Legge elettorale. Ecco cosa è il modello tedesco di Federico Quadrelli

Autore Federico Quadrelli

fonte formiche.net che ringraziamo

 

In questi giorni tutti parlano di legge elettorale alla tedesca. Leggendo alcuni articoli, ascoltando alcune dichiarazioni di politici, da destra a sinistra, mi sembra di capire che nessuno sappia come funzioni il “modello tedesco”. A questo punto sarebbe bene chiarire come funziona in Germania, poi magari si può parlare di un “modello italiano che vorrebbe essere tedesco, ma non ce la fa…”

Il sistema elettorale tedesco prevede l’elezione dei rappresentanti in una sola camera, il Bundestag. Il Senato, o Bundesrat, infatti, è espressione dei governi territoriali (la Germania è una Repubblica federale, niente a che fare con il sistema delle regioni che abbiamo noi in Italia).

Elettrici ed elettori esprimono 2 voti.

Il primo voto è quello che viene dato a una candidata o a un candidato. Esistono 299 circoscrizioni in Germania e questo significa che con il primo voto elettrici ed elettori possono dare una preferenza a una persona, eleggendo così un “Direktkandidat”. Si tratta di un mandato diretto, che lega l’eletta/o con la propria circoscrizione.

Un esempio concreto per capirsi: Berlino ha 12 circoscrizioni, quindi possono essere elette/i max 12 deputati con il primo voto. I partiti si contendono quindi le circoscrizioni con dei candidati: ne può passare una/o sola/o.

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Nell’immagine che ho allegato, presa dal sito www.spd.berlin si vedono le foto delle candidate e dei candidati che si contenderanno, per la SPD ciascuna delle circoscrizioni in cui è suddivisa la città, contro gli altri partiti e i rispettivi candidati. Chiaro? Si tratta quindi di una componente importante uninominale. Vengono eletti così circa la metà dei rappresentanti.

Il secondo voto viene dato ai partiti che presentano per ogni Land una lista di candidate e candidati. Si tratta di unlistino bloccato: sono i singoli partiti che, nei processi democratici interni, individuano i nomi che comporranno la lista, con alternanza di genere e seguendo un rigido processo che si conclude con il voto dell’Assemblea nazionale (attenzione: ogni Land è uno Stato, quindi ogni partito ha, in ciascun Land, un’assemblea nazionale).

Posso testimoniare che il processo, almeno nella SPD, è stato lunghissimo: 6 mesi e più di discussioni, presentazioni e votazioni a vari livelli: 1) per le “nomine” dove ciascun circolo territoriale esprime, nella propria circoscrizione, un voto di preferenza per una candidata o un candidato e poi 2) per la definizione ufficiale della lista nel Landesparteitag, ossia l’Assemblea dei delegati di ciascun Land, che si riunisce e vota per ciascuna posizione un nome. Se ci sono più contendenti si fanno le presentazioni e poi si vota su ogni singolo nome. E così via fino a completamento del listino bloccato.

Il numero attuale dei membri al Bundestag è di 630, ma può variare per effetto della re-distribuzione proporzionale dei seggi: i partiti che non raggiungono il 5%, infatti, sono esclusi, e i seggi sono conteggiati su quelli rimanenti. Ci può essere quindi un numero, comunque limitato, di elette/i in più o in meno per ciascuna legislatura.

Bene. E’ di questo sistema che si sta discutendo in Italia ora?

Ha vinto la personalizzazione della politica di Giuseppe De Rita

Autore : Giuseppe De Rita

fonte :  NUOVILAVORI.IT

Sulle elezioni presidenziali francesi si è detto di tutto in queste ultime settimane; e mi risulta difficile aggiungere altre intelligenti notazioni. Mi costringo quindi ad una riflessione per me abituale, forse troppo, sulla carenza di rappresentanza sociale che quelle elezioni hanno messo in evidenza.

Abbiamo superato la paura, la grande paura della vittoria di Marine Le Pen e dell’eventuale successiva uscita della Francia dall’Euro e dall’Europa. Tutto bene, ma con quali opzioni politiche abbiamo operato tale superamento? Purtroppo, dico io, con una accentrata personalizzazione e verticalizzazione della politica e della vicenda elettorale.

