Macron, il nuovo ritorno al vecchio liberalismo conservatore autocratico

FONTE PRESSENZA.COM

19.09.2017 – Riccardo Petrella

Macron, il nuovo ritorno al vecchio liberalismo conservatore autocratico

«Non cederò niente né ai fannulloni, né ai cinici, né agli estremi » («Je ne céderai rien ni aux fainéants, ni aux cyniques, ni aux extrêmes»), è in questi termini che il presidente Macron ha reagito alla mobilitazione popolare del 12 settembre contro la riforma del codice del lavoro. Eppure secondo un sondaggio realizzato il 13 e 14 settembre per conto di FranceInfo e di Le Figaro il 60 % degli intervistati si è espresso contro la riforma e solo il 26 % considera che i decreti governativi (39 in totale approvati in due mesi dal nuovo governo francese !) avranno un impatto positivo sul lavoro. Il 38 % pensa, al contrario, che avranno un impatto negativo. Per il restante 36%, non avrà nessun impatto.

Ricordiamo che Macron ha imposto alla «sua» Assemblea Nazionale di approvare la delega al governo per modificare il codice del lavoro unicamente via decreti governativi senza più alcuna partecipazione del parlamento francese. Ora, il lavoro resta un campo fra i più importati per la vita di ogni persona ed il vivere insieme dopo essere stato per più di un secolo la grande questione sociale dei paesi occidentali. Per l’autocratico Macron ciò non conta nulla.

L’ispirazione di fondo della sua riforma consiste precisamente nel tentare – sono sue parole -di liberare l’economia francese (e la società) dai vincoli e dalle regole che l’ impediscono di creare occupazione dando forza alla flessibilità e riducendo considerevolmente l’obiettivo della sicurezza. Per lui il lavoro non riveste più un carattere di essenzialità per la vita. Esso non è più un diritto ma un’opportunità. 

Inoltre la riforma è centrata sul principio di fare dell’impresa il luogo e lo «spazio sociale» unici degli accordi sul lavoro relegando al museo dell’oblio gli accordi settoriali, di categoria e nazionali.

Macron sta applicando gli stessi principi nel campo della casa. Il «piano alloggio» da lui presentato l’11 settembre a Tolosa come un «patto alle collettività locali» ha l’obiettivo di « liberare la costruzione di alloggi grazie alla riduzione delle esigenze e le norme ambientali e sociali», da lui considerate espressione di «buoni sentimenti» allorché la politica è fatta di «pragmatismo».

Oramai la maggioranza delle classi dirigenti oggi al potere in Europa non ha più vergogna di legiferare relegando ad un ruolo di poco conto i parlamenti nazionali e di dichiarare che i diritti umani (del e al lavoro, alla casa, all’acqua per la vita, alla salute, alla conoscenza…) non sono più, a loro avviso, fonte ispiratrice  della regolazione collettiva.

In piedi, cittadini!

RAPPORTO IOM SUI MIGRANTI MORTI “VIAGGI FATALI” SULLE ROTTE DELLA SPERANZA

 

FONTE NIGRIZIA CHE RINGRAZIAMO

Oltre 22.500 persone sono scomparse o decedute negli ultimi tre anni e mezzo, secondo gli analisti dell’Organizzazione per le migrazioni, ma nessuno conoscerà mai il numero reale, che è molto più alto. Un esercito di uomini, donne e bambini, destinati a restare senza nome e, spesso, senza nemmeno una degna sepoltura.

di Marco Cochi

 

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM) ha pubblicato un nuovo rapporto sulle morti e le sparizioni di migranti in tutto il mondo. Nella relazione di 136 pagine intitolata “Viaggi Fatali” emerge che «dall’inizio del 2014 ai primi sei mesi del 2017, oltre 22.500 migranti sono deceduti o scomparsi nel tentativo di fuggire dalla guerra o dalla miseria».

Un tragico resoconto che potrebbe diventare molto più alto, perché «il reale numero del totale di morti e dispersi non può essere calcolato con certezza», come sottolineano gli analisti del Global Migration Data Center (Gmdac) dello Iom, che hanno realizzato lo studio insieme ai ricercatori dell’Università di Bristol.

Il report rileva pure che dal 2000 al 2016 sono morti almeno 60mila migranti e che 15mila di essi sono scomparsi sulla rotta del Mediterraneo, balzata alle cronache internazionali per il tragico naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013.

Ma quella mediterranea, che comprende ben 11 itinerari, è solo una delle 14 principali rotte migratorie, identificate nello studio, dove si registrano numerose perdite ogni anno. Tra queste, oltre al Mediterraneo, è risultata particolarmente pericolosa quella che dall’Africa occidentale e dal Corno d’Africa conduce verso Egitto e Libia. Mentre, dal 2014, migliaia di persone sono morte nel tentativo di attraversare il deserto del Sahara.

