede un’ulteriore criminalizzazione del soccorso in mare, la riforma del codice penale, maggiori finanziamenti per i rimpatri e l’estensione dei poteri delle forze di polizia. Litigiosi su quasi tutto, il MoVimento e la Lega si sono trovati in amorevole accordo su questo decreto proto-autoritario, che prevede multe per ogni persona soccorsa in mare e la sospensione o revoca della licenza di nagivazione, che toglie al ministero delle Infrastrutture tutte le pertinente della navigazione assegnando all’Interno il potere di vietare o limitare il transito o la sosta nelle acque territoriali per motivi di ordine pubblico.

...continua a leggere "Attenti al decreto sicurezza bis Salvini e Di Maio uniti nella lotta vogliono demolire lo stato di diritto"

FONTE  PRESSENZA.COM

 

La leader della Tupac Amaru, Milagro Sala, ha parlato ieri  con la stampa analizzando la campagna elettorale e il momento di crisi sociale ed economica che il paese sta attraversando. Milagro, tutt’ora agli arresti domiciliari ha detto: “Non penso alla mia situazione personale, penso ai compagni che hanno perso il lavoro, ai ragazzi che dormono per strada, ai pensionati che non arrivano a fine mese”.

Inoltre, commentando la campagna elettorale, ha aggiunto: “Macri e soci  stanno facendo una campagna sporca contro l’opposizione” e ha chiamato i militanti della Tupac a una forte militanza affinche l’opporsizione possa vincere.

Da un altro punto di vista, Milagro ha anche sottolineato le violazioni dei diritti umani a cui sono soggette le compagne detenute di Tupac Amaru nel carcere di Alto Comedero denunciando le continue molestie a cui sono sottoposte.

In un comunicato stampa il Comitato per la Liberazione di Milagro Sala ha ricordato il terzo anniversario dell’incarcerazione delle militanti Gladys Díaz, Mirta Aizama e Shakira Guerrero stanno scontando tre anni di detenzione ingiusta e arbitraria. Secondo il Comitato il Governo Macri e il Governatore Morales hanno creato un vero laboratorio politico-giudiziario teso a reprimere qualunque forma di opposizione.

Il caso di Milagro Sala e il duro attacco all’opposizione per mezzo di campagne giudiziarie costruite ad arte, con prove inventate e testimoni comprati era stato uno dei temi di un’intervista in TV rilasciata alcuni giorni fa da Estela de Carlotto, delle Madres de Plaza de Mayo.