Noi italiani siamo degli antesignani della personalizzazione della politica, avendo supportato e sopportato in passato la sequenza Craxi – Berlusconi – Renzi, tre campioni in proposito; ed avendo ancora in pista Grillo, Salvini, un potenziale Renzi bis e un improbabile Berlusconi bis. Non possiamo quindi sorprenderci e lamentarci dello scontro feroce in Francia fra quattro leaders squisitamente personalistici (in fondo anche Fillon correva in proprio e non per conto del partito). Ha vinto Macron, che ha di molto accentuato la caratura personalistica, proponendosi come leaders di un movimento/partito che non c’era, non c’era ancora e che solo le prossime elezioni legislative potrebbero sperare di coagulare.

Ha giuocato tutto sulla sua personalità, sulla sua figura, sul suo appeal pubblico, sul senso di novità radicale che prometteva, sulla stessa ironia condiscendente che ispiravano i suoi rapporti coniugali. Non c’era molto di più, se non la sua scelta di cavalcare la tematica europea; e al di là di questo c’era poco (di programmatico, di ideologico, di sociopolitico) da raccontare agli elettori. Ne avevano paradossalmente più gli altri candidati (specie sule ali dello schieramento) ma contavano poco di fronte al fascino del personaggio Marcon. In fondo ha vinto “la rappresentazione” della politica non “la rappresentanza” di interessi, problemi, identità collettive; non è stata colpa di Marcon, visto che in Francia sono in crisi (come in Italia del resto) tutti i canali ed i soggetti intermedi della rappresentanza, dai partiti ai sindacati all’associazionismo; ma ciò non può far da alibi ad una strategia di personalizzazione che Marcon ha con lucidità quasi esasperato.

Ma in una tale vicenda la politica personalizzata rischia di restare prigioniera di un parallelo processo di verticalizzazione: con quali sponde di conoscenza dell’economia potrà far giuocare Macron? E con quali sponde di conoscenza delle tensioni sociali, anche quelle di classe? E con quale strategia di articolazione territoriale dei processi e degli interventi? Con quali apparati di azione pubblica, centrale e periferica? Le società moderne, e fra esse quella francese, sono di fatto policentriche, quando non arrivano ad essere molecolari o liquide (a seconda della scelta degli aggettivi). Per governarle non basta un potere verticalizzato (e addirittura personalizzato) e se non si capisce questa banale verità il potere che ha vinto nelle elezioni rischia o di sbattere contro il famoso “muro della realtà” oppure di entrare in un labirinto di variabili dove può ogni giorno inciampare in qualche inattesi motivi. Io confesso che sull’argomento mi spaventa molto la vicenda Trump. Ha personalizzato, ha vinto, ha verticalizzato; ma temo che non governerà. C’è da sperare che Marcon capisca il pericolo.

 

 (*) Presidente del Censis

CETA: IN MORTE DI UNA DEMOCRAZIA

Gentiloni e Trudeau

di Coordinamento Nazionale del MovES

Mentre impazza la discussione sull’obbligatorietà dei vaccini (che caso…) in Consiglio dei Ministri stanno per decidere le nostre sorti in merito al famigerato trattato CETA.

Nel silenzio generale dei media, a brevissimo, il Parlamento deciderà di consegnarci definitivamente al nuovo strumento dell’imperialismo americano, (importato con la mediazione del Canada): quello dei trattati di partenariato, dove i nostri diritti che dovrebbero essere generali e pubblici soggiacciono completamente sotto la forza dell’interesse privato e, quindi, del profitto.

In sordina sta per compiersi uno dei peggiori scempi della nostra possibilità di autodeterminarci.

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Stop Trump, change the world

 

FONTE SOLIDAIRE.ORG

Un fou à la tête des États-Unis ? L’élection de Donald Trump à la présidence des États-Unis a inquiété le monde entier. Sa campagne, menée à grands renforts de remarques insultantes, sexistes, racistes… a parfois laissé croire qu’il n’avait pas vraiment d’idéologie ou de stratégie, que son caractère sanguin déterminait ses actions. Et pourtant, derrière l’apparente imprévisibilité, il y a bien des constantes.