Il rapporto di Iom si focalizza anche su come migliorare la fruizione dei dati sui migranti scomparsi, per prevenire ulteriori decessi e consentire alle famiglie di conoscere il destino dei loro parenti. Molte famiglie, infatti, trascorrono anni in un limbo di incertezza senza sapere se i loro cari siano vivi o morti, poiché i corpi che riescono ad essere identificati sono una ristretta minoranza.

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Una conversazione con Maria Rocco, una delle compagne arrestate durante le mobilitazioni contro il G20 tenutesi ad Amburgo lo scorso luglio

NoG20 Amburgo: Dal carcere Billwerder non è tutto.

FONTE LAVOROESALUTE.ORG

Pubblicato da

fabio vettorel

Riportiamo in questo articolo le riflessioni che abbiamo fatto qualche giorno fa in compagnia di Maria, del Postaz di Feltre, una delle compagne arrestate durante le mobilitazioni contro il G20 tenutesi ad Amburgo lo scorso luglio.

Questo approfondimento nasce dal fatto che abbiamo registrato un oggettivo accanimento nei confronti dei manifestanti arrestati, in particolare di quelli non tedeschi, sia da parte della polizia in piazza, sia da parte dei giudici.  Questo è stato testimoniato qualche settimana fa dalla condanna a due anni e mezzo di un attivista olandese per disturbo aggravato della quiete pubblica, avvenuta solamente sulla base di testimonianze, tra l’altro contraddittorie, da parte dei poliziotti.

Partiamo dal fatto che poche sono le informazioni a disposizione degli arrestati sulla burocrazia giuridica tedesca; l’unica cosa certa sembra essere lo svolgimento del processo entro il limite massimo di sei mesi dall’avvenuto arresto. Gli avvocati del legal team hanno più volte sostenuto che ci sono state e continuano ad esserci delle palesi violazioni dei diritti umani.

Ma andiamo con ordine e ripercorriamo le giornate di Maria dal fermo all’arresto.

Maria è stata fermata il 7 luglio alle 6.30 del mattino e condotta in container organizzati apposta per il G20; l’agglomerato di prefabbricati in cui i fermati venivano trascinati porta l’inquietante nome di GeSa.

Maria viene appunto condotta nel GeSa e non ha possibilità di incontrare il suo avvocato sino alle 23.30 del 7 luglio; in quelle ore viene negata ai fermati qualsiasi informazione che fosse loro utile per difendersi o semplicemente per capire cosa stesse accadendo.

Arrivati al GeSa ci racconta: «venivamo perquisite (lei e le altre 5 fermate che erano insieme a lei ndr), alcune di noi hanno subito anche una pesante perquisizione corporale e siamo state condotte nel nostro container con la porta blindata; nessuna finestra e solo la luce di un neon sempre accesa per non farci percepire nulla di ciò che accadeva all’esterno». Là dentro hanno aspettato il primo pasto arrivato solo la sera: «nel frattempo si poteva chiedere solo acqua e per accedere al bagno bisognava essere schedate e accompagnate con gli agenti che ci scortavano tenendoci con le braccia aperte, pronti a spezzarle al primo movimento sospetto».

Il sabato sera Maria ed altre sette ragazze sono state tradotte, dopo aver subito il processo per la convalida dell’arresto, la fotosegnalazione e la presa delle impronte, a Billwerder, il carcere di Amburgo.

Ricordiamo che lo stato di arresto, anche in questo caso, viene confermato dai giudici solo ed esclusivamente grazie alle testimonianze vocali degli agenti presenti nelle strade della cittadina tedesca durante il vertice. I giudici e l’accusa non si sono avvalsi di alcuna testimonianza video in quanto le indagini erano ancora in corso e i filmati non erano ancora stati esaminati tutti.

Nella giornata di domenica tre delle otto ragazze, ovvero le cittadine tedesche, sono state rilasciate e le altre cinque, tra cui Maria, dovranno aspettare il 14 luglio, ovvero l’udienza di ricorso in primo grado, per sperare nella liberazione.

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L’agente non va sul sicuro

FONTE AREA7.CH

Giovane, formazione scolastica conclusa, gli amici, un lavoro. Una vita soddisfacente? No, la sua vita non è neppure normale perché Giacomo ha le pezze al culo. Lavora, sì lavora, ma niente pizza al sabato sera, le vacanze scordate da tempo e ora, al verde, si è pure indebitato. No, non fa un uso improprio dei suoi soldi: semplicemente guadagna poco, troppo poco. «Ho un impiego e prendo meno di chi è in assistenza: la situazione mi sta creando scompensi di vario tipo». Come è possibile? Giacomo* fa l’agente di sicurezza da anni: «Sì, è vero c’è un Ccl, ma la direzione ha trovato il modo di aggirarlo, mettendo  in ginocchio molti di noi». 

Giacomo è un uomo formato, che non trovando un posto corrispondente al suo profilo, si è candidato come agente di sicurezza privata. Il lavoro è lavoro! E non gli si sputa in faccia mai: «Certo, sono formato per altre posizioni, ma mi sono adattato pur di guadagnarmi con le mie mani la pagnotta e non dover dipendere né da famiglia, né da Stato. Pensavo a un impiego temporaneo, che avrei trovato poi un posto nel mio ramo: non è andata in questo modo e nel frattempo si è consolidata l’occupazione alla Securitas. Paradossalmente, più io diventavo parte dell’azienda, e più le mie condizioni professionali si precarizzavano. Insomma, se all’inizio del mio impiego presso la società di sorveglianza riuscivo non certo ad accantonare risparmi, ma almeno a saldare a fine mese le fatture, ora non è più così e posso sostenere di trovarmi oggettivamente in uno stato di indigenza: passano gli anni e io guadagno sempre meno. In un’azienda sana e corretta con i dipendenti dovrebbe avvenire il contrario. Se all’inizio della mia assunzione potevo mantenermi dignitosamente, la situazione è andata gradualmente precipitando: in questo 2017 sto sopravvivendo con buste paga che girano in una media fra i 2.700 e i 2.800 franchi mensili. Ecco, mi dica se con un salario simile in Ticino una persona può non solo vivere, ma avere una vita? Con l’acqua alla gola, con i soldi contati e sempre a disposizione del datore di lavoro che, mi scusi l’espressione, lo tiene per le palle».

Ci spieghi che cosa succede concretamente al momento della pianificazione e della distribuzione del monte ore, che è poi la quantità di tempo determinante lo stipendio. 
Ci sono tre tipi di contratti. Chi detiene un contratto “A” è un collaboratore con salario mensile e orario di lavoro fisso pattuito contrattualmente, compreso tra 1.801 e 2.300 ore per anno. I “B” sono dipendenti anch’essi con salario mensile e orario di lavoro fisso, compreso tra 901 e 1.800 ore per anno. Infine, ci sono i “C”, i lavoratori ausiliari con salario orario fino a 900 ore per anno, comprese le vacanze e l’abbuono di tempo del 10%. Io sono finito, dopo anni che già ero impiegato presso Securitas, sotto il contratto B con garantite 100 ore mensili. Con la  modifica del Contratto collettivo di lavoro del 2014, la Securitas ha cambiato strategia e pagare meno contributi e scatti di anzianità. Io per esempio non faccio mai un’ora in più di quelle garantite, non perché manchi lavoro, ma perché io costo di più per gli anni di servizio maturati e per i contributi. E così si attinge sempre più a personale esterno, agli ausiliari che tieni in stand by quanto vuoi perché sono ancora più precarizzati dei tuoi dipendenti. È evidentemente più economico, anche se meno etico, prendere una frotta di persone e utilizzarle su chiamata. Così le ronde, i servizi di sorveglianza li suddividi in più turni pescando da un grande bacino di lavoratori. Il risultato? L’ausiliario porta a casa quel poco che riesce a racimolare e uno come me, che ha un contratto di 100 ore mensili, può essere certo di non riuscire a sfondare il tetto del monte ore e di restare sotto un bel po’ ai 3.000 franchi. Intanto, l’azienda continua a guadagnarci: con questo esercito di personale, di cui sono sempre alla costante ricerca, partecipano e vincono appalti anche pubblici.

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La Guardia Costiera libica continua ad addestrarsi in Italia

Il Progetto Minniti continua . L’addestramento della Guardia Costiera Libica ( quale ?, sotto quale governo libico ? ) continua …. Per fare che cosa ? 

 

Ieri sera, 17 Settembre 2017, un’aliquota di personale della Guardia Costiera e della Marina libica, selezionata per frequentare I nuovi moduli addestrativi, è giunta alla Scuola Sottufficiali della Marina Militare a Taranto.

Sono 87, tra Ufficiali e Sottufficiali, i candidati scelti dalle autorità libiche e giunti in Italia; tra loro anche 3 tutors per la gestione del personale in addestramento durante la sua permanenza a Taranto. Le procedure di controllo sui tirocinanti sono state effettuate sulla base del loro consenso prestato per iscritto. Il processo di selezione è stato accuratamente svolto in diverse fasi, a cura di EUNAVFOR Med e degli altri partners dell’Operazione, quali gli Stati membri dell’Unione Europea ed alcune organizzazioni internazionali.

I militari libici frequenteranno due diversi moduli addestrativi della durata, rispettivamente, di 8 e 3 settimane (il primo finalizzato “all’attività a bordo delle motovedette” ed il secondo con l’obiettivo di formare gli “addestratori”), inclusi nel “Training Package 2”, in completa aderenza al Memorandum of Understanding firmato nel 2016 dall’ Ammiraglio di divisione Enrico Credendino, Comandante dell’ Operazione a guida EU “Sophia”, ed il Commodoro Abdalh Toumia, Comandante della Guardia Costiera libica.