À y regarder de plus près, on constate cependant que son programme comportait un certain nombre de points récurrents. Trump voulait restaurer la grandeur de l’Amérique en y ramenant les entreprises, instaurer des taxes à l’importation sur les produits étrangers, supprimer l’accord libre-échange TPP et renégocier un autre accord de libre-échange, l’Aléna. Trump allait également renouer des liens avec la Russie et se concentrer davantage sur la Chine. Il ferait payer davantage les alliés de l’Otan pour leur sécurité. Il allait battre l’État islamique dans les plus brefs délais et fermer les frontières aux terroristes. Il construirait un mur pour protéger les États-Unis des migrants mexicains. Il rouvrirait les mines de charbon, poursuivrait la construction des pipelines vers les gisements de sables bitumineux au Canada et enverrait valser les scientifiques du climat. L’Obamacare serait aboli et l’argent des projets sociaux servirait à augmenter les dépenses militaires. Il baisserait les impôts et engagerait malgré tout des investissements gigantesques dans l’infrastructure américaine. 

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La CIDH sta prestando profonda attenzione al caso Milagro Sala

FONTE PRESSENZA.COM

24.05.2017 – Buenos Aires Redacción Argentina

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

La CIDH sta prestando profonda attenzione al caso Milagro Sala

Questo pomeriggio, più di 10 mila persone si sono mobilitate presso l’Hotel Sheraton a Retiro, per ringraziare la Commissione Interamericana dei Diritti Umani della visita effettuata nel paese. La Segreteria Esecutiva, capitanata da Paulo Abrao, ha ricevuto una delegazione del Comitato per la Liberazione di Milagro Sala, con cui si è intrattenuta per più di un’ora. La CIDH è stata una dei molti organismi che, nel dicembre dello scorso anno, ha imposto al governo di rispettare il mandato del Grupo de Trabajo de Detenciones Arbitrarias dell’ONU per “l’immediata liberazione” di Milagro Sala. Gli slogan della mobilitazione di massa sono stati: “Basta prigionieri politici in Argentina. Libertà ai prigionieri politici di Tupac a Jujuy e Mendoza”.

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Brasile, massacro di dieci lavoratori dell’agricoltura SEM TERRA nello stato del Parà da parte della polizia militare

 fonte  RACISMO AMBIENTAL

Traduzione di editor

Dieci operai agricoli sem-terra ( senza terra ) e una donna sono stati uccisi dalla Polizia Militare in Redencao. Le vittime facevano parte della Lega dei contadini poveri (LCP). L’informazione è stata confermata dalla Commissione Pastorale della Terra (CPT) che ha denunciato questo massacro a Brasilia.
Secondo le prime informazioni questi lavoratori agricoli avevano reagito ad un’azione violenta di sgombero della polizia militare  di un’area della Fazenda Santa Lucia, dove vivevano decine di famiglie.
Il massacro ha avuto luogo al mattino quando, a Brasilia, nel pomeriggio, è stata dichiarata l’occupazione della capitale da parte delle truppe dell’esercito, dopo una brutale repressione della manifestazione indetta dai sindacati contro Temer e le riforme; Nel frattempo, a Rio, c’era stata una forte repressione delle proteste dei dipendenti pubblici contro la demolizione dello stato e contro il passaggio di un disegno di legge in Assemblea legislativa per fare pagare ai dipendenti pubblici il conto del deficit della Previdenza

Massacre em Pau D’Arco (PA): dez mortos pela PM

Por Mauro Lopes, no Outras Palavras

Dez sem-terra -nove homens e uma mulher- foram mortos pela PM na manhã desta quarta (24) em Redenção (PA). Eles são ligados à Liga dos Camponeses Pobres (LCP). A informação foi confirmada pela Comissão Pastoral da Terra (CPT) da CNBB, que lançou ontem em Brasília, com mais 18 entidades, a Carta do ato denúncia – Por Direitos e contra a Violência no Campo.

Segundo as primeiras informações, os agricultores reagiram a uma ação violenta de desocupação de uma área da fazenda Santa Lúcia, onde viviam dezenas de famílias.

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Forza PD. Il tripolarismo che non c’è.

FONTE NUOVATLANTIDE.ORG

di Alfredo Morganti – 22 maggio 2017

Chi parla di tre poli in Italia non ha capito niente. Che lo facciano i sondaggisti, poco importa. Ma che il ‘tripolarismo’ sia ritenuto verbo tra politici e addetti ai lavori è persino demoralizzante. In realtà la politica italiana andrebbe sostanzialmente ridisegnata attorno a un ‘centro’ (più topografico che ideologico, più luogo geometrico che politico) composto da Renzi e Berlusconi e dai raggruppamenti che essi rappresentano, ossia: il centro del vecchio centro-sinistra e i moderati del vecchio centrodestra. Già questo dimostra che quelle due parole (centrosinistra e centrodestra) oggi stanno andando fuori corso come lo saranno le monete da 1 e 2 cent in futuro. L’arco politico si completa, poi, con Salvini e i sovranisti a destra di quel centro e con le formazioni come Articolo 1 e SI a sinistra. I grillini si mantengono in posizione ‘laterale’, occupando una sorta di centro ‘eccentrico’, e si muovono su un binario parallelo, che lambisce il sistema politico vero e proprio, con incursioni al suo interno di tanto in tanto.