L’obiettivo dell’addestramento è di aumentare la sicurezza delle acque territoriali libiche, potenziando le capacità della Guardia Costiera e della Marina ad assolvere i propri compiti istituzionali e affinando, allo stesso tempo, la conoscenza delle basilari norme di sicurezza marittima, comprendenti attività di “Search and Rescue”, per il salvataggio di vite, ed il contrasto ai traffici illeciti in mare.

L’articolo prosegue alla fonte su ANALISIDIFESA

Considerazioni estemporanee sul cambio climatico

11.09.2017 Angelo Baracca

Considerazioni estemporanee sul cambio climatico
(Foto di NASA)

 

I disastri, globali e locali, dovuto al riscaldamento globale diventano sempre più drammatici.

È ovvia e impellente la necessità di imporre lo stop alle emissione di gas climateranti, arrestando per primo il ricorso ai combustibili fossili.

Ma a mio parere alcune osservazioni sono necessarie, per avere una visone complessiva, critica e non fideistica. L’atmosfera è un sistema tremendamente complesso, i processi che la dominano sono fortemente non lineari, irreversibili. Vi sono dei feedback negativi, che contrastano il cambiamento esterno, e positivi, che invece lo amplificano.

In primo luogo, se anche – per un vero miracolo! – queste emissioni venissero arrestate dall’oggi al domani, il clima non ritornerebbe automaticamente, né rapidamente alle condizioni che conoscevamo in passato. Le emissioni che si sono accumulate fino a oggi continuerebbero ad agire per chissà quanto tempo  ed a modificare ulteriormente le condizioni climatiche. Un sistema non lineare fortemente perturbato, se cessa la perturbazione, non ritorna necessariamente verso la condizione iniziale, precedente alla perturbazione.

Ci sono tra l’altro dei processi messi in moto che continueranno ad agire come feedback positivi. Per esempio, lo scioglimento dei ghiacci scoprirà il permafrost, il quale scongelerà rilasciando grandi quantitativi di metano, un gas che contribuisce molto più dell’anidride carbonica all’effetto serra.

Analogamente, i ghiacci che ricoprono l’Artico riflettono la radiazione solare molto di più della superficie del mare, più scura, che rimarrà scoperta.

Io poi esprimo, con beneficio di inventario, un dubbio generale. Un sistema complesso fortemente perturbato può incontrare nella sua evoluzione delle biforcazioni, che gli fanno imboccare strade completamente diverse per la sua evoluzione. Sarebbero insomma dei veri punti di non ritorno: eliminando la perturbazione il sistema non ritornerebbe mai più nella condizione di partenza, ma evolverebbe comunque verso un’altra direzione.

Personalmente ho per lo meno qualche dubbio che, data l’intensità dei cambiamenti, non si sia già superato un punto di non ritorno.

È un dubbio che esprimo, confermando comunque – ad anzi rafforzando – l’assoluta necessità e urgenza di interventi radicali per arrestare l’emissione di gas serra.

Questa umanità ha imboccato una strada che minaccia seriamente di condurla verso l’auto-distruzione: cambiamento climatico, rischio di guerra nucleare, esaurimento delle risorse, chi più ne ha più ne metta.

Il grande genetista Ernst Mayr (1904-2005) ha scritto: «L’intelligenza superiore è un errore dell’evoluzione, incapace di sopravvivere per più di un breve attimo della storia evolutiva». Speriamo che si sia sbagliato !!

Germania: La H&K non venderà armi a paesi in guerra, corrotti o non democratici

FONTE NIGRIZIA

Svolta “etica” per lo storico produttore di armi tedesco Heckler & Koch (H&K), la cui fama di società più assassina del paese – gli attivisti per il disarmo stimano che le sue armi abbiano ucciso più di 2 milioni di persone dalla fondazione dell’azienda nel 1949 e continuino ad uccidere una persona ogni 13 minuti – dovrà essere rivista. L’azienda ha infatti adottato la politica di vendita più “etica” di qualsiasi altro produttore di armi da fuoco nel mondo.

La H&K si è impegnata a non vendere più le armi in zone di guerra o a paesi che violano norme di corruzione e di democrazia, tra cui: Arabia Saudita, Israele, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Malaysia, Indonesia e tutti i paesi africani.

Anche se non è mai stata annunciata ufficialmente, la nuova strategia è inclusa nell’ultima relazione finanziaria annuale e confermata nella riunione del Cda ad agosto. Un portavoce ha detto che l’impresa “si è ritirata da tutte le regioni di crisi del mondo”.

Questa rivoluzionaria decisione fa della Heckler & Koch il primo produttore di armi ad avere una politica più “etica” di controllo delle esportazioni, anche rispetto a quella del proprio governo. The Guardian fa notare che il ministero dell’Economia tedesco ha rifiutato di commentare la scelta, affermando che non discute mai le decisioni individuali dell’azienda.

La società ha dichiarato che ora venderà solo a cosiddetti “paesi verdi”, che ha definito in base a tre criteri: l’adesione alla Nato (o “Nato equivalente”, come Giappone, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda); l’indice di percezione della corruzione stilato ogni anno dall’organizzazione Transparency International; l’indice di democrazia indicato dall’organizzazione britannica Economist Intelligence Unit. (The Guardian)

Brasile, “La nostra storia non è iniziata nel 1988”

07.09.2017 FONTE – Unimondo

Brasile, “La nostra storia non è iniziata nel 1988”
(Foto di http://www.survival.it/)

All’inizio di agosto era stata lanciata una vasta campagna internazionale per contrastare i tentativi del presidente brasiliano Michel Temer di commutare in legge un controverso parere legale sul possibile mancato riconoscimento territoriale ai popoli indigeni che non stavano occupando le loro terre ancestrali prima del del 5 ottobre 1988, quando l’attuale costituzione del paese è entrata in vigore. Questa nuova proposta, chiamata “marco temporal” o “limite temporale” dagli attivisti e dagli esperti in legge, lo scorso 16 agosto è stata rigettata da una sentenza unanime della Corte Suprema del Brasile, che si è espressa a favore dei diritti territoriali dei popoli indigeni in due casi di controversie terriere. Tutti e otto i giudici hanno votato a favore dei diritti indigeni e contro il governo dello stato del Mato Grosso, nell’Amazzonia, che aveva chiesto un risarcimento per alcune delle terre demarcate come territori indigeni alcuni decenni fa. Continua a leggere

EGITTO: LA STAMPA IMBAVAGLIATA, MEDIA PRIVATI SEMPRE PIÙ CONTROLLATI DALLO STATO 

 FONTE NIGRIZIA.IT

I media privati ??in Egitto sono sempre più dominati da uomini d’affari legati al governo e alle sue agenzie di intelligence. A denunciarlo è Reporters senza frontiere (Rsf), in un rapporto diffuso martedì.

“Il dominio del regime sui media continua a crescere e sta anche interessando i media pro-governativi” avverte l’organizzazione per la difesa della libertà della stampa, secondo la quale praticamente tutti i mezzi di comunicazione egiziani sono apertamente a sostegno del governo, che negli ultimi mesi ha bloccato centinaia di siti web, tra cui molti gestiti da giornalisti indipendenti e organizzazioni per i diritti umani. A partire da maggio, le autorità hanno bloccato l’accesso ad almeno 424 siti e ai portali dei servizi VPN, che consentono agli utenti di aggirare tali blocchi. Anche il sito di Reporters senza frontiere è stato bloccato a partire dalla metà di agosto.

Le autorità, inoltre, controllano il lavoro dei giornalisti criminalizzando chi denuncia “false notizie” e arrestando chi è considerato “non allineato”.
La soppressione dei media indipendenti fa parte di una più grande repressione del dissenso, lanciata dopo il golpe militare che ha rovesciato il presidente eletto, Mohamed Morsi, nel luglio 2013.

Il rapporto fa notare che la rete televisiva popolare ONTV e i giornali locali Youm al-Sabea e Sout al-Omma, sono tutti di proprietà di Ahmed Abu Hashima, un imprenditore pro-governativo. Poco dopo aver acquisito la rete nel 2016, le autorità hanno deportato Liliane Daoud, un presentatore televisivo britannico-libanese, critico nei confronti di alcune politiche governative.
Rsf cita anche i casi di Al-Asema TV, di proprietà di un ex portavoce militare, e di Al-Hayat TV, acquistata da una società di sicurezza egiziana. (News 24)

Il governo della Bielorussia ha lanciato una campagna infondata contro i sindacati indipendenti.

 

Abbiamo bisogno del vostro sostegno per dire al governo di fermarsi.

Il 2 agosto, Gennady Fedynch, presidente del Sindacato dei lavoratori della radio e dell’industria elettronica (REP) e membro del Comitato esecutivo di Industrial ALL, e Ihar Komlik, tesoriere del sindacato REP e dirigente regionale nella città di Minsk, e diversi membri dell’organizzazione sono stati fermati e interrogati dalle autorità bielorusse.

I due dirigenti sindacali si trovano ora sotto inchiesta per presunta evasione fiscale su larga scala e rischiano dai 3 ai 5 anni di prigione. Ihar Komlik è in prigione dal 2 agosto. Le accuse relative alle tasse non pagate si riferiscono al sostegno e alla solidarietà ricevuta dal sindacato nel 2011, e non possono essere considerate come fondi privati. Le accuse sono infondate e mirano a indebolire il sindacato, come ritorsione alle posizioni e all’attività dei suoi dirigenti in difesa dei diritti civili e degli interessi sociali ed economici dei lavoratori in Bielorussia.

La federazione sindacale internazionale, Industrial All, e la Confederazione Sindacale Internazionale chiedono che Ihar komlik sia rilasciato immediatamente e che sia posta fine fine all’azione penale nei confronti di Gennady Fedynich.