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“Tortura, stravolta la legge”. Intervista a Stefano Anastasia

FONTE MICROMEGA CHE RINGRAZIAMO

“Continueremo ad essere richiamati dall’Onu”. Il presidente onorario di Antigonegiudica inefficace la legge appena votata in Senato: “La formulazione del reato è inadeguata e contraddittoria rispetto agli standard internazionali, alla prescrizione costituzionale, alle domande di giustizia delle vittime e alle attese dell’opinione pubblica”. Decisive le pressioni delle forze di polizia: “Sono una riserva di consenso essenziale per partiti e movimenti che si contendono voti principalmente in nome della sicurezza”.

intervista a Stefano Anastasia di Giacomo Russo Spena

“L’approvazione di una legge contro la tortura non può che essere una buona notizia ma…”. E i ma sembrano tanti e di una certa rilevanza. Almeno a sentire Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio e dell’Umbria, nonché  presidente onorario dell’associazione Antigone. Negli anni sono state organizzate decine di iniziative pubbliche e raccolte migliaia di firme insieme ad altre associazioni ed organismi per quella che è sempre stata considerata una battaglia di civiltà: l’introduzione di una legge sulla tortura nel nostro sistema giudiziario. Adesso restano i mugugni: “Se questa legge dovesse essere approvata definitivamente – afferma Anastasia – continueremmo a essere richiamati dalle Nazioni Unite per l’inadeguatezza della previsione legislativa”.

Dopo 28 anni, siamo vicini ad una legge che introduce il reato di tortura nel nostro codice penale. Che ne pensa?

Non solo sono passati 28 anni dalla ratifica della Convenzione Onu con cui l’Italia si è obbligata a introdurre il reato di tortura nel proprio ordinamento, ma non dobbiamo dimenticare che quest’anno festeggiamo il settantesimo anniversario della Costituzione repubblicana che, all’art. 13, comma 4, stabilisce che “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. Si tratta dell’unico obbligo di punire previsto dalla Costituzione, evidentemente motivato dalla storia e dalla sensibilità dei costituenti, che di violenze fisiche e morali sulle persone sottoposte a privazione della libertà ne sapevano – spesso – per esperienza diretta. Ciò detto, e riconosciuta l’importanza del passaggio parlamentare, dobbiamo però dirci che la formulazione del reato è inadeguata e contraddittoria rispetto agli standard internazionali, alla prescrizione costituzionale, alle domande di giustizia delle vittime e alle attese dell’opinione pubblica.

Quali sono i punti più controversi della legge appena approvata al Senato e che ora passerà a Montecitorio?

Il primo punto di critica non può che essere quella specie di peccato originale da cui è partito impropriamente il dibattito parlamentare: la definizione della tortura come reato comune, eseguibile da chiunque, e non come reato proprio, imputabile esclusivamente al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio. E’ vero che dal punto di vista tecnico il reato comune copre più fatti di quanti non ne copra il reato proprio, e potrebbe essere idoneo a perseguire anche privati che torturassero per qualsivoglia ragione altri cittadini, ma la rottura simbolica rispetto alla Convenzione delle Nazioni unite e al comune senso di giustizia è evidente: la preoccupazione degli organismi internazionali come della opinione pubblica più avvertita è di fugare finanche il pericolo che pubblici ufficiali o incaricati di pubblici servizi abusino della propria funzione per scopi illegittimi e contrari ai fondamenti dello Stato di diritto costituzionale, non certo di perseguire privati cittadini già ampiamente perseguibili a legislazione vigente.

Un testo stravolto a Palazzo Madama, tra l’altro…

Rotto l’argine simbolico, sono arrivati gli scivolamenti successivi. Su tutti, la pluralità delle condotte necessarie a realizzare il reato di tortura e la qualificazione del trauma psichico con la pelosa aggettivazione di “verificabile”, come se in giudizio non dovesse essere accertata ogni cosa. Fino alla surreale previsione che non sia punibile il fatto commesso nell’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti: che significa? Che il nostro ordinamento ammette pratiche di tortura? Se fosse così, andrebbero immediatamente espunte da leggi e prassi perché costituzionalmente illegittime. Se non è così, come penso, che bisogno c’è di prevedere questa causa di non punibilità?