Per favore, dedicate un momento per dimostrare il vostro sostegno a questa campagna, collegandovi al link:

https://www.labourstartcampaigns.net/show_campaign.cgi?c=3536

E per favore condividete questo messaggio con i vostri amici, parenti e colleghi del sindacato.

Grazie
Eric Lee

E’ uscito il numero 95 del Settimanale di Punto Rosso-Lavoro21

Lo potete scaricare qui:
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-sett-n95-s.pdf

In questo numero:

Le false illusioni del mercato del lavoro
di Ciccio De Sellero

Il capolavoro di Minniti
di Alessandro Giglioli

L’estate in cui l’Italia oltrepassò il Rubicone del razzismo
di Peppino Caldarola

Gli accordi di Parigi e la scomparsa dei cambiamenti climatici
di Raffaele Salinari

Venezuela, l’opposizione si spacca e fa arrabbiare El País
di Gennaro Carotenuto

Buona lettura e diffondete!

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Referendum “autonomista” in Lombardia, federalismo fiscale, regionalismo.
Milano 24 luglio 2017. Interessante seminario di Articolo 1 Lombardia con una introduzione di Onorio Rosati sull’iter del referendum, del prof. Alessandro Santoro sul cosiddetto federalismo fiscale e della prof.essa Maria Agostina Cabiddu sugli aspetti costituzionali e giuridici. Molto utile per orientarsi in vista della data del 22 ottobre quando in Lombardia e Veneto ci sarà il referendum…
http://www.puntorosso.it/seminari.html

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NUMERO 3 della RIVISTA di Punto Rosso-Lavoro21 – LUGLIO 2017
http://www.puntorosso.it/uploads/1/7/0/3/17033228/lav21-rivista-numero3-s.pdf

Paghi Sarraj che paga i trafficanti che ora fermano i migranti

  

Foto: Remocontro.it

«Secondo un accordo sostenuto dall’Italia (‘backed by Italy’, sostenuto in senso diretto dall’Italia), il governo di Tripoli ha pagato le milizie che una volta erano coinvolte nel contrabbando di migranti ad impedire agli immigrati di attraversare il Mediterraneo verso l’Europa, una delle ragioni della drastica diminuzione del traffico, secondo milizie e funzionari della sicurezza». La conferma di quanto riferito ieri da Remocontro, nel riprendere un reportage del Times di Londra da Roma. Meno infiorettata e limitata ai fatti riscontrati, la cronaca del Washinghton Post.

Manca ad esempio il dettaglio dei 5 milioni di dollari che avrebbe pagato l’Italia, i suoi servizi segreti, per trasformare i trafficanti di esseri umani in neo sceriffi al servizio di chi li paga. Notizia che sarebbe stata smentita da una «Spokeswoman for the Italian intelligence services», che nessuno sapeva neppure che esistesse. Provate a trovare voi un telefono di Aise o Aisi, se ci riuscite. Per il resto, solo ulteriori dettagli rispetto alla cronaca di ieri.

Ad esempio, la notizia dei soldi italiani arrivati in qualche modo a trafficanti e scafisti per la loro ‘conversione’, hanno creato scontento tra alcune forze di sicurezza libiche e attivisti che si occupano di migranti.  ‘Attenti ad arricchisce le milizie, consentendo loro di acquistare più armi e diventare più potenti’, ammoniscono. «In the country’s chaos, the militias can at any time go back to trafficking or turn against the government, they say». Nel caos del paese, le milizie possono in qualsiasi momento tornare alla tratta o rivolgersi contro il governo, dicono. L’accordo continua a cementare il reale potere delle milizie, che dalla caduta di Gadhafi  hanno minato i governi successivi della Libia. Continua a leggere

IL TEOLOGO LEONARDO BOFF DIFENDE LULA, CHE POTREBBE SCENDERE IN CAMPO ALLE PROSSIME PRESIDENZIALI, E ATTACCA IL GOVERNO TEMER DEFINENDOLO “VENDEPATRIA”

 

FONTE POPOFF. CHE RINGRAZIAMO

di Leonardo Boff
a cura di Marina Zenobio

manifestazione contro Temer Brasile 705

Lo scorso 28 agosto, in una intervista a Radio Itatiaia di Belo Horizonte, l’ex presidente brasiliano Inácio Lula da Silva ha “minacciato” che, se sarà necessario a non far vincere l’opposizione, per le prossime elezioni presidenziali del 2018 potrebbe scendere di nuovo in campo. “Sinceramente – ha dichiarato Lula – spero ci siano altre persone disponibili. Ma se l’opposizione pensa di vincere, se pensa che non ci sarà duello e che il Partito dei Lavoratori è finito, può essere sicura di una cosa, se necessario io entrerò in campo e lavorerò affinché l’opposizione non vinca le elezioni”.
Nonostante la condanna di primo grado per corruzione inerente all’inchiesta Petrobras, Lula alza il tiro ma l’opposizione sta già da tempo montando una campagna diffamatoria nei suoi confronti per distruggere il “mito” di Lula, campagna diffamatoria alla quale risponde, tra i primi, Leonardo Boff, teologo brasiliano, esponente della Teologia della Liberazione, corrente progressista della chiesa cattolica latinoamericana.
Popoff propone un articolo firmato da Leonardo Boff e pubblicato il 30 agosto scorso su Alainet, America Latina in Movimento.