Mi sta dicendo che secondo lei il Senato ha approvato una legge sulla tortura internazionalmente impresentabile, in cui la definizione del reato è in evidente contrasto con quanto imposto dalla Convenzione internazionale contro la tortura?

Sì, penso che sia proprio così. Penso che dopo decenni di richiami delle Nazioni unite sulla mancanza del reato di tortura nel nostro ordinamento, se questa legge dovesse essere approvata definitivamente, continueremmo a essere richiamati, da allora in poi per l’inadeguatezza della previsione legislativa.

Però, come sulla legge sulle unioni civili, è comunque un passo di civiltà. Non trova? Meglio un compromesso di nulla, o no?

A mezza bocca si ammette che il problema esiste, ma con l’altra metà lo si nega. Con tutti i suoi limiti, la legge sulle unioni civili ha consentito a centinaia di coppie omosessuali di essere riconosciute dallo Stato e di acquisire diritti. Quanto riuscirà questa proposta, se diventerà legge, a punire e a prevenire le violenze fisiche o morali sulle persone private della libertà lo vedremo.

Sta passando un concetto per cui una legge di questo tipo legherebbe le mani alle forze dell’ordine, impedendo di garantire sicurezza ai cittadini …

La sicurezza dei cittadini non si garantisce lasciando mano libera a comportamenti violenti nei confronti delle persone fermate, arrestate o detenute. E non è solo questione di principio, è questione eminentemente concreta: se per garantire la sicurezza ammettiamo pratiche violente di polizia, riduciamo proprio la sicurezza dei cittadini, esposti a ogni abuso da parte delle forze dell’ordine. Si tratta di argomenti inaccettabili, che dovrebbero essere contestati e respinti proprio dagli appartenenti alle forze dell’ordine e dalle loro rappresentanze professionali e istituzionali: in questo modo la già discutibile, e troppo facilmente assolutoria, retorica della mela marcia lascia spazio a una sorta di chiamata in correità della stessa istituzione di polizia e di tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine, cosa che – se fossi uno di loro – non accetterei mai.

Quindi un’occasione mancata. E secondo lei c’è speranza di migliorare il testo alla Camera?

Temo di no: la legislatura sta scivolando verso la fine e, come tutte le legislature morenti, dà il peggio di sé, lasciando spazio solo a iniziative propagandistiche. Viceversa, per correggere questa legge servirebbe onestà intellettuale e il coraggio necessario a combattere atteggiamenti retrivi che si annidano nelle forze dell’ordine e che fanno leva su discutibili sentimenti popolari. Ma nella campagna elettorale di fatto già in corso queste qualità morali appaiono quantomeno accantonate.

Se pensiamo al codice penale militare di guerra o alla Magna Carta inglese, in entrambi e in pochissime righe il concetto di tortura e maltrattamento è molto chiaro. Perché da noi invece nel dibattito sul reato di tortura si cerca di introdurre compromessi e mediazioni? Chi ha paura di introdurre una legge così di civiltà?

“Chi parla male, pensa male”, diceva Michele Apicella, l’alter ego di Nanni Moretti in Palombella Rossa. Le contorsioni linguistiche del Parlamento sono un effetto diretto della mancanza di volontà di riconoscere la tortura per quello che è, di prevenirla e di punirla quando dovesse essere illegittimamente praticata. Qualche tempo fa Luigi Manconi – primo firmatario della proposta, originariamente ispirata alla Convenzione Onu, che ora coerentemente disconosce e non approva – scrisse della paura che il ceto politico ha delle forze di polizia, temendone l’autonomia e l’insubordinazione. Non so se è proprio così, certo è che le forze di polizia – in quanto responsabili della pubblica sicurezza – costituiscono una riserva di consenso essenziale per partiti e movimenti che si contendono voti principalmente in nome della sicurezza.

Il procuratore generale ha riconosciuto che il caso Cucchi è stato un caso di tortura. Ma ci sono anche le morti di Uva, Aldrovandi e tante altre. Le famiglie, oggi, quanto sono state abbandonate, e prese in giro, dallo Stato?

Ogni caso è un caso a sé e faremmo torto ai non pochi investigatori, pubblici ministeri e giudici che hanno fatto il possibile e l’impossibile per arrivare a un giudizio di responsabilità sui fatti sottoposti alla loro attenzione se dicessimo che lo Stato ha abbandonato o preso in giro tutti. Non è così, ma dobbiamo anche essere consapevoli che indagare e giudicare le responsabilità di appartenenti alle forze di polizia è terribilmente difficile anche per la vicinanza oggettiva che c’è tra gli uni e gli altri, tra investigatori, magistrati e indagati. Dobbiamo esserne consapevoli e dobbiamo ricordarcene. Oggi e quando la legge (qualsiasi legge) sarà approvata resterà il problema di farla applicare, vincendo le resistenze culturali e le vere e proprie connivenze che possono annidarsi anche negli apparati dello Stato.

(19 maggio 2017)

Ungheria, cresce il movimento degli studenti contro Orban: il 18 giugno la prossima mobilitazione

fonte CONTROLACRISI.ORG

Domenica 21 maggio davanti la Műszaki Egyetem, la storica Universitá di Ingegneria e Tecnologia di Budapest, da dove partirono i moti studenteschi del 1956, si sono riunite decine di migliaia di persone per continuare le proteste contro il governo Orbán.

Le motivazioni, gli slogan e la composizione dei manifestanti e dell’organizzazione era sempre la stessa sebbene stavolta gli organizzatori e gli oratori erano differenti. Orbán all’inizio della primavera ha fatto presentare e votare lo stesso giorno un decreto di legge in base al quale le universitá private in mano straniera siano impossibilitate a proseguire le loro attivitá didattiche. Chiaro riferimento alla CEU, la Central European University finanziata dal magnate ungaro-statunitense György Soros, la cui persona, stando alla propaganda filo-governativa, anzi, direttamente governativa, influenza di non poco le vicende politiche ungheresi finanziando movimenti, ONG e partiti per organizzare il cambio del governo.

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Turchia, l’annientamento professionale nel settore pubblico

fonte BLOG/CORRIERE

23 MAGGIO 2017 | di

Lavoro | Quello che una volta in Turchia era un ambito di lavoro sicuro, il pubblico impiego, si è trasformato nell’ultimo anno in un incubo.

Dopo il tentato colpo di stato dello scorso luglio, sono stati licenziati oltre 100.000 impiegati – tra cui medici, agenti di polizia, insegnanti, docenti universitari e soldati – etichettati come “terroristi”.

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Milagro Sala: Mariano Miranda contro l’ONU

FONTE PRESSENZA.COM

21.05.2017 Francesco Cecchini

Milagro Sala: Mariano Miranda contro l’ONU

Mariano Miranda è il Procuratore Generale di Jujuy, in prima linea, assieme al Pubblico Ministero  Sergio Lello Sáncheza, nella repressione di Milagro Sala, leader della Tupac Amaru; tutto questo agli ordini del Governatore Gerardo Morales. Tutti e tre sono dirigenti locali della UCR (Unión Cívica Radical). Raul Alfonsin si starà rivoltando nella tomba.

Lo scorso 18 maggio in Buenos Aires, dopo una settimana di riunioni  e visite a diverse prigioni dell’ Argentina, il Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrarie  della Commissione dei Diritti  Umani dell’ONU ha dichiarato che continua ad essere fermamente convinto che l’ imprigionamento di Milagro Sala sia arbitrario e ha inviato la sua opinione alle Autorità argentine, invitando alla sua liberazione.

Il Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrarie aveva precedentemente visitato, ben due volte, la  prigione di Alto Comedero a Jujuy, intervistato  donne detenute e incontrato  Milagro Sala e le altre militanti Tupac Amaru che sono in stato di detenzione preventiva. Ha ascoltato da parte di Milagro e  di tutte le detenute gravi accuse di seri maltrattamenti ricevuti da autorità e da carcerieri che si sono comportati in maniera criminale.

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COLLOQUIO PER RYANAIR: RACCONTO SEMISERIO DI UNA GIORNATA DI ORDINARIA PRECARIETÀ

fonte CLAP

18 May 2017 |  Sandro Gianni

 

Seconda puntata della nostra rubrica “Narr-azioni”: una storia ironica e pungente che racconta un colloquio in grado di aprire infinite possibilità… e che si rivela la solita lotteria in cui perdono sempre i lavoratori. Se volete inviare la storia di un colloquio o un’esperienza lavorativa scrivete a info@clap-info.net.