***

Leonardo-Boff 145x145 La gravità della nostra crisi generalizzata ci fa sentire come una barca alla deriva, alla mercé dei venti e delle onde. Il timoniere, il presidente (Michel Temer, ndt) è accusato di reati, circondato da marinai-pirati per la maggiora parte (con nobili eccezioni) ugualmente corrotti o accusato di altri reati. E’ incredibile che un presidente, detestato dal 90% dei brasiliani, senza alcuna credibilità né carisma, voglia governare una barca alla deriva.

Non so se è ostinazione o vanità elevata ad un livello stratosferico. Tuttavia, impavido, continua ad essere lì, nel palazzo, comprando voti, elargendo benefici, corrompendo chi è già corrotto per evitare che rispondano, davanti al STF (Supremo Tribunale Federale, ndt), alle dure accuse di cui è imputato. Praticamente è prigioniero di sé stesso perché, dovunque appaia in pubblico, presto arriva il grido “Fuori Temer”.

E’ una vergogna internazionale essere arrivati a questo punto, dopo aver conosciuto l’ammirazione di tanti paesi per le coraggiose politiche in favore della gran maggioranza dei poveri, grazie ai governi progressisti di Lula e Dilma.

La diffamazione, sostenuta da gruppi legati all’establishment internazionale che vogliono allineare tutti alle loro strategie, può cercare di demonizzare la figura di Lula e di annullare il merito dei benefici che l’ex presidente ha dato ai diseredati del paese. Ma non riusciranno ad arrivare al cuore del popolo […] perché nonostante gli errori e gli equivoci, è innegabile che Lula ha sempre amato i poveri ed è stato sempre dalla loro parte. Più che il pane, la luce, la casa, l’accesso all’istruzione tecnica o superiore, lui ha restituito la dignità; ora siamo persone non più condannate all’invisibilità sociale.

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La mediazione malvagia di Donald Trump

FONTE ILLAVOROCULTURALE

Anche quest’anno il lavoro culturale – insieme a La Balena Bianca – sarà al Festival della Letteratura di Mantova, con il ciclo di incontri “Prossimamente”, uno spazio di approfondimento dedicato alle nuove frontiere della conoscenza, del sapere e della comunicazione.

Richard Grusin sarà ospite di Prossimamente sabato 9 settembre alle ore 18.00.

Pubblichiamo un estratto del testo sull’uso dei media da parte di Donald Trump, che Richard Grusin ha presentato l’11 maggio 2017 nell’ambito della giornata studi Forme di vita e Radical Mediation, organizzata dal Dipartimento di Scienze Umane dell’università LUMSA di Roma. La traduzione è a cura di Angela Maiello.

Molti commentatori politici si stanno ancora chiedendo come Donald Trump sia riuscito a essere eletto presidente degli Stati Uniti d’America. La sua vittoria viene spesso attribuita all’interferenza della Russia, alla disastrosa strategia elettorale di Hillary Clinton, o all’incapacità dei supporter di Bernie Sanders di buttarsi alle spalle la nomination democratica. Un linguista cognitivo, George Lakoff, ha notato, tuttavia, che gli osservatori politici raramente danno credito allo stesso Trump per aver vinto l’elezione grazie alle proprie azioni e continuano a sottostimarlo, correndo così un grande rischio. Mi rifiuto di correre lo stesso rischio. La mia tesi, infatti, è che la campagna di Trump sia riuscita con successo a trasformare la stampa, la televisione e i media della rete in armi per produrre un umore o un sentimento nazionale collettivo in cui una presidenza di Trump si configurasse come un futuro legittimo, possibile, desiderabile e, per molti, inevitabile.

Nell’interminabile copertura mediatica della campagna elettorale, i media americani non hanno dato notizia delle posizioni politiche di Trump (dopotutto lui stesso ha scelto di non dedicare molto tempo all’articolazione di tale posizioni), ma, in modo più determinante, hanno premediato incessantemente il potenziale di una sua presidenza. L’impatto materiale, affettivo e incarnato, generato dalle continue speculazioni dei media su come sarebbe potuta essere una presidenza Trump è stato tale che finanche la maggioranza degli elettori che hanno votato contro Trump ha cominciato a ritenere plausibile tale eventualità, nonostante gran parte della stampa, della televisione e dei media della rete si fossero schierati apertamente contro la sua candidatura. Attraverso la continua premediazionedella nomination di Trump e della sua elezione, i nostri media socialmente connessi in rete, quelli ufficiali e quelli non ufficiali, hanno contribuito a dare vita a questa presidenza, innanzitutto facendo sembrare, in TV, che Trump fosse già presidente.