:: A giudicare dagli annunci nei portali per la ricerca di lavoro, sembra che sul mercato esistano solo tre tipi di occupazioni disponibili: sistemista Java, dialogatore e operatore call-center. Se non conosci Java e hai zero voglia di vendere il tuo tempo per delle chiacchiere con degli sconosciuti, al telefono o dal vivo, la ricerca pare senza possibili sbocchi. Aggiungi che la percentuale di risposta ai curriculum inviati rasenta lo zero e che la laurea e/o i master di cui sei in possesso non sono particolarmente quotati nella borsa degli skills… il quadro si complica parecchio.

Perciò, quando qualcuno ha finalmente risposto alla mia “iscrizione a un’offerta di lavoro” ho provato una strana sensazione, di affetto quasi. Ho pensato di dover ricambiare, presentandomi al colloquio. Ho detto “qualcuno”, ma in realtà avrei dovuto dire “qualcosa”: un algoritmo, un dispositivo automatico di risposta alle mail, un bot del portale. Non posso saperlo, ma l’invito a comparire in un hotel nella zona di Tor Vergata è arrivato pochi millesimi di secondo dopo l’invio della mia iscrizione. Ciò esclude la mediazione umana e, dunque, una seppur minima selezione del curriculum, che avrebbe potuto equivalere a qualche decimale in più nella stima probabilistica di un’assunzione .

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“Internet si è rotto”. Secondo il fondatore di Twitter la Rete “premia gli estremi”. Donald Trump? Senza la piattaforma di microblogging non sarebbe diventato presidente

“Internet non funziona più”, si è “rotto”. Lapidario il commento al ‘New York Times‘ di Evan Williams, fondatore di Twitter e di Medium (2012), lo spazio digitale pensato per contenuti di qualità.

Evan Williams, ceo e fondatore di Medium

“Pensavo che se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi liberamente e scambiarsi idee e informazioni, il mondo sarebbe diventato automaticamente migliore. Mi sbagliavo”, dice Williams.

“Internet finisce per premiare gli estremi”, precisa. E “se è vero che Trump non sarebbe diventato presidente se non fosse stato su Twitter, beh sì, mi spiace”.

“Dobbiamo aggiustare la Rete: dopo 40 anni ha iniziato a corrodere se stessa e noi”, ribadisce. “Resta un’invenzione meravigliosa e miracolosa, ma ci sono insetti alle fondamenta e pipistrelli nel campanile”.

La libertà ai tempi del morbillo di Giovanni Iozzoli

 fonte Carmillaonline.info

Pubblicato il · in Interventi ·

di Giovanni Iozzoli

Cosa c’entra la questione vaccini con la crisi dell’Alitalia? Niente. O forse molto. Dipende dalla capacità di leggere nessi forse nemmeno tanto nascosti.

Da ormai due anni è in atto una forsennata campagna di allarmismo terroristico nei confronti dell’opinione pubblica basata sulla necessità di incrementare le vaccinazioni di massa, giudicate in leggera flessione statistica.

Non questo o quel vaccino in particolare: ma tutti, sempre, per qualunque problema. Si è partiti con articoli e interviste allarmanti sulle epidemie prossime venture (inesistenti picchi di meningite e pandemie di morbillo), si è continuato con lettere intimidatorie delle ASL a casa dei genitori riluttanti, si arriva al capitolo finale, con una legge in incubazione che vieterà l’ingresso a scuola ai non vaccinati e, quindi, obbligherà di fatto, l’intera popolazione giovanile ad adempiere al diktat.

Ok, ma l’Alitalia? Ci arriviamo.

Il fatto che molte famiglie abbiano scelto in questi anni di non vaccinare i figli e si ostinino a difendere la loro scelta, nonostante il dispiegamento di questa feroce campagna (senza precedenti), è solo un’altra manifestazione di quella diffusa “sfiducia nelle élite”, che è un dato costante e caratteristico di questa epoca.

Una volta, il camice bianco, lo scienziato, il “dottore” (figura archetipale della Conoscenzaoscura e salvifica), con il solo carisma della funzione e del titolo di studio, esercitavano un’indiscussa egemonia sul popolino, che ne riconosceva acriticamente l’autorità specialistica. Idem per le altre figure preposte alla direzione della società: il politico-amministratore, il banchiere, il dirigente di polizia, il giudice.

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