Questa premediazione, tuttavia, non è stata un’iniziativa unilaterale dei media. Lo staff di Trump ha ingaggiato una persistente campagna di ciò che io definisco “mediazione malvagia”, per mettere al sicuro la nomination repubblicana e poi la Casa Bianca, una campagna che è continuata, in modo diverso, fino ai primi cento giorni della nuova amministrazione. Muovendo dalla perspicace analisi dei “media malvagi” proposta da Matthew Fuller e Andrew Goffey’s s, utilizzo il termine di mediazione malvagia per cercare di spiegare le tecniche, legittime e non, utilizzate da Trump per ottenere la presidenza degli Stati Uniti d’America, una posizione che, secondo molti, lo rende l’uomo più potente della terra. Mi concentro qui sui meccanismi infrastrutturali della mediazione malvagia di Trump, perché la sfida incalzante dinanzi alla quale ci troviamo – ovvero opporci e in ultima analisi porre fine alla rimediazione fascista del governo americano operata da Trump – richiede nuovi modi di pensare, nuovi modi per criticare, resistere e, in definitiva, deporre questa figura autocratica illegittima.

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Se il sentimento umanitario finisce in minoranza

fonte saluteinternazionale

Autore: Gavino Maciocco

“Avverto i miei lettori: tutti coloro che non si inseriscono nella canea anti immigrazione e contro le Ong saranno soli. In questo momento l’odio verso le Ong e verso gli immigrati non ha pari, magari le mafie avessero avuto contro tutto questo impegno e questa solerzia” (Roberto Saviano, Repubblica, 5 agosto 2017). “Di questa estate italiana resterà una svolta nel senso comune dominante, dove per la prima volta il sentimento umanitario è finito in minoranza. E ciò peserà sul futuro (Ezio Mauro, Repubblica, 9 agosto 2017).


 

Nessuno poteva immaginare che nel 2017, nel cuore della Toscana, a Pistoia, potesse accadere una cosa del genere: un gruppo di squadristi, appartenenti al movimento neo-fascista Forza Nuova, ha minacciato un parroco, don Massimo Biancalani, reo di aver dato ospitalità – e aver accompagnato in piscina – alcuni giovani migranti africani. Questa l’incredibile intimidazione: “Saremo presenti alla messa domenicale per vigilare sull’effettiva dottrina di don Biancalani”. Domenica scorsa, 27 agosto, la messa c’è stata, gli squadristi pure, con immancabili saluti romani, e c’era naturalmente don Biancalani, circondato dai ragazzi africani (tutti musulmani), da una grande folla e da tanta solidarietà. (Leggi qui)

Ma ripetiamo: com’è potuta accadere una cosa del genere? Passando oltretutto quasi inosservata, non suscitando lo sdegno e le reazioni che avrebbe meritato, complici s’intende il caldo torrido e l’atmosfera vacanziera. Ma non solo. C’è un problema di clima, non meteo ma politico, che consente questi rigurgiti di stampo fascista.

Il clima politico è quello ben descritto da Ezio Mauro nell’editoriale di Repubblica dello scorso 26 agosto, dal titolo “Se la povertà è una colpa.

“La questione di fondo, scrive E. Mauro, è che la povertà sta diventando una colpa, introiettata nella coscienza collettiva e nel codice politico dominante, così come il migrante si porta addosso il marchio dell’ultima mutazione del peccato originale: il peccato di origine” (…) “Il fatto è che questi esseri umani ridotti a massa contabile, senza mai riuscire a essere persone degne di una risposta umanitaria e ancor meno cittadini portatori di diritti, sono improvvisamente diventati merce politica oltremodo appetibile, in un mercato dei partiti e dei leader stremato, asfittico, afasico. Impossibilitati a essere soggetto politico in proprio, si trovano di colpo trasformati in oggetto della politica altrui, che vede qui, sui loro corpi reali e simbolici, le sue scorciatoie alla ricerca del consenso perduto. Contro di loro si può agire con qualsiasi mezzo, meglio se esemplare. Senza terra, senza diritti sono ormai senza diritto, i nuovi fuorilegge”.

E se i migranti e i poveri sono fuorilegge, fuorilegge – e quindi da combattere e denunciare – devono essere considerati anche coloro che li aiutano e gli prestano soccorso. Infatti puntualmente è arrivato l’attacco alle Organizzazioni non governative (Ong), come Medici Senza Frontiere (MSF), che da anni con le loro imbarcazioni (nell’ambito di interventi concordati col governo italiano, vedi operazione Triton) soccorrono nel Mediterraneo migliaia di esseri umani alla deriva. Gli attacchi sono partiti dalla Lega (Salvini: Affondare navi Ong) e dal Movimento 5 Stelle (Di Maio: Ong, taxi del Mediterraneo), a cui si è ben presto accodato (fiutata l’aria) il Partito Democratico (Renzi: Pugno di ferro contro le Ong).